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Gabriele Colleoni

Rubrica/Cono Sud – La tornata elettorale

Il Sudamerica resta a sinistra

Evo Morales riconfermato presidente della Bolivia per la terza volta il 12 ottobre. Dilma Rousseff che, seppur in un ballottaggio estremamente incerto fino alla fine, il 26 ottobre, ha avuto la meglio sul suo sfidante di centrodestra Aécio Neves, conservando la presidenza in Brasile e proiettando verso i 16 anni la permanenza di un esponente del Partito dei lavoratori di Lula (Pt) a Palacio da Alvorada di Brasilia. Infine, il candidato del Frente Amplio Tabaré Vazquez che sempre il 26 settembre ha ipotecato con il 47 per cento dei voti al primo turno la sua elezione a presidente dell’Uruguay come successore del compagno di partito, il popolare José «Pepe» Mujica (ballottaggio il 20 novembre con il candidato del Partido Nacional, di centrodestra, Luis Lacalle, figlio di un ex presidente, fermatosi al 31 per cento dei consensi). Insomma, la primavera australe ha visto il «triplete» della sinistra sudamericana che, pur con tutte le dovute distinzioni interne, mantiene saldamente, almeno sul piano ideologico, a sinistra la barra politica regionale. Il socialista Morales, al potere dal 2006, ha conquistato il suo terzo mandato con un plebiscitario 61 per cento, sconfiggendo nettamente il candidato del centrodestra, l’uomo d’affari del centrodestra Samuel Doria Medina, fermatosi al 24 per cento, ed espugnando -dato politicamente rilevante- per la prima volta anche roccaforti dell’opposizione come Santa Cruz de la Sierra, capoluogo della regione motore economico del Paese, da dove nel 2008 si era persino scatenata una sfida autonomista contro il primo presidente indigeno della storia boliviana. Dedicata la vittoria al leader cubano Fidel Castro e al defunto presidente venezuelano Hugo Chavez. Evo ha sottolineato che “questo nuovo trionfo del popolo boliviano” gli permetterà di continuare a promuovere “l’integrazione non solo tra i boliviani ma anche tra i latinoamericani”. Tra i fattori determinanti del suo successo -spiega il politologo boliviano Carlos Toranzovanno- annoverati l’aumento dei salari minimi e la redistribuzione diretta agli anziani, alle donne incinte e ai bambini che vanno a scuola. L’altro fattore decisivo è stata la capacità di inviare ai boliviani messaggi forti contro la discriminazione. La grande spinta all’integrazione, sociale e regionale, e il modello economico adottato da Morales -un capitalismo di Stato sui generis amazzonico-andino con un’economia mista e una forte presenza dell’impresa privatasi sono rivelati vincenti per il Paese e hanno consolidato il consenso popolare intorno al presidente, che resterà a Palacio Quemado di La Paz fino al 2020. Il Movimiento al Socialismo, il partito di Morales, ha ottenuto anche la maggioranza dei due terzi al Senato (25 seggi su 36) sfiorandola anche alla Camera dei deputati (86 su 130), il che potrebbe consentire di varare una nuova riforma costituzionale che tolga il limite dei mandati presidenziali.

Argentina. Lo spettro di un nuovo default

Ad appena tre mesi dal secondo default in meno di 13 anni, l’Argentina potrebbe incappare a partire da novembre in un nuovo mancato rispetto delle scadenze di pagamento del debito sovrano. Dal 30 ottobre, infatti, il governo è esposto a una richiesta di pagamento anticipato dei 14 miliardi di dollari di bond 2038 e dei relativi interessi, in scadenza di pagamento a settembre. Nonostante il governo di Buenos Aires avesse depositato 161 milioni di dollari presso un istituto argentino, gli obbligazionisti non hanno potuto essere pagati a causa del divieto imposto da una sentenza di un giudice nordamericano di pagare i creditori ristrutturati, senza il preliminare soddisfacimento anche di quelli dissenzienti. La decisione del magistrato di New York, Thomas Griesa, di trattare il default di un debito sovrano come il fallimento di una qualsiasi attività economica o finanziaria, ha riportato insomma l’Argentina di nuovo sul baratro della dichiarazione di bancarotta (almeno “tecnica”, cioè dell’impossibilità di far fronte ai pagamenti, imposti per via giudiziaria, del proprio debito), con lo spettro incombente di possibili drammatiche crisi analoghe a quella che ha devastato il Paese tra il 2001 e il 2002, con la bancarotta più grande mai registrata da uno Stato. Eppure, soprattutto a seguito degli accordi intervenuti tra il governo di Nestor Kirchner e i debitori nel 2005 con i cosiddetti «tango bond», quella situazione sembrava esser stata gradualmente superata con apparente successo, tanto che, dopo un bando di 13 anni dai mercati finanziari internazionali, l’Argentina contava con il prossimo anno di rientrare nel gioco del credito per dar ossigeno alla propria economia in forte rallentamento dopo la crescita dell’ultimo decennio. Eppure una relativamente piccola percentuale (1,6 per cento) del debito sovrano argentino -detenuta da cosiddetti hedge funds o “fondi avvoltoi”, cioè i fondi finanziari speculativi ad alto rischiocon il ricorso giudiziario per ottenere il rimborso dei titoli in suo possesso, ha ottenuto una sentenza favorevole dal giudice Griesa. Si tratta di una forma di business, diffusa e sostenuta con una fortissima azione di lobbying, che si è basata sull’acquisto a buon mercato dei vecchi titoli del debito in default, per poi richiederne il rimborso al di fuori degli accordi raggiunti dal governo argentino con la maggior parte dei creditori. Il futuro del Paese è perciò “in ostaggio” di una sentenza emessa a New York, dove peraltro lo scorso giugno il governo argentino aveva depositato presso la Bank of New York Mellon i 539 milioni di dollari necessari per pagare entro la scadenza di fine luglio i detentori di titoli che hanno invece accettato i nuovi bond del debito argentino, a valori di concambio negoziati con il governo di Buenos Aires. La presidenta Cristina Fernandez de Kirchner e il suo ministro dell’Economia, Axel Kicillof, potrebbero attendere gennaio, prima di trovare un’intesa con i fondi dissenzienti, vincitori della battaglia legale negli Usa. A fine anno, infatti, scade la clausola sui bond ristrutturati nel 2005 e nel 2010: ciò eviterebbe a Buenos Aires di dover soddisfare le maggiori pretese da parte di chi ha accettato i due accordi di ristrutturazione del debito dopo il default del 2002. Il governo è arrivato a pubblicare pagine a pagamento su importanti quotidiani quali New York Times e il Wall Street Journal, in cui denunciava all’opinione pubblica americana e agli operatori economici che “Default vuol dire non pagare. L’Argentina paga. È il momento di fermare le bugie e le speculazioni… Ancora una volta i fondi avvoltoi minacciano e diffamano l’Argentina” per realizzare “esorbitanti profitti” e senza “trattare mentre l’Argentina vuole continuare il dialogo su una base equa e legale con tutti i creditori”. La presidenta non ha esitato a definire “gli avvoltoi sempre più aquile dell’impero”, per “far cadere la ristrutturazione del debito sovrano affinché l’Argentina torni a dovere miliardi di dollari”. Torna ancora una volta al centro del problema il nodo irrisolto dei fondi speculativi che impazzano sui mercati finanziari internazionali, forti del fatto che le decisioni giudiziarie Usa potrebbero costituire un fondamentale precedente. E questo nonostante le leggi degli Stati Uniti, in teoria, non si possano applicare ad altri Stati nazionali, e nonostante le sanzioni siano state comminate ad uno Stato-Nazione, senza che sui debiti sovrani vi sia al momento un “diritto fallimentare” internazionalmente riconosciuto. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha sentito la necessità di varare in ottobre una proposta per garantire che i “fondi avvoltoio” non possano bloccare la ristrutturazione del debito sovrano argentino e per stabilire, pur senza norme vincolanti, condizioni di parità per il governo e i fondi. Si tratta di un’alternativa alla proposta avanzata dall’Argentina in sede delle Nazioni Unite, per istituire invece un trattato internazionale che disciplini le ristrutturazioni del debito pubblico perché i vulture founds non possano bloccarle.

Uruguay. La marijuana di Stato con il nuovo presidente

Non è ancora chiaro quando arriverà sul mercato la “marijuana di Stato”, come prevede la legge recentemente approvata dal Parlamento di Montevideo. Il presidente uscente “Pepe” Mujica ha ribadito che non potrà essere consegnata alle farmacie – “per problemi pratici” – prima del 2015, ma la Giunta Nazionale preposta alla questione assicura che sarà invece disponibile già da novembre. Secondo Mujica “se facciamo troppo in fretta, le cose vengono male e sarà un problema … ci sono ancora cose da risolvere come il fatto di avere un software che funzioni per la registrazione dei consumatori prevista dalla riforma”, peraltro molto contestata anche a livello internazionale. In ogni caso dovrebbe toccare al nuovo presidente -con ogni probabilità Tabaré Vázquez, l’oncologo che ha già guidato il Paese tra il 2005 e il 2010, espressione del Fronte Amplio e primo capo di Stato di sinistra nella storia dell’ Uruguay “governare” il debutto della “marijuana di Stato” dopo il suo insediamento il prossimo 1° marzo.

Editoriale del numero 106

Il “buen vivir”, il vivere bene, arrivato a noi dall’esperienze indigene dell’America latina, è il frutto dell’acquisizione che siamo tutti interdipendenti, profondamente bisognosi di relazione e di condivisione, fino a sentire che gli altri sono in noi e noi in loro. La pratica del continuo annuncio che don Ciotti fa attraverso il “noi”. Possiamo contare, essere, incidere solo se partiamo e realizziamo il noi. Uomini e donne semplici che hanno saputo liberarsi, liberarsi da soli, senza l’attesa di qualcuno che venisse a dare loro le briciole, continuando ad arricchirsi e a sfruttare, sotto forma di “aiuti allo sviluppo”. Poveri che sono diventati protagonisti della loro vita, manifestando le loro ricchezze umane e le loro competenze. Poveri che si sono staccati dal possesso dei ricchi. Poveri che hanno preso coscienza di un profondo bisogno di libertà, perchè ai ricchi più dei soldi e delle ricchezze, piace possedere, attraverso la loro ricchezza le stesse persone. Gandhi, e molti altri, ci hanno ricordato, che per chi ha fame, il denaro diventa dio, con la d minuscola, che sostituisce quello vero con la D maiuscola. Altri ci hanno continuamente spiegato che a chi ha fame, Dio si annuncia solo sotto forma di “pane”. Perché quando ti dedichi all’altro che ha fame, che è malato, che ha bisogno di te, i tuoi piccoli bisogni scompaiono, e le tue piccole angosce se ne vanno. E’ l’altro che ti libera dal nostro io, dal centrare tutto su noi stessi, è con certezza che scopri che è l’altro che ti libera. Uscendo dalla nostra dimensione individuale, chiusa, narcisistica, uscire da quella dimensione di autosufficienza che è la cultura del nostro mondo occidentale, con le sue porte chiuse, sprangate. Nei miei viaggi in Brasile e a Korogocho, ho incontrato molti, troppi impoveriti, frutto del nostro arricchimento spregiudicato ed egoistico. Uomini e donne senza certezze, senza sicurezze, che non sanno nemmeno se mangeranno domani, ma la forza che mi hanno trasmesso è incredibile… persone senza niente con un attaccamento alla vita fortissimo. Sono loro che ti trasmettono nella loro povertà di cose materiali, fiducia, gioia e speranza. Quante volte, troppe; mi torna in mente lo scritto di Roger Garaudy, “che oggi, l ’Occidente è l ’Accidente storico!” Quando parleremo di noi, del mondo con franchezza? Quando ascolteremo l’altro, gli altri con umiltà sentendoli parte di noi? L’attribuzione del Premio Nobel per la pace a Malala Yousafzai ed a Kailash Satyarthi è un fatto di grande importanza. Reca un messaggio, segnala delle urgenze, convoca a un impegno ineludibili: 1La difesa dei diritti delle bambine e dei bambini. 2L’invito ad India e Pakistan ad ascoltare le loro voci migliori. 3L’invito a tutte le religioni e le culture ad unirsi nel comune operare per il bene comune dell’umanità. 4La centralità della lotta contro la schiavitù che spesso, troppo spesso gli adulti impongono ai bambini. 5La messa in atto della lotta contro il maschilismo, che di tutte le violenze è la prima radice. Come ogni persona sa, il Nobel per la pace è stato più volte attribuito a destinatari indegni. Almeno quest’anno, premiando un adulto che difende i bambini e una bambina che gli adulti cercarono di assassinare e che continua a testimoniare e ad impegnarsi per promuovere il diritto alla scuola, allo studio, al sapere per tutte le bambine e le giovani del mondo, contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le oppressioni; per la vita, la dignità i diritti di tutti gli esseri umani. Perché ogni vittima ha il volto di Abele e di tutti gli Abele delle altre religioni e del mondo. Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.

Dilma Rousseff è stata rieletta presidente del Brasile. Le auguriamo che sappia prendere decisioni sagge e sapienti, orientate verso vere riforme che vadano a tutelare i bisogni degli impoveriti, dei senza terra e degli esclusi.

Antonio Vermigli

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Qui non è profondo il mare. Non servono abissi per sprofondare. Basta un battello di viaggiatori che pagano il più alto costo per le peggiori condizioni di trasporto marittimo della storia umana. Peggio degli schiavi incatenati: perché quelli serviva che arrivassero vivi per essere venduti. Nessuno prima di loro è salito su un’imbarcazione a così caro prezzo della vita. Era una notte calma, il mare ancora tiepido di estate. Ma non si può stare immersi per delle ore al buio e all’abbandono. Anche a mettersi nudi per togliere qualunque peso, aggrappati a rottami, si perde presa e calore, ci si arrende. Non servono abissi per sprofondare. Dalla barca di Simone,che è stato il primo a immergersi sul relitto, partono immersioni, si va sui fondali con bombole e mute subacquee, si guarda dietro il vetro della maschera. Tutti noi guardiamo così il mondo dei sommersi, dietro un vetro divisorio. Torniamo su questo braccio di mare dove un anno fa è affondato un Parlamento di vite umane. Votarono all’unanimità il viaggio, acquistarono il rischio e lo sbaraglio. Gridarono all’unanimità verso la terraferma chiusa nella sua notte. Nell’elenco parziale della Questura di Agrigento si leggono i loro nomi e le loro età sotto la dicitura: Numero di elementi. Elementi: la parola burocratica tenta malamente di tenersi a distanza, mentre richiama altri elementi, quelli della chimica. Idrogeno, Ossigeno, Carbonio, Azoto, Ferro, Calcio, dei quali siamo fatti tutti noi. Allora è proprio così: qui sono affondati gli elementi che formano la chimica umana del pianeta. Qui sono affondati insieme a tutti quelli che non nasceranno da loro. Dove il mare accolse la loro caduta a braccia aperte siamo venuti a spargere sale. Spargiamo sale sulla ferita perché non si rimargini. Spargiamo il sale della memoria su uno dei naufragi finiti in braccio al nostro mare. Siamo cittadini del Mediterraneo, noi che su queste coste siamo nati. Siamo perciò fratelli di tutte le vite che su queste coste sono venute a morire.

Erri De Luca

Benito Fusco

Quando ci sembra di avere tutte le risposte i giovani ci cambiano le domande

Non sono poche le domande che ti assalgono in una estate vissuta con un tot di giovani in India; un paio sono queste: “che cosa stiamo trasmettendo alle generazioni future? E come custodire e coltivare in loro passione, fiducia e volontà di impegnarsi?”. Una prima osservazione, che non è però una risposta, mi è stata facile da cogliere: sono principalmente i ragazzi che trasmettono a noi qualcosa, soprattutto quella capacità di vivere e di toccare con mano i segni dei tempi, e poi quell’entusiasmo del presente, dell’esserci a tutti i costi che ha a che fare con la voglia di sapere e di vivere. Essi hanno una maggior immediatezza e sensibilità, e talvolta anche una profondità genuina rispetto alla lenta comprensione dell’oggi e del divenire della storia. Storia che almeno per me, nato negli anni ’50, ho dovuto affrontare con uno strabismo esistenziale che guardava contemporaneamente in tre direzioni: alla memoria del passato che cigolava sulla bilancia del presente, alla possibile rivoluzione del presente spezzata da un improvviso inverno e a un futuro da riempire di senso e di sensi. Man mano, però, ci si rende conto che il presente per i giovani di ogni generazione è sempre una lotta tra il coltello istituzionale di Abramo, che pone dei limiti, e la fionda profetica di Davide, che li vuole superare, soprattutto se, come succede da un po’ di tempo in qua, il presente è in mano ad un Pilato che smercia molti Barabba e che ha aumentato il prezzo del tradimento da trenta denari a ottanta euro. Un secondo punto: i giovani colgono subito quando i nostri princìpi rimangono distanti dal fluire della vita e da quelle reali esigenze che mutano frettolosamente lungo il cammino, se autentiche e vere. Proprio dalle tante provocazioni rivolte loro a distanza ravvicinata, ne ricavo che, al pari di noi che entriamo nella sera della vita, i giovani ci osservano molto e, nei giusti modi, sono molto disposti a raccogliere e ricevere ciò che offriamo, perché desiderano fortemente che noi siamo noi stessi, cioè veri. I giovani per quanto di stupido si dica di loro in realtà mettono alla prova non solo la nostra coerenza, ma anche la nostra fedeltà alla vita, e ai valori: fedeltà che per noi appunto dovrebbe significare resistenza buona, anche nella prova, per un amore, un ideale, una passione. Ed essi esigono, giustamente e indiscutibilmente, di essere presi sul serio, e trattati da interlocutori reali, possibilmente mai giudicati o esclusi, anche se questo non avviene né sul piano familiare, né su quello educativo, tanto meno istituzionale. E poi ci chiedono quella coerenza quotidiana, feriale, tra ciò che diciamo, facciamo, ma soprattutto siamo. Insomma, anche se siamo fragili desiderano da noi una concreta visione positiva del mondo e del futuro, quel mondo e quel futuro che poi sono loro stessi a chiamare o cercare. E pretendono, senza temere, il coraggio delle nostre idee che, se non imposte, accettano anche attraverso la polemica, la contrapposizione, o una benevola ironia e soggezione che “sentono” con un segreto rispetto. Capiscono quando stiamo dalla “loro parte”, cioè che gli vogliamo bene, e solo così riescono ad essere efficaci anche i nostri rimproveri o il nostro modo di disfare o analizzare le loro inesperte certezze. Colgono le nostre passioni e le esigono, perché vivono e si sentono dentro un’epoca “delle passioni tristi”, come diceva Spinoza, per questo insistono, o si perdono, in tante emozioni frammentarie pur sognando la passione definitiva e assoluta della vita. Quindi i contenuti che cerchiamo di trasmettere, più che nelle parole o nel nostro fragile argomentare, passano attraverso gesti semplici e affettuosi: sorrisi, sguardi, silenzi, perfino la camminata buffa, o il bere una birra insieme o una battuta intelligente, o il racconto di una vita o di un segreto da scoprire, oppure una ‘solfa’ da ascoltare o di parole sparse e perse per cazzeggiare. E se, al contrario, sembrano giovani senza resistenza e ricezione è perché la passione la devono sperimentare e non solo sentirne parlare. Anche per questo i giovani spesso indossano una artificiale indifferenza come scudo di difesa ed approccio, o hanno nell’anima l’ospite inquietante della noia, come la chiama Umberto Galimberti. E allora ci vuole molto amore e pazienza per far superare loro la soglia della fiducia nella vita. Ed è in questa situazione che ci rendiamo conto come sia veramente difficile trasmettere ai giovani l’esperienza, il sapere dell’anima, in un vivere che non contempla quasi più il tempo dell’incontro e l’ascolto del sentire, in un tempo breve che esalta la fine della memoria e la morte dell’attenzione fino a rinnegare il tempo intero. Anche perché la loro richiesta, comunque prioritaria, è chiara, ed è proprio quella dell’ascolto, dell’attenzione perché, bene o male, conosciamo il loro grande desiderio, anzi la pretesa non negoziabile: quella di essere presi in considerazione. Forse, con una sintesi un po’ sbrigativa, non c’è che una soluzione eternamente laica, e profondamente evangelica: quella di consentire loro la possibilità e la libertà di relazioni il più autentiche possibili, di passioni che accendano il cuore per sempre, e di sogni che riaprano gli occhi alla realtà. Chi parla di sfida educativa, quindi, prima deve far comprendere che chi educa ama, ed è il primo, cioè, che deve consegnare una libertà creatrice. Anche se una grande filosofa, Maria Zambrano, suggerisce invece un’audace terapia filosofica per adulti e giovani, proprio per l’epoca delle passioni tristi e delle violenze della volontà, propone cioè una filosofia del disfare, una pratica di disapprendimento, attraverso un sapiente ascolto passivo che fa il filo alla mistica (il sapore di Dio) e alla poesia (il sapere del cuore), perché le parole della mistica e della poesia lasciano aperti “alla fluidità del passaggio tra il sé e il fuori di sé, e consentono il ritrovamento di un’energia al fondo di sé”. D’altra parte tutti ci chiediamo come può trasmettere valori e passioni una generazione corrotta e corruttibile come la nostra, una generazione cioè che per la prima volta lascerà ai propri figli un mondo peggiore, e che sta divorando tutto: umanità, territorio, risorse, futuro, persino Dio, e che è soprattutto senza energia al fondo di sé. Mi viene di pensare che è molto più facile il consapevole disimpegno dell’ignorare, anziché dell’amare educando, perché vedo che anche le nostre risorse migliori, soprattutto quelle meno giovani, non vogliono impegnarsi in questa società che purtroppo non è più un “organismo” che vive, come hanno tentato di insegnarci e consegnarci i filosofi e i padri delle carte costituzionali, ma qualcosa di biologicamente morto, ed è divenuto così “un meccanismo” vorace che fa confluire tutti nella discarica abusiva del terrorismo del denaro, e nelle rappresaglie ad personam del potere, di ogni potere. E tutti ci sentiamo sempre più soli dentro a questo contesto sociale, politico e religioso che si frantuma, che ci frantuma, o che forse dobbiamo frantumare per non essere complici dei ladri di futuro e di vita dei nostri giovani che, stiamone certi, ci cambieranno le domande proprio quando avremo l’illusione di avere per loro le risposte giuste.

Anna Corsi

Quali servizi sociali oggi?

Ore 12.25 di sabato mattina. Tra cinque minuti timbro il cartellino e rientro a casa dalla mia famiglia. Ore 12.30 si presenta la segretaria che mi dice esserci, nella sala d’aspetto, un barbone senzatetto che chiede la possibilità di essere collocato in albergo per qualche giorno dai Servizi Sociali territoriali. Durante il colloquio io e la mia collega capiamo che il signore non è residente nel comune per cui lavoriamo, è appena uscito di galera con un obbligo di dimora emesso direttamente dal Giudice, in un comune in cui non conosce nessuno, non ha un lavoro e nemmeno una casa. Il signore ci racconta di essere affetto da bipolarità e di assumere metadone da circa 20 anni per problemi inerenti la tossicodipendenza. Attualmente è anche alcool dipendente. Oggi non ha ancora preso le medicine al locale Centro di Salute Mentale. Minaccia di suicidarsi se non gli troviamo un poso in cui andare. Appare stanco, in scarse condizioni igieniche, profondamente avvilito, senza un soldo. Io provo sentimenti misti tra paura, angoscia, profonda pena umana. Io e la collega contattiamo i carabinieri, il medico psichiatra, il suo avvocato. Per il medico il signore ha un problema abitativo; ci dice che ci risentiremo qualora non si trovassero sistemazioni per la serata. Ci avvisa che il signore è manipolativo e antisociale. Per i Carabinieri può essere un problema di ordine pubblico qualora il signore minacci di suicidarsi e fare male a qualcuno. Ci dicono di richiamarli quando sapremo dove andrà poiché hanno l’obbligo di fare controlli. Per l’avvocato non è un suo problema in quanto si vedono solo alle cause in tribunale. Per il Giudice che ha emesso l’obbligo di dimora evidentemente non costituisce un problema che una persona il queste condizioni si trovi sprovvisto di tutto su un territorio che non conosce. Come prima soluzione cerchiamo di capire se ci potrebbe essere qualche posto nel dormitorio della Caritas, ma essendo fuori dal comune verrebbe meno l’obbligo di dimora che il signore deve rispettare. In più Caritas non accoglie nei dormitori persone con dipendenze. In queste condizioni potremmo optare per due soluzioni: la prima è dire che rimedi in un qualche modo da solo un posto per queste notti, in attesa di verifiche più approfondite che faremo da lunedì. Sono orami le 14.00 e la stanchezza inizia a farsi sentire. La seconda è usare un po’ di buon senso e di etica che ci spinge a cercare di trovare una sistemazione al signore per qualche giorno. Sarà anche manipolativo, ma appare anche piuttosto disperato e malato. Ci attacchiamo al telefono e, dopo aver sentito il Dirigente che ci autorizza a trovare una sistemazione per il week end, contattiamo tutti gli alberghi e i bad and breakfast della zona. Pare strano, ma nessuno ha un posto libero per la serata. Il Comune non è grande e un evento nel week end ha riempito gli alberghi. Con grande rammarico diamo la comunicazione al signore che è stato presente durante tutta la ricerca. Non ci diamo per vinte e telefoniamo nuovamente al suo medico. Il signore continua a minacciare il suicidio. Noi gli diciamo che è bene che vada al pronto soccorso. Finalmente il medico gli parla per telefono e gli dice che nel giro di qualche ora verrà ricovero presso una struttura psichiatrica. Ora chi legge questa storia potrà pensare che le persone che lavorano negli enti pubblici non hanno voglia di lavorare e cercano di scaricare le situazioni su colleghi di servizi diversi. Questa però è una visione miope della situazione socio-sanitaria generale in cui oggi ci troviamo a vivere: personalmente penso che la difficoltà più grande è quella di riuscire a gestire continue situazioni di emergenza cui si fatica a dare risposte progettuali concrete, date dalla mancanza di risorse disponibili. Quando si è oberati di lavoro e si sta sempre sul fronte delle emergenze, non c’è tempo per costruire progetti differenti. Non saranno tre contributi economici all’anno per il pagamento di qualche fattura a rimettere in piedi una famiglia i cui membri hanno perso il lavoro e non sono in grado di pagare l’affitto. La mia percezione è che attualmente tutti i servizi si trovano molto spesso in situazioni di emergenza: lo sono i Centri di Salute Mentale, il cui carico di lavoro aumenta sempre più, con notevole aggravio di lavoro per i medici che ci lavorano e per i pazienti che non riescono a fruire di adeguate terapie. Lo sono i servizi per famiglie con minori che negli ultimi anni hanno visto notevolmente aumentare le situazioni gestite dal tribunale e le conflittualità familiari. Se non vi è una sinergia tra gli enti che prima di tutto deve essere politica, rispetto alla progettazione dei servizi territoriali, se non vi è una idea progettuale più ampia, noi operatori sociali ci ritroveremo a gestire sempre più emergenze con sempre meno risorse. D’altronde non c’è strategia migliore che delegittimare, mostrare che nel pubblico le cose non funzionano, per avviare politiche di privatizzazione dei servizi. Oggi sempre di più vige la logica che se un nucleo familiare è in grossa difficoltà tanto da avere raggiunto grandi debiti, avere perso il lavoro, avere sfratti in corso, il contributo pubblico di aiuto è così irrisorio da costituire una goccia nel mare. Sempre più mancano progetti pubblici di auto aiuto, di sostegno all’analisi del bilancio familiare, di sinergie con enti che potrebbero contrastare e ricontrattare per le famiglie i mutui contratti con le banche a prestiti quasi usurai. Mancano progetti di banche del tempo che funzionino, manca la possibilità per gli operatori di poter scoprire il territorio in modo più approfondito, troppo stanchi e concentrati sul lavoro quotidiano. Nel nostro territorio sono veramente poche le realtà che si occupano in modo approfondito di questi temi, anche in regioni avanzate come l’Emilia Romagna in cui la rete dei servizi e la realtà del terzo settore è molto attiva. Pare sempre più che alcuni uomini costituiscano materiale di scarto, come le ragazze che lavorano nelle fabbriche cinesi e a 30 anni, ormai ridotte a condizioni fisiche miserevoli, finiscono per fare le prostitute nei bordelli poiché non sono più in grado di produrre. Credo che questa sia la più grande perdita di lucidità che possa accadere ad una società: perdere di vista il valore dell’uomo in quanto uomo. A me pare che oggi una delle poche voci che si alzino in difesa dei fragili, di chi non ce la fa a stare al passo con un sistema che tende a schiacciarli, sia Papa Francesco. Apprezzo la sua forza quando denuncia così lo stato attuale del mondo. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della iniquità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è iniquità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.