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15-03 Num. 108 – Paolo Latorre

Paolo Latorre

Provocare un nuovo umanesimo

Analizzare e capire il mondo in cui viviamo diventa sempre più difficile. La complessità e la poliedricità del nostro vivere come singoli, comunità, società e popoli, impedisce di avere uno sguardo di insieme, di poter mettere in sintonia e armonia tutto ciò che viviamo. La complessità e la poliedricità nella quale il mondo-della-vita si trova è il frutto di una comunicazione incredibilmente rapida e della libertà che l’uomo si è andato conquistando nelle varie epoche della storia. In questo vi trovo un riflesso di quella grandezza dell’uomo che Dio stesso ha voluto. Nel mentre rifletto su questa grandezza dell’uomo, voluta da Dio stesso, non riesco ad essere indifferente di fronte a drammi umanitari che dilaniano il volto e la dignità dell’umanità; in questi giorni non riesco ad essere indifferente al pensiero di migliaia di persone, miei compagni di viaggio in questa vita, che vogliono fuggire dai loro paesi d’origine. Vogliono dirigersi verso una libertà impressa nel loro immaginario da racconti e squarci di realtà patinata, visti da uno schermo che nel mostrare non rivela che il mondo patinato, fatto di una bella copertina: è un mondo altro, un’ “isola che non c’è”. Si tratta di un mondo tragicamente reso reale dalle menti perverse degli scafisti e dei trafficanti di uomini e donne che, sfruttando il loro desiderio di libertà li condanna a schiantarsi verso il nulla di quell’ “isola immaginaria” ed una libertà che li rende prigionieri. Apprendo con interesse e piacere che l’Unione Europea si stia dando da fare per far sí che i viaggi verso la speranza di molti fratelli e sorelle non si concludano in un naufragio. Ma ci sono due considerazioni che vorrei fare a riguardo. La prima è sulla reale efficacia di una tale iniziativa, ossia: l’Unione Europea non può affrontare e risolvere da sola questo “naufragio provocato”; è necessario infatti il coinvolgimento e il dialogo con i paesi di origine di questi cittadini del mondo. La sovranità nazionale è un diritto per ogni paese, di questo ne sono convinto. Ma una politica guidata da un “briciolo di cuore” non può permettere che in molti paesi del mondo si consumino delle violenze silenziose che fanno soffrire molte persone tanto da farle desiderare di fuggire. Lasciare il proprio paese d’origine non è mai facile, questo me lo assicurano le tante persone con cui mi relaziono nel mio servizio missionario. È infatti ancora vivo in me il ricordo dei racconti di amici congolesi che ho accolto in Italia. Intorno al fenomeno dell’immigrazione c’è un assordante e ormai palese sfruttamento del desiderio di libertà di queste porzioni di popoli in fuga; un desiderio che diventa occasione di profitto economico-finanziario di organizzazioni criminali. La triste realtà del “finché c’è guerra c’è speranza” per i mercanti di armi, ora si allarga a coloro che si ergono a moderni “Caronte” gridando, violentando e mettendo a repentaglio la vita non di “dannati meritevoli dell’inferno”, bensì di uomini e donne desiderosi di pace e “paradisi”. A questi moderni traghettatori verso il naufragio, si aggiungono voci stonate provenienti dalla sponda dei presunti “paradisi” che gettano su questi fratelli e sorelle il colore dello straniero, la puzza dell’intruso, l’infamia dell’essere ladro di lavoro e di possibilità tolte agli autoctoni. Ma, verrebbe da chiedersi: “Chi è autoctono nel suo paese in un mondo globalizzato?” Questo rivela che la globalizzazione è un fenomeno causato, voluto e apprezzato solo quando fa il gioco dell’utilità e del profitto di pochi. Una seconda mia considerazione riguarda l’incapacità di accogliere questi nostri fratelli. Non parlo di accoglienza fisica. Si sta facendo tanto nei centri del sud Italia e a tale accoglienza va dato merito ai tanti volontari, uomini e donne di nobile volontà. L’accoglienza di cui parlo è quella umana, di senso, di com-passione. Mi sembra che una sorta di indifferenza ci porti a non renderci conto che questi nostri fratelli e sorelle, che sbarcano sulle nostre coste, ci portano pezzi delle loro vite in fuga dalla sofferenza. Si tratta di una sofferenza tale che li spinge a mettersi in viaggio anche rischiando il naufragio. Ma il vero e più sofferente naufragio è quello che si consuma negli scanni dei nostri parlamenti, dei parlamenti esistenti o no, dei paesi di origine di questi fratelli e sorelle in fuga. Si tratta dunque del naufragio di una politica che non serve più, in molti sensi. Una politica che si fa servire, divenuta idolatrica e che è lontana dal mondo-della-vita reale. Queste politiche -fatte da parlamenti nominali e di vitalizi reali- sono le cause del naufragio. E noi ci illudiamo di voler salvare chi annega e naufraga senza andare alla causa/radice del fenomeno!!! Sarà possibile? Ce la poniamo tale domanda? Mi sembra che sia importante darsi da fare per far fiorire un nuovo umanesimo; un umanesimo che con il ritmo della com-passione e la sinfonia della convivialità possa realmente riconoscere e ridare quella dignità che è l’elemento fondante di ogni creatura, di ogni essere umano. Un nuovo umanesimo che non si pieghi alle lusinghe del pensiero unico che vuole tutto omologare e che è alla base di ogni fondamentalismo. Un nuovo umanesimo che sorga dal grido di dolore di tante morti innocenti, di tanta violenza e odio che paradossalmente diventano funzionali ad un sistema di morte basato sul minimo sforzo per ottenere il massimo profitto. Le parole scritte da Pico della Mirandola sono per me una poesia in grado di ispirare un nuovo paradigma di umanesimo dal volto umano che come umanità stiamo cercando con molta fatica e tanti ostacoli. […] Stabilì finalmente l’Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me scritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto ne celeste ne terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose che sono divine.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) “De dignitatis Hominis”.

Non ho paura del naufragio al quale come società andiamo incontro; ho più paura dell’esasperato tentativo di non vedere questo naufragio che faccio sia personalmente che come parte del mondo. Quando le lusinghe dell’autoreferenzialità inibiscono il poter riconoscere che “sono perché siamo”, ossia sono perché il mio poter essere e fare trascende il mio stesso esistere, relazionarmi e agire, questo è il vero naufragio della ragione, del cuore, della vita.

Il nuovo paradigma di cui c’è bisogno è quello di pensarsi e agire come umanità non dominatrice della natura e delle relazioni, bensì come custode attento, profondamente coinvolto e capace di dipendere da ciò di cui deve aver cura. Il paradigma di un umanesimo dal volto umano deve poter coinvolgere e dar speranza alla relazione con la natura, con se stessi, con gli altri, senza trascurare l’Altro! Ritengo che questo cambio di paradigma non possa non avvenire senza grandi sacrifici e impegno da parte di tutti. Solo questo impegno e sacrificio possono rendere Sacra la Vita, l’uomo libero della vera libertà, le religioni vie di saggezza e infine le politiche causa di effettiva carità.

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