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15-09 Num. 109 – Editoriale

Editoriale del numero 109

Editoriale 1

Sono arrivato in Brasile da un paio di giorni, questa mattina ho partecipato al convegno del Movimento nazionale dei Raccoglitori di Materiali riciclabili a San Paolo. Molti di queste donne e uomini, vivono in strada. Ho ascoltato con attenzione la relazione iniziale e i molti e semplici interventi che si sono succeduti. Nell’intervallo del pranzo abbiamo mangiato tutti insieme, ordinatamente in fila – vi partecipavano 600 persone- condividendo un “sano e gustoso” piatto di arroz e feijao preto (riso e fagioli neri). Rifletto su come viviamo in questo momento storico, in cui mai come prima il cibo è al centro dell’interesse generale, non solo per l’Expo, dove si prevede che possano passarvi 20 milioni di persone. In televisione si “spadella” dall’alba al tramonto, in un rincorrersi di programmi, giochi a premi e reality. Sui ripiani dell’edicole e delle librerie si fatica ad orientarsi tra le riviste di cucina e tra quelle che pur, non occupandosi direttamente di fornelli, offrono come gadget contenitori, utensili vari e padelle. Nonostante la crisi economica, nelle nostre città i super e gli ipermercati godono di ottima salute e fioriscono qua e là botteghini e negozietti dedicati a specialità di ogni tipo. I frigoriferi hanno un bel da fare a mantenere intatto tutto quello che stipiamo al loro interno, ma spesso capita pure che molto finisca nella pattumiera… Eppure la nostra è una società affamata. Molto affamata. La stragrande maggioranza dell’umanità non sa neanche che esiste la parola Milano, figuriamoci la città! Noi, quando abbiamo fame, apriamo il frigorifero o gli armadietti della cucina, mentre milioni di persone devono produrselo nel loro campo, se hanno, un pezzo di terra! Abbiamo fame di semplicità. Andiamo alla ricerca di cose elaborate, ma poi ci sciogliamo letteralmente di fronte a quelle più semplici e apparentemente più insignificanti. Abbiamo fame di essenziale. È fondamentale che gli occhi con cui guardi e il cuore con cui senti la vita, e che invece quasi non più, nemmeno se la stazione di Milano dell’Expo del “grande cibo” diventa un accampamento di profughi. Abbiamo fame di fiducia. La fiducia è un ingrediente che scarseggia sempre più sulle tavole della nostra vita. Soffice e leggera come una spezia in polvere, è pronta e vola via al primo vento contrario. Abbiamo fame di verità. Siamo così sazi di false promesse, di letture distorte dalla realtà, da arrivare a pensare di non riuscire quasi più a distinguere il “gusto” dalla verità. Abbiamo fame di silenzio. Tanti, troppi sono i rumori che ci ronzano nelle orecchie e nel cuore e che coprono la lieve e melodiosa voce della serenità, colonna sonora d’altri tempi delle nostre giornate. Abbiamo fame di speranza. Ce l’abbiamo nelle vene l’istinto profondo di trovare quel puntino luminoso, capace di indicarci la direzione e che si nasconde in mezzo alle intricate matasse di cui è intessuto il nostro quotidiano, divenendo -ai nostri occhi- quasi un sogno inafferrabile. Abbiamo fame di relazioni. Siamo alla perenne ricerca di relazioni schiette e sincere, di relazioni che non abbiano come unico scopo un qualche vantaggio personale. Abbiamo fame di relazioni intessute di semplicità, essenzialità, fiducia, verità, silenzio e speranza. Abbiamo fame di relazioni in cui sperare e su cui sperare. Ma viviamo anche in una società che ha paura di riconoscere la propria fame e che per questo si aggrappa ostinatamente a quello che crede sia veramente importante, ma che poi, alla fine, così importante non è. Abbiamo paura di dire e di dirci che abbiamo fame al punto da lasciarci paralizzare da questa paura, che blocca le nostre braccia, svuotando le dispense della nostra umanità di quella semplicità, essenzialità, fiducia, verità, paura e silenzio di cui tanto abbiamo bisogno. Abbiamo paura di dire che abbiamo bisogno di cambiare menù, di ricalibrare la dieta del nostro quotidiano. E questo non tanto per rimetterci in forma in vista dell’estate, ma per ritrovare il gusto delle cose buone che alimentano e fortificano la nostra vita. Ognuno di noi è responsabile dell’altro, della natura, della creazione, di tutti gli esseri viventi, perché è solo insieme che possiamo convivere, armonizzarci. Il grande pensatore ebreo Hans Jonas, parla del principio della responsabilità come del motivo fondamentale e assoluto per ogni generazione di non essere sola egoistica sfruttatrice delle risorse naturali, come se dopo di lei il mondo fosse destinato a finire e non ci fossero altre generazioni destinate ad occupare la terra. Una responsabilità per tutti gli abitanti attuali del mondo, nessuno escluso. Fare attività politica senza “sentire il dolore del mondo” non ha per niente senso. Occorre mobilitarsi sul territorio. Occorre trovare forme nuove di informazione, sensibilizzazione e formazione. Occorre non mollare su un terreno che è decisivo sul piano della civiltà. È morto Arturo Paoli, ci mancherà… molto!

Antonio Vermigli

Editoriale 2

Omelia da una terra dei fuochi

Avete condannato a morte il suolo che vi ha fatto nascere. L’avete venduto per trenta denari. Nessun riscatto è possibile per voi carnefici di terra materna. Nessuna pena risarcisce l’innumerevole agonia degli appestati? Spetta ai vostri figli il debito del vostro delitto. Spetta a loro e ai figli dei figli diventare medici, infermieri, chimici del risanamento, missionari di bonifiche. Spetta ai vostri figli raccogliere dalla spazzatura il vostro stesso nome? Una generazione nuova si mette camice e mascherina, guanti e tute per fare chirurgia nelle viscere guastate della propria terra. Non è solo atto di riparazione ma esigenza di futuro. L’impedimento di qualunque insulto al bene di tutti a beneficio del profitto di alcuni sarà la nuova era industriale: restauro della terra stuprata? Maledette siano le trivelle del petrolio in Basilicata e in Adriatico, maledette le industrie private e le opere pubbliche che spargono veleni di lavorazioni? Abbiamo una patria unica al mondo, imbottita dalla maggioranza del patrimonio culturale dell’umanità, affidato al più misero dei ministeri. Il nostro maggiore prodotto di esportazione è il vino. Esportiamo lavoro della terra più di qualunque prodotto industriale, spesso fabbricato fuori? Terra e Cultura sono le sole doti strategiche d’Italia? Convertirsi non è più solo parola d’ordine religiosa, ma deve coinvolgere l’economia, la spesa dello Stato. Convertire il futuro.

Erri De Luca

Riportiamo qui due brani significativi del “testamento spirituale” di don Arturo Paoli, piccolo fratello del vangelo su cui dovremmo riflettere.

Arturo è mancato il 13 luglio scorso, all’età di 102 anni, sette mesi e tredici giorni.

“Se mi si chiedesse a quale Chiesa appartengo, quella cui aderisco direi, senza esitazioni, è quella del Concilio Vaticano II°, a quella della Lumen Gentium, della Gaudium et Spes e confesso, senza tortuose ipocrisie, che penso che i due pontefici succeduti a Paolo VI sono incorsi nel rimprovero-lamento espresso da Gesù in Mt 16 e in Lc 12, sui segni dei tempi”.

“Ma vorrei dire a tutti coloro che mi ricordano che non dimentichino mai che il nostro luogo di nascita si professa cristiano-cattolico ma presentemente noi facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile”.

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