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Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2012

a cura della Rete di Lancenigo – Maserada – Spresiano (TV)

In un’inchiesta condotta negli anni ’90 tra gli alunni di scuole elementari e medie di tutta Italia, per rilevare le emozioni suscitate dall’incontro con i “diversi” la parola “nero” venne spesso associata dai bambini con “sporco”, “povero”, “disorganizzato”, “brutto”, “incapace di provvedere a sé stesso”, e così via (v. P. Tabet – “La pelle giusta” – Ed. Einaudi).

“Se i miei genitori fossero neri non era tutto uguale” – dice uno scolaro di terza elementare. E continua: “Avranno siringhe, droghe, pistole, mitraglietta, sigari con dentro la droga, tutte cose per ladri”.

“Io se fossi nero – afferma un coetaneo – … farei tutto con malvagità. Andrei per le strade a vendere cose. Abiterei nei posti sporchi”.

Un uso razzista del linguaggio ha dunque caricato la parola “nero” di significati che vanno ben al di là della semplice connotazione di un colore.

La parola, infatti, non è emotivamente neutra: ci viene comunicata in un contesto in cui valori, sentimenti ed immagini fanno un tutt’uno con ciò che si vuole identificare.

C’è in proposito in “L’obbedienza non è più una virtù”, una pagina bellissima in cui don Milani nota come l’idea del comunismo, che egli non sembra condividere, arrivasse ai suoi alunni attraverso i valori incarnati dai loro padri, che in esso credevano, e come, perciò, la dissociazione tra i sentimenti filiali e quelli politici sarebbe stata ardua, forse impossibile, oltre che crudele.

Una riflessione sul linguaggio, dunque, anche (o soprattutto) in tempi di crisi e di angoscia come l’attuale, non è un lusso da intellettuali, perché è nella parola che si trasmettono valori e convinzioni, contribuendo potentemente a formare le coscienze ed a costruire la cultura di una comunità.

Non a caso chi vuole ottenere o mantenere il potere, della parola fa un uso molto oculato e mirato.

Basterebbe pensare al termine “comunista” sulla bocca di Berlusconi e dei suoi seguaci, in un tempo in cui il comunismo reale è quasi del tutto scomparso. Che esso significhi liberticida, statalista, o semplicemente, chi-non-la-pensa-come-me, da semplice (e ambigua) definizione, quel termine, usato in un certo modo, mira ad evocare paure, soprattutto quelle della povertà e della mancanza di libertà. All’opposto “liberismo” viene sempre presentato come sinonimo di libertà e benessere. A chi verrebbero in mente i milioni di impoveriti che per secoli hanno garantito ad altri quel benessere, pagandolo con infiniti stenti e spesso con la stessa vita? Basterebbe ricordare lo sfruttamento delle miniere di coltan in Congo, o di quelle d’oro in Guatemala, operato dalle multinazionali senza scrupoli, incuranti della vita e della salute degli abitanti (come si è visto a Rimini) in modo disumano ed irresponsabile ecologicamente. C’è bisogno che quanto è successo in Grecia si estenda a noi, perché cominciamo ad associare “neoliberismo” e “capitalismo finanziario” con miseria e mancanza di diritti?

Nella storia del recente passato, comunque, potremmo trovare importanti esempi dell’uso politicamente mirato delle parole. Dopo l’avvento del brigatismo, il termine “dissidente”, che dovrebbe semplicemente indicare qualcuno che non la pensa come gli altri, abilmente manipolato, attraverso una serie di equazioni successive, finì per significare “autonomo”, quindi possibile “anarchico” e per tanto tendenzialmente “brigatista”. Nel sindacato, che prima svolgeva  un’opera fondamentale di coscientizzazione della propria base e di formazione dei quadri intermedi, attraverso incontri in cui tutti erano invitati ad intervenire liberamente, il confronto divenne sempre meno partecipato: la paura di essere emarginati ed additati come potenziali brigatisti, fece tacere il dissenso, e portò ad allineare tutti sulle posizioni dei vertici. Così moriva la democrazia sindacale.

Ma anche il non-uso, l’occultamento della parola, è un modo per orientare l’opinione pubblica, addormentandone la coscienza. E’ stato più volte osservato, ad esempio, come la parola “guerra” sia  scomparsa dalle cronache quotidiane. Essa evocherebbe immagini di rovine, traumi, sangue, corpi dilaniati, rapporti dilacerati. Ecco allora il pullulare di sinonimi più neutri: conflitto, intervento umanitario, o preventivo, azione di polizia internazionale, mentre alle vittime si accenna come ad “effetti collaterali”. Anche un’analisi della parola “donna” nei conflitti ci farebbe capire a quale rango è, in realtà, ancora delegato il genere femminile: ha scarsissima voce in capitolo nel decidere la guerra, ma poi ne è il bersaglio privilegiato, attraverso il quale colpire l’uomo; non le si riconoscono, cioè, le prerogative di una persona.

Analizzare il linguaggio è anche importante perché può farci capire fino a che punto condividiamo, magari inconsciamente, valori o disvalori che consciamente combattiamo.

Al Convegno di Rimini è stato posto l’accento, a questo proposito, su due espressioni: “mercato del lavoro” e “proprietà privata”.

Della prima wikipedia offre la seguente definizione: “E’ quell’insieme di meccanismi che regolano l’incontro tra i posti di lavoro vacanti e le persone in cerca di occupazione, e che sottostanno alla formazione dei salari pagati dalle imprese ai lavoratori”.

Tutto apparentemente neutro ed ineccepibile. In realtà, se il termine “mercato” porta con sé immagini di merci, animali, oggetti che vengono scambiati o venduti, “lavoro”, richiama un’attività ma non necessariamente chi la compie. Ed invece dietro queste parole ci sono le persone, con la loro umanità, i sogni, le sofferenze, i carichi di famiglia, le aspettative e la qualità stessa della loro vita.

Com’è possibile parlarne come di merci?

Quanto all’aggettivo “privato” aggiunto a “proprietà” non ci sembra proprio scontata la risonanza acquiescente che suscita in noi. Non c’è dubbio che, se un imprenditore mette in gioco il suo capitale per creare un’impresa, quell’impresa originariamente gli appartiene. Ma quando essa si è affermata in un territorio, è cresciuta, si è arricchita del lavoro di quanti vi operano, delle strutture che il territorio ha messo a sua disposizione, dei rapporti economici che si sono creati intorno ad essa, garantendole acquisti e vendite, magari del denaro pubblico elargito nei momenti decisivi (v. ad es. gli incentivi per la rottamazione o la Cassa Integrazione), può ancora l’imprenditore considerarsene l’unico proprietario, e pensare di poterla modificare, chiudere, delocalizzare, senza nemmeno consultarsi con chi vi opera, solo per salvare un profitto esclusivamente suo?

“Il lavoratore non è una merce – grida monsignor Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione CEI per il Lavoro – non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio”. Affermazione forte e chiara di chi non cade nel tranello di parole che, essendo di uso corrente, non fanno più scandalo.

E’ giunto quindi il momento di considerare il linguaggio e la parola beni comuni. Essi infatti caratterizzano gli esseri umani, che se ne servono per costruire il mondo. Ma mentre nella comunità in relazione la parola vive e muta col contributo e l’attenzione di tutti, quando la relazione non c’è essa diventa una “cosa” che non si controlla più, viene data come una verità indiscussa che non permette evoluzioni, cambiamenti, né tanto meno critiche.

Siamo allora tutti invitati ad operare un controllo sulle parole, chiedendoci se abbiano ancora il significato che tutti sembrano attribuire loro.

Ne additiamo qui, per concludere, tre esempi:

Mercato = è davvero oggi il luogo di incontro, promotore di civiltà, dove acquirente e venditore      concordano il valore di scambio di un bene in modo da trarne reciproco vantaggio?

Democrazia = è ancora quella forma di autogoverno del popolo, che la esercita per lo più attraverso la scelta libera e consapevole dei suoi rappresentati? Quale libertà e consapevolezza vengono garantite da un’informazione manipolata o fuorviante?

Sovranità popolare = Abbiamo davvero la prerogativa di un sovrano, nel cui nome gli eletti ci governano? Ma allora perché perfino la volontà direttamente espressa dal popolo con un referendum può essere impunemente ignorata, o i soldi pubblici possono essere sperperati senza nemmeno percepire lo scandalo?