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Venerdì 25 gennaio si è svolto all’Università Roma Tre un seminario di studi dal titolo “Ettore Masina (1928-2017), un cattolico ‘errante’”.

Alla giornata di studi ha portato il saluto della Rete Radiè Resch il nuovo portavoce nazionale, Fulvio Gardumi, il quale ha sottolineato che la Rete è molto interessata all’avvio di un percorso di approfondimento della figura e dell’opera del suo fondatore.

In occasione del seminario è stata anche annunciata l’istituzione, presso la Fondazione Basso, di un Fondo archivistico dedicato a Masina e alla Rete. Al Seminario era presente anche la famiglia Masina, con Clotilde Buraggi, i tre figli e i nipoti.

I lavori sono stati aperti da Matteo Mennini, Storico del Cristianesimo all’Università Roma Tre, autore di uno studio su Ettore Masina. Mennini ha illustrato le fonti e alcune ipotesi per una ricerca biografica più completa.

L’attività di Masina come giornalista, scrittore, politico e animatore di iniziative di solidarietà internazionale, è stata analizzata da alcune relazioni, a cominciare da quella di Giorgio Del Zanna dell’Università del Sacro Cuore di Milano, che ha tracciato un quadro del mondo cattolico milanese nel secondo dopoguerra. In particolare ha ricordato l’amicizia di Masina con l’allora arcivescovo di Milano card. Montini, poi diventato Papa Paolo VI.

La fondazione e la storia della Rete Radié Resch, definita una “anomalia resistente”, è stata al centro della relazione di Ercole Ongaro, dell’Istituto Lodigiano per la storia dell’età contemporanea. Ongaro è lo storico della Rete, alla quale ha già dedicato tre pubblicazioni: una nel 1994 in occasione del 30° di fondazione, una nel 2004 per il 40° e una nel 2014 per il 50°.

L’attività giornalistica di Ettore Masina, prima al “Giorno” come inviato speciale e informatore religioso, poi alla Rai, come conduttore del TG2 e di programmi di approfondimento, è stata analizzata da Federico Ruozzi dell’Università di Modena-Reggio Emilia nella sua relazione “Mass media e cattolici in Italia tra Vaticano II e anni Ottanta”.

Il particolare clima sociale ed ecclesiale che si era venuto a creare con il Concilio e che è proseguito con la stagione del Dopoconcilio è stato il tema dell’intervento di Giovanni Turbanti, della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.

Infine l’impegno di Masina per i popoli oppressi dell’America Latina attraverso il Tribunale Russell II è stato analizzato da Giancarlo Monina dell’Università Roma Tre e rappresentante della Fondazione Basso.

Era prevista anche una relazione sull’attività parlamentare di Masina, svolta dal 1983 al 1992 nella Sinistra Indipendente: avrebbe dovuto tenerla Giancarla Codrignani, anche lei più volte parlamentare e “collega” di Masina nella Commissione Esteri, ma per motivi di salute non ha potuto essere presente ed ha quindi inviato un testo da allegare agli atti.

Nel dibattito è intervenuto anche Raniero La Valle, anche lui giornalista cattolico e parlamentare della Sinistra Indipendente. Per La Valle, Masina era un grande giornalista “non solo perché raccontava le cose, ma perché raccontava sé stesso, mettendo in gioco sé stesso e la sua vita”. La Valle ha sottolineato il momento storico straordinario del Concilio, quando la Chiesa era “diventata notizia”. Fino a quel momento ciò che veniva discusso all’interno della Chiesa era rigorosamente segreto. L’arrivo a Roma di cardinali da tutto il mondo, con le loro istanze e richieste, di teologi d’avanguardia, portatori di nuove visioni come la teologia della liberazione o la “Chiesa dei Poveri”, la messa in discussione di dogmi ritenuti immutabili per secoli, sono tutti aspetti di un fenomeno nuovo, che il giornalismo di quegli anni ha colto al balzo per trasformare le vecchie cronache stantie, filtrate dai salotti vaticani, in notizie vive e attraenti per il grande pubblico. Quella interpretata da Masina in quel periodo “non era solo storia ecclesiale ma una nuova dinamica sociale della modernità”.

Clotilde Buraggi è intervenuta nel dibattito per ricordare la sua vita con Ettore Masina, un uomo che l’ha fatta aprire agli altri, ad altri mondi, e le ha fatto capire l’uguaglianza e la dignità di tutti gli uomini. Così, ha detto, abbiamo dato vita alla Rete Radié Resch, su suggerimento del prete operaio francese ed amico Paul Gauthier.

Al seminario erano presenti anche i figli e i nipoti di Ettore. Uno dei tre figli, Pietro, ha portato all’inizio dei lavori il saluto della famiglia Masina ed è intervenuto poi anche nel dibattito, ricordando, tra l’altro, come la scelta di Ettore di farsi da parte per “demasinizzare” la Rete, cioè per evitare che la Rete si identificasse con una persona, sia stata una scelta molto lungimirante, anche se sofferta. Pietro ha commentato che quella scelta si è dimostrata vincente, come dimostra la vitalità della Rete nei decenni successivi al “ritiro” del fondatore, con il passaggio da una guida centralizzata a una gestione partecipata.

Le conclusioni del seminario sono state affidate a Roberto Rusconi, dell’Università Roma Tre. “Ettore era un cristiano che faceva l’esame di coscienza davanti alla carta geografica”, ha detto Rusconi citando una definizione di Padre Ernesto Balducci. E l’apertura al mondo è stato uno dei caratteri più innovativi del giornalismo di Masina e del suo impegno internazionale. Un impegno e una visione da cui è nata la Rete Radié Resch, che ancora oggi è viva e attiva e cerca di attualizzare le intuizioni del suo fondatore.

Saluto del portavoce nazionale della Rete, Fulvio Gardumi

Porto a questo seminario di studi “Ettore Masina, un cattolico ‘errante’” il saluto della Rete Radié Resch, l’associazione di solidarietà internazionale che Ettore Masina fondò nel 1964 – 55 anni fa – e che rappresenta sicuramente una delle più solide concretizzazioni del pensiero e dell’azione di Masina. Una realtà che gli è sopravvissuta, che è tuttora viva e presente in una quarantina di città italiane, che ha contatti e relazioni con molte comunità e movimenti popolari nel Sud del Mondo e che cerca continuamente di attualizzare le intuizioni del fondatore.

La nascita della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, di cui parlerà nel corso del Seminario il prof. Ercole Ongaro, si inserisce in quel filone del dibattito conciliare che non è riuscito a concretizzarsi in un documento ufficiale, ma che ha influenzato profondamente la storia contemporanea: questo filone è conosciuto come “Chiesa dei poveri”.

La Rete Radié Resch è stata fin dall’inizio particolarmente interessata all’avvio di un percorso di studio e di approfondimento della figura e dell’opera di Ettore Masina, nella sua multiforme attività di giornalista, scrittore, politico e fondatore/animatore di iniziative di solidarietà internazionale: tutti aspetti di una personalità che nel titolo di questo seminario di studi viene presentata, come quella di un “cattolico errante” (riprendendo il titolo di un libro dello stesso Masina del 1997). La sua storia si intreccia con quella del Concilio e del Dopoconcilio, con la storia politica e sociale dell’Italia del Dopoguerra e, più in generale, con la Storia della seconda metà del Novecento.

La fondazione della Rete, di cui Masina è stato per decenni l’anima, è una testimonianza viva della lungimiranza del suo pensiero e della sua azione. Tanto più in tempi come quelli attuali, in cui i concetti stessi di solidarietà e di opzione preferenziale per i poveri della Terra, così centrali in Masina, sono messi pesantemente in discussione e addirittura additati come reati. Proprio l’anno scorso la Rete Radié Resch ha titolato il suo 27/o convegno nazionale “La solidarietà non è reato”, sottotitolo “ReSIstiamo umani”. Un titolo e un sottotitolo che si possono leggere come una sintesi del pensiero e della prassi di Ettore Masina e dell’eredità che lui ha lasciato alla Rete, la quale ancora oggi cerca di declinare concretamente e di adeguare al mutato contesto storico e politico i valori di solidarietà, umanità, resistenza, coscientizzazione, formazione, informazione e controinformazione. In altre parole, come recita il titolo dell’intervento di Ercole Ongaro previsto nella mattinata di oggi, la Rete fondata da Ettore Masina cerca anche oggi di vivere come una “anomalia resistente”.

A nome della Rete Radié Resch ringrazio quindi l’Università Roma Tre, in particolare il Dipartimento di Studi Umanistici, e la Fondazione Basso, che assieme alla Rete ha collaborato con questa Università alla promozione del Seminario odierno. La Fondazione Basso sta organizzando l’istituzione di un Fondo archivistico della Rete Radié Resch che confluirà nel Fondo archivistico Ettore Masina, con la donazione dei documenti di cui è stato ricercatore e collettore il prof. Ercole Ongaro – storico della Rete – accanto a quelle già raccolte dal dott. Matteo Mennini attraverso la famiglia Masina e altre persone che hanno interagito negli anni con Ettore Masina.

A tutte queste persone ed istituzioni va quindi il ringraziamento della Rete, con l’auspicio che il percorso per una ricerca biografica su Ettore Masina si sviluppi positivamente e contribuisca a mettere a fuoco un periodo storico e una temperie culturale e politica di cui Masina è stato un protagonista di primo piano.

La Rete “Radié Resch”: un’anomalia resistente di Ercole Ongaro

Lo storico francese Marc Bloch ha osservato che “un fenomeno storico non è mai compiutamente spiegato se si prescinde dallo studio del tempo in cui avviene”1. Tuttavia nessun evento e nessuna associazione sono figli unicamente del proprio tempo: ci vuole sempre qualcuno che sappia leggere i “segni del proprio tempo”, rispondere a una chiamata, decidere di dedicarsi a far nascere il nuovo, portare alla luce il non-ancora. Anche la Rete RR ne è una dimostrazione2: per capire la sua nascita e il suo sviluppo non si può prescindere dal tempo in cui avvenne a Roma l’incontro tra Ettore Masina3, giornalista del quotidiano “Il Giorno”, e padre Paul Gauthier4, prete operaio a Nazareth e in quel momento perito del Concilio Ecumenico Vaticano II5.

Era il tempo del Concilio, di Giovanni XXIII che voleva una Chiesa che si facesse conoscere “come la Chiesa di tutti, e particolarmente dei poveri”, che sollecitava i credenti a “considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui”6; era il tempo dell’apertura del dialogo tra Chiesa e mondo, tra cristiani e marxisti, tra cattolici e cristiani di altre confessioni religiose; era il tempo della Pacem in terrris, la prima enciclica rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, che invitava a saper leggere i “segni dei tempi” e dichiarava “irrazionale” la guerra; era il tempo delle lotte del movimento nonviolento di Martin Luther King per i diritti dei neri, del processo di decolonizzazione e di indipendenza dei popoli africani ancora sotto il giogo coloniale; era il tempo di una domanda sempre più forte di giustizia in masse di lavoratori e di poveri ai margini della storia.

L’incontro tra Masina e Gauthier avvenne il 4 dicembre 1963: si stava chiudendo la seconda sessione dell’assemblea ecumenica e veniva annunciato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa. A quell’incontro, avvenuto nella sala stampa vaticana, sarebbe seguito il decisivo incontro a Nazareth il 31 dicembre prima in un cantiere edile poi nella baracca di Paul: Gauthier e Masina, uno di fronte all’altro, capaci di scrutarsi nell’intimo, di condividere le proprie inquietudini, di immaginare un cammino comune per rispondere alla domanda di giustizia dei poveri.

Il rapporto tra Gauthier e Masina era un rapporto asimmetrico: per la differenza di età, per la storia che avevano alle spalle, per il ruolo che stavano svolgendo. Paul, dotato di una personalità carismatica, esercitava un forte fascino su chi lo avvicinava o lo ascoltava: da docente di teologia nel seminario di Digione a prete operaio a Nazareth, dove attorno a lui si era raccolto un gruppetto di uomini e donne – compagnons e compagnes – assetati di radicalità nell’attuare il Vangelo nella propria vita; come perito conciliare Paul stava svolgendo un imprevisto ruolo di coordinatore di un gruppo di vescovi che si erano autoconvocati fin dalle prime settimane del Concilio in risposta a un suo dossier, “Gesù, la Chiesa e i poveri”, da lui distribuito a decine di vescovi, che poneva l’urgenza che la Chiesa abbandonasse ogni segno di ricchezza per poter incontrare i lavoratori e i poveri7.

Ettore, più giovane di 14 anni, sposato con Clotilde e padre di due figli (poi divenuti tre), era un cattolico alla ricerca di un impegno coerente con la propria fede: la sua professione di “inviato speciale” di un grande quotidiano l’aveva messo sovente a contatto con l’umanità sofferente delle periferie urbane, umiliata da condizioni di vita e di lavoro precarie. Ma fu l’impatto con la sofferenza delle masse povere della Palestina a travolgere gli argini del suo stile di vita borghese: l’aver visto a Nazareth e Betlemme famiglie che vivevano in grotte, al freddo, come ai tempi di Cristo.

Ettore e sua moglie Clotilde decisero di accogliere l’invito di Gauthier a costituire una “rete di amici” che si autotassassero ogni mese per dare concretezza alla “condivisione con i fratelli bisognosi e lontani”8. Gli aiuti inviati a Nazareth sarebbero serviti a fornire prestiti per la costruzione di case per i lavoratori. Vi erano già due gruppi che da alcuni anni convogliavano somme di denaro a sostegno dell’attività di Gauthier e dei suoi compagnons: uno costituito da un parroco in Belgio, laltro costituito da un giornalista in Francia. Ma solo quello che stava sorgendo in Italia ad opera di Ettore e Clotilde Masina fu denominato “Rete”, che traduceva il termine francese “reseau”, utilizzato per indicare i gruppi di sostegno ai resistenti in lotta contro il nazismo. Un nome originale, anomalo in quegli anni, che sarebbe divenuto usatissimo soltanto alcuni decenni dopo.

I due gruppi di sostegno in Belgio e Francia si esaurirono presto, mentre si andava propagando la Rete italiana, intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una grotta mentre la sua famiglia era in attesa di abitare una casa – Masina, per costituire la Rete, aveva indirizzato un appello a tanti suoi amici: a Milano dove abitava con la famiglia, a Varese dove aveva vissuto l’adolescenza e la giovinezza, a Roma dove soggiornava per seguire lo svolgersi del Concilio e in altre città e paesi. Tra i destinatari dell’appello non c’erano soltanto persone con una fede religiosa, ma anche atei o agnostici, perché la sensibilità di rispondere alla domanda di giustizia dei poveri non ha connotazione religiosa. La Rete Radié Resch è stata quindi fin dalle origini composta da credenti e non credenti, uniti dalla consapevolezza che bisognava cessare ogni approccio assistenziale verso i poveri, interrogarsi sulle cause della povertà, sostenere il povero nella sua lotta per uscire dal degrado e dall’emarginazione.

Per unire e aggiornare i gruppi locali e i singoli aderenti senza gruppo, Masina prese a scrivere una lettera circolare con cadenza quasi mensile: un impegno che onorò per trent’anni, facendone uno strumento di educazione politica, di controinformazione, di lettura critica e profetica della realtà. E nell’ottobre 1965 invitò gli aderenti o simpatizzanti cui veniva indirizzata la circolare ad un convegno a Roma: fu il primo convegno nazionale della Rete Radié Resch, che avrebbe in seguito, dal 1976, preso una cadenza biennale. La relazione di Masina in apertura del convegno definì le prime caratteristiche della Rete: presenza di credenti e non credenti; adesione in base a una presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e alla volontà di avviare un cambiamento partendo dalle proprie scelte di vita; condivisione del proprio denaro con i poveri non saltuaria ma costante. L’intervento di Gauthier al convegno illuminò una questione decisiva:

Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. (…) Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri”9.

Un’eco di queste espressioni usate da Gauthier sarebbe risuonata qualche settimana dopo nel testo noto come “Il Patto delle catacombe”, dove una quarantina di vescovi si impegnava a “rinunciare per sempre all’apparenza e alla sostanza della ricchezza” e a chiedere agli organismi internazionali “l’adozione di strutture economiche e culturali che, anziché fabbricare nuove nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco, permettano alle masse povere di uscire dalla miseria”10.

Invece la doppia categoria del “là” e del “qui” coniata da Gauthier, il considerare sia i Paesi ricchi che i Paesi sottosviluppati come realtà interconnesse, entrambe bisognose di cambiamento, è stata un’acquisizione che ha orientato tutta la vita della Rete.

Masina sul finire dell’estate 1968, rileggendo il proprio itinerario spirituale e quello della Rete, non soltanto ribadiva che “un primo elementare impegno [era] quello di dividere i propri beni (non soltanto economici, ma anche culturali o di tempo) con i poveri”, ma anche che tra i poveri andavano privilegiati “quelli che non hanno alle spalle nessuna organizzazione sociale e, ancora, fra essi, quelli che prendono coscienza di una civiltà che li opprime e tentano di opporvisi”; e ciò implicava, da parte di noi occidentali che godevamo i frutti di quello sfruttamento, “una serie di coerenti rifiuti, di contestazioni del sistema, espresse nel colloquio con gli altri uomini e in atti concreti”11. Una tale consapevolezza si rivelava selettiva – faceva perdere aderenti alla Rete – ma era irrinunciabile. Accusata di essere una impostazione politica, e quindi guardata con sospetto, essa era la sola che, in un mondo diviso tra Est e Ovest in base a ideologie contrapposte, riusciva a far cogliere che la divisione più radicale era quella tra ricchi e poveri, tra oppressori e oppressi12.

La novità dei discorsi che circolavano nella Rete, riguardo il fenomeno della povertà e delle sue cause, risalta dal confronto con il dibattito interno a “Mani tese”, nata lo stesso anno della Rete, dove nel congresso del 1969 prevalse la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza dellarretratezza delle culture locali invece che delle politiche del colonialismo.

La Rete nel frattempo, al seguito dei compagnons di Gauthier, era approdata in America Latina, dove aveva iniziato operazioni di solidarietà con gruppi di operai e di contadini in Brasile e con chi sosteneva i prigionieri politici nei Paesi oppressi da dittature militari. In Medio Oriente e in America Latina il filo diretto era con gli oppressi che non desistevano nella lotta per la propria liberazione: i loro messaggi, ripresi e commentati nelle circolari di Masina, costituivano una inedita controinformazione, che ha inciso nella educazione politica degli aderenti e li ha mobilitati nelle campagne condotte in Italia in appoggio alla resistenza latinoamericana: l’esempio più evidente fu l’appoggio economico e organizzativo dato dalla Rete al Tribunale Russel II contro la repressione del regime militare brasiliano, promosso da Lelio Basso e Linda Bimbi13.

Masina seppe valorizzare la ricchezza di umanità, di dignità, di lotta, di coscienza politica che derivava dalla relazione con i prigionieri politici, con i gruppi di lotta operaia e contadina – tra questi il Movimento dei Sem Terra – e con le comunità ecclesiali di base dei Paesi latinoamericani. Minoranze che operavano non semplicemente per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per un radicale cambiamento del sistema di oppressione, ossia per la liberazione dallo sfruttamento.

Dopo 15 anni di vita della Rete, Masina riuscì a far partire un processo di condivisione delle decisioni interne all’associazione attraverso la struttura di un Coordinamento nazionale, cui partecipavano i rappresentanti delle reti locali. E dal 1982 cominciò a essere pubblicato il Notiziario della RRR, su iniziativa ed a cura della rete di Quarrata, in anni recenti trasformato in rivista trimestrale con il titolo “In dialogo”14. Oltre a condividere le notizie delle reti locali, il “Notiziario” è stato uno strumento di approfondimento e di interpretazione delle trasformazioni nei Paesi del Sud del mondo.

I convegni nazionali della Rete, con cadenza biennale, sono stati soprattutto un momento di ascolto delle testimonianze del Sud e delle analisi di esponenti della Teologia della Liberazione e di scrittori organici ai movimenti di lotta e di coscientizzazione (Leonardo e Waldemar Boff, Marcelo Barros, dom Tomás Balduino, Rigoberta Menchú, Arturo Paoli e tanti altri). La ricchezza delle esperienze dei testimoni si è intrecciata con la periodica riflessione sul tema della solidarietà, che costituisce la ragion d’essere della Rete. Su questo tema la lucidità di analisi di Linda Bimbi, “cuore pensante” della Fondazione “Basso”, ha costituito un apporto prezioso fin dal 1984. La sua lettura dell’esperienza della Rete ha rimarcato l’originalità della Rete nel panorama associativo della solidarietà. La solidarietà attuata dalla Rete si connotava, per la Bimbi, come “pratica tesa a favorire una progressiva presa di coscienza”, “un’operazione pedagogica di rieducazione permanente”, un cammino accanto ai nuovi soggetti di liberazione (contadini senza terra in lotta, minoranze sindacali, comunità ecclesiali di base, donne autorganizzate delle favelas)15.

Per conservare questa originalità Masina ha sempre contrastato l’ipotesi che la Rete si trasformasse in “organizzazione non governativa”: avrebbe significato cancellare la sua identità. Dare continuità alla Rete non doveva comportare dotarla di una sede, di personale e di strutture, di un fundraiser, bensì accrescere la capacità di coinvolgimento da persona a persona, di condivisione di responsabilità.

Nel 1992 Masina annunciò che, al compimento dei 30 anni della Rete (nel 1994), si sarebbe ritirato, perché la sua presenza non avrebbe consentito “la libera crescita, espansione e manifestazione dei carismi altrui”16. Il Coordinamento nazionale venne così assumendo un ruolo più forte di elaborazione e di indirizzo e al suo interno si costituì una segreteria operativa di tre persone.

La scelta di Masina, fortemente sostenuta da Clotilde, fu una scelta di coraggio e lungimiranza, che è stata compresa nella Rete soltanto anni dopo. La comprese invece subito Linda Bimbi, che esortò la Rete – nel momento del ritiro di Masina – a non cadere nella tentazione di istituzionalizzarsi, a mantenersi allo stadio di movimento, camminando con gli altri nell’ascolto dei più deboli:

Quando gli ispiratori scompaiono o si allontanano, è l’ora della fraternità contro la tentazione di istituzionalizzarsi. (…) L’istituzione (che pure ha i suoi ruoli) in definitiva spegne lo spirito. (…) La vostra grande fortuna durante questi decenni è stata di aver mantenuto sguardo e mani fuori dall’Europa, tra i popoli oppressi ma pieni di speranza. Avete attinto linfa vitale nei campi palestinesi, nelle prigioni brasiliane, nell’utopia sandinista. L’avete attinta anche, misticamente, dall’amicizia con i sofferenti di casa vostra. Questo convivere con l’alterità vi ha salvato dall’essere assimilati alla cultura dei vincitori, maturare nella coscienza e nella speranza”17.

La conduzione collegiale ha favorito la responsabilizzazione delle reti locali e ha operato con metodo partecipativo diretto: le decisioni sono prese con il metodo del consenso dal Coordinamento. Tutto questo è avvenuto in un tempo in cui la democrazia è spesso un rito formale.

La Rete ha vissuto la cesura dell’abbandono di Masina, del passaggio da una conduzione personale a una collegiale, conservando la sua specificità:

-è tuttora un gruppo senza strutture burocratiche, senza una sede, senza personale, con una organizzazione leggera su base volontaria;

-sceglie di praticare la solidarietà, attraverso un’autotassazione intesa come “restituzione” ai poveri, in sostegno a comunità o gruppi del Sud del mondo che lottano per un cambiamento dal basso delle comunità cui appartengono;

-sceglie di legarsi a gruppi di base, a gruppi di poveri di cui nessuno si occupa, accogliendo i loro “progetti” e cercando di costruire (tra loro e la rete locale referente) un rapporto di reciproca conoscenza;

-ritiene prioritaria una presa di coscienza personale dei meccanismi di ingiustizia che dominano i rapporti tra Nord e Sud del mondo e incoraggia a praticare stili di vita alternativi alla logica del profitto, della competitività, del consumismo;

-si propone all’esterno con iniziative (dibattiti, incontri con testimoni…) di controinformazione, ma la sua diffusione è soprattutto affidata al rapporto personale, da persona a persona.

La Rete Radié Resch continua a esistere e a resistere camminando nel solco tracciato da Masina e condiviso da Clotilde: il suo sostegno è rivolto a gruppi o comunità, la cui vita quotidiana è una resistenza: in Palestina, in America Latina e in Africa (dal 2000).

In uno scritto, inedito, datato 9 novembre 1993, Masina affermò:

Io vedo nella Rete RR un seme di politica e di cultura che deve svilupparsi come appello e prassi di una nuova resistenza. Circondati dalla dittatura della politica-spazzatura o, ben che vada, della politica-spettacolo, della politica-rabbia; aggrediti ogni ora dagli agenti della sfiducia e dell’egoismo, anche noi – in maniera ben diversa ma non del tutto dissimile da quella dei compagni brasiliani, cileni e uruguaiani di cui negli anni ’70 corremmo in sostegno – dobbiamo scoprire in noi stessi (e più nel nostro stare insieme) la bellezza di una lotta che si ribella agli istinti di morte che ci vengono suggeriti ed amplificati”.18

In questo pensiero di Masina leggiamo in filigrana la storia della Rete, le tensioni e la realtà greve del nostro oggi, ma anche la traccia del cammino futuro di questa “anomalia resistente”.

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1 M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi 1969, p. 48.

2 Sulla vicenda storica della Rete Radié Resch sono stati pubblicati i seguenti saggi: Carla Grandi, Radié Resch. Una storia di solidarietà, Borla, roma 1992, pp. 286; E. Ongaro, Nel vento della storia, 30 anni della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, Cittadella Editrice, Assisi 1994, pp. 238; Idem, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme. Lettere nella Rete Radié Resch, Rete Radié Resch di Quadrata 2004, pp. 407; Idem, Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014, Rete Radié Resch di Quadrata 2014, pp. 145.

3 Ettore Masina era nato a Breno (Brescia) il 4 settembre 1928; residente a Milano dai primi anni 50 fu giornalista prima su diversi periodici (tra cui Il Giorno) poi alla Rai, saggista e poeta. Fondò nel 1964, con la moglie Clotilde Buraggi, lassociazione di solidarietà internazionale Radié Resch, da lui coordinata fino al 1994. Dal 1983 al 1992 fu deputato alla Camera nel gruppo della Sinistra indipendente. Successivamente continuò la sua attività di saggista e collaboratore di riviste. Morì a Roma, dove risiedeva dal 1964, il 27 giugno 2017.

Su Ettore Masina si veda il profilo biografico e bibliografico, presente nel dossiersul sito internet della Rete Radié Resch: E. Ongaro, Ettore Masina. Un testimone coerente, luglio 2017, pp. 11.

4 Paul Gauthier era nato a La Flèche il 30 agosto 1914; divenuto sacerdote, dal 1947 fu docente di Teologia nel seminario di Digione. Nel 1957, lasciato linsegnamento, decise di trasferirsi in Palestina, a Nazareth, per fare loperaio in un cantiere edile, dove Gesù aveva vissuto lavorando come falegname. La sua testimonianza attrasse altri uomini e donne, di diverse nazionalità, desiderosi di vivere testimoniando il Vangelo: insieme costituirono unassociazione denominata Compagnons et compagnes de Jésus. Fu perito al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-65), dove funse da ispiratore e segretario di un gruppo di vescovi sensibili al tema della povertà della Chiesa e della relazione tra Chiesa e poveri. Con accanto Marie Thérèse Lacaze, sua compagna di vita, visse i drammi dei profughi palestinesi in Giordania e in Libano (1969-1975). Autore di testi sulla tematica del rapporto tra Chiesa e poveri, è ritenuto un precursore della Teologia della Liberazione. Ispiratore della associazione italiana di solidarietà internazionale Rete Radié Resch, ne ricevette il sostegno per i suoi progetti di testimonianza evangelica. Morì a Marsiglia il 25 dicembre 2002.

5 Era stato il vescovo di Akka, George Hakim, divenuto poi patriarca di Antiochia, di Gerusalemme e di tutto lOriente col nome di Maximos V, a scegliere p. Gauthier come collaboratore al Concilio in quanto esperto di problematiche relative al rapporto tra Chiesa e mondo operaio e tra Chiesa e poveri.

6 Giovanni XXIII, Nuntius radiophonicus, 11 settembre 1962.

7 Al riguardo si veda lapprofondito studio di M. Mennini, La Chiesa dei poveri. Dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco, Guerini e Associati 2016, pp. 251.

8 Lettera di P. Gauthier a E. Masina, Nazareth 17 febbraio 1964, in E. Ongaro, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme, cit., pp. 41-42.

9 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 43.

10 M. Mennini, Paul Gauthier e la povertà della chiesa durante il Vaticano II. La faticosa ricerca di un consenso, in Cristianesimo nella storia, n. 34, aprile 2003, pp. 357-388; Idem, Il Patto delle catacombe e leredità della Chiesa dei poveri, in Credere oggi, marzo 2013, pp. 1-8.

11 E. Ongaro, Nord e Sud, cit., p. 60.

12 Risuonava qui la lezione di don Lorenzo Milani, amico di Ettore e Clotilde Masina, nella lettera Ai cappellani militari toscani del 23 febbraio 1965: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dallaltro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri(Don Lorenzo Milani, Obiezione di coscienza, La Locusta, Vicenza 1965, p. 11).

13 Si veda il saggio di Simona Fraudatario, Le reti di solidarietà per il Tribunale Russell II negli archivi della Fondazione Lelio e Lisli Basso, in Giancarlo Monina, a cura di, Memorie di repressione, resistenza e solidarietà in Brasile e America Latina, Ediesse, Roma 2013, pp. 315-357 (in particolare paragrafo 3.3.3. La Rete Radié Resch e il Manifesto dei diecimila).

14 Un precedente strumento informativo e di autoriflessione interno alla Rete era stato il mensile Camminare, a cura della rete di Firenze, che proseguì per alcuni anni anche accanto al Notiziario.

15 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 162. Una parte dellintervento della Bimbi, in cui racconta il suo rapporto con la Rete, è stato pubblicato in: Linda Bimbi, Tanti piccoli fuochi inestinguibili. Scritti sullAmerica Latina e i diritti dei popoli, Nova Delphi Academia, Roma 2018, pp. 176-181.

16 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 222.

17 Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione, cit., p. 41.

18 E. Masina, Lettera, 9 novembre 1993. Il testo, pur non iniziando rivolgendosi agli amici della Rete, è comunque rivolto a essi, sia per il richiamo al sostegno dato ai militanti latinoamericani sia perché si conclude con il consueto congedo delle lettere circolari: Un saluto affettuoso e riconoscente dal vostro Ettore Masina.

Cari amici della Rete, Castelnuovo di Porto, il centro richiedenti asilo alle porte di Roma, è stato svuotato in seguito al decreto sicurezza. Le cronache parlano di migranti che vivevano lì in situazione di integrazione, bambini che andavano a scuola, collaborazioni di vario genere perfino nella squadra di calcio: la Castelnuovese. Questa la grande novità nella gestione dell’immigrazione nel nostro paese. L’operazione assume quasi la forma dello sgombero: a Castelnuovo di Porto erano accolte circa 500 persone di cui 300 verranno ricollocate in altri centri di otto regioni italiane in quanto richiedenti asilo, mentre chi non ha traumatica. ottenuto l’asilo, ma gode della protezione umanitaria rischia di restare fuori della rete di accoglienza; è questa l’incognita di molte di quelle persone che possono ritrovarsi in mezzo a una strada, per non parlare dei dieci bambini che andavano a scuola e che non potranno più frequentarla. Forse l’intenzione del governo è di lasciare per strada i migranti in possesso di protezione umanitaria a cui il decreto Salvini non riconosce più alcun valore. Mi chiedo come la mettiamo, sul piano giuridico, con chi aveva avuto tale protezione prima del 5 ottobre, ovvero prima dell’entrata in vigore del decreto sicurezza? Tali persone erano in accoglienza sulla base delle normative preesistenti che prevedevano la conclusione di un percorso di integrazione per ottenere lo status di rifugiato. Si possono interrompere questi percorsi senza alcuna motivazione? Con le nuove norme solo i minori non accompagnati e chi ha ottenuto lo status di rifugiato può essere titolare di protezione umanitaria. Il metodo usato per svuotare il cara è stato un bliz mattutino senza offrire alcuna alternativa praticabile meno traumatica. Lo Sprar ( Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è nato con l’idea di trasformare l’accoglienza in un meccanismo di erogazione di servizi socio assistenziali nel territorio, tutto basato sull’inclusione sociale; parliamo di una sperimentazione che tutta Europa ha guardato con interesse, che ha avuto enorme successo e che per nessuna ragione logica o giuridica era da spazzare via dopo 18 anni di funzionamento. Una vicenda incredibile l’eliminazione dello Sprar in favore di che cosa? In favore di centri emergenziali che sono un ritorno al passato? Torniamo indietro di 20 anni nell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati? Il tentativo evidente è di isolare le persone, impedendone l’integrazione. Dimostra quanto appena affermato che nei bandi dei futuri centri di accoglienza che partiranno da quest’ anno non sono previsti corsi di Italiano, non c’è integrazione sociale e i costi vengono dimezzati perché i servizi vengono appiattiti, trasformando i centri in “pollai “che sono il contrario dell’esperienza cresciuta nel corso dei 18 anni di applicazione. Come detto prima, le notizie che arrivano dal centro di Castelnuovo, nonostante i suoi limiti, sono di lavoro, scuola, gioco del calcio, lavori socialmente utili, amicizie…… Spezzare questo processo di integrazione con la scusa di rendere più efficienti gli Sprar mi sembra un grossolano errore che creerà solo situazioni emergenziali. C’è sempre un clima ideologico che circonda la questione “immigrazione” dividendo una parte dall’altra e brandendo i migranti come unica causa dei nostri disastri. Pur cercando di tenere i toni bassi dobbiamo ammettere che i rifugiati provenienti dall’Africa sono l’espressione della globalizzazione e che comunque la contrapposizione non aiuta ad affrontare il problema; o torniamo a una gestione vera di questo cambiamento sociale, lo accettiamo decidendo che l’integrazione è il nostro obiettivo e facciamo progetti diffusi in tutt’Italia, affidati, ad esempio, agli enti locali per la gestione dell’inclusione oppure andremo sempre più verso una gestione emergenziale, cioè una non gestione, verso il parcheggio delle persone che non faranno nulla tutto il giorno, che non avranno un percorso di inclusione e che quando otterranno una qualsiasi protezione sarà come se fossero arrivati il giorno prima anche se sono in Italia da uno o più anni. Voglio, inoltre, esaminare quali sono gli interessi in Africa dell’Europa, in particolare della Francia, e della Cina, più recentemente. Il neo colonialismo francese in Africa può considerarsi la causa dell’impoverimento africano e dei flussi migratori da quel continente al nostro? Lo strumento adottato è il franco africano utilizzato dal 1945 quando la Francia negoziò la parità del franco francese e del franco che aveva nei 15 paesi delle sue colonie: il franco Cfa. Questa moneta è rimasta in uso anche dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia e ha un tasso fisso di cambio dapprima con il franco e poi con l’euro per dare stabilità e impedire spinte inflazionistiche dannose a economie molto fragili come quella africane; la contromisura è stata il deposito di una riserva che oggi ammonta a 14 miliardi di euro presso il Tesoro francese sulla quale la Francia paga interessi fissi dello 0,75%. Una delle accuse rivolte alla Francia è che essa investe tali somme a interessi ben più alti; il dibattito esiste in quanto questa situazione viene considerata un retaggio coloniale. I paesi parafricani, accettando questa situazione dopo 60 anni dall’indipendenza, vogliono mettersi, così, al riparo da spinte inflazionistiche nonché avere la garanzia della convertibilità universale sul mercato finanziario; è chiaro che questo favorisce gli investimenti francesi e, poiché parliamo di euro, anche gli altri paesi della zona euro sono avvantaggiati se investono in Africa. Voglio aggiungere che il cambio fisso se penalizza l’esportazione di prodotti africani privandoli dello strumento della svalutazione, protegge i nostri produttori. Non penso che il franco Cfa (comunità finanziaria africana) sia l’unico retaggio neocoloniale in Africa in quanto tutti i paesi occidentali (Italia compresa), l’Arabia Saudita, la Turchia, la Cina stanno attuando massicciamente politiche neocoloniali in Africa che si manifestano con canali commerciali, influenze sulle produzioni alimentari, alienazione di terre, presenza di multinazionali, guerre di potere, corruzione; esse sono viste come armi per sottomettere gli stati africani e come causa di impoverimento di economie emergenti. In questi giorni è in Italia il presidente del Consiglio dell’Etiopia che ha dichiarato: “ Sono qui in Italia per cercare di contrastare la grande influenza degli investimenti cinesi nel mio Paese”. Mi auguro che l’Africa possa diventare tanto importante nei prossimi 50 anni e possa cominciare a reagire come qua e là si comincia a vedere: il fatto di bruciare il Cfa da parte dei giovani africani mi sembra una manifestazione di una maggiore consapevolezza delle giovani generazioni africane e che questo possa portare a un futuro migliore in cui associazioni, gruppi e movimenti rappresentino in prospettiva il vivaio di nuove classi dirigenti. E basta col paternalismo occidentale!

Maria Cristina Angeletti

Cosa sanno gli italiani del Treno Alta Velocità Torino-Lione? Ah no, scusate, del “treno trasporto ad alta intensità di merci” Torino–Lione?

Come, non lo sapevate che è questa in realtà la natura del progetto. L’alta velocità (di trasporto passeggeri) è servita a eccitare la fantasia di quegli italiani, tanti sia destra che a sinistra, ammaliati dal mito del Progresso e dello Sviluppo. Alta intensità di trasporto merci che richiede binari diversi, atti a sopportare grandi carichi, rispetto a quelli per l’alta velocità dei treni passeggeri. Due cose fra loro incompatibili sullo stesso binario.

Ho scritto “progetto” e non “realizzazione in corso”. Anche qui l’informazione corrente ha confuso le idee. Sospendere un “progetto” è ben diverso, dal punto di vista finanziario, che sospendere dei lavori in corso, specie se già avanzati. A parte una serie di lavori accessori, fra i quali il tunnel geognostico di Chiomonte (6 mt di diametro e 7 km di lunghezza; sul significato di questa parola oscura tornerò), nessuna opera di scavo del tunnel è stata fino ad oggi appaltata (sta per esserlo, però) e quindi in caso di cancellazione non c’è nessuna penale da pagare, a nessuno, né alle imprese, né alla controparte francese, solo 500 milioni di euri all’Unione Europea, nulla rispetto ai tanti miliardi per la realizzazione di un progetto inutile, che verrebbero gettati al vento (o meglio, in conti correnti bancari ben precisi).

Inutile trasportare le merci? Ma lo sviluppo, il PIL? Allora iniziamo a vedere meglio le cose.

L’idea di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione nacque all’inizio degli anni ’90 del secolo passato nei salotti di casa Agnelli, i grandi patron di Torino. Cioè quasi trent’anni or sono. Coi tempi che corrono 30 anni sono un’eternità. Si prevedeva un ingente aumento di traffico merci con la Francia per cui la linea ferroviaria esistente sarebbe stata presto saturata (ma nessuno ha mai visto le carte su cui era basata la previsione: solo discorsi, non studi circostanziati).

E in 30 anni succedono molte cose: il traffico merci totale con la Francia è rimasto praticamente costante, e quello sulla linea ferroviaria è diminuito, anche perché nel frattempo è stata costruita una nuova autostrada che percorre la Val di Susa, sfregiandola ulteriormente. Ma di questo parlerò nella seconda parte di questo excursus.

Il voto del Consiglio comunale di Torino che il 29 ottobre scorso ha bocciato il TAV Torino-Lione, decidendo il ritiro del Comune dall’Osservatorio ufficiale sul TAV, opera “non importante”, è stato il detonatore che ha innescato uno scontro politico di alto livello che, per essere ben compreso, è bene venga affrontato sapendo un po’ di cose che i media non raccontano (o raccontano male, salvo lodevoli eccezioni).

Dopo la manifestazione pubblica SI TAV del 10 novembre a Torino, città epicentro dello scontro, organizzata dalla locale Confindustria, alla quale si dice abbiano presenziato 25mila persone, ora scende in campo la Confindustria nazionale che ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria lunedì 3 dicembre in questa città alla presenza di tutti i presidenti delle associazioni e delle categorie che ne fanno parte.

Confindustria ha così deciso di schierare il suo ingente potenziale di fuoco contro la sindaca Appendino e sui suoi sostenitori e di conseguenza anche contro il Movimento 5 Stelle e lo stesso governo giallo-verde, sperando di ottenere la dissociazione della componente leghista da quella stellata per farlo quindi affondare. Questo perché la posta in gioco è altissima e non è limitata al famigerato TAV ma all’ideologia stessa delle Grandi Opere. E alla grossa “torta” di 280 miliardi che è in gioco nel complesso delle Grandi Opere previste, prima di sbloccare o rifinanziare le quali il governo ha meritoriamente costituito un comitato di esperti per valutare per ciascuna di esse il ropporto costi/benefici.

Non mi illudo che la Commissione possa lavorare senza forti ingerenze politiche. E comunque la relazione dei tecnici non sarà decisiva perché la decisione finale spetterà ai politici. E in realtà possono essere ragioni di forte valore sociale che in casi eccezionali possono mettere in secondo piano l’analisi costi/benefici. Ma questo, per essere giustificato, richiederebbe una classe politica lucida e preparata, cosa che non è evidente al momento.

Torniamo all’Assemblea di Confindustria. Il Sole – 24 Ore del 19 novembre scrive che questa È, infatti, il segnale della compattezza della confederazione e di tutto il mondo produttivo a difesa di un’opera, la Tav Torino-Lione, la cui utilità strategica non riguarda solo il Piemonte, ma il Paese intero.

Per l’ennesima volta le elite scambiano il tutto con la parte, la loro, che è l’unica a trarre vantaggio da questa opera innecessaria ed anzi deleteria finanziariamente e ambientalmente, come ormai è stato chiaramente dimostrato in varie sedi, tanto che il governo francese, pressato dal parere ripetutamente negativo dell’equivalente d’oltralpe della Corte dei Conti italiana, ha rinviato la costruzione della tratta francese agli anni ’30 del presente secolo. Cioè probabilmente mai. Ma su questo tornerò poi.

L’organo confindustriale prosegue: la prossima assemblea si collega idealmente, come ci fanno notare alcuni imprenditori, alla manifestazione torinese del 10 novembre, con i quasi 40mila (ma non erano 25mila?) cittadini in piazza a sostegno delle stesse ragioni. I due appuntamenti – al di là di qualsiasi coloritura politica […] esprimono chiaramente la reazione della società civile nei confronti di una certa politica all’insegna della “decrescita felice”.

Di nuovo, parlando di “reazione della società civile”, si confonde il tutto con la parte, perché il Consiglio comunale torinese che ha emesso il fatidico verdetto contro il TAV è quella che ha vinto le elezioni comunali, fino a prova contraria. Ma per le elite del potere fattico i rappresentanti eletti dal popolo rappresentano gli elettori quando decidono cose a loro gradite e rappresentano solo se stessi quando invece queste sono sgradite.

Il voto del 29 ottobre ha fatto venire allo scoperto il partito latente del PIL, come rileva il servizio di uno dei principali cronisti de Il Corriere della Sera, Dario Di Vico, nell’edizione del giorno successivo al voto, avente per titolo appunto Segnali dal partito del PIL. Stralciamo alcune frasi:<<… il partito del PIL si è fatto sentire in maniera compatta per contrastare decisioni prese dal governo o dalle amministrazioni comunali …… i presidenti di una dozzina di associazioni imprenditoriali da una parte e un presidio sindacale della Fim.Cisl dall’altra hanno marcato la loro presenza (…) e hanno mostrato come la pensino le imprese e il lavoro. …… Il partito del Pil comincia ad averne abbastanza>> (dopo il no del Consiglio alle Olimpiadi Invernali del 2024 e alla riunione a Torino del G8. Personalmente applaudo!).

“Partito del Pil”, quindi, contro partito della “decrescita felice”. Un nuovo partito politico, quello del PIL, o solo una coincidenza temporanea di interessi (alcuni veri, quelli dell’elite, e altri presunti erroneamente tali)? E chi lo compone? Ce lo dice un giornale più ‘sbarazzino’ rispetto ai due serissimi giornali prima citati, cioè Il Fatto Quotidiano che scrive: … si rivedono insieme Pd e centrodestra, associazioni imprenditoriali (soprattutto industriali, costruttori e artigiani) e sindacati dei lavoratori edili (Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil).

Ma, mi perdonino quelli de Il Fatto, c’è qualche dimenticanza ed una è particolarmente grave, la ‘ndrangheta, presente in tutte le Grandi Opere e specializzata in particolare nei movimenti di terra (e dalla tratta italiana del tunnel lungo complessivamente 57 km, di terra da trasportare ne uscirebbe tanta!). Essa è ben presente in zona grazie al lontano confinamento in Val di Susa di un suo affiliato (Rocco Lo Presti, 1963). Le cronache giudiziarie ci danno ampie notizie di questa oscura presenza in Val di Susa (oltre 50 morti di ‘ndrangheta nelle ultime decadi dello scorso secolo) e ci ricordano che quello di Bardonecchia è stato il primo consiglio comunale del centro-nord sciolto per ‘mafia’ (1995).

Come si vede, lo schieramento è complesso, e anche innaturale. E naturalmente comprende, come già detto, gli inconsapevoli ammiratori dell’equazione Grandi Opere = Progresso e Sviluppo. Ma mi fermo qui rimandando l’approfondimento del tema TAV Torino-Lione alla prossima seconda parte, importante perché se apparirà chiara la non strategicità dell’opera e se si evidenzieranno le diseconomie e il malaffare ad essa legate, può essere legittimo il dubbio che tutto il marchingegno disinformativo qui impiegato probabilmente è all’opera anche per glorificare alcune delle altre grandi opere oggi in ballo.

Qual è lo stato di salute della Grandi Opere nel mondo?

Prima di chiudere, un cenno allo stato di salute delle Grandi Opere nel mondo, perché è utile sapere che non è eccellente. Una sintesi non esaustiva è reperibile in un articolo a firma Ketty Schneider e chiosato da una valente scienziata italiana, Elena Camino, collaboratrice del Centro Studi Sereno Regis di Torino. Il titolo è: I progetti infrastrutturali di grandi dimensioni stanno fallendo a ritmi crescenti e lo potete trovare cliccando qui: serenoregis.org/…/i-progetti-infrastrutturali-di-grandi-dimensioni-stanno-fallendo-a-rit .

Apprendiamo così che negli ultimi 10 anni gigantesche Grandi Opere di varia natura e in vari paesi hanno fatto flop: o per le opposizioni delle popolazioni coinvolte, o per errore di progettazione ( ad es. errata valutazione dello stato del terreno o del riempimento dei detriti depositati nel caso di dighe, sottovalutazione di rischi di terremoti o alluvioni etc), abnorme lievitazione dei costi, superamento tecnologico nel corso dei lunghi anni spesi fra progettazione e realizzazione etc. E’ di ieri la notizia che il governo neoliberista canadese ha cancellato la realizzazione di un grande oleodotto data la strenua opposizione delle popolazioni dei territori attraversati. Le opere che hanno ‘floppato’ riguardano dighe, miniere a cielo aperto, oleodotti, gasdotti, deviazione di corsi d’acqua, autostrade, linee ferroviarie, aeroporti…….

Grandi Opere che falliscono sempre più spesso trascinano nel baratro anche i relativi costruttori. E’ accaduto per due dei più famosi costruttori di impianti nucleari, la Westhinghouse (USA) e la Toshiba (J), rimaste impigliate nel gorgo della lievitazione dei costi per rendere “più sicuri” gli impianti in costruzione, dopo lo sfortunato e tuttora irrisolto incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, le cui acque radioattive continuano a fuoriuscire allegramente nel Pacifico fino a giungere sulle coste statunitensi. E’ di queste settimane la richiesta di ammissione al concordato preventivo della Astaldi, la terza grande impresa italiana di costruzione di Grandi Opere, che però non ha dismesso la propria natura predatoria fino alla fine, complici altre consorelle. Da Il Fatto Quotidiano di oggi (24 nov., pag. 15): “Delitto perfetto. I bond emessi dal costruttore, che ha chiesto il concordato, erano destinati a grandi costruttori. Che però li hanno rivenduti per 250 milioni ai piccoli: ora perdono fino all’80%.

Ecco perché la prova di forza della Confindustria del prossimo 3 dicembre trascende il caso singolo del TAV in Val di Susa ed è in difesa, senza sé e senza ma, di un sistema gigantesco di interessi spesso illegittimi. Cancellare il TAV significa aprirvi, anche in Italia, una prima significativa crepa. Da che parte stare?

Il 3 dicembre i poteri forti riuniti nella Confindustria nazionale, spalleggiati da ben precise forze politiche e da quella parte di società civile purtroppo favorevole al partito del PIL, hanno messo in campo tutti i loro argomenti a favore del TAV.

“Sarà la marcia dei centomila” (P.Griseri – La Repubblica del 30.10)

L’8 dicembre saranno i NO TAV a portare in piazza i loro. Non sbagliamoci, non è uno scontro “localistico” bensì il confronto, indiretto, di due diverse concezioni della politica, due visioni della democrazia e della vita sociale. Le due immagini che seguono sono eloquenti: la gente da un lato, i salotti ovattati del potere dall’altro (un consiglio a Fassino: cambi il suo consulente di immagine su face book). In realtà quello qui illustrato è il salotto dei feudatari del vero potere, che ama meno mostrarsi in forme così banali e che a Torino ha un nome ben preciso, la sempre più cosmopolita famiglia (fu) Agnelli.

Sui motivi per cui la tratta Torino-Lione del Corridoio europeo n.5 non è sostenibile già abbiamo detto e comunque il documento che potete vedere sul documento è esemplare per sinteticità e chiarezza. Se la Francia non riprenderà il discorso fino al 2038 (dico duemilatrentotto!), perché affrettarsi tanto per scavare un tunnel che sboccherebbe nel nulla? L’unica opera accessoria ad oggi realizzata è la galleria geognosticoa di Chiomonte[1]), e i lavori di scavo del tunnel ferroviario non sono ancora stati appaltati. Del resto, come leggerete in fondo, quello che interessa ormai è scavare il tunnel, non il TAV.

La testimonianza di un cittadino della valle, che ho letto in questi giorni sul web, mi pare apportare nuovi elementi per una narrativa più aggiornata. Forse anche voi comprate sul web oggetti che vengono consegnati in 24 o 48 ore da trafelati conduttori di furgoni.

C’è anche un’altra questione, ancora sottovalutata nei suoi effetti dirompenti sul sistema trasportistico italiano, che dimostra come la Torino Lyon sia ormai fuori tempo massimo rispetto all’evoluzione del trasporto delle merci: le due statali valsusine, così come altre direttrici di traffico, sono sempre più percorse, sette giorni su sette, da decine di camioncini con targa polacca o rumena con una capacità di carico compresa tra i 15/18 quintali che guadagnano quote di traffico a danno dei TIR ed anche del trasporto ferroviario che, in Italia, manca di una logistica efficiente.[2] E’ un modello di trasporto, su scala internazionale, che risponde alle nuove e ormai consolidate esigenze produttive delle aziende, che hanno abolito o comunque ridotto il deposito nei magazzini e che hanno quindi necessità di un continuo e flessibile rifornimento ad hoc (che il trasporto ferroviario non può garantire) dei pezzi o materiali per le necessità produttive, e anche per il rifornimento delle attività commerciali di media o grande dimensione.

E c’è un altro motivo dietro l’irreversibile affermazione di questo modello di trasporto: i bassi costi per le retribuzioni degli autisti calcolate su parametri dei Paesi dell’Est, pernottamento degli stessi sul mezzo e pasti consumati lungo la strada, la non percorrenza delle autostrade a pagamento, la possibilità di circolare nei giorni festivi quando sono invece fermi i mezzi più pesanti, il non uso del cronotaghigrafo e quindi, a discapito della sicurezza, la possibilità di guidare anche 14/18 ore giornaliere.[3]

Ed ora inoltriamoci lungo le utopistiche vie del potere: il Corridoio ferroviario europeo n.5.

 

Il corridoio ferroviario europeo n.5

Un progetto ambizioso di trasporto merci e persone quello dell’Unione Europea denominato “corridoio ferroviario europeo n.5”: da Lisbona, in Portogallo, a Kiev, in Ucraina, lungo 3335 Km. Sulle ragioni di questo corridoio ferroviario, in un numero de Il Sole – 24 ore del 2007, certamente memorizzato da Fassino come vedremo, si legge:

Corridoio 5, arteria a rete multimodale, appartiene ad uno dei grandi assi ferroviari ed autostradali che l’Unione Europea si è impegnata a realizzare e collegherà Lisbona a Kiev, assegnando all’Italia un ruolo strategico rispetto al processo di integrazione verso quei Paesi che dal 1° maggio 2004 sono entrati a far parte dell’Unione Europea. […] Il “Corridoio 5”, partendo da Venezia (ma allora Lisbona, Lione e Torino? nds) raggiunge Trieste, prosegue per Lubiana, capitale della Slovenia, avanza fino a Budapest, per poi valicare il confine dell’Ucraina attraverso L’vov; l’ultima fermata rappresentata da Kiev. Il suo sviluppo è di 1.600 km (da Venezia o da Trieste?, ma è un dettaglio insignificante) […]. Il corridoio 5 porterà alla formazione di un vasto spazio economico di 500 milioni di persone. Inoltre, coi mercati dell’Est in piena espansione, gli scambi tra est e ovest acquisteranno pari se non superiore rilevanza rispetto a quelli nord-sud. Consapevole di ciò, l’Ue ha individuato nove corridoi stradali e ferroviari che protendono verso l’Est la rete transeuropea di trasporto. […] All’urgente necessità per l’Italia di un collegamento rapido, per merci e passeggeri, coi Paesi dell’Europa centro-orientale, risponde appunto il Corridoio 5, che partendo da Trieste arriva sino a Kiev in Ucraina.

Il percorso del corridoio 5 è un ibrido: certe tratte sono progettate per trasporto ad alta intensità di merci (ad es. la Lione-Torino), altre per alta velocità passeggeri. A parte che il giornalista non ha ben chiaro se il Corridoio 5 inizia a Lisbona, Venezia o Trieste, una prima cosa è certa da tempo: il Portogallo nel 2012 ha (ragionevolmente) rinunciato alla tratta sul suo territorio per motivi economici. Quindi la linea partirebbe dalla Spagna (Algeciras). Sorvoliamo sugli scandali per corruzione che si sono verificati in questo paese nella costruzione delle linee TAV e sui problemi, non risolti, dell’attraversamento dei Pirenei. Un’altra cosa è certa: anche la Slovenia ha rinunciato alla sua tratta. Anzi, per alcuni anni, aveva sospeso addirittura ogni transito ferroviario dall’Italia. Addio sbocco nel mercato favoloso dei paesi dell’Est!

In Italia, oltre il traforo, abbiamo altri due problemi, che sul piano progettuale non sono chiariti: l’attraversamento con gallerie sotterranee di Torino e di Vicenza, zone densamente abitate. Queste gallerie fra l’altro interferirebbero necessariamente con le falde acquifere: problema assai delicato. L’attraversamento appenninico fra Firenze e Bologna ha già fatto i suoi danni alle relative falde acquifere, portando un extralavoro ai tribunali, ed altrettanti ne minaccia il futuro attraversamento in sotterranea di Firenze. L’esperienza non insegna. Ma torniamo al Corridoio 5.

 

Binario morto” e “Dove sono le ragioni del sì”

Due solerti giornalisti, Andrea de Benedetti e Luca Rastello, nel marzo 2012 hanno deciso di percorrere in treno il tragitto da Lisbona a Kiev per vedere lo stato di avanzamento dei lavori. Ne è uscito un libro il cui titolo è significativo: Binario Morto. Un piacevole libro di avventure di viaggio oltre che una verifica sul campo. Un’altra lettura raccomandabile (facile e veloce, ed anche economica: 96 pagg. e 10 E ben spesi), ci informa in modo chiaro quale sia lo stato di asservimento e vacuità del giornalismo italiano ed anche della classe politica italiana. Il libro ha per titolo Dove sono le ragioni del sí. La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza. E’ il sobrio resoconto di Antonio G. Calafati, docente di Analisi delle politiche pubbliche (http://calafati,univpm.it), di un’esercitazione condotta coi suoi studenti universitari alla ricerca sui media delle “ragioni del sì”, esposte da grandi firme del giornalismo nostrano.

Dopo due mesi di lettura in aula dei tre “giornaloni” nostrani (“Il Corriere della Sera”, “La Repubblica” ,“La Stampa” ) la situazione è disarmante: sotto i titoli roboanti, introvabili le ragioni del sì!

Commenta Calafati:

«L’ho scritto, nel modo più semplice che ho potuto, anche per dare un sostegno morale a quei lettori che si sentono sopraffatti dall’autorevolezza dei giornalisti, da editoriali e corsivi ai quali non sanno dare un significato, che non capiscono, che cercano di capire. Spero di rincuorarli, mostrando che in molti casi non c’è nulla, proprio nulla da capire. […] … cercavamo delle ragioni razionali, dei ragionamenti con un contenuto empirico, ipotesi chiare e falsificabili, qualche dato per corroborarle. Abbiamo invece trovato i primi, abbozzati elementi di una “mistica” delle infrastrutture».

 

La resistenza di una valle contro il TAV

E’ riassumibile in poche parole: “Due statali, un’autostrada, una ferrovia, due elettrodotti: che cosa ci vogliamo ancora mettere?” risponde un valligiano al sociologo Marco Augé (Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella Val di Susa). “Di base si vuole salvaguardare il territorio, perché la valle è ormai considerata un tubo di passaggio” ribadisce un parroco. Un tubo di passaggio in una valle che in alcuni tratti è larga appena 2 km!

Da non dimenticare: nella roccia da scavare, come è stato appurato, ci sono asbesto (ovvero amianto: vi dice nulla la parola mesotelioma?), e uranio. Dal punto di vista tecnico nessun problema. Neppure da quello etico.

Questo brano del dialogo telefonico registrato fra due imprenditori impegnati nello scavo del Terzo valico sulla direttrice Torino-Genova è significativo sugli effetti dell’amianto:

Imprenditore A, riferendosi agli operai che lavorano ogni giorno nelle zone più esposte: «Il primo che si ammala è un casino».

Imprenditore B: «Tanto la malattia arriva fra trent’anni…»[4].

Scavare il tunnel ha come conseguenza, almeno per la parte italiana, un traffico attraverso alcuni paesi della valle per alcuni anni di centinaia di camion al giorno trasportanti la terra di scavo, che oltre a tracce di queste sostanze lasceranno sulle strade anche una scia delle pericolose polveri M 5 e M 25.

Ma che tipo di resistenza hanno manifestato i valligiani che, non tutti certo, sono contrari al TAV? La risposta è intrigante, degna appunto di una riflessione sociologica come quella di Augé. Una resistenza che, nonostante i resoconti dei media, è stata esemplare e raramente è trascesa in violenza. Violenza in risposta ad altra violenza. In ricordo di Genova (2001), dove i micidiali gas lacrimogeni mi eccitarono al punto che se avessi avuto un bastone fra le mani lo avrei usato senza autocontrollo, ho comprato in valle una maglietta con una scritta significativa: “Isolare i violenti! … ci abbiamo provato, abbiamo anche fatto delle barricate, ma loro hanno lacrimogeni, manganelli, idranti … Non è facile”.

Un inciso: la nuova legge sulla sicurezza, ora in discussione al Parlamento, se non subirà modifiche prevede nel caso di partecipazione a blocchi stradali fino a 12 anni di carcere … Inaccettabile! Sicurezza per chi?

Nella valle la cultura della resistenza ha una lunga storia alle spalle, che risale nei secoli. Di qui passarono gli ‘eretici’ valdesi fuggendo le persecuzioni, e di qui tornarono. Una cosa mi ha colpito il 25 aprile del 2013 ad Avigliana, dove assistevo alla locale celebrazione della Resistenza: non ebbi la sensazione di un rito formale bensì di un sentire tuttora vivo, forse rinnovato dalla lotta contro il TAV. Scrive Augé: “… la memoria collettiva della Resistenza, in Val di Susa trova un parziale ricambio generazionale, che ne tiene vivo il ricordo, perché funzionale al contesto del presente”.

Ma non solo, credo. C’è altro in valle, dove mi hanno parlato ad es. di Achille Croce, un valligiano innamorato dal pensiero di Gandhi, la cui azione ha lasciato tracce perduranti. Fu dovuto alla sua influenza quanto accaduto nelle Officine Moncenisio di Condove: <>. (Augé, pag. 26).

Una valle quindi ricca di fermenti culturali che aiutarono la resistenza NO TAV a evitare la fisionomia “localistica”, del tipo Nimby (“non nel mio cortile”), ma a trasformarsi in una seria riflessione sul modello di civiltà che ha una delle sue espressioni più significanti nelle Grandi Opere.

«Ciò che sta accadendo in Val di Susa va al di là della semplice opposizione al tunnel ferroviario. Da un lato colpisce la notevole competenza su temi ambientali, acquisita e condivisa da gran parte degli abitanti della valle e in particolare della bassa valle. Competenza dovuta appunto non solo a manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto a assemblee e conferenze tematiche e a informazioni ottenute dalla rete». (pag.208).

Un esempio che ha trovato un riflesso in varie resistenze più recenti in altre zone d’Italia: No Tap in Salento, No Muos in Sicilia. No Triv in Basilicata e altre ancora, accompagnate tutte, in modo più o meno elaborato, da molti Sì alternativi.

Usciamo dalla Valle e scendiamo a Torino.

 

Un oltraggio al futuro di Torino ?

«Un oltraggio al futuro di Torino, delle imprese, dei lavoratori. È un colpo basso per il territorio e per le sue speranze di ripresa. È la dimostrazione della ottusità di chi sta governando questa città e questo Paese. Non possiamo stare a guardare la distruzione del nostro futuro e ogni iniziativa sarà messa in campo per impedirlo».(dal blog di Piero Fassino)

La oltraggiante principale è ovviamente la sindaca Appendino, autrice di ben tre NO: alle Olimpiadi del 2024, al G 8, al TAV.

Vediamo meglio. E’ ben noto come il duo Ellkan (Agnelli)/Marchionne abbia trasferito all’estero la capitale della Fiat, oggi FCA. Riprendiamo dal puntuale documento citato sopra che ci ha informato dei camioncini con targa esteuropea in valle:

all’oggi dove la FIAT non ha più il centro produttivo a Torino ma negli USA, le autovetture sono principalmente costruite all’estero, FCA paga le tasse in Inghilterra ed ha la sede legale in Olanda e il nuovo manager Manley concluderà, con minori problemi d’immagine di Marchionne, l’operazione di rendere sempre più periferico il comparto auto italiano a cui, malgrado i forti utili (divisi tra gli azionisti) rimangono da anni e in particolare a Mirafiori cassa integrazione (a carico dell’INPS), contratti di solidarietà e nessun concreto progetto produttivo.

E’ degli scorsi giorni la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi per 6,2 miliardi di euro e già si parla di cessione anche della COMAU, la fabbrica di robotica industriale, centrale per le catene automatizzate di produzione. Un impero in smobilitazione dunque.

Di questo si tace e si urlano invece i 3 NO dell’Appendino che “hanno oltraggiato Torino!”. Vediamoli da vicino:

– primo NO a Torino come sede delle olimpiadi del 2026. Molte le città che stanno rifiutando di ospitare le Olimpiadi: Amburgo, Boston, Toronto, Budapest …. Ci sarà un perché? L’immane debito che si lasciano dietro, con i consuntivi tripli, quadrupli o più rispetto ai preventivi. Torino è la città col più alto debito pro-capite (3.500 E), al quale pare abbiano contribuito le olimpiadi invernali del 2006. Debiti che sono pubblici, mentre i guadagni (hotel, ristoranti etc) sono privati.

– Secondo NO (veniale) a Torino come sede del G 8 2017 in città (dirottato a Venaria). Sabato e domenica prossimi ci sarà il G 20 a Buenos Aires: trasferiti nella capitale 20mila poliziotti … e la ministra degli interni ha raccomandato agli abitanti di passare il week-end fuori città. Ricordate Genova 2001?

– Terzo NO : al tunnel e al TAV

Termino il riferimento ai personaggi della vicenda con il tris d’assi del mazzo PD Fassino-Chiamparino-Bresso, che negli anni passati si era alternato al vertice di amministrazione comunale e regionale. Fassino aveva fatto suo il sogno dell’Oriente:

«La comunicazione con l’est europeo è strategica e Trieste è la porta di ingresso in Oriente […] L’Europa dell’est sarà il nostro Eldorado, e un sistema di trasporti verso quell’area è indispensabile […] L’alternativa sarebbe quella di chiudere la vocazione industriale di Torino in una logica industriale senza sbocchi».

Un malevolo sito riporta scrupolosamente tutte le previsioni sbagliate di questo che è stato anche segretario nazionale del suo partito. Non infierisco.

A cancellare la vocazione industriale della città però ci aveva già pensato Marchionne buonanima, fra una partita di scopone e l’altra con Chiamparino (riferisco soltanto) il quale, dimentico di appartenere al partito che aveva ignorato il risultato del referendum nazionale sull’acqua, ora reclama a gran voce il referendum sul TAV. Per chi vuol sapere di più sulle parole a ruota libera del tris d’assi rimando al libro già citato di Calafati.

Un’ultima nota su Paolo Foietta, commissario straordinario per la TAV, il quale sparge disinformazione a piene mani. Leggo su Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre:

«I costi di uno stop per il paese saranno di oltre 4 miliardi contro i 2,9 previsti per realizzare l’opera».

I 4 sarebbero per le penali, invece inesistenti. E i costi preventivati per l’opera, solo 2,9? Strano il silenzio della commissione anti- fakenews che si diceva operante presso la Presidenza del Consiglio?

Evidentemente Foietta sta parlando del solo scavo del tunnel. E barando sui numeri.

Per i costi dell’intera opera, le cifre sono veramente ballerine. Fra i vari conteggi, per chiarezza complessiva dell’esposizione, faccio riferimento all’intervista fatta da Chiara Carovani per Altraeconomia all’ing Alberto Poggio:

CC – Oltre al tunnel esplorativo che cosa abbiamo della tratta dopo 27 anni di progetti e oltre 1 miliardo euro già speso?

AP – Nemmeno un metro. Dovrebbe essere lunga 270 chilometri da Torino a Lione, e costituita da tre tronconi: la sezione italiana, quella transfrontaliera e quella francese. […] Se, come sembra dagli ultimi orientamenti politici, le tratte nazionali non saranno realizzate, il tunnel sarà collegato alle ferrovie già esistenti. Pertanto sarebbe un’opera sostanzialmente inutile perché non si avrebbe incremento della capacità di trasporto lungo il percorso ferroviario Torino Lione, che rimarrebbe pari a quelle delle linee attuali.

CC Come sono ripartite le spese?

AP Dunque, quelle previste ammontano a 8,6 miliardi per il Tunnel di Base, più le tratte nazionali che possiamo stimare a 4,4 per l’Italia, più 2 miliardi, causati da una variazione al progetto che ha fatto ricadere sulla tratta nazionale italiana un pezzo di quella frontaliera. La Corte dei Conti francese ha stimato, nel 2012, un costo totale dell’opera pari a 26,1 miliardi di euro, quindi con una spesa per la Francia di 11 miliardi. Ma è importante dire che dei 57,5 chilometri solo 12,5 sono in Italia e il resto ricade sul territorio francese, ma le spese sono ripartite al 58% all’Italia e 42% alla Francia. Perché nei primi accordi nel 2004 la Francia si lasciò convincere solo a fronte della promessa italiana di sostenere la quota maggiore delle spese.

CC L’Europa come partecipa?

AP La partecipazione definitiva alle spese da parte dell’Europa non è ancora stata deliberata. Sarà oggetto di discussione dopo il 2020 e potrà arrivare al massimo a coprire il 40% sul costo del solo Tunnel di Base, meno del 13% sull’intera Torino-Lione. […]

Un’avvertenza. Anni addietro un amico, responsabile progetti di una grande industria chimica italiana, mi disse fra il serio e il faceto: quando l’opera che mi danno da valutare è particolarmente complessa e la realizzazione è lunga nel tempo, per sicurezza io moltiplico i dati presentatimi per π (pi greco=3,14).

ALDO ZANCHETTA – SOLLEVAZIONE (La crisi, il conflitto, l’alternativa)


NOTE
[1] Il tunnel geognostico di Chiomonte, lungo 7 km, è oggi ultimato. Esso è servito per conoscere la struttura del Moncenisio nel cui ventre dovrebbe essere scavata la nuova galleria di passaggio del TAV (che, ripetiamo, TAV non è) Torino-Lione. Esso servirebbe anche come accesso al cantiere del tunnel di base e, successivamente, come condotto di ventilazione, manutenzione e via di sicurezza. L’investimento è du 173 milioni di euro. Sull’affidamento dei lavori di scavo sembra ci sia stata qualche manfrina. I lavori hanno avuto come capofila la Cooperativa Muratori e Cementieri di Ravenna, di cui all’epoca era presidente Pierluigi Bersani (riferisco, non affermo).
[2] Per inciso, l’argomentazione, a prima vista razionale, che la nuova ferrovia avrebbe ridotto il traffico merci su TIR nella valle, si è dimostrata errata. Infatti sulla attuale linea viaggiano carri attrezzati per ricevere i TIR, ma come già detto, essa è largamente sotto-utilizzata anche dai TIR, per motivi che sarebbe lungo esporre qui.
[3] https://emergenzacultura.org/…/giovanni-vighetti-tav-quello-che-i-media-non-dicono
[4] Inchiesta Terzo valico, intercettazione choc: “C’è l’amianto? Tanto la malattia arriva fra trent’anni – chocwww.lastampa.it/2017/…/inchiesta-terzo-valico-intercettazione-choc

 

Convegno nazionale 2018

La solidarietà non è reato: reSIstiamo umani

INTERVENTO DI GHERARDO COLOMBO

Chissà quanto ci sarebbe da dire sul tema della solidarietà! Secondo me è un tema che o si risolve in due parole o c’è bisogno di un trattato. Cominciamo dalla definizione. Sappiamo di cosa parliamo quando parliamo di solidarietà? Intendo proprio la definizione della parola. Che cos’è la solidarietà?

Pubblico: Aiutare il prossimo.

E qui si pone subito il problema: chi è il prossimo?

P: E’ l’umanità.

E chi ci sta nell’umanità?

P: Io non sono d’accordo sulla parola “aiutare”.

Perché?

P: Io sono d’accordo con la parola ”condivisione”, con la parola “scambio”. La parola “aiuto” mi fa pensare a qualcuno che dà e qualcuno che riceve; sono d’accordo con “condivisione”, “scambio” di quello che ciascuno ha da dare all’altro.

Condivisione, solidarietà: sì, certo, ci sta! Andiamo un pochino oltre. Solidali con chi? Secondo me questo è il problema. Per riuscire a capirci: solidarietà è reato; può esistere un reato di solidarietà? Il nostro codice penale, per esempio, prevede un reato di solidarietà. Il favoreggiamento personale unisce chi è solidale nei confronti di chi ha commesso un reato. Chi aiuta chi ha commesso un reato è solidale o no? Compie un gesto di solidarietà o no?

P: No!

Perché no? Attenzione, le parole sono importanti!

P: La solidarietà con gli ebrei!

Dopo le leggi razziali del 1938 chi ha aiutato gli ebrei commetteva reato o no?

P: Era la legge del tempo!

La legge del tempo, la legge di oggi… Attenzione! Se Lei fosse oggi negli Stati Uniti d’America e si trovasse a decidere se consegnare alla giustizia una persona già condannata alla pena di morte, la consegnerebbe perché venga eseguita o avrebbe dei problemi a farlo? Eppure è una legge di oggi. Il fatto è che noi dobbiamo stare un pochino attenti a distinguere la legalità dalla giustizia.

P: In Italia c’è il reato di omessa solidarietà. Ad esempio, in caso di una persona travolta per strada…

Si chiama omissione di soccorso. E attenzione, non ci è chiesto di soccorrere solo chi è vittima, siamo tenuti a soccorrere chiunque, anche chi ha provocato l’incidente, anche chi ha torto. O pensiamo che la solidarietà sia un dovere soltanto nei confronti di chi ha un comportamento che condividiamo? Per parlare del reato di solidarietà in realtà bastano due parole: solidarietà e riconoscimento. Se io sono solidale solo con chi riconosco, be’ allora… io sono solidale col mio prossimo, ma chi è il mio prossimo lo decido io! Basta, non c’è più niente da dire, tutti hanno ragione: hanno ragione quelli che dicono: “Ma guarda quello lì che dà da mangiare a chiunque viene qua!”, così come ha ragione quello che dice che si deve dare da mangiare a tutti. Si tratta appunto della dimensione del riconoscimento. Quanto più riconosco, tanto più si allarga lo spettro della solidarietà, nel senso della misura della solidarietà. Quanto meno riconosco, tanto più si riduce la misura della solidarietà. Attenzione perché è una cosa nuova, nuovissima quella che è scritta nell’articolo 2 della nostra Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo“), perché il mondo è andato avanti sempre a solidarietà estremamente ristretta. Pensiamo ad esempio alla solidarietà tra maschio e femmina, ancora adesso! Allora, io penso che questo tema “la solidarietà non è reato” sia un tema che non riguardi tanto gli altri, ma che riguardi noi, ciascuno di noi. Siamo abituati a dire: “Guarda quelli come sono disgraziati, non sanno essere solidali!”, ma guardiamo piuttosto in quale misura noi stessi siamo disposti ad essere accoglienti, altrimenti non facciamo nemmeno mezzo passo avanti. Usiamo il paradigma del nemico: io posso essere solidale nei confronti del mio amico, ma non sono solidale, anzi sono aggressivo e respingente nei confronti del mio nemico. E’ esattamente la logica di chi dice: “Ma perché dai da mangiare a quello lì?”. E’ dentro di noi la questione della solidarietà: quanto più riconosciamo, tanto più siamo solidali. Ma facciamo fatica! Riconosciamo il migrante, sì, certo, ma riconosciamo un po’ meno il migrante che per sopravvivere fa dei piccoli furti. Se poi per sopravvivere entra per rubare in casa nostra, comincia a essere diverso. Non abbiamo tutti quanti una scala di solidarietà? Questo sì, questo un po’ meno, questo ancora meno. Non è con l’essere umano che siamo solidali, ma con quell’essere umano, e va a finire che lo decidiamo noi con quale essere solidali. Più che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la nostra Costituzione che se ne è curata, chi l’ha scritta, magari con qualche incertezza, con qualche titubanza, ma ha pensato a questo. E che l’ha pensato lo capiamo proprio se guardiamo alla Costituzione come sistema. Comincia dall’articolo 1, ma sotto il profilo del contenuto comincia dall’articolo 3, e precisamente da quella parte dell’articolo 3 che noi generalmente dimentichiamo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, cioè tutte le persone, per il fatto che sono persone, sono degne. Attenzione, tutte sono degne, tutte. Qui c’è già tutta la Costituzione, o no? Sarebbe interessante andare a vedere la 12^ disposizione di attuazione della Costituzione: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48 sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”. Ciò significa che oggi questi limiti al diritto di voto e alla eleggibilità non ci sono più perché tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Capite a cosa arriva? Questa è una rivoluzione, assolutamente pacifica, ma è una rivoluzione rispetto a ciò che esisteva prima. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Le discriminazioni ci sono ancora oggi. Pensiamo alla discriminazione di genere, a quella religiosa. Pensiamo alla discriminazione politica: chi ha scritto la Costituzione alla 12^ disposizione dice “5 anni”, poi basta. E chi è in prigione? Quante persone sono convinte che chi ha commesso un reato debba essere degradato! Perché obbligare alla sofferenza vuol dire degradare. La Costituzione rovescia il modo di stare insieme. Ma la Costituzione ha 70 anni, li ha compiuti l’1 gennaio, e 70 anni rispetto alla storia dell’umanità che cosa sono? Niente! E allora fa di più la storia di millenni rispetto a quello che fa la storia degli ultimi 70 anni! Ma attenzione, fa di più anche per noi, che per autodefinizione facciamo parte dei buoni. E’ da questo punto di partenza che deriva tutto il resto, reato di solidarietà, la solidarietà è bene o è male: tutto deriva dalla considerazione che abbiamo per chi non è d’accordo, dalla considerazione dell’altro inteso proprio come colui che non ha la stessa appartenenza, sotto tutti i profili, genere, etnia, religione. E lì è dove si fa fatica. Siamo un pochino tutti colpevoli di reato di solidarietà nel momento in cui non accettiamo le persone con le quali non siamo d’accordo. E allora facciamo a meno di scandalizzarci che altri commettano reati di solidarietà perché la differenza sta nello stare da questa parte piuttosto che dall’altra. Quanta solidarietà esiste con coloro che escludono l’altro? Pensiamo alla nostra storia, noi siamo diventati stato in questo modo, al prezzo dell’esclusione dell’altro. E allora bisogna riuscire a capirla questa Costituzione, perché se riusciamo a capirla entriamo in un’ottica che ci mette sulla strada del lavorare su noi stessi per riuscire a testimoniarla: è una cosa difficile per ciascuno di noi, perché la cultura è cultura, quello che abbiamo dentro ci è stato tramandato praticamente da sempre. Non si tratta di genomi, non si tratta di DNA, si tratta proprio di educazione. Pensiamo com’era l’Italia 40, 50 anni fa, e vediamo come la solidarietà e la Costituzione c’entravano poco con la mentalità corrente. Pensiamo ai disabili: non erano “visibili”, andavano tenuti “nascosti” perché diversi, e c’era collegato a questo un qualche calvinistico senso di colpa, erano il segno della lontananza da Dio.

P: La legge sull’integrazione scolastica dei disabili è del 1977.

Solo negli anni ‘70 sono state fatte la riforma del diritto di famiglia, la riforma dell’ordinamento penitenziario. E si è arrivati fino ad un certo punto, poi è prevalsa la cultura e si è tornati un po’ indietro. La legge può esistere, ma poi può essere applicata o può non essere applicata. Esistono delle leggi che sono applicate ed esistono delle leggi che non sono applicate. E abbiamo proprio l’esempio clamoroso della nostra Costituzione, che esiste e non è applicata, dal cittadino molto spesso, però a volte anche dalla magistratura. Perché tutte le volte che esiste conflitto fra la cultura e la legge, a perdere è la legge. Non c’è niente da fare, tutte le volte che il sentire comune dei cittadini non coincide con la legge, la legge non trova applicazione. Hai voglia a dire che tutti hanno uguali dignità, e poi scopri che una donna che svolge le stesse mansioni lavorative di un uomo guadagna anche il 30% in meno. Fino al 1975 il Codice Civile sotto la rubrica “autorità maritale”, e il titolo già la dice lunga, diceva che il marito è il capo della famiglia: altro che articolo 3 della Costituzione!

P: Don Rito cosa faceva di fronte alle ordinanze del sindaco che vietavano di dar cibo e ospitalità ai migranti a Ventimiglia? Non le osservava.

Di fronte ad un conflitto si hanno due possibilità: o si obbedisce alla legge mettendo da parte il proprio senso di giustizia oppure si obbedisce al proprio senso di giustizia e ci si assume la responsabilità di non osservare la legge. Come si è giunti in Italia all’abrogazione del servizio di leva obbligatorio? Ha cominciato qualcuno a dire che si rifiutava di fare il servizio militare perché per lui ammazzare una persona sarebbe stata la cosa peggiore che potesse succedergli e fare il servizio militare senza imparare ad ammazzare le persone è impossibile. Ma non fare il servizio militare era reato, perciò quella persona andava in prigione. E quando usciva dopo un paio d’anni, siccome la chiamata alla leva era valida, mi pare, fino ai 45 anni d’età, quella persona subiva un altro processo e andava in prigione un’altra volta. Questo fintanto che non si sono decisi e accanto al servizio militare hanno introdotto il servizio civile. Per introdurre il servizio civile è stato necessario che cambiasse la finalità del servizio. Pensate a don Milani, pochi anni prima soltanto era stato processato per la sua lettera ai cappellani militari.

P: Abbiamo sempre bisogno di martiri?

Abbiamo bisogno di testimoni, e i martiri sono i testimoni. Siamo noi che cambiamo le cose; nella vita, se vogliamo andare avanti, le cose dobbiamo farle. Ma perché possiamo fare le cose è necessario anche che abbiamo le idee chiare. E non si dica che la solidarietà è una bella cosa, però con chi sono solidale, chi riconosco, lo decido io! E il nostro paese, poveretto, è in difficoltà sotto questo punto di vista, basta vedere il numero dei partiti politici che abbiamo, ci si distingue anche solo per una virgola: ciò dimostra l’esistenza di un’estrema difficoltà a riconoscersi. Nonostante la Costituzione, anzi, direi a dispetto della Costituzione, siamo molto più disponibili a non riconoscerci piuttosto che a riconoscerci. La Costituzione dà l’idea del riconoscimento universale, mi chiede di riconoscere che tutti i cittadini hanno pari dignità, e tutti i cittadini vuol dire tutte le persone, e poi vi riferisco il meccanismo attraverso il quale io posso sostenere che qui cittadini vuol dire persone.

P: Ma ci sono limiti rispetto a chi devo riconoscere dignità? Quando la dignità umana può essere ridotta?

Mai, mai! Quella persona che in Norvegia ha sterminato più di 70 giovani sta in carcere, non per tutta la vita, e sta in un carcere nel quale la sua dignità è rispettata. Mai! Questo è un principio che non può essere messo in discussione. Per la verità la Costituzione in un articolo, il 22, lo mette in discussione quando dice che “nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. Questo implica che nome e cittadinanza per motivi non politici possono essere persi, cancellati. E’ una particolarità non in linea con tutto il resto della Costituzione, però c’è.

P: Nel caso dell’articolo 2, secondo il quale la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, possiamo certamente dire che la legge è più avanti della cultura. Come dobbiamo comportarci nei confronti di coloro che non rispettano l’articolo 2? Noi sappiamo che stanno per essere elette persone che non rispettano l’articolo 2, abbiamo il diritto di opporci?

Abbiamo il diritto di opporci, abbiamo tutta una serie di diritti, ma questi diritti vanno esercitati tenendo conto che chiunque va rispettato.

P: Come si fa a perdere il nome?

Fino alla riforma del 1975 i detenuti erano chiamati per numero; credo che negli Stati Uniti d’America succeda ancora così. E pensiamo ai malati in ospedale, o peggio ai campi di sterminio. In Italia ci sono diversi pensieri sul tema dei diritti: provate a pensare qui dentro, tra di voi, che pure costituite un’assemblea di persone solidali perché appartenete tutti alla Rete, quanti opinioni diverse ci possono essere sul tema della fine vita. C’è sicuramente tra voi chi pensa che è giusto che uno decida sulla propria fine vita, e c’è sicuramente anche chi invece pensa che sia da vietare che uno decida in ordine alla propria vita. Sono cose serie. Torniamo alla dignità. Dignità vuol dire riconoscibilità, vuol dire identificazione dell’altro nella stessa natura di sé. Siccome noi in genere ci consideriamo degni, ci piace essere rispettati, ci sentiamo importanti, banalizzando possiamo dire che tutti i cittadini sono importanti tanto quanto me.

P: Per quanto riguarda il diritto al lavoro ci sono vari modi di interpretare la legge. C’è chi si permette di licenziare, chi nella stessa situazione riammette al lavoro…

La Costituzione è un sistema, tutto è legato naturalmente, perciò andiamo all’articolo 4 che dice che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Cosa vuol dire? Che il diritto al lavoro non si ha naturalmente, è complesso, ha bisogno che esistano le condizioni grazie alle quali la gente trovi da lavorare, è necessario che ci si attivi per fare in modo che esista il lavoro. Problema non semplice, in nessun paese al mondo credo ci sia l’occupazione piena, 0% di disoccupazione. La Costituzione si preoccupa anche di non essere eccessivamente teorica, tiene conto delle situazioni concrete. Torniamo infatti all’articolo 3, che afferma che tutti hanno pari dignità e le loro peculiarità (genere, lingua, religione…) non possono essere causa di discriminazione: poiché esiste tutta una serie di ostacoli che si oppongono a rendere vero ciò che è detto nella prima parte dell’articolo, si aggiunge che è compito della repubblica, cioè di tutti noi, di ciascuno di noi, rimuovere quegli ostacoli. E’ importante che giungiamo a condividere la Costituzione, perché in realtà la condividiamo fino ad un certo punto: siamo disposti ad essere solidali sì, ma solo con chi ci piace, non con tutti, cioè non riconosciamo tutti come degni allo stesso modo. Ad esempio fatichiamo a riconoscere la dignità di chi commette reati odiosi, di chi ha idee sociali estremamente diverse dalle nostre, e così via. Dunque, dicevo, per condividere la Costituzione chiediamoci perché l’hanno scritta ancor prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, perché a chi l’ha scritta è venuto in mente di rovesciare una direzione millenaria, ultramillenaria, che aveva avuto peraltro delle affermazioni di una pesantezza eccezionale. Pensiamo alle leggi razziali, che in Italia sono state scritte nel 1938: neanche 8 anni dopo hanno cominciato a scrivere la Costituzione. Non tutti si erano indignati per le leggi razziali, tanti ne hanno tratto vantaggi, anche qualche padre della patria, della democrazia era stato contento di guadagnarci una cattedra universitaria prima occupata da un ebreo.

P: Solidarietà verso chi? L’articolo 3 parla di tutti i cittadini. E i non cittadini? Nella percezione comune cittadino è solo chi ha la cittadinanza.

La percezione comune va resa meno superficiale. Per la Costituzione cittadini sono tutte le persone. Andiamo coi piedi di piombo: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, dice l’articolo 3, ma subito prima l’articolo 2 aveva detto che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, non del cittadino, dell’uomo.

P: Non la donna!

Di questa precisazione linguistica allora ancora non ci si curava. 11 mesi dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, scritta in inglese, parla di essere umano. Se noi scrivessimo la Costituzione oggi al posto di “tutti i cittadini” metteremmo “tutti gli esseri umani” o “tutte le persone”. Nella Costituzione stessa, comunque, ci sono altri passi che confermano che il senso da dare alla parola “cittadini” è quello di “persone”. All’articolo 13 si dice che la libertà personale è inviolabile, non la libertà dei cittadini; al 14 che il domicilio è inviolabile, non il domicilio dei cittadini; al 15 che la corrispondenza è inviolabile, e poi al 32 che la tutela della salute è fondamentale diritto dell’individuo, e al 43 che la scuola è aperta a tutti. Le differenze riguardano pochissime cose, la più evidente riguarda il voto. Facendo un bilancio complessivo vediamo che “cittadino” corrisponde a “persona”. Nell’articolo 10 è scritto che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Capite come non esiste differenza: se lo straniero a casa sua ha tutti gli stessi diritti che abbiamo qui, è uguale al cittadino; se per caso a casa sua non ha gli stessi diritti, lo accogliamo, ha il diritto di essere accolto. Tutto questo conferma che per cittadino si intende persona, essere umano.

Torniamo indietro: ci stavamo chiedendo perché chi ha scritto la Costituzione si è permesso di rovesciare il sistema che ha sempre retto il mondo, compreso quando hanno fatto la rivoluzione francese. E’ stato un guardare al passato e insieme un guardare al futuro. Nel giro degli ultimi 20, 30 anni c’erano state due guerre mondiali, quanti milioni di morti, e quanti invalidi, quanti senza lavoro, quante case distrutte, e che fame! Certo, anche la Shoah, ma io credo che ad impressionare maggiormente le persone che vivevano a quel tempo sia stata la bomba atomica. A quasi tutti noi la bomba atomica non ha cambiato la vita, quando sono nato la bomba atomica c’ era già. Noi sentiamo di tante morti terribili dovute a siccità, maremoti, vulcani, carestie, e la bomba atomica è una disgrazia come ce ne sono molte altre. Alle persone di quel tempo invece la bomba atomica ha cambiato il futuro: prima non c’era, all’improvviso invece si scopre che esiste un’arma talmente potente da fare quello che nessun’arma fino ad allora aveva saputo fare. Per quanto impegno ci abbiano messo gli Alleati a lanciare bombe su Berlino, se andate ora a Berlino trovate edifici costruiti prima della guerra ancora in piedi, e quanti berlinesi si sono salvati! A Hiroshima e Nagasaki invece… Nel Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si dice che essa è stata scritta anche considerando che “il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”. Essa poi inizia con una specie di parafrasi dell’articolo 3 della Costituzione Italiana. La nostra Costituzione, a parte quel dettaglio che vi ho citato dell’articolo 22, ha una coerenza estrema al suo interno. Per esempio, l’articolo 27, a proposito del riconoscimento della dignità di tutti, dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Alla luce di questo articolo io personalmente ho qualche perplessità sul regime carcerario 41 bis, ma certamente altri hanno perplessità contrarie e adducono esigenze di sicurezza; io però dico che queste esigenze di sicurezza devono essere contemperate. L’articolo 13, che esordisce dicendo che “la libertà personale è inviolabile”, aggiunge che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”: violenza fisica e psicologica, la parola violenza viene usata qui per la prima e unica volta in tutto il testo della Costituzione. Allora capite come sia importante, quando si parla di solidarietà, uscire da degli schemi limitati, altrimenti continuiamo ad opporci e non riusciamo a trovare una soluzione. La soluzione secondo me si trova attraverso un cammino necessariamente di mediazione, ed è lì il problema, quello di essere capaci di uscire dalla logica secondo cui solidarietà va insieme con la parola “parte”. Solidarietà non ha limiti, però i limiti glieli mettiamo noi. Pensiamo a Gesù che va in casa di Zaccheo, il più odiato da tutti. Ancora noi ci misuriamo coi lavoratori dell’ultima ora…

P: Come faccio ad essere solidale con una persona che ha commesso crimini odiosi ed è stata condannata? Come faccio a essere solidale con Riina?

Io sono di quest’idea anche nei confronti di Riina, ma lei può pensare quello che vuole, io non la giudico, ho passato la mia vita ad emettere sentenze. Se la logica è quella di cui abbiamo parlato, io non posso dire che siccome Riina nella sua vita ha commesso le più grandi nefandezze lui in carcere ci muore. Nel momento in cui le sue condizioni di salute sono tali per cui non è più pericoloso, devo rispettare la sua dignità. Ci sono due articoli del codice penale che prevedono la sospensione obbligatoria e la sospensione facoltativa della detenzione.

P: Concordo su ciò che ci siamo detti, che legalità e giustizia sono due concetti che non sempre vanno d’accordo, che la solidarietà non deve avere limiti, ma io vorrei che non si uscisse da questa stanza senza dire che il fascismo non è un’opinione, e quindi lì un limite lo poniamo.

Una cosa secondo me essenziale è separare i fatti dalle persone: il fascismo è una cosa terribile, però le persone che sono state fasciste continuano ad essere persone. Martin Buber, ebreo, si è battuto chissà quanto perché Ben Gurion commutasse la pena di morte inflitta ad Eichmann in ergastolo. Questo significa distinguere il fatto da chi l’ha commesso, indipendentemente dalla circostanza che chi ha commesso il fatto si sia ravveduto. Ma Eichmann è stato condannato a morte. Io, Gherardo Colombo, non posso dire: “Sono contrario alla pena di morte, ma…”, dico: “Sono contrario alla pena di morte” e basta! Perché la dignità della persona sta qui.

Don Rito Alvarez

Per chi a Ventimiglia si occupa un po’ anche di dare una mano a passare una persona che ti chiede, tu diventi davvero uno che fa un reato.

E’ bello il titolo del convegno, ma vi dico una piccola cosa: se io andassi nella comunità?????? indigena in Colombia e dicessi: “Il reato di solidarietà…”, mi direbbero: ” Ci spieghi cosa vuol dire! Ma la solidarietà é una cosa buona! Come é possibile che diventi un reato una cosa buona che tu fai perché tu sei un umano? Perché tu hai una coscienza e perché tu ti rendi conto quando fai una cosa per l’altro, quando quell’altro é tuo fratello, chiunque esso sia… ma mi spieghi questo concetto!”

Badate che noi in questo momento dobbiamo elaborare nuovi concetti, perché se avessimo detto, a mio nonno, a mia nonna, “il reato di solidarietà…”; a casa mia, dove le porte erano sempre aperte a chiunque passasse, e siccome noi abbiamo sempre vissuto in prima persona proprio questa situazione, noi a casa nostra abbiamo aiutato chiunque; a chiunque passava davamo da mangiare a dei guerriglieri, da bere, se necessitava davamo un angolo dove dormire. Una volta é arrivato l’esercito regolare ed ha portato via mio padre, perché avevamo dato da mangiare a dei guerriglieri, ma noi non sapevamo che erano guerriglieri! L’hanno portato via tre giorni e volevano metterlo in galera. Perciò già da un po’ di tempo comincio a capire. In questo mondo in cui viviamo, dove i grandi poteri e la mancanza di buon senso, perché oggi io davvero vorrei parlarvi di coscienza, di umanità e di buon senso. ma quando noi parliamo di reato subito pensiamo che stiamo andando contro la legge e che stiamo facendo una cosa gravissima.

Pensa che noi con la Caritas il 31 Maggio 2016, vedendo centinaia di persone che erano centoottanta quella sera, che abbiamo aperto la Chiesa. Non avevano dormire e dove mangiare, la polizia li stava perseguitando, perché erano sotto un ponte, però il sindaco aveva fatto un’ordinanza di sgombero e quindi in un primo momento un sacerdote aveva aperto il salone parrocchiale ma poi non li poteva tenere lì e così la popolazione ha cominciato proprio a ribellarsi. Andavano a nascondersi di quà e di là come i topi e la polizia li inseguiva. A un certo punto si sono rifugiati anche nel cortile della caritas, dove abbiamo uno spazio molto piccolo. Mi chiama Maurizio, il responsabile della Caritas: ” Don, cosa facciamo?” Io gli ho risposto, guarda a pochi metro dal ?????? c’é la chiesa di San Bertoldo, ho degli spazi, ho due tre bagni e una cucina: accogliamoli. Quella sera del 31 Maggio abbiamo aperto le porte, ma con questo gesto di solidarietà io sono diventato un criminale per tanti della popolazione, anzi, per tanto dei miei parrocchiani, che venivano a Messa, io non sono stato più il loro parroco, ma uno che stava facendo delle cose brutte e che meritava di essere cacciato via da Ventimiglia, perché… E io non dovevo comportarmi in questo modo, anzi altri mi dicevano che avevo fatto un sacrilegio, perché mai avevo pensato di aprire gli spazi della Chiesa anche per dei musulmani. Pensate che da quel giorno che abbiamo aperto questa chiesa cominciano dei problemi seri. La prima settimana di giugno pioveva tutti i giorni, non avevano dove dormire, dormivano sul campo, nei saloni, sul sagrato, però a un certo punto ho detto.- facciamo una cosa un po’ fuori dal diritto; io tolgo il Santissimo, lo metto da parte, offro la Chiesa e faccio dormire in Chiesa almeno i bambini, le donne, i minori. Tra questi c’era anche una signora incinta che ha partorito dopo tre giorni ed un bambino di 3 anni e così via dicendo… Apriti cielo! me ne hanno detto di tutti i colori. Pensate che un giorno passava di lì una signora che di solito veniva a cantare nel coro e che veniva spesso con sua figlia e me ne ha detto di tutti i colori: -Don Rito, io spero che ti venga qualche malanno o che il Vescovo ti mandi da qualche parte, perché hai rovinato la nostra parrocchia ed hai consegnato la Chiesa ai musulmani. Ed hanno messo le voci cattive che io avevo tolto tutti i segni sacri dalla chiesa. Ed allora ho detto:- Ma perché nessuno é venuto a chiedermi chi erano quelle persone? Presentavo ???????, che aveva 3 anni, la sorella che era incinta ed ha partorito dopo tre giorni, l’altra bambina e l’altra donna, gli altri… perché per noi l’esperienza che abbiamo vissuto a Ventimiglia é stata quella; perché io pensavo: – i migranti, che a volte tu ti fermi a guardare i social, ti fermi, guardi quello che la gente scrive e cominci a pensare davvero ci sono situazioni cattive, che qualcuno sta per invaderti, che magari qualcuno uccide, qualcuno ti toglierà???????????

Quando invece ho cominciato a conoscere le persone per me non erano più migranti , erano i nomi, quando cominci a conoscere queste persone, la storia di queste persone, ti rendi conto che non é un problema, che non siamo più umani, che non abbiamo più una coscienza e allora ho cominciato ad accoglier tutti, in un momento in cui le istituzioni erano completamente assenti, quindi i migranti non avevano nessuna assistenza. Abbiamo iniziato e sono arrivate tante persone volontarie, sono arrivate tantissime persone che sono venute ad aiutarci, a chiederci di cosa avete bisogno?????????, per cominciare a raccogliere viveri. Dopo un po’ di tempo, il 15 Luglio la Prefettura ha deciso di aprire un luogo dove accogliere questi migranti, un campo, anche se ci sono dei passaggi molto particolari. A un certo punto io non ce la facevo più, é arrivata l’ASL che ha fatto un verbale che non finiva più, dicendo che io non ero in regola, che quelle aule del catechismo non erano adatte per accogliere queste persone, che c’erano pochi bagni, ecc.. Io ho detto, ci vuole proprio l’ASL per capire che nello spazio della parrocchia non possono stare mille persone e che stiamo facendo veramente i miracoli. Dopo il verbale dell’ASL mi arriva anche il verbale del comune, dicendo che io ero veramente fuori regola, che stavo violando le regole e che mi stavo comportando davvero come un cattivo cittadino. E allora tutto questo ha portato all’apertura del campo della Croce Rossa, una cosa molto bella , però per andarci occorreva fare 4 km a piedi, attraversano una superstrada senza passaggio a livello, dove dopo un po’ purtroppo alcuni sono finiti sotto le macchine, ci sono stati 3 morti. Noi abbiamo protestato. Io nella chiesa, a seguito di accordi con la Prefettura potevo accogliere le donne, i bambini, i minori non accompagnati ed i malati Tutti gli altri dovevano andare nel campo. però alcuni non volevano andare, perché vicino alla chiesa c’era la stazione ed anche l’inizio dei sentieri. Perché capite che uno che poi deve farsi 4 km per trovare qualcuno che lo passa o qualcuno che gli indica la strada. Ed allora la gente si é organizzata ed hanno detto:- Siccome ci sono alcune persone che stanno fuori, qui ci sono alcuni solidali noi andiamo a dargli da mangiare a queste persone, fuori, gli diamo dell’acqua, qualcosa da mangiare. Un giorno hanno fatto delle foto a questi che mangiavano, li hanno cariato su facebook dicendo:- guardate come i migranti hanno distrutto la nostra città. Pochi giorni dopo l’ordinanza del Sindaco: ” Reato dar da mangiare a chiunque per strada e dare da bere a chiunque”. Mi viene da piangere. Una volta sono arrivati i solidali, é arrivata la polizia ed ha fatto il verbale a tutti quanti, tutti quanti avevano violato la legge, perché avevano dato da mangiare a delle persone che avevano fame. Guardate che certe cose dovremo cercare di distinguerle e capirle bene. Tu rimani là pensare:- ma da quanto é reato dar da mangiare al povero?

Ed il Vangelo dice “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere…”

Ma la cosa più triste é vedere le persone, anche quelle che venivano a messa , dalle finestre e dai balconi gioire, oppure chiamare la polizia “Guardate che là, in quell’angolo ci sono due che stanno dando da mangiare. Ragazzi, non abbiamo coscienza, ma c’é qualcosa che non funziona, c’é qualcosa che non va nel nostro cuore, nella nostra mente e nella nostra società. Noi dobbiamo muoverci, fare qualcosa, ma questo non é normale, questo é un mondo inumano, un mondo dove non possiamo assolutamente capire!

Pensiamo che vicino alla chiesa a un certo punto io potevo accogliere quelle persone, ma dovevo dare da mangiare a quelli oltre il cancello, ma non potevo dare neanche una bottiglia d’acqua. Pensate che più di una volta ho fatto la spedizione, la polizia, perché avevano scoperto che noi, alcuni dei miei volontari avevano dato delle coperte o una bottiglia d’acqua o avevano passato un pacchettino da mangiare o magari la signora lì o però il fratello e qualcun altro era fuori, per cui di nascosto dal cancello e consegnava un pacchettino…; però il giorno dopo il comitato di quartiere : ” Don Rito, ti dobbiamo parlare. – Cosa é successo? Ieri sera guarda che i tuoi volontari hanno dato delle bottiglie d’acqua, hanno dato da mangiare ai migranti quà e là. Oh ragazzi! io dicevo.-sì. é vero, era una cosa grave? ma non sai dell’ordinanza del sindaco? Ed alla fine, cosa vuoi rispondere a queste persone? Non c’é niente da rispondere, c’é solo da metterti a piangere. E allora i solidali hanno organizzato , c’era un tubo, vi hanno piazzato un rubinetto vicino a questo posto di fortuna che hanno organizzato i solidali, dove dormivano sotto i tunnel, ferrovia e così via dicendo, noi di nascosto sempre violando la legge, davamo i sacchi a pelo, qualche materassino, ma sempre di nascosto, in sacchi neri, facendo finta che era della spazzatura, e poi loro venivano, la prendevano e potevano dormire. Pensate, se qualcuno ci sentisse e non sanno di cosa parliamo…..

E allora ecco che in tutto questo ti rendi conto che davvero la situazione é complessa. Io poi nei prossimi giorni avrò l’occasione di condividere con voi la mia esperienza, vi potrei raccontare mille cose. Ma quando tu sei dentro e cominci a conoscere le persone a conoscere queste situazioni, in italiano si direbbe “mi piange il cuore”, di rendermi conto di in quale mondo si vive. Io come sacerdote per me é una sofferenza, poi come alcune delle persone fedelissime, che venivano a messa non mi hanno parlato più perché avevo fatto una cosa grave ed ancora oggi io devo essere mandato via da Ventimiglia perché sono una persona che causa tanti danni a Ventimiglia perché incentivo la popolazione ad aiutare i migranti.

Solidarity Watch

[Chiara Pettenella]

Buongiorno a tutte e a tutti. È vero, il sito alla fine non è ancora online, ma non tarderemo. Vorremmo ringraziarvi non solo per averci invitato questo fine settimana, ma anche per la fiducia che si è espressa nei nostri scambi di questi mesi via mail, e del vostro sostegno non solo spirituale…ma anche economico.

Ci presentiamo un po’. Solidarity Watch è una squadra di quattro persone, ci manca la quarta collega, che è rimasta a Marsiglia, che è il nostro campo-base. [Solidarity watch nasce] lì, nell’estate del 2017. Siamo tutte ricercatrici, le [colleghe] francesi, e io, che sono il lato italiano. Stiamo facendo tutte un dottorato di scienze politiche all’università di Aix-en Provence, che si trova appunto vicino a Marsiglia. Il lavoro che proponiamo con Solidarity watch è un lavoro di riflessione. Perché? Perché è un lavoro in cui mettiamo in gioco le competenze che ci vengono dalla ricerca, e il fatto di essere delle persone mobili. Contrariamente a molte e molti di voi che sono attive e attivi in modo molto concreto su dei territori – locali o internazionali, non importa -, noi ci troviamo ad essere per forza di cose poco legate a un territorio in particolare. Ci spostiamo attraverso il territorio, e questa è la nostra dimensione. Queste sono le competenze che mettiamo in gioco nella costituzione di questo progetto di Solidarity watch.

Partiamo dall’inizio, dal momento in cui ci siamo ritrovate a lavorare insieme. Era il novembre del 2016. Eravamo, tanto per cambiare, una in Turchia, una a Bruxelles, le altre in Francia…quindi cominciamo a lavorare insieme via skype e via mail. Succede che un collega, ricercatore dell’università di Nizza, Pierre-Alain Mannoni, viene incriminato per aver trasportato nella sua macchina delle persone migranti, senza documenti, alla frontiera franco-italiana. Circola questa voce nelle mailing-list universitarie, e ci ritroviamo ad agire, di fronte a questa cosa: scriviamo una lettera aperta che raccoglie, nel giro di pochi giorni, più di settecentocinquanta firme, mandiamo questa lettera alla presidenza della repubblica francese, al primo ministro e al ministro degli interni francesi, per denunciare la criminalizzazione di questa persona. Per la cronaca, Pierre-Alain Mannoni è stato assolto in primo grado, poi condannato in appello a due mesi con condizionale ed è attualmente in attesa del giudizio in cassazione.

Quello che capiamo immediatamente nel novembre del 2016 è che non si tratta di un caso non è isolato, e che questa storia che si svolge alla frontiera franco-italiana ricorda storie simili che si stanno svolgendo nel nord della Francia, a Calais, in Italia, e a molte altre frontiere dell’Europa. E la moltiplicazione di questi casi ci spinge a porci due domande: la prima, molto semplicemente, quanti ne stanno succedendo di questi casi; e la seconda, che cosa questi casi di criminalizzazione di persone che hanno fatto degli atti di solidarietà nei confronti dei migranti, che cosa questi casi ci dicono della società in cui viviamo. E nasce Solidarity watch per cercare di dare una risposta a queste domande. E quello che osserviamo quasi subito è che quello che questi casi di criminalizzazione ci dicono va molto al di là della “semplice” criminalizzazione di atti di solidarietà nei confronti dei migranti, perché fanno vedere che l’attacco dei diritti delle persone, la criminalizzazione di pratiche solidali, si producono in spazi molto diversi e colpisce pratiche molto diverse: dai militanti ecologisti [mobilitati] per la difesa di certe regioni, di certe zone, al lavoro di informazione – c’è un fotografo che, poco dopo il caso del nostro collega ricercatore, è stato anche lui messo sotto processo mentre stava documentando quello che succedeva alla frontiera; [le manifestazioni in opposizione alle] violenze della polizia, agli abusi di potere… A partire da questa prima osservazione, la necessità che diventa centrale nel nostro progetto di pensare in modo desettorizzato. Se non fossimo arrivate a questa prima conclusione…il rischio era quello di riprodurre e rinforzare il discorso pro- o anti-migranti, cioè, avremmo fatto il gruppo pro-migranti, riproducendo il discorso che fa molto comodo alle destre xenofobe.

Quindi, il nostro lavoro è di ripensare la solidarietà come parola, come valore sociale, come pratica di resistenza. Ed è un lavoro che richiede una dimensione politica, che si fa in una dimensione politica. Ed è un lavoro indispensabile. Quello che diciamo noi è che una società solidale è un pleonasmo. Che cosa vuol dire? Dire “società solidale” è usare un’espressione sovrabbondante, che si forma con l’aggiunta di una parola o di un concetto che è già presente: la società è solidale, la società è legame. Diceva il sociologo francese Durkheim che la solidarietà corrisponde “a quei legami invisibili che legano tra di loro gli individui e che fanno in modo che la società resti unita”. Diceva che la solidarietà è il “cemento della società”.

Quindi parleremo, nel tempo che ci è dato, di solidarietà cercando di ricontestualizzare questa parola in modo storico; della solidarietà come pratica – quindi facendo una riflessione sull’organizzazione della solidarietà: che cosa vuol dire concretamente essere solidali nel 2018, nel mondo, nella società in cui viviamo; e poi avremo ovviamente il tempo di raccontarvi qualcosa in più proprio sulle tappe molto concrete del progetto di Solidarity watch che stiamo costruendo.

Il primo punto, dicevo, è un tentativo di ricontestualizzare la nozione, la parola solidarietà, in una prospettiva un po’ più storica, un po’ più lunga, per capire che cosa vuol dire oggi, nel 2018. Facciamo una premessa. Dicevo prima, siamo quattro ricercatrici, e stiamo facendo un dottorato in scienze politiche su temi diversi, però, ognuna di noi in realtà sta studiando – a partire da punti di vista lontani – i processi di costruzione di categorie di popolazione che dividono, creano delle frontiere all’accesso di questo o quell’altro gruppo di popolazione a determinati diritti, e sul ruolo che i governi e le istituzioni svolgano nella produzione e nella messa in atto, nella concretizzazione di queste frontiere giuridiche e amministrative. Dico questa cosa perché, per presentare la nostra riflessione, il nostro lavoro sulla solidarietà, dobbiamo per forza mostrare il legame tra queste due nozioni: “categoria” e “solidarietà”.

Allora, un pochino di storia, veramente una goccia. Guardiamo la questione dal punto di vista dello stato: la solidarietà dello stato, la solidarietà istituzionale. Lo stato sociale, nella sua costruzione, nasce come strumento che ha per obiettivo di mantenere lo status quo ed evitare le manifestazioni più estreme di disuguaglianza sociale. Il concetto di “assurance universelle” in francese – di garanzia universale – mira proprio a mantenere sotto un certo livello di rischio le disuguaglianze sociali, ridistribuendo determinate risorse. Questo ha funzionato, più o meno, finché c’è stata un’idea di stato sociale. E poi, poi arrivano le cosiddette crisi economiche, lo stato sociale si ripiega, e questa nozione di garanzia universale viene sostituita dall’idea, dalla nozione di assistenza selettiva. Perché? Perché in questo contesto, in particolare a partire dagli anni novanta, di ripiegamento dello stato sociale e di crisi economica – cioè del potere che si giustifica attraverso il discorso della crisi economica – è il modello del cosiddetto new public management che si impone nella gestione dello stato. Che cosa vuol dire? I teorici di questa teoria del new public management dicono che lo stato deve comportarsi come un’impresa privata, deve fare profitto. E quindi si comincia a selezionare sempre di più quei gruppi di persone che avranno un diritto. E si diffonde sempre di più, in parallelo – dinamica fondamentale per capire quello che diremo dopo -, si diffonde sempre di più un sistema fondato sul sospetto che queste popolazioni a cui accordiamo un certo diritto siano degli approfittatori. Visto che il new public management dice che lo stato deve fare profitto, bisogna stare attenti a distribuire il budget, queste risorse, solo a chi ne ha veramente bisogno, e quindi si va a selezionare sempre di più, sempre di più, sempre di più, delle parti sempre più fini e sottili di popolazione a cui attribuiremo queste risorse. E quindi si sospetta che i richiedenti asilo siano dei falsi richiedenti asilo – per no parlare di migranti, che in realtà sono sempre migranti economici che ne approfittano -, ma si sospetta anche che i disoccupati siano dei finti disoccupati, che chi chiede un aiuto per pagare la casa sia in realtà un approfittatore, eccetera eccetera.

Io ho detto prima che stiamo facendo di tutto, nel nostro progetto di Solidarity watch, per non restare ancorate a questa divisione pro/anti migranti. Adesso mi ritrovo a parlare di migranti: dicevo, i falsi e veri richiedenti asilo, eccetera. C’è un senso, se si parte da qui. C’è un senso perché c’è una specificità dei migranti, o meglio, c’è una specificità delle politiche migratorie. Qual è questa specificità? Le politiche migratorie sono un laboratorio, molto semplicemente, delle politiche neoliberali, delle politiche di sicurezza, delle politiche di restrizione o di negazione di diritti fondamentali, sociali, politici. Perché? Perché i migranti, come categorie che non ha voce, per definizione – pensate semplicemente al diritto di voto – sono la categoria di popolazione più facilmente attaccabile, la categoria sulla quale si possono testare delle pratiche liberticide, delle politiche liberticide. Quindi attenzione, quando si parla di politiche liberticide nei confronti dei migranti, questa cosa è uno specchio di quello che succede nelle nostre società a un livello molto più generale. La cosiddetta “crisi dei migranti” – questo non lo diciamo noi, lo dicono in tanti e in tante – è chiaramente una crisi delle nostre società.

L’ultimo punto, prima di dare la parola a Sarah. Parliamo di criminalizzazione di persone solidali, giusto? Quello che succede è che, se si pensa che delle persone assistite, che hanno – avrebbero – diritto, che hanno bisogno dell’aiuto dello stato, se si pensa che queste persone, secondo la logica del sospetto, approfittano del sistema, per forza di cosa, chi si mostra solidale con queste persone, cerca di aiutarle ad avere accesso a questi diritti è considerato come qualcuno che contribuisce a approfittare di queste poche risorse che lo stato dichiara di avere. E quindi c’è un legame molto chiaro e diretto tra la delegittimazione delle persone che chiedono l’aiuto dello stato – ancora una volta, non solo i migranti, i richiedenti asilo [, ma anche] i disoccupati, le persone che hanno bisogno di aiuto per la casa, eccetera – e la delegittimazione delle persone che si muovono, con gesti solidali di vario tipo per aiutare chi è delegittimato, chi [dovrebbe essere] aiutato dallo stato. E su questa nozione di delegittimazione e di criminalizzazione è Sarah che continua.

[Sarah Sajn]

Buongiorno. Il mio italiano non è buono, devo leggere un testo che abbimo scritto.

La questione della criminalizzazione della solidarietà, e quindi della delegittimazione di certe forme di solidarietà, solleva la questione della definizione e della forma dominante dell’organizzazione della solidarietà nei nostri paesi europei. Questa questione è profondamente politica. Ma spesso viene trattata in termini umanitari, e in modo molto settorizzato, in particolare perché ci sono delle figure professionali, dei ministeri, delle linee budgetarie, degli strumenti particolari…in funzione dei settori d’intervento dello Stato e delle categorie: migrazioni, sicurezza, ambiente, questioni sociali…

Ma è il funzionamento stesso della nostra società che è rimesso in questione, come diceva Chiara prima. Non è una questione di aspetti marginali, di settori particolari, o delle categorie di persone, perché la criminalizzazione della solidarietà tocca direttamente le regole e i criteri del nostro vivere insieme.

Per rispondere a questa sfida è quindi necessario uscire dalle categorie imposte.

È in particolar modo situandosi ai margini di ciò che è legittimo per lo stato che possiamo trovare delle forme di solidarietà che sono in rottura con le categorie imposte [e] che tendono a escludere le forme primarie di solidarietà, piuttosto che a includerle.

Alcune forme di solidarietà resistono, esistendo ai margini del riconoscimento da parte dello stato e costituiscono il terreno dove possiamo ripensare il nostro sistema di vita in comune. Ma attenzione perché si tende a pensare che delle forme individuali, auto-gestite, di solidarietà [pre-esistono] ai margini della solidarietà legittima definita dallo stato. In realtà, lo stato resta la forma più importante di organizzazione politica in Europa e continua ad avere il monopolio della violenza legittima. Questo è un punto importante della riflessione, perché lo stato controlla queste forme di solidarietà, di fatto, e ha il potere di distruggerle usando la violenza. Quello che vediamo in Francia in questi giorni è un uso disproporzionato della forza per reprimere dei movimenti sociali che tendono a convergere e a rimettere in causa le categorie [d’azione e di selezione delleapopolazione] usate dallo stato. Abbiamo studenti, degli operai; abbiamo la questione di questo aeroporto – non so se conoscete – Notre Dame de Landes [comune a 30 km dalla città di Nantes che vede una forte mobilitazione contro la costruzione di un nuovo aeroporto e in difesa della regione e dell’ambiente, violentemente repressa da parte forze dell’ordine.] Abbiamo molte forme di solidarietà che convergono e questo sembra essere un problema per lo stato.

Riprendendo le parole e la definizione di Gherardo Colombo che abbiamo ascoltato all’inizio di questo congresso: lui diceva che la solidarietà funziona su una comunità ristretta, e [attraverso l’identificazione di] un nemico; un Noi e un Loro. Dunque ci sono dei criteri per includere e escludere le persone, per definire chi merita di essere [incluso nei legami di] solidarietà. Ora, se torniamo alla questione degli “assistés” – delle persone assistite – dobbiamo chiederci chi abusa di questi legami [sociali]. Chi prende senza dare? Chi si serve delle risorse comuni per il suo proprio interesse? Chi approfitta delle risorse comuni per arricchirsi personalmente? E se guardiamo bene, non sono i più poveri, loro beneficiano – in proporzione, in volume, in euro, diciamo – poco della solidarietà. Quelli che sono i veri assistiti sono in realtà gli evasori fiscali e le multinazionali che beneficiano di tanto aiuto da parte dello stato e quindi della comunità. Ecco perché dobbiamo riappropriarci la solidarietà come nozione, come valore; ma anche riappropriarci i criteri che la definiscono. Non posso sviluppare, ma c’è sicuramente [in gioco] una questione di democrazia, alla fine. Chi decide di questi criteri?

Il nostro progetto richiede ambizione ma anche modestia. Evidentemente non pensiamo di essere le prime a pensare queste questioni, di essere più rivoluzionarie, di partire da zero. Abbiamo molti strumenti sviluppati dalla sociologia, dai partiti, sindacati, organizzazioni come la Rete…Sono in molti ad aver riflettuto sulla questione della solidarietà.

Oggi, quello che constatiamo non è facile[, ma deve farci reagire]. Le idee fasciste e le forme di solidarietà che queste idee propongono guadagnano terreno. Lo stiamo vedendo in tante elezioni in giro per l’Europa: le idee fasciste stanno ridefinendo la solidarietà, la sua organizzazione politica, i criteri identitari sui quali si fonda, cioè l’identità di gruppo. Per esempio, a marzo a Marsiglia ha aperto un centro che si chiama Bastione sociale, che si ispira all’esperienza italiana di Casapound e che propone un’azione di solidarietà nei confronti delle persone francesi, solo francesi, di cui lo stato non si occupa, in nome di quella che in francese viene chiamata la “priorità nazionale”. Usano il linguaggio umanitario che sentiamo usare dalle ONG e se non si fa attenzione, se non siamo vigilanti, sembrerebbe un discorso semplicemente umanitario.

Allora abbiamo un problema: qualcosa non ha funzionato [nelle idee] di sinistra.

Come diceva il filosofo Walter Benjamin, “dietro ogni fascismo, c’è una rivoluzione fallita”. Il fascismo si avvicina, stiamo attenti a non mancare il tempo della rivoluzione!

[Chiara Pettenella]

Concludo con due informazioni sull’evoluzione del nostro progetto.

L’idea è molto semplice. Sarebbe quella di legare le emozioni , il sentimento di ingiustizia quotidiano che tante persone vivono, a una riflessione politica [collettiva]. Questo è quello che vogliamo fare sul nostro sito di Soidarity watch che sarà ben presto online.

Come vogliamo farlo? Il fatto di cominciare dall’idea della criminalizzazione della solidarietà nei confronti migranti – anche se abbiamo detto che vogliamo uscire da questa logica di [opposizione tra] aiutare i migranti/non aiutare i migranti -, il fatto di cominciare da questo fatto, ci permetti di rimettere al centro delle cose un po’ essenziali come il diritto a mangiare, dormire, non avere freddo; poter partorire in un luogo normale anziché in mezzo alla neve attraversando le montagne; mangiare del cibo sano, bere dell’acqua pulita senza aver paura di ammalarci… I principi di base della vita! Ed è da lì che bisogna ripartire, chiaramente, per ricostruire i legami che uniscono tra di loro gli esseri umani che vivono su uno stesso territorio, che è la nostra definizione di società, indipendentemente da dove vengono. Quindi per rispondere alle domande che sollevava Sarah sull’organizzazione della solidarietà.

Sul sito, concretamente: partire dalla criminalizzazione della solidarietà significa, prima di tutto contare le persone che sono confrontate a questa delegittimazione, renderle visibili, anche per prendere coscienza del nostro potenziale di cambiamento rispetto a questi fenomeni di criminalizzazione della solidarietà – lo diceva Sarah -[, ristabilendo] dei criteri di solidarietà che non sono necessariamente quelli imposti dallo stato e che funzionano per categorie sempre più strette, sempre più sottili. Quindi ci sono tre cose che facciamo sul sito: la prima, è la costruzione di un database in cui raccogliamo nel modo più ampio possibile su scala europea i casi di criminalizzazione delle solidarietà; seconda cosa, raccogliamo testimonianze, cioè facciamo in modo di ricordare che questi fenomeni sono le storie di persone – dare dei volti e delle voci: quindi video, audio, racconti, immagini…; terza e ultima cosa, vogliamo proporre su questo sito delle analisi più concettuali, o più globali, con contributi di ricercatori, esperti, militanti, associazioni…che possono avere una visione più astratte e politica di queste problematiche.

E su questo ultimo punto concludo dicendo che vi ringraziamo tantissimo del vostro sostegno e del vostro aiuto anche economico, e che vorremmo chiedervi di partecipare. Cioè, questo lavoro che stiamo lanciando è un lavoro fatto collettivamente, [che si costruisce ]attraverso contributi – a partire da tanti punti di vista: militanti, politici, eccetera – che devono incontrarsi sul nostro sito per ridefinire la solidarietà come parola, coma valore sociale e come pratica. Abbiamo degli obiettivi grandissimi, l’utopia è la nostra parola d’ordine, e abbiamo tante piccole cose da fare. Per esempio, permettere a tante persone di tanti paesi europei di poter utilizzare la nostra piattaforma, e quindi un lavoro di traduzione di testi, di ricerca di testi in altre lingue – tutte le lingue dell’Europa… [Questo] spazio di scambio che esiterà solo se arriveranno contributi dalle persone più varie, compresi voi, quindi sentitevi assolutamente chiamati in causa.

Saremo molto felici di avere le vostre domande e commenti e vi ringraziamo molto.

Intervista a Cedric Herrou VIDEO

Cimitero di Mentone VIDEO

“Aiutiamoli a casa loro”: questo slogan riecheggia spesso nella nostra epoca di rigurgiti po-pulisti e xenofobi. L’idea, in sé, non sarebbe neppure sbagliata: gran parte dei nostri simili sta bene a casa propria e, se migra, lo fa per bisogno o disperazione. Migliorare le condizioni di vita nei luoghi di provenienza, potrebbe realmente ridurre il fenomeno migratorio. Sbagliato è l’uso ipocrita che se ne fa: chi pronuncia questa frase, quasi sempre non ha la minima idea di come fare o, avendola, non ha la minima intenzione di farlo. Ecco, dunque, cinque “semplici” consigli, per “aiutarli a casa loro”.

1. Riconvertire la nostra industria bellica.
Secondo lo “Stockholm International Peace Research Institute”, l’Italia è al nono posto nel mondo ed al quinto in Europa tra i paesi esportatori di armi, con circa il 2,5 % del totale . Tra i maggiori acquirenti, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Algeria, Israele, Marocco, Qatar, Taiwan e Singapore. Il nostro Paese ha una lunga tradizione in materia di produzione armiera: gli aerei e gli elicotteri in provincia di Varese, le mine e le pistole in provincia di Bresca, le navi a La Spezia, sono solo alcune delle “eccellenze”. In teoria, la vendita di armi a paesi stranieri è disciplinata dalla Legge 9 luglio 1990 n° 185 che prevede, tra l’altro, il divieto assoluto di vendita ai paesi in stato di conflitto armato o responsabili di violazione dei diritti umani. Divieto sistematicamente ignorato, come dimostrano le recenti forniture ad Arabia Saudita (conflitto in Yemen) e ad Israele (conflitto a Gaza). Per non parlare del-le c.d. “triangolazioni”, ossia vendite a paesi “puliti”, utilizzati come mere stazioni di transito. Inutile dire che i principali acquirenti di armi sono i paesi in guerra o che, a loro volta, arma-no milizie impegnate in guerre civili. Banalmente, le armi alimentano le guerre e le guerre produco-no morti e rifugiati. Vero è che l’industria armiera, come qualsiasi altra, crea ricchezza: ma a quale prezzo? Tra l’altro, molti studi hanno ormai accertato che l’aumento della spesa bellica non produce automatica-mente lavoro. Un programma di riconversione dell’industria bellica in industria civile potrebbe consentire al nostro paese di “chiamarsi fuori” da una delle principali cause di migrazione, senza incidere negativamente sull’occupazione.

2. Porre termine alle nostre “missioni di pace”.
L’art. 11 della nostra Costituzione stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra … come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Infatti, ogni volta che, in ambito NATO, i nostri mili-tari sono impegnati all’estero, si parla di “missioni di pace”. Ma lo sono davvero? Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono terreni in cui abbiamo portato la pace? Con quali criteri sono stati scelti questi terreni? Perché, per esempio, non ci sono state “missioni di pace” per fermare le guerre civili in Repubblica Democratica del Congo o in Repubblica Centrafricana? Gheddafi era certamente un dittatore, ma non era l’unico e, probabilmente, neppure il più sanguinario. E’ evidente che l’impiego dei nostri militari risponde a logiche geopolitiche, più che umanitarie. E queste guerre, comunque si voglia definire la nostra partecipazione, hanno prodotto profughi, immigrati, richiedenti asilo. Basti pensare alla Libia divenuta, da paese accogliente per gli immigrati dell’Africa equatoriale, “porta” per il loro ingresso in Italia, attraverso il Mediterraneo.

3. Lottare concretamente contro i cambiamenti climatici.
Siccità, carestie, riduzione delle terre coltivabili sono la principale causa delle migrazioni c.d. “economiche”. Sempre che vi sia qualche differenza tra chi emigra per non morire in guerra e chi lo fa per non morire di fame. I cambiamenti climatici in atto stanno, del resto, colpendo principalmente i paesi poveri, in cui l’ecosistema è più fragile e l’economia si regge, in gran parte, sull’agricoltura di sussistenza. Con il triste paradosso che chi ne subisce le maggiori conseguenze è responsabile solo in minima parte della produzione dei “gas serra”, ormai quasi unanimemente indicati come causa del riscalda-mento globale. Eppure, il nord del mondo, che ne è invece il principale responsabile, non riesce assolutamente a trovare un accordo per limitare concretamente la loro produzione, malgrado l’esistenza, ormai da decenni, di valide tecnologie per la produzione di energia più pulita: basti pensare al foto-voltaico o ai motori ibridi, per le autovetture. E’ anche chiaro che, in questo ambito, l’iniziativa individuale serve a poco: è del tutto inutile, ad esempio, acquistare un’auto elettrica se, poi, l’energia che si usa è ancora prodotta da fonti fossili. Non solo: manca addirittura il coraggio di pubblicizzare e sostenere iniziative di “restituzione”, quale, ad esempio, la realizzazione, con il contributo di ONU e Banca Mondiale, della “Great green wall”, una muraglia di alberi larga 15 chilometri e lunga 8.000, destinata ad attraversare l’Africa dalla costa atlantica a quella dell’oceano indiano, per fermare l’espansione del deserto .

4. Boicottare le multinazionali agroalimentari e favorire il commercio equo.
Le multinazionali del settore alimentare fanno certamente parte del problema. Occupano il territorio con enormi appezzamenti di monocultura, distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed impoverendo i terreni. Si appropriano delle risorse idriche, spesso scarse e le sfruttano in maniera indiscriminata (i nostri amici Mapuche ne sanno qualcosa). Utilizzano fertilizzanti chimici e pesticidi, senza preoccuparsi delle ricadute sull’ambiente e sulla popolazione. Sfruttano il lavoro dei locali, retribuendoli con paghe da fame. Tutto per portare sui banchi dei nostri supermercati le banane a 2 €. il chilo o il caffè a 2,5 €. la confezione e realizzare enormi profitti. Già molti anni fa, padre Alex Zanotelli diceva che oggi è possibile fare politica anche tra i banchi di un supermercato, semplicemente decidendo cosa comprare. Boicottare le grandi multinazionali e favorire il commercio equo, anche a costo di spendere di più, potrebbe essere un buon modo per “aiutarli a casa loro”.

5. Assumere iniziative internazionali contro il “land grabbing”.
Il “land grabbing” (accaparramento della terra) è un fenomeno geopolitico che consiste nel-l’acquisizione di terreni agricoli su scala globale da parte si soggetti stranieri, spesso con la connivenza del governo locale. Poco importa l’uso che poi se ne faccia: in realtà rurali, ciò causa l’allontanamento delle popolazioni che quella terra coltivavano da generazioni e la loro migrazione, nella migliore delle ipotesi, nelle grandi periferie urbane. Non si creda, poi, che tale modo di procedere sia una prerogativa esclusivamente cinese: basti pensare agli enormi latifondi della famiglia Benetton, in Argentina. E’ evidente che accordi internazionali volti a limitare il “land grabbing”, se concretamente rispettati, potrebbero rimuovere una delle cause del fenomeno migratorio.

Facile, vero? Sarebbe un modo per riconsegnare loro la speranza, l’unico vero motivo per non partire. Mentre ci organizziamo dovremmo, però, tutelare davvero chi, anche per causa nostra, attraversa deserti e mari per cercare, da noi, un mezzo per sopravvivere dignitosamente. Sarebbe un’occasione per restituire almeno una parte di quanto abbiamo loro tolto.
Rete di Varese

“La guerra è solo una fuga codarda dai problemi della pace”
Thomas Mann

Cari e care della nostra Rete, si usa dire: anno nuovo, vita nuova. Ma, la realtà politica, economica e sociale che stiamo vivendo ci obbliga a dire che la vita continua anche peggio dell’anno appena passato. La lettera nazionale “consiglia” alcune iniziative nel tentativo di cambiare.

Incontro di Rete, dicembre 2018
Il mese scorso, ci siamo ritrovati per l’incontro di Rete di fine anno. L’incontro è stato ricco di persone e notizie, la nostra piccola organizzazione può contare sull’impegno concreto di molti e un particolare ringraziamento va agli amici di Chiarano e ai giovani di Operazione Mato Grosso che hanno contribuito molto per il buon esito della campagna di raccolta fondi “dritto alla scuola”; questi giovani, conosciuti ad un incontro estivo, hanno organizzato due giorni di raccolta ferro e metalli il cui ricavato è stato messo a disposizione del progetto della Rete. Grazie e complimenti davvero! La situazione haitiana è sempre molto problematica; Jean e Martine ci scrivono per rassicurarci del buon andamento della vita di Fddpa, mentre il paese è in continua protesta (con morti e feriti) per il caso “Petrocaribe”. Di questo abbiamo informato recentemente come i governi – compreso l’attuale – abbiano nel tempo rubato i fondi destinati ai servizi sociali per circa 3,8 miliardi di dollari, una cifra enorme per Haiti. Le proteste si sono estese a tutto il paese e il governo di destra di Moise è in crisi. FDDPA ha già dato avvio ai lavori di costruzione di un’aula a Fondol di cui si era rilevato una grande urgenza perché la partecipazione alle scuole è aumentata, portandosi ai livelli di un tempo, dopo che il programma di governo “PSUGO” di dotare tutte le comunità di scuole primarie sostenute dallo stato è fallito. Si prospettano aiuti anche per borse di studio specifiche nel campo dell’agricoltura e della salute. Tra le questioni discusse perché in via di attuazione, rileviamo la questione latrine comunitarie. A metà novembre Anna Zumbo di Popoli in Arte con Jean e Martine hanno visitato un paio di esperienze di speciali latrine che separano i liquidi dai solidi, sono permanenti e non impiegano acqua. Si vedrà nel futuro come continuare, l’idea è buona ma è stata poco sperimentata nel paese, anche i costi di costruzione sembrano elevati. Ci siamo scambiati anche notizie della rete nazionale, con l’invito a partecipare al prossimo convegno sulla figura di Ettore Masina presso l’università Roma3 in cui Ercole Ongaro farà un intervento a nome della Rete. L’incontro si è concluso con gli auguri di buon anno e la speranza di continuare a mantenere vivo l’interesse e l’impegno con i nostri amici di Haiti.