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15-11 Rete di Macerata – novembre 2015

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Novembre 2015

Cari amici, le notizie degli ultimi assalti terroristici ci parlano delle logiche di potere che vedono musulmani contro musulmani fra cui, tangenzialmente anche l’Europa è finita dentro; i nemici mortali sono, da una parte, gli islamici sunniti che si riconoscono nel perverso Stato Islamico del Califfo, dall’altra parte le minoranze sciite unite con quello che resta dei cristiani mediorientali, degli Yazidi, e le potenze occidentali. Secondo me non si può parlare di una guerra di religione ma di una guerra in cui la religione serve a legittimare propri obiettivi e propri traffici economici per il controllo di territori e di risorse. Ho letto di un rapporto di un analista della Cia che sostiene la tesi per cui anche ipotizzando l’inesistenza dell’Islam, il Medioriente sarebbe insanguinato dagli stessi conflitti a cui oggi assistiamo. Conferma questo pensiero il fatto che fra i foreign fighters, ovvero, gli occidentali che vanno a combattere per l’Isis, non ci sono solo musulmani, o disperati delle periferie metropolitane, ma troviamo cristiani, ebrei, laici, atei, ragazzi della medio alta borghesia, attirati dalla propaganda apocalittica del Califfo che li convince di combattere in nome dell’umanità. Ho fatto questo preambolo alla lettera di novembre perché non potevo esimermi dall’ esprimere tutto il mio dolore per quanto ci sta accadendo intorno, per non parlare dei tanti profughi morti per fuggire proprio da questi attacchi terroristici in Siria, in Libia, in Afganistan, in Libano,in Iraq e ai tanti, troppi, bambini morti in mare, si parla di più di 700 bambini morti negli ultimi mesi di cui la televisione non ci risparmia le immagini. Vorrei, allora, parlare di come ci si può riscattare da una vita di errori legati alla guerra e alle armi; voglio parlare di Vito, il trafficante di armi. Lavorare per la guerra. Costruire mine. Produrre, arricchirsi e poi capire che quella vita non può continuare. Mollare tutto, perdere soldi, potere e anche affetti familiari per ricostruirsi un’esistenza morale partendo da meno di zero. E’ la storia di Vito A. F., ingegnere barese di 52 anni, oggi infaticabile «sminatore» al servizio di «Intersos», organizzazione umanitaria per l’emergenza, che si occupa di liberare le zone di guerra dalle mine, «l’arma della vergogna». Raccontare il percorso umano di quest’uomo può essere utile per capire come spesso la strada che porta alla pace è tortuosa. Vito nasce in una antica famiglia di industriali baresi. Il trisnonno fu il primo costruttore di mattoni rossi dell’intero Sud Italia. Nell’82 la laurea in ingegneria elettrotecnica e il posto nell’azienda di famiglia. Siamo negli anni Ottanta a Bari, capoluogo di quella Puglia produttiva che i socialisti di Rino Formica hanno eletto a modello di sviluppo dell’intero Sud. Il vecchio detto «se Parigi avesse lu mere…» è gettato alle ortiche, Bari con i suoi poli industriali, i suoi «cantieri» (gente che assembla pezzi nelle vecchie masserie trasformate in laboratori), il suo baricentro e i poli commerciali, ambisce a far concorrenza alla invidiata Milano. L’azienda di famiglia la «Tecnovar», produce mine e componenti di mine antiuomo e anticarro. E le vende. Un milione e trecentomila ordigni all’esercito egiziano, ad esempio, e poi contenitori in bachelite per congegni anticarro a pressione, 8 milioni di mine per l’esercito italiano. La nave va, come si diceva in quegli anni. Vito è la mente tecnologica dell’azienda. Mente tormentata dal dubbio, però. Lui, rampollo di una vecchia famiglia di tradizione liberale, ha studiato dai gesuiti, nel tempo libero frequenta i gruppi ecclesiali di base e «Mani Tese». Disdegna i circoli della «Bari bene» e per la famiglia è poco meno di una pecora nera. «Vito – gli dicevano – non farti scrupolo, tanto le mine se non le fai tu le fa qualcun altro». «Pensa ai 150 operai e alle loro famiglie». E Vito andava avanti. Fino al 1984, quando Francesco Rutelli denuncia che la Tecnovar aveva prodotto mine marine presenti nel Mar Rosso. L’industria barese replica sdegnata, «noi – dicono i vertici – produciamo solo mine antiuomo e anticarro» (come se questo fosse un vanto). Tre anni dopo, però, la magistratura barese apre un’inchiesta a carico del proprietario della Tecnovar, per esportazione dei capitali all’estero mediante «sottofatturazione delle forniture di mine fatte dalla Tecnovar alla società egiziana “Eliopolis” dal ‘79 all’85». Scoppia lo scandalo. E nella mente di Vito cominciano a frullare pesanti dubbi sulla sua vita e sul suo lavoro. Dichiara a «Famiglia Cristiana» in un’intervista: «Io non sono un trafficante d’armi». Le denunce, però, sono fortissime. «Dagli anni ‘80 fino al ‘93 – scrivono gli attivisti di “Campagna italiana contro le mine” – le tre aziende italiane produttrici di mine (seconde in Europa solo a quelle jogoslave), Valsella, Tecnovar e Sei, avrebbero concesso licenze di produzione all’estero a sette paesi: Sud Africa, Singapore, Spagna, Grecia, Portogallo, Australia, Egitto». La TS50 progettata da Vito ha, quindi impestato tutto il mondo. Vito è sempre più consapevole che il suo lavoro non è innocente, capisce che c’è una relazione strettissima tra produrre “quelle” armi e il loro impiego; impiego che produce al 90% vittime civili. “Ci sono paesi –dice ora- in cui le mine sono usate in modo criminale come in Angola, in Afganistan,in Mozambico,in Congo.” La pressione si fa sempre più forte. Nel 1993, finalmente, il governo italiano stabilisce uno stop alla produzione di questi ordigni (su 100 milioni di mine diffuse nel mondo, si legge in inchieste dell’Onu, almeno il 13 per cento è made in Italy) e una moratoria per consentire la riconversione delle industrie. Il dubbio, ormai, è ben insinuato nella mente e nella coscienza dell’ingegner Vito A.F. «Ricordo – racconta oggi – le telefonate di Nicoletta Dentico che all’epoca coordinava la campagna italiana contro le mine. E Gino Strada che mi chiamava a casa e senza andare tanto per il sottile mi diceva: “Ti dispiace? Non basta. Devi fare qualcosa”». E poi Don Tonino Bello, l’arcivescovo pacifista di Molfetta. «Mi invitava ai convegni sul traffico d’armi, mi faceva parlare, ma soprattutto mi consentiva di capire tante cose. “La pugnalata più forte me la diede mio figlio: eravamo in macchina, io avevo un catalogo della Tecnovar sui sedili posteriori e lui, piccolissimo, cominciò a farmi domande sul perché si producessero le armi. Io provai a dirgli che qualcuno doveva pur farlo, ma lui chiese a bruciapelo: ”Si, ma perché proprio tu?” Quella era l’unica domanda che non mi aveva fatto nessuno! Sì, c’era una sorta di offensiva sulla mia coscienza che mi portò ad assumere una serie di decisioni». La prima: rompere con la famiglia di origine, che, cresciuta al riparo delle commesse militari, lo considerava un traditore. La seconda: lasciare la fabbrica e quel tipo di lavoro. La terza: darsi da fare. «Nel senso di riconvertire radicalmente l’uso delle mie conoscenze tecniche. Usare i mie studi, le mie capacità per liberare il mondo dalle mine». Un primo impegno nel ‘97 a Oslo, come consulente impegnato a definire i punti più delicati del trattato di Ottawa, due anni dopo in «Intersos» a dirigere e coordinare progetti di sminamento nelle zone calde del mondo: Bosnia, Serbia, Kosovo.Una delle imprese più ardue è stata quella di sminare la pista di bob delle Olimpiadi invernali del 1984 a Serajevo. E sempre con quel tarlo in mente. «Sì, ogni volta che tiro fuori una mina la osservo, cerco di leggere il nome della fabbrica che l’ha prodotta.». Nel team di Vito hanno lavorato sia musulmani che serbi, sia ex guardie di Mladic che ex minatori di Olovo, ma tutti motivati a bonificare terreni pericolosi. Un lavoro duro, quello con «Intersos». Pericoloso. Pagato poco, 2-3 milioni al mese delle vecchie lire. Disinnescare mine in un campo è un’operazione lentissima. Si lavora in coppia lungo dei corridoi, dandosi il cambio ogni mezz’ora. Si avanza carponi con un metal detector in mano. Accertato che il terreno è sicuro, si sposta ogni volta un po’ più avanti l’asticella che divide la zona libera da quella ancora da monitorare. Quando il rilevatore suona, si affonda delicatamente uno spillone nel terreno. Una volta individuate, le mine vengono estratte e fatte esplodere in una fossa poco distante. «Sì, ero un industriale, ora vivo così. Ma va bene. La mia non è una forma di masochistica espiazione, è qualcosa di più complesso: è la mia nuova vita». In questi anni la sua squadra ha trovato e reso inoffensive oltre 5 mila mine. Oggi pensa che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove stanno impiegando mine belghe o copie di mine brasiliane. «Ma non ora, ora è impossibile andarci». Il lavoro dello sminatore è un lavoro del dopoguerra, un lavoro portato a termine da un popolo di formiche che lotta contro le metastasi di un disastro già ideato e deflagrato. Eppure, senza quelle formiche, la guerra continuerebbe per decenni. A ogni esplosione, una nuova nuvola di odio si alzerebbe dalla terra. E questo Vito lo sa. Nessuno meglio di lui può saperlo.

Carissimi, la prossima riunione del gruppo di Macerata si svolgerà il 9 dicembre alle 17 a casa mia in via Medaglie D’Oro 9. Spero di vedervi numerosi anche per cogliere l’occasione per farci gli auguri di Natale. Per ogni comunicazione chiamate il seguente numero telefonico 0733 239928, se non sono in casa lasciate un messaggio nella segreteria telefonica. Un abbraccio.

Maria Cristina Angeletti

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