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14-02 Rete di Macerata – febbraio 2014

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Febbraio 2014

“Esistono saperi fine a sé stessi che – proprio per la loro natura gratuita e disinteressata, lontana da ogni vincolo pratico e commerciale – possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’umanità.”(Pierre Hadot, Exercices spirituels et philosophie antique)

E’ con questa considerazione che mi piace iniziare il ragionamento, considerando utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori. Mi rendo conto che la logica del profitto mina alle basi le istituzioni   ( scuole, università, laboratori, centri di ricerca, musei….) e le discipline tanto umanistiche che scientifiche il cui valore dovrebbe coincidere con il sapere, indipendentemente dalla capacità di produrre guadagni. Certamente un museo o un sito archeologico possono essere una fonte di introiti, ma la loro esistenza , contrariamente a quello che alcuni vogliono farci credere (…..con la cultura non si mangia….), non può essere subordinata al successo degli incassi: la vita di uno scavo o di una biblioteca o di un archivio, è un tesoro che la collettività deve gelosamente preservare a ogni costo.

Ecco perché non è vero che in tempi di crisi economica è tutto permesso; così come non è vero che le oscillazioni dello spread possono giustificare la sistematica distruzione di ogni cosa considerata improduttiva con il rullo compressore dell’inflessibilità e del taglio lineare della spesa.

Ormai l’Europa sembra uno scenario in cui si esibiscono quotidianamente creditori e debitori. Non c’è riunione politica o di vertice dell’alta finanza in cui l’ossessione dei bilanci non costituisca il punto all’ordine del giorno più importante. Le legittime preoccupazioni per la restituzione del debito vengono esasperate a tal punto da provocare effetti opposti a quelli desiderati; il farmaco dell’austerità anziché risanare il malato, lo indebolisce inesorabilmente: il rigore, stranamente, non intacca la corruzione dilagante e i favolosi stipendi di politici manager, banchieri e superconsulenti!

I registi di questa DERIVA RECESSIVA non sono per nulla turbati dal fatto che a pagare siano soprattutto la classe media (quasi estinta) e i più deboli, spesso espropriati della loro dignità.

Non si tratta di sfuggire alla responsabilità dei conti che non tornano. Ma non è neanche possibile ignorare la sistematica distruzione di qualsiasi forma di umanità e di solidarietà: le banche e i creditori reclamano senza pietà, come Shilock nel Mercante di Venezia, “la libbra di carne viva di chi non può restituire il suo debito..”. Così, con crudeltà, molte aziende (che hanno goduto, per decenni, della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite), licenziano gli operai, mentre il governo sopprime posti di lavoro, non investe in
istruzione, assistenza e sanità pubblica. Il diritto di avere diritti – per riprendere un importante saggio di Rodotà – viene di fatto subordinato al dominio del mercato, con il rischio di cancellare progressivamente qualsiasi forma di rispetto alla persona e trasformare gli uomini in merce e in denaro; questo perverso meccanismo economico ha dato vita a un mostro che sta negando anche alle future generazioni qualsiasi forma di speranza.

Gli sforzi ipocriti per scongiurare la fuoriuscita della Grecia dall’Europa – ma le stesse riflessioni valgono per l’Italia – sono frutto di un cinico calcolo e non di un’autentica cultura politica fondata sull’idea che l’Europa senza Grecia sarebbe inconcepibile, perché i saperi occidentali affondano le loro radici nella lingua e nella civiltà greca.

I debiti contratti con le banche e con la finanza possono avere la forza di cancellare con un colpo di spugna i più IMPORTANTI DEBITI che, nel corso dei secoli, abbiamo contratto con chi ci ha offerto in dono uno straordinario patrimonio artistico, letterario, musicale, filosofico, scientifico…..?

In questo contesto, l’interesse economico sta progressivamente uccidendo la memoria del passato e con essa l’istruzione, la ricerca, la fantasia, l’arte, il pensiero critico, e tutto ciò che dovrebbe ispirare l’attività umana.

Già Rousseau aveva notato che “gli antichi politici parlavano di costumi e di virtù, i nostri parlano di commercio e di denaro”, e oggi più che mai quello che non produce reddito è considerato un ostacolo al progresso mentre è dimostrato che grandi scoperte fondamentali per l’umanità dall’elettricità alle telecomunicazioni sono state favorite da ricerche scientifiche teoriche prive di qualsiasi scopo economico (JULIUS ROBERT OPPENHEIMER).

Penso, inoltre, che la contrapposizione fra saperi umanistici e saperi scientifici, come accade spesso, dando la prevalenza agli uni o agli altri a seconda dell’opportunità, ha provocato una sterile polemica e impedito la necessaria unità dei saperi oggi sempre più minacciata dalla specializzazione delle conoscenze: la cultura e l’istruzione hanno giocato e giocano un ruolo importantissimo nella battaglia contro la dittatura del profitto, a difesa della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza, della tolleranza, della solidarietà, del bene comune, della conoscenza, della ricerca, della democrazia ( mi riferisco anche alla presa di posizione a favore della cultura in genere di cui è stato protagonista il grande Maestro Claudio Abbado, mancato purtroppo in questi giorni).

Il sapere si pone di per sé come ostacolo al delirio di onnipotenza del denaro: tutto si può comprare, è vero e i fatti lo dimostrano, dai parlamentari ai giudici ogni cosa ha il suo prezzo, ma…..non la conoscenza! Neanche un assegno in bianco può consentirci di acquisire meccanicamente ciò che è esclusivo frutto di uno sforzo individuale e di una passione per l’apprendere. Nessun titolo di studio acquistato con i soldi potrà apportare vera conoscenza e favorire una crescita dello spirito.

Ma c’è di più. – Solo il sapere può sfidare le leggi del mercato – Io posso mettere in comune con altri le mie conoscenze senza impoverirmi; posso insegnare a un allievo la teoria della relatività o leggere insieme a lui una pagina di Dante o di Prevert o di Montaigne o del premio nobel per l’Economia dando vita a un miracoloso processo virtuoso in cui si arricchisce, nello stesso tempo, chi dona e chi riceve.

Fa male veder gli esseri umani consacrati ad accumulare soldi e potere. Fa male vedere trionfare nelle televisioni e nei media la rappresentazione del successo incarnata dall’imprenditore che riesce a creare un impero truffando o dell’uomo politico corrotto che impunitamente umilia il Parlamento facendo votare leggi ad personam. Fa male vedere uomini e donne ai quali la “terra promessa del guadagno” fa dimenticare la bellezza della natura, gli altri esseri umani, il futuro delle generazioni, la gioia dei piccoli gesti per percepire la bellezza dalle cose più semplici. Fa male veder le diffuse ingiustizie e le disuguaglianze che pesano o dovrebbero pesare come un macigno sulle coscienze.

Ecco perché Mario Vargas Llosa, in occasione del conferimento del premio Nobel per la Letteratura nel 2010 ha evidenziato che un “ mondo senza letteratura si trasformerebbe in un mondo senza desideri, né ideali, né disobbedienza, un mondo di automi privati di ciò che rende umano gli esseri umani: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in altri, modellati dai nostri sogni”; e finanche John Maynard Keynes, padre della macroeconomia, ha affermato in una conferenza nel 1928 che “gli dei su cui si fonda la vita economica sono geni del male, di un male necessario che per almeno altri cento anni ci avrebbe costretto a fingere con noi stessi che il bene è male e il male è bene, perché il male è utile e il bene no”. L’umanità, insomma, avrebbe dovuto continuare fino al 2028 a considerare” l’avarizia, l’usura, l’avidità come vizi indispensabili per condurci oltre il tunnel della necessità economica, a vedere la luce” e solo allora, raggiunto un benessere diffuso, i nipoti avrebbero potuto capire che il buono è sempre meglio dell’utile.

(Possibilità economiche per i nostri nipoti J.M.Keynes)

Purtroppo la profezia di Keynes non si è ancora avverata e l’economia prevalente persiste a guardare alla produzione e al consumo disprezzando tutto ciò che non è funzionale alla logica del mercato; resta però preziosa la sua sincera convinzione che l’autentica essenza della vita coincide con il buono e quello che incoraggia a sperare è che abbiamo qualche anno ancora per renderla reale.

Maria Cristina Angeletti

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