HomeCircolari Locali15-12 Rete di Verona – dicembre 2015

15-12 Rete di Verona – dicembre 2015

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Dicembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, chiudiamo con questa lettera la riflessione relativa a questo anno 2015, un anno davvero molto particolare, che segna un vero cambio di epoca: cambia il clima, e non si torna indietro. Cambiano le emigrazioni, gli spostamenti dal Sud verso il Nord, non solo sui gommoni nel canale di Sicilia, e non finiranno tanto presto. Cambia lo stato di guerra, in cui ormai siamo immersi in tutta Europa. E continua ad allargarsi la forbice tra ricchi e poveri, tra pensionati e nuovi lavoratori. La nostra è una società polarizzata e profondamente malata. Molti sono gli elementi di preoccupazione, alcuni anche di speranza, ma questi segni sono più difficili da cogliere, più deboli, meno evidenti, rispetto ai messaggi di guerra che continuano su ogni giornale. Di fronte agli attentati di Parigi, e alle nuove minacce a Roma e a Londra e in USA, si alzano sempre di più i controlli, la militarizzazione, nonostante tutti si affannino a dire che non cambia la nostra vita, che tutto rimane com’era prima. Preoccupanti sono i bombardamenti che continuano, e anzi crescono, anche se non produrranno alcun cambiamento positivo. Preoccupanti le pressioni delle multinazionali per impedire qualsiasi decisione del Cop21 di Parigi per il clima, perché non vengano limitate le emissioni legate al petrolio. E continua la persecuzione dei palestinesi, denunciata anche dalla presa di posizione ferma e quasi ironica della ricercatrice Samar Batrawi, contro il diritto all’autodifesa di Israele, contro i loro occupanti, i loro torturatori, i loro carcerieri, i ladri della loro terra e della loro acqua, che li esiliano, che demoliscono le loro case. Ma ci sono anche segnali positivi, ad iniziare al Giubileo della Misericordia, con la Porta aperta prima di tutto in Africa, nella Cattedrale di Bangui, una piccola chiesa ma molto significativa, che noi della Rete abbiamo imparato a conoscere dall’operazione sostenuta dalla Rete di Savona (questo era il luogo di allora), col Convegno a Bangui dove andò anche Latouche, con i bambini neri che dicevano “ma dove li avete trovati questi bianchi senza soldi?” Di questo Giubileo parleremo ancora molto, dei suoi molti significati. E’ positivo che l’Ordine degli Architetti e l’Ordine degli Ingegneri di Verona si siano opposti formalmente al pensiero dominante, al pensiero unico-liberista, alla finanza che ricerca il massimo profitto, impoverendo tutti e accumulando la ricchezza nelle mani di pochi, tutto in contrasto con la Costituzione, contro il concetto di bene comune, contro il principio di uguaglianza e la libertà. Hanno invocato una nuova resistenza a queste leggi criminose e criminogene, per preservare il bene comune, contro l’Urbs capta! E questo è stato affermato da degli Ordini professionali! Un altro segnale positivo è la lettera mandata ai giovani dei paesi occidentali dalla Guida della Religione islamica dell’Iran, l’imam Alì Khamenei, per focalizzare l’attenzione dei giovani -e meno giovani- non solo sulle vittime del terrorismo di Parigi, ma anche sulle vittime del terrorismo sostenuto dall’Occidente, in Israele, del militarismo che riduce paesi in macerie, riduce città in cenere, distrugge civiltà millenarie parlando di popoli che non accettano di omologarsi e uniformarsi rapidamente, contro una cultura aggressiva e volgare (sono tutte parole di Khamenei, tradotte ovviamente). L’imam critica decisamente l’ISIS, ma anche afferma che l’ISIS non è un prodotto dell’Islam. È un testo da leggere e meditare, per poter cercare insieme segni di speranza. È un grande segno di speranza incontrarsi in tanti per cercare possibili azioni di sostegno e liberazione, come stiamo facendo nel nostro piccolo gruppo di Rete veronese, ospitati ora dalle sorelle comboniane di Combonifem. E l’attenzione all’Africa e la Ghana ci danno nuovi motivi di riflessione e di conoscenza, e di azione concreta, perché l’Africa è il luogo dove l’oppressione è più forte, e ne sappiamo troppo poco. Il dottor Rigoli ci ha mandato un’analisi particolarmente interessante della situazione, che allego alla circolare, per chi desidera leggere un po’ più ampiamente la situazione di neocolonialismo e per spiegare perché vogliamo sostenere la scolarizzazione di alcune ragazze di Ajumako, questa cittadina lontanissima da Verona diventata un luogo di nostro interesse. Una parte del testo le inserisco qui in circolare, come modello di riflessione, perché sostenga le altre considerazioni politiche e concrete. Salto le considerazioni sulle dimensioni dell’Africa, sul mal d’Africa, sulla gomma, sull’oro, sul petrolio, sul cacao, e mi soffermo qui sul riso e sull’autosufficienza alimentare del Ghana, completamente stravolta dalle politiche finanziarie USA. E poi ci meravigliamo se gli africani scappano in Europa, a cercare una futuro migliore per i loro figli!

Come l’ingerenza della finanza modifica la nostra vita: l’esempio del riso in Ghana

Da sempre la coltivazione del riso in Ghana è stata un’attività economica di rilievo. Ad esempio, alla metà degli anni ’70, i produttori di riso riuscivano quasi a coprire l’intero fabbisogno nazionale e la produzione era particolarmente abbondante nel nord del Paese. Il suo successo può essere largamente attribuito al programma governativo “produrre- per-vivere”. La messa in atto di questo programma ha permesso sia ai piccoli che ai grandi produttori di essere sostenuti da consistenti contributi, che hanno consentito di abbassare i costi produttivi del riso. Tuttavia, a partire dal 1983, i contadini del paese hanno visto gradualmente diminuire i sussidi per l’agricoltura a causa del Programma di Recupero Economico imposto dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale come risposta al debito estero ghanese. La conseguenza principale di questo programma fu l’adozione della politica di liberalizzazione agricola e l’essenza di questa politica era l’adeguamento dei prezzi a quelli del mercato internazionale … L’effetto combinato della sospensione degli incentivi governativi ai produttori locali e della liberalizzazione comportarono una crescita delle importazioni e una riduzione della produzione locale.

L’aumento delle importazioni è stato abbondantemente documentato da dati FAO e Oxfam. Contemporaneamente la produzione locale era in costante calo: mentre a metà degli anni 1970 era sufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione, nel 2002 rappresentava solo il 36% delle scorte nazionali. La motivazione principale che sta dietro alla promozione delle politiche di liberalizzazione nel Sud del mondo è quella di favorire il libero scambio, garantendo un accesso equo al commercio in maniera che le nazioni partecipanti possano beneficiarne. Il nostro caso, pur solo considerando l’origine del riso importato, è una dimostrazione dell’iniquità di tali politiche. Una parte significativa delle importazioni di riso in Ghana, infatti, proviene dagli Stati Uniti. Nel 2003 le importazioni di riso dagli Stati Uniti ammontavano a 111.000 tonnellate, un dato molto vicino alla produzione interna del Ghana nel 2002. Negli ultimi due decenni la produzione statunitense è cresciuta sino ad eccedere il fabbisogno interno ghanese del prodotto. Secondo una dichiarazione del 2006 dell’USDA Foreign Agricultural Service Strategy, gli Stati Uniti considerano il Ghana uno dei maggiori consumatori di riso americano, un fattore che li aiuta a consolidare la loro fetta di mercato a dispetto della forte concorrenza con altri paesi esportatori, prevalentemente asiatici. Di conseguenza gli Stati Uniti cercano di imporre al Ghana ulteriori tagli ai sussidi agricoli. Paradossalmente, al contrario, secondo uno studio commissionato dal Dipartimento di Agricoltura americano, il 57% delle fattorie statunitensi produttrici di riso non sarebbe riuscito a coprire i costi se non avesse ricevuto sussidi statali…

Grazie a questi contributi, i coltivatori statunitensi sono in grado di esportare il riso a un prezzo addirittura inferiore ai costi di produzione. I costi medi di produzione e lavorazione di una tonnellata di riso bianco degli Stati Uniti ammontavano a 415$ tra il 2002 e il 2003, ma la stessa quantità veniva esportata nel Paese africano al prezzo di $274 cioè inferiore del 34% al suo costo. A rendere la situazione ancora più disastrosa per i piccoli produttori di riso del Ghana, gli importatori statunitensi hanno adottato raffinate strategie di marketing e investito grosse cifre in campagne pubblicitarie per convincere i consumatori   ad utilizzare il riso statunitense … E mi fermo qui, per il resto leggete la relazione completa.

Nella prossima lettera in gennaio 2016 faremo il bilancio della colletta 2015, e proporremo le linee del Convegno Nazionale, previsto per l’8, il 9 e il 10 aprile prossimi.

Un affettuoso augurio di Buona Santa Lucia, Buon Natale, e di un Buon 2016. Arrivederci al prossimo incontro.

Silvana e Dino

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