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La crisi fra il tutto e il nulla

Quando si dice dobbiamo rompere questo rapporto fra debito e pil per pensare di più ai cittadini. Il debito mondiale è quasi tre volte la ricchezza dei paesi. Come potrà mai essere coperto? WASHINGTON – Il mondo affonda in un mare di debito. A livello globale, il debito dei governi, delle famiglie e delle imprese ha toccato il livello record di 152.000 miliardi di dollari, oltre due volte e mezzo le dimensioni dell’economia mondiale, secondo un calcolo diffuso dal Fondo monetario nel suo Fiscal Monitor. «Il debito globale è ai massimi e sta crescendo», ha detto il direttore del dipartimento fiscale dell’Fmi, Victor Gaspar. Per due terzi circa si tratta di debito del settore privato, che secondo il Fondo rappresenta un importante ostacolo alla ripresa mondiale e un rischio alla stabilità finanziaria.La crescita del debito è stata particolarmente pronunciata negli ultimi quindici anni ed è stata più rapida di quella dell’economia, portando il rapporto fra debito e prodotto interno lordo mondiale dal 200% del 2000 al 225% del 2015.
Ci sono tuttavia gli spazi, secondo il Fondo monetario, per utilizzare la politica di bilancio e aiutare la crescita. I Paesi che hanno spazio nei conti debbono utilizzarlo, mentre tutti possono adottare politiche fiscali favorevoli alla crescita modificando la composizione del bilancio. Nel primo gruppo, il Fondo comprende la Germania, come sostenuto di recente anche dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. “La Germania sta già andando in quella direzione – ha detto Gaspar – tenuto conto anche della spesa per i rifugiati e l’evoluzione della demografia con l’invecchiamento della popolazione. Ma sollecitiamo il Governo tedesco a fare di più”.Per Italia, l’Fmi prevede che il debito pubblico crescerà ancora al 133,2% quest’anno e al 133,4% l’anno prossimo per poi cominciare a scendere ma sarà ancora al 125% nel 2021.
La distribuzione del debito nel mondo è molto diseguale: la maggior parte è concentrata nei Paesi avanzati, ma l’Fmi sottolinea anche il forte aumento in Cina negli ultimi anni.
Lo studio dell’Fmi sul debito è durato un anno e riguarda 113 Paesi che coprono il 95% circa dell’economia mondiale.

Ecco lo storico del debito pubblico italiano dal 1970 al 2011, che permette di confrontare grosso modo i governi con i nomi del Primi Ministri in carica.

Fonte: Banca d’Italia, Istat: http://www.irpef.info/testi/debito.html

Il tasso di inflazione è misurato con l’indice Foi (famiglie di operai e impiegati)

Alcuni nomi saltano agli occhi. Ad esempio Andreotti, il cui governo ha accumulato 10 punti sul PIL in tre anni, né più né meno del vituperato Craxi.

Ma clamorosi sono soprattutto i balzi dei “governi tecnici”. Il governo Amato, che ricordiamo come “governo tecnico” chiamato a fare da “risanatore”. Nonostante il famoso scippo dei conti correnti attuato a sorpresa per “rimettere a posto le finanze pubbliche”, in appena un anno riuscì a far salire il debito di 10 punti.

Subito dopo Amato, altro governo “tecnico” affidato a Carlo Azeglio Ciampi. Anch’esso registra un aumento colossale nel giro di un annetto 1993-94: passa dal 115,1 a cui lo aveva lasciato Amato, a oltre il 120%.

Altro grosso macigno: l’accettazione, nel 1998, governo Prodi – D’Alema , di un tetto gravosissimo alle emissioni di CO2 –E se le industrie devono lavorare di più? Se  lo pagano… ! E’ per questa discriminazione che le bollette degli italiani sono del 30% più alte di quelle tedesche.

Nel 2008 arriva la crisi mondiale e il 103,1% del 2007 schizza al 120,1 %; a questo punto, a noi, viene appioppato di nuovo – e questa volta d’autorità dal Presidente della Repubblica, senza alcuna consultazione politica – un governo tecnico risanatore: il governo Monti. Il debito sfonda quota 2 mila miliardi, arriva al 127% del PIL nel 2011 e al 132,6% nel 2013.

Dal BOLLETTINO Statistico mensile elaborato da Bankitalia si apprende che a gennaio 2018 il debito è balzato a circa 2.287 miliardi di euro, rispetto ai 2.263 miliardi di fine 20 in mano agli stranieri17; tuttavia, il debito resta al di sotto del massimo storico di luglio 2017 ( 2.302 miliardi di euro). Se lo confrontiamo con quello del 1970, 14,285 milioni di euro capiamo che sostanzialmente siamo stati governati proprio male. A quanto detto si aggiunga che, mentre nel ’88 il debito era per il 57% in mano agli italiani, per il 4% in mano a stranieri, 21% Banche, 14% Banca d’Italia, 4% Fondi e Assicurazioni; nel ’99 solo il 25% era in mano a italiani, per il 27% in mano a stranieri, 19% Banche, 5% Banca d’Italia24% Fondi e Assicurazioni ; nel 2011 era per il 21% in mano a italiani e per il 40% in mano a stranieri, Banche il 23%, Banca d’Italia 4%,Fondi e Assicurazioni 12%, ; nel 2018 il 6% è in mano italiana, il 32% stranieri, il 27% in Banche, il 16% in Banca d’Italia, il rimanente 19% in Fondi e Assicurazioni.

Rete di Quarrata – Lettera Maggio-Giugno 2018
Carissima, carissimo,
sono arrivato di nuovo in Brasile, a San Paolo, sabato 5 maggio, ho trovato una città dove si stende una cappa di
tristezza e di abbandono che si può leggere nella maggioranza delle persone che ho incontrato.
Il Golpe parlamentare-giuridico-mediatico, -appoggiato dagli organi di sicurezza degli USA-oggi ha chiuso
l’orizzonte a questo Paese che aveva incontrato il “sole” con i governi Lula e Dilma, liberando 45 milioni di bra-
siliani dalla povertà, da esclusi a inclusi!
Nessuno ha saputo dirmi con esattezza dove sta andando il Paese. Ci sono nuove leggi votate che prevedono
impunità ai politici e agli attuali 50.000 giudici. In questi giorni, l’attuale presidente golpista Temer è stato
ancora una volta denunciato per aver ricevuto un milione di dollari di tangente, ma non è preoccupato, control-
la il Parlamento.
Il segnale che sale alle cronache è l’aumento della violenza con un numero di vittime pari ad un paese in guerra.
Le classi povere, adesso lo sono molto di più a causa dei tagli ai programmi sociali che l’attuale governo Golpi-
sta ha effettuato: oltre l’80%.
Il Brasile era uscito dalla fame, adesso c’è di nuovo dentro. Le sei persone più ricche del Paese hanno l’equiva-
lente di 100 milioni di brasiliani, quasi la metà della popolazione.
L’applicazione del liberismo più radicale da parte della nuova classe dirigente installatasi nello Stato, sta produ-
cendo fame e miseria. L’aumento della violenza nelle grandi città è proporzionale all’abbandono a cui sono state
sottoposte. Gli organismi responsabili della sicurezza non vanno mai all’origine del problema. Il nodo che non
vogliono affrontare, è nella nefasta diseguaglianza sociale, nell’ingiustizia sociale, storica e strutturale su cui è
stata costruita la società brasiliana.
La diseguaglianza cresce a vista d’occhio. O si fa giustizia, una giustizia che comprende la Riforma Agraria,
Tributaria, Politica e dei sistemi di sicurezza, oppure crescerà la violenza in tutto il Paese. È presente l’ipotesi
che un giorno gli emarginati delle grandi periferie abbandonate si ribelleranno a causa della fame e della mise-
ria e decideranno di assaltare i supermercati e i centri urbani, questa evenienza potrebbe innescare una violenza
senza fine. Sarebbe motivo per avviare una forte repressione da parte dello stato golpista, appoggiato dai mass-
media conservatori e da un esercito ai cui comandanti “prudono le mani”. Ciò non risolverebbe ma aggravereb-
be la situazione.
In questo quadro come alimentare la speranza in Brasile se non con un radicale cambiamento dell’economia.
Non è la società che deve servire l’economia, ma l’economia servire la società. Questo è il grido che sale dai
Movimenti popolari e dai partiti di sinistra. Bene ha detto in questi giorni l’anziano vescovo profeta, dom
Pedro Casaldaliga, parlando di speranza: ”Portatori di speranza sono quelli che camminano e si impegnano a
superare le situazioni di barbarie. Questi cambiamenti mai verranno dall’alto né dall’attuale governo; verran-
no dal basso, dai movimenti sociali organizzati e con piccoli frammenti di partiti impegnati per il benessere del
popolo”.
Papa Francesco, a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) salutando i movimenti latino-americani con cui si era
incontrato ha coniato tre espressioni, riassunte in tre “T”: Terra per produrre; Tetto, per ripararsi; Lavoro (tra-
balho) per guadagnarsi la dignità lavorando. Ha lanciato una sfida: “non aspettatevi nulla dall’alto. Siete voi stes-
si i profeti del nuovo, organizzate la produzione solidaristica, specialmente biologica, reinventatevi la democrazia
e seguite questi tre punti fondamentali: economia per la vita e non per il mercato; giustizia sociale perché se questa
mancherà non ci sarà pace sociale; e attenzione alla Casa Comune, la Madre Terra, senza la quale nessun progetto
avrebbe senso”. La speranza nasce da tutto questo impegno di trasformazione.
La speranza non è una virtù qualsiasi, una fra le tante. Essa è molto di più, è l’insieme di tutte; è la capacità
di pensare il nuovo; è la capacità di sognare un altro mondo possibile, utile e necessario; il coraggio di progettare uto-
pie; se pur umiliati, ci faccia rialzare per riprendere il cammino.
La speranza è pratica, si mostra nel fare, nell’impegno a trasformare, nel coraggio di superare ostacoli e affrontare i
gruppi avversari. Questa speranza non morirà mai!
Sono le dieci e mezza del mattino, una massa di uomini e’ in fila all’angolo di una strada. La fila continua per altri
cento metri dove si apre una grande porta, provo a contarli, rinuncio. Mi trovo di fronte al Centro San Martino
da Porres, dove ogni giorno vengono preparate 350 colazioni-café de amanha, 900 pranzi e 400 merende. Osser-
vo una massa di uomini con sacchetti al seguito dove conservono le proprie cose. Parlo con Carlos, indossa un
paio di ciabatte, una maglietta dai tanti colori, tanto deve essere il tempo dell’uso, ha perso il lavoro da quasi un
anno, perso la casa non potendo pagare l’affitto, è falegname da 26 anni. Vive sotto il viadotto di Belem che dista
500 metri dal centro. Sono un centinaio accampati li. Inizio a provocarlo facendogli una domanda politica, la sua
risposta ferma e decisa evidenzia che questo attuale governo sta costringendo milioni di persone a ritornare alla
condizione di povertà esistenti prima di Lula. “Lui ha pensato a noi operai, ai poveri, questo governo si disinteressa
di tutto…”. Entro nel Centro dove mi attende Sandro il coordinatore, mi spiega che per soddisfare le esigenze di
tutti, devono iniziare a dare da mangiare alle 10 e 30. Sei turni, 150 persone per volta. Terminano alle 16, si fa per
dire perchè dopo mezz’ora inizia la merenda. L’associazione che vi opera: Nossa Senhora do Bom Parto, è in con-
tinua lite con il Comune perchè stanzia un aiuto solo per 500 pasti al giorno. Sandro, rabbioso, evidenzia la lunga
fila all’esterno e mi dice: “come possiamo dire a metà di loro che non sono contabilizzati dal Comune e che non
avrebbero diritto al pasto, quando il Comune stesso dovrebbe provvedere?” Continua: “è una lotta continua con le
istituzioni, ma grazie all’aiuto di tanti (anche del nostro gruppo), riusciamo a sopperire a tutti questi bisogni. Pensa
che tre volte la settimana tre psicologhe e due assistenti sociali passano ore ad ascoltare in fila le loro storie, nella
stragrande maggioranza tutti hanno perso il lavoro”. In un angolo della grande sala dove si consumano i pasti, nella
parte finale, sosta una autoambulanza attrezzata con una sedia da dentista, dove vari dentisti vanno a farvi volon-
tariato, anche un nostro caro amico dentista ha aderito. A lato dell’autoambulanza ci sono alcuni tavoli dove alcu-
ne mamme e i loro bambini hanno un posto riservato. Mi avvicino e facendo il buffone richiamo l’attenzione di
Chico, gli chiedo l’età, ha 4 anni, sua madre a lato si chiama Neury. Le chiedo da dove venga: hanno perso la casa,
anche lei vive con Chico sotto il viadotto, suo marito è tornato nel nord-est dai parenti per cercare un lavoro.
Queste povere storie, storie di tanti, di troppi, evidenziano la decadenza in cui è caduto e continua a cadere il Brasile.
Chi udirà il grido di speranza e di liberazione che sale da queste umili persone, Carlos, Chico e Neury, impoverite
ma ricche di umanità e voglia di vivere.
Fino a quando dovranno portare il peso e la crudezza della loro vita? Quando apriremo gli occhi, la nostra ottusità
di mente e il nostro cuore all’altro?
Quando sostituiremo la condanna e il giudizio con la misericordia, il possesso della verità con il dialogo, l’egoismo
con la gratuità e la nostra assenza di sensibilità con la passione?
antonio

Dopo il nostro recente convegno, lasciamo ai singoli, alle reti locali e ai prossimi coordinamenti una valutazione su quanto di positivo ci siamo scambiati e su quanto poteva essere fatto meglio. Diciamo solo due parole. Ci pare importante essere ancora in piena ricerca dopo 54 anni e avere in testa e nel cuore più domande che risposte. Ma questo ci deve anche dare la misura concreta della nostra precarietà: quanto siamo disposti a cambiare nei nostri percorsi di solidarietà? Quanto abbiamo davvero offerto ai giovani che hanno partecipato al seminario? Avremo senz’altro modo di riparlarne. Come rete di Verona, aggiungiamo che siamo stati molto contenti di avere avuto con noi, al convegno, Emma Ghartey e sua zia Olivia Andoh, che fa parte del gruppo di Verona, le referenti del nostro progetto in Ghana contro l’abbandono scolastico delle ragazze. Come sempre, condividere con i nostri ospiti questi momenti serve a farli conoscere a tutta la Rete RR, ma permette anche a loro di capire meglio chi siamo, qual è il nostro punto di vista, come lavoriamo.
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Tra poche ore, in Israele, partirà il giro d’Italia. Più volte abbiamo detto come questa scelta scandalosa non abbia nulla di sportivo e, men che meno, possa essere giustificata dal fare memoria di Gino Bartali, come vorrebbe farci credere la narrazione ufficiale. Gino Bartali aveva aiutato gli ebrei perseguitati in Italia durante l’occupazione nazista, proprio perché erano perseguitati e non per difendere il progetto sionista di Israele. Lui ora non vorrebbe certo che il suo nome fosse strumentalizzato per avallare l’oppressione del popolo palestinese con politiche di apartheid e di repressione sempre più violenta. E’ sotto gli occhi di tutti quanto succede durante le manifestazioni pacifiche del venerdì a Gaza: perfino i nostri mass media non riescono a coprire del tutto le notizie di uccisioni a sangue freddo che avvengono su quel confine. In questi giorni il nostro pensiero va continuamente ad Anissa. Il vuoto che ha lasciato si fa sentire non solo tra noi, ma anche a livello della rete di contatti veri e profondi che aveva saputo tessere in nome del suo impegno per la Palestina. Ricordiamo la sua capacità di schierarsi senza tentennamenti, generosamente, impegnando azione e pensiero, oltre le miserie di tanti “egocentrismi” associativi. Per questo, anche in suo nome, continuiamo a partecipare ai coordinamenti delle associazioni che si interessano di Palestina. Pochi giorni fa, con Liviana, eravamo a Milano per l’incontro di Società Civile per la Palestina. Società Civile per la Palestina vuole essere un punto di confronto e di proposte operative tra molte realtà come Pax Christi con Ponti non Muri, Assopace, Vento di Terra, Invictapalestina, il BDS ed altri, compresi noi della ReteRR. E’ difficile dire se si riuscirà a manifestare in modo visibile il nostro dissenso nei confronti del giro d’Italia o se si riuscirà a costruire una controinformazione efficace (ovviamente, ben oltre il giro). In ogni caso crediamo che si debba resistere con speranza, nonostante tutto, nel “qui” come nel “la”. E’ questo il messaggio che, ancora una volta, ci hanno lasciato i testimoni che abbiamo invitato al convegno. A Verona, per esempio, il prof. Mazin Qumsiyeh (poi ospite a Trevi), in un incontro molto partecipato ha sottolineato in modo pacato ma profondo, come lui per primo coltivi una speranza concreta, legata anche alla lotta nonviolenta delle migliaia di palestinesi di Gaza e non solo.

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Da ultimo vorremmo ricordare quanto è accaduto domenica 22 aprile a Briancon. Volontari e migranti si erano mossi per protestare contro una manifestazione razzista, organizzata il giorno prima da fascisti francesi, senza che la polizia intervenisse. Invece la polizia è intervenuta pesantemente nei confronti dei volontari e dei migranti. Una volta arrivati a Briancon, sono stati fermati sei volontari e tre di loro si trovano attualmente in carcere a Marsiglia, perché accusati di favoreggiamento dell’immigrazione illegale, con l’aggravante di essersi organizzati in bande: “en bande organisée” recita testualmente il capo d’accusa. Tra loro c’è l’italiana Eleonora Laterza che studia mediazione interculturale a Torino (lunedì 30 Marianita De Ambrogio ha inviato sulla lista RRR una e-mail con lettera aperta di sostegno ai tre, che si può firmare scrivendo a firmaperitre@gmail.com ). Il dr. Gherardo Colombo ci ricordava a Trevi che esiste, prima di tutto, il diritto inviolabile di ogni persona al riconoscimento della sua dignità. Ci pare che la manifestazione del 22 aprile andasse esattamente in quella direzione. Questo ci ricorda ancora una volta come sia impegnativa la solidarietà quando può sfociare anche nella disobbedienza civile. Del resto se la Rete vive e ha ancora un senso è perché non chiude gli occhi di fronte alla realtà, ma anzi si pone domande, si confronta con i testimoni e cerca alleanze con chi percorre strade di resistenza. Poi ciascuno e ciascuna, singolarmente o in gruppo, vedrà come agire nella propria realtà, non lasciandosi andare a facili esaltazioni, ma anche senza timore. Non è detto che saremo proprio noi a veder nascere la pianta o, addirittura, a godere dei frutti, ma intanto sappiamo che molti semi vengono messi a dimora.

Un abbraccio resistente a tutte e a tutti.

Rete di Verona

Trento, 29 maggio 2018
Care amiche e cari amici della Rete trentina,
al posto della circolare nazionale, non ancora pervenuta, vi mando questo mese la circolare della Rete di Quarrata, che riferisce sulla situazione in Brasile dopo l’incarcerazione di Lula. E’ una descrizione in prima persona fatta da Antonio Vermigli, che è stato in Brasile all’inizio di maggio.
Per chi fosse interessato, il periodico della Rete “In Dialogo”, di cui è direttore lo stesso Vermigli, dedica questo mese uno speciale al Brasile, dal titolo “Brasile: un golpe istituzionale, giuridico, mediatico”, con articoli del giurista Luigi Ferrajoli, dei teologi Frei Betto e Leonardo Boff e della giornalista Caludia Fanti. Chi non è abbonato e fosse interessato ad averlo, può richiederlo con una mail a notiziario@rrrquarrata.it o con una lettera a Notiziario della Rete Radié Resch, via delle Poggiole 225 – CP n. 74 – 51039 Quarrata (Pistoia).
“In Dialogo” è sempre una lettura stimolante: anche in quest’ultimo numero vi sono articoli di Erri De Luca, Alex Zanotell, Christoph Baker, Luigi Ciotti, Marcelo Barros, solo per citarne alcuni.
Ed ora qualche aggiornamento sul progetto profughi della Rete trentina. Per prima cosa segnalo la presentazione del volume “Accogliere rifugiati e richiedenti asilo – Manuale dell’operatore critico” di Giuseppe Faso e Sergio Bontempelli (editore Cesvot, Firenze, 2017, pp.155). L’appuntamento è per lunedì 11 giugno alle 18 alla Fondazione Caritro in via Calepina 1 a Trento. L’incontro con gli autori è promosso da Oltre l’Accoglienza (OLA), di cui la Rete trentina è tra i promotori, e dal Gioco degli Specchi. Per partecipare all’incontro è opportuno iscriversi, mandando una mail a Cecilia Muscatella (muscacecilia@libero.it), che invierà l’indirizzo da cui scaricare il Manuale (esaurito in edizione cartacea). Gli autori preferiscono infatti che chi partecipa abbia già letto il libro, per potersi confrontare sulle proposte concrete contenute nel testo.
Come scrivevo nell’ ultima circolare, la ‘nostra’ ditta Multicolor di Sami non è coinvolta nell’ inchiesta su gravi irregolarità riscontrate dalla Guardia di finanza nel mercato della distribuzione di pubblicità. Come è emerso anche da un servizio televisivo della trasmissione Report, il settore della distribuzione di pubblicità è inquinato da sfruttamento e truffe. Anche per evitare di venir coinvolto in questi meccanismi, Sami sta puntando decisamente sul settore delle pulizie. Ha già l’appalto per alcuni condomini e uffici di Trento, lavora con competenza e passione, usando prodotti di qualità, e lo stiamo aiutando a trovare nuovo lavoro con l’invio di una lettera a tutti gli amministratori di condomini. Rilancio l’invito a tutti coloro che conoscono amministratori o sono a conoscenza di case/uffici in cui c’è bisogno di pulizie a contattare multicolor.trentino@gmail.com. Tra l’altro Sami si è dotato anche di un furgone, con il quale può effettuare trasporti. Chi avesse bisogno di qualche trasporto (mobili, oggetti ingombranti o altro) può chiamarlo al 327 763 8158.
Infine qualche notizia sugli altri profughi seguiti dal nostro progetto: Abdullahi ha ottenuto la patente C per camion e spera che questo lo aiuti a trovare lavoro. Se qualcuno ha lavori da svolgere nell’orto o nei campi, me lo faccia sapere. Anche se per poche ore, è sempre un aiuto in attesa di tempi migliori.
Un caro saluto a tutte e tutti
Fulvio Gardumi

“… noi stiamo vivendo un momento politico
in cui l’incultura dell’egoismo e della banalità
viene presentata come buon senso politico…”
(Ettore Masina 1994)

Buona estate a tutte/i,
con questa lettera, e con tante circolari che per anni abbiamo scritto ed inviato, cerchiamo di mantenere vivo lo spirito solidaristico di Rete e l’amicizia. Quelle che mensilmente vi spediamo, sono sempre brevi e significative note che raccontano il nostro impegno in Haiti. Questo mese troverete il riassunto, a cura di Maria Rosa e Sandra, dell’ultimo incontro di Rete e,in allegato, il resoconto economico del 2017 diviso per mese, che con continuità gli amici di Haiti ci inviano. Troverete inoltre l’ultima comunicazione da Haiti con cui i nostri amici ci donno notizia della recente visita del brasiliano Joao Simao, formatore di educazione popolare in rappresentanza di Popoli in Arte (la realtà che ha tenuto i corsi di salute di Fddpa)

NOTIZIE
– Il prossimo Coordinamento si terrà presso l’ABBAZIA di SANTA FEDE Via S. Fede a, Cavagnolo (TO) sabato 9 e domenica 10 giugno. Per informazioni e/o partecipazione, CRISTIANA e BEPPE – RETE di CASALE MONFERRATO Casa: 0142 466763 339 2599933 ighilardi@libero.it
– I costi elevati che vengono applicati sul c.c.p. ci obbligheranno ad interrompere il rapporto con le Poste. Nei prossimi mesi decideremo cosa fare. Per il momento tutto rimane invariato.

L’incontro di Rete
Il giorno 5 maggio, presso i Comboniani di Padova, gli amici della Rete di Padova, Chiarano, Due Carrare e Battaglia si sono incontrati per ascoltare il racconto del viaggio a Haiti di Elvio, Francesco e Marianita, accompagnato da una serie di fotografie e dal resoconto scritto “Di nuovo adHaiti” con il programma del viaggio e un dettagliato e ricco resoconto degli spostamenti, degli incontri che hanno avuto con FDDPA e con altri gruppi. Consigliamo a tutti di leggere il “resoconto-diario” ma, intanto, riportiamo in sintesi le notizie avute durante la serata. Scuole: sulla montagna sono il fondamento e la prima azione avviata da Dadoue, sono tre, a Dofinè, Katien e Fondol). Anche il numero dei bambini, specialmente nelle scuole per l’infanzia ‘Gianna bambini’, è aumentato anche perché le scuole che erano state avviate da un programma statale sono state quasi immediatamente chiuse e i bambini si sono riversati nelle scuole di FDDPA (ci sarà bisogno di costruire nuove aule e sistemare le vecchie). C’è molta soddisfazione per i risultati che gli alunni ottengono alla fine del percorso scolastico quando devono sostenere gli esami in città. Alcuni insegnanti sono gli ex alunni della prima scuola di Dadoue. Soddisfazione anche da parte degli insegnanti, sia per la loro formazione da parte di FDDPA, sia perché, con il sostegno della Rete, vedono pagati i loro salari, anche durante il periodo estivo, al contrario di quanto avviene per gli insegnanti statali che ricevono i loro salari a distanza di mesi. E’ stata visitata pure la scuola professionale di sartoria e cucina ‘Giovanna Mocellin’ (si sta pensando a un progetto per permettere alle ragazze di usare le macchine da cucire anche dopo la conclusione della scuola). Salute. Dopo i seminari sulla salute si è dato inizio alla costruzione di latrine e si sta procedendo alla produzione e alla distribuzione di cloro per la potabilizzazione dell’acqua. Minerva, infermiera, e Elicia, ausiliaria, oltre a uno studente di medicina, si recano con regolarità nei Centri di salute per offrire le prime cure, fornire informazioni igienico- sanitarie e distribuire qualche medicinale. Agricoltura: si sta cercando di organizzare la coltura del crescione a Fondol, on l’aiuto di contadini di Dofiné che da anni la praticano utilizzando l’acqua del torrente. Il gruppo di giovani di Dofiné vorrebbe creare un piccolo bosco per contrastare il disboscamento della montagna. Esistono anche problemi, come la chiusura del forno di Fondol perché il responsabile è emigrato in Cile o la difficoltà di continuare con la mensa scolastica per l’impossibilità di produrre ancora miele.Inoltre, a causa dei costi e dell’impraticabilità delle strade per trasportare materiali per ampliamenti di fabbricati, sarà necessario organizzare un lavoro collettivo. Jean e Martine, che coordinano le azioni di FDDPA insistono sulla necessità di coinvolgere i diretti interessati, i contadini e le persone delle varie comunità per renderli consapevoli e responsabili, secondo il principio che tutti devono dare il loro contributo. Si osserva un grande interesse a frequentare le scuole, anche se gli alunni per arrivarci impiegano ore di cammino. Elvio, Francesco e Marianita hanno visitato una scuola di musica per giovani, bellissima esperienza, inaspettata ma purtroppo unica. Concludono sottolineando l’importanza delle scuole,delle borse di studio, della formazione agroecologica. Bambini e ragazzi sono costanti nella frequenza anche se devono camminare ore per raggiungere la scuola. Hanno colto negli amici haitiani una ferma volontà di continuare nel lavoro iniziato da Dadoue, di mantenere viva la forza di volontà nell’affrontare le difficoltà, di andare avanti nella lotta continua “a piccoli passi arriveremo” come era scritto sulla carriola di un contadino: “Ti pa ti pa nap rive”. Ora tocca a noi aumentare il nostro impegno per accompagnare anche concretamente il cammino di FDDPA.

Comunicazioni da Haiti
Salve Tita, siamo felici e contenti per le notizie che ci hai inviato. Noi abbiamo visto le informazioni alla televisione sulla situazione politica italiana, e non sono buone. Purtroppo il movimento 5 stelle ha scelto di accordarsi con la lega e non ci si può aspettare qualcosa di buono da un’alleanza del genere. Peccato. Ci ha commosso vedere come Dadoue sia ancora viva tra voi per il modo in cui avete onorato la sua memoria; anche noi abbiamo onorato la sua memoria in particolare a Fondol e a Dofiné; a Fondol abbiamo organizzato una giornata speciale con i membri delle varie frazioni e anche con la partecipazione dei bambini della scuola che hanno imparato molte cose sulla vita di Dadoue. A Dofiné c’è stata una veglia organizzata con molte testimonianze che hanno esaminato la visione e il sogno di Dadoue per la montagna. Per il prescolare “Gianna bambini” di Fondol e il completamento dell’edificio di Katien, ti inviamo il bilancio con i prezzi attuali dei materiali, ma la gourde è davvero instabile rispetto al dollaro. Per una borsa di studio per la scuola agricola di Pandiassou, serviranno 40.000 gourde, circas 615$ USA per un anno scolastico. Per quanto riguarda Christmène, dopo il periodo di allattamento della sua bambina, lei pensa di poter riprendere la scuola per infermiere in ottobre, e il costo annuale è di 50.000 gourde (circa 769 $ USA). Anche Martine desidererebbe continuare la sua formazione di analista medica dopo le vacanze estive in ottobre, e il costo per un anno è di 50.000 gourde (circa 769 $ USA). La visita di Simao è andata molto bene, e abbiamo avuto come aiuto per la traduzione, un fratello cattolico che ha vissuto e studiato in Brasile per 10 anni. Sono arrivati a casa a Dubuisson la sera di domenica, abbiamo proiettato i video sul lavoro di Jumel che ha spiegato un po’ loro la situazione. Abbiamo cominciato la visita a Katienne dove si è visto il lavoro di scavo di una latrina che un Gruppo di giovani della comunità aveva preso l’iniziativa di costruire insieme con l’accompagnatore del programma di salute che aveva partecipato al seminario; si è discusso con i giovani, si è mangiato insieme; l’indomani siamo saliti a Fondol per vedere il lavoro di 5 famiglie che hanno preso l’iniziativa di cominciare lo scavo per una latrina, avremmo voluto far vedere altre comunità della montagna, ma il tempo non bastava. Infine abbiamo concluso la visita presso una comunità di Dubuisson e con il giovane di Cabaret che lavora con il metodo dell’Educazione popolare. A Simao è piaciuto molto il lavoro delle comunità, e ci ha parlato delle difficoltà che devono affrontare oggi con la crisi che attraversa il Brasile. Egli pensa che con la prossima venuta di Anna, si potranno vedere altre comunità che lui non ha avuto il tempo di vedere. In effetti, la visita du Simao è durata due giorni: sono arrivato domenica pomeriggio e sono partiti martedì pomeriggio. Tutto è andato bene e si è concluso bene. E parallelamente, l’esperienza di fare il cloro continua ad essere divulgata nelle comunità e per il primo maggio, FDDPA, su richiesta di Maria Paola, ha avuto il privilegio di mandare Jumel e un altro giovane formatore del programma, presso il Centro di Formazione di Croix des bouquets, dove Ana e Maria hanno l’abitudine di trascorrere il loro soggiorno, per animare un seminario sul cloro con una cinquantina di partecipanti provenienti da diverse regioni di Haiti. E’ stato un vero successo per tutti coloro che hanno preso parte alla formazione. Così vi scriviamo con molta gioia e speranza, vi diciamo Grazie per questa grande solidarietà che tutti i membri della Rete e in particolare quelli di Padova ci testimoniano da una ventina di anni.
Grazie, Jean e Martine, con amore

“La vigliaccheria chiede: è sicuro?
L’opportunismo chiede: è conveniente?
La vana gloria chiede: è popolare?
Ma la coscienza chiede: è giusto?
Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura,
né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla,
perché è giusta”.

Martin Luther King

Iniziamo con il saluto più semplice, ciao a tutte e tutti, in attesa di salutarci in modo più ampio e caloroso sabato 5 maggio. Infatti, per ascoltare dalla viva voce di Elvio, Francesco e Marianita il racconto dell’ultima visita ad Haiti nel febbraio marzo di quest’anno, ci ritroviamo insieme sabato 5 maggio alle ore 18 (puntuali!) presso la Sala Africa dei Missionari Comboniani, via S.Giovanni di Verdara 139 (Padova tel. 046 8751506, ampio parcheggio interno). Vi aspettiamo tutti! L’incontro ci dà l’opportunità per rivederci, rinsaldare la nostra amicizia, mantenere attivo il nostro impegno solidale con le donne, gli uomini, le bambine e i bambini delle scuole della Forza per la Difesa dei Diritto dei Contadini Haitiani, seguendo l’insegnamento di Dadoue di cui quest’anno ricorre l’ottavo anniversario del suo assassinio. Approfitteremo dell’occasione anche per informare sul recente Convegno nazionale che si è tenuto a Trevi il 14 e 15 aprile scorsi. Concluderemo la serata con un momento conviviale in cui condivideremo ciò che ciascuno/a avrà portato (si raccomanda solo cibo che non richieda l’uso delle posate). In attesa di ritrovarci numerosi, un augurio a tutte e tutti di buon primo maggio. Per info: 335 5953451

Riportiamo qui uno stralcio dalla relazione sul viaggio che verrà distribuita durante l’incontro:

ISTRUZIONE – EDUCAZIONE
In tutte le scuole – dell’infanzia ed elementari a Fondol, Katien e Dofiné – si è assistito ad un aumento considerevole di alunni dovuto al fallimento del programma statale PSUGO, in teoria programma di scolarizzazione universale gratuita e obbligatoria, in pratica una manovra demagogica che prometteva finanziamenti a chiunque aprisse nuove scuole; in realtà o i finanziamenti non sono arrivati o, se arrivati, le scuole così create, una volta intascati i fondi, hanno chiuso. Di conseguenza molte famiglie hanno ripreso a rivolgersi alle scuole di FDDPA (200 gli alunni a Fondol e Katien, 155 a Dofiné, 24 gli insegnanti). La situazione è particolarmente difficile a Fondol dove la direzione è stata costretta a collocare alcune classi nei locali del centro di salute, inoltre sarebbe necessario assumere altri insegnanti per sdoppiare classi troppo numerose. Questo si verifica soprattutto nella scuola per l’infanzia “Gianna bambini” e nella prima elementare. Si sta ampliando un’aula, ma sarebbe necessario costruirne un’altra. La comunità partecipa ai lavori di costruzione e alla raccolta di alcuni materiali (pietre, sabbia), ma alcuni materiali (cemento, ferro, lamiere) vanno acquistati e i costi per il trasporto sono molto alti. Questa scuola è l’unica della zona e accoglie bambini che vengono da tutta la montagna intorno. Per FDDPA è impensabile rifiutare di iscrivere a scuola dei bambini, sarebbe come rinnegare l’insegnamento e la pratica di Dadoue. Nonostante tutte le difficoltà, i risultati conseguiti dalle scuole sono buoni: gli alunni infatti alla fine delle elementari devono sostenere un esame presso le scuole statali in città e, nonostante siano molti i pregiudizi nei confronti dei figli dei contadini che vengono dalla montagna, gli esiti dell’esame sono molto positivi. Gli insegnanti si dichiarano soddisfatti della formazione che ricevono, l’equipe formativa è molto buona, inoltre hanno molto apprezzato il fatto che ora sia retribuito anche il periodo delle vacanze. E’ vero che i salari sono ancora bassi, ma ci sono delle agevolazioni, ad esempio non pagano il contributo per i loro figli che frequentano la scuola, inoltre la formazione – a differenza che nelle scuole pubbliche e private – è gratuita e con trasporto e vitto pagato. Un problema irrisolto resta quello delle mense scolastiche: non è più possibile distribuire una merenda di pane e miele perché è diminuita in tutto il paese la produzione di miele, inoltre a Fondol il panificio di FDDPA non funziona più per la partenza del fornaio per il Cile. Anche l’aumento del costo dei trasporti ha influito negativamente. Ci si è rivolti a Food For The Poor, alla Caritas e ad altre istanze locali per ottenere degli aiuti e si è in attesa di risposte. Esiste un programma nazionale del PAM (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) per le mense scolastiche ma sostiene soltanto le scuole statali e le scuole cattoliche. Continua l’attività del gruppo giovani e della scuola agro-ecologica; dal 2016 al gruppo di Katien si è aggiunto il gruppo di Dofiné, fondato da Dieusseul che è il loro accompagnatore. Ci dicono che il loro obiettivo è organizzare i giovani ed acquisire formazione; sono in maggioranza studenti consapevoli di essere il futuro di FDDPA. Si riuniscono una volta al mese, vorrebbero essere seguiti da un formatore; purtroppo la collaborazione con la Brigade Dessaline (la brigata internazionale di contadini organizzata da Via Campesina che opera da anni nel paese) si è molto indebolita a causa della riduzione dei suoi membri, pochi, con pochi mezzi e sottoposti a rotazione ogni 3 mesi. I ragazzi vorrebbero avere un pezzo di terra per creare un piccolo bosco da offrire come modello ai contadini della zona. Ogni tre mesi c’è un incontro più strutturato dove si alternano momenti di approfondimento a momenti di intrattenimento. Tra Katien e Dofiné i giovani coinvolti sono circa 150, di età compresa tra i 15 e i 25 anni. I ragazzi che usufruiscono delle borse di studio della Rete sono 21, sono consapevoli che devono impegnarsi visto che hanno il privilegio di poter studiare e il loro desiderio è di continuare a studiare. Il “Progetto Gianna” – che riguarda la scuola professionale femminile “Giovanna Mocellin” di Souprann nel Nord Ovest e le sezioni di scuola dell’infanzia “Gianna bambini” a Fondol, Katien, Dofiné – continua il suo cammino realizzando il sogno di Gianna di favorire l’istruzione dei figli e delle figlie dei contadini. La scuola di Souprann, dove si insegna sartoria, ricamo e pasticceria, è l’unica scuola professionale della zona. Un problema evidenziato dalla direttrice e dall’insegnante è costituito dal fatto che, una volta diplomate, le ragazze non possiedono macchine da cucire per svolgere il loro lavoro; Jean ha sottolineato che FDDPA non è in grado di risolvere problemi individuali, può solo proporre soluzioni collettive, ad esempio formare una cooperativa che utilizzi i locali e le macchine da cucire della scuola nei giorni liberi o nei pomeriggi; la direttrice ha aggiunto che è importante – per evitare che le ragazze vadano a cercare lavoro altrove – mettere in comune idee e iniziative, creare modelli, produrre dolci e venderli in loco.

Trento, aprile 2018
Care amiche e cari amici della Rete trentina,
il 27° Convegno nazionale della Rete Radié Resch a Trevi (13-15 aprile 2018) è stato, come sempre, una grande occasione di confronto, approfondimento e amicizia. Dal Trentino eravamo presenti una decina di persone.
Le relazioni, gli interventi, le testimonianze sono stati momenti di vivace partecipazione, a cominciare dalla relazione introduttiva del magistrato Gherardo Colombo, che ha parlato di “Legalità, reato di solidarietà, giustizia”. Abituato a discutere con gli studenti di tutta Italia – ne incontra ogni anno oltre 200 mila nel suo progetto di educazione alla legalità – ha dialogato con la platea del convegno facendo emergere riflessioni, contraddizioni, idee. Il suo monito di fondo: evitiamo un’interpretazione manichea della giustizia, cioè valida solo se condanna chi non la pensa come noi. Colombo ha cercato di provocare l’uditorio, invitandolo a confrontarsi sui concetti di solidarietà, di prossimo, di reato, di pena intesa non come punizione ma come rieducazione … La discussione, in forma di dialogo, si è protratta molto a lungo e sarebbe proseguita ancora se i camerieri dell’albergo non avessero fatto capire che erano pronti a servire la cena e che anche loro avevano “diritto” di staccare ad una certa ora… Per qualcuno, quindi, la riflessione è rimasta un po’ in sospeso, senza un cenno di conclusioni. Ma forse era proprio questo l’intento del magistrato: provocare riflessioni in ciascuno dei presenti.
Una delle “rivelazioni” del Convegno è stato don Rito Alvarez, parroco a Ventimiglia, diventato famoso per la sua accoglienza a migliaia di migranti respinti al confine francese e per questo contestato dai benpensanti, anche da molti dei suoi stessi parrocchiani. Con semplicità e naturalezza, don Rito ha raccontato i drammatici momenti che lo hanno spinto ad aprire le porte della chiesa a donne e bambini affamati, stremati, bagnati e infreddoliti. “Che cosa avrei dovuto fare? Lasciarli morire in strada?” si è chiesto. Le autorità hanno vietato di dar da mangiare e bere ai migranti in strada. Ma questo è esattamente il contrario di quanto predica il Vangelo, ha commentato. Proprio mentre raccontava queste cose al Convegno, è arrivata la notizia che il Vescovo di Ventimiglia lo aveva trasferito in un paese dell’interno ligure, lontano dal confine con la Francia. Don Rito Alvarez, come fa capire il nome, non è italiano. E’ nato in Colombia, in un villaggio molto povero della zona da sempre contesa fra i trafficanti di coca e i guerriglieri, una zona di grande violenza, in cui gli uomini sono costretti a scegliere se aggregarsi ai narcos o alla guerriglia. La famiglia di Rito, pur molto povera, ha sempre accolto in casa bambini orfani, abbandonati o persone in fuga dalla violenza. Per questo, arrivato in Italia per frequentare il Seminario e diventato prete, ha trovato del tutto naturale accogliere i migranti respinti dalla Francia e bloccati a Ventimiglia. Assieme a volontari italiani e francesi ha fondato “Confine Solidale”, un centro che cerca di dare una risposta “umana” ai problemi di tanti disperati in fuga dalla guerra, dalla fame e dalla violenza. Naturalmente è molto impegnato anche in progetti di aiuto alla Colombia, dove molti dei suoi parenti e amici continuano a morire o a subire violenza.
Nonostante queste drammatiche premesse, don Rito non si lascia abbattere. Dotato di ironia e grande capacità comunicativa, il prete ha coinvolto la grande platea della Rete ed ha dato il tono generale al Convegno, dedicato proprio al tema “La solidarietà non è reato”.
Dopo il suo intervento è stato proiettato una video-intervista a Cedric Herrou, contadino francese diventato simbolo dell’aiuto ai migranti e per questo arrestato, processato e condannato.
La seconda giornata di lavori del Convegno è stata dedicata alle testimonianze da Paesi con cui la Rete da anni è in contatto e dove ha in corso progetti di solidarietà.
Mazin Qumsiyeh, palestinese, docente nelle università di Betlemme e Birzeit, già professore nelle università del Tennessee, Duke e Yale e autore di oltre 130 articoli scientifici su argomenti che vanno dalla biodiversità al cancro, ha parlato della situazione in Palestina e della drammatica ripresa del conflitto al confine fra Israele e la Striscia di Gaza. Nonostante l’escalation della violenza, Mazin ha avuto parole di speranza e si è detto convinto che alla fine si arriverà a una soluzione del conflitto e a forme di convivenza pacifica.
José Nain Perez, da tanti anni referente della Rete per il progetto di sostegno al Popolo Mapuche del Cile, ha raccontato la secolare lotta per l’indipendenza del suo popolo, diviso fra Cile e Argentina, e la repressione cominciata all’epoca della Conquista e tuttora attiva da parte dei vari governi. In particolare ha parlato delle multinazionali, anche italiane, che occupano i territori dei Mapuche per sfruttarne le risorse naturali.
Per il Movimento Sem Terra brasiliano è intervenuto Ernesto Puhl, che ha riferito sulla pericolosa situazione del Brasile in questo momento di “golpe mascherato”, con l’arresto di Lula e la ripresa del potere da parte del capitale internazionale, che si serve delle reti televisive per gettare fango e discredito su Lula, Dilma e sui movimenti popolari, come i Sem Terra, che si battono per una riforma agraria e una equa distribuzione delle risorse.
Infine Emma Ghartey e Olivia Andoh, due donne del Ghana referenti del progetto della Rete contro l’abbandono scolastico delle ragazze, hanno parlato della situazione nel loro paese e degli sforzi per aiutare le ragazze a frequentare la scuola e a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità.
Il pomeriggio del sabato i partecipanti al Convegno si sono divisi in tre gruppi di lavoro, afferenti a tre aree tematiche: “Abitare la frontiera” (L’esperienza di Ventimiglia e Bardonecchia); Collettivo MigrAzione di Savona; Associazione Lunaria (promozione della pace, giustizia sociale, uguaglianza, garanzia dei diritti di cittadinanza, inclusione sociale e dialogo interculturale).
Infine, la domenica mattina il Convegno si è concluso con una tavola rotonda, moderata dalla giornalista Astrid Pannullo, con la partecipazione di Daniela Padoan, dell’associazione Carta di Milano, impegnata nella tutela della libertà di chi opera a favore dei migranti; Grazia Naletto, dell’associazione Lunaria, e Chiara Pettenella di Solidarity Watch (Osservatorio della solidarietà).
In conclusione, un convegno molto interessante e stimolante. Sono in corso i lavori di sbobinatura delle relazioni del Convegno, che poi si potranno trovare sul sito della Rete (www.reterr.it).
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P.S. Qualcuno di voi avrà letto sui giornali o sentito in tv che la Guardia di Finanza ha denunciato sette persone (due italiani e 5 indiani residenti a Vicenza) per gravi irregolarità lavorative nel settore della distribuzione di pubblicità, non solo in Veneto ma anche in Trentino-Alto Adige. Voglio tranquillizzare sul fatto che la “nostra” ditta Multicolor, creata dalla Rete trentina e gestita da uno dei profughi che seguiamo da anni, Sami Ullah, non è assolutamente coinvolta. Sami lavora rispettando i contratti sindacali, i contributi previdenziali e il fisco. Anzi, poiché Sami si rende conto delle difficoltà crescenti nel settore della pubblicità, sempre più in mano ad avventurieri che sfruttano la manodopera immigrata, sta puntando in via prevalente sul settore delle pulizie di uffici e condomini. La Multicolor lavora con prodotti di qualità, rispettosi dell’ambiente e con grande attenzione alle richieste dei condomini.
Un caro saluto a tutte e tutti
Fulvio Gardumi

CIRCOLARE NAZIONALE DI APRILE 2018 – Rete Radiè Resch di Castelfranco Veneto

Dal dramma del popolo congolese:
NON UN GRIDO DI DISPERAZIONE MA UN GRIDO DI RIVOLTA

“Siamo tutti pieni di gratitudine perché ci sappiamo supportati da voi e questo ci dà la forza di andare avanti. Volevo dirvi due parole per quanto riguarda la situazione attuale del Congo: la situazione è di grande sofferenza, dal punto di vista sociale il popolo non ha mai vissuto così male prima dei giorni di oggi. Oltre a questa sofferenza generalizzata, c’è la crudeltà del potere. Il popolo che non ce la fa più è riuscito ad alzarsi e dire di no alla dittatura, dire di no ai massacri, a dire di no a tutto quello che il potere sta facendo per impedire ogni presa di parola. È così che i cristiani, laici principalmente sostenuti dai sacerdoti, dalle religiose e dai religiosi hanno organizzato delle manifestazioni pacifiche per richiamare il governo e chiedere a chi è al potere di rispettare l’accordo di S. Silvestro. L’accordo che è stato firmato alla fine del 2016 con la mediazione della Chiesa perché è l’unica via che permette al paese di uscire dalla violenza, di trovare una via di uscita pacifica. Per questo i cristiani stanno organizzando delle manifestazioni pacifiche per chiedere la democrazia, per chiedere la organizzazione delle elezioni, per chiedere la pace e una vita dignitosa. Purtroppo in ogni occasione c’è stata una risposta crudele del potere. Il 31 dicembre 2017 c’è stata la prima manifestazione, la risposta del potere è stata la violenza nel sangue, hanno ucciso, hanno ferito, hanno sequestrato, hanno portato via, imprigionato dei cristiani che non avevano niente in mano se non la loro Bibbia, la croce e il rosario e stavano pregando. In quella occasione i poliziotti hanno profanato anche le chiese per creare un vero e proprio disastro. Questa è una situazione terribile che stiamo vivendo. Il 21 di gennaio 2018 è stata organizzata una seconda marcia e la risposta è stata uguale, c’è una crudeltà che non si capisce, si risponde con la violenza, ma grazie a Dio i cristiani sono più determinati di prima. Domenica 25 febbraio è stata programmata un’altra manifestazione pacifica e la protesta si sta allargando in tutte le Provincie. I cristiani sono determinati a chiedere lo stato di diritto. Questo è il grido del popolo e noi siamo grati al Santo Padre che ha programmato una giornata di preghiera per il popolo del Congo e del Sud Sudan, questi popoli stanno soffrendo fuori misura, sono bagnati di sangue. Sapete bene che in Congo da 20 anni a questa parte abbiamo avuto già 10 milioni di morti e ogni giorno ci sono dei morti. All’est del paese c’è una situazione di guerra permanente, stranieri entrano, uccidono e scappano, vogliono sterminare la popolazione. E oggi all’ovest del paese sono arrivati allevatori stranieri con migliaia di mucche che stanno distruggendo tutte le risorse di un popolo povero che vive dell’agricoltura, che non riesce più a ricavare i prodotti dai campi per questi allevatori armati e protetti dal potere. E’ una situazione drammatica che porta il popolo congolese a gridare, non è un grido di disperazione, questo è un grido di rivolta! Un popolo che non ce la fa più, chiede dignità, chiede umanità e chiede ai fratelli e alle sorelle cristiani degli altri paesi, degli altri continenti di sostenerlo affinché si possa fermare questo fiume di sangue. È il grido del sangue innocente di milioni di congolesi e del Sud Sudan. Noi sappiamo che voi siete con noi, e questo ci dà la forza, per questo vi ringraziamo sinceramente e vi chiediamo di continuare a pregare per noi perché abbiamo bisogno della forza e della speranza. Noi non vogliamo morire, noi vogliamo vivere, vogliamo andare avanti nonostante tutto. Aiutateci, gridate con noi, chiedete ai vostri governi di smettere con lo sfruttamento cieco delle risorse del Congo. Chiedete alle vostre multinazionali di smettere con lo sfruttamento delle risorse del Congo. Chiedete ai vostri dirigenti e ai vostri governi di smettere con il traffico delle armi che semina solo morte e sangue. Noi sappiamo che voi siete con noi e che anche voi state soffrendo nel vedere i massacri, le violenze e le ingiustizie che sta subendo il nostro popolo. Aiutateci a fermare questa spirale di violenza.
Grazie a tutti, pace e bene a tutti. Anche noi vi portiamo nella nostra preghiera.”

GRANDE MARCIA DEL RITORNO

Sono stata a Gaza qualche anno fa, ed ora immagino lo scenario della “Grande marcia del ritorno” che nei piani degli organizzatori dovrebbe durare sei settimane, fino al 15 maggio, in coincidenza con la “Giornata della Nakba”, la “catastrofe”. La “marcia del ritorno” è stata indetta per commemorare “l’esproprio delle terre arabe” nel 1948.
(A partire dal 15 maggio 1948 le milizie sioniste, espressione di quel mondo ebraico appena uscito dall’immane catastrofe della Shoa perpetrata in nome della follia nazista, trasformate da perseguitate in persecutrici attuarono il più sistematico progetto di espulsione di un popolo dalla propria terra che la storia recente ricordi. Prima della fine del 1948 ben 750.000 arabi palestinesi vengono espulsi dalle loro case, i loro beni requisiti, i lori villaggi distrutti (si calcola che almeno 530 insediamenti siano stati rasi al suolo); al termine di quell’anno circa il 60% della popolazione palestinese era stata espulsa dalla propria terra. La Nakba non è stata solo una tragedia, ma l’inizio di un’ulteriore, interminabile tragedia, di cui ancor oggi è vittima il popolo palestinese. Gli anni seguenti hanno visto succedersi continue espulsioni (altri 350.000 solo nel 1967) e soprattutto il totale annullamento della stessa nazione palestinese la cui popolazione risulta in gran parte confinata in campi profughi di fatto posti sotto il controllo israeliano. Nel frattempo all’interno di Israele veniva pianificandosi una politica segregazionista, sostanzialmente analoga a quella praticata in Sud Africa durante l’Apartheid, nei confronti dei cittadini di origine araba. Tutto questo e molto altro è avvenuto: sistematiche violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite; uso del terrorismo come arma politica nei confronti di leader stranieri ritenuti ostili; saccheggio sistematico del patrimonio storico culturale palestinese o distruzione delle testimonianze ritenute contrarie all’identità ebraica di Israele; occupazione ripetuta di territori affidati in pieno diritto all’autorità palestinese; costruzione del muro, totalmente edificato in territorio arabo; violazione sistematica dei più elementari diritti umani dall’uso della tortura agli attacchi contro istituti scolastici e ospedalieri. E questo con il silenzio, se non con l’appoggio del resto del mondo. L’Europa incapace di superare le sue divisioni e suoi sensi di colpa fino al punto di permettere tragedie presenti per non ricordare quelle passate; gli stati arabi troppi interessati a mantenere buoni rapporti con l’occidente e a non danneggiare le proprie relazioni commerciali per compromettersi al fianco dei fratelli palestinesi; gli Stati Uniti schierati senza se e senza ma con Tel Aviv, a prescindere dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca, in ogni caso legato alle lobby finanziarie ebraiche il cui appoggio è fondamentale oltre oceano).
Venerdì scorso è stato soprannominato il “Venerdì dei pneumatici”. Nei cinque campi base che circondano i territori israeliani i manifestanti palestinesi hanno dato fuoco a copertoni e lanciando pietre verso le barriere e il territorio di Israele. I dimostranti palestinesi hanno pianificato di bruciare circa 10.000 gomme e di usare specchi per accecare i cecchini delle Forze di difesa israeliane (IDF), appostate dietro ai terrapieni che difendono il confine, pronti a colpire gli istigatori più violenti. Un fumo nero e denso si è alzato dalla Striscia di Gaza, lungo la barriera che divide il piccolo territorio palestinese da Israele. Cecchini israeliani alla frontiera, fumo nero fra gli aranci, odore acre, via vai di camionette dell’esercito. Il fumo è servito per impedire la visione ai cecchini e ai tiratori scelti di Tsahal, e gli israeliani hanno risposto con cannoni ad acqua e dissipatori di fumo. Colpi secchi di fucili e sirene delle autoambulanze, le forze armate israeliane e la polizia con i corpi speciali dalle divise nere si sono esercitati insieme per 7 giorni, l’intelligence si è infiltrata per trovare i punti più caldi, nelle retrovie il dispiegamento di forze è impressionante: camionette, blindati, camion, bulldozer. Da giorni i social media arabi parlano di “protesta dei copertoni”. E da giorni si ammassano gomme negli stessi luoghi lungo il confine da dove venerdì scorso sono partite le manifestazioni e i tentativi di migliaia di persone di oltrepassare la barriera fissata da Israele. Alcuni sono riusciti ad entrare nella cosiddetta “area di accesso ristretto” – 300 metri di terreni agricoli abbandonati ritenuti dall’esercito israeliano off-limits. L’ONU ha ribadito che le armi da fuoco possono essere usate solo nel caso di imminente pericolo di vita. L’unica informativa che arriva dall’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite è un invito a Israele a garantire che le sue forze di sicurezza non usino eccessiva forza contro i manifestanti. Le armi da fuoco dovrebbero essere utilizzate solo come ultima risorsa, e il ricorso ingiustificato al loro uso potrebbe essere considerato come violazione della Quarta convenzione di Ginevra. Risultato: Diciotto persone, undici delle quali secondo i portavoce militari israeliani erano miliziani dei gruppi armati della Striscia, sono rimaste uccise venerdì scorso da proiettili di gomma e munizioni; mentre il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di altre tre vittime a cui si aggiungono i feriti deceduti in ospedale. Ad oggi sono 25 i palestinesi morti. A poche centinaia di metri dalla barriera che divide israeliani e palestinesi, dalla parte israeliana, ci sono le prime basse villette delle comunità rurali che circondano la Striscia, dall’altra, quella palestinese, ci sono tende, tavoli e sedie da fiera di paese dove oltre 30 40 mila persone venerdì scorso si sono raccolte in protesta. In Cisgiordania, ci sono state manifestazioni di sostegno, ma molto limitate nei numeri e nell’intensità. A preoccupare Israele non sono i Territori palestinesi controllati dall’Autorità nazionale del vecchio Abu Mazen: la collaborazione tra le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania e quelle israeliane ha permesso di evitare violenze anche nei momenti di profonda crisi, come il recente annuncio del presidente Donald Trump di un riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale d’Israele. Al contrario, a Gaza i vertici di Hamas sostengono e partecipano alla protesta, tanto da aver annunciato compensazioni finanziarie ai feriti negli scontri – da 200 a 500 dollari – e 3000 dollari alle famiglie delle vittime. La situazione economica della Striscia contribuisce ad alimentare la frustrazione di una popolazione che ha poco da perdere. Il territorio rettangolare di Gaza, adagiato sulla costa mediterranea al confine con l’Egitto, è lungo soltanto 42 chilometri, la distanza che c’è tra Milano e Novara. E’ largo 12 chilometri, la distanza che c’è in linea d’aria tra il centro di Roma e il Grande raccordo anulare. In 365 chilometri quadrati vivono 1,7 milioni di abitanti: due volte quelli di Torino città. Il 44 per cento della popolazione è sotto i 14 anni e moltissimi giovani non hanno mai messo piede fuori da Gaza. Dopo l’ultima guerra del 2014 la ricostruzione è stata rallentata dal blocco di beni e persone imposto da Israele, ma anche dalla chiusura del confine egiziano e dall’incapacità di Hamas di gestire la crisi, con i vertici che investono in forze militari mentre la popolazione ha quattro ore al giorno di elettricità e poca acqua potabile. A peggiorare un’emergenza economica che è in origine tutta politica, ci sono le rivalità interne palestinesi fra l’Autorità di Abu Mazen, che non controlla più la Striscia dal 2007, e Hamas. La comunità internazionale che cosa fa? Sono 12 anni che Gaza è chiusa dall’ assedio israeliano come in una prigione; nessuno può entrare o uscire normalmente da Gaza, intorno alla striscia ci sono i carri armati, nel mare su cui si affaccia Gaza la marina militare israeliana impedisce ai pescatori di pescare sparando su quanti di loro escono in mare per procurarsi cibo; i contadini non possono coltivare le loro terre vicine al confine perché ci sono i cecchini che fanno il tiro al piccione; Israele usa le pallottole dum dum che scoppiano all’interno del corpo per cui oltre ai morti di questi giorni ci saranno migliaia di feriti che perderanno gambe e braccia nei prossimi giorni a seguito delle lacerazioni interne prodotte da questi proiettili. Sono proiettili vietati dal diritto internazionale, ma nessuna sanzione viene fatta a Israele dalla comunità internazionale. Forse dobbiamo uscire dalla logica del senso di colpa per l’Olocausto accaduto 70 anni fa, pensando di più a quello che accade nel presente e se la nostra umanità è guidata da una coscienza critica.