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16-05 Rete di Macerata – maggio 2016

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Aprile 2016

Cari amici, il 26° Convegno Nazionale della Rete Radie’ Resch che si è tenuto a Trevi l’8, 9,e 10 aprile con il titolo “Migranti oltre l’Accoglienza” è stato, come sempre, interessante e coinvolgente centrando il tema con relatori e ospiti importanti e competenti; Padre M. Z., profugo eritreo, poi sacerdote e oggi presidente dell’agenzia Habeshia, che assiste rifugiati e richiedenti asilo, nonché candidato al Nobel per la pace, ci ha parlato delle terribili condizioni di vita del popolo eritreo che deve sottostare a un regime ingiusto che limita qualsiasi libertà di movimento e di pensiero; si pensi che tanto gli uomini quanto le donne sono tenuti ad essere al servizio dello Stato come servizio militare, i primi fino a 50 anni di età, e le seconde fino ai 40 anni. E’ questo, oltre alle carestie, alle guerre, ai rapimenti, al traffico di organi, uno dei motivi per cui i giovani scappano anche a costo di perdere la vita. Z. ha concluso il suo intervento asserendo che finché non si troverà una soluzione per tutto il Sud del mondo dove le condizioni di vita sono comunque precarie e non verranno cambiate le politiche dei potenti, le tragedie continueranno. TUTTO QUESTO NEL SILENZIO ASSORDANTE DEL MONDO CIVILE. La seconda testimonianza è stata quella di O. T., membro del Congresso del Kurdistan, che ha parlato dell’apartheid a cui la Turchia condanna i curdi cercando di estrometterli da ogni diritto, fino ad eliminarli fisicamente. O. ci ha parlato di come il popolo curdo stia resistendo all’oppressione, alla mancanza di uno status politico e giuridico ed ha affermato che la lotta per l’autodeterminazione curda non è una lotta fine a   sé stessa, ma per tutta l’umanità, per la convivenza fra diverse etnie, culture e religioni. Ci ha raccontato di come la sua vita sia sempre stata una lotta, di come la sua famiglia sia stata perseguitata dal regime turco, di come lei sia cresciuta in prigione con i genitori, di come sia entrata nel movimento di liberazione curdo, di come si è formato il movimento delle donne curde; il tutto visto con gli occhi di donna. Ha parlato di resistenza alla disumanizzazione, di forza di volontà, di speranza incrollabile. Infine W. A. R., fondatrice della ong palestinese “Filastiniyat” per la partecipazione delle donne e dei giovani alla vita politica della Palestina, ha affermato che si parla sempre meno della questione palestinese, mentre Israele seguita a conquistare territori; 2 milioni di palestinesi sono ghettizzati a Gaza dove la disoccupazione giovanile ha superato il 30%, e negli ultimi 13 mesi l’unico passaggio con l’Egitto utile per rifornire la gente di viveri, medicine e beni di prima necessità, è stato aperto per pochissimi giorni. Di fronte all’indifferenza della comunità internazionale, W. ritiene che sia più utile rivolgersi alle persone per ottenere il consenso dal basso che porti ai due famosi stati per due popoli. Ha fatto, altresì, una serie di proposte per contrastare lo strapotere israeliano: boicottare i prodotti made in Israele; informarsi sulla situazione rivolgendosi a fonti locali o utilizzando facebook o indirizzi internet, evitando i media che distorcono la realtà; firmare le petizioni contro il trattamento disumano del popolo palestinese chiuso a Gaza, e, per finire, ha parlato di speranza, affermando che essa, nonostante tutto, si respira proprio a Gaza, dove si può toccare con mano con quanto coraggio venga affrontata quella situazione dalla popolazione. Un’altra parte interessante del Convegno è stata quella dei lavori di gruppo svoltisi il pomeriggio del 9 aprile; io ho partecipato a quello intitolato “ Terre di confine” a cui sono intervenute: la Caritas di Savona portando la sua esperienza sull’accoglienza ai migranti, fatta sia nelle Parrocchie che in case private; la cooperativa Integra di Quarrata che realizza l’integrazione di donne straniere e italiane in situazione di disagio, impiegandole in un’attività artigianale di produzione di oggetti di bigiotteria, di arredo casa, fabbricazione di bomboniere, accessori personali, la cui vendita è realizzata via internet e grazie al commercio equo-solidale. La responsabile della cooperativa, pur non nascondendo le difficoltà di ordine economico, ha testimoniato la pacifica convivenza di donne diverse per esperienze, nazionalità e religione (marocchine, rumene, ucraine, italiane); la responsabile della cooperativa Askavusa di Lampedusa che si è sempre occupata di accogliere i viaggiatori (è così che preferiscono chiamare i migranti) ha messo l’accento sulla differenza fra l’accoglienza in Sicilia con il progetto Mare Nostrum e quanto accade ora con Frontex. Prima i migranti venivano inseriti nel tessuto urbano di Lampedusa, ora vengono raccolti al largo da grosse navi e poi portati nel centro di raccolta che è completamente militarizzato, è impossibile contattare queste persone o avere una qualunque relazione con loro. L’atteggiamento della cooperativa è molto critico nei confronti dell’oggi, non solo per Frontex, ma anche per i tanti miliardi che l’Europa ha assegnato alla Turchia per respingere buona parte dei profughi, mentre ci sono esperienze molto più positive da prendere come esempio, vedi la Comunità di S.Egidio e la Chiesa Valdese che con molti meno soldi hanno organizzato corridoi umanitari per salvare migliaia di migranti e portarli in Italia in sicurezza, dopo seri controlli dei requisiti di asilo. E’ stato chiarificatore l’incontro con due giovani africani che hanno parlato delle difficoltà incontrate nell’esperienza lavorativa in Italia: appena giunti sono stati occupati, sotto caporalato, a Rosarno per raccogliere mandarini e aranci; dopo i fatti tragici di Rosarno si sono spostati in Lazio dove, con l’aiuto di un centro sociale romano, hanno fondato una cooperativa per la produzione di yogurt a Km zero, distribuendo il prodotto in bici; ora producono anche verdure bio avendo vinto un bando della Regione Lazio per ottenere un appezzamento di terreno; il risultato importante è stato che da due componenti iniziali ora stanno occupando altri 4 immigrati e due italiani. Sono molto riconoscenti anche ai Gruppi di Acquisto Solidale che si impegnano per la promozione del loro yogurt tanto che da 10 litri settimanali sono passati a produrne 150, ma la fatica è stata tanta e anche forte la delusione di vedersi spesso trattare come merce e non come persone. Il nome della loro azienda è BARIKAMA che vuol dire “Resistente”. Da questo gruppo di lavoro sono, alla fine, scaturite idee che sono state riassunte in alcune frasi che abbiamo condiviso con gli altri gruppi: 1) oggi vittime domani vera accoglienza; 2) resilienza e inclusione, piuttosto che integrazione; 3) condivisione, comunità, fiducia; 4) interazione protagonismo. Il 9 aprile, ultimo giorno del Convegno, è stata la volta degli ospiti: C. K., deputata europea ha parlato delle politiche di asilo proposte nel Parlamento Europeo, del principio di solidarietà, dell’ecoripartizione delle responsabilità, della redistribuzione delle persone in tutto il territorio europeo, dei ricongiungimenti familiari, dei minori, dei visti umanitari, dei risultati inefficaci dettati dall’approccio emergenziale, della revisione del regolamento di Dublino, e della più o meno utile collaborazione con i Paesi terzi, concludendo che la sicurezza della persona è alla base dello sviluppo della società europea in quanto l’emigrazione è da considerarsi un fenomeno naturale. Il paleologo F. V. docente di Diritto di asilo e componente del Collegio in Diritti Umani ha sottolineato la mistificazione dei fatti che parlano solo di sicurezza invece di politiche immigratorie e di capacità di capire i problemi e le cause dei problemi.   Infine M. B. scrittore senegalese, autore e interprete di teatro, (vittima in prima persona del razzismo in quanto nel 2009 a Milano, alla fermata di un tram, fu accoltellato da uno sconosciuto solo per il fatto di essere africano), ha incantato l’uditorio con le sue dissertazioni sul razzismo, sui pregiudizi, sulla ricchezza delle differenze, sulle contraddizioni, i sogni, le speranze di una vita migliore, i dolori e le gioie dei migranti, ha parlato di società liquida considerando l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da strutture che si scompongono e ricompongono in modo vacillante e incerto, appunto fluido.” Il consumismo crea rifiuti umani, la globalizzazione è l’industria della paura, la mancanza di sicurezze e la vita sempre più frenetica ci costringe ad adeguarsi al gruppo per non sentirci esclusi, e mercifica l’essere umano”. Infine mi si permettano alcune considerazioni: Cercando risposte scientifiche e non emotive alle dolorose cronache che abbiamo sotto gli occhi, è necessario interpretare questo fenomeno che sta mettendo in crisi la nostra idea di frontiera e di mobilità. Un milione di persone nel 2015 ha tentato di raggiungere l’Europa sopportando viaggi in condizioni disperate che hanno fatto più di 4mila vittime; crescono i campi profughi, si alzano muri per tentare di arginare quella che viene chiamata emergenza umanitaria epocale che per i governi europei è un elemento di instabilità politica cruciale; in realtà quello che da anni interessa l’Europa è parte d un fenomeno globale che conta 240 milioni di migranti dei quali solo il 10% sono rifugiati. La stragrande maggioranza è formata da persone che si muovono in cerca di lavoro, o per ricongiungersi ai familiari e spesso la loro meta non è il “ricco” occidente, ma anche paesi in via di sviluppo. Più di un terzo dei profughi economici, oltre 80 milioni di persone, riporta l’Osservatorio Internazionale sull’ emigrazione (OIM), si è spostato dall’Indonesia alla Malesia da Haiti alla Repubblica Dominicana, dalla Burkina Faso alla Costa d’Avorio, dall’Egitto alla Giordania. La migrazione provoca reazioni irrazionali anche se SPOSTARSI NEL MONDO FA PARTE DELLA NATURA UMANA, fin dall’origine della nostra specie, dicono gli antropologi; l’ultimo esodo di massa avvenne fra il 1850 e il 1910 verso il così detto Nuovo Mondo quando le Americhe accolsero 2 milioni di emigranti all’anno; e mentre gli antropologi spiegano che c’è una diffidenza innata nei confronti del diverso percepito come potenziale portatore di malattie e contagi, per l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo   (che raduna i 34 paesi più ricchi del mondo), i migranti rappresentano una sicura opportunità di crescita, se inquadrati opportunamente nel mondo del lavoro; essi infatti, pagano tasse superiori ai benefici che ricevono, in quanto in genere si tratta di persone giovani che vogliono tornare nei loro paesi prima di aver bisogno di assistenza medica, pensionistica o di servizi sociali. Lo dimostrano alcuni recenti studi fatti in Gran Bretagna dall’Office for Budget Responsibility, osservatorio britannico per le risorse fiscali, che ha calcolato che se nei prossimi 50 anni in Inghilterra il numero degli immigrati raddoppiasse, contribuirebbe , in prospettiva, ad abbattere il debito pubblico britannico di un terzo, mentre se si chiudessero le frontiere il debito potrebbe aumentare fino al 50%.

Un saluto affettuoso

Cristina

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