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15-01 Num. 107 – Editoriale

Editoriale del numero 107

Il passaggio da un anno all’altro porta con sé il desiderio di cambiare. L’anno nuovo è visto come un tempo nuovo. Questo rivela una vocazione dell’essere umano a rinnovarsi permanentemente. Ma quel che rende il tempo fecondo di qualcosa di nuovo è l’amore. Dobbiamo vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perché il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio, sia veramente efficace. Da soli, non possiamo cambiare le strutture politiche basate su leggi strutturali. Tuttavia, possiamo contribuire a creare le condizioni necessarie a trasformare le leggi e i sistemi e a rendere il mondo più giusto e più fraterno. Accogliere il nuovo anno è credere fortemente che ci impegneremo a garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace. È importante che questo nuovo anno sia per tutti noi un tempo di profondo rinnovamento di vita. È necessario che ciò si ripercuota anche nelle persone intorno a noi e in tutta la terra. Perché questo sia possibile, dobbiamo assumere di nuovo, ora, l’impegno -in ogni giorno del nuovo anno- a prenderci un momento, anche se breve, alla gratuità e all’interiorità, per rinnovare un dialogo vero e profondo, ciascuno con se stesso. E dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo più difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare la comunione solidale con la Madre terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta. Ritornando a privilegiare i mestieri antichi, gli orti, le antiche colture, per riavvicinarci alla terra e all’uomo, attraverso una nuova relazione basata sull’importanza dell’altro. Così, la speranza che questo sia un anno positivo si realizzerà in ciascuna e in ciascuno noi, e nel mondo. La terra e tutto quello che essa contiene è destinata all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati devono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti. Paolo IV, nella Populorum progressio cita S. Ambrogio: “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. E allora tutti potremo constatare come diverranno vere e feconde nella nostra vita le parole dell’antica benedizione irlandese che ho letto: “il vento soffi leggero sulle tue spalle, il sole brilli caldo sul tuo viso, le piogge cadano serene lì dove vivi. E, fino a quando ti vedrò di nuovo, che Dio ti tenga nella palma della sua mano”. L’anno nuovo ci trasformi in tutte le mamme del mondo, di ogni razza, di ogni cultura. Tutte hanno una certezza, tutte sentono quando nasce la loro bambina o il loro bambino, la sua debolezza. Tutte scoprono subito che non hanno altro scopo nella vita, altre felicità che servire la debolezza del loro bambino, affinché cresca, affinché egli diventi tutto ciò che è capace di diventare. E questa è la prima lezione d’amore, quell’amore che fa si che noi siamo qualche cosa di più, qualche cosa oltre noi stessi. Che ci fa comprendere che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che superi il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. La nostra azione di approfondire i meccanismi che determinano la disuguaglianza, per dare voce a chi non ha voce, e la nostra azione di restituzione-autotassazione periodica, libera nella quantità e costante nel tempo, a sostegno di progetti pensati e realizzati indipendentemente dai nostri referenti in America Latina, Africa e alcuni in Italia, e un’attenta riflessione e azione politica, hanno la capacità interrogarci continuamente, di tenere aperto l’orizzonte per un cambiamento. Piccoli segni attraverso i quali si sviluppa la consapevolezza dell’interdipendenza e della corresponsabilità.

Antonio Vermigli

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