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14-11 Rete di Verona – novembre 2014

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Verona – Novembre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in questa circolare di novembre diamo spazio ad uno scritto che ci ha mandato nostra figlia Sara da Amman, (scrivono la Circolare Roberto Beccaletto e Francesca Gonzato) perché crediamo possa essere di qualche interesse per tutti voi. Sara conosce bene la RRR, ha partecipato a molti incontri, ad un convegno a Rimini e soprattutto ad un viaggio in Palestina della Rete a cavallo tra il 2009 e il 2010, che per lei è stato molto significativo. Non spendiamo altre parole perché si presenta da sola nel suo scritto.

Lavoro presso l’IOM, International Organization for Migration, organizzazione inter-governativa (non ONG, anzi il contrario, perché la maggior parte dei fondi che riceve viene dai Governi) che in alcuni Paesi come Iraq e Afghanistan lavora a fianco delle Nazioni Unite nella cosiddetta UN Country Team. Viste le analogie nel mandato e nel tipo di assistenza umanitaria fornita (in particolare con l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), da anni si parla di inglobare IOM nelle Nazioni Unite, ma per ragioni di politica interna alle due Agenzie prima che questo succeda ci vorrà ancora un po’. IOM rispetto alle Nazioni Unite è un’organizzazione burocraticamente più snella (per ora), presente in 155 Stati, che vanta un approccio molto più ‘sul campo’. IOM Iraq nasce nel 2003 dopo l’invasione americana per dare assistenza agli sfollati iracheni che fuggivano dalle zone di conflitto per trovare rifugio in aree più sicure, sempre all’interno del loro territorio nazionale (da qui la definizione di Internally Displaced Persons). Oltre ai tre principali uffici nelle città di Erbil (Kurdistan Iracheno – nord Iraq), Baghdad (centro Iraq) e Basra (sud Iraq), IOM Iraq ha sempre mantenuto un ufficio di supporto ad Amman, che garantisce la continuità nell’assistenza fornita anche nei momenti in cui gli uffici in Iraq sono semi-operativi o totalmente fuori uso per cause di forza maggiore. Al momento le Nazioni Unite hanno dichiarato Livello 3 di Emergenza in Iraq: se mai si arriverà al livello 5 (immediata evacuazione), l’ufficio di Amman sarà pronto ad ospitare tutti i dipendenti IOM internazionali. I dipendenti IOM iracheni, invece, resteranno in patria e dovranno badare a se stessi e alle loro famiglie, perché per entrare in Giordania necessitano di un visto che IOM non può garantire. Sono arrivata qui a Erbil perché in Italia, a meno che non si sia già accumulata considerevole esperienza, il campo delle migrazioni non offre possibilità lavorative al di là del volontariato o di stipendi ridicoli. Attiva in Amnesty International durante liceo e università, laureata in Scienze Politiche a Milano e con un Master alla School of Oriental and African Studies (Londra): il mio profilo è un po’ uno dei tanti che circolano in giro per il mondo. La mossa chiave per trovare questo lavoro è stata trasferirmi ad Amman seppur con solo un misero contratto da stagista in una ONG giordana che si occupa di diritti dei lavoratori migranti. Una volta ad Amman ho saputo attraverso contatti che c’erano posizioni aperte in IOM Iraq: ho mandato il curriculum, fatto il colloquio e sono stata selezionata per un altro stage, che poi ha portato a un contratto a tempo determinato con possibilità di rinnovo. In IOM Iraq faccio parte del dipartimento di Project Development, Monitoring and Evaluation: i miei compiti cioè comprendono scrivere progetti, seguirne l’implementazione (garantita dai colleghi iracheni sul campo), stendere periodici report per i donors (finanziatori) per rendere conto di come sono stati spesi i finanziamenti ricevuti, e valutare l’andamento e i risultati dei progetti. Essendo un’organizzazione di fama internazionale, il problema fundraising (raccolta fondi) in IOM di fatto non sussiste, soprattutto ora che gli occhi dei media sono tutti puntati sull’Iraq. Chi sono i donors? Tra i maggiori finanziatori, oltre a varie Agenzie delle Nazioni Unite (per lo più UNHCR) e all’Unione Europea, vi sono i Governi: Stati Uniti, in primissima fila, seguiti da Giappone, Svezia, Germania, Gran Bretagna, Francia… L’Arabia Saudita a inizio estate, subito dopo lo scoppio della crisi in Iraq dovuta all’avanzata dell’ISIS, ha elargito la più grande donazione che IOM Iraq abbia mai ricevuto da parte di un singolo stato. Molti considererebbero questi soldi ‘blood money’ (denaro sporco), visto che provengono da uno stato ufficialmente schierato con gli Stati Uniti e la loro coalizione contro l’ISIS, ma in cui allo stesso tempo alcuni cittadini particolarmente abbienti stanno investendo il loro denaro in finanziamenti allo Stato Islamico; nonostante ciò prevale la regola ‘il fine giustifica i mezzi’: non è negando assistenza umanitaria a migliaia di esseri umani, prime vittime di questa crisi, che si può dare una lezione di politica internazionale. Chi sono i destinatari dei progetti e che tipo di assistenza ricevono? IOM Iraq fornisce assistenza all’interno dei confini iracheni a quattro categorie di beneficiari:

– Rifugiati: persone che fuggono dal loro paese in cui la loro incolumità è a rischio a causa di guerre o calamità naturali e che per questo non possono essere rimandati indietro. Al momento l’Iraq ospita 230.000 rifugiati siriani registrati ufficialmente con l’UNHCR (di cui più di tre quarti si trovano ora a nord dell’Iraq nel Kurdistan Iracheno), che sono entrati nel Paese in grandi numeri per lo più dal confine siriano prima che questo confine venisse chiuso dal governo del Kurdistan Iracheno (KI). Recentemente si è aperto un altro punto di accesso: Kobane, una cittadina siriana che si trova in punto strategico a confine con la Turchia e che ha aperto un facile corridoio d’entrata con il KI.

– IDPs – Internally Displaced Persons: sfollati all’interno del proprio paese. IOM conta che siano circa 1,8 milioni gli iracheni scappati dalle proprie case, spesso con poco più dei vestiti che indossavano al momento della partenza, dal sud e centro Iraq (aree con maggiore presenza dell’ISIS) per cercare rifugio in zone più sicure nel nord del Paese. La gran parte di questi IDPs vive ora nel KI, già al limite della sua capienza per la presenza di rifugiati siriani, all’interno di campi per IDPs, o in palazzi abbandonati ancora in fase di costruzione (che sono tantissimi nel Kurdistan a causa di enormi speculazioni). L’assistenza che IOM fornisce in emergenza umanitaria per i rifugiati siriani e gli sfollati iracheni presenta delle componenti standard: trasporto dal confine ai campi, o intra-campi; rifugio: tende, prefabbricati, o semplicemente nel caso degli IDPs protezioni di plastica usate per ‘sigillare’ palazzine non finite e abbandonate per impedire che la gente cada giù, e per offrire un certo riparo dal freddo e dalle intemperie dell’inverno. Quest’ultima soluzione è stata concepita per buona pace dei governi iracheno e kurdo, che vogliono assicurarsi che la permanenza degli sfollati sul loro territorio sia temporanea; kit contenenti beni utili (non alimentari, a questi pensano altre organizzazioni) per un’intera famiglia di sei persone come materassi, coperte, cuscini, pentole, kit sanitari; sanità: da poco IOM ha iniziato a fornire assistenza sanitaria di base e di prevenzione per malattie facilmente trasmissibili come la tubercolosi attraverso il dispiegamento di cliniche mobili sul territorio e il supporto di centri medici già esistenti in termini di personale, macchinari e medicinali; a queste attività si stanno per affiancare anche attività di supporto psicologico.

– Returnees: iracheni emigrati all’estero che decidono di tornare volontariamente in patria, spesso perché non hanno avuto successo nel loro tentativo di stabilirsi all’estero. La grande maggioranza di queste persone quando tornano vogliono reintegrarsi nel KI, in quanto è la regione più ricca e moderna dell’Iraq che nonostante la crisi in corso sta vivendo un periodo di boom economico grazie alle ingenti riserve di petrolio (che disegnate su una cartina dell’Iraq formano delle grandi chiazze nere, specialmente vicino a Erbil e Dahouk, due tra le principali città del KI) e agli enormi investimenti in contanti che arrivano da varie parti del mondo (le guerre del 2003, 2006-2007 hanno insegnato a non depositare i soldi nelle banche, rarissima presenza nel KI, per evitare di perderli nell’eventualità di un’altra guerra). Nel caso di Erbil, capitale del KI, i suoi ingenti cantieri, infrastrutture in veloce sviluppo, un grande business di hotel di lusso, e una relativa stabilità politica ne fanno la cosiddetta ‘piccola Dubai’ del Medio Oriente. IOM, in coordinazione con stati europei come Francia, Belgio, Finlandia e Svezia con i più alti tassi di immigrati iracheni, promuove programmi che facilitano la reintegrazione degli emigrati iracheni in patria, supportandoli per esempio nella ricerca di un lavoro.

– Le comunità irachene ospitanti IDPs e rifugiati: promuovendo attività per l’autosostentamento dei beneficiari (IDPs e rifugiati) e delle loro famiglie, e progetti volti a produrre un veloce impatto sulle infrastrutture e i servizi del territorio (come ad esempio la costruzione di strade, scuole, cliniche, ecc..), IOM mira a ridurre al minimo l’impatto economico e sociale dell’arrivo di queste persone in modo da prevenire qualsiasi tipo di attrito con la popolazione locale ospitante. IOM Iraq inoltre supporta il governo del Kurdistan e il governo centrale iracheno (Baghdad) attraverso varie attività volte a rafforzare le capacità e l’autosufficienza di entrambi i governi nella gestione dei confini e nella lotta contro la tratta di esseri umani, con lo scopo di garantire una migrazione regolare e rispettosa della dignità umana all’interno dell’Iraq.

Sono stata tre volte ad Erbil per lavoro, una volta a febbraio e due negli ultimi due mesi. Tra la prima volta e le altre due le cose sembrano essere cambiate veramente poco in apparenza. In realtà la città in molte zone fuori e dentro il suo centro sta ospitando in chiese, parchi, palazzi non finiti migliaia e migliaia di IDPs: il quartiere cristiano di Ankawa da solo ospita almeno 10.000 IDPs. A livello di sicurezza pochi sono i cambiamenti facilmente percepibili: gli hotel a cinque stelle ospitanti lavoratori delle Nazioni Unite e di varie ONG sono tornati ad avere guardie e metal detector all’entrata, il compound delle Nazioni Unite (dove si trovano tutti i principali uffici IOM e delle varie Agenzie UN) ha rinforzato la sicurezza all’entrata e sul suo perimetro, e tutti i lavoratori umanitari UN sono stati caldamente consigliati a non usare i taxi locali (per rischio rapimento) e limitarsi ad andare in giro con macchine della propria Agenzia. Di fatto, è stato comunicato chiaramente che ci sono delle infiltrazioni di affiliati dell’ISIS, ma nonostante ciò il comportamento di certi colleghi è tutt’altro che cambiato rispetto a mesi fa. Molti di loro hanno contratti di sei o più mesi ad Erbil, e nella loro carriera sono stati in missioni come Pakistan e Afghanistan, in cui la libertà di movimento per i dipendenti delle Nazioni Unite è molto più limitata e il rischio percepito a livello di sicurezza è più alto. In missioni come queste, comprese quella in Iraq, si tende a spendere la gran parte delle giornate a lavorare, visto che c’è poco altro da fare. Il livello di stress accumulato è tanto, perciò non c’è da stupirsi che Kabul e Erbil ospitino nei weekend enormi feste frequentate rigorosamente da lavoratori umanitari che tentano di scappare almeno per qualche ora alla continua pressione a cui sono sottoposti. Uscire di sera ad Erbil, prendersi una birra con degli amici e mentre si attraversa la strada incappare in una famiglia di IDPs che vive in una tenda piantata a due passi da lì è una delle tantissime contraddizioni di questa crisi irachena e della vita dei lavoratori umanitari. La morale? La morale è che non c’è morale. L’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) o ISL (Islamic State of Iraq and Levant), gruppo islamico di ispirazione sciita, è il prodotto di manovre occidentali messe in atto dopo l’invasione americana del 2003 per contrapporre gruppi sciiti (circa il 60% della popolazione irachena) e sunniti (40%) con lo scopo di raggiungere una stabilità filo-occidentale attraverso un governo sciita solo apparentemente democratico e rappresentativo dell’intero Paese. Nulla di nuovo sotto il sole di un mondo dominato da stati imperialisti: gli interessi economici da sempre hanno generato guerre, in cui il cosiddetto Occidente non ha mai perso occasione di fare del profitto vendendo armi al miglior offerente e addestrando miliziani secondo la strategia del divide et impera. Esempio lampante: la guerra Iran-Iraq (1980-‘88), in cui nazioni come Stati Uniti e Gran Bretagna hanno venduto armi a entrambe le parti in conflitto. Ciò che sta succedendo ora in Iraq dunque non è prodotto della fatalità o del demonio (come il colore nero delle divise e delle bandiere dell’ISIS sembra suggerire) bensì la conseguenza di anni e anni di storia scritta dai grandi poteri economici e politici. Le vittime sono i civili, ultimi in questa catena di interessi. Alla luce di ciò alla domanda “ma l’ONU fa più danni che altro cercando di risolvere problemi creati da altri?” la mia risposta è: l’ONU è un problema, fintantoché resta condizionata dai 5 stati che hanno potere di veto nel suo Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia), impegnati a mantenere un certo ordine geopolitico mondiale al servizio dei loro interessi economici. La missione umanitaria delle sue Agenzie resta comunque fondamentale per salvare vite umane e garantire un minimo di dignità e sicurezza a milioni di civili coinvolti nei tanti conflitti in atto sul pianeta.

Vi annunciamo che il prossimo incontro del gruppo di Verona della RRR è previsto per lunedì 24 novembre alle ore 21 presso una sala del Tempio Votivo, dove ci accoglie don Carlo Vinco.

Un caro saluto da Francesca e Roberto

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