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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2013

A cura della Rete di Noto, Avola Pozzallo…

La Rete, associazione laica, è da sempre comunque molto attenta all’universo religioso, non foss’altro che per il fatto che la Religione, insieme alla Politica, sono due elementi fondamentali di accelerazione o freno della storia e dei suoi cambiamenti. Nell’ambito della religione cattolica si può dire che da anni ormai era autunno, se non inverno, dopo la primavera conciliare di Giovanni XXIII, che sicuramente tentò di dare una spinta, anzi una svolta, ad una struttura adagiata ed arroccata su un passato legato teologicamente ed operativamente al Concilio di Trento. Il lungo “dominio” di Giovanni Paolo II, che ha sempre avuto dietro l’ombra teologica e il “braccio armato” di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede-ex Sant’Uffizio, ha probabilmente fatto scivolare non solo la Chiesa, ma la stessa fede cristiana verso un appiattimento o addirittura, come più d’uno sostiene, uno snaturamento dell’originalità della stessa, ridotta al mero verticalismo del rapporto uomo/Dio, che ben si è coniugato con l’individualismo di base della società liberista. In parole semplici: “mi” salvo (=vado in Paradiso) soprattutto se mi relaziono al Dio dei cieli; e la relazione di amore al prossimo è diventata “opera di carità”, beneficenza, elemosina. Molte di queste sono state anche organizzate in strutture cattoliche: scuole cattoliche, ospedali cattolici, banche cattoliche (…fino allo IOR) e per di più con la pretesa, al “caro prezzo” di alleanze politiche, di essere sovvenzionate ed equiparate a quelle statali. Le trionfalistiche folle oceaniche dei pellegrinaggi, delle Giornate Mondiali della Gioventù, dei Congressi Eucaristici di cui si nutriva l’ecclesiologia di Giovanni Paolo II, hanno trasmesso l’idea che la sostanza  della Fede  fosse quella  esteriore e devozionista e che la Chiesa vera fosse quella dei grandi numeri, delle megacelebrazioni, sì da diventare talmente “forte” da  tentare di imporre all’intera società civile, diventata nostra, le nostre regole morali sul divorzio, sull’aborto ecc. (…salvo poi ad essere smentiti dai referendum…ma pazienza!…riproveremo). Illuminante, a tal proposito, l’intervista di Fazio al cardinal Ruini a “Che tempo che fa” del 1° Ottobre 2012. Tutto questo superficializzando quello che da molti credenti è ritenuto  il rivoluzionario messaggio altruista originario di Gesù, conformandolo alla società dell’immagine e del potere. Insomma, per essere dei buoni cristiani bastava (e per molti versi basta tutt’oggi) andare a Messa la domenica, accostarsi ai Sacramenti, osservare un po’ i comandamenti (…ma non troppo, tanto la confessione pulisce tutto e tutti), non fare del male e fare semmai qualche “opera di misericordia” o di bene. La scelta dei poveri e della povertà era concepita come prerogativa della vocazione estrema ed estremista di qualcuno, non di rado poco ben visto dalla Chiesa istituzionale. In una visione globale non si può comunque non riconoscere anche alla Chiesa-istituzione nel corso dei secoli, ma soprattutto ad un’immensa massa di credenti in tutto il mondo, l’importante funzione di aver “spinto”, a volte accelerandola, la Storia nella direzione nella quale noi tutti della Rete ci riconosciamo: quella della giustizia egualitaria, quella – diremmo laicamente – di almeno due delle “pretese” della Rivoluzione illuminista: “liberté” ed “egalité”, sulle quali siamo comunque invero ancora piuttosto indietro, viste le enormi disparità, che sembrano addirittura aumentare, tra ricchi e poveri nel mondo. L’era della “fraternité” sembra ancora di là da venire – e qui la religione cristiana e le religioni tutte avrebbero molto da dire e da fare, in termini di “acceleratori”, ma non si può approfondirlo in questa sede -. Quello che si può dire è che in questo scenario, forse nel momento in cui la Chiesa Cattolica istituzionale sembra toccare il fondo di credibilità (ripetiamo senza nulla togliere al merito e dall’azione di tutti i credenti impegnati sempre e ovunque per la “liberazione” dell’uomo e della donna da ogni peso e schiavitù), …dagli scandali della pedofilia ormai non più soffocabili, a quelli economici dello IOR, alla resa-ritiro, peraltro nuovo e coraggioso, dell’ultimo Papa dogmatico della storia … in questo scenario irrompe la figura di Papa Francesco. Che si impegna da subito in un’opera titanica, che non è più semplicemente quella di tamponare gli scandali, ma – a quanto sembra – quella di intraprendere davvero un percorso di riforma della Chiesa. Dal punto di vista teologico rimette al centro la coscienza, aprendo ampi spazi sia al dialogo con i non credenti (di cui alcuni sembrano peraltro annaspare essi stessi nelle esasperate logiche di un individualismo diventato irrimediabilmente egoista – vedasi intervista di Scalfari al Papa -) sia alla comprensione-tolleranza del peccatore (anche “pubblico”, qual era, ad esempio,obiettivamente considerato il divorziato). Dal punto di vista interno alla Chiesa, senza – saggiamente – voler da subito operare una rivoluzione copernicana, tenta quanto meno di rimettere un po’ di ordine nella gestione dei poteri interni  (ad esempio quello economico), spostandosi anche fisicamente dalla curia romana. E rispunta finalmente, dopo mille anni, la parola “collegialità”, che potrebbe essere la parola chiave del futuro della Chiesa cattolica. Mentre inizia, con la “gestione” della sua stessa persona, una eccezionale opera di semplificazione, in questo caso si potrebbe ben dire rivoluzionaria, liberandosi innanzitutto esteriormente di quasi tutti i paludati orpelli dei Papi precedenti e semplificando la relazione del Papa col mondo e con gli altri, portandola ad una genuina immediatezza, la quale, ovviamente, non può che lasciare tutti stupefatti. Nel suo agire non sembra esserci niente di finto, di mediato da tradizioni e cerimoniosità, dando il senso di una personale, formidabile coerenza cristiana, che sembra tendere a “spogliare” anche la Chiesa, per riportarla in linea col suo messaggio evangelico originario.

La semplificazione, sul modello di San Francesco (nome piuttosto impegnativo), sembra infatti arrivare ad aperture nuove verso la “Chiesa povera” e verso quella“dei poveri”. Che sono cose ben diverse. Una Chiesa povera è quella capace di spogliarsi delle sue ricchezze e dei suoi beni materiali… Molte delle chiese di frontiera, specie missionarie, sono chiese povere, quasi per necessità e condizione, più che per scelta, essendo prive di mezzi e di beni, costrette a vivere di stenti o di assistenza da parte delle chiese più ricche. Ma quante di esse siano Chiesa dei poveri non è dato di sapere. La Chiesa dei poveri è quella che non solo si fa povera, ma si schiera coi poveri, che fa una reale scelta di campo, di condivisione, in direzione della liberazione da qualsiasi forma di schiavitù, materiale, fisica o interiore, e quindi anche politica. La Chiesa dei Don Milani, per intendersi (peraltro Don Milani si fece povero, pur essendo di famiglia benestante), che non solo  cercò di dare ai poveri  i mezzi per liberarsi dalla povertà materiale, ma insegnò loro ad agire nel sociale (ad esempio impegnandosi nel sindacato, senza comunque accontentarsi neanche di quello) per scoprire ciò che genera la povertà e operare sulle radici della stessa.

Tornando dunque al Papa Francesco e alla sua svolta di coerenza e autenticità,  la domanda, paradossale (ma non troppo), che – da Rete – poniamo alla riflessione comune è dunque questa: si potrebbero mai risolvere davvero, anche con gli eventuali ingenti proventi delle vendite dei beni patrimoniali e artistici  della Chiesa (cosa che non avverrà), il problema della povertà nel mondo, o della schiavitù dei popoli o delle guerre? Potrebbe, questa gigantesca elemosina, risollevare le sorti dei poveri della terra? …E’ ovvio che neanche la più colossale quantità di denaro potrebbe mai farlo in maniera stabile… Perché in realtà non si scalfirebbero ancora i meccanismi che generano la povertà stessa. La Chiesa ha da sempre predicato l’assioma che, per cambiare il mondo, bisogna che si convertano, che cambino le persone. Ebbene neanche questo può essere vero (e men che mai è realista)… Quand’anche, per assurdo, tutti i credenti si facessero coerentemente evangelicamente economicamente poveri, il mondo potrebbe anche non cambiare. Poiché ”il nostro pane quotidiano” (cioè le risorse da condividere) è rimasto e rimane fermo, impigliato nelle Banche, nelle Società Finanziarie, nelle multinazionali, nelle Società Anonime (come venivano una volta chiamate le S.p.A.), governate appunto da meccanismi finanziari automatici, presieduti dallo logica del profitto fine a sé stesso, dove le “persone” che le guidano (i CEO, i C.d.A. ecc.) non possono assolutamente mutarne il meccanismo. Se solo ci provassero sarebbero immediatamente rimossi e subito sostituiti con altri, fedeli al meccanismo stesso.

Cambiare i grandi meccanismi iniqui è certamente la cosa più difficile: ci proviamo – e ci dobbiamo provare – “dal basso”, visto che politica e religioni sembrano sordi e ciechi, con i piccoli sistemi e le iniziative più varie, dal commercio equosolidale ai nostri progetti di Rete; ma una potenza e un’autorevolezza morale come quelli di un Papa “coerente”, che ne prendesse coscienza  e cominciasse a denunziare (“la denunzia è già annunzio salvifico”, ebbe a dire a suo tempo il Cardinale di Torino Ballestrero!) la nefandezza e la perversione degli stessi, darebbe una grande spinta, quell’accelerazione appunto di cui la religione può farsi portatrice. Purtroppo non è facile che accada e le accuse al capitalismo ingiusto ed edonista dei Papi precedenti (peraltro spesso tradite da accordi politici per la protezione e sovvenzione di strutture cattoliche, come quelle coi governi di Berlusconi, appena “sfiorato” dalle accuse di immoralità sessuali), sono state connotate da una tiepidezza così blanda da sembrare complicità. Oltretutto confermata dall’appoggio alle iniziative elemosiniere (il Banco Alimentare ad esempio) di organizzazioni come Comunione e Liberazione e l’Opus Dei, che nei confronti del capitalismo sono tutt’altro che critiche.

In realtà all’interno di una Chiesa tuttora bloccata, dove il pietismo e il  devozionismo (di cui Radio Maria è uno degli esempi più illustri) sembrano essere diventati l’essenza stessa della fede cristiana, pare che vi sia ancora poco spazio per quella “intelligente lucidità”, da sempre patrimonio della Rete Radiè Resch (possiamo permetterci questo piccolo vanto…), che, secondo una logica semplicemente umana di giustizia egualitaria, definisce “restituzione”quello che per altri continua ad essere beneficenza ed elemosina, forse senza neanche aver esplorato abbastanza quell’”Inno alla Carità”di Paolo di Tarso, che così recita: “quand’anche distribuissi tutte le mie sostanze…se non ho la carità niente mi giova”… A quando dunque l’era della Carità e/cioè della fraternité…della condivisione dei beni della terra?  …Intanto buon lavoro, Papa Francesco!

 

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Novembre 2013

A cura della Rete di Napoli

Carissime amiche e carissimi amici, purtroppo non possiamo nascondere l’amarezza, la rabbia e la paura di cui siamo pervasi per la situazione che si è verificata nella nostra tanto amata quanto depredata Regione Campania ex “felix”…. I Latini la chiamavano Campania felix per esaltarne l’aspetto pianeggiante, il clima estremamente favorevole, l’estrema fertilità delle sue terre. Oggi è semplicemente la terra dei veleni, una terra malata, avvelenata a causa di una politica inefficiente e di una criminalità viceversa efficientissima. Una terra e una popolazione che attualmente si vedono negato uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il diritto alla salute! Da uno studio recente pubblicato dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli si rileva come, nei Comuni delle province di Napoli e Caserta, il tasso di mortalità standardizzato per patologie tumorali è cresciuto del 27,4% negli uomini, e del 23,5% nelle donne. Dal 1998 ad oggi i casi di morte per malattie oncologiche sono aumentati nel Napoletano fino al 47% : un dato in controtendenza rispetto ai decessi per neoplasie nel resto d’Italia. Alla base dell’anomala crescita dei tumori a Napoli ci sono i danni subiti dal territorio a causa dei crimini ambientali commessi nel tempo e della cattiva gestione dei rifiuti, anche se si continua a ribadire che non esiste correlazione diretta e certa tra tale incremento e i roghi di rifiuti. Tuttavia la presenza di sostanze altamente tossiche è stata rilevata nel sangue di cittadini campani del cosiddetto triangolo della morte, compreso tra i comuni napoletani di Acerra, Nola e Marigliano dove sono alte le concentrazioni di policlorobifenili (PCB), sostanze prodotte da industrie chimiche che non esistono nella Regione Campania. A questo va aggiunta l’elevata concentrazione di diossina registrata in questi territori dovuta ai numerosi e quotidiani roghi appiccati per eliminare copertoni o per recuperare il rame dai cavi elettrici. D’altronde lo sversamento dei rifiuti industriali altamente inquinanti riguarda anche le discariche legali ( v. i circa ottocentomila tonnellate di fanghi dell’ACNA di Cengio smaltiti nella discarica di Pianura). Tutte queste sostanze cancerogene (diossina, PCB, metalli pesanti, furani e idrocarburi policiclici aromatici) una volta liberate nella biosfera entrano nel corpo umano attraverso l’esposizione sia diretta (inalazione, ingestione, assorbimento cutaneo), che indiretta e vanno a interferire con il genoma alterando la trascrizione dell’informazione contenuta nel DNA durante la fase di replicazione cellulare. In questo modo, tali sostanze sono responsabili di una serie di malattie quali il cancro, le malattie alle vie respiratorie, le allergie, i disturbi neurodegenerativi,le patologie tiroidee e le malformazioni congenite. Questo fenomeno non è confinato nei soli Comuni del “Triangolo della morte” o della “Terra dei fuochi” ma rappresenta un vero e proprio “sistema criminale” ben più esteso e grave che sta determinando anche gravi ripercussioni sull’economia locale. Per anni i comitati dei cittadini hanno denunciato la situazione ad ogni possibile istituzione politica e giudiziaria senza che nulla sia realmente cambiato. Negli ultimi anni, però, grazie a Dio, sull’onda della presa di coscienza sempre più consapevole di questo grave disastro si sta verificando una sinergia concreta fra la popolazione, le associazioni tematiche di settore, la comunità scientifica e il mondo ecclesiale per contrastare l’ecomafia e lo smaltimento dei rifiuti tossici. Sono state proposte alcune soluzioni: quella di un sistema di controllo satellitare per il monitoraggio permanente del territorio campano, misura indispensabile per fermare il traffico criminale dei rifiuti pericolosi e i roghi di diossina; quella dello stanziamento di fondi per effettuare analisi del suolo, dell’aria e dell’acqua e per una seria e capillare bonifica dei territori censiti che sono stati oggetto di sversamenti illegali di sostanze tossiche, una bonifica, cioè, che sappia impedire infiltrazioni della criminalità; quella dell’istituzione di un registro regionale dei tumori;quella di abolire ogni forma di incentivo statale agli inceneritori, oggi finanziati dai contribuenti in base alla erronea assimilazione di tali impianti a fonti di energia rinnovabile e di esacerbare le pene previste in materia di danno ambientale, prevedendo procedure più snelle in deroga a quelle esistenti. La comunità scientifica è impegnata in una battaglia con le istituzioni, affinché venga istituito un laboratorio regionale di tossicologia per il monitoraggio, sull’uomo, delle sostanze tossiche ambientali, in particolare della diossina. Le associazioni tematiche di settore si stanno battendo affinché sia redatto un nuovo piano regionale dei rifiuti incentrato, come prevede la normativa europea, sulla raccolta differenziata e sul riciclaggio e recupero della materia. Per tutto ciò siamo sempre più indignati e dalle istituzioni, a tutti i livelli, pretendiamo verità e trasparenza. Ci auguriamo di resistere e di portare avanti la nostra battaglia (certamente non facile) fino in fondo affinché si restituisca un futuro pulito a questa nostra terra, confortati dalle parole di Papa Francesco: “Ci sono giorni difficili, ma senza speranza non si va avanti”.

Un caro saluto dalla Rete di Napoli

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2013

A cura della Rete di Salerno

“Dalla profezia all’apocalittica”

Care/i, analizzare il momento storico che stiamo vivendo, cosa che facciamo ormai da tempo, è davvero sempre più scoraggiante e siccome non abbiamo assolutamente bisogno di deprimerci, guardiamo avanti con speranza. Parto da un messaggio ricevuto ieri da fratel Tommaso Bogliacino, piccolo fratello di Charles de Foucauld che attualmente anima la comunità di Betania a Padenghe sul Garda in provincia di Brescia. Il messaggio diceva, riferendosi alla nostra situazione politica e non solo, “Pace e gioia. Nei disastri vengano fuori le forze migliori. Abbraccio. Tom.” Beh, più disastro di così!? Quest’estate ho avuto la fortuna di riascoltare il professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. In quell’occasione doveva parlarci dell’Amore ed ha iniziato la sua riflessione volendo contestualizzare il momento in cui ci troviamo. È partito dalla globalizzazione, pregandoci di non parlare di crisi, ma di fallimento, perché  crisi  indica una difficoltà momentanea, superata la quale, si ritorna allo stesso sistema, il fallimento, invece, è una situazione definitiva di cui prendere atto e da cui ripartire con un nuovo sistema: nuovo modello di sviluppo e di economia al cui centro ritornino l’amore per la persona, per la terra, per la vita. Ci tocca quindi passare, come riflettevamo in uno degli incontri di spiritualità con Alex Zanotelli, dalla profezia all’apocalittica. Profeta è chi legge i tempi e fa denuncia, per apocalittica, invece, non s’intende la catastrofica e definitiva fine del mondo, ma la fine di un mondo iniquo e la costruzione di cieli e terre nuovi. In concreto, passare dall’analisi e dalla denuncia delle negatività del nostro tempo –  prenderne atto  senza farsi sopraffare – al pensare, proporre ed iniziare a costruire insieme modelli di vita alternativi. Insieme, perché il primo passo che dovremmo fare è fuggire dall’individualismo in cui questo sistema ci ha condotti: pensare ad un mondo nuovo passando dall’io (che può essere anche la famiglia, il gruppo, la categoria) al noi, vera globalizzazione dei popoli e col pianeta. Insieme per l’insieme, nel senso che le scelte locali e quotidiane devono essere fatte pensando alle ripercussioni sul globale e che non possono essere fatte se non insieme: il cambiamento individuale è indispensabile, ma per sostenerlo e renderlo incisivo ha bisogno di una dimensione comunitaria. La comunità, inoltre, sarebbe il primo luogo dove vivere le relazioni e l’amore che desideriamo per tutti. Prima dei verbi pensare, proporre e costruire, per fare apocalittica c’è bisogno di vedere, sostituire i nostri occhi negativi con occhi che vogliono scorgere il positivo che sta nascendo e recuperare tutte le forze migliori per farsi contagiare e contagiare. Nel concreto: in questo difficile momento stanno nascendo tante esperienze alternative di finanza, economia, lavoro, abitazione (finanza etica, economia locale, GAS, transition town, ritorno alla terra, cooperative, co-housing…) tutte da cominciare a proporre e a vivere fino ad influenzare anche le scelte politiche di chi ci governa, fino ad osare di farne un vero e proprio programma politico. Tutto ciò è strettamente legato alla riflessione sulla solidarietà che si sta facendo nella Rete in questo percorso verso il convegno del cinquantenario (25, 26 e 27 Aprile 2014) e che si intitolerà “50 anni di Rete. Il presente della solidarietà tra memoria e futuro”. Solidarietà, infatti, è soprattutto Rete, cioè, “ insiemità”. Non si può, inoltre, pensare ad un mondo solidale senza pensare a scelte politiche, economiche e finanziarie al cui centro non ritorni la persona al posto del profitto, scelte che non ci facciano trovare più nella situazione di dover restituire. Del resto questo sistema sta esaurendo tutto tanto che presto non avremo più cosa restituire (pensiamo al pianeta). Per rendere fattibile e leggero questo percorso forse bisognerebbe liberarci dall’ansia del risultato e, come dice Antonietta Potente, prendere atto che siamo in un momento di transizione e di preparazione: il futuro va costruito nella fedeltà al nostro presente, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità,  con operosa pazienza. Pazienza non come rassegnazione, ma come perseveranza e speranza nel costruire il cambiamento, ricordando, appunto, che lo stiamo semplicemente preparando.

Buona Apocalisse a tutti.

Per la Rete di Salerno

Lucia Capriglione

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Settembre 2013

A cura della Rete di Casale Monferrato

Abbiamo davanti agli occhi alcuni segni di speranza. Ad esempio le affermazioni felicemente imprudenti di un papa che dice: chi sono io per giudicare? La  chiesa cattolica è una istituzione troppo complessa per cambiare in pochi anni, ma molte prese di posizione di questo papa (ad esempio quelle sulla povertà e sulla pace) rimarranno indelebili nella memoria di molti uomini di buona volontà. Il mondo arabo continua invece a mandare messaggi di inquietudine e di sofferenza. Abbiamo davanti agli occhi la dura repressione in Egitto e non riusciamo a distinguere una alternativa credibile ai centri di potere che in questo momento si contendono le piazze.In Siria prosegue la guerra civile e siamo colpiti anche a livello personale dalla scomparsa (speriamo temporanea) di padre Paolo Dall’Oglio che abbiamo invitato come testimone a Casale il 20 ottobre 2012. Padre Dall’Oglio, gesuita, dal 1982 animatore di una comunità a Mar Musa al-Habashi, nel deserto a nord di Damasco, si era fortemente impegnato nel dialogo interreligioso (nel 1992 aveva fondato una comunità spirituale ecumenica mista che si richiama al patriarca Abramo, figura biblica comune a tutte le tradizioni religiose) ed è stato espulso dal governo siriano il 12 giugno 2012 in seguito ai suoi tentativi di mediazione fra le fazioni siriane. Ora pare che la guerra diventi l’unico modo possibile di rispondere alla violenza, ignorando la lezione della storia recente e il fallimento clamoroso di quasi tutte le “guerre umanitarie” dell’ultimo ventennio. La Rete Radiè Resch si avvia a compiere il mezzo secolo e questa ricorrenza ci interroga sul senso del cammino fin qui percorso. Il recente dibattito sull’opportunità di formalizzare lo statuto associativo della Rete ha fatto riemergere tutta la “ritrosia” della Rete verso i cammini istituzionali, il suo essere trasparente e amicale, fino a rendersi esile e a tratti poco visibile. Del resto già Ernesto Balducci aveva annotato, nella sua prefazione alla storia della Rete di Carla Grandi (Una storia di solidarietà, Borla, 1992): “La garanzia di autenticità della Rete la vedo nella sua disponibilità a morire quando venisse il momento. Un movimento è esposto alla tentazione di istituzionalizzarsi, di fare di se stesso la ragione di sé stesso, lasciandosi così penetrare dalla logica dell’autoconservazione. Il genio della rete è nella sua totale immanenza ai rischi e agli imprevisti della libertà, una condizione che richiede, per non venir meno, una costante dinamica della fantasia creativa.” Le note di Ettore Masina al convegno dei 50 anni riprendono il profilo esistenziale e amicale della Rete. I 50 anni possono essere una pietra sulla quale chi è in cammino, riposandosi un istante, chiede a se stesso ragione di una scelta e di una meta. La ricorrenza diventa così l’occasione per domandarci come questa piccola associazione conservi una scintilla della nostra convinzione originaria. In un certo momento, per ciascuno di noi diverso, abbiamo colto nella RRR la possibilità di una resistenza al modello culturale che affossa le speranze e le sostituisce con illusioni effimere e insieme la possibilità che sia possibile fondare un cammino di amicizie a partire da un ostinato tentativo di servizio alla giustizia e alla libertà. L’adesione alla Rete nasce dalla percezione della bellezza che deriva dalla militanza e insieme dalla dilatazione delle capacità affettive. Secondo Masina l’anniversario andrebbe celebrato in maniera apertamente festosa. La RRR ha sempre dato importanza alle esigenze dell’amicizia che richiede capacità di manifestare gratitudine anche attraverso la convivialità (ai maestri e ai compagni). La festa non può certo tradursi in una auto-celebrazione, ma può diventare autentica nella percezione di un tessuto ricco di fraternità, che contribuisca a migliorare il contesto in cui viviamo e forse anche noi stessi, persino al di là della nostra comprensione. E’ opportuno cercare una verifica della comune identità etica evitando le mitizzazioni del passato basate sul ricordo della nostra giovinezza. Il cammino che abbiamo percorso è spesso tortuoso, lacunoso, frammentato e forse qualche volta ideologicamente arrogante. Si tratta di rielaborare una narrazione della Rete in cui tutti possano trovare rivisitati i momenti, i luoghi, le emozioni del proprio ingresso, il proprio starci nonostante le diversità. Non mutare ideali, ma costruire attenzioni e sensibilità, elaborare nuove tessiture di affetti e dialoghi, studiare nuove capacità di far crescere le nostre istanze negli interstizi dei sistemi di potere che sembrano avviati a dominare il futuro. La Rete resta un’associazione gelosamente laica, ma anche fortemente convinta che l’ispirazione evangelica di molti dei suoi componenti e l’appassionata compresenza di credenti in fedi laiche rappresentino un contributo prezioso ed essenziale. La Rete è un percorso di trasformazione che segue i tempi delle persone: l’attenzione alle storie di coloro che attuano interventi di sostegno con il nostro aiuto si accompagna alla riflessione che ciascun aderente fa sui propri stili di vita, cercando di comprendere i modelli culturali e i parametri di giudizio che perpetuano le situazioni di ingiustizia. La solidarietà diventa piena e fruttuosa solo se si realizzano entrambi i cambiamenti: questo è il senso della nostra avventura come Rete.

Un saluto a tutti gli aderenti  e un arrivederci al coordinamento di Verona.

Seminario nord est 12 Maggio 2013

 

Convento Servi di Maria – Isola Vicentina

Senza memoria c’è futuro? Quale solidarietà?

– Relazione di Michele Nardelli, si occupa di cooperazione da più di 20 anni, è stato tra i fondatori dell’Osservatorio Balani e Caucaso, presidente Centro per la Pace di Trento e coautore del libro Darsi il tempo, EMI; attualmente è consigliere provinciale a Trento.

– Confronto e interventi dei partecipanti

– Intervento preordinato di Emilia Ceolan, Movimento Laici America Latina

“…in questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio” Zanzotto

Michele Nardelli ci conduce a trovare le radici del nostro presente nell’analisi di eventi del ‘900 attraverso una indagine sul senso della cooperazione e il significato di parole come  Pace e Diritti Umani: cosa trasmettono oggi queste parole? Parole banalizzate e svuotate di significato (in nome della pace si fanno le guerre…).

Sono qui riportate alcune osservazioni espresse nella relazione e negli interventi dei partecipanti.

Per quanto riguarda la parola PACE, Nardelli cita anche alcuni versi del poeta francese Rimbaud, in cui  il ‘900 è definito “il tempo degli assassini”:

$1-         Le guerre del ‘900 hanno causato un numero di vittime tre volte superiore al numero di  morti di tutte le guerre di tutti i secoli precedenti: i sistemi della produzione industriale di massa sono stati applicati alla guerra causando “morti di massa”. Si riflette poco su cosa è accaduto nel ‘900: la Shoah, i Gulag, Auschwitz e la Kolima…

$1-         Le nuove guerre nascono dalla convinzione che “il nostro stile di vita non è negoziabile”, sono guerre per il possesso non solo del petrolio, ma anche  dell’acqua, della terra… della vita.

$1-         Oggi non sono tanto gli eserciti che si combattono tra loro, le guerre si accaniscono contro i civili, contro le città (“urbicidio”), i luoghi della civiltà e della cultura.  Esempio emblematico furono i bombardamenti e l’assedio di Sarajevo città che rappresenta l’incrocio tra Oriente e Occidente. Con l’assedio e il bombardamento di Sarajevo si voleva minare l’idea di un’Europa dell’incontro e delle differenze (vale lo stesso per Baghdad e Timbuctù). Cancellare Sarajevo voleva dire cancellare la sua storia e la cultura islamica: in poche città si trovano chiese cattoliche, ortodosse, moschee e sinagoghe insieme come a Sarajevo.  Anche le mafie si accaniscono contro le culture.

$1-         Vi sono inoltre lati incomprensibili della guerra, una “banalità del male” che accomuna criminali e vittime. E’ facile dare giudizi quando non si è coinvolti. Purtroppo nel coinvolgimento scatta anche una forma di “felicità della guerra”, del massacro, talvolta anche come forma di autodifesa. Ciascuno di noi è al tempo stesso vittima e carnefice. Tutti dobbiamo darci una regolata perché non possiamo scaricarci ‘contro’. L’impegno per la pace non può esaurirsi nel partecipare a manifestazioni, bisogna indagare sull’aggressività e sulla solitudine alla radice dell’amore per la guerra.

$1-         E’ necessario procedere alla elaborazione del conflitto: anche la Cooperazione internazionale insegue l’emergenza ma non si cura della difficile elaborazione del conflitto. Non possiamo rimuovere il problema immaginando che l’assenza di guerra sia pace. La riconciliazione è un problema complesso, poche esperienze nel mondo (si veda quella in Sud Africa): costruire una narrazione condivisa di quanto è accaduto è molto difficile.

$1-         Gli aiuti allo sviluppo sono forme di neocolonialismo. Spesso gli aiuti ai “paesi poveri” sono interventi che portano vantaggi ai paesi che li offrono e alla loro economia: è la banalità del bene, un modo per riappropriarsi degli investimenti definiti “aiuto allo sviluppo”.

$1-         La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) fu un compromesso tra il capitale e il lavoro, in effetti i 4/5 della popolazione mondiale non erano rappresentati. Ora la situazione è cambiata, basti pensare ai BRIC (Brasile, India, Cina). “Diritti umani”: termine da riconsiderare; bisogna interrogarsi sull’esigibilità dei diritti, alcunidiritti che diamo scontati per noi, entrano in conflitto con i bisogni di altri popoli.

$1-         Pacifismo e cooperazione sono in crisi. E’ necessario cambiare il nostro sguardo sul mondo e fermarsi a capire i processi di trasformazione: non rincorrere le emergenze, ma capire, conoscere, costruire relazioni, “fare insieme” non semplicemente “aiutare”. E necessario superare la logica del “proiettificio”, del “benefattore” e del “beneficato”.

$1-         Non c’è una divisione geografica tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati, un Nord dove i diritti sono assicurati e un Sud sottosviluppato. In ogni luogo o paese esistono aree e situazioni di sviluppo e sottosviluppo contemporaneamente. Non paesi poveri, ma paesi “impoveriti”. Gli aiuti allo sviluppo sono la forma del neocolonialismo che impone modelli di sviluppo nostri.

$1-         Osservando “le primavere arabe” abbiamo imparato che l’Islam politico non è fondamentalismo, ma la messa in discussione del colonialismo. Concetto non si stato ma di “bene comune”.

$1-         L’autogoverno fa parte del concetto di “decrescita” (nel limite è la misura del futuro) e di autonomia di pensiero. Come pretendere autonomia, quando noi stessi  non siamo autonomi?

$1-         Rapporto tra autogoverno e indipendenza: la parola chiave dei diritti umani è “autodeterminazione”: rivendicazione di autogoverno piuttosto che indipendenza. Non la creazione di nuovi confini, ma autogoverno cioè superamento dell’idea di stato nazione (v. 1 gennaio 1994: Chiapas).

$1-         Capacità di reinventare i diritti:  proposta di dichiarare il Kosovo “prima regione europea”. Pensare all’idea di “cittadinanza mediterranea”: le culture che si sono scontrate sono state la linfa che ha alimentato la nostra civiltà. Per cui è necessario superare il concetto di “aiuto” per recuperare il concetto di “fare insieme”, spendere tempo per conoscersi, sedersi e prendere il caffé insieme per conoscersi reciprocamente.

$1-         Necessità di superare gli stereotipi (es. gli africani sono tutti poveri). Valido il concetto di  ‘restituzione’.

Alcune conclusioni:

$1-         Siamo immersi in una trasformazione rapidissima: è necessario modificare il nostro sguardo: guardare dal di dentro e dal di fuori. Guardare la mia terra con occhi diversi. Non tentare di dare risposte “nostre” ai bisogni altrui, ma al bisogno di relazione e interdipendenza. Fermarsi a capire quello che accadrà, non rincorrere i programmi (intercettazione di bandi per la cooperazione che si inseriscono nel processo di finanziarizzazione).

$1-         Due le dimensioni che contano oggi, quella sopranazionale e quella territoriale. Mettere in relazione il proprio territorio con il resto del mondo.  Privilegiare la lettura del “nostro mondo”;  approfondire il tema di “modificare qua”.

$1-         La crisi dei partiti nasce dalla crisi dello stato nazionale: si può pensare a una struttura sovranazionale che però valorizzi l’autonomia territoriale.

$1-         La cooperazione passa attraverso la conoscenza reciproca Cooperazione come costruzione di relazioni, invece di rincorrere l’efficienza degli aiuti offerti con i nostri criteri.

$1-         Lo stato centralista ha prodotto la burocrazia. Recuperare una “politica locale”. Riprendere il nostro territorio. Necessario recuperare il presente recuperando le  radici della tradizione e  forme di auto-organizzazione del territorio.

$1-         Recuperare le regole di come nel passato veniva “curato” il territorio

$1-         Sostenere la formazione delle classi dirigenti. Approfondire l’idea di “buen vivir”, transizione o decrescita.

$1-         Sostenere la cultura e la bellezza e quindi: guardiamoci in casa, abbiamo bisogno di contribuire alla formazione delle nostre classi dirigenti. Investire in cultura e nelle classi dirigenti.

Emilia Ceolan

Insiste anche lei sulla necessità di riflettere e investire nelle relazioni: senza conoscere profondamente, non si può intervenire nella realtà. E necessario un rapporto di “reciprocità”.

Sostegno dell’educazione popolare, non con progetti proposti o imposti, ma seguendo i processi che stanno avvenendo e tenendo conto dei cambiamenti che nei decenni sono avvenuti.

Libri citati che possono essere utili :

M.Cereghin, M.Nardelli, Darsi il tempo, ed. EMI

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi

Samir Kassim, L’infelicità araba, Einaudi

Pagine a cura di Mariarosa,  Sandra e Marianita.

Seminario centro sud 4 Maggio 2013

 

Chiesa della Sanità – Napoli

La solidarietà è rete

Sabato 4 maggio 2013 si è svolto, nel rione Sanità di Napoli, il seminario della Rete Radia Resh del centro-sud. Non parlo più di centro-sud-ovest, perché la prima grande cosa bella di questo seminario è stato il contattare gli amici della Puglia e percepire in loro la grande gioia di sentirci e di partecipare. Eravamo presenti: Angela e Radj da Polignano; la rete di Salerno con Margherita, Giovanni, Anna, Luigi, Lucia, Gabriella e Gennaro (referenti del percorso in Nicaragua) e Lella, amica del percorso che la rete con altre realtà salernitane; la rete di Napoli/Pozzuoli con Teresa, Carla, Mariella, Pina, Franco, l’amico Eugenio, presidente del MEIC di Pozzuoli che cammina con la rete e la fondatrice Ada, non presente fisicamente, perché la salute non le permette più di muoversi, ma con lo spirito, il cuore ed una bellissima lettera che allego; Ermanno di Pratella(CE), vecchio amico della Rete; la rete di Roma con Anissa, Mauro, Angelo e Raffaella; la rete di Cagliari con Pierpaolo e due sue amiche di Ponticelli; Silvana, Vincenzo e Felicetta amici della comunità di Michea e naturalmente il nostro ospite Alex Zanotelli. Ci siamo incontrati ed accolti con grande entusiasmo condito da caffè salernitano e sfogliatelle napoletane. Accomodatici in cerchio nella stanza dove ogni terza domenica del mese la comunità di Michea si incontra con la Parola di Dio e la spiritualità concreta di Alex Zanotelli, ci siamo presentati raccontando anche un po’ delle varie reti locali e a Mauro Gentilini abbiamo lasciato la narrazione della storia della Rete, per gli amici ospiti ma anche per tutti noi, la memoria delle figure ispiratrici ravviva le motivazioni dei nostri percorsi. In questo ci ha aiutati anche Pierpaolo che ha suddiviso la storia della Rete in tre periodi. Introduco, quindi, il tema del seminario: la Rete l’anno prossimo compirà cinquant’anni e vuole approfittare di quest’occasione non per autocelebrarsi ma per trasformare la memoria in strumento di riflessione sul senso e sul come fare solidarietà oggi e domani, e vuole farlo in un percorso, dai seminari al convegno 2014, di confronto interno ed esterno. La parola quindi ad Alex che, dopo il suo affettuoso buongiorno di benvenuto e il ringraziamento per quanto fatto dalla Rete in questi anni, in particolare anche per Korogocho, ci ha subito lanciato una domanda per la nostra riflessione pomeridiana: “Come mai la Rete si è sviluppata soprattutto al Nord? Perché al Sud abbiamo più difficoltà a metterci insieme, mentre saremmo quelli che ne avremmo maggiormente bisogno, soprattutto in questo momento in cui è soprattutto il Sud a vivere la crisi?”.  Quindi ci ha fornito due presupposti fondamentali per parlare di solidarietà.

$1-         IL MISTERO. Tutto ciò che facciamo deve fondarsi su un valore, per i credenti può essere il trascendente, l’amore, per i non credenti l’ideale; l’uomo è essenzialmente anche un animale religioso e quindi non può resistere, soprattutto in questo mondo attuale, senza una mistica.

$1-         L’indispensabilità di leggere e conoscere il contesto in cui viviamo e verso cosa stiamo andando: la finanza ha preso il sopravvento sull’economia con un conseguente scollamento  tra economia reale ed economia virtuale; siamo, purtroppo tutti, inseriti in un sistema (o’ sistema) che permette ai pochi ricchi di avere sempre più e questo sistema è protetto dalle armi (in particolare l’atomica) e pesa sul pianeta con conseguente crisi ecologica; andiamo verso l’uso sempre più ampio delle BIOMASSE, gli scienziati potranno sempre più riprodurre tutto, vita compresa, in modo artificiale; ci troviamo quindi  di fronte ad una grave crisi antropologica.

Alex continua la sua riflessione rispondendo alle domande traccia del seminario. Parte, naturalmente, dal gruppo “quale solidarietà oggi”. Prima di tutto ci esorta ad eliminare dal nostro linguaggio parole come “sud del mondo” non esiste più un sud e un nord, siamo un unico mondo in difficoltà e quindi la solidarietà va pensata globalmente, siamo tutti strettamente interdipendenti, gli egoismi vissuti nell’occidente hanno avuto ed hanno i loro effetti nei paesi impoveriti ma ormai si ripercuotono anche su di noi. Per evitare una solidarietà assistenzialista bisogna fare una seria critica alla cooperazione fatta finora, alla missionarietà e porre come fondamento il camminare con chi ha bisogno e l’esserci dentro. Essere consapevoli che nonostante i nostri sforzi siamo tutti immersi in questo sistema macroeconomico sbagliato e che per uscirne realmente c’è bisogno di cambiamenti radicali. I bisogni delle persone non giustificano qualsiasi modo di raccolta fondi, è dura ma bisogna saper dire di no, perché è molto facile essere comprati…  E’ fondamentale che mentre i nostri referenti lavorano nei paesi impoveriti, noi, qui, agiamo sulle strutture che producono povertà, ma ancora non riusciamo ad incidere, ancora non riusciamo a praticare questo tipo di solidarietà. Così, per rispondere alle esigenze delle comunità marginali, soprattutto di stranieri, esistenti nelle nostre città, dobbiamo agire perché salti la legislazione italiana: Turco-Iervolino, Bossi-Fini, decreti Maroni. Altro aspetto fondamentale della solidarietà oggi è educare alla solidarietà, intervenire nelle scuole e nella cultura, per l’impegno politico Alex ci propone di avere un sogno, per lui come credente è quello di Dio che desidera per noi un economia di condivisione e di equità e questo presuppone una politica con la P maiuscola, i partiti devono essere nostri interlocutori, ma restarne liberi. Il nostro impegno politico deve essere quello di premere sulle istituzioni creando reti e cittadinanza attiva attraverso l’informazione e la coscientizzazione. Riguardo la guerra e le spese militari Alex ci fa una proposta concreta: promuovere, a partire da noi, una campagna di uscita dalle banche con lettera di motivazione. Le iniziative finora promosse non riescono a decollare, forse la Rete potrebbe essere il motore giusto. Rispetto alle altre associazioni, della rete Lilliput non è rimasto quasi niente: protagonismi, personalismi e carrierismi ne hanno impedito lo sviluppo, la RRR invece ancora  resiste e dobbiamo essere noi ad aiutare a fare rete, perché la strada della RRR è quella giusta, ma il momento è più duro e la sfida più difficile e in questo può aiutare proprio la memoria. Dopo una necessaria sgranchita di gambe e sorso di caffè passiamo alla chiacchierata con Gabriella e Gennaro, la chiamo chiacchierata perché proprio loro ci hanno chiesto di condividere in questo modo la loro esperienza di solidarietà in Nicaragua. E così è statofin dalla parola “progetto”. Gabriella e Gennaro contestano questo termine perché dalla loro esperienza hanno imparato che, mentre un progetto ha una meta e quindi una fine, la solidarietà è un percorso, uno stare lì ad ascoltare e pazientare. Sollecitare la crescita di una comunità assecondando anche i passi indietro, esprimendo il proprio disappunto, esortando, ma senza sostituirsi: percorso duro ma che hanno scoperto essenziale, mettendolo continuamente a vaglio critico, ci dicono, per questo, loro non se la sentono di poter rispondere alle nostre domande traccia, perché non c’è una via, una verità, ma è camminare insieme. Anche essi però come Alex, ritengono che il fare “rete” sia indispensabile. Sulla parola “progetto” c’è stato confronto, in particolare con  Anissa perché forse per la rete la parola ha un po’ il significato di percorso, mentre Gabriella e Gennaro hanno presente, per esperienza, i progetti delle ONG. Ma c’è un altro aspetto da considerare e cioè le situazioni diverse in cui ci si ritrova ogni volta. Quando Anissa, ad esempio, ha detto che la rete cerca di realizzare progetti richiesti dalle comunità, G&G ci hanno spiegato che nella loro situazione questo non accade, perché non sono ancora comunità, sono persone strappate dalla loro realtà, senza storia e tradizione. Da qui sono venuti due aspetti importanti della solidarietà: l’ascolto e la storia del popolo. Per questo Radj suggeriva che forse per fare comunità bisognerebbe pensare sin dal primo momento ad aiutare le persone a scoprire la propria storia e la propria cultura, quindi l’istruzione. A questo punto Giovanni di Salerno ha voluto introdurre un aspetto importante per lui e cioè che per fare solidarietà oggi bisogna essere e rendere consapevoli tutti, che ciò che ci sta succedendo oggi è un piano, e ce ne sono le prove, progettato e messo in atto da tempo da una regia che ha nomi e cognomi. Abbiamo interrotto questa riflessione perché il tema è molto importante e una pausa ai lavori era ormai necessaria. Segue una meravigliosa pausa pranzo. Meravigliosa per la convivialità e per la genuinità sia dello stare insieme che del cibo. In piedi, a buffet, in un’altra stanzetta della Basilica di Santa Maria della Sanità o Convento del Monacone, abbiamo gustato un gateaux di patate salernitano; dal casertano pane casereccio, formaggio, fave e vino; pizza e taralli napoletani; una torta e una crostata deliziosa da Salerno; acqua del rubinetto e nessun rifiuto di plastica, tutto con il modico contributo di 5€ a testa. Era così bello quel modo di mangiare e dialogare insieme, che non è stato facile rimetterci a sedere e riprendere i lavori. I lavori si sono riaperti dalla domanda che Alex ci ha lanciato all’inizio: “perché la rete si è sviluppata soprattutto al Nord e non al Sud dove ce ne sarebbe più bisogno?”. Qui è subito intervenuta Angela di Polignano, dove la rete da tempo non ha contatti col nazionale ma vive delle importantissime esperienze di solidarietà nel territorio con lo spirito della rete. Angela ha esplicitamente detto che il loro allontanamento è stato dovuto alla costatazione di una forte diversità tra la rete del nord e quella del sud, perché diverse sono le due realtà e da parte del nord non c’è stato ascolto e quindi difficoltà di comprensione di questa differenza: i giovani del sud senza lavoro, non potevano e non possono oggi ancor più, fare l’autotassazione per progetti fuori dal proprio territorio in difficoltà e si aspettavano che le reti del nord avessero aiutato ad essere RRR in un altro modo. È mancata la solidarietà all’interno della rete. Gli interventi a seguire sono stati molto vicini a questo argomento, si è visto che anche altre esperienze di solidarietà sono in difficoltà perché manca l’amicizia nel gruppo, nel territorio. L’amica Lella, dell’associazione Paideia di Salerno, aderente al MoVI, ci esortava ad intraprendere e/o ad intensificare questa riflessione che stiamo facendo in vista del convegno del 2014,  immediatamente con le altre realtà che sul territorio stanno facendo lo stesso: purtroppo questo lavoro di rete sul territorio risulta più difficile del tessere relazioni con una comunità lontana, ma è necessario per il qui e il là. Da qui proposte concrete di costruire reti e comunità, Alex insiste che il futuro del mondo (e della Chiesa) saranno piccole comunità che tentano di vivere un’economia sempre più distaccata dal sistema e che quindi testimoniano che si può vivere fuori da questo sistema. Questa è stata anche la risposta al tema introdotto da Giovanni a fine mattinata, da più voci è emersa la pericolosità di parlare di questa regia, che, perché incomprensibile, può indurre alla rassegnazione, mentre testimonianze di vita altra e di boicottaggi possono costruire speranza e reazione. Passando al tema dei giovani, del perché non sono nella Rete, anche qui abbiamo rilevato mancanza di ascolto delle nuove generazioni. Abbiamo riflettuto sul nostro modo di svolgere i coordinamenti e i convegni, molto spesso avviamo i lavori senza tener conto che ci sono nuovi amici e usando un linguaggio un po’ chiuso, forse temendo di essere contaminati da altro. Alex ha voluto salutarci con la lettura dei primi cinque versetti del cap. 21 dell’Apocalisse (seconda lettura della liturgia della domenica successiva) invitandoci a leggere e vedere cieli e terre nuove qui e non nell’aldilà, cieli e terre nuove che si realizzeranno se noi lo vogliamo e attraverso le nostre scelte. Quindi la recita del Padre Nostro tenendoci per mano e attraverso quelle mani una scossa di energia e di incoraggiamento per il prosieguo del nostro cammino. Credo che il seminario sia già stato un’esperienza viva di solidarietà, un’occasione per il sud di ritessere rapporti, quante telefonate con Teresa e i contatti ripresi con gli amici pugliesi, è nato il desiderio di rivederci quest’estate e cercare di tessere un percorso di amicizia e di Rete del sud. Ringrazio per questo chi, in particolare Anissa e Pierpaolo, ha spinto perché il seminario si facesse tra Napoli e Salerno. All’inizio ci sembrava impossibile, ma la temerarietà ci ha permesso di vivere un’esperienza che lascerà segni e frutti in ognuno di noi.

Con affetto

Lucia Capriglione

Seminario nord ovest 12 Maggio 2013

 

Genova, c/o Comunità di San Benedetto al Porto

Ore 9,30-10,00 accoglienza con focaccia genovese, tè e succhi di frutta. Alle 10,00 cominciamo i lavori, sono presenti le reti di: Genova Sergio F, Armando S. ed altri amici; Quarrata: Antonio, Sergio, Mariella, Patrizia; Pisa/Viareggio: Franca Rosa, Giusi, Giorgio G, Claudio, Angela, Rosita, Enrica, Giorgio M, Teresita; Piacenza: Teresa; Torino: Maddalena, Maria, Francesco, Barbara; Alessandria: M. Teresa, Gigi, Mario;Casale: Roberto, Piera, Claudio, Jennifer, Paolo, Beppe, Mariachiara, Cristiana; Milano: Irene, Gloria, Dino, Liviana, Silvia, Maurizia; Saronno:Daniela, Giulia, Alessandra. M. Teresa introduce. Prima delle ore 13 avremo la testimonianza di un rappresentante della Comunità di San Benedetto al Porto, che ci ospita, don Gallo è appena rientrato dall’ospedale dove è stato ricoverato per cure e accertamenti, chi desidera potrà incontrarlo durante la celebrazione alle ore 12, in Parrocchia (è il nostro ultimo incontro!). Ogni rete racconta la propria storia (a disposizione un verbale dettagliato). ALLE ORE 12, CI RAGGIUNGE MARCO DELLA COMUNITA’. Don Gallo è a casa e sta meglio (purtroppo poi ci lascerà). La Comunità ha 45 anni di storia: nasce in seguito all’allontanamento di don Andrea dalla parrocchia del Carmine, dove non era ben accetto dal ceto “borghese”, le parole del Vangelo venivano lette e commentate, durante la Messa, affiancate ai fatti quotidiani raccontati sui giornali. Nonostante buona parte del quartiere fosse sceso in piazza, don Gallo deve lasciare, viene accolto dal parroco della parrocchia di San Benedetto al Porto e questo diventa il quartier generale della futura Comunità, perché don Andrea, riceve e accoglie chi con i suoi problemi bussa alla sua porta. Negli anni ’80 era forte il problema della tossicodipendenza e la comunità si specializza su questo aspetto, ma non trascura le altre sofferenze e povertà, compresa la tratta umana e i rifugiati politici. Le persone accolte vengono subito reinserite nel territorio e fanno percorsi che li aiutano a reintrodursi nel tessuto sociale. I finanziamenti arrivano dalle rette delle ASL, dalle Regioni e dal lavoro di tutti all’interno dei diversi progetti di recupero, dall’autogestione (falegnameria, legatoria, prodotti delle terre tolte alla mafia) e anche da donazioni di privati o fondazioni. Oggi sono cambiati gli utenti, sono cambiate le dipendenze, oltre alle nuove droghe sintetiche c’è la dipendenza da gioco d’azzardo, l’alcolismo è più diffuso e grave. La costruzione di Comunità di riferimento è la sfida per il futuro della Solidarietà.

I gruppi

Al pomeriggio si formano i gruppi: in uno viene affrontato in particolare il tema della scuola come luogo di trasmissione di valori e dal quale partire per educare alla solidarietà. La Rete di Saronno ha presentato il progetto nato attraverso Waldemar Boff a Petropolis, in Brasile, a seguito dell’esperienza di Giulia la quale ha trascorso alcuni mesi presso la comunità Agua Doçe nella Baixada Fluminense (una delle favelas più grandi del Brasile) lavorando come volontaria in uno degli asili nido della comunità. Il progetto ha visto il coinvolgimento di circa 200 bambini di scuole materne e asili nido del comune di Saronno. È stato creato uno scambio di “informazioni”, un dialogo, con i bimbi di Petropolis sviluppando alcuni temi legati al contesto sociale, ma anche ai loro sogni per un vivere migliore, attraverso disegni colorati e pensieri. Siamo rimasti particolarmente colpiti dai disegni dei bimbi brasiliani di 2 e 3 anni i quali, con tratti semplicissimi, riuscivano ad esprimere il loro disagio di fronte ad una realtà dura, ove erano rappresentate scene di violenza, di uso di armi, rapine, guerra di strada. Quale rapporto con le istituzioni e con la politica in Brasile? Come rendere le operazioni autosufficienti? Esistono realtà (es. cultura e sanità), che difficilmente potranno raggiungere tale obiettivo. Che fare? La nostra riflessione si è rivolta al bisogno fondamentale di “educare” i ragazzi alla solidarietà partendo proprio dalla scuola, portando testimonianze, esempi concreti, conoscenza. Dino, dell’Associazione Bottasini di Carugate, ha raccontato la sua esperienza nelle scuole. Dino e Gloria seguono da più di 30 anni piccole comunità del Nicaragua (RRR sostiene uno dei loro progetti in Nicaragua, ad El Bonete), e ogni anno si recano in Nicaragua per portare avanti i progetti. Nelle scuole portano la loro testimonianza di vita (v. progetto allegato). Dino aggiunge che il loro sostegno comprende anche la parte formativa dei ragazzi che vengono seguiti fino all’università, con l’impegno di tornare nel villaggio per insegnare o lavorare. Viene messo in evidenza, invece, il programma di Waldemar Boff il cui obiettivo è quello di trasferire i nidi e le materne, una volta partito il progetto, direttamente al comune. Attualmente ci sono delle difficoltà oggettive e molti nidi stanno chiudendo. Viene affrontato un altro aspetto, quello della “invasione culturale”: spesso noi vogliamo portare la nostra idea ed imporla come prerogativa e scelta migliore, senza invece essere capaci di ascoltare i bisogni reali. Si discute sull’importanza di fare delle scelte consapevoli (ad es. ecologiche). Si parla dell’importanza dei beni comuni. Come sensibilizzare le singole comunità? Dino espone come esempio quello del collettivo delle donne ceramiste del Nicaragua. Continua la produzione dei filtri di terracotta anche se spesso vengono utilizzati filtri di plastica, sono meno costosi e non si rompono. Mentre i filtri di terracotta hanno una capacità elevata di filtrare e potabilizzare l’acqua. Il mercato prevale sul bene comune? Nel secondo gruppo si discute sull’evoluzione dei rapporti con il terzo mondo: NORD e SUD sono due categorie non più geografiche. La rete è nata prima di tutto cercando di dare una solidarietà politica, ma questa ha creato fratture in passato (esempio palestinese o brasiliano in cui nel primo caso c’era chi sosteneva che si aiutavano i terroristi e nel secondo chi metteva in dubbio la giustizia dell’occupazione delle terre da parte dei Sem Terra). Riportiamo di seguito alcune riflessioni, sono talvolta parole d’ordine o concetti su cui meditare. C’è sempre un Sud del mondo : “Nord e Sud” sono concetti che si vivono anche tra quartieri di una stessa città . Ci domandiamo se oggi stia vincendo la sfida liberista rispetto a quella socialista. La ricchezza che viene dall’alto è vera ricchezza? I poveri potranno attingerne? (riferimento al Brasile) Proposta: creare reti internazionali, senza divisioni tra nord e sud, sforziamoci di trovare le cose che ci accomunano per lanciare una RRR di respiro internazionale. Ciò a partire dal nostro piccolo,con l’aiuto reciproco. Un’internazionale di reti potrebbe essere una forza nella lotta per aiutare chi non ha diritti a causa del nostro stile di vita (esempio recente del dramma in Bangladesh). La gente solidarizza quando diventa povera, non quando si arricchisce, chi emigra cerca di scappare dalla sua situazione “del SUD”; lo Sguardo Internazionale è uno strumento per smettere di chiamarci nord e sud. Il linguaggio non è neutrale: educa o diseduca. Cos’è la solidarietà? Ha una moltitudine di significati, quali le attribuiamo? Può essere affrontata con molte modalità, quali scegliamo? Quanto agiamo nelle strutture che portano alla povertà nel mondo? E’ necessario un ricambio generazionale per avere letture diverse e per uscire dai recinti e aprirsi. Come fare a comunicare con i giovani? Che linguaggio usare? Sono problemi che dobbiamo porci nella nostra quotidianità, sempre con la prospettiva di questo cambiamento che sta avvenendo. Proposta: riprendere seminari e pratiche con i giovani Mandare i giovani a fare esperienze internazionali è importante perché capiscano come camminare “con” gli altri conoscendo di persona i valori culturali. Il volontariato dev’essere dunque CON e non PER gli altri. Ora ci sono nuove povertà (alto tasso di disoccupazione per esempio) e molte realtà della rete sembra ne abbiano preso coscienza. Dunque, come bisogna pensare la Rete oggi? Tenendo conto della moltitudine di povertà come si deve muovere la rete e con chi deve collaborare? Chiediamoci sempre se togliamo o diamo speranza quando costruiamo un progetto, ciò deve esser alla base delle scelte di ogni rete e di ogni persona. Stiamo facendo discorsi un po troppo “ intellettualoidi” sui progetti, politici e non, ma teniamo conto che noi non siamo i Migliori: cerchiamo di essere inclusivi e aperti con le altre realtà di solidarietà. Prudenza però nell’aggiunta di nuovi progetti: non allarghiamoci troppo Noi abbiamo componente razionale ma anche emozionale, ed è proprio quest’ultima che smuove la gente. Se sentiamo vicina la povertà dobbiamo tenerne conto. I nostri progetti sono il sangue del movimento e noi non siamo assolutamente fermi: siamo nati nell’ottica nord-sud quindi evidenziamo il valore che ha marcato la nostra società. Uniamo progettualità e formazione: abbiamo chiuso molti progetti perché ritenuti meno importanti rispetto ad altri e questo è da evitare. Solidarietà significa che quando ci è chiesto un aiuto si fa fare anche a chi ce lo ha richiesto. Non dobbiamo giudicare ma criticare. Ogni azione che si fa incide, spesso gli aiuti di cooperazione fanno danno, ecco perché è essenziale una buona analisi politica. Qualsiasi cosa che facciamo qui o lì deve avere una stessa valenza politica. Importantissimo il tema della Restituzione: quanto dobbiamo a coloro a cui abbiamo tolto per permetterci lo stile di vita che abbiamo? Impariamo a lasciare alcune cose (ad esempio l’idea di proprietà privata), togliamoci le zavorre inutili per tirar fuori il meglio. Ricordiamo che il significato di economia è buona gestione della casa.

Seminario centro sud est 12 Maggio 2013

Senza memoria c’è futuro? Quale solidarietà?

Sono presenti: venti tra aderenti e simpatizzanti delle reti di Pescara e Macerata. Sulla Solidarietà ha relazionato padre Alberto Panichella dicendo che essa non deve essere confusa con l’assistenzialismo. Certamente, di fronte all’emergenza umanitaria di chi muore di fame o di malattie è necessario intervenire, ma l’assistenzialismo provoca assuefazione,  rassegnazione, dipendenza, toglie la voglia di lavorare, di migliorare le proprie condizioni e crea mendicanti di comodo. Ne sono esempio  gli africani che il colonialismo bianco ha reso tali : un nero che vede un bianco, tende inevitabilmente la mano in quanto  per lui bianco vuol dire soldi. Panichella parla di due tipi di solidarietà: liberatrice ed equitativa. La prima è quella che libera gli oppressi, secondo il messaggio di Cristo, facendo loro prendere coscienza delle proprie potenzialità capaci di realizzare una società nuova, basata su un diverso modello di sviluppo non più capitalistico, ma collettivistico e contrario al Dio Mercato. La società cambia attraverso la vera conversione, prima di tutto del cuore, che fa riconoscere all’uomo i peccati sociali di cui è complice, poi delle strutture collettive.   Pertanto gli aiuti devono essere usati per educare inducendo le coscienze assopite a svegliarsi, a cambiare punto di vista, ad autogestirsi e, così, cambiare il sistema ingiusto. La rivoluzione pacifica brasiliana testimonia che quanto detto prima si può fare ed in Brasile un ruolo importate al cambiamento è stato svolto dalla Chiesa Profetica, dai Teologi della Liberazione, dalle Comunità Ecclesiali di base che si sono date l’obiettivo di formare culturalmente la gente e prepararla al cambiamento che parte dagli stessi oppressi e non dal di fuori, evitando il conservatorismo e  l’assistenzialismo, evitando di idealizzare la povertà come condizione unica per meritare il Paradiso, mal interpretando il Discorso sulle Beatitudini di Cristo, a volte strumentalizzato proprio da alcuni religiosi. La solidarietà equitativa, per capire la quale bisogna pensare alla comunione dei beni dei primi cristiani,  è essenzialmente risarcitoria perché serve a devolvere a chi ha meno il nostro di più, razionalizzando che noi, mondo sviluppato, abbiamo tolto agli altri risorse, impoverendoli. Inoltre quest’ ultimo tipo di solidarietà ci permette di apprezzare differenti culture, differenti creatività, altri modi di ospitalità, di arte, di letteratura,  cercando di farci perdonare dei danni fatti. Il secondo intervento è stato quello di Silvano Fazi sull’Associazionismo  che negli anni ‘90 ha avuto una grossa espansione nella consapevolezza dell’ingiustizia. Sono nati il Commercio Equo Solidale, il Movimento per la Palestina,  la Tavola della Pace, il Comitato per l’Acqua e tante altre associazioni che hanno fatto aumentare la consapevolezza che solo associandosi è possibile cambiare le cose e prendere coscienza che la nostra concezione di società molto spesso è sbagliata, ha imposto il concetto di sudditanza, ha progressivamente consumato risorse mentre abbiamo molto da imparare da quelli che riteniamo inferiori o arretrati. Dobbiamo avere la consapevolezza e l’umiltà di riconoscere che facciamo quello che possiamo, senza cadere nella sensazione dell’innopotenza o nella disperazione di non sapere che fare per eliminare l’ingiustizia. Infine il terzo intervento di Silvio Profico sul tema del Populismo è partito dalla considerazione che oggi le piazze della politica sono vuote, mentre quelle religiose sono piene, anche grazie all’intuizione di Papa Francesco a dichiararsi Vescovo di Roma, non più Sovrano, ma uomo che può sbagliare, che ha bisogno di aiuto, e che democraticamente vuole condividere decisioni e responsabilità. Il male gravissimo della personalizzazione della politica ha provocato narcisismo, mancanza propositiva, indignazione senza impegno, sconfitta dei movimenti e della società civile, astensionismo dilagante, non valori e conseguente disastro etico, sociale e politico,  predominio dell’economia sulla società, lavoro e giovani in crisi, Europa troppo ripiegata su sé stessa, non completata, senza un ruolo mondiale. Cosa proporre allora?

·        Si all’indignazione ma con l’impegno di farsi carico dei problemi del Paese

·        Si ai valori irrinunciabili quali la solidarietà, la giustizia, la pace

·        Si alla sovranità dei consumatori, dei risparmiatori, degli investitori (Banca Etica)

·        Si alla politica dei Beni Comuni

·        Si alla cittadinanza attiva

·        Si all’alternanza di governo

·        Si alla gradualità di obiettivi da raggiungere

·        No ai collateralismi con cui si vogliono trasformare i movimenti in partiti politici

·        No ai velleitarismi (Ingroia)

·        No al Web inteso come unico mezzo di comunicazione

·        No al minoritarismo di nicchia

·        Viva il noi, abbasso l’io

L’augurio finale è stato quello di rivedere i cittadini  prendere parte attiva all’amministrazione della cosa pubblica non per protagonismo, ma per partecipare con impegno comunitario  all’esercizio della giustizia, della libertà, della democrazia.

Alle ore 14.00, esauriti gli argomenti all’ordine del giorno, la seduta è stata tolta per consumare insieme un pranzo la cui preparazione è stata  curata dai  partecipanti nello spirito comunitario che ha ispirato tutto l’incontro. 

Maria Cristina Angeletti

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Giugno – Luglio 2013

A cura della Rete di Casale Monferrato

Fermarsi un attimo a riflettere non fa parte del quotidiano in questi tempi di frenesia e “dissociazione”.

La “circolare” è un’occasione preziosa per noi della Rete per fermarci anche fisicamente e guardare quello che ci circonda con occhi puliti o magari “asciugati” e dare fiducia a questo futuro che ci appare incerto e  minaccioso

Soppesare le parole, cogliere gli aspetti profondi  della realtà e fuggire da questo qualunquismo imperante che non è solo esteriore ma ci coinvolge quando parliamo per strada o con chi attende pazientemente in fila il proprio turno alle poste, alla cassa del supermercato, oppure animatamente in pronto soccorso dove l’assistenza è dovuta (non pretesa) ed il dolore fisico è mescolato ad una rabbia repressa.

Fermiamoci un attimo per favore: respiriamo profondamente, riapriamo gli occhi  ed ascoltiamo il nostro respiro che ci ristora guardandoci attorno come se ci fossimo appena svegliati e …buongiorno

Al nostro incontro come rete di domenica 30/06 ha partecipato Padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, residente ad Alpignano,  vicino a Torino, nativo di Bra (Cuneo), classe 1932, che Paolo ha voluto farci conoscere perché persona ricca di esperienza dell’America Latina dove ha vissuto  dal 1972 al 2009: in Argentina (1972-1978), in Nicaragua (1984-1992)  e, infine, in Colombia(1992-2009).

Gianfranco è passato così dalla feroce dittatura argentina, pagando con il carcere la difesa dei poveri, alla  rivoluzione sandinista in una regione al confine con l’Honduras  dove i “contras” facevano incursioni sanguinose  per “approdare” in Colombia, terra dei  “narcos” e di violenze quotidiane.

Lui stesso  ha provato a  riassumere la sua esperienza in questo modo: in Argentina ha vissuto l’esodo, il passaggio collettivo dalla schiavitù alla libertà del popolo; in Nicaragua, dove la “liberazione” era già avvenuta, si trattava di porre l’accento sulla costruzione di un mondo più giusto e solidale con i poveri; in Colombia, a contatto con gli afro-brasiliani, ha scoperto la necessità di  evangelizzare nel rispetto profondo e nel dialogo con le culture.

Tornato in Italia nel 2009, oltre a curarsi da una malattia che può progressivamente portarlo ad una paralisi, si sta dedicando alla pastorale missionaria e giovanile, focalizzando il suo lavoro soprattutto su  un corso dedicato al tema del perdono e della riconciliazione che un suo confratello, in Colombia, rientrato dagli Stati Uniti, gli aveva presentato in quegli anni.

Di che cosa si tratta? E perché sta suscitando così tanto interesse?

Innanzitutto per due ragioni fondamentali. Il perdono e la riconciliazione vengono presentati in una maniera profondamente laica. Il corso non è rivolto soltanto a persone credenti, ma a tutti coloro che avvertono di avere delle “ferite” e non riescono a conviverci, ma soprattutto non riescono a  pensare a un futuro, dove i torti subiti, pur  non venendo cancellati,  non impediscano  alla persona di vivere una vita diversa.  La dimensione psicologica ( più relativa al perdono) e la dimensione sociologica (più relativa alla riconciliazione) diventano elementi portanti di tutta la riflessione.

Perdonare è innanzitutto un dono che facciamo a noi stessi, alla nostra vita; perdonare significa    constatare che la rabbia, la frustrazione, la vendetta, il rancore  non hanno preso il sopravvento nella nostra vita.

Si può perdonare senza riconciliarsi, anzi a volte è impossibile riconciliarsi perché ogni riconciliazione presuppone due soggetti e la riconciliazione dev’essere basata sulla memoria storica, sulla giustizia, sulla verità e su un patto tra i  contraenti.

Il perdono è una decisione che presuppone di vedere nell’altro una persona che è molto di più della somma dei suoi errori e delle sue storie passate.

Il perdono è un percorso, non è qualcosa che avviene una volta per tutte.

Il perdono è un atteggiamento, ma non è acritico, non si deve confondere con l’incapacità di giudicare il bene e il male.

Il perdono aiuta a ricostruirci come persone. Se le offese ricevute riducono la sicurezza in noi stessi, la nostra socievolezza, a volte, lo stesso significato della vita, il perdono rida sicurezza, socievolezza e  significato alla vita.

Non sapere perdonare significa continuare a bere quotidianamente un calice di “veleno” aspettando che il  nostro nemico “muoia”. Non è  irragionevole?

Il secondo motivo d’interesse sta nel fatto che non è un corso di idee, ma Padre Gianfranco attinge dalla sua grande esperienza di vita. In questo senso il perdono e la riconciliazione sono vie da lui percorse  ( o che ha visto percorrere) tante volte, a volte con successo, a volte meno.

Abbiamo parlato di un corso. Generalmente sono 12 ore (tre mezze giornate, o 1 una giornata intera e mezza giornata) dedicate al perdono e 8 ore  (due mezze giornate o 1 giornata) alla riconciliazione.   Paolo e Jennifer, che hanno partecipato al corso, sostengono che le dinamiche di gruppo, il dibattito in assemblea, la lettura personale di alcuni brani, in una parola la metodologia seguita, rende il corso agevole e non pesante.

Gianfranco sta proponendo il corso in ambienti diversi, con opportune e adeguate “modifiche”: gruppi  (da un minimo di 12 a un massimo di 26 persone); associazioni di volontariato, Scuole, il  carcere   “Lorusso e Cutugno” a  Torino, il carcere minorile  “Ferrante Aporti”, sempre a Torino,  la comunità   Papa Giovanni XXIII a Rimini, in Albania, dove esiste la legge della vendetta secondo la quale il torto si “lava con il sangue” e i maschi a partire dai 12 anni se sono sotto vendetta  vivono rinchiusi in casa (in casa infatti non possono essere uccisi) oppure  sono intenti a “vendicarsi”.

Personalmente crediamo che l’impegno che molti di noi hanno nell’educazione alla pace tra i giovani, nelle scuole, potrebbe trovare da questo corso nuova “linfa vitale”, nuove piste di riflessione e di azione.

Mentre auguriamo a tutti un periodo di riposo costruttivo vi salutiamo fraternamente.

La rete di Casale Monferrato

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2013

A cura della Rete di Padova

Carissime e carissimi,

Quando ci è stato affidato il compito di scrivere la circolare nazionale, subito ci è venuto in mente che in aprile, il 24 aprile di tre anni fa, è stata uccisa Dadoue. Abbiamo pensato che DOVEVAMO RICORDARLA, dovevamo cioè mantenere vivo tra noi quel che lei ci ha aiutato a capire con la sua vita e con la sua morte.

Cosa avremmo potuto dire alla Rete per rendere vivo il messaggio di Dadoue anche per chi non ha avuto – come noi – il privilegio di una profonda conoscenza? E ancora: cosa può dire oggi la vita e la morte di Dadoue a noi che viviamo in un paese così lontano, in tutti i sensi, da Haiti?

E due temi ci sono subito parsi importanti.

Il primo è la SCUOLA, l’EDUCAZIONE, la FORMAZIONE: per Dadoue la priorità assoluta. E per questo negli anni ’80 si inventa una scuola sulla montagna dei contadini senza terra, senza avere niente, nemmeno un luogo per ospitarla, utilizzando quello che c’era sul posto: sassi, pezzetti di legno, cenere, calce; ma con poche idee chiare: “Il principale scopo è quello di formare i ragazzi affinché non emigrino e si organizzino, invece di andare come dei pazzi ad ammassarsi nella miseria delle città e nei quartieri marginali (lavorare come facchini come bestie o diventare delinquenti). Nella zona invece potranno cambiare la cultura, fondare delle cooperative, fare artigianato, diventare falegnami e muratori, fare cucito e cucina. Ragazze e ragazzi potranno qui ricevere una formazione dopo la scuola elementare. Non costerà molto caro e permetterà di spendere meno quando si avrà bisogno di un lavoro artigianale. Così si lotterà contro l’ingiustizia sociale… I contadini sapranno leggere e difendere i loro diritti. La nostra scuola esiste soprattutto per far parlare coloro che non possono parlare, per coloro che non possono rivendicare i loro diritti”.

E diventa una scuola che non discrimina nessuno: “Le bambine diventano più numerose dei bambini. Una volta le donne sulla montagna erano analfabete, ma ora sanno scrivere, leggere, possono votare, guadagnare del denaro; ci sono donne che lavorano come animatrici rurali. Una volta non si mandavano le bambine a scuola mentre ora, se possono, i genitori mandano le ragazze anche a continuare gli studi dopo la scuola primaria. La scuola è fondamentale anche per il riconoscimento dei diritti delle donne… Una scuola che è aperta a tutti aldilà di ogni differenza di genere, religione, idee politiche”.

Alla fine del 2009 Dadoue ci invia delle foto, sono i volti sereni degli alunni e delle alunne della scuola di Dofiné: ci invita a guardarli per capire il cambiamento portato dal vivere insieme nella scuola.

Il secondo tema è la SOLIDARIETA’. Stanno compiendosi i 50 anni della Rete e c’è l’esigenza di interrogarci su cosa significhi per noi oggi essere solidali.

C’è una frase che ricorre nelle lettere di Dadoue: mentre ci ringrazia per l’aiuto economico che offriamo e ci spiega cosa questo aiuto rende possibile realizzare, tiene a sottolineare il carattere particolare della relazione che si è stabilita tra noi, una relazione diversa da quella con altre realtà che aiutano FDDPA (la sigla della federazione dei contadini haitiani, ndr), ma che si comportano “come ricchi verso i poveri”, invece, quando la Rete stabilisce una relazione con FDDPA, “è una relazione tra persone umane, con rispetto…., FDDPA trova altri partner che vogliono aiutarci o fare solidarietà, ma è una relazione inumana, ricco-povero, che spesso ci ferisce e aumenta l’aggressività tra di noi”.

“Il panorama degli aiuti internazionali – scriveva Fabiano dopo il suo ritorno da Haiti in giugno del 2011 – assomiglia molto a un aiuto di emergenza e si parla poco di sviluppo e di capacità di autogestione.
 Di autogestione ne parlano solo gli haitiani, la parte haitiana organizzata in tante iniziative, quella parte che è stata emarginata nella gestione degli aiuti dell’ «affare terremoto». Per gli amici haitiani, che la Rete frequenta da sempre, questa ingerenza straniera è utile ma anche dannosa, perchè non costruisce dal basso, si fida solo di se stessa e rischia di indebolire la dignità di chi riceve questi aiuti. La Rete, che non ha questa fisionomia di organizzazione di sviluppo, non si fida di se stessa e non promuove l’aiuto tout court. Lo possiamo dire perchè qui siamo presenti da molto tempo accompagnando processi possibili, e tra i nostri amici – quelli che oggi si impegnano con grande militanza a portare avanti ciò che Dadoue ha incredibilmente costruito in circa 30 anni di ininterrotta attività tra la sua gente – oggi è chiara la visione di un popolo che deve ogni giorno alzarsi e lottare, senza tentennare, e che un giorno dovrà anche fare a meno dei nostri contributi economici.

Come dice Jean: «Dobbiamo vedere il giorno in cui potremo arrangiarci, essere autosufficienti, non essere costretti a consumare un cibo importato, non possiamo sempre dipendere da fuori». Come Rete siamo dei «privilegiati» rispetto ad altre organizzazioni, perchè non mettiamo mano a programmi e progetti, a questo ci pensano i nostri amici; a noi invece il compito di accompagnare le scelte e i pensieri loro, collaborare magari con altre forme come il dialogo, la vicinanza, il suggerimento, l’opinione.”

Viviamo giorni difficili, amari nel nostro paese, sperimentiamo quotidianamente la difficoltà di cambiare, di partecipare, di fare politica nel senso che diceva don Milani – affrontare insieme e insieme cercare soluzioni ai problemi comuni -, e assistiamo invece ai traffici dell’altra politica, quella della conservazione del potere, dei giochi sulla pelle delle persone, dell’incapacità o della non volontà di ascoltare le persone; ma verifichiamo anche la fatica di tutti noi di assumerci le responsabilità di cercare vie nuove.

Dadoue ha continuato a sognare, a immaginare un futuro diverso, a vivere per attuarlo quando c’era la dittatura, quando i sogni del cambiamento politico sono naufragati nella corruzione e nella sete di potere, quando i caschi blu invece di stabilizzare il paese, si comportavano e si comportano da occupanti, quando uragani e terremoti hanno squassato il paese, quando la violenza dei potenti uccideva i contadini, gli rubava la terra, li imprigionava e li torturava se cercavano di ribellarsi; e si potrebbe continuare. Dadoue viveva già il cambiamento che sognava nelle relazioni che intrecciava con le persone che incontrava, gli ultimi, gli impoveriti, i senza niente: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia.”

Questa è l’eredità che ci ha lasciato: continuare qui, nel nostro paese, a sognare, a immaginare il futuro, a vivere il cambiamento, a farlo insieme, quando c’è la crisi, quando i politici sono sempre più lontani dalla realtà, spesso corrotti e interessati solo al loro potere, quando aumentano l’impoverimento e la disuguaglianza sociale, cresce l’arretramento culturale e sociale, ma noi fatichiamo ad organizzarci, a fare rete, a passare dalla denuncia all’azione collettiva, alla costruzione di alternative che permettano di intravedere possibili cambiamenti.

Offriamo alla riflessione di noi tutte e tutti le parole che chiudono il testamento di Dadoue, scritto nell’aprile di tre anni fa: “Non perdete tempo in cose non essenziali, aiutate quelli che sono più deboli. State lontani dalle persone che si vantano, che dicono di avere tutto, che pensano di essere meglio degli altri, non perdete tempo ad ascoltarle; le persone che hanno bisogno di aiuto sono quelle che fanno crescere la famiglia di FDDPA, sono queste persone, le persone che soffrono, quelle che rimetteranno in piedi questa società che non funziona per farla diventare una società normale in cui la vita di ogni persona sia rispettata.

Lo sfruttamento che i poveri subiscono è molto forte; c’è una forte opposizione ad ogni cambiamento. Bisogna lottare molto per cambiare la situazione, dobbiamo diventate più forti, moltiplicare le nostre forze. Dobbiamo riflettere, dobbiamo lavorare molto: siamo noi che soffriamo e siamo noi che dobbiamo trovare i rimedi efficaci contro questo veleno violento. Non è un gioco, è un impegno serio. Le persone che ci hanno messo in questa situazione, che hanno messo il popolo in ginocchio, si sono prese del tempo per riflettere, per stabilire questo sistema. Anche noi dobbiamo prendere del tempo per riflettere e per rovesciare questo sistema. Quelle persone hanno elaborato segretamente le loro strategie, anche noi non dobbiamo rivelare i nostri piani: bisogna fare attenzione, essere molto vigilanti.

Mi ha sempre rattristato vedere i contadini che soffrono non prendere sul serio la situazione, la sofferenza che vivono; è come se accettassero la miseria che vivono senza ribellarsi. Donne, mettetevi in cammino, uomini, mettetevi in cammino, per lottare per cambiare la situazione in cui vivete  e poter vivere una vita in dignità come tutti. Se non si lavora insieme mano nella mano non ci riusciremo: non bisogna dividersi, essere egoisti, pigri. Solo formando una collana di unione, riusciremo a costruire un paese dove ci sarà abbondanza.”

Marianita e Fabiano

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Aprile 2013

A cura della Rete di Roma

Carissime e carissimi, l’elezione di papa Francesco ci rincuora e ci dà un po’ di speranza per il futuro dell’umanità e quindi anche del nostro paese. Infatti l’influenza del papato sulla vita italiana è sempre stata importante, nel bene e nel male. Sulla persona di Bergoglio e sul suo passato, da qualcuno ritenuto non cristallino riguardo alla teologia della liberazione e soprattutto nei confronti della dittatura militare argentina, la più feroce tra quelle latino-americane di quei decenni, penso sia bene non insistere troppo; col tempo potremo saperne di più, così da farcene un’idea non approssimativa.Bisogna pure tener presente che la chiesa argentina fu molto vicina ai generali, il che rendeva difficoltoso assumere posizioni di netto contrasto. Ma un’opinione ritengo di dover esprimere. L’esempio-testimonianza dei martiri è vitale: così è stato per il vescovo argentino Angelelli e altri sacerdoti coraggiosi eliminati fisicamente dai tiranni. Se però tutti gli oppositori uscissero sempre allo scoperto e fossero assassinati verrebbero poi a mancare quegli uomini comunque coraggiosi che, col mutare delle situazioni, avranno modo infine di manifestare il proprio pensiero, propugnare i giusti principi e assumere ruoli essenziali a produrre cambiamenti benefici. Oggi perciò Bergoglio non sarebbe papa e non si avrebbero da lui insegnamenti e indicazioni che gli uomini di buona volontà si attendono dal seggio petrino e che già arrivano con insolita frequenza. L’elogio della povertà, l’attenzione ai poveri, sulle orme di Francesco d’Assisi, sono state tra le prime enunciazioni del nuovo papa; ma insieme egli è passato all’aspetto politico a sfondo economico, cioè alle cause dell’impoverimento delle masse, qui e nel mondo, quando si è soffermato sul tema delle diseguaglianze, sempre crescente. Non v’è dubbio che il tema sia alla base anche del rivolgimento elettorale avutosi con le nostre recenti votazioni, perché i partiti, compreso il PD, si sono disinteressati ad esso e alle sue implicazioni. Scrive l’economista Mario Pianta (lo incontrammo, come rete di Roma, anni fa): ”Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la ‘casta dei politici’: è la disuguaglianza. E’ questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica”. L’articolo di Pianta, “L’Italia disuguale” è nel numero di marzo di Micro Mega, la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, stavolta dedicata per intero al “Ritorno dell’eguaglianza”. Ovviamente il problema è mondiale e si aggrava, però noi dovremmo guardare intanto in casa nostra, visto che stiamo affondando nelle sabbie mobili e che nessuno ci tende una fune. Non è con l’inconcludente trovata dell’impagabile Napolitano che ci trarremo fuori dal grande pasticcio post-elettorale. Rivitalizzare un governo sbagliato e dato per morto, in carica solo per gli affari correnti, facendo intanto lavorare – chissà come, date le perduranti divisioni – un parlamento in buona parte rinnovato e certamente diverso da quello che sosteneva l’accolita Monti; per giunta chiedere lumi a un gruppetto di “saggi” che tali non sono ma che esprimono il peggio del partitismo (Violante, Quagliariello ecc.) e dell’economia in combutta con la politica, sono tutti errori gravidi di conseguenze. Sullo sfondo, (ma la data è vicina) l’incognita del nuovo inquilino del Quirinale che, c’è da scommetterci, non sarà alcuna delle degne personalità i cui nomi circolano da settimane. Don Renzo Rossi si è spento nella sua Firenze giorni addietro. I più anziani ricordano quanto fece negli anni della dittatura per i prigionieri politici brasiliani, in stretto collegamento con la Rete (operazione Adelaide Pintor e altre), rischiando molto e con inesauribile abnegazione. Ercole Ongaro ha inviato alla mailing-list della Rete uno scritto su di lui molto preciso, ma io preferisco citare un passo di una relazione di don Renzo letta al nostro convegno nel ’78. I tempi erano diversi e ciò spiega le sue parole, ma il rimprovero-esortazione che ci rivolgeva conserva per certi versi una sua attualità (e una lezione). Scriveva: “Se qui si soffre la fame e si muore per le torture, la colpa è anche vostra! Quel che voi state dando è solo un piccolo contributo alla grande lotta di liberazione che si sta compiendo in Brasile e in tutta l’America Latina ed un piccolo atto di penitenza per il vostro egoismo. Nello stesso tempo questo vostro contributo è valido soltanto se lottate per cambiare questa società ingiusta del mondo occidentale, a cui appartiene anche l’Italia. Solo in questo spirito la vostra partecipazione acquista un grande valore” (da E. Ongaro, Nel vento della storia, Cittadella ed., 1994). Don Renzo resterà nella memoria della Rete, e tutto il bene che ha fatto dà oggi e darà in futuro splendidi frutti. Se il nostro paese è con l’acqua alla gola dopo 150 anni di unità mal costruita e attraversata da instabilità e crolli rovinosi, il resto del mondo non si trova in condizioni brillanti. Anche nei paesi usciti dal sottosviluppo e dalle dittature militari o d’altro tipo le diseguaglianze tra le classi sociali continuano a esistere e spesso ad acuirsi. Nel colosso Cina, poi, l’assolutismo marxista si sposa col capitalismo più sfacciato e questa incredibile mistura sta addirittura creando un nuovo colonialismo rivolto soprattutto al continente più arretrato, la vecchia Africa, sempre stata la preda preferita di tutti i colonialismi, compreso il “colonialismo straccione”, quello italiano. E poi perché la potente Russia di Putin appoggia ancora il feroce satrapo siriano Assad, mentre, insieme alla potentissima Cina, non frena le pazze minacce belliche della Corea del Nord, ferrea dittatura comunista, capace, a quanto sembra, di portare – cosciente o meno – al disastro atomico globale? Ricordate il film USA “Sette giorni a maggio” del 1964, dove il capo di Stato Maggiore, semimpazzito, è pronto a premere il pulsante atomico nella convinzione che l’avversario stia per fare altrettanto, e solo l’intervento disperato dell’alto ufficiale suo aiutante (il bravissimo Kirk Douglas) evita la catastrofe? Tanti nel mondo possiedono o stanno per averla l’arma atomica, perfino un paese arretrato come il Pakistan, e un generale fuori di testa, ovunque si trovi, può, con un semplice gesto, provocare la fine del pianeta Terra. Siccome “col fuoco non si scherza” dobbiamo solo sperare che nelle capitali che contano i responsabili, anche i peggiori, conservino l’uso della ragione. Paradossalmente si stava più tranquilli all’epoca della guerra fredda. Termino ancora una volta con la “nostra” Palestina. Non perché altrove intere popolazioni o piccoli gruppi etnici siano indenni da antiche e nuove sofferenze, talora atroci (e varie nostre reti ne hanno esperienza diretta), ma perché la condizione di tribolazione del popolo palestinese non è paragonabile ad altre per la varietà dei soprusi di antica data cui deve sottostare, per l’offesa inferta alla sua cultura, per gli inganni propinatigli per anni dalla comunità internazionale, per l’indifferenza, anche dei fratelli arabi, dalla quale è circondato, e perché pochi considerano che quella è la sua terra, da dove non può essere espulso e dove non può essere ridotto in schiavitù. La prima visita di Obama laggiù, come si temeva, non ha portato neppure un soffio di novità: Israele, alleato storico ed eterno degli USA, prosegua pure il suo squallido lavoro ai danni della sua vittima designata. Gli Stati Uniti d’ America, faro di civiltà ed esempio da imitare (secondo tanti adulatori di ogni paese) sono sempre nel giusto e non vanno contraddetti. Continuiamo nel nostro lavoro amici, e poiché iniziammo nel lontano 1964 proprio dalla Palestina non dimentichiamola mai e impegniamoci sempre per essa.

Un saluto molto affettuoso.

Mauro Gentilini

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2013

A cura della Rete di Savona

Mai come in questo periodo mi è successo di ricordare l’importanza delle parole di Paul Gauthier:

“Ciò che è importante è che mentre noi là (a Nazareth) viviamo fra gli operai, voi, qui, agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri.” Credo che oggi queste parole ci interroghino in particolare su due aspetti:

1. Quale impegno mettiamo nel denunciare e modificare le nostre pratiche economiche e sociali che

hanno impoverito il Sud del mondo, ma che oggi impoveriscono anche noi?

2. Quanto ci confrontiamo con il Sud del mondo per trovare risposte di concreta solidarietà alla povertà che c’è da loro, ma che cresce a ritmi incalzanti ormai anche qui in Italia?

Certamente c’è ancora una grande differenza tra l’Italia e i paesi dove abbiamo le nostre operazioni, ma le dinamiche economiche (finanziarizzazione globale dell’economia) e sociali (lavoro precario e incremento della distanza tra i pochi ricchi e i poveri in crescita) sono ormai molto simili. Per quanto riguarda il primo aspetto non mi dilungo più di tanto. Sappiamo bene dove ci ha portato la finanza speculativa e tutti abbiamo informazioni sufficienti per capire cosa bisognerebbe fare per cambiare questa situazione. Abbiamo un sacco di informazioni a proposito. Certamente guidare il cambiamento non è semplice. Cominciamo però a chiederci come noi impieghiamo i nostri risparmi. Sono per caso una linfa per la speculazione? Sono utilizzati per offrire opportunità a chi non ha accesso al normale circuito del credito? Penso non solo a Banca Etica, ma anche a tutta l’attività della Microfinanza italiana, delle società cooperative MAG, della JAK Bank che sta nascendo anche nel nostro paese (www.jakitalia.it), ecc. Una seconda considerazione su questo primo punto riguarda le aree da tenere sotto controllo. C’è molta attenzione alle spese militari e al commercio internazionale di armi. Un tema cui dovremmo prestare più attenzione è quello dell’acquisto dei terreni agricoli in Africa (equivalenti già oggi alla superficie della Germania e dell’Italia) e nell’America Centrale e Meridionale. Sul “land grabbing” sappiamo che sono coinvolte la Cina, le grandi multinazionali occidentali dell’agroalimentare e alcuni grandi gruppi finanziari. Ma anche l’Italia brilla in questa nuova forma di colonialismo. Leggete sul sito di Re:Common (www.recommon.org) il documento di 37 pagine con numeri e nomi (!) di chi in Italia è coinvolto in questo business; agghiacciante. Cosa si può fare? Il tema su cui penso dovremmo invece riflettere e cambiare di più riguarda il secondo aspetto. Come pensiamo di poter offrire solidarietà al Sud del mondo quando la solidarietà concreta “vissuta” in Italia è così carente? Gli immigrati che vengono in Italia sono stupiti dalla mancanza di condivisione dei beni, dall’accumulo

individuale che guida i nostri comportamenti, dall’emarginazione degli anziani; in poche parole da come viviamo. Tiziano Terzani in una corrispondenza dall’Afghanistan del 2001 raccontava di un negoziante di tappeti che, avendo già venduto abbastanza, mandava i clienti al negozio vicino perché anche lì c’era una famiglia che doveva vivere. Già nel 2000 Serge Latouche nel suo libro “la fine del sogno occidentale” aveva analizzato con lucidità le conseguenze del nostro modello di vita; e la prima cosa che disse all’inizio della sua conferenza a Bangui nel gennaio 2006 fu “noi bianchi siamo qui per imparare da voi africani”. I centrafricani invitati a casa mia nel marzo 2007 mi avevano chiesto “come mai non ci sono a cena anche i tuoi vicini di casa?”. Ugo Mattei nel convegno del 2012 ci ha ricordato la “disgrazia” di aver esportato in tutto il mondo il concetto di proprietà privata, derivato dal nostro diritto romano, che sta affossando la concezione di proprietà collettiva tipico delle culture africane e latino americane. Chiediamoci cosa ne stiamo facendo della cultura diversa dalla nostra, cosa stiamo distruggendo con l’imposizione (violenta) di una visione occidentale come unico modello sociale, economico e politico; dove l’economia si è appropriata il diritto di dare significato alla realtà sociale ed umana. A me pare che dobbiamo innanzitutto essere più credibili nei nostri comportamenti, lasciando lo spazio per farci “invadere” dalle persone che incontriamo nei nostri progetti. Dobbiamo stimolare nei nostri ambienti una maggiore cultura della solidarietà, da contrapporre all’individualismo che ci caratterizza. Allora anche in Italia “essere povero” dovrebbe voler dire “non avere relazioni” e non “avere pochi soldi”. A tutti noi l’impegno di ripensare il nostro stile di vita, e con gioia camminare insieme a tutti coloro che credono siano possibili rapporti diversi tra le persone. Grazie per la strada percorsa insieme in tutti questi anni!

Seminario Roma 24 e 25 Novembre 2012

“BENE COMUNE, MOVIMENTI E POLITICA: SEGNI DI SPERANZA”

Introduzione di Silvestro Profico

Intervento di Mauro Gentilini

Intervento di Raniero La Valle

Dibattito con i partecipanti al seminario

Introduzione di Silvestro Profico:

“A Casale si è deciso di destinare questo spazio a un mini-seminario di prosecuzione del discorso dell’ultimo Convegno: bene comune, movimenti, politica.

Si è ritenuta urgente tale riflessione specie in vista dell’importanza proprio “storica”  dell’attuale momento politico-sociale e delle prossime elezioni, nonchè della pressante domanda di “speranza” che avvertiamo tutti, sollecitataci in particolare da Maria Rita di Noto: sì alle analisi ma anche cosa fare, contribuire a far luce, cercare soluzioni, offrire prospettive e percorsi, “cercare ancora e assieme”.

Ovviamente, non siamo una sede partitica ne un centro studi ed iniziative socio-politiche. Tanto meno possiamo o dobbiamo dare soluzioni tecniche, di schieramenti, liste elettorali, ecc.. Nella Rete convivono tante anime e sensibilità che sono anche la nostra ricchezza, concentrate sui grandi temi della solidarietà, della condivisione, della giustizia, della relazione, ecc..Non dobbiamo ne possiamo votare quindi documenti e posizioni al di fuori della nostra “mission”.

Dobbiamo, possiamo e vogliamo solo fare tra di noi, con l’amico Raniero La Valle che ci darà il suo autorevole contributo di idee ed esperienza e che ringraziamo di cuore per la sua pronta disponibilità, una riflessione alta, culturale, sociale e Politica (con la P maiuscola!), sui grandi temi  di questo momento storico.

Per parte mia, farò solo brevi considerazioni introduttive, esprimendo solo mie convinzioni problematiche.

Viviamo un momento proprio drammatico sotto tanti punti di vista. Avanzano pericolosamente disaffezione, disperazione, impotenza, confusione, rassegnazione, qualunquismo, ecc.., con terribili situazioni giovanili e non, in termini di lavoro, studio, protezione sociale, ecc..

Tanti “mali” erano precedenti come inizi ma credo proprio che il berlusconismo ha costituito un vero disastro etico, morale, sociale, economico e politico, con una abbondante semina di disvalori, di cui si è impregnata la società (individualismo, concezione della donna, uso delle istituzioni, scempio di democrazia, ecc.): c’è perciò una società da rifondare profondamente in termini economici, culturali, sociali e politici, con un grande sforzo collettivo che escluda arroganze, personalismi, esclusivismi, autoreferenzialità.

Monti ha ereditato “macerie”, ci ha evitato il baratro, ha  ridato affidabilità al Paese ma ha fatto “macelleria sociale”. Il sistema politico-istituzionale ha avuto un’epocale caduta di credibilità (casta, corruzione, incapacità di riforme, ecc.), facendo dilagare antipolitica, qualunquismo, populismo. La situazione economico-sociale è precipitata oltre misura, dando spazio anche ad assurde richieste di ritorno alla “lira”, invece di rafforzare i progetti Europei in termini Istituzionali e di solidarietà.

In questo sommario contesto, punti decisivi strategici specie per i Movimenti mi sembrano:

1) Sforzo di elaborazione comune, offensiva programmatica, discontinuità. La questione economica-sociale è ora complessa e non ci sono soluzioni facili nè di breve periodo;

2) No alle cooptazioni ed ai collateralismi, no al minoritarismo di nicchia, sì al realismo ed alla praticabilità, anche raccordandosi al massimo col sistema partitico per un’azione la più efficace possibile;

3) Temere sempre il possibile ritorno del “vecchio”, accettare mediazioni necessarie, gradualità di obiettivi. Proclamare esigenze, bisogni, valori e diritti è necessario ma non sufficiente senza proposte di strade e soggetti, senza costruire consenso per mutare i rapporti di forze.

4) Accettare la sfida del Governo, dimostrare la qualità programmatica e la praticabilità di una alternativa credibile e autenticamente Politica (per chiudere la fase “tecnica”).

Il compito è proprio gravoso, dobbiamo rifondare politica, economia, finanza, cultura. Ci sono tante ricchezze sparse, tanti fermenti eccezionali, tanti stimoli (anche ecclesiali: siamo a 50 anni dal meraviglioso Concilio Vaticano II), tante testimonianze: facciamo Rete nel senso più ampio, costruiamo speranza operosa!”

Intervento di Mauro Gentilini:

“Questo interesse della Rete per l’attualità politica italiana è inconsueto; si verificò solo quando Ettore decise – chiedendo il nostro parere – di candidarsi per la Sinistra Indipendente. Ricordo le grandi e infuocate discussioni e poi l’abbandono di molti amici, troppo accecati dalla sottomissione ai diktat degli USA e del Vaticano.

La situazione di allora era difficile, ma molto meno confusa e drammatica di oggi. Quindi ritengo opportuno parlarne per cercare di chiarirci un pò le idee, al fine di proseguire poi con più determinazione le nostre attività peculiari.

L’austerità e il rigore sono necessari perché ci allontanano dal baratro. Monti, spalleggiato dal solito Napolitano, continua a ripetere che le riforme imposte agli italiani con i dolorosi sacrifici sono vanto del suo governo. Intanto, i sacrifici li pagano i piccoli, gli indifesi, quelli in regola con le tasse, non le caste, non i membri dell’accolita Monti; le sbandierate “riforme” (o “controriforme”) si abbattono sui lavoratori, sui pensionati, sui precari, sugli esodati. E poi la situazione non è migliorata, non siamo fuori dalla crisi recessiva, tutti i dati economici e occupazionali sono peggiorati con Monti.

Le proteste aumentano e cresceranno fino ai livelli spagnoli e forse greci. Tutto è sotto il dominio della grande finanza, delle banche, delle agenzie di rating, strettamente associati. La politica subisce e opprime, spesso volente o non volente, le popolazioni.

La crisi è nata nel 2008 negli USA ed è peggiore di quella del 1929. E allora vediamo il punto di vista di un economista statunitense, Paul Krugman, Nobel per l’economia nel 2008 e autore di “Fuori da questa crisi, adesso!” (Garzanti 2012)

Leggo alcuni passi da un suo articolo apparso su “Internazionale” del 5/10 scorso, quando balzò alla ribalta la crisi spagnola.

(vedi allegato)

Tornando al discorso generale ho l’impressione che l’Occidente tutto dipenda dai valori della finanza che la fa da padrona, emarginando il lavoro, affossando, spera per sempre, la democrazia; e così facendo avviando al disastro generale tutto il sistema, basato finora su un capitalismo oppressore sì, ma attento a non commettere pazzie che avrebbero travolto esso stesso.

Adesso abbiamo vicine le nostre elezioni politiche e si trama, anche scopertamente, per il Monti-bis, per continuare sulla stessa linea (sacrifici, rigore, austerità spinta). Nessuna novità: niente patrimoniale, niente vera, radicale lotta all’evasione fiscale, nessuna possibilità di futuro per i giovani. Tagli, tagli e sempre tagli, accompagnati da promesse regolarmente bugiarde.

Insieme, alterigia, albagia, supponenza del capo dell’esecutivo e di quasi tutti i suoi ministri.

La Cancellieri elogia i poliziotti che impazzano sui manifestanti inermi, non sui provocatori attrezzati. Della Fornero, di Passera, Grilli, Patroni-Griffi meglio non parlare; sappiamo tutto, se non ci abbeveriamo solo ai media asserviti.

Terzi protesta subito per l’attentato al bus israeliano a Tel Aviv. Non mi risulta che abbia profferito parola sui tanti morti provocati dalle bombe degli aerei israeliani su Gaza. Molto bello e significativo.

Ma c’è un fatto che sconvolge (o dovrebbe, se si ragiona e si ha cuore) l’indegno comportamento con i malati di SLA: promesse, dinieghi, nuove promesse, nuove smentite. Comunque finisca una vergogna per l’intera accolita, che pretenderebbe, appoggiata dall’impagabile Casini, dal super capitalista Montezemolo, dall’indefinibile Bonanni, da vari ometti e donnette del PD, e, buon ultimo, dal sorprendente Andrea Riccardi (mai lo avrei pensato così coinvolto in una certa politica), di proseguire sulla stessa strada portandoci verso l’ignoto.

A parte tutto questo, possiamo avere fiducia in chi nomina sottosegretario alla Presidenza un De Gennaro e non fa rimuovere tutti i pezzi grossi della Diaz condannati definitivamente dalla Cassazione con motivazioni che dovrebbero indurli a sotterrarsi dalla vergogna, tanto più che hanno “goduto” finora di promozioni e riconoscimenti?

Caro signore bocconiano, non basta avere buone maniere (non con tutti, ma con i suoi pari), il ben vestire, il sorriso ipocrita, la stima dei finanzieri per pretendere la riconferma col collaudato sistema furbesco ordito dal suo amico Napolitano (non credo ad un improvviso dissenso sorto tra i due proprio ieri).

Su Napolitano non spendo parole, ma sarebbe bene che un giorno o l’altro qualcuno ripercorresse tutta la sua vicenda politica, assai poco commendevole e che non presenta alcuna luce, ma solo ombre (parlo di ombre politiche, non d’altro genere).

Dobbiamo votare e molti di noi ancora non sanno per chi.        È certo che astenersi non porta che a favorire i peggiori: è sempre stato così. Che l’astensione di massa faccia capire a chi di dovere di dover cambiare rotta è una mera illusione.

È chiaro che dal nostro dibattito non possono uscire soluzioni, indicazioni di voto; non è proprio compito nostro. Però, parlandone, possiamo aiutarci l’un l’altro ad afferrare meglio i termini delle questioni sul tappeto.

In tutti i casi noi continueremo nel nostro lavoro, non trascurando tuttavia quanto succede qui, perché sappiamo che con politici autoritari al potere, con l’instaurazione di un regime poco o nulla democratico, le attività solidaristiche rivolte agli ultimi, specie fuori dei nostri confini, verrebbero gravemente ostacolate.

Inoltre, una diffusa diminuzione dei nostri redditi scoraggerebbe una parte di cittadini dal guardare fuori dall’uscio di casa e darsi pena per quelli che stanno peggio.

Questo è il mio augurio perciò: perseveriamo nonostante tutto, e insieme facciamo quello che possiamo fare e riteniamo giusto per evitare una deriva perniciosa nella situazione italiana.”

Viene introdotto dalla segreteria l’ospite, riprendendo una frase di Paul Gauthier, che ci richiama alle nostre responsabilità e ci esorta sempre all’impegno e alla speranza:

“Ciò che è importante è che mentre noi là (a Nazareth) viviamo fra gli operai, voi, qui, agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri”

Raniero è appena arrivato dalla Sardegna e riferisce di aver partecipato ad un evento in occasione del 50° anniversario del Concilio, il tema della situazione attuale riguarda anche il collocarsi della Chiesa e dei cristiani.

Raniero sta seguendo il movimento “Economia Democratica”, in questo contesto, dove è l’economia che comanda e non più la politica, ci si chiede “Cosa fare per sperare e andare avanti?”

Intervento di Raniero La Valle:

“Un dato di cronaca come punto di partenza: assistiamo ad una reazione dei poteri pubblici classica dei poteri repressivi in quanto cercano di reprimere le proteste. Il Governo tiene fede all’impegno di impedire che i conti saltino, ma lo fa in modo che non piace, toglie ai poveri a favore dei ricchi.

L’1% della popolazione impone leggi di povertà e impedimento rimanente 99%. La piazza insorge un po’ ovunque ed il Ministro dell’Interno Cancellieri dice che bisogna prevedere che ci saranno sempre più manifestazioni e quindi propone l’allargamento della “flagranza di reato”, con la possibilità di arresto fino a due giorni dopo la manifestazione. Il Governo risponde con degli ossimori, ce ne sono molti: non c’è lavoro, è stato tagliato il welfare, abbassato le pensioni, introdotti tagli drastici ai comuni e nel contempo si dice che l’Italia è uscita dal tunnel e si ripropone Monti.

Il precariato è diventato definitivo, si mette in discussione la progressività delle imposte e la tassazione dei redditi , la previdenza prima della pensione introduce all’esodo (deserto). La piena occupazione è un tema ormai impossibile da discutere, era uno degli obiettivo della Repubblica al momento della sua nascita, un’idea fondamentale, condivisa e le politiche erano orientate al raggiungimento di questo obiettivo. Oggi si sostiene addirittura che non è neanche positiva perché renderebbe la parte imprenditoriale più debole ed il prezzo per l’occupazione sarebbe il dissesto dell’economia.

Oggi nulla di tutto questo ha più valore.

Non ci sono soldi per pagare gli insegnanti di sostegno, si fanno classi di 25 bambini anche con disabili, però si tiene vivo il progetto del ponte sullo stretto di Messina.

Si trasforma il bene comune in disperazione generale. Con il cambiamento dell’art. 81 della Costituzione, ora il pareggio di bilancio è una norma giuridica: esso è un bene ma se fosse stata una norma a suo tempo non ci sarebbero stati i vari piani di sviluppo.

Senza politiche che investono sul futuro l’economia non può che ristagnare. Altra misura catastrofica è il fiscal compact che impone  entro il 2013 il raggiungimento del pareggio di bilancio ed entro 20 anni l’abbassamento del debito pubblico entro il 60% del PIL: questo significa che ogni anno dovremo fare  manovre suppletive per altri 60 miliardi.

Che senso ha fare elezioni? Cosa abbiamo da decidere con questi vincoli?

Bisogna capire che cosa sono i beni comuni, è il tema centrale dell’incontro. Impegnarsi per l’acqua e per il livello d’inquinamento va bene, ma se il paese va in rovina a cosa serve? Bisogna trovare il modo di avere un impatto sulla politica complessiva.

C’è la necessità di individuare il bene comune e gli strumenti per perseguirlo. Cosa è il bene comune? Non la nuda vita, ma è la “vita buona”. E’ il compito della politica, il principio viene da Aristotele “il fine della città è la buona vita, vita perfetta e indipendente vissuta in modo bello e felice. Il fine della politica sono le belle azioni”, i veri cittadini sono quelli che hanno una maggiore virtù, che hanno una visione della buona vita per tutti,  sono questi i fondamenti importanti.

Da Aristotele ad oggi noi abbiamo visto che non si può salvare nemmeno la nuda vita, un esempio è la fame nel mondo che doveva essere dimezzata nel 2015 ma invece forse è in aumento, si garantisce solo se perseguiamo la buona vita.

Condizioni politiche: se non c’è una buona vita non c’è sopravvivenza ma morte di un popolo. Ai curdi ad esempio è stata negata un’esistenza politica e ne è derivato che non c’è neanche la possibilità di vita, lo stesso per la Palestina dove il movimento non basta per salvarla, ci vuole la politica per salvare la Palestina.

Cos’è questa buona vita che si deve perseguire perché ci sia la nuda vita: è il “Diritto alla ricerca della felicità”, frase inserita nella dichiarazione d’indipendenza americana. Questo è il compito della politica, rimuovere  gli impedimenti e gli ostacoli alla ricerca della felicità, permettere che le persone possano perseguire la felicità in tante forme, ciascuno secondo le proprie capacità. L’ art. 3 della Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, dice proprio questo.

Sono necessari però gli strumenti per fare tutto questo.

Giuseppe Dossetti nel suo discorso “Funzioni e ordinamento dello Stato Moderno”, che fu un’esplosione di speranza e di volontà politica, cominciò con una citazione “La somma potestà consta di due elementi inscindibili: tutelare il diritto e difendere la felicità”.

Se questa non è pia illusione bisogna vedere quali sono gli strumenti perché lo stato possa realizzare questo concetto: il costituzionalismo. La Costituzione è un patto, lo stato assume l’impegno per raggiungere la felicità. L’economia deve rientrare nella democrazia. Accettare la frase “i mercati ci chiedono…”, già questo è una lesione ed una rinuncia della democrazia.

Cosa fare? Bisogna fare movimento, ma non basta se poi questo non diventa politica, diritto, riforma delle istituzioni, garanzia di libertà, limite e regole per le istituzioni.

Bisogna fare politica, ma con chi? Anche con i partiti che  però devono essere risanati. Non si può fare senza partiti, almeno sino a che non viene trovata un’alternativa. I movimenti non possono sostituire i partiti.

La malattia dei partiti è cominciata quando è stata sottratta loro la politica. Senza politica i partiti sono deperiti ed è rimasto loro solo denaro e potere.

Non è vero che i partiti di sinistra siano più democratici, ma sono quelli che più a lungo hanno rivendicato un ruolo della politica. Ragione per cui hanno espresso maggiore moralità e sensibilità verso la questione morale. Quando Berlinguer proponeva austerità (intesa come sobrietà), proponeva un ritorno alla politica. Quando invece Berlusconi propone l’arrivismo, l’arricchimento, il godimento, è la fine della politica.

Avrebbe potuto resistere la politica? Quando è cominciato il processo di neutralizzazione della politica? Negli anni ‘90 dopo la caduta del muro di Berlino, si sono fatte scelte repressive. Referendum Segni, legge mattarellum, legge Calderoli, gli sbarramenti, premi maggioranza, esclusione dei piccoli partiti dal Parlamento con il miraggio della governabilità. Tutto ciò ha contribuito ad impoverire la politica.

Oggi la democrazia è nuda. Gli strumenti sono venuti a mancare, lo stato aveva degli strumenti (Eni-Gepi-ecc.), c’era l’idea che lo stato doveva avere qualcosa per gestire il suo ruolo.  L’Art. 1 Costituzione Repubblica recita che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Come si può realizzare questo principio se il lavoro non è più un diritto?

Come si fa a realizzare i compiti che la Costituzione affida alla Repubblica? Sono scritte ma rimangono lettera morta. La comunità politica non è in grado di togliere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza tra i cittadini.

Qui sta il nodo. Il fatto è che si è perseguito un disegno che ha rovesciato quello dell’inizio della Repubblica.

Per concludere siamo arrivati ad un trasferimento del potere dalla politica all’economia. La sovranità non è più degli stati ma dell’economia. Il processo dell’unificazione europea ha deluso le aspettative iniziali perché si pensava ad un’unità di popoli e culture, poi però si è presa la strada dell’unificazione economica. Il resto è passato in secondo piano, la rappresentanza è stata tagliata fuori.

È accaduto che invece di fare un unico stato europeo si è fatto del sistema economico un regime politico, sovrano. Il sistema del liberismo è diventato regime, un ordinamento, un potere che può imporre le sue leggi sugli stati quali che siano le loro maggioranze.

Quando è andato via Delors la priorità era quella di creare una commissione sotto il controllo dei popoli. E’ stato fatto uno sforzo per impedire questo risultato. Il primo candidato alla successione era il belga Dehaene, ma tutti si opposero perché era troppo europeista. Il mandato che ebbe il successore Santer era quello di “sfrondare” l’Europa e  la legislazione europea, bloccando la commissione e annientando una costituzione europea.

Vero scopo è stato quello di lasciare ai mercati e alle lobbies economiche lo spazio per dominare. Nel 1987 è stato firmato l’Atto Unico Europeo e si costruì solo il mercato unico. Fatto ciò nel 1992 con il trattato di Maastricht si istituì la moneta unica. I trattati successivi hanno allargato lo spazio con nuovi paesi.

È necessario ricongiungere la democrazia con il potere, riprendere la strada della ricongiunzione tra politica e poteri. La democrazia si è separata perché i poteri sono andati oltre, bisogna ritornare ad una forma democratica del potere e del suo esercizio. Il vero obiettivo politico dei partiti e delle forze sindacali, e non solo stato per stato, deve essere un fronte di lotta per la democrazia unica europea.

Ci vuole una cultura nuova, dei diritti, della democrazia, della condivisione, dei beni comuni e dell’accoglienza.

Occorre per fare questo una grande cooperazione a livello europeo. Bisogna avere la speranza che questo si possa realizzare. Bisogna dare ragione con le proprie azioni delle cose che si sperano.

Operate perché la speranza si realizzi.”

Alle ore 17.20 si apre il dibattito.

1.         Ettore Zerbino, rete di Roma (responsabile medici contro la tortura). Il  discorso sulla cittadinanza attiva sui beni comuni in un contesto come questo si può insabbiare, tutto può essere invalidato. Bisogna riformare la finanza pubblica e attenzione ad un grande strumento del risparmio pubblico e risparmio delle famiglie che è la cassa depositi e prestiti, che deve essere utilizzata per un uso diverso, non deve essere strumento delle fondazioni. Sostituzione dei criteri del calcolo del profitto al diritto. Si fa credere che ciò che regola la convivenza sia il calcolo del profitto, attraverso mistificazioni che fanno prevalere i dogmi della finanza su tutto. Dov’è la civiltà? Noi trattiamo con una categoria di persone (rifugiati) che sul piano del diritto ricevono solo lo status niente altro. Se non esiste l’ospitalità la civiltà dove finirà? E’ stata pure affossata la legge sulla tortura.

2.         Gigi Bolognini (Alessandria): relazione ineccepibile. Però con questa legge elettorale alla fine ci terremo ancora Monti per altri 4 anni.

3.         Giovanni Esposito (Salerno): visione del rapporto “il più grande crimine”, è un’inchiesta di Barnard. Tutto ciò che viviamo oggi è un progetto politico iniziato nel 1920-1930. Ci dice che quelli che una volta erano i nobili che avevano il potere oggi vogliono ancora riprenderlo: si chiamano banche e finanza. Vogliono che torniamo ad essere sudditi. C’è la necessità che la sinistra, oggi frammentata, si unisca o per i giovani tutto sarà distrutto. La Rete oggi dovrebbe capire l’importanza di farsi portavoce per raggiungere un’unione tra i partiti .

4.         Franca (Treviso): importante che la gente prenda coscienza della sovranità popolare e dei mercati. La gente sente che sta perdendo la sovranità, ma non riesce bene a capire che cosa stia succedendo. I mercati sembrano una entità impalpabili, ma sono formati da persone concrete che vogliono ottenere risultati economici, non è una “mano invisibile” . Bisogna evidenziare le contraddizioni (i soldi ci sono per il ponte di Messina e per le armi), ma non per i malati.

5.         Marco (Varese): rapporto tra debito pubblico e sovranità. Chi sono i materiali possessori del debito pubblico? (prima i singoli oggi gli stati) Questo crea impoverimento dello stato che se non può pagare si impoverisce sempre di più e diventa schiavo. Esiste un meccanismo per uscire dal circolo vizioso?

6.         Sergio (Genova): stiamo evidenziando tanti problemi. Bisogna mettere in discussione il nostro modo di vivere. Ci sono sempre più nuove leggi che complicano continuamente la vita.  E’ giusto questo modo di vivere? C’è la necessità di semplificazione.

7.         Sergio (Quarrata): fa i ringraziamenti per le relazioni. Quando si analizza il passato i politici non dicono mai niente, non dicono che come italiani dobbiamo pagare un 10% alla criminalità comune e nessuno dice che è necessario intervenire, perché? Serve per sostenere la non sovranità? E’ un dazio altissimo che paghiamo alla criminalità. I giovani hanno bisogno di esempi giusti, perché la criminalità attinge spesso nel mondo della gioventù. Esempi ai giovani sui beni comuni (riferimento al Convegno di Rimini). Dobbiamo dimostrare che le cose si possono davvero fare. I giovani non si avvicinano ai partiti ma al volontariato, perché sono cose concrete. Bisogna rafforzare il concreto.

8.         Elvio (Padova): le relazioni stimolano a fare una buona politica. C’ è una difficoltà a parlare di politica, ad esempio qui da noi nel Nord si dice che sono tutti uguali, la politica è tutta corrotta. Non trova spazio al di fuori dei gruppi come il nostro. Ricordiamoci di quanto detto da La Pira “la politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio. Perché è la guida dei popoli, una responsabilità immensa, un severissimo servizio”

9.         Agnese (Pescara): come lega l’analisi fatta con la conclusione che ha proposto? Se la “vita buona” deve essere garantita dallo stato come fa se non c’è lavoro?

10.       Sandra (Battaglia Terme): situazione in cui ci troviamo è inaccettabile. Si vedono piccoli gruppi che si oppongono con piccole azioni (gas, gruppi locali, ..), siamo d’accordo con le analisi esposte ma avremmo bisogno di un punto di riferimento alle prossime elezioni. Ci può essere speranza di un partito che si presenti oltre all’opposizione di Grillo?

11.       Maria Teresa (Alessandria): problema nasce dopo i diritti acquisiti nel dopoguerra sino circa al ‘70, dopo la scuola al centro, i diritti civili, i problemi delle donne, poi un grosso Movimento legato idealmente ai beni comuni. Contemporaneamente il turbo capitalismo ha deciso di prendersi la rivincita. Noi però siamo il 99% contro l’1%. Siamo tutti nella stessa situazione (vedi Fernanda in Argentina). Ho due proposte una a breve e una a lungo termine: a) Siamo pieni di paura, c’è un’isteria diffusa, del default, dello spread, del pareggio di bilancio, ecc., tutte paure che ci vengono proposte in continuazione. Richiediamo di smontare il debito, analizziamo questo debito, voce per voce. Ci renderemo conto che il vero debito non è così alto, sono alti gli interessi. b) Discorso di genere, le buone pratiche sono fondamentali per fare un discorso di rinnovamento globale. Serve concretezza.

12.       Lucia (Salerno): le nostre paure sono condizionate da una visione di buona vita che va oltre? Abbiamo paura di perdere le nostre sicurezze, paura di perdere il nostro stile di vita con i bisogni che ci hanno indotto. Siamo capaci di mettere in comunione i nostri beni e poi dividere a seconda del bisogno di ognuno? Dobbiamo liberarci anche di altre cose, dobbiamo capire in cosa i soldi sono stati sprecati. Il debito in Italia è alto da anni, non c’era potere delle banche centrali quindi il debito era alto ma nessuno ci imponeva nulla. Liberiamoci dalle paure per scegliere il voto. Il liberismo non è solo berlusconismo. Il liberismo è in ognuno di noi a prescindere da quello che votiamo. Il cambiamento non è solo di persone, ma di cultura. Dobbiamo avere il coraggio di osare, è un cambiamento che vogliamo altrimenti ce lo aspettiamo dall’alto.

13.       Pier Paolo (Cagliari): in un seminario anni fa sulla globalizzazione nel 2005, facevamo queste analisi già si dicevano allora le cose che ha detto oggi Raniero. Perché abbiamo aspettato così tanto tempo, arrivando a questa crisi della finanza visto che le analisi c’erano già da tanti anni. Partiti e movimenti, per cambiare dobbiamo avere anche il potere per farlo.

14.       Pier (Celle): prosecuzione dei modelli che abbiamo imposto ad altri, fino ad oggi ne abbiamo preso solo benefici e non ne abbiamo pagato il prezzo. Ricorda la campagna per la cancellazione debito ai paesi in via di sviluppo. Ciò che si sta attaccando e che ora stiamo pagando è un modello che dovrà essere non solo discusso ma reinventato con paradigmi nuovi. È una svolta storica importante. La speranza è nei laboratori che stanno cercando di sperimentare cose diverse. La mafia è considerata una forma di liberismo esasperato, vengono visti come imprenditori che portano profitto indipendentemente da come lo creano. Bisogna mettere l’accento sui contenuti, recuperare i valori irrinunciabili. Ognuno di noi deve lavorare sul proprio territorio, riflettere sul significato della solidarietà che facciamo come rete.

15.       Silvio (Pescara): è un momento delicato. C’è il rischio della formazione di un quarto polo che non vuole rapporti con il PD. Sono molto preoccupato dalla possibilità di voti senza rappresentanza parlamentare, da queste associazioni che non collocano i voti, ognuno muore isolatamente. Dobbiamo dimostrare qualità di alternativa credibile altrimenti nella migliore delle ipotesi il montismo tornerà. Bisogna comunque evitare di dividersi sulla figura di Monti, ci ha salvati dalla derisione in cui eravamo caduti a causa di Berlusconi. Assistiamo ad uno scempio istituzionale in silenzio, con sindaci che sono dei podestà. No alle cooptazioni e ai collateralismi. C’è bisogno di un’offensiva programmatica forte, anche i sindacati devono partecipare, di uno sforzo di collaborazione comune. Bisogna evitare i minoritarismi di nicchia, raccordarsi con il sistema partitico, completare le analisi economico – sociali con strategie di alleanze, nei rapporti di forze, cercare strategie per avere consenso, un asse della nuova politica. Come persone dobbiamo allargare l’impegno nelle militanze politiche, culturali, sociali, religiose e altre … partendo dal basso, dal nostro territorio. Esserci, starci. Sfruttare questo clima culturale post Berlusconi e Bossi.

16.       Fabiano (Padova): essere rappresentati non è facile. È una democrazia con i piedi di argilla. Ricorda l’intervento di Patrola allo scorso convegno. Siamo noi oggi gli oppressi e i colonizzati. Monti è un bravo contabile e noi teniamo stretti i nostri scarsi privilegi, siamo continuamente guidati e controllati (vedi agenzia delle entrate). Forse questa crisi ci sveglia. La Speranza nella lotta per un sogno, ma qual’è il nostro sogno? Cercare un punto di inizio. Questo movimentismo è frutto di un sogno. Un paese che ha tanti partiti è sinonimo di gente che pensa.

17.       Carla(Trento): quello che emerge è una massa condizionata dalle forze economiche, schiava del  consumismo. Esistono grandi personaggi che elaborano la possibilità di un’economia etica che si muova in senso benefico per il prossimo. Bisogna che si compia una conversione in senso filosofico. Molte comunità che si muovono per il bene degli altri possono avere la funzione di realizzare la conversione dell’economia o sono una valvola di sfogo? Chiedo se pensate che possiamo modificare questa economia se c’è speranza.

18.       Tina (): spaventata su visione apocalittica sulla finanza. Il gioco di borsa esasperato ha portato paesi alla rovina. La finanza ha aspetti positivi e negativi. Cerchiamo di incoraggiare la sinistra a realizzare le proprie esigenze. Arrivare alla riforme pacificamente. Nessuno vuole rivoluzioni violente. Anche la Chiesa deve fare la sua parte, eliminiamo i paradisi fiscali.

Riprende la parola Raniero LA VALLE per rispondere.

Sono state dette cose sagge e stimolanti. La discussione ha avuto lo stesso difetto della relazione. Fare analisi ma non presentare soluzioni. Non sono venute proposte. Momento interlocutorio e come tale lo vive.

Non è questo luogo per decidere chi si debba votare. Tutto dipende dalla legge elettorale. Veniamo da esperienza disastrosa di bipolarismo cominciato nel 92. Grande disorientamento di tutta la compagine politica e della comunità italiana. In queste situazioni l’unica scelta giusta è quella del ritorno al proporzionale,  dove ognuno sia rappresentato secondo le proprie forze. Le rivoluzioni sono partite anche da poche persone, ma se vengono bloccate sul nascere non si possono ottenere risultati.

Non si può sovvertire la rappresentanza. Un sistema che alteri la rappresentanza falsa la scelta. Se si riuscirà a fare una legge sufficientemente proporzionale si potrà fare una certa scelta, altrimenti ognuno deve fare una scelta di coscienza.

Il voto non è una testimonianza, è una scelta, un tentativo di influire su un risultato insieme ad altri milioni di persone.

– Non c’è risposta di fronte ai problemi sollevati, perché siamo di fronte ad una crisi di civiltà. Ne siamo consapevoli, siamo in un momento di passaggio. Non sappiamo cosa deve nascere, dobbiamo prendere un punto e da lì cominciare. Non partiamo però da un livello zero. Non dobbiamo demonizzare la situazione da non capire più dove si può trovare un appiglio per andare avanti. Il racconto della catastrofe è utile per farci prendere coscienza ma non ci dà idea del punto di partenza, ci vuole altro. La crisi è partita all’inizio del novecento. Il fatto è che nel novecento si è avuta la lucidità per trovare una strada per uscire dalla crisi. Nel ‘45 ci sono state tantissime visioni nuove per uscire da quella situazione (ripudio della disuguaglianza, diritti universali, ecc.).

Il contenitore è stato il costituzionalismo. I valori non erano solo proclamati, c’era la volontà di renderli effettivi attraverso l’azione dell’autorità pubblica. Il bene comune viene solo da una decisione politica e poi la strumentazione per rendere il bene comune applicabile.

Abbiamo strumenti (costituzione,convenzioni,diritti, ecc.) che sarebbero straordinari se fossero applicati. Sappiamo che non dobbiamo inventare, ma riprendere prospettive già pensate, ma sconfitte.

Sono tornate le guerre, i diritti sono stati negati, l’economia ha operato in modo selvaggio. Dobbiamo cercare di rovesciare questo trend,  sovvertire la sconfitta. La diffamazione dei politici dipende dal fatto che non si vede il conflitto sociale. Per fare le cose bisogna lottare. La politica deve riconoscere il conflitto.

– Il debito. Da dove arriva? E’ una funzione della politica. Il debito era l’alternativa ai carri armati per le strade. I comunisti non dovevano andare al governo, il sistema politico era vincolato. Per ottenere consenso la DC dava soldi a tutti affinché non votassero PC. Quando si chiude la partita il conto economico del risultato politico è questo.

Se in quel momento si fosse azzerato tutto sarebbe stato diverso, ma nessuno ha voluto confessare la genesi del debito. Il debito nasce da scelte politiche, vedi il welfare (La Pira quando la Nuova Pignone chiude fa il diavolo a 4 e la fa comprare a Mattei).

I soldi si trovano o si fabbricano. Il problema del debito di aggrava nella misura in cui i creditori ne fanno una questione vitale (gli USA hanno un debito molto più alto, ma nessuno si sogna di fare questioni). Per noi, in questa situazione, il debito diventa l’arma di ricatto per dominare la nostra economia o per speculare sulla nostra economia.

Ce ne accorgiamo adesso perché ora è esplosa la crisi, prima era mistificata, nascosta. Con la caduta di Berlusconi il sistema si è denudato.

Dobbiamo sperare solo ciò di cui rispondiamo agendo. Passaggio dalla speranza alla fede. Agire per realizzarle, credere che siano possibili. Senza la speranza non ha sostanza.

– Mercati. Non solo critica moralistica. I mercati hanno usurpato le dottrine e le politiche. Sono la brutta copia dello stato, il mercato è sovrano. I mercati si stanno arrogando poteri che non solo loro.

Economia democratica: la democrazia, la sovranità popolare deve prendere il controllo sull’economia.

– Che fare? La soluzione non sta in Italia. l’Europa deve essere strumento di cambiamento.

Ci deve essere una conversione etica dell’economia, ma sono gli uomini che devono convertirsi, perché sono gli uomini che usano l’economia. Riportarla dentro le regole affinché diventi positiva, sia quella pubblica che privata. Vedi art. 41 Cost. Economia deve essere coordinata a fini sociali.