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Denunciare la guerra e il riarmo folle di questi tempi è rivoluzionario?
Care amiche e cari amici, abbiamo concluso l’anno con la notizia che in Afganistan sono stati uccisi da una mina sei bambini, notizia che non ha conquistato nessun titolo, nessuna foto, nessuna prima pagina. Perché non ci sconvolge la notizia di sei bambini che scambiano una mina per un giocattolo e saltano in aria? Purtroppo l’atteggiamento prevalente è di assuefazione alla guerra purché essa non ci tocchi direttamente e cerchiamo di illuderci che stiamo attraversando un periodo di pace pur sapendo che essa è solo apparente. Attualmente i conflitti nel mondo sono tantissimi, le mine, le bombe sporche hanno provocato in un anno 24 mila morti. I 15 anni di guerra in Afganistan più i dieci dell’armata rossa hanno sconvolto e seguitano a sconvolgere quella regione. Altra notizia di questi ultimi giorni è l’attacco a Kabul al Centro Culturale dove si sono avuti 41 morti e un centinaio di feriti. La tanto proclamata sconfitta militare del Califfato non è vera perché in realtà non è né la sconfitta di quell’idea perversa, né tanto meno la sconfitta dei foreign fighters, i combattenti che si spostano in qualunque paese , in particolare nelle aree dove ci sono guerre permanenti. Fonti giornalistiche indipendenti dicono che i bombardamenti aerei in Afganistan sono triplicati in quest’ultimo anno e che in Yemen negli ultimi 1000 giorni ci sono stati 15 mila attacchi aerei che hanno colpito per il 90% solo civili. Eppure il mondo è sempre più indifferente, abbiamo bisogno di fotografie di bambini riversi sulla spiaggia affogati per stupirci ancora, non ci fa effetto leggere che ci siano stati più di tremila bombardamenti che creano vittime, mutilati, dolore, disperazione, drammi e la politica estera nel nostro paese è assente di fronte al problema delle guerre, non c’è un politico che parla di guerre e, addirittura, Gentiloni qualche giorno fa ha dichiarato che l’Isis è stato sconfitto; è stato sconfitto solo in parte in quanto i motivi che lo hanno reso forte, fra cui le guerre permanenti, rimangono ancora. Se parliamo di bambini che vivono nelle zone in conflitto il loro numero, secondo Save the Children, si aggira intorno ai 350 milioni di bambini a rischio di morte o menomazione fisica o psichica, senza futuro perché assistono a violenze enormi che non riescono a elaborare, vivono da sfollati senza casa, perdono i genitori, gli amici e la possibilità di andare a scuola; in Siria, in 7 anni di conflitto, sono circa 3 milioni i bambini nati durante la guerra che non hanno conosciuto altro che la guerra. In Yemen la situazione dei bambini è gravissima anche a causa della malnutrizione e della difficoltà di accedere al cibo (sono 1,8 milioni di persone e molti sono bambini) sono migliaia i minori fra i 13 e i 18 anni reclutati come soldati contro il loro volere con rapimenti nelle loro case e ricatti, come carne da macello; per non parlare della crisi di colera che ha colpito il nord del paese. L’indifferenza del mondo rispetto a questi problemi è preoccupante; esiste un diritto internazionale che dovrebbe tutelare la popolazione civile, ma non è sufficiente contro l’escalation di violenza che colpisce le parti più deboli delle popolazioni, bisogna che le coscienze si sveglino. Esistono tante aree del mondo in cui i bambini subiscono le peggiori conseguenze dei conflitti come la Siria , lo Yemen , il Congo, l’Afganistan, il Myanmar, la Somalia, la Nigeria, il Sud Sudan, il Camerun, la Birmania, l’Ucraina. Solo il Papa con le sue parole da vero padre, ricorda continuamente il grave problema della guerra. E’ necessario che la comunità internazionale prenda impegni forti nei confronti dei conflitti, se circa 30 milioni di bambini sono sfollati a causa delle guerre con una grandissima difficoltà a costruirsi un presente e un futuro. Se si tiene al futuro del mondo ci si deve occupare del problema dei conflitti e dei bambini che li subiscono. Loro sono il futuro. E’ necessario un ritorno al senso di umanità e all’indignazione verso la poca protezione nei conflitti della popolazione civile e porre l’attenzione sulle sofferenze delle persone, sofferenze che noi viviamo da vicino, perché le ondate migratorie sono conseguenza di guerre e conflitti. Io appartengo alla generazione che ha protestato contro la guerra in Vietnam con sit in, cortei, occupazioni di scuole e università, ma anche con la musica, con i concerti di famosi artisti, nonché di gruppi rock molto impegnati su questo tema. Allora il pacifismo era vivo e vitale. Da tutte le parti della società si levava la condanna della guerra e dei suoi non valori. Questo avveniva non solo negli Usa, coinvolti nella guerra, ma in tutto il mondo, Italia compresa. Allora i rivoluzionari contestavano contro le guerre. Oggi? Sembra l’opposto. Chi parla contro le guerre, contro la produzione di armi, contro la liberalizzazione della loro vendita è uno fuori dalla realtà, un idealista un po’ fuori dal tempo, un illuso, forse anche un po’ rivoluzionario! Mi viene da pensare che il concetto “Io speriamo che me la cavo” degli anni ’90, sviluppato nella raccolta di sessanta temi di bambini napoletani nel libro del maestro elementare Marcello D’Orta, sintetizzi, purtroppo, il nuovo modo di affrontare le sfide sociali, economiche e umanitarie del momento. Vorrei aggiungere che la nostra bella Costituzione all’articolo 11 oltre a ripudiare la guerra esprime un altro concetto importante, quello della limitazione di sovranità dello Stato il che significa che la sovranità degli Stati può e deve essere limitata da istanze di sovranità superiori che, al tempo dell’emanazione della Costituzione, erano i nascenti organismi internazionali di allora e che oggi riguardano altri ambiti quali i Tribunali Internazionali e le Istanze di giustizia che chiedono agli Stati di cedere una parte anche significativa della propria sovranità. Quindi il ripudio della guerra si accompagna all’idea che possa nascere un ordine internazionale in cui gli stati sono solo una parte di un contesto più ampio. Consapevole che ho iniziato l’anno con fatti tristemente presenti nella nostra storia, allego il racconto di una bella storia di riscatto di cui ho parlato tempo fa.
Un abbraccio a tutti e tanti, tanti auguri
Cristina
Ricordiamo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restituiva

La solidarietà non è reato

Care amiche, cari amici,
il cammino della Rete Radié Resch dopo l’ultimo Convegno (2016) è stato incentrato su un lavoro di riflessione su “ quale Rete, quale solidarietà ”. La solidarietà è la ragion d’essere della Rete, il suo carattere fondante. Da 54 anni la Rete pratica la solidarietà, ma nello stesso tempo ha continuato a interrogarsi su cosa significa, nel mutare del tempo, essere solidali con i poveri: ascoltando la loro domanda di giustizia, cercando le cause che producono impoverimento, cooperando con gli operatori di giustizia. Ma proprio nel corso del 2017 si è sviluppato un processo che ci ha colti di sorpresa: la solidarietà ha subìto una imprevista mutazione di significato presso l’opinione pubblica, da valore positivo si è trasformata in concetto negativo. Questa mutazione è diventata evidente l’estate scorsa con la campagna di denigrazione delle Ong che operavano i salvataggi in mare dei migranti, prima attraverso una campagna di disinformazione a mezzo stampa, poi con iniziative di alcune Procure, infine con la normativa del governo che imponeva alle Ong vincoli non previsti dal diritto internazionale e dai codici di navigazione. Passo dopo passo, incredibilmente, è stata configurata una inedita fattispecie di reato, che è definito “reato di solidarietà”. C’è stato in Italia un tempo in cui compiere atti di solidarietà verso una persona in pericolo veniva sanzionato con l’arresto o la deportazione o la fucilazione: dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, i tragici venti mesi dell’occupazione nazista e della Repubblica di Salò. Chi in quella metaforica notte tenne acceso fiammelle di speranza e salvò l’idea stessa di umanità? Quelli che, ascoltando la propria coscienza, scelsero di resistere, perché istintivamente o lucidamente compresero che l’autentico modo di salvare se stessi è di avere a cuore la salvezza degli altri. Perché, se resistere, disobbedendo alla legge dei nazi-fascisti, avesse pure avuto come conseguenza la perdita della vita, sarebbe però stata salva la propria umanità, il senso stesso del vivere. L’essenza della Resistenza è stato scegliere di restare umani in un mare di disumanità, di aprirsi all’altro che era nel bisogno e domandava aiuto, che era braccato e cercava una via di scampo. Fu una scelta di disobbedienza contro le leggi disumane dei nazi-fascisti, fu scoprire che scegliere di stare dalla parte dell’umanità offesa, negata, era liberante anche per la propria dimensione esistenziale. I “padri costituenti” che lavorarono alla redazione della nostra Costituzione tradussero la drammatica esperienza della scelta resistenziale nell’Art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Nessun’altra Costituzione ha un pronunciamento così forte sulla solidarietà. Se qualcuno, fino al 2016, avesse cercato nella nostra letteratura giuridico – penale il tema della solidarietà, vi avrebbe trovato il “reato di omessa solidarietà” (omissione di soccorso di minore o incapace o di persona in pericolo). Nel corso del 2017 invece vi ha fatto irruzione il “reato di solidarietà”, che potrebbe anche essere denominato “reato di umanità”. La smagliatura giurisprudenziale a livello europeo è stata provocata da una Direttiva del Consiglio Europeo del 2002, n. 90: in essa si configurava come reato il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegale di migranti, anche in assenza di profitto economico. La Direttiva invitava gli Stati dell’Unione a criminalizzare persone e organizzazioni che assistono i migranti illegali. È evidente che in Italia non potrà mai essere introdotto il “reato di solidarietà”, considerando l’art. 2 della Costituzione; ma anche in Italia nell’ultimo anno e mezzo sta avanzando una normativa che permette il perseguimento di comportamenti solidali nei confronti di migranti o di persone svantaggiate. Le misure che hanno colpito militanti solidali con i migranti non fanno che confermare e alimentare il sentire xenofobo e razzista che serpeggia in strati della popolazione e che deborda in manifestazioni deprecabili di chiusura e rifiuto. La Commissione Europea persiste in questo indirizzo, tanto che il 2 marzo 2017 ha emanato una “Raccomandazione” agli Stati in cui auspicava, entro dicembre, il rimpatrio forzoso di un milione di migranti irregolari. E l’Italia il 12 aprile ha adottato misure in attuazione della “Raccomandazione” europea per rendere più efficiente il sistema dei rimpatri forzosi, anche abolendo il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno presentato ricorso contro il diniego. Per contrastare tale tendenza si è svolta a Milano il 20 maggio 2017 una grande manifestazione, a seguito della quale è stata lanciata la “Carta di Milano”, sottoscritta da personalità dell’informazione, dell’arte, delle istituzioni: “Ci impegniamo a tutelare la libertà e i diritti della società civile in tutte le sue espressioni umanitarie: quando salva vite in mare; quando protegge e soccorre le persone in difficoltà ai confini; quando denuncia il mancato rispetto dei diritti fondamentali nelle procedure di trattenimento amministrativo e di allontanamento forzato; quando adempie al dovere inderogabile di solidarietà che fonda la Costituzione italiana. Gli atti di solidarietà non costituiscono reato e le organizzazioni umanitarie, così come i singoli attivisti, non possono essere messi sotto accusa per averli compiuti”. Il Tribunale Permanente dei Popoli, che si sta occupando dei “Diritti di migranti e rifugiati”, nella sessione di Palermo del 18 – 20 dicembre 2017 ha valutato che “le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di assistenza in mare”. Si comprende dunque l’importanza che il prossimo Convegno approfondisca questa complessa e decisiva questione, dichiarata già nel titolo del Convegno: “La solidarietà non è reato. Re-si-stiamo umani”. “Restiamo umani” era l’accorato grido che Vittorio Arrigoni lanciava ogni giorno – a conclusione dei suoi articoli o dei suoi collegamenti telefonici – dalla Striscia di Gaza investita dalla sanguinosa offensiva israeliana “Piombo fuso” nel gennaio del 2009. Ma “restare umani” – come già nei tragici venti mesi del 1943/45 – può comportare il “resistere”, scelte di resistenza, cioè di disobbedienza alla legge in vigore per non accettare una spirale di disumanizzazione. “Re-si-stiamo umani”. La Rete è sempre stata e non può che stare dalla parte di chi mette in atto comportamenti di umanità verso chi è in pericolo, è minacciato ed offeso nella sua dignità di persona. La Rete è solidale con chi resiste nel Sud del mondo (“là”) e nelle nostre società (“qui”), affinché i diritti di libertà, di dignità e di uguaglianza trovino attuazione nella vita concreta di tutti. La Rete non può rassegnarsi alla disumanizzazione della convivenza civile, veicolata anzitutto dalla de-umanizzazione dell’altro, dello straniero, del diverso, dell’emarginato, premessa a tempeste di violenza di proporzioni immani. Sulla soglia del nuovo anno rinnoviamo l’impegno a “restare umani”, senza smarrire la speranza.
Un augurante abbraccio, da Ercole con gli amici della rete di Milano.