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Circolare nazionale Rete Radiè Resch 

Aprile 2012

a cura della rete di Noto, Avola, Pozzallo

Carissimi,

questo mese l’incarico di redigere la circolare nazionale è toccato a noi siciliani.  E noi abbiamo pensato di raccontarvi due storie, una lontana ed una vicina.

Sulla terra, tema a noi caro (un tempo – ed a volte ancora oggi –  eravamo chiamati   spregiativamente “terroni”. Ma questo non ci dispiace se il nostro modo di essere richiama quello della gente della terra) . Terra è quella che sta sotto i nostri piedi e ci da sostegno, dove stanno le radici e che fa crescere  la vita. La terra ci alimenta ed è Madre di tutti gli esseri viventi. Su di essa si posa l’aria e scorre l’acqua E tutti gli esseri vi trovano Vita.  La terra è di Dio e se” il chicco di  grano non marcisce nella terra e non muore non porta frutto…”. Il grano che poi diventa pane sulla nostra tavola e la nostra vita se va in profondità e si apre al mondo.

Un profondo legame con la terra è quanto sente intimamente ogni contadino, persino quando è sfruttato e si spezza la schiena sotto il sole cocente ( “che colpa ne ha l’uva?”, diceva anni fa un bracciante ad un altro che con stizza verso il padrone lasciava dei grappoli non raccolti). E’ quanto sentono i Mapuche e tutti i popoli originari. Ma quello sulla terra non è un discorso bucolico. E’ un discorso duro, come le tante pietre dei nostri monti Iblei. Ha a che vedere con l’inquinamento e l’abbandono delle campagne, l’emigrazione ed i prodotti che ai contadini vengono pagati un nulla ed al mercato sono tanto costosi. Ha a che vedere con le multinazionali che acquistano terre nel sud del mondo, depredano le risorse locali e scippano ai popoli indigeni il loro sapere antico. Ha anche a  che vedere con la fame e le guerre. E con una globalizzazione che non divide più il mondo fra Nord ricco e sud povero, ma ha creato tanti Nord ricchi e tanti sud poveri in tutti i Paesi del mondo.

“Da Google a Dio”. Così il giornale “MU” di Buenos Aires titola un suo articolo dell’ ottobre  scorso quando racconta  la vicenda di una comunità mista di campesinos  Mapuche  e “criollos “(discendenti dalle unioni  tra indigeni e spagnoli) che vivono nella precordigliera delle Ande, a 300 km dalla capitale dello stato di Neuquen, Patagonia, tra cime innevate, ruscelli e pascoli grandi per le loro capre.

Ai limiti della sussistenza, conducono una vita dura e semplice, soggetti ai soprusi dei latifondisti, appoggiati dal potere locale che nega il loro diritto costituzionale alla terra dove vivono da generazioni.

Attorno a Josè Maria D’Orfeo, parroco di Loncopué e a Viviana, missionaria laica, essi hanno trovato la forza per unirsi e lottare insieme per i loro diritti.  E noi, come Rete Radié Resch li accompagniamo sostenendoli con la condivisione delle spese e dell’amicizia.

Ecco che tra il 2007 ed il 2008 iniziano dei movimenti strani: camionette inaspettate, luci nella notte, esplosioni improvvise. “E nessuno sapeva niente”- afferma P. José Maria. “Egli indagò prima nella sua coscienza, poi in Google ed infine si rivolse a Dio, davanti al Governatore, al sindaco e funzionari : “Poniamo nelle tue mani, o Signore, la sofferenza, l’angustia che ci hanno provocato i tentativi di sfruttamento minerario a cielo aperto, che sono proibiti nei paesi più sviluppati del mondo e che oggi le imprese straniere vengono a sfruttare in paesi come il nostro dove la legge permette loro di fare quello che vogliono, contaminare le nostre terre ed i nostri fiumi a nessun costo, portandosi la ricchezza dei nostri suoli nei loro paesi “. Si trattava di un progetto di  miniera di rame a cielo aperto, altamente contaminante dell’aria, del suolo e delle acque, per cui era già stata autorizzata un’impresa cinese e che avrebbe comportato l’abbandono della terra da parte dei campesinos.

Alla fine di questo incontro si avvicinò l’avvocato  Cristian Hendrickse  unendosi a loro. Perché contro la miniera a cielo aperto? “Mi avevano offerto di difendere le imprese minerarie. Avevo chiesto: contaminano?- Mi fecero un gesto ovvio. “E allora- dissi- vado a lavorare dall’altra parte del banco”. Così Cristian cominciò a collaborare con la Mesa Campesina e l’“Assemblea dei vicini autoconvocati”, redigendo  anche il testo della legge d’iniziativa popolare previsto dalla costituzione in rifiuto della miniera a cielo aperto. E poi tutti insieme con tutto quello che era possibile fare: mobilitazioni, assemblee pubbliche, manifestazioni e blocchi stradali, coinvolgimento dei mezzi di comunicazione…  Infine la sospensione dei lavori e l’ammissione al referendum popolare cittadino, che però all’ultimo momento il sindaco sospende. E che ancora non si fa…” “Qui rivoluzionario è fare rispettare la legge, nemmeno il  modificarla. Rispettare la costituzione ed i trattati internazionali, perché la verità è che la legge che vale è sempre quella di chi governa, che fa quello che vuole. L’iniziativa popolare ed il referendum dimostrano che il grande legislatore è il popolo. Delegare il potere è un’irresponsabilità…” “Uno vuole più democrazia diretta, partecipazione nelle decisioni ed essere persone libere. In tutti questi casi è sempre la società civile quella che interviene attraverso assemblee ed altre forme di organizzazione, perché politici e funzionari sistematicamente giocano a favore delle miniere. E’ un tema tanto importante che non lo si può lasciare nelle mani dei politici, quando quello che vogliamo è poter vivere tranquillamente e liberamente con le nostre famiglie… “

La storia “vicina” è quella dei “Forconi”, movimento di agricoltori, nato in questa terra e proprio nella nostra vicina città di “Avola”  e che a Febbraio di quest’anno ha incendiato la Sicilia, bloccandola per una settimana intera, quando allo sciopero ed ai blocchi stradali si sono uniti anche i camionisti.

Tanto se ne é parlato, della disperazione degli agricoltori  schiacciati da una crisi economica troppo forte, ed anche facilmente si è posto l’accento sulle infiltrazioni “mafiose” (anche da parte della confindustria dell’isola). Tanto da mettere in secondo piano il significato della lotta (anche nella mailing list  della RRR giungevano commenti negativi da parte di amici del nord).

“Ci hanno detto di tutto e di più”- arringava Mariano Ferro (leader del movimento), durante un recente comizio in una piazza di Avola gremita- “ci hanno anche detto che siamo mafiosi. Ma il popolo siciliano è stanco e finalmente si è svegliato e pretende il cambiamento. Assedieremo il Palazzo fino a quando avremo ottenuto quanto chiediamo”. Ed in effetti nei primi giorni di Marzo circa diecimila manifestanti accerchiano Palazzo dei Normanni (sede del Parlamento siciliano) e lo occupano per una settimana, insieme ad alcuni sindaci. Lombardo, il Presidente della regione, li riceve con diffidenza e vaghe promesse. Ma si sa, gli agricoltori sono gente concreta e soprattutto disperata e lo inchiodano alle loro richieste.

Chi sono i Forconi e cosa vogliono? Chiediamo a     P. Giuseppe  Di Rosa, ispiratore del movimento, soprannominato dai media “Don Forcone”, nostro amico e vicino alla RRR.

Egli ci racconta che il movimento nasce diversi anni fa  dalla delusione prima e  dalla  disperazione oggi dei medi  proprietari  terrieri che alla fine degli anni ’90, in un’ottica di agroindustria, grazie anche a forti incentivi, avevano investito creando aziende agricole moderne ed efficienti, raggiungendo  un livello di vita soddisfacente. Ma essi  non reggono di fronte alla crisi economica ed alla globalizzazione dilagante. Ora la fa da padrone la Grande distribuzione che importa, esporta, acquista dove il prezzo e più basso e non importa la qualità. Non c’è più interesse a produrre in Europa. Conviene farlo, ad es., in Nord Africa, i costi sono più bassi, la manodopera costa meno e ci sono  meno controlli. Poi i prodotti (anche il pomodoro “ciliegino” che aveva fatto la fortuna dei coltivatori di Pachino) vengono importati spesso taroccati come prodotti siciliani e a prezzi stracciati, distruggendo la produzione ed il mercato locale (esattamente come ha fatto per tanto tempo l’Europa con l’Africa, diciamo noi…) E loro si sono indebitati fino al collo e non sanno più come fare (vittime poi degli strozzini della SERIT che riscuote i debiti con interessi del 36% e con pignoramenti di mezzi, capannoni e case…).

Cosa vogliono i Forconi? Prima di tutto controlli e norme antitaroccaggio (tracciabilità ed etichette), dilazionamento dei debiti a condizioni meno pesanti. E poi una politica locale e nazionale che non sacrifichi l’agricoltura della Sicilia e del Sud. Infine, l’attuazione dello Statuto siciliano, ancora disatteso dopo più di cinquant’anni di autonomia. E se il governo dell’isola non vuol fare nulla, “che vadano tutti a casa”.

Il movimento si sta arricchendo di altre componenti (artigiani, commercianti, pescatori, ecc). e si trova ad un bivio: diventare un’organizzazione forte di pressione o darsi un progetto politico.

Oggi, pensiamo noi,  è soprattutto un movimento di pressione e rivendicazione, che deve crescere se non vuole appiattirsi e ripiegarsi su se stesso. E che per questo non può darsi per obiettivo il ritorno a quell’agroindustria di cui sono stati rappresentanti, perché quel modello non può più reggere. Il movimento, se vuole diventare progetto per tutti deve crescere e porsi altre prospettive. “ Non può non fare i conti con il problema delle risorse e dell’ambiente  e con la necessità di un’agricoltura diversa”. dice P. di Rosa.

E intanto egli, che per fine anno, nell’ambito dell’ attività della scuola di formazione socio-politica diocesana, propone un incontro con “Serge Latouche”,…conclude “sarebbe bello un collegamento tra i Forconi ed i campesinos di Loncopué…” e comunque tutto

Un affettuoso saluto

gli amici del gruppo locale

Noto, Avola, Pozzallo