Home2006dicembre

Rete Radié Resch di solidarietà internazionale
Atti del 21° Convegno nazionale della Rete Radié Resch
“Tra Sud e Nord nuovi percorsi di politica”
a cura di Ercole Ongaro
Rimini, Hotel Punta Nord, 24-26 marzo 2006
La sbobinatura delle relazioni non scritte è del gruppo di Luca Mucci di Modena
Sessione di venerdì 24 marzo 2006, pomeriggio
Relazione introduttiva della segreteria:
Maria Teresa Gavazza e Giuseppe Padovano
Carissime e carissimi,
dopo il convegno del 40° compleanno della nostra Rete l’appuntamento si rinnova. È splendido ritrovarci qui, a
Rimini, rivedere i volti di ognuno con le storie che ci caratterizzano ma ancor di più perché vogliamo un
momento profondo di riflessione.
In effetti, in questo biennio sono molti gli avvenimenti negativi che ci inducono a pensare che il potere
economico-finanziario e politico di pochi oligarchi resisterà, ma tantissimi altri sono gli avvenimenti che ci
inducono a sperare ed ancor di più a credere che un Altro mondo, più giusto e solidale non solo è possibile, ma è
tangibilmente vicino e per questo vale la pena continuare ad impegnarsi per una solidarietà generosa, a spendersi
con la responsabilità di cambiare noi stessi, insieme agli altri e di cercare la giustizia.
Un altro mondo è vicino
Dando uno sguardo dal punto di vista internazionale abbiamo segnali incoraggianti dal continente sudamericano,
bacino propulsore di nuove forme politiche di organizzazione condivisa e popolare. Sicuramente dal Brasile, pur
con tutte le divergenze e dissociazioni proprie di questo continente, dove l’MST (Movimento dei Senza Terra)
con la sua marcia per la vita e per la riforma agraria su Brasilia rappresenta uno splendido modello di
organizzazione pedagogica, politica, economica e sociale. Sicuramente dall’Argentina, con il riscatto della
politica e le sue nuove forme di lavoro e di rinascita sociale, ma anche dal Venezuela con Chavez, dal Cile con
Michelle Bachelet, vittima della dittatura militare, socialista, prima donna Presidente e da pochi giorni entrata in
carica, dalla Bolivia con la recente vittoria elettorale dell’
indigeno aymara Evo Morales, ex sindacalista dei
contadini coltivatori della foglia di coca, dal Perù con Toledo e così via. Segnali positivi anche dal continente
africano, dalla Palestina e dall’Asia. Ma dal continente americano arrivano anche note dolenti con le situazioni
drammatiche che si vivono, e ci coinvolgono per la vicinanza ai nostri fratelli, in Haiti e in Guatemala con le
lacerazioni provocate dalla guerra civile sulle persone, le comunità, i tessuti sociali ma anche con il
disboscamento e la distruzione dell’equilibrio ambientale.
Dal punto di vista nazionale abbiamo avuto esempi di nuova politica, istintivamente organizzata dal
basso, quali la protesta della Val di Susa contro la realizzazione della linea ferroviaria ad Alta velocità ma anche
dai tanti comitati popolari sorti per la difesa dell’acqua come risorsa e bene comune e contro la privatizzazione
in diverse parti d’Italia.
Politica di omologazione e politica di cambiamento
Questo ci serve per puntualizzare un paio di concetti sulla politica che oggi governa la società ma è sempre più
un puro esercizio di potere per la conservazione delle fasce sociali più forti, che cura e tiene a cuore gli interessi
della oligarchia al potere, che non tutela e rappresenta i più deboli, anzi questi continuano a subire l’
assenza di
politiche eque e attente ai valori della giustizia sociale. Questa politica non favorisce e non valorizza la
partecipazione e il protagonismo sociale ma cerca in ogni modo di omologare le menti.
Al contrario la Politica che preferiamo è in sintesi la capacità di ognuno di riappropriarsi della propria vita e
divenire protagonista sociale per promuovere la costruzione di percorsi solidali, di una società aperta e solidale.
Questa politica permette di costituire piccoli gruppi che poi storicamente sono sempre stati quelli che hanno
avviato i processi in grado di cambiare il mondo, di modificarne il punto di vista per gli interessi, da
personalissimi a interessi collettivi e significativi per la società. Questo modo di intendere la politica ha fatto sì
che personalmente, ma con molti di voi presenti in sala, da anni sosteniamo la campagna Obiezione di coscienza
alle spese militari per la Difesa popolare nonviolenta, la campagna contro le Banche armate ed abbiamo scelto di
promuovere come Rete Radié Resch la campagna ControlArms, la Rete italiana per il disarmo, ed anche la
campagna contro il turismo sessuale, e con il Centro documentazione informazione e formazione per lo sviluppo
2di Bangui abbiamo organizzato un Convegno di riflessione su “Pace e società civile” che si è tenuto dal 6 al 13
gennaio 2006.
Percorsi della nuova politica tra Sud e Nord
Per l’importanza che riveste, abbiamo voluto incentrare il nostro Convegno sui percorsi della nuova politica che
fioriscono tra il Sud del mondo, in primis, e il Nord “ricco e opulento” che sta cominciando a risvegliarsi;
speriamo che gli italiani si siano svegliati dall’incubo che li ha colpiti e che tra meno di 15 giorni si vedano i
risultati 1 … La condivisione di esperienze, saperi e competenze con il sud del mondo può essere elemento di forte
stimolo per tutti.
Come al solito, il lavoro di preparazione del Convegno è stato lungo e faticoso, ma parimenti qualitativamente
elevato e siamo certi che troverà il riscontro di ognuno di voi. Ancora una volta il Coordinamento nazionale si è
dimostrato l’
anima della Rete, la sua ricchezza, una forma autentica di dialogo, di comunicazione partecipativa e
voglio fare i complimenti a tutti per il lavoro svolto e per l’aiuto dato alla segreteria. Poterlo poi iniziare in
questa giornata, nella quale ricorrono gli anniversari del golpe militare in Argentina (1976) e dell’assassinio di
mons Romero (1980), è stato davvero una speciale coincidenza e insieme una precisa volontà.
Come ci ricorda Ettore Masina in una delle sue “Lettera”, Paolo VI disse una volta: “Vi sono tempi in cui l’unico
vero realismo è quello delle utopie”. E noi, vogliamo rivendicare il diritto all’
utopia, perché da sempre rende
possibili percorsi di un nuovo modo di fare politica. Dobbiamo, pertanto, essere capaci di un pensiero divergente
e creativo, perché solo in questo modo è possibile la creazione di “utopia” intesa non come “non luogo”, ma
come Ideale cui tendere per liberarci dalle maglie della omologazione, in cui una politica meramente economica
vuole imprigionarci.
“Dialogo tra Sud e Nord”
Tavola rotonda con
Giovanna Ricoveri, giornalista
Mario Lill, del Movimento “Sem Terra” 2
coordinatore: Gabriele Colleoni, giornalista
Colleoni
Benvenuti a tutti! Diamo il via a questo primo incontro che apre il convegno di quest’anno. Sono un giornalista
di Verona. Ho avuto la fortuna di incontrare la Rete Radié Resch 25-26 anni fa, e di aver fatto un bel tratto di
cammino insieme con i gruppi, in particolare con quello di Verona. Il tema che intendiamo affrontare ora e che
apre il convegno è: “Il dialogo tra Nord e Sud”.
Con me ci sono la giornalista Giovanna Ricoveri e Mario Lill del movimento brasiliano dei “Sem Terra”, che
rappresenta il Rio Grande do Sul nel coordinamento nazionale del movimento.
Il tema che ci è stato affidato, dialogo Nord-Sud, ci ha un po’ sorpreso: non nel senso che sia una cosa desueta
all’interno della Rete, ma perché in fondo è un tema che è un po’ sparito dalla ribalta: se ne parla quasi in modo
“carbonaro” all’interno di Gruppi come la Rete e le ONG, ma in realtà non ha al momento alcuna priorità
nell’ambito della “Politica”. Tanto è vero che, per esempio, sfido chiunque a trovare questo tema del dialogo
Nord-Sud nei dibattiti elettorali che si stanno svolgendo in Italia.
Cosa voglio dire? Oltre venticinque anni fa, quando uscì “Il Rapporto Nord-Sud”, cosiddetto “Rapporto Brandt”,
che focalizzava la spaccatura che divideva il pianeta tra Paesi poveri e Paesi ricchi, tra società ricche e società
povere, il tema del dialogo Nord-Sud fu per alcuni anni al centro dell’agenda politica internazionale: si parlava
1
Il 9-10 aprile 2006 erano in programma in Italia le elezioni politiche dopo 5 anni di governo della Casa delle libertà
presieduto da Berlusconi. Le elezioni sono state vinte dall’opposizione, rappresentata dall’Unione guidata da Romano Prodi.
2
La traduzione dell’intervento di Lill dal portoghese è di Serena Romagnoli della rete di Roma.
3di come il Nord ricco potesse riequilibrare, potesse aiutare il Sud ad emergere dalla situazione di povertà. Ci
furono proposte sul piano strettamente economico: per esempio come riuscire a fare in modo che i paesi più
ricchi destinassero ogni anno lo 0,7%-1% del PIL agli aiuti internazionali, alla cooperazione con i Paesi del Sud.
Era un tema che era in agenda ed aveva una sua priorità. Oggi questo tema è sparito completamente.
Nel linguaggio comune, nel linguaggio della politica, si parla più spesso e sempre di più, da 15 anni a questa
parte, di “globalizzazione” (o di “mondializzazione” se vogliamo usare un termine francese). Noi parliamo
spesso anche di “MacDonaldizzazione” del mondo, cioè di questa grande narrazione (come l’ha definita
Riccardo Petrella, amico della Rete) che legge la realtà del mondo attraverso l’ottica del mercato e cerca di
imporla a tutte le relazioni tra i popoli, tra i governi e tra le società.
Quindi c’è stato un cambio di linguaggio: il discorso del “dialogo”, che presuppone il riconoscimento di un
interlocutore, si è trasformato in un discorso di “globalizzazione”, dove a dettare le leggi, fondamentalmente, è
l’economia neo-liberista e quindi è l’Occidente.
È una logica che sta mostrando però anche i suoi limiti: il mercato non è riuscito a ricomporre in modo
significativo e soddisfacente questa faglia, questa spaccatura; anzi essa si è ulteriormente accentuata, anche nei
termini che oggi c’è sempre più Sud nel Nord del mondo, e c’è sempre più Nord anche nel Sud: la Cina e l’India,
che vengono portati come esempi di compiuta globalizzazione, stanno conoscendo delle divaricazioni sociali
interne spaventose.
E altrettanto nel Nord: l’esempio l’abbiamo in modo evidente in questi giorni con quello che sta succedendo in
Francia 3 , ma anche con l’immigrazione dall’Africa in Europa: questo Sud che sta assediando il Nord, questo Sud
al quale la globalizzazione non riesce a dare una risposta soddisfacente, se non quella militare: quella di ergere
nuovi muri per blindare la fortezza.
Lo stesso Fondo monetario internazionale (FMI), che per 15 anni ha dettato legge attraverso i piani di
riaggiustamento strutturale in tutti i Paesi del Sud (perché era quella la logica che avrebbe dovuto risolvere i
problemi), ha dovuto l’anno scorso riconoscere il fallimento di queste politiche e ha dovuto scendere a patti con
governi come quello del Brasile, dell’Argentina , rispetto al problema-chiave di questi 20 anni: il debito estero.
Tante cose contribuiscono insomma a mettere in discussione e a riportare in qualche modo di attualità questo
discorso del dialogo Nord-Sud. Forse, più che parlare in senso astratto di dialogo Nord-Sud dovremmo parlare di
“ricostruzione”, “rilancio” o “superamento” di questa impostazione.
La risposta e la soluzione non può essere la militarizzazione crescente nei rapporti tra i popoli, e lo abbiamo
scoperto in questi 5 anni attraverso le guerre che si sono moltiplicate e che hanno coinvolto direttamente anche il
nostro Paese (e sappiamo a quali costi, anche politici!). Lo scontro di civiltà che qualcuno prospetta, che
qualcuno coltiva, non è la risposta che noi vogliamo.
Allora bisogna recuperare uno spazio per la politica, uno spazio in cui non siano le leggi del mercato, inteso in
senso liberista, a ricostruire le relazioni tra i popoli e a definire le priorità internazionali. Invece deve esserci uno
spazio in cui le società, attraverso le loro espressioni politiche, possano intervenire e riannodare un nuovo tipo di
relazioni, anche attraverso il contributo di realtà come la Rete Radié Resch, che ha sempre praticato questa
forma del dialogo diretto.
Con Mario Lill e con Giovanna Ricoveri stasera cerchiamo di “ragionare”. Inizierei con Giovanna, alla quale
vorrei chiedere: parlavamo di questo cambiamento di linguaggio avvenuto in questi anni nella lettura dei rapporti
internazionali: “Nord” e “Sud” sono ancora termini che riescono a spiegarci quanto succede intorno a noi, nel
mondo e nel nostro paese? Ha ancora un senso usarli, o dobbiamo trovare anche noi delle “forme” nuove, dei
linguaggi nuovi, per leggere il mondo che ci sta intorno, che è così complicato e difficile da interpretare?
Ricoveri
Io mi ritrovo abbastanza nella tua introduzione su questo punto. Ritengo che il differenziale Nord-Sud è la
dimensione oggi centrale della nostra vita sulla Terra. Qualsiasi politica che non abbia come suo riferimento
complessivo gli effetti che questa avrà sul Sud del mondo è destinata ad andare nella direzione sbagliata.
Naturalmente non è che l’ottica Nord-Sud possa sempre includere tutto, ma è l’ottica da cui guardare alle
questioni di casa nostra, al nostro cortile.
3
Da alcune settimane era in corso nelle periferie di Parigi e di alcune grandi città la rivolta di giovani figli di immigrati,
che di notte incendiavano e devastavano per protestare contro la legge sul nuovo inserimento nel mondo del lavoro.
4Le parole sono ancora adeguate? Io penso di sì, però poi il linguaggio può anche cambiare. Dicevi del “Rapporto
Brandt”, di 25 anni fa. Io voglio anche ricordare la Conferenza dell’ONU di Rio de Janeiro, del 1992, su
“Ambiente e Sviluppo”. A quei tempi non c’era ancora la critica allo sviluppo che abbiamo oggi realizzato. La
parola “sviluppo” indicava che nelle conferenze doveva essere incluso sia il Nord che il Sud. Infatti da tale
conferenza è partita una serie di strumenti, tutti inapplicati, ma sicuramente importanti: convenzioni
internazionali sul clima, sulla biodiversità, ecc. ecc.
Cosa è successo dopo? La globalizzazione neo-liberista, la privatizzazione di tutto. Questo vento neo-liberista è
oggi in crisi, perché non ha risolto nessuno dei nostri problemi. Il problema è adesso: come ricominciare?
Ultima cosa: è stata citata nella relazione introduttiva della Segreteria la Val di Susa: o noi, “cittadini del Nord”,
pratichiamo un diverso modo di intendere la democrazia, come democrazia “di base”, democrazia “reale”,
democrazia delle risorse, della madreterra, come “partecipazione alla cosa pubblica”, o diversamente il Sud non
può andare avanti, perché noi-Occidente utilizziamo risorse al di sopra di quelle che produciamo: viviamo “a
debito”: prendiamo risorse dal Sud del mondo… i nostri telefonini usano il coltan e il coltan porta alle guerre in
Africa… O noi capiamo fino in fondo qual è il senso della partita di democrazia-diretta, di base, di modello
alternativo di sviluppo che si è aperto in val di Susa, o siamo condannati a ripeterci: perché non possiamo
continuare ad usare le risorse del Sud del mondo, dobbiamo usare le nostre! Se infatti vogliamo vivere al di
sopra delle nostre risorse, si arriva alla guerra.
Lill
Penso che il tema Nord-Sud sia molto attuale. Sebbene abbia mutato il suo carattere rispetto a 15-20 anni fa, non
si può negare che la disuguaglianza tra Nord e Sud persiste e si fa più profonda. Il discorso di oggi, della
globalizzazione, è falso. Gli Stati Uniti hanno un accordo di libero commercio con il Messico, però poi un muro
al confine divide i loro popoli. Si stanno creando spazi di libertà per il capitale, ma si stanno “recintando” gli
esseri umani. Un altro muro in costruzione è il muro che separa i palestinesi da Israele.
Penso che gli effetti della globalizzazione o della liberalizzazione sono molto diversi per un paese europeo
rispetto a un paese latinoamericano. Gli stessi accordi dell’Unione Europea hanno effetti diversi in Italia, in
Portogallo, in Spagna o in altri paesi più poveri.
Il discorso che sia il mercato che risolverà i problemi, è falso. Perché il Brasile possa competere con Francia,
Italia, Germania, Stati Uniti, Giappone, le imprese brasiliane supersfruttano la manodopera del nostro popolo.
Nel nostro continente cresce ogni giorno il lavoro schiavo, che noi pensavamo fosse una cosa del secolo scorso,
di due secoli fa. Se analizzassimo la crescita e l’inserimento della Cina nel mercato mondiale, vedremmo che c’è
un supersfruttamento dei lavoratori cinesi. L’inserimento di un paese di periferia nel mercato mondiale si basa
sul supersfruttamento della sua popolazione. Un lavoratore europeo anch’esso sfruttato vive comunque in
condizioni diverse da quelle di un lavoratore nei paesi del Sud.
Nostro grande compito è fare: prima, l’integrazione tra i popoli; dopo, quella tra i capitali.
Colleoni
Si è accennato alla costruzione del muro israeliano in Palestina. Mario Lill, nella primavera 2002, è stato in
Palestina con una delegazione di “Via Campesina”, organizzazione di contadini di tutto il mondo: ha vissuto 23
giorni con Arafat a Ramallah, nel palazzo presidenziale, quando era assediato dai militari israeliani, per
testimoniare la solidarietà dei contadini brasiliani con il popolo palestinese.
Circa 20 anni fa, in una sua lettera pastorale, il cardinale Paolo Evaristo Arns, cardinale di San Paolo del Brasile,
parlando della condizione del mercato, scriveva che non è importante chiedersi solo cosa il mercato fa “a favore”
della gente, ma anche chiedersi che cosa il mercato fa “alla” gente, cioè che cosa causa nelle condizioni di vita
della gente. È una domanda alla quale non si può sfuggire!
Qualcuno avanza un’obiezione: la globalizzazione ha risvolti negativi, ma in fondo poi comporta una serie di
benefici. Forse è difficile rintracciarli, visti i problemi toccati anche da Giovanna nel suo intervento di prima.
Possiamo fare un bilancio di cosa la globalizzazione non solo ha fatto “per” la gente ma anche di cosa ha
provocato alla gente, cioè dei costi di questi 15 anni di globalizzazione?
Lill
Penso che un bilancio generale della globalizzazione per i Paesi del Sud è più negativo che positivo. Il nostro
Paese, il Brasile, non è in condizione di competere con i Paesi del Nord, né dal punto di vista della tecnologia, né
5da quello delle conoscenze: solo il 7% dei giovani va all’Università. Quindi possiamo competere solo sfruttando
di più i lavoratori.
Unita alla globalizzazione, vedo anche una nuova divisione internazionale del lavoro: i Paese ricchi continuano
ad essere quelli che dominano la tecnologia; a noi Paesi della periferia, in particolare a noi Paesi dell’America
Latina, spetta il compito di fornire materie prime a buon mercato: questo compito ha intensificato la distruzione
dell’ambiente, la sostituzione di coltivazioni tradizionali con quelle di prodotti che interessano ai Paesi ricchi.
Per fare un esempio: nello stato del Rio Grande do Sul, in Brasile, storicamente noi produciamo grano, per fare il
nostro pane; ora questa produzione viene sostituita da quella di eucalipto, per fare la cellulosa. Ricordiamo che
in Brasile milioni di persone soffrono la fame. La cellulosa non alimenta il nostro popolo!
La produzione di soia sta impadronendosi dell’Amazzonia: mai nella nostra storia la foresta amazzonica ha
sofferto tante aggressioni come in questi ultimi anni. La nostra economia è cresciuta esportando soia, legno,
gomma che hanno danneggiato il nostro ambiente. È in questo senso che diciamo che la globalizzazione ci ha
portato più problemi che soluzioni. È vero che in molti settori sociali la globalizzazione ha portato l’illusione
dell’accesso ad alcune “chincaglierie” della tecnologia, come cellulari, televisioni, radio ecc., ma non si tratta di
beni essenziali.
Ricoveri
Quello che viene chiamato di solito “il mercato” in realtà è l’ideologia del mercato: questo è il problema. Il
mercato è uno strumento di allocazione delle risorse: in realtà questo non è il mercato, è neo-liberismo,
privatizzazione, e gli effetti di queste politiche economiche sono stati gravissimi. Abbiamo sentito adesso
riguardo al Brasile, ma anche nel Nord: la precarietà del lavoro esiste anche da noi, la situazione dei giovani è
drammatica.
Sfruttamento, precarietà, insicurezza, destrutturazione dello spazio pubblico, della cosa pubblica, dello stare
insieme: c’è una privatizzazione di tutti gli aspetti della vita che se non comporta, nel Nord, il morire per fame
(830 milioni di persone nel Sud del mondo soffrono la fame) ha però effetti fortemente destabilizzanti, di grande
paura e incertezza, anche sul piano dei rapporti Nord-Sud, perché le persone nel Nord si mobilitano se hanno un
minimo di stabilità e sicurezza.
Insisterei molto anche sulle risorse, perché la ricchezza non è prodotta solo dal lavoro, ma dal lavoro applicato
alla natura: in una situazione neo-liberista, il capitale fa una rincorsa verso il profitto, perché i tassi di profitto
per il capitale si sono ridotti. Né da noi né nel mondo aumenta la forza lavoro; non aumentano neanche i salari: a
chi vendono? Producono quindi cose che non ci servono, sprecando altra ricchezza.
Questa mancanza di democrazia, per cui c’è una gestione verticistica dell’economia e della gestione delle
risorse, comporta uno sfruttamento sempre maggiore del Sud.
A Roma è stato presentato in questi giorni un libro nel quale si documenta che 13 multinazionali del petrolio, tra
cui la nostra ENI, cercano di appropriarsi del petrolio dell’Ecuador: in cambio della concessione del petrolio, che
le comunità locali chiamano “il sangue della terra”, vengono offerti 50kg di riso, 50 kg di zucchero, una bandiera
ecuadoregna, un fischietto da arbitro e altre piccole “frescate” come queste…
In altre parole, c’è un processo di riduzione del lavoro e di espropriazione delle risorse, che ci rende tutti più
poveri. Di questo processo l’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO) è il simbolo più forte e più
drammatico: questa organizzazione sta fuori da ogni processo democratico e vuole portare nel commercio
internazionale l’agricoltura, cioè la sussistenza. Qual è il senso della WTO? Quello di liberalizzare i mercati del
Sud e di aprire tali mercati a quelli del Nord! Le multinazionali, avendo ridotto il profitto, perché non possono
vendere le merci inutili, vogliono sfruttare i mercati del Sud, quindi affamare ancora di più le popolazioni del
Sud, e in Europa vogliono espropriarci dei servizi: stanno entrando nella scuola, nella sanità, nell’acqua e
nell’elettricità. Naturalmente entrano anche nel Sud del mondo.
Quindi questa globalizzazione è davvero un fatto drammatico: è un po’ in crisi, ma ne subiamo ancora le
conseguenze, e non è che sia del tutto debellata; ora comincia a diventare chiaro che la questione è molto
drammatica, perché privatizzare tutto significa distruggere tutto quanto, rendere impossibile la vita sul pianeta.
Colleoni
Tutto questo sta creando delle emergenze; sta cambiando anche un po’ le priorità per i movimenti sociali; sta
creando anche delle nuove “soggettività politiche”: per esempio il movimento dei “Sem Terra” è stato uno dei
nuovi soggetti politici, non solo “sociali”, che sono entrati sulla scena del Brasile proprio a partire dalla
6situazione vissuta nelle campagne brasiliane (il Brasile è quarto esportatore di alimenti a livello mondiale, ma ha
un’ampia fetta della popolazione che vive in condizioni drammatiche).
Quali sono le principali nuove “soggettività”, dal punto di vista del Nord e dell’America Latina, che possano da
un lato costruire un terreno comune e dall’altro un’agenda nuova che avvii il processo di ricostruzione di una
possibile convivenza tra i popoli sul pianeta e anche tra le persone nei diversi paesi? Diceva Petrella: “Com’è
possibile fare società se non abbiamo più niente in comune? Se tutto è privatizzato?”.
Ricoveri
Voglio fare un commento sui “Sem Terra”, anche se (ironicamente) non mi competerebbe perché sono del Nord.
Voglio dire che ho grandissimo rispetto e ammirazione per loro, perché questo movimento, che vuole realizzare
la rottura del latifondo, che in Brasile è enorme, è politicamente così maturo da continuare a dialogare con il
governo del presidente Lula, nonostante le difficoltà che il governo ha avuto recentemente 4 e nonostante il fatto
che la riforma fondiaria non si è realizzata: questo mi sembra uno “scarto” nella politica, che è uno dei passaggi
essenziali per poter poi trasformare il mondo. Questa maturità dei “Sem Terra” è un segnale estremamente
positivo.
Quali sono più in generale i fattori nuovi secondo me? Sono essenzialmente due.
Nel Nord la grande novità è la qualità dei movimenti sociali. Ogni volta che si solleva un muro, siamo in grado
di aprire anche una finestra. Nel muro di Sharon i palestinesi riescono a passare… il muro è come una gruviera,
perché la gente non si ferma mai… il muro è una cosa drammatica, ma la resistenza non è finita, le possibilità ci
sono. A partire dal 1999, da Seattle in avanti, tutte le lotte, le resistenze, che ci sono, in Italia, in Francia, negli
Stati Uniti, sono lotte per il lavoro e per l’ambiente. In queste novità c’è anche la Rete.
Per quanto riguarda il Sud del mondo, vedo una trasformazione qualitativa, cioè una capacità di porre i loro
problemi nei nostri confronti con una forza che prima non c’era, che è anche effetto di questa globalizzazione
negativa, perché la globalizzazione ha anche aperto le frontiere, ha portato i neri del Sud, dell’Africa, in Italia.
Noi cominciamo ad avere una situazione in cui non possiamo vivere al di sopra delle nostre risorse, continuare a
essere neo-colonialisti.
Lill
Penso che non solo in Brasile, ma anche in America e negli altri continenti, viviamo un momento di
reinvenzione delle nostre organizzazioni. La nostra sinistra tradizionale nelle sue riflessioni e analisi propone un
unico cammino per il cambiamento. Credo che in questi ultimi anni i movimenti sociali del mondo hanno dato
un contributo su come mutare le forme di organizzare le lotte, avendo una diversità molto grande al proprio
interno, ma con obiettivi molto chiari su dove si voglia arrivare.
Penso che un secondo elemento importante è che i movimenti sociali sorgono su questioni molto concrete che
interessano al popolo. I movimenti sociali hanno necessità di fare in fretta per risolvere i problemi e sono spinti
da questa urgenza.
In questo processo dell’azione concreta i movimenti sociali hanno elaborato la riflessione teorica. Noi abbiamo
imparato in questi anni che è necessario portare avanti una lotta per risolvere i problemi concreti ma anche
riflettere sulle cause che li generano. Prima si è parlato della mobilitazione in Francia: se l’obiettivo del popolo
francese fosse soltanto limitato al singolo problema, la lotta finirebbe rapidamente.
In Italia c’è stato un allungamento a 65 anni per ottenere la pensione: in realtà la produzione italiana non era
sufficiente? Le persone lavorano fino a 65 anni perché altri si possano arricchire di più, non per migliorare la vita
di tutti!
Vediamo che oggi le multinazionali sono in mano a poche persone che diventano sempre più ricche, mentre la
maggioranza della popolazione mondiale diventa sempre più povera. In questo senso, le organizzazioni moderne
devono avere una visione ampia, una visione di alcune lotte strategiche che sono fondamentali, sia per il Nord
che per il Sud: per esempio la preservazione della terra: abbiamo la convinzione che la terra ci è solo “prestata” e
la dobbiamo restituire alle generazioni future: la sua preservazione è nelle nostre mani perché ne possano
approfittare anche le generazioni future. L’acqua è un bene che è di tutta l’umanità: dobbiamo portare avanti tutti
la lotta contro la privatizzazione dell’acqua. Le sementi sono patrimonio storico dell’umanità, non possiamo
permettere che vengano geneticamente modificate da alcune grandi imprese: le sementi transgeniche non hanno
4
Il riferimento è agli episodi di corruzione di uomini del governo e di dirigenti del Partito dei lavoratori, vicini al
presidente Lula.
7migliorato l’alimentazione in nessuna parte del mondo, hanno soltanto generato lucro per poche imprese. Penso
che questa contro le sementi transgeniche sia una lotta di tutti. Penso che il petrolio deve essere visto come
patrimonio dell’umanità, non può essere usato per arricchire poche imprese.
Credo che per le nuove organizzazioni, non importi tanto il loro nome, quanto che abbiano una visione ampia dei
problemi, una capacità di articolare diverse forme di lotta per proteggere gli interessi dell’umanità e non del
mercato.
Colleoni
Uno dei terreni su cui si è costruito un tentativo di dialogo tra Nord e Sud, dal basso, sono stati i Forum Sociali,
costituiti sia nel Sud che nel Nord. In particolare a Porto Alegre, capitale del Rio Grande do Sul. Questi spazi
hanno consentito di costituire un’agenda comune sui temi della terra, dell’energia, delle biosementi. Vorrei una
valutazione da Mario sulla funzione di questi Forum e su cosa si può fare per renderli sempre di più un momento
costruttivo.
Lill
Penso che il primo compito portato a termine bene dal Forum sociale è stato quello di scambiare informazioni su
chi siamo e cosa facciamo. Una volta la visione dell’Europa era: tutto il Nord ricco, tutto il Sud povero. Credo
che il Forum abbia aiutato a diffondere la percezione delle contraddizioni che esistono all’interno dei nostri
stessi Paesi: questo è il primo importante contributo.
Il secondo contributo è stato di divulgare le forme di lotta che ci sono nelle diverse parti del mondo: non esiste
una sola forma di lotta, come ci insegnava la sinistra tradizionale, ma esistono tante forme diverse.
Penso sia importante che il Forum si ponga come obiettivo di costruire agende comuni di lotta. Per esempio la
lotta contro la WTO, che vuole trasformare gli alimenti in merci, l’agricoltura in produzione di lucro e non di
alimenti!
Altra lotta è contro il G8, i governi dei paesi ricchi che si riuniscono per mettere a punto una loro strategia
voltando le spalle ai loro popoli. Il forum è un tentativo di contrapporsi al dibattito che c’è in questi incontri dei
governi dei Paesi ricchi.
Penso che il dibattito, lo scambio di idee e l’elaborazione teorica nei Forum abbiano contribuito a far avanzare
nei vari paesi le forme di lotta dei popoli. Nei Forum sociali c’è stata una riflessione sulla Banca mondiale, sul
Fondo monetario internazionale: la stessa Banca mondiale ha riconosciuto alcuni errori compiuti.
Colleoni
Il Forum sociale è uno spazio di democrazia. Cosa si può fare in aggiunta a quanto costruito negli ultimi anni?
Ricoveri
Dal 1999 a oggi le cose sono molto cambiate. Punto centrale dei Forum Sociali è stato l’incontro tra giovani del
Nord e del Sud (e anche tra meno giovani!): 100.000 persone a Porto Alegre hanno ascoltato scrittori, professori,
in uno scambio ricco e vitale. Il Nord ha capito che la tecnologia è quella necessaria, non sempre quella più
avanzata: può anche essere il sapere tradizionale! Ci sono stati pericoli di centralizzazione, di comitati centrali.
Però il movimento tiene, perché un’agenda è stata costruita.
In questi giorni c’è l’incontro a Karachi. A Mumbay il Forum è stato molto diverso da quello di Porto Alegre;
ancora diverso quello di Caracas.
Ognuno di questi incontri consente a delle generazioni di giovani di scoprire culture differenti ed elaborare
piattaforme, non “tradizionali” ma “di contenuto”.
Per il Nord del mondo, e l’Italia in particolare, due anni fa quando si parlava di “pubblico”, anche la sinistra
radicale intendeva la burocrazia. I servizi pubblici al Nord erano in effetti burocratici e la privatizzazione dei
servizi è passata.
Oggi è riemersa una terza dimensione: il collettivo, il comunitario: né pubblico né privato. Si parla quindi di beni
comuni, né pubblici né privati: la terra, l’acqua: ogni comunità dovrebbe decidere di questi beni: né le
multinazionali, né i governi nazionali né quelli locali. Il potere ama centralizzare e ama l’energia atomica, perché
è la meno democratica che esista: in una centrale atomica ci stanno poche persone! Invece le energie alternative
sono democratiche.
8Capire che i beni comuni sono della collettività è uno dei grandi risultati del processo apertosi nel 1999: questo
processo è stato ancora più importante nel Nord, perché il Sud non aveva perso questa conoscenza. Il mondo
ormai è diventato uno, per effetto della globalizzazione.
Colleoni
Ci sono possibilità reali di dialogo tra comunità locali, Forum sociali e governi? Su quali basi si può costruire
tale dialogo?
Ricoveri
Vedo tale possibilità con i governi locali, con i Municipi. In Italia esiste anche la Rete dei Municipi. Molta della
nostra vita è in effetti locale. Quindici anni di neo-liberismo hanno inciso anche sulle teste dei nostri
amministratori, anche quelli locali. L’acqua è stata privatizzata, ma bisogna iniziare a ragionare con gli
amministratori. Anche i partiti devono cambiare: non possono continuare a sottovalutare le risorse e le questioni
ambientali. La sinistra non può continuare a dire che il valore si crea solo dal lavoro. Il lavoro si crea anche
difendendo le risorse. Nel programma della sinistra c’è scritto che bisogna “competere”, non “cooperare”:
“competere” significa distruggere altri posti di lavoro e altre risorse. Invece bisogna un po’ “competere” e un po’
“cooperare”.
In America Latina c’è un nuovo programma di commercio estero tra il Venezuela e Cuba: si chiama “Alba”:
scambiano le cose di specializzazione reciproca; Cuba può offrire la specializzazione dei medici, che è un punto
di eccellenza; il Venezuela può offrire il petrolio. Sarà più difficile allargare questo esperimento a paesi come il
Brasile, dove le multinazionali la fanno da padrone: però bisogna provarci.
Dove ho meno speranze è con l’Europa: le uniche cose che ho visto positive sono state il rifiuto da parte della
Francia, con alleanze spurie, di quella Bozza di Costituzione europea indegna, il cui Titolo III era il recepimento
del Trattato di Maastricht; l’allargamento dell’Europa ai Paesi dell’Est, che rimette in discussione equilibri
storici dei paesi forti, come Francia, Germania.
Per politica non si possono più intendere le mediazioni dall’alto: la gente deve partecipare. I no-TAV della val di
Susa hanno detto di no perché si spendono troppi soldi; perché di questa opera non c’è bisogno, perché le merci
non si portano con l’Alta velocità; perché la valle è stretta e ha già tre ferrovie e autostrade. Bisogna assumere
una visione larga nei problemi locali, per fare alleanze con le altre comunità che in quell’esperienza ritrovano i
loro problemi.
Questo movimento dal basso in America Latina si chiama anche “strategia della lumaca”: non unire tra loro i
poteri forti verticalmente, perché si rischia di arrivare al fascismo. Occorre una strategia più lenta e occorre
molta intelligenza muovendosi contro chi ha in mano i fucili e i tassi di interesse, con i quali può praticare
“strozzinaggio” sul debito. Occorre rischiare con intelligenza.
Colleoni
Cosa succede in America Latina? I governi non sono per la maggior parte di sinistra o centro-sinistra? Si può
dialogare?
Lill
Il problema, che non è solo dell’America Latina ma di gran parte del mondo, è che la sinistra in molte sue
componenti ha aderito al discorso della destra. Come è stato detto qui, la sinistra usa questa terminologia della
“competizione”, della “concorrenza”, nonostante questo la sinistra è meglio della destra!
Parlerò dell’America Latina, che conosco meglio: credo che l’esperienza più viva e concreta di integrazione tra
istituzioni, governo e popolo sia oggi in Venezuela. Cuba è un’esperienza interessante, ma il Venezuela è
un’esperienza nuova. Il processo con il quale di fatto l’organizzazione popolare diede sostegno a un governo di
origine militare è un fenomeno molto curioso, ma è quello che sta succedendo: chi è riuscito a mantenere il
presidente Chavez al governo è stato il popolo della strada. In questo processo c’è un fenomeno interessante che
è l’esercito venezuelano: l’esercito latinoamericano è stato addestrato dalla Scuola statunitense, che è una cosa
del Pentagono; un Paese che ha avuto il proprio esercito addestrato dagli Stati Uniti si rivolta contro gli Stati
Uniti; un Paese che fino al 1970 era il paradiso della politica degli Stati Uniti nell’America Latina, è ora è il
principale problema degli Stati Uniti nell’America Latina. Questa è la dimostrazione concreta che le cose sono in
continua evoluzione.
9La Bolivia ha eletto un contadino, un indigeno, come presidente: Evo Morales viene da un’organizzazione
popolare di coltivatori di coca ed è stato eletto in un contesto differente da quello di Lula in Brasile; vinse le
elezioni in un momento di ascesa dei movimenti di massa: è ancora presto per dire come si svilupperà questo
governo, però è un governo che ispira fiducia per la mobilitazione popolare in Bolivia.
È una mia opinione molto personale che il governo del Cile di “socialista” abbia solo il nome; penso che
Kirchner, il presidente argentino, sia più a sinistra della Bachelet, nuova presidente del Cile.
Il governo Lula fu eletto in un periodo di paralisi, di stagnazione della mobilitazione sociale. Vinse le elezioni
più per il fallimento delle politiche neo-liberiste di Cardoso che non per merito della sinistra. Il nostro sistema di
governo è presidenzialista e Lula non ha la maggioranza in Congresso; il peccato che Lula ha commesso è di
cercare la forza nel Congresso, nella politica tradizionale, invece di avvicinarsi al popolo, di chiamarlo alla
mobilitazione, di iniziare un processo profondo di cambiamento: ha puntato sull’acquisto dei deputati per avere
la maggioranza. Oggi la destra che si è venduta denuncia la corruzione e accusa Lula di averla comprata, e con
questo tenta di distruggere il governo, pensando alle prossime elezioni.
Penso che sia possibile il dialogo con le istituzioni, ma deve essere a un livello di parità, non dobbiamo chiedere
favori né a governo né a istituzioni; penso occorra avere una mobilitazione popolare sufficiente perché il
governo mantenga quello che ci ha promesso. Ogni volta che andiamo a parlare con Lula, lui si mette in testa il
cappellino dell’MST, ma poi non fa la riforma agraria; questo è una relazione diseguale, non rispettosa. Questo è
un problema dei movimenti sociali in Brasile: come ottenere realmente il rispetto dalle autorità.
A livello internazionale, credo sia importante lavorare nella prospettiva di creare un’altra organizzazione che
sostituisca l’ONU, una specie di assemblea mondiale dei popoli, perché l’ONU non ha autorità sui Paesi, è
un’appendice della volontà politica e militare degli Stati Uniti. Non c’è democrazia all’interno dell’ONU:
l’invasione dell’Iraq non è stata approvata dall’ONU, ma gli USA hanno invaso ugualmente l’Iraq e l’ONU non
ha potuto far niente. Credo che sia una prospettiva di lungo periodo, ma credo che i popoli debbano avere
un’assemblea dove decidono sulle questioni strategiche. Se decidessero i popoli, la maggioranza delle armi
sarebbe distrutta e la bomba atomica non esisterebbe più. L’ONU non deciderà mai questo, e così altri organismi
che sono deboli perché non guardano alla volontà dei popoli dei loro Paesi.
Credo che il compito fondamentale oggi sia ampliare il dialogo tra le organizzazioni sociali dei popoli,
rispettando il più ampio ventaglio di diversità e cercando sempre di costruire unità tra queste diverse
organizzazioni.
Colleoni
Una delle caratteristiche della Rete è di fare analisi anche dure e difficili sulla realtà in cui ci si muove. Altra
caratteristica fondante della Rete è guardare con speranza al mondo, al futuro. Il maestro e scrittore Mario Lodi
pubblicò un bellissimo libro: “C’è speranza se questo accade a Vò.” Vò è un piccolo paese sperduto nella
Pianura Padana, vicino al Po. Lui praticava una didattica con i suoi ragazzi, che apriva questo mondo
apparentemente isolato al mondo esterno e dava probabilmente un futuro a quei ragazzi.
Dove possiamo guardare, in Europa, in America Latina, nel Sud del mondo, per vedere dove accade oggi la
speranza?
Ricoveri
Penso che la speranza sta nei nostri cuori. Occorre molta fiducia e volontà ma anche essere realistici. Voglio fare
un commento sulla Bolivia: ho trovato che Evo Morales sia un personaggio straordinario, non tanto perché è un
indio, ma per quello che ha detto riguardo alla cocaina. Evo Morales ha vinto perché produttore di coca. Se
pensiamo alla politica USA sulla Colombia, pensiamo che Evo Morales ha detto che la coca non è un problema:
il problema è quando diventa droga. E nessuno può dire che è sbagliato, neanche a livello internazionale. Persino
il Segretario di Stato USA, all’inaugurazione del mandato presidenziale per la Bachelet, si è trovato con Evo
Morales. Sono piccole annotazioni e segnali, ma possono fare la differenza.
In Europa c’è troppa subordinazione agli USA. Gli USA ci hanno salvato dal nazifascismo? Ma allora i 20
milioni di morti dell’Unione Sovietica? Vorrei che come gli USA ci hanno liberato dal fascismo, noi aiutassimo
loro a liberarsi dai neo-con. Per ora le cose non vanno assolutamente così con gli USA…
Tornerei poi al discorso delle comunità locali e delle ricchezze locali: l’agricoltura e la terra, le risorse naturali.
Noi viviamo in una zona: solo se ce ne appropriamo e riusciamo a gestirla possiamo anche dire che ci
riappropriamo del mondo. In Europa dalla rivoluzione francese in avanti il progresso è stato considerato “la
10città”, l’urbanesimo, liberarsi dai retaggi del passato. La forza lavoro in agricoltura doveva essere il 2%, come
negli USA (da noi è ancora il 4%).
I punti di speranza sono la nostra volontà e la nostra capacità di stare insieme e di portare “la nostra piccola
goccia” (la strategia della lumaca).
Lill
Le mie parole sono certamente di speranza. Le condizioni in cui viviamo oggi, le speranze di futuro, sono
migliori di 15 anni fa. Dieci anni fa, se qualcuno diceva che il mercato non avrebbe risolto i problemi del mondo,
era considerato come persona di vecchia sinistra, come persona arretrata e un po’ matta. In Brasile si parlava di
“dinosauri”. Oggi tutto il mondo riconosce che il neo-liberismo non ha risolto niente.
È vero che viviamo ancora in un periodo nel quale la mobilitazione popolare è debole, ma come contadino deve
dire che questo è il momento in cui si pianta, non in cui si raccoglie. Chi pianta, poi raccoglie. A volte il compito
di piantare è più difficile e richiede più sofferenza, ma poi c’è la certezza che raccoglieremo.
Il mondo globalizzato vuole solo raccogliere prodotti già pronti. Noi lottatori sociali invece vogliamo piantare,
seminare, ciò che poi dobbiamo raccogliere.
Questo è un compito per tutti: per i vecchi, i giovani, i bambini. Non c’è bisogno di stare in un partito politico, in
un’organizzazione politica per fare questo: possiamo fare questo nei nostri posti di lavoro, nei luoghi in cui
viviamo, in cui preghiamo, in qualsiasi luogo. L’importante è che portiamo sempre nelle mano i semi, dei buoni
semi. E questi semi devono stare dentro al nostro cuore, nella nostra testa, nelle nostre mani per l’azione.
Non possiamo soltanto predicare: dobbiamo agire. L’agire può essere fatto di piccole cose semplici, ma
dobbiamo agire. Il mondo, le persone, i popoli devono vedere che è possibile essere felici, è possibile fare cose
differenti ed essere felici. Siamo più felici dei più grandi milionari, perché la felicità è all’interno del nostro
cuore e non nel denaro. La nostra felicità è nelle relazioni con le persone e non nelle relazioni con le merci.
Se sapremo mostrare e insegnare questo nel luogo in cui viviamo certamente trasformeremo il mondo.
Cominciamo da casa nostra, ma non dimentichiamoci che dobbiamo trasformare il mondo. Più che mai il futuro
ci appartiene!
Dibattito:
Maria Teresa Gavazza
L’anno scorso abbiamo fatto un seminario sulla decrescita. Abbiamo discusso, anche attraverso l’intervento di
Latouche. Il progresso, lo sviluppo, che era uno dei miti del Novecento, anche della sinistra tradizionale (e lo è
ancora, purtroppo) è andato man mano in crisi. Sta nascendo questo nuovo movimento, questa nuova teoria
economica della decrescita. Che possibilità hanno per il Nord e il Sud del mondo queste nuove idee, questi nuovi
stili di vita, che ci toccano direttamente, per diventare più sobri, forse meno ricchi, forse diversi?
Ricoveri
Ritengo che l’elaborazione di Latouche sulla decrescita sia molto più importante per il Nord che per il Sud,
tranne che per la borghesia e per fasce ristrette del Sud (10-15% della popolazione del Sud, a seconda dei Paesi,
vive come viviamo noi). Ritengo che l’elaborazione di Latouche sia utile per riflettere sui falsi miti, sulle
ideologie, sul colonialismo: abbiamo considerato le persone del Sud del mondo come non-persone.
Oggi non abbiamo parlato del “debito ecologico”, che il Nord ha nei confronti del Sud. Dobbiamo risarcire il
Sud del mondo, anche se molte cose non si pagano. Penso che la decrescita serva non a bloccare lo sviluppo, ma
a trasformarlo, e penso che la proposta di Latouche sia radicale proprio per fare breccia.
Lill
Penso che in termini generali il problema centrale sia quello della concentrazione dei beni prodotti; negli stessi
Paesi del Nord c’è una concentrazione maggiore delle ricchezze e dei beni: la prima necessità è distribuire questi
beni. Nel Sud questo è un problema centrale: ci sono pochi che hanno molto e molti che non hanno niente.
Siamo certi che i livelli di consumo dei paesi ricchi non sarebbero estensibili a tutto il mondo; è inconcepibile
pensare che i 170 milioni di abitanti del Brasile possano avere un indice di consumo come quello degli USA.
Credo sia possibile creare condizioni di benessere per tutta la popolazione con la ricchezza che abbiamo.
Abbiamo molte ricchezze naturali e un popolo capace di costruire un futuro migliore per tutti.
Sergio di Genova:
11Mi sembra ci sia molta divisione tra i gruppi che si occupano di queste cose. Ognuno tende a fare il suo
banchetto, a scrivere i suoi libri, a occuparsi delle sue cose. Credo occorra ripensare un modello di comunità: se
si vuole fare qualcosa, occorre maturare una coscienza collettiva, anche di lotta. Il rischio è che ognuno porti
avanti le sue piccole battaglie, che però poi non incidono.
Penso sarebbe positivo creare dei movimenti per cambiare le leggi. Prima si parlava di una via che arrivi dal
basso. In Italia mi sembrano abbastanza recettivi verso i movimenti le Province, certi Comuni, ma non altrettanto
le forze politiche. Queste lotte devono diventare anche le lotte della gente comune: ho l’impressione che questi
discorsi si mantengano tra addetti ai lavori. Bisognerebbe riuscire a parlare di queste cose ai nostri vicini del
caseggiato.
Nel 2001 a Genova si è persa una grossa occasione: ci sono stati gruppi che hanno fatto delle violenze: ho sentito
poche voci che condannavano chi sfasciava le vetrine, chi tirava le pietre alla polizia: era forse un’occasione per
porsi con un atteggiamento educativo verso fasce della popolazione che non hanno capito, che forse non possono
comprare libri, fare convegni come noi, perché forse noi apparteniamo a una classe intellettivamente più elevata,
siamo più ricchi. Mi domando come fa un operaio a conoscere queste cose di cui parliamo?. Bisogna riuscire a
disintellettualizzarsi. È inutile che parliamo se poi non maturiamo queste cose.
Franca
Mi sembra che il problema di fondo sia il deficit di rappresentatività da parte di chi è chiamato a rappresentarci.
Questo pone il problema del vero significato della parola democrazia: i paesi islamici mancherebbero secondo
noi di democrazia. Occorre porre con molta forza il problema della democrazia e chiederci se esista oggi una
condizione di democrazia, quando siamo espropriati dalle possibilità di controllare l’informazione. Sulla base di
cosa prendiamo le decisioni, quando tutti gli elementi sono manipolati e non sono nelle nostre mani? È un
problema culturale che va portato alla ribalta ed esaminato a fondo: mi ricorda i dibattiti prima della rivoluzione
francese. Dobbiamo ancora costituire una nuova politica, su altre basi.
Dino Verderio di Milano
Il tema Nord-Sud storicamente c’è sempre stato, da quando i Romani occupavano altre terre. Dobbiamo
precisare che il tema della terra è prioritario per tutti i popoli. Non sono troppo d’accordo a fare un discorso
sull’acqua come diritto, perché non possiamo separare l’acqua dalla terra. C’è un diritto a fare delle leggi sulla
terra in quanto proprietà comune, come era anticamente (e non è un tornare indietro!). E ce n’è abbastanza per
tutti (mentre noi buttiamo i prodotti agricoli, per mantenere alti i prezzi!)
In Brasile fanno deforestazione, vendono il legname, seminano la soia per dare da mangiare agli animali europei
(la soia non la mangia quasi nessuno).
Altro bene comune è il petrolio, che dobbiamo salvaguardare.
I popoli devono diventare proprietari della terra: solo così possiamo salvaguardare tutto quello che la terra ci dà,
nel sottosuolo e sopra.
Due anni fa, a proposito del progetto brasiliano “Fame Zero”, avevo detto che il Brasile di Lula avrebbe avuto il
problema della riforma agraria: infatti si è inceppato su questo: non ha avuto abbastanza coraggio nell’affrontare
il problema della terra, problema che ha avuto anche il Nicaragua, dove opero io, che c’è anche in Ecuador e in
Africa.
Bisogna individuare i problemi centrali e lì essere capaci di essere propositivi. Occorrono nuove leggi e nuove
riforme riguardo la terra e quindi creare il movimento che sostiene questo tipo di proposte.
Toni di Vicenza
Credo che dobbiamo preoccuparci degli obiettivi della democrazia. Perché? Perché democrazia è anche
privatizzare. Democrazia è anche: comitati per la caccia; comitati per la difesa armata personale. Democrazia è
anche la Lega. Dobbiamo preoccuparci di globalizzare la democrazia, ma per determinati obiettivi e fini,
altrimenti noi creiamo il Nord e il Sud attraverso forme democratiche.
Ricoveri
L’intervento di Sergio di Genova diceva che ognuno tiene il suo banchetto e propaganda la sua merce e quindi
siamo divisi. L’importante è lavorare insieme, in questo sono d’accordo.
Sono d’accordo sul fatto che i partiti politici, almeno da noi, debbano attraversare profonde trasformazioni (ho
poche speranze nell’immediato): però se non vogliono morire dovranno cambiare.
12Le lotte della gente comune: penso che la gente comune già fa le lotte. Sono però d’accordo che ci sia più
controinformazione. Anche più interesse per la vita collettiva, per il vicino di casa. Siamo “atomizzati”.
Sulla democrazia sono molto d’accordo: siamo espropriati a tutti i livelli, non decidiamo niente della nostra vita,
sul lavoro, in tutti i sensi. Ad esempio chi decide la mia vita a Roma? Il traffico! Il tempo lo rubano i mezzi
pubblici che non funzionano.
Il problema della terra, in Europa e in Italia, non lo pone più nessuno. La terra è stata privatizzata con le
enclosures (campi chiusi), nel Settecento inglese: che la terra sia non solo privata, ma addirittura faccia parte dei
pacchetti azionari, sia trattata in borsa, sia diventata un fattore della produzione, è una cosa gravissima.
Per venire al concreto: guardiamo alle leggi ambientali: il ciclo dell’acqua coincide con il ciclo di gestione della
terra: se non controllo la programmazione del territorio, non controllo neanche quella dell’acqua.
Gli obiettivi della democrazia: sono d’accordo che bisogna parlare non solo di democrazia ma dei sui obiettivi:
in Occidente è diventato luogo comune che la democrazia è quella delegata, rappresentativa, del Parlamento:
siamo cresciuti con Montesquieu. Questo non è più vero: nelle società complesse il Parlamento è lontanissimo, i
politici parlano solo delle loro cose private: chi non ne parla, parla di quelle degli altri. Ormai in Italia parlano
tutti degli interessi di Berlusconi. E dei nostri interessi chi ne parla?
Noi vogliamo la democrazia delegata: ma non ci basta: la democrazia è partecipazione: bisogna poi decidere su
cosa, altrimenti ci può essere anche il fascismo.
Lill
Mi sembra importante la questione della disputa all’interno della sinistra. Penso che dobbiamo cambiare il nostro
comportamento: a volte non abbiamo con nostri compagni di sinistra la stessa tolleranza che abbiamo con quelli
di destra. Abbiamo un rigore per vedere gli errori di chi sta con noi e non abbiamo lo stesso rigore per vedere i
problemi che la destra provoca. È fondamentale che siamo rigorosi, ma dobbiamo conservare la tolleranza come
grande consigliera. Dobbiamo ricordare che la sinistra è parte della società, non è caduta dal cielo perfetta:
dobbiamo perfezionarla e costruirla noi.
Spesso è più facile assumere il ruolo di critico che non il ruolo di costruttore, di seminatore. È vero che ci sono
molti gruppi di élite, che non hanno base alle spalle, però dobbiamo vedere anche le qualità che questi gruppi
hanno, e confrontarci per vedere se noi facciamo meglio di questi gruppi.
Secondo commento generale, sulla questione della terra: come contadino concordo pienamente che la terra è la
questione centrale per tutta l’umanità, ma è importante capire la complessità di questo tema. Prendiamo ad
esempio la questione dell’Amazzonia, dove verrà distrutta tutta la foresta e piantata soia: se non creiamo una
visione e una cultura generale che la terra è un bene comune e lasciamo che la terra sia affidata al mercato,
distruggeremo l’ambiente. Oggi il Brasile, l’Amazzonia, sta servendo per aumentare le esportazioni di legno e
soia: non si è mai distrutta tanto la foresta amazzonica come oggi.
È importante prendere coscienza che il mercato distrugge. È una decisione fondamentalmente politica: che cosa
fare con l’Amazzonia? Dobbiamo pensare insieme come evitare la distruzione dell’Amazzonia.
L’ultimo mio commento è sulla democrazia: in gran parte sono d’accordo con Giovanna. Credo che l’elezione di
Lula ci abbia dato una lezione sul fatto che la democrazia rappresentativa è falsa e insufficiente; quello in cui
crediamo veramente è una democrazia che viene dal basso. Perché ci sia una vera democrazia di base è
fondamentale l’informazione, ma è anche importante l’accesso ai beni materiali. Un senza-terra, che non ha
diritto ad avere terra, non si può sentire un cittadino attivo, partecipante al processo democratico. Lo stesso
succede con il 40% della popolazione brasiliana, economicamente attiva, che è disoccupata: questa gente non sta
partecipando ad un processo democratico: possono partecipare a un processo democratico nella misura in cui
essi si mobilitano, si organizzano e lottano per trasformare la realtà del nostra Paese.
La democrazia oggi è un’ideologia: ci viene inculcato che votare alle elezioni sia il massimo della democrazia.
Però esistono Paesi con elezioni che sono molto più dittatoriali di Paesi che hanno militari al governo.
Come si può giustificare una guerra come quella dell’Iraq col pretesto di portare democrazia a quel popolo?
Questa non è democrazia, è piuttosto dittatura!
Come si può dire che in Italia c’è una democrazia, quando una persona ha in mano le principali televisioni del
Paese? La democrazia è molto di più di una facciata: deve essere fatti, azioni, partecipazione reale delle persone.
13Sessione di venerdì 24 marzo 2006, sera
Ricordo di Oscar Romero, nel 26° anniversario del martirio
“UN ROMERO NORMALIZZATO?”
Relatore: Ettore Masina
giornalista e scrittore, fondatore della Rete Radié Resch
Nel programma provvisorio del nostro convegno era previsto che a un mio breve intervento seguisse, stasera,
un’azione scenica di Marco Campedelli, il prete burattinaio. Mi dispiace che non sia stato possibile realizzare
questo evento. L’anno scorso Marco ed io abbiamo, per così dire, lavorato insieme, a Roma, a una
commemorazione di monsignor Romero, e il suo intervento mi ha grandemente emozionato. Uno scrittore o un
oratore ammucchiano parole, cercano di trovare le migliori per esprimere i loro sentimenti, limano e correggono
i testi, ma un vero artista qual è Marco non ha bisogno di tante frasi per raggiungere il cuore dell’emozione, e i
suoi gesti muti sono ben più eloquenti dei nostri discorsi. Così, l’anno scorso, io mi sono ritrovato con gli occhi
pieni di lacrime per una scena creata dal nostro amico. Provo a descriverla: c’è un piccolo fantoccio vestito da
prete, con gli occhiali, con uno di quei larghi rotondi cappelli neri che nessun sacerdote fortunatamente porta
più; e c’è una giovane donna in carne ed ossa che tiene fra le braccia quel fantoccio, cullandolo dolcemente,
come se fosse il suo bambino. Un flauto indio canta una ninna nanna.
Il vecchio prete vestito all’antica è monsignor Romero.
Quella scena mi è sembrata contenere molti significati, e qui vorrei raccoglierne qualcuno. È la madre che ridona
al figlio ferito a morte la pace del suo seno – e che il bambino sia un vecchio mentre la madre è giovane non ha
importanza perché la madre che i morenti di qualunque età invocano è la madre giovane che gli ha dato latte e
baci quando erano piccini; è il mondo delle donne che ebbe in monsignor Romero un padre delicato e
appassionato – e nella castità di questo abbraccio gli mostra la sua riconoscenza; è, potrebbe essere, la Chiesa che
dona a un martire la tenerezza che lo guarisce dal dolore atroce di un assassinio, e gli sussurra: “Sei il mio figlio
amato, il più caro, perché sei stato fedele al mio amore”…
La Chiesa e la memoria dei santi
Ecco: quest’ultima immagine, quella di una Madre Chiesa che sa trasformare in tenerezza la sua proclamazione
del vangelo e la memoria dei santi mi sembra la più adatta per parlare dell’arcivescovo di San Salvador. Perché
proprio accanto a Romero, vescovo che seppe vivere come pochissimi una tenerezza infinita, da 26 anni andiamo
scoprendo che questa Chiesa amorosa, alla quale desidereremmo di appartenere con gioia, ancora non c’è,
essendo il suo cammino inceppato dai suoi preziosi paramenti che si impigliano nei roveti del potere e della
paura. Potere e paura strangolano l’amore e la profezia, è una storia vecchia quanto quella dell’uomo. La
tenerezza, che esige di rendere pronta giustizia a chi soffre, perché il suo dolore è avvertito come nostro dolore, e
quindi ci pare intollerabile, gli uomini delle istituzioni la considerano un pericoloso e avventato cedimento
all’irrazionale, un disordine che turba l’ordine costituito, cioè la loro tranquillità di potere. Il nuovo papa ha
redatto un’enciclica sull’amore che a me è grandemente piaciuta, ma il Vaticano non ne ha ancora appresa la
lezione.
Una canonizzazione mancata e insieme da temere
È certamente anche per questo che celebrando l’anniversario della morte di monsignor Romero lo facciamo oggi
con la crescente tristezza per una canonizzazione che non è ancora avvenuta, ciò che sembra tanto più
scandaloso quando si pensi che papa Wojtyla ha proclamato, durante il suo pontificato, più santi di quanti ne
fossero stati proclamati in 2000 anni di storia ecclesiastica. Ma lo facciamo anche con l’allarmata mestizia che
viene da un fatto non meno grave; e questo fatto è il pericolo che fra qualche mese la canonizzazione
dell’arcivescovo possa essere finalmente decretata (per esempio in occasione dell’annunciato viaggio di
Benedetto XVI in America Latina) ma involucrata, per così dire, in un contenitore definitorio, tale da sbiadire le
ragioni fondamentali per le quali Romero è diventato per i poveri il “loro” santo e per noi il profeta della
tenerezza rivoluzionaria. Proprio negli ambienti della postulazione della causa, infatti, c’è stato prima, a Viterbo,
un convegno di studio dal titolo eloquente (“Monsignor Romero: dal mito alla storia”) e poi è stata pubblicata
14una biografia che, forse per fare avanzare la causa canonica, finisce per “normalizzare” la figura del martire, non
inserendola profondamente, vitalmente, nella storia di un popolo, di un continente e, come vedremo. di un
sistema planetario omicida e trattandone, invece, la morte come un evento criminale che ha colpito un vescovo,
zelante sì, e scomodamente rigoroso ma, dopo tutto, non diverso da tanti altri.
È un’operazione, come sono pronto a riconoscere, tentata probabilmente per facilitare decisioni positive da parte
del Vaticano, rimuovendo l’opposizione di chi considera Romero un vescovo “rosso” o almeno “esagerato” nella
sua azione episcopale: dunque, si potrebbe dire, un’operazione tentata “a fin di bene”: ma io ricordo una pagina
terribile di Ignazio Silone sui mali ecclesiali provocati nella storia ”a fin di bene”, cioè da un’ansia di
adeguamento della realtà al cosiddetto “buon senso” o al nostro desiderio di raggiungere, a qualunque costo,
risultati che ci sembrano nobili. “A fin di bene”, ricordava lo scrittore abruzzese, sono state create innumerevoli
vittime e distorsioni storiche e il vangelo è stato corrotto ed estenuato. Maria Lopez Vigil, amica e appassionata
biografa del martire, in un recente convegno milanese ha detto, molto giustamente a mio avviso, che Romero
non può essere ricordato “analizzando accademicamente i suoi archivi o teologicamente le sue omelie, piuttosto
che rintracciarlo nella voce della sua gente; e possiamo temere – aggiunge Maria – “que querrá tal vez
interpretar la vida, la palabra y la muerte de Monseñor Romero hasta convertirlo en un santo más del poder
institucional: che si arriverà forse a interpretare la vita, la parola, la morte di monsignor Romero sino a
trasformarlo in un santo in più del potere istituzionale”.
Romero immerso nella storia dei poveri
Penso anch’io, come Maria (che è venuta a trovarmi a Roma mentre gli organizzatori dei convegni di Viterbo e
di Milano si sono ben guardati dall’invitarmi ai loro lavori, quasi che la mia non fosse e non rimanga – posso
dirlo con serena certezza – la più accurata biografia di Monsignore 5 ), penso anch’io che separare l’arcivescovo
dalla storia dei poveri e del nostro tempo significa ridurre drasticamente la sua testimonianza evangelica,
amputarla crudelmente. Perché è certamente vero che le carte degli archivi parlano di un vescovo fedelissimo al
papa, cattolicissimo, devotissimo non solo a Gesù ma anche a Maria di Nazareth, insomma del tutto omogeneo a
tanta parte della meno “allarmante” gerarchia cattolica, ma è altrettanto vero che la tenerezza per i poveri spinse
Romero in quella regione di confine in cui la Chiesa o accetta di evangelizzare il popolo di Dio ponendo il suo
tempio a cielo aperto sulle falde del Gólgota o tradisce la sua missione: o è una Chiesa che raccoglie la
rivoluzione del Magnificat o è una cattedra di buonismo senza la dimensione eroica dell’amore. Non si può
comprendere monsignor Romero, tanto meno descriverlo, se non a partire dall’unione mistica, ma anche
sanguinosamente molto concreta, carnale, che ha legato fra loro l’arcivescovo e i suoi figli affamati e assetati di
giustizia. Dopo avere tanto lavorato sulle testimonianze e sui documenti della sua storia, ho capito che al titolo
del mio libro (”L’arcivescovo deve morire”) non poteva che seguire un sottotitolo: “Oscar Romero e il suo
popolo”. Una canonizzazione di Romero che non si situasse nella storia dei poveri in cerca di liberazione ne
tradirebbe la preziosità del martirio, vanificherebbe la certificazione della sua santità. Perché a noi tutti, credo,
non interessa poi tanto che l’immagine di questo piccolo vescovo indio sia appesa per una mattina alla Loggia
delle Benedizioni, noi vogliamo che sia posta nel tesoro di quella che Bonhoeffer chiamava “Chiesa
confessante”.
Il magistero dei poveri: una fonte della Rivelazione
Penso che il simbolo più bello della liturgia dei funerali di Giovanni Paolo II, quasi esattamente un anno fa, sia
stato quel libro dei vangeli posto sulla bara e sfogliato dal vento, come se lo Spirito volesse attirare su una
pagina ben precisa la nostra attenzione e la nostra meditazione. Sulla bara di Romero, che nella liturgia dei suoi
funerali è stata al centro non di un convegno di Signori della Terra ma di un massacro di poveri, il vento della
storia ha certamente cercato quella pagina del vangelo di Matteo (XXV, v 31-46) in cui Gesù indica la sua
profonda identificazione con i piccoli della storia, le vittime di una umanità che continua ad essere sfigurata dalla
presenza di Caino. O forse, e più probabilmente, il libro è stato aperto sulle pagine di Luca (10, 21) e di Matteo
(11, 25) in cui si parla, come ben raramente avviene nei vangeli, di una vera e propria esplosione di gioia del
fondatore della nostra Chiesa. Gesù esulta, dicono gli apostoli, festosamente gridando: “Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti, e le hai rivelate ai poveri”.
Il cuore di Romero, ancor più che la sua teologia, avverte con chiarezza che dunque una delle fonti della
Rivelazione è il magistero dei poveri e che un cristiano, tanto più un vescovo, che non siano disposti a ricercarlo,
5
Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995.
15ascoltarlo e testimoniarlo mancano un appuntamento essenziale fissato dal Padre, feriscono l’ortodossia o forse
già conoscono davvero l’abbraccio mortale di un’eresia elitaria che guarda a una rivelazione affidata soltanto
agli intellettuali e ai sacerdoti.
In ascolto del “quinto evangelo”
Romero non è uno di quei borghesi romantici che decidendo di schierarsi politicamente “a sinistra” fingono di
non vedere in quali condizioni anche morali vivono le masse degli empobrecidos. In molti suoi documenti
pastorali ne affronta con vigore le miserie: condanna l’alcolismo, il maschilismo, la violenza nelle famiglie, la
irresponsabilità di molti padri; ma egli non dimentica mai che ogni violenza dei miseri non è soltanto originata
dall’ambiguità che tutti ci portiamo dentro, ma anche dal sistema di violenza classista che li schiaccia negando
loro ogni dignità. E Monsignore è poi attentissimo ai loro dolori, e ai tesori di vangelo che molti di loro sanno
vivere: la fede semplice, la solidarietà e persino il genio creativo di una produzione culturale che consente loro
sia di comporre liturgie sia di saper esprimere una evangelizzazione adatta a un popolo di analfabeti. I catechisti
di Monseñor sono cantori e poeti che non è possibile distaccare dalla storia della ispirazione biblica e da quel
“quinto evangelo” che, secondo l’apostolo Giovanni, deve ancora essere scritto. Con questi suoi laici, uomini e
donne, destinati in gran numero a morire atrocemente torturati, il dialogo di Romero è continuo. Nei villaggi
aggrappati alle pendici dei vulcani o sulle rive dell’oceano, nelle periferie fangose e infette delle città, nelle
piantagioni di caffè in cui uomini, donne e bambini si spaccano la schiena per quattordici ore al giorno e
dormono all’addiaccio, l’arcivescovo e il suo popolo, con il loro mutuo amore, rendono presente il Regno di Dio
in una regione devastata dall’odio.
Vita fratturata da una conversione
Abbiamo, da qualche anno, una sorta di insurrezione di potenti ecclesiastici contro la novità del Concilio. Agli
storici che parlano di radicale mutamento apportato dall’assemblea mondiale dei vescovi alla vita della Chiesa
(teologia e prassi) il cardinale Ruini e alcuni suoi scrittori oppongono che, semplicemente, furono fatte alcune
riforme ma niente fu sostanzialmente cambiato. Papa Ratzinger è intervenuto nel dibattito, dicendo che vi è stata
una ermeneutica della discontinuità mentre valida sarebbe una ermeneutica del rinnovamento. A me pare che
quando, come nel Concilio, irrompono la profezia, lo Spirito del Signore e sconvolgono antiche discipline e
credenze, definire questa irruzione discontinuità o rinnovamento sia problema di parole, importantissime, sì, ma
l’una e l’altra inadatte a descrivere la grazia della conversione. “Non vedete? Io faccio una cosa nuova” dice il
Signore. La nostra paura che certi mutamenti siano (o siano stati) radicali ha forse qualcosa di infantile, “Non è
successo niente” dice il bambino di ciò che lo ha turbato. Con la stessa mentalità i pii revisionisti cercano di
dimostrare che la vita di Romero non fu fratturata da una conversione; e questo mi pare davvero un brutto gioco
di parole. La vita di Monseñor fu certamente segnata dalla continuità della fede e della disciplina ecclesiastica
ma profondamente cambiata, con la rottura di scelte umane, di sentimenti, di affanni e di coraggio. Lo
compresero bene i ricchi: per loro il “vecchio” Romero fu un acclamato oratore e un santo sacerdote, di cui era
lusinghiero condividere l’amicizia, il Romero convertito un vescovo comunista ed eretico, da rimuovere in tutti i
sensi. Una canonizzazione che negasse o anche soltanto tacesse sulla conversione di Romero avrebbe il volto
sfigurato da cicatrici di classe, porterebbe le stimmate della riluttanza, vile, di alcuni ecclesiastici, fra i più
importanti dal punto di vista mondano, a profferire il “Non ti è lecito !” davanti ai peccati dei potenti.
“Egli andò e rimase con loro”
La santità di Romero nasce da una vocazione, cioè da un richiamo dei poveri che a sessant’anni lo cambia
radicalmente. Ricordate (l’abbiamo letta poche settimane fa) la pagina di Giovanni (I, 35-39) sull’incontro fra
Gesù i due discepoli del Battista? “Gesù chiede loro: “Che cercate?”. Incerti ed emozionati, i due futuri apostoli
rispondono con una loro domanda: “Dove abiti?”. Risponde il Cristo: “Venite e vedrete”. “Ed essi – dice il
vangelo – andarono dove Gesù abitava quel giorno e si fermarono presso di lui”. Mi tenta una parafrasi: quando
la barbarie dei feudatari dell’impero costringe Monseñor, appena diventato arcivescovo, accanto al cadavere di
padre Rutilio Grande e di tre suoi parrocchiani assassinati dalla violenza degli agrari, quasi stupefatto nel vedere
una richiesta di paternità dai campesinos che si accalcano intorno a quei corpi straziati, egli sembra chiedere:
“Dove abitate?” ed essi rispondere: “Vieni e vedi”; e questa pagina di stampo evangelico può concludersi a
questo modo: “Ed egli andò e rimase con loro”. Da quella sera, infatti, Romero, che aveva sempre aperto la sua
casa ai mendicanti e trasformato gli uffici della diocesi di Santiago de Maria in rifugi notturni per i coloni delle
piantagioni di caffè, cominciò a entrare lui negli abituri dei poveri: le capanne addossate alle rocce fredde ed
umide delle montagne, quelle in cui una tettoia di eternit è segno di distinzione, le vere e proprie tane di fango e
16di frasche per bambini segnati dalla fame; e le case “di quel giorno”, cioè i precari accampamenti dei profughi di
una crudelissima guerra civile, le povere stanze scheggiate dalle pallottole o devastate dal napalm delle truppe
“speciali”; e imparò a conoscere il pianto degli orfani che avevano visto uccidere i genitori, delle donne
violentate, i gemiti dei torturati, il rantolo dei morenti. E là, sul versante negativo della storia, incontrò
un’umanità e un vangelo da cui la sua cultura di prete reazionario lo aveva sino a quel momento tenuto lontano;
conobbe il dolore e le inesauste speranze di liberazione dei suoi figli, la loro paura eroica: e tutte queste
esperienze le fece proprie.
Accettò di essere evangelizzato dai poveri
Nei tre anni tormentosi della sua testimonianza, Romero amò come figli anche alcuni suoi preti e suore che
avevano scelto intrepidamente di essere poveri fra i poveri assaliti dalla violenza, e perciò erano condannati a
morte; e anche da loro, come da alcune persone che rischiavano la morte per difendere i diritti umani – penso a
Marianella Garcias Villas, che lo seguì nel martirio – accettò umilmente di essere evangelizzato. L’arcivescovo
che non piegava il capo davanti ai governanti e che osava scrivere con forza, per la salvezza dei suoi figli, ai capi
dell’impero, e ordinare ai soldati di disobbedire agli ordini omicidi, fece del suo episcopato la matrice di una
nuova pastorale segnata dalle esigenze dei poveri. Né il suo sguardo si arrestò ai confini del Salvador, al popolo
del “Pulgarcito”, il “Pollicino d’America”, com’è stato amorevolmente soprannominato per la sua piccolezza El
Salvador: Romero gioì per la vittoria del poverissimo popolo nicaraguense sulla spietata dittatura di Somoza e
pianse accanto al lutto senza pace delle madri della Piazza di Maggio, essendo egli, con Helder Camara, l’unico
vescovo sudamericano che le accolse con cuore di padre e di fratello.
Rovesciare il criterio di valutazione
I poveri, dunque, conosciuti con amore, considerati come gente importante, uno ad uno. Mi ha sempre incantato
che nella liturgia dei Santi Innocenti la Chiesa parli dei bambini massacrati da Erode dicendo che “non a parole
ma con la morte hanno testimoniato il Cristo”. Così è degli umili maestri di Romero. Ma allora quando noi
facciamo memoria di Monseñor, a me sembra che egli non sé, indichi, ma loro. Anche se può essere uno stimolo
a una nostra conversione, il nostro santo senza aureola non è una radice, è un frutto, il frutto di una fede vissuta
in prossimità della Croce – e anche (ciò che Romero andò progressivamente comprendendo) di fedi laiche nella
grandezza della dignità umana. La via di salvezza che Romero ci propone e propone alla Chiesa è di rovesciare
(=convertire) la nostra cultura, anche quella teologica: le nostre valutazioni della civiltà in cui viviamo devono
essere misurate non in base alle conquiste scientifiche o tecnologiche ma in base alle condizioni dei poveri e alla
nostra volontà e capacità di schiodarli dalle loro croci. Espressione che, con il dovuto rispetto per i pii
revisionisti ecclesiali, è lettera del Concilio: “La Chiesa – dice la costituzione dogmatica Lumen Gentium –
riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Salvatore”.
Vivere la speranza
Lasciatemi dire, a questo punto, quanto io sia felice di vedere che voi siete fedeli a questo messaggio. Anche se
sono costretto ad ammettere che la vecchiaia comincia a pesarmi addosso, cerco di essere un uomo che vive la
speranza. Fra gli elementi che rallegrano e rinsaldano questo testardo sentimento, che ravvivo ogni mattina, la
Rete Radiè Resch, il suo costante dibattito interno, la sua apertura a nuovi orizzonti, la sua solidarietà con il
mondo dei poveri, l’attenzione ai suoi insegnamenti, sono per me motivo di grande gioia. Grazie di essere così.
Una violenza pianificata a livello planetario
Concedetemi ancora qualche minuto. Poiché, io credo, i santi non ci sono stati dati soltanto perché ne
venerassimo l’esempio, ma anche per osservare la realtà con i loro occhi e coglierne così aspetti che spesso
frettolosamente ignoriamo, mi pare utile dire, adesso, qualche parola sul fatto che l’assassinio di Romero fu
certamente un episodio di odio religioso e politico di cui conosciamo mandanti ed esecutori, ma si iscrive anche
nel contesto di una violenza pianificata a livello planetario. E così come tradiremmo Romero se lo separassimo
dal suo popolo, negheremmo le dimensioni della sua tragedia se la esaminassimo soltanto come un episodio
della storia di un piccolo paese. Monseñor, accusato prima e dopo il suo martirio di essere uno sciocco, di non
capire la politica, vide invece chiaramente che lo strumento che stava alla base della violenza istituzionale era la
legge della sicurezza nazionale: un fenomeno che a me pare di strettissima attualità.
Ricorrenze che ci interpellano
La nostra attenzione è richiamata quest’anno (o dovrebbe esserlo) da molte ricorrenze e molti eventi che ci
interpellano. Ne cito alcuni: il centenario della nascita di Dietrich Bonhoeffer, il cinquantennio della morte in
combattimento di padre Camilo Torres, il quarantacinquesimo anniversario dell’assassinio di Lumumba, il
17trentennale del golpe argentino con l’instaurazione di una dittatura genocida… La diversità fra le situazioni di
questo passato e la situazione attuale, con i mutamenti intercorsi in qualche decina di anni, è tanto radicale da
sconvolgere chi la contempla. La pretesa di Francis Fukuyama, che dopo la caduta del muro di Berlino la storia
fosse finita, è affondata nel ridicolo. Soprattutto quanto è avvenuto e sta avvenendo nell’America Latina è lì a
dimostrare che sino a che ci sarà un popolo che si vede negare dignità e pane, la storia continuerà nella
insurrezione degli uomini e delle donne di buona volontà.
Ancora la logica di Caino
Tuttavia, a questi eventi di liberazione, non si è accompagnato (ne soffriamo ogni giorno) un generale
mutamento planetario. Situazioni terribili ormai antiche insanguinano ancora la Terra, in tutti i continenti, prima
fra tutte la questione palestinese, martirio di un popolo e vergogna di tutti gli stati democratici. La logica della
forza imperiale, cioè la logica della forza di Caino, battuta in alcune regioni del nostro pianeta, tiene ancora
saldamente vaste aree e cerca incessantemente di impossessarsi di altre. Monsignor Romero è una vittima di
questo imperialismo .
“Nunca màs”
In Brasile, in Uruguay, in Cile, in Guatemala, in Argentina, quando le dittature militari imposte o sostenute dalla
Casa Bianca furono costrette ad andarsene, i governi (o più spesso la Chiesa cattolica) installarono commissioni
di indagine che raccogliessero le verità atroci del terrorismo di Stato. Furono così pubblicati dossier di centinaia
e centinaia di pagine. Ovunque, questi rapporti furono intitolati “Nunca màs”, che vuol dire: “Mai più”. Nunca
màs voleva dire, più specificatamente: mai più tante sofferenze fisiche e morali, mai più tanta crudele negazione
dei diritti umani, mai più tanta perversione dello Stato, mai più tante persone trasformate in carnefici, mai più
tante persone massacrate perché affamate e assetate di giustizia e di libertà, per tutti… Mai più vescovi silenziosi
davanti alla ferocia dei generali- o vescovi uccisi per avere levato la voce del vangelo, come monsignor Romero,
gli argentini monsignor Angelelli e monsignor Ponce de León, il guatemalteco monsignor Gerardi Conedera.
Mai più donne stuprate nelle camere di tortura, mai più bambini seviziati nel ventre delle madri, mai più bambini
strappati ai genitori, desaparecidos gli uni e gli altri. Mai più, mai più…
Mai più? Davvero?
Gli orrori che i dossier della repressione nell’
America Latina documentano non parlano soltanto della possibilità
che ciascuno di noi si porta dentro di agire il bene o il male in maniera totalizzante, né parlano soltanto della
brutalità provocata dall’
ignoranza o dalla miseria. Non parlano di episodi casuali e neppure di una orrenda catena
di eccessi. La verità è che ciò di cui parlano è ben più grave: parlano di una ferocia progettata, programmata,
pianificata, agìta, sia pure in molte forme: dalle più evidenti, come nei grandi massacri salvadoregni e
guatemaltechi, più silenziosamente in altre nazioni.
La dottrina della sicurezza nazionale
La storia di questa pianificazione della repressione, con tribunali segreti e segrete condanne alla disoccupazione,
alla paura, alla tortura, alla detenzione segreta, all’
uccisione segreta, insomma alla frantumazione della persona
umana e del contesto sociale, comincia alla fine degli anni ‘
50 dello scorso secolo, in America Latina, nella
Scuola superiore di guerra del Brasile. Il suo primo ideologo è un generale che si chiama Golbery da Couto e
Silva. Ha fama di raffinato intellettuale, e porta un soprannome aristocratico: “Sorbonne”. Dall’
alto della sua
cultura giudica il mondo e si convince che è ormai in atto una guerra totale fra la cultura cristiana e occidentale,
affidata agli Stati Uniti, e le forze del Male assoluto. Per vincere questa guerra è necessario non combattere
soltanto il nemico “esterno” ma anche ogni sovversione “interna”, a ogni costo, in tutti i modi possibili. I suoi
allievi perfezionano strategia e tattica. Danno vita a un Golem, un gigante senza coscienza, un mostro che ancora
oggi si aggira sulla Terra; e questo mostro, questa perversione giuridica, questa matrice di infamia per Stati che
osano definirsi democratici, ha vari nomi ma uno li unifica: “dottrina della sicurezza nazionale”. Essa non nega,
come il fascismo o lo stalinismo, i valori della democrazia o delle libertà individuali; non ostenta, come Hitler,
teschi sui berretti dei suoi soldati; non impone, come Mussolini, tessere di partito o giuramenti. Esibisce una
constatazione: se la democrazia vuole salvarsi dai suoi nemici, i terroristi, deve accettare qualche temporanea
limitazione. Il patriottismo esige qualche temporaneo sacrificio del diritto e della Costituzione. Se lo Stato è in
pericolo, per il bene dello Stato è necessario eliminare quel pericolo: e dunque accertarne con ogni impegno le
forme e le eventualità e dunque estorcere la verità a chi si rifiuta di collaborare e dunque usare la tortura “per il
bene di tutti”. Per impedire che la sovversione dilaghi, è necessario, purtroppo, limitare provvisoriamente la
libertà di stampa, violare la riservatezza delle comunicazioni interpersonali, e impedire critiche al
18comportamento della polizia e delle Forze Armate, tutte eroiche, per definizione. Lo Stato padre chiede ai suoi
figli serena fiducia, riconoscenza. Lo Stato colonnello, o le sue agenzie, si incarica dei servizi sporchi necessari
all’
ordine pubblico . È necessario farla finita con le fisime dei magistrati. Lo Stato dittatoriale pro tempore si
incarica dei rapporti internazionali, cioè della tutela del cordone ombelicale che lega vitalmente i governi locali a
quello di Washington, sempiterna capitale di un impero planetario.
La globalizzazione della repressione
Questa dottrina si è rapidamente diffusa in tutto il continente latinoamericano. Non da sola: c’
è chi le ha dato le
ali. Nella sua versione militarista, il grande capitale offre danari, ricerche scientifiche, sofisticate tecnologie e il
pratico monopolio dei mass-media. Nel Salvador, come nel resto del mondo, per le guerre democratiche
preventive sono state – e vengono – usate armi personali, ciascuna delle quali ha un costo tale da poter sollevare
dalla miseria un’intera comunità. Le spese per le armi collettive redimerebbero aree di dimensioni
subcontinentali. Società segrete, massonerie come la P2, facilitano la globalizzazione di una rete di polizie
repressive agli ordini della CIA.
Per insegnare la dottrina della sicurezza nazionale e le sue pratiche attuazioni, il Pentagono, com’è noto, ha
istituito una vera e propria università della tortura, la “Escuela de las Americas”. Ha avuto ed ha come allievi i
peggiori arnesi del fascismo dell’
America centrale e meridionale: tanto per dire, il maggiore Roberto
D’Aubuisson, mandante dell’assassinio di Romero. Vi si impara che ogni protesta contro il potere imperante
significa sovversione e dunque terrorismo.
La democrazia infettata
E però non si maneggiano impunemente i virus, contagiarsi è facile. La dottrina della sicurezza nazionale infetta
oggi la più grande democrazia del mondo. Non solo con leggi che amputano crudelmente gli ideali di un tempo
ma anche con il vero e proprio boom della tortura. Io non so se il generale Golbery avesse previsto Guantanamo.
Ma certamente Guantanamo è il suo degno mausoleo.
Il Golem della sicurezza nazionale sfiora anche noi? Io non credo di essere un pessimista; e tuttavia qualche
volta mi pare di sentire che i suoi passi si avvicinano all’
Europa. Vengano dalla Cecenia o da Abu Ghraib o dagli
alberghi di lusso milanesi in cui agenti stranieri organizzano il rapimento di supposti terroristi 6 , il suono di quei
passi mi inquieta. La totale amoralità, di quel Golem, che è anche tranquilla ferocia, mi ricorda che la
contemplazione di un martirio come quello di Romero, nella storia della Provvidenza può avere anche il senso di
un richiamo a non tenere gli occhi chiusi e le teste chine.
Sessione di sabato 25 marzo 2006, mattino
Memoria del massacro di Eldorado dos Carajás,
a cura di Serena Romagnoli:
“Non potremo mai dimenticare”
Il 17 aprile del 1996 due plotoni della Polizia Militare del Pará, con duecento soldati ciascuno, hanno ricevuto
l’ordine di accerchiare un accampamento di senza terra nel comune di Eldorado dos Carajás e dare una lezione a
quei vagabondi che insistevano nel voler lavorare la terra.
Ogni plotone è uscito ben preparato dalle proprie caserme a Parapuebas e Marabá. Senza elementi di
identificazione nella divisa. Senza registrazione delle armi e munizioni.
Erano ordini superiori. Governava la provincia del Pará il signor Almir Gabriel (PSDB), governava la colonia
Brasile, il proconsole americano e principe dei sociologi, Fernando Henrique Cardoso.
6
Nel febbraio 2003 agenti della CIA, conniventi i servizi segreti italiani, sequestrarono a Milano l’iman Abu Omar e lo
trasportarono segretamente in Egitto per torturarlo e ottenere informazioni relative al terrorismo islamico.
19Dopo alcune ore, il massacro: diciannove senza-terra assassinati. Uno di loro, il giovane Oziel da Silva, di soli
18 anni, leader dell’accampamento, fu preso, immobilizzato e colpito di fronte a tutti i soldati, mentre gli
chiedevano di continuare a gridare: “Viva il MST!” Altri 69 furono gravemente feriti, e ancor oggi soffrono delle
conseguenze, che li hanno resi inabili al lavoro.
La strage 7
Che male ho fatto, che male?
Solo perché volevo coltivare?
Altamiro Ricardo da Silva,
tre colpi: a una gamba, alla testa e al cuore
Appoggiarmi al bastone della zappa
E la terra poter arare?
Antônio Costa Dias,
un colpo al torace
Per cogliere i frutti un giorno
E potere con allegria
Ai miei figli dar da mangiare?
Raimundo Lopes Pereira
Tre colpi: due alla testa e uno al torace.
Che male ho fatto, che male?
Leonardo Batista de Almeida
Un colpo: alla testa
Solo perché da lontano si vedeva
Questa immensità di terra
Che pensai che nessuno voleva
Graciano Olimpo de Souza
Un colpo: alla testa.
Poi quando arrivai più vicino
Sempre più divenni sicuro
Che essa nulla produceva
José Ribamar Alves de Souza,
due colpi: uno alla testa a bruciapelo, l’altro all’addome.
Perché è produrre che voglio
Con tutta la forza del cuore
Oziel Alves Pereira,
quattro colpi: due alla nuca, uno al collo, uno al petto.
7
Il testo, all’interno del quale sono stati inseriti i riferimenti ai 19 morti, è di Tarcisio, un senza-terra testimone dei fatti.
20Avere un pezzo di terra
Piantare dei semi nel campo
Raccogliere cibo per tutti
Manoel Gomes da Souza,
tre colpi: due alla testa e uno all’addome.
Con mais, farina e fagioli
Por fine alla fame
Lourival da Costa Santana,
un colpo: al cuore
È proprio per questo che chiedo
Mio Dio, che ho fatto di male?
Antônio Alves da Cruz
Un colpo:al petto e ferite di coltello.
Se in questo pezzo di terra
Non ho voluto che questo
Abilio Alves Rabelo
Tre colpi: due al collo e uno alla coscia destra.
Insieme a tanti fratelli
Far crescere il cibo
Ed essere un poco felice
Joao Carneiro da Silva
Schiacciamento del cranio
Prima di occupare
la maledetta strada,
Ho voluto trattare
Antonio, “o irmao”
Un colpo alla nuca.
Nulla abbiamo ottenuto
Da loro abbiamo avuto
Proiettili che ci hanno stordito
Raffiche all’infinito
José Alves da Silva
Due colpi: alla nuca e alla gamba destra
Ho visto compagni cadere
Ed io non potevo far niente
Robson Vitor Sobrinho
Quattro colpi: nuca, torace, braccio e volto
21Loro con i fucili
Noi con la zappa soltanto
Amâncio Rodrigues dos Santos
Tre colpi: alla testa, a un’ascella, al bacino.
Sangue sul volto degli uomini
Bambini correndo impazziti
Donne disperse nei campi
Valdemir Pereira da Silva,
un colpo al petto.
Presidente scellerato
Governatore mascherato
Dietro a un colonnello
Che diede ordine a un soldato
Joaquim Pereira Veras,
due colpi a un’ascella e al petto.
Soldato codardo, crudele
Che dava, pazzo, insensato
Colpi verso ogni lato
Joao Rodrigues Araujo
Un colpo a un braccio e una coltellata che ha reciso un’arteria
Ma se i vigliacchi pensano
Che fermeranno così
La nostra coraggiosa lotta
Essi certo si sbagliano
Perché ad ogni morte
Noi grideremo più forte
Riforma agraria adesso!
Eldorado dos Carajàs 8
terra di sole, terra di caffè
terra di niente, terra che non c’
è
bagna la terra con il tuo sudore
nasce per terra e per la terra muore.
Seme di rabbia che rifiorirà
sboccia dal sangue di chi resterà
a strappare ogni giorno qualcosa alla siccità
lungo la strada della Macaxeira
un pomeriggio in piena primavera
insieme aspetta che venga il futuro
un camion di bare sull’
asfalto scuro
8
Testo di Edy Morello,Enrico Morello,Federico Pascucci.
22alza le braccia con la falce in mano
così che l’
urlo arrivi più lontano
davanti ai fucili spianati senza pietà
luna di fango luna contadina
luna di gesso quando la mattina
torna il silenzio nella Rodovìa
nelle favelas di periferia
torna la calma dopo la battaglia
l’
unica arma della rappresaglia
oggi è rimasto qualcosa che non svanirà
stringi nel pugno quella terra scura
rossa di ferro e nera di paura
spargila al vento e se ne andrà lontano
chi è morto oggi non è morto invano
seme di rabbia che rifiorirà
sboccia nel sangue di chi resterà
per strappare il diritto alla terra e alla libertà
Testimonianza per Haiti
a cura della Rete di Padova
Il nostro intervento non è certo sostitutivo di una testimonianza diretta da parte dei nostri amici haitiani di
Dofinè: non siamo haitiani e ovviamente non possiamo esprimere situazioni e problemi distanti non solo
geograficamente. Ma, d’altra parte, abbiamo acquisito nel tempo una conoscenza di questa operazione che ci
permette di fornire elementi di riflessione comune sulla situazione di quest’isola divisa in due, l’isola di Haiti,
“condannata” a ospitare due popoli fratelli “condannati” a vivere insieme. C’è solo una linea di frontiera
montagnosa che separa haitiani e dominicani. E a proposito di questa frontiera, vorremmo iniziare leggendovi
una riflessione che nasce dall’esperienza vissuta da una di noi, Cristina:
“La frontiera è una linea immaginaria
Un filo di rasoio affilato, come un machete
Un mondo malato di storia e antichi rancori
Malato di vecchie ferite e insepolte angustie
Malato di grandi ingiustizie antiche e moderne
Un mondo malato di colori
Boschi perduti e fiumi rossi di fuoco
Montagne aride in prospettiva
La prospettiva haitiana: il colore malato
Ricchezza di mango, seme buttato dal negro
Ricchezza di braccia, forza sudata del negro
Ricchezza di mercato, antica sapienza della negra
La frontiera è una linea immaginaria
La frontiera è una croce e crocevia
Dove passano interminabili e nere carovane
Dissolte nella selva / riemerse nel conuco
Nascoste dietro casa nella campagna ingrata
23La frontiera è una linea immaginaria
Immaginaria come un sogno
concreta come un sogno”.
Dati drammatici
È sconcertante sapere che Repubblica Dominicana ha come secondo partner commerciale Haiti, per un totale di
interscambi commerciali pari a 200 milioni di dollari, mentre gli aiuti internazionali destinati ad Haiti – dei quali
è arrivato solo il 10% – ammontano a 100 milioni di dollari. Haiti è sempre tra i paesi più poveri al mondo, ma
l’energia economica che esprime vale di più dei pochi aiuti che riceve. Da Haiti sono state estratte enormi
ricchezze senza portarvi nulla, da sempre, fino ad oggi. Potremmo citare molti dati socio-economici drammatici,
ma possono bastare quelli relativi alla speranza di vita (55 anni), alla mortalità infantile (156 ogni mille), alla
presenza di 1 medico ogni 10 mila abitanti. Da un mese la capitale Port-au-Prince sta subendo un forte
razionamento di acqua: molti quartieri sono riforniti con acqua in cisterna, distribuita da privati a pagamento; è
salito il prezzo dell’acqua da bere in gallone da 7 a 25 gourdes. Un sacco di riso costa 31 dollari, rispetto ai
22.50 dell’inizio 2004. Sono informazioni che chiaramente esprimono grande difficoltà di vivere.
L’isola ha oggi circa 18 milioni di abitanti; Haiti – che occupa solo 1/3 del territorio – ha una popolazione
numericamente analoga a quella della Repubblica Dominicana ed è per questo sottoposta ad una pressione
demografica ai limiti della sopravvivenza. È nota la forte spinta migratoria degli haitiani verso l’altra parte
dell’isola e recentemente sul “Notiziario” della Rete abbiamo pubblicato notizie in merito alla recrudescenza –
mai sopita – della violenza contro lavoratori haitiani in Repubblica Dominicana. Una grande manodopera illegale
che manda avanti l’economia dell’agricoltura e delle costruzioni; a tutti sono note le terribili condizioni in cui
vivono gli haitiani e i dominico-haitiani nelle grandi piantagioni di canna da zucchero.
Tra i due Stati un rapporto schiavista
Non si tratta solo di intervenire per il rispetto dei diritti umani, – un lavoro ben svolto dagli amici di Solidaridad
Fronteriza, con padre Regino Martinez che ancora accompagnamo nel suo lavoro -, ma di assumere la
responsabilità di una problematica storica mai risolta e che ha radici profonde nella nascita di questi due stati
sulle basi di un rapporto schiavista tra Nord e Sud, i cui effetti sono oggi manifesti nella società capitalista che
non può fare a meno di perpetrare il rapporto ingiusto nelle sue attività mercantili e di potere.
Gli haitiani nascono schiavi e dall’orrore della schiavitù è segnata la loro storia e sono segnate le loro vite: oggi
sono schiavi fuori patria e nella loro stessa patria, nessuno sembra volerne la liberazione integrale, nessuno vuole
riconoscere al popolo haitiano il diritto ad esistere con la sua storia, la sua cultura, la sua volontà politica nel suo
paese, garantendogli l’accesso agli elementari e fondamentali diritti, alla salute, all’istruzione, al lavoro, al
godimento delle sue risorse a partire dalla terra e dall’acqua.
Lo schiavismo si trascina ai giorni nostri come un bubbone purulento, nonostante le rivoluzioni e la presa di
potere da parte degli schiavi (così sembrava) nel 1804. Sembra che la natura genetica di questa impronta
culturale colonialista (dove anche i principi della rivoluzione francese suonano vuoti) sia perdurata immutata nei
200 anni di indipendenza. Come spiegare altrimenti il colpevole comportamento dei settori intellettuali,
imprenditoriali, politici (locali e internazionali) verso il rispetto dei principi etici e nei confronti del popolo
haitiano?
Le elezioni del 7 febbraio 2006
Le recentissime elezioni presidenziali del 7 febbraio 2006 – realizzate solo al quarto rinvio – hanno messo in luce
da una parte la grande affluenza e pacifica partecipazione della popolazione (oltre 80% di iscritti) e dall’altra lo
scandaloso comportamento delle organizzazioni internazionali, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e
l’agenzia ONU per lo sviluppo (UNDP) in testa. Di fatto hanno cercato di impedire uno svolgimento regolare,
facilitato ed efficace, della votazione ostacolando il lavoro della Consiglio Elettorale Provvisorio (CEP) e
considerando l’evento solo una questione tecnica e non politica.
La stessa MINUSTAH, missione ONU presente nel paese dalla partenza di Aristide, con 7500 militari e 2000
ufficiali di polizia, poco ha fatto, tranne sedare le manifestazioni del 14 febbraio, a una settimana dalle elezioni,
in occasione della protesta di migliaia di haitiani per gli evidenti brogli elettorali.
Preval, candidatosi tardivamente per una nuova coalizione dal nome significativo Lespwa (la speranza), ha vinto
perché il popolo è insorto (l’ennesima rivoluzione); ha vinto nonostante i brogli, le schede bruciate (i caschi blu
hanno ammesso di non aver potuto provvedere alla sicurezza di migliaia di schede in 9 seggi); nonostante
l’assenza di seggi in cui votare, distanti anche 5 ore di cammino a piedi o, come a Cité Soleil, dove una
24popolazione di 66.000 abitanti poteva contare solo su 2 seggi; nonostante i registri elettorali incompleti e il
ritardo con cui molti verbali elettorali sono arrivati a fatti conclusi.
Il distacco che Preval ha dato agli altri candidati è stato del 30%, ma fino all’ultimo ciò non ha avuto peso
politico per chi doveva vigilare sul “comportamento democratico” di Haiti. Era inutile pensare che un paese
eternamente occupato fosse in grado di votare. Ma la gente ha votato, ha manifestato con la sua presenza
massiccia il desiderio di cambiare le sorti di un paese in degrado, testimoniando speranza e vitalità. Al 1°
febbraio oltre 3,1 milioni di cittadini erano iscritti nelle liste elettorali, vale a dire l’88% del totale degli aventi
diritto al voto. I candidati presidenziali erano 35 e 1300 quelli per il parlamento.
Inizialmente Preval non era stato riconosciuto presidente al primo turno. In seguito il CEP ha ridistribuito oltre
80.000 schede bianche (il 4% del totale) proporzionalmente rispetto ai voti ottenuti. Con questo sistema Preval
ha raggiunto il 51,15% con il 96% delle schede scrutinate. È stato Marco Garcia, consigliere del governo Lula, a
proporre questa forma legale per uscire dall’impasse.
Così si esprime Solidaridad Fronteriza: “Le azioni messe in atto contro lo svolgimento delle elezioni non hanno
impedito alla popolazione di dare prova di civiltà obbligando settori oscuri a convalidare la decisione di stabilire
un governo legittimo”.
Nel frattempo Jacques Bernard, capo del CEP è fuggito da Haiti perché al centro di forti sospetti sui brogli
contro Preval.
Il nuovo presidente per la rinascita di Haiti
Preval ha dichiarato di volere un aiuto internazionale fondato sul rispetto del popolo haitiano. A Cuba durante
una visita per stabilire solidarietà nel campo sanitario ha detto: “Oggi il popolo haitiano non ha accesso
all’educazione, alla salute, la maggior parte non sa leggere e scrivere e non può mantenere una famiglia per
mancanza di lavoro. Chiamo tutti gli haitiani ad unirsi con noi per combattere insieme nemici comuni come la
fame, l’analfabetismo, le malattie, la disoccupazione, principali ostacoli per la rinascita di Haiti e per l’intera
isola”. Ha già viaggiato in Repubblica Dominicana per discutere sulla condizione degli immigrati haitiani e in
Brasile per chiedere appoggio in campo agricolo, perché il paese “ha fretta di tornare alla normalità
democratica”.
Preval, mai toccato da accuse di corruzione, più volte esule durante le dittature dei Duvalier e di Cedras, pare la
persona più intenzionata a favorire la rinascita del paese. Ha vissuto negli ultimi 5 anni svolgendo attività
agricole e commerciali a Marmelade nel dipartimento Artibonite, dove ha superato la soglia del 50% di voti. In
quella zona c’è anche il Fronte per la difesa dei diritti dei contadini haitiani (FDDPA) che sicuramente ha
contribuito all’esito delle votazioni; ma “non bastano i Preval per costruire un paese” ci dice la nostra
responsabile dell’operazione a Haiti Dadoue Printemps; e nemmeno da tutto il “movimento” contadino haitiano
si manifestano comportamenti costruttivi, spesso prevale l’opportunismo. Chavanne Jean Baptiste ad esempio,
numero uno della grande organizzazione contadina Mouvement des Paysans de Papaye e membro della
direzione del partito Konbit por Batir Ayiti (KOMBA), ha stabilito quella che ha definito un’alleanza tattica con
un candidato indipendente, l’industriale Charles Henri Baker. “La decisione di appoggiare la candidatura di
Charles Henri Baker è stata fatta con cognizione di causa e previa consulta con le differenti basi della
organizzazione”. Si tratta di migliaia di contadini. Per Tet Kole Ti Peyisan, altra organizzazione contadina (a cui
fa riferimento FDDPA), si tratta di un’alleanza contro natura e che non aiuta alla comune rivendicazione.
Solo dalla base il vero cambiamento
La società haitiana è così dimenticata, isolata e vessata che il cambiamento può svilupparsi solo a partire dalla
base, dalle comunità in lotta. È questo quanto Dadoue, e le donne e gli uomini di FDDPA ci hanno testimoniato
e insegnato concretamente durante 15 anni di lavoro nelle montagne dimenticate.
Per noi della rete di Padova Haiti sono soprattutto Dofiné, Dadoue Printemps, FDDPA e tutto ciò che è legato a
questi nomi che ci hanno permesso di conoscere la realtà haitiana dal di dentro.
Dadoue a Dofiné
Dofiné è una località nella montagna haitiana che non compare nemmeno nelle carte geografiche, e non troverete
nessuna indicazione stradale per raggiungerla. Amministrativamente è una section rurale, suddivisione del
territorio del comune di Verrettes nel dipartimento dell’Artibonite; si raggiunge attraverso una pista malamente
tracciata che si arrampica sulla montagna e poi scende verso un ruscello e una valletta verde. Non c’è un centro
abitato, ma una serie di casupole sparse nel territorio e alcuni edifici in muratura più grandi, la chiesa, le scuole,
la casa della comunità.
25Dadoue Printemps è una donna che ha dedicato tutta la sua vita ad accompagnare le donne, gli uomini, i bambini
che vivono a Dofiné in un cammino per il riconoscimento del loro diritto ad una vita degna. Anche noi
cerchiamo di accompagnare da più di 10 anni questo cammino, un percorso che ha fatto crescere noi e loro aldilà
di ogni aspettativa.
Ora a Dofiné c’è una scuola per l’infanzia, una scuola di base (500 bambini che altrimenti sarebbero rimasti
analfabeti perché le scuole più vicine sono a 3-4 ore di cammino), una scuola professionale, corsi di
alfabetizzazione per gli adulti; borse di studio che permettono a un certo numero di ragazze e ragazzi di
continuare gli studi nella capitale o in altre città, per poter poi, una volta diplomati, tornare come insegnanti,
formatori, ausiliari di salute a Dofiné e in altri luoghi della montagna.
Il FDDPA
Ma a Dofiné c’è soprattutto un’organizzazione contadina, FDDPA (Fronte per la difesa dei diritti dei contadini
haitiani), che lotta per condizioni di vita umane, per il riconoscimento dei diritti fondamentali, per il recupero
della terra. «La terra, per i contadini haitiani è tutto: senza la terra non c’è cibo e non c’è vita, senza la terra
inizia la schiavitù per le famiglie haitiane» dicono i membri di FDDPA. La terra è tutto, eppure di terra i
contadini haitiani ne coltivano sempre meno. La distribuzione della proprietà, le politiche agrarie ed economiche
hanno ridotto quella che era la colonia più produttiva delle Americhe sull’orlo del collasso economico ed
ambientale. Dal 1804 a oggi, tra dittature e occupazioni straniere che lasciarono il posto ad altre dittature, il
paese non riesce a trovare pace. E questa assenza di pace sociale ha tra le cause e gli effetti più rilevanti la
distribuzione della terra. Gli agrari, i grandons, padroni di terre, delle pianure irrigue e delle valli produttive,
esercitano un potere incondizionato volto a mantenere e a consolidare la loro proprietà. I contadini piccoli
proprietari sono relegati nelle colline brulle e in continua erosione per effetto del disboscamento che inizia ad
Haiti fin dai tempi della colonia e continua fino ad oggi. Ora che il livello di aridità e erosione è tale da rendere
difficile l’agricoltura, una delle principali attività di sussistenza è la ricerca di legna per fare carbone da vendere
nei mercati. Il carbone da legna è infatti la principale fonte di energia termica. Ma coltivare, per i contadini
haitiani, oltre che difficile per motivi “ambientali”, è economicamente sconveniente: la sovranità alimentare per
cui lottano i contadini nei loro piccoli appezzamenti, oltre alla siccità, alla povertà del terreno, alle violenze dei
grandi proprietari terrieri, deve fare i conti anche con la concorrenza dei prodotti, stranieri, dell’agricoltura
industrializzata che invadono i mercati locali. Ciò spesso scoraggia la popolazione che arriva ad abbandonare il
lavoro rurale per vivere “di carbone” o delle rimesse di qualche parente emigrato in Florida.
Anche i contadini della zona di Dofiné hanno perso la proprietà delle loro terre per non aver potuto saldare i
debiti contratti con il grandon per far fronte ad un periodo di siccità e carestia. La terra “persa” resta incolta, le
famiglie perdono la loro fonte di sussistenza primaria, il tessuto locale (economico e sociale) si impoverisce.
Ma i contadini di FDDPA credono nell’organizzazione, nella partecipazione e praticano il coumbite, una forma
di lavoro collettivo della terra: “i vicini” lavorano reciprocamente nelle terre di ciascuno oppure lavorano la terra
insieme per dividerne i frutti. Il coumbite a Dofiné assume allora il significato di lotta per i diritti. Durante il
coumbite una persona suona un tamburo per ritmare il lavoro. Nei coumbites di FDDPA i contadini
accompagnano il lavoro con i canti della loro lotta per la terra.
Una fioritura di partecipazione
Le radici della partecipazione a Dofiné, in questa comunità sparsa sulle montagne, le ha innestate il lavoro di
Dadoue Printemps, cominciando a fare scuola per i bambini: scuola e orto scolastico. La comunità ha cominciato
a interrogarsi, a pensarsi protagonista. E da cosa nasce cosa.
La comunità, partecipando, esplicita bisogni e cerca soluzioni, soluzioni povere ma praticabili e in grado di
incidere sul contesto e sulla consapevolezza delle proprie possibilità: un dispensario per i farmaci, un “vivaio”
per provare a rimboschire la montagna brulla. Nasce l’organizzazione delle donne che si riuniscono da sole,
prendono coscienza dei loro diritti e cercano insieme modalità che permettano autonomia economica, formano
una cooperativa che consente loro di creare una bottega di beni di prima necessità e di iniziare piccole attività
produttive come l’allevamento di pecore, polli, maiali, liberandole dalla schiavitù della raccolta di legna per
produrre carbone (grazie a un piccolo progetto di microcredito). Questa esperienza di partecipazione e
organizzazione contadina contagia altre comunità, realtà diverse, con diversi problemi e modi diversi di
affrontarli, i contadini si organizzano anche a Fondol, dipartimento Ovest, e poi a Marrouge, dipartimento
Nordovest e il cammino continua: i contadini escono dal loro villaggio, viaggiano, incontrano gli altri, scoprono
diversità e problemi comuni. Intanto a Dofinè viene al pettine il nodo della terra: i contadini organizzati iniziano
26a rivendicare la proprietà della terra che, dicono, «deve nutrire chi la coltiva». Organizzano il lavoro sulle terre
che vogliono recuperare: seminano e raccolgono. La repressione non manca e i più esposti vengono attaccati dai
macoutes, gli uomini del grande proprietario. Un membro di FDDPA viene fatto a pezzi col machete, altri sono
costretti a passare le notti fuori casa, a organizzare ronde per tenere alla larga queste persone. Quel po’ di
istituzioni esistenti fanno la loro parte arrestando i contadini che disturbano i sonni fragili del grandon. (Negli
ultimi mesi un’altra donna è stata uccisa e 4 contadini sono stati arrestati e incarcerati).
L’ultimo nostro viaggio
Tutto questo processo di crescita avviene sotto i nostri occhi: più volte in questi anni ci siamo recati ad Haiti,
l’ultimo viaggio risale allo scorso autunno. Erano passati 5 anni dalla nostra visita precedente. Un viaggio
desiderato e pensato da tempo ma reso difficile e pericoloso dagli avvenimenti che hanno sconvolto negli ultimi
anni la vita già dura di questo paese che sembra condannato a non trovare pace e giustizia.
I nostri nove giorni di permanenza ad Haiti sono trascorsi facendo visita e incontrando i più poveri, quelli che
non contano nulla, che a Port-au-Prince sono considerati delle “bestie” e di questo sono consapevoli: i disperati
di Bellanger, una piccola baraccopoli in riva al mare, ammalati di AIDS; i contadini della montagna, a Fondol,
Dofiné, Catienne, e le donne, le “Madam Sara” (così sono dette ad Haiti le donne che fanno il piccolo
commercio, perché assomigliano a un piccolo uccello, Sara, molto laborioso, che sfama tutti i suoi piccoli e
canta in continuazione) di Pierre Payan, di Fondol, di Dofiné, sempre in cammino per conquistare la vita.
Più volte abbiamo avvertito la nostra diversità, il nostro appartenere a un “altro” mondo, la nostra fatica a trovare
le parole per metterci in comunicazione con persone che ogni giorno devono fare i conti con la lotta per
“sopravvivere” e, nonostante questo, lottano anche per “vivere” in modo degno ed umano.
Arriviamo ad Haiti durante il periodo preelettorale in un clima di grande insicurezza e violenza: le chimères
(bande giovanili di sostenitori di Aristide) continuano a imperversare; nelle cosiddette “zones sans droit”, da
loro controllate, non si può circolare per la strada, non si può andare al mercato, loro sono pieni di armi,
rapiscono le persone per soldi e poi spesso le ammazzano; sono ragazzi molto giovani, corrotti dalla demagogia
di Aristide ed ora completamente fuori controllo. Inoltre il paese è occupato, la missione ONU (MINUSTAH)
sembra resterà molto a lungo; i caschi blu sono visibili in alcuni punti strategici, ma non fanno niente: le strade
restano impraticabili, il degrado ambientale crescente; loro sparano molto facilmente, però se ci sono le chiméres
in azione non intervengono. Con la loro presenza infine è aumentata la prostituzione e ci sono molti casi di
violenze sessuali.
Preparare l’alternativa
I nostri amici haitiani non ripongono grandi speranze nelle elezioni visto il caos e l’insicurezza dominanti nel
paese. Ma nonostante la violenza, la miseria, l’abbandono – ci dicono – bisogna avere fiducia e continuare la
lotta. Anche se non c’è ancora un movimento democratico organizzato che possa prendere il potere, bisogna
continuare ancora a mobilitarsi, a lavorare sempre più con i contadini per la coscientizzazione, senza
scoraggiarsi, senza dire “Haiti non cambierà mai”. Certo “le bon jour” è ancora lontano e lo vedranno le
generazioni future, ma bisogna prepararlo; si cerca l’alternativa anche se è difficile. E loro stanno lavorando in
questa direzione. FDDPA nonostante tutto è cresciuto e continua a crescere, a ramificarsi in varie e diverse zone
del paese.
La terra e l’educazione: questi i due bisogni fondamentali su cui si lavora. E se la terra non c’è, bisogna
“recuperarla” o occuparla; come hanno fatto sulle montagne di Dofiné prima e a Fondol poi; e bisogna imparare
a gestirla insieme, distribuendola tra tutti, trovando il modo di irrigarla, di fermare l’erosione piantando alberi.
Terra e acqua, acqua piovana da raccogliere installando cisterne faticosamente trasportate sulle montagne, gli
chatodo, e acqua pompata dai torrenti verso le terre coltivabili. È un cammino difficile: bisogna far fronte alla
violenza dei grandi proprietari e delle autorità che li spalleggiano, ma bisogna anche imparare a organizzarsi,
discutere, ascoltarsi, lavorare insieme, consapevoli che l’unità è l’unico bene e l’unica forza dei contadini poveri.
Sono nati così tanti gruppi a seconda dei bisogni: i comitati di zona, quelli per l’irrigazione, le piccole
cooperative di donne, i comitati dei genitori, i corsi di formazione su diritti, forme organizzative, sindacati. Tanti
piccoli gruppi che si riuniscono tra loro e poi si ritrovano in assemblee più grandi. E negli incontri si parla delle
cose di tutti i giorni: l’andamento dei raccolti, gli animali da allevare, la scuola da costruire, le situazioni difficili
da affrontare… e gli animatori intrecciano questi discorsi con considerazioni di carattere economico che
collegano le situazioni personali e locali ai problemi più vasti della globalizzazione e dello sfruttamento
neoliberista aiutando ad allargare lo sguardo e a capire le cause della loro povertà con esempi semplici e concreti
27come il prezzo dei mangimi per i maiali importati dall’estero o l’introduzione del riso americano nel mercato
haitiano.
La consapevolezza e la voglia di cambiare
E bisogna fare scuola ai bambini, ingrandire quelle esistenti e costruirne di nuove dove non ci sono, magari
cominciando con delle tettoie ricoperte di frasche. FDDPA – ci dice il suo coordinatore Céleus Pier, contadino
come gli altri – non è semplicemente un’organizzazione di contadini, il suo scopo principale è di aiutare la gente
a prendere coscienza e dare una scuola ai bambini per avere in futuro una vita degna. I mezzi sono pochi, ma si
lavora e si lotta per migliorare le condizioni di vita. Ora l’obiettivo è sviluppare un progetto di decentramento
scolastico perché per i contadini – non si stanca di ripetere – la priorità sono i bambini: sono loro infatti che
potranno dare vita e sviluppo alla zona, che potranno cambiare la mentalità. E sono centinaia i bambini iscritti
alla scuola, segno che cresce la consapevolezza e la voglia di cambiare.
L’esempio di Fondol
Incontriamo tanta gente, partecipiamo a tante di queste riunioni. A Fondol sono presenti 96 delegazioni
provenienti da tutta la montagna, la Catena dei Matheux; spicca tra gli altri il comitato per l’irrigazione delle
terre occupate, il simbolo di cosa si può ottenere con l’unione. “Fondol non ha terra – ci racconta Dadoue – ci
sono solo sassi e pietre; solamente un terreno, in basso, può produrre, ma appartiene a un grande proprietario che
vive ad Arcahaie. Quando sono arrivata a Fondol mi sono chiesta che fare. Le donne cercavano legna per andare
a venderla al mercato di Arcahaie per comprare del cibo per i bambini non avendo terra da coltivare. Senza terra
non c’è salvezza. Ho riflettuto molto sul problema della terra, sulla necessità di recuperarla. Il Komitée Cap
Anamur, una ong tedesca, mi ha proposto un progetto di tre anni per il funzionamento del dispensario locale. Io
ho detto loro che non ho bisogno di medicine: da 11-12 anni distribuisco medicine e non serve a niente perché
non c’è cibo e i bambini muoiono di fame, quindi prima il cibo e poi le medicine. Ho proposto loro di aiutare a
creare un sistema di irrigazione: l’acqua c’è, ma bisogna pomparla in alto e poi farla scendere per irrigare la
terra, questa è la necessità di Fondol. Il Komitée Cap Anamur, dopo aver esaminato la proposta, l’ha accettata.
Hanno comprato una pompa, un generatore di elettricità, inviato dei tecnici per l’installazione della pompa e la
costruzione di tutto l’impianto di irrigazione; hanno anche costruito una piccola casa dove i contadini si
riuniscono per fare le loro riunioni. A questo punto bisognava recuperare la terra. Abbiamo organizzato delle
riunioni con i contadini e abbiamo deciso che bisogna dire che la terra appartiene ai contadini, che apparteneva
ai loro nonni. Così si è fatto e si è occupata la terra, distribuita a tutte le famiglie di Fondol; ora si coltivano
banane, mais, legumi e ortaggi: la situazione sta migliorando. Sono andata due volte al tribunale, ma non da sola,
con tutti i contadini per difendermi dalle accuse di appropriazione indebita. Io resto ricercata e devo
nascondermi, ma quel che è importante è che ora i contadini sono solidali tra loro, uniti, hanno capito che questa
è la loro forza, restare uniti, l’unità è il loro unico bene perché sono tutti poveri poveri poveri che non hanno
assolutamente niente, l’occupazione di quella unica terra fertile è il solo modo per salvarsi.”
Le donne di Dofiné in cammino
A Dofiné incontriamo le donne che si sono organizzate in una cooperativa, sono divise in 50 gruppi di 4 donne
ciascuno, vengono da tutta la zona. Ogni 3 mesi si riuniscono per la valutazione delle attività. Se qualche gruppo
ha dei problemi seri (siccità e conseguente perdita del raccolto, incendio, inondazione…), viene aiutato
attingendo al fondo comune costituito a questo scopo. La cooperativa ha comprato dei terreni e ha cominciato a
rimboschirli e a coltivarli; i prodotti in parte li consumano, in parte li vendono ai mercati. Fanno anche oggetti da
vendere, stuoie, borse, panieri con le fibre vegetali che comprano insieme e allevano piccoli animali.
Incontriamo queste donne nella chiesa gremita di Dofiné. Sono donne in maggioranza giovani, molte incinte,
molte con un bambino piccolo in braccio. Ci accolgono cantando; il canto è ritmato dai tamburi e animato da 3
donne che quasi danzano in mezzo alla sala, “donne contadine alzatevi in piedi”: non è solo un canto, è
l’espressione di forza, energia, vita. Quando parlano, raccontano dei problemi della loro vita, delle difficoltà che
devono affrontare quotidianamente: i raccolti scarsi o distrutti dalla siccità, i figli da nutrire, le malattie, la
mancanza di cure e strutture sanitarie, le strade impraticabili, l’erosione del terreno, il disboscamento della
montagna; l’aumento continuo del costo della vita, la tentazione di fuggire in città dove c’è ancora più miseria e
violenza, soprattutto per le donne; la mancanza di sicurezza e la diffusione delle armi anche qui sulle montagne.
Jeannette, la coordinatrice, ricorda che l’organizzazione è molto cresciuta e ora le donne sono davvero tante e
questo è importante: “Siamo molte madam Sara, tutti i giorni in cammino”, sono però anche cresciute le
necessità e perciò bisogna andare avanti con coraggio e forza e il sostegno che viene dall’estero (“di là dal
28mare”) le incoraggia a proseguire, a cercare l’unità, a non restare in casa, ma ad alzarsi e mettersi in cammino
insieme.
La nostra consapevolezza
Raccontare tutti gli incontri sarebbe troppo lungo. Una sola cosa vorremmo aggiungere su questo viaggio: siamo
tornati da Haiti con la consapevolezza che l’incontro è indispensabile: per rafforzare il legame che ci unisce
ormai da più di 10 anni; per comprendere meglio la realtà locale in tutta la sua complessità e cercare di farla
capire a chi, anche tra noi, non riesce a liberarsi da schemi semplicistici di lettura; per rendere più efficace e
profonda la solidarietà.
Vogliamo continuare ad accompagnare come possiamo il cammino percorso da questa comunità contadina che
abbiamo incontrato per la prima volta in una domenica di luglio del 1995. I risultati del lavoro collettivo del
FDDPA sono concreti e visibili: hanno saputo costruire scuole, organizzare piccole cooperative, recuperare la
terra e, soprattutto hanno tessuto una grande rete di solidarietà, una forza che nasce dall’unione. Nonostante la
scarsità dei mezzi a disposizione, la violenza del contesto in cui vivono, l’avversità di uno stato presente solo per
reprimere, le contraddizioni che devono affrontare giorno dopo giorno.
Il frutto dell’azione popolare
Chi va ad Haiti si accorge che il tessuto sociale esistente è frutto dell’azione popolare, dato che lo Stato è in
dissoluzione e mostra cedimenti strutturali già dal 1995. Le comunità che Dadoue ha avvicinato – e quindi
accompagnato fedelmente nelle loro rivendicazioni ai bisogni primari – costituiscono oggi una rete di relazioni
tra realtà anche lontane; è in atto un processo di consolidamento delle comunità, a partire dal momento
educativo/formativo, e nel contempo queste comunità stanno costruendo un tessuto sociale che affronta la
miseria e la fame, l’assenza dello Stato, la grande proprietà della terra, e – crediamo – anche la sfiducia nella vita
perché il paese è abbandonato a se stesso.
Un progetto pensato e gestito localmente
Oggi osserviamo che, dall’iniziativa originaria – che la Rete chiama “operazione Dofiné” – si è sviluppato un
progetto pensato e gestito dalle comunità haitiane organizzate localmente, a cui collaboriamo con una
condivisione che va al di la del contributo economico e a cui dobbiamo dedicarci con responsabilità. Il concetto
di progetto – solitamente confinato ad una iniziativa peculiare – viene superato dal processo in atto di una realtà
in continua e positiva evoluzione, pur tra mille difficoltà. Tutto ciò avviene, infatti, in un contesto terribilmente
violento e precario.
FDDPA ora è presente in 3 dipartimenti: Artibonite (Dofiné e tutta la montagna attorno: 6 sezioni rurali, tra cui
Catienne e La Croix); Ovest (Fondol e Chaine des Matheux; Cabaret; Toma; Bellanger; Pierre Payan);
NordOvest (Marrouge). Oltre all’aiuto della Rete (e di altri soggetti italiani attraverso essa), FDDPA è in
relazione con Komitée Cap Anamur (una ong tedesca che da anni collabora con Dadoue, costruendo il
dispensario di Fondol e di Bellanger e la scuola di Fondol, facendo funzionare con personale suo i dispensari e
pagando insegnanti e materiali per la scuola di Fondol; ha finanziato, progettato e messo in funzione il sistema di
irrigazione di Fondol).
Ma FDDPA si sostiene anche con le sue forze: contributi dei suoi membri e dei suoi amici, ricavato della
coltivazione dei jardins (campi coltivati) e dell’allevamento degli animali. In Haiti varie organizzazioni hanno
ricevuto molti aiuti dall’estero, ma, quando questi aiuti sono cessati, le organizzazioni non sono più riuscite ad
andare avanti e hanno chiuso. FDDPA non vuole che questo accada: bisogna andare avanti anche senza aiuti, se
ci sono, meglio, altrimenti bisogna continuare con le proprie forze per quanto piccole.
Le attività complessive che da 10 anni sono state messe in atto e che tuttora esistono riguardano: Istruzione e
formazione: scuola di base e scuola professionale a Dofiné; circa 600 alunni frequentano annualmente la scuola
di base; gli insegnanti sono spesso ex alunni, le strutture e le attrezzature scolastiche sono minime, le
metodologie creative e prevedono anche – ad esempio – l’intervento di esperti esterni; la scuola professionale
per giovani funziona durante i fine settimana e ha carattere di stage; scuola di base a Catienne e a La Croix, nella
zona di Dofiné, senza edifici idonei, in ripari di fortuna; scuola di base a Fondol; la scuola delle madri a
Marrouge prevede l’alfabetizzazione e si inserisce in una formazione degli adulti trasversale a tutte le comunità;
le borse di studio per ragazze/i di Dofiné, Fondol e Marrouge che hanno l’obiettivo di offrire una formazione
superiore.
Organizzazione contadini: prende caratteristiche diverse a seconda delle zone: FDDPA a Dofiné con produzione
per autoconsumo, vivai, riforestazione, recupero terre grandon; Gaiac a Fondol che ha occupato le terre incolte
29ma fertili di proprietà di un grandon e le ha rese coltivabili costruendo un sistema di irrigazione; Foyer S. Anne a
Marrouge in cui si coltivano terre comunitarie.
Organizzazione delle donne: un settore fondamentale del tessuto sociale, vista l’importanza del ruolo della
donna; in particolare le iniziative riguardano: la costruzione e gestione di un panificio e le gestione di una
cooperativa di beni di prima necessità, la gestione di un fondo per piccoli crediti utilizzati per l’allevamento di
piccoli animali e la lavorazione dei prodotti agricoli (Dofiné); una cooperativa per beni di prima necessità a
Fondol; la scuola delle madri, e un panificio a Marrouge; il gruppo delle donne di Pierre Payan costituite in
cooperativa: allevano animali, fanno piccolo commercio, gestiscono un forno per il pane, fanno incontri di
formazione .
Nel campo della salute: ambulatorio clinico a Fondol, Dofiné, Marrouge, Tomà, Bellanger; operano anche
distribuendo farmaci a costi simbolici, vaccinando la popolazione, dando una formazione sanitaria di base,
facendo prevenzione per l’AIDS. Importante anche il recupero della medicina tradizionale, attraverso i
“medecins feuilles” e “femmes sages”, integrando le conoscenze popolari con la medicina convenzionale.
Accoglienza ed educazione nella casa comune Kay miss yo a Cabaret di bambine e bambini, senza famiglia o
con famiglia che non sono in grado di provvedere a loro.
Specificità dell’intervento della Rete
La Rete Radié Resch in tutto questo tempo ha contribuito con circa 160.000 euro, attraverso importi modesti ma
regolari. A nostro avviso questo dimostra che con pochi fondi, senza strutture di cooperazione intermediarie, ma
costruendo delle relazioni concrete, si può generare un processo di crescita significativo e sostenibile.
Vorremmo concludere con la lettura di un piccolo brano tratto da I signori della rugiada di Jacques Roumain,
uno dei più grandi scrittori haitiani:
«Ma cosa siamo? Se è una domanda, adesso ti rispondo: ebbene, noi siamo questo paese, che senza di noi
non è niente, ma proprio niente. Chi è che pianta? Che annaffia? Che fa il raccolto? Caffè, cotone, riso,
canna da zucchero, cacao, mais,” banane, tuberi e tutti i frutti, se non ci siamo noi, chi li fa crescere? E
con tutto ciò siamo poveri, è vero; siamo infelici, è vero. Ma sai perché fratello? A causa della nostra
ignoranza. Non sappiamo ancora che siamo una forza sola: tutti i paesani, tutti i negri delle pianure e dei
monti messi insieme. Un giorno, quando avremo capito questa verità, spunteremo da un capo all’altro del
paese e faremo l’assemblea generale dei signori della rugiada, il grande coumbite dei lavoratori della terra
per dissodare la miseria e piantare la nuova vita».
A Dofiné, Fondol, Marrouge, pur tra enormi difficoltà il grande coumbite è iniziato.
Testimonianza dalla Repubblica Centrafricana
di Emile Ndjapou 9
“Un Paese molto ricco e molto povero”
10
Ho piacere di condividere con voi qualche informazione sul mio paese, la Repubblica Centrafricana. Si tratta per
me di presentarvi la situazione attuale del paese e la sua potenziale evoluzione, e soprattutto sottolineare le
responsabilità interne ed esterne.
Prima di rispondere a queste due questioni, vediamo prima dove si trova la Repubblica Centrafricana. Come il
nome indica: la Repubblica Centrafricana è proprio il cuore dell’Africa, tra il Camerun a Ovest, i due Congo al
Sud, il Ciad a Nord, il Sudan a Est. Lo Stato venne creato per la prima volta nel 1905, e si chiamava Oubangui –
Chari; poi dal 1910 entrò nel territorio dell’Africa equatoriale francese, con altri paesi vicini.
La Repubblica Centrafricana è a volte un paese ricco, almeno potenzialmente, e a volte molto povero. È da anni
sottomesso a un sistema di gestione degli affari poco produttivo di progresso; ha attraversato negli ultimi 15 anni
9
Emile Ndjapou è insegnante all’Università di Bangui, magistrato, pubblico funzionario della Repubblica Centrafricana,
relatore per la locale società civile al Congresso “Tam tam senza frontiere”, organizzato nel gennaio 2006 a Bangui, capitale
della Repubblica Centrafricana, dalla Rete Radié Resch di Varazze con Marc Karangaze del CEDIFOD, accanto a Serge
Latouche e Achille Ludovisi, con una delegazione di 17 italiani della Rete Radié Resch.
10
Traduzione e redazione del testo a cura di Dino Poli della Rete di Verona.
30una fase di turbolenza politica, economica e militare che ha aggravato il suo arretramento. Il paese è passato
attraverso crisi successive, che hanno prodotto conseguenze drammatiche sulle popolazioni.
Un Paese molto ricco
Perché diciamo che la Repubblica Centrafricana è un paese ricco, e anche molto ricco?
Anzitutto la prima ricchezza di un paese è il suo capitale umano, e in un paese di 623.000 kmq per circa 3,9
milioni di abitanti, notiamo che il 50 % di essi ha meno di 18 anni. È dunque una popolazione molto giovane e
molto attiva. Ma oltre a ciò è una popolazione rafforzata da una lingua nazionale unica (il sango), elemento
questo molto importante, cemento di tale unità. In tante turbolenze e fra cose che non funzionano, i centrafricani
si capiscono, e spesso il peggio viene così evitato.
Un’altra ricchezza della Repubblica Centrafricana è il suo enorme potenziale naturale: l’acqua è dappertutto, è
un castello d’acqua nell’Africa centrale. Due sono i bacini fluviali, con molti corsi d’acqua, che alimentano il
lago Ciad a nord e il fiume Congo a Sud. I fiumi facilitano la circolazione degli uomini e delle merci, la
produzione di pesci, di alberi per il riscaldamento e le costruzioni, e di molte altre risorse.
Altre ricchezze che il paese offre sono le sue molte risorse minerarie. Il sottosuolo è estremamente ricco di
minerali di vario tipo: diamanti, ferro, oro, rame, uranio, petrolio, mercurio, e altri. Tante ricchezze non sono
sfruttate come sarebbe necessario, ed anzi provocano interessi e avidità di molti paesi d’Europa, dell’Asia,
dell’America, ed anche dall’Australia. I diamanti sono il primo prodotto di esportazione: nel 1994 si sono
esportati 550.000 carati di diamanti, per circa 70 milioni di dollari, ma ad Anversa di carati ne sono arrivati più
di 1 milione e mezzo, e cioè 3 volte le stime ufficiali, con esportazioni illegali e imbrogli.
Come dicevamo, per la sua posizione geografica nel cuore del continente africano, la Repubblica Centrafricana è
ben irrorata e si trova nell’ecosistema delle foreste pluviali a sud e delle savane al centro e al nord. Le piogge
sono abbondanti: in media cadono 1.400 mm di pioggia annua al sud e 1.000 al nord, e quindi possono
prosperare diverse coltivazioni, distinte in coltivazioni di rendita, per l’esportazione, e coltivazioni di
sussistenza, per l’alimentazione. Tra le coltivazioni di rendita c’è il cotone, coltivato al nord e al centro, il caffè a
sud, e il tabacco a ovest. Due terzi della popolazione è impegnata nella coltivazione del caffè, che rende 15
milioni di franchi centrafricani (cefa). Ma dopo anni di raccolti buoni, la produzione è molto calata: dalle 70.000
tonnellate di cotone del 1970 si è calati alle 20.000 ton di oggi.
Le coltivazioni di sussistenza, o per la vita, sono per il consumo locale: sono la manioca, l’alimento base, le
arachidi, il miglio, il mais, il riso, e altri. Oltre all’agricoltura, sono fiorenti l’allevamento, la caccia, e la raccolta
di vari prodotti selvaggi: sono allevati ad esempio più di 3 milioni di bovini, quasi un capo ogni abitante.
I prodotti della foresta, di legno e non legnosi, sono un altro potenziale economico molto importante del paese.
Legni di alto pregio e una fauna molto significativa (leoni, pantere, elefanti, gorilla, bufali, ippopotami, antilopi,
facoceri, eccetera) attirano ogni anno molti operatori economici: il legno entra per più di un terzo
nell’esportazione, e nel 2000 circa 700.000 metri cubi di essenze sono stati esportati ufficialmente per 2,5
milioni di dollari USA.
Sottolineiamo anche l’importanza del potenziale culturale del paese, che si riscontra nelle danze tradizionali e
nella musica. Da una regione all’altra, fiorisce tutta una diversità di oggetti d’arte, di siti archeologici e di
musiche, registrate da molti ricercatori europei per la loro varietà e originalità.
Un Paese anche molto povero
Sfortunatamente, a dispetto di tanto potenziale, il paese è povero, anzi molto povero. Non è riuscito a sviluppare
capacità sufficienti e necessarie ad una trasformazione in positivo, per migliorare la qualità della vita della sua
popolazione. Per quanto si riferisce allo sviluppo umano, il paese ha continuato ad arretrare: il rapporto mondiale
sullo sviluppo umano, pubblicato ogni anno dall’UNDP (agenzia ONU), indica che nel 1990 il paese occupava il
148° posto su 174, mentre nel 2005 è arretrato al 171° posto su 177. Ciò dipende da vari fattori: una bassa
speranza di vita alla nascita, che è ora 43 anni per gli uomini e 49 per le donne (tale parametro si abbassa
costantemente da 10 anni), l’AIDS e il paludiamo, che fanno delle vere stragi, una forte mortalità infantile e
materna, un basso livello di scolarizzazione. Il PIL non cessa di calare, e il cittadino centrafricano di oggi è 10
volte più povero di quello di 40 anni fa.
Uscire dalla povertà non è facile, con un tasso di crescita economica molto debole (in media al di sotto dell’1%),
inferiore al tasso di crescita demografica, intorno al 2,4% annuo. Anche gli aiuti pubblici sono calati, e gli
investimenti dipendono strettamente dall’esterno. Il peso del debito pubblico e la difficoltà di far fronte ai vari
31condizionamenti hanno provocato la sospensione dei programmi di aiuto delle istituzioni finanziarie
internazionali e ridotto la cooperazione bilaterale. Il paese sembra proprio abbandonato a se stesso.
Quindi la Repubblica Centrafricana è un paese di paradossi, e ciò lascia un segno nella sua evoluzione e nel suo
avvenire, soprattutto per la mancanza di un progetto di sviluppo a lungo termine. Da 15 anni il paese procede
senza una pianificazione, e ciò, unito al malgoverno ha provocato continue crisi, che riducono continuamente
l’autorità dello stato. Crisi politiche quindi, che, con la cattiva pratica della democrazia e del governo,
impediscono il funzionamento regolare delle istituzioni; di tale instabilità politica sono segno i molti
ammutinamenti, i colpi di stato a ripetizione e le ribellioni. Ma anche crisi economiche, come si riscontra dal
fatto che le imprese, in numero di 400 negli anni ‘70-‘80, si sono ridotte a meno di 10; e crisi sociali, per la
disoccupazione diffusa, legata alla mancanza di una politica del lavoro, all’incapacità dello Stato di pagare i
salari dei suoi dipendenti; le perdite delle imprese sono anch’esse fattori che hanno aumentato la miseria nei
mercati. Questa situazione rende del tutto incerto il futuro del paese.
Un Paese nell’incertezza
Oggi un centrafricano non sa dove si trova, ha perduto tutti i suoi riferimenti per la mancanza di una prospettiva
a lungo termine, e soprattutto per l’incapacità di contare su se stesso. Vediamo ad esempio le difficoltà che ha un
cittadino funzionario dello stato di ricevere il suo salario mensile: l’incertezza di tale riscossione lo rende molto
vulnerabile, non può farsi un piano di spesa, né far fronte ai multipli bisogni vitali quotidiani.
Oggi un centrafricano non sa dove va, non ha una visione minima del domani. Né i discorsi politici né le opzioni
strategiche hanno saputo definire una linea di condotta, un’immagine del paese a lungo termine che riesca a
influire sui comportamenti dei cittadini. È difficile al giorno d’oggi per un cittadino sapere cosa farà domani,
pianificare la formazione dei bambini, costruire strade, valorizzare questi enormi potenziali, eccetera.
Infine oggi un centrafricano non è preparato all’avvenire, non ha strumenti per misurare le sue sfide. Le
prospettive di lavoro non lo mobilitano abbastanza, dopo anni e anni di scioperi. Una predisposizione alla
pigrizia ed al guadagno facile, favorisce la diffusione della corruzione e della frode. Per questo il paese conosce
ancora e sempre più problemi gravi di insicurezza ad ogni livello.
Responsabilità interne ed esterne
Di chi è la responsabilità di tutto ciò ? Distinguiamo responsabilità interne ed esterne.
Sul piano interno, si è ormai instaurato un certo tipo di comportamento, privilegiato dagli stessi centrafricani. Si
sono persi i valori del progresso, la cultura dello sforzo, prevalgono le cattive abitudini e soprattutto la
propensione a distruggere sistematicamente i beni pubblici e degli altri. E su questi aspetti negativi, ci si
pongono molte domande: infatti il centrafricano ha beneficiato di una cultura tradizionale basata sul rispetto
degli anziani, sulla solidarietà e sullo sforzo di difendere il patrimonio della comunità; ed ha beneficiato anche di
una cultura cristiana, portata dai colonizzatori e ben radicata, una cultura di pace, d’amore e di tolleranza.
Sfortunatamente e curiosamente, nessuna di queste due culture sembrano più costituire valori per i centrafricani,
e alla base della desolazione attuale si trova una cultura di distruzione e di saccheggio sistematico, che sembra
orientare ad un suicidio collettivo.
Sul piano esterno, la situazione attuale del paese mostra un disinteresse diffuso della comunità internazionale:
dopo il 2003 le risposte agli appelli umanitari sono debolissimi, gli investimenti quasi nulli, il debito estero
continua a opprimere. Il paese non riesce a impostare riforme che gli permettano di rispondere ai
condizionamenti draconiani legati al rimborso del debito. La situazione si aggrava con la presenza in quell’area
africana di molti uomini armati (banditi di strada, ribelli, eccetera); la zona isolata e le cattive condizioni
economiche non facilitano l’accesso dei mercati stranieri, sempre più esigenti e competitivi. La Banca mondiale
e il Fondo monetario internazionale hanno imposto allo Stato di calare i salari, e lo Stato ha licenziato i
funzionari, gli insegnanti, gli infermieri, gli agrotecnici: ad esempio in una zona con 24 scuole, ciascuna ha 500
studenti, non ci sono più di 2 docenti per scuola, cosicché ogni studente riceve 2 ore di lezione la settimana. Gli
aiuti stranieri sono bassissimi: l’ONU aveva stabilito con una sua risoluzione che ogni stato ricco stanziasse per
aiuti l’1 % del suo reddito, ma non si arriva allo 0,7 (l’Italia non arriva allo 0,2).
Il paese futuro
La popolazione centrafricana ha ricavato delle lezioni dalle sue carenze: piano piano prende coscienza degli
sforzi necessari per ritrovare la speranza, attraverso il dialogo nazionale, la lettura delle sofferenze quotidiane e
delle distruzioni; nei media, sempre più attivi, è messa in evidenza la lotta contro il malgoverno, c’è più
attenzione ai diritti dell’uomo, ed è messa in evidenza la sete di cambiamento, e la gioventù viene educata a
32questa nuova visione. Oggi gli africani parlano fra loro, non esitano a denunciare e reclamano il buon governo a
tutti i livelli, e sempre nuovi sforzi si riscontrano. La volontà di riorganizzare lo Stato si traduce poco a poco in
riforme amministrative che auspicano un avvenire di novità. Il CEDIFOD ad esempio ha organizzato tutta una
serie di conferenze in molte città e nelle Università, dove affluiscono soprattutto i giovani ed i giovanissimi.
Testimonianza del Guatemala
a cura di Dino Poli, rete di Verona
Speravamo di avere una testimonianza importante al Convegno dal Guatemala, ma non ci è stato possibile.
Proponiamo i nostri normali testimoni.
Il Guatemala è un paese che ci è particolarmente caro, che seguiamo da anni, con cui siamo affettuosamente
collegati. Rigoberta Menchù è stata più volte nostra ospite e testimone, anche prima di essere premio Nobel, e ci
ha accompagnato nelle celebrazioni dei 500 anni della conquista dell’America. Ci ha spiegato con la sua persona
e con la sua testimonianza cosa è successo in Guatemala, della guerra civile durata dal 1954 al 1997, dalla prima
invasione dei marines, intervenuti per difendere gli interessi della United Fruit Company, fino agli accordi di
pace di Esquipulas.
Mons. Juan Gerardi, martire
La nostra operazione di solidarietà come Rete Radié Resch è intitolata a mons. Juan Gerardi Conedera, il
vescovo che ha denunciato con forza la violenza continuata operata dall’esercito contro la popolazione
indigenza, con intimidazioni e ammazzamenti che sono arrivati ad un vero genocidio, riconosciuto dall’ONU,
con una feroce persecuzione della Chiesa cattolica e dei suoi catechisti. Mons. Gerardi è stato assassinato
nell’aprile 1997, il giorno dopo aver pubblicato il suo Guatemala Nunca Màs, un corposo libro in cui aveva
raccolto le testimonianze raccolte nelle parrocchie; il processo contro i suoi assassini non è mai riuscito a partire.
Doveva intervenire qui a Rimini un vescovo che ha collaborato a lungo e attivamente con mons. Gerardi,
l’attuale presidente della Commissione episcopale del Guatemala, mons. Alvaro Ramazzini, anch’egli più volte
minacciato di morte. Mons. Ramazzini oggi (25 marzo 2006) è in Italia, è a Roma col CIPAX a fare memoria di
Romero e Gerardi. Ma la sua azione non si limita alla memoria, si oppone anche con vigore e tenacia allo
sfruttamento del territorio della sua diocesi, San Marcos, la regione al confine col Messico, difendendo la sua
popolazione dallo sfruttamento delle multinazionali minerarie.
Carlos e Eluvia
Sono stati nostri ospiti ai Convegni nazionali altri guatemaltechi: nel 2000 erano con noi i giovani Carlos Tamup
e la moglie Eluvia. Continuano il loro forte impegno per il loro paese e la popolazione Maya: Carlos era a
Ginevra all’ONU a fine febbraio, alla sessione contro le discriminazioni razziali, con la delegazione Maya di
Prodessa, l’associazione indigena per la quale lavora. Carlos ha sostenuto il progetto del “vivero fructal y
forestal”, che la Rete ha seguito dal 2001 al 2005; Carlos sta costruendo un piccolo Collegio per studenti Maya
nel suo paese d’origine, San Pedro Jocopilas, perché tutti i ragazzi del Quiché possano ricevere un’istruzione
adeguata, raggiungere conoscenze minime e autonomia culturale e recuperare la loro dignità. Ci scrive
regolarmente, e ci ha raccontato le riesumazioni degli ammazzati dalle fosse comuni, dove c’erano anche i suoi
familiari, il padre, gli zii, i cugini, che hanno procurato una grande sofferenza a tutti i sopravvissuti.
“Alberi per la vita”
Parte ora una quarta operazione /Progetto di solidarietà della Rete Radié Resch di Verona col Guatemala, sempre
per piantare alberi: “Alberi per la vita, boschi per la pace”. È un tipo di azione solidale inventata da mons.
Gerardi, per dare alimentazione più completa ai contadini, con le vitamine della frutta, per aumentare le loro
possibilità di sopravvivenza economica mediante la frutta e le marmellate, per riunire le persone in associazioni
e cooperative, dopo la dispersione della guerra, perché le famiglie nei villaggi si riaggreghino e si ritrovino, per
trovare nuova forza e dignità sociale nei municipi, ma anche per ricreare i boschi distrutti dalla repressione: “una
cabeza y cinco arboles” era la formula dei militari nella repressione. Il nostro referente dell’operazione è un
piccolo prete maya molto attivo e sensibile, padre Clemente Peneleu Navichoc, quello che ha celebrato le nozze
di Rigoberta e contemporaneamente anche le esequie del suo bambino, nato morto. Padre Clemente vive nella
zona montagnosa del Quiché, nelle sue parrocchie ha fatto sorgere gruppi e associazioni di giovani e contadini,
scuole e cooperative, e mantiene contatti regolari con tutti noi.
33Un popolo martire
Il Guatemala è un paese bellissimo, il suo popolo è un popolo martire; una natura bellissima, dai colori
sgargianti, visibili sia nella natura sia negli huipiles, i vestiti tipici; una storia ed una cultura affascinanti (i Maya
hanno celebrato in questi giorni il capodanno del 5122 !); a fronte di una persecuzione durata più di 30 anni, con
una repressione feroce e sanguinosa contro una popolazione inerme e mite. Il Guatemala è un modello di
cammino di liberazione e di lotta contro sopraffazioni e stragi, contro un governo violento e crudele e contro
multinazionali corrotte predatrici, anche in difesa del loro territorio così ricco, lussureggiante e incantevole.
La Rete RR ha accompagnato molti viaggi di conoscenza in Guatemala 11 , e tutti i viaggiatori sono tornati
entusiasti del posto e della gente; l’impegno ed i viaggi sono l’occasione per diventare davvero cittadini
planetari, secondo l’espressione di Balducci, che è poi la meta finale della nostra solidarietà e della nostra
associazione.
Testimonianza della lotta della ex Zanon (Argentina):
12
Enrique Rafael Keller, operaio, e sua moglie Mirella 13
Enrique Rafael Keller
Il conflitto iniziò con uno sciopero di 9 giorni, contro il licenziamento senza causa di due nostri compagni.
Successivamente ci fu un altro sciopero, di 12 giorni, perché il “signor” (se si può chiamarlo così) Zanon aveva
iniziato lo svuotamento dell’
azienda. Noi, però, non ce n’
eravamo accorti subito, ma vedevamo che dagli
stabilimenti usciva molto materiale. Il primo passo fu quello di conquistare la commissione interna della
fabbrica. E in effetti, la nuova commissione iniziò a fare un buon lavoro, mentre la commissione direttiva,
invece, era troppo burocratica. Quando arrivò il momento di scegliere la nuova commissione interna, i candidati
della nuova lista ci dissero “Voi siete le nostre basi, e dovete dirci voi che cosa dobbiamo fare e dire”. Ed è così:
nelle nostre assemblee si dibatte tutto, e si sceglie sempre il meglio delle proposte.
Un giorno, però, arrivò il nostro dirigente. C’
erano 40 persone lì, sulle 500 che lavoravano. E disse: “Compagni,
Zanon vuole licenziare 100 operai, sospendere la metà dei rimanenti, e l’
altra metà dovrà lavorare per pagare gli
indennizzi”. Erano 25 anni che lavoravo alla Zanon e, con quelli più maturi di esperienza, dicevo: “No, non può
essere”. Il nostro rappresentante dovrà dire di no, chiedere spiegazioni, dire al padrone “No, lei non mi tocca
nessuno degli operai”. E invece, non lo fece.
Scelta di una nuova dirigenza sindacale
Al segretario dicemmo di no: in una situazione del genere, quando avremmo avuto gli stipendi? Mai! Così iniziò
il problema della commissione direttiva: bisognava fare un’
assemblea per scegliere un nuovo dirigente. Non si
tenne a Neuquén, la nostra città, ma a Cutral Có, che è parecchio distante. L’
azienda cercò di ostacolarci in ogni
modo. Ai sostenitori della vecchia commissione, ad esempio, erano stati affittati dei pullman per raggiungere
Cutral Có, mentre a noi no. A loro, quella giornata sarebbe stata pagata, a noi invece dissero che se andavamo, la
perdevamo. Ciò nonostante, andammo e si fece l’
assemblea. La nostra commissione interna illustrò la situazione
al punto che chi sosteneva la commissione direttiva in carica si ribellò, e venne ad appoggiarci. E così
guadagnammo la maggioranza e battemmo Monte, un tipo che lasciò un’
eredità come quella che Menem lasciò
all’
Argentina.
Con la nuova commissione direttiva iniziammo a fare assemblee ogni giorno, nelle ore di pausa. La dirigenza
dell’
azienda, invece, si segnava tutto e cercò di ostacolare in ogni modo la nuova commissione direttiva,
11
Per i viaggi in Guatemala ci siamo serviti di un amico della Rete di Verona, già volontario in Guatemala e in
Nicaragua, ora in un’agenzia di viaggi, la Planet Viaggi di Verona, tel. 045 8005167, www.planetviaggi.it . A lui ci si può
rivolgere per organizzare viaggi di singoli o gruppi, con l’accompagnamento di una cooperativa locale fornita di pulmino.
12
La lotta degli operai della ex Zanon è documentata anche nel film “The take (La presa)” di Naomi Klein.
13
La traduzione dallo spagnolo degli interventi di Enrique e Mirella è di Jorge Ramon Centurion della rete di Spresiano.
34cercando anche di sospenderla. Andava tutto male: c’
era poca libertà, c’
erano persecuzioni. Così decidemmo:
sciopero totale. E uscimmo dalla fabbrica: nessuno poteva entrare e nessuno poteva uscire. Un ruolo molto
importante l’
ebbe il nostro nuovo avvocato, Mariano Pedrero. Era un giovane avvocato esperto in diritto del
lavoro e non un penalista come quello di prima. Zanon lo convocò, e gli disse: “Ti diamo 100.000 pesos e te ne
vai”. Lui rispose di no, che era lì per difenderci e l’
avrebbe fatto. Lo stesso fecero con Raúl Godoy 14 , che rispose:
“No, io non tradisco”.
L’inizio della lotta
Così facemmo un picchetto davanti al cancello d’
ingresso e iniziò la lotta. Rimanemmo in 300 fuori, ma alcuni
dei nostri compagni non se la sentivano. Era il 2001. Di 300 che eravamo, restarono 240 fino alla fine. I padroni
vollero farci di tutto. All’
epoca in Argentina c’
erano molti picchetti. Noi non uscimmo a fare picchetti in strada,
ma cercavamo di rallentare il traffico per poter fare volantinaggio e spiegare alla gente la nostra situazione. Noi
lavoriamo così, cercando di coinvolgere il più possibile la comunità. Ormai il conflitto era iniziato, e ci
chiedevamo: e ora che cosa facciamo? I giudici e la polizia cercavano di farci pressione, erano anche apparse
delle armi da fuoco. Le nostre uniche armi, invece, erano le fionde. Ci difendevamo dalle cariche con le fionde.
E restammo lì. La nostra fabbrica è situata nella zona industriale, a 8 km dal centro del capoluogo Neuquén.
Avevamo bisogno di un appoggio. Si era formata anche una commissione di donne, di cui facevano parte sia le
nostre operaie che alcune casalinghe. Crearono una olla popular 15 , ma non avevamo cibo. Così, a un po’ di noi,
toccò uscire e andare in giro a chiedere un aiuto. Un compagno mi disse: “Che, viejo 16 : bisogna andare a cercare
cibo. Andiamo nelle scuole”. Detto fatto: presa la macchina, collocammo due altoparlanti e iniziammo a
chiedere cibo. Ci guardammo negli occhi, senza dire niente, ma sapevamo cosa volevamo dirci: “Vabbé, il ballo
è iniziato, ci tocca ballare”! Iniziammo a fare il giro delle scuole, ci vergognavamo un po’ a parlare nelle classi
degli studenti, ma avevamo l’
appoggio totale degli insegnanti, che a Neuquén sono sempre stati molto
combattivi. Ebbene: tornammo in fabbrica con una quantità enorme di cibo!
Il problema del cibo era serio. C’
erano molti compagni che arrivavano da lontano. Quelli che provenivano da
altre province se ne tornarono a casa. Molti altri, invece, abitavano in affitto a una decina di chilometri dalla
fabbrica. Avevano famiglia, e non sapevano come far mangiare tutti. Era straziante a sessant’
anni sentirsi dire:
“Non ho niente. Se mangio io, non mangia nessuno di loro”. Così davamo a tutti qualche cosa.
L’appoggio della gente
Eravamo nella fase più dura del conflitto. Dovevamo guadagnarci l’
appoggio di più gente, coinvolgere gruppi e
associazioni. Contattammo i movimenti dei disoccupati (i piqueteros), i gruppi di sinistra, gli insegnanti e la
comunità. Facevamo una o due marce la settimana, con canti, percussioni, volantinaggio. C’
erano sempre più di
5.000 persone a camminare con noi. A quel punto, però, i problemi furono anche giudiziari. Arrivarono da
Buenos Aires, infatti, i sindaci fallimentari. Dicevano che venivano per fare un bilancio e l’
inventario. Il nostro
avvocato, però, si fece dare il loro mandato e vide che, in caratteri molto piccoli, c’
era scritto “prendere possesso
degli stabilimenti”. Così ci allertò e noi, senza utilizzare la violenza, accerchiammo i sindaci fino a farli scappare
di corsa dalla paura. Tornarono ancora, persone diverse, e noi rispondemmo sempre allo stesso modo: facendoli
fuggire di corsa.
In tribunale
Oltre al conflitto per l’
azienda, con il nostro avvocato iniziammo anche quello per ottenere gli stipendi arretrati
di un mese e mezzo, più i contributi e le tredicesime. Dovevamo andare al tribunale locale, così organizzammo
delle marce finché non fummo ricevuti. La giudice fu gentile, disse che capiva le nostre ragioni ma stava
ricevendo delle pressioni dall’
alto e non poteva fare niente. Il signor Zanon, infatti, aveva iniziato le procedure
per farsi riconoscere il “lock out patronal”, cioè poter chiudere la fabbrica e liquidare i creditori. Zanon aveva
tantissimi debiti. Ne aveva (e ha) anche uno con la Nazione. Qualche anno fa, infatti, in una gran cerimonia
ricevette in pubblico 20 milioni di dollari direttamente dalle mani di Menem. Dovevano servire per portare
dall’
Italia i macchinari per realizzare i manufatti in porcellana, ma là non ci sono. C’
era presente anche il signor
Sobisch, che è l’
attuale governatore della provincia di Neuquén ed è un altro che ci ostacola in tutti i modi.
Sobisch, quando l’
abbiamo incontrato, ci disse che “il nostro è un problema politico”.
14
Il rappresentante degli operai della nuova dirigenza.
Mensa popolare, con il duplice compito di rifocillare gli scioperanti e agire essa stessa da strumento di lotta.
16
“Hey, vecchio”.
15
35Lottare uniti
Intanto, però, riuscimmo a vincere la prima battaglia e avemmo i nostri arretrati, anche se rimanevamo fuori.
Non avevamo altra scelta: lotta e lotta. Era questo l’
importante: lottare, ed essere uniti. Guardate le formiche: ci
insegnano che è l’
unione a fare la forza. È per questo che oggi siamo qui: perché abbiamo costruito l’
unione fra
di noi e con la comunità di Neuquén. Grazie a loro riuscimmo ad entrare nella fabbrica, per rimettere in
produzione i macchinari e gli stabilimenti. Appena entrati vedemmo che c’
erano già abbastanza prodotti, pronti
per la vendita, e che non erano stati contabilizzati. Ma non potevamo metterli sul mercato, perché fin dall’
inizio
ci furono dei problemi. Il primo fu che non c’
erano imballaggi. Dovevamo comprarne, ma i vecchi fornitori
dell’
azienda non si fidavano e, inoltre, volevano essere pagati in dollari. E con che cosa li avremmo pagati? Per
noi era un gran problema. Iniziammo a cercare e cercare, finché trovammo un piccolo produttore di scatole per
pizze. Lo invitammo, gli spiegammo la situazione e gli chiedemmo il grandissimo favore di costruire uno stampo
per le nuove scatole. E lo fece. Ne portò un po’ alla volta, e iniziammo a vendere anche noi. E ora è talmente
dalla nostra parte da essere uno dei nostri principali fornitori, ci fa un buon prezzo e non fa più scatole per pizze!
Un altro gran problema fu quando finimmo il materiale. Come potevamo fare per produrre ancora? Eravamo
operai, non ingegneri. Pensammo che la soluzione era quella di coinvolgere gli studenti dell’
università. Per loro
fu una grande occasione, perché con la crisi che c’
era i loro studi praticamente non servivano a niente. E per noi
pure: grazie a loro imparammo tantissimo, soprattutto dal punto di vista della sicurezza. Oggi è meglio del
doppio rispetto a prima. In 5 anni di autogestione operaia non abbiamo avuto nemmeno un incidente, mentre
prima erano molto frequenti e avevamo avuto anche dei morti. La sicurezza è importantissima: come diciamo
popolarmente, dobbiamo proteggere la nostra pellaccia! Dobbiamo essere coscienti di ciò, e del fatto che lo
facciamo per noi stessi.
Autogestione in tutto
Entrammo in 240 la prima volta, impegnandoci con le organizzazioni di disoccupati (che ci aiutarono fin
dall’
inizio) ad aiutarli e sostenerli. Oggi siamo in 450. Abbiamo uno stipendio fisso di 1.500 pesos, che è molto
buono e uguale per tutti. E gli utili non li ripartiamo tra di noi: li utilizziamo per creare nuovi posti di lavoro.
Abbiamo assunto molti giovani, sia disoccupati che studenti. Quelli studiati li mettiamo in posti importanti,
come l’
ufficio vendite o nella amministrazione. Ci autogestiamo in tutto, e almeno una volta al mese facciamo
un’
assemblea in cui discutiamo di tutto. Siamo noi operai che decidiamo come gestire l’
azienda.
Prima della chiusura, la produzione era scesa a 8.000 metri quadri di ceramiche al mese. Oggi, utilizzando
appena il 50% dei macchinari, perché abbiamo bisogno dei pezzi di ricambio per gli altri, produciamo oltre
450.000 metri quadri. Pensate se potessimo utilizzare il 100% della fabbrica!
Il nostro obiettivo
Il nostro obiettivo è quello della statalizzazione degli stabilimenti, lasciando a noi operai la gestione. A tale
proposito sarebbe importante fare una campagna di pressione sul governo (tanto nazionale quanto provinciale),
raccogliendo delle firme da presentare all’
ambasciatore argentino in Italia, affinché le porti al Governo. In questo
modo loro penseranno che abbiamo un appoggio forte anche all’
estero. Il governo ci ha sempre risposto che il
nostro problema è meramente politico. Il presidente Kirchner ci ha detto: “Se io fossi il governatore di Neuquén,
vi avrei già dato l’
OK”. Si tratta, quindi, di una faccenda politica e non legale. Lo stesso ci ha detto il governo
provinciale, ma il governatore Sobisch non c’
è mai per riceverci. Dal punto di vista legale, comunque, siamo
sicuri, perché il vecchio proprietario ormai è stato estromesso a tutti gli effetti. Perciò sarebbe importante questa
raccolta di firme, per far capire anche che non siamo soltanto noi a volerlo.
Per finire, vorrei dire al compagno Sem Terra del Brasile, che ha perfettamente ragione quando dice che la
globalizzazione distrugge i Paesi. L’
Argentina di Menem, infatti, è soltanto l’
esempio più clamoroso di questa
distruzione.
Mirella del Carmen Troncoso Care
Non mi ero preparata per parlare, perciò mi scuso con voi.
Durante tutto il conflitto nella fabbrica ex Zanon, le donne hanno avuto un ruolo importante. Nel mio caso un po’
meno, perché dovevo aiutare anche mia figlia nella sua piccola attività. Le lavoratrici, ma soprattutto le mogli e
le compagne degli operai, li hanno sempre sostenuti per tutti questi cinque anni. Fin dall’
inizio, con il primo
sciopero. Ad esempio cucinando per loro, fuori dagli stabilimenti.
36Tutta la comunità a raccolta
C’
è stata una data, che per noi è stata impressa per sempre nella nostra storia, che è l’
8 aprile. Fu il giorno in cui
vollero sgomberarli. Un giorno tremendo. Oltre alle minacce, ci furono anche colpi d’
arma da fuoco. Grazie a
Dio è andato tutto bene, perché abbiamo chiamato a raccolta tutta la comunità, e in appena poche ore c’
erano lì
davanti alla fabbrica, con gli operai, più di 8.000 persone.
Il conflitto ha cambiato di tanto le nostre vite, la nostra quotidianità. Anche per quelle che non sono tanto
coinvolte nella faccenda. Stiamo sempre attenti a tutto, e in tensione costante. Per esempio: ogni volta che sono a
casa e suona il telefono, faccio un salto sulla sedia, pensando che sia successo qualche cosa in fabbrica… Ora
siamo un po’ più tranquilli ma, come diceva Rafael, è molto importante fare questa raccolta di firme, anche
perché la licenza della cooperativa scade in ottobre.
Sempre al loro fianco
Per noi mogli, la lotta dei nostri mariti è stata molto dura. Ma siamo orgogliose, e siamo sempre state al loro
fianco. Il nostro aiuto è stato anche nelle piccole cose. Anche per loro il conflitto è stato difficile e
demoralizzante. A volte tornavano a casa tristi, senza speranze. E noi dovevamo appoggiarli. Magari evitando di
angustiarli con i problemi della famiglia, dei figli. Soprattutto nei primi cinque mesi, quando non c’
era da
mangiare e la lotta era ancora più dura. È stato difficile soprattutto per le famiglie con figli piccoli. Cercavamo di
evitare rattristarli, di dare loro ulteriori preoccupazioni. Rafael non pensava di certo che a sessant’
anni gli
sarebbe successo tutto questo. Era molto triste, e spesso sembrava cedere alla tentazione di abbandonare la lotta.
E anche se noi eravamo tristi quanto lui, non volevamo farglielo vedere. Gli mostravamo che avevamo fiducia,
speranza, anche se in realtà soffrivamo anche noi.
Non si cammina con una scarpa
Per tutto ciò, voglio dire questo a voi donne qui presenti: se un malaugurato giorno dovesse succedere anche a
voi tutto questo, non abbassate le braccia. Camminate insieme ai vostri compagni. Una persona non può
camminare senza una scarpa, perché andrebbe storta. Lo stesso vale per una coppia: bisogna camminare insieme,
come se fossimo le due scarpe dello stesso paio. In quei momenti, appoggiateli, in qualsiasi cosa.
Per finire, voglio raccontarvi una cosa: quando l’
assemblea della fabbrica propose a Rafael di venire qui in Italia,
lui si sentì male, ebbe un mancamento. Non se la sentiva, anche perché questa è la prima volta che esce
dall’
Argentina. Allora, poco dopo, gli chiesero se preferiva che io lo accompagnassi e lui accettò. Quando glielo
comunicarono, era il giorno in cui festeggiavamo il nostro 40° anniversario di matrimonio!
Sessione di sabato 25 marzo 2006, pomeriggio
Tavola rotonda con
Ettore Cannavera, educatore
Marco Revelli, storico
coordinatore: Gianni Pettenella, rete di Verona
“Nuovi percorsi di politica”
Pettenella
Ringraziamo il prof. Revelli, che aspettavamo da circa 6 anni! Abbiamo anche don Ettore, amico storico della
Rete, cappellano del carcere minorile di Cagliari. Dovremmo poi avere, a testimoniare l’impegno civile dei
“ragazzi di Locri”, in collegamento telefonico, Antonio Esposito, un ragazzo disabile, non ancora diciottenne,
presentatomi dal centro di Pastorale Giovanile di Locri come una delle persone giovani più impegnate in questi
mesi. Purtroppo è appena stato ricoverato e non ha potuto essere presente. Vive vicino a Bovalino, uno dei centri
storici della ‘ndrangheta (come del resto Locri); ha fondato un giornale di studenti che ha come argomento il
contrasto alla ‘ndrangheta; ha costituito un centro a Bovalino intitolato a Peppino Impastato, il giovane ucciso
dalla mafia cui è dedicato il film “Cento passi”.
37Nella storia della Rete la politica istituzionale è stata una scelta individuale rispettabile e rispettata. Però non è
questa l’unica forma di “fare politica”: si “fa politica”, anche come Rete Radié Resch, anche nella nostra
quotidianità, ad esempio fare la spesa: deve diventare importante come la politica istituzionale!
Noi tra 10-20 giorni andremo a votare senza il diritto a esprimere una preferenza: è la massima distanza della
politica istituzionale dalla nostra quotidianità! Ma c’è di peggio se pensiamo al peso di FMI, Banca mondiale,
molto più pesanti di certi governi nazionali e dei partiti, sui quali non possiamo “mettere lingua”, non abbiamo
membri da eleggere, siamo “tagliati fuori”! Le associazioni devono trovare un modo di essere visibili!
Revelli
Grazie a tutti per l’invito e per il privilegio di poter discutere con voi.
La vecchia politica è in crisi ed è evidente: il livello della leadership politica, la mediocrità dei governanti, la
loro inadeguatezza (non parlo dell’Italia, che è un caso patologico per certi versi, è un discorso globale), che non
intravedono neanche la centralità dei problemi. Mentre si pone drammaticamente la questione dell’energia, del
petrolio, in un mondo strutturato intorno ad esso, la guida “al centro dell’impero” è affidata a un “delegato della
lobby dei petrolieri”! È evidente la crisi!
Grazie alla tecnologia siamo al “villaggio globale”: emerge quindi come intollerabile la distanza sociale. Eppure
questo non compare nella “governance” del mondo! Ogni Stato segue una logica di egoismo.
Poi la politica oggi non riesce a mantenere le proprie promesse essenziali, sulle quali è stata accettata la delega di
potere: non solo non riesce a ridurre l’insicurezza, ma riproduce su scala allargata disordini e violenza, si
coniuga con la logica amico-nemico, con la guerra permanente, che è diventata una delle forme naturali di fare
politica oggi..
Credo che questa crisi derivi dalla “rottura” di un percorso, di un paradigma, di un’idea fondamentale della
politica di lungo periodo, che ha coperto gli ultimi quattro secoli: la “politica dei moderni”, formatasi tra
Quattrocento e Seicento, fondata da Machiavelli a Firenze nei primi del Cinquecento e da Thomas Hobbes in
Inghilterra nella metà del Seicento, basandosi sull’idea di Stato (che diventerà “Stato Nazionale”). Quell’idea
aveva al centro che l’ordine della “città” fosse un prodotto artificiale (non divino o naturale), una costruzione
umana, basata su forza, violenza, potenza.
Il Leviatano, un mostro biblico, presente nel Libro di Giobbe della Bibbia, era il nome che Hobbes dava al suo
libro e allo Stato che nel libro lui descriveva. Il Leviatano nel Libro di Giobbe è l’antagonista di Dio in terra;
viene invece riproposto da Hobbes come modello positivo, con l’idea che il male, la violenza, distruttive se
disperse nelle mani di ogni cittadino, se concentrate nelle mani di un’istituzione o di un sovrano, possono
diventare lo strumento per produrre il bene, per porre fine alla guerra di tutti contro tutti e imporre la pace.
Questo è rimasto fino ai giorni nostri. La storia della politica dei giorni nostri può essere letta come tentativo di
addomesticare il mostro, attraverso Carte costituzionali (costituzionalismo); attraverso la teoria dei diritti
dell’uomo, come limiti, garantiti dalla forza collettiva, allo strapotere del mostro. La democrazia, l’idea che il
mostro potesse essere controllato dai lillipuziani dal basso, con mille fili che gli ponessero dei vincoli.
Io non demonizzo la politica dei moderni: quel modello ci ha regalato tanti esempi di civiltà: quell’idea della
politica aveva dentro di sé i germi della civilizzazione. Credo che però oggi quel modello non funzioni più, sia in
crisi, perlomeno per tre ragioni.
La prima ragione è che la violenza non è più monopolizzabile: oggi assistiamo alla disseminazione dei mezzi
“tecnici” di distruzione di massa; si parla di “individualizzazione della guerra”; anche piccoli gruppi privati di
cittadini o singoli cittadini possono avere armi di distruzione di massa!
La seconda ragione è che, dall’agosto 1945, con Hiroshima e Nagasaki, le tecnologie di distruzione hanno dato
la possibilità all’umanità di determinare la propria estinzione. Ernesto Balducci ha ragionato su questo, per
elaborare la teoria dell’uomo “planetario”: un pianeta unificato dalla possibilità di autodistruggersi; la fragilità
come possibilità collettiva; quello che prima spettava solo a Dio o alla natura è diventato alla portata dell’uomo.
La terza ragione è il logoramento della dimensione degli Stati nazionali: emerge uno spazio non più racchiuso
nei confini degli Stati nazionali: siamo sempre di più “cittadini del mondo”, apparteniamo a uno spazio
planetario unificato. La logica dei “Leviatani”, della politica moderna, era di fare ordine all’interno dello Stato,
trasferendo il disordine all’esterno. Nello spazio planetario unificato, invece, non esiste più un interno e un
esterno: l’11 settembre 2001 è in questo senso esemplare.
38Oggi dobbiamo inventare un paradigma politico nuovo, adeguato all’uomo “planetario”. Per usare il linguaggio
di Balducci, non più la politica dell’uomo “delle tribù”, ma una politica pensata e vissuta dall’uomo “planetario”
per l’uomo “planetario”.
1. Come primo elemento: la politica del futuro non potrà non trovare fondamento e codice di comportamento
nella logica della nonviolenza: l’uso e la minaccia dell’uso della forza era una scorciatoia per produrre la
coesistenza pacifica: oggi è un lusso che non possiamo più permetterci, in un mondo fragile e disponibile
all’autodistruzione. L’uso della violenza, come dice Zanotelli, deve diventare un “tabù”, un incesto, deve essere
bandito, perché mette a rischio i fondamenti stessi della nostra sopravvivenza. Oggi la politica della nonviolenza,
anche come disciplina interiore e controllo degli istinti negativi, diventa contagiosa. La politica dei moderni
viveva nel mito della potenza. Oggi gli eccessi di potenza producono disordine (entropia).
2. Il secondo elemento ha a che fare con una rivoluzione “ottica”: la politica dei moderni guardava agli altri con i
propri occhi; il colonialismo è stato culturalmente devastante: dice Balducci che abbiamo insegnato agli altri, ai
popoli colonizzati, a guardare se stessi con i nostri occhi, e a vergognarsi di ciò che vedevano. Dobbiamo invece
vivere “spalla a spalla” con l’altro; è la ricetta che Amos Oz, nel suo bellissimo libro, consiglia come terapia
contro il fanatismo 17 . Dobbiamo guardare anche con gli occhi degli altri, e forse impareremo anche a
vergognarci un po’ di noi stessi e sarà propedeutico alla “convivenza” con gli altri.
3. È questo il terzo elemento: quello della convivenza, della relazione orizzontale e non verticale. La politica dei
moderni era una politica che stava in alto, mettendo ordine in ciò che sta in basso: anche questo non funziona
più. Dobbiamo passare da un politica del “supra” a una politica dell’”infra”, a una politica che non vive di
comando-obbedienza ma di relazione. Arriviamo qui al concetto di Rete, di una politica che sappia “tessere reti”,
che sappia rimettere insieme quello che il cattivo sviluppo lacera, che sappia vivere di “reciprocità”, di relazione
tra i “diversi”: ed è quello che state facendo voi! Quello che voi fate è politica estera di tipo nuovo, partendo dal
basso, ascoltando, costruendo relazioni e linguaggi comunicativi. Credo che senza disertare il terreno della
vecchia politica, cercando di entrare anche in quello, ma inventando queste forme nuove di politica, porteremo
un importante contributo.
Cannavera
Vengo da Cagliari, Sud della Sardegna. Sono d’accordo con Marco e Gianni che non dobbiamo demonizzare la
politica. Trentacinque anni fa conobbi Ettore Masina ad Assisi: ero un novello sacerdote: Ettore mise nel mio
cuore un’inquietudine, che mi fece capire che essere cristiano voleva dire condividere con le persone emarginate
parte della mia esistenza: fu un frutto della Rete!
La mia esperienza è di un piccolo mondo particolare, ma ho presente il problema a livello mondiale: 10 milioni
di persone sono detenute in carceri dove l’uomo è considerato una bestia: ho visto le carceri turche in Kurdistan,
nelle Filippine (a Manila, in un carcere per ragazzi). Si tratta di persone che hanno commesso reati come
espressione di disagio sociale: le carceri sono diventate una discarica sociale! Stiamo rispondendo sempre più al
disagio sociale con la carcerizzazione, sull’esempio USA. Dostojevski diceva che il livello di civiltà di un paese
si misura osservando le condizioni delle carceri. Pensiamo a Guantanamo. Pensiamo alle nostre 207 carceri per
adulti, alle 17 carceri per minori, oltre ai CPT, Centri di Permanenza Temporanea per immigrati clandestini, che
sono diventati carceri a cielo aperto, che devono inquietarci, perché negano la dignità delle persone.
Dieci anni fa, come cappellano del carcere minorile di Cagliari, ma anche come osservatore dell’associazione
Antigone, della quale faccio parte, ho potuto vedere le 12 carceri presenti in Sardegna e altre carceri in Italia:
proposi al nostro Tribunale per i Minori di avviare la possibilità, per i ragazzi che avevano commesso reati nella
loro minore età, di evitare l’esperienza delle carceri per adulti, con forme alternative di espiazione della pena,
secondo una possibilità che la legge ci dà. Nel 1995 nacque allora la comunità “La collina”, con lo spirito della
Rete. È questa un’esperienza “politica” di democrazia partecipativa.
In Italia ci sono molti finanziamenti per minorenni, per tossicodipendenti, problemi di handicap, disagio
mentale: ma questi ragazzi non rientravano in queste categorie. Allora una trentina di persone, come cittadini
responsabili (o “volontari”, anche se è una parola che mi piace poco), tra cui qualche avvocato e qualche
magistrato, davano mensilmente un contributo alla banca, alla quale avevamo chiesto un mutuo di 15 anni, per
costruire questa comunità. Così nacque nel 1995 la comunità “La collina”. Accogliemmo a “La collina” ragazzi
condannati per omicidio, rapina a mano armata: fu questa la prima sfida, tra la preoccupazione delle forze
17
Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli 2004.
39dell’ordine. Invece man mano che questi ragazzi si reinserivano nella società, il Consiglio Regionale, 4 anni
dopo, accettò la sfida di costruire una seconda comunità, con la possibilità di pagare gli operatori. La politica
questa volta era “entrata in gioco”. Come dicevano Tommaso d’Aquino e Paolo VI, se la carità non si fa politica,
non è autentica. L’amore deve farci porre dentro le istituzioni per modificarle!
Questa seconda comunità nacque nell’ottica di superare l’assistenzialismo. Tra uno o due mesi dovrebbe essere
costruita anche una terza comunità, sempre finanziata dalla Regione Sardegna.
La comunità è un’azienda agricola; tutti i ragazzi della comunità lavorano; è stata creata una cassa comune, da
gestire insieme ai ragazzi, che diventano gli attori principali. È un’esperienza che viene dal basso, è
un’innovazione. Non parliamo di “educatori” ma di ”operatori di condivisione”.
Nel carcere minorile di Quartucciu, provincia di Cagliari, arrivano sempre più extracomunitari, che sono circa il
60% nelle carceri minorili italiane. Occorre rivedere la legge Bossi-Fini che sta aumentando la clandestinità! Ci
sono circa 500.000 minorenni clandestini in Italia: molti spacciano droga e sono arrestati; molti sono trasferiti in
Sardegna dalle carceri minorili sovraffollate del Nord Italia; vengono da Tunisia e Marocco; negli ultimi anni
dalla Romania e Albania. Come accoglierli? Come convivere tra diversi? Spesso il razzismo è nelle loro menti:
spesso hanno vissuto in quartieri degradati.
Attualmente la comunità è composta da marocchini, rumeni, italiani: è una piccola ma significativa esperienza di
convivenza delle diversità; di preghiera comunitaria tra musulmani, cattolici, ortodossi. Nei ragazzi è possibile
abbattere i pregiudizi e l’ottica razzista. Questo è possibile: è la nostra esperienza. Questi ragazzi sono capaci di
andare oltre l’educazione sbagliata ricevuta.
Spirito della Rete è aiutare chi ha bisogno, ma anche combattere le radici che causano quel bisogno: se la nostra
azione non diventa anche culturale e politica rischia di essere funzionale a quel potere violento! Come diceva
molto bene Marco Revelli, oggi si gioca sulla paura e sull’insicurezza. Insieme al Gruppo Abele, alle ACLI,
all’AGESCI, siamo contrarissimi alla nuova legge Fini-Giovanardi, che ha unificato droghe leggere e pesanti,
che non distingue spacciatore e consumatore. Abbiamo formato il cartello “Non incarcerate il nostro crescere”.
La sicurezza ha bisogno prima della sicurezza dei diritti, della crescita sana e armoniosa della persone, di
inserimento lavorativo, di inclusione sociale, di accettazione delle persone diverse. L’art. 27 della Costituzione
parla di rieducazione, di reinserimento: tutto questo non lo fanno gli operatori della Giustizia, gli operatori
penitenziari, lo fa la comunità, lo facciamo noi. Il 30-40% dei carcerati italiani sono tossicodipendenti. Circa
30% sono immigrati. Dobbiamo cambiare mentalità verso chi ha sbagliato!
Massimo Carlotto, di Padova, ha scritto “Jimmy della collina”, storia di un ragazzo trasferito dal carcere di
Treviso a quello di Cagliari e poi giunto nella nostra comunità. Fra qualche mese uscirà il film che racconta
come sia possibile per un ragazzo cambiare, quando entra in un contesto “caldo” e di rispetto.
Importante è la collaborazione con le istituzioni: abbiamo chiesto audizione alla seconda Commissione
Permanente del Consiglio Regionale, che si occupa di diritti civili oltre che dell’immigrazione. Loro sono andati
a visitare le carceri e hanno prodotto una risoluzione con cui invitano il governo regionale a farsi carico della
situazione delle carceri in Sardegna. Si parla di un accordo tra il Ministero della Giustizia e la Regione Sarda per
la “territorizzazione della pena”, perché i ragazzi, i giovani e gli adulti che hanno sbagliato possano restare nel
nostro territorio invece di essere trasferiti, perché la comunità locale se ne faccia carico. In quest’ottica il
consiglio Regionale, per il settimo anno, rinnovandolo anche per il 2006, ha finanziato questi percorsi di
assistenza ai ragazzi da parte degli enti locali, non lasciando queste persone “in mano” al Ministero della
Giustizia.
Ma non basta cambiare il governo: qualcuno ricorda i pestaggi di Sassari: Diliberto prima e Fassino poi erano
Ministri della Giustizia, ma non si è fatto un granché; anche la sinistra deve essere più attenta al problema di chi
subisce violenza dentro le carceri! Nel programma dell’Unione ci sono 6 pagine dedicate alla giustizia penale: ci
sono misure alternative alla detenzione per ragazzi fino a 21 anni. Anni fa riuscimmo a bloccare la riforma del
ministro Castelli sui Tribunali per i Minori. Dobbiamo vigilare!
Pettenella
Anche nel Nord Italia stanno aumentando vertiginosamente le “sacche” di emarginazione, povertà, disagio.
Salutiamo ora Antonio Esposito, il giovane di Locri, in collegamento telefonico con noi.
Antonio Esposito
40Politica viene da “polis”. La politica deve dare voce alla dignità dell’uomo, che deve avere una voce (è
l’imperativo categorico di Kant). La nostra Costituzione, nell’art. 21, sancisce la libertà di stampa e di parola.
Però nella Locride non è così: gli studenti hanno difficoltà nelle scuole, non a parlare di antimafia, cosa sulla
quale c’è una “pace fredda” (ci lasciano parlare di antimafia), ma non ci lasciano dire le cose più piccole, come il
fatto che la mafia governa dove non c’è un campo sportivo, dove non c’è l’associazionismo: questa è una verità
che molte scuole tendono a sopprimere!
Anche qualche giornale che faceva antimafia otto giorni prima dell’omicidio Fortugno 18 , si è trovato con delle
denunce, dopo aver subito minacce, dopo che tutti i membri della redazione sono stati scortati dallo Stato; i
carabinieri e le forze dell’ordine c’erano stati molto vicini, e di questo ne siamo riconoscenti, ma il giornale è
stato comunque chiuso, perché faceva antimafia, e non sappiamo chi ci ha denunciato e perché!
Non esiste che l’antimafia debba essere la visione de “I cento passi”! L’antimafia non è un film! Potremmo
vedere “I cento passi” quante volte vogliamo, ma se quei 100 passi non li facciamo noi, allora non abbiamo visto
niente, e ci potremmo costituire benissimo come complici morali di qualunque omicidio che avviene nella nostra
terra! Questo è il senso dell’antimafia che “i ragazzi della Locride” portano dentro.
Paolo Borsellino disse: “Un giorno non ci verrà chiesto chi è credente, ma chi è credibile”. Il nostro passo contro
la mafia noi e voi l’abbiamo fatto; adesso spetta ad altri! E speriamo siano passi sinceri e non più “passi di
cellulosa e celluloide”!
Pettenella
Qui siamo circa 300. Facciamo gli auguri a tutti voi giovani della Locride e vi stringiamo in un abbraccio!
Interventi del pubblico
Pierpaolo, rete di Cagliari
Ieri era il 30° anniversario del golpe in Argentina: molti operai sindacalisti sono desaparecidos. Nel caso di due
desaparecidos di origine sarda, Mastino e Marras, è stato celebrato in Italia un processo che ha condannato la
giunta militare argentina. In Argentina c’era una legge per cui non si era responsabili se si obbediva ad un ordine
superiore: ora è stata abolita: questo lo dobbiamo anche alla visione politica maturata dalle donne argentine. Il
Movimento delle Madri e delle Abuelas resta un riferimento per la difesa dei diritti umani a livello mondiale. In
Sardegna nel dicembre 2005 è stato inaugurato un Centro di Documentazione e Osservazione sui Diritti Umani
intitolato ai due sindacalisti desaparecidos di cui parlavo prima, Mastino e Marras.
Ettore Masina
Nell’ottobre 1979 la Rete di Roma cominciò una pressione forte sull’ambasciata argentina a favore dei
desaparecidos. L’altro giorno a Roma abbiamo celebrato il 30° anniversario del golpe, all’Istituto Latino-
Americano: è intervenuta anche Angela Boitano, presidente di “Familiares”, che era ospite dell’ambasciatore
argentino presso la Santa Sede; l’ambasciatore argentino presso il Quirinale ha applaudito il suo intervento.
Questo è stato molto bello!
Altro intervento
In Messico lo zapatismo sta percorrendo la strada della nuova politica indicata dal prof. Revelli. So che Marco
Revelli ha più volte interloquito con Bertinotti sul tema della nonviolenza. Forse per noi qui è facile parlare di
nonviolenza! Prima i compagni argentini hanno detto che la loro unica arma erano le fionde; ancora più
drammatici sono i casi della Palestina e dell’Iraq. Penso che in Italia sulla nonviolenza ci sia molta ipocrisia.
Battaglia
Ho 61 anni. Ho fatto politica per 40 anni: se è sempre stata su un modello sbagliato, cosa faccio in futuro? Mi era
rimasto il pacifismo. Ma nel 1995 ero a 40 km da Sarajevo, e pregavo perché si intervenisse. Ora la proposta di
nonviolenza mi trova perplesso, quando ci si trova dentro i conflitti. Lo stesso per la Palestina.
Vedo la politica come soluzione dei conflitti, come dice la Costituzione. Se manca la politica, e rimane il
volontariato, succede quello che è successo dove abito io, in Val Seriana, nel bergamasco: c’è la più alta
concentrazione di volontari molto attivi, ma c’è la più alta percentuale di voto alla Lega! È una dicotomia tra
politica e partecipazione individuale agli avvenimenti! Io sostengo il primato della politica!
18
Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, fu ucciso dalla ‘ndrangheta il 16 ottobre
2005; i giovani della Locride reagirono con manifestazioni di protesta e diedero origine a un movimento antimafia.
41In Bosnia Carter aveva fatto un piano di pace, poi messo nel cestino quando Carter è tornato negli USA. Quello
che è successo in Bosnia si è voluto che succedesse, perché i serbi di Bosnia andavano distrutti e umiliati, per poi
staccare il Kosovo.
Altro intervento
Sono di Roma; partecipo alla Rete Radié Resch; sono un “prete sposato” e sono volontario nel carcere di
Rebibbia. Volevo chiedere a don Ettore: perché a lui non piace la parola “volontario”?
Altro intervento
Chiedo al prof. Ravelli di sviluppare il tema della “personalizzazione della politica”.
Repliche
Revelli
Mi è interessata moltissimo la micro-storia della Zanon. Per esempio quando ci si è rivolti agli ingegneri
dell’Università per avere una svolta nella lotta; o quando il quartiere è corso intorno alla fabbrica. In questi
episodi si è preso un contatto e si è avuta una cooperazione non mediata dal mercato: dal riconoscimento
reciproco si è passato ad un accesso alle risorse. Questo mi ricorda il resoconto stamattina sulle donne di Haiti,
che mettevano in campo l’orgoglio e la capacità di stare insieme come persone, sulla base di un reciproco
riconoscimento. Anche don Ettore parlava di “diversi” che stanno insieme rispettandosi, cooperando, senza
rinunciare alla propria “diversità”. Anche nella Val di Susa, dei cui ultimi fatti sono stato testimone, ci sono stati
questi elementi.
Vorrei poi parlare di tre elementi che mi hanno colpito nelle vicende della Val di Susa. Il primo elemento è il
metodo scelto: la nonviolenza, che ha tenuto unita la comunità e ha fatto acquistare consenso all’esterno.
Secondo elemento è stato l’orizzontalità delle relazioni: il rapporto tra sindaci, rappresentanti e cittadini è stretto
e costante; ogni fase è discussa nelle assemblee di paese, sulla base di una fiducia reciproca e responsabilità
precisa. Nella giornata della presa di possesso del cantiere di Venaus c’erano 10-15.000 persone, giunte per
presidiare, che davano impressione di caos e disorganizzazione. Chi decideva? Dov’era il centro? Non c’era! La
folla era fluida. Invece la polizia e i tecnici della CMC di Ravenna, Cooperativa di Cementieri (una cooperativa
rossa), erano organizzatissimi. Tuttavia la folla era pronta a strutturarsi, perché sparsi nella folla c’erano i
sindaci, con la fascia tricolore. Terzo elemento che mi ha colpito è l’acculturazione, la crescita di competenza e
conoscenza: i siti no-TAV sono pieni di documentazioni tecniche, analisi, impatti idrogeologici. I siti pro-TAV,
invece, non contengono informazioni tecniche, ma alcuni slogan, alcune pubblicità. Invece la gente in Val di
Susa ha appreso ed è a conoscenza delle questioni!
La spinta iniziale della “rivolta” in Val di Susa era del tipo “non nel mio giardino”: 350 treni al giorno, a 150
km/h, per 24h consecutive, in una valle larga 1,5 km, dove già passa un’autostrada, una statale, una ferrovia
ordinaria e un elettrodotto. Poi però chi si è mobilitato è salito dal particolare al generale: le critiche sono ora dal
punto di vista dell’interesse generale, del modello di vita che vogliamo proporre. I pro-TAV immaginano il
futuro come aumento quantitativo, sostengono che mentre oggi transitano circa 10 milioni di tonnellate di merci
all’anno sulla ferrovia che valica il Frejus, tra 25-30 anni, quando quest’opera sarà probabilmente terminata
(invece dei 15-20 anni oggi stimati), transiteranno 40 milioni di tonnellate di merci, 4 volte la quantità di oggi!
Sull’intero fronte delle Alpi si dovranno far transitare 120 milioni di tonnellate, 4 volte quello che transita oggi!
Non si calcola però il rischio di crisi energetica; l’insostenibilità di questo progetto; l’indesiderabilità!
Nel libro di Carlo Petrini, presidente di “Slow Food”, nato vicino a Bra (Cuneo), intitolato “Buono, giusto e
pulito” si parla di insipidi peperoni olandesi che soppiantano i nostri peperoni locali, perché i contadini italiani
produttori di peperoni sono passati a produrre tulipani da esportare in Olanda. È su questo che ragionano ora gli
abitanti della Val di Susa!
L’opera TAV in Val di Susa costa sulla carta 18 miliardi di euro, che probabilmente diventeranno 30-35 miliardi
di euro (secondo la media di crescita dei costi in corso d’opera di progetti di questo tipo), con 90 km di gallerie,
con un’unica galleria di 52 km sotto una montagna con falde di amianto e uranio!
La politica qui fallisce e il territorio invece si afferma: è un buon modello di alternativa, di costruzione di una
politica di territorio “dal basso”, non localistica, ma che risponde a interessi generali!
Cannavera
Sono perplesso quando il volontariato aiuta le persone ma senza coscienza critica, quando si limita ad assistere,
perché così diventa funzionale al potere. Da 5-6 anni abbiamo costituito una conferenza nazionale,
42“Volontariato-Giustizia”, che raccoglie tutte le conferenze regionali delle associazioni operanti nell’ambito della
giustizia.
A fronte di 60.000 detenuti nelle nostre carceri, con un trend di 1.000 detenuti al mese, ci sono 30-35.000
persone che usufruiscono di una misura alternativa alla detenzione, e tanti altri che sono sotto il controllo
dell’autorità giudiziaria senza essere ancora giudicati.
Nelle carceri non dobbiamo fare ciò che sono le istituzioni che devono fare. La legge 230 del 2000, che doveva
essere attuata entro 5 anni, è stata invece attuata solo nel 15% delle carceri, secondo quanto rilevato
dall’Associazione Antigone. Lo Stato dà quindi lezione di illegalità nelle carceri. Noi “volontari” nelle carceri
dobbiamo essere coscienza critica; il volontariato deve diventare azione politica di richiamo e di denuncia per
quello che lo Stato non fa, altrimenti non è sano e non lo condividiamo! Questo volontariato non deve
differenziarsi dal resto della società civile, credendosi migliore, ma deve far fermentare tutta la società e far
prendere responsabilità a tutti i cittadini!
Io non accetto lo stipendio come cappellano dentro le carceri, perché non credo che uno Stato laico mi debba
retribuire per un lavoro che faccio come sacerdote. Io infatti non condivido il Concordato tra Stato e Chiesa!
Sul tema del “disagio”. Il “disagio” non è sempre negativo: non c’è infatti sviluppo e crescita senza disagio!
Quando però il disagio diventa cronico, quando non viene data ai giovani la possibilità di mettere a frutto le
potenzialità affettive, culturali, artistiche, manuali, il disagio si cronicizza e diventa “devianza”. La Fini-
Giovanardi è punitiva e repressiva: ma l’80% dei ragazzi che ha fatto esperienze “punitive” rientra nelle carceri;
invece nella nostra esperienza comunitaria solo un ragazzo, nel Nord Italia, è rientrato in carcere. Il problema di
fondo è il problema di relazione: questi ragazzi non hanno avuto relazioni affettivamente significative con adulti:
devono quindi trovare adulti che li accompagnano in questa esperienza significativa di passaggio alla vita adulta.
Per questo siamo nell’ottica delle piccole comunità: le comunità hanno un massimo di 6 ragazzi.
Revelli
Sulla nonviolenza: nei luoghi in cui ci si misura con un potere esplicitamente violento, come l’Iraq o la
Palestina: nonviolenza non significa essere “concilianti” con lo stato di cose presenti, né accettarle. Vorrei citare
Aldo Capitini, uno dei padri della nonviolenza in Italia: “Tra uno sfruttato che si ribella contro la violenza allo
sfruttamento e uno che lo accetta passivamente, scelgo il primo”. Il nonviolento non formula giudizi verso chi si
ribella: sceglie però una strada propria!
La pratica della nonviolenza sul lungo periodo è più efficace. Io sono nato durante la resistenza armata: non mi
sogno di condannarla sulla base della nonviolenza. Sono però convinto che le gravi questioni mondiali di oggi,
se non affrontate in modo nonviolento, porteranno alla distruzione del pianeta, ad un pianeta invivibile.
Nella pratica della nonviolenza non rientra l’idea della distruzione dell’avversario, l’idea che esista un nemico
irrecuperabile: si parla invece di “avversari”, che possono essere “conquistati” alla propria causa. L’obiettivo
non è la prevalenza di uno Stato, di una civiltà o di una classe rispetto alle altre, ma la sopravvivenza
dell’umanità. Se non riusciamo ad estirpare la logica bellica dalle relazioni internazionali, costruiremo un pianeta
inabitabile!
Di fronte alla pulizia etnica che era fatta in Bosnia, è naturale che si invocasse un intervento dall’alto! Sono
questioni laceranti. La scorciatoia è l’uso della forza: capisco chi l’ha invocato. Io sono stato in Bosnia un anno
dopo la fine della fase più cruenta della pulizia etnica e dopo l’intervento NATO. Sono stato a Priedor, epicentro
degli orrori bosniaci, con tre campi di concentramento, tra cui quello più atroce, nella fabbrica di Priedor, con
una miniera a cielo aperto come fossa comune. A Priedor c’è stata prima la pulizia etnica dei croati nei confronti
dei cetnici (serbo-bosniaci), poi il ritorno dei serbo-bosniaci e la pulizia etnica nei confronti dei musulmani.
Sono stato a Priedor nel quadro di un’operazione di volontariato di un consorzio di comuni del Trentino, che
favorivano la democrazia dal basso, che si erano gemellati con Priedor e lavoravano per ricostruire relazioni tra
le vedove delle diverse etnie, in cooperative di produzione alimentare. A Priedor avevo ritrovato intatto il bacino
dell’odio che aveva dato origine alla pulizia etnica: l’intervento “dall’alto”, militare, non aveva risolto nessuno
dei problemi “alla radice”. La violenza , prima concentrata, era diventata endemica e diffusa (faide).
La pratica della violenza non risolve i problemi e li rende endemici; il caso del Kossovo è per certi versi ancora
più tragico: un intervento determinato dall’obiettivo di interrompere un genocidio, che si è trasformato nella
costruzione di una “terra di nessuno”, abitata dalle mafie, dal narcotraffico, in mano spesso agli ex-guerriglieri,
in cui la legge non esiste, come è stato scritto dal gen. Mini, che è stato comandante dell’area per un certo
periodo.
43La pratica della violenza finisce per contaminare anche chi la usa. Sono d’accordo che parlare e agire sono due
cose molto diverse. Sto parlando qui della nonviolenza come “progetto”: la sua pratica è una lenta conquista, che
passa attraverso il lavoro su se stessi: se si legge Gandhi, oltre a trovare elogi alla rivolta, troviamo l’elemento
del lavoro su se stessi: il nonviolento è prodotto di un duro lavoro di autoeducazione e autodisciplina.
Sul discorso dei partiti: viviamo in un periodo sospeso tra il “non più” e “non ancora”: usiamo le parole di ieri.
L’espressione “movimento” è mutuata dall’Ottocento-Novecento; quello che si è manifestato da Seattle in poi,
questa esperienza di grande “resistenza” ai “processi di globalizzazione neo-liberista”, è stato denominato
“movimento”, ma è diverso dal movimento operaio o degli studenti, conosciuti nel Novecento; non è una realtà
politica dotata di un’identità culturale comune; non è un progetto comune; è un arcipelago, una galassia di
esperienze, estremamente articolate al proprio interno, è una “rete di reti” che hanno a che fare con i propri
territori; che in alcuni momenti si trovano unificate e condensate in uno spazio: luglio 2001 a Genova; Social
Forum Europeo a Firenze novembre 2002. Si creano spesso degli spazi mediatici globali, dove questa “galassia”
si condensa e si esprime, per poi tornare a lavorare: è un fiume carsico, che in alcuni momenti emerge e in altri si
sommerge. Tesse relazioni, fa lavoro sociale e ricostruisce il tessuto sociale. Il suo rapporto con la politica e i
partiti non è di concorrenza, perché non è un partito come gli altri: quando tenta di darsi una struttura politica
diventa ridicolo. I tentativi di identificare questo “movimento” in alcune sue esperienze organizzate, come “i
disobbedienti” e altre, impoveriscono il “movimento”, perché sono tentativi di rinchiuderlo in involucri del
passato, mentre le sue potenzialità sono infinitamente più ampie, di ricodificarlo nei codici della vecchia politica,
mentre invece esso annuncia la nuova politica.
Mentre queste esperienze si svolgono “sul territorio”, nelle pieghe della società, la politica sta sfuggendo
rapidamente verso l’alto, tende a rappresentarsi su un “set mediatico”, tende a sostituire il set televisivo alla
piazza della libera discussione. Si è discusso di più sulle regole del confronto televisivo Prodi-Berlusconi che su
quello che hanno detto!
Sessione di domenica 26 marzo 2006
“Difficili percorsi di democrazia e pace in Palestina-Isreale”
Introduzione di Giorgio Gallo
Cominciamo questo incontro sulla Palestina che come sappiamo non manca mai nei nostri convegni e che forse
questa volta è particolarmente rilevante proprio per la situazione, che io considero particolarmente preoccupante,
che in questo momento si vive in Palestina e per le prospettive di questa situazione. Noi avevamo deciso
quest’anno, nel coordinamento, di dare un taglio a questa sessione sulla Palatina leggermente diverso da quello
degli anni precedenti, cioè meno orientato verso la testimonianza e più verso l’analisi. La situazione in Palestina,
in Israele e Palestina, è andata cambiando abbastanza e pensavamo che fosse importante cercare di decifrarla, di
capire. Di capire un po’ in che direzione si sta evolvendo.
E allora per questo avevamo invitato due persone, entrambe molto impegnate nel campo della pace, per creare
ponti fra Israele e Palestina. Purtroppo una non è venuta, comunque cercheremo di sopperire lo stesso. Due
persone particolarmente adatte a farci capire che cosa stava accadendo, a indicarci delle prospettive.
Il primo che abbiamo qui con noi è Michael Warschawski.
Michael Warschawski, nato in Francia ma molto presto trasferitosi in Israele, è una delle voci più chiare, più
limpide e anche più radicali nel campo israeliano a favore della pace: è da 30 anni impegnato sulla pace, è un
giornalista, uno scrittore 19 .
È stato uno dei fondatori dell’Alternative Information Centre (AIC), di cui attualmente è il presidente; è
stato per molto tempo uno dei militanti principali di questo centro. Questo AIC ha come obiettivo quello di
19
Di Warschawski sono stati pubblicati in Italia: La sfida binazionale (Sapere 2000); Sulla frontiera (Città Aperta
2003); A precipizio. La crisi della società israeliana (Bollati Boringhieri 2004).
44creare ponti, collegamenti, di dare informazioni, attraverso incontri, scritti, documentazione, proprio per creare
realtà di pace. È un centro in cui operano sia israeliani che palestinesi, sia ebrei che arabi.
Ecco, lui è qui con noi e ora ci spiegherà, ci racconterà, ci aiuterà a capire quello che sta succedendo in Palestina
in una situazione in Israele particolarmente fluida. Sapete che martedì prossimo ci sono le elezioni in Israele e il
panorama politico ne risulterà cambiato rispetto a quello che c’è stato fino ad ora. Tra l’altro Warschawski stesso
è un candidato, in una delle liste congiunte arabo-israeliane, in qualche modo in origine legate al partito
comunista – sono liste piccole, però loro sperano di avere qualche seggio. Warschawski mi diceva che lui ha
accettato di partecipare, come testimonianza, è ottantesimo nella lista. Non pensano di avere più di 3 eletti. Il
sistema loro ha lo stesso tipo di perfida struttura che è quello che il nostro attuale governo ci ha imposto, per cui
sono i partiti che decidono l’ordine della lista: i candidati a seconda della posizione in cui si trovano possono
risultare eletti o non eletti e l’elettore non può assolutamente scegliere. Loro da tempo hanno un sistema di
questo tipo.
Invece l’altro relatore ve lo presento subito: l’altro che comunque non c’è, ma in qualche modo è giusto tenerne
conto, anche perché ci ha mandato uno scritto.
A noi dispiace ovviamente che un testimone che avevamo invitato non venga, però in qualche modo io credo che
questo è anche un modo con cui noi partecipiamo alla grande difficoltà in cui queste persone di fatto vivono.
Cioè noi in fin dei conti siamo qui tranquilli e poi ci permettiamo di giudicare. C’è questo problema in effetti, ma
anche assumere, fare nostre queste difficoltà, e sopperire, non considerarle come un grave problema, è un modo
con cui noi partecipiamo. Ieri ad esempio si è parlato di Haiti ma non c’erano gli haitiani. È una situazione di
una difficoltà enorme, ma non per questo la relazione (su Haiti) non è stato un importante segno del rapporto
con loro, della nostra volontà, desiderio e capacità di costruire relazioni, che è una delle cose più importanti
come Revelli ci diceva ieri.
Allora, noi avevamo invitato Walid Salem, del quale vi do alcune brevi informazioni: è un militante, nato a
Gerusalemme nel 1957, e nella sua vita di militante è stato diverse volte nelle prigioni israeliane. Credo che
abbia passato un po’ meno di 4 anni, in tre periodi diversi nelle prigioni israeliane. E questa è un’esperienza
comune di molti palestinesi. Di quelli soprattutto che si impegnano. È stato un militante del Fronte Democratico
per la Liberazione della Palestina e anche lui, come un altro nostro grande amico, Noah Salam, attraverso la
prigione e queste esperienze ha maturato un impegno molto forte per la nonviolenza. In questo momento lavora
anche come giornalista, ma è direttore della sezione di Gerusalemme di “Panorama”, un’organizzazione
palestinese che ha come obiettivo quello di contribuire allo sviluppo e alla crescita della democrazia in Palestina,
allo sviluppo della società civile e si propone di dare informazioni, di organizzare attività proprio per andare in
questa direzione. Ha scritto libri, articoli, ed è una persona molto lucida nella sua analisi e proprio una decina di
giorni fa mi ha scritto dicendo “guarda, la situazione qui è così confusa, convulsa e preoccupante che io in
questo momento non riesco con calma a venire, a stare fuori”.
E io non ho potuto fare altro che dire: “Beh, insomma, dobbiamo assumere queste difficoltà anche noi e mi ha
promesso un rapporto, con delle analisi, che mi ha mandato, e [che qui di seguito riportiamo].
Walid Salem
“Il destino dello stato palestinese dopo il successo di Hamas”
20
Diversi modi di vedere la situazione
Ci sono in principio tre diversi atteggiamenti (modi di vedere) rispetto agli effetti della presa del potere da parte
di Hamas sul conflitto israelo-palestinese, sulle prospettive di pace ed in particolare sulla soluzione basata su due
stati.
Alcuni prevedono una situazione di stallo politico nei rapporti israelo-palestinesi, combinata con uno stallo
sociale ed economico nella società palestinese. Altri pensano che la vittoria di Hamas farà muovere i palestinesi
da una strategia di impotenza che non ha portato alla realizzazione dei loro diritti verso una strategia di Jihad e
resistenza come mezzo alternativo per ottenere tali diritti. Ci sono poi quelli che considerano il successo di
20
La traduzione della relazione di Walid Salem dall’inglese è di Giorgio Gallo della rete di Pisa.
45Hamas come una opportunità verso la pace e la riconciliazione fra Israele e possibilmente tutto il mondo
islamico.
1. Stallo politico
Fra i primi, coloro che prevedono una situazione di stallo politico, c’
è l’
uomo della strada, pessimista, ma c’
è
anche chi si ripropone di trattare con Hamas in modo da portarla al fallimento nella gestione del governo (è il
caso della Amministrazione Usa). Ma questa è soprattutto la prospettiva dei gruppi israeliani di destra che
intendono usare il successo di Hamas come una giustificazione per mantenere la situazione sul terreno come è,
per non fare nulla verso la direzione della fine dell’
occupazione, ma al contrario per rafforzare l’
occupazione,
attraverso diversi mezzi: sconnettere fra loro Gaza e Cisgiordania, rendere permanente la zona cuscinetto in
Gaza, chiudere definitivamente Gaza, continuare la costruzione del muro, chiudere ai palestinesi la valle del
Giordano, espandere gli insediamenti nella Cisgiordania, annettere tutta Gerusalemme, e trasformare i check
point in posti di frontiera come quelli che separano paesi diversi. Costoro vogliono potere usare il successo di
Hamas in modo da avere mano libera sul terreno, con la scusa che non c’
è nessun partner in Palestina con cui
trattare.
2. Il Jihad
Questa è la visione chiaramente espressa dal Jihad islamico, dal FPLP [Fronte popolare per la liberazione della
Palestina] e da una parte di Hamas. Costoro credono che il Jihad sia la via più breve per la liberazione della
Palestina, e sperano che i ‘
Mujahedin’ provenienti da altri paesi arabi e islamici finiranno per unirsi a questa

santa guerra’ contro Israele. La giustificazione di questo approccio sta nel fallimento del processo di pace di
Oslo: per ottenere lo stato i palestinesi devono passare dai negoziati alla resistenza/Jihad.
Questa seconda prospettiva si presenta in diverse versioni. Una prima fa appello ad un completo Jihad contro il
giudaismo (l’
approccio di Al-Qaida). Una seconda vuole una lotta/Jihad armata per liberarsi dell’
occupazione
senza riconoscere Israele (il Jihad islamico). Una terza infine (quella di Hamas) fa appello ad un Jihad nel senso
più ampio, che include l’
auto Jihad (costruirsi come musulmano), il Jihad socio-economico (costruire la
solidarietà sociale fra musulmani e costruire l’
economia), il Jihad politico (costruire le strutture politiche
islamiche, fermezza e rifiuto di concessioni per ciò che riguarda i diritti). In questo senso la resistenza armata
non è il Jihad secondo la terminologia di Hamas, ma ne è solamente una piccola parte. E per altro questa stessa
piccola parte può anche essere congelata temporaneamente attraverso una sospensione dell’
attività militare
(Tahdiya), oppure in modo permanente o semi permanente attraverso una tregua di lungo termine (Hudna).
È il caso qui di spiegare meglio questa nuova terminologia che gli intellettuali democratici “secolari” non
conoscono, cosa che li può portare a conclusioni sbagliate. Nella terminologia di Hamas, la Tahdiya può essere
dichiarata unilateralmente, e comporta il non iniziare attacchi, mantenendo tuttavia il diritto a rispondere agli
attacchi dell’
altra parte. Va notato che Hamas negli ultimi due anni è stata fra le fazioni palestinesi quella che ha
più di tutte mantenuto l’
impegno alla sospensione degli attacchi ad Israele, a costo di non rispondere agli attacchi
israeliani ai suoi membri, marcando così una differenza fra discorsi e prassi. Invece la Hudna di cui parla Hamas
è un termine islamico derivato dalle esperienze del profeta Maometto. Si tratta di un contratto fatto dalle due
parti, e quindi di qualcosa che comporta un negoziato, e che contiene delle condizioni. In questo senso Israele
può arrivare al negoziato e chiedere che la Hudna sia permanente. Questa interpretazione islamica del senso del
termine Hudna deve essere capita dalla comunità “secolare”, specialmente il fatto che comporti l’
accettazione di
negoziati con l’
altra parte (Israele in questo caso) nel momento in cui essa accetti il diritto palestinese ad uno
stato.
Tra minaccia e sfida
A partire dal primo e dal secondo degli atteggiamenti che abbiamo descritto rispetto alla vittoria di Hamas, gli
scenari politici che ne possono seguire sono due. Da un lato, Hamas può essere vista come una minaccia alla
pace con Israele ed alla stabilità del Medio Oriente. Da qui la conclusione che Hamas debba essere portata al
fallimento interrompendo gli aiuti al popolo palestinese; questo porterebbe il popolo alla rivolta contro Hamas e
quindi alla sua caduta. Dall’
altro invece la vittoria di Hamas può essere vista piuttosto come una opportunità ed
una sfida: occasione di un’azione politica per rendere moderato Hamas e per democratizzarlo internamente.
La minaccia
Vediamo i rischi non trascurabili della prima prospettiva, quella che vede in Hamas principalmente una
minaccia.
1. L’
assunzione che il popolo palestinese ritenga Hamas responsabile dell’
interruzione degli aiuti internazionali
46può rivelarsi sbagliata: la gente potrebbe rivoltarsi contro Israele e contro l’
Occidente piuttosto che contro
Hamas.
2. Questa strategia sarebbe accompagnata sul terreno da azioni di Israele per assicurarsi il controllo di
Gerusalemme e dalla costruzione del muro, e questo di nuovo farà vedere il nemico in Israele e non in Hamas. Il
risultato sarebbe una ribellione nella forma di una terza Intifada molto violenta. Israele potrebbe anche arrestare
10-12 parlamentari di Hamas (già una decina sono nelle prigioni israeliane), così assicurando a Fatah la
maggioranza nel parlamento palestinese; questo potrebbe essere realizzato nei fatti senza dichiararlo
esplicitamente, ma comunque non farebbe altro che accelerare la terza intifada.
3. L’
assunzione che Hamas soffra per l’
interruzione degli aiuti non è fondata: Hamas ed i suoi membri se la sono
cavata bene dal punto di vista finanziario negli anni passati senza ricevere aiuti internazionali. Chi soffrirà
davvero sarà il popolo palestinese a causa dell’
interruzione dei salari degli impiegati dell’
Autorità Palestinese (in
maggioranza di Fatah), e la sospensione dei finanziamenti all’
istruzione, alla salute ed alla sicurezza sociale, le
più importanti destinazioni dei fondi internazionali dopo i salari.
4. Il tentativo di Israele e degli americani di reclutare Fatah contro Hamas porterà alla frammentazione di Fatah
fra coloro che collaboreranno con Israele, coloro che collaboreranno con gli Usa, i neutrali e quelli che si
alleeranno con Hamas. Questa frammentazione renderà impossibile la stessa idea di un Fatah unito che possa
prendere il posto di Hamas quando questa dovesse fallire. Inoltre la gente riterrà Fatah colpevole di allearsi con
Israele e con l’
America contro il suo stesso popolo.
5. Questa strategia porterebbe a scontri fra Hamas e Fatah, a meno che essi non decidessero di unirsi contro
Israele.
La sfida
Vediamo ora la linea che vede la nuova situazione come una sfida, tenendo conto delle seguenti opportunità.
1. Hamas è un prodotto della Fratellanza Musulmana, un movimento che fa appello a metodi pacifici per portare
il popolo verso l’
islam, che non ha nulla a che vedere con il terrorismo di Al-Qaida o dei Taliban pronti ad
uccidere chi non la pensa come loro; inoltre la Fratellanza Mussulmana, sunnita, ha non pochi problemi con il
regime sciita dell’
Iran. Infine (come hanno detto i suoi leader in Gaza alla delegazione olandese l’
11 marzo 2006)
Hamas vorrebbe seguire il modello del Partito Turco della Giustizia e dello Sviluppo nel coniugare insieme
Islam e democrazia.
2. Hamas, in quanto organizzazione islamica, può dare una più ampia legittimità islamica, oltre a quella
nazionale palestinese, ad un eventuale accordo che si riesca a raggiungere con Israele, rendendolo solido e
sostenibile.
3. Hamas è pronto ad una Hudna di lungo termine con Israele, ed è anche pronto a rinnovare l’
attuale Tahdiya.
4. Hamas ha ora la leadership del popolo palestinese, e potrebbe anche prendere il controllo dell’
Olp se Abu
Mazen manterrà la promessa, fatta durante il Dialogo Nazionale Palestinese del Cairo nel 2005, di dare ad
Hamas nelle istituzioni dell’
Olp la stessa rappresentanza ottenuta nel parlamento palestinese.
Mettersi nell’
ottica di cogliere le opportunità della nuova situazione comporta lavorare con Hamas attraverso un
processo di comunicazione positivo e costruttivo, in modo da raggiungere un accordo sui seguenti punti:
1. Riconoscimento della dichiarazione di indipendenza palestinese del 1988 e del relativo programma politico.
2. Riconoscimento dell’
iniziativa di pace araba del 2003.
3. Riconoscimento delle risoluzioni Onu riguardanti il conflitto israelo-palestinese.
4. Impegno a non cambiare le precedenti leggi e a non alterare lo stato della Sharia nelle leggi esistenti per
muoversi verso una maggiore islamizzazione; ovviamente questo include le leggi sull’
istruzione e quelle sui
diritti delle donne.
Questi punti non andrebbero imposti ad Hamas come condizioni o attraverso pressioni, ma dovrebbero piuttosto
essere il risultato di un paziente processo dialogico di lungo termine.
Una coalizione formata da Lega Araba, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Turchia, e possibilmente Malesia ed
Indonesia, dovrebbe lavorare con Hamas su questi temi. Questi paesi dovrebbero coordinarsi con Usa e UE. È
però molto importante che gli Usa non facciano pressioni dirette su Hamas, perché sarebbero controproducenti.
Invece gli Usa dovrebbero usare i buoni uffici dei paesi arabi ed islamici menzionati.
Rimane però a questo punto il problema di come tutto ciò possa fare muovere la situazione verso la nascita di
uno stato palestinese a fianco di Israele.
Gli scenari politici
47Indipendentemente da chi vinca le elezioni in Israele, diversi piani politici sono sul tappeto, alcuni capaci di
portare ad uno stato palestinese, altri no. Descriviamo nel seguito tre possibili scenari, ovviamente dipendenti
dall’
esito delle elezioni in Israele. Nessuno di questi però è in grado di portare ad uno stato palestinese accanto
ad Israele.
Scenario 1
Parziale disimpegno israeliano dagli insediamenti, con una continuazione dell’
occupazione. In questo scenario i
grossi insediamenti e Gerusalemme rimarrebbero in mano israeliana, gli insediamenti ad est del muro verrebbero
evacuati, ma l’
esercito israeliano rimarrebbe nell’
area per motivi di sicurezza.
I risultati di questo scenario, che è quello sostenuto dai leader di Kadima 21 e giustificato dalla non volontà di fare
concessioni ad Hamas, sono: continuazione dell’
occupazione e della separazione fra Cisgiordania e Gaza,
mantenimento del muro e espansione dei grossi blocchi di insediamenti. In questa situazione la risposta
palestinese sarebbe il rifiuto di riconoscere la legittimità dello stato di Israele, in mancanza di un simmetrico
riconoscimento per i palestinesi. Si può prevedere lo scoppio di una terza Intifada violenta ed il rafforzamento
dell’
idea di Jihad.
Questo scenario, se presentato come una offerta di negoziato al presidente Abu Mazen, verrebbe rifiutato, per cui
Israele dovrebbe operare in modo unilaterale. Questo scenario potrebbe anche portare ad un dissolvimento
dell’
Autorità Palestinese ed alla formazione di una Leadership di Unità Nazionale che guidi la resistenza contro
Israele.
Scenario 2
Parziale disimpegno israeliano, con la realizzazione di uno stato palestinese con confini provvisori secondo
quanto indicato nella seconda fase della Road Map. Questo scenario è meno probabile del primo, perché il
governo israeliano tenderebbe a considerare la realizzazione di uno stato palestinese come una concessione ad
Hamas. Ma, se implementato, questo scenario avrebbe gli stessi difetti del precedente, e porterebbe ad un
rafforzamento del Jihad, della resistenza e a una terza violenta Intifada. Inoltre Abu Mazen non lo accetterebbe
perché ha dichiarato diverse volte che il suo obiettivo è un negoziato sulla situazione finale; uno stato con
confini provvisori è una opzione, non un obbligo. secondo la Road Map.
Scenario 3
Parziale disimpegno israeliano, con il passaggio del controllo dell’
area ad est del muro ad una forza
internazionale. Questo scenario, come i precedenti, porterebbe a resistenza e lotta armata per la liberazione di
Gerusalemme e dei grossi insediamenti. Inoltre la forza internazionale verrebbe vista come una nuova forza di
occupazione, che, in più, garantisce ad Israele la possibilità di continuare ad occupare le zone non evacuate.
Uno scenario alternativo
Questo scenario alternativo è basato sul presupposto che entrambi i popoli hanno uguali diritti per quel che
riguarda l’
esistenza come popoli, la pace e la sicurezza per tutti i cittadini. In questo scenario, a partire dall’
idea
di vedere la vittoria di Hamas come una sfida, bisogna costruire un piano di azione che coinvolga tutte le parti in
gioco.
Il processo di disimpegno israeliano deve essere spinto fino ad essere un ritiro completo dagli insediamenti,
eventualmente mantenendone alcuni con uno scambio di terra secondo i parametri di Clinton (i parametri su cui
sono state basate le trattative di Taba nel gennaio 2001, n.d.t.). Similmente l’
esercito israeliano dovrebbe ritirarsi
del tutto passando il controllo della Cisgiordania, di Gerusalemme est (in accordo con i parametri di Clinton) ed
anche della striscia di Gaza ad una forza internazionale islamica ed araba, per un periodo temporaneo in attesa
della istituzione di uno stato palestinese. Questa forza potrebbe venire dalla Malesia, Indonesia, Turchia, Egitto,
Arabia Saudita e Giordania. Una tale forza non sarebbe rifiutata da Hamas che nella sua piattaforma elettorale ha
incluso punti sull’
importanza di un coordinamento anche sul tema della sicurezza con la “Nazione araba ed
islamica”, come è stata chiamata. A questo proposito non sarebbe sorprendente se Hamas chiedesse una
riconsiderazione del distacco del 1988 dalla Giordania, che fu considerato positivamente da Fatah, in quanto
movimento nazionale palestinese, ma che è visto in modo diverso da Hamas che si considera innanzitutto
islamica, poi araba e solo al terzo posto palestinese.
21
Il nuovo partito fondato da Ariel Sharon e la cui guida è passata, per la malattia di Sharon, a Olmert; le elezioni
politiche del 28 marzo 2006 sono state vinte da Kadima. Il nuovo governo ha il suo asse nell’alleanza di Kadima con il
laburisti di Peretz.
48L’
idea sarebbe di utilizzare i buoni uffici dei paesi arabi ed islamici moderati per fare uscire israeliani e
palestinesi dalla situazione di stallo, rendendoli eventualmente responsabili dei territori palestinesi; questi paesi
potrebbero occuparsi dell’
ottenimento ed amministrazione degli aiuti economici, ed anche di aiutare Hamas in un
processo di democratizzazione e moderazione politica. Il mandato a questi paesi arabi ed islamici dovrebbe
essere affidato dall’
Onu.
Israele dal canto suo vorrebbe ritirarsi per ragioni di sicurezza e demografiche, ma non vuole farlo in modo che
la cosa appaia una vittoria di Hamas, e d’
altra parte tutti i palestinesi vogliono liberarsi dell’
occupazione. Ciò che
le due parti non riuscirebbero a fare da sole, potrebbe essere fatto da una terza parte islamico-araba.
Il processo migliore sarebbe quello prospettato da Jerome Segal (Al-Quds, 25 febbraio 2006): negoziati fra
Israele ed Abu Mazen sulla base di un piano proposto dal Quartetto (ONU, USA, UE, Russia), seguito da
referendum sia in Israele che in Palestina.
Il passaggio del controllo della Cisgiordania e di Gerusalemme est alla forza islamico-araba può essere fatto in
una sola fase oppure in due o tre fasi. Durante queste fasi il processo di creazione di fiducia fra israeliani e
palestinesi deve essere promosso in modo da arrivare da parte loro ad una risposta comune al problema della
pace. Quando ciò sarà ottenuto allora la forza islamico-araba potrà ritirarsi. Il lavoro di questa forza potrà
iniziare subito dopo la decisione dell’
Onu per la sua costituzione.
Questa è una proposta per accordi nel breve termine, ma anche per una futura riconciliazione. In caso di
fallimento il vuoto sarà riempito da una guerra religiosa che nessuno sa quanto potrà durare.
Michael Warschawski 22
Poiché vi siete impegnati sulla questione del diritto e della giustizia in Palestina, vorrei entrare immediatamente
nell’attualità. Ci troviamo oggi, in Israele e Palestina, fra due elezioni: quelle palestinesi del Consiglio
legislativo, che sono avvenute una quindicina di giorni fa, e quelle del Parlamento israeliano che si terranno
dopodomani. Credo che sia interessante servirsi dell’occasione elettorale da una parte e dall’altra del Muro per
valutare lo stato d’animo delle due diverse società e delle loro classi politiche. È interessante vedere, attraverso
queste elezioni, due realtà completamente diverse.
Elezioni palestinesi
Comincerò dalle elezioni palestinesi. Come tutti voi sapete, sono state caratterizzate dalla vittoria schiacciante
del movimento islamico Hamas nell’insieme dei territori di Cisgiordania e Ghaza.
Allora: cosa significa, a mio avviso, questa vittoria schiacciante di Hamas a livello di opinione pubblica
palestinese. Intanto, è evidentemente la fine dell’egemonia politica di quattro decenni di OLP, un movimento
nazionale laico che partecipava a un movimento globale dei movimenti di liberazione in America Latina, in
Africa e nel mondo arabo.
Ma tale vittoria simbolizza anche un’altra cosa: la fine di un certo atteggiamento verso Israele e verso la pace
eventuale con Israele. Che sia chiaro: per la stragrande maggioranza dei palestinesi non è stato un voto contro la
pace o contro una eventuale coesistenza con Israele. Un sondaggio d’opinione pubblicato a Ramallah dopo le
elezioni (nella stessa settimana) dice che oltre l’85% degli elettori di Hamas vuole la pace con Israele sulla base
delle risoluzioni dell’Onu. Invece, ciò che esprime il voto ad Hamas è il sentimento che la pace non è una
prospettiva a breve termine, non è all’ordine del giorno, non che non sia auspicabile o voluta.
Non dimentichiamoci che Arafat aveva promesso al suo popolo la fine dell’occupazione israeliana in
Cisgiordania e Ghaza e la realizzazione di una sovranità palestinese negli anni a venire. Ma oggi la maggioranza
dei Palestinesi è giunta alla conclusione che questa prospettiva a breve termine non è realizzabile. Agli occhi dei
Palestinesi, a partire dall’assassinio di Rabin, la priorità del governo israeliano non è di giungere a un accordo
con i Palestinesi, ma di continuare la colonizzazione, e di conseguenza la promessa di Arafat di arrivare alla pace
a breve termine non è realistica. Eleggendo Hamas, i Palestinesi si apprestano a una nuova gestione della loro
vita politica con un orizzonte che non è più l’orizzonte della pace a breve termine.
Elezioni israeliane
Passiamo dall’altra parte del Muro e osserviamo le elezioni israeliane che si terranno dopodomani.
È impressionante l’indifferenza, l’assenza totale di passione e di vero dibattito politico di questa campagna
elettorale. Le elezioni in Israele, tradizionalmente, e soprattutto negli ultimi 25 anni, sono sempre state
22
La traduzione della relazione di Warschawski, dal francese, è di Laura Silva della rete di Milano.
49estremamente violente, appassionate, polarizzate. Oggi possiamo andare a Tel Aviv, a Haifa o a Gerusalemme
ovest senza nemmeno accorgerci che siamo in campagna elettorale, come se non ci fosse una vera posta in gioco,
dato che tutti sono d’accordo.
Assenza di partner, separazione, unilateralismo
E il successo di Kadima, il nuovo partito costituito da Sharon sei mesi fa circa, è proprio dovuto alla
formulazione della volontà consensuale i cui elementi sono riassunti in tre concetti.
1. Innanzitutto, non si crede più alla pace, come per i Palestinesi. La pace è stata un concetto centrale in tutte le
campagne elettorali e nei programmi di tutti i partiti, inclusi quelli della destra, che erano costretti a dire “noi
vogliamo la pace, ma… nella sicurezza, nella colonizzazione”. Oggi invece tutto accade come se la stragrande
maggioranza degli Israeliani non fosse più convinta che la pace sia all’ordine del giorno. Ed evidentemente la
pace non è più all’ordine del giorno, non perché non la si desideri, ma perché non ci sarebbero interlocutori
palestinesi per farla.
2. In secondo luogo, cosa importante, non si vuole più gestire e vivere lo status quo attuale dell’occupazione. Nel
passato i vari governi e partiti politici israeliani giustificavano l’immobilismo con l’assenza di prospettive di
pace. “Poiché non c’è un interlocutore, non possiamo fare la pace, e poiché non possiamo fare la pace siamo
costretti a continuare a vivere delle relazioni condizionate dall’occupazione”. Il discorso di Sharon di un anno e
mezzo, due anni fa, rappresenta una rottura di questo ragionamento immobilista: “Non abbiamo un interlocutore,
la pace non è possibile, tuttavia dobbiamo prendere delle iniziative”. E l’obiettivo che unisce il 95% degli
Israeliani e l’insieme dei partiti sionisti dall’estrema destra all’estrema sinistra in parlamento è la separazione.
Un tempo, fino al 2000 circa, si diceva: “Vogliamo la pace perché vogliamo la separazione”, oggi si dice: “La
pace non è possibile, ma vogliamo la separazione”.
3. Arriviamo allora al terzo elemento: se vogliamo la separazione ma non abbiamo un interlocutore, la politica
da intraprendere non può che essere imposta unilateralmente.
Dunque i tre concetti sono, li riassumo: assenza di prospettive di pace, separazione e unilateralismo.
La strategia delle tre C di Sharon
Ariel Sharon è stato l’architetto di questa filosofia, dell’applicazione di tale filosofia, attorno a una strategia che
io definirei come la strategia delle tre C (casser, coloniser, cantoniser): Rompere, Colonizzare e Cantonizzare.
Tutta la politica di Sharon si cristallizza attorno a questi tre obiettivi.
1. Rompere la resistenza palestinese, sconfiggere il movimento nazionale e la società palestinese nel suo
insieme. Questo per imporre unilateralmente la sua politica. È ciò che hanno vissuto tragicamente i Palestinesi
tra il 2001 e il 2005: una politica di pacificazione di una grande brutalità con migliaia di morti, innumerevoli
distruzioni e un’atomizzazione dello spazio e della società come mai era avvenuto prima.
2. Sharon non è (non “era”… oggi è neutralizzato da un intervento divino insperato!) un sadico, non ha
martirizzato il popolo palestinese senza uno scopo preciso. Si è trattato di un mezzo per perseguire
concretamente una politica, che è quella della colonizzazione. La repressione subita dal popolo palestinese negli
ultimi anni è stata un mezzo per poter imporre unilateralmente il progetto di Sharon, che è un progetto, cito, di
“cinquant’anni di colonizzazione a venire”.
Nel marzo 2001 è apparsa sul “Corriere della Sera” la traduzione di una lunghissima intervista rilasciata da Ariel
Sharon al quotidiano “Haaretz”, un paio di settimane dopo la sua elezione. Consiglio a tutti di rileggerla, perché
c’è il programma di Sharon. Un programma che mostra una qualità rara nei politici, e questo bisogna
riconoscerlo a Sharon.: la capacità di dire cosa pensano e di fare, cercare di realizzare, quello che dicono. E
Sharon aveva proprio questa qualità: non ha mai nascosto i suoi obiettivi politici. È la ragione per la quale mi
riesce davvero inspiegabile che l’opinione pubblica europea, i politici europei, i giornali europei, siano capaci di
presentare Sharon come un uomo di pace, mentre lui stesso in tutti i suoi interventi (non parlo di articoli o libri
suoi, perché non era uomo di penna), ma in tutti gli interventi o interviste a tutti i giornali, è sempre stato
assolutamente cristallino sui suoi obiettivi politici (e la pace era l’ultima delle sue preoccupazioni), che vedeva
realizzati fra cinquant’anni.
Nelle sue interviste Sharon dice, e cito testualmente: “La guerra di indipendenza del 1948 non è terminata.
L’errore dei miei predecessori è stato quello di voler fissare delle frontiere. I confini saranno all’ordine del
giorno fra 50 o cent’anni”. Ma quali sono i confini di Sharon? E qui cita Ben Gurion: “Il confine sarà là dove i
nostri trattori avranno segnato l’ultimo solco”.
50Sharon non ha mai creduto al diritto storico o alle promesse divine. Ed è la ragione per la quale si è sempre
sentito estraneo al Likud, il suo stesso partito, che faceva del misticismo e del messianismo politico. Per Sharon
la realtà politica si fa sul terreno e la legittimità coloniale si fa con la colonizzazione e non con un pezzo di carta,
con la storia o una qualche astrazione di questo genere. Dunque il confine sarà all’ordine del giorno quando
avremo portato a compimento la guerra del 1948 colonizzando la Palestina storica, Heretz Israel (“Grande
Israele”), dal Mare fino al Giordano.
3. Terzo elemento è chiedersi che cosa fare dei Palestinesi. Perché se si vuole che Heretz Israel, la Palestina
storica, dal mare al Giordano, diventi lo stato d’Israele – e uno stato d’Israele che sia evidentemente uno stato
ebraico (juif) e non ebraico-palestinese o arabo-israeliano – cosa fare dunque di 3 milioni di residenti palestinesi?
Sharon aveva difeso per anni uno slogan: “La Giordania è lo stato palestinese”. E lui che era un grande
repubblicano, un democratico, diceva che la monarchia ashemita era un potere illegittimo imposto dai britannici
negli anni ’20 e i Palestinesi, largamente maggioritari in Giordania (in Transgiordania), avrebbero dovuto
prendere il potere e liberarsi della monarchia illegittima ashemita, costituendo ad Amman, il loro Stato, senza
evidentemente dimenticare di richiamare tutti gli altri palestinesi della Cisgiordania. È quello che viene definito
“il trasferimento” (transfert) ma in una lingua più moderna si chiama pulizia etnica (épuration éthnique), e cioè:
l’espulsione dei Palestinesi dalla Cisgiordania verso la Transgiordania.
Credo che Sharon abbia rinunciato una decina di anni fa a questo programma. Ciò è legato alla guerra dei
Balcani (ex Jugoslavia), cioè per le implicazioni potenziali di una guerra di pulizia etnica, che può provocare un
intervento internazionale, oppure il ritorno dei rifugiati, e addirittura il ritorno dei rifugiati del ‘48. È questa la
ragione per cui Sharon ha rivisto le sue posizioni sull’espulsione dei Palestinesi e cerca una soluzione all’interno
di Israele, cioè come espellerli senza espellerli, o meglio, come neutralizzarli senza espellerli. Ed è ciò che lui
stesso ha definito il piano della “cantonizzazione “ (cantonisation), cioè concentrare i Palestinesi in aree ben
delimitate e circondate da un muro e metterci una croce sopra., cioè fare dei Palestinesi della Cisgiordania e di
Ghaza dei “presenti-assenti” (présents-absents). Ci sono, si possono toccare, vedere (anche se non sarebbero
visibili – perché nascosti dai muri n.d.T.) ma si sa che non esistono più. Come in un gruviera, sarebbero dei
buchi che non esistono più per quanto riguarda la politica israeliana e le sue responsabilità. Israele definirà
certamente le frontiere di questi cantoni separati gli uni dagli altri e i Palestinesi, se vogliono, sono liberi di
considerarli come lo Stato palestinese.
Non c’è il tempo per approfondire le divergenze tra l’amministrazione americana e il governo di Sharon
all’epoca, sulla questione della continuità territoriale di questi cantoni che nel piano di Sharon sono separati gli
uni dagli altri: il cantone di Jenin, quello di Ramallah, Nablus, Gerico e Ghaza. La soluzione trovata da
Condoleeza Rice è quella di non parlare di continuità ma di contiguità fra i diversi cantoni, come delle riserve, o
bantustan, la contiguità sarebbe assicurata da tunnel e ponti.
La resistenza popolare quotidiana
Il problema con il piano di Sharon delle “tre C” è che se è vero che la colonizzazione è di fatto estremamente
attiva in questi ultimi anni, se è vero che la cantonizzazione con la costruzione del muro si concretizza, la prima
parte, indispensabile per imporre una prospettiva a lungo termine, e cioè piegare la volontà nazionale,
sconfiggere il movimento nazionale palestinese, si è rivelata fallimentare. Ed è stata fallimentare proprio a causa
della resistenza palestinese. Nonostante le migliaia di morti, le terribili distruzioni di interi quartieri, lo
sradicamento di intere piantagioni di frutta, l’atomizzazione dello spazio palestinese attraverso un sistema di
chiusure e di blocchi, la popolazione palestinese non è stata pacificata, e se alcuni dirigenti israeliani hanno
sperato di veder emergere quello che i media hanno definito una “dirigenza pragmatica”, ossia un atteggiamento
collaborativo a questo piano di annessione e cantonizzazione, non c’è stata nemmeno lontanamente l’ombra di
ciò nella società palestinese . Nessuno, in nessun luogo, né fra i dirigenti né fra il popolo, all’esterno né
all’interno, vecchio o giovane, ha osato o simulato di essere pronto a negoziare con Israele sulla base di questo
piano.
Quando parlo di resistenza, non parlo della resistenza armata, d’altronde legittima, o degli atti terroristici per far
fallire la politica israeliana. Io intendo quella resistenza popolare, quotidiana, di ogni donna, uomo, giovane,
vecchio che è riuscito a organizzare la propria esistenza, l’appartenenza al luogo di residenza, ha coltivato i
legami sociali e la volontà di condurre una vita normale nonostante l’anormalità della situazione.
Farò l’esempio di quello che rappresenta la maggior parte di tale resistenza, di tutti i partiti della resistenza
palestinese, il partito dei genitori e degli studenti. Mandare a scuola i figli, nel 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, è
51stato un atto di resistenza che richiedeva un enorme coraggio, perché significava svegliare i figli di primo
mattino, vestirli, pettinarli per benino e mandarli in un taxi collettivo per 4 chilometri, poi fargli fare a piedi 3 o 4
chilometri per aggirare un posto di blocco, per riprendere un secondo taxi, e poi camminare di nuovo. E questo
senza nemmeno sapere se il figlio sarebbe potuto entrare a scuola, sapendo che il figlio poteva anche arrivare,
ma non i professori.
Vi rendete conto che coraggio dovevano avere i genitori per mandare i figli a scuola? Guardare l’orologio per
ore chiedendosi se il figlio sarebbe ritornato o no? Il coraggio che ci voleva, abitando a Ramallah per visitare la
nonna malata, che si trovava a Betlemme, a una mezz’oretta di strada, e impiegarci una giornata intera per
passare 12, 13, 15 posti di blocco, muoversi in una situazione in cui i coloni vanno in giro armati e tirano su tutto
quello che si muove, ma rifiutarsi di trascurare la nonna? Questa volontà di milioni di uomini e donne palestinesi
di resistere palestinese ha fatto fallire il piano di Sharon, proprio per il rifiuto di lasciarsi brutalizzare,
disumanizzare, continuando a tenere vive le relazioni umane, parentali nel modo più normale possibile. Questo
ha fatto fallire il piano.
Non collaborazionisti
Ed è questo il motivo della vittoria di Hamas: non essere collaborazionisti, dopo cinque anni di politica
repressiva. I palestinesi hanno messo al potere non dei collaboratori, pronti a genuflettersi, a dichiararsi
d’accordo su tutto, ad accettare tutto. Nella grande maggioranza senza essere islamici, o senza una particolare
opinione religiosa. Ma hanno dato il potere a coloro che rappresentano meglio la resistenza. I palestinesi sono
forti abbastanza per resistere e per far naufragare una politica. Purtroppo non sono tanto forti da imporre i loro
diritti. Per imporre i loro diritti, e lo dicono, lo ripetono quotidianamente, hanno bisogno di allargare il fronte su
due livelli: uno è il movimento per i diritti e per la pace in Israele e l’altro è il livello internazionale.
Le due ruote del pacifismo israeliano
Allora: a che punto è il movimento per la pace in Israele, che potrebbe e dovrebbe essere l’alleato principale per
i Palestinesi, nella lotta per l’ottenimento dei loro diritti? Un movimento che nei decenni passati ha mostrato di
essere in grado di cambiare la politica israeliana. È il caso della guerra nel Libano: è stato un forte movimento di
opinione pubblica contro la guerra a spingere Israele al ritiro, certo c’era anche la resistenza libanese e
palestinese, ma la sua eco nella società israeliana ha pesato. Ed è sempre il movimento per la pace israeliano che
è riuscito a valorizzare la forza del Movimento nazionale palestinese imponendo il riconoscimento dell’OLP.
Dunque un movimento di massa che è riuscito a far cambiare le politiche di Israele negli anni ’80 e seguenti.
Ebbene, questo movimento è composto da quello che Uri Avnery definisce le due ruote: la piccola e la grande
ruota. La ruota piccola è formata da gruppi, movimenti, iniziative, generalmente più radicali, e in generale fa
appello a dei principi più che a un pragmatismo politico. Il concetto base per questa parte è quello del Diritto, il
diritto dei Palestinesi; l’occupazione viene avversata in quanto illegale, e il riconoscimento di uno stato
palestinese rientra nell’ambito del diritto dei Palestinesi. Di solito la piccola ruota si muove più velocemente e
per prima, imprimendo il movimento alla grande ruota, che è più lenta .
La grande ruota è composta da quello che si dice il “movimento dei privati cittadini”, cioè un movimento
pacifico di massa, meno radicale, più esitante, più propenso a trovare un accordo con la parte più ampia
dell’opinione pubblica, ma che alla fine, sotto la spinta della piccola ruota, a poco a poco assume le sue
responsabilità e ottiene un effetto sull’insieme dell’opinione pubblica e sulle decisioni della politica. Non può
esserci grande ruota senza la piccola. In Israele non è mai avvenuto che potesse muoversi la grande ruota senza
la spinta di quella piccola, che prendesse iniziative e ponesse all’ordine del giorno temi politici e rivendicazioni.
Ma la piccola ruota non avrebbe senso, se non un senso puramente etico, se non fosse in grado di spingere la
grande ruota e influenzare la politica.
La ruota piccola oggi
Allora: a che punto siamo oggi. Grazie al cielo la piccola ruota si muove molto bene, negli ultimi 5 anni è stata
sempre presente sul terreno della resistenza, del confronto e della dissidenza di fronte alla politica di
colonizzazione e di repressione. Ha una composizione molto varia, che va dall’Organizzazione delle Donne per
una pace giusta, le Donne in Nero, alle Osservatrici dei Posti di Blocco, movimenti come Ta’ayush (arabo-
israeliano), Gush Shalom e il vero gioiello, il pezzo forte, naturalmente sono i refuznik, ufficiali e soldati di
riserva che si rifiutano di servire nei Territori occupati; e anche il gruppo che oggi si assume il ruolo di centro di
informazione alternativo, gli Anarchici contro il muro: un movimento di decine o poche centinaia di giovani e
52giovanissimi militanti (intorno ai 18 anni) che creano uno spazio di solidarietà, coesistenza, di vera e propria
cooperazione arabo-israeliana contro e sul Muro.
E poi, se prendiamo le organizzazioni “anticolonialiste o antioccupazione” come vengono definite oggi, sono più
forti, numerose, determinate e organizzate che durante la guerra del Libano. E si tratta di un numero fra 5 e
10mila militanti, mobilitati in permanenza contro l’occupazione. Con attività molto varie (manifestazioni,
incontri, petizioni, nella stampa quotidiana, settimanale) dimostrano una sensibilità appassionante e un’ottima
capacità di lavorare insieme.
La ruota grande oggi assente
Il problema è che la piccola ruota, che noi rappresentiamo, non ha una grande ruota alla quale agganciarsi. Il
grande movimento della pace, che mobilitava non dico decine di migliaia di persone, ma centinaia di migliaia di
persone, e che poteva cambiare (e lo ha fatto) la politica in Israele, si trova in una situazione poco migliore di
quella in cui versa Ariel Sharon: in coma profondo.
Dunque, abbiamo un movimento contro l’occupazione estremamente attivo, militante, e anche abbastanza
coperto dai media, che però non smuove l’opinione pubblica più larga a causa dell’assenza di quello che è stato
per 20-25 anni il cuore, la massa del movimento per la “pace-subito” (“Peace now”) che si è liquefatto nel luglio
2000. Conto che non lo sia definitivamente, ma sia caduto solo in un coma profondo dal quale non si è ancora
risvegliato.
La menzogna dopo il fallimento di Camp David
Che cosa può essere successo perché un movimento di tale prestigio ed efficacia potesse scomparire in pochi
attimi? Tutto questo è legato al fallimento di Camp-David 23 e alla propaganda menzognera che ha accompagnato
il fiasco. E la sequenza cronologica degli avvenimenti è importante, perché c’è la tendenza a ribaltare l’ordine
delle cose. È in luglio-agosto-settembre 2000 che il movimento della pace israeliano e gli oppositori
all’occupazione israeliana sono crollati: quindi prima dell’intifada: non si trattò di una reazione all’intifada. È un
fenomeno anteriore, e assai prima (10 mesi prima) dell’ondata terroristica di attentati.
Perché il movimento è scomparso in pochi attimi? Basta guardare i giornali israeliani, nel periodo luglio-agosto
e inizio settembre 2000, vediamo decine e decine di articoli, reportages, interviste nei quali chi era orientato
verso la pace, verso il compromesso, dice: “Ci siamo sbagliati, mai più rifaremo questo errore, chiediamo
perdono alla destra per averla accusata di estremismo”. Tre mesi di pentimento vergognoso, dai grandi
intellettuali israeliani come Amos Oz, Yeoshua e altri, ai dirigenti del grande movimento per la pace… Fa
impressione: in tre mesi, un movimento che aveva mobilitato centinaia di migliaia di persone scompare.
Scompare a causa di una profonda menzogna, che peraltro è stato pronto ad accettare. È questo sconcertante: ha
accettato una tale menzogna. Ha accettato non soltanto la prima parte della dichiarazione di Barak “Ho fatto le
offerte più generose ad Arafat e lui ha rifiutato”, ma anche la seconda parte della frase: “e ho smascherato, ho
smascherato il vero obiettivo dei Palestinesi. E cioè che i Palestinesi non hanno mai voluto fare la pace, non
hanno mai voluto negoziare: ci hanno ingannati”.
E a partire da quel momento, estate 2000, si impone l’idea che la pace è impossibile perché “non abbiamo
interlocutori” e persino i più moderati fra i Palestinesi non sono mai stati interlocutori, e anzi, sono più pericolosi
degli altri, perché hanno occultato il loro vero obbiettivo, la distruzione di Israele, dietro il paravento del
pacifismo e della moderazione e del premio Nobel per la pace 24 ”.
E questo spiega come oggi, nei sondaggi (oggi, come ieri, l’altroieri, senza interruzione da 5 anni a questa parte)
in Israele ci sia una maggioranza fra il 55 e il 65% che desidera la pace e sa che per fare la pace occorre ritirarsi
dai Territori occupati, smantellare le colonie, ed è pronta a questo, ma d’altra parte sostiene la politica unilaterale
di Sharon (e oggi degli altri partiti politici). Sono intimamente convinti che non ci siano interlocutori con cui
parlare.
Ecco perché i Palestinesi sono ancora in attesa che nel cuore della società israeliana ricompaia un movimento di
massa, un movimento non soltanto coraggioso, ma in grado di modificare la politica e di sostenere il loro diritto
all’indipendenza e alla sovranità.
23
Nel luglio del 2000 il presidente americano Clinton invitò a Camp David il primo ministro israeliano Barak e il
presidente palestinese Arafat per tentare un accordo definitivo di pace, sull’esempio di quanto avvenuto nel 1977 tra il
presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Begin. Ma la soluzione proposta era del tutto inaccettabile per i
Palestinesi.
24
Ad Arafat e a Rabin era stato assegnato il Nobel per la pace, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993.
53La comunità internazionale
L’altro fattore che potrebbe contribuire a cambiare le cose, ovviamente è la comunità internazionale, il quadro
internazionale, società civile e governi di fronte a queste questioni. E qui direi che siamo di fronte a un passaggio
da una situazione totalmente bloccata alla riapertura sul fronte della relazioni internazionali, del rapporto israelo-
palestinese.
La congiuntura internazionale fra il 2001 e il 2005 è stata la peggiore che i Palestinesi abbiano mai potuto
immaginare. Da un lato gli Usa, che entrano nella loro guerra globale, permanente e preventiva contro il
terrorismo e danno il via libera a ogni politica che si presenti come una politica di lotta contro il terrorismo,
delegittimando totalmente l’aspirazione nazionale del popolo palestinese, paralizzando una politica europea.
Questa o si allinea con quella americana oppure rimane paralizzata di fronte alla volontà americana di spingersi
fino in fondo.
D’altra parte, in Israele abbiamo un governo, o un capo del governo che appare inamovibile. Sharon con i suoi
140 chili è un blocco, che non si riesce a spostare. E dobbiamo ammettere che Sharon ha sempre avuto una tale
ostinazione e determinazione che né l’opinione pubblica interna, né le pressioni internazionali anche americane,
potevano smuoverlo. Sharon è stato spesso in minoranza, nell’opinione pubblica come nel suo partito e nel suo
governo, ma lui è sempre andato avanti. Anche nella guerra del Libano è avanzato fino al muro su cui si è
spaccato la testa; in politica è stato spesso in conflitto radicale con l’Amministrazione americana e anche col suo
stesso partito, che alla fine ha lasciato.
Questo dice a qual punto era difficile influire sulla politica da parte dell’opinione pubblica pacifista. Ricordo che
ci accadeva di essere in manifestazione e di nutrire la sensazione che se anche fossimo stati in 200.000 in piazza
a Tel Aviv, Sharon non ne avrebbe tenuto conto, e ho sentito diplomatici europei dire: “Ma che cosa volete, non
si può proprio far cambiare idea a Sharon”.
Da Sharon a Olmert
Ma ho una buona notizia: Sharon è neutralizzato. Ora abbiamo un nuovo primo ministro, che dice di richiamarsi
a Sharon, ma è soltanto una sua caricatura. Nei media israeliani viene chiamato da tempo (e ancora oggi il
soprannome resiste) “il pressurizzabile”, primo ministro ad interim, e che verosimilmente lo diventerà a pieno
titolo dopo le elezioni. Olmert, ogni mattina, dà un’occhiata ai sondaggi di opinione e ascolta quello che dice
l’America. E per noi questo è un bene. Quest’uomo non possiede l’ostinazione, la visione a lungo termine e
l’attaccamento ossessivo ai suoi propositi che invece aveva Sharon. E le capacità di pressione politica all’interno
come all’estero, e la combinazione di queste pressioni sono nuovamente del tutto realizzabili.
Ciò significa che voi, in Europa, in Italia, avete delle responsabilità che sono forse le stesse che in passato, ma
con possibilità di avere successo: quella di cominciare una campagna, lunga e difficile, per far cambiare la
politica dei vostri governi verso quello israeliano con delle buone probabilità di successo.
E non si tratta soltanto degli interessi del popolo palestinese, israeliano, arabo, ma è interesse vostro di europei
perché (e qui cito il mio amico ambasciatore di Palestina all’Unesco): “I Palestinesi, la questione palestinese e il
movimento nazionale palestinese, sono stati finora la barriera che impedisce che un conflitto politico, coloniale,
si trasformi nell’avanguardia di uno scontro di civiltà”.
E questa è anche una lettura della vittoria di Hamas alle ultime elezioni, ed è parimenti la lettura della popolarità,
del successo elettorale dei Fratelli Musulmani in Egitto e della straordinaria popolarità degli Hezbollah in
Libano.
L’urgenza di una soluzione
La questione palestinese in quanto politica, nazionale, coloniale, da risolvere con mezzi politici, è stata finora la
barriera contro l’etnicizzazione, la confessionalizzazione delle relazioni arabo-israeliane. Ma non lo sarà più per
molto, in una regione che dalla realtà dei fatti, dalla politica americana è spinta sempre di più verso una
confessionalizzazione ed etnicizzazione delle relazioni.
E vediamo già dei segni: se in un lasso di tempo relativamente breve non sarà data una risposta politica a questo
problema, la questione palestinese si dissolverà, rischia di dissolversi in un contesto molto più ampio, e non più
politico, ma di civiltà e di confessione religiosa. E diventerà il fronte di riferimento mondiale dello scontro di
civiltà di cui si sente parlare.
E questo dimostra l’urgenza di trovare una soluzione a un problema che non riguarda soltanto i popoli della
Palestina e di Israele, ma riguarda voi, come tutti gli abitanti del pianeta. Ed è ora che bisogna mobilitarsi, è ora
che bisogna cercare una soluzione, perché domani rischia di essere troppo tardi.
54Conclusione
Maria Teresa Gavazza
È difficile tirare le fila di queste giornate così complesse e così ricche. La Rete Radié Resch si è assunta ancora
una volta un ruolo storico impegnativo: diventare un punto di quella galassia che dovrà costruire la nuova
politica.
La nostra esperienza di politica estera, come ha detto Marco Revelli, ha una lunga tradizione. Il Brasile con i
Senza Terra ci ha comunicato che chi pianta raccoglie e la felicità sta nelle relazioni con le persone. L’Africa ci
ha chiamato alla responsabilità nella sicurezza e nell’
informazione. Haiti ci ha chiesto un impegno sempre più
coinvolgente e di genere. Il Guatemala, ancora il Brasile con Giovanni Baroni, la Palestina e tutti i testimoni dei
nostri progetti idealmente erano qui con noi, (dall’
Ecuador all’
Argentina al Cile) per interrogarci, per rafforzare
l’ amicizia e gli affetti.
Ma non basta.
È qui dal nostro paese, dal nostro locale (la Val Susa insegna) che dobbiamo partire. Non sarà facile. Alcuni
temono che il 9 aprile sia un nuovo 18 aprile 1948. Tuttavia se anche il centrosinistra vincerà, la resistenza sarà
dura e lunga. La crisi del paradigma della vecchia politica ha lasciato solo macerie dietro di sé. Inventare una
politica per l’
uomo planetario è un processo doloroso e difficile. Noi come un fiume carsico dobbiamo emergere
e scomparire, fare ogni giorno dei piccoli gesti che ci spingano a ridiscutere il nostro stile di vita.
L’ ultimo punto che vorrei trattare (e penso che sarà motivo di riflessione al Coordinamento) è il mutamento
antropologico che noi stessi siamo chiamati a fare. La nonviolenza, la democrazia partecipata, richiedono una
disciplina interiore, un percorso spirituale e culturale difficile e rigoroso. Occorre limitare il protagonismo e il
narcisismo di cui anche noi al Coordinamento spesso soffriamo. Liberarci dalle incrostazioni dell’uomo vecchio
richiede un impegno costante e severo. È più facile assumere un ruolo critico che seminare il dialogo, la
pazienza, l’amore.
Guardare noi stessi con gli occhi dell’altro significa provare ogni giorno a rivedere i nostri egoismi e le nostre
paure. Solo così realizzeremo reciprocità, convivenza e relazione (dal supra all’infra). Crescerà una rete di
persone libere e serene, che proveranno la gioia del dare e del fare politica.
È un percorso lungo e difficile che ci metterà alla prova, ma come in altri momenti storici drammatici, donne e
uomini riusciranno a riprendere in mano le sorti dell’umanità, o meglio del pianeta.
Vi chiedo infine di partecipare ai Coordinamenti, sono il nostro Parlamento, l’assemblea che ha la gestione
politica di tutta la rete. Potremo camminare insieme e costruire la donna/ l’uomo inedito.