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LA SOLIDARIETA’ NON E’ UN CRIMINE

La segreteria,  a nome della Rete Radiè Resch Nazionale tutta, vuole esprimere la piena stima, fiducia e vicinanza a Padre Zerai.

Chiamato a far testimonianza della sua esperienza ad un nostro Convegno Nazionale a Trevi nel 2015, la storia di Padre Mussie si è immediatamente incrociata con la nostra.

Il suo “Andare verso le periferie e schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, per guardare ai problemi con i loro occhi ” è scelta schierata, chiara ed inequivocabile.

Scelta che è anche alla base dei valori fondanti della Rete Radiè Resch.

Perciò non possiamo che esser pienamente solidali con Padre Mussie.
Senza se e senza ma.

Il lavoro svolto dalla Agenzia Habeshia ha salvato, in emergenza, tante vite umane ma al contempo, al fianco dei migranti e del popolo eritreo, ha svelato le cause che generano migrazione, denunciandole in tutte le sedi politiche possibili.

In questo ultimo periodo abbiamo assistito ad una sistematica campagna di criminalizzazione nei confronti della solidarietà non istituzionalizzata.
Segnale sinistro e pericoloso ……

La solidarietà non allineata genera testimoni e voci scomode.
Libere, difficili da inquadrare.
Quelle a cui la Rete, da sempre, ha cercato di dar voce.

Perciò, usando tutti gli strumenti a nostra disposizione, cercheremo di divulgare il più possibile sia il comunicato stampa di Padre Zerai ( che sottolinea in maniera chiara ed esaustiva quanto accaduto) sia l’attività di Habeshia che più di tante parole testimonia una solidarietà fatta di scelte e concretezza ( vedi scheda allegata )

Preghiamo tutti quanti condividano tale indignazione e impostazione di fare altrettanto attraverso i propri contatti ed i propri canali informativi .

Grazie Padre Mussie
La segreteria della Rete Radiè Resch

 

 

LA SOLIDARIETA’ NON E’ UN CRIMINE
di don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia

Comunicato stampa

Negli ultimi giorni, prendendo spunto dall’inchiesta aperta dalla Procura di Trapani su alcuni episodi di cui si sarebbero resi protagonisti membri della Ong tedesca Jugend Rettet, sono stato chiamato in causa da qualche testata giornalistica per episodi che, così come sono stati ricostruiti e raccontati, si rivelano a mio avviso vere e proprie calunnie e, per la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro.
Mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa serie di calunnie che mi sono state indirizzate. Per il momento posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti.
Confermo che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese. Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare. Tutte le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane, al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno esatta del natante. Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso.
Non si tratta dunque, come qualcuno ha scritto, di messaggi telefonici in rete “pro invasione” dei migranti – ammesso e non concesso che sia una invasione, ipotesi smentita dalle cifre stesse degli arrivi rispetto alla popolazione europea – ma di interventi rivolti a salvare vite umane. Interventi concepiti nel medesimo spirito, ad esempio, dell’operazione Mare Nostrum – varata nel novembre 2013 dal Governo italiano e purtroppo revocata dopo un anno – nella convinzione che se programmi del genere fossero in vigore ad opera delle istituzioni europee o magari dell’Onu, probabilmente non sarebbe stata necessaria la mobilitazione delle Ong e, più modestamente, quella di Habeshia, nel Mediterraneo. Fermo restando che il problema non si risolve con il soccorso in mare, per quanto tempestivo ed efficiente, ma, nel breve/medio periodo, con l’organizzazione di canali legali di immigrazione e con una riforma radicale del sistema europeo di accoglienza e, nel lungo periodo, con una stabilizzazione/pacificazione dei paesi travolti dalle situazioni di crisi estrema che costringono migliaia di persone a fuggire ogni mese.

Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia. Un regime – hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di inchiesta, nel 2015 e nel 2016 – che ha eletto a sistema il terrore, costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio oltre confine.

Alla luce di tutto questo, ritenendo molte notizie pubblicate sul mio conto assolutamente diffamatorie e denigratorie, ho dato incarico ai miei legali di tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habeshia, l’agenzia che ho fondato e con la quale collaborano persone assolutamente disinteressate e a titolo totalmente volontario.

don Mussie Zerai –  Presidente dell’Agenzia Habeshia

Il messaggio è rivolto a Giovanni Caruso, responsabile della redazione.. È
stato trovato in una busta contenente un numero speciale del giornale per
commemorare Pippo Fava
 
Un messaggio minaccioso inequivocabili scritto al computer in dialetto
siciliano su un foglio: “Ti tagliamo la testa”. La testa di chi? Di
Giovanni Caruso. Lo dice  la copia acclusa di un “Foglio” dei *Siciliani
Giovani*, uno speciale di quattro pagine realizzato in occasione della
manifestazione organizzata per commemorare il giornalista Pippo Fava. È
questo il contenuto della busta trovata nel pomeriggio del 19 luglio 2017
sotto la porta dell’associazione di volontariato GAPA, che ospita la
redazione di *Siciliani Giovani* a Catania.
 
La minaccia è rivolta in particolare a Giovanni Caruso, responsabile della
redazione. Di Caruso è stato ritagliato e cancellato il volto nella foto di
gruppo, scattata alla manifestazione per Pippo Fava, il giornalista ucciso
a Catania dalla mafia nel 1984, che compariva in prima pagina sul numero
del giornale ritrovato nella busta.Non lo considero un attacco a me, ma all’intera redazione che da due anni
scrive e denuncia quello che accade a Catania”, ha detto Caruso a *Ossigeno*.La mia preoccupazione sono i ragazzi che lavorano con noi, ma devo dire
che i ‘compagni siciliani’ mi hanno dimostrato la loro disponibilità a
creare una cintura di protezione”. L’episodio è stato denunciato alla
Polizia di Catania il giorno successivo, il 20 luglio.
 
A Giovanni Caruso e alla redazione dei “Siciliani giovani” va la
solidarietà di Ossigeno.Appare significativo – affermano in una nota congiunta Giuseppe Giulietti
e Raffaele Lorusso, rispettivamente presidente e segretario della
Federazione della Stampa, e Alberto Cicero, segretario dell’Assostampa
Sicilia – che il messaggio intimidatorio sia arrivato il 19 luglio, giorno
della strage di via D’Amelio, e che sia arrivato nella redazione di un
giornale che storicamente si ricollega all’esperienza de *I Siciliani* di
Pippo Fava ed è ospitata in un bene sequestrato alla mafia. I colleghi di
certo non si lasceranno intimidire”.
 
Caruso, il 14 luglio, in occasione della presentazione ufficiale del
giornale – in piazza Federico II a Catania – aveva parlato di beni
confiscati, annunciato la prossima apertura al pubblico di un bene
confiscato, assegnato ai *Siciliani*, e rivelato che l’ultimo numero del
giornale era stato distribuito in tutta Italia su Tir confiscati alla
mafia. La redazione dei *Siciliani Giovani* aveva portato in piazza, in
quell’occasione, lo speciale che è stato poi ritrovato nella busta.
 
Ossigeno si è già occupato di Caruso nel dicembre del 2013, dopo che – la
notte di San Silvestro – ignoti avevano sparato tre colpi di pistola contro
la porta della redazione de *I Cordai*, giornale del quartiere San
Cristoforo di Catania, del quale Caruso di occupa ancora oggi (leggi
<http://notiziario.ossigeno.info/2013/01/catania-san-cristoforo-allarme-da-i-cordai-sparano-alla-nostra-redazione-18425/> ).

Sempre più profughi condannati a morire nel deserto

 

di Emilio Drudi

Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.

Tratto da: Tempi Moderni

Pubblicato da Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo 21:51 

 

APPELLO AI GIORNALISTI/E

ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),

ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da 30 anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, con uno dei regimi più oppressivi al mondo e centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica, dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. E’ inaccettabile il silenzio su 30 milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti coi governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa 50 milioni di profughi climatici dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa. Alex Zanotelli Napoli, 17 luglio 2017

Circolare nazionale Luglio-Agosto 2017
A cura della rete di Alessandria

Raccontiamo un’esperienza nella scuola primaria dell’alessandrino: mercoledì 12 aprile 2017 si è tenuta presso le Scuole di Solero (AL) la tradizionale “Giornata della memoria”, voluta e sostenuta dall’Associazione Comunicando, in collaborazione con la Rete Radié Resch, per stimolare negli alunni la riflessione su temi di attualità. Lo spunto di quest’anno è stato offerto dal docu-film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, cui i ragazzi di terza media hanno lavorato, con fatica e buona volontà, per avvicinare un tema delicato quale l’immigrazione.
Parlano i ragazzi: “Onestamente, all’inizio abbiamo fatto un po’ di fatica a seguire il lungometraggio, per la lentezza dell’azione, per la lingua utilizzata – il dialetto siciliano che si mescola alle varie voci dei migranti – e per le immagini spesso buie, che riproducono il cielo cupo della notte e della tempesta.
Fuocoammare ci parla di una delle tante realtà dei nostri giorni – gli sbarchi di migranti che, con crescente frequenza, avvengono lungo le coste italiane – e lo fa attraverso la storia di un’isola che è diventata il simbolo dell’emergenza e dell’accoglienza: Lampedusa”.
Parlano i migranti: “Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c’erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto. Nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c’era l’ISIS e non potevamo rimanere.
Abbiamo pianto in ginocchio: -Cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva, siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri. Solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti. Oggi siamo vivi.
Il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada. Ma oggi siamo vivi. Nella vita è rischioso non rischiare, perché la vita stessa è un rischio… Siamo andati in mare e non siamo morti”.
E’ il sogno di una scuola nuova, attenta al presente. Vorremmo rendere attuale l’insegnamento di d. Milani, un profeta che ci interroga ancora oggi.
“Però chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.” (Lettera ad una professoressa pag. 12).
La scomparsa di Ettore ci induce ad accomunarlo all’azione ed al pensiero del sacerdote di Barbiana: la passione per gli ultimi e gli esclusi sono stati lo scopo della loro vita.
Ognuno di noi nel suo quotidiano può fare la sua parte nella lotta per un mondo più giusto e più uguale.
Anche noi terminiamo con un aneddoto Zen.
Un monaco disse a Joshu: “Sono appena entrato a far parte del monastero. Ti prego, istruiscimi”. Joshu domandò: ”Hai mangiato la tua zuppa di riso?”. Il monaco rispose: “L’ho mangiata”. Joshu disse: ”Allora faresti meglio a lavare la tua ciotola”.

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, durante le vacanze estive la circolare mensile rallenta, di solito si ferma in agosto, o comunque quella di luglio serve anche per agosto. E sarà così anche ora. A fine giugno ci ha lasciati Ettore Masina, colui che ha fondato la Rete negli anni 60, giornalista al seguito di Paolo VI in Palestina, dove conobbe il prete francese Paul Gauthier, che costruiva case per i palestinesi e lanciò poi analoghe iniziative in Brasile con i compagnons batisseurs, sostenute dalla nuova organizzazione di supporto chiamata Rete, poi dedicata ad una bamibna palestinese. Le notizie su Ettore sono moltissime, e ne abbiamo parlato spesso; allego una memoria che ci hanno mandato gli amici di Lecco, con una foto. Ma vi invito a procurarvi un libro che parli specificamente di lui, o a raccogliere notizie sulla rete web, in Internet insomma. Ma ci saranno presto nuove iniziative per ricordare Ettore. E ne parleremo spesso: ciao Ettore! Ricordiamo fra le altre cose che Ettore volle lasciare il suo coordinamento personale della Rete, istituendo una segreteria a rotazione, tuttora funzionante, per cui la sua persona potè essere sostituita dal coordinamento, che prima era unitaria. E così le iniziative di solidarietà, le operazioni di aiuto, poterono svilupparsi in grande autonomia, con tante persone e tante sensibilità, in un mondo che cambia. Abbiamo mantenuto l’attenzione alla Palestina, e all’America Latina, ma tutte le iniziative sull’Africa sono partite per la sensibilità di persone dei diversi gruppi, perché sono le amicizie personali che creano legami e solidarietà. Il mondo negli anni 60 era molto diverso da quello di oggi, e sono le persone che si adattano alle diverse realtà, concretizzando la vera solidarietà degli scambi e dela conoscenza. Anche noi di Verona ci siamo avviati in un percorso di solidarietà con un luogo dell’Africa, con Adjumako, nel Ghana. E ci sarà presto un viaggio formale di un gruppo veronese, in ottobre, come si legge dalle parole sotto riportate, come già abbiamo riferito nei nostri incontri. E’ quindi tempo di interessarsi del Ghana e dell’Africa, un continente di cui si parla poco, e anzi ci cerca di rifiutare l’accoglienza e il sostegno, come se fossero i paesi dell’Africa che depredano di risorse i paesi “civili”, dell’Occidente, e per questo gli africani vogliono venire a rubarci il lavoro e le ricchezze. E si parla che è necessario aiutarli a casa loro: ci sono già amici che vivono “a casa loro”, e ci possono dare notizie dirette: basta leggere cosa scrivono su “Combonifem” le amiche suore comboniane, che dicono proprio questo, loro abitano là, come abitano in luoghi dove c’è bisogno di aiuto (pensate alla sorelle nella casa di Betania, in una casa divisa violentemente dal muro di separazione di Gerusalemme, mezza da una parte e mezza dall’altra!). Alex Zanotelli ha inviato un accorato invito ai giornalisti, ed a tutti quelli che si interessano di Africa, per essere più informati su quello che avviene in questo immenso continente, pieno di gente povera ed emarginata, che non conta niente perché non ha capitali, non determina le scelte di chi disponde di denaro e del potere. Ed anzi quelle popolazioni sono proprio depredate delle loro ricchezze. E padre Alex elenca i paesi africani in massima difficoltà, denunciando che è insopportabile il silenzio su questi stati così deboli e martirizzati, dall’interno e dall’esterno Allora il nostro prossimo impegno sarà di interessarci di più dei paesi africani, iniziando proprio dal Ghana, che è stato uno dei primi paesi a togliersi dal dominio coloniale, con Nkruma, alla fine degli anni 50. Ed è uno dei pochi paesi dove i dirigenti politici si alternano, dai vari partiti, interrompendo così la corruzione prevalente in strutture deboli e senza tutele. Mi piacerebbe affrontare come gruppo veronese della Rete uno studio generale dell’Africa, in relazione alla fine del colonialismo. Noi della Rete in ogni incontro con altre persone che si interessano di paesi lontani, quasi sempre poveri, abbiamo sempre fatto bella figura perché siamo trai pochi che conoscono la storia e la politica di quei paesi, perché chi vuol capire le ragioni della povertà deve sempre andare ad investigare su chi li ha dominati, e come. Iniziando dal Congo, che si è chiamato “belga”, guarda caso, perché era proprietà personale del Re del Belgio, e dal Sudafrica con l’oro e i diamanti, ed ora il coltan, dove Mandela sembra ormai quasi dimenticato! Ne parleremo presto anche nei nostri incontri, magari utilizzando le riviste comboniane ed i loro esperti-testimoni, ed ascoltando naturalmente le testimonianze dei viaggiatori che visiteranno il Ghana e gli amici di quel paese così interessante e così a rischio. Il percorso dell’indipendenza e dell’autonomia è sempre difficile e complicato, e non possiamo certo dire nemmeno noi, come italiani ed europei, di averlo percorso tutto e completato, e di aver raggiunto la democrazia! Un caro saluto a tutti, buona estate!
A presto
Dino e Silvana

VERBALE COORDINAMENTO RRR 17-18 GIUGNO 2017 SALERNO

Hanno partecipato al coordinamento:

TORINO: Monica Armetta PISA-VIAREGGIO: Angela Vannucchi, Claudio Sodini. VERONA: Maria Picotti, Gianni Pettenella, PADOVA: Elvio Beraldin. CASALE MONFERRATO: Giuseppe Ghilardi, Cristiana Longhin, CELLE-VARAZZE: Pierpaolo Pertino QUARRATA: Antonio Vermigli ROMA: Angelo Ciprari, Giacinta Carnevale SALERNO: Carmelo Cecere, Giovanni Esposito, Mariateresa Schiavino, Sabrina Maio, Lucia Capriglione, Anna Gargiulo, Daniela Gargiulo, Raffaella Gugliotti; POZZUOLI-NAPOLI Teresa De Simone, Maria Di Bonito; NOTO Maria Rita Vella

SABATO 17 GIUGNO

h. 14.45 RITROVO per il COORDINAMENTO e SALUTI

h. 15.00 INIZIO dei LAVORI

  1. Saluti e sintesi del precedente coordinamento

La segreteria riassume le decisioni prese nel coordinamento di Marzo a Rovereto

Elvio ricorda per chi è in sede di ballottaggio/elezioni l’impegno di andare a votare

Monica: dà il benvenuto a tutti a nome della Segreteria

La revisione dei progetti in scadenza è terminata a parte quello di Trento che sarà esaminata più tardi.

Il confronto fra i Seminari ci darà spunto per le riflessioni da portare il 7-8 ottobre al Seminario Nazionale a Brescia.

Il Coordinamento del 25-26 novembre sarà a Pescia (PI)

Siamo tutti invitati a pensare le disponibilità per le sedi deicoordinamenti2018 gen, giu, set, nov.

Circolari: Luglio AgostoAlessandria

Settembre Salerno

Ottobre Torino

Novembre Udine

DicembreNoto

  1. Aggiornamento sito e forum della Rete

Attraverso Pier,Gigi manda a dire che il sito dovrebbe esser pronto per la fine del mese di giugno

  1. Sintesi bilancio

Marta si scusa per non essere potuta venire ha mandato una mail con dati chealleghiamo qui di seguito.

Prestito a don Ettore de “La Collina” di Cagliari

A Rovereto, nelle varie ed eventuali, Silvestro aveva proposto un prestito all’ass. “La Collina “ in grave difficoltà dovuta ai ritardi dei pagamenti da parte della Regione Sardegna.

Si è discusso a lungo sull’opportunità di dare questo prestito, ma date le nostre condizioni di cassa al momento insufficienti e la mancanza di una richiesta esplicita da parte di don Ettore Cannavera. Si decide di aspettaredi parlare con don Ettore, che sarà presente a Quarrata il 15 e 16 luglio. Qualcuno della Segreteria parlerà e potrà anche invitarlo a rivolgersi a Banca Etica.

(Senti registrazione coordinamento sul sito).

  1. 16.00 Proposta rinnovo progetto Rete di Rovereto / Trento

questa proposta è occasione per una riflessione generale sul bilancio consolidato e sui progetti finanziati miratamente dalla Rete locale Rete di Trento

Della mail che Fulvio ha fatto girare emerge che l’operazione è in pieno stile Rete , al di là della proposta si vuole sottolineareun nuovo modo di essere Rete, presente sul territorio, l’importo è di € 4.500. l L’assembleaapprova

A proposito dei versamenti che alcune Reti fanno direttamente ai Referenti dei Progetti, si discute l’importanza invece di passare dalla cassa nazionale. Abbiamo avuto esperienza in passato che una volta finito il progetto si è esaurita la rete locale. Il versamento nella cassa nazionale, ci aiuta a distaccarci dal “nostro” progetto di Rete locale e a sentire nostri tutti i progetti della Rete, e a contribuire equamente su tutti, è un essere coerenti con i principi di solidarietà fra Reti. Deve rimanere importante il rapporto con i referenti e il distacco dall’aspetto economico. La rete mette in atto qualcosa in più rispetto ad altri modi di fare solidarietà non si deve associare la relazione e amicizia con i referenti al contributo economico, perché altrimenti il rischio è di sentirci responsabili di mantenere il progetto, la rete è prima di tutto nella relazione, anche quando non saremo più in grado di sostenere economicamente il progetto.

La realizzazione/successo di un progetto va al di là del prestito monetario. Proviamo a distaccarci da questo aspetto, andiamo verso un periodo di sempre meno disponibilità economica, ma si può essere solidali diversamente. Dobbiamo farci fratelli e compagni di viaggio. Nel nostro cammino dobbiamo aver la capacità di non sentire “nostra” l’operazione. La centralità è il come, non il cosa.

Si conferma che i versamenti vanno fatti in cassa, per tutte le reti, in passato Silvestro veniva da un percorso di tesoriere diverso e da un sistema più elastico. La nostra nuova tesoriera si è resa disponibile ma la è legge cambiata e non è più possibile essere “elastici” e tutto deve essere più chiaro.

Richiami su Solidarietà e Politica

Elvio ci comunica alcune cose che scriveva Gianna “la rete deve fare solidarietà e politica”;

Masina ci ha sempre insegnato a mettere insieme solidarietà e politica,

Pintor: ultimamente ci stiamo spostando più sulla solidarietà tralasciando la politica,

Verifichiamo le nostre operazioni anche sotto questo aspetto

In realtà la rete fa politica, la fa in modo diverso ma la fa, noi ci esponiamo, prendiamo delle posizioni , la scelta di fare un progetto piuttosto che un altro è politica e i criteri che adottiamo rientrano in questo senso, non è il vecchio modo di fare politica, ma la facciamo.

  1. 17.00 Seminari di Padova & Casale Monferrato

Sintesi seminari macro regionali Nord Est & Nord Ovest con individuazione dei punti chiave emersi. Vedi relazioni inviate da Pier l’11-06-17

PADOVASiamo partiti da due affermazioni sulla solidarietà una di padre Regino e una di Gianna

Maria: eravamo una 30’ina di persone, avevamo un facilitatore, abbiamo lavorato in gruppi. La domanda che ci siamo posti è stata “Quando la solidarietà trasforma noi qua e là?”

Ci siamo risposti: “quando fa politica, quando emancipa, quando crea relazioni circolari alla pari, e ci rende compagni di strada”. È stata una condivisione reale, prima in gruppi poi condiviso da tutti. La modalità: a gruppi in cui tutti hanno contribuito, poi il tutto condiviso in assemblea e nel pomeriggio ridiscusse le considerazioni estrapolate.

Quello che ci viene chiesto è di stare attenti anche agli stranieri che sono presenti nel nostro territorio. Essere attivi e attenti

CASALE MONFERRATO eravamo circa 25.

Beppe: anche noi abbiamo invitato una facilitatrice Anna Zumbo (conosciuta in Haiti lavorando col metodo Freire). Ci ha aiutato a fare chiarezza su dove vogliamo andare. ”Quale futuro?”

Abbiamo cominciato con un gioco di gruppo presentandoci e passandoci un gomitolo che man mano ha formato una rete, che è stata poi dipanata facendo ritornare il gomitolo e dicendoci in parole chiave le nostre aspettative/speranze.

In un secondo momento individuale ciascuno ha scrittosu un foglio prestampato quale è stata la propria strada/storia nella Rete, ci siamo divisi in gruppi e con i nostri appunti ogni gruppo ha sviluppato/analizzato un pezzo del cammino di Rete perché è necessario essere consapevoli del passato e del presente per progettare il futuro. In un primo incontro plenario abbiamo messo insieme i pezzi. Nel pomeriggio di nuovo i gruppi con parole chiave per pensare/progettare il futuro ed infine in plenaria per la restituzione

Dalle due esperienze pensiamo che anche per il Seminario di Brescia avremmo bisogno non di relatori ma di qualcuno che ci aiuti a tirar fuori ciò che già in noi c’è.

Nei seminari è uscita la proposta di far emergere i progetti a costo zero, cioè di persone che portano avanti degli impegnilocalmente ma che rimangono nascostiin modo da capire cosa c’è nella rete; es. Giuliana della rete di Macerata ha seguito per anni i carcerati del Perù, ha dato spunto ad Angelo per seguire i carcerati a Roma che a seguire ha incontrato i Rom e la loro cultura; anche a Spresiano seguono i carcerati. Queste forme di “impegno” dovrebbero comparire.

Break

  1. h. 18.30 Seminario e Coordinamento Nazionale di Brescia

Centro Paolo Sesto7-8 ottobre

Linee portanti e logistica per organizzazione

La segreteria invita tutti a raccogliere le adesioni in modo da potere capire il numero di partecipanti entro il 15-16 luglio (Seminario di Quarrata), Gruppo Pisa Viareggio almeno 6 partecipanti. Si aspettano proposte per la struttura di seminario

SABATO MATTINA 7 ottobre:SEMINARIO inizio h.10,30

Si conferma la necessità di un facilitatore, che abbia le relazioni dei tre Seminari per cogliere differenze e similitudini, proporre una traccia e un metodo di lavoro.

Facilitatori da contattare: Anna Zaio, fratel Alberto, chiedere a Fabiano e a Piergiorgio.

Proposta: al mattino gruppi poi plenaria e sintesi (?)

proposte di titoli:

SOLIDARIET À E POLITICA” , “IL RISCHIO politico DELLA SOLIDARIET À”,

UNA SOLIDARIETÀ AL PASSO CON I TEMPI: TRA RELAZIONE, FORMAZIONE E POLITICA”, RETE E SOLIDARIETÀ: IMPEGNARSI , INCARNARSI: CAMMINI DI COMPLEMENTARIETÀ.

SOLIDARIETÀ è POLITICA, POLITICA è SOLIDARIETÀ. QUALI STRADE?”

LE STRADE DELLA SOLIDARIETÀ”, “SOLIDARIETÀ… COME?”

Lasciamo alla Segreteria il compito di scegliere il titolo

Discussione sui contenuti

Struttura della Rete tempi della Segreteria, numero di coordinamenti annuali e spese, risorse economiche, ONLUS o NO.

Dal Seminario Nazionale devono emergere tanti Non Detti che è importante risolvere

Pur ragionandoci accettiamo di non avere un’identità non troppo netta? Il definirci troppo spesso può escludere.

I Valori emergono dai macroregionali, facciamo sintesi e al Nazionale parliamo della Struttura. La rete nazionale deve capire COME fare Rete.

-Elvio il nostro facilitatore ci aveva lanciato questa idea “la diversità è la forza della solidarietà”???controllare

-Monica: il Seminario servirà a trovare una linea comune, e dare spazio di confronto.

Se riusciremo a fare una sintesi dei macroregionali e confrontarci di più sulla nostra struttura in modo che anche chi ci vede da fuori sappia chi siamo.

Non dobbiamo avere paura di definirci, anche se siamo più di una definizione

-Antonio. Non dobbiamo dimenticare che apparteniamo alla struttura che ha creato questo sistema (ricchi e poveri), questo è il vero discorso politico su cui poggiare.

Dobbiamo essere realisti senza sensi di colpa ma

-Carmelo Salerno, riflettere sulla solidarietà significa riflettere su noi stessi, sul nostro fragilissimo e debolissimo EGO. Ci vuole un facilitatore che ci parli di come siamo.

-il facilitatore può inviare una griglia di riflessione personale da fare prima di arrivare al Seminario Nazionale

– Mi pare che questo percorso nei coordinamenti e seminari sia già stato fatto

-Il seminario è un lavoro collettivo che raccoglie il lavoro individuale di ciascuno ma non è il momento del lavoro individuale, mettiamo in comune una energia positiva

– è una tappa collettiva di semplificazione e di chiarezza che ci serve in questo momento della Rete

-la definizione non più di solidarietà ma di complementarietà che ci fu lanciato a suo tempo da Arturo Paoli

Seminario come incarnazione

Impegnarsi(fare) o incarnarsi(condividere)?

Ascolta sul sito le testimonianze di:

-Claudio: Esperienza della Rete di Viareggio per il Progetto Educazione alla Pace con l’associazione

-Lucia: esperienza di accoglienza di una famiglia Siriana con l’associazione Migrantes

Se alla solidarietà non si accosta la politica facciamo solo assistenzialismo

Problema di un contributo economico per chi ne ha necessità

Proposta di una cassa di contributo per Seminari Convegni e coordianmenti

Pranzo al sacco, cercare dei sistemi di autofinanziamento per i seminari

DOMENICA MATTINA 8 ottobre COORDINAMENTO A BRESCIA

  1. h. 21.00 RIPRESA dei LAVORI“ La Narrazione”

Elvio ( Rete di Padova )” ero un vecchio abbonato di Rocca, sul quale scriveva Masina, viene a Padova e lì lo incontro. Lì,con un cappello, è nata una raccolta di fondi per la Rete e poi si è formato il gruppo. Ettore ci ha proposto il progetto di acquisto di una speciale macchina da scrivere per un ragazzo brasiliano torturato e ridotto a letto infermo.

Siamo poi passati al progetto di Haiti, lì siamo riusciti ad andare a visitare e condividere l’esperienza con gli Haitiani, abbiamo conosciuto Dadù, condiviso con loro il tempo che siamo stati là”…

Anna Gargiulo(Salerno) “avevamo l’abbonamento a Rocca partecipavamo agli incontri ad Assisi, Tonino contattò Ettore che scriveva su Rocca, chiedendogli di fare qualcosa di concreto, Ettore ci chiese di costituire un gruppo a Salerno e così è cominciato “.

Antonio ( Rete Quarrata ) “io non sono uno dei più vecchi della rete, andai in viaggio di nozze a Salvador Baia da don Renzo Rossi, una suora ci diede una consistente busta di denaro per i prigionieri politici. Conobbi, a un incontro presso la Procivitate una coppia della Rete di Treviso e tramite loro cominciammo una campagna di invio cartoline. In seguito mi feci dare il telefono di Ettore, che mi fece conoscere Giorgio Gallo. Dopo un mese Ettore venne a Quarrata per un incontro e nacque la Rete.

Mi preme riportare l’attenzione sull’aspetto dei prigionieri politici e in seguito di ex prigionieri, di cui la Rete si èpresa cura non solo in Brasile ma anche in Argentina, in Palestina, Uruguay, Perù. È un impegno che ha sempre caratterizzato l’attività della rete. Ricordo l’impegno di Giuliana Cioccoli che ha portato avanti una relazione epistolare che è sfociata in due progetti: sostegno alle madri dei prigionieri politici e la cooperativa per gli ex prigionieri. Giuliana ha continuatoa seguire queste persone fino alla fine.

L’impegno a Quarrata è proseguito con Arturo Paoli che veniva da noi ciclicamente

Quando si andava in Brasile a visitare i progetti si viveva nelle favelas, abbiamo

condiviso lo sviluppo del Paese, la Teologia della Liberazione, il cammino di coscientizzazione,questa esperienza mi ha marcato profondamente.

Una decina di anni fa si cominciò a fare i viaggi con i giovani, per far conoscere le realtà.

La Rete è stata un pezzo importante della mia vita, come di tanti altri.

Elvio ricorda due donne della Rete: Almira di Battaglia Terme e Resi di Treviso

COORDINAMENTO DOMENICA 18 GIUGNO

Ore 9.00 INIZIO dei LAVORI

Messaggio di saluto a Ettore e Clotilde raccogliamo le firme che Angelo, Monica e Pier passeranno a portare nel pomeriggio prima di rientrare

  1. Convegno nazionale rrr 2018

La segreteria fa un appello a tutte le reti perché si interessino a cercare e fare proposte per il luogo del Convegno con le seguenti indicazioni

LUOGO facilmente raggiungibile o Posto significativo: salone da 300-320 per pranzi e incontro plenario, persone con sale aggiuntive anche nelle strette vicinanze, raggiungibile comodamente

DATA si propone 13-14-15 o 20-21-22 aprile ’18, meglio la 1^

GRUPPO di riferimento, LUCIA E ANGELO che raccoglie da tutti noi le proposte(entro fine luglio): cerchiamo di chiedere a chi fa convegni tenendo presente il problema della sostenibilità

DOVE e QUANDO ?

TEMA PORTANTE. La discussione è stata lunga (senti registrazione)

La segreteria a Rovereto aveva fatto una proposta. La visione degli altri sulla rete: testimoni, figli fratelli, familiari, amici (lo sguardo esterno), questa impostazioneperò può essere solo una parte del Convegno nel quale non può mancare la riflessione sui grandi temi della giustizia,della libertà, quindi si ritorna al tema di Solidarietà e Politica. È ancora importante chiedere ai testimoni come intendono loro là solidarietà e politica,

Rispetto ai giovani sarebbe importante che il loro Seminario avvenisse prima del Convegno in modo che vi possano portare il loro contributo, per fare questo dobbiamo metterci in contatto con loro, cercarli, metterci in ascolto e confrontarci. Si dovrebbe chiedere tramite Rosselma che risonanze hanno avuto i ragazzi dal Convegno di Trevi, è importante comprendere l’effetto che ha fatto loro partecipare, ci scordiamo spesso del ritorno.

Il Convegno deve mettere a confronto e in ascolto le diverse realtà, ci sono dei giovani che hanno già fatto delle scelte, altri che sono alla ricerca, il convegno può essere un momento stimolante di incontroeascolto, nuove voci e nuovi modi di vedere il mondo, di fare solidarietà, per partire con nuove idee. la concretizzazione deve venire dopo

La rete non sarà eterna, però non deve finire per presunzione,sarebbe bello come passaggio di testimone, per questo è importante l’ascolto, di testimonianze, di scelte di vita, questo lega il discorso al seminario giovani forse seminare per noi significa quella cosa lì che poi crescerà altrove ma che rimarrà come un tatuaggio.

Convegno confronto intra-generazionale noi, i giovani, referenti, testimoni

TESTIMONI

Sono già da decidere perché i tempi che hanno a disposizione per visti e documenti sono lunghi

MODALITA’

  1. I giovani e la rete

Dibattito molto vivace che si intreccia anche con il tema del Convegno futuro. Se vogliamo confrontarci con i giovani dobbiamo cercarli e interpellarli, la Rete ha uno stile e una struttura lontana da loro. Pensiamo che sia ancora importante proporre Viaggi di conoscenza, seminari in luoghi di frontiera (Ventimiglia-Lampedusa) ed altre attività specifiche proposte da noi ma gestite da loro. Per questo è necessario costituire una cassa, che potrà essere finanziata con iniziative delle Reti locali e nazionale. possiamo proporre un’iscrizione annuale a chi non può contribuire mensilmente perché possa sentirsi parte.

Un altro elemento che può funzionare a questo proposito è il Sito, è il primo elemento da presentare ai giovani, col quale proporre un incontro/confronto.

Alcune realtà di Rete sono già in contatto con gruppi giovani (Pisa-Viareggio, Torino, Antonio) ma siamo tutti invitati a cercare l’incontro con giovani attraverso scout, oratori, gruppi sportivi, centri sociali

Commissione Giovani-gruppo organizzativo ANGELA (si interessa su Pisa), GIORGIO, MARIATERESA G.

Un facilitatore/ice, disponibilità di Solidary Watch di dare una mano

Antonio propone: Quarrata convegno giovani 21-22-23-luglio, tema mette in discussione i nostri giorni e capire cosa pensano loro di questa società

organizzato da varie entità locali 200/350 giovani in tenda a Villa Medicea

  1. Tribunale Permanente dei Popoli

Liviana ci chiede risposte per il Tribunale Permanente dei Popoli, adesione formale all’appello del TPP-Tribunale Permanente  dei popoli sulle violazioni dei diritti umani delle persone migranti e rifugiate e della loro impunità che verrà presentata  a Barcellona  il 7/8 luglio.abbiamo chiesto a Solidary Watch per i giovani che volessero partecipare, sono interessati ma i tempi sonotroppo stretti per pensare di partecipare.

Ci si chiede perché a Barcellona e non in Italia, dato che i migranti arrivano qui

Si discute sull’opportunità sul tipo di significato che ha partecipare a questa iniziativa, è una proposta di tipo politico, pertanto si sottoscrive l’azione conIl contributo economico € 2000,00. che la rete di MILANO avrebbe a disposizione e che eventualmenteandrebbe a finanziare il viaggio di chi volesse partecipare. Si chiede a Milano di girare nella cassa nazionale.

  1. Varie ed Eventuali

Solidary Watch, Progetto “Chiudiamo il Cerchio”

Monica ci relaziona del progetto di Noel, che tornerà in Costa d’Avorio il 21/06/17, ringrazia calorosamente per l’impegno di tutti quelli che ha conosciuto dopo avere girato per alcune Reti locali.Ci aspetta là, perché intende organizzare una struttura di accoglienza.

-Claudio: Giorgio G. comunica di un progetto già avviato in Brasile a nome di Giusi Lauro, un gruppo musicale di giovani, non è un progetto della Rete ma chi volesse visitarlo sul sito: recuperare nome

-Beppe: da gennaio lavora con l’ass. OIM (Organizzazione Internazionale Migranti) tutti i lunedì va a Milano, collabora con l’ass. per il prelievo del DNA delle persone che chiedono il ricongiungimento dei familiari.

L’OIM segue anche i migranti (regolari) che vogliono rientrare nel paese di origine. Il progetto di rientro prevede un contributo di € 2.000 e in caso di necessità un accommpagnatore. Beppe ha accompagnato una donna in Salvador e una in Perù, perché psicologicamente fragili e non in grado di affrontare da sole il rientro. Il bello dell’esperienza è stato farsi accogliere nelle famiglie di origine per le due notti necessarie e condividere con loro quel tempo.

-Maria con un gruppetto della Rete di Verona andranno in Gana a visitare il villaggio della donna che hanno ospitato per un periodo in casa loro., vanno a conoscere il contesto. Ci sono ancora uno due posti per chi fosse interessato

Maria ha sentito Manuela Tempesta la mamma è morta verrebbe avrebbe voluto venire e riprendere i rapporti, ma non ce l’ha fatta; ci sono difficoltà con le donne di Ramhal,

Elvio Ad Haiti c’è stato un nuovo contributo annuale a nome di Gianna, continuano ad essere vessati dal maltempo. Jan ci scrive che la scuola avvierà anche in un corso di sartoria in memoria di Gianna.

Angelo c’è un costante rapporto di informazioni ?

Teresa Sarvignan è in continuo contatto con l’Armenia, le ha chiesto di tradurre in armeno una sintesi sulla Rete

Commissione MIGRANTI E RETI Pier STA raccogliendo i documenti delle diverse Reti, l’ultimo lo ha mandato Caterina Perata una lettera dei vescovi

Carla ha fatto un intervento pubblicato sul Manifesto qualche settimana fa in risposta ad un articolo su “Aiutiamoli a casa loro”. E pensava do coinvolgere padre Zerai

-Antonio, propone la lettura di un libretto di Erri De Luca della sua esperienza su una nave di Emergency per il soccorso ai migranti “Se i delfini venissero in aiuto”

-Pier propone una lettura di Luigino Bruni “La distruzione creatrice” città nuova

La segreteria ringrazia l’ospitalità della Rete di Salerno

H. 12,30 Fine dei lavori e pranzo

Carissima, carissimo,
oggi, Apple, Amazon, Facebook, Google, Alibaba, Tercente, Huawei hanno superato singolarmente il prodotto interno lordo di Stati come Svezia, Norvegia o Svizzera, mentre il dolore innocente, la sofferenza dei piccoli, di miliardi di persone ci sta davanti, ci interpella. La risposta non può essere l’impotenza, un pessimismo senza fine o la depressione. Da ogni luogo di dolore può scaturire un altro sentire, un’altra prospettiva, un’altra speranza. Uomini e donne con poco, con gli occhi lucidi di lacrime ma risplendenti di speranza, di voglia di vivere. Di fronte a ciò è in gioco il senso profondo della vita. Le guerre, le sofferenze, l’ingiustizie non vanno in ferie. L’arrivo continuo di profughi in particolare dall’Africa, sono causati da un bisogno primario, scappano dalla fame. Il loro partire non contribuisce per nulla alla soluzione dell’arretratezza economica africana, ma anzi l’aggrava perchè sottrae continuamente forze giovani e adulte, le più importanti per la soluzione del problema. E così impoverisce ulteriormente quei paesi. Urge un impegno politico profondo per imparare a mettere a fuoco gli obiettivi. Individuare un obiettivo e impegnarsi a raggiungerlo, sicuramente comporterà momenti difficili ma possiamo svegliarsi ogni mattina con uno scopo e alla notte andare a dormire sapendo di aver fatto la nostra parte. Credo che questo sia il minimo indispensabile che possiamo fare. Organizzare la resistenza non è una corsa, è una maratona. L’obbligo di impegnarsi giorno dopo giorno. Penso alla “formica” don Milani che ha scommesso tutta la sua vita sulla scuola, avendo di fronte a se l’ignorante, la mancanza di cultura e di istruzione, ha scelta di impegnarsi per questa povertà; a Davide Maria Turoldo, provenendo dal mondo dei poveri, subito ha avuto davanti l’affamato dal mondo dei poveri; a quella dell’ex prete guerrigliero colombiano Camillo Torres, che aveva lasciato la tonaca per imbracciare il mitra, molto amato dal mondo cattolico in quegli anni per la sua visione di un socialismo cristiano… Sulle pareti di Barbiana non a caso era riportata l’esortazione di Che Guevara: “il ragazzo che non studia non è un buon rivoluzionario”.

In Marcia, in cammino, in nome del “NOI”
Dunque anche quest’anno il primo appuntamento di impegno sociale a prendere il via, dopo la pausa estiva, sarà quello della 24a Marcia della Giustizia che sabato 9 settembre si snoderà lungo le strade della provincia di Pistoia in Toscana, fra Agliana verso Quarrata. Ancora una volta, come avviene da ventiquattro anni, si marcerà nel nome dei beni comuni e della cultura delle corresponsabilità. Ancora una volta nel nome dei diritti negati ed in particolare per coloro che ancora non li conoscono. E quest’anno, per rafforzare bene quanto siano fondamentali i richiami, le attenzioni per gli altri, ecco che il tema della 24a Marcia della Giustizia, come rimanda anche lo stesso manifesto, sarà il richiamo al dovere dell’impegno. Andando anche oltre, coinvolgendo fino a comprendere la vera sfida del tempo, fino all’impegno di quel “noi” che troppo spesso piace essere rammentato solo a parole. Così mentre oggi tutto sembra testimoniare come prevalente il rinchiudersi nel proprio “io”, nella propria isola di interessi privati, ecco, come reazione, la necessità di riportare a condivisione quei valori che a lungo, negli ultimi decenni, sembrano essere stati scacciati. Chiusi nei recinti degli egoismi personali e di un mondo pilotato da oligarchie indiscutibili. In pieno contrasto alla cultura dominante, succubi di una informazione che solo all’apparenza sembra aperta ma in realtà si comporta in modo pervasivo ed appiattito. Di quel successo che i nuovi padroni del mondo vogliono far sembrare a portata di mano, ma in realtà irraggiungibile, meta ed inutile feticcio a cui ambire sopra a tutto e tutti. Ecco spiegata la volontà di riportare alla luce, come simbolo della Marcia per quest’anno, quel quadro, di un pittore italiano, Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901, che ispirato, colpito dalla forza, dall’orgoglio delle manifestazione di quel tempo, riuscì ad eseguirne la perfetta trasposizione in quell’opera. Una forza che oggi, con il mutare dei tempi pare difficile da ritrovare nelle realtà. Quel “Quarto stato” che marcia, non procede solo nel segno di una protesta, verso una piazza ideale, verso un luogo di aggregazione. L’avanzare non è violento, qualcuno dice deciso. Gli sguardi, i volti sono fieri. Nessun segno di rabbia, solo la inevitabile sensazione di forza dovuta alla condivisione politica dei valori che li hanno mossi. In questa stessa consapevolezza data dalla forza del marciare insieme con l’ambizione delle “corresponsabilità”, del “noi” portato avanti a tutti gli “io” del nostro tempo, che sabato 9 settembre, in migliaia sfileremo per andare poi ad ascoltare, in piazza Risorgimento, a Quarrata, don Luigi Ciotti, il fondatore, l’anima, di Libera, del Gruppo Abele, Antonietta Potente, teologa domenicana, Gianni Minà, giornalista, Giulietto Chiesa, giornalista, direttore di Pandora Tv ed infine con Mohamed Ba, attore e mediatore culturale. “La sfida del “Noi” impone un impegno di conoscenza, da soli non siamo niente, accogliere, ascoltare, sviluppare un’azione politica insieme è fondamentale per la cresci a personale, sociale”. Dunque un appuntamento a cui non mancare, da cui emergeranno sicuramente nuovi spunti per una stagione complessa. Non fosse altro per quel “noi” che dovrà passare avanti ad ogni “io”. Punto di ritrovo, piazza Gramsci ad Agliana, alle ore 18 con partenza del corteo alle 18,45. Arrivo, dopo poco più di
sette chilometri, a Quarrata, verso le 21, dove appunto parleranno i relatori.

Antonio e Luca