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E’ l’ultima opera di Banksy dal titolo “ La cicatrice di Betlemme
Una natività modificata posta davanti a quello che è il Muro per antonomasia.
In alto. La stella cometa è il buco di una granata.
In basso. Immagini e scritte inneggiano a pace, amore e libertà.
E Dio si incarna. In questo refluo di Storia. In quel frammento delle nostre personali storie.

F35: il voltafaccia dei Cinque Stelle e del PD

Giulio Marcon

20 Novembre 2019 | Sezione: Comunicati, Editoriale, Politica

Il programma F35 non si sospende e non si taglia. È un voltafaccia inaccettabile da parte di PD e M5S, oltre ad essere una scelta drammaticamente sbagliata: quei dieci miliardi di euro servirebbero per lavoro, scuola, sanità. Non per i cacciabombardieri.

Ieri la Camera dei Deputati ha approvato una mozione sugli F35 della maggioranza di governo (in prima fila PD e Cinque Stelle, ma anche IV e LeU) che dà il via libera alla continuazione della produzione e acquisto dei cacciabombardieri. Nella mozione parlamentare il verbo “valutare“ si spreca, come anche la necessità di valorizzare l’industria aerospaziale e la cooperazione internazionale militare. C’è poi la necessità di fare attenzione “al contenimento della spesa”, invito che non si nega a nessun provvedimento.

La sostanza è questa: si va avanti, il programma F35 non si sospende e non si taglia.

Quello del Movimento 5 Stelle e del PD è un tradimento del movimento per la pace e di chi marcia da Perugia ad Assisi; è una sconfessione di quanto affermato dai due partiti fino a poco tempo fa.

È un clamoroso voltafaccia del Movimento 5 Stelle che in modo anche roboante nella scorsa legislatura aveva detto un fortissimo no agli F35. E ora si limita a “valutare” e a verificare il programma dei cacciabombardieri. Ed è  un voltafaccia del PD che nella scorsa legislatura aveva votato la mozione Scanu (un suo deputato) per il dimezzamento della spesa degli F35: il deputato del PD Pagani (capogruppo in commissione difesa) ha giudicato sbagliata quella mozione (che nel 2014 lui stesso però aveva votato) del suo gruppo politico e ha valutato nel dibattito generale l’intenzione “lodevole” (sic) della mozione della Lega. Fantastico.

Di Maio ha fatto un profluvio di dichiarazione contro gli F35 e ha più volte ribadito la sua contrarietà.

Zingaretti aveva affermato che gli F35 sono “una scelta non condivisibile” e si era fatto fotografare con il cartello “Stop F35”.

Tutto questo è ora carta straccia. Per noi si tratta di un voltafaccia inaccettabile, oltre ad essere una scelta drammaticamente sbagliata: si buttano nei prossimi anni più di dieci miliardi per dei cacciabombardieri utili solo a fare la guerra, quando avremmo avuto bisogno di quei soldi per il lavoro, la scuola, la sanità.

È una scelta che noi contestiamo e che contesteremo anche nei prossimi mesi: non ci fermeremo con la mobilitazione delle nostre associazioni, ci faremo sentire. È una fortissima delusione: la politica che doveva rappresentare il cambiamento, continua invece come tutti gli altri. Comprando aerei da guerra.

da Sbilanciamoci.it

CIRCOLARE NAZIONALE DICEMBRE 2019

Melange du Senegal

Questi frammenti, vissuti e raccolti a 4 mani, sono i brandelli che il cuore e la memoria restituiscono di un viaggio estivo in Senegal. Per Monica e Marco una porta d’entrata sull’africa nera, per Simona e Pier l’assolvimento di un pellegrinaggio dovuto, alla tomba di Mar, caro amico ed orgoglioso Griot .
Qualcuno di voi, forse, ricorderà la sua presenza scenica, ad un Convegno della Rete a Rimini, in cui cantava la storia della sua gente suonando e ballando al ritmo del proprio Djembé.

Un Sereno Natale alla Rete tutta ___________________________________________________________________________________________________

Sulle foto che accompagnano sempre i miei viaggi cerco di fissare attraverso un’immagine ciò che i miei occhi vedono in quel preciso istante. Spesso accade che riguardando quelle stesse foto, io riesca a cogliere sfumature, particolari che inizialmente non avevo percepito. Vorrei perciò condividere i ricordi dei giorni vissuti in Senegal, come fossero fotografie, immagini che scorrendo rivelano i mille volti di un mondo apparentemente lontano: – tanti, tantissimi colori – tanti, tantissime persone, ovunque – bambini che corrono, che giocano, che lavorano – sorrisi – sguardi – poche parole, essenziali e pronunciate a bassa voce – il tempo che si dilata – la condivisione vissuta nel cibarsi allo stesso piatto usando semplicemente le proprie mani ; nella preghiera che scandisce i vari momenti della giornata e che, al richiamo del Muezzin vede i fedeli fermarsi con naturalezza in ogni angolo delle strade, inginocchiarsi e pregare e rialzarsi … e la vita continua; condivisione che vuol dire che ciò che si possiede possa essere usato anche da altri: sembra non esserci un confine definito tra ciò che “è mio” e ciò che “è tuo”. Per cui se sono stanco posso appoggiarmi ad un’auto parcheggiata anche se non è mia; se non so nuotare, so che posso usare il salvagente di qualcun altro; se non ho il tappetino per inginocchiarmi e pregare, qualcuno metterà il suo a disposizione; se non ci vedo, troverò una spalla a cui appoggiarmi che possa aiutarmi ad attraversare la strada.

Naturalmente molte sono le contraddizioni di quel popolo che sembra non aver ancora imparato come prendersi cura delle città o dei villaggi, come gestire la propria casa, come organizzare il lavoro, un dispensario medico o la scuola…secondo la “nostra prospettiva”, però!

Per cui un dubbio mi è rimasto: è giusto che siamo noi a dire quali debbano essere i criteri del vivere sociale di chi ha alle spalle una storia ed una cultura così diversa dalla nostra?

Ritengo che tutti abbiamo qualcosa da insegnare e qualcosa da imparare: solo nel confronto e nello scambio possiamo diventare migliori! ”. Monica – Rete Locale di Torino & Dintorni

E’ sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso un po’ la vita R. Kapuscinski

Delta del Sine Saloum, fiume del sud del Senegal, in attesa di essere attraversato.
Salgo su una chiatta insieme a macchine, camion, carretti , animali e persone affidandomi nelle mani del mio Dio per arrivare sull’ altra sponda.

Il mio sguardo è catturato da una donna seduta per terra con il suo bambino di tre quattro anni.

Vorrei fotografarla ma lei è islamica e la sua religione non ha mai saputo affrontare l’immagine del viso: la sua arte ignora il ritratto.

Lei bellissima, dai lineamenti fini sotto il velo, si volta, mentre il suo bambino mi osserva.
Cerco un contatto visivo, ma invano. Il suo sguardo rimane impassibile: d’altronde i poveri sono silenziosi.

Voglio immortalarli ma la chiatta è piccola e siamo in tanti, tutti pigiati nel fango e nel grasso. Mi ricordo, all’improvviso, della tecnica usata da nostra figlia in Iran e metto l’apparecchio fotografico al collo posato sul ventre schiacciando più volte alla rinfusa.

Più tardi, riguardando, mi accorgo di essere riuscita a cogliere un ritratto familiare che rimarrà stampato per sempre nella mia memoria africana con un sentimento di profonda nostalgia.

Ogni immagine è quindi un ricordo e niente più della fotografia ci dimostra la fragilità del tempo, la sua natura labile e fuggevole.” R. Kapuscinski

Simona – Rete di Celle Ligure – Varazze

La cosa che più mi ha colpito in Senegal è la presenza costante dei bambini. Tanti, ovunque.
Alle nostre latitudini non siamo più abituati. Certo è una realtà molto frequente per qualsiasi viaggiatore nel continente africano, tuttavia nella mia esperienza non posso fare a meno di soffermarmi sulla capacità di ogni singolo bambino di accogliere senza filtri, senza paura e con il sorriso. Un sorriso pieno di curiosità ed attesa, forse solo per un piccolo dono, una matita o una caramella. Dieci giorni in Senegal equivalgono a sei mesi altrove, ci si addentra in un mondo diverso, dove anche l’approccio col bambino è differente: un occidentale appena un bimbo piange si precipita a coccolarlo, a tirarlo su da terra … lì i bimbi crescono da soli, si accudiscono e si educano a vicenda ma lo fanno da bimbi, vivono la loro infanzia serenamente senza contaminazione da beni superflui o desideri dettati dai media, senza smania di prevaricazione sul prossimo. Tutto viene condiviso con un’educazione che passa dal più grande al più piccolo e rimane per tutta la vita.

Questo è l’aspetto più semplice ed immediato, poi ci si confronta con tradizioni che hanno radici lontane, legate ad un mondo semplice e rurale ma a volte anche difficili da comprendere, come la poligamia che ha un aspetto di naturalità per loro ma ha un impatto surreale su di noi.

Ho vissuto con un certo disagio la conoscenza delle due famiglie del nostro amico, sapendo che divide la sua settimana a metà tra le due case. Ma anche questo è motivo di riflessione sui nostri stereotipi e preconcetti.

Ed ancora il “senso di ovvietà ”, che vede un battello aspettare di essere al completo per partire ed il tempo ed il ritardo diventano relativi rispetto ai numero di persone che devono attraversare il fiume. Raramente si vedrà il battello partire con posti vuoti.

E poi ancora il mangiare condividendo lo stesso piatto, ed il modo di vestire colorato, di pregare o percorrere centinaia di chilometri senza un cartello stradale o un semaforo.

Il tutto in una cornice di natura imponente, gigantesca, capace di accogliere quando si è delicati.

Tutto questo ha un senso se ricollocato nei termini di rispetto e confronto. La nostra cultura per secoli ci ha abituato ad avere un atteggiamento di superiorità da cui spesso faccio fatica a staccarmi e nel viaggio ho ripercorso più volte la tentazione di semplificare, banalizzare o strumentalizzare.

La cultura è ciò che rimane quando si sono dimenticati tutti i concetti ”.

Marco – Rete Locale di Torino & Dintorni

La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia.
Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere
Léopold Sédar Senghor

L’incontro con l’Africa Nera è, per me, sempre un incontro con la Vita.
Dal lato misterioso. Quello più corposo ed oscuro. In qualche modo temibile ….
Tutte quelle esistenze perennemente in movimento che scorrono in una realtà fluida. Circolare.
Senza soluzioni di continuità tra Vita&Morte.

Con la mia lanterna della ragione, osservo e misuro.
Un centimetro da sarta steso sull’onda di un flusso liquido.
Ci sarà un senso logico. Penso.

Sono necessarie dense emozioni e sentimenti forti. E … una buona dose di pazienza africana.

Dieci giorni di quotidianità condivisa, nel rispetto delle differenze, con una famiglia che Ti aspetta da anni. Uno scarno sepolcro musulmano. Le lacrime di Fatou, sorella di Mar, che Ti riconosce fratello solo per come Lui ti ha raccontato.

Recupero, nel sottoscala della ragione, qualcosa di ancestrale, sepolto da un oblio di efficientismo.

Allora, con il cuore, colgo davvero il significato delle parole di Senghor:
il reale diventa realtà spezzando il rigido involucro della ragione …….. e ancora ………….
gli oggetti non significano solo ciò che rappresentano ma ciò che suggeriscono o creano.

Pier – Rete Locale di Celle Ligure – Varazze

Rete di Quarrata – Lettera Natale 2019

Carissima, carissimo,
possiamo passare tutta la vita seduti nelle certezze: anche questa è una scelta, se i fatti non vengono a sconvolgerla di forza. L’altro, lo straniero, è quello che, accostandosi a noi, viene a risvegliarci, a raccontarci il mondo da un altro punto di vista. Che inevitabilmente mette in questione il nostro modo di vedere: “E qui comando io, e questa è casa mia…” Le cifre delle migrazioni nel mondo potrebbero aiutarci ad essere più veri nei nostri pensieri: ovunque le migrazioni sono in atto, solo il 20% dei rifugiati va oltre i Paesi vicini, tanti Paesi senza batter ciglio accolgono, pur poveri, milioni di rifugiati; altri conoscono episodi di rifiuto anche più gravi dei nostri. Insomma. la migrazione è una delle caratteristiche del nostro mondo. I colonizzatori pensavano di detenere la chiave dei Paesi del sud del mondo e di tener ben nascosta quella di casa propria. E invece, quella chiave s’è trovata e, con la tenacia di chi non vuol capire che non vogliamo che entrino, queste popolazioni in fuga la girano nella toppa di casa nostra. Fatichiamo ancora molto a pensarci abitanti di una casa comune, partecipi di un’eredità da condividere, né ci vogliamo inquietare chiedendoci perché noi e non gli altri dovremmo avere diritto al consumo illimitato e a tutti i beni possibili. Anche se vengono dallo sfruttamento di altre terre, da salari di fame, da un commercio invasivo, da foreste bruciate, da guerre alimentate, da regimi corrotti sostenuti a distanza. Penetrare nei meandri del sistema di sfruttamento mondiale gela il cuore e lascia attoniti. E allora bisogna scegliere da che parte stare. Perlomeno di non fare la guerra alle vittime. A chi si precipita in casa mia perché la sua casa brucia non posso far lezione di buona educazione: “Non si fa così”. Devo trovare gli incendiari, e magari scopro che un cerino l’ho gettato anche io. Una strada umile e semplice è quella di ascoltare. Dare la parola nei nostri quartieri, nei nostri paesi, nelle nostre parrocchie, nei centri sociali, nei centri ricreativi e culturali, a queste persone che a volte vivono fra noi come in un mondo a sé. Liberare i loro racconti le loro vite, le loro sofferenze, i loro sogni, liberare davanti a loro anche le nostre domande e inquietudini. E un altro passo é quello di restituire. Di tutto quanto abbiamo, nulla ci appartiene in assoluto, neppure noi stessi: perché la Famiglia umana viva felice in questo mondo così bello. È Natale. Voglio aprire tutte le porte del mio essere e lasciar libero il bambino che c’è in me. Desidero un Natale ricco di sorprese: un Dio è venuto al mondo dalla porta di servizio. Eccolo, senza un tetto, a occupare terre lontane nel ventre della storia. Ecco il Bambino coraggiosamente generato nella paura infanticida di Erode. Dio fatta Bambino emerge nella conflittualità umana. Questo Natale non ascoltiamo il suadente richiamo del consumismo. Al posto dei regali, facciamoci regalo. Alla Messa preghiamo affinché le paure che ci attanagliano si trasformino in fede, il contrario del coraggio. Chiediamo meno maldicenza e più benevolenza. Innalziamo tutte le intenzioni che ci chiamano alla coerenza, e chiediamo perdono, coscienti che nostre trasgressioni pesano meno delle nostre omissioni. Come regalo di Natale gli donerei una colomba, un ramo d’olivo nel becco, affinché la sua misericordia ci liberi dal diluvio della nostra ingratitudine. All’alba prendiamo in braccio il globo terrestre per accarezzarne ogni volto. Asciugando le lacrime dalle guerre, dagli attentati, dalla fame, dalle migrazioni e dalle discriminazioni. Questo Natale non cerchiamo una cena ricca di abbondanza sorda alle grida di abbandono. Dividiamo quello che abbiamo. Oggi ci sono molte persone, all’interno del clero e della Curia, che non comprendono e non accettano le parole del Papa. Pochi giorni fa un suo rappresentante ha affermato davanti alla stampa che anche “la misericordia di Dio ha dei limiti”, senza peraltro dire quali fossero questi limiti che, probabilmente, sono solo i suoi e non quelli di Dio. Tra vari funzionari della Curia si dice che il Papa sta soffrendo di “misericordite”, ossia una mania di insistere unicamente sulla misericordia. Ciò che si può rispondere è che Gesù soffriva della stessa malattia, desideroso che i suoi discepoli si lasciassero contagiare per espanderla nel mondo. La misericordia è l’attitudine di chi ha compassione per la miseria altrui. Per la fede cristiana, misericordia significa l’amore solidale che coinvolge ogni persona nei confronti del prossimo, della Terra e della natura ferita dalla disumanità del sistema che domina il mondo. Oggi dobbiamo mettere al servizio della giustizia tutte le nostre capacità umane, intellettuali, religiose e relazionali. Il Papa ha ragione quando insiste dicendo che non si tratta solamente di assumere attitudini e gesti di misericordia come principio e bussola orientatrice di tutta la nostra vita, un modo di essere permanente. Monsignor O. Romero, affermava: oggi non si tratta più solo di qualche persona ferita sul proprio cammino. Sono interi popoli di essere crocifissi, e noi li dobbiamo togliere dalla croce. Per questo ciò che non è condiviso ci deve lasciare inquieti. Ci sono solitudini che potrebbero essere guarite da nuove presenze. Incamminati così, ci troveremo a pochi metri dal povero spazio di Betlemme. Se ancora non lo sapremo riconoscere, si preoccuperà Lui di dircelo un giorno: “Non c’era posto per me e tu mi hai accolto…”. Questo spazio l’ho visto con chiarezza qualche settimana fa in Brasile, dove tutti gli interventi nella Baixada Fluminense dove si sviluppa il progetto Agua Doce che sosteniamo, sono ispirati ai criteri di assistere sempre gli ultimi degli ultimi, riservando a loro il ruolo di protagonisti nel processo di recupero ed emancipazione, promuovendo programmi di rispetto e integrazione degli uomini e delle donne con la natura, coinvolgendo il potere pubblico, politicizzando la questione della miseria e della esclusione, creando una cultura del dialogo locale e globale, della cura dei deboli e degli impoveriti. Adesso che la crisi è acuta e si fa sentire seriamente nello stomaco, sempre più vuoto, causa la chiusura della politica sociale da parte del governo Bolsonaro che dice pubblicamente in TV che per lui i poveri e gli indios non sono un problema, possono anche morire. Di fronte a questa politica, Agua Doce si propone di espandere la coscienza umana attraverso l’apertura dei loro cuori ad altri cuori, anche noi dovremmo aprire il nostro cuore all’altro, creando giorno dopo giorno il profondo senso della comunità, condividendo tra gruppi di famiglie ciò che hanno.

Buon Natale, Antonio

Ricordo ad ognuno di noi l’autotassazione libera nella quantità e continuativa nel tempo a sostegno dei progetti

I versamenti devono essere effettuati sui seguenti conti:
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intestato a Rete Radié Resch
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Indicando sempre la causale

Infine ricordiamo il contributo alla nostra rivista: In Dialogo
contributo ordinario 2020 € 35
contributo sostenitore 2020 € 50
contributo amicizia 2020 € 100
contributo vitalizio 2020 € 1.000

Chi invia il contributo di sostenitore, amicizia o vitalizio riceverà un libro in omaggio.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Cari e care, il Convegno nazionale della Rete si avvicina e ci sembra importante e utile condividere anche con il gruppo di Verona quanto è emerso dal confronto che c’è stato al coordinamento di Pistoia lo scorso 23/24 novembre. Al di là del dibattito (come sempre un po’ farraginoso…) sul titolo più opportuno, ci si è trovati sostanzialmente d’accordo sui contenuti fondamentali e le modalità che dovrebbe esprimere il Convegno. Abbiamo accolto l’invito di Giorgio Gallo a riflettere sull’importanza di una dimensione politica rinnovata e più forte. Qui è chiaro che parliamo di politica come impegno per il bene comune e non di scegliere uno dei partiti attuali. Questo sguardo politico ci dovrà aiutare a valutare e guidare le nostre operazioni. Infatti, in questa fase storica stiamo assistendo a un moltiplicarsi di ribellioni, a livello globale. Protagonisti sono in genere i giovani. Pensiamo al Cile, a Haiti, al Libano, all’Iraq, all’Algeria, all’Iran, e anche a diversi paesi dell’Africa, ma anche, con diverse caratteristiche, alla Bolivia, a Hong Kong e alla Catalogna. Molte di queste ribellioni sono il frutto dell’impoverimento e dell’aumento delle insicurezze e delle disuguaglianze che ha prodotto il neoliberismo. La gente, i giovani soprattutto, cominciano a dire basta. Non dimentichiamo, però, che questo profondo disagio sociale può prendere anche la forma del populismo di cui vediamo, per esempio in Italia, gli effetti nefasti. Di tutto questo vorremmo tenere conto nel Convegno. In concreto pensiamo di chiedere ai testimoni che inviteremo di spiegare i contesti in cui operano le organizzazioni di base e i movimenti di cui fanno parte, di dirci delle lotte che portano avanti, contro un sistema che in ogni parte del mondo esclude buona parte della popolazione (creando quegli “scarti” di cui parla papa Francesco). Crediamo che proprio da qui nasce la necessità di ricostruire relazioni e impegno sociale, a partire da piccole comunità e gruppi solidali come è la nostra Rete: ciò però non sarà possibile se non saremo coscienti dell’ampio orizzonte politico in cui viviamo. Per quanto riguarda gli spazi all’interno del Convegno, è stata lanciata la proposta di confrontarci tra le Reti, di scambiarci esperienze e modalità di azione all’interno delle diverse realtà in cui i vari gruppi locali operano. Questo scambio potrebbe essere collocato nelle serate di venerdì e di sabato.
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Anche per quanto riguarda il progetto locale della concessione in comodato dell’appartamento dell’ATER, in collaborazione con la comunità di s. Nicolò, lentamente la burocrazia si muove. Abbiamo avuto assicurazione scritta che saremo chiamati a firmare il contratto di comodato entro il febbraio 2020.
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Alleghiamo alla nostra circolare la circolare nazionale di novembre, curata dalla Rete di Castelfranco, dal titolo significativo di “Africa in positivo”. Riporta quello che p. Richard (p. Richard aveva partecipato a un nostro Convegno di qualche anno fa) riferisce sulla situazione attuale della Repubblica Democratica del Congo, ma anche propone una lettura che sfata gli stereotipi con cui si è soliti guardare all’Africa; piuttosto apre alla speranza perché sottolinea la vitalità e la creatività degli africani nonostante le molte difficoltà e contraddizioni di cui ancora il continente soffre.
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Infine, per tenere sempre vivo il nostro impegno nei confronti della Palestina, abbiamo avuto due appuntamenti importanti in quest’ultimo periodo. Il 20 novembre c’è stato l’incontro con Rashid Khudeiri, accompagnato e presentato da Luisa Morgantini. Rashid è presidente del Jordan Valley Solidarity, un movimento di contadini che nella valle del Giordano resiste in modo non violento all’occupazione israeliana, ricostruendo case, scuole, e qualsiasi altro tipo di edificio sistematicamente distrutti dall’esercito. C’è chi ha ricostruito ben 34 volte la sua casa. In questo modo si vuole affermare il proprio diritto di esistere. Quattro di noi, poi, hanno partecipato alla giornata ONU di solidarietà con la Palestina. Quest’anno l’incontro si è svolto a Milano, dove siamo stati accolti dalla comunità dei palestinesi della Lombardia. Erano presenti anche personalità istituzionali, ma i momenti più interessanti sono stati i gruppi di lavoro in cui è stato possibile ascoltare le testimonianze di chi ogni giorno lotta contro l’occupazione e per una società libera, come per esempio le donne di Gaza strette tra una società tradizionale, e quindi maschilista, e appunto l’occupazione militare israeliana.

Un caro saluto,
Maria

Un Nuovo Natale di Renato d’Andrea

Quando soccorri un amico solo nel suo cammino;
quando illumini le tenebre di chi va in cerca di una stella, il tuo cuore fiorirà di un nuovo Natale.
Quando sei fonte pulita, sincera e senza falsità;
quando al tuo fratello che ti offende porgi una sana azione, il tuo cuore fiorirà di un nuovo Natale.
Quando ti senti smarrito e non ti adatti alle tenebre;
quando edifichi la vita nella giustizia e nella pace, il tuo cuore fiorirà di un nuovo Natale.
Quando avvicini un tuo simile e susciti in lui la speranza;
quando offri il tuo amore a tutti quelli che incontri, il tuo cuore fiorirà di un nuovo Natale.

Iniziamo con i tradizionali auguri: Felice e gioioso Natale a tutti, buon 2020 di pace a tutto il mondo. Potremmo, con questa ultima lettera del 2019, fermarci agli auguri, ma qualche riga più sotto le notizie che arrivano da Haiti non ci riportano né un gioioso Natale né un 2020 di pace. Haiti non trova spazio nei media. L’incontro del 2 dicembre presso i Comboniani, assieme ad altre associazioni, ha fatto capire il drammatico momento che sta attraversando il Paese. Momento difficile ma con la speranza, come ci scrive Jean: un’altra Haiti è possibile. Il Convegno nazionale della Rete si avvicina e ci sembra importante e utile condividere, molto brevemente, quanto è emerso dal confronto che c’è stato al coordinamento di Pistoia lo scorso 23/24 novembre.

Ecco le decisioni prese:
1. Il prossimo Convegno Nazionale si terrà nei giorni 17, 18 e 19 aprile 2020, presso l’Hotel Continental di Rimini.
2. Il coordinamento stabilisce di istituire una commissione ristretta sia per definire il tema del Convegno, sia per selezionare i testimoni. Ne faranno parte la Segreteria, Caterina Perata, Antonio Vermigli, Gianni Pettenella, Giorgio Gallo, Lucia Capriglione e Monica Armetta in rappresentanza della commissione giovani.
3. Vengono proposti come possibili testimoni del sud del mondo:
• Padre Alberto Panichella – Brasile (Rete Macerata);
• Padre Richard – Congo (Rete Castelfranco Veneto e Mogliano Veneto);
• Viviana Vaca – Mesa Campesina, Argentina (Rete Noto);
• Jean Bonnelus – Haiti (Rete Padova);
• Un testimone da Gaza contattato nel viaggio della scorsa estate (Rete Salerno);
• Salete Ferro – Brasile (Rete Casale);
• Un testimone della resistenza Curda (Rete Celle Ligure e Alessandria).
4. La Segreteria invierà un sollecito a tutte le Reti locali, perché mandino entro la fine di dicembre i soldi raccolti.
5. Il prossimo coordinamento si terrà a Rimini il 25 e 26 gennaio 2020.

La drammatica situazione sociale e politica di Haiti

Analisi per la Rete
Ecco una piccola condivisione e riflessione sulla situazione attuale di Haiti. Bisogna dire che l’origine di questa frustrazione popolare risale dall’ascesa di Michel Martelly al potere nel maggio 2011. Lo sostenevano la borghesia di estrema destra e l’imperialismo americano e questo stesso settore insieme con la comunità internazionale ha facilitato anche l’accesso al potere di Jovnel Moise del partito di Michel Martelly. Per la campagna elettorale di Jovenel Moiseè sono stati messi a disposizione tutti i mezzi finanziari dello stato, egli ha beneficiato dall’amministrazione di Martelly di importanti somme di denaro, circa 15 milioni di dollari per la realizzazione della sua piantagione di banane, e anche il settore privato della borghesia ha dato molto denaro per finanziare la campagna elettorale di Jovenel Moise. Bisogna sottolineare che la principale fonte di reddito dello stato haitiano per finanziare Jovenel Moise proviene dai fondi di Petro Caribe, il programma con cui il Venezuela ha dato la possibilità a Haiti di usufruire a un tasso preferenziale del prestito di Petro Caribe. Dunque questo denaro è stato rubato per la maggior parte sotto l’amministrazione di Martelly e Jovenel Moise ha beneficiato delle tangenti attraverso compagnie fasulle da lui create. Il Senato haitiano, attraverso una commissione d’inchiesta, ha segnalato Jovenel Moise come implicato nella dilapidazione del fondo di Petro Caribe. Jovenel fa orecchie da mercante davanti alla richiesta di rispondere alla giustizia, mentre d’altra parte la corte superiore dei conti, che costituisce il principale tribunale amministrativo del nostro paese, ha reso pubblico un rapporto sul modo in cui è stato amministrato il fondo di Petro Caribe: il nome di Jovenel Moise vi figura 69 volte come persona implicata nella dilapidazione del fondo. È l’uscita di questo rapporto che ha provocato questa rivolta in tutto il paese per chiedere le dimissioni di Jovenel Moise. Invece di sentir ragione, Jovenel Moise preferisce usare la forza e la violenza della polizia per reprimere i manifestanti. Il governo utilizza i mezzi più crudeli e criminali per intervenire nei quartieri e nelle zone popolari senza esitare a utilizzare gas lacrimogeni e veri proiettili che non risparmiano bambini, anziani e donne incinte. E quindi, come sai, il paese si trova praticamente bloccato da 3 mesi, gli uffici pubblici funzionano solo raramente e a orari ridotti. I mercati non funzionano, perché i contadini non riescono a vendere i loro prodotti per sopravvivere. Una situazione che complica ulteriormente la condizione di precarietà economica di Haiti. Così le strade sono bloccate, gli ospedali e i centri di salute non funzionano, i parti si fanno con grande difficoltà. La situazione è davvero caotica, più di quanto accade in Cile e in Bolivia. Ma come ti ho già spiegato la comunità internazionale ignora completamente la situazione del popolo haitiano, fingendo di non comprendere, perché sostengono il governo corrotto di Jovenel Moise. E si è scoperto anche che il governo di Jovenel Moise paga forti somme di denaro a certe ambasciate per nascondere la verità ai governi che rappresentano e anche per curare l’immagine del governo all’estero. Il governo spende anche per il suo sostegno sia all’interno che all’estero. Grazie ancora, spero che queste informazioni potranno servirti per far comprendere ai nostri amici italiani la situazione a Haiti.
Grazie, alla prossima per il rapporto annuale.

Messaggio ricevuto il 2 dicembre 2019
Buongiorno, so che voi amici della Rete avete oggi un incontro pubblico sulla situazione di Haiti e cercherò di dare una risposta alla vostra richiesta sulle prospettive della rivolta che sta agitando da mesi il nostro paese. Per quanto riguarda questa rivolta io posso dire di essere ottimista: penso che porterà a qualcosa di positivo nel paese. È vero che Haiti attraversa una situazione molto difficile. È anche vero che la comunità internazionale mostra un comportamento sprezzante verso il popolo haitiano. Ma ciò che è importante è il livello di coscienza che il popolo sta raggiungendo. Haiti nella sua storia ha conosciuto molte rivolte, ma tutte sono terminate con l’imposizione di governi sostenuti dall’imperialismo statunitense. È sempre stato così dopo l’indipendenza del paese, con l’occupazione statunitense nel 1915 e anche dopo la rivolta del 1946, stesso scenario con la fine del regime dei Duvalier dopo trent’anni di dittatura, e ancora più recentemente con l’allontanamento di Aristide dal potere. Noi abbiamo conosciuto solo governi imposti dall’imperialismo statunitense Dunque oggi il popolo è nelle strade non solo per chiedere la partenza di questo presidente corrotto e al servizio della borghesia haitiana, ma per reclamare la fine del sistema. Per la prima volta dall’indipendenza del paese la società haitiana è in piedi come un sol uomo per affrontare in modo approfondito i problemi della nostra società. Oggi in questa crisi si discute di tutto. La corruzione è diventata un argomento che appassiona tutte le categorie della società, giovani e vecchi. Se il presidente Jovenel Moïse non riesce a imporre la sua politica neoliberista al popolo, è perché deve far fronte all’ondata di proteste causate dallo scandalo del Petro Caribe nel quale è uno dei soggetti coinvolti. Anche il budget della repubblica votato dal parlamento è costantemente analizzato nelle trasmissioni delle radio. Quindi, anche se questa rivolta non porterà subito i risultati sperati, tuttavia l’obiettivo della trasformazione di questa società è sulla buona strada perché questa rivolta è il frutto di molti anni di lavoro e di lotta di uomini e donne che hanno perso la vita per questa nobile causa, cambiare profondamente la società haitiana. Un’altra Haiti è possibile.

Aggiungiamo, come sempre, i numeri dei c.c. per i versamenti:
C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN: IT 54 N 050 1812 1010 000 1134 8281
intestato a: Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova

Carissima, carissimo,
oggi il rischio reale è che la famiglia umana prenda due strade, quella che beneficia della tecnologia, della salute, della scuola, dei consumi, ovvero che dispone di tutti i mezzi per star bene. A tutt’oggi queste persone raggiungono il numero di 1 miliardo e 600 mila, mentre gli altri, 5,4 miliardi sono lasciati alla loro sorte, con una tecnologia minima e convenzionale in un quadro generale di povertà, miseria ed esclusione. Questo è l’orrore economico che abbiamo costruito grazie alla globalizzazione e alla speculazione finanziaria del neoliberismo radicale. I suoi principi: la competizione, l’individualismo, la privatizzazione dei servizi sociali, la diffamazione di tipo politico e la satanizzazione dello Stato, ridotto al minimo. Attualmente 200 multinazionali hanno un potere economico finanziario che equivale a 182 Stati, gestiscono insieme agli organismi dell’ordine capitalistico come il FMI (fondo monetario internazionale) la Banca Mondiale e l’organizzazione Mondiale del Commercio, l’economia mondiale sul principio della competizione, sull’assenza dei diritti umani e sociali della stragrande maggioranza degli abitanti della Terra, senza nessuna disponibilità alla cooperazione e al rispetto ecologico della natura. Per loro tutto è merce, dal sesso alla religione, unica volontà sfrenata a cui tendono è accumulare senza preoccuparsi di altro. Sto scrivendo dal Brasile, Lula è stato liberato, molta gioia in me e intorno a me e nelle città, piccole e grandi, in particolare il nord-est dove mi recherò nei prossimi giorni. Il nord – est del Paese è esploso dalla gioia, memore di tutte le riforme fatte da Lula e cancellate da due anni e mezzo di presidenza Temer e in undici mesi da Bolsonaro. E’ qui che vedo con chiarezza che i ricchi stanno creando mondi a se, solo per loro, condomini “fechadi” (chiusi) vigilati da guardie armate dove all’interno c’è tutto, dal supermercato al cinema ecc…, ricordo che lo scorso anno, fu inaugurata in un condominio chiuso a San Paolo una cascata di 25 metri e la chiamarono la Foz do Iguaçu “particolar” (nostra). Il processo di globalizzazione non ha lasciato nessuno spazio per la costruzione di uguaglianza. La politica in generale è caduta su questo, non sapendo comprendere le trasformazioni in atto. In tutta questa catastrofe l’unico che denuncia quotidianamente la degenerazione economica, politica e militare, la mancanza di giustizia e di umanità è papa Francesco. La sua continua sfida è denunciare i problemi al fine di creare dignità e giustizia nella Famiglia umana. Affermando che tutti siamo Terra, figli e figlie della Terra. Di fronte a tutto ciò occorre dare corpo, gambe, voce per una nuova sfida che ha bisogno di una nuova etica, economica, sociale, politica e principalmente umana, per ricondurci tutti alla solidarietà, all’empatia e alla compassione. Senza il gesto del buon Samaritano che soccorre e cura l’uomo assaltato dai banditi e lasciato a terra ferito sulla strada, difficilmente faremo fronte alla disumanità quotidiana che si sta “naturalizzando” a livello locale e globale. Urge il problema di coscentizzarsi alla nostra responsabilità sapendo che nessuna preoccupazione è più fondamentale di quella di creare una Famiglia umana nuova, superando le contraddizioni esistenti, per vivere con un minimo di attenzione solidarietà, compassione e fraternità. Può sembrare un’utopia, può darsi, ma necessaria se desideriamo tutti sopravvivere. Alcuni giorni dopo la sua liberazione ho incontrato Lula; dimagrito, ringiovanito,entusiasta, con l’unica volontà di continuare a viaggiare per il Brasile ad incontrare la gente, parlarci direttamente, facendogli sentire tutta la sua umanità, la sua vicinanza e il desiderio di riportare al centro della politica brasiliana la lotta contro la povertà. E’ uscito sui giornali un dato che neanche le TV funzionali a Bolsonaro non hanno potuto non riportare: il Brasile è il secondo paese al mondo per disuguaglianza interna. I ricchi sempre più straricchi e i poveri sempre più impoveriti. E’ sufficiente camminare per le strade delle grandi città e nelle periferie per incontrare migliaia e miglia di uomini, donne e bambini per strada. Non c’è un centimetro di muro lungo le metropolitane dove non ci siano cartoni e teli con un numero, un metro per due dove alla notte cercano di rifugiarsi. I sottopassaggi sono invasi, appaiono come hotel a 5 stelle in rapporto con chi vive sui marciapiedi o appoggiandosi ai muri. Dopo i saluti abbiamo iniziato a chiacchierare, ha raccontato come è stato difficile accettare di essere imprigionato senza nessuna prova, grazie ad un golpe giuridico orchestrato per non farlo partecipare alla competizione elettorale dello scorso anno. Con lo sguardo ormai sereno per la riconquistata libertà ha raccontato: “ogni volta che continuavo a pensare che stavo per disperarmi, mi sono ricordato che anche se ero in prigione, vivevo meglio di circa il 70% della popolazione brasiliana. Facevo colazione, pranzavo, cenavo. Prendevo un buon caffè. Il mio sollievo è stato questo: sono migliore di chi mi ha ingiustamente condannato. Questo governo sta schiacciando la gente. Ero in un letto angusto, ma meglio di tanta gente che dorme per strada, questa esperienza mi ha realmente nutrito, fatto sentire un privilegiato. Tutto ciò che ho subito mi ha fatto diventare un uomo migliore. All’inizio la solitudine, il silenzio mi turbavano, salivano in me il bisogno di parola, di confrontarsi, piano piano, grazie a nuove amicizie, specialmente con il responsabile della mia sicurezza, un capitano della polizia Federale mi ha molto aiutato. Piano piano ho compreso che ci sono silenzi, solitudini di cui abbiamo bisogno come l’aria. Questo mio momentaneo nuovo viaggio ha fatto riesplodere in me una spiritualità sopita. Con questa esperienza ho provato e sentito dentro la sofferenza degli uomini, ho compreso che la sofferenza umana è un grande tesoro dell’umanità, ti da la forza per continuare a lottare per la propria dignità e per quella dei miei compagni”. Nella Baixada Fluminense dove vivono quattro milioni di persone che non sono riuscite a vivere a Rio de Janeiro causa la grande povertà, il lavoro del progetto Agua Doce, coordinato da Waldemar Boff, seguito dal nostro gruppo di Quarrata, continua tra nuove grandi difficoltà causate dalla crisi economica e dal taglio dell’80% dei contributi ai municipi per il sociale. L’educazione ambientale, gli asili, sono punto di riferimento per centinaia di persone. Molti bambini mangiano unicamente all’asilo perché la condizione delle loro famiglie è di una indigenza tale, che spesso alcune mamme, vanno a dare una mano a pulire per poter avere un pasto. Ho visto una massa di persone di cui nessuno ha rispetto. Non sono contabilizzati perché non producono, non hanno neanche l’onore di essere sfruttati; non esistono. Di fronte a tutto ciò come creare cammini di liberazione? Senti in loro una forza di vita, una volontà estrema di cambiare la loro condizione. Vito, con i suoi 50 panini con la mortadella che porta ogni mattina, rappresenta un segno di convivenza per conoscersi. Per questo è importante pur nella semplicità del poco, fare pratica di esperienza condivisa. Perché il rispetto nasce dalla fiducia, la fiducia nasce dai gesti condivisi e dalla qualità delle relazioni. Nella Baixada si lavora per creare un rapporto armonico con la natura che è intorno a loro. Hanno rispetto per la Madre terra e per chi viene dopo di loro. Non tutto in queste periferie abbandonate è brutto e violento, ci sono continui esempi di condivisione e di aiuto reciproco. Amano fortemente la vita in ogni sua più piccola, insignificante e nascosta espressione, fino a sentirsi spesso fratelli e sorelle nella povertà, vincolati dalla solidarietà reciproca. Credo importante in questa disgregazione generale, sentirsi uniti a questi nostri fratelli e sorelle manifestando loro la nostra solidarietà concreta.
Antonio

Abbiamo ricevuto un appello da parte di Claudia Gamba, direttrice dell’ospedale oftalmico “Ernesto Che Guevara” di Cordoba, città dove il “CHE” ha vissuto e studiato, dove si fanno interventi alla cataratta. Aleida Guevara, la figlia del Che, è venuta in Italia in questi ultimi due anni a chiedere solidarietà per questo progetto chiamato “Milagros”, avendo pronunciato questa parola il primo anziano che credeva di essere cieco, dopo l’operazione ha urlato “ci vedo”. Ci chiedono con urgenza di aiutarli ad acquistare degli analgesici iniettabili e antibiotici da somministrare prima e dopo l’operazione alla cataratta. Chi invia il contributo è pregato di mettere la causale: progetto “Milagros”.

Ricordo ad ognuno di noi l’autotassazione libera nella quantità e continuativa nel tempo a sostegno dei progetti

I versamenti devono essere effettuati sui seguenti conti:
Conto corrente postale intestato a Notiziario della Rete Radié Resch:
IBAN: IT 15 N 07601 13800 000011468519
o sul conto della Banca Alta Toscana
intestato a Rete Radié Resch
IBAN: IT 42 M 08922 70500 000000004665
Indicando sempre la causale

Infine ricordiamo il contributo alla nostra rivista: In Dialogo
contributo ordinario 2020 € 35
contributo sostenitore 2020 € 50
contributo amicizia 2020 € 100
contributo vitalizio 2020 € 1.000

Chi invia il contributo di sostenitore, amicizia o vitalizio riceverà un libro in omaggio. Se hai l’indirizzo elettronico, inviacelo, risparmieremo tempo e denaro inviandoti la lettera mensile.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Se voi avete il diritto di dividere il mondo
In italiani e stranieri
allora io reclamo il diritto di dividere
il mondo in diseredati e oppressi da un lato,
privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.
Don Lorenzo Milani

Ciao, ci sono tanti modi di iniziare una lettera, con i saluti, con il richiedere come va la salute ecc. ma in questa nostra di Novembre è un caloroso, solidale e amichevole invito. … Non siamo una struttura organizzata e, quindi, non proponiamo mai per la serata un o.d.g. ma un invito caloroso sì. Haiti sta vivendo un drammatico e difficile momento, le tante notizie che le precedenti lettere vi hanno comunicato, hanno bisogno di approfondimenti e di attenzione. Motivo importante per sollecitare la presenza di tutti. Il prossimo anno si svolgerà il Convegno Nazionale (la località non stata ancora decisa), qui di seguito trovate alcune (molte) idee, alle quali, come gruppo dobbiamo integrare e suggerirne altre. Per il Convegno, proponiamo di invitare, i nostri amici haitiani. C’è quindi la necessità di capire, ed eventualmente organizzare, la loro presenza in mezzo a noi. Come vedete, anche senza il sindacalese-politichese-governativo o.d.g., i motivi per essere presenti sono tanti e importanti, quindi… non mancate e passate parola. Vi aspettiamo. Pensiamo di scambiarci anche gli auguri per le vicine festività con un brindisi e qualche cosa da mettere sotto i denti. In fondo alla circolare trovate anche un messaggio dal Cile.