Home2015agosto

Leonardo Boff

Ci ha lasciato l’uomo che sempre attendeva l’avvento di Dio

Ha fatto di tutto nella sua vita. Da giovane fu ateo e marxista. Ma improvvisamente si convertì. Venne ordinato prete durante la guerra. Poi entrò nella Resistenza contro i nazisti. Nel 1949 diventò vice assistente nazionale della Gioventù cattolica. Ma le sue posizioni non piacquero allo status quo ecclesiastico e così venne incaricato di imbarcarsi come cappellano in una nave di emigranti italiani in Argentina. Durante il viaggio di ritorno incontrò un piccolo fratello di Gesù, seguace di Charles de Foucault, il cui carisma è quello di vivere tra i più poveri. Visse il periodo di noviziato in Algeria, nel deserto, ed entrò nella lotta di liberazione contro la dominazione francese. Venne mandato poi in Argentina dove lavorò per anni con i boscaioli. Andò nel Cile di Pinochet. Ma il suo nome comparve presto nella lista degli obiettivi da eliminare: “chi incontra uno di questi, può ucciderlo”. Trascorse un po’ di tempo in Venezuela, ma finì per insediarsi in Brasile, a Foz do Iguaçu, dove diede vita a varie iniziative a favore dei poveri, tra cui una cooperativa di produzione e commercializzazione di erbe medicinali, un’azienda agricola per giovani emarginati e altri progetti popolari che proseguono anche oggi. Ha ricevuto molti riconoscimenti, quasi sempre rifiutati. Ma il più importante fu quello del 29 novembre del 1999 a Brasilia, quando l’ambasciatore israeliano gli conferì il riconoscimento più importante per i non ebrei, quello di “Giusto tra le Nazioni”. Durante la guerra aveva creato con altri una rete clandestina che aveva salvato 800 ebrei. Si fece monaco senza uscire dal mondo, restando sempre nel mondo di coloro che sono spezzati e umiliati. Tutto il suo tempo libero lo dedicava alla preghiera e alla meditazione. Durante il giorno recitava mantra e invocazioni. È stata una delle figure più impressionanti passate nella mia vita, dotato di una retorica in grado di resuscitare i morti. Eravamo amici-fratelli. Aveva un suo modo singolare di pregare. Fu lui a raccontarmelo. Pensava: se Dio si incarnò in Gesù, allora fu come noi: faceva la pipì e la cacca, piagnucolava per avere il latte, faceva smorfie quando qualcosa lo infastidiva come il pannolino bagnato. All’inizio, pensava, Gesù dovrà aver amato di più Maria, poi dovrà aver amato di più Giuseppe, tutte cose che Freud e Winnicott ci hanno spiegato. Ed è cresciuto come i nostri bambini, giocando con le formiche, correndo dietro i cagnolini e rubando frutta nel cortile del vicino. Questo strano mistico pregava Nostra Signora immaginando come cullava Gesù, come lavava i pannolini sporchi e come cucinava la pappa per il Bambino e i piatti per il marito carpentiere, il buon Giuseppe. E si rallegrava interiormente con tali immagini perché così doveva essere pensata l’incarnazione del Figlio di Dio, nella linea di papa Francesco, non come fredda dottrina, ma come fatto concreto. Sentiva e viveva queste cose con il cuore. E spesso piangeva di gioia spirituale. Dovunque andasse, creava sempre intorno a sé una piccola comunità nella più povera favela della città. Aveva pochi discepoli. Giusto tre, che finivano per andarsene tutti. Ritenevano troppo dura quella vita, e dovevano anche meditare durante il giorno, a lavoro, in strada, in visita alle baracche più fatiscenti. Si unì allora a una parrocchia che faceva lavoro popolare. Lavorava con i senza terra e con i senza tetto. Coraggioso, organizzava manifestazioni pubbliche di fronte al Comune e spingeva ad occupare terre improduttive. E quando i senza terra e i senza tetto riuscivano a insediarsi, preparava belle “mistiche” ecumeniche come fa sempre il MST. Ma tutti i giorni, intorno alle 10 di notte, si nascondeva nella chiesa buia. Solo un lume lanciava tremuli lampi di luce, trasformando le statue morte in fantasmi e le colonne in strane streghe. E là restava fino a tardi. Tutte le notti. Impassibile, gli occhi fissi sul tabernacolo. Un giorno andai a cercarlo in chiesa. Gli domandai a bruciapelo: «Fratel Arturo, tu lo senti Dio, quando, dopo il lavoro, ti metti a pregare qui in chiesa?». Con tutta tranquillità, come chi si sveglia da un sonno profondo, disse solo: «Io non sento niente. È da molto che non ascolto la sua voce. Un giorno la sentivo. Era meraviglioso. Riempiva i miei giorni di musica e di luce. Oggi non sento più niente. Soffro dell’oscurità. Forse Dio non vuole parlarmi mai più». E allora, replicai: «Perché resti tutte le notti lì nella sacra oscurità della chiesa?». «Resto -rispose- perché voglio essere sempre disponibile. Se Egli volesse manifestarsi, uscire dal suo Silenzio e parlare, io sto qui in ascolto. E se volesse parlare e io non stessi qui? Perché, ogni volta, viene solo un’unica volta. Come prima». Tanta disponibilità mi ha meravigliato e fatto riflettere. È grazie a queste persone, questi anonimi mistici, che la Casa Comune, secondo quanto dice papa Francesco, non è distrutta e Dio mantiene la sua misericordia sull’umana malvagità. Queste persone vegliano e attendono, contro ogni speranza, l’avvento di Dio che forse non avverrà mai. Ma sono i parafulmini divini che raccolgono la grazia che, silenziosamente, si diffonde per l’universo e fa sì che Dio continui a donarci il sole e tutte le stelle e penetri a fondo nel cuore di tutti coloro che vivono nella Casa Comune. E se Dio apparirà ci saranno persone disponibili ad ascoltarlo. E piangeranno di gioia. Il suo nome è Arturo Paoli, che a 102 anni è andato a vedere e ad ascoltare Dio il 13 luglio 2015, dove viveva a San Martino in Vignale, nelle colline di Lucca.

Editoriale del numero 109

Editoriale 1

Sono arrivato in Brasile da un paio di giorni, questa mattina ho partecipato al convegno del Movimento nazionale dei Raccoglitori di Materiali riciclabili a San Paolo. Molti di queste donne e uomini, vivono in strada. Ho ascoltato con attenzione la relazione iniziale e i molti e semplici interventi che si sono succeduti. Nell’intervallo del pranzo abbiamo mangiato tutti insieme, ordinatamente in fila – vi partecipavano 600 persone- condividendo un “sano e gustoso” piatto di arroz e feijao preto (riso e fagioli neri). Rifletto su come viviamo in questo momento storico, in cui mai come prima il cibo è al centro dell’interesse generale, non solo per l’Expo, dove si prevede che possano passarvi 20 milioni di persone. In televisione si “spadella” dall’alba al tramonto, in un rincorrersi di programmi, giochi a premi e reality. Sui ripiani dell’edicole e delle librerie si fatica ad orientarsi tra le riviste di cucina e tra quelle che pur, non occupandosi direttamente di fornelli, offrono come gadget contenitori, utensili vari e padelle. Nonostante la crisi economica, nelle nostre città i super e gli ipermercati godono di ottima salute e fioriscono qua e là botteghini e negozietti dedicati a specialità di ogni tipo. I frigoriferi hanno un bel da fare a mantenere intatto tutto quello che stipiamo al loro interno, ma spesso capita pure che molto finisca nella pattumiera… Eppure la nostra è una società affamata. Molto affamata. La stragrande maggioranza dell’umanità non sa neanche che esiste la parola Milano, figuriamoci la città! Noi, quando abbiamo fame, apriamo il frigorifero o gli armadietti della cucina, mentre milioni di persone devono produrselo nel loro campo, se hanno, un pezzo di terra! Abbiamo fame di semplicità. Andiamo alla ricerca di cose elaborate, ma poi ci sciogliamo letteralmente di fronte a quelle più semplici e apparentemente più insignificanti. Abbiamo fame di essenziale. È fondamentale che gli occhi con cui guardi e il cuore con cui senti la vita, e che invece quasi non più, nemmeno se la stazione di Milano dell’Expo del “grande cibo” diventa un accampamento di profughi. Abbiamo fame di fiducia. La fiducia è un ingrediente che scarseggia sempre più sulle tavole della nostra vita. Soffice e leggera come una spezia in polvere, è pronta e vola via al primo vento contrario. Abbiamo fame di verità. Siamo così sazi di false promesse, di letture distorte dalla realtà, da arrivare a pensare di non riuscire quasi più a distinguere il “gusto” dalla verità. Abbiamo fame di silenzio. Tanti, troppi sono i rumori che ci ronzano nelle orecchie e nel cuore e che coprono la lieve e melodiosa voce della serenità, colonna sonora d’altri tempi delle nostre giornate. Abbiamo fame di speranza. Ce l’abbiamo nelle vene l’istinto profondo di trovare quel puntino luminoso, capace di indicarci la direzione e che si nasconde in mezzo alle intricate matasse di cui è intessuto il nostro quotidiano, divenendo -ai nostri occhi- quasi un sogno inafferrabile. Abbiamo fame di relazioni. Siamo alla perenne ricerca di relazioni schiette e sincere, di relazioni che non abbiano come unico scopo un qualche vantaggio personale. Abbiamo fame di relazioni intessute di semplicità, essenzialità, fiducia, verità, silenzio e speranza. Abbiamo fame di relazioni in cui sperare e su cui sperare. Ma viviamo anche in una società che ha paura di riconoscere la propria fame e che per questo si aggrappa ostinatamente a quello che crede sia veramente importante, ma che poi, alla fine, così importante non è. Abbiamo paura di dire e di dirci che abbiamo fame al punto da lasciarci paralizzare da questa paura, che blocca le nostre braccia, svuotando le dispense della nostra umanità di quella semplicità, essenzialità, fiducia, verità, paura e silenzio di cui tanto abbiamo bisogno. Abbiamo paura di dire che abbiamo bisogno di cambiare menù, di ricalibrare la dieta del nostro quotidiano. E questo non tanto per rimetterci in forma in vista dell’estate, ma per ritrovare il gusto delle cose buone che alimentano e fortificano la nostra vita. Ognuno di noi è responsabile dell’altro, della natura, della creazione, di tutti gli esseri viventi, perché è solo insieme che possiamo convivere, armonizzarci. Il grande pensatore ebreo Hans Jonas, parla del principio della responsabilità come del motivo fondamentale e assoluto per ogni generazione di non essere sola egoistica sfruttatrice delle risorse naturali, come se dopo di lei il mondo fosse destinato a finire e non ci fossero altre generazioni destinate ad occupare la terra. Una responsabilità per tutti gli abitanti attuali del mondo, nessuno escluso. Fare attività politica senza “sentire il dolore del mondo” non ha per niente senso. Occorre mobilitarsi sul territorio. Occorre trovare forme nuove di informazione, sensibilizzazione e formazione. Occorre non mollare su un terreno che è decisivo sul piano della civiltà. È morto Arturo Paoli, ci mancherà… molto!

Antonio Vermigli

Editoriale 2

Omelia da una terra dei fuochi

Avete condannato a morte il suolo che vi ha fatto nascere. L’avete venduto per trenta denari. Nessun riscatto è possibile per voi carnefici di terra materna. Nessuna pena risarcisce l’innumerevole agonia degli appestati? Spetta ai vostri figli il debito del vostro delitto. Spetta a loro e ai figli dei figli diventare medici, infermieri, chimici del risanamento, missionari di bonifiche. Spetta ai vostri figli raccogliere dalla spazzatura il vostro stesso nome? Una generazione nuova si mette camice e mascherina, guanti e tute per fare chirurgia nelle viscere guastate della propria terra. Non è solo atto di riparazione ma esigenza di futuro. L’impedimento di qualunque insulto al bene di tutti a beneficio del profitto di alcuni sarà la nuova era industriale: restauro della terra stuprata? Maledette siano le trivelle del petrolio in Basilicata e in Adriatico, maledette le industrie private e le opere pubbliche che spargono veleni di lavorazioni? Abbiamo una patria unica al mondo, imbottita dalla maggioranza del patrimonio culturale dell’umanità, affidato al più misero dei ministeri. Il nostro maggiore prodotto di esportazione è il vino. Esportiamo lavoro della terra più di qualunque prodotto industriale, spesso fabbricato fuori? Terra e Cultura sono le sole doti strategiche d’Italia? Convertirsi non è più solo parola d’ordine religiosa, ma deve coinvolgere l’economia, la spesa dello Stato. Convertire il futuro.

Erri De Luca

Riportiamo qui due brani significativi del “testamento spirituale” di don Arturo Paoli, piccolo fratello del vangelo su cui dovremmo riflettere.

Arturo è mancato il 13 luglio scorso, all’età di 102 anni, sette mesi e tredici giorni.

“Se mi si chiedesse a quale Chiesa appartengo, quella cui aderisco direi, senza esitazioni, è quella del Concilio Vaticano II°, a quella della Lumen Gentium, della Gaudium et Spes e confesso, senza tortuose ipocrisie, che penso che i due pontefici succeduti a Paolo VI sono incorsi nel rimprovero-lamento espresso da Gesù in Mt 16 e in Lc 12, sui segni dei tempi”.

“Ma vorrei dire a tutti coloro che mi ricordano che non dimentichino mai che il nostro luogo di nascita si professa cristiano-cattolico ma presentemente noi facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile”.

Paolo Latorre

Provocare un nuovo umanesimo

Analizzare e capire il mondo in cui viviamo diventa sempre più difficile. La complessità e la poliedricità del nostro vivere come singoli, comunità, società e popoli, impedisce di avere uno sguardo di insieme, di poter mettere in sintonia e armonia tutto ciò che viviamo. La complessità e la poliedricità nella quale il mondo-della-vita si trova è il frutto di una comunicazione incredibilmente rapida e della libertà che l’uomo si è andato conquistando nelle varie epoche della storia. In questo vi trovo un riflesso di quella grandezza dell’uomo che Dio stesso ha voluto. Nel mentre rifletto su questa grandezza dell’uomo, voluta da Dio stesso, non riesco ad essere indifferente di fronte a drammi umanitari che dilaniano il volto e la dignità dell’umanità; in questi giorni non riesco ad essere indifferente al pensiero di migliaia di persone, miei compagni di viaggio in questa vita, che vogliono fuggire dai loro paesi d’origine. Vogliono dirigersi verso una libertà impressa nel loro immaginario da racconti e squarci di realtà patinata, visti da uno schermo che nel mostrare non rivela che il mondo patinato, fatto di una bella copertina: è un mondo altro, un’ “isola che non c’è”. Si tratta di un mondo tragicamente reso reale dalle menti perverse degli scafisti e dei trafficanti di uomini e donne che, sfruttando il loro desiderio di libertà li condanna a schiantarsi verso il nulla di quell’ “isola immaginaria” ed una libertà che li rende prigionieri. Apprendo con interesse e piacere che l’Unione Europea si stia dando da fare per far sí che i viaggi verso la speranza di molti fratelli e sorelle non si concludano in un naufragio. Ma ci sono due considerazioni che vorrei fare a riguardo. La prima è sulla reale efficacia di una tale iniziativa, ossia: l’Unione Europea non può affrontare e risolvere da sola questo “naufragio provocato”; è necessario infatti il coinvolgimento e il dialogo con i paesi di origine di questi cittadini del mondo. La sovranità nazionale è un diritto per ogni paese, di questo ne sono convinto. Ma una politica guidata da un “briciolo di cuore” non può permettere che in molti paesi del mondo si consumino delle violenze silenziose che fanno soffrire molte persone tanto da farle desiderare di fuggire. Lasciare il proprio paese d’origine non è mai facile, questo me lo assicurano le tante persone con cui mi relaziono nel mio servizio missionario. È infatti ancora vivo in me il ricordo dei racconti di amici congolesi che ho accolto in Italia. Intorno al fenomeno dell’immigrazione c’è un assordante e ormai palese sfruttamento del desiderio di libertà di queste porzioni di popoli in fuga; un desiderio che diventa occasione di profitto economico-finanziario di organizzazioni criminali. La triste realtà del “finché c’è guerra c’è speranza” per i mercanti di armi, ora si allarga a coloro che si ergono a moderni “Caronte” gridando, violentando e mettendo a repentaglio la vita non di “dannati meritevoli dell’inferno”, bensì di uomini e donne desiderosi di pace e “paradisi”. A questi moderni traghettatori verso il naufragio, si aggiungono voci stonate provenienti dalla sponda dei presunti “paradisi” che gettano su questi fratelli e sorelle il colore dello straniero, la puzza dell’intruso, l’infamia dell’essere ladro di lavoro e di possibilità tolte agli autoctoni. Ma, verrebbe da chiedersi: “Chi è autoctono nel suo paese in un mondo globalizzato?” Questo rivela che la globalizzazione è un fenomeno causato, voluto e apprezzato solo quando fa il gioco dell’utilità e del profitto di pochi. Una seconda mia considerazione riguarda l’incapacità di accogliere questi nostri fratelli. Non parlo di accoglienza fisica. Si sta facendo tanto nei centri del sud Italia e a tale accoglienza va dato merito ai tanti volontari, uomini e donne di nobile volontà. L’accoglienza di cui parlo è quella umana, di senso, di com-passione. Mi sembra che una sorta di indifferenza ci porti a non renderci conto che questi nostri fratelli e sorelle, che sbarcano sulle nostre coste, ci portano pezzi delle loro vite in fuga dalla sofferenza. Si tratta di una sofferenza tale che li spinge a mettersi in viaggio anche rischiando il naufragio. Ma il vero e più sofferente naufragio è quello che si consuma negli scanni dei nostri parlamenti, dei parlamenti esistenti o no, dei paesi di origine di questi fratelli e sorelle in fuga. Si tratta dunque del naufragio di una politica che non serve più, in molti sensi. Una politica che si fa servire, divenuta idolatrica e che è lontana dal mondo-della-vita reale. Queste politiche -fatte da parlamenti nominali e di vitalizi reali- sono le cause del naufragio. E noi ci illudiamo di voler salvare chi annega e naufraga senza andare alla causa/radice del fenomeno!!! Sarà possibile? Ce la poniamo tale domanda? Mi sembra che sia importante darsi da fare per far fiorire un nuovo umanesimo; un umanesimo che con il ritmo della com-passione e la sinfonia della convivialità possa realmente riconoscere e ridare quella dignità che è l’elemento fondante di ogni creatura, di ogni essere umano. Un nuovo umanesimo che non si pieghi alle lusinghe del pensiero unico che vuole tutto omologare e che è alla base di ogni fondamentalismo. Un nuovo umanesimo che sorga dal grido di dolore di tante morti innocenti, di tanta violenza e odio che paradossalmente diventano funzionali ad un sistema di morte basato sul minimo sforzo per ottenere il massimo profitto. Le parole scritte da Pico della Mirandola sono per me una poesia in grado di ispirare un nuovo paradigma di umanesimo dal volto umano che come umanità stiamo cercando con molta fatica e tanti ostacoli. […] Stabilì finalmente l’Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me scritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto ne celeste ne terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose che sono divine.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) “De dignitatis Hominis”.

Non ho paura del naufragio al quale come società andiamo incontro; ho più paura dell’esasperato tentativo di non vedere questo naufragio che faccio sia personalmente che come parte del mondo. Quando le lusinghe dell’autoreferenzialità inibiscono il poter riconoscere che “sono perché siamo”, ossia sono perché il mio poter essere e fare trascende il mio stesso esistere, relazionarmi e agire, questo è il vero naufragio della ragione, del cuore, della vita.

Il nuovo paradigma di cui c’è bisogno è quello di pensarsi e agire come umanità non dominatrice della natura e delle relazioni, bensì come custode attento, profondamente coinvolto e capace di dipendere da ciò di cui deve aver cura. Il paradigma di un umanesimo dal volto umano deve poter coinvolgere e dar speranza alla relazione con la natura, con se stessi, con gli altri, senza trascurare l’Altro! Ritengo che questo cambio di paradigma non possa non avvenire senza grandi sacrifici e impegno da parte di tutti. Solo questo impegno e sacrificio possono rendere Sacra la Vita, l’uomo libero della vera libertà, le religioni vie di saggezza e infine le politiche causa di effettiva carità.

Editoriale del numero 108

Oggi i drammi corrono più veloce delle nostre capacità di registrarli, conoscerli, dare loro una dimensione. Parlo di rifugiati dalle guerre e di migranti dalla fame. Vorrei rammentare a tutti coloro i quali vomitano di tutto e di più nei confronti di chi scappa dalla violenza, dalla paura, dagli stenti, dalla schiavitù e dalla morte, che stiamo parlando di persone. In loro non vedo la spasmodica ambizione di vacanze low cost, ma più semplicemente colgo grida d’aiuto e di solidarietà. Aver attribuito al sostantivo “immigrato”, sin dalla prima ora un significato dispregiativo è l’errore più marchiano che si potesse commettere. Basta con i pregiudizi, cerchiamo di non ragionare in termini di convenienza, cerchiamo di capire. Tra noi e loro c’è una sola, incontrovertibile, differenza, un qualcosa che non ci siamo di certo meritato o conquistato: l’aver vinto alla lotteria biologia, la fortuna di nascere nel posto giusto. Penso a don Tonino Bello, l’umile-grande vescovo che ci ha lasciati 22 anni fa, era il 20 aprile. Lui ha dato tutta la tua vita per lasciarci un mondo migliore, che ha consumato tutto se stesso per renderci migliori. Tu che avevi aperto le porte del tuo vescovado ai migranti ai poveri, 22 anni fa ci lasciasti una terra migliore. Noi eravamo migliori. Infatti, allora quando sbarcarono più di 30.000 albanesi a Bari, ma non ci fecero mica paura. No. Tu ci spronasti a spalancare i nostri cuori prima ancora che l’uscio delle nostre case. Tu ci insegnasti che “davanti a una persona non si discute, la si accoglie”. Oggi non è più così, don Tonino. In questi giorni, centinaia di vite umane sono morte. Dicono affogate. Disperse. Non riescono nemmeno a contarli. Sono tanti. Forse rimarranno senza volto e senza nome. Senza esequie. Migranti in eterno, clandestini anche in paradiso. Fuggivano dalla loro terra, in cerca di una nuova patria che garantisse loro un po’ di libertà, un briciolo di dignità o forse semplicemente un pezzo di pane. In mare hanno trovato solo la morte. E uno scoglio di cinismo. Uccisi due volte. Chi provoca questa situazioni? È troppo comodo parlare di società e nazioni, di organizzazioni e di guerre, e rimanere nell’astratto, bisogna avere il coraggio di indicare i volti di chi, cinico, determina tutto lo sfruttamento. I guadagni quali canali percorrono? I perché rischiano di liberarsi nell’aria ed evaporare: basta lasciar parlare e poi tutto rimane esattamente così come era. Gli schiavisti odierni ripropongono la tratta dei neri tanto deplorata. Non basta scuotere i grandi, i potenti, le comunità internazionali e locali. Non basta neppure dare una mano, è necessario dare il cuore, sprecarsi senza misura. Leggo che nella civilissima, felicissima, multietnica America, una donna di colore venga eletta sindaco e l’intero dipartimento di polizia si dimetta per protesta. È accaduto a Parma (non la città emiliana famosa per il parmigiano, il prosciutto e del culatello), una comunità di 700 anime nello Stato Usa del Missouri, dove Tyrus Byrd è la prima donna sindaco afroamericana. Ciò non sembra esser stato di gradimento agli agenti del dipartimento di polizia e a tre impiegati comunali che si sono dimessi e la nuova rappresentante delle istituzioni, a poche ore dalle elezioni, ha dovuto prender atto di aver a disposizione un solo agente di polizia, l’unico che ha scelto di restare. La vicenda ha destato scalpore e polemiche tra l’opinione pubblica americana. Insomma conservatorismo, ignoranza e razzismo, regnano ovunque anche in quel d’America. A me torna in mente la presentazione della squadra di governo da Letta, quando tra le fila spuntò Cecile Kyenge e esattamente pochi istanti dopo partirono gli attacchi da ogni direzione. La fame e le guerre, vere cause della fuga di milioni di persone. Oggi nel mondo ci sono un milione e mezzo di obesi, mente 850 milioni di persone soffrono la fame, di queste, 40 milioni muoiono ogni anno, mentre gettiamo via una quantità di cibo che basterebbe a sfamare chi non ne ha e ne rimarrebbe… I prodotti che la terra produce ogni anno sono così utilizzati: il 50% per l’alimentazione, l’altro 50% per produrre biocarburanti. La spesa militare del governo italiana per il 2014, dati pubblicati dal SIPRI il 13 aprile scorso, è stata di 29,2miliardi di €.

Mons. Oscar Arnulfo ROMERO. In America Latina ogni tanto capita che per le vie delle città qualche negozio abbia affisso in vetrina un cartello con su scritto: “Cercasi commessi”, oppure -in caso di ristoranti- “Cercasi cuochi”. Come sarebbe bello se anche le chiese appendessero alle loro pareti il messaggio “Cercasi urgentemente profeti”! In effetti questa necessità -in Sudamerica come anche nel resto del mondo- ci sarebbe eccome… Ma risvegliare le vocazioni e attualizzare la figura del profeta non è impresa semplice, perché richiede una forte unione tra Chiesa e popolo. La stessa che lo scorso 24 marzo -in occasione dei trentacinque anni dal martirio dell’arcivescovo Oscar Romero (ucciso nel 1980 da un cecchino legato al partito salvadoregno di estrema destra) – ha animato la comunità cristiana di El Salvador. E ancora, la stessa unione che il prossimo 23 maggio -durante la cerimonia di bea­tificazione di Romero a San Salvador- collegherà il mondo cattolico a ogni latitudine. Credo sia il caso di approfondirne un po’ il significato. Chi era monsignor Oscar Romero? Quali conseguenze ha avuto la sua morte in Sudamerica e nel mondo? Come si può far rivivere il suo insegnamento nella Chiesa e nella società d’oggi? Poche settimane fa, ci ha lasciati don Giorgio Morlin, nostro caro e acuto redattore, incredibile animatore della parrocchia di Mogliano Veneto e della Rete locale. Gli amici di Mogliano, nel darcene notizia, così lo ricordano: “Uno dei suoi tratti caratteristici era l’accoglienza. Pur nella sobrietà della sua canonica, che poi denotava il suo stile di vita, quante persone ha accolto: stranieri, donne in difficoltà, rifugiati, disperati… Potremmo parlare a lungo di quali siano stati l’insegnamento, la testimonianza ed anche la figura profetica di don Giorgio (come non ricordare nelle sue omelie e nei sui scritti, le prese di posizione e le denunce contro la corruzione, la mancanza di etica, il degrado dei valori in politica…).”

Il direttore

Editoriale del numero 107

Il passaggio da un anno all’altro porta con sé il desiderio di cambiare. L’anno nuovo è visto come un tempo nuovo. Questo rivela una vocazione dell’essere umano a rinnovarsi permanentemente. Ma quel che rende il tempo fecondo di qualcosa di nuovo è l’amore. Dobbiamo vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perché il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio, sia veramente efficace. Da soli, non possiamo cambiare le strutture politiche basate su leggi strutturali. Tuttavia, possiamo contribuire a creare le condizioni necessarie a trasformare le leggi e i sistemi e a rendere il mondo più giusto e più fraterno. Accogliere il nuovo anno è credere fortemente che ci impegneremo a garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace. È importante che questo nuovo anno sia per tutti noi un tempo di profondo rinnovamento di vita. È necessario che ciò si ripercuota anche nelle persone intorno a noi e in tutta la terra. Perché questo sia possibile, dobbiamo assumere di nuovo, ora, l’impegno -in ogni giorno del nuovo anno- a prenderci un momento, anche se breve, alla gratuità e all’interiorità, per rinnovare un dialogo vero e profondo, ciascuno con se stesso. E dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo più difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare la comunione solidale con la Madre terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta. Ritornando a privilegiare i mestieri antichi, gli orti, le antiche colture, per riavvicinarci alla terra e all’uomo, attraverso una nuova relazione basata sull’importanza dell’altro. Così, la speranza che questo sia un anno positivo si realizzerà in ciascuna e in ciascuno noi, e nel mondo. La terra e tutto quello che essa contiene è destinata all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati devono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti. Paolo IV, nella Populorum progressio cita S. Ambrogio: “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. E allora tutti potremo constatare come diverranno vere e feconde nella nostra vita le parole dell’antica benedizione irlandese che ho letto: “il vento soffi leggero sulle tue spalle, il sole brilli caldo sul tuo viso, le piogge cadano serene lì dove vivi. E, fino a quando ti vedrò di nuovo, che Dio ti tenga nella palma della sua mano”. L’anno nuovo ci trasformi in tutte le mamme del mondo, di ogni razza, di ogni cultura. Tutte hanno una certezza, tutte sentono quando nasce la loro bambina o il loro bambino, la sua debolezza. Tutte scoprono subito che non hanno altro scopo nella vita, altre felicità che servire la debolezza del loro bambino, affinché cresca, affinché egli diventi tutto ciò che è capace di diventare. E questa è la prima lezione d’amore, quell’amore che fa si che noi siamo qualche cosa di più, qualche cosa oltre noi stessi. Che ci fa comprendere che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che superi il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. La nostra azione di approfondire i meccanismi che determinano la disuguaglianza, per dare voce a chi non ha voce, e la nostra azione di restituzione-autotassazione periodica, libera nella quantità e costante nel tempo, a sostegno di progetti pensati e realizzati indipendentemente dai nostri referenti in America Latina, Africa e alcuni in Italia, e un’attenta riflessione e azione politica, hanno la capacità interrogarci continuamente, di tenere aperto l’orizzonte per un cambiamento. Piccoli segni attraverso i quali si sviluppa la consapevolezza dell’interdipendenza e della corresponsabilità.

Antonio Vermigli

Agostino Rota Martir

Vita da “zingari” (vista da noi) e la vita vista dai Rom. Punti di vista diversi!

1. Ogni popolo, compreso quello dei Rom e Sinti, ha il diritto della propria auto-determinazione. Perché lo riconosciamo quasi automaticamente a tanti popoli, invece per i Rom non avviene?

Da decenni ormai sono continuamente assaliti da assistenti, operatori, associazioni… Quanti Progetti di ogni tipo, abbiamo visto scorrere sulle loro teste, quante soluzioni si sono accavallate sulle loro vite… per poi rivelarsi fallimentari e quasi sempre incolpare i Rom del loro insuccesso. Le soluzioni che in questi decenni sono state proposte, non hanno fatto altro che incancrenire il problema.

La loro auto-determinazione viene sacrificata in nome di un bene stabilito da altri, al di fuori del loro mondo, o per lo meno non sufficientemente conosciuto e quasi sempre (ieri come oggi) senza una loro reale partecipazione e coinvolgimento. A loro in genere spetta adeguarsi al “benefattore/salvatore” di turno. È uno dei tanti luoghi comuni, tra i più diffusi anche tra coloro che si occupano di Rom, quello di credere che loro hanno bisogno di qualcuno che decida al posto loro, nel bene e nel male.

C’è sempre qualcuno pronto a suggerire come organizzare la loro vita: che la lavatrice non va messa in quel posto, che i bambini devono vestire in altro modo, chi devono frequentane e chi no, chi può e non può venire a visitarli, che la casa è la soluzione del problema Rom, che i Rom non sono più nomadi, che i campi devono essere superati, che non devono andare più ad accattonare perché non è dignitoso, che non bisogna accendere più fuochi all’aperto, che bisogna stare nello spazio assegnato, che l’integrazione è fare questo e non quello, che le regole (patti) bisogna rispettarle sempre, anche quando sono state sottoscritte sotto forma di ricatto o per incutere paura.

Noi, con le nostre Associazioni, con le più fantasiose politiche sociali studiate ad hoc, pensiamo di dover essere noi a trovare per loro le soluzioni, con convegni nazionali/internazionali, dibattiti, seminari, studi … i Rom invece decidono della loro vita attorno ad un fuoco o bevendo insieme una tazza di caffè, consultandosi tra di loro. Luoghi e tempi diversissimi e distanti tra loro. I nostri a lunga programmazione, i loro invece, hanno il respiro breve, perché seguono quelli della loro esistenza, fatta di sensazioni, possibilità da cogliere al volo, clima che si respira in un dato momento, paure. I nostri luoghi cercano la visibilità, i loro invece sono più nascosti, lontani dai centri di decisione, seguono altre mappe, altri canali, ma sono il loro cammino che seguono perché fiutano la vita…

2. Rimanere in balia di chi ha un potere più alto del loro. Sembra proprio essere la condizione di vita dei Rom e Sinti, ieri come oggi. Progetti sempre pensati da altri, da chi ha la possibilità e la capacità di accedere a finanziamenti destinati ai Rom, ma senza un diretto loro coinvolgimento, e con condizioni stabilite in assenza degli interessati, i Rom per l’appunto. Quasi sempre, questi Progetti (finanziati) presentati dalle Amministrazioni locali e Associazioni, hanno come una delle finalità la volontà di disgregare le comunità Rom, che è un modo per cancellarli. E i fatti recenti di Roma vanno proprio in questa direzione.

Oggi il diritto di parola è accordato a chi propone soluzioni, possibilmente quelle a noi congeniali. È il tempo della “politica del fare”, ed è uno dei rischi che vediamo diffondersi: basta perdere tempo con tentennamenti e analisi di carattere sociologiche e antropologiche, che portano a nessun risultato, “vogliamo risultati e alla svelta, basta attendere”. Ora bisogna indicare soluzioni, percorsi chiari e risolutivi, perché i Rom devono finalmente integrarsi, altrimenti non ci può essere futuro per loro.

Ma quale futuro? Il loro o il nostro futuro?

3. Anche oggi chi si occupa dei Rom (del resto come ieri), non fa altro che parlare di casa, che bisogna guardare oltre i campi, che l’Italia è il paese dei campi, l’unico in Europa, che è poi una bugia perché di campi Rom e Sinti ce ne sono un po’ ovunque nei paesi Europei: Inghilterra, Francia, Irlanda, Spagna… di simili ai nostri, altri strutturati diversamente, ma pur sempre campi. Basta fare una semplice ricerca in Internet con Google per scoprire l’esistenza di campi un po’ ovunque.

Campi = ghetti sembra una equazione scontata. Ne siamo sicuri? Il campo è solo e sempre ghetto?

Spesso parlando dei campi “nostrani” si dice che bisogna chiuderli perché sono dei ghetti, in quanto non aiutano l’integrazione, perché si trovano in posti isolati, lontani dalle città e dai servizi… e c’è anche del vero in questo. Ma, si dà per scontata, come unica soluzione possibile al campo-ghetto, sempre e solo la casa, per noi è invece è una soluzione semplicistica e miope. Nei loro paesi di origine, lo si sente dire spesso da chi sostiene la casa come unica “soluzione”, i Rom vivevano nelle case e non nei campi. Ma vivevano e vivono tutt’ora in autentici quartieri ghetto scomodi e spesso distanti dai centri, più o meno come i nostri campi.

Il campo è anche lo spazio della sopravvivenza per tanti Rom, è anche quello della relazione, è il respiro che permette a tanti di loro di vivere e di affrontare la vita. Ovunque i Rom cercano e si costruiscono uno “spazio” dove poter vivere … è questo che molti Rom cercano, sia qui da noi come nei loro paesi di origine: in case o in quartieri ghetto.

I quartieri di Rom della ex Jugoslavia o dei Balcani, fatti prevalentemente di case, alloggi e baracche non sono poi tanto diversi dallo “spirito” dei campi Rom, rispecchiano lo stesso modo di vivere lo spazio, che è diverso dal nostro, è un modo di stare insieme. In effetti i campi, con tutti i loro limiti che ben conosciamo, riproducono questo “modo di stare insieme” che la nostra società ormai ha perso da tempo e che giudica negativamente o frettolosamente rimuove e colpevolizza.

I campi sono, con tanti limiti e le sue contraddizioni, lo spazio condiviso, spazi nei quali la relazione costituisce il soggetto e l’arricchisce. La nostra società (quella Occidentale in genere) invece tende a separare, la persona viene percepita come separata, appartata… “appartamento” appunto!

Con ciò non vogliamo negare o nascondere che spesso i campi oggi stanno diventando invivibili anche per gli stessi abitanti e bisognerebbe analizzare con saggezza e ponderazione le cause. E una di queste, per noi è riconducibile anche all’intervento delle politiche sociali, che spesso rischiano di peggiorare di molto il tessuto già fragile delle stesse comunità Rom. La domanda che noi ci poniamo è la seguente: perché anche lo “spazio” all’interno degli stessi campi Rom sta degenerando e perdendo la loro specificità?

4. Politiche sociali e sicurezza.

Oggi constatiamo un po’ ovunque, che le politiche sociali si sono arrese alla loro tipica “missione” di ascolto e di prevenzione del disagio, e di accompagnamento, preferendo di fatto allinearsi più alle politiche della sicurezza e del controllo, che dare risposte a questi disagi. Con i Rom è quasi scontato, oggi i poveri sono facilmente abbandonati e scaricati dai servizi sociali, complice anche la politica che in questi ultimi anni non ha voluto affrontare il tema della povertà, preferendo rimuoverla e nasconderla. Oggi le politiche sociali verso i Rom di fatto si confondono spesso con quelle della sicurezza e del controllo, che di fatto è anche quello che sta chiedendo l’opinione pubblica condizionata spesso dagli “imprenditori della paura”, diffusi in tanti settori sia della politica e della stampa. Così facendo si rischia di speculare solo sulla sicurezza e non sulle cause del disagio in sé, questo vale in particolar modo per le popolazioni Rom, ma si allarga anche sui settori deboli della nostra società: immigrati, profughi, poveri, cittadini italiani senza casa.

Ciò che notiamo da diverso tempo è una vera “assenza di cuore” nelle politiche sociali verso i deboli in genere. Il rischio è che questo vuoto oggi, come ieri è sostituito da altri interessi di varia natura, in primis quello economico, appetibile a molti, forse a troppi: sempre sulla pelle dei Rom, arrivando anche a constatare come anche la “politica” ruba sui Rom e sulle fasce deboli della popolazione. Perché l’integrazione proprio perché costa, oggi è diventata una affare che fa gola a tanti.

5. “Basta campi” … e poi?

Oggi lo dicono tutti, in tutte le salse. Molti di questi mai hanno messo piede in un campo, mai hanno conosciuto realmente un Rom, mai hanno partecipato ad una loro festa, nemmeno ascoltato un loro desiderio o raccolto un loro timore. Basta campi è un mantra che si ripete da ogni parte: da destra e da sinistra, dai laici come da istituzioni religiose… molti senza la minima conoscenza della realtà, oggi è di moda dirlo: “Basta campi”, che coincide, il più delle volte a: “basta Rom” nel mio territorio.

La penso in maniera diversa. Innanzitutto, perché spetta a loro scegliersi il loro futuro, non noi. Oggi quando si parla dei campi Rom si sottolineano solo gli aspetti negativi, che in parte anche noi condividiamo, frequentandoli e vivendoci dentro li conosciamo, ma le analisi e le cause di tanto degrado sono assenti. Perché i campi hanno subito questo degrado?

I campi Rom sono anche l’unico spazio qui in Italia, dove i Rom si sentono “custoditi”, sostenuti ed aiutati (non dagli operatori, assistenti sociali…) da altri Rom. Cosa che non sempre avviene in un appartamento posto in un quartiere della nostra città. Anzi, è più facile che un Rom si senta giudicato e rifiutato, visto con sospetto e con la stessa diffidenza del Rom che vive in un campo. Spingendoli a vivere in case, in nome di una presunta integrazione, spesso non si è fatto che alimentare ancora più intolleranza verso i Rom. Abbiamo visto anche il fallimento di tante famiglie Rom incentivate dai servizi sociali ad andare a vivere in case o appartamenti.

Il campo, con tutte le sue difficoltà, i suoi disagi, comprese le sue contraddizioni interne (che abbiamo visto aumentare in questi ultimi anni), nonostante tutto…permette a tanti Rom di “sentirsi accarezzati”: con i tempi che corrono non è certo poca cosa! Meglio la “carezza di una semplice baracca” in un campo Rom, che la paura di un futuro incerto gestito da cuori anonimi e freddi calcolatori.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Luglio 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, siamo certamente in un periodo di grande preoccupazione per i cambiamenti di ogni tipo che stanno avvolgendoci, come già più volte si è detto ed ha ripetuto anche papa Francesco nella sua enciclica. Cambiamenti climatici, politici, sociali di grande portata, che potrebbero arrivare a una situazione di gravi ingiustizie e di profonda riduzione dei diritti. Anche se molti di noi sono in vacanza estiva, le sollecitazioni che si leggono sulla lista postale, dove molti mandano i loro commenti, evidenziano una preoccupazione diffusa. Ma iniziamo con cose più positive e semplici che riguardano solo noi della rete di Verona, il nostro gruppo locale. Ricorderete che in marzo ci siamo incontrati per lanciare una nuova operazione, proposta da Gianfranco Rigoli e Laura Valotto, col sostegno solo da noi di Verona e non dalla Rete nazionale, cioè non con le collette di tutti i 40 (43) gruppi locali che insieme sostengono le iniziative di solidarietà della Rete. Si disse allora, davanti a don Domenico Romani, dell’Opera mazziana, della nostra intenzione di ridurre la quota delle borse di studio a Joao Pessoa, l’”operazione Picotti”, per curare un’analoga iniziativa in un paese che ne ha bisogno di più, cioè in Ghana. E dal prossimo settembre inizieremo a sostenere la frequenza a scuola di qualche decina di ragazze ghanesi, dirottando in Africa parte della nostra colletta veronese. Ne parleremo ancora e spesso, e nella prossima circolare di settembre (questa di luglio comprende anche quella di agosto) manderemo tutto il progetto, luogo, referenti, quota, numero di ragazze sostenute, svolgimento e prospettive. La Rete prosegue l’approfondimento sulla Finanza criminale, introdotto anche dalla circolare nazionale della Segreteria: si vede sempre di più che il mondo è controllato dal denaro, dalla Finanza, che non permette a nessuno, popolo o stato, di sottrarsi ai suoi obblighi e di pagare i debiti, come si vede con la Grecia, che difficilmente potrà ottenere una ridiscussione del suo debito. Ma il problema ormai diventa uno solo: chi ha fatto quei debiti? i cittadini? o le banche? e chi deve pagarli allora ? Non sarebbe ormai il caso di ridiscutere tutto, senza far riferimento a uno sviluppo e una crescita che difficilmente potrà avvenire? Tutti gli stati, anche la Forte Germania, non riescono più ad aumentare significativamente il loro PIL, quindi bisogna rassegnarsi che di denaro ce n’è sempre meno, salvo tra i ricchi e gli straricchi, e i piani di sviluppo devono essere impostati diversamente, cioè puntare alla staticità o alla decrescita, e non ci possono essere più tanti soldi per pagare rate enormi di debiti spesso ingiusti e odiosi. Sto leggendo (oltre all’enciclica “Laudato si’”) un bel libretto di Massimo Cacciari, il filosofo che è stato anche sindaco di Venezia, che porta come titolo “Vie di fuga”. Di fronte alle crisi incombenti e permanenti, ai migranti che arrivano a milioni, di fronte alle stragi terroristiche, al venir meno dei beni comuni e del lavoro, con i poveri in galera e i ricchi sempre più ricchi, dove dobbiamo cercare di andare a finire? quali vie di fuga ci possono essere? è possibile arrivare ad un sistema sociale nuovo basato sui beni comuni? Sono certamente temi su cui riflettere, bisogna avere qualche buon libro da studiare e poi cercare modalità e gruppi in cui discutere, per arrivare ad azioni reali. Mi pare che la nostra nuova opzione solidale con il Ghana possa essere una buona risposta da ogni punto di vista, è una cosa concreta, semplice, limitata, è un segno di speranza, ed agisce in un paese africano e povero, forse contribuirà anche a ridurre il numero di migranti. E ci dà nuove conoscenze e persone con cui dialogare, e soprattutto da ascoltare, perché la lettura del mondo con gli occhi degli africani è certamente molto diversa dalla nostra, dalla ricca Verona. Le nostre piccole operazioni dimostrano che i soldi possono essere importanti, ma non sono la cosa più importante, contano le amicizie, le persone, il confronto, le buone relazioni, e siamo certi che i nuovi amici (amiche) del Ghana aiuteranno ancora noi, sé stessi e la situazione mondiale, come ci hanno aiutato gli amici che abbiamo conosciuto con le operazioni in Guatemala e con l’azione di sostegno all’Opera mazziana a Joao Pessoa. Termino citando una rivista missionaria molto amata da tutti noi, Combonifem, che ci ricorda nel suo ultimo numero quanto è importante avere dei segni di speranza anche in frangenti difficili, vedere il positivo anche quando sembra che le notizie negative siano sovrastanti a tutto. Un sorriso può essere più positivo di un giornale o di un TG. L’immagine concreta che poi ci propone il giornale missionario femminile è relativa ai migranti, migranti per lavoro: l’anno scorso sono stati più gli italiani che hanno lasciato l’Italia per abitare all’estero degli stranieri che hanno deciso di risiedere in Italia, 155.000 contro 92.000. Allora forse non è vero che siamo invasi dagli stranieri, ma invece siamo noi che invadiamo altri paesi. È davvero una notizia strana che deve farci riflettere, perché le notizie ufficiali spesso non corrispondono alla realtà e richiedono invece riflessione e ricerca, cercare notizie alternative, per capire se ci sono altri modi di vedere le cose e di capire come funzionano, e per agire di conseguenza.

Un caro saluto da Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Luglio/Agosto 2015

Carissima, carissimo, “il Brasile é un paese ancora molto diviso: quello dei Signori e quello dei Servi. Non é ancora una Nazione di cittadini. Per la stragrande maggioranza dei cittadini i diritti sono favori concessi loro dai signori”. Così esordiva Waldemar Boff, referente del progetto della Rete, che opera nelle favelas della Baixada Fluminense, una vasta distesa di case povere, popolata da quattro milioni di abitanti. Dove vivono coloro che non sono riusciti, causa la propria povertà, ad abitare a Rio, durante una nostra conversazione. Mentre noi, ci interessiamo dei servi, degli schiavi, del mondo degli oppressi e degli esclusi, di coloro che non sono contabilizzati, perché non hanno un reddito. La massa degli esclusi che sovrabbonda ancora le campagne e le città, costituisce, a suo vedere, la materia prima di un nuovo ordine sociale, fatto di cittadini e di fratelli. Sono loro che costituiscono la promessa di un futuro più umano. Oggi la trasformazione sociale è possibile non con la violenza ma, con la persuasione interiore. Oggi necessita una rivoluzione molecolare, nello svegliarsi delle coscienze, nel riscatto della nostra profonda umanità, attraverso il gesto dell’accoglienza, della parola che illumina, del cuore che si apre alla compassione. Oggi gli esclusi vanno educati dolcemente. Parliamo mentre stiamo arrivando a Pedro do Rio-Vila Leopoldina, dove il compianto, ma sempre vivo in me, Guerino D’Amico di Pescara, che sento al mio fianco con la sua voce grave, gli occhi lucidi e le mani pronte a frugarsi in tasca per distribuire ai bambini che lo circondavano, i reais che conteneva. Piangendo a dirotto. In questo quartiere, grazie alla sua generosità, è stato costruito un asilo dedicato a ricordo di suo figlio Gianfranco. Adesso il Comune l’ha ristrutturato e ampliato, ci sono 90 bambini che dalle 7 alle 16 hanno la possibilità di crescere in serenità, lasciando a casa sofferenza, fame e preoccupazioni. Pedro do Rio è un insieme di casupole di pochi mattoni, lamiere per tetto, terra rossa argillosa umida ovunque, che si attacca alle scarpe. E’ una striscia sopra il fiume dove, un tempo passava la ferrovia. Centinaia di panni stesi fanno da corona, mentre una decina di cani ci fanno da scorta. Nonna Neide ci invita a vedere la sua “casa”, pitturata da poco, pulita, in ordine. Ci dice che sognava una casa così da 50 anni. Trenta metri quadri che condivide con il marito e un figlio. Entrati ci offre un bel “sorriso” e un caffe; facendo attenzione che ognuno abbia il suo cucchiaino. E’ una donna di una dolcezza infinita, dimostra molti anni tante sono le rughe che le hanno scavato il volto. Ne ha 59! Arrivati all’asilo ci viene incontro Dorinha, la direttrice. Sui muri cartelli e disegni che richiamano l’importanza dell’ecologia, del pianeta Terra, disegni e collage. Mi colpisce un manifesto con su scritto: “Amministrare ricchezze del mondo per il bene comune significa che tutti possono avere da mangiare, una casa, l’accesso alla salute e un lavoro. Cose basilari che danno dignità”. Credo che la volontà di giustizia degli educatori insieme ai bambini rendano sublime la vita che c’è in loro. Gli educatori incoraggiano i bambini sottolineandone le qualità. Pranziamo con loro, il mangiare é ottimo, si ride, mentre i loro occhi sono concentrati su di noi. Improvvisamente arriva un giovane scalzo e impolverato, il suo nome è Joao. Dorinha lo inviata a sedersi e a mangiare con noi. Preso il suo piatto, si siede al tavolo a lato, teme di impolverarci… Stando con questi bambini credo che dobbiamo creare la possibilità di fare fiorire nuove forme di vita, di creare forme nuove di fraternità, di introdurre qualità inedite di giustizia e di pace. Incontrando gli impoveriti emerge, sale dentro di noi la consapevolezza che è solo attraverso l’uomo e il mondo che la vita si manifesta. E’ l’esperienza che ti fa uscire da te stesso facendoti penetrare la realtà, creando gioia, presa di coscienza ma anche sofferenza e lotta. Perché l’incontro è sempre arricchimento, solo chi lo sperimenta può capire e comunicarlo, dandogli autorità. L’esperienza è spogliarsi dai preconcetti e da idee precostituite. E’ il modo in cui si interiorizza la realtà e la forma che troviamo per situarci nel mondo insieme agli altri. Come non ricordare in questo luogo, ancora una volta l’amico-fratello Guerino per le emozioni e i giudizi di valore che lo accompagnavano, nell’ottica della liberazione o dell’oppressione, dell’inclusione o dell’esclusione. Guerino vedeva, sentiva la liberazione di questi bambini come un orizzonte prossimo. In questi luoghi si fa presto a pensare al volontariato come ad un momento di crescita interiore, morale ed etica. Penso a gruppi di persone semplici che si incontrano, che si impegnano per cercare di essere in concreto quella piccola goccia nel deserto di un mondo che soffre le ingiustizie provocate dalla nostra società egoista, che opprime, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, che schiavizza, usufruendo del benessere rubato ai più.

Petropolis, luglio 2015

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Luglio/Agosto 2015

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

(Francesco D’Assisi – Il Cantico delle Creature)

Cari amici,  in un piccolo paese della provincia di Macerata, Ripe San Ginesio, appena 800 abitanti, si può vedere realizzata la sostenibilità ambientale, sociale ed economica con un impianto fotovoltaico che produce più della metà del fabbisogno energetico del comune, una scuola elementare ad alta efficienza energetica, oltre 80% di raccolta differenziata, un impianto termico a energia solare che produce acqua calda per la palestra e l’asilo, un anfiteatro all’aperto recuperato da una vecchia cava; un paese, quindi,  a  impatto ambientale  zero, un borgo sostenibile e innovativo, protetto, ma connesso.  Fra le tante iniziative di questo borgo c’è nel mese di luglio un Festival intitolato “Borgofuturo Festival” che dal 2010 immagina una prospettiva di sviluppo per il piccolo centro. Il Festival, negli anni, è diventato il motore del territorio e della comunità ed è stato capace di innescare l’ideazione di un progetto molto più ampio. Scelte precise da parte dell’amministrazione comunale e dell’associazione Borgofuturo hanno avvicinato lo spazio fisico Ripe San Ginesio al luogo simbolico definito dal festival e dalla comunità che lo anima. Partendo da questa scintilla, Borgofuturo si è fatto teatro di un crescente fermento culturale, che ha visto negli ultimi anni una maturazione di relazioni, connessioni e nuove progettualità in ambito creativo e di sostenibilità. Una rete attiva, intrecciata con molte realtà regionali e nazionali che si muovono sugli stessi temi. Una cittadinanza ideale, appunto, che si è mossa nel tentativo di far corrispondere un luogo simbolico ad un luogo reale. Visti i risultati ottenuti, altri obiettivi sono stati fissati, quali: realizzare un borgo sempre più accogliente e solidale, volto all’inclusione sociale; un borgo che sostenga l’economia locale rivolta anche a giovani imprenditori; un borgo che punta sulla cultura arricchendo la Pinacoteca comunale e ospitando manifestazioni culturali; un borgo che tutela territorio e ambiente; un borgo che promuove un turismo sostenibile basato sulle produzioni locali.

Quest’anno uno degli ospiti è stato Serge Latouche che ha parlato della “Decrescita Felice” di cui è fautore insieme a diversi altri pensatori fra filosofi ed economisti. Latouche ha iniziato il suo intervento chiarendo che la parola “decrescita” è uno slogan da contrapporre all’altro slogan “crescita” per far capire con un paradosso quanto sia assurdo pensare di crescere all’infinito in un mondo finito! Il vero senso della “decrescita” sta nell’introdurre nella nostra mentalità un concetto di austerità, di non spreco, di sostenibilità. Il filosofo francese parla di “truffa” degli economisti che hanno trasformato l’economia in un organismo vivente pur sapendo che essa è una scienza astratta; per gli organismi che fra l’altro sono mortali, è opportuno parlare di crescita che, tuttavia, non va avanti all’infinito e ad un certo punto si ferma. Altro “imbroglio” secondo Latouche, è che il capitalismo che prometteva di portare miglioramenti per tutti, di fatto si è allontanato da quegli obiettivi facendo arricchire pochi e impoverire tanti a causa dell’avidità e del profitto sfrenato e che la crescita invece di far aumentare i posti di lavoro, come prometteva, li ha fatti diminuire arrecando, purtroppo, gravi danni alle nuove generazioni. “Tutto ciò ci ha fatto perdere il senso della vita contemplativa e siamo come atrofizzati nella nostra indifferenza.” Tutti possiamo auspicare la crescita, ma in senso biologico non economico. La società consumistica di crescita è destinata a finire come ogni organismo, anch’essa morirà. E se non avremo predisposto un pensiero alternativo come faremo? Altro meccanismo perverso riguarda il sistema bancario europeo nel quale mentre la Banca Centrale Europea eroga prestiti alle banche private a tassi bassissimi, prossimi allo 0%, queste ultime prestano agli Stati a tassi di mercato, quindi molto più alti. Infine Latouche ha portato un esempio di austerità tutta italiana, parlando di un precursore della decrescita, Enrico Berlinguer che parlava di una “terza via” immaginando una possibilità diversa fra comunismo e statalismo, terza via in cui ognuno, uomo o danna, poteva realizzarsi come persona non essendo più un numero come nel sistema statalista. “Decrescita è triste come termine, ma funziona come slogan provocatorio!” dice Latouche – La ricetta che lui propone si riassume nei seguenti concetti: più sociale, giusta concorrenza, no al gioco al massacro firmato globalizzazione, lavoro per tutti (magari a salari e stipendi più bassi e meno ore di lavoro pro capite, pur di lavorare tutti), riorganizzazione dei consumi, localizzazione vietando la delocalizzazione alle imprese, riduzione degli sprechi, riconversione verso fonti rinnovabili, graduale abbandono del petrolio  come fonte energetica, abbandono dei pesticidi e concimi chimici in agricoltura per convertirsi alla green economy, implementazione delle tratte ferroviarie locali e interne  invece di pensare all’alta velocità, acqua e aria pulita.

“Di fronte alla globalizzazione (…) bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. (…) Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale in cui si dibatte.”

Serge Latouche

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Trento – Giugno 2015

Care amiche e cari amici della Rete del Trentino, la circolare nazionale parla del dramma dei profughi, che a ondate sempre crescenti lasciano i loro paesi in guerra o in miseria per cercare una vita migliore, spesso a rischio della vita stessa. E’ evidente che un esodo così massiccio richiede risposte coordinate e lungimiranti e che i singoli stati non sono in grado di far fronte a tragedie di tali dimensioni. E’ però altrettanto odioso vedere partiti che su queste tragedie costruiscono le loro fortune elettorali, sparando menzogne e alimentando paure che alimentano il razzismo più becero.

Mi ha fatto molta impressione la settimana scorsa, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato (20 giugno), partecipare a un dibattito a Rovereto, all’interno del Museo della Guerra, e vedere le immagini di 100 anni fa, quando la popolazione trentina fu costretta a lasciare le proprie case a causa della guerra e finì profuga nei paesi interni dell’Impero (Boemia, Moravia, Alta Austria) o in varie parti d’Italia. Quei nostri nonni profughi in terre straniere e inospitali suscitano ancor oggi in noi commozione e dolore. Una signora di Telve ha ricordato nella tavola rotonda i racconti di sua madre, che fu internata a Mitterndorf con la sua famiglia (solo le donne, i bambini e gli anziani, in quanto gli uomini validi erano al fronte) e le privazioni, le umiliazioni, la disperazione di tante persone. Mi ha colpito ancor di più l’immagine del paese di Marco raso dai bombardamenti: al rientro dei profughi nel 1918 non c’era più niente e la gente fu costretta a vivere in baracche, così come in baracche aveva vissuto per quattro anni nei campi profughi. Ma vedere quelle baracche a Marco, dove oggi altre baracche della protezione civile accolgono i profughi che scappano da altre guerre, mi ha fatto riflettere sulla storia che si ripete, sulle tragedie che ieri colpivano noi e oggi colpiscono altri. Eppure a Marco, come nel resto del Trentino, dell’Italia, della Francia (vedi il dramma dei profughi sugli scogli di Ventimiglia) e dell’Europa (vedi il muro in costruzione in Ungheria) noi ci ostiniamo a respingere questi nuovi profughi, dimenticandoci che anche noi siamo stati profughi di guerra. “Ricordati che sei stato straniero anche tu” è il titolo di un bel libro di Vincenzo Passerini, edito da Il Margine di Trento, in cui l’autore ci richiama al dovere morale dell’accoglienza dello straniero, uno dei precetti fondamentali di tutte le culture, oggi messo in ombra da egoismi personali e collettivi. Passerini chiude il libro con un “manifesto dei migranti”, di estrema attualità. Noi come Rete cerchiamo da tempo di dare il nostro contributo. Con la costituzione dell’Associazione Multicolor stiamo tentando di dare lavoro ad un gruppo di profughi. A questo proposito, vi invitiamo ancora a segnalarci la possibilità di lavori di imbiancatura, giardinaggio, pulizie o altro presso le vostre case o presso amici e conoscenti, ma vi avvertiamo che durante l’estate non sarà possibile rispondere con urgenza alle vostre richieste, perché spesso i ragazzi sono impegnati in lavori saltuari nei campi.

Carissimi saluti a tutte e tutti

Fulvio Gardumi