Home2016 (Page 4)

Maggio 2016 (bis)

Carissima, carissimo,

da pochi giorni siamo rientrati dal Convegno della Rete a Trevi dove abbiamo dato la parola ai nostri amici profughi e migranti, evidenziare che è stato meraviglioso è poca cosa in rapporto a ciò che abbiamo ascoltato, vissuto. Un’umanità nuova in cammino verso ognuno di noi, verso ogni comunità, verso ogni Stato per sentirsi insieme: mondo. Siamo nel pieno dell’anno della Misericordia, al convegno abbiamo compreso che ha mille strade, mille modalità, che la solidarietà si esprime in mille modi, che è un aspetto essenziale della misericordia. Che offrire misericordia non può essere un peso o una noia da cui liberarci in fretta. Il bisognoso, la vedova, lo straniero, l’orfano: Dio vuole che guardiamo a questi nostri fratelli, vuole metterci alla prova se siamo capaci di fermarci a guardare negli occhi la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace? Oggi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi, perché è il volersi bene che fa sentire le persone uguali. Oggi facciamo i conti con il caos, con male, con i disastri della natura, con le violenze, con le guerre, con le ingiustizie, con la sopraffazione di un popolo sull’altro. Oggi il male è così invadente da poter pensare che forse l’uomo, prima ancora di essere colpevole, ne é vittima. Oggi gli errori, l’imperfezione, il limite sono quindi insiti nella storia, ma sono anche la chiave del progresso. I momenti più caotici, e noi probabilmente ne stiamo attraversando uno, sono però spesso anche quelli che danno origine ad una nuova coscienza, ad un salto di qualità, alla capacità di un radicamento più interiore, ad una maggior crescita umana. L’Europa ha chiuso le frontiere sulla rotta dei Balcani percorsa dai profughi, lo ha annunciato come una vittoria. Un volto, quello dell’Europa, senza vergogna. Doveva organizzare la distribuzione dei profughi, siamo ancora al caos, peggio, si ergono muri ovunque, in questi giorni anche l’Austria, governata dalla sinistra, ma presto chiamata al voto, per paura di perdere le prossime elezioni, ha iniziato a costruire un muro al Brennero, e sta pensando di ergerlo anche con la Slovenia. I ventotto paesi hanno siglato l’accordo ma nessuno è interessato a metterlo in pratica. Dove sono l’umanità, la solidarietà, la compassione? Una vittoria dei ciechi egoismi, del cinismo e dell’indifferenza, sbandierata proprio da una istituzione che vanta nel proprio curriculum un “immeritato” Premio Nobel per la Pace nel 2012. Le frontiere chiuse a migliaia di profughi senza documenti regolari in fuga dai conflitti in Siria, in Afghanistan e in Iraq, dal terrorismo nel Pakistan, dalla siccità, dalla fame e dai regimi dittatoriali dell’Africa sub-sahariana. Sono porte sbattute in faccia a famiglie intere, a madri e bambini. Ad Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sono bloccati 14 mila migranti e rifugiati, in condizioni drammatiche. Ho ricevuto notizie tragiche dagli amici preti di Ambivere (BG) che avevano eretto nel tempo di Quaresima una tenda e vi avevano preso posto, che sono andati ad incontrarli. Ma allo stesso tempo quanta voglia di vita, quanta creatività ci fatto conoscere attraverso l’invio di notizie e grossi murales fatti con i bambini. Ad ogni loro movimento ricevono, contro ogni legge internazionale vigente, lanci di lacrimogeni, proiettili di gomma e acqua gelida con gli idranti. Stiamo assistendo alla crudeltà dell’umanità nel fango! Dove è finita l’Europa della democrazia e dei diritti? Ma soprattutto dove ha smarrito la sua umanità di fronte al genocidio in atto nel Mediterraneo, mare di sangue, che ha falcidiato dal 1988 oltre 28 mila vite? Ma questi non sono numeri! come ci hanno insegnato padre Zanotelli e don Ciotti, questi non sono numeri, sono volti, vite, quante volte dovremmo ancora ripeterlo? Che ne è rimasta della commozione di tutto il mondo davanti alla foto del piccolo Aylan sulla spiaggia turca? 330 bambini inghiottiti solo dall’inizio dell’anno da un mare più nero dell’inferno senza una lacrima versata, se non il dolore eterno, di cui non sapremo mai, delle madri. E se fossero stati bambini italiani, annegati durante una crociera sul Mediterraneo? Solo questo è un orrore impronunciabile, vero? Chi li avrà sulla coscienza quando tra venti o trent’anni si leggerà sui libri di storia di un genocidio mai riconosciuto, mai affrontato con soluzioni possibili e praticabili, come quella dei corridoi umanitari? Continuiamo a voltare tutti gli occhi da un’altra parte, continuiamo a far finta di non vedere. C’è da vergognarsi di essere europei. Punto e basta. Ci domandiamo quali sono i motivi dei conflitti, chi li determina, chi li arma, quali interessi economico e geopolitici ci sono dietro, e a vantaggio di chi? Chiudo ricordando che, seicentomila italiani ricevono la pensione ogni anno grazie ai contributi versati dai lavoratori emigrati, che hanno versato all’Inps contributi per circa 8 miliardi di euro.

Antonio Vermigli,

Rete di Quarrata

Migranti oltre l’accoglienza. Donne e Uomini in cammino verso l’inedito
Introduzione agli atti a cura del coordinamento
Il 26° convegno della Rete, che quest’anno si è svolto a Trevi con la partecipazione di quasi 300 persone, ha segnato un passaggio importante per la Rete, non solo per la scelta del luogo. Abbiamo infatti capito che in questo tempo fare solidarietà significa incrociare le rotte dei migranti.
Il tentativo è stato quello di assumere una prospettiva che andasse oltre la logica emergenziale, dove le parole “oltre” e “inedito”, proposte nel titolo, fossero la cifra e la chiave di lettura dei tre giorni di convegno,abbandonando così lo stereotipo che dipinge i migranti esclusivamente come vittime in balia di eventi decisi da altri. Il loro mettersi in movimento, pur in situazioni drammatiche o addirittura disperate – la ricerca di un lavoro, la fame, la povertà, la guerra – è il risultato di decisioni prese da persone che prima di tutto sono determinate a vivere: il loro spostarsi, le loro marce o il loro attraversamento del mare è prima di tutto un desiderio di vita. Per questo una delle novità più riuscite del convegno è stata quella dei lavori di gruppo del sabato pomeriggio che hanno lasciato spazio all’incontro con tutta una serie di realtà come, per esempio, la cooperativa romana Barikamà, che significa resistente in lingua bambarà, creata da giovani africani impegnati con successo nella produzione di yogurt per i proprio autosostentamento; la cooperativa pugliese Sfrutta Zero che ha messo insieme migranti e italiani per realizzare una filiera pulita del pomodoro, che restituisce dignità al lavoro agricolo, unendo alla produzione di salsa di pomodoro biologica una paga giusta per tutti; SOS Rosarno, che affianca i braccianti nella loro lotta contro lo sfruttamento, siano essi italiani o stranieri; i giovani e le giovani della Caritas di Savona, impegnati nel progetto “Un rifugiato a casa mia”, dove relazioni autentiche di ascolto e rispetto reciproco costituiscono il fondamento di un’accoglienza che va oltre ogni normativa.
Da queste testimonianze così ricche e intense è emerso con evidenza che siamo davvero tutti nella stessa barca, senza distinzione tra noi e “loro”, i migranti – del resto questo ha voluto significare il bel manifesto realizzato per il convegno – e che solo da quella barca possiamo provare insieme a immaginare e a far nascer qualcosa di inedito. E a darci misura del fatto che si possono già vedere le prime forme concrete di questo inedito sono stati proprio questi giovani e queste giovani, italiani e stranieri insieme, che si stanno assumendo la responsabilità di dar vita ad una società nuova. Per questo possiamo annoverarli a pieno titolo tra i nostri testimoni, se per testimoni intendiamo chi ci aiuta a leggere la storia da altre prospettive.
Sono state molto ricche anche le relazioni, pubblicate qui negli atti, che ci hanno aiutato ad approfondire, sotto diverse angolature, cosa significhi essere uomini e donne in cammino, dai tanti là, ma anche nel qui dove viviamo. Abbiamo ascoltato con interesse l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, coordinatore della Clinica legale per i diritti umani, CLEDU, e presidente dell’associazione Diritti e Frontiere, che ha affrontato il tema del rapporto tra legalità e democrazia, in relazione a quanto sta accadendo con i migranti; p. Mussie Zerai, fondatore dell’ Agenzia Habeshia e candidato al Nobel per la pace per l’incessante sostegno ai richiedenti asilo e la coraggiosa denuncia delle efferatezze del regime eritreo; Ozlem Tanrikulu, membro del Congresso Nazionale del Kurdistan che battendosi per i diritti del suo popolo ha affermato con forza che saranno i popoli dal basso a ridisegnare le forme della democrazia; la giornalista palestinese Wafa’ Abdel Rahman, che ha sottolineato l’importanza di mobilitare la società civile, in particolare le giovani, e di assumere la prospettiva femminile perché le donne possono fare la differenza nella gestione del conflitto
israelo-palestinese e non solo; l’attore e scrittore Mohamed Ba, che dell’incontro tra le culture fa la sua ragione di vita; la deputata europea Cecile Kyenge, impegnata nella messa a punto di leggi e normative europee più adeguate per quanto riguarda i migranti e di cui abbiamo raccolto, tra l’altro, l’invito a non perdere la speranza.
Naturalmente non ci sono state risposte preconfezionate e tanto meno sono state prospettate soluzioni. E’ stato importante, però, renderci conto che questa congiuntura storica può essere davvero l’occasione di un nuovo inizio per tutti: noi che stiamo già qui e “loro” che qui cercano una vita più vivibile o, più semplicemente, cercano di continuare a vivere. Solo stando fianco a fianco sarà possibile realizzare un cammino di liberazione: italiani e stranieri insieme dovremo assumerci la responsabilità aprire strade nuove dove l’emigrazione sia considerata condizione naturale; dove l’auto organizzazione e la dignità del lavoro siano alla base di relazioni paritarie che rompano la distinzione tra migranti non migranti.
Evidentemente questo cammino non possiamo compierlo da soli: al contrario dobbiamo sostenerci tra noi e soprattutto fare rete con tutte quelle persone e quelle realtà che hanno assunto questa prospettiva e vogliono prendere posizione con scelte concrete sul piano personale e politico.
Per questo è stato prezioso il tempo del convegno, perché ci ha offerto la possibilità di un ampio scambio di idee, di pensieri, soprattutto di domande, ma anche di relazioni profonde per dirci cosa ci sta a cuore e su cosa vogliamo tenere gli occhi ben aperti, se vogliamo diventare anche noi parte di questo inedito: del resto la Rete ci ha sempre spinto verso questo tipo di percorsi. In molti di noi sono risuonate le parole che tante volte ci ha ripetuto Arturo Paoli: “Il cammino si fa camminando”.Allora non rifugiati né migranti, non più vittime, ma attori di cambiamento, come si diceva aprendo il convegno: questa è la sfida che la Rete vuole fare propria proseguendo e rinnovando il proprio cammino, sempre attenta ai segni che la storia le mette davanti.
FULVIO VASSALLO PALEOLOGO
Questa è l’occasione di riflettere con voi su un fatto epocale che sicuramente in questi giorni, in queste settimane, chiama fortemente in causa la nostra capacità di valutazione e intervento: la prossimità delle persone che arrivano ci costringe a fare delle scelte.
C’è chi si interpone, chi si oppone, chi assiste, chi sta a guardare, chi è indifferente. È importante, in un momento così difficile per i migranti – ma anche per gli europei, con la crisi economica devastante e con un’Unione Europea incapace in politica estera – potere parlare del tema e scambiare punti di vista.
Riguardo all’informazione, invito tutti a diventare “produttori e condivisori” di quanto accade. Produrre informazione a livelli minimi. Faccio un esempio: in merito alla chiusura del Brennero, l’Austria sostiene che nessuno dei migranti detenga la qualità di richiedente asilo. Tuttavia la commissione di Ginevra non vieta a nessuno di fare richiesta d’asilo. Anche la nostra costituzione – art.10 – prevede possa essere richiesto da tutti, indipendentemente dal paese d’origine. È un diritto fondamentale, e come tutti i diritti fondamentali della persona umana va riconosciuto a tutte le persone; non può essere negato a priori l’accesso alla procedura, né a priori l’accesso al territorio.
Stiamo attraversando una fase molto critica di disinformazione – che passa anche attraverso i discorsi diffusi da alcuni governi, come quello italiano secondo il quale chi arriva sulle nostre coste dall’Africa è migrante economico, senza diritto di chiedere asilo.
Dalle statistiche che diffonde il Ministero dell’Interno vediamo che coloro che sono arrivati lo scorso anno (e che continuano ad arrivare anche nel 2016) non sono più in prevalenza siriani, come invece accadeva nel 2014, prima dell’apertura della rotta balcanica.
I siriani che provenivano dalla Libia nel 2014 arrivavano in aereo da Damasco, qualcuno arrivava anche a Malta. Si imbarcavano soltanto per l’ultimo tratto per poi giungere in Italia. Fino a Tripoli viaggiavano con i loro documenti.
Quando la Libia è collassata, l’aeroporto della capitale è stato bombardato e i voli sospesi, alcuni hanno tentato l’avventura via terra, o attraverso l’Egitto, dove hanno subito arresti, oppure attraverso le isole greche, o dalla Turchia verso la Bulgaria, risalendo lungo la rotta balcanica verso la Slovenia , l’Austria e l’Ungheria.
Opero in Sicilia, osservo gli sbarchi, sono in contatto con associazioni, avvocati, Croce rossa, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), e con varie associazioni che intervengono concretamente all’arrivo di queste persone: le nazionalità delle persone che approdano sulle nostre coste sono ancora in gran parte verosimilmente aventi diritto all’asilo.
Non sono solo nordafricani, come ritiene l’Austria: la percentuale di nordafricani che arriva è estremamente bassa. Se si tratta di cittadini tunisini, poi, quasi in tempo reale (in uno o due giorni) per una percentuale che sfiora il 60% vengono riportati in Tunisia grazie a un accordo di riammissione che semplifica le procedure (a differenza di altri accordi di riammissione con altri paesi).
Gran parte dei tunisini in arrivo viene separata dal resto delle persone appena arrivate e portata in centri di prima accoglienza o di detenzione sorvegliati dalla polizia. In media 20-30-40 persone la settimana ripartono verso Tunisi.
Confrontando dati ufficiali provenienti da fonti certe, da rapporti che periodicamente emana il Ministero dell’Interno (che tramite le Prefetture e le Questure raccoglie dati attendibili) e dai dossier della Caritas e del Centro Studi e Ricerche IDOS, la prima considerazione è che esiste un forte scarto tra le cifre reali dei richiedenti asilo e dell’immigrazione in generale per motivi economici e le cifre percepite. Cioè indagini scientifiche dimostrano lo scarto tra ciò che gli italiani avvertono come fenomeno immigratorio e i dati veri dello stesso. Spesso si crede ad esempio che le persone che chiedono asilo siano la maggioranza perché si parla soltanto di loro. Mentre molti giungono in Italia con visto turistico e con passaporto, a volte falso, ma comunque non sui barconi. Sui barconi entra una parte ridotta dei migranti.
L’Italia, come molti Paesi europei, rilascia alcune centinaia di migliaia di visti Schengen, che consentono per tre mesi di muoversi liberamente sul territorio. Chi entra con il visto turistico per invito, anche per motivi religiosi o di visita, può circolare nello spazio Schengen. Alla scadenza, c’è chi resta, di fatto irregolarmente.
Negli anni dopo la legge Martelli, dal ’90 a oggi, si calcola che il 70% dei cinque milioni di immigrati regolarmente presenti in Italia si sia regolarizzata, dopo avere percorso un tratto temporale di irregolarità, mediante sanatorie o con il decreto flussi. Entrati, quindi, mediante visto e passaporto, queste persone sono rimaste fino alla regolarizzazione.
Oggi, con i canali legali fortemente circoscritti, una delle modalità consistenti è quella del ricongiungimento familiare, anche in attuazione di principi costituzionali e norme di convenzioni internazionali che privilegiano l’unità del nucleo familiare. In Italia sottoponiamo questo diritto all’unità familiare a requisiti di reddito moltoseveri, fatto che costringe alcune famiglie a far arrivare i figli soli, minorenni e non accompagnati perché non riescono a far approvare alla Questura quel reddito di 15.000 euro che è richiesto all’anno per far arrivare.
Normalmente si tratta di famiglie numerose, quindi il ricongiungimento diventa una chimera, ma rimane comunque un canale di ingresso molto utilizzato.
Il problema non sono i 170.000 arrivati nel 2014 per chiedere asilo perché di queste persone solo 70.000 sono rimaste in Italia, mentre le altre hanno proseguito il loro viaggio. Il problema non dovrebbero essere nemmeno i 150.000 arrivati lo scorso anno, molti dei quali in solo transito, diretti verso Paesi dove c’è più lavoro. Fino a qualche anno fa in Italia dopo sei mesi dalla perdita del contratto di lavoro si diventava irregolari, si poteva essere anche espulsi. Ora il termine è di un anno. Se non ci si procura un altro contratto, si perde il diritto di stare nel nostro paese. Questo accade talvolta a persone che hanno figli nati in Italia: l’ottenimento della cittadinanza è regolato dalla peggiore delle leggi d’Europa con termini di tempo spropositati. Così abbiamo persone da vent’anni in Italia, con figli di 18 anni nati qui, eppure senza cittadinanza, col rischio di essere espulsi.
L’immigrazione è in molti casi femminile: siamo passati al 15% del totale di donne che arrivano, mentre in precedenza sui barconi si trovavano molto più di frequente gli uomini. Oggi sempre più spesso arrivano anche minori non accompagnati. Talvolta questi ragazzi vengono inseriti in un progetto positivo di accoglienza, ma altre volte i minori non trovano una sistemazione adeguata, sono sottoposti a controlli di polizia molto severi. Vi sono maggiorenni che passano per minori o minorenni che vengono espulsi.
Inoltre, vorrei dire che qui non si tratta di un fenomeno di emergenza: sono almeno 25 anni che abbiamo a che fare con flussi migratori consistenti. L’accordo tra Unione Europea e Turchia, Asia, Medio Oriente e Africa sul tema migrazioni è molto complesso, ma davvero sembra che ci sia chi vuole estorcere soldi all’Europa, in cambio di una supposta capacità di fermare le partenze dal proprio Paese (tutta da dimostrare).
Invito ad andare a cercare il Rapporto sull’accoglienza del Ministero dell’Interno del novembre 2015: è una fotografia fedelissima di tutti gli immigrati dell’Unione Europea e non. Migranti economici, richiedenti asilo, si forniscono informazioni sulla loro consistenza numerica e sulle norme che regolano la condizione giuridica dello straniero.
E difatti avere il quadro normativo completo (che è poi quello che stabilisce la condizione giuridica delle persone ed il rapporto tra le persone e lo Stato), è molto difficile: i contenziosi sono in crescita, si impugnano provvedimenti di diniego d’asilo e di espulsione. Al riguardo la giurisprudenza è abbastanza rassicurante: se si pensa alla legge Bossi Fini del 2002, una decina di sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale (dal 2004 al 2011) ha demolito l’impianto sanzionatorio e penalistico che introduceva. Quindi nell’evoluzione normativa un ruolo importante è quello delle Corti. Gli immigrati, poi, hanno enorme difficoltà ad avere accesso a un trattamento giusto, anche nel caso di reati lievi. Per gli italiani scattano normalmente gli arresti domiciliari, mentre per gli immigrati senza residenza stabile scatta l’arresto. Il numero di reati commessi da immigrati non è maggiore di quelli commessi da residenti, ma la loro forte presenza numerica nelle carceri spesso deriva dal non poter presentare ricorso alle misure alternative alla pena, alla liberazione anticipata, al lavoro socialmente utile o agli arresti domiciliari. Anche per questo aspetto l’impressione che si ha del fenomeno migratorio è distante dalla realtà.
Degli ultimi mesi è stato l’accordo fra UE e Turchia: la Turchia incasserebbe 6 miliardi di euro e dovrebbe riprendere dalla Grecia, attraverso i rimpatri –cioè le deportazioni- chi ha fatto la traversata. Ma le persone riportate in Turchia non sono turche, bensì pachistane, afgane, sono somale, sudanesi, nigeriane. Quindi non si parla di rimpatri ma di riconsegna, riammissione di persone che sono entrate irregolarmente in un paese che poi li ritrasferisce all’ultimo paese dal quale sono transitate, ma non le riporta in patria.
Secondo questo schema dovrebbe essere la Turchia che li riporta in patria. Per fare questo ci vogliono soldi, e la Turchia li chiede all’Europa. L’Europa aveva promesso soldi anche in occasione della strage di Lampedusa del 2010, ma non li ha versati. L’Europa ha promesso 6 miliardi di euro a Erdogan, ma c’è scontro su come debba essere ripartito questo fardello economico a livello europeo: ci sono paesi come Lettonia, Estonia, Finlandia che non vogliono contribuire. Si rifiutano di dare fondi per la crisi economica e non perché la Turchia, come l’Egitto (altro partner potenziale dell’Unione Europea sui rimpatri), notoriamente non garantisce il rispetto dei diritti umani, ad esempio coi respingimenti. Come avvocati, in alcuni casi, siamo riusciti a dimostrare l’illegalità di respingimenti svolti da altri paesi come l’Italia (nel 2012 abbiamo ottenuto la condanna dell’Italia alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo per i respingimenti verso la Libia avvenuti nel 2009, affidati alla guardia di Finanza, che dopo avere bloccato un serie di imbarcazioni ricondusse gli occupanti a Tripoli consegnandoli alle autorità di polizia libiche. Molte di queste persone furono incarcerate e subirono abusi; nel processo svoltosi presso la Corte Europea negli anni successivi questo emerse chiaramente ).
E ancora, i respingimenti di massa che negano il diritto di asilo sono stati oggetto di un’altra condanna per l’Italia, subita nel 2014 per i respingimenti verso la Grecia, paese ritenuto sicuro, paese che in realtà riportava profughi afghani in Turchia, che a sua volta li riportava in Afghanistan: sui ricorsi fatti da alcuni pachistani ed afgani, minori, abbiamo fatto ricorso insieme agli avvocati greci (che poi si ritirarono perché minacciati dal Governo). Si riuscì a portare il caso alla Corte di Strasburgo, che condannò Italia e Grecia.La macchina espulsiva, nel suo orientarsi verso una pletora enorme di persone, fallisce sistematicamente.
Non è mirata su soggetti pericolosi, categorie ben definite, numero ristretto di persone. L’automatismo del meccanismo espulsivo per fortuna ora è attenuato. l’Unione Europea di fatto ha reso ineseguibile l’espulsione. I centri di identificazione e di espulsione sono luoghi chiusi, quasi carceri, dove si realizza una detenzione amministrativa. Sono finalizzati a contenere le persone da espellere, ma le politiche espulsive puramente repressive hanno, nell’arco di 25 anni, dimostrato sistematicamente il loro fallimento.
Ripensando alle prime emigrazioni di massa (ad esempio alle 20.000 persone giunte in un solo giornodall’Albania in Puglia nel 1991) andrebbe fatto un collegamento tra la crisi dei Balcani degli anni ‘90, che significò guerra civile, campi di concentramento, e l’attuale situazione, che sta riproponendo campi di concentramento alle frontiere, nel fango, nel pantano, senza cibo, con bambini che si ammalano. È vero, senza quell’odio etnico che scatenò una carneficina e che in molti casi diventò pulizia etnica.
Spesso chi emigra per necessità giunge nei paesi confinanti al proprio, con la speranza di ritornare, un giorno, a casa. Dei 7.000.000 di siriani in movimento, ad esempio, 2.700.000 sono in Turchia, 1.200.000 in Libano, 1.000.000 in Giordania. Si calcola che 1.000.000 sia finito in Europa, in 17 stati. Il Libano (7.000.000 di abitanti) e la Giordania (9.000.000 di abitanti) ne ospitano circa 1.000.000 a testa: dunque una presenza altissima. I campi profughi sono tendopoli da centomila abitanti, con regole totalmente fuori dal diritto e governati dalla violenza, con abusi, reclutamento, commercio di donne e bambine per matrimoni forzati, o per esportazione verso i ricchi paesi arabi, e molto altro.
In Africa, fino a poco tempo fa, prima che giungesse sulla scena prepotentemente la variabile impazzita dei fondamentalisti di Boko Haram e più recentemente del Daesh, la mobilità tra paesi africani per lavoro era molto forte: si poteva passare anche senza passaporto verso l’Egitto, la Libia, la Tunisia. In Libia c’era una forte presenza di lavoratori marocchini senza passaporto. Oggi tutto questo non accade più, e quindi l’impossibilità di muoversi fra est e ovest ha accentuato fortemente la spinta verso nord, anche di persone che tradizionalmente erano lavoratori migranti economici, ma che la condizione del paese di transito (come la Libia) la ha trasformati in richiedenti asilo.
Ora, di fronte a chi arriva, c’è chi si comporta come l’Austria, che invocano il Regolamento di Dublino (secondo cui chi sopraggiunge per richiedere asilo deve restare nel primo paese d’ingresso dell’Unione): questo principio risolve molti problemi dei paesi europei “più interni” mentre lascia esposti quelli che hanno confini esterni. Dopo che la Grecia è andata in default, nel paese diverse corti hanno sospeso per anni l’applicazione del regolamento di Dublino: quindi chi passava dalla Grecia, anche se registrato laggiù, poteva ottenere il diritto di asilo in Germania, o in Olanda, Svezia, ecc.
Per l’Italia la soluzione è stata –potremmo dire- un po’ “all’italiana”: il nostro sistema di accoglienza nel tempo ha avuto una crescita, i posti sono stati creati, ma abbiamo in qualche modo chiuso gli occhi di fronte all’identificazione attraverso le impronte digitali, come richiede il sistema Dublino. Se una persona giunge a Pozzallo, Trapani, Brindisi o Cagliari e transita senza che gli si rilevino le impronte, arrivando in Germania non incontra alcuna difficoltà nel presentare richiesta di asilo. Ovviamente i paesi geograficamente più “interni” all’Europa non hanno alcun interesse a modificare il trattato di Dublino.
Mediamente i paesi europei accolgono il 50% delle richieste di asilo. Il resto viene respinto, spesso dando origine a ricorsi. In Germania, un gruppo di migranti ricorrenti da 9 anni hanno beneficiato di una specie di sanatoria che autorizza il soggiorno legale alle persone che, a fronte della richiesta di asilo respinta, hanno presentato ricorso e da più anni risiedono nel paese in attesa di vincerlo.
In Italia le commissioni che decidono in tema di asilo, sono commissioni che utilizzano criteri restrittivi: oggi arriviamo a percentuali di dinieghi dell’80% ; lo verifico operando con la clinica legale dell’Università di Palermo, attraverso la quale seguiamo i ragazzi del Gambia, del Sudan, i nigeriani che si vedono assegnare dinieghi. Per loro otteniamo la sospensiva, riusciamo con avvocati che collaborano con noi a fare ricorso e a ottenere poi anche l’annullamento di questi dinieghi. Però, per 10 che riusciamo a seguire, altri 100 rimangono irregolari senza poter ricorrere, poiché il ricorso richiede la costruzione di un rapporto tra l’associazione, l’avvocato e il migrante che non è sempre facile. Nel resto d’Europa lo stesso istituto della sanatoria un tempo possibile, ora non lo è più. In Italia abbiamo assistito a un’estesa sanatoria negli anni ’90 attraverso la legge Martelli. In particolare nel 1998 sono state interessate 300.000 persone. Dopo il 2002 è stata registrata un’altra regolarizzazione molto ampia, quasi 500.000 persone, e ancora, anno dopo anno, dal 2000 fino al 2012, c’è stata l’applicazione di decreti flussi annuali, che in realtà costituivano principalmente una modalità di emersione del lavoro in nero offerto da lavoratori già alle dipendenze di datori di lavoro italiani, qui, sul nostro territorio. Si può dire che abbiamo avuto una forma di regolarizzazione piu’ fluida fino al 2012; da quel momento, abbiamo registrato un aumento esponenziale degli arrivi delle persone che richiedevano asilo perché le situazioni dei paesi di origine erano sempre più terribili ma le vie per la regolarizzazione si sono ridotte.
Dal 2013 con la chiusura degli ingressi, tanto per lavoro quanto per richiesta asilo, abbiamo assistito a un aumento esponenziale delle partenze via mare, e conseguentemente dei profitti dei trafficanti, perché ogni sistema proibizionista determina un’enorme crescita dei numeri di persone che si muovono illegalmente equindi dei profitti economici dei trafficanti, e quindi del rischio insito nelle modalita’ di viaggio.

A seguito dello stravolgimento dell’opinione pubblica che derivò dalle immagini delle bare dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (seguita subito da un’altra strage a sud di Malta l’11 ottobre, che nessuno ricorda mai, con oltre 400 morti) viene dato il via, il 18 ottobre 2013, a Mare Nostrum: l’operazione finanziata soltanto dall’Italia che per un anno consentì il salvataggio in mare di più di 135.000 persone che sarebbero probabilmente in buona parte morte.

Le mutate condizioni in Libia e in parte anche in Turchia e l’aumento dei controlli hanno trasformato anche le tipologie di imbarcazioni usate: si utilizzano i gommoni, sempre più insicuri. Si sgonfiano rapidamente.
Mentre prima le imbarcazioni che arrivavano in Sicilia avevano serbatoi abbastanza capienti, ora i gommoni che partono dalla Libia hanno un’autonomia di 20–30 miglia , cioè 40 km, arrivano in acque internazionali e si fermano, chiamano aiuto con il telefono e , quando va bene, sopraggiungono i soccorsi.
Assistiamo, dunque, allo stravolgimento del sistema migratorio irregolare con l’aumento dell’attività dei trafficanti anche per il blocco e la chiusura di tutti i possibili canali di ingresso legali.
Chi arriva e chiede asilo finisce in centri di accoglienza: vorrei ricollegarmi al tema di Mafia Capitale (si riferisce al Centro di Accoglienza per Migranti e Richiedenti Asilo di Mineo, ndr), un miliardo di euro che ha arricchito i gestori dei centri e non i migranti, maltrattati dal sistema che li ha accolti con standard bassissimi, poco dignitosi, come i rapporti di alcune campagne hanno ben dimostrato (ad esempio quella denominata Lasciateci Entrare, on line l’ultimo report di febbraio che mostra le condizioni dei centri).
Si è sparsa la voce (anche per motivi politici) che fossero i richiedenti asilo a incassare 35 euro al giorno: molta gente ne è ancora convinta. E invece questi soldi vanno tutti nelle tasche degli italiani che gestiscono i centri, dove lavorano anche molte persone in nero, volontari in attesa di un futuro contratto, oppure pagate la metà. Il sistema dei centri è in mano a pochi operatori molto grandi, associazioni, consorzi, ad esempio associazioni temporanee d’impresa con sede operativa costituita in Sicilia e sede legale a Roma: un sistema inquinato che ha doppiamente tradito i migranti, guardati negativamente non soltanto perché ‘venivano a togliere lavoro e casa agli italiani’, ma anche perché depauperavano gli italiani, che dovevano pagare per fornire loro accoglienza. Le rotte nel tempo sono molto cambiate, non soltanto per un’evoluzione storica, dall’emergenza nord-africa nel 2011alle Primavere arabe.
La Siria ha certamente stravolto il senso e la portata del diritto di asilo in Europa: oggi si parla di siriani, forse iracheni, forse eritrei con diritto d’asilo, come se tutti gli altri non lo avessero. L’afflusso così massiccio di richiedenti asilo provenienti dalla Siria ha modificato anche il panorama politico: partiti populisti emergono, sulla posizione rispetto all’accoglienza si sono giocate tornate elettorali in tutti i paesi europei, dalla Spagna alla Polonia, dall’Ungheria alla Norvegia, dalla Svezia all’Italia (forse negli ultimi tempi un po’ meno nel nostro paese, che ha ammorbidito la linea, lasciando andare, facendo finta di non vedere).
Molta della politica viene giocata sul tema dei migranti e dei richiedenti asilo: dopo il capodanno di Colonia (con l’attacco di massa di uomini ubriachi nei confronti di ragazzi e ragazze soli, con pochi casi di violenza ma con gravi offese sul piano processuale) la Germania ha avuto una brusca chiusura. La stessa Svezia, che pure aveva accolto, ha annunciato che tutti gli 80.000 profughi cui non era stato riconosciuto lo status di rifugiati verranno espulsi: una dichiarazione dallo scopo politico, anche se poi forse non attuata.
Dichiarazioni politiche di principio, poi non eseguite: anche la Bossi-Fini conteneva delle norme che da subito si poteva prevedere non sarebbero state applicate. Oggi, per esempio, un immigrato irregolare in Italia non viene più condotto automaticamente in un centro di trattenimento, e se non ottempera all’obbligo di espulsione non viene detenuto in carcere per essere espulso, perché si è capito che se il paese da cui proviene non lo riprende, rimane in carcere per anni, intasando il sistema carcerario stesso (questa saturazione delle carceri si è registrata dopo il 2009, è costata sentenze della Corte Costituzionale. La Corte di Lussemburgo ha sottolineato che la legge italiana derivante dai pacchetti sicurezza non era conforme alle normative europee in termini di rimpatrio forzato).
Dunque le rotte continuano a cambiare: le principali sono quelle che collegano all’Africa, sub–sahariana.
Francia e Spagna hanno chiuso con cura le frontiere, dopo un accordo stipulato con il Marocco. I migranti, che non provengono se non per il 10% dal Maghreb, si muovono dall’area della Guinea, del Gambia, del Mali, del Niger, e dall’altra parte dall’Etiopia, dall’Eritrea e dal Sudan. Sono costretti a passare dalla Libia, oggi divisa e in mano a diverse bande. I punti di imbarco erano a Zuara, ora Zabrata, la spiaggia di Garabul e Zabia. Si punta su Lampedusa, sapendo che a 20 mt dalla costa si viene soccorsi.
Oggi vi sono molte navi militari che si aggirano in quella zona e contribuiscono a segnalare e a prestare soccorso, anche perché il Daesh – o Isis- ha occupato tre città del nord della Libia e c’è il timore che possa minacciare i mezzi commerciali (pescherecci d’alto mare, petroliere, navi cargo) in transito da Gibilterra a Suez. Dunque qui si trovano le navi dell’operazione italiana Mare Sicuro, supportate da mezzi Eunave For Med dell’Unione Europea, più altri mezzi NATO. Un mezzo militare ogni 10 miglia.
Questo ha contribuito a diminuire il numero delle stragi (questo intervento di Vassallo risale al mese di aprile, prima delle enormi perdite umane di fine giugno, ndr).
La rotta attraverso la quale sono giunti in Europa migranti e richiedenti asilo è quella balcanica: dalla Turchia passando per le isole greche (Kios, Lesbo, Kos) oppure andando direttamente verso Bulgaria e Macedonia.
Si tenga conto che, se dal Nord-Africa arrivano prevalentemente adulti soli, dalla Siria arrivano famiglie con2, 3 fino a cinque figli.
L’Italia ha la sua storia, le sue attitudini, le sue modalità i materia di salvataggio; a mio avviso detiene il primo posto al mondo nel dare soccorso (ricordo Mare Nostrum); un’enorme differenza con paesi come l’Australia (che respinge) o gli Stati Uniti (Golfo del Messico). In Italia si punta alla ricerca e alla messa in sicurezza degli uomini, vale la chiamata di soccorso per tutte le navi presenti sul posto (commerciali, militari, ecc.).
L’agenzia Frontex, che pure formalmente riconosce la necessità di salvare le vite umane, ha criteri di intervento secondo cui, ad esempio, la chiamata di soccorso non ha un’importanza tale da giustificare il movimento di una nave che sta oltre una determinata distanza. Da Lampedusa i gommoni veloci della Guardia Costiera, mezzi agili e adatti a interventi di recupero o affiancamento dei medi e piccoli mezzi di fortuna su cui si muovono i migranti, sono arrivati ad intervenire vicino alle coste libiche; la nostra marina per questo è stata criticata da Frontex, poiché il rischio è che creando un precedente di salvataggio la gente parta in numero ancora più alto, e il rischio di morte aumenti.
Da due anni anche privati, “cittadini solidali” ,con l’ausilio di finanziamenti, hanno armato delle navi per il soccorso. E ancora, Medici Senza Frontiere, poi la Nave Acquarius di SOS Mediterranée, navi civili, insomma, private, che fanno attività di monitoraggio e salvataggio.
Ma si assiste a un paradosso: dopo ogni tragedia importante -si pensi ad esempio all’aprile 2015 e agli 800 morti annegati a sud di Lampedusa- le politiche dell’UE, inizialmente aperte, si restringono, tanto che siamo noi italiani ad avere più rispetto delle leggi e diritti del mare della stessa UE. L’Italia mette al primo posto il salvataggio delle vite umane.
Nella Convenzione di Ginevra o nella Carta Dei Diritti Fondamentali che sancisce il diritto di asilo non c’è un tetto massimo di riconoscimenti da rilasciare. Purtroppo il fattore quantitativo ha inciso fortemente sul riconoscimento dei diritti fondamentali.
In Europa le istituzioni sono orientate a stabilire accordi con la Turchia, sostengono la logica di Frontex, non ostacolano leggi di polizia che non sono conciliabili con le leggi nazionali e le direttive e regolamenti legate al diritto di asilo. Il Parlamento Europeo non ha una capacità di elaborazione tale da opporsi agli indirizzi di Consiglio e Commissioni. Il banco di prova di tutto questo è il rapporto tra Unione europea e Turchia. Ci sono grossi problemi anche nei rapporti tra i diversi stati europei e Bruxelles, manca collaborazione ed elaborazione di scelte politiche comuni.
Rivedere il regolamento di Dublino o l’apertura di canali umanitari o di canali di ingresso per lavoro richiede l’esatto opposto. Per ora si tratta di comunicazione tra sordi: i diversi paesi non sono capaci di elaborare una politica estera ed economica unitaria, e in questo si legge la debolezza del sistema comune Europeo.
Domande a Paleologo
Domanda: Per tre volte hai citato i trafficanti di persone, anche sull’ultimo numero di Nigrizia c’è un dossier sull’immigrazione e un capitolo dedicato proprio ai trafficanti. Vorrei capire se queste persone che non sono persone influiscono anche su quello che sta avvenendo o se è soltanto una forma di presenza solo per guadagnare soldi, poi se la segreteria me lo permette, vorrei avvisarvi che improvvisamente domani viene aperto presso i comboniani di Padova il processo di beatificazione di Padre Ezechiele Ramin comboniano, fratello del nostro amico Fabiano ucciso in Brasile trenta anni fa, importante per noi, per la conoscenza che abbiamo di Fabiano e del fratello Ezechiele.
Risposta: Io ovviamente ho la mia lettura dei fatti, ho i miei dati, ho le mie esperienze personali, mi chiedo soltanto di mettere assieme tutti quelli che possono essere i fattori di spinta da una parte e i blocchi all’ingresso dall’altra per valutare singolarmente con una piccola indagine che si può fare anche in rete se i trafficanti sono attori o prodotto del sistema, cioè non sono i trafficanti a far aumentare l’arrivo di immigrati ma è il blocco degli ingressi che fa aumentare il numero dei trafficanti. Per assurdo determinate politiche di blocco aumentano gli arrivi irregolari, impedendo quelli regolari; in più i richiedenti asilo, anche se non hanno diritto a una risposta positiva per quanto riguarda la richiesta di asilo, hanno comunque diritto ad entrare nel territorio, quindi non possono essere trattati come l’immigrato clandestino da mandare via. Purtroppo sta avvenendo che si sta negando il diritto di ingresso anche a persone che dovrebbero porre soltanto una domanda di asilo che poi una commissione esamina perché, nel nostro ordinamento giuridico in quello europeo, la polizia non ha il potere di decidere in via preliminare senza che ci sia l’approfondimento del caso individuale. La polizia non può dire: tu non sei meritevole di fare domanda di asilo, fosse anche un tunisino o un marocchino. I trafficanti poi sono figure che troppo spesso si confondono a livello mediatico con gli scafisti, nel senso che i trafficanti sono generalmente poche persone, gruppi bene organizzati, spesso collusi con i governi dei paesi nei quali risiedono. Voglio ricordare che sul processo molto grosso, quello della strage del Natale ’96, istruito dalla procura di Siracusa la Francia negò l’estradizione dell’armatore della nave che aveva causato una collisione durante un trasbordo, nella quale erano morte 300 persone. Il comandante della nave è stato condannato dall’autorità di Siracusa a 30 anni di carcere, questo succedeva nel 2012 dopo tanti anni da quella strage di Porto Palo. Purtroppo c’è un grosso problema di individuazione dei trafficanti veri, perché gli stessi paesi con i quali abbiamo ottimi accordi di collaborazione, quando paghiamo parecchi soldi, questi stessi paesi, quando la nostra autorità giudiziaria fa un’indagine per rogatoria, chiede di andare a cercare, sentire qualcuno, non offrono nessuna collaborazione, né i paesi di transito e tanto meno quelli d’origine. In più questi trafficanti sono favoriti anche sul nostro territorio dallacircostanza degli accordi di Dublino, quindi se un siriano arriva oggi in Italia o un eritreo arriva oggi in Italia e ha i parenti in Svezia, per andare a raggiungere legalmente i parenti, se va bene, passa un anno in Italia oppure ha un diniego. E’ molto più facile pagare un tassista, qualcuno che l’accompagna alla frontiera tra il Piemonte e la Francia, lo lascia su un cammino alpino e qualcuno lo viene a raccogliere. Magari i trafficanti, come hanno fatto vedere alcuni servizi televisivi, sono tanti soggetti che erogano servizi e prestazioni. Il lavoro che si è fatto come volontari nelle stazioni di Catania, di Palermo, che si è fatto al Mezzanino di Milano, che si è fatto in Austria è stato tutto un lavoro per favorire i migranti; ricordo che tante persone hanno avuto denunce per avere trasportato in macchina migranti senza chiedere soldi. Si è fatto e si fa un lavoro di agevolazione dell’immigrazione; io me ne assumo tutte le responsabilità per il contributo che posso aver dato
per dare un futuro a queste persone. Attualmente ci sono gruppi che lavorano in Turchia e Grecia per favorire il passaggio e per accompagnare il rimpatrio, il ri-trasferimento, perché in realtà nessun turco o veramente pochi sono quelli che la Grecia restituisce alla Turchia, in prevalenza ora sono pakistani e afgani. Quindi in realtà la lotta al traffico la facciamo in due modi: interponendoci e proponendo forme di ingresso legali attraverso i canali umanitari, prendendo in carico i casi più vulnerabili, rappresentandoli presso l’UNHCR, cercando di ottenere visti di ingresso per motivi umanitari. Ovviamente rispetto alla grande quantità di persone, noi riusciamo in numero più ristretto. Quindi in realtà il traffico, dal mio punto di vista, si combatte fornendo tutele legali, rispettando nei processi le regole delle testimonianze, perché se in un processo si assumono testimoni fasulli, promettendo un permesso di soggiorno poi in dibattimento questo processo salta e non va a condanna. Abbiamo le possibilità di contrastare il traffico non derogando quelli che sono i principi di legalità. Può darsi che la risposta non sia soddisfacente ma è quello che faccio e facciamo in tanti. Esiste in Francia un delitto di solidarietà; talvolta lavorando e interponendosi a favore dei migranti si è denunciati per agevolazione dei flussi irregolari.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Aprile 2016

Carissima, carissimo, da pochi giorni siamo rientrati dal Convegno della Rete a Trevi dove abbiamo dato la parola ai nostri amici profughi e migranti, evidenziare che è stato meraviglioso è poca cosa in rapporto a ciò che abbiamo ascoltato, vissuto. Un’umanità nuova in cammino verso ognuno di noi, verso ogni comunità, verso ogni Stato per sentirsi insieme: mondo. Siamo nel pieno dell’anno della Misericordia, al convegno abbiamo compreso che ha mille strade, mille modalità, che la solidarietà si esprime in mille modi, che è un aspetto essenziale della misericordia. Che offrire misericordia non può essere un peso o una noia da cui liberarci in fretta. Il bisognoso, la vedova, lo straniero, l’orfano: Dio vuole che guardiamo a questi nostri fratelli. Vuole metterci alla prova se siamo capaci di fermarci a guardare negli occhi la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace? Oggi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi, perché è il volersi bene che fa sentire le persone uguali. Oggi facciamo i conti con il caos, con male, con i disastri della natura, con le violenze, con le guerre, con le ingiustizie, con la sopraffazione di un popolo sull’altro. Oggi il male è così invadente da poter pensare che forse l’uomo, prima ancora di essere colpevole, ne è vittima. Oggi gli errori, l’imperfezione, il limite sono quindi insiti nella storia, ma sono anche la chiave del progresso. I momenti più caotici, e noi probabilmente ne stiamo attraversando uno, sono però spesso anche quelli che danno origine ad una nuova coscienza, ad un salto di qualità, alla capacità di un radicamento più interiore, ad una maggior crescita umana. L’Europa ha chiuso le frontiere sulla rotta dei Balcani percorsa dai profughi, lo ha annunciato come una vittoria. Un volto, quello dell’Europa, senza vergogna. Doveva organizzare la distribuzione dei profughi, siamo ancora al caos, peggio, si ergono muri ovunque, in questi giorni anche l’Austria, governata dalla sinistra, ma presto chiamata al voto, per paura di perdere le prossime elezioni, ha iniziato a costruire un muro al Brennero, e sta pensando di ergerlo anche con la Slovenia. I ventotto paesi hanno siglato l’accordo ma nessuno è interessato a metterlo in pratica. Dove sono l’umanità, la solidarietà, la compassione. Una vittoria dei ciechi egoismi, del cinismo e dell’indifferenza, sbandierata proprio da una istituzione che vanta nel proprio curriculum un “immeritato” Premio Nobel per la Pace nel 2012. Le frontiere chiuse a migliaia di profughi senza documenti regolari in fuga dai conflitti in Siria, in Afghanistan e in Iraq, dal terrorismo nel Pakistan, dalla siccità, dalla fame e dai regimi dittatoriali dell’Africa sub-sahariana. Sono porte sbattute in faccia a famiglie intere, a madri e bambini. Ad Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sono bloccati 14 mila migranti e rifugiati, in condizioni drammatiche. Ho ricevuto notizie tragiche dagli amici preti di Ambivere (BG) che avevano eretto nel tempo di Quaresima una tenda e vi avevano preso posto, che sono andati ad incontrarli. Ma allo stesso tempo quanta voglia di vita, quanta creatività ci fatto conoscere attraverso l’invio di notizie e grossi murales fatti con i bambini. Ad ogni loro movimento ricevono, contro ogni legge internazionale vigente, lanci di lacrimogeni, proiettili di gomma e acqua gelida con gli idranti. Stiamo assistendo alla crudeltà dell’umanità nel fango! Dove è finita l’Europa della democrazia e dei diritti? Ma soprattutto dove ha smarrito la sua umanità di fronte al genocidio in atto nel Mediterraneo, mare di sangue, che ha falcidiato dal 1988 oltre 28 mila vite? Ma questi non sono numeri, come ci hanno insegnato padre Zanotelli e don Ciotti, questi non sono numeri, sono volti, vite, quante volte dovremmo ancora ripeterlo? Che ne è rimasta della commozione di tutto il mondo davanti alla foto del piccolo Aylan sulla spiaggia turca? 330 bambini inghiottiti solo dall’inizio dell’anno da un mare più nero dell’inferno senza una lacrima versata, se non il dolore eterno, di cui non sapremo mai, delle madri. E se fossero stati bambini italiani, annegati durante una crociera sul Mediterraneo? Solo questo è un orrore impronunciabile, vero? Chi li avrà sulla coscienza quando tra venti o trent’anni si leggerà sui libri di storia di un genocidio mai riconosciuto, mai affrontato con soluzioni possibili e praticabili, come quella dei corridoi umanitari? Continuiamo a voltare tutti gli occhi da un’altra parte, continuiamo a far finta di non vedere. C’è da vergognarsi di essere europei. Punto e basta. Ci domandiamo quali sono i motivi dei conflitti, chi li determina, chi li arma, quali interessi economico e geopolitici ci sono dietro, e a vantaggio di chi? Chiudo ricordando che, seicentomila italiani ricevono la pensione ogni anno grazie ai contributi versati dai lavoratori emigrati, che hanno versato all’Inps contributi per circa 8 miliardi di euro.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Aprile 2016

“Io non starò in silenzio a tollerare tutto, anche se mi vogliono ammazzare: se io non dovessi più esserci, ci sono altri che continueranno!”

(Dadoue Printempes)

Carissime/i, ogni nostra lettera mensile ci offre sempre notizie da Haiti e ci ricorda qualche impegno. Con questa lettera vogliamo innanzitutto ricordare l’uccisione di Daduoe, avvenuta il 24 aprile 2010 a Citè Soleil. Per fare memoria di Dadoue e ascoltare dalla viva voce di Francesco e Marianita come è andata l’ultima visita ad Haiti nel marzo di quest’anno, ci ritroviamo insieme sabato 30 aprile 2016, a partire dalle 19.30 nel centro parrocchiale di Brusegana, in Via Vendevolo, Padova (dietro la chiesa SS Fabiano e Sebastiano di Via dei Colli). L’incontro ci dà l’opportunità per rivederci, rinsaldare la nostra amicizia, mantenere attiva la solidarietà con il popolo di Haiti.

COME ARRIVARE: crediamo arriverete tutti in automobile.

Per chi proviene dall’autostrada (Chiarano – Isola Vicentina): uscita Pd Ovest, percorrere la tangenziale con indicazione Rovigo (cartello in blu) oppure A13 Bologna. Le uscite dalla tangenziale sono numerate: uscita 5 per Colli Euganei-Santo Antonio-Ospedale dei Colli. L’uscita immette in un grande anello sopraelevato: mantenersi sempre in alto senza deviare, fino alla fine dell’anello. Ci sarà un unico bivio, prendere la sinistra per Ospedale dei Colli. Si scende un cavalcavia (siete in Via dei Colli), si troverà una prima rotonda, proseguire diritti fino al semaforo. Superare il semaforo, dopo pochi metri si osserva la chiesa sulla sinistra, si supera la chiesa e ci si immette, sempre a sinistra, in Via Monte Rosso. Al primo incrocio, andare a sinistra: siete arrivati (dietro la chiesa), la strada è chiusa e potete parcheggiare.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2016 

Come barca in rada

vele afflosciate

annuso il vento

E urlo, a compagni di riva,

soci di sconfinamenti

il sogno dell’azzardo.

(Angelo Casati) 

Eccoci, cari amici e care amiche, a pochi “passi” dal convegno nazionale 2016. Tappa di un cammino che già da tempo abbiamo sentito il bisogno di percorrere per incontrare “l’altro”, che da terre lontane viene a bussare alle porte di questa Europa, che accoglie e respinge contemporaneamente. I Migranti. Sono tanti piedi che percorrono deserti, che si allontanano da città distrutte, da case sgretolate, da focolari vuoti, da un tempo senza futuro… Attendono stremati e fiduciosi di poter salire in un barcone che li porti sull’altra riva e che spesso invece li consegna per sempre al mare. In queste terre, le nostre terre, incontrano braccia che li sollevano e muri che li abbattono. Guardano sgomenti quest’umanità a cui chiedono dignità, casa, lavoro, pace… E camminano decisi verso i loro diritti. “Piedi che camminano nessuno li ferma…” dice don Luigi Verdi nella sua ultima veglia “Dio cammina a piedi”. Ecco, in definitiva, questi sono i Migranti. Non un’emergenza sociale, non un problema politico, non un effetto collaterale delle guerre in corso. Sono piedi, mani, volti, di donne, uomini, bambini, che ci richiamano ad un’umanità comune, all’accoglienza, oltre le difficoltà di un’integrazione tra esseri umani portatori di cultura, abitudini, religiosità diverse. Essi ci obbligano anche ad interrogarci sulla nostra paura. Ci fanno prendere coscienza di come la paura dell’altro, sia esso lo straniero od il vicino di casa, lo zingaro o l’omosessuale … abbia ormai da tempo impregnato la nostra società, sempre più chiusa, indifferente, avara di sogni. L’essere chiusi in se stessi, arroccati nella propria identità ed individualità, sia personale che sociale, se da un lato può dare sicurezza (o l’impressione della sicurezza…), dall’altra rende sterile, asfittica, vecchia, triste, malata, una persona, una famiglia, un gruppo sociale, una società intera. E’ dall’incontro tra diversi che la vita si rinnova (ce lo insegna la stessa biologia), dal superare le difficoltà insite in questo incontro, dall’affrontare l’inedito, che una persona, una famiglia una società prende aria, trova nuove energie, si rinnova. “Non si tratta di cancellare le identità, ma di mettere in comunicazione le terre, lasciandoci fermentare gli uni e gli altri dalla luce che ci abita” (Angelo Casati “Le paure che ci abitano” Ed. Romena 2010). Ciò comporta ascolto, conoscenza, informazione, politiche di accoglienza ed inserimento. Il diritto alla libera circolazione è un diritto che è stato di fatto esercitato da sempre, perché la storia dell’umanità è fatta di spostamenti, di mescolamenti di popoli e culture. E’ un diritto che invece oggi vediamo negato a tanti popoli del Sud del Mondo che si trovano stretti tra guerre, prevaricazioni, violenze, dittature, fame da una parte e muri, fili spinati e scafisti dall’altra. Non vogliamo in questa sede neppure dimenticare i muri che dividono la Palestina da Israele, il Messico dagli USA ed anche le ordinarie difficoltà di visto che incontrano tanti che dal Sud vanno nel Nord del Mondo e che abbiamo toccato con mano anche con l’esperienza di tanti nostri testimoni … Ma è ancor più sacrosanto diritto poter restare nella propria terra e vivervi in pace, libertà e dignità. Le vicende dei Migranti, che ora conosciamo anche dalle loro presenze qui, ci devono indurre ad interrogarci su cosa li spinge a fuggire dalla loro terra, sulle responsabilità di questo esodo epocale. Potremmo scoprire che tanti fuggono da terre ferite e depredate da inconfessabili interessi che hanno origine nel Nord del Mondo, da guerre “necessarie” perché i mercanti di armi possano smaltire gli arsenali prodotti (negli ultimi 5 anni gli scambi internazionali di armi sono aumentati del 14%, con un boom di acquisti del 61% in più in Medio Oriente), da regimi dittatoriali eredi di colonialismi antichi e moderni e tanto altro che concorre a mantenere privilegi ed interessi del Nord che vorrebbe ora respingerli. Migranti oltre l’accoglienza. Uomini e donne verso l’inedito. Questo è il cammino che invitiamo tutti voi a fare durante i due giorni del convegno 2016 della Rete Radié Resch. Il Coordinamento nazionale, grazie anche al lavoro della commissione interna, lo ha pensato come un momento di ricerca collettiva di comprensione della realtà delle migrazioni, di ascolto di rifugiati/ testimoni, di conoscenza di realtà positive di accoglienza ed inserimento. Di apertura verso questo tempo inedito che va profilandosi. L’idea sottesa nel titolo è stata rappresentata da due giovani ragazze, con due bozzetti diversi ma ugualmente significativi. Ragazzi e ragazze ci accompagneranno in questi due giorni. Dopo tanti anni, cambia la sede del Convegno. Saremo in Umbria, a Torre Matigge, una località ai piedi di Trevi (Perugia). Speriamo che la nuova sede incontri il gradimento di tutti, anche di quelli ai quali dovesse comportare qualche disagio per raggiungerla. Vi ricordiamo che sul sito della RRR sono pubblicati il programma, la scheda d’iscrizione, le indicazioni logistiche ed un depliant, che alleghiamo comunque alla circolare e che vi preghiamo di diffondere.

Arrivederci a Trevi!

la segreteria

Maria, Gigi, Maria Rita

Andrea Baranes

L’economia delle diseguaglianze

Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%. I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia […] Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan “siamo il 99%” probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l’1% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni. Sempre secondo il rapporto “An economy for the 1%”, non solo le diseguaglianze stanno aumentando, ma stanno addirittura accelerando. Nel 2010 bisognava prendere i 388 miliardari più ricchi per arrivare al patrimonio della metà più povera del pianeta. Nel 2014 bastava fermarsi all’ottantesimo. Oggi sono 62. Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%. Ancora, dall’inizio del secolo alla metà più povera del mondo è andato l’1% dell’aumento di ricchezza, mentre l’1% più ricco se ne accaparrava la metà. È un fenomeno particolarmente drammatico nei Paesi più poveri, ma che accomuna tutto il mondo. Nel Sud, il 10% più povero ha visto il proprio salario aumentare di meno di 3$ l’anno nell’ultimo quarto di secolo. Se le diseguaglianze non fossero cresciute durante questo periodo, 200 milioni di persone sarebbero uscite dalla povertà estrema. Nello stesso arco di tempo, negli USA lo stipendio medio è cresciuto del 10,9%, quello di un amministratore delegato del 997%. In questo quadro, di quale ripresa, di quale crescita, di quale economia parliamo? Tralasciamo l’insostenibilità ambientale e persino l’ingiustizia sociale. Guardiamo unicamente le conseguenze economiche. In uno studio recente l’OCSE ricorda che le diseguaglianze hanno causato una perdita di oltre 8 punti di PIL in vent’anni. Un’enormità. Il motivo è semplice: se famiglie e lavoratori sono sempre più poveri, calano i consumi e quindi la domanda aggregata. Una “soluzione” è indebitare famiglie e imprese per drogare la crescita del PIL. È il modello subprime, un’economia del debito che può funzionare per qualche anno, finché inevitabilmente la bolla non scoppia. L’altra soluzione è scaricare il problema sul vicino, puntando tutto sulle esportazioni. Tagliamo stipendi e diritti di lavoratrici e lavoratori, tagliamo le tasse alle imprese e il welfare. Ovviamente aumenteranno le diseguaglianze e crollerà la domanda interna, ma saremo più competitivi e quindi esporteremo di più. È l’attuale modello italiano ed europeo, riassunto nel documento “dei cinque presidenti”, promosso da tutte le istituzioni europee per tracciare la linea dei prossimi anni. Nel capitolo dedicato alla “convergenza, prosperità e coesione sociale” si riesce nell’impresa di non menzionare mai parole quali “diritti”, “reddito” o “diseguaglianze”, mentre viene utilizzata per diciassette volte la parola “competitività” (17!). Un modello in cui la crescita delle diseguaglianze non è quindi un fastidioso effetto collaterale, ma la base stessa di un gioco pensato e tagliato su misura per l’1%. Una gara verso il fondo in ambito sociale, ambientale, fiscale, monetario, per vincere la competizione internazionale. La semplice domanda è: se le diseguaglianze aumentano ovunque e la gara è globale, è possibile che tutti esportino più di tutti? In attesa che la NASA scopra che c’è vita su Marte per potere esportare anche li, questa economia dell’1% non sembra particolarmente lungimirante, come mostrano le cronache di questi giorni. A chi deve esportare una UE che nel suo insieme ha già oggi il maggior surplus commerciale del pianeta? Si guarda all’Asia e alle economie emergenti come mercato di sbocco, ma ecco che un calo della Borsa di Shanghai rischia di diventare una tragedia per l’economia italiana. Siamo arrivati al paradosso che pur importando petrolio dobbiamo sperare che il prezzo del greggio non continui a scendere, altrimenti i Paesi esportatori non potranno acquistare il nostro made in Italy. I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia sociale, ma sono disastrosi anche da quello meramente economico. Una ricetta per una nuova crisi. Il problema è che l’aumento delle diseguaglianze dal 2008 a oggi è anche un segnale fin troppo evidente di chi rimane con il cerino in mano quando questa crisi scoppia. Ed è allora difficile che il messaggio venga recepito a Davos, all’incontro annuale di quell’1% -anzi, di quel zero virgola- che continua a guardare dall’alto, sempre più dall’alto, oltre il 99% dell’umanità.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Marzo 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dopo l’incontro del 3 febbraio, di cui vi ha riferito Dino nella scorsa circolare, non ci siamo più ritrovati come gruppo Rete di Verona, abbiamo però collaborato attivamente nell’organizzazione di una serie di incontri dedicati ad un tema a noi sempre molto caro, la Palestina. Il 9 dicembre è stato nostro gradito ospite il rabbino Jeremy Milgrom, membro fondatore del movimento Rabbini per i Diritti Umani, che abbiamo ascoltato in Sala Africa dai Comboniani. E’ stato molto interessante sentire la sua esperienza: nato in una famiglia ebrea americana, a 15 anni si trasferisce in Israele, studia e diventa rabbino, si arruola nell’esercito convinto di dover compiere il proprio dovere a difesa del paese in cui ha scelto di vivere, ma a poco a poco si rende conto che proprio questo paese lo delude perché è dominato da una violenza che supera ogni sua aspettativa e discrimina pesantemente chi non è ebreo. Pioniere nel dialogo interreligioso con palestinesi musulmani e cristiani, lavora a lungo col suo movimento per i beduini, ma finisce col sentirsi isolato persino tra gli ebrei difensori dei diritti umani perché non condivide più gli ideali sionisti che permeano anche le parti più sane della società israeliana. L’incontro con Jeremy è stato per noi una sorta di prologo ad una serie di serate dedicate alla Palestina presso il monastero di Sezano: alcuni amici del monastero, reduci da un pellegrinaggio di giustizia in Israele e Territori Palestinesi Occupati, ci hanno invitato a collaborare al loro progetto di sensibilizzare l’opinione pubblica veronese sulle pesanti conseguenze dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi. Insieme siamo riusciti ad ottenere la disponibilità di alcuni preziosi testimoni e a rendere piacevolmente conviviali le serate grazie a Fulvio, docente dell’istituto professionale alberghiero degli Stimmatini, autodefinitosi ormai lo chef dei Beni Comuni. Il 22 gennaio è stata la voce di suor Alicia, comboniana, ad offrire ai numerosissimi presenti una chiara introduzione storica alle vicende palestinesi, dando così a tutti modo di comprendere come si sia giunti all’intricatissima situazione odierna di occupazione israeliana illegale delle terre di un altro popolo. Alicia ci ha poi aperto gli occhi sulle paradossali conseguenze della costruzione del muro dell’apartheid a Betania, dove per vari anni ha operato con alcune consorelle: il cortile del loro asilo per bambini palestinesi è stato letteralmente rinchiuso dal muro, ai bambini ne è stato precluso l’accesso; non vi sono proteste che tengano, prevale il sopruso del più forte. Ma per condividere il destino dei più deboli Alicia e una consorella “scavalcano” il muro e vanno a vivere al di là, tra i palestinesi. Infine Alicia ci ha condotto col racconto e con le immagini a conoscere alcuni villaggi di beduini del deserto di Giuda dove lei si è attivata per aiutare ad aprire e a gestire asili e per offrire alle donne occasioni di formazione e di lavoro. Il 15 febbraio abbiamo ascoltato con grande partecipazione l’esperienza di Pietro, un giovane volontario dell’Operazione Colomba, attiva nel territorio palestinese a sud di Hebron a sostegno dei piccoli villaggi resistenti rimasti. Essi da anni subiscono le angherie dei coloni ebrei israeliani che vivono negli insediamenti sviluppatisi illegalmente nella zona. I racconti e i filmati di Pietro ci fanno provare una rabbia impotente di fronte alle violenze perpetrate sui pastori e i loro animali, sui contadini, i loro poveri campi e gli ulivi, sui bambini che camminano per chilometri per raggiungere la scuola. Pietro ci ha spiegato quanto sia difficile “allenarsi” alla nonviolenza per opporsi a tali soprusi e ci ha condotti a condividere la sua profonda ammirazione per i palestinesi che qui resistono con metodi coraggiosamente nonviolenti nonostante arresti e demolizioni di case. La loro forza è l’unità: uomini, donne e bambini lottano insieme da anni, decisi a non abbandonare le loro terre all’esercito occupante, e per il loro coraggio hanno ottenuto l’importante sostegno dei giovani volontari internazionali come Pietro e di attivisti ebrei israeliani per i diritti umani. Aggiungo un breve cenno all’incontro Oltre il terrore – Voce alle donne musulmane cui alcuni di noi hanno partecipato martedì 2 marzo in Sala Africa. Mi sembra un bel modo di augurare a tutti un buon 8 Marzo, dato che la protagonisa della serata era Souheir Katkhouda, una donna siriana di fede musulmana, sposata e madre di 7 figli, da quasi 40 anni stabilitasi in Italia, presidente dell’Associazione Donne Musulmane d’Italia. Parlandoci con molta semplicità ma anche grande determinazione dei problemi affrontati nella sua esperienza personale di immigrata, Souheir ci ha fatto riflettere sull’importanza della conoscenza reciproca, che sola può abbattere muri e far crollare pregiudizi, e ci ha chiesto di non accomunare mai gli attentati terroristici compiuti da folli fondamentalisti con il messaggio dell’Islam né di allargare ad intere comunità musulmane le condanne degli odiosi atti criminali perpetrati da pochi fanatici. Dopo gli attentati di Parigi le donne musulmane della sua associazione scese in piazza hanno scritto sui loro cartelli no al terrorismo e sì alle moschee: per loro chiedere luoghi di culto, comprare una casa, aprire macellerie musulmane, mandare i propri figli a scuola, collaborare allo sviluppo dell’Italia, rispettarne le leggi sono segni di un forte desiderio di stabilità e di integrazione. Souheir sta ora lavorando con la sua associazione al Progetto Aisha, finalizzato all’educazione all’affettività degli adolescenti musulmani, perché la violenza sulle donne non ha religione, accomuna purtroppo musulmane, cristiane e non credenti, perciò è bene che tutte lavorino per prevenirla. Concludo ricordandovi l’importante appuntamento del Convegno Nazionale, che quest’anno si svolgerà dall’8 al 10 aprile nella cittadina umbra di Trevi sul tema Migranti oltre l’accoglienza – donne e uomini in cammino verso l’inedito (per trovare tutte le informazioni relative al convegno e per compilare la scheda di iscrizione, andate sul sito reterr.it). Siamo stati lungimiranti nella scelta del tema, perché anche se qualcuno osava ancora definire i flussi migratori un’emergenza, ora è ben chiaro che essi sono in realtà il fenomeno che maggiormente caratterizza il nostro tempo ed è destinato a manifestarsi ancora molto a lungo. Ciò che particolarmente ci scandalizza e ci rattrista è assistere allo sfacelo degli ideali europeisti nel momento in cui ci troviamo ad affrontarlo: se ancora coltivavamo l’illusione che Unione Europea significasse non solo fine di ogni guerra nel nostro continente, moneta unica per molti dei suoi paesi, confini aperti per il libero scambio di persone e merci, ma anche grande costruzione politica portatrice di un messaggio di civiltà, di pacificazione, di solidarietà per tutto il pianeta, ora quest’illusione sta crollando man mano che ergiamo muri e fili spinati per bloccare anziché accogliere, per escludere anziché includere, per “fregarcene” anziché “prendercene cura”. Noi della Rete Radié Resch però non vogliamo adeguarci, vogliamo “restare umani”: ecco perché l’invito a partecipare al convegno, dove ci diremo che un’altra Europa è possibile, diventa così significativo. Ma per la Rete di Verona c’è ancora un appuntamento prima del convegno: ci troviamo martedì 8 marzo alle ore 21 presso la sede di Combonifem in via Cesiolo 46 per parlare delle nostre operazioni e delle prossime iniziative. Come vedete dalla locandina allegata, poi, siamo tutti invitati anche il 16 marzo al terzo incontro palestinese presso il Monastero di Sezano per ascoltare la testimonianza di Marco Ramazzotti Stockel della Rete Italiana ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).

Francesca Gonzato

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Marzo 2016

L’inclinazione degli uomini a ritenere importanti piccole cose ha prodotto moltissime cose grandi.

George Christoph

Carissime/i, questa lettera vi arriva mentre Marianita, Francesco, Beppe, Duccio e Toni sono ad Haiti. Un viaggio per alcuni di conoscenza, ma comunque impegnativo sul piano della salute e delle necessarie cure mediche: due medici e un infermiere hanno dato la loro disponibilità per aiutare e suggerire comportamenti e buone pratiche sanitarie. Durante la loro permanenza si svolgerà, nella casa di Daduoe, un “seminario di salute” che coinvolgerà molte persone. Nella prossima lettera vi informeremo con un “diario” di questo impegnativo viaggio. Nel prossimo mese di aprile ricorre il ricordo della drammatica uccisione di Daduoe (24 aprile 2010) e pensiamo di ritrovarci per fare memoria e anche per ascoltare il racconto del viaggio in Haiti. L’invito nella lettera di aprile con l’impegno di ritrovarci in tanti. Di seguito, una lettera di José Maria Allauca (un testimone ecuadoregno al Convegno del 1992), spedita ad un amico della Rete di Isola Vicentina. Aver ricevuto una lettera dopo tanto tempo dimostra una continua grande amicizia. Come sempre alleghiamo la circolare nazionale e, inoltre, il programma del coordinamento di Pescara. In allegato tutto il necessario per partecipare al convegno: il programma, la scheda per l’iscrizione e, l’invito. Per quanti avessero difficoltà a inviare la scheda, è sufficiente telefonare ai numeri che ci sono alla fine del programma.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Novembre 2016

“Se io potrò impedire

a un cuore di non spezzarsi

non avrò vissuto invano.

Se allevierò il dolore di una vita

o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto

a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano”

Emily Dickinson

Care amiche, cari amici, apriamo questa circolare pensando a Gianna che ci ha lasciato: non sentiamo la sua voce, né vediamo il suo sorriso, ci manca il suo affetto, la sua attenzione, il suo prendersi cura di ciascuna e ciascuno di noi, ma anche la sua indignazione davanti alle ingiustizie, il suo desiderio di un mondo migliore. Quello che ci ha donato in tutti questi anni rimane però dentro di noi e ci aiuterà nel nostro cammino. Vogliamo ricordarla con le parole semplici e profonde lette dai suoi nipoti durante l’eucaristia di commiato: “Una nonna è qualcosa di speciale. La nonna Gianna è la persona che più ci ha insegnato a stare con gli altri. Lei non riusciva a parlare male mai di nessuno, trovava sempre qualcosa di buono in tutto e tutti, poteva essere la persona più antipatica e maleducata possibile ma lei diceva: “è una brava persona e ha dei begli occhi”. Invidiamo la sua bontà, lei non giudicava mai nessuno, non aveva pregiudizi. Grazie nonna per averci insegnato a cercare il meglio nelle persone e ad apprezzarle per quello che sono. Lei non chiudeva mai le porte a nessuno, era sempre disponibile per ascoltare e aveva sempre le parole giuste per tutti. Grazie nonna per aver donato, insieme al nonno, a tutti noi otto nipoti, il tuo amore, la tua saggezza, la tua semplicità, “il vostro dovere è andare bene a scuola e voler bene ai vostri genitori”, ci ripetevi sempre. Ma grazie soprattutto per aver cresciuto quattro splendidi figli, che ora sono i nostri splendidi genitori e zii, e che ogni giorno ci trasmettono valori e affetto. Se siamo una famiglia bellissima e così unita è grazie a te, e per questo non riusciremo mai a ringraziarti abbastanza. Nonna, abbiamo impresse dentro di noi tante immagini che non svaniranno mai, come il sorriso con cui hai sempre affrontato la vita, come ti mettevi la mano davanti alla bocca quando ridevi troppo, noi ti vogliamo ricordare così perché “certe luci non puoi spegnerle”. Ciao nonna; noi Tommaso Alice Chiara Cristina Filippo Giovanni Vittoria Gabriele ti vogliamo bene.” Anche i nostri amici ad Haiti hanno seguito con trepidazione il decorso della malattia di Gianna, restando continuamente in contatto con noi, condividendo speranze, preoccupazioni, dolore. Alla notizia della morte, hanno deciso di organizzare una veglia per “parlare di Gianna, della sua vita, del suo amore per tutti, della sua solidarietà e di tutto ciò che ci ha lasciato come modello di vivere insieme per il cambiamento di questo mondo. Faremo anche una riflessione sul senso della solidarietà della Rete. Bon kouraj, Gianna toujou vivan nan vi nou, se yon fanm vanyan. Kenbe fem. (Coraggio, Gianna sempre viva nella nostra vita, è una donna forte. Restate saldi)”. Qualche giorno prima, il 20 ottobre, Jean e Martine, rispondendo ad una nostra richiesta sulle necessità secondo loro più impellenti dopo il passaggio dell’uragano Mathieu, ci hanno scritto la lettera che troverete di seguito. Come Rete di Padova e Battaglia Terme abbiamo deciso di inviare subito 10.000 euro attingendo alla cassa dove raccogliamo i contributi per il progetto Dofiné; riteniamo infatti che sia necessario intervenire tempestivamente per non compromettere tutte le attività che FDDPA faticosamente e caparbiamente porta avanti. Confidiamo pertanto nella solidarietà di chi sostiene da tempo la FDDPA per far fronte a tutti i nostri impegni; abbiamo già ricevuto messaggi da chi intende contribuire, tra i primi l’associazione “Popoli in arte” che dall’inizio di quest’anno si sta impegnando nella conduzione di corsi di formazione alla salute secondo la metodologia di Freire. Siamo certi che questa nostra decisione sarebbe stata condivisa con forza da Gianna, che ha sempre avuto nel cuore soprattutto i bambini di Haiti. Grazie a tutte e a tutti per quanto potrete e vorrete fare. “Salve Tita, Siamo molto felici di poterti scrivere per condividere alcune informazioni e scambiare anche dei punti di vista… In questo momento stesso in cui ti parlo, una pioggia incessante si abbatte sul paese, il che complica ancor più la situazione dei sinistrati e delle persone che vivono sotto le tende. Per il momento, le telecamere del mondo sono ancora fisse su Haiti, e le grandi ONG mondiali provano a mostrare di fare ancora un lavoro sul terreno; ugualmente in periodo elettorale, ci sono candidati che fanno una campagna sleale senza rispettare la dignità delle persone vittime dell’uragano; questi candidati utilizzano l’angoscia delle persone per avere visibilità a fini elettorali. Fino ad oggi gli aiuti non arrivano ancora alle vittime, ma molte associazioni alzano la voce contro il ripetersi di una cattiva utilizzazione degli aiuti: non vogliamo un’altra volta ‘’Un’assistenza mortale’’ per citare il documentario del regista Raoul Peck sull’uso degli aiuti per il terremoto 2010. Noi, dopo aver passato in rassegna i diversi danni causati da Mathieu, siamo arrivati a individuare in quali settori effettuare interventi rapidi; dovremo dunque intervenire presso le persone più vulnerabili e più colpite da Mathieu. Come tu hai sottolineato, c’è una priorità per i piccoli contadini diventati ancora più deboli con la perdite di animali e campi: un rafforzamento del programma di sementi, con acquisto di capre/montoni può portare sollievo ai più colpiti. Anche quelli che hanno perduto le loro casupole devono essere inclusi per portare loro un supporto in lamiera o in legno. A questo riguardo, il nostro amico delegato dipartimentale Balanse ha prodotto un rapporto per i dirigenti del paese e ha illustrato i bisogni per la montagna, ha fatto tutto ciò che poteva, ma i contadini restano sempre in attesa, sembra che gli aiuti non siano ancora arrivati ai più vulnerabili. A questo proposito il segretario generale delle Nazioni Unite è stato di passaggio a Haiti, ha deplorato la mancanza di solidarietà che ha constatato da parte della comunità internazionale. Pensiamo anche che un intervento rapido per i tetti degli edifici delle scuole sia una priorità per noi, senza dimenticare una sistemazione fisica e in materiali per i centri di salute. A proposito dei centri di salute, stiamo per cominciare un buon cammino verso una soluzione per il loro funzionamento. In effetti il gruppo di medici con cui Martine studia comincia a intervenire a Fondol e Malingue, cominciano a lavorare con i diversi comitati per definire un piano di lavoro, e per ora li abbiamo autorizzati a fare richieste presso le istituzioni sanitarie a nome dell’organizzazione, soprattutto per quanto riguarda i farmaci; questa volta sembra ci siano molte più speranze per realizzare una buona gestione della questione sanitaria in seno all’organizzazione dopo la morte di Dadoue. Ti invierò le prime foto degli interventi dei medici durante questa settimana. Spero che tu comunichi queste informazioni a Fabio e anche ai nostri amici Duccio, Toni e Beppe, perché loro volevano ci fosse un seguito per il lavoro che hanno cominciato a fare con noi nei nostri centri, ed ora, un seguito sta per essere assicurato. E speriamo di preparare un rapporto medico per i nostri amici medici italiani affinché possano farsi un’idea del lavoro. Così dunque, noi, Tita, diciamo Grazie a tutti gli amici della RETE per la loro solidarietà che manifestano sempre per noi, noi attendiamo con grande soddisfazione questo fondo di cui ci hai parlato. Grazie, Jean e Martine che ti abbracciano, con molto amore.”