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Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi,

questa lettera verte sul doloroso tema della tortura. Ho avuto molti dubbi sull’opportunità di trattare l’argomento in un momento così difficile come è quello che noi tutti stiamo attraversando. Siamo presi da mille preoccupazioni che riempiono la nostra vita quotidiana (condizione comune alla maggioranza degli italiani), così che tendiamo a rimuovere, con un moto di fastidio, altri problemi che pensiamo distanti e insolubili, percepiti come apportatori di nuove apprensioni.

Eppure la questione non è secondaria per le persone civili, anche in un tempo in cui l’imbarbarimento della nostra società e della nostra politica ha raggiunto livelli impensabili; il che induce a porre l’attenzione su misfatti e disfunzioni di casa nostra e a immaginare i possibili rimedi. Né le notizie dal mondo – dense di fatti orrendi e oltremodo barbari – sono fatte  per riportare serenità negli animi turbati.

Forse è per queste ragioni, o anche per queste ragioni,  che il tema della tortura è scomparso dai giornali, dalla televisione, dai pubblici dibattiti, come se fosse superato e comunque non attuale. Allora accade che il cittadino ignora  la sua esistenza e la sua reale diffusione e che di tale ignoranza partecipano pure – magari non proprio innocentemente – i rappresentanti della classe colta, i docenti universitari tra questi. Ciò mi sembra inammissibile: nascondendo il problema si procura un vulnus alla civiltà, concorrendo alla sua crisi e a un grave decadimento delle istituzioni democratiche.

Invece la spinosa questione dovrebbe essere affrontata con la chiara coscienza che non facendolo si avrebbe un ritorno graduale ai secoli bui, all’epoca che credevamo esserci lasciata alle spalle per sempre. In periodo di crisi generale il pericolo diventa concreto. Vi sono, è vero, organismi internazionali, associazioni nazionali, ONG che si dedicano con merito alla ricerca dei dati sulla tortura nel mondo, alla loro diffusione, a combattere il fenomeno come possono, a denunciare i governi colpevoli. Ma visto che il loro lavoro rimane poco conosciuto e quindi ininfluente sull’opinione pubblica e ancor meno sui detentori della responsabilità di muoversi a livello istituzionale perché qualcosa cambi, ecco che appare evidente che non possiamo accontentarci che “qualcuno” si occupi lodevolmente della lotta alla tortura. In questo modo la disinformazione resterà sovrana e niente cambierà.

Sarebbe utile ripercorrere sommariamente come, quando e perché l’uso dei tormenti fisici e psicologici è iniziato ed è proseguito fino ai nostri giorni. Si comprenderebbe in pieno quanto esso sia abominevole e vada contrastato con decisione, essendo frutto nefasto della tirannide, della crudeltà dei singoli, della cattiva, travisata applicazione delle leggi. In ogni modo è prova certa della capacità dell’uomo di infierire impunemente sull’uomo dando sfogo ai più bassi istinti. Che la nostra associazione sia ben consapevole della gravità del problema tortura è dimostrato dall’aver dato vita parecchi anni addietro, auspice Ettore Masina, a un progetto per sostenere l’associazione “Medici Contro la Tortura” (quello denominato Dario Canale) che si dedica con vera abnegazione al recupero psico-fisico delle vittime di tortura. Quindi la vostra sensibilità non manca in proposito e il Coordinamento nazionale lo ha confermato più volte.

Ma se conoscere più a fondo la storia della tortura non sarebbe privo di interesse, è pur vero che una trattazione anche ridotta all’essenziale esula dai limiti e dai compiti di una lettera agli amici, oltre che superare le mie capacità e competenze. Mi limiterò quindi a pochi cenni utili a dare un’idea della complessità della materia.

Sulla pratica della tortura nei tempi antichi si sa poco: fu usata in Oriente e poi in Grecia e a Roma dove però era riservata agli schiavi, considerati oggetti piuttosto che uomini, e di rado agli uomini liberi, in specie per reati politici; in epoca imperiale le eccezioni furono tuttavia numerose e le motivazioni aumentarono. Detto che i barbari, in sostanza, la esclusero contentandosi dei “Giudizi di Dio”, va notato che per alcuni secoli la tortura, a quanto se ne sa, non venne praticata. Va anche notato che i Padri della Chiesa l’avevano condannata con decisione.

Dopo l’anno Mille, grazie alla rinascita del diritto romano, liberamente interpretato,  la tortura tornò in auge in tutta Europa, prevista nelle legislazioni degli stati e in quelle principesche. Si diffuse ai tempi dell’Inquisizione medievale e dopo, largamente, di quella spagnola. Si attese ancora a lungo prima che cominciassero a levarsi voci contro questo obbrobrio umano, tra cui quelle di giuristi più ragionevoli e colti di molti loro colleghi e di quei magistrati inquirenti che ordinavano le torture e vi assistevano. Un giurista fiammingo del 1500 definì la tortura “una invenzione diabolica portata dall’inferno per tormentare gli uomini” (dati i tempi non stupisca il linguaggio). Si deve ricordare che allora la superstizione dominava la scena e influiva negativamente sui processi, sulle torture e sulle condanne.

Ma la svolta decisiva venne con l’Illuminismo. In Italia un suo rappresentante illustre, Pietro Verri, ingegno multiforme, scrisse le Osservazioni sulla tortura tra il 1770 e il 1777, prendendo in esame soprattutto le carte del processo detto della “colonna infame” (tema ripreso dopo, come si sa,  dal Manzoni) che servì ad accusare, tormentare a lungo e condannare a morte alcuni innocenti popolani ritenuti tra gli artefici – mediante “unzioni” velenose di luoghi pubblici – della grande pestilenza di Milano del ‘600. Egli sosteneva, contro l’opinione comune, che i tormenti non sono un mezzo per scoprire la verità perché l’autore di un delitto può resistervi senza confessare a differenza di un debole che è indotto ad accusarsi di reati non commessi; e, inoltre, dichiarava che tali metodi erano comunque “intrinsecamente ingiusti”.

Su richiesta dell’amico Verri, Cesare Beccaria inserì un capitolo sulla tortura nella sua celeberrima opera Dei delitti e delle pene, confermandovi analisi e conclusioni del Verri. La notorietà di Beccaria e del suo libro conferì autorevolezza alla tesi della necessaria abolizione della tortura, evento che si verificò in quasi tutti gli stati tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800. Ma la tortura continuò ad essere praticata, anche se nascostamente, in molti paesi e fino ai giorni nostri, non per i crimini comuni ma per motivi politici.

Considerata una delle più gravi violazioni dei diritti umani, la tortura è stata ripetutamente condannata in molte dichiarazioni e risoluzioni di organismi internazionali a partire dal secondo dopoguerra. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (1948) è una semplice raccomandazione, mentre la Convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti inumani o degradanti (1984) contiene una definizione dettagliata della tortura, vi aggiunge i trattamenti crudeli, stabilisce l’obbligo per gli stati contraenti di perseguire i torturatori oppure di consentirne l’estradizione. La Convenzione interamericana per la prevenzione e la repressione della tortura (in vigore dal  1987) dà una definizione di essa che ne chiarisce l’obiettivo, cioè la distruzione dell’identità della vittima e del sentimento di appartenenza alla specie umana.

Una definizione del crimine non giuridica ma ampia è quella di Acat France (associazione ecumenica per l’abolizione della tortura): “c’è tortura quando una persona infligge deliberatamente e sistematicamente una sofferenza acuta, in qualsiasi forma, a un’altra persona per raggiungere il suo obiettivo contro la volontà della vittima. Più della metà dei paesi del mondo pratica la tortura, che è usata per far paura, per punire o per estorcere informazioni, per terrorizzare le popolazioni” (corsivi miei). Nel Protocollo di Istambul (UNHCR, 1999) vengono distinte le tipologie dei maltrattamenti: tortura fisica, psicologica, sessuale (distinta da quella fisica a motivo dell’impatto sociale e psicologico che causa).

I Medici Contro la Tortura (ho desunto le notizie, a partire dal 1948, dal volume La tutela medico legale dei diritti dei rifugiati, curato da Carlo Bracci, pubblicato da Sviluppo locale edizioni, per conto dell’associazione umanitaria) nel corso della loro attività hanno appurato tra l’altro alcuni dati certi: 1) “vi sono regimi per i quali la tortura è strumento di governo. Saperla legittimata – di fatto, se non per legge – rende diffusa e socialmente efficace la paura per l’autorità e reprime bene l’espressione  del dissenso, contribuisce al mantenimento dell’ordine”; 2) numerosi medici sono complici dei torturatori, suggeriscono su quali punti deboli della vittima convenga agire, segnalano il limite da non superare per evitare la morte del torturato (con conoscenze meno scientifiche – aggiungo io – tali individui erano già presenti ai tormenti del tempo della colonna infame); 3) “La tortura non rimane soltanto come un ricordo da incubo. E’ una memoria che resta incisa nel corpo”.

Considerato che la tortura, sparita dalle legislazioni, è invece ancora oggi presente in mezzo mondo, a volte neppure troppo nascosta (vedi Guantanamo) e che i maltrattamenti nelle carceri e nei posti di polizia, spesso somiglianti alla tortura, sono frequenti anche in Italia, penso che ogni persona civile e rispettosa dei diritti umani abbia l’obbligo morale di non rimuovere il problema. Credo che a ciascuno di noi, oltretutto impegnati nella solidarietà agli oppressi, competa di individuare i modi atti a tener vivo il problema all’indispensabile, nobile fine di contrastarlo con efficacia.

 

Un saluto molto cordiale.

Mauro Gentilini

 

Note a cura della Segreteria nazionale

Il nostro Convegno nazionale è ormai prossimo, perciò invitiamo tutte le Reti all’impegno per favorirne la conoscenza e la partecipazione:

– Pubblicizzare il volantino definitivo (ne circolano ancora incompleti), che viene allegato, attraverso i media locali e nazionali e per le vie ormai consuete quali mailing liste, blog, siti internet, facebook, ecc;

– Iscriversi per tempo  – non aspettare all’ultimo momento – seguendo le indicazioni contenute nel volantino, indicando anche la città (Rete) di provenienza;

– Venire incontro alle necessità di tipo economico, soprattutto dei giovani, ricordando che è prassi delle Reti locali contribuire alle spese dei partecipanti al Convegno e che è stato costituito dal Coordinamento nazionale un fondo ad hoc.

Buon lavoro a tutti e arrivederci al Convegno!