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15-03 Rete di Padova – marzo 2015

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Marzo 2015

“Vi è chi vive lamentando l’oppressione,

io sono morto denunciandola”.

Babeuf

Carissime/i, il 24 marzo del 1980 veniva ucciso il Vescovo Romero. Dopo 35 anni la Chiesa ha deciso per la sua beatificazione. Per ricordare Monsignore alleghiamo l’intervista a Ettore Masina apparsa il 15 febbraio 2014 su Difesa del Popolo (settimanale della diocesi di Padova) dal titolo “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”.

Un importante incontro sarà in maggio con il tradizionale Seminario del Nord Est. Si approfondirà la Finanza Criminale, questo è il tema,con gli amici delle reti venete, del Trentino e del Friuli e forse anche di Lombardia ed Emilia. L’incontro si terrà a Isola Vicentina, come quello del 2013. Data, orari e notizie logistiche nelle prossime circolari. I materiali preparatori si possono consultare sul sito della rete cliccando www. reterr.it

Siamo vicini alle feste pasquali, quindi: Felice e gioiosa Pasqua a tutti.

Intervista a Ettore Masina, autore della biografia “L’arcivescovo deve morire” (1995), a cura di Tatiana Mario.

Non ha mai conosciuto di persona mons. Romero, ma Ettore Masina, classe 1928, giornalista e scrittore romano, fondatore della rete di solidarietà Radié Resch (che a Padova ha radici significative), pur facendo di tutto nel 1990 per sfuggire alla stesura della sua biografia, non è più riuscito poi a farlo uscire dalla propria vita. E così nel 1995 firmò “L’arcivescovo deve morire”, a 15 anni di distanza da quel tragico 24 marzo 1980.

Come avvenne il suo “incontro” con mons. Romero?

«Ho sempre avuto una vocazione da conferenziere e, nel 1990, fui chiamato in una casa del popolo a Firenze da un gruppo di comunisti che all’epoca rappresentavo in parlamento e che si interrogavano sempre più spesso sulla teologia della liberazione, perché ritenevano che la beatificazione di Romero fosse indispensabile per aprire il dialogo tra una chiesa professante e una che viveva nascosta nella sua sede storica inespugnabile. Allora i comunisti erano convinti che parlare nelle case del popolo di temi ecclesiali fosse un fiore all’occhiello del partito per non essere tagliati fuori dal progresso e dal cambiamento sociale».

Come andò a finire quella sera?

«Ci ritrovammo alle 2 di notte, comunisti e cattolici insieme, che parlavamo ancora di mons. Romero. Eravamo tutti profondamente commossi da questo “gigante” che, nella realtà, era un uomo piccolo, basso di statura, con tanta paura di essere ucciso, e ci chiedevamo come i cristiani potessero seguire il suo esempio per vivere in maniera più impegnata e aderente al vangelo. La mattina fui buttato giù dal letto dall’amico padre Ernesto Balducci che da poco aveva fondato la sua nuova casa editrice. Mi disse: “Ho già inserito la biografia di Romero a tuo nome fra i volumi in uscita a primavera”. Gli dissi un no categorico, non avevo tempo con la mia attività da parlamentare e non avevo mai scritto nulla che non avessi visto con i miei occhi».

Quando arrivò il colpo di grazia?

«Nel 1992 Nilde Iotti, allora presidente della camera, mi inviò a El Salvador nell’America centrale come rappresentante del governo, in quanto ero presidente della commissione diritti umani in parlamento. Il governo salvadoregno stava per porre fine alla guerra civile: partii anche perché ormai avevo un debito di coscienza con Balducci che era tragicamente scomparso quell’anno. Lì tutto parlava ancora di Romero: il giorno della firma del trattato, dopo quindici anni finalmente la gente ballava in piazza di nuovo e lanciava baci al manifesto del “suo vescovo” dove campeggiava la scritta “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”, alludendo a una frase di Romero che, ancora in vita, affermò: “Se mi uccideranno, risorgerò nel mio popolo”. Stavo assistendo a un cambiamento epocale per quello stato, grande un quinto dell’Italia, che vedeva la pace dopo aver pianto, in oltre dieci anni di eccidio civile, 80 mila morti. Grazie all’ambasciatore, incontrai amici di Romero che continuavano a portare avanti il suo impegno per i poveri, per il vangelo. Ebbi accesso a resoconti mai pubblicati, conobbi la sua vera essenza oltre a quello che non solo in Salvador ma in tutto il mondo raccontavano di lui».

Perché papa Francesco lo vuole beato?

«Perché la chiesa dei poveri di Bergoglio è quella professata già da Romero: bisogna creare una nuova cultura cattolica perché la rivelazione di Cristo è a una nuova chiesa, quella dei poveri. Romero fu imputato perché era il teologo di questa nuova chiesa: girava le strade con il megafono e professava giustizia per i deboli e gli indifesi, ma amava ugualmente i ricchi a cui chiedeva la conversione del cuore».

Cos’è oggi il piccolo stato di El Salvador?

«È il quinto paese più povero al mondo con una situazione complicatissima. Il popolo è una comunità che ai suoi albori vede già la fine: la mortalità infantile è venti volte più elevata di quella italiana. La terra di tutta la nazione è in mano a soltanto sedici famiglie di ricchissimi latifondisti. Sconvolge l’amore che persiste ancora per Romero, il cui nome è legato a una parte di popolo salvadoregno che opera ogni giorno per la pace, portando avanti strutture di accoglienza per i poveri, gli emarginati, i sofferenti…».

E proprio per questo “popolo della pace”, la beatificazione di mons. Romero rappresenta il riconoscimento che la strada tracciata è quella giusta e che, a distanza di 35 anni, la sua testimonianza parla ancora a El Salvador e ai cristiani di tutto il mondo.

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