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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 

Radiè Resch di Verona – Gennaio 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, come vi dice la circolare nazionale quest’anno 2014 la Rete compie 50 anni. E la Rete di Verona fu una delle prime a formarsi, anche se ne assumerà il nome RRR solo in seguito, chiamandosi prima “gruppo don Milani”. Emilio Butturini ci ha ricordato alcuni episodi di quei tempi, la lettera autografa di mons. Camara da lui ricevuta, e conservata, gli amici che subito entrarono nella logica di quel gruppo, in particolare Gianni Zanini, e tanti altri amici, alcuni attivissimi nella Rete, come Maria e Gianni ad esempio. Ma la memoria dei 50 anni non può farci dimenticare le tante emergenze mondiali che ci interpellano, ed anche in casa nostra i problemi sono acuti e dolorosi, problemi di lavoro e di distribuzione delle ricchezze, accaparrate –come sempre- da chi vuole prevalere e comandare. Come Rete stiamo seguendo ora soprattutto gli eventi in Repubblica Centrafricana, dove la gente è alla disperazione e la situazione alla catastrofe. Lo scorso 20 dicembre a San Nicolò abbiamo discusso della donna immigrata, con relazioni chiarissime da parte delle tre relatrici, due suore comboniane, suor Elisa Kidané, direttrice della Rivista Combonifem, e suor Valeria Gandini, veronese e attiva alla periferia di Palermo, con le vittime e le schiave della tratta, e la brava Federica Danzi, attiva allo sportello della Caritas, chiamato cittadini immigrati cittimm, presso il palazzo della Provincia. Il grido di aiuto di chi è straniero e perseguitato, soprattutto delle donne, le più deboli e le più sfruttate, ci interpella fortemente, e gli enti territoriali vanno sollecitati perché mettano a disposizione strutture e risorse per sostegno e integrazione. Ogni primo martedì del mese è tornato l’incontro mensile dai comboniani, sostenuto dalle due riviste Nigrizia e Combonifem. All’incontro di gennaio si è parlato dei CIE Centri di Identificazione ed Espulsione, che assomigliano troppo spesso a campi di concentramento di dolorosa memoria. La relazione della presidente dell’ONG Lunaria, Grazia Naletto, è stata molto significativa al riguardo, evidenziando come sia necessario ed urgente modificarne il funzionamento, se non sopprimerli, cambiando opportunamente le leggi italiane ed europee. La questione più grave è il ritardo spaventoso del riconoscimento; e l’altro argomento negativo è la legge europea che impone in ogni caso il ritorno al luogo di identificazione dello straniero, per cui chi arriva ad esempio in Grecia, e vorrebbe andare in Germania o in Svezia, dove ha parenti, viene rimandato sempre nei campi di accoglienza (si fa per dire, sono i CIE locali) della Grecia, a Patrasso in particolare, dove arrivano le navi, un luogo che si distingue per la ferocia dei guardiani, quasi fossimo in Libia. I Coordinamenti nazionali stanno preparando il prossimo Convegno, che segna i 50 anni della Rete. Nel lontano 1964 il Papa Paolo VI andò in viaggio in Palestina, sui luoghi santi, ed era il primo viaggio all’estero di un pontefice, per 4 giorni in gennaio; ed Ettore Masina giornalista al seguito del Papa incontrò là Paul Gauthier, un prete francese molto particolare, autore di un libro importante per il Concilio, “La chiesa dei poveri e il Concilio”. Paul Gauthier costruiva case per i palestinesi, che non potevano costruirsele, e comunicò ad Etttore la famosa frase che rimase emblematica per noi della Rete: “se volete cambiare le cose qui, non c’è bisogno di venire di persona a fare più o meno i filantropi, ma cambiate le cose a casa vostra con le azioni più opportune”. Il Convegno si volgerà ancora a Rimini, all’Hotel Punta Nord dal 25 aprile al 27, dal venerdì alla domenica, e ci saranno molti ospiti, anche storici, e una mostra dei manifesti dei passati Convegni, , e qualche filmato storico di Paul Gauthier in Palestina. Ci saranno Linda Bimbi, Waldemar Boff, Wazzim, Antonietta Potente, padre Regino, Joseé Nain, Nidia, Baranes, una o più donne dal Congo, ed altri testimoni. Ma saremo certamente più precisi nella prossima circolare di febbraio, quando sarà disponibile il volantino ufficiale; intanto è tempo di pensare ad esserci, per quanto possibile, segnatevi le date sull’agenda e preparatevi opportunamente. Riportiamo infine qui sotto i dati dell’ultima colletta di dicembre ed i conteggi complessivi degli ultimi 10 anni. I 18.891 euro raccolti nel 2013 si sono divisi tra quelli versati alla Rete nazionale, corrispondenti a 9.694 €, e quelli versati all’Opera don Mazza, per le borse di studio in Brasile, corrispondenti a 9.197 €. Il calo c’è stato, superiore al 20 %, ma viene confermato sostanzialmente il nostro impegno concreto di solidarietà, il mettere da parte ogni mese nel nostro bilancio familiare una quota per i nostri Progetti di liberazione in luoghi lontani, certamente più poveri di noi, perché sfruttati e depauperati dagli interventi degli stati e delle aziende multinazionali del Nord.

Un carissimo abbraccio fraterno da Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Aprile 2014

Il tempo per la guarigione delle ferite è venuto.

Il momento di colmare gli abissi che dividono è venuto.

Il tempo di costruire è davanti a noi.

Nelson Mandela

Carissime/i,

ci siamo incontrati lunedì 31/3 per ascoltare da Marianita, Francesco e Fabiano le notizie, le novità del loro positivo, gioioso e produttivo viaggio, in Haiti. Nell’augurare a tutti una felice Pasqua e, sperando in un vero 25 aprile di liberazione, ci diamo appuntamento al Convegno del 50°, il 25-26-27 aprile a Rimini. Vista la presenza di padre Regino Martinez abbiamo pensato di fare un incontro, aperto a tutti, martedì 29 aprile alle 20.30 dai missionari Comboniani (via Giovanni di Verdara 139 – tel 049 8751506) con tema “situazione dei migranti haitiani in Repubblica Dominicana”. Fate circolare la voce.

Breve diario della visita agli amici haitiani – 2014

A un mese dal nostro ritorno da Haiti, le parole e i canti che abbiamo ascoltato, i volti e i paesaggi che abbiamo visto, ci riempiono ancora la mente e il cuore. E’ stata davvero una bella visita, abbiamo incontrato le comunità in cui opera FDDPA in grande fermento, molte le nuove iniziative sorte sulla base di una programmazione comunitaria, con grande impegno da parte di Martine e Jean, Willot e Balanse nel seguire e animare i gruppi. La gestione generale riesce, a piccoli passi, a mantenere vive le attività, sviluppare quelle che sono fattibili. Innanzi tutto ricordiamo le scuole perché è da lì che siamo partiti: dalla scuola originaria di Dofiné siamo arrivati ad avere scuole anche a Fondol, Katienne, Marrouge, Bedenn (l’ultima nata), scuole che – malgrado le difficoltà – funzionano; con la nostra collaborazione la formazione prosegue e i ragazzi di ieri sono le persone che oggi si impegnano in FDDPA. Ora si vorrebbe attuare una scuola di agro-ecologia, un modo per continuare la formazione in montagna e non lasciare i giovani senza prospettive. A Katien si è formato un gruppo che si chiama Giovani Avvenire FDDPA (JA FDDPA), tanti giovani di età variabili che potranno stare insieme, lavorare assieme, sperare assieme. Si va avanti. Anche le donne vanno avanti, riunite in cooperative, si danno forza reciprocamente, riescono a reggere il peso quotidiano della famiglia, ad impegnarsi in attività che creano reddito, a partecipare alla formazione scolastica. Per la prima volta, arrivando a Dofiné, Fondol, Katienne, Marrouge abbiamo trovato energia elettrica, la luce sulla montagna! L’installazione dei pannelli fotovoltaici ha portato tanto beneficio offrendo servizi alla gente. Abbiamo notato una grande cura per le strutture che Dadoue ha costruito, ampliamenti sono in atto per aumentare gli spazi a disposizione per le attività vecchie (le scuole, la cooperativa delle donne) e nuove (le casse popolari, la banca delle sementi, i panifici). Abbiamo avuto modo di incontrare altre persone in contatto con FDDPA: gli amici della Brigata Desalin, le infermiere tedesche che hanno lavorato con Dadoue con Cap Anamur e che oggi continuano a restare in relazione promovendo la scolarizzazione e interessandosi alla salute, suor Gabriella Arcangeli che ha preso a cuore e sostiene le donne di Pierre Payan e di Bedenn. Abbiamo incontrato anche alcune ragazze e alcuni ragazzi che usufruiscono delle nostre borse di studio, ci ha fatto piacere sapere che due di loro hanno scelto di studiare scienze infermieristiche. Abbiamo avuto modo di parlare, confrontarci, ascoltare i loro progetti, le difficoltà, i problemi, esprimere le nostre osservazioni, commenti e idee; siamo stati invitati a parlare alla gente nelle comunità spiegando il senso e lo stile della nostra collaborazione; abbiamo fatto memoria con loro di Dadoue e Silius. Tutto questo in un paese che appare meno caotico, anche se il terremoto è stato devastante e ha lasciato una lunga traccia di dolore e confusione. A nord della capitale Port-au-Prince gli sfollati hanno costruito una nuova parte della capitale, in luoghi desolati, senza acqua né servizi di base (di questo avevamo scritto nel notiziario della Rete, ma vederlo è impressionante). Haiti è il paese di sempre, con grandi contraddizioni ma anche tanta ricchezza di persone, dopo il lutto è tornato il tempo della vita e di guardare avanti.

Fabiano, Francesco, Marianita

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Aprile 2014

A cura della Rete di Trento

Care amiche e cari amici,

si avvicina a grandi passi il convegno del 50esimo compleanno della Rete Radie’ Resch. Avremmo voluto avere con noi parecchi amici e testimoni che anche con noi hanno attraversato questi anni, ruggenti, intensi, oggi forse più sconsolati. Ma non è facile ristabilire contatti con quelli che avevamo conosciuto tanto tempo fa. Alcuni ci hanno lasciato. Noi speriamo almeno che tutti gli altri stiano bene, abbiano potuto chiudere ferite tremende, proseguire le loro vite in serenità. Comunque al convegno potremo forse avere qualche bella sorpresa. Tratteremo molti temi. Alcuni in particolare, relativi alla vita della Rete, hanno catturato l’attenzione e il dibattito negli ultimi mesi: durante gli incontri di coordinamento e a volte anche nelle varie reti locali. Ci siamo di nuovo proposti, ad esempio,  un interrogativo che riteniamo fondamentale: stiamo  forse facendo pericolosamente,  un po’ automaticamente, beneficenza?! Nonostante la nostra storia che ci ha sempre spinto con decisione non alla beneficenza ma a “cercare le cause delle ingiustizie “? Da Paul Gauthier a Ettore Masina ai tanti “testimoni” nei nostri  convegni che, da qualunque angolo del mondo venissero, ci  hanno sempre ripetuto: se volete che possiamo cambiare noi dovete cambiare voi qui. E noi abbiamo cercato di capire. I titoli dei nostri convegni lo dicevano spesso: “Cambiare per liberare – Liberarci per cambiare” (1988 ) “La resistenza degli esclusi” ( 1996 ); quando Susan Georg, già tanti anni fa, ci portava a riflettere su “I meccanismi dell’ esclusione”. “Tra Sud e Nord nuovi percorsi di politica” ( 2006 ); quando veniva dall’Argentina l’operaio della fabbrica ex Zanon a dirci cos’era quell’autogestione di una impresa abbandonata dal proprietario che, con terrore e coraggio, essi avevano tentato di salvare. E molti altri li avevano seguiti. Tanto  che l’esperienza dell’Argentina ha fatto il giro del mondo. Intanto dai grandi contadini Sem Terra del Brasile arrivavano spesso i messaggi: ” abbiamo compreso che è impossibile lottare per la Riforma Agraria senza combattere il modello economico che si impone..”. Abbiamo “compreso”! E Ettore Masina scavava su questo terreno ogni  mese con le sue lettere. E molti altri negli anni riflettevano ( anche sul Notiziario della Rete ) sui rapporti economici tra nord e sud del mondo. E ogni volta che aprivamo una operazione – progetto presso qualche popolazione “povera” scoprivamo che non sarebbe stata povera se qualcuno non l’avesse “impoverita”. Però è probabile che strada facendo,  adagiandoci nell’abitudine della sottoscrizione mensile, abbiamo un po’ impallidito questi tratti fondamentali. A volte da qualche rete si è chiesta infatti “più presenza critica”. E durante  una delle recenti riunioni di coordinamento  è rispuntato l’interrogativo, netto: noi e i nostri referenti facciamo forse azioni palliative? quelle che tendono a rendere più sopportabile, e perciò stabile, la situazione negativa in cui si vive, invece di cercare di cambiarla? Allora noi che siamo nati per i rapporti col sud del mondo facciamo bene a interessarci così ampiamente, come da qualche anno stiamo facendo anche nei convegni, alla attuale terribile crisi che è venuta addosso specialmente  al primo mondo ex-ricco? e ne cerchiamo la fisionomia vera,   le  cause, i modi per liberarcene? Facciamo bene a chiamare ai convegni esperti di economia, o di finanza internazionale perché ci chiariscano questa crisi? Cosa lega oggi nord e sud che stanno cambiando così vistosamente? Sicuramente le risposte a questi interrogativi ci accompagneranno nel prossimo  futuro. Prima di chiudere,  un’ informazione che ci è parsa molto importante. La prendiamo da una circolare locale della rete di qualche mese fa in cui Fulvio ci riferiva di  una piattaforma web “Ushahidi ” nata in Kenya. ” Il termine ” Ushahidi” nella lingua africana swahili significa “testimone”. Il fenomeno è nato  in occasione delle elezioni politiche del 2007 per iniziativa di Ory Okolloh, avvocata, attivista politica e blogger. Prima e dopo le elezioni si scatenarono gravissime violenze in tutto il paese africano, tanto che i leader politici sono ora sotto processo presso la Corte Penale Internazionale. L’attivista  aveva potuto raccogliere testimonianze da tutto il Kenya, anche via sms dalle zone più periferiche, aggregarle per località, creare mappe digitali e far conoscere in tutto il mondo quello che succedeva nel suo paese. Ciò permise alle Ong di tutto il mondo di intervenire e soccorrere   le persone  colpite.  Da questo momento il governo Keniota non poté più sottrarsi alle sue responsabilità e a nulla più valse la censura. Il successo di Ushahidi ha permesso alla piattaforma di espandersi ad altre aree di crisi in tutto il mondo per raccogliere e mappare le informazioni dirette raccolte via sms: ad esempio per documentare violenze in Repubblica Democratica del  Congo, per segnalare e prevenire brogli elettorali in Messico e India, per seguire il percorso e la destinazione di scorte alimentari e mediche in Paesi dell’Africa orientale e per localizzare i feriti dopo i terremoti ad Haiti e in Cile.”. Fin qui la notizia. Non è un sistema geniale? che potrebbe servirci forse anche per il tormentato Centrafrica e non solo? Negli anni ’80 del Novecento alcune indimenticabili donne dell’ Inghilterra meridionale partecipanti ad un gruppo popolare di rifiuto delle armi nucleari, dovendo una notte segnalare in modo riservato un passaggio segreto di materiale nucleare sul loro territorio boscoso, usarono …un linguaggio prestabilito dal gruppo e imprevedibile ai militari: tesero dei fili da un albero all’altro lungo il percorso dei missili fino all’arrivo. Così resero pubblica l’informazione.   Oggi grazie alle intuizioni dell’ avvocata e blogger keniota i SOS arrivano via sms. W! A voi tutti e tutte  una buona Pasqua e arrivederci a Rimini, ormai fra poche settimane, per il nostro grande convegno!

Per la Rete di Trento

Carla Grandi

Il premio di minoranza

Rocco Artifoni

Mi hanno insegnato che la Costituzione è anche una tecnica di limitazione del potere. Serve ad evitare gli abusi di ogni potere. Per questa ragione è stata teorizzata la divisione dei poteri, evitando che troppo potere stia in un’unica autorità. Inoltre la Costituzione serve a tutelare i diritti di ogni cittadino e di ogni minoranza, per evitare la “tirannia” delle maggioranze. Infatti anche il popolo può esercitare la propria sovranità soltanto nei limiti e nelle forme previste dalla Costituzione (art. 1). Se questi sono gli scopi di una Costituzione, anche la legge elettorale dovrebbe tenerne conto, anzi, dovrebbe essere espressione di questa cultura costituzionale, che sta dalla parte del più debole e non del più forte. In questa prospettiva si colloca ad esempio l’art. 57 della Costituzione, stabilendo che ogni Regione abbia un numero minimo di seggi senatoriali, anche se non spetterebbero sulla base di un mero calcolo proporzionale in relazione agli abitanti o ai votanti. Questo per dare voce in modo significativo ad ogni territorio, dando più forza a chi ha meno possibilità di essere ascoltato. In questo senso va anche l’ultimo comma dell’art. 5 della Costituzione, nel quale si dice che la Repubblica “adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Nel sistema elettorale per il Parlamento Europeo questa logica di promuovere i Paesi minori è ancora più enfatizzata. Ad esempio a Malta, che ha una popolazione inferiore al mezzo milione di cittadini, spettano comunque 6 seggi europei, mentre la Germania, che ha una popolazione 200 volte più numerosa, ha diritto a 96 seggi (cioè soltanto 16 volte quelli di Malta). In altre parole l’Unione Europea adotta il principio della “proporzionalità regressiva”, teso a favorire la rappresentanza dei più piccoli, sfavorendo di conseguenza i più grandi e potenti. Nelle discussioni che da decenni si tengono in Italia sulle riforme elettorali non vi è traccia di questa preoccupazione costituzionale e scelta europea di dare più spazio a chi ne ha di meno. Spesso tra le forze politiche si fa a gara tra chi vuole alzare di più l’asticella, cioè la soglia per entrare in Parlamento. Inoltre, la maggior parte dei politici attuali sono sostenitori di un sistema maggioritario, con una minoranza che preferirebbe il metodo proporzionale. Finora nessuno ha proposto un sistema elettorale con un premio di minoranza. Eppure, in Parlamento dovrebbero trovare adeguato spazio tutte le istanze affinché si possano confrontare alla ricerca del bene comune. Se la legge impedisce anche soltanto ad una minoranza territoriale, linguistica, culturale, sociale o politica di avere una significativa rappresentazione nel luogo in cui si prendono le decisioni che riguardano tutti, si realizza una democrazia limitata, una comunità ridotta, un cittadinanza incompleta. Gustavo Zagrebelsky -già presidente della Corte Costituzionale- nel suo libro “Imparare la democrazia” scrive: «In democrazia nessuna deliberazione ha a che vedere con la ragione o il torto, la verità o l’errore. Non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno. L’essenza della politica democratica, sta di solito non nella maggioranza, ma nelle minoranze che fanno loro il motto “non seguire la maggioranza nel compiere il male”». Anche per queste ragioni un buon sistema elettorale in una prospettiva di democrazia costituzionale e di convivenza civile, dovrebbe tendere a dare più spazio alle minoranze di ogni genere, premiando la rappresentanza dei più deboli e dei più piccoli. Cioè esattamente il contrario di quello che si è fatto negli ultimi 20 anni in Italia, nei quali sono state alzate le soglie di sbarramento per essere eletti sia al Parlamento italiano che a quello europeo e sono stati introdotti sistemi maggioritari o premi di maggioranza per i gruppi politici più votati. Nelle motivazioni dell’ordinanza della Corte di Cassazione del 17 maggio 2013, che ha sollevato questioni di legittimità costituzione della legge elettorale vigente e poi confermate dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 13 gennaio 2014, si spiega: «Tali disposizioni, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica». Chi è favorevole a leggi elettorali maggioritarie, che attraverso diversi sistemi fanno diventare maggioranza la principale tra le minoranze, presuppone che sia meglio che in Parlamento ci sia una maggioranza omogenea. Ma questo presupposto -secondo le motivazioni della Corte- è infondato: «Il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio di maggioranza, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano». Eventualità che di fatto si è sempre realizzata, in modo ancor più evidente dopo le ultime elezioni politiche del 2013. In realtà, la censura della Corte Costituzionale nei confronti del cosiddetto “porcellum” va oltre: «In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente». I rilievi della Corte non stupiscono. Sarebbe bastato ascoltare quanto affermato già nel 1995 relativamente all’introduzione in Italia di una legge elettorale tendenzialmente maggioritaria (il cosiddetto “mattarellum”) da Giuseppe Dossetti, uno dei padri costituenti: «la riforma elettorale è stata assolutamente incompleta, mentre, per sé, poteva benissimo (e lo può ancora, sebbene tardivamente) essere completata con alcuni accorgimenti che l’avrebbero resa compatibile con la vigente Costituzione: soprattutto nella linea delle garanzie aggiuntive a tutela delle minoranze elette (che talvolta possono addirittura corrispondere, invece, a una maggioranza dell’elettorato)». Per queste motivazioni Dossetti propose -purtroppo senza successo- l’introduzione di «maggioranze rafforzate per l’adozione dei regolamenti delle Camere, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la nomina dei Giudici costituzionali, per l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e infine – assolutamente fondamentale – per le proposte di revisione costituzionale a tenore dell’art. 138 della vigente Costituzione». C’è anche da chiedersi per quale ragione rafforzare artificialmente una fazione (già forte) dovrebbe essere un vantaggio per la collettività? La conseguenza è che le altri parti politiche, teoricamente confinate all’opposizione, si sentiranno escluse a priori dalle decisioni, poiché probabilmente ignorate o poco considerate da chi detiene i numeri della maggioranza e non si sente obbligato al dialogo con le minoranze. Più un sistema elettorale è maggioritario e più tende a diventare un ostacolo per un confronto parlamentare più collegiale e per una più ampia condivisione delle scelte legislative. Le ragioni che di solito vengono addotte per giustificare gli sbarramenti e i premi di maggioranza consistono nell’evitare la proliferazione dei partiti e nel cercare di costruire un sistema politico bipolare. A parte che negli ultimi due decenni il numero dei partiti in Italia non è diminuito e che il quadro politico italiano è sempre meno bipolare (ma non casualmente non è bipolare in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, ecc.), bisognerebbe spiegare perché per principio cinque partiti dovrebbero essere meglio di sei o sette e perché due coalizioni sarebbero meglio di tre o quattro. In un sistema democratico non sarebbe invece più opportuno e più interessante disporre di più alternative sia come partiti che come coalizioni? Il cittadino elettore, avendo più possibilità, dovrebbe sentirsi più vicino ai rappresentanti che ha scelto. Se “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67 Costituzione), i partiti dovrebbero essere lo strumento per proporre ai cittadini elettori i migliori candidati possibili, che una volta eletti dovrebbero prendere le proprie decisioni in coscienza e non dipendere più dai partiti o dalle coalizioni d’origine. Le forze politiche dovrebbero aiutare i cittadini a scegliere i più saggi, possibilmente utilizzando anche sistemi di selezione diretta come le “primarie”, ma poi -una volta assegnati i seggi- dovrebbero fare un passo indietro. Gli eletti devono rappresentare anzitutto gli elettori e non il partito che li ha candidati. La partitocrazia non è prevista tra i poteri costituzionali. Anche per questa ragione le leggi elettorali con liste di candidati bloccate (i cosiddetti “porcellum” e “mattarellum”) sono palesemente in contrasto con lo spirito democratico costituzionale.

Gli eletti, pur avendo evidentemente un’idea e un programma politico, dovrebbero essere tutti indipendenti, disponibili a votare in coscienza a favore o contro una determinata proposta di legge, dopo un reale confronto parlamentare. Si chiama appunto “parlamento”, poiché si presuppone che tutti siano presenti e attenti, che si parli e che si ascolti ogni rappresentante del popolo (all’opposto di quanto accade spesso nel Parlamento italiano con aule quasi vuote e deputati o senatori alquanto distratti). Di conseguenza, non dovrebbero esistere maggioranze prestabilite per ogni decisione da assumere, perché è dal dibattito tra gli eletti che dovrebbero affinarsi ed emergere le intenzioni di voto. Il Governo “deve avere la fiducia delle Camere” (art. 95 Costituzione), ma è impensabile e insensato che ogni legge debba essere approvata dalla maggioranza che sostiene l’esecutivo o addirittura direttamente dal Governo. Sta scritto anche nella Costituzione: “il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non implica obbligo di dimissioni” (art. 94). A questo punto bisogna chiarire un aspetto, che pure dovrebbe essere chiarissimo, ma di fatto non lo è. Quando si vota per il Parlamento -italiano o europeo- si eleggono i rappresentanti del popolo che hanno il compito di predisporre le leggi. Non si vota per eleggere il governo ma i parlamentari. Non si sceglie il potere esecutivo ma quello legislativo. La prassi -purtroppo ormai consolidata- che sia il Governo a predisporre e far approvare la maggior parte delle leggi, spesso ponendo il Parlamento sotto il ripetuto ricatto del voto di fiducia, costituisce una grave ferita nel tessuto democratico della divisione dei poteri. È compito del Parlamento approvare le leggi, mentre il Governo dovrebbe occuparsi dello loro piena attuazione (si chiama -appunto- esecutivo). Le eventuali riforme -e a maggior ragione quelle costituzionali- non sono materia governativa, ma parlamentare. Non spetta al Governo cambiare le leggi, magari attraverso l’abuso di Decreti Legge e Legislativi. Nella Costituzione il Governo è costituito da tre elementi: il Consiglio dei ministri, la Pubblica amministrazione e gli Organi ausiliari. Di conseguenza il Governo non è esclusivamente un potere politico, ma è anzitutto l’apparato amministrativo del Paese, che fornisce servizi al cittadino. Certamente il Consiglio dei Ministri ha un ruolo anche di coordinamento dell’azione politica, ma spesso questo compito è stato sopravvalutato. I cosiddetti governi tecnici (per esempio: Ciampi, Dini, Monti) per certi aspetti dovrebbero costituire la regola e non l’eccezione. Comunque, chi sostiene che i governi tecnici non siano legittimati dal voto democratico, non sa quello che dice. Il popolo italiano non vota mai per il Governo, ma sempre per il Parlamento. La distinzione netta tra Governo e Parlamento, che rappresentano due poteri distinti, è chiaramente delineata nell’Ordinamento della Repubblica, cioè nella seconda parte della Costituzione. Di conseguenza la commistione tra chi approva le leggi e chi governa il Paese dovrebbe preoccupare tutti i sinceri democratici. Montesquieu, considerato tra i padri dei moderni stati democratici, ha scritto: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro». Parole purtroppo quasi sempre ignorate. Resta il fatto che la già citata sentenza della Corte Costituzionale sul “porcellum” ha stabilito alcuni punti fermi. Il sistema elettorale deve garantire al cittadino di esercitare il diritto di voto secondo i principi costituzionali, in particolare indicati negli articoli 48, 56 e 58, cioè in modo libero, personale, diretto ed eguale. E non può essere libero e diretto con le liste bloccate e gli eletti prestabiliti dai partiti, non può essere personale con elenchi troppo lunghi di candidati che è impossibile conoscere, non può essere eguale se a percentuali simili di voti corrispondono quantità di seggi molto diverse per le alterazioni del premio di maggioranza. Tutto ciò dovrebbe far riflettere anzitutto chi oggi -spesso con grande superficialità- si pone l’obiettivo di riformare le nostre istituzioni con una nuova legge elettorale e con profonde modifiche costituzionali. La manifesta inadeguatezza della classe politica degli ultimi due decenni nel mettere mano a queste materie dovrebbe sconsigliare ogni ulteriore avventura. Con l’aggravante che l’attuale Parlamento -pur essendo stato riconosciuto legittimo dalla Consulta per garantire la continuità istituzionale- è stato eletto attraverso una legge considerata incostituzionale in diversi punti rilevanti. Ciò rende quanto meno inopportuno un intervento legislativo sostanziale sulle attuali “regole del gioco” democratico. Come scriveva Dossetti : «Non lasciatevi neppure turbare da un certo rumore confuso di fondo, che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché, se mai, è proprio nei momenti di confusione o di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono la loro funzione più vera: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e di chiarimento». Ma è proprio questa cultura costituzionale ad essere carente nei cittadini e nella classe politica italiana di oggi. L’incapacità reale di proporre e attuare politiche incisive, capaci di indirizzare la società verso il bene comune, viene spesso mascherata con il capro espiatorio della Costituzione che non consentirebbe scelte politiche più efficienti. Si tratta di affermazioni senza fondamento e mai dimostrate, che però a forza di essere ripetute rischiano di diventare pregiudizio diffuso. Di solito questi fautori delle riforme istituzionali sono gli stessi che si prodigano a cambiare legge elettorale a seconda delle convenienze del momento. Periodicamente sembra che la legge elettorale sia caduta dal cielo e che tutti l’abbiano subita. Nessuno che ammetta gli errori palesemente fatti nell’approvare leggi elettorali con evidenti profili di incostituzionalità. Finché la maggioranza degli italiani continuerà a votare questi politici così poco responsabili e capaci, non dobbiamo aspettarci novità positive. Anche per questo continuiamo -come Zagrebelsky ci insegna- a confidare nelle minoranze più oneste, che sono il vero “sale” della democrazia.

Fratel Arturo Paoli incontra papa Francesco

Raffaele Luise

È stato un incontro davvero eccezionale quello che si è svolto lo scorso 18 gennaio nell’albergo di Santa Marta, la casa di papa Francesco: dove ho accompagnato il Piccolo fratello Arturo Paoli, l’ultracentenario religioso -gloria della chiesa non solo italiana ma anche unico teologo della liberazione nel nostro Paese- che ha così potuto incontrare il Papa della chiesa povera e per i poveri.

Un incontro che è stato anche un’emozionante “recherche”, visto che i due si erano incontrati in Argentina, dove Arturo Paoli ha vissuto dal 1960 al 1974, e per 45 anni in totale in America latina, accanto ai più diseredati e ai perseguitati. Un incontro di altissima temperatura spirituale e umana durato 35 minuti, durante i quali Francesco e Arturo si sono soffermati sui lunghi anni passati dal Piccolo fratello in Argentina, in un periodo tragico per il Paese sudamericano,e dal quale Arturo dovette fuggire perchè condannato in contumacia dai generali. Uniti l’allora superiore provinciale dei gesuiti e il Piccolo fratello dall’avversione alla dittatura, alla quale Bergoglio sottrasse decine e decine di perseguitati aiutandoli a espatriare.

Un incontro di altissimo significato, con al centro il tema di una chiesa che esce ad aiutare i poveri e a farne i protagonisti della comunità ecclesiale, che ha emozionato anche chi scrive, presente all’inizio e alla fine del colloquio a quattr’occhi, nel salottino al piano terra di Santa Marta. Che Fratel Arturo ha poi commentato così: “Ho trovato il Papa pieno di buona volontà anche se stanco alla fine della giornata, perchè le sue giornate sono piene e quindi si capisce che senta la stanchezza. Ma, nonostante questo, egli si è messo a disposizione e ha accettato le mie domande. Abbiamo parlato dell’Argentina e del mondo, E il Papa ha notato un grande cambiamento nell’ora attuale del mondo, affermando che è necessario seguirlo senza pretendere di poter realizzare tutto quello che noi desidereremmo, in particolare una forte e immediata ripresa della fede. Ma io -ha sottolineato Artturo con passione- a questo punto sono intervenuto osserando i suoi grandi successi, evidenti in Brasile come negli incontri domenicali e del mercoledì con masse enormi di fedeli felici. E gli ho detto che non bisogna disperare perchè Dio è da quella parte lì alla quale il Papa dà voce potente.

E il Papa sa bene che il suo compito di profonda riforma della chiesa e della curia è duro, difficile.

Eh sì, sì. Immagino quante opposizioni specialmente quando confronta la sua semplicità di vita con i grandi fasti dove hanno vissuto i vescovi e i papa del passato, magari ascoltando il concerto di un artista famoso. Invece, egli vuole dedicare la sua vita, come ha sempre fatto, proprio agli umili, ai poveri e a quelli che hanno bisogno di conforto e di aiuto.

Che cosa ti ha lasciato Francesco?

Mi ha lasciato una grande contentezza, perchè è stato difficile arrivare fino in Vaticano, alla mia età. Ma spero che un giorno egli ricambi la visita, venendo a Lucca. Quindi lo aspettiamo.

Fin qui le parole di Arturo, apparso radioso e come ricaricato dall’incontro con lo straordinario Papa Francesco. Di cui vogliamo qui raccontare solo un particolare strepitoso, che la dice lunga sul grande dono che questo Pontefice rappresenta per la chiesa e per il mondo.

Una collaboratrice di Arturo aveva portato al Papa un bottiglione dell’olio ottenuto dalle olive raccolte a mano del suo giardino. Ebbene, con la sua consueta semplicità, capace di trafiggerti, Francesco, dopo averci accompagnato all’uscita del salottino, se n’è andato con la bottiglia sotto braccio direttamente nella sala ristorante, dove poi, a cena, abbiamo ritrovato l’olio sul carrello di servizio, a disposizione della comunità che vive o che passa dalla sua casa.

Sofferenza … dolore …

Erri De Luca

Non ho fede nell’alto dei cieli, ma conosco piccole fedi in terra. Una di queste insiste che nessuno sangue versato è stato e va sprecato: da quello di Abele fino all’ultimo che sempre chiede di essere l’ultimo. Nessuna vita uccisa si perde muta e scompare nella polvere.

È scritto: “Voce dei sangui di tuo fratello sono gridanti verso di me dal suolo”. Lo dice la divinità a Caino, primo degli assassini. Il verbo sta al participio presente, “sono gridanti”, perché quei sangui gridano e continuano a gridare, all’infinito e a oltranza.

Quella storia racconta pure che assassino e vittima sono fratelli, perché di questa parentela biologica stringente è fatta l’umanità.

Credo nella desolazione di Caino, nella sua espulsione da ogni focolare, credo nella sua insonnia che non è frutto di recinti e sbarre, ma grido che lo accompagna ovunque.

Credo ai sangui di Abele, alla loro formula chimica che arrossa il mondo e lo denuncia. Credo alla terra che non può assorbirli perché non può nasconderne la voce. Nel suo libro sacro Giobbe grida: “Terra non coprirai il mio sangue e non ci sarà luogo per il mio grido”: nessun luogo basterà a contenerlo.

Giobbe, rispettato e ricco, perde tutti i suoi beni, i figli e la salute. Sua moglie disperata gli dice di maledire la divinità e morire. Lui non maledice, però chiede conto del suo dolore a quella divinità. Dal fondo della pena e delle piaghe sventola puzzolente il suo “perché?”. In lui resiste l’ostinata richiesta di giustizia. Senza di quella non c’è pace dentro una persona e non ce n’è dentro una comunità. Giustizia, contrappeso di torto e ragione, misura di equità, è la premessa di ogni convivenza. Ci vuole garanzia che nessun vantaggio venga da una prepotenza. Che il sangue fatto versare dalle mafie sia senza profitto per loro e indelebile per noi. Che il nome dei mafiosi sia vergogna, e sia permesso ai figli di ripudiarlo e cambiarlo. Che le celle in cui scontano condanna siano ricoperte di immagini delle persone uccise da loro, che penetrino fin dentro i loro sonni.

Credo a queste fedi terrestri e credo nel risarcimento di Giobbe, scritto in fondo al suo libro.

Editoriale del numero 103

Dichiariamo illegale la povertà

Le 300 persone più ricche del mondo hanno guadagnato (nel 2013) 524 miliardi di dollari, cioè poco meno di un terzo della ricchezza prodotta in Italia da 60 milioni di cittadini. La lista, in testa alla quale figura Bill Gates, l’ha pubblicata il 4 gennaio scorso l’agenzia finanziaria Bloomberg. E conferma una tendenza che già conosciamo, cioè che la ricchezza si sta concentrando sempre di più nella mani di pochi a scapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Appaiono un po’ patetici allora i tentativi della Banca mondiale e delle varie agenzie Onu di farci credere che la povertà sta diminuendo. E questo semplicemente perché la povertà assoluta, che con criteri del tutto arbitrari è stata fissata a meno di 1,25 dollari al giorno, sarebbe in diminuzione, mentre cresce quella relativa (coloro che guadagnano meno di 2,5 dollari al giorno). «Come si fa -dice Riccardo Petrella- a ridurre a un unico indicatore monetario la “povertà” che è un insieme di numerosi fenomeni strutturali di lungo periodo e a dimensioni multiple e decretare la fine della povertà (tout court) perché il potere d’acquisto pro capite nel mondo avrebbe superato la soglia dell’1,25 dollaro?». E poi aggiunge: «In effetti, “L’agenda post-2015” parla di eliminazione della povertà assoluta nel 2030 ma non fissa alcun obiettivo rispetto alla povertà relativa (meno di 2,50 dollari). Come si fa, inoltre, a voler far credere che, se nel 2030 non avessimo più poveri assoluti ma ci fossero ancora, secondo le stime della stessa Banca mondiale, più di 3 miliardi di persone in stato di povertà relativa (meno di 2,50 dollari), il mondo avrà sradicato la povertà?». Lo sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento nel mondo passa dalla promozione di una nuova economia dei beni comuni, che operi a livello locale e globale, fondata sulla sicurezza comune, la cooperazione e la partecipazione dei cittadini. E che garantisca per tutti protezione sociale e rispetto dei diritti umani. Da questa consapevolezza ha preso il via l’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” che coinvolge soggetti molti diversi, non solo in Italia ma in diverse parti del mondo, con l’obiettivo di mettere fuorilegge quei processi che sono alla base dell’impoverimento di miliardi di persone in tutto il pianeta. L’appuntamento è per il 2018. In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo verrà chiesto di approvare una risoluzione nella quale si proclami «l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo». Nessuno nasce povero o sceglie di essere povero, ma questa condizione di difficoltà ha della cause precise che, molto sinteticamente, possono essere ricondotte a una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a causa soprattutto della mercificazione dei beni comuni. Dagli anni ’70 in avanti le teorie neoliberiste hanno lentamente cancellato dall’immaginario dei popoli «la cultura della ricchezza collettiva» e hanno ridotto tutto a risorsa, comprese le persone. Questa cultura è penetrata così in profondità da far credere, anche in molti settori della sinistra, che la povertà sia inevitabile e che può essere solo mitigata magari con un po’ di carità. Così è nata quella che nel linguaggio comune è stata definita “globalizzazione”. E per anni ci è stato predicato in tutte le salse che essa era parte integrante dell’evoluzione umana. Ora, visti i risultati nefasti che questa impostazione ha prodotto, si cerca di modificare, ma solo superficialmente, il tiro, con maquillage che cambiano soprattutto il lessico ma non la sostanza. Si parla così di “globalizzazione selvaggia” da sostituire con una “buona”. E si cerca di dare una spruzzatina di verde alla solita economia di rapina che ha prodotto miliardi di poveri nel mondo. La green economy non scioglie infatti «il nodo gordiano della concentrazione del potere economico e politico nelle mani dei poteri finanziari, industriali e “culturali”», dicono Petrella e Amoroso nel volume Dichiariamo illegale le povertà. Banning poverty 2018, che rappresenta in qualche modo il manifesto dell’iniziativa. I due grandi strumenti di potere dell’economia verde, il controllo delle tecnologie e la finanziarizzazione dell’economia capitalistica, restano infatti saldamente in mano ai soliti noti e producono le disuguaglianze di sempre. La battaglia avviata da Riccardo Petrella, e alla quale anche noi intendiamo portare il nostro modesto contributo, non è facile né scontata. Importanti segnali, come l’adesione alla campagna di diversi comuni sparsi qua e là per l’Italia, lasciano spazio a un po’ di ottimismo. È necessario però non delegare l’iniziativa a pochi volonterosi, ma fare in modo che tutti quei cittadini che, in Italia e in varie parti del mondo, hanno preso coscienza del problema si mobilitino per mettere fuori legge le cause strutturali che riducono in miseria miliardi di esseri umani. Questo editoriale della Campagna “Dichiariamo Illegale la Povertà” a cui la Rete ha aderito, esce in contemporanea con altre decine di testate, laiche e missionarie. Questa decisione è nata all’interno delle riviste che sostengono la Campagna.