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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Luglio/Agosto 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, riprendiamo la circolare dopo 2 mesi abbastanza complicati da molti punti di vista, problemi col computer, la nuova gestione delle collette, la gravissima crisi internazionale e la sanguinosa guerra in Palestina, a Gaza, e anche i recenti problemi sanitari di Silvana, che ora sembrano attenuarsi e orientarsi al sereno, ma è ancora in ospedale e non ha ancora iniziato le terapie di riabilitazione. Come sapete, da marzo abbiamo un nuovo conto corrente per le collette e da gennaio ci siamo costituiti come Associazione autonoma veronese, Rete Radié Resch gruppo di Verona, collegati alla Rete nazionale con lo stesso Statuto. Emilio mantiene la presidenza onoraria, dopo 50 anni di attivo coordinamento e di attenta gestione delle collette, curati sempre con grande impegno e diligenza, con tanti quadernini precisissimi, con tutti i dati dei versanti e dei versamenti. A lui un grande e filiale ringraziamento. Ora c’è un gruppo di gestione, aperto a tutti, con Maria e Gianni, Silvana e Dino (presidente), Francesca e Roberto (che cura la parte tecnica contabile, ora anche il suo numero di tel appare come riferimento), Laura e Gianco, ed altri più saltuari nella presenza. E il gruppo è aperto a chiunque voglia farne parte, senza adesioni formali burocratiche. Emilio ha chiuso il conto corrente precedente, era intestato a lui personalmente, ed ora tutto il denaro delle collette va in un nuovo conto su Banca Etica. Chi versa nel vecchio conto crea dei problemi ad Emilio stesso, perché la Banca gli chiede ancora se intende accettare il versamento, con una quota per trasferirlo su un altro conto attivo; fra qualche mese il versamento sul vecchio conto sarà rifiutato. Decideremo in settembre, in una apposita riunione di gruppo Rete Verona, come destinare i fondi della colletta, se attenersi strettamente alle indicazioni dei versanti restituenti (costituisce sempre un importante riferimento etico e politico versare “per restituire”) o se impostare un criterio generale come gruppo. L’operazione storica di Verona per le borse di studio a Joao Pessõa mantiene una sua grande importanza, per tantissime ragioni che discuteremo nell’incontro di settembre, anche se il Brasile è molto cambiato rispetto a 30-40 anni fa. La ripartizione che appare in tabella per maggio-giugno è stata decisa per ora dal piccolo gruppo di gestione, perché non c’erano sufficienti indicazioni da parte dei versanti. Ma anche la periodicità del resoconto della colletta, mensile o bimestrale, sarebbe bene discuterla insieme. Sulla feroce e sanguinosa guerra in corso a Gaza sono usciti moltissimi articoli su tutti i giornali e anche testimonianze dirette in lista Rete, con testimonianze dei nostri referenti palestinesi e resoconti mandati dai ragazzi, contattati nei viaggi con fiori di pace degli scorsi anni. Non aggiungiamo qui altri commenti, vi rimandiamo a quelli ed a prossimi interventi pubblici. In questi giorni in cui ricorre il centesimo anniversario del la prima guerra mondiale fa davvero male vedere che ancora la logica della guerra ritorna violentemente, con migliaia di morti e un’enorme distruzione, con modalità diverse certo dal 1914: non ci sono più gli eserciti in divisa che si sbudellano fuori dalle trincee, l’arte militare è cambiata e l’esercito di Israele ne è proprio il più aggiornato gestore, usa una guerra elettronica sofisticatissima contro Hamas, che pure vuole la guerra; ma vale l’interrogativo che abbiamo risentito forte e chiaro nel filmato di Paul Gauthier, quando si parlava della guerra del Kippur nel 1967, e Marie Therèse ribatte ai soldati di Israele che appunto ricordano che i palestinesi hanno voluto la guerra: “anche i bambini piccoli hanno voluto la guerra ?”; e tutti quei morti chiamano solo odio, non certo perdono. Ma nel mondo non c’è solo la guerra a Gaza: c’è guerra in Siria, in Iraq, in Ucraina, in Libia, in Centrafrica, in Sud Sudan, ecc, e cresce il numero di persone in fuga (saranno presto milioni) da quelle zone di guerra, col problema immane dei profughi e del corridoio sul mar mediterraneo, con tutto quello che ci sta collegato; e poi c’è il contagio di Ebola nell’Africa dell’Ovest, e tutte le altre crisi legate ai miliardi di poveri contro l’accaparramento di qualche milione di straricchi. Questa è la situazione, di stragi e morti, di odio e distruzione, che s’innesta sulla crisi economica del nostro ricco (?) Nord. Quale solidarietà nei confronti di tante vittime ? Ha ancora un senso fare operazioni, collette, cercare restituzioni? Saranno questi gli argomenti dei prossimi incontri e dei prossimi approfondimenti, che girano frequenti nel canale di Internet e della posta elettronica. Sono ancora pochi gli amici della Rete senza questo strumento tecnologico così utile, tanto che spesso si dimentica di mandare per il canale ordinario della posta con busta e bollo la ventina di lettere di carta per loro, per pigrizia soprattutto, e me ne scuso. Questi signori che un po’ ignoriamo o teniamo in secondo piano, sono pregati di intervenire a qualche prossimo incontro, o di contattare i numeri telefonici sotto riportati: abbiamo bisogno di sentire ancora la loro voce e le loro ragioni, di discutere il miglior modo di contattarli e di coinvolgerli ancora nel nostro impegno di solidarietà. Come alcuni già sanno, Silvana è stata ricoverata in Ospedale il 2 agosto, dopo un’emorragia cerebrale che a prima vista sembrava paurosa. Ora pare abbia superato la fase acuta e stia avviandosi al recupero, forse totale, per cui ritorneremo (presto ?) agli incontri della nostra solidarietà. Già nei mesi precedenti aveva avuto seri problemi di salute, che ci hanno impedito di partecipare agli incontri di coordinamento nazionale e di seguire le discussione sui nostri progetti di solidarietà, le “operazioni”, che coinvolgono persone lontane e vicine, in un dibattito politico di grande impegno personale e famigliare (certe scelte si fanno insieme), importantissimi dal punto di vista di un serio e concreto impegno di solidarietà politica. Ora speriamo di riprendere anche la periodicità dei piccoli impegni, come la circolare e la gestione della colletta, ed anche per questo riteniamo indispensabile ritrovarsi con maggior regolarità e periodicità, costruendo un calendario annuale degli impegni e degli incontri del gruppo locale, perché il segreto del buon funzionamento di una associazione è conoscersi e confrontarsi anche su queste scelte, che sono le scelte che si articolano con tante altre decisioni personali e familiari. Ricordiamo ancora una volta la nuova modalità di raccolta dei nostri contributi, della colletta: per adeguarci alla normativa abbiamo aperto un conto corrente in Banca Etica ed è su questo nuovo conto corrente che devono ormai confluire le collette periodiche.

Per favore prendete nota delle nuove coordinate bancarie

intestazione: RETE RADIE RESCH – GRUPPO DI VERONA

codice IBAN  IT 06 Z 05018 12101 000000 173184

Buone vacanze, un carissimo saluto da

Dino, con Silvana

RETE RADIE’ RESH
Lettera locale di luglio dalla rete di Macerata

Internet è il nemico (dall’omonimo libro di Julian Assange)
Ho letto con interesse il libro che mi ha regalato l’amica Daniela sullo stereotipo in cui spesso cadiamo pensando che Internet sia libera, democratica, gratuita, trasparente, imparziale, rivoluzionaria,capace di favorire la partecipazione popolare rovesciando le gerarchie prestabilite. Dice Assange:”Tanti autori si sono interrogati su quello che significa Internet per la civiltà globale, ma si sbagliano. Si sbagliano perché non hanno la giusta prospettiva frutto dell’esperienza diretta. Si sbagliano perché non hanno mai conosciuto il nemico. Nessuna descrizione del mondo sopravvive al primo contatto con il nemico. Noi abbiamo conosciuto il nemico.”
Julian Assange lancia un allarme a ciascuno di noi, navigatori quotidiani, felici utenti dei social network, amanti dello shopping online. Noi che crediamo di essere liberi e non lo siamo.Noi sorvegliati speciali, intrappolati in una rete che consideriamo democratica, ma dietro cui si celano poteri nascosti che in ogni istante decidono per noi e spesso contro di noi. Siamo vittime di una guerra di nuovo tipo e non lo sappiamo: una ‟crittoguerra” in cui la posta in gioco è l’accesso all’informazione, la tracciabilità dei comportamenti, il riorientamento delle nostre più intime abitudini di vita. Una crittoguerra in cui i più forti sanno rendere inaccessibili le informazioni che li riguardano, e i più deboli si ritrovano nudi, completamente esposti agli strumenti che vagliano senza sosta quell’immensa banca dati che è il web, nato come grande promessa di democratizzazione e divenuto implacabile strumento di controllo. Ecco perché Internet è diventato il nemico, come Julian Assange denuncia nelle sue pagine
firmando un testo che è già un libro di culto, nato durante la detenzione a seguito dello scandalo WikiLeaks. E se ormai tutti gli stati, gli eserciti, le multinazionali si stanno attrezzando a combattere un nuovo tipo di conflitto, condotto sulla rete da veri e propri ‟ciberguerrieri”, una strategia di resistenza dovrà ricorrere a strumenti analoghi nel tentativo di ribaltare la situazione. Dovrà sottrarre il cittadino all’incessante radiografia informatica dei suoi comportamenti, e sottoporre a verifica pubblica la miriade di operazioni con cui un pugno di attori sposta in un clic capitali e informazioni, progetta guerre o occulta notizie, crea ricchezza o miseria ai quattro angoli del pianeta. Julian Assange è il fondatore di Wikileaks, il sito giornalistico che riceve da fonti anonime e rende disponibili al pubblico documenti catalogati come confidenziali o segreti da governi, organizzazioni internazionali, imprese multinazionali. Ha ricevuto il premio Amnesty International per i Nuovi Media nel 2009, la medaglia d’oro della Sydney Peace Foundation, il premio Walkley per il Giornalismo e il Premio Martha Gellhorn nel 2011. Internet è il nemico. Conversazione con Jacob Appelbaum, Andy Müller-Maguhn e Jérémie Zimmermann (Feltrinelli, 2013) è il suo primo libro, a cui ha consegnato la sua radicale, visionaria lettura del nostro tempo. Le celebri carte di Wikileaks imbarazzano e colpiscono i potenti di tutto il mondo, da Silvio Berlusconi a Barack Obama. Julian Assange, porta alla luce fatti e rivelazioni in un libro che è puro giornalismo d’inchiesta. Wikileaks contro il mondo firmato dallo stesso Assange è una raccolta delle pubblicazioni con cui il giornalista ha ribaltato tutte le carte dello scacchiere internazionale, rivelando situazioni e soprattutto verità di cui il cittadino rimane spesso o sempre all’oscuro. E’ stato un avventato atto di terrorismo il suo che ha così messo in pericolo la diplomazia e gli equilibri tra stati oppure un atto doveroso e coscienzioso di giornalismo? Le carte su Guantanamo sulle atroci morti e torture che avvengono nel carcere in cui sono rinchiusi i terroristi, il traffico legalizzato di rifiuti tossici o gli omicidi extragiudiziari in Kenya fanno pensare che troppe cose rimangono oscure e che i tg e le pagine dei giornali riportinosolo un infinitesimale parte di verità. E in un Paese, come il nostro, dove il giornalismo dinchiesta non ha spazio nei quotidiani, la parola di Assange sconvolge, sconvolge soprattutto quando racconta la realtà del cittadino trattato come un burattino nelle mani del suo atroce e indifferente burattinaio che è sempre il potere. La Casa Bianca ha definito Wikileaks pericoloso per aver rivelato importanti documenti della diplomazia americana e per aver pubblicato alla fine del 2010, in collaborazione con cinque quotidiani, messaggi interni e accordi tra gli Stati Uniti e i suoi rappresentanti e interlocutori in giro per il mondo. Assange diventa così una nuova entità nel panorama mediatico: esiste il potere, i quotidiani, le tv, le radio, internet e poi esiste Julian Assange e il suo scomodo modo di fare infor- mazione; con lui si fa strada una sorta di giustizia internazionale, di riequilibrio di forze e di risorse perché se qualcuno o qualcosa è coinvolto in affari loschi e immorali prima o poi potrà essere scoperto. Julian Assange diventa così una sorta di eroe, di tulipano nero dei nostri tempi amari.
Afferma Assange “lo stato di sorveglianza ha già eroso buona parte delle libertà che avevamo venti anni fa”, il problema è che la consapevolezza dei pericoli della Rete e della sua libertà futura rimarrà appannaggio di un’élite di tecnici. Un’élite di chyperpun. Il libro è un atto di accusa verso i rischi cui Internet può esporre chiunque la utilizzi a qualsiasi livello quando, da strumento straordinario di comunicazione e interazione, si trasforma in una macchina di censura e oppressione di enorme potenza. Le ragioni di questo cambiamento, che per gli autori del libro è in atto, sono chiare e vanno trovate nella crescita esponenziale di alcuni fenomeni come la sorveglianza digitale e la sua commercializzazione, la mancanza di consapevolezza degli utenti sulle tecnologie che utilizzano, la censura e la costante “militarizzazione del ciberspazio”, nuovo campo di battaglia. Secondo gli autori, la Primavera araba e le battaglie contro i tentativi di censura della Rete hanno dimostrato come il Web sia diventato un nuovo terreno in cui, nella società digitale, le libertà fondamentali sono messe in discussione. Internet può essere un canale di organizzazione e condivisione senza precedenti e, allo stesso tempo, la più efficace arma di oppressione quando messa nelle mani dei governi autoritari. Ma non solo.
A detta di Assange, infatti, i medesimi pericoli sono ora in atto anche nelle democrazie a causa del costante sviluppo dell’industria della sorveglianza digitale e al suo utilizzo sempre più massiccio da parte dei governi e delle corporation o in collaborazione tra di loro.. Una sorveglianza a cui chiunque, anche semplicemente stando su Facebook, sarebbe esposto. E in particolari contesti come la Libia o la Siria la sorveglianza, per i risultati dittatoriali, diventerebbe un'”arma” a tutti gli effetti.
La mancanza di consapevolezza nei confronti della tecnologia da parte degli utenti stessi insieme all’incapacità di intervenire su di essa, poi, porrebbe gli internauti in nuovi pericoli. Fino all’estremodi un moderno smartphone che, a detta di Assange, sarebbe “un device di tracciamento…che fa anche telefonate”.

Auguro a tutti gli amici e amiche della nostra Rete (molto meno pericolosa di quella di cui sopra) una buona estate di riposo e serenità.

Maria Cristina Angeletti

Benito Fusco

Chi sono io per giudicare

C’è un detto africano bello, dice che chi osa puntare il dito contro qualcuno ha almeno tre dita puntate contro di sé, e il pollice un po’ all’insù, che sembra direzionato come l’indice ad accusare, in realtà gli tiene ben ferme quelle tre dita rivolte verso di sé, e maliziosamente punta l’alto. E sono tre dita importanti: il medio, che è il dito più lungo, più esposto, offensivo o gratificante secondo volontà; l’anulare, che è il dito dell’amore fedele, impreziosito d’oro, un dito istituzionale; infine, il mignolo, che è un dito proletario, sfruttato dall’economia delle altre dita, senza potere specifico, e che in amore è anonimo, si accontenta di accompagnare le carezze senza sentire con pienezza, è un dito emarginato, perfino nella lotta, quando la mano impugna pietre, il mignolo sembra escluso, o escludersi, in realtà però fa equilibrio, misura il peso della distanza dal bersaglio, per dare direzione, come le penne timoniere di un uccello.

Di mani piene di pietre da lanciare tutti ce ne intendiamo un po’, anche di bersagli colpiti o mancati. Anche il Vangelo è pieno di mani e di pietre: pietre scartate, pietre vive, e pietre da lanciare. Come le pietre degli anziani e dei farisei, strette in mani pronte a lapidare una donna che ha rubato amore, pietre ispirate dalle mani della legge e della tradizione unite, come sempre, in una coalizione perversa di morale, diritto e religione, preludio di una volontà di esecuzione. Sono pietre cariche di accuse ipocrite e nervose che circoscrivono l’orizzonte della legge ad un unico peccato: quello del più debole, il mignolo dell’umanità, quello di una donna che ha cercato non un amore imposto, non un amore legale, ma l’avventura di un cuore concesso a una notte di passione, o di un cuore sedotto da un amore precario che rivendica una scelta libera, non quello dell’ipocrisia, o di chi rifiuta la verità dei sentimenti per giacere clandestino nei bassifondi di un diritto senza cuore. È una donna condannata da soli uomini, trascinata a forza nel tempio, all’alba, per uno sfregio all’orgoglio della legge di uomini ‘legali’. È lì, quella infelice femmina, in mezzo a quel tempio maschile chiuso alle donne anche solo per pregare, e aspetta l’ingiustizia, perché quello è il tempio degli osservanti, dei conservatori della religione, di quella razza di lapidatori che sanno solo coprire di pietre la vita e il peccato, che non conoscono il tempo di misurarsi con se stessi e con la verità di Dio, non conoscono giustizia, ma solo condanne.

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei: Gesù non getta pietre, vuole che nessun peccato prevalga su un altro peccato, vuole dare spazio alle possibilità di bene che ciascuno può offrire alla vita, annulla l’archivio dei peccati e libera un’amante ferita verso una nuova innocenza, perché solo lui sa che vergini d’amore e di vita non si nasce, ma si diventa. E si china di fronte al peccato, offre la profondità di quella legge vera che non potrà mai esaurirsi in parole di condanna. E scrive per terra parole invisibili, tenerezze nascoste che il vento porterà via per chiamare un amore nuovo che si farà presenza nel respiro dell’umanità liberata; poi si alza, e sta di fronte alla donna, sguardo a sguardo, restituendole la sua dignità e una indicibile bellezza, aprendo strade nuove nel suo deserto e facendole germogliare una cosa nuova: una parola di liberazione che non la giudica; e nella tenerezza del movimento in avanti del suo sguardo le dice: va! e d’ora in poi cammina verso il tuo futuro e non peccare più, evita il peccato degli uomini dal cuore di pietra, riprenditi la vita, scegli il tuo cammino senza cedere te stessa ai piccoli furti d’amore, ma libera l’amore, portami con te nel futuro. Ecco, di Gesù non abbiamo nessuna parola scritta da lui, le uniche sono volate via, sciolte nel vento, oltre i peccati degli uomini della legge, e segnate ai piedi di una donna in attesa di una vita autentica, o di un amore condannato. Le sue parole non pesano come pietre, appartengono al vento, perché lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere, diceva un frate poeta della fantasia di Dio. Poi dice parole che salvano: neanche io ti condanno, perché anch’io ho un peccato, e quindi non ti lancerò pietre. Il mio peccato è di credere in te, donna, per questo mi alzo davanti a te rendendoti importante come se ti attendessi da tempo anch’io, e per affidarti un amore diverso, che nessuno sembra voler capire, e che solo tu ora comprendi, tu che fai cadere anche a me le pietre che mi avevano preparato, tu che mi fai inventare strade nuove per liberarti da ogni peccato, e diventi la mia promessa di futuro e di umanità nuova, tu che sei un dolce peccato redento. Va, ti prego, e aiuta anche la mia chiesa a non peccare più, e proprio tu, che conosci da ora il grande amore che c’è nel peccato liberato, dì alla mia Chiesa che non sia una Chiesa delle pietre, ma Chiesa capace di chinarsi ai piedi di ogni peccato e di rialzarsi davanti a occhi dilatati di nuova luce che sanno vedere, finalmente, che ogni errore è solo una ricerca. E ricordale che nessuno ti ha condannata, nessuno mai ti condannerà, neanch’io, neanche Dio.

Waldemar Boff

Il riposo della terra

Quando la grande tribolazione arriverà, la terra avrà finalmente il suo meritato riposo. Queste riflessioni di Waldemar Boff, che vive con i piccoli produttori rurali nella valle del fiume Surui, nella baixada-pianura alle periferie di Rio de Janeiro e nostro referente del progetto Agua Doce, devono farci riflettere. Lui che gli accompagna nella formazione ecologica e nell’ecologia sociale. Ecco il suo testo. Nessuno conosce con certezza il giorno e l’ora. Il fatto è che già ci stiamo in mezzo, senza accorgercene. Ma che stia venendo, viene, con intensità e precisione sempre crescenti. Quando avverrà la grande svolta, tutto sembrerà una sorpresa. Quantunque esistano dati sicuri sull’inevitabilità dei cambiamenti globali dovuti al clima, con conseguenze che gli scienziati tentano di indovinare, ma che sicuramente saranno anche peggiori, gli interessi economici delle grandi nazioni e la miopia dei loro leaders quanto a tempi lunghi, non gli permettono di prendere le decisioni necessarie per mitigare gli effetti e adattare il loro modo di vita allo stato febbrile della terra. Immaginiamo lo scenario plausibile in cui gli uragani spazzeranno intere regioni. Onde gigantesche ingoieranno città e civiltà, andando a smorzarsi ai piedi delle montagne. Secche prolungate faranno sì che si scambieranno tutte le ricchezze per un semplice bicchiere d’acqua sporca. Caldo e freddo estremi faranno ricordare con nostalgia i racconti dei nonni che parlavano del ponentino, del dolce abbraccio di un focolare negli inverni sempre prevedibili e di frutti maturati al calore del sole d’un’estate generosa. Si mangerà per sopravvivere, sempre poco e di sapore sospetto. Tutto questo non sarà ancora il peggio. La madre, sarà così stanca che non riuscirà a seppellire la figlia e il nipote ammazzerà il nonno per un tozzo di pane. Cani e gatti, amici dell’uomo, saranno oggetto di caccia dappertutto come ultima possibilità di calmare la fame. I vivi invidieranno i morti e non ci sarà chi pianga la morte dei bambini. La fame arriverà a tal punto che, come in Gerusalemme assediata, gli affamati aspetteranno la prossima vittima della morte per disputarne la carne floscia. Il paese sarà devastato e le città diventeranno macerie. Tutto il tempo che sarà oggetto di devastazione, la Terra si riposerà. Ma sarà la fine di tutta la biosfera? No. A causa dei giusti e dei saggi, Dio abbrevierà questi giorni e non decimerà tutta la vita sulla Terra, mantenendo la promessa che aveva fatto nostro padre Noè. Ma è necessario che l’essere umano passi attraverso questa tribolazione per svegliarsi dal suo egocentrismo e riconoscere definitivamente che lui è una parte della comunità di vita e il principale custode della stessa. Che cosa dobbiamo fare per prepararci a questi tempi? Innanzitutto, riconoscere che già ci stiamo vivendo in mezzo. Non sappiamo quando verrà la primavera o l’autunno. Ormai non riusciamo a calcolare i mesi di freddo e di caldo. Non sappiamo più quando verrà la pioggia e quando il sole. In secondo luogo rimaniamo tranquilli e vigilanti, osservando i segnali che indicano l’accelerazione dei processi di cambiamento. E, soprattutto, è imprescindibile convertirsi, cambiare le nostre abitudini di vita, un cambiamento profondo, personale e definitivo. Soltanto allora staremo in condizioni morali di chiedere che gli altri facciano la stessa cosa. Ma come al tempo dei profeti, pochi ascolteranno, alcuni prenderanno in giro e la maggioranza si manterrà indifferente, permettendosi ogni sorta di libertà come al tempo di Noè. Dovremo tornare alle radici, per ricominciare, come tante altre volte ha fatto l’umanità pentita, riconoscendo che siamo soltanto creature e non Creatori, che siamo compagni di viaggio e non padroni della natura; che per la nostra felicità è indispensabile sottometterci alle grandi leggi della vita e udire con attenzione la voce della nostra coscienza. Se ubbidiremo a queste grandi leggi, coglieremo i frutti della Terra e l’allegria dell’anima. Se disubbidiremo, ripristineremo una civiltà come questa che stiamo vivendo, piena di avidità, guerre e tristezze. Per questi tempi di carestia che stanno arrivando, è fondamentale recuperare le antiche arti tecniche di piantare, cogliere, mangiare, occuparsi degli animali e servirsi di loro con rispetto; fare utensili con l’arte e tecnologia locali di selezionare le piante le erbe che curano e i grani che nutrono; di raccogliere per tessere, di preservare le fonti d’acqua, di trovare luoghi appropriati per scavare pozzi e imparare a conservar le acque della pioggia. E iscriversi alla Facoltà di economia di sussistenza, di sobrietà condivisa e di bellezza spogliata. Da questo sapere recuperato e arricchito potrebbe sorgere una civiltà del piacere moderato, una biocivilizzazione, una Terra di buone speranze. Dopo una lunga stagione di lacrime e speranze, supereremo questa stupida guerra di religione, questa intollerabile disputa di Dei. Al di là di profeti di tradizioni, al di là di morali e liturgie, magari torneremo a adorare sotto molteplici nomi e forme, l’unico Creatore di tutte le cose e padre di tutti i viventi, nel grande Spirito che tutto unisce e ispira, abbracciati amorosamente all’unica fraternità universale. E potremo infine organizzare davvero l’unione di tutti i popoli del mondo e un autentico parlamento di tutte le religioni.

Rosinalda Corrêa da Silva Simoni

I delfini argentati

RUBRICA/Racconti dalle americhe

Quando crediamo tutto è possibile, il volo è più tranquillo, le notti sono più illuminate e le acque, ah le acque, loro ci portano sempre dove vogliamo. Infatti, chi fa soffiare il vento siamo noi, con il nostro desiderio di arrivare. Ed è stato questo desiderio a portare i nostri amici Yagan e Uaia fino alla Terra del Fuoco e, giunti là, all’incontro con la grande madre Haúsi che tanto insegnò ai nostri amici sul suo popolo, gli Yamana, e sul mondo. Spinti dalle storie di Haúsi, Yagan e Uaia si imbarcarono in una nuova avventura in direzione della terra dei pinguini. A bordo di una piccola barca, uscirono in mare prima del sole, per evitare le grandi maree, e furono seguiti per molto tempo dai delfini argentati, con i loro giochi di salti e acrobazie, e che al sorgere del sole brillavano tanto da accecarli. Mentre la barca proseguiva, guidata dal vento dei pensieri, Yagan e Uaia ricordavano l’ultima storia raccontata dalla grande madre. I nostri amici avevano già navigato molto quando scese la notte ma ancora non c’era segnale di terra. Solo una fascia scura all’orizzonte si approssimava, e loro pensarono che fosse la costa dei pinguini descritta in tanti racconti. Di notte furono contemplati da una luna senza uguali, c’erano momenti in cui non riuscivano a separare il mare dalla luna, la luna dal mare, e quella visione portava molta pace, tanto che i due si addormentarono alla luce della luna e del fuoco che sempre ardeva dentro la barca. Era tutto molto magico. Fino a che… Fino a che il silenzio non fu interrotto da un ronzio che divenne rombo. Sembrava il vento soffiando e il mare rispondendo, allo stesso tempo. Afuááááááááá, Afuáááááááááá!!!!! Questo rumore fu seguito da una grande onda e, prima che Yagan e Uaia riuscissero a mettersi in piedi, la barca si rovesciò e loro caddero in quell’acqua gelida, ma così gelida che sembrava tagliasse la pelle. Le giubbe di pelle di guanaco si inzupparono di acqua, divennero all’improvviso pesanti e, benché i due fossero riusciti a tenersi per mano, non riuscirono a mantenersi a galla e vennero come risucchiati dentro il mare per il peso del vestiario e dell’acqua. Quelle acque che avevano tanto affascinato i nostri amici ora parevano capaci di imprigionarli per sempre. I loro pensieri, che già si volgevano al grande passaggio, furono interrotti da un suono che ricordava un canto e che in breve divenne assordante, anche per il fatto che lo ascoltavano dentro l’acqua. Percepirono allora che quello era il suono che stavano udendo prima che la barca si rovesciasse e capirono che quella fascia scura che stavano avvistando da lontano non era la terra, bensì un branco di balene franche australi, e il suono il loro richiamo. Le balene passano per quei mari gelidi con i loro cuccioli, belli e dolci ma già così grossi da riuscire, mentre giocano fra di loro, a danneggiare e rovesciare le piccole imbarcazioni che incrociano il loro cammino festoso di cuccioli giganti. Ma Yagan e Uaia, anche se adesso avevano capito cosa era successo, stavano affondando sempre di più e pensarono, di nuovo, a tutto quello che avevano visto e vissuto in quelle terre dure, fredde ma così magiche. Nelle loro menti vollero che il ricordo con cui lasciare questo mondo fosse quello dei brillanti delfini argentati, e così si addormentarono. Ma ecco che la magia, ancora una volta, accadde. Lo scuro delle acque lasciò piano piano il posto ad un brillio argentato. Erano i delfini! I delfini hanno il naso molto lungo e sottile, ed è grazie a questo che riuscirono a salvare i nostri amici: i delfini collocarono la punta del naso dentro le giubbe inzuppate e tirarono verso l’alto, nuotando fino a giungere in superficie. Poi i delfini nuotarono e nuotarono, fino ad arrivare alla costa, e lasciarono Yagan e Uaia sulla spiaggia, ancora addormentati. Più tardi il sole apparve, i nostri amici avventurieri sentirono un piacevole calore sul viso e, aprendo gli occhi, si videro circondati da una miriade di pinguini che li guardavano da vicino come se volessero dare il loro benvenuto. Ce l’avevano fatta, erano nella terra dei pinguini! Che creature carine e dolci! Ce n’erano di grandi, piccoli, scuri, argentati, gialli e perfino uno, molto grosso, con una specie di ciuffo rosso. I nostri amici si sentivano ormai a casa nella terra degli Yamana, e là avrebbero vissuto per molti anni. Ma adesso era il momento di apprendere ancora cose nuove, convivendo con i pinguini nel quotidiano di quel paradiso naturale. Quanto ai delfini argentati, essi arrivavano tutte le mattine, per nuotare un poco vicino ai nostri amici. E Yagan e Uaia erano felici e orgogliosi per il privilegio di essere stati salvati dai delfini, le creature magiche della Terra del Fuoco.

Editoriale del numero 104

Tutti noi abbiamo lottato in questi anni, inutilmente, per riportare la finanza, che intanto asserviva a sé la politica, al servizio dell’economia produttiva. Purtroppo i governi tutti, invece, l’hanno lasciata espandere e dotarsi di un vero arsenale finanziario. Dalle transazioni allo scoperto alle scommesse sul futuro andamento di società e enti; dai titoli che salgono se la borsa cade all’ascolto dato alle società di rating nonostante le loro plateali dimostrazioni di incapacità e faziosità. Deve essere netta e chiara la condanna del neo-liberismo, principale artefice della crisi attuale e ancora fortemente presente nelle idee e nei progetti di grande parte dei politici attuali. Di conseguenza dobbiamo lavorare per contrastare l’attuale economia di esclusione e di disuguaglianza, se si vuole assicurare il benessere economico di tutti i paesi. Economia, come indica la stessa parola, che dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune, il mondo intero. Appunto, la globalizzazione della solidarietà e non dell’egoismo, che ha promosso la cultura dello scarto, nella quale gli esclusi non sono solo degli sfruttati, ma veri rifiuti, avanzi, a tal punto da non essere nemmeno contabilizzati. Non prestabiliamo chi incontrare ma rendiamoci prossimo di ogni persona che incontriamo. Non avviciniamo le persone perché sono nel bisogno ma andiamo loro incontro perché, sono persone. Dobbiamo avere la volontà di metterci in relazione, come ci ricordava al nostro convegno nazionale, Waldemar Boff. L’ideologia attuale che difende l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria non lascia nessuno spazio a giustificazioni politiche. Sappiamo che viviamo nel tempo del travestimento etico del male, dove dall’etica siamo passati all’estetica. Viviamo il tempo della seduzione di massa, non della partecipazione. Dobbiamo lavorare per riportare la giustizia come misura minima per ogni persona. Diffondere la convinzione che lo stato sociale é la forma più alta di democrazia. Che la democrazia non è una serie di regole, ma uno stile di vita minimo per tutta l’umanità. Tutto ciò ci invita a prendere coscienza che la politica non si può delegare. A Davos in Svizzera, dove i grandi si riuniscono ogni gennaio, l’Ong Oxfam ha distribuito un documento in cui denunciava che le 87 persone più ricche del mondo, posseggono denaro e ricchezze quanto la metà della popolazione mondiale: tre miliardi e mezzo di persone. Che dire? Non c’è dubbio, il denaro è diventato un idolo, si è trasformato nel fine ultimo di ogni azione e ha smarrito l’uomo. Penso ai molti uomini e donne che vivono in strada che incontro spesso nei miei viaggi in Italia e all’estero. Non amano la luce, forse perché i loro corpi non fanno ombra, come fantasmi sono attraversati dagli sguardi senza essere visti. Forse perché hanno vergogna di trascinarsi in mezzo agli altri, pesanti e infagottati di stracci, carichi dei loro preziosi sacchetti con qualche pezzo di cibo e, più facilmente un cartone di vino in Italia, o di cachaça in Brasile, buone a scaldare d’inverno e a intossicare sangue e memoria tutto l’anno. Vite prive di progetti, di cose, oltre che di case; non hanno nulla che li tenga fermi in un posto, che non sia una panchina più riparata o un viadotto. Vite di strada e di notte. Vite di uomini e, sempre di più di donne; di anziani ma, sempre più spesso anche di giovani. E noi?

Il Direttore

RETE RADIE’ RESCH
LETTERA DI MARZO DELLA RETE DI MACERATA
LA CITTA’ INTELLIGENTE

” Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.” (Italo Calvino)
Prima l’ufficio, poi la cameretta, dopo la casa, la città e infine il mondo intero. E’ più o meno questo il cursus honorum dell’informatica dagli anni ’60-’70 a oggi. Prima servì ad automatizzare il
lavoro nei grandi uffici di mezzo mondo, poi fece il suo ingresso in casa, passando dalla camera dei ragazzi agli altri ambienti domestici, per impadronirsene totalmente con la domotica. Ora si punta all’informatizzazione del sistema città con l’affermazione dei principi delle cosiddette smart city, ovvero le città intelligenti. L’amministrazione cittadina, per far sì che la sua città possa essere considerata “intelligente”, non deve solamente integrare tutti i mezzi comunicativi a disposizione ma saperli utilizzare nel miglior modo possibile.
L’espressione città intelligente (dall’inglese smart city) indica, in senso lato, un ambiente urbano in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. La città intelligente riesce a conciliare e soddisfare le esigenze dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni, grazie anche all’impiego diffuso e innovativo nei campi della comunicazione, della mobilità,
dell’ambiente e dell’efficienza energetica. Questo, almeno, è quanto teorizza e mette in pratica Boyd Cohen, uno dei maggiori esperti al mondo in fatto di smart city. Cohen ha anche teorizzato la cosiddetta Ruota delle smart city, dove tutte le caratteristiche principali che rendono smart una città vengono prima divise in spicchi e poi raggruppate in sei aree tematiche: Smart Mobility, Smart People, Smart Economy, Smart Environment, Smart Government, Smart Living.
A partire da questa ruota Cohen ha anche sviluppato un progetto-base articolato in tre fasi che può essere applicato a (quasi) tutte le realtà urbane del mondo. Il primo passo consiste nel coinvolgere la cittadinanza all’interno del progetto, rendendola parte integrante del processo decisionale. Per fare questo, l’amministrazione dovrà dare vita a un progetto di comunicazione integrata, dove siano coinvolti tutti i canali a sua disposizione. È esemplificativo di questa strategia CivicPlus, una suite di programmi e app per smartphone che permettono dicoinvolgere i cittadini nei progetti smart e di conoscere in tempo reale le loro opinioni. Il secondo passaggio prevede la realizzazione di un piano strategico dettagliato, nel quale deve essere descritto
analiticamente lo stato attuale delle cose e poi individuare, elencare e specificare gli obiettivi parziali e finali. In questa fase, bisognerà valutare tutti i possibili progetti e scegliere gli indicatori
in base ai quali misurare i progressi fatti. Il terzo e ultimo step è iniziare con il piede giusto e procedere con la giusta andatura. Non vale la pena tentare di ottenere tutto e subito: sarà necessario procedere per piccoli passi prima di poter raggiungere gli obiettivi più ambiziosi. Cohen porta ad esempio di questa strategia quelle che lui considera le migliori smart city al mondo. In testa a tutti troviamo Vienna, seguita da Toronto e Parigi. Dietro a questo terzetto si posizionano le città e le capitali dei Paesi industrializzati, New York, Londra, Tokyo, Berlino, Copenaghen, Hong Kong e Barcellona. Restano fuori altri progetti “intelligenti” ma non all’altezza come ad esempio Amsterdam, Santander e Dubai.
In Europa solo di recente si è iniziato a parlare in termini di “Smart” (2010). L’Unione Europea prevede un investimento totale che si aggira tra i 10 ed i 12 miliardi di Euro in un arco di tempo che si estende fino al 2020. Gli investimenti in conto sono volti a finanziare (o quantomeno stimolare) i progetti delle città europee che ambiscono a divenire “Smart”. Tali progetti sono rivolti
all’ecosostenibilità dello sviluppo urbano, alla diminuzione di sprechi energetici ed alla riduzione drastica dell’inquinamento grazie anche ad un miglioramento della pianificazione urbanistica e dei trasporti. Per spiegare tale azione europea consideriamo che le città consumano il 70% dell’energia dell’UE, perciò, se le Smart Cities possano fornire soluzioni integrate e sostenibili in grado di offrire energia pulita a prezzi accessibili per tutti, questo enorme risparmio energetico permetterà di ridurre del 20% le emissioni entro il 2020 e al contempo sviluppare un’economia low carbon entro il 2050. In particolare, la sfida è rivolta alle realtà urbane di medie dimensioni, che uno studio condotto nel 2007 dal Politecnico di Vienna, dall’Università di Lubiana e dal Politecnico di Delft, stima in circa 600 (ospitando quasi il 40 % di tutta la popolazione europea urbana). Tra le prime iniziative, vi è il Patto dei Sindaci (Covenant of Mayors), un’iniziativa autonoma dei Comuni Europei che ha come obiettivo la riduzione delle emissioni di CO 2 entro il 2020 del 20%. Ad oggi sono 4200 i Comuni aderenti di cui la metà italiani. Il firmatario del PdS non ha nessuna risorsa finanziata direttamente, ma può accedere a tutta una serie di programmi e strumenti finanziari in grado di sostenerlo quali : la Banca Europea per gli Investimenti, i fondi strutturali 2007-2013 o altri strumenti finanziari e progettuali specifici (da menzionare il Piano strategico per le tecnologie energetiche o SET plan che traccia il quadro logico per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2020).
Nel 2011 la Commissione Europea ha anche lanciato l’iniziativa “Smart Cities and Communities European Innovation Partnership” che, per il primo anno (2012), è stata finanziata con 81 milioni di Euro destinati ai settori dell’energia e dei trasporti. Per il 2013 il budget è stato portato a 365 milioni di Euro e ha finanziato progetti relativi a: – Edifici intelligenti e progetti di quartiere- Approvvigionamento intelligente e progetti al servizio della domanda- Progetti di mobilità urbana- Infrastrutture digitali intelligenti e sostenibili. Sempre a livello europeo, sono stati inoltre lanciati ulteriori bandi di ricerca per 9 miliardi di Euro a conclusione del Settimo Programma Quadro 2007- 2013; per 80 miliardi di Euro con il nuovo programma comunitario Horizon 2020 (nuovo Programma Quadro di Ricerca e Innovazione 2014-2020).
A livello italiano individuiamo due bandi, uno a marzo 2012 per 200 milioni di euro per le città del Sud, accompagnato da 40 milioni di euro per giovani (< 30 anni) nelle 4 regioni convergenza
(Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), mentre a luglio dello stesso anno 655,5 milioni di euro destinati a giovani con meno di 30 anni che vogliano presentare “progetti di innovazione sociale”.

Nel 2013 Trento si colloca al primo posto nel Paese e al 45° posto in Europa. Si parte dal libretto sanitario elettronico per le ricette mediche on line e il telemonitoraggio dei pazienti
cronici, alla mobilità senza barriere per i disabili grazie a una piattaforma geospaziale con la mappa dell’intero territorio e una App gratuita con l’indicazione dei luoghi accessibili; dalla
raccolta differenziata porta a porta con isole ecologiche interrate nel centro storico che smistano i rifiuti in base alla tipologia ai trasporti pubblici organizzati e gestiti in collaborazione fra web, poli universitari e istituti di ricerca di eccellenza. Trento e Bologna sono ai primi due posti: erano sul podio anche lo scorso anno, ma in posizioni diverse (Trento sale dal terzo al primo posto e Bologna scende dal primo al secondo posto), dopo di queste, ben distaccato (di quasi trenta punti), un gruppone nutrito di inseguitrici tutte racchiuse in dieci punti con Milano, Ravenna, Parma, Padova, Firenze, Reggio Emilia, Torino e Venezia. Torino, ex capitale dell’automobile, sta costruendo la sua nuova identità basata su una rete di trasporti che riduce la necessità dell’auto privata e sul riutilizzo degli spazi industriali abbandonati. Un esempio è dato dai mezzi di trasporto, come la metropolitana a basso impatto ambientale o l’utilizzo di bus elettrici nel centro storico della città. Nell’aprile 2012 inoltre è stata inaugurata una delle prime forme di cabina telefonica intelligente a servizio del cittadino. Il primo esemplare di cabina intelligente è stato collocato, non a caso, di fronte al Politecnico per sottolineare il ruolo che ha avuto e che tuttora detiene l’università come fulcro di sviluppo e ricerca tecnologica. Il recupero di aree industriali è obiettivo anche a Bologna con una nuova edilizia destinata a giovani ed anziani ai quali sono riservati anche corsi avanzati di informatica. Ravenna si segnala per l’attenzione al welfare, all’associazionismo e al volontariato, mentre Milano, nell’ambito di progetti smart city, punta sulla mobilità sostenibile -car e bike shering – e sulle isole digitali, servizi ad alto tasso di innovazione, in preparazione della grande sfida dell’expo 2015. Bisogna arrivare al 47esimo posto, invece, per incontrare la prima città del Sud che, come lo scorso anno, è Cagliari, seguita da Lecce (52esima) e Bari (59esima). Fanalino di coda della classifica generale sono, ancora una volta, Siracusa, Crotone, Enna e Caltanissetta.
Nei prossimi sette anni arriveranno sulle nostre città almeno cinque miliardi di finanziamenti per l’innovazione: circa un miliardo è stato già stanziato dai tre successivi bandi per le smart city; la programmazione europea 2014-2020 prevede che circa il 5% dei 30 miliardi che sono previsti per l’Italia vada alle città, cifra che raddoppia con il cofinanziamento nazionale; almeno un altro
miliardo arriverà dai bandi per l’efficientamento energetico, per i trasporti e la logistica. Si tratta di una grande opportunità, che però rischia di trasformarsi in un’occasione persa se le città non
sapranno progettare bene le azioni su cui investire questi finanziamenti.
Per questo il progetto ICity Rate è da considerarsi uno strumento di programmazione indispensabile a disposizione delle città: tutti gli indicatori utilizzati sono disponibili sulla piattaforma di Open Data Management realizzata da FORUM PA e accessibile all’indirizzowww.icitylab.it. La piattaforma permette di elaborare i dati presenti, creare report e utilizzare sofisticate funzioni di analisi e confronto tra le diverse realtà urbane (benchmarking, check up, gap.etc). Conoscere per programmare è la parola d’ordine di ICity Rate. L’analisi ha riguardato 103 Comuni capoluogo e circa 100 indicatori aggiornati, utili a descrivere la situazione delle città in sei diverse dimensioni: economia, ambiente, mobilità, governance, qualità della vita e capitale socia. A seguire riassumo la situazione delle nostre città rispetto agli indicatori di cui sopra:
ECONOMIA: Milano, Pisa e Firenze sempre in testa
AMBIENTE: Trento, Verbania e Pordenone le città più verdi
MOBILITA’: Milano, Venezia e Bologna mantengono la loro car sharingGOVERNANCE: la PA più smart è a Torino, seguita da Genova e Bologna
QUALITA’ DELLA VITA (LIVING): quest’anno Trento sale sul podio
CAPITALE SOCIALE (PEOPLE): Trento e Bolzano scalzano Bologna e Modena
ICity Rate ci aiuta quindi a capire quali sono in questo momento i punti di forza e di debolezza per ogni territorio, offrendo un quadro di riferimento utile a programmare i prossimi interventi.
In conclusione si può affermare che a causa della congiuntura attuale e della crisi che sta affrontando il nostro Paese, l’analisi e il monitoraggio continuo dei territori è da considerarsi un’azione indispensabile per orientare le politiche degli enti locali. In questo senso ICity Rate non intende fare un elenco di promossi e bocciati, ma capire come aiutare le nostre città a progredire pensando strategicamente alle città in chiave di riqualificazione, sicurezza e sostenibilità ambientale.

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Febbraio 2014

“Esistono saperi fine a sé stessi che – proprio per la loro natura gratuita e disinteressata, lontana da ogni vincolo pratico e commerciale – possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’umanità.”(Pierre Hadot, Exercices spirituels et philosophie antique)

E’ con questa considerazione che mi piace iniziare il ragionamento, considerando utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori. Mi rendo conto che la logica del profitto mina alle basi le istituzioni   ( scuole, università, laboratori, centri di ricerca, musei….) e le discipline tanto umanistiche che scientifiche il cui valore dovrebbe coincidere con il sapere, indipendentemente dalla capacità di produrre guadagni. Certamente un museo o un sito archeologico possono essere una fonte di introiti, ma la loro esistenza , contrariamente a quello che alcuni vogliono farci credere (…..con la cultura non si mangia….), non può essere subordinata al successo degli incassi: la vita di uno scavo o di una biblioteca o di un archivio, è un tesoro che la collettività deve gelosamente preservare a ogni costo.

Ecco perché non è vero che in tempi di crisi economica è tutto permesso; così come non è vero che le oscillazioni dello spread possono giustificare la sistematica distruzione di ogni cosa considerata improduttiva con il rullo compressore dell’inflessibilità e del taglio lineare della spesa.

Ormai l’Europa sembra uno scenario in cui si esibiscono quotidianamente creditori e debitori. Non c’è riunione politica o di vertice dell’alta finanza in cui l’ossessione dei bilanci non costituisca il punto all’ordine del giorno più importante. Le legittime preoccupazioni per la restituzione del debito vengono esasperate a tal punto da provocare effetti opposti a quelli desiderati; il farmaco dell’austerità anziché risanare il malato, lo indebolisce inesorabilmente: il rigore, stranamente, non intacca la corruzione dilagante e i favolosi stipendi di politici manager, banchieri e superconsulenti!

I registi di questa DERIVA RECESSIVA non sono per nulla turbati dal fatto che a pagare siano soprattutto la classe media (quasi estinta) e i più deboli, spesso espropriati della loro dignità.

Non si tratta di sfuggire alla responsabilità dei conti che non tornano. Ma non è neanche possibile ignorare la sistematica distruzione di qualsiasi forma di umanità e di solidarietà: le banche e i creditori reclamano senza pietà, come Shilock nel Mercante di Venezia, “la libbra di carne viva di chi non può restituire il suo debito..”. Così, con crudeltà, molte aziende (che hanno goduto, per decenni, della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite), licenziano gli operai, mentre il governo sopprime posti di lavoro, non investe in
istruzione, assistenza e sanità pubblica. Il diritto di avere diritti – per riprendere un importante saggio di Rodotà – viene di fatto subordinato al dominio del mercato, con il rischio di cancellare progressivamente qualsiasi forma di rispetto alla persona e trasformare gli uomini in merce e in denaro; questo perverso meccanismo economico ha dato vita a un mostro che sta negando anche alle future generazioni qualsiasi forma di speranza.

Gli sforzi ipocriti per scongiurare la fuoriuscita della Grecia dall’Europa – ma le stesse riflessioni valgono per l’Italia – sono frutto di un cinico calcolo e non di un’autentica cultura politica fondata sull’idea che l’Europa senza Grecia sarebbe inconcepibile, perché i saperi occidentali affondano le loro radici nella lingua e nella civiltà greca.

I debiti contratti con le banche e con la finanza possono avere la forza di cancellare con un colpo di spugna i più IMPORTANTI DEBITI che, nel corso dei secoli, abbiamo contratto con chi ci ha offerto in dono uno straordinario patrimonio artistico, letterario, musicale, filosofico, scientifico…..?

In questo contesto, l’interesse economico sta progressivamente uccidendo la memoria del passato e con essa l’istruzione, la ricerca, la fantasia, l’arte, il pensiero critico, e tutto ciò che dovrebbe ispirare l’attività umana.

Già Rousseau aveva notato che “gli antichi politici parlavano di costumi e di virtù, i nostri parlano di commercio e di denaro”, e oggi più che mai quello che non produce reddito è considerato un ostacolo al progresso mentre è dimostrato che grandi scoperte fondamentali per l’umanità dall’elettricità alle telecomunicazioni sono state favorite da ricerche scientifiche teoriche prive di qualsiasi scopo economico (JULIUS ROBERT OPPENHEIMER).

Penso, inoltre, che la contrapposizione fra saperi umanistici e saperi scientifici, come accade spesso, dando la prevalenza agli uni o agli altri a seconda dell’opportunità, ha provocato una sterile polemica e impedito la necessaria unità dei saperi oggi sempre più minacciata dalla specializzazione delle conoscenze: la cultura e l’istruzione hanno giocato e giocano un ruolo importantissimo nella battaglia contro la dittatura del profitto, a difesa della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza, della tolleranza, della solidarietà, del bene comune, della conoscenza, della ricerca, della democrazia ( mi riferisco anche alla presa di posizione a favore della cultura in genere di cui è stato protagonista il grande Maestro Claudio Abbado, mancato purtroppo in questi giorni).

Il sapere si pone di per sé come ostacolo al delirio di onnipotenza del denaro: tutto si può comprare, è vero e i fatti lo dimostrano, dai parlamentari ai giudici ogni cosa ha il suo prezzo, ma…..non la conoscenza! Neanche un assegno in bianco può consentirci di acquisire meccanicamente ciò che è esclusivo frutto di uno sforzo individuale e di una passione per l’apprendere. Nessun titolo di studio acquistato con i soldi potrà apportare vera conoscenza e favorire una crescita dello spirito.

Ma c’è di più. – Solo il sapere può sfidare le leggi del mercato – Io posso mettere in comune con altri le mie conoscenze senza impoverirmi; posso insegnare a un allievo la teoria della relatività o leggere insieme a lui una pagina di Dante o di Prevert o di Montaigne o del premio nobel per l’Economia dando vita a un miracoloso processo virtuoso in cui si arricchisce, nello stesso tempo, chi dona e chi riceve.

Fa male veder gli esseri umani consacrati ad accumulare soldi e potere. Fa male vedere trionfare nelle televisioni e nei media la rappresentazione del successo incarnata dall’imprenditore che riesce a creare un impero truffando o dell’uomo politico corrotto che impunitamente umilia il Parlamento facendo votare leggi ad personam. Fa male vedere uomini e donne ai quali la “terra promessa del guadagno” fa dimenticare la bellezza della natura, gli altri esseri umani, il futuro delle generazioni, la gioia dei piccoli gesti per percepire la bellezza dalle cose più semplici. Fa male veder le diffuse ingiustizie e le disuguaglianze che pesano o dovrebbero pesare come un macigno sulle coscienze.

Ecco perché Mario Vargas Llosa, in occasione del conferimento del premio Nobel per la Letteratura nel 2010 ha evidenziato che un “ mondo senza letteratura si trasformerebbe in un mondo senza desideri, né ideali, né disobbedienza, un mondo di automi privati di ciò che rende umano gli esseri umani: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in altri, modellati dai nostri sogni”; e finanche John Maynard Keynes, padre della macroeconomia, ha affermato in una conferenza nel 1928 che “gli dei su cui si fonda la vita economica sono geni del male, di un male necessario che per almeno altri cento anni ci avrebbe costretto a fingere con noi stessi che il bene è male e il male è bene, perché il male è utile e il bene no”. L’umanità, insomma, avrebbe dovuto continuare fino al 2028 a considerare” l’avarizia, l’usura, l’avidità come vizi indispensabili per condurci oltre il tunnel della necessità economica, a vedere la luce” e solo allora, raggiunto un benessere diffuso, i nipoti avrebbero potuto capire che il buono è sempre meglio dell’utile.

(Possibilità economiche per i nostri nipoti J.M.Keynes)

Purtroppo la profezia di Keynes non si è ancora avverata e l’economia prevalente persiste a guardare alla produzione e al consumo disprezzando tutto ciò che non è funzionale alla logica del mercato; resta però preziosa la sua sincera convinzione che l’autentica essenza della vita coincide con il buono e quello che incoraggia a sperare è che abbiamo qualche anno ancora per renderla reale.

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Gennaio 2014

Cari amici, siamo al consueto resoconto di quanto da noi fatto nello scorso anno, nella convinzione che parlare del proprio operato, ancorché modesto, da parte di ciascun gruppo sia di suggerimento all’operare di tutta la rete.

La nostra riunione bimensile con la partecipazione di circa 10 persone è per noi   arricchimento e stimolo a vivere con maggiore consapevolezza il nostro quotidiano oltre a crescere nell’amicizia.

Quest’anno abbiamo avuto anche la costante presenza di padre Alberto che ci ha fatto partecipi della sua esperienza alla convivenza lieta con la gente della strada di Ancona, marchigiani e immigrati da tutto il mondo che si trovano senza fissa dimora, disoccupati, depressi….

Questa iniziativa ci è sembrata valida e consona allo spirito della Rete tanto che l’abbiamo presentata al coordinamento di Gennaio a Roma perché venga inserita tra i progetti sostenuti dalla Rete Nazionale.

Le lettere locali hanno puntualmente cercato di sensibilizzare e riflettere su temi di attualità politica e sociale come la violenza sulle donne, il consumo critico, i forconi, l’immigrazione.

La solidarietà è stato il tema principale e sotteso a tutti gli altri ed oggetto del seminario del centro-est di giugno, tenutosi con la rete di Pescara presso la parrocchia di Casette Verdini ( Macerata) e che abbiamo diffuso con la lettera del mese.

L’incontro è stato interessante e partecipato da circa 30 persone.

Nell’anno in corso cercheremo di adottare come statuto per il nostro gruppo quello nazionale rispettoso delle indicazioni di legge e di continuare nella nostra informazione alternativa.

Terminiamo con il resoconto dei versamenti del gruppo di Macerata per l’anno 2013:

Versamenti alla Rete Nazionale € 4.800,00

Padre Panichella € 250,00

A Valentina Del Vecchio per interventi straordinari in Perù € 500,00

Totale € 5.500,00

Nel salutarvi vi comunichiamo che ci incontreremo l’ultimo Martedi di Febbraio,

Anna e Gabriella

Ricordiamo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restitutiva. Il ccp della Rete locale è: ccp. 13192620 Associazione Rete Radié Resch MC c/o Anna Biagini Via Ancona 152 62100 Macerata www.reterr.it