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VERBALE ASSEMBLEA ORDINARIA E STRAORDINARIA

DEI SOCI DELLA Rete Radiè Resch
SEZANO (VR) 23 MARZO
2019

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Oggi 23 marzo 2019, ad ore 15.10 in Sezano (VR), via Mezzomonte 28, presso il Monastero del Bene Comune dei Padri Stimmatini, previa convocazione in data 2 marzo 2019, ha inizio, in seconda convoca-zione, l’assemblea ordinaria dei soci della Rete Radié Resch, sulla base del seguente ordine del giorno:

  • Approvazione bilancio consuntivo 2018;

  • Approvazione bilancio preventivo 2019;

  • Proposta e approvazione nuovo statuto;

  • Cancellazione soci inattivi;

  • Ingresso nuovi soci;

  • Varie ed eventuali.

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Su accordo di tutti i soci presenti, assume la presidenza Silvestro PROFICO, della Rete di Pescara, il quale nomina Segretario, ai fini della redazione del presente verbale, Marco LACCHIN, della Rete di Va-rese.

Il Presidente dà atto che la prima convocazione dell’assemblea ordinaria dei soci, fissata per il giorno 22 marzo 2019, ore 9.00 è andata totalmente deserta.

Il Presidente dà atto, altresì, della presenza dei seguenti soci:

  • Silvestro PROFICO – Rete di Pescara;

  • Fulvio GARDUMI – Rete di Trento, attuale membro della Segreteria;

  • Maria Angela ABBADESSA – Rete di Castelfranco Veneto, attuale membro della Segreteria;

  • Maria Cristina ANGELETTI – Rete di Macerata, attuale membro della Segreteria;

  • Monica ARMETTA – Rete di Torino;

  • Francesco FASSANELLI – Rete di Padova;

  • Giuseppe GHILARDI – Rete di Casale Monferrato;

  • Daniela DUZIONI – Rete di Mogliano Veneto;

  • Marco ZAMBERLAN – Rete di Torino;

  • Ermanno DE BIASIO – Rete di Castelfranco Veneto;

  • Angelo CIPRARI – Rete di Roma;

  • Antonio PERATONER – Rete di Udine;

Sono anche presenti:

  • Marco LACCHIN – Rete di Varese, con funzioni di Segretario;

  • Marta BERGAMIN – Rete di Castelfranco Veneto, socia e attuale Tesoriera.

Il Presidente constata la validità dell’assemblea in seconda convocazione, ai sensi dello statuto.

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In sede Ordinaria

  1. Approvazione bilancio consuntivo 2018.

Marta BERGAMIN illustra il bilancio consuntivo, che si allega al verbale. Tutti i contributi 2018 sono stati erogati. Quelli ai Sem Terra e al progetto S. Antonino in Guatemala sono stati versati a gennaio 2019. Il versamento al progetto Case Verdi di Gaza resta sospeso.

Le entrate sembrano aumentate rispetto all’anno precedente, ma si tratta di un risultato contabile, conseguente al fatto che la Rete di Padova ha fatto transitare dal conto nazionale il costo della propria operazione. Quindi, anche quest’anno, le entrate sono diminuite in modo significativo, anche se negli anni passati sono arrivate entrate una tantum che hanno in parte sopperito a questo calo. Quest’anno ciò non è avvenuto.

Marta BERGAMIN presenta anche il bilancio di previsione, che pure si allega al presente verbale. In sostanza, se le entrate rimanessero uguali, si potrebbe ancora arrivare ad un faticoso pareggio di bilancio, esaurendo il “tesoretto” che arriva dagli anni scorsi.

Dopo ampia discussione l’assemblea approva all’unanimità il bilancio consuntivo 2018.

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  1. Approvazione bilancio preventivo 2019.

Dopo ampia discussione l’assemblea approva all’unanimità anche il bilancio preventivo 2019.

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In sede Straordinaria

Proposta del nuovo Statuto in base alle decisioni prese nell’assemblea/coordinamento di Roma 26/27.01.2019. Deliberazione conseguente.

Fulvio Gardumi illustra la proposta di nuovo statuto, come predisposto a seguito dell’assemblea straordinaria di Roma del 26 gennaio 2019.

La proposta di statuto viene esaminata articolo per articolo e vengono inserite tutte le modifiche ritenute opportune dall’assemblea. Al termine di un’ampia discussione l’assemblea approva all’unanimità il testo allegato al presente verbale.

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Cancellazione soci inattivi.

L’assemblea delibera la cancellazione dal libro soci dei seguenti soci, inattivi da lungo tempo:

  • BIANCHI Bruno, di Roma;
  • ROSATI Franco, di Roma;
  • DI FIORE Serina, di Roma;
  • BULGARINI VICARELLI Gabriella, di Roma;
  • STORTI Stefano, di Roma;

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Ammissione nuovi soci.

L’assemblea delibera l’inserimento nel libro soci di:

  • ROMANO Alessandra

  • ZABAI Maria Rosa

  • DELLA GIUSTINA Pierangelo

  • BERALDIN Elvio,

  • MILAZZO Francesco,

  • VISINTAINER Maria Grazia,

  • DAVINI Cesare,

  • RONTANI Lia,

  • GRANDI Carla,

  • CABRONI Alessandro,

  • TODESCHINI Piergiorgio

  • GIOMETTI Maria

  • PICOTTI Maria

  • PETTENELLA Giovanni
  • VELLA Maria

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Varie ed eventuali.

Silvestro PROFICO invita la segreteria a contattare e sollecitare le Reti che non hanno versato nulla nel 2018.

La quota sociale viene determinata in 5 €. per l’anno corrente.

Verbale chiuso alle ore 21.40.

Il Presidente                                                                                    Il Segretario

Silvestro Profico                                                                             Marco Lacchin

Nueva Imperial (Cile) – E’ determinato il popolo delle terra a far sì che il significato del proprio nome sia effettivo. Mapuche, in lingua mapudungun, significa infatti proprio questo: popolo della terra. Ma dall’arrivo dei conquistadores e con i vari governi cileni questa definizione è stata sempre meno veritiera. Tra i nove popoli indigeni riconosciuti in Cile, i mapuche sono i più numerosi (sono il 10 per cento della popolazione, quindi circa 1 milione di persone) e i più combattivi. Gli unici di cui i media parlano. Costantemente.

L’omicidio di Camilo Catrillanca ha riportato alla luce quella che potremmo definire la ‘questione mapuche’, una questione però da sempre esistente. Il giovane, ucciso dai carabineros mentre si trovava a lavoro in campagna, ha infatti scatenato una serie di proteste, manifestazioni in molte zone del Paese che ha rispolverato la propria simpatia e affiliazione con il popolo originario.

Effettivamente in Cile, da Nord a Sud, ma soprattutto nella capitale Santiago e nella vitale Valparaiso non è difficile incontrare murales dedicati alla popolazione mapuche, manifestazioni di sostegno, bandiere sventolanti nei negozi. La simpatia della popolazione, però, è inversamente proporzionale ai metodi delle forze dell’ordine che non perdono occasione per reprimere con la forza le manifestazioni. Repressione sperimentata in prima persona e che ha aperto gli occhi su una questione ancora aperta per il Cile.

Per questo abbiamo incontrato Josè Nain Perez e sua moglie Margot, due rappresentanti mapuche con una grande voglia di raccontare la propria storia, le proprie rivendicazioni come guardiani della terra. Marito e moglie, abitano con i due figli in una casa in legno nel comune di Nueva Imperial, dove hanno recentemente costruito anche una yurta tradizionale mapuche. Un luogo di ritrovo in cui cucinare insieme, cantare e ballare al ritmo del Kultrun e della Trutruca. Josè e Margot sono i rappresentanti dell’associazione regionale mapuche Folilko e Josè è consigliere comunale a Galvarino, il suo paese natale.

Il loro obiettivo è quello di essere mapuche, vivere in comunità e in simbiosi con la terra. “Lo stato cileno – dicono – ci reprime perché siamo gli unici a richiedere i nostri diritti, che lottiamo per riprenderci ciò che lo stato ci ha tolto”.  Come moltissimi mapuche anche Margot e Josè hanno una storia da raccontare riguardo alla violenza subita dalle forze dell’ordine. “Sono stata presa dalla polizia – racconta Margot – mentre stavo stampando volantini sulla nostra lotta per la ripresa della terra. Mi hanno picchiato così tanto che sono arrivata senza coscienza in ospedale”. Margot racconta la sua vicenda con le lacrime agli occhi ma sottolinea di essere stata fortunata: “Non mi hanno violentato”.

La stessa storia di Josè Nain è un manifesto della resistenza mapuche. Oggi è un consigliere del comune di Galvarino, suo paese di origine, ma nei primi anni Duemila è stato uno degli attivisti del movimento di riconquista della terra. Per questo è stato in carcere tre volte e uno dei promotori della marcia da Temuco a Santiago, che nel 1999 chiedeva il riconoscimento dei popoli indigeni. Partiti in 100 arrivarono nella capitale in 4mila.

Nel periodo iniziato alla fine del 2018 Josè vede una rinascita delle rivendicazioni mapuche. “Dopo la morte di Camilo – ci racconta – siamo stati chiamati alla ribellione e questa mobilitazione non si vedeva da tempo. Credo che questa guerra non si fermerà, sarà dolorosa ma necessaia per ottenere qualcosa. In questo modo è per noi difficile pensare al futuro dei nostri bambini. Dobbiamo chiedere osservatori internazionali per parlare con lo Stato punto per punto.”

Ad oggi nelle carceri cilene si contano 23 attivisti mapuche, mentre 15 sono i ricercati. Il metodo per arrivare ad ottenere diritti e riconoscimenti come popolo non è condiviso da tutti i mapuche, ma questo non sembra preoccupare Josè. “Non abbiamo mai avuto una forma piramidale che rappresentasse tutti, per questo gli apsgnoli ebbero problemi a sconfiggerci. se ci unioamo ci ammazzano tutti, tutte le comunità hanno loro leader e organizzazioni. In 30 anni lo stato non stato in grado di creare dialogo costruttivo”.

Ad oggi esiste una organizzazione di resistenza clandestina composta da giovani impegnata in atti dimostrativi contro la forestale, ma che da qualche tempo si sta organizzando per resistere con logica militare. L’oppressione della popolazione mapuche parte da lontano e si concretizza ancora oggi.  Per Pinochet la questione mapuche non esisteva, ma anche il ritorno alla democrazia non ha agevolato il loro riconoscimento.

La storia dei mapuche non si insegna a scuola e la lingua solo un’ora a settimana. La cultura mapuche si fonda molto sul concetto di solidarietà e collettività. “Per noi è fondamentale – ci spiega Margot – incontrarsi e aiutarsi,.Ci si incontra per fare tutto: lavori in casa, per cenare, per suonare al ritmo del Kultrun e della Trutruca, per condividere quello che si ha. Tutti i mapuche hanno un talento da scoprire. C’è chi è portato per il canto, per suonare, per la danza”.

“Per tutti questi motivi a chi ci dice di integrarci noi rispondiamo perché dovremmo? Siamo differenti in tutto, in cultura, per visione politica, nel modo di vivere”.

Come popolo della Terra, i mapuche lottano per preservare il proprio ambiente originario.  Josè e Margot coltivano il maqui, un frutto simile al mirtillo e con grandissime proprietà antiossidanti che viene utilizzato come rimedio per moltissime patologie, dalla febbre ai problemi cardiovascolari, ma possiedono anche piccoli appezzamenti di piante di lupino e alberi di nocciole che hanno in mente di vendere anche in Italia tramite progetti di commercio solidale.

Insieme ad altri nove mapuche è stata poi creata una cooperativa che produce una sorta di caffè d’orzo. Cooperativa che punta a preservare la terra con coltivazioni non invasive e realizzare un prodotto sano ed etico.

I cambiamenti provocati dagli interventi statali e, soprattutto dei privati, si stanno infatti manifestando in tutta la loro forza. Le imprese forestali hanno da tempo mutato la geografia del territorio, rendendo complicata la vita dei mapuche e in genere di chi vive lavorando la terra. Il disboscamento degli alberi originari è una pratica più che diffusa. La regione dell’Araucanía, dove vive la più grande comunità mapuche, è quasi interamente popolata da pini ed eucalipto, piante estranee al territorio, utilizzate per la produzione di cellulosa e di conseguenza di carta.

“Per il nostro territorio – spiega Josè Nain, un rappresentante della comunità mapuche di Nueva Imperial – sono le specie più dannose perché sono come delle spugne. Necessitano di un grande quantitativo di acqua e per questo prosciugano le nostre falde, oltre a danneggiare la biodiversità”.

I mapuche utilizzano le piante sia come fonte di nutrimento che come rimedio naturale per curarsi. “Tutta la vegetazione – spiega Margot Nain, mostrando la coltivazione della sua famiglia – ha per noi mapuche un significato, il territorio ci dà vita e forza. Per essere in armonia con il mondo, la terra deve stare bene. Il cileno non capisce che non si tratta del metro quadrato da coltivare che ti serve per vivere, ma dell’armonia del tutto. Armonia che lo stato ha tolto al nostro territorio da tempo”.

Un altro grave problema è quello idrico. Circa 120mila famiglie dell’Araucanía non dispongono di acqua potabile. Per questo lo Stato raziona la quantità fornendo circa 200 litri settimanali a ciascuna famiglia. Il cambiamento climatico, dovuto anche al disboscamento selvaggio, non risparmia la regione fino a pochi anni fa molto piovosa: le precipitazioni sono diminuite e le estati arrivano a 35 gradi.

“La nostra eredità del periodo di dittatura – continua Josè – è stata il saccheggio dei boschi da parte delle imprese forestali, quello idroelettrico e quello minerario”.

Ed effettivamente la legge 701 legata al tema forestale è una di quelle sopravvissute alla caduta di Pinochet. “Quando, dopo la fine della dittatura, abbiamo lottato per riprendere parte della nostra terra – spiegano Josè e Margot – abbiamo ottenuto pochissimo, mentre i coloni (le imprese forestali, ndr) moltissimo. Ad ogni colone sono stati assegnati 500 ettari di terra, alle famiglie cilene 60, mentre solo 6 a noi mapuche”. E questo rapporto impari tra lo stato e le imprese è ben visibile anche nella zona di Nuova Imperial, dove, le forze di polizia cilene sono quotidianamente impegnate a controllare che il disboscamento non venga ‘disturbato’ dalle comunità locali.

Un’altra preoccupazione ambientale per i mapuche è rappresentata dal progetto minerario a Est del comune di Melipeuco, nella regione dell’AraucaníaDal 2008 la società Minera Lonco sta effettuando studi di esplorazione geologica per determinare i gradi e la potenza metallifera sia dell’oro che del rame. Dal 2012 questi studi hanno confermato l’esistenza di ingenti depositi. Giacimenti così grandi da far sì che la stessa società consideri lo sviluppo della miniera come il loro più grande progetto. Per difendere il territorio composto da grandi foreste native, sorgenti d’acqua zone umide, aree selvagge protette e la riserva della biosfera molti mapuche si dicono pronti anche a sacrificare la propria vita.

In tutto questo c’è da aggiungere che il 2019 non ha portato buone nuove alla popolazione. Dai primi giorni dell’anno i mapuche stanno soffrendo di una fortissima siccità  con temperature molto alte che vanno oltre i 40 gradi. Questo ha provocato numerosi incendi che colpiscono la regione, ma principalmente le comunità mapuche dove si sono bruciate case, scuole. Negli incendi sono morte alcune persone e molti animali.

“Qui – spiegano Josè e Margot in un primo appello – si sono bruciati più di 3000 ettari di terreno, si sono perse le semine che erano pronte per dare i raccolti, si sono bruciati capannoni, magazzini e tutti i pascoli di pastorizia degli animali; attualmente abbiamo 120 famiglie colpite direttamente dagli incendi, a questo aggiungiamo che si sono bruciate le connessioni della rete idrica, non hanno nè acqua nè luce elettrica e la situazione è molto caotica”.

Il 9 e 10 marzo di nuovo il fuoco era presente nel comune di Galvarino, nelle Comunità mapuche Quetre, Qunahue, Pelantaro e Curileo – queste la parole di un secondo appello – Qui il fuoco ha raso al suolo tutto quel che c’era, case e tettoie e distrutto piccoli animali. È stato davvero un disastro”.

Per come la nostra terra è stata rovinata  e per quello che ancora hanno in mente di fare, lo Stato cileno ha verso di noi mapuche un enorme debito. Tutto quello che ci sembra concesso, infatti, è solo una minima parte del nostro diritto di popolo originario”.

di Alice Pistolesi  (https://www.atlanteguerre.it)

“Ponti e non muri. Restiamo umani”

Quello che oggi noi viviamo come un fenomeno del nostro tempo, l’ “Immigrazione”, in realtà è un tema antichissimo, che attraversa tutta la storia dell’umanità. Da sempre i popoli si sono mossi, spinti dalla necessità vitale di sopravvivere a condizioni economiche estreme o alla guerra. Ma anche spinti semplicemente dalla sete di conoscenza. A volte anche dalla sete di rapina di risorse economiche ed umane (pensiamo al colonialismo in africa, alla conquista dell’America, allo schiavismo ecc..). Interi popoli si sono formati dall’incrocio con altri: non ultimo noi siciliani, nelle cui vene scorre sangue greco, cartaginese, arabo, spagnolo, tedesco, inglese, francese…. Da sempre il rapporto con lo straniero ha avuto un duplice aspetto: da una parte la curiosità e l’accoglienza, dall’altra la paura di essere invasi e di perdere la propria identità e la propria storia. In questo momento, non vogliamo parlare delle paure indotte ad arte (di cui abbiamo parlato nelle precedenti lettere), ma dello stato d’animo di chi si trova a convivere nello stesso spazio con chi porta modi di essere, culture ed usanze molto diverse.. Anselm Grun, monaco e psicoterapeuta tedesco, nel suo libro “Ero straniero e mi avete accolto” (2017-ed. Messaggero Padova) affronta l’argomento partendo proprio dalle paure dello straniero, che egli dice sono spesso la proiezione della propria “ombra”, che bisogna interrogarre. La diffidenza ed il timore sono legittimi e non vanno repressi in nome di un moralistico obbligo di accoglienza, che non funziona. Se ne deve poter parlare tranquillamente, senza giudicare. Ma attraverso la Storia apprenderemo che la presenza dello straniero può essere una buona opportunità di rinnovamento e di nuove conoscenze. Perché questo sia possibile occorre incontrarsi, conoscersi, dialogare. Occorre rafforzare la propria identità ma non per difendersi ma per incontrare lo straniero nel rispetto e nell’arricchimento reciproco. Ci viene in mente anche Alexander Langer, grande ecologista scomparso anni fa, che diceva come culture diverse non devono mescolarsi per dare origine ad un sincretismo amorfo, ma ciascuna deve potere avere spazi propri in cui poter esplicitarsi liberamente e spazi comuni in cui incontrarsi. Ma ciò implica che ci siano persone che da una parte e dall’altra siano disponibili a svolgere un ruolo di mediazione. occorrono “Costruttori di ponti”.
VI ASPETTIAMO AL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO! Sabato 6 Aprile 2019 ore 18:30 contrada Tilibelli (casa di Giuseppe e M Rita Tel 329-4440024)
Parteciperanno all’incontro Papi e Jori, due giovani immigrati senegalesi.che ci racconteranno tutto quello che hanno dovuto affrontare per arrivare in Italia e, come in Febbraio Placida e Lorenzo, ci parleranno di come, da giovani, africani e musulmani, vivono questo tempo: le difficoltà, le attese, le speranze. Li accompagnerà Don Carlo D’Antona, parroco siracusano di frontiera, da tanti anni dedito all’accoglienza degli immigrati ed alla difesa dei loro diritti. Continueremo con una cena conviviale, a cui ciascuno può contribuire portando qualcosa di pronto da condividere. Chi fa parte della Rete Radié Resch o chiunque vuole, potrà fare la propria autotassazione per sostenere il progetto di solidarietà in Argentina a favore delle comunità indigene Piloga’ dicui la nostra rete locale é referente.

Resoconto della raccolta di Febbraio
Durante l’incontro di Febbraio abbiamo raccolto € 190,00, inviati al Tesoriere per il progetto Eduposan in favore della comunità indigena “Pilogà” di S. Martin (Prov. di Formosa). Il progetto riguarda un aiuto in termini di formazione dei capifamiglia per l’allevamento di animali e per i giovani indigeni nell’organizzazione di piccole fiere locali. Ad essi abbiamo aggiunto € 50,00 unendoci alla raccolta straordinaria della rete di Brescia, per le comunità Mapuche cilene, flagellate da devastanti incendi. Intere comunità sono finite in cenere e tanta gente non ha più di che mangiare per sé e per gli animali. Sono stati raccolti ed inviati circa 6.000 euro.

per il Gruppo locale
cari saluti
Maria Rita Vella

Cambia il capitalismo: il fatto che già nel 2011 Apple abbia superato in termini di capitalizzazione Exxon Mobil e che oggi le due persone più ricche del mondo siano Jeff Bezos, capo di Amazon, e Bill Gates, fondatore di Microsoft, sono fatti indicativi. Cambia la nostra vita, sia negli aspetti materiali (cosa e dove compriamo …) che in quelli più immateriali (cultura, informazione, comunicazioni interpersonali …). Cambia il modo di fare politica e la politica stessa: i governanti comunicano non più attraverso conferenze stampa o comunicati ufficiali, ma via Facebook o Twitter, e pretendono di guidare il paese bypassando la prassi istituzionale, fatta di principi, regole e atti formali. Ma cambia anche la comunicazione privata e interpersonale, rendendo più frettolosi e superficiali i rapporti, frammentando la società e rinchiudendoci in una dimensione più individuale. Incapaci di “ricucire le lacerazioni”, siamo consumatori di relazioni usa e getta, sempre più soli con le nostre paure ma con tanti sempre nuovi amici virtuali, amici che non abbiamo mai visto in faccia e negli occhi. Questo porta poi spesso a espressioni virali di violenza un tempo inaudite, violenza che non sempre rimane a livello verbale. Non si tratta di demonizzare le nuove tecnologie o di ignorarle: volenti o nolenti ne siamo tutti condizionati. Se vogliamo che il nostro operare a livello sociale, politico e di solidarietà sia efficace, serve una maggiore e più approfondita consapevolezza e conoscenza della realtà in cui operiamo. E’ sempre una questione di stile di vita. Si tratta innanzitutto di dedicare tempo alla comprensione della realtà, alla ricerca critica, ai rapporti interpersonali. Dobbiamo sforzarci, da un lato di capire i cambiamenti in atto a livello sociale ed economico, e dall’altro di imparare a conoscere e ad usare in modo critico i nuovi strumenti che le tecnologie digitali ci forniscono. Per questo il Coordinamento della Rete ha deciso di dedicare ai temi dell’informazione nell’era digitale il Seminario di quest’anno, cioè il momento formativo e di approfondimento che la Rete promuove negli anni in cui non c’è il Convegno nazionale. La scelta del Coordinamento è stata quella di dedicare due giornate (il 18 e il 19 maggio) a questi temi, chiamando relatori ed esperti che ci aiuteranno ad analizzare e a capire meglio i vari aspetti di questi fenomeni. Il Seminario vuole tenere conto delle differenze generazionali: per i più giovani (i cosiddetti “nativi digitali”) il focus sarà soprattutto su come rapportarsi in modo critico alla realtà digitale, per loro naturale ma spesso vissuta in modo acritico; per i meno giovani si tratterà di acquisire gli strumenti per usarla in modo efficace e consapevole. La sede del Seminario sarà il Centro Congressi Ca’ Vecchia di Sasso Marconi (Bologna). Informazioni più dettagliate saranno fornite in seguito. Intanto la Segreteria invita tutte le reti locali a organizzarsi per garantire una buona partecipazione.
La Segreteria: Maria Angela, Maria Cristina, Fulvio

Facendo click con il mause sulla parola “VIDEO” sottostante potete vedere il video dell’appello di Margot e Relmu (compagna e figlia di Josè Nain),
sulla situazione nella regione dell’Aracucania e delle Comunità mapuche di Galvarino e Nueva Imperial, dopo i devastanti incendi.

Repubblica Centrafricana: padre Siciliano (cappuccino), “dolore per la morte del confratello Toussaint Zoumaldé”

“Abbiamo vissuto alcuni mesi insieme nella diocesi di Bouar, nello stesso convento, era un giovane sacerdote. Era così buono, non capisco perché sia stato ucciso”. È la reazione di padre Marco Siciliano alla notizia della morte del confratello cappuccino padre Toussaint Zoumaldé, classe 1971, originario della Repubblica Centrafricana, ucciso nella notte con arma bianca. La notizia dell’uccisione è stata ufficialmente diffusa dal superiore della Provincia dei padri cappuccini in Camerun e Repubblica Centrafricana. Padre Siciliano è rientrato solo alcuni giorni fa dalla Repubblica Centrafricana e trascorrerà un periodo di riposo nella Provincia originaria dei Frati minori cappuccini di Calabria. “Ricordo quando ho conosciuto padre Toussaint. Andava spesso in Ciad, altro Paese della nostra Provincia, per raccogliere provviste per la nostra gente – dichiara padre Siciliano, attualmente a Cosenza -. Questa notizia mi rattrista molto, era un sacerdote molto socievole, amava stare tra la gente”. “Due mesi fa – racconta ancora padre Siciliano – abbiamo celebrato il funerale del suo genitore – ed era venuti fedeli dalle zone circostanti. Lo conoscevano in tanti anche perché era un ottimo musicista. Purtroppo nella Repubblica Centrafricana il pericolo è dietro l’angolo a causa della guerra tra governativi e ribelli”.

da SIR Servizio Informazione Religiosa (www.agensir.it)

Catte è al Centro di Accoglienza di Bangui, nella capitale, dove la situazione, nonostante il casino generale, parrebbe relativamente tranquilla.
Si sentono spari ma la vita tutto sommato sembra riuscire a scorrere.
Siccome non è sicuro muoversi gli incontri preventivati si svolgono al Centro di Accoglienza.
Ciò per rassicurare tutti.

Fine Dicembre.
L’associazione Repubblica Nomade ci contatta per condividere un pezzo del loro ultimo cammino dal titolo : “ Il crollo e l’unione ”. L’idea è quella di unire simbolicamente l’icona dell’incuria del nostro tempo – il Ponte Morandi a Genova – con l’emblema della chiusura e di una Europa al capolinea – la frontiera di Ventimiglia, raccogliendo contemporaneamente nel tragitto confronti e testimonianze dalle associazioni e dalle realtà operanti sul territorio.

Quel camminare insieme non è puro atto atletico e/o turistico ma elegge spostamento, invenzione ed avventura a strumento per abbattere le barriere e costruire un modello sociale più equo e solidale. Acquisendo così una finalità politica molto forte. Tra i loro significativi percorsi citiamo quello del 2011, organizzato in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed il cui cammino ha ricucito la penisola partendo da Milano – una delle metropoli più ricca d’Italia con Napoli -Scampia – una delle periferie più degradate. Questo gruppo di uomini e donne, diversi per età e provenienza, apre e stimola la relazione. Ognuno si può aggregare. Sia in senso fisico che metaforico. E le esperienze di ogni singolo, di ogni associazione diventano patrimonio comune, condiviso. Quell’ << interrogarsi camminando >> genera una reciproca immediata sintonia. Nel vento di Liguria, l’incedere dei passi è accompagnato dallo sventolio di una bandiera. Una bandiera che è simbolo di lotta, di resistenza ben conosciuta e sostenuta anche da noi. Quella del popolo Mapuche. Ci unisce alla Repubblica Nomade dinamicità, leggerezza, quella << ricerca scalza >>, quel non volersi istituzionalizzare per non spegnere lo spirito ma soprattutto la necessità di ascolto e di relazione.

Fine Gennaio.
Il seminario di Studi tenutosi a Roma all’Università Roma Tre ha definito Masina un << cattolico errante >> . Ettore ci ha consegnato come fondamentale la dimensione del cammino, del divenire …. La Rete ha raccolto valori, strumenti e modalità come una “anomalia resistente ” ( definizione dall’intervento al medesimo seminario di Ercole Ongaro ) Per garantirne la sopravvivenza, Ettore e Clotilde hanno avuto il personale coraggio e la profetica lungimiranza di << demasinizzare >> la Rete Radie Resch. Siccome le nostre energie e risorse stanno progressivamente riducendoci, forse noi dovremmo trovare l’ardire di saper rinunciare ad un po’ della nostra auto – referenzialità e decidere finalmente di disegnare in maniera sistematica percorsi comuni con altre realtà sintoniche ed affini. A cominciare dal nostro Convegno prossimo venturo ………………….
La Rete Locale di Celle – Varazze

“Gli uomini saggi sono sempre veritieri sia nella loro condotta, sia nei loro discorsi.
Non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono”.
Gotthold E. Lussing

Carissime/i, riprendiamo con la segnalazione di un articolo apparso su Avvenire dal titolo “Il mondo è ancora più disuguale”, che ci dà questa notizia: ”Da un recente studio in 13 paesi in via di sviluppo risulta che; Investimenti in istruzione e salute hanno determinato il 69% della riduzione totale delle disuguaglianze”. È una buona notizia che ci aiuta nel nostro impegno solidale con le scuole e le borse di studio in Haiti. La lettera di Jean e Martine, che segue, ci conferma la “notizia”. Con un altro articolo diamo notizia anche dei migranti haitiani nel lontano Cile che volontariamente ritornano in patria con un programma umanitario. Notizie: La “circolare nazionale” di questo mese è scritta dalla Rete di Celle-Varazze. Oltre la sintesi delle decisioni assunte dal coordinamento nazionale di fine gennaio a Roma, alleghiamo il verbale della “assemblea straordinaria dei soci” che rappresenta una novità formale del modo con cui la Rete si colloca nel panorama giuridico delle organizzazioni di solidarietà italiane.

SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO
Assemblea straordinaria dei soci: vedi allegato
I seminari regionali si trasformano in un Seminario unico nazionale, indicativamente a maggio 2019, sul tema “Nuove Tecnologie e Manipolazione del Consenso”, con coinvolgimento di un gruppo di giovani su un percorso parallelo e possibilità di laboratori misti membri della Rete – giovani.
a) Si dà mandato alla Segreteria di “bloccare” una possibile sede.
b) Si decide di creare una commissione per elaborare il progetto, composta da Marco Zamberlan (che potrebbe introdurre l’argomento al seminario) Fulvio Gardumi, Giorgio Gallo, Pier Pertino e la presenza di un giovane
Progetti in discussione
MST – Scuola Florestan Fernandez – Brasile – Rete di Roma. Il Coordinamento decide di:
a) versare il contributo 2018 con modalità concordate con Benedetta Malvolti;
b) Rinnovare il progetto alle stesse condizioni per due anni, con possibilità di estenderlo al terzo anno;
c) Concordare con il comitato italiano SEM TERRA futuri contatti e collaborazioni, con possibile proposta di un viaggio giovani.
Tavus – Armenia – Rete di Quarrata: si approva come progetto straordinario, il versamento €. 1.670 per un anno, per l’acquisto di un macchinario per la produzione di miele bianco (si tratta, in realtà, del terzo anno di un progetto già approvato).
Progetto Lualaba – scuole in Congo – Rete di Mogliano Veneto: si decide di tenere in sospeso il progetto, in attesa di maggiori informazioni.
Case Verdi – Gaza – Rete di Salerno: si decide di tenere ancora in sospeso il progetto, in attesa dell’esito del viaggio a Gaza, in fase di organizzazione per questa estate.

Lettera dalla direzione di FDDPA del 18.1.2019
Cara Tita, che piacere farti ancora una volta il bilancio delle nostre spese, per darlo ai nostri amici della Rete che non cessano ormai da una ventina d’anni di cooperare con la FDDPA. Senza questa solidarietà, la FDDPA non sarebbe mai dove si trova ora. Ancora una volta, con la mia voce esprimo la gratitudine a tutte e tutti della Rete e di altri gruppi amici che non si sono mai scoraggiati continuando a darci il loro supporto e la loro solidarietà per tutti questi anni. GRAZIE E’ anche il momento per noi della FDDPA di formularvi i nostri migliori auguri per questo nuovo anno, malgrado la disperazione, l’egoismo, il razzismo e la xenofobia che continuano a caratterizzare il nostro mondo… La situazione politica resta ancora caotica, infatti le condizioni di vita sono ancora peggiori e le classi dominanti fanno di tutto per conservare i loro privilegi e mantengono la popolazione nello Statu quo. Dopo aver dilapidato il Fondo del Petro Caribe, il governo ha suscitato l’indignazione di tutta la popolazione quando ha votato la risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la rielezione del presidente Maduro, questo stesso governo che si era felicitato con Maduro per la sua vittoria alle elezioni. L’amicizia tra Haiti e il Venezuela è storica e dura da 200 anni quando il presidente Pétion ha permesso a Bolivar, il liberatore dell’America latina di trovare armi et munizioni. Dunque, quest’anno si annuncia già nel segno della protesta e noi ci attendiamo agitazioni in tutto il paese. Le scuole funzionano tutte molto bene, e anche quest’anno abbiamo registrato l’aumento del numero degli alunni e io mi preparo a visitare Dofiné nei prossimi giorni. Abbiamo ottenuto la risposta per il progetto di mensa che Willot aveva richiesto per le scuole a una Missione Americana che si trova a Source Matlas, è stata accettata la richiesta per Fondol, si spera bene. Aspettiamo di vedere se funzionerà e poi, se tutto va bene, proveremo a fare domanda per le altre scuole. Per il progetto Gianna – come sapete – abbiamo fatto degli acquisti ed è iniziata la costruzione dell’aula che speriamo di terminare nel corso di quest’anno. Per lo spazio di Dofiné, uno degli ostacoli maggiori è la strada e il trasporto. Con la fine della stagione delle piogge, la FDDPA e altre Associazioni si sono unite per lavorare sulla strada. Questo ha richiesto parecchi giorni e siamo riusciti a trovare un trattore per facilitare il lavoro, ma con l’aumento del prezzo del carburante, la situazione è complicata, ma la strada è sistemata fino a Katien. Proveremo, prima che arrivi la stagione delle piogge, a trasportare i materiali che abbiamo già acquistato. Martine ha cominciato in Ottobre la scuola per analisti e spera di terminare in Agosto. Chrismene, non riesce ancora a trovare una scuola che l’accetti perché i suoi documenti scolastici non sono sufficienti. Ma speriamo di trovare una scuola che possa accettarla. Progetto di Radio di Willot: è un progetto che ho discusso con Willot dopo la visita che ho fatto con voi a Dajabon (con Toni, Duccio, Beppe, Tita, Cesco, Martine, Jean e Balansé), il modello e l’esperienza della Radio Comunitaria Marien che Padre Regino ci ha fatto visitare, mi aveva colpito molto. Mais, come hai potuto comprendere, la questione della fattibilità di un tale progetto è difficile; infatti per noi la realtà per installare una radio è molto complessa. Per quanto riguarda l’energia elettrica, non si può contare sull’elettricità pubblica, perché praticamente non esiste. Questo aumenta il costo di funzionamento, e aggravato ancora oggi per la crisi del carburante. Ci capita ora anche col denaro in mano di non poter nemmeno trovare nei distributori il carburante per alimentare la nostra camionetta. La situazione energetica è difficile. Dunque, la radio richiederebbe un’alimentazione con pannelli fotovoltaici, che costa ancora molto. Infine siamo coscienti che un progetto del genere costerebbe troppo, anche se l’esistenza di una stazione Radio costituirebbe uno strumento estremamente importante per lo sviluppo comunitario. A Verrettes c’è la stazione Radio di Balancé che accompagna i contadini, e noi vediamo e sappiamo già quanto è difficile fare funzionare questa radio. Tuttavia Willot cerca alcuni organismi che hanno l’abitudine di finanziare le radio comunitarie. Ma il problema con questi organismi, è che alcuni di loro possono rendere il funzionamento della radio dipendente, perché impongono a volte delle condizioni e la loro linea ideologica, è il caso per esempio di USAID che impone perfino la loro programmazione. Dunque è un buon progetto, ma che richiede molto per farlo decollare e funzionare.L’incontro con Anna è andato molto bene, infatti siamo andati insieme fino alla città di Belladeres sulla frontiera haitiana per vedere un’esperienza di toilette secca. Abbiamo preso tutte le informazioni relative a costi e funzionamento, ma il problema si pone con i “Boss”, perché bisogna farli venire da Belladeres per fare la costruzione. I nostri “boss”, che abbiamo a Cabaret non hanno ancora la competenza per questo tipo di costruzione. Ma sarebbe una buona esperienza se tuttavia potessimo cominciare a Dubuisson, facendo partecipare il nostro “Boss” nella costruzione per poter apprendere e comprendere la tecnica di costruzione. Dunque è stata una bellissima giornata, ricca e fruttuosa. Per quanto riguarda la partecipazione all’incontro nazionale sull’educazione popolare a Croix des Bouquets, abbiamo inviato 5 membri di diverse comunità che avevano partecipato ai seminari sulla Salute, per partecipare, e tutto è andato bene anche se Anna non ha avuto il tempo di animare l’incontro nazionale a causa dei problemi politici che avevano messo il paese in effervescenza. Spero di aver detto tutto e ti auguro buona lettura per il rapporto. Saluta tutti. Abbracci. Ciao, Ciao. Con molto amore, Jean e Martine, che vi portano nel cuore. Grazie.

DRAMMATICHE NOTIZIE DA HAITI: in questi ultimi giorni il Paese è attraversato da una protesta generale che sta paralizzando la vita quotidiana, in particolare della capitale, e che chiede le dimissioni del presidente Jovenal Moise. Si conta già una decina di morti e molti feriti. Di seguito alcune informazioni

“Salve Tita! Va tutto bene per voi? Sono appena arrivata a casa, ci sono barricate sulle strade dell’Artibonite, Jean ha rischiato di restare sulle montagne di Dofiné e di Katien dove si trovava da 3 giorni. Da 7 giorni il paese è in agitazione. Qui a Haiti non va per niente bene con il governo. Il paese è bloccato, non funziona niente, non si può circolare, il popolo reclama la partenza del governo da 7 giorni e di giorno in giorno è più determinato. Tutti sono bloccati nella loro casa. Ma qui a Dubuisson siamo al riparo da ogni pericolo. Martine.”

“Salve Tita,noi attraversiamo un momento molto difficile nel nostro paese, ci sono proteste dappertutto, è tutto il popolo che si rivolta per dire no al regime di Jovnel Moise simbolo della corruzione, che difende gli interessi dei ricchi a danno dei poveri. Noi da 9 giorni siamo chiusi a casa, perché tutto il paese è bloccato e la vita comincia a diventare ancora più difficile, i più vulnerabili sono diventati ancora più vulnerabili, i bambini, le donne incinte, gli anziani e le persone con mobilità ridotta. Infatti gli uffici, le banche e le case di transfert non funzionano più. Dunque, siamo preoccupati, perché in certi quartieri di Port au Prince, la popolazione è in preda al problema di mancanza di cibo e acqua. Io resto in contatto con le diverse realtà di FDDPA, ma ad ogni modo le rivendicazioni e le proteste restano in ambito urbano. Anche noi nella casa di Dadoue stiamo bene, resistiamo, con noi ci sono due amici che erano di passaggio a casa nostra e che non possono rientrare a Port au Prince. Ciao, ciao Jean che ti abbraccia”

Haiti: il presidente annuncia di non volersi dimettere, di Barbara Castelli
dal sito Vatican News
“Non lascerò il Paese nelle mani di gruppi armati e trafficanti di droga”. Con queste parole il presidente haitiano, Jovenel Moïse, ha palesato la sua intenzione a non dimettersi, all’indomani di violenti scontri a Port-au-Prince tra polizia e manifestanti. Dallo scorso 7 febbraio il Paese caraibico è stato travolto da animate proteste per chiedere la destituzione del capo di Stato. I gruppi di opposizione accusano il governo di corruzione e di aver sottratto denaro per la ricostruzione del Paese, devastato dopo il terremoto del 2010. Le manifestazioni di piazza hanno indotto il Dipartimento di stato americano a richiamare tutto il personale statunitense; mentre il Canada ha chiuso la sua ambasciata a tempo indeterminato.

Dichiarata l’emergenza economica nazionale
Jovenel Moïse ha ribadito che resterà in carica per l’intero mandato di cinque anni, limitandosi a chiedere alprimo ministro, Jean Henry Céant, di decretare l’emergenza economica nazionale. L’opposizione, in particolare, denuncia la scomparsa di quasi quattro miliardi di dollari legati al progetto Petrocaribe di vendita da parte del Venezuela di carburante a basso costo. Il meccanismo prevede che Caracas assicuri forniture di greggio pagate metà a prezzo corrente e l’altra metà in una ventina d’anni, a un tasso tra l’1 e il 2% a seconda degli accordi. Con i soldi risparmiati, i singoli governi possono fare gli investimenti interni di cui hanno bisogno. I problemi di ordine pubblico, intanto, sono ulteriormente aggravati dalla fuga di 78 detenuti della prigione di Aquin, nel sud di Haiti.

Haiti-Cile : 175 migranti haitiani tornano all’ovile
P-au-P, 17 dic. 2018 [AlterPresse]
Un gruppo di 175 haitiani registrati nel programma “Piano di ritorno umanitario”, del governo cileno è rientrato a Port-au-Prince, il 17 dicembre 2018. Il governo cileno, che aveva istituito un programma di ritorno volontario per i migranti in ottobre 2018, ha appena attuato un terzo imbarco di immigrati haitiani dopo aver ricondotto due gruppi di cittadini stranieri lo scorso novembre. I passeggeri che sono stati convocati al dipartimento per l’Immigrazione A Santiago, sono stati imbarcati sullo stesso aereo militare che aveva fatto i due primi viaggi. Secondo il sotto-segretario del ministero dell’interno cileno, Rodrigo Ubilla, la lista degli Haitiani registrati nel programma è ancora molto lunga. Su 2000 persone registrate, ne restano circa 1500 da ricondurre a Haiti. «Ci sono molti cittadini haitiani che vivono in Cile che non si sono ambientati. Anche se molti di loro hanno ottenuto il visto di residenza temporanea, hanno preferito di tornare volontariamente nel loro paese», dichiara questo responsabile cileno alla stampa. Secondo i dati del governo, il Cile conta attualmente circa 1.090.000 immigrati, i più numerosi sono i Venezuelani, i Peruviani, gli Haitiani e i Colombiani. In base alle modalità e alle condizioni di questo programma, coloro che sono stati ricondotti in patria non dovranno ritornare in Cile nei prossimi 9 anni. Questo programma non riguarda esclusivamente gli immigrati haitiani. In questo piano di ritorno volontario, il governo cileno conta 48 cittadini della Colombia, 10 del Venezuela, 8 dell’Ecuador, 9 della Repubblica dominicana, 5 di Cuba e 1 del Peru.

Carissima, carissimo, ecco la nostra consueta lettera, questa volta approfitto di due interessantissime riflessioni inviatemi in questi giorni dall’amico scrittore Erri De Luca e da una giovane emiliana, Giorgia Ansaloni per farle nostre e riflettere insieme su due temi importantissimi: i diritti e l’economia e i migranti. Inizia Erri, a seguire Giorgia. Un caro saluto, Antonio

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Erri. Negli anni delle rivolte politiche ho conosciuto il pubblico coraggio di una gioventù intransigente. Era possibile a conseguenze anche gravi perché c’era un legame di lealtà e di solidarietà che aumentava il valore di ognuno. Per contro non so immaginare il coraggio personale di chi svolge in solitudine un suo compito rischioso. Penso a Giulio Regeni, sequestrato, torturato e ucciso tre anni fa in Egitto. Sapeva di essere seguito, spiato, intercettato dai reparti della sicurezza di Stato, mentre svolgeva le sue ricerche di studioso per conto di una università inglese che qui non merita di essere nominata. Abitava una città metà trappola e metà labirinto. Leggendo le avventure di Teseo nella mitologia Greca non mi sono immaginato un suo particolare coraggio nell’imboccare l’ingresso del Labirinto di Creta. Era un vendicatore della sua gioventù immolata al Minotauro, era armato e conosceva il terreno, grazie al filo dipanato all’ingresso, dono di Arianna. Per Giulio Regeni devo immaginare invece la dote di un coraggio personale inflessibile, ribadito come una disciplina. Non arrivo però a immaginare quello dei giorni di sequestro e di macelleria sommaria del suo corpo. Perciò mi viene di accostarlo alla figura di Pasolini, entrambi intellettuali che volevano conoscere sul campo le condizioni di vita e i temi che li interessavano. Entrambi sono stati assassinati in infami agguati dei quali si continua a chiedere conto. Nessun governo ha operato allora e adesso per forzare ostacoli alla verità. Se Giulio Regeni fosse stato tedesco, francese, inglese, l’Europa avrebbe reagito in coro. Invece la diplomazia italiana ha toccato il punto più basso di servilismo e inefficienza. Ognuno può scegliere tra incapacità e omertà. Oggi a Il Cairo c’è imperturbabile un ambasciatore italiano che continua il suo ruolo di procacciatore di affari. Un governo ha per compito la tutela dei propri cittadini in Italia e all’estero. Se antepone a questo dovere quello di agevolare traffici, si comporta con le stesse priorità della Mafia, che subordina perfino le vite dei propri familiari all’arricchimento. Lo Stato che abdica alla ricerca della verità per un suo cittadino assassinato da servizi di uno Stato dichiarato amico e sicuro, si degrada a trafficante. L’Egitto non è uno Stato sicuro e questo dev’essere ben scritto nell’informativa del Ministero degli Esteri a beneficio dei cittadini italiani che intendono recarvisi. L’ambasciatore italiano dev’essere richiamato in patria, finché non sarà crepato il muro di omertà del governo egiziano intorno ai responsabili. In occasione della fiaccolata e dell’assemblea convocata a Fiumicello da Claudio, Paola e Irene Regeni ho espresso la mia gratitudine. Non si sono chiusi nel loro dolore impenetrabile, non hanno contrapposto il loro silenzio privato a quello pubblico di governi che antepongono i commerci al sacrosanto diritto di giustizia. La famiglia Regeni è perciò esempio di valore civile e chiama a raccolta le energie migliori della nostra sfilacciata comunità. È compatto, spesso, il silenzio dei governi sugli assassini di Stato del nostro cittadino Giulio Regeni. Ma sono più robuste di quel silenzio le nostre nocche che battono a quel muro e non temono di spellarsi, e le nostre voci di sgolarsi per scippare verità e giustizia dovute a Giulio Regeni, alla sua famiglia e a noi.”

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Mi chiamo Giorgia, ho 19 anni, abito a Nonantola, un paese in provincia di Modena. Ero alla fine della terza superiore quando ho iniziato a fare servizio, attraverso gli scout, alla scuola di italiano per stranieri “Frisoun”. Mi sono subito affezionata a questo ambiente sempre accogliente e “colorato”, non solo per le diverse sfumature della pelle, ma anche per la moltitudine dei sorrisi e delle storie di vita che ogni lezione regala. Ho iniziato quando gli studenti a scuola erano solo gli stranieri residenti a Nonantola da tempo che non si erano ancora integrati del tutto o da poco arrivati legalmente in Italia per ricongiungersi con i parenti, per cercare un lavoro. Il 26 aprile 2017 era prevista una delle riunioni di programmazione delle lezioni successive, ma la sera stessa mi arrivò un SMS: quella sera avremmo conosciuto “i nuovi profughi”, una decina, che sarebbero stati ospitati a Nonantola. All’epoca conoscevo le storie dei migranti solo per le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, perché i telegiornali non facevano altro che parlare di quello da diverso tempo, ma incontrarli di persona quella sera ha avuto un effetto ben diverso. Erano in cerchio, in silenzio, in attesa – l’ennesima del loro lungo viaggio – prima di essere trasferiti in un nuovo edificio, non si conoscevano tutti tra di loro e soprattutto avevano gli sguardi che parlavano da soli: c’era chi scambiava qualche mormorio col vicino, chi aveva la faccia assonnata, chi si guardava intorno incuriosito. Questo è stato il primo incontro con loro e due cose mi hanno subito colpito: la loro completa fiducia in chi li stava accogliendo (erano in balìa di decisioni prese da altri) e il fatto che fossero tutti giovani – avevano giusto qualche anno in più di me se non addirittura la stessa età – e io sarei diventata una loro maestra. Ora a Nonantola sono accolti circa una sessantina di richiedenti asilo e un buon numero di questi frequenta la scuola di italiano insieme agli altri studenti di vecchia data. Inizialmente facevo fatica a parlare con loro, a confrontarmi con il loro passato doloroso. Mi facevano vedere le foto della loro famiglia lontana, mi raccontavano del fratello o della sorella che avrebbero voluto rivedere, della casa che era andata distrutta durante un’alluvione, della Libia, del lungo viaggio, e tuttora a volte sento di non avere le parole giuste per confortarli, impotente di fronte alla loro sofferenza. Una volta andai a cena a casa di un gruppo di ragazzi (Mohammed, Ablaye, Mansoor, Adama) e rimasi scandalizzata quando, dopo aver posto al centro del tavolo un unico grande piatto di cous cous, iniziarono a mangiare da quello con le mani, senza le posate. Abituata ad un mondo in cui si mantengono sempre le distanze, subito rimasi perplessa, ma questa tradizione africana ti dimostra che per essere accoglienti non basta fornire i mezzi per vivere, offrire una casa e del cibo, che ovviamente sono fondamentali, ma è necessario mettersi intorno allo stesso tavolo, in un rapporto di parità, sentirsi fratelli e condividere ciò che si ha con molta semplicità. A scuola io provo ad insegnare le lettere e la grammatica italiana, i ragazzi migranti mi insegnano invece l’importanza delle relazioni, la bellezza di un “grazie” sentito col cuore, la ricchezza di tante prospettive, la pazienza, ad avere speranza nel futuro, perché, come mi ha detto Bacari l’altro giorno: “un bambino quando nasce non corre subito”. Ora quando cammino per Nonantola e mi capita di incontrare uno di loro sono tranquilla, mi fa piacere scambiare due chiacchiere con lui, gli ricordo di essere puntuale a scuola e se sono insieme ad altri amici lo presento anche a loro: se tutti noi aprissimo il nostro cuore scopriremmo che i migranti non sono qualcosa di cui avere paura, ma sono un dono di Dio nella nostra vita. Questa è stata la mia esperienza ed auguro a tutti di accogliere l’invito di papa Francesco, che è l’invito di Gesù, e di scoprire così che nei migranti Dio ci dona dei fratelli che arricchiscono la nostra vita e quello di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna che una volta mi ha detto “la vita è tenersi per mano”.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Venerdì 25 gennaio si è svolto all’Università Roma Tre un seminario di studi dal titolo “Ettore Masina (1928-2017), un cattolico ‘errante’”.

Alla giornata di studi ha portato il saluto della Rete Radiè Resch il nuovo portavoce nazionale, Fulvio Gardumi, il quale ha sottolineato che la Rete è molto interessata all’avvio di un percorso di approfondimento della figura e dell’opera del suo fondatore.

In occasione del seminario è stata anche annunciata l’istituzione, presso la Fondazione Basso, di un Fondo archivistico dedicato a Masina e alla Rete. Al Seminario era presente anche la famiglia Masina, con Clotilde Buraggi, i tre figli e i nipoti.

I lavori sono stati aperti da Matteo Mennini, Storico del Cristianesimo all’Università Roma Tre, autore di uno studio su Ettore Masina. Mennini ha illustrato le fonti e alcune ipotesi per una ricerca biografica più completa.

L’attività di Masina come giornalista, scrittore, politico e animatore di iniziative di solidarietà internazionale, è stata analizzata da alcune relazioni, a cominciare da quella di Giorgio Del Zanna dell’Università del Sacro Cuore di Milano, che ha tracciato un quadro del mondo cattolico milanese nel secondo dopoguerra. In particolare ha ricordato l’amicizia di Masina con l’allora arcivescovo di Milano card. Montini, poi diventato Papa Paolo VI.

La fondazione e la storia della Rete Radié Resch, definita una “anomalia resistente”, è stata al centro della relazione di Ercole Ongaro, dell’Istituto Lodigiano per la storia dell’età contemporanea. Ongaro è lo storico della Rete, alla quale ha già dedicato tre pubblicazioni: una nel 1994 in occasione del 30° di fondazione, una nel 2004 per il 40° e una nel 2014 per il 50°.

L’attività giornalistica di Ettore Masina, prima al “Giorno” come inviato speciale e informatore religioso, poi alla Rai, come conduttore del TG2 e di programmi di approfondimento, è stata analizzata da Federico Ruozzi dell’Università di Modena-Reggio Emilia nella sua relazione “Mass media e cattolici in Italia tra Vaticano II e anni Ottanta”.

Il particolare clima sociale ed ecclesiale che si era venuto a creare con il Concilio e che è proseguito con la stagione del Dopoconcilio è stato il tema dell’intervento di Giovanni Turbanti, della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.

Infine l’impegno di Masina per i popoli oppressi dell’America Latina attraverso il Tribunale Russell II è stato analizzato da Giancarlo Monina dell’Università Roma Tre e rappresentante della Fondazione Basso.

Era prevista anche una relazione sull’attività parlamentare di Masina, svolta dal 1983 al 1992 nella Sinistra Indipendente: avrebbe dovuto tenerla Giancarla Codrignani, anche lei più volte parlamentare e “collega” di Masina nella Commissione Esteri, ma per motivi di salute non ha potuto essere presente ed ha quindi inviato un testo da allegare agli atti.

Nel dibattito è intervenuto anche Raniero La Valle, anche lui giornalista cattolico e parlamentare della Sinistra Indipendente. Per La Valle, Masina era un grande giornalista “non solo perché raccontava le cose, ma perché raccontava sé stesso, mettendo in gioco sé stesso e la sua vita”. La Valle ha sottolineato il momento storico straordinario del Concilio, quando la Chiesa era “diventata notizia”. Fino a quel momento ciò che veniva discusso all’interno della Chiesa era rigorosamente segreto. L’arrivo a Roma di cardinali da tutto il mondo, con le loro istanze e richieste, di teologi d’avanguardia, portatori di nuove visioni come la teologia della liberazione o la “Chiesa dei Poveri”, la messa in discussione di dogmi ritenuti immutabili per secoli, sono tutti aspetti di un fenomeno nuovo, che il giornalismo di quegli anni ha colto al balzo per trasformare le vecchie cronache stantie, filtrate dai salotti vaticani, in notizie vive e attraenti per il grande pubblico. Quella interpretata da Masina in quel periodo “non era solo storia ecclesiale ma una nuova dinamica sociale della modernità”.

Clotilde Buraggi è intervenuta nel dibattito per ricordare la sua vita con Ettore Masina, un uomo che l’ha fatta aprire agli altri, ad altri mondi, e le ha fatto capire l’uguaglianza e la dignità di tutti gli uomini. Così, ha detto, abbiamo dato vita alla Rete Radié Resch, su suggerimento del prete operaio francese ed amico Paul Gauthier.

Al seminario erano presenti anche i figli e i nipoti di Ettore. Uno dei tre figli, Pietro, ha portato all’inizio dei lavori il saluto della famiglia Masina ed è intervenuto poi anche nel dibattito, ricordando, tra l’altro, come la scelta di Ettore di farsi da parte per “demasinizzare” la Rete, cioè per evitare che la Rete si identificasse con una persona, sia stata una scelta molto lungimirante, anche se sofferta. Pietro ha commentato che quella scelta si è dimostrata vincente, come dimostra la vitalità della Rete nei decenni successivi al “ritiro” del fondatore, con il passaggio da una guida centralizzata a una gestione partecipata.

Le conclusioni del seminario sono state affidate a Roberto Rusconi, dell’Università Roma Tre. “Ettore era un cristiano che faceva l’esame di coscienza davanti alla carta geografica”, ha detto Rusconi citando una definizione di Padre Ernesto Balducci. E l’apertura al mondo è stato uno dei caratteri più innovativi del giornalismo di Masina e del suo impegno internazionale. Un impegno e una visione da cui è nata la Rete Radié Resch, che ancora oggi è viva e attiva e cerca di attualizzare le intuizioni del suo fondatore.

Saluto del portavoce nazionale della Rete, Fulvio Gardumi

Porto a questo seminario di studi “Ettore Masina, un cattolico ‘errante’” il saluto della Rete Radié Resch, l’associazione di solidarietà internazionale che Ettore Masina fondò nel 1964 – 55 anni fa – e che rappresenta sicuramente una delle più solide concretizzazioni del pensiero e dell’azione di Masina. Una realtà che gli è sopravvissuta, che è tuttora viva e presente in una quarantina di città italiane, che ha contatti e relazioni con molte comunità e movimenti popolari nel Sud del Mondo e che cerca continuamente di attualizzare le intuizioni del fondatore.

La nascita della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, di cui parlerà nel corso del Seminario il prof. Ercole Ongaro, si inserisce in quel filone del dibattito conciliare che non è riuscito a concretizzarsi in un documento ufficiale, ma che ha influenzato profondamente la storia contemporanea: questo filone è conosciuto come “Chiesa dei poveri”.

La Rete Radié Resch è stata fin dall’inizio particolarmente interessata all’avvio di un percorso di studio e di approfondimento della figura e dell’opera di Ettore Masina, nella sua multiforme attività di giornalista, scrittore, politico e fondatore/animatore di iniziative di solidarietà internazionale: tutti aspetti di una personalità che nel titolo di questo seminario di studi viene presentata, come quella di un “cattolico errante” (riprendendo il titolo di un libro dello stesso Masina del 1997). La sua storia si intreccia con quella del Concilio e del Dopoconcilio, con la storia politica e sociale dell’Italia del Dopoguerra e, più in generale, con la Storia della seconda metà del Novecento.

La fondazione della Rete, di cui Masina è stato per decenni l’anima, è una testimonianza viva della lungimiranza del suo pensiero e della sua azione. Tanto più in tempi come quelli attuali, in cui i concetti stessi di solidarietà e di opzione preferenziale per i poveri della Terra, così centrali in Masina, sono messi pesantemente in discussione e addirittura additati come reati. Proprio l’anno scorso la Rete Radié Resch ha titolato il suo 27/o convegno nazionale “La solidarietà non è reato”, sottotitolo “ReSIstiamo umani”. Un titolo e un sottotitolo che si possono leggere come una sintesi del pensiero e della prassi di Ettore Masina e dell’eredità che lui ha lasciato alla Rete, la quale ancora oggi cerca di declinare concretamente e di adeguare al mutato contesto storico e politico i valori di solidarietà, umanità, resistenza, coscientizzazione, formazione, informazione e controinformazione. In altre parole, come recita il titolo dell’intervento di Ercole Ongaro previsto nella mattinata di oggi, la Rete fondata da Ettore Masina cerca anche oggi di vivere come una “anomalia resistente”.

A nome della Rete Radié Resch ringrazio quindi l’Università Roma Tre, in particolare il Dipartimento di Studi Umanistici, e la Fondazione Basso, che assieme alla Rete ha collaborato con questa Università alla promozione del Seminario odierno. La Fondazione Basso sta organizzando l’istituzione di un Fondo archivistico della Rete Radié Resch che confluirà nel Fondo archivistico Ettore Masina, con la donazione dei documenti di cui è stato ricercatore e collettore il prof. Ercole Ongaro – storico della Rete – accanto a quelle già raccolte dal dott. Matteo Mennini attraverso la famiglia Masina e altre persone che hanno interagito negli anni con Ettore Masina.

A tutte queste persone ed istituzioni va quindi il ringraziamento della Rete, con l’auspicio che il percorso per una ricerca biografica su Ettore Masina si sviluppi positivamente e contribuisca a mettere a fuoco un periodo storico e una temperie culturale e politica di cui Masina è stato un protagonista di primo piano.

La Rete “Radié Resch”: un’anomalia resistente di Ercole Ongaro

Lo storico francese Marc Bloch ha osservato che “un fenomeno storico non è mai compiutamente spiegato se si prescinde dallo studio del tempo in cui avviene”1. Tuttavia nessun evento e nessuna associazione sono figli unicamente del proprio tempo: ci vuole sempre qualcuno che sappia leggere i “segni del proprio tempo”, rispondere a una chiamata, decidere di dedicarsi a far nascere il nuovo, portare alla luce il non-ancora. Anche la Rete RR ne è una dimostrazione2: per capire la sua nascita e il suo sviluppo non si può prescindere dal tempo in cui avvenne a Roma l’incontro tra Ettore Masina3, giornalista del quotidiano “Il Giorno”, e padre Paul Gauthier4, prete operaio a Nazareth e in quel momento perito del Concilio Ecumenico Vaticano II5.

Era il tempo del Concilio, di Giovanni XXIII che voleva una Chiesa che si facesse conoscere “come la Chiesa di tutti, e particolarmente dei poveri”, che sollecitava i credenti a “considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui”6; era il tempo dell’apertura del dialogo tra Chiesa e mondo, tra cristiani e marxisti, tra cattolici e cristiani di altre confessioni religiose; era il tempo della Pacem in terrris, la prima enciclica rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, che invitava a saper leggere i “segni dei tempi” e dichiarava “irrazionale” la guerra; era il tempo delle lotte del movimento nonviolento di Martin Luther King per i diritti dei neri, del processo di decolonizzazione e di indipendenza dei popoli africani ancora sotto il giogo coloniale; era il tempo di una domanda sempre più forte di giustizia in masse di lavoratori e di poveri ai margini della storia.

L’incontro tra Masina e Gauthier avvenne il 4 dicembre 1963: si stava chiudendo la seconda sessione dell’assemblea ecumenica e veniva annunciato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa. A quell’incontro, avvenuto nella sala stampa vaticana, sarebbe seguito il decisivo incontro a Nazareth il 31 dicembre prima in un cantiere edile poi nella baracca di Paul: Gauthier e Masina, uno di fronte all’altro, capaci di scrutarsi nell’intimo, di condividere le proprie inquietudini, di immaginare un cammino comune per rispondere alla domanda di giustizia dei poveri.

Il rapporto tra Gauthier e Masina era un rapporto asimmetrico: per la differenza di età, per la storia che avevano alle spalle, per il ruolo che stavano svolgendo. Paul, dotato di una personalità carismatica, esercitava un forte fascino su chi lo avvicinava o lo ascoltava: da docente di teologia nel seminario di Digione a prete operaio a Nazareth, dove attorno a lui si era raccolto un gruppetto di uomini e donne – compagnons e compagnes – assetati di radicalità nell’attuare il Vangelo nella propria vita; come perito conciliare Paul stava svolgendo un imprevisto ruolo di coordinatore di un gruppo di vescovi che si erano autoconvocati fin dalle prime settimane del Concilio in risposta a un suo dossier, “Gesù, la Chiesa e i poveri”, da lui distribuito a decine di vescovi, che poneva l’urgenza che la Chiesa abbandonasse ogni segno di ricchezza per poter incontrare i lavoratori e i poveri7.

Ettore, più giovane di 14 anni, sposato con Clotilde e padre di due figli (poi divenuti tre), era un cattolico alla ricerca di un impegno coerente con la propria fede: la sua professione di “inviato speciale” di un grande quotidiano l’aveva messo sovente a contatto con l’umanità sofferente delle periferie urbane, umiliata da condizioni di vita e di lavoro precarie. Ma fu l’impatto con la sofferenza delle masse povere della Palestina a travolgere gli argini del suo stile di vita borghese: l’aver visto a Nazareth e Betlemme famiglie che vivevano in grotte, al freddo, come ai tempi di Cristo.

Ettore e sua moglie Clotilde decisero di accogliere l’invito di Gauthier a costituire una “rete di amici” che si autotassassero ogni mese per dare concretezza alla “condivisione con i fratelli bisognosi e lontani”8. Gli aiuti inviati a Nazareth sarebbero serviti a fornire prestiti per la costruzione di case per i lavoratori. Vi erano già due gruppi che da alcuni anni convogliavano somme di denaro a sostegno dell’attività di Gauthier e dei suoi compagnons: uno costituito da un parroco in Belgio, laltro costituito da un giornalista in Francia. Ma solo quello che stava sorgendo in Italia ad opera di Ettore e Clotilde Masina fu denominato “Rete”, che traduceva il termine francese “reseau”, utilizzato per indicare i gruppi di sostegno ai resistenti in lotta contro il nazismo. Un nome originale, anomalo in quegli anni, che sarebbe divenuto usatissimo soltanto alcuni decenni dopo.

I due gruppi di sostegno in Belgio e Francia si esaurirono presto, mentre si andava propagando la Rete italiana, intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una grotta mentre la sua famiglia era in attesa di abitare una casa – Masina, per costituire la Rete, aveva indirizzato un appello a tanti suoi amici: a Milano dove abitava con la famiglia, a Varese dove aveva vissuto l’adolescenza e la giovinezza, a Roma dove soggiornava per seguire lo svolgersi del Concilio e in altre città e paesi. Tra i destinatari dell’appello non c’erano soltanto persone con una fede religiosa, ma anche atei o agnostici, perché la sensibilità di rispondere alla domanda di giustizia dei poveri non ha connotazione religiosa. La Rete Radié Resch è stata quindi fin dalle origini composta da credenti e non credenti, uniti dalla consapevolezza che bisognava cessare ogni approccio assistenziale verso i poveri, interrogarsi sulle cause della povertà, sostenere il povero nella sua lotta per uscire dal degrado e dall’emarginazione.

Per unire e aggiornare i gruppi locali e i singoli aderenti senza gruppo, Masina prese a scrivere una lettera circolare con cadenza quasi mensile: un impegno che onorò per trent’anni, facendone uno strumento di educazione politica, di controinformazione, di lettura critica e profetica della realtà. E nell’ottobre 1965 invitò gli aderenti o simpatizzanti cui veniva indirizzata la circolare ad un convegno a Roma: fu il primo convegno nazionale della Rete Radié Resch, che avrebbe in seguito, dal 1976, preso una cadenza biennale. La relazione di Masina in apertura del convegno definì le prime caratteristiche della Rete: presenza di credenti e non credenti; adesione in base a una presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e alla volontà di avviare un cambiamento partendo dalle proprie scelte di vita; condivisione del proprio denaro con i poveri non saltuaria ma costante. L’intervento di Gauthier al convegno illuminò una questione decisiva:

Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. (…) Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri”9.

Un’eco di queste espressioni usate da Gauthier sarebbe risuonata qualche settimana dopo nel testo noto come “Il Patto delle catacombe”, dove una quarantina di vescovi si impegnava a “rinunciare per sempre all’apparenza e alla sostanza della ricchezza” e a chiedere agli organismi internazionali “l’adozione di strutture economiche e culturali che, anziché fabbricare nuove nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco, permettano alle masse povere di uscire dalla miseria”10.

Invece la doppia categoria del “là” e del “qui” coniata da Gauthier, il considerare sia i Paesi ricchi che i Paesi sottosviluppati come realtà interconnesse, entrambe bisognose di cambiamento, è stata un’acquisizione che ha orientato tutta la vita della Rete.

Masina sul finire dell’estate 1968, rileggendo il proprio itinerario spirituale e quello della Rete, non soltanto ribadiva che “un primo elementare impegno [era] quello di dividere i propri beni (non soltanto economici, ma anche culturali o di tempo) con i poveri”, ma anche che tra i poveri andavano privilegiati “quelli che non hanno alle spalle nessuna organizzazione sociale e, ancora, fra essi, quelli che prendono coscienza di una civiltà che li opprime e tentano di opporvisi”; e ciò implicava, da parte di noi occidentali che godevamo i frutti di quello sfruttamento, “una serie di coerenti rifiuti, di contestazioni del sistema, espresse nel colloquio con gli altri uomini e in atti concreti”11. Una tale consapevolezza si rivelava selettiva – faceva perdere aderenti alla Rete – ma era irrinunciabile. Accusata di essere una impostazione politica, e quindi guardata con sospetto, essa era la sola che, in un mondo diviso tra Est e Ovest in base a ideologie contrapposte, riusciva a far cogliere che la divisione più radicale era quella tra ricchi e poveri, tra oppressori e oppressi12.

La novità dei discorsi che circolavano nella Rete, riguardo il fenomeno della povertà e delle sue cause, risalta dal confronto con il dibattito interno a “Mani tese”, nata lo stesso anno della Rete, dove nel congresso del 1969 prevalse la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza dellarretratezza delle culture locali invece che delle politiche del colonialismo.

La Rete nel frattempo, al seguito dei compagnons di Gauthier, era approdata in America Latina, dove aveva iniziato operazioni di solidarietà con gruppi di operai e di contadini in Brasile e con chi sosteneva i prigionieri politici nei Paesi oppressi da dittature militari. In Medio Oriente e in America Latina il filo diretto era con gli oppressi che non desistevano nella lotta per la propria liberazione: i loro messaggi, ripresi e commentati nelle circolari di Masina, costituivano una inedita controinformazione, che ha inciso nella educazione politica degli aderenti e li ha mobilitati nelle campagne condotte in Italia in appoggio alla resistenza latinoamericana: l’esempio più evidente fu l’appoggio economico e organizzativo dato dalla Rete al Tribunale Russel II contro la repressione del regime militare brasiliano, promosso da Lelio Basso e Linda Bimbi13.

Masina seppe valorizzare la ricchezza di umanità, di dignità, di lotta, di coscienza politica che derivava dalla relazione con i prigionieri politici, con i gruppi di lotta operaia e contadina – tra questi il Movimento dei Sem Terra – e con le comunità ecclesiali di base dei Paesi latinoamericani. Minoranze che operavano non semplicemente per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per un radicale cambiamento del sistema di oppressione, ossia per la liberazione dallo sfruttamento.

Dopo 15 anni di vita della Rete, Masina riuscì a far partire un processo di condivisione delle decisioni interne all’associazione attraverso la struttura di un Coordinamento nazionale, cui partecipavano i rappresentanti delle reti locali. E dal 1982 cominciò a essere pubblicato il Notiziario della RRR, su iniziativa ed a cura della rete di Quarrata, in anni recenti trasformato in rivista trimestrale con il titolo “In dialogo”14. Oltre a condividere le notizie delle reti locali, il “Notiziario” è stato uno strumento di approfondimento e di interpretazione delle trasformazioni nei Paesi del Sud del mondo.

I convegni nazionali della Rete, con cadenza biennale, sono stati soprattutto un momento di ascolto delle testimonianze del Sud e delle analisi di esponenti della Teologia della Liberazione e di scrittori organici ai movimenti di lotta e di coscientizzazione (Leonardo e Waldemar Boff, Marcelo Barros, dom Tomás Balduino, Rigoberta Menchú, Arturo Paoli e tanti altri). La ricchezza delle esperienze dei testimoni si è intrecciata con la periodica riflessione sul tema della solidarietà, che costituisce la ragion d’essere della Rete. Su questo tema la lucidità di analisi di Linda Bimbi, “cuore pensante” della Fondazione “Basso”, ha costituito un apporto prezioso fin dal 1984. La sua lettura dell’esperienza della Rete ha rimarcato l’originalità della Rete nel panorama associativo della solidarietà. La solidarietà attuata dalla Rete si connotava, per la Bimbi, come “pratica tesa a favorire una progressiva presa di coscienza”, “un’operazione pedagogica di rieducazione permanente”, un cammino accanto ai nuovi soggetti di liberazione (contadini senza terra in lotta, minoranze sindacali, comunità ecclesiali di base, donne autorganizzate delle favelas)15.

Per conservare questa originalità Masina ha sempre contrastato l’ipotesi che la Rete si trasformasse in “organizzazione non governativa”: avrebbe significato cancellare la sua identità. Dare continuità alla Rete non doveva comportare dotarla di una sede, di personale e di strutture, di un fundraiser, bensì accrescere la capacità di coinvolgimento da persona a persona, di condivisione di responsabilità.

Nel 1992 Masina annunciò che, al compimento dei 30 anni della Rete (nel 1994), si sarebbe ritirato, perché la sua presenza non avrebbe consentito “la libera crescita, espansione e manifestazione dei carismi altrui”16. Il Coordinamento nazionale venne così assumendo un ruolo più forte di elaborazione e di indirizzo e al suo interno si costituì una segreteria operativa di tre persone.

La scelta di Masina, fortemente sostenuta da Clotilde, fu una scelta di coraggio e lungimiranza, che è stata compresa nella Rete soltanto anni dopo. La comprese invece subito Linda Bimbi, che esortò la Rete – nel momento del ritiro di Masina – a non cadere nella tentazione di istituzionalizzarsi, a mantenersi allo stadio di movimento, camminando con gli altri nell’ascolto dei più deboli:

Quando gli ispiratori scompaiono o si allontanano, è l’ora della fraternità contro la tentazione di istituzionalizzarsi. (…) L’istituzione (che pure ha i suoi ruoli) in definitiva spegne lo spirito. (…) La vostra grande fortuna durante questi decenni è stata di aver mantenuto sguardo e mani fuori dall’Europa, tra i popoli oppressi ma pieni di speranza. Avete attinto linfa vitale nei campi palestinesi, nelle prigioni brasiliane, nell’utopia sandinista. L’avete attinta anche, misticamente, dall’amicizia con i sofferenti di casa vostra. Questo convivere con l’alterità vi ha salvato dall’essere assimilati alla cultura dei vincitori, maturare nella coscienza e nella speranza”17.

La conduzione collegiale ha favorito la responsabilizzazione delle reti locali e ha operato con metodo partecipativo diretto: le decisioni sono prese con il metodo del consenso dal Coordinamento. Tutto questo è avvenuto in un tempo in cui la democrazia è spesso un rito formale.

La Rete ha vissuto la cesura dell’abbandono di Masina, del passaggio da una conduzione personale a una collegiale, conservando la sua specificità:

-è tuttora un gruppo senza strutture burocratiche, senza una sede, senza personale, con una organizzazione leggera su base volontaria;

-sceglie di praticare la solidarietà, attraverso un’autotassazione intesa come “restituzione” ai poveri, in sostegno a comunità o gruppi del Sud del mondo che lottano per un cambiamento dal basso delle comunità cui appartengono;

-sceglie di legarsi a gruppi di base, a gruppi di poveri di cui nessuno si occupa, accogliendo i loro “progetti” e cercando di costruire (tra loro e la rete locale referente) un rapporto di reciproca conoscenza;

-ritiene prioritaria una presa di coscienza personale dei meccanismi di ingiustizia che dominano i rapporti tra Nord e Sud del mondo e incoraggia a praticare stili di vita alternativi alla logica del profitto, della competitività, del consumismo;

-si propone all’esterno con iniziative (dibattiti, incontri con testimoni…) di controinformazione, ma la sua diffusione è soprattutto affidata al rapporto personale, da persona a persona.

La Rete Radié Resch continua a esistere e a resistere camminando nel solco tracciato da Masina e condiviso da Clotilde: il suo sostegno è rivolto a gruppi o comunità, la cui vita quotidiana è una resistenza: in Palestina, in America Latina e in Africa (dal 2000).

In uno scritto, inedito, datato 9 novembre 1993, Masina affermò:

Io vedo nella Rete RR un seme di politica e di cultura che deve svilupparsi come appello e prassi di una nuova resistenza. Circondati dalla dittatura della politica-spazzatura o, ben che vada, della politica-spettacolo, della politica-rabbia; aggrediti ogni ora dagli agenti della sfiducia e dell’egoismo, anche noi – in maniera ben diversa ma non del tutto dissimile da quella dei compagni brasiliani, cileni e uruguaiani di cui negli anni ’70 corremmo in sostegno – dobbiamo scoprire in noi stessi (e più nel nostro stare insieme) la bellezza di una lotta che si ribella agli istinti di morte che ci vengono suggeriti ed amplificati”.18

In questo pensiero di Masina leggiamo in filigrana la storia della Rete, le tensioni e la realtà greve del nostro oggi, ma anche la traccia del cammino futuro di questa “anomalia resistente”.

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1 M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi 1969, p. 48.

2 Sulla vicenda storica della Rete Radié Resch sono stati pubblicati i seguenti saggi: Carla Grandi, Radié Resch. Una storia di solidarietà, Borla, roma 1992, pp. 286; E. Ongaro, Nel vento della storia, 30 anni della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, Cittadella Editrice, Assisi 1994, pp. 238; Idem, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme. Lettere nella Rete Radié Resch, Rete Radié Resch di Quadrata 2004, pp. 407; Idem, Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014, Rete Radié Resch di Quadrata 2014, pp. 145.

3 Ettore Masina era nato a Breno (Brescia) il 4 settembre 1928; residente a Milano dai primi anni 50 fu giornalista prima su diversi periodici (tra cui Il Giorno) poi alla Rai, saggista e poeta. Fondò nel 1964, con la moglie Clotilde Buraggi, lassociazione di solidarietà internazionale Radié Resch, da lui coordinata fino al 1994. Dal 1983 al 1992 fu deputato alla Camera nel gruppo della Sinistra indipendente. Successivamente continuò la sua attività di saggista e collaboratore di riviste. Morì a Roma, dove risiedeva dal 1964, il 27 giugno 2017.

Su Ettore Masina si veda il profilo biografico e bibliografico, presente nel dossiersul sito internet della Rete Radié Resch: E. Ongaro, Ettore Masina. Un testimone coerente, luglio 2017, pp. 11.

4 Paul Gauthier era nato a La Flèche il 30 agosto 1914; divenuto sacerdote, dal 1947 fu docente di Teologia nel seminario di Digione. Nel 1957, lasciato linsegnamento, decise di trasferirsi in Palestina, a Nazareth, per fare loperaio in un cantiere edile, dove Gesù aveva vissuto lavorando come falegname. La sua testimonianza attrasse altri uomini e donne, di diverse nazionalità, desiderosi di vivere testimoniando il Vangelo: insieme costituirono unassociazione denominata Compagnons et compagnes de Jésus. Fu perito al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-65), dove funse da ispiratore e segretario di un gruppo di vescovi sensibili al tema della povertà della Chiesa e della relazione tra Chiesa e poveri. Con accanto Marie Thérèse Lacaze, sua compagna di vita, visse i drammi dei profughi palestinesi in Giordania e in Libano (1969-1975). Autore di testi sulla tematica del rapporto tra Chiesa e poveri, è ritenuto un precursore della Teologia della Liberazione. Ispiratore della associazione italiana di solidarietà internazionale Rete Radié Resch, ne ricevette il sostegno per i suoi progetti di testimonianza evangelica. Morì a Marsiglia il 25 dicembre 2002.

5 Era stato il vescovo di Akka, George Hakim, divenuto poi patriarca di Antiochia, di Gerusalemme e di tutto lOriente col nome di Maximos V, a scegliere p. Gauthier come collaboratore al Concilio in quanto esperto di problematiche relative al rapporto tra Chiesa e mondo operaio e tra Chiesa e poveri.

6 Giovanni XXIII, Nuntius radiophonicus, 11 settembre 1962.

7 Al riguardo si veda lapprofondito studio di M. Mennini, La Chiesa dei poveri. Dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco, Guerini e Associati 2016, pp. 251.

8 Lettera di P. Gauthier a E. Masina, Nazareth 17 febbraio 1964, in E. Ongaro, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme, cit., pp. 41-42.

9 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 43.

10 M. Mennini, Paul Gauthier e la povertà della chiesa durante il Vaticano II. La faticosa ricerca di un consenso, in Cristianesimo nella storia, n. 34, aprile 2003, pp. 357-388; Idem, Il Patto delle catacombe e leredità della Chiesa dei poveri, in Credere oggi, marzo 2013, pp. 1-8.

11 E. Ongaro, Nord e Sud, cit., p. 60.

12 Risuonava qui la lezione di don Lorenzo Milani, amico di Ettore e Clotilde Masina, nella lettera Ai cappellani militari toscani del 23 febbraio 1965: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dallaltro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri(Don Lorenzo Milani, Obiezione di coscienza, La Locusta, Vicenza 1965, p. 11).

13 Si veda il saggio di Simona Fraudatario, Le reti di solidarietà per il Tribunale Russell II negli archivi della Fondazione Lelio e Lisli Basso, in Giancarlo Monina, a cura di, Memorie di repressione, resistenza e solidarietà in Brasile e America Latina, Ediesse, Roma 2013, pp. 315-357 (in particolare paragrafo 3.3.3. La Rete Radié Resch e il Manifesto dei diecimila).

14 Un precedente strumento informativo e di autoriflessione interno alla Rete era stato il mensile Camminare, a cura della rete di Firenze, che proseguì per alcuni anni anche accanto al Notiziario.

15 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 162. Una parte dellintervento della Bimbi, in cui racconta il suo rapporto con la Rete, è stato pubblicato in: Linda Bimbi, Tanti piccoli fuochi inestinguibili. Scritti sullAmerica Latina e i diritti dei popoli, Nova Delphi Academia, Roma 2018, pp. 176-181.

16 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 222.

17 Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione, cit., p. 41.

18 E. Masina, Lettera, 9 novembre 1993. Il testo, pur non iniziando rivolgendosi agli amici della Rete, è comunque rivolto a essi, sia per il richiamo al sostegno dato ai militanti latinoamericani sia perché si conclude con il consueto congedo delle lettere circolari: Un saluto affettuoso e riconoscente dal vostro Ettore Masina.