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Nella giornata internazionale della donna, è una voce femminile, quella di Zineb, giovane studentessa italiana di origine marocchina, a raccontare, attraverso la sua storia e quella dei suoi genitori immigrati in Italia, l’esperienza di chi ha scelto il Belpaese e vive quotidianamente la bellezza, ma anche le difficoltà di un’integrazione possibile, impegnandosi per perseguire i suoi sogni, nello studio, nel lavoro e anche nel volontariato.

Zineb Baich è una giovane italo-marocchina residente nelle Marche, a Monte San Giusto, un paesino di poco meno di 8 mila abitanti in provincia di Macerata. La sua storia è segnata dal percorso dei propri genitori, in particolare del padre, che si è trasferito in Italia negli anni 90 per dare un futuro migliore alla propria famiglia. Una storia, questa, fatta di tanti sacrifici che costituiscono oggi il perno dal quale Zined trae la forza per vivere meglio la sua diversità, e per perseguire i suoi sogni, sia a livello sociale che professionale, in un paese dove, purtroppo, cresce la discriminazione e l’odio verso il diverso..

“Mi chiamo Zineb Baich, ho 21 anni e frequento il terzo anno del corso di laurea in infermieristica. Lavoro come banconista in una pizzeria e faccio il volontariato nella Croce Verde del mio paese. I miei genitori sono originari di Taounate, un villaggio situato nel Nord del Marocco. Sono molto fiera delle mie origini, in particolar modo di mio padre, che ha sognato di creare un futuro migliore per la sua famiglia qui in Italia, un paese di cui si è innamorato a prima vista. Rimasto orfano di madre, a 14 anni andò via dalla casa del padre – che nel frattempo si era risposato – e insieme al fratello si trasferì a Casablanca, una delle più grandi città del Marocco. Qui per mantenersi lavorò per diversi anni in un calzaturificio, successivamente si trasferì in Libia dove lavorò sempre nel settore calzaturiero. Nel 1990, durante i mondiali di calcio, comperò un biglietto aereo per assistere alle partite; arrivato in Italia si innamorò di questo paese e decise di restarvi. Gli inizi per lui furono duri e fece molti lavori occasionali prima di riuscire a sistemarsi nelle Marche, tipo distribuire giornali a Milano, raccogliere mele in Trentino e così via. E’ stato a lungo uno di quegli immigrati che si accontenta di fare lavori sgraditi agli italiani, molto faticosi e pagati poco; quelli, però, erano gli unici lavori che molti come lui trovavano in poco tempo e che gli permettevano, pur spaccandosi la schiena dalla fatica, di avere il necessario per non morire di fame. Se penso ai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori trovo l’umiltà, la cautela nel giudicare le persone, il rispetto per la persona, per il suo vissuto, per la sua storia che non conosciamo. Sono la figlia di un immigrato. Sono “la figlia di quel marocchino” come direbbero alcuni. Molti considerano i marocchini come ladri e delinquenti ma in realtà molti sono come mio padre: gente che si è costruita tutto quello che ha con le proprie sole forze e i propri sacrifici. Persone leali, sincere, oneste, che pagano le tasse, l’affitto, i servizi di cui usufruiscono perché si sentono cittadini come gli altri. I miei genitori mi hanno insegnato a credere in me stessa e nei miei sogni. Mi hanno sempre spronato a studiare e a farmi un’istruzione perché la cultura è il più grande patrimonio che si possa avere, e permette di combattere l’ignoranza. Io so bene che ho la fortuna di vivere in un paese che mi garantisce un’istruzione e quindi non posso sprecare questa opportunità. Mia madre è il mio punto di riferimento come donna e la stimo molto. Non è diventata una ricercatrice, un medico o una docente universitaria ma ha saputo lo stesso insegnarmi ad essere una donna forte, indipendente che si fa rispettare e non si sottomette a nessuna ideologia. I miei genitori sono sempre stati molto aperti di mentalità e mi hanno insegnato che per potersi integrare è bene conoscere la cultura e le usanze del paese in cui si vive senza dimenticare la propria cultura, la propria religione e le proprie tradizioni. Sono cresciuta in due mondi: in casa quello magrebino, fuori quello italiano. Io e le mie due sorelle siamo state cresciute insieme a persone sia arabe che italiane, ho frequentato la scuola materna del paese dove le insegnanti erano suore e i miei dicevano sempre: “Nostra figlia deve conoscere la realtà in cui vive ed essere pronta ad affrontare la sua vita un giorno non sentendosi estranea a questo mondo”. Ho partecipato alle recite scolastiche e realizzato i lavoretti per Natale e Pasqua. Non mi sono mai sentita diversa rispetto ai miei compagni anche se c’era qualche genitore che non voleva che i propri figli giocassero con me. Fortunatamente non sono tutti così. Crescendo ho imparato chi frequentare e chi no, con chi posso fare amicizia senza temere di essere giudicata per la mia provenienza ed ho capito che forse la mia bellezza sta nella mia diversità, nei mie lineamenti, nella mia cultura, nella mia mentalità. Ho sempre sentito di dover aiutare il prossimo, porgendo la mano a chi ne ha bisogno perché la mia famiglia mi ha insegnato a farlo. A 17 anni mi sono avvicinata alla Croce Verde del mio paese, di cui attualmente sono ancora volontaria, grazie a una mia compagna di scuola e mia compaesana. Mi parlava molto bene del clima che si respirava in questo ambiente e delle persone che facevano parte di questa associazione, dei corsi di primo soccorso che organizzavano e delle attività di volontariato in generale. Così ho deciso di iscrivermi e di cominciare a rendermi utile per la società in cui vivo. È stata una delle scelte più belle che io abbia fatto nella mia giovane vita: non solo ho iniziato a frequentare un’associazione, ma ho trovato una famiglia, la mia seconda casa, dove sono cresciuta come persona perché dal punto di vista umano si impara molto. Viviamo in un mondo dove il denaro è padrone della vita di tutti e scoprire che c’è ancora chi crede nell’altruismo, nelle buone azioni, nella beneficenza, nel volontariato, mi può far dire che esiste ancora l’umanità. Questa esperienza mi ha spinto ad avvicinarmi alle professioni sanitarie e a scegliere poi il mio specifico percorso di laurea. Si può capire come i recenti fatti accaduti a Macerata mi abbiano sconvolto e come la loro coincidenza con la campagna elettorale ha fatto si che alcuni politici abbiano sfruttato le paure che stavano vivendo gli italiani. La “paura dell’invasione”, la xenofobia, dare le colpe della crisi o dei reati ai clandestini senza considerare che i reati vengono compiuti da chiunque. Addirittura la paura che chi professa la religione islamica voglia conquistare l’Italia e renderla un paese islamico. Bisogna capire che la diversità esiste in tutte le sue declinazioni e accezioni ma non deve far paura perché la felicità risiede nell’accettare se stessi come si è.”
Queste le parole della giovane italo-marocchina che vive nel maceratese e quotidianamente vive la bellezza, ma anche le difficoltà di una integrazione possibile partendo dal presupposto che la migrazione è una bella storia.

… dal Diario di Anna Frank
“Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto,
odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo
che ucciderà noi pure,
partecipo al dolore di milioni di uomini,
eppure, quando guardo il cielo,
penso che tutto si svolgerà nuovamente al bene,
che anche questa spietata durezza cesserà,
che ritorneranno l’ordine, la pace, la serenità”.
Sabato, 15 luglio 1944

Cari tutte e tutti della rete di Padova, con questa lettera circolare vogliamo augurare a tutti una buona Pasqua, sperando di trovarvi in salute e con animo di proseguire nel cammino della nostra rete. Elvio, Francesco e Marianita sono rientrati da Haiti in questi giorni dopo aver trascorso quasi un mese visitando e raccogliendo testimonianze sulla vita delle comunità di Fddpa. Il nostro contributo si caratterizza per appoggiare iniziative locali che continuano a promuovere la dignità e la consapevolezza che la povertà si può combattere restando uniti e continuando l’opera intrapresa da Dadoue, camminando sui principi che lei ha lasciato alla sua gente e anche a noi. Il viaggio ha dimostrato che l’impegno è inalterato e che l’entusiasmo, nonostante i tanti problemi, non è diminuito. Tra le tante cose che a Fddpa vanno riconosciute ricordiamo l’impegno perché i bambini e i giovani possano ricevere una istruzione primaria; l’adesione alle scuole è aumentata al punto che si devono pensare a nuovi spazi per ospitare tutti. Per ascoltare dal vivo il racconto di questo importante viaggio, vi anticipiamo che ci ritroveremo sabato 5 maggio 2018: seguirà una prossima circolare con i riferimenti precisi, intanto segnate sul calendario questa data. Il 24 marzo è stata la giornata dedicata ai martiri. Oscar Romero ha fatto iniziare questa memoria e la chiesa ha finalmente dato il via al pieno riconoscimento della sua testimonianza. Molti di noi lo consideravano già una persona speciale, in America Latina lo è sempre stato, oggi lo è per il mondo di chi lotta dalla parte degli oppressi. Siamo nelle vicinanze del prossimo convegno nazionale del 13-15 aprile e speriamo di ritrovarci in quella occasione.
Una felice Pasqua a tutti e, un 25 aprile di vera liberazione.
Alleghiamo il bilancio economico 2017 e la circolare nazionale. Buona lettura.

Cimetière du Trabuquet, Mentone (Francia) – 12 km dal confine di Ventimiglia. Mattina. Una sole splendente inonda il silenzio di questo cimitero aggrappato alla terra, tra ulivi e palme. Di fronte solo l’azzurro di cielo e mare attraversato dai gabbiani. Il luogo è deserto. Aiuta a liberare i pensieri. Una bella cartolina che dà pace. Solo sulla nostra sponda. Quel mare calmo e sereno, un tempo culla di civiltà, oggi inghiotte le vite di persone che hanno osato cullare il sogno di una vita dignitosa. Per sé e per i propri cari. Quella cartolina nella realtà è un cimitero davanti ad un cimitero.

Senza una precisa meta, continuiamo a vagare, in mezzo a centinaia di croci, tutte uguali. Sono quelle dei Tirailleurs sénégalais, un corpo di fanteria reclutato ( a forza ) nelle colonie e nei territori d’oltremare ed usato come carne da macello per la difesa dei confini francesi. I fucilieri, in realtà non solo senegalesi, hanno qui trovato pace. “Mort pour la France” recita l’epitaffio scritto sui bracci della croce. A lato garriscono le bandiere francesi. Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Le generalità riporatate sulle croci sono Mustafà, Mamadou, Coulibaly, Diop, Traorè, Diarrà, … Gli stessi nomi di coloro che oggi stazionano nel greto del Roya, perché a Ventimiglia la frontiera italo – francese è stata unilateralmente chiusa . La medesima, difesa a prezzo della vita, dai loro nonni e trisavoli. Un sacrificio di intere generazioni che continua a perpetrarsi ….. Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Casa di Cedric Herrou, Breil sur Roya (Francia) – 25 Km dal confine di Ventimiglia Pomeriggio. Saliamo nell’entroterra: nel piccolo comune di Breil sur Roya. Ospiti a casa di Cedric Herrou, l’agricoltore che è divenuto icona dell’accoglienza in quanto condannato per il «reato di solidarietà». Ulivi, coltivazioni a terrazza, terra strappata alla montagna, al corso del fiume Roya. Dopo aver percorso a piedi un sentiero tortuoso, ci ritroviamo in un campo con tende e caravan, allestito per l’ospitalità dei migranti di passaggio. C’è chi fa lezione di francese, chi cucina, chi lava i panni. Circolano in libertà persone ed animali. Seduti sotto una tettoia all’aperto, Cedric ci riceve. L’approccio non è facile. Persona ruvida, appare molto abbottonato, quasi restio. Capiamo che la telefonata di Don Rito Alvarez, il parroco di Ventimiglia, è stata determinante. Ci sta studiando. Spieghiamo il motivo della visita e lo invitiamo a Trevi. Declina. La recente condanna non gli permette di uscire dalla Francia. Quel confine, a pochi chilometri di distanza da qui, chiude anche Lui. Cerchiamo di approfondire la scelta del tema del convegno. Traducendogli il titolo, ci sorride : “la questione non è così semplice ”. Il clima si riscalda ed il suo racconto parte.

Al primo fermo, nonostante trasportasse con il proprio furgone tre clandestini eritrei (quindi in flagranza di reato) gli è stata riconosciuta “l’immunità per scopi umanitari”. Nessuno di loro aveva pagato e quindi lui non poteva essere configurato come passeur. Dopo che la sua attività, oltre che umanitaria, è diventata politica, le cose sono mutate. Alcune interviste pubblicate su numerose riviste (tra cui il New York Times) rendono evidente il vuoto di uno stato che, dopo aver chiuso le frontiere, si disinteressa completamente del problema. Da quel momento “tolleranza zero”. Ne seguono controlli ripetuti ed un monitoraggio costante della zona intorno alla sua casa. Cedric si assume la piena responsabilità dei fatti contestati e continua ad accogliere tutti coloro che lo raggiungono. Il tam tam tra i migranti è efficace. Arrivano da soli. Decide di interrompere l’iniziale attività e rientrare nella “legalità” per non mettere più a rischio la sorte dei migranti. Insieme all’associazione Roya citoyenne raccoglie le loro generalità, compila le domande di richiesta d’asilo e le consegna ufficialmente alla gendarmerie. Attualmente se le autorità francesi sorprendono un migrante oltreconfine, in una fascia di circa 20 km, questo viene automaticamente caricato e rispedito con il treno in Italia. Minori compresi !!!! Nessun documento è valido. Anzi sovente questi, quando esistono, vengono stracciati (1). “Per dare evidenza di ciò cerchiamo di fotografare i documenti prima che vengano distrutti. Ora chi compie un reato non siamo noi ma lo stato francese con la complicità di quello italiano“. Monsieur Herrou si definisce un whistleblower (2): “Mi sono messo nell’illegalità perché lo stato si è messo nell’illegalità. Bisogna rimettere al centro di tutto gli esseri umani. Dobbiamo impegnarci in quanto cittadini per fare in modo che ogni casa diventi uno spazio politico”.

L’analisi di Cedric Herrou và oltre. Ed è molto lucida. Il fenomeno dei migranti disvela il fallimento di tutti i nostri modelli di riferimento. Certo quello del neo-liberismo ma anche gli aspetti culturali più profondi. Filosofici e morali. La Libertè, Egalitè, Fraternitè viene regolarmente disattesa. Per una Europa che si fregia di essere depositaria di una tradizione e di un alto senso civile evidenziare tutto ciò non è sopportabile. Ed il sistema reagisce di conseguenza.

Verso il Convegno. Numerosi gli spunti di riflessioni. Ne evidenziamo alcuni:
– Le azioni umanitarie sono tollerate, anzi sovente incoraggiate in quanto vanno a coprire le responsabilità ed i buchi istituzionali. Diverso è se all’operazione umanitaria si associa l’azione politica che quelle responsabilità mette in evidenza.
– Le dichiarazioni dei diritti dell’uomo, fiore all’occhiello del pensiero europeo, si sgretolano di fronte al fenomeno migratorio e lasciano il posto a muri, paure e alle pericolose derive nazionaliste ( e razziste ) a cui stiamo assistendo.
– Le testimonianze di Padre Zerai e di Cedric Herrou mettono sempre più in luce il bisogno istituzionale di allineare le operazioni umanitarie. La criminalizzazione della solidarietà viene attuata soprattutto in quelle zone critiche di intervento che sono il limes europeo, mare, terra o montagna che sia (3). Qui gli “occhi ed orecchie ” non conformi sono scomodi ed i whistleblower sgraditi. Perciò si è scelto di esternalizzare la frontiere, finanziando interventi come quelli in Libia e Niger. Delocalizziamo il “nostro lavoro sporco” in luoghi poco accessibili ai riflettori mediatici e comunque soggetti a facili amnesie
– L’entrata in vigore della riforma del terzo settore del 1° Gennaio 2018 ( comprensivo di una richiesta di adeguamento dello statuto associativo alla normativa) non rischia di estendere quell’allineamento istituzionale a tutto il territorio nazionale ?

La solidarietà espressa dalla Rete è sempre stata “libera ” da vincoli istituzionali. L’autotassazione, oltre che testimonianza di una scelta personale dei propri aderenti, ha sempre garantito una autonomia da fondi ( e quindi vincoli ) governativi. Inoltre nel nostro recente percorso in cui ci siamo interrogati su Quale solidarietà dovesse esprimere la Rete, l’azione politica è stata confermata come prassi irrinunciabile. Se tali sono i principi che ci animano dovremo anche valutare le conseguenze delle scelte che effettueremo. Sia come singoli aderenti sia come associazione in toto.

Abitare la frontiera, vuol dire abitare la marginalità. Non solo come mero fatto fisico ma come condizione esistenziale. Apre inedite prospettive a chi crede nell’uomo. Ancora di più. Rappresenta il luogo propizio a cogliere il kairòs del nostro tempo. Perciò Ventimiglia è solo un esempio. Uno dei luoghi simbolo di confine in cui le contraddizioni si palesano. Laddove certo, il fenomeno della migrazione mette a nudo la profonda crisi dei nostri modelli, economici e culturali. Ma contemporaneamente rivela quotidiane scelte personali profondamente solidali. Un laboratorio ricco di attività e di creatività incredibili. Da un versante e dall’altro. Per il lato francese, Vi abbiamo scritto di Cedric Herrou. Per il lato italiano, ascolteremo al Convegno Don Rito Alvarez. Insieme agli altri testimoni e relatori scelti. Ed a noi stessi.

Ci informeremo, ci confronteremo e ci formeremo ……. per riempirci di quella indispensabile speranza necessaria a continuare il lavoro nel nostro locale. Ri-incontrarci sarà, al solito, un piacere. Vi aspettiamo !!

La segreteria
Angelo (Ciprari), Monica (Armetta) e Pier (Pertino)

(1) Comportamenti palesemente illegali per la stessa normativa francese e contrari all’articolo 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
(2) Persona che lavorando all’interno di un’organizzazione, di un’azienda, (in questo caso di uno stato) si trova ad essere testimone di un comportamento irregolare, illegale, potenzialmente dannoso per la collettività e decide di segnalarlo all’autorità giudiziaria o all’attenzione dei media, per porre fine a quel comportamento
(3) E’ interessante sottolineare che la cultura di chi vive in mare ed in montagna contenga profondamente radicato
il concetto di soccorso ed aiuto a chiunque sia in difficoltà. Senza distinzione alcuna.

… prima dei campi di sterminio
Iniziò con i politici che dividevano le persone
fra “noi e loro”.
Iniziò con l’intolleranza e i discorsi di odio.
E quando la gente smise di preoccuparsene
divenne insensibile, obbediente e cieca.

Un caro saluto a tutte e tutti, in questa lettera trovate molte notizie di Haiti. Gli amici e coordinatori di Fddpa hanno inviato il proprio bilancio che sarà presentato e discusso in una prossima riunione. Sono aperte le iscrizioni al prossimo convegno nazionale della Rete Radiè Resch che si svolgerà a Trevi dal 13 al 15 aprile 2018, in contemporanea con il seminario nazionale dei giovani; le iscrizioni si possono fare attraverso il sito internet della Rete sia per il convegno che per il seminario giovani e/o informazioni: prenotazioni.convegno.rrr@gmail.com In alternativa; Posta ordinaria : Lucia Capriglione Via Trento, 39 – 84129 Salerno (nel caso si usi la posta ordinaria avvertire comunque telefonicamente) Telefono : 328 3630786 il martedì e il sabato dalle 16.00 alle 19.00. Ricordiamo l’importanza del voto di domenica 4 marzo Come avrete saputo, alla fine di febbraio partiranno per Haiti Elvio, Francesco e Marianita.

Comunicazione del 13 gennaio 2018, da Jean e Martine
Salve Marianita, finalmente sono riuscito a farti arrivare il rapporto. Ma, prima voglio farti partecipe della nostra contentezza nel sapere che voi venite a farci visita quest’anno, e siamo ancora più felici di apprendere che anche papà Elvio farà parte di questa delegazione. Willot spera di essere presente durante la vostra visita a Haiti, egli cerca di organizzarsi. Noi abbiamo appena ricevuto anche l’arrivo di Gabriella all’inizio di questo mese, il 9 gennaio. Come Willot ti ha già informato, stiamo fabbricando dei banchi per le scuole, perché il numero dei bambini aumenta con la chiusura del programma di PSUGO (Programme de scolarisation universelle gratuite et obligatoire promosso dall’ex presidente Martelly e definitivamente fallito). A Dofiné abbiamo circa 150 alunni, a Katien 200, a Fondol 200; inoltre sogniamo di vedere come a Dofiné la cultura del crescione a Fondol, è già stato fatto lo studio del fiume che ha rivelato che il fiume di Fondol presenta le condizioni per poter sviluppare questa cultura. Ma dobbiamo risolvere il problema dell’allevamento libero. Quindi la FDDPA deve fare una campagna di motivazione e coscientizzazione sulla problematica dell’allevamento libero, ma bisogna sottolineare che questo problema non si pone a Dofiné come invece a Fondo (spiega bene questo a Fabio, sappiamo quanto lo renderebbe felice se un progetto del genere si realizzasse a Fondol). Per quanto riguarda la continuità della formazione di Chrismène, lei non ha potuto continuare, perché è rimasta incinta, spera di continuare quest’anno, perché il suo bebè ha già 6 mesi e lei lo allattava. Per la costruzione dello spazio di riunione a Dofiné, abbiamo già depositato una cifra presso una rivendita di materiali a Verrettes, ma è il trasporto dei materiali la difficoltà principale ora. Ma speriamo di trovare con Balansé la possibilità di far arrivare i materiali fino a Dofiné. Per quanto riguarda la situazione del nostro paese, il governo è al servizio dei più ricchi e non prende nessuna iniziativa per migliorare la situazione dei poveri; gli operai del subappalto organizzano delle manifestazioni per chiedere l’aumento del salario, ma il governo, che opera per i profitti dei padroni, non soddisfa le rivendicazioni dei salariati, anzi la borghesia e il governo distribuiscono del denaro nei quartieri popolari per distruggere le rivendicazioni delle masse. Tuttavia le organizzazioni continuano a scendere in strada e a lottare. Dunque la situazione politica ed economica è molto difficile nel paese, perché il governo continua ad aumentare le tasse e il carburante che è un prodotto trasversale e questo ha causato in un sol colpo l’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità. Il governo sta investendo in programmi bidoni nell’intenzione di fare propaganda, ma in realtà sono strategie per mostrare alla gente che sta facendo qualcosa. Per quanto riguarda il rapporto, troverete come al solito una parte dettagliata e poi abbiamo rappresentato tutto con una tabella per facilitarvi nella lettura. E spero che questo potrà rendere migliore e più rapida la comprensione del rapporto annuale. Tuttavia, se non riuscite a comprendere qualcosa nella tabella, fate riferimento alla parte più dettagliata. Speriamo, nei prossimi anni di riuscire a presentare un “budget” (la previsione di quanto l’organizzazione dovrà spendere ogni anno).Dunque con la comunicazione delle date del vostro viaggio, ora potremo pianificare meglio e coordinare il vostro soggiorno tra noi. Ci dispiace che non ci sia un membro del gruppo di Chiarano con voi, sarebbe una buona occasione per questo gruppo per approfondire questa relazione con Haiti attraverso la FDDPA, ma forse un giorno questo desiderio si realizzerà. Il mese di marzo è anche il mese in cui ha luogo il seminario sulla salute con Popoli in Arte: per quest’anno – secondo quanto ci aveva detto Maria Paola – è possibile che ci siano delle visite in 2 o 3 comunità per vedere come si organizzano le comunità tramite questo metodo di Educazione popolare. E dunque il vostro soggiorno coincide con quello di Popoli in Arte e anche le visite alle comunità possono inserirsi nel programma del vostro soggiorno. Perciò sarebbe necessario coordinare con Anna o Maria Paola per armonizzare con le date del viaggio. Fateci sapere la data e l’ora del vostro arrivo, noi cominciamo a contare i giorni. Speriamo che questo viaggio possa ridare a papà Elvio le gambe dei suoi vent’anni, perché ci sarà da camminare. Dunque un grande Ciao a tutti, la grande famiglia della Rete di Padova, Fabio e Tina, papà Elvio, Bruna, Betto, Betta e le bambine romane e anche tutto il gruppo di Chiarano…
Jean e Martine che vi abbracciano con molto amore

Scrive Willot:
“Possiamo dire che è stato meglio del 2016. I cicloni non hanno fatto grossi danni quest’anno. Inoltre, non c’è stata siccità. Al contrario, c’è stata pioggia in abbondanza. Ci auguriamo che il 2018 sia ancora meglio per Haiti, l’Italia e tutto il mondo. Riguardo alle attività della FDDPA, tutto va bene a Dofiné, Katienne, Fondol e nel Nord-Ovest. Per esempio le attività in tutte le cooperative avanzano a piccoli passi. Continuiamo con i vivai di Moringa a Fondol e nelle comunità della Catena dei Matheux. Poi, proveremo a far venire dei contadini di Dofiné per tentare la coltura del crescione sulle due rive del fiume di Fondol. Se questa coltura riesce a Fondol, questa comunità potrebbe ottenere un reddito dalla vendita del crescione. Anche tutte le scuole funzionano bene. Tuttavia quest’anno, a causa della chiusura del programma demagogico iniziato dall’ex presidente, centinaia di alunni hanno inondato le nostre scuole. Non abbiamo spazio e banchi sufficienti per accoglierli. Non vogliamo negare l’educazione ai figli dei contadini; ma i nostri mezzi sono limitati. D’altro lato, siamo riconoscenti per il sostegno finanziario della RETE senza il quale, i figli dei contadini di Katienne, Dofiné e Fondol non avrebbero accesso all’educazione. Riguardo al Centro Professionale “Gianna Mocellin”, si procede a piccoli passi. Stiamo sostituendo la mobilia (sedie, banchi, tavoli) e le macchine da cucire rovinate o totalmente distrutte dal ciclone Mattieu a ottobre 2016. A causa dell’abbondanza di pioggia nel paese, tutte le strade in terra battuta ora sono impraticabili. Per esempio, per recarsi a Katienne e a Dofiné, Jean e Martine hanno utilizzato il trasporto tradizionale. E’ esattamente quel che faceva Dadoue prima di poter procurarsi una camionetta. All’inizio, lei andava semplicemente a piedi, da Verrettes a Dofiné.

Ci scrivono ancora Jean e Martine:
Come Willot ti ha già informato, stiamo fabbricando dei banchi per le scuole, perché il numero dei bambini aumenta con la chiusura del programma di Psugo. A Dofiné abbiamo circa 150 alunni, a Katien 200, a Fondol 200; inoltre sogniamo di vedere come a Dofiné la cultura del crescione a Fondol, è già stato fatto lo studio del fiume che ha rivelato che il fiume di Fondol presenta le condizioni per poter sviluppare questa cultura. Ma dobbiamo risolvere il problema dell’allevamento libero. Quindi la FDDPA deve fare una campagna di motivazione e coscientizzazione sulla problematica dell’allevamento libero, un problema non si pone a Dofiné come invece a Fondol. Per quanto riguarda la situazione del nostro paese, il governo è al servizio dei più ricchi e non prende nessuna iniziativa per migliorare la situazione dei poveri; gli operai del subappalto organizzano delle manifestazioni per chiedere l’aumento del salario, ma il governo, che opera per i profitti dei padroni, non soddisfa le rivendicazioni dei salariati, anzi la borghesia e il governo distribuiscono del denaro nei quartieri popolari per distruggere le rivendicazioni delle masse. Tuttavia le organizzazioni continuano a scendere in strada e a lottare. Dunque la situazione politica ed economica è molto difficile nel paese, perché il governo continua ad aumentare le tasse e il carburante che è un prodotto trasversale e questo ha causato in un sol colpo l’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità. Il governo sta investendo in programmi bidoni nell’intenzione di fare propaganda, ma in realtà sono strategie per mostrare alla gente che sta facendo qualcosa. Dunque con la comunicazione delle date del vostro viaggio, ora potremo pianificare meglio e coordinare il vostro soggiorno tra noi. Ci dispiace che non ci sia un membro del gruppo di Chiarano con voi, sarebbe una buona occasione per questo gruppo per approfondire questa relazione con Haiti attraverso la FDDPA, ma forse un giorno questo desiderio si realizzerà.

Le condizioni socio-economiche sono peggiorate nel corso del 2017 a Haiti
P-au-P., 28 dic. 2017 [AlterPresse]
Le condizioni socio-economiche della popolazione haitiana si sono deteriorate durante il 2017. Questo degrado è principalmente dovuto alla svalutazione del gourd (moneta haitiana), all’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi e all’approvazione della contestata legge finanziaria 2017-2018, constatano parecchie organizzazioni sociali in interviste ad AlterPresse. Sono i trasferimenti di denaro dall’estero, che hanno aiutato la popolazione a «respirare», durante il 2017, afferma Rosny Desroches, direttore esecutivo dell’Iniziativa della società civile (Isc), osservando una situazione economica molto preoccupante e difficile per la popolazione. Le rimesse della diaspora haitiana rappresentavano il 31% del Prodotto interno lordo( Pil) di Haiti, con 2,4 miliardi di dollari USA di invio di fondi (US$ 1=65 gourde; 1 €=81 gourde; 1 peso dominicano=1.60 gourde oggi), indica l’Isc, facendo riferimento a statistiche rese pubbliche dalla Banca mondiale (Bm). L’Isc raccomanda la realizzazione degli stati generali della nazione, in vista di un’intesa nazionale, capace di far uscire il paese da questo pantano. Da parte sua, l’economista Eddy Labossière traccia un quadro molto buio della situazione economica del paese in rapporto agli indicatori macroeconomici. La crescita economica del paese, stimata a 1.1 % nel 2017, è stagnante, mentre gli investimenti salgono meno dell’1 %. Le esportazioni haitiane calano a meno del 5%, mentre le importazioni aumentano. Il tasso d’inflazione è quasi del 1 %. Il che vuol dire che le persone perdono il 15% del loro potere d’acquisto, prosegue Labossière, ricordando quanto il disavanzo di bilancio di Haiti sia di 3 miliardi di gourde. Il fatto che si cominci a fare una verifica sulle spese dello stato, è positivo, valuta l’economista Labossière, che propone di far entrare il paese in una transizione economica, che comprenderà 4 rami: una transizione fiscale, di bilancio, una transizione di politica monetaria e una del mercato finanziario haitiano. A partire del 15 maggio 2017, malgrado una tendenza al ribasso, da più mesi, del prezzo del petrolio sul mercato internazionale, il governo haitiano ha deciso di alzare il prezzo dei prodotti petrolieri sul mercato nazionale, facendo passare il gallone della benzina da 189 gourde a 224 gourde (ossia un aumento del 18,52%), il gallone del diesel da 149 gourde a 179 gourde (ossia un aumento del 20,13%) e il gallone del kerosene (molto utilizzato dalla maggior parte delle famiglie a Haiti) da 148 gourde a 173 gourde (ossia un aumento del 16,89%). D’altra parte i deputati e i senatori hanno approvato, rispettivamente il 9 agosto e il 6 settembre 2017, un budget (contestato) dell’esercizio fiscale 2017-2018, de 144 miliardi di gourde. Molti settori del paese hanno alzato la voce per dire no a questo budget che definiscono «criminale, contro il popolo». Le manifestazioni si sono moltiplicate in molte città, in particolare a Port-au-Prince. Il budget 2017-2018 non tiene conto dei problemi, che deve affrontare la popolazione haitiana, secondo Guy Numa, membro del coordinamento del Movimento democratico popolare (Modep). Il 2017 è stato difficile a causa della miseria e della disoccupazione, che divorano il paese. Il governo haitiano non ha fatto niente di concreto per migliorare le condizioni di vita della popolazione, critica il Modep. Il degrado della situazione economica, provocando la riduzione del potere d’acquisto, spinge una buona parte della popolazione haitiana a lasciare il paese per recarsi in Brasile e in Cile, sottolinea Antonal Mortimé, co-direttore del Collettivo Défenseurs plus. Le cittadine e i cittadini pagano le tasse senza beneficiare di servizi in cambio. E’ une repressione fiscale, denuncia il Collettivo Défenseurs Plus, invitando le cittadine e i cittadini a protestare. Il 2018 si annuncia molto buio sul piano economico per il paese secondo il Collettivo Défenseurs Plus. Il 2017 è estremamente deludente per le masse popolari haitiane, soprattutto a livello economico, ritiene Camille Chalmers, direttore esecutivo della Piattaforma haitiana per uno sviluppo alternativo (Papda). Il 2017 conferma la crisi di crescita dell’economia haitiana, con un tasso di crescita stimato tra l’1,2 e l’1,3% del Pil. Il che è nettamente insufficiente rispetto alla crescita demografica, osserva la Papda. Il 2017 è stato caratterizzato da una certa anemia
della vita economica, in particolare a livello degli investimenti. C’è stata una caduta significativa degli investimenti pubblici, dovuta al prosciugamento della manna PetroCaribe, aggiunge la Papda.

Notizie in breve [AlterPresse]
La corruzione e l’impunità sono state tra i principali handicap per il funzionamento della giustizia a Haiti nel 2017, osserva AlterPresse. «Abbiamo vissuto una crisi legata alla corruzione nel 2017, in particolare con il famoso rapporto dell’inchiesta della Commissione senatoriale sulla gestione dei fondi PetroCaribe», rileva l’economista Camille Chalmers, direttore esecutivo della Piattaforma haitiana per uno sviluppo alternativo (Papda). Questo rapporto non è stato sinora oggetto di discussioni approfondite al senato, critica la Papda. Le dichiarazioni del presidente della repubblica, Jovenel Moïse, e dei suoi consiglieri mostrano che c’è una volontà d’impedire che sia fatta luce sui processi di prevaricazione, deviazioni e cattiva utilizzazione dei fondi PetroCaribe. Questi atti di corruzione pesano già molto sul budget nazionale, deplora la Papda, sottolineando la grande ingiustizia di far pagare questo debito alla popolazione. Più di una quindicina di personalità – tra cui due ex primi ministri, Jean M x Bellerive (novembre 2009 – maggio 2011) e Laurent Salvador Lamothe (maggio 2012 – dicembre 2014) – ed ex ministri, ex direttori generali e responsabili di ditte di costruzioni, coinvolti in gare sospette, sono incastrate dal rapporto sulla gestione dei fondi Petrocaribe. Numerose manovre sarebbero in corso per impedire che sia fatta luce su alcuni affari, in particolare il saccheggio dei fondi PetroCaribe. E’ la società civile che deve prendere la leadership della lotta contro la corruzione a Haiti, «Se le persone sapessero che lo stato, in cui si trova l’ospedale generale oggi, è dovuto alla corruzione, sarebbero state più inclini a combatterla», pensa il coordinatore della Pohdh, Joseph Maxime Rony. «Chi sarà disposto a lottare contro la corruzione in un paese dove persone – come Joseph François Robert Marcelo, 65 anni, presidente della Commissione nazionale di aggiudicazione degli appalti pubblici – spariscono senza che si ritrovino i loro corpi». Persone muoiono assassinate, in condizioni dubbie nel paese, e i loro casi sono lasciati senza seguito. «Abbiamo eletto un presidente, sospettato di corruzione ed anche accusato in un affare di riciclo. E una delle sue prime azioni, una volta eletto, è stata far votare una legge sulla diffamazione, che non è «che una strategia per impedire la circolazione dell’informazione», condanna la Pohdh.
Il sistema giudiziario, spesso paralizzato da vari movimenti rivendicativi durante il 2017, resta sempre in cattivo stato. I giudici dicono di essere ancora in attesa che le loro rivendicazioni per un migliore funzionamento dell’apparato giudiziario siano prese in considerazione. I problemi giudiziari sono sempre gli stessi, la giustizia a Haiti è messa all’asta. Chi ha più mezzi economici e potere ha un migliore accesso alla giustizia. Il 2017 è stato molto movimentato per quanto concerne il sistema giudiziario. I cancellieri e i magistrati hanno scioperato per molti giorni paralizzando i tribunali nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2017. Reclamavano il pagamento di salari arretrati, assicurazione, un aggiustamento salariale e migliori condizioni di lavoro. Da parte sua, il giudice Durin Duret Junior, dell’Associazione nazionale dei magistrati haitiani (Anamah), fustiga l’atteggiamento del presidente Jovenel Moïse, che ha affermato durante la sua tournée europea, il 12 dicembre
2017, di essere stato costretto a nominare 50 giudici sospettati di corruzione. «Quando si è presidente, nessuno può forzarvi a fare qualcosa di anormale. Se c’è rischio di corruzione, il presidente ha l’obbligo di convocare il Cspj per
farlo partecipe della sua preoccupazione».

Aggiungiamo, come sempre, i numeri dei c.c. per i versamenti:
C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN: IT 54 N 050 1812 1010 000 1134 8281 intestato a:
Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova

Tony ha 32 anni; ha lasciato moglie e figli in Costa d’Avorio. Lamin e Sherifo hanno 18 anni: vengono entrambi dal Gambia e si sono conosciuti in Libia. Eric è nigeriano: proviene dalla zona dei giacimenti petroliferi, dove è in corso la guerra civile. Tutti sono arrivati, attraversando il Mediterraneo, la scorsa primavera. Sono i richiedenti protezione internazionale, ospiti del progetto di accoglienza diffusa che ha avuto inizio da qualche mese presso la parrocchia San Massimiliano Kolbe di Varese. La Rete locale ne è parte integrante. Da anni, la Caritas Ambrosiana ha creato la Cooperativa Sociale “Intrecci”, che si occupa di servizi alla persona. Dopo gli inviti di Papa Francesco alle parrocchie, perché diventassero parte attiva nell’accoglienza dei migranti, si è dedicata anche a questa missione. Ha in carico, affidate dalla Prefettura, molte decine di persone (in maggioranza giovani adulti) che ospita, prevalentemente, in strutture di medie dimensioni. Gestisce lo SPRAR di Varese. Da circa due anni, ha avviato anche progetti di ospitalità diffusa. Il meccanismo è semplice: “Intrecci” gestisce tutti gli aspetti burocratici, amministrativi e sanitari, eroga agli ospiti la quota del finanziamento statale destinata al loro mantenimento ed il cosiddetto “pocket money” e provvede ai corsi base di italiano. Il gruppo di volontari si occupa dell’accoglienza, dell’accompagnamento e dell’integrazione, oltre che del sostegno all’apprendimento della nostra lingua. Recentemente, sono partiti anche piccoli progetti per l’inserimento degli ospiti nelle attività del Centro di Aggregazione Giovanile presente in parrocchia. L’aspetto più qualificante del progetto consiste nel fatto di riunire una quindicina di persone, di provenienza, opinioni politiche e sensibilità molto diverse, che hanno trovato un’occasione di impegno comune nel sostegno di quattro richiedenti asilo. Ciò ha creato un solido legame tra loro ma, soprattutto, ha sviluppato una forte sensibilità al tema delle migrazioni in uomini e donne che, sino a pochi mesi fa, poco ne sapevano. In una parola, un piccolo miracolo. Purtroppo, però, un miracolo circondato dall’indifferenza. Se, fortunatamente, non si è registrato alcun tipo di protesta o contestazione, le iniziative di sensibilizzazione sinora assunte (almeno due volantinaggi, la partecipazione al mercatino parrocchiale, l’inserimento, come si diceva, nel Centro di Aggregazione Giovanile) non hanno suscitato interesse; salvo, forse, nei più sensibili, il malcelato sollievo di sapere che altri si occupino della questione. Anche nel gruppo, per altri versi coeso, non c’è comunanza di vedute sull’opportunità di dare al progetto una valenza politica o, almeno, culturale. Inizia, invece, a serpeggiare la preoccupazione per il “dopo”: nell’arco di circa un anno, infatti, la Commissione Territoriale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato, convocherà gli ospiti e si pronuncerà sulla loro posizione. Se tale status verrà riconosciuto, essi proseguiranno altrove il loro percorso: ciò comporterà un distacco, ma avremo tutti la consapevolezza di averli accompagnati per un tratto della loro strada. Se, invece, la domanda dovesse essere respinta, ed il rigetto confermato dal Tribunale, il loro permesso di soggiorno sarà revocato e perderanno ogni diritto, compreso quello di vivere nella casa. Si troveranno, quindi, di fronte all’alternativa tra lasciare l’Italia o diventare clandestini. Nel frattempo, però, si sarà creato un legame affettivo con noi volontari e forse, con altre persone. Saremo pronti ad abbandonarli a sé stessi? Soprattutto, a quali conseguenze andrà incontro chi deciderà di continuare ad aiutarli? Ciò introduce il tema del nostro Convegno nazionale ( “ La Solidarietà non è reato. Resistiamo umani ” – Trevi 13-14-15 aprile): può un gesto di solidarietà essere punito come reato? Certamente in Italia, a differenza di altri Paesi europei, non potrà mai esistere un “reato di solidarietà”. Lo garantisce l’articolo 2 della nostra Costituzione, che impone a noi cittadini “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. I tempi che stiamo attraversando ci parlano, però, del tentativo, sempre più insistente, di usare norme penali previste ad altri fini, per punire chi si è più esposto nell’aiuto ai migranti: così le iniziative giudiziarie contro varie associazioni impegnate nei salvataggi nel mediterraneo o quelle, più mirate, contro Padre Mussa Zerai, l’ “Angelo dei rifugiati”. Tornando al nostro caso, l’articolo 12 del Decreto Legislativo 25 luglio 1998 n° 286 (cosiddetta “Legge Bossi – Fini”) prevede che “chiunque, al fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero … favorisce la permanenza di questi nel territorio dello Stato, in violazione delle norme del presente testo unico, è punito con la reclusione fino a quattro anni e con la multa fino ad €. 15.493”. Il reato è stato pensato per punire chi approfitta della condizione del clandestino per offrirgli alloggio a prezzi o condizioni inique (in tal senso si è sempre inteso il richiamo al fine di ingiusto profitto). Così, finora, è stato sempre applicato. E’ pensabile che qualcuno lo tenti di usare per punire chi offre alloggio, aiuto ed assistenza ad un clandestino, per semplice solidarietà?

Carissima, carissimo, siamo all’inizio del 2018. Che cosa abbiamo fatto di noi nel 2017? C’è un enorme distanza in noi tra quello che siamo e quel che vorremmo essere. Guardiamo indietro: l’infanzia che resta nella memoria con il sapore di paradiso perduto; l’adolescenza intessuta di sogni e utopie; i propositi altruisti. Cosa c’è di speciale nell’inizio di un nuovo anno? Siamo umani, dotati della capacità di attribuire al tempo un carattere storico e alla storia, un significato. L’avvento di un nuovo anno è un rito di passaggio. Risuona nel nostro inconscio il sollievo perché finisce un anno in cui abbiamo avuto tante delusioni, frustrazioni, crisi e coltiviamo l’aspettativa di celebrare, a breve termine, conquiste, passi avanti e vittorie. Viviamo oppressi dal mistero. Questa impossibilità di prevedere il futuro suscita ansia e ci induce a tentare di decifrarlo attraverso l’interpretazione degli astri, delle carte, giocando su tutto, rimettendosi alla “fortuna” o il raccomandarsi ai santi protettori. Da qui deriva l’inerzia, l’indignazione paralizzatrice, l’impotenza di fronte agli scandali etici, da qui deriva questo letargo che non ha nulla a che fare con la lotta di popolo. Oggi, un salario insufficiente in un paese così caro; i figli senza un progetto, attaccati alla casa e al consumismo; in passato, il futuro era migliore. Oggi, immersi in questa società della iper-estetizzazione della banalità, nella quale le immagini contraggono il tempo e la rete virtualizza il dialogo nella solitudine digitale, siamo alla ricerca di ragioni di vita. Abbiamo perso il senso storico, abbiamo scambiato i vincoli della solidarietà con la connettività elettronica, abbiamo venduto la libertà per un pugno di lenticchie che hanno la forma della sicurezza. Intorno, la violenza del paesaggio urbano e la nostra difficoltà nel collegare effetti e cause. Come se coloro che infrangono la legge fossero funghi spontanei e non frutti del darwinismo economico che segrega la maggioranza povera e favorisce la minoranza benestante. Lo stesso dirigente che teme aggressioni e grida contro i criminali, nutre il crimine consumando droghe. Anno nuovo. Vita nuova? Dipende. Possiamo continuare a imbottirci di carni e dolci, impregnati di bevande alcoliche, come se l’allegria uscisse dal forno e la felicità arrivasse imbottigliata. O scegliere l’opzione di un momento di silenzio, un gesto liturgico, una preghiera, l’effusione degli spiriti in abbracci affettuosi. Reincontrare, nell’anno che comincia, la nostra umanità. Svestirci dal lupo vorace che, nell’arena competitiva del mercato, ci rende estranei a noi stessi. Perché accelerare tanto, se dobbiamo poi fermarci al semaforo rosso? Perché tanta dipendenza dal cellulare e difficoltà invece di dialogare guardandosi negli occhi? Anno nuovo delle elezioni. Guardiamo il paese. Le opere che beneficiano le imprese portano vantaggi alla maggioranza della popolazione? Migliorano il trasporto pubblico, il servizio sanitario, la rete educativa? Il nostro quartiere ha un buon sistema sanitario, le strade sono pulite, ci sono aree destinate allo svago? Abbiamo partecipato al dibattito sulla riforma della Costituzione? I politici, per i quali abbiamo votato, hanno agito in modo soddisfacente? Ci hanno mostrato i risultati di quanto hanno fatto? In politica, l’astensione è complicità con l’imbroglio. Il Voto è dare una delega e, nella vera democrazia, è il popolo che governa per mezzo dei suoi rappresentanti e delle mobilitazioni dirette al potere pubblico. Più cittadinanza più democrazia. In questo 2018 saremo chiamati alle urne. Dovremo tentare di discernere gli idealisti dagli arrivisti; i servitori pubblici da quelli che affogano nel loro ego, distillato nell’ubriacatura degli applausi; quelli che sono mossi dall’intransigenza dei principi morali da quelli che mirano alla risorse dello Stato come carne fresca, offerta alle loro gole insaziabili. Quest’anno si commemora il 70º anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani. Ma è impossibile celebrare conquiste relative ai diritti umani mentre si moltiplicano le guerre regionali e si rendono schiavi milioni di donne, uomini e bambini. Non basta il proposito di rinnovare le nostre vite nel 2018. Dobbiamo rendere nuove le realtà che ci circondano, in modo che ci siano cambiamenti reali e la pace fiorisca come frutto della giustizia. Anno di una nuova qualità di vita. Di meno ansia e più profondità. Accettare la proposta di Gesù a Nicodemo: nascere di nuovo. Immergersi in se stessi, fare spazio alla presenza dell’Ineffabile. Braccia e cuori aperti anche ai propri simili. Ricrearsi e appropriarsi della realtà che ci circonda, liberi dalla pastorizzazione che ci massifica nella mediocrità bovina di chi rumina abitudini meschine, come se la vita fosse una finestra dalla quale contemplare, notte dopo notte, la realtà che scorre nelle illusorie fantasie di una fiction.
Antonio

“Nasciamo senza portare nulla,
moriamo senza portare via nulla.
Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa”.
(Luca Russo, ucciso a Barcellona nell’agosto 2017)

Buon nuovo anno e un grande grazie a tutti e tutte. Iniziamo con il grazie perché, anche per il 2018, con la solidarietà e l’impegno di tante persone, riusciamo a rendere possibile la continuità del nostri impegni in Haiti. Il resoconto economico nelle prossime lettere. Le comunicazioni con FDDPA, come la lettera che segue, sono continue. L’impegno per la scuola professionale intitolata a Gianna sta dando i primi frutti, speriamo che non arrivino altri cicloni. Prossimamente avremo, come ogni anno, il resoconto economico delle attività di Fddpa. Notizie: il prossimo Coordinamento si tiene a Sezano-Verona sabato 20 e domenica 21 gennaio (odg e notizie logistiche in allegato). Sezano è un bellissimo posto, si raggiunge in poco tempo: fateci un pensiero. Come sapete la partecipazione ai Coordinamenti è aperta a tutti. La circolare nazionale, scritta da Ercole Ongaro, anticipa le idee del prossimo Convegno Nazionale di Aprile.

Da Haiti
Buongiorno Tita e Famiglia l’anno 2017 è giunto al termine. Possiamo dire che è stato meglio del 2016. I cicloni non hanno fatto grossi danni quest’anno. Inoltre, non c’è stata siccità. Al contrario, c’è stata pioggia in abbondanza. Ci auguriamo che il 2018 sia ancora meglio per Haiti, l’Italia e tutto il mondo. Riguardo alle attività della FDDPA, tutto va bene a Dofiné, Katienne, Fondol e nel Nord-Ovest. Per esempio le attività in tutte le cooperative avanzano a piccoli passi. Continuiamo con i vivai di Moringa a Fondol e nelle comunità della Catena dei Matheux. Poi, proveremo a far venire dei contadini di Dofiné per tentare la coltura del crescione sulle due rive del fiume di Fondol. Se questa coltura riesce a Fondol, la comunità potrebbe ottenere un reddito dalla vendita del crescione. Anche tutte le scuole funzionano bene. Tuttavia quest’anno, a causa della chiusura del programma demagogico iniziato dall’ex presidente, centinaia di alunni hanno inondato le nostre scuole. Non abbiamo spazio e banchi sufficienti per accoglierli. Non vogliamo negare l’educazione ai figli dei contadini, ma i nostri mezzi sono limitati. D’altro lato, siamo riconoscenti per il sostegno finanziario della RETE senza il quale, i figli dei contadini di Katienne, Dofiné e Fondol non avrebbero accesso all’educazione. Riguardo al Centro Professionale “Gianna Mocellin”, si procede a piccoli passi. Stiamo sostituendo la mobilia (sedie, banchi, tavoli) e le macchine da cucire rovinate o totalmente distrutte dal ciclone Mattieu passato ad Haiti nell’ottobre 2016. A causa dell’abbondanza di pioggia nel paese, tutte le strade in terra battuta ora sono impraticabili. Per esempio, per recarsi a Katienne e a Dofiné, Jean e Martine hanno utilizzato il trasporto tradizionale. E’ esattamente quel che faceva Dadoue prima di poter procurarsi una camionetta. All’inizio, lei andava semplicemente a piedi, da Verrettes a Dofiné. A nome della FDDPA, auguriamo a tutti i membri della tua famiglia (Cesco, Bruna, Benedetto e la sua famiglia, tua sorella e le tu e nipoti), a te personalmente e a tutti i membri della RETE di Padova, specialmente a zio Elvio e alla sua famiglia un gioioso Natale 2017 e un felice anno 2018.
Vi abbraccio tutti molto forte, Willot

Buongiorno Tita e tutta la famiglia,
prima di inviare il documento contenente il nostro rapporto annuale, vogliamo formularvi i nostri desideri ed auguri per il nuovo anno sempre nello spirito di giustizia e solidarietà. Vi auguriamo un nuovo anno di salute, solidarietà ed equità così che il mondo che sogniamo tanto possa un giorno esistere. Buon anno a tutti, Bruna, Cesco, Betto, Betta, le bambine, Fabio e Tina, papa Elvio… Ancora una volta grazie per il vostro coraggio, ben presto avrete il documento con il rapporto annuale e le informazioni su Haiti.
Jean e Martine

Care amiche e cari amici della Rete trentina, la circolare nazionale di questo mese presenta il prossimo Convegno nazionale della Rete, che si terrà a Trevi (Perugia) dal 13 al 15 luglio. Le circolari dei prossimi mesi approfondiranno il tema e le note pratiche per chi vorrà partecipare. Come circolare trentina, questo mese proponiamo una riflessione di Paolo Rosà sul tema dell’Educazione alla Cittadinanza Globale.

EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA GLOBALE (E.C.G.)
Cosa vuol dire, cosa significa E.C.G.? Perché diventa un punto centrale nell’educazione civile? Chi ne potrebbero essere i promotori e i protagonisti? In un mondo sempre più interconnesso (mercati concorrenziali, economia e finanza che non conoscono nazionalità e si appropriano di ogni cosa per trasformarla in merce, traffici più o meno leciti, catastrofiche ricadute umane, sociali e ambientali) è necessario che si adotti come nuovo riferimento culturale e valoriale la cittadinanza in una società planetaria. Se quaranta anni fa chi si occupava di attività missionaria, o di cooperazione rivolta alle popolazioni in via di sviluppo, poteva dire che era più importante insegnare “a pescare” anziché dare da mangiare…, ora nel nostro mondo così globalizzato questo non ha più senso, perché tutto è profondamente cambiato. I mari e gli oceani vengono sempre più rastrellati dai pescherecci industrializzati; le terre coltivabili sono tolte alle comunità locali e trasferite in mani straniere (solamente in Africa 56 milioni di ettari di ”land grabbing” negli ultimi 13 anni); le miniere e le risorse minerarie vengono depredate da imprese straniere; i rapporti commerciali favoriscono i produttori e le grandi industrie alimentari (“dumping”); la “guerra mondiale a pezzetti”, per mantenere o sovvertire il potere, è alimentata dal commercio delle armi; milioni di persone, le generazioni più giovani ed attrezzate culturalmente, emigrano per mancanza di prospettive nei loro paesi; ecc… Da qui nasce l’esclusione di sempre più persone e l’aggravamento delle condizioni di vita di gran parte delle popolazioni nei paesi impoveriti. Di fronte a tutto questo nessuno può dire “io non c’entro”. Certamente non ne siamo responsabili direttamente, ma sicuramente di tutto questo noi residenti dei paesi dominanti beneficiamo ed è indispensabile che ce ne rendiamo consapevoli. Partendo da queste realtà, che sono sotto gli occhi di tutti, si apre una nuova frontiera di azione, non solo per coloro come i volontari, i gruppi missionari e i collaboratori, che da anni si impegnano nell’aiutare le persone e le comunità del sud escluse dallo sviluppo umano, ma anche per tutti coloro che hanno ruoli educativi. La nuova “mission” diventa la promozione della consapevolezza della nostra cittadinanza globale, non più quindi localistica, o corporativa, o nazionalista. Questa nuova frontiera diventa un compito per tutti, da svolgere qui, sul nostro territorio. È necessario che le comunità, le parrocchie, le scuole, le biblioteche, le famiglie si diano reciprocamente una mano per assumere come riferimento culturale e valoriale la consapevolezza della cittadinanza globale. Il primo impegno dovrebbe essere orientato a promuovere una informazione diffusa più corretta sulle dinamiche socio-politiche e sulle cause economiche che producono esclusione e divari inammissibili di concentrazione-esclusione di potere e ricchezza, due aspetti della stessa medaglia. A tale proposito sarebbe fondamentale che l’esperienza di vita di coloro, i quali hanno vissuto con le realtà impoverite del Nord e del Sud, venisse messa a disposizione e utilizzata per favorire il cambiamento culturale delle nostre comunità e società. Il secondo impegno è quello di accogliere i migranti e i richiedenti asilo, accompagnandoli nella ricerca volta a soddisfare i tre bisogni primari (casa, lavoro, salute), elementi cardine per permettere lo sviluppo della dignità di ogni persona. Per affrontare questi impegni non basta credere profondamente nella fratellanza universale, ma bisogna innanzitutto abbandonare la pretesa di primogeniture (cioè che qualcuno abbia più diritti di altri), poi considerare che i tre bisogni primari devono essere alla portata di tutti a qualsiasi latitudine, infine adoperarsi affinché tutti abbiano accesso a condizioni di vita umana dignitosa, prima di dare soddisfazione a bisogni di altro tipo. Per una educazione alla cittadinanza globale occorre una conversione, una rivoluzione culturale: serve una riflessione seria, profonda, che implica un cambiamento radicale di paradigma e di impostazione. Ci vuole equilibrio, maturità, una spiritualità antropologica, capacità di relazionarsi e di farsi coinvolgere, ma l’obiettivo centrale è l’educazione alla cittadinanza globale.
Paolo Rosà