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15-05 Rete di Verona – maggio 2015

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2015

Il Seminario Nord-Est, come già si è detto, è per noi domenica 10 maggio, a Isola Vicentina dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013, il Convento di Santa Maria del Cengio.

MEMORIA: Gli amici del Guatemala ci hanno mandato delle foto in memoria dell’assassinio del vescovo Juan Gerardi Conedera, per il suo 17° anniversario, 26 aprile 1998, l’indomani degli accordi di pace, assassinio legato alla pubblicazione di “Guatemala Nunca Mas”, con la denuncia dei nomi dei militari assassini degli eccidi, che dovevano rimanere segreti.

Ci comunica quanto segue il Dottor Rigoli, l’amico Gianco: la proposta di una nuova operazione della nostra Rete di Verona in Ghana, proseguendo il nuovo impegno in Africa.

Cari amici della Rete Radié Resch di Verona, come alcuni di voi già sanno e come Dino ha anticipato nella lettera circolare di aprile, a fine marzo ho compiuto un breve viaggio in Ghana, in compagnia di Olivia, una cara amica di origini ghanesi. Pur conoscendo già la realtà di quel paese, che avevo visitato con Laura e gli amici Fenzi cinque anni fa, posso ben dire di aver ripetuto quell’esperienza di “viaggio all’altro mondo”. Prima di tutto, fin da subito, appena salito sull’aereo che da Amsterdam decollava verso Accra, l’avvertire sulla MIA pelle ciò che tanti cosiddetti “extra-comunitari” (termine che non mi è mai piaciuto, in quanto figlio di una mentalità e di una politica di esclusione) provano sulla propria qui da noi: l’essere minoranza, “scolorata” nel mio caso, visti i pochi visi pallido-slavati durante il volo e soprattutto una volta sbarcato all’aeroporto della capitale.

Tuttavia devo dire che mi ha colpito, a parte l’invadenza degli autisti dei taxi in cerca di un facile guadagno coll’”obrunì” (uomo bianco), l’accoglienza in generale calorosa, sorridente, talora addirittura riverente della maggior parte delle persone che ho incontrato, quasi fossi un ospite d’onore, così diversa dallo sguardo diffidente, timoroso, se non apertamente ostile, che tanti nostri fratelli africani sentono pesare su di sé nelle nostre città (anche se, come è ovvio, anche in Ghana non son tutte rose e fiori, visto che non mancano gli episodi di violenza , specie nella capitale e nelle ore notturne, ai danni di cittadini stranieri). In secondo luogo il fatto di aver vissuto l’intero periodo del mio soggiorno ai ritmi scanditi dalla luce del sole: per la maggior parte del tempo, infatti, mancava la corrente elettrica, che   veniva erogata per 12 ore e sospesa per le successive 24. Quindi ci si svegliava alle prime delle luci dell’alba, col canto del gallo o di qualche uccello tropicale, e si andava a letto presto, subito dopo il tramonto e con un filo d’acqua, visto che la pompa del pozzo non poteva funzionare se non con l’uso del generatore, per chi se lo poteva permettere. Una sensazione d’altri tempi, senza il bla-bla di mamma tivù: essere “costretti” a parlare con qualcuno, a pensare a sé stessi, ad apprezzare gli aspetti essenziali della vita. A questa atmosfera aggiungete un concetto del tempo completamente diverso dal nostro, dove ogni orario è a dir poco approssimativo ed ogni appuntamento è rispettato sì, ma certo senza la preoccupazione di farsi aspettare: prima o poi, con la dovuta calma, si arriva… E per contrasto la gran confusione nelle città, soprattutto nella capitale, intasate da migliaia di taxi e “tro-tro” (furgoni più o meno scassati dediti al trasporto di persone), col suono continuo dei clacson e la massa itinerante di persone, soprattutto donne, nei mercati veri e propri (grandissimo quello di Accra, una vera città-mercato! ) e in quelli lungo le vie e gli incroci stradali principali, coi fardelli più diversi sopra le loro teste: caschi di banane, ananas e frutta di vario genere, acqua, pesce, polenta (di color lilla, prodotta da un mais viola), legna, biancheria, fino ai mobiletti e persino ad una macchina da cucire… Sono presenti nelle città i segni di una crescita caotica e di un’urbanizzazione progressiva, che si leggono soprattutto nella costruzione disordinata delle abitazioni e nei lavori di perenne sistemazione delle poche strade asfaltate. Accanto ai palazzi moderni, quasi tutti sede di banche, e alle residenze recintate e spesso vigilate dei ricchi, si susseguono decine di baraccopoli prive dei servizi essenziali, per le quali il fiume, quando c’è, rappresenta luogo di pulizia personale, di scarico delle acque di tutti i tipi nonché di lavaggio delle stoviglie e degli indumenti… Man mano che ci si allontana dalle città, torna il volto più tradizionale dell’ Africa: il bel paesaggio, dove qua e là non mancano certo le tracce della violenza dell’uomo sull’ambiente, ed i villaggi nei quali è evidente una diffusa povertà che, pur vissuta con grande dignità, non può non suscitare sentimenti di rabbia e di colpa, perché ne tocchi con mano la profonda ingiustizia: riusciremo mai, noi evoluti (?) europei, a restituire a questi popoli una minima parte di quanto , in risorse umane e naturali, abbiamo loro depredato nei secoli, cosa che, con perseveranza diabolica, continuiamo a fare? Mi sono reso conto che le operazioni della Rete, pur di limitate dimensioni, hanno un grande valore simbolico per le popolazioni che, come se si trattasse degli effetti della sorte, noi ci ostiniamo a chiamare meno fortunate di noi: soprattutto perché fanno loro cogliere il nostro impegno a mantenere cuore ed occhi aperti sul perpetuarsi dell’ingiustizia, ed il nostro sforzo, nella condivisione di obiettivi “primari” (tutela dell’ambiente, promozione della salute e dell’educazione), di educare noi stessi alla limitazione del consumo di cose non essenziali. In quest’ottica è stata accolta con entusiasmo la proposta della Rete di Verona di dare supporto al percorso educativo delle ragazze del piccolo villaggio di Adjumako, nella consapevolezza generale che, anche se non cambierà il mondo, questo piccolo seme, come quello della senape evangelica, può far crescere un albero grande, alla cui cura saremo chiamati tutti a collaborare, qui da noi come lì da loro, in spirito di vera amicizia. Come sottolineava Riccardo Petrella durante il suo intervento all’ultimo convegno nazionale della Rete, come esseri umani non siamo fatti per adattarci , ma per fare progetti, esercitare una capacità profetica, trasformare sogni in realtà. Diceva anche che essere solidali non significa fare la carità, ma essere “in solidum”, essere “con”. E’ quello che ci ripetiamo spesso anche nei nostri incontri , ed   è qualcosa che ho potuto percepire pienamente qui in Ghana perché ho avuto anch’io, come tanti amici in giro per il mondo, l’occasione di incontrare, non con atteggiamento paternalistico ma con animo sinceramente solidale, uomini e donne ( soprattutto donne!) che in terre lontane sono i veri protagonisti delle operazioni della Rete , e testimoniano in prima persona la speranza, il desiderio di riscatto , l’amore per la terra e per la pace. Uomini e donne cui, credo, tutti noi dobbiamo molto.

Gianco

Arrivederci a Isola Vicentina. Un cordiale saluto solidale da

Dino e Silvana

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