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Gruppo di Macerata lettera di gennaio 2021
ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA — TRUMP IL BARBARO

TRUMP, che doveva rappresentare, in quanto presidente, il custode della democrazia statunitense, con i suoi discorsi populisti e antidemocratici ha seminato fake news congiurando contro la democrazia stessa fiaccata da tanta forza manipolatrice. Nonostante la sconfitta alle recenti presidenziali, e anche grazie alla informazione fuorviante di alcuni media e alla sopravalutazione delle aspettative elettorali, ha continuato a fomentare e incitare alla rivolta un gruppo di esaltati che ricordano i barbari del sacco di Roma. I seguaci di Trump si muovono oggi come i visigoti del 410 che saccheggiarono la città eterna senza conoscere e capire la sua storia e la sua civiltà esportata in tutto il mondo allora conosciuto, contribuendo al crollo dell’impero romano d’Occidente. E’ di oggi l’immagine trasmessa dalla televisione dell’energumeno che con un ghigno strappa dal suo piedistallo il leggio al Campidoglio di Washington o delle masnade che con passo strascicato si incamminano nelle sale del Campidoglio chi con il cappellino alla David Crockett, chi con il viso dipinto, chi con il cappello di pelliccia con corna di bufalo, chi vestito da bucaniere, chi con la bandiera dei Confederati……. Mai un tentativo di insurrezione è stato più sbrindellato di questo eppure ha fatto diverse vittime ( dai notiziari si è saputo che cinque persone hanno perso la vita) fra i “selfie da pensionati in gita”. Una mescolanza fra irrealtà, autolesionismo, rabbia, bisogno di svago e delitto. Non penso che l’America di oggi sia la patria della democrazia, forse non lo è mai stata ma è stata la patria di molte menti democratiche come John Fitzgerald Kennedy, Martin Luther King (I have a dream) che hanno mostrato con il sacrificio della loro vita che la via democratica sia l’unica da perseguire. Chi conosce la storia americana sa che l’America non è la Gerusalemme delle libertà e che la sua storia è piena di dolore e sfruttamento: si pensi ai pellirosse dell’Oklahoma, i veri nativi americani, spazzati via dai conquistatori, si pensi alla schiavitù che ha sconvolto la vita di milioni di esseri umani. Nell’ultimo assalto alla democrazia statunitense mi ha colpito soprattutto la manifestazione spettacolare d’ignoranza e mi sono chiesta come mai in una nazione ricca e potente come gli USA si sono potute estendere così grandi sacche di complottisti, fanatici, negazionisti, che dimostrano di non possedere alcuna educazione scientifica, storica e civica. Altre domande che mi sorgono spontanee sono: a quale persona normale, dotata di un minimo buonsenso, può venire in mente di assaltare un palazzo governativo nello stesso modo con cui si va a fare una scampagnata? Fino a che punto alle classi dominanti conviene lasciare proliferare la mancanza di ragionevolezza e razionalità? Forse conviene al capitalismo spinto lasciare che si diffonda largamente una totale mancanza di senso critico, buonsenso, riflessività?
Maria Cristina Angeletti

Haiti è in mano a un governo autoritario e alle bande criminali
Mediapart, Francia – 21 dicembre 2020

Finalmente gli Stati Uniti, principale attore politico ad Haiti, si sono decisi ad agire. Dal 2016, nonostante il tracollo del paese, Washington aveva sempre sostenuto il presidente Jovenel Moïse e il suo clan. Ma il 10 dicembre il dipartimento del tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
La decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.
Le sanzioni riguardano uno dei peggiori massacri nella storia recente di Haiti, avvenuto il 13 novembre 2018 a La Saline, una baraccopoli della capitale Port-au-Prince. Quel giorno 71 persone sono state uccise a colpi di machete, ascia o arma da fuoco. Undici donne hanno subìto uno stupro collettivo, mentre decine di persone sono state ferite. Alcuni corpi sono stati gettati in una discarica, mentre gli altri sono stati bruciati o smembrati. Quattrocento case sono state distrutte.
La popolazione di La Saline era stata molto attiva nelle manifestazioni di protesta e il regime aveva deciso di punirla. Il dipartimento del tesoro ha confermato i risultati delle inchieste condotte dall’Ufficio per i diritti umani della missione delle Nazioni Unite e dalle associazioni haitiane per la difesa dei diritti umani.
Dichiarazione esplicita
Nel suo rapporto, il dipartimento del tesoro spiega che “l’architetto” della carneficina è il “rappresentante dipartimentale del presidente Jovenel Moïse”, un certo Joseph Pierre Richard Duplan. La pianificazione e l’organizzazione del massacro sono state fatte dal direttore generale del ministero degli interni e degli enti locali, Fednel Monchéry. Gli omicidi sono stati compiuti con l’aiuto di bande armate da Jimmy Cherizier, un ex funzionario della polizia nazionale e oggi potente capo banda di Port-au-Prince. Duplan e Monchéry hanno fornito armi da fuoco, veicoli e uniformi della polizia ai componenti delle bande.
Successivamente Cherizier ha organizzato altri omicidi in vari quartieri di Port-au-Prince, guadagnandosi il soprannome di “comandante barbecue”. Oggi è alla guida di G9, un’alleanza tre le nove bande principali della città. A novembre del 2020, in soli quattro giorni, Cherizier si è reso responsabile di una serie di omicidi e incendi in un altro quartiere popolare, Bel Air.
“La violenza e la criminalità delle bande armate ad Haiti sono rafforzate da un sistema giudiziario che non persegue i responsabili degli attacchi contro i civili”, si legge nel rapporto del dipartimento del tesoro. Nonostante le pressioni della comunità internazionale e delle ong haitiane, l’inchiesta sul massacro della Saline non ha mai prodotto risultati.
Washington, che finora era rimasta in silenzio, lo ha dichiarato esplicitamente: “Con il sostegno di alcuni politici haitiani, le bande criminali reprimono la dissidenza politica nei quartieri di Port-au-Prince più attivi nelle manifestazioni antigovernative. La bande ricevono soldi, protezione politica e armi da fuoco in abbondanza, tanto da essere meglio equipaggiate della polizia”.
L’industria del rapimento
Tutto questo a Port-au-Prince è noto da almeno due anni. Da tempo lo scrittore Lyonel Trouillot parla di una “macoutizzazione” del potere, riferendosi ai Tonton-macoutes, la milizia paramilitare che terrorizzava gli haitiani durante il regime della famiglia Duvalier.
L’annuncio delle sanzioni statunitensi è arrivato il 10 dicembre, in occasione della giornata internazionale dei diritti umani, che ad Haiti è molto sentita. A Port-au-Prince tutte le associazioni locali hanno collaborato per organizzare una marcia per la vita. Due giorni prima, la tradizionale processione religiosa dell’Immacolata concezione aveva coinvolto migliaia di persone e si era trasformata in una protesta contro l’insicurezza, i rapimenti e la paura.
Ad Haiti c’è una nuova industria, quella del rapimento. Le persone vengono prelevate dalle bande che poi chiedono un riscatto o semplicemente le violentano o le uccidono. All’inizio di dicembre due ragazzi sono stati sequestrati nel centro di Léogâne, a ovest della capitale. I rapitori, che hanno chiesto un riscatto di un milione di dollari, indossavano le uniformi della polizia ed erano armati. Le due vittime non hanno un lavoro e vengono da famiglie povere.
Il 1 novembre il paese è stato scosso dall’omicidio di una studente di 22 anni, Évelyne Sincère. Era stata rapita il 29 ottobre. Il suo corpo è stato ritrovato sopra un cumulo di rifiuti. Mentre la famiglia cercava di trovare i soldi per il riscatto, i rapitori hanno ucciso la ragazza.
Il presidente Jovenel Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia
Il 6 dicembre è toccato al direttore d’orchestra Dickens Princivil e a un’altra ragazza, Magdala Louis. I due sono stati rapiti da una decina di uomini armati. Dopo una finta esecuzione, sono stati liberati.
Il “G9, la più importante organizzazione criminale attiva ad Haiti dopo il 1986, è nato su iniziativa dell’amministrazione. Il G9 sfila nelle strade, rapisce, uccide, saccheggia, stupra, minaccia gli oppositori del governo e si prepara a seminare il caos alle prossime elezioni per favorire il Partito haitiano Tèt Kale (Phtk), a cui appartiene Moïse”, scrive Widlore Mérancourt sul sito indipendente Ayibo Post.
Il 10 dicembre, lo stesso giorno della marcia per la vita e dell’annuncio delle sanzioni da parte di Washington, decine di persone, tra cui diversi ministri e funzionari, si sono ritrovate davanti alla chiesa del Cristo re per i funerali dell’avvocato Gérard Gourgue, che nel 1978, ai tempi di Duvalier, fondò la Lega haitiana per i diritti umani.
L’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Max Leroy Mésidor, ha approfittato della cerimonia per rivolgersi al governo: “La vita sociale è avvelenata dai rapimenti, dal banditismo e dal terrore. Il fondatore della Lega haitiana per i diritti umani si sarebbe unito ai vescovi cattolici per dire ‘no’ al caos, alla violenza, all’insicurezza, alla miseria. Ne abbiamo abbastanza”. Da mesi la chiesa si propone come mediatore tra il potere e i partiti dell’opposizione.
La volontà di Washington
Tra le voci che si sono fatte sentire c’è anche quella di Marie Suzy Legros, la presidente dell’ordine degli avvocati di Port-au-Prince. Il suo predecessore, Monferrier Dorval, aveva criticato Moïse denunciando che Haiti non è “né governata né amministrata”. Dorval è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 28 agosto, ma finora le indagini non hanno portato nessun risultato.
Davanti ai ministri, Marie Suzy Legros ha denunciato “la preparazione di leggi tiranniche e liberticide” e il progetto di una nuova costituzione, “un crimine di alto tradimento, un grave attentato all’ordine democratico, un’usurpazione illegittima del potere”. In questo caos generalizzato, alimentato dal governo, Moïse è ora nelle condizioni di governare da solo.
Dal gennaio del 2020 non esiste più un parlamento e le elezioni non vengono più organizzate. Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia personale. Sempre per decreto, ha istituito un’agenzia nazionale d’intelligence che ha le caratteristiche di un servizio segreto presidenziale.
Moïse ha nominato un consiglio elettorale incaricandolo di occuparsi delle prossime elezioni, e ha annunciato una nuova costituzione che sarà scritta da una comitato di cui ha personalmente scelto i componenti. E all’inizio di settembre ha imbavagliato la corte dei conti, obbligandola a emettere i propri giudizi (che saranno esclusivamente consultivi) entro cinque giorni.
Sono proprio le inchieste della corte dei conti ad aver svelato l’enorme scandalo finanziario del Petrocaribe (un’alleanza petrolifera tra alcuni paesi dei Caraibi e il Venezuela), che ha permesso ad alcuni leader politici di mettere le mani su quattro miliardi di dollari. Due anni fa la vicenda aveva provocato le prime manifestazioni contro la corruzione.
Tutto lascia pensare che il governo di Moïse si stia trasformando in un “regime dittatoriale”, come accusano gli oppositori. Forse le sanzioni statunitensi sono il primo segnale del fatto che Washington e il presidente eletto Joe Biden vogliono fermare la deriva autoritaria di un regime disprezzato da tutto il paese.
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La situazione politica è sempre più instabile e quella economica sempre più precaria.
Ecco cosa ci raccontano i nostri referenti da Haiti nelle lettere che la Rete riceve:

… la vita è diventata molto cara, l’inflazione è molto elevata arrivando al 34% la scorsa estate, in particolare con l’aumento spropositato del dollaro rispetto alla moneta locale (1 dollaro = 125 gourde) che ha causato un aumento esorbitante di tutti i prezzi sul mercato. Per risolvere il problema della svalutazione, il governo e la banca centrale hanno deciso di iniettare nell’economia haitiana 50 milioni di dollari, provocando sul mercato dei cambi una caduta vertiginosa del dollaro in rapporto alla gourde. Questa misura non ha migliorato la situazione di miseria in cui vive la popolazione: il prezzo del dollaro è sceso agli attuali 75 gourde per 1 dollaro ma i prezzi sul mercato restano invariati; se quando il prezzo del dollaro aumenta, automaticamente i prezzi dei prodotti aumentano, quando il prezzo del dollaro scende, ci doveva essere lo stesso fenomeno di diminuzione del prezzo dei prodotti sul mercato, ma i venditori dicono sempre che loro devono finire di vendere le merci stoccate prima di diminuire i prezzi, cosa che non si verifica mai.
E dunque questa iniezione di dollari, invece di portare un miglioramento della situazione di miseria dei cittadini, si rivela invece dannosa, mentre è vantaggiosa per i più ricchi; purtroppo ci sono sempre i grandi commercianti, gli influenti intoccabili del mondo degli affari che creano sempre la speculazione approfittando di acquistare e confiscare il dollaro per creare scarsità e aspettare il momento ideale dell’ascesa per beneficiarne nel cambio. Questa situazione rende ancora i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.
Molti haitiani, che vivono grazie alle rimesse dei loro parenti negli Stati Uniti hanno bisogno di molti più dollari per cambiarli in gourde per poter rispondere alle loro necessità, così il loro potere d’acquisto diminuisce.
Lo stesso vale per noi della FDDPA, infatti i nostri pagamenti aumentano, perché abbiamo bisogno di molti più dollari per dare i salari mensili per le nostre scuole. L’essenziale ora è sapere come far fronte a questa situazione, se persisterà per questo nuovo anno scolastico iniziato a settembre. Come faremo ad affrontare questa dinamica? Siamo costretti a diminuire o fermare altre attività (le borse di studio, la banca sementi. etc.) per poter assicurare i salari annuali degli insegnanti, che sono il nostro obbligo primario. Abbiamo riflettuto con i comitati dei due dipartimenti (Fondol e Dofiné) sui diversi aspetti della situazione finanziaria di Haiti, in particolare riguardo all’aumento del dollaro, e restiamo ancora ad osservare la situazione, perché l’instabilità politica e le varie misure antisociali del governo non ci fanno comprendere se il nostro paese conoscerà un miglioramento in un futuro vicino: le varie iniziative prese dalla FDDPA per arrivare alla sua autosufficienza non riescono ancora a dare i risultati attesi, a causa della situazione economica precaria di Haiti, della vulnerabilità dei contadini che sono i principali beneficiari, e del costo della vita che non cessa di aumentare di giorno in giorno sul mercato haitiano. In effetti il programma della nostra banca sementi, che rappresenta da qualche anno la principale fonte di finanziamento che dà ai contadini la possibilità di mettere a terra le loro sementi, attualmente fa fatica a raggiungere l’obiettivo di restituire il prestito in natura. Ma noi restiamo ancora ottimisti e cerchiamo sempre il modo più efficace e adatto nell’uso del programma.
La situazione politica di Haiti si complica sempre più, man mano che la data della fine del mandato di Jovenel Moise si avvicina. Secondo la costituzione il suo mandato deve terminare il 7 febbraio 2021, ma verosimilmente egli si aggrapperà al potere, infatti dice che è nel 2022 che il suo mandato avrà fine. E’ questo lo scenario che si delinea con probabili forti turbolenze politiche per l’inizio di febbraio.
Il governo sta prendendo molte misure antipopolari, in particolare creando diversi gruppi armati, stabilendo un clima di terrore, creando una situazione senza precedenti di insicurezza generalizzata nel paese con la connivenza di diversi capi banda e della comunità internazionale che ha formato una coalizione denominata “Core group” guidata da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Spagna, l’OSA (Organizzazione Stati Americani), ONU e Brasile. Tutto ciò avviene cercando di impedire al popolo di manifestare, di esprimere il suo “non poterne più” e di difendere i suoi diritti.
Finalmente gli Stati Uniti si sono decisi ad agire: il 10 dicembre 2020 il dipartimento del tesoro ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
È una decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.

Rete di Quarrata Lettera – Gennaio 2021

Carissima, carissimo,
abbiamo vissuto il tempo del Natale facendo un regalo ad un bisognoso vicino o lontano a cui nessuno pensa. Non ci siamo lasciati trascinare dal consumismo che da troppo tempo ci ha sequestrato questo evento. Nella mangiatoia c’erano povertà, realtà e l’amore.

All’inizio del nuovo anno siamo chiamati a trovare tempo per chi è solo, per chi soffre, per chi ha bisogno di ascolto e cura. Se troveremo tempo da regalare, saremo meravigliati e felici.

Nessuno nasce povero, né sceglie di esserlo. Poveri si diventa, la povertà è una costruzione sociale. L’esclusione produce impoverimento, frutto di una società che non crede nei diritti alla vita e alla cittadinanza per tutti, né nella responsabilità politica collettiva per garantire tali diritti a tutti gli abitanti della Madre Terra.

I processi d’impoverimento avvengono in società ingiuste. La lotta contro l’impoverimento è anzitutto la lotta contro la ricchezza sproporzionata e predatrice.

Il pianeta degli impoveriti è diventato sempre più popoloso a seguito dell’erosione e della mercificazione dei beni comuni; nel giugno 2011 abbiamo vinto il referendum per la pubblicizzazione dell’acqua a difesa del sistema idrico. Fu una grande partecipazione popolare aver detto no al potere delle multinazionali di impossessarsene ma la riforma è stata dimenticata in Parlamento. Quanti governi sono passati nell’indifferenza totale…

I beni comuni locali sono come evaporati, da ripubblicizzare non astrattamente.

Beni via via esternalizzati e privatizzati, letteralmente evaporati e con loro sembrano anche letteralmente evaporate le basi stesse della coscienza comune e della coesione sociale.

Le politiche di riduzione e eliminazione della povertà perseguite negli ultimi 40 anni sono fallite perché hanno combattuto i sintomi e non i meccanismi che la creavano. Oggi la povertà è una delle forme più avanzate di schiavitù, perché basata sul furto di umanità e di futuro. E’ l’ora di liberare la società dal cancro dell’impoverimento crescente, bisogna mettere fuorilegge molte leggi e istituzioni che determinano e perpetuano i processi di impoverimento.

La crisi pandemica, la crisi ambientale, il terrorismo internazionale sono le inquietudini e le paure di oggi.

Ognuno di noi, immerso nei ritmi frenetici della vita quotidiana, appare dominato dall’indifferenza e dal pregiudizio, e non riesce più ad essere umano. Nella società dell’avere stiamo perdendo la voglia di essere, la voglia di vivere, di amare, di essere solidale, dell’umiltà, dell’amicizia, della tolleranza, la gioia del dare, il reciproco scambio di idee ed emozioni.

Urge unione e solidarietà per guidarci nelle nostre azioni e nelle nostre scelte quotidiane, urge mantenere vivo ogni giorno la memoria storica del nostro passato, che non può e non deve essere dimenticata, diffondendo quanto sappiamo ai più giovani.

Non c’è dubbio che il 2020 sia stato difficile per tutti e tragico per molti. Ora vengono finalmente somministrati i vaccini contro il COVID-19, dandoci la tanto desiderata speranza di un ritorno alla normalità e un felice 2021.Tuttavia mesi di ansia, sconforto e solitudine possono facilmente creare una spirale di negatività da cui è difficile uscire. A volte, quando siamo giù di corda, non abbiamo interesse nel fare qualcosa che, in realtà, potrebbe farci sentire meglio. Per vivere al meglio il 2021 è necessario liberarsi delle abitudini distruttive e recuperare i nostri livelli di energia. In alcuni casi, inizialmente, potrebbe comportare uno sforzo per fare ciò che gradualmente ci fa sentire meglio.

Oggi più che mai, dobbiamo impegnarci con le piccole azioni quotidiane, per creare il mondo che vorremmo, per costruire assieme una realtà diversa, una realtà fraterna. Non sappiamo quale direzione prenderà il mondo ma, se ognuno di noi ogni giorno lavora per la pace, sarà sicuramente un mondo migliore.

La frenesia del nostro tempo ci porta a competere per il nostro unico successo, spesso siamo cavalli col paraocchi, galoppiamo e riusciamo a vedere solamente davanti a noi, e così tralasciamo le difficoltà di chi non rientra nella nostra sfera privata, mentre basta prendersi cura l’uno dell’altro, dedicando un po’ di tempo ad ascoltare qualcuno, convincere chi ci è prossimo a seguire questa strada. Non possiamo aver paura di cambiare alcune nostre piccole abitudine se vogliamo fare qualcosa di veramente grande.

Rete di Quarrata Lettera – Gennaio 2021

Carissima, carissimo,
abbiamo vissuto il tempo del Natale facendo un regalo ad un bisognoso vicino o lontano a cui nessuno pensa. Non ci siamo lasciati trascinare dal consumismo che da troppo tempo ci ha sequestrato questo evento. Nella mangiatoia c’erano povertà, realtà e l’amore.

All’inizio del nuovo anno siamo chiamati a trovare tempo per chi è solo, per chi soffre, per chi ha bisogno di ascolto e cura. Se troveremo tempo da regalare, saremo meravigliati e felici.

Nessuno nasce povero, né sceglie di esserlo. Poveri si diventa, la povertà è una costruzione sociale. L’esclusione produce impoverimento, frutto di una società che non crede nei diritti alla vita e alla cittadinanza per tutti, né nella responsabilità politica collettiva per garantire tali diritti a tutti gli abitanti della Madre Terra.

I processi d’impoverimento avvengono in società ingiuste. La lotta contro l’impoverimento è anzitutto la lotta contro la ricchezza sproporzionata e predatrice.

Il pianeta degli impoveriti è diventato sempre più popoloso a seguito dell’erosione e della mercificazione dei beni comuni; nel giugno 2011 abbiamo vinto il referendum per la pubblicizzazione dell’acqua a difesa del sistema idrico. Fu una grande partecipazione popolare aver detto no al potere delle multinazionali di impossessarsene ma la riforma è stata dimenticata in Parlamento. Quanti governi sono passati nell’indifferenza totale…

I beni comuni locali sono come evaporati, da ripubblicizzare non astrattamente.

Beni via via esternalizzati e privatizzati, letteralmente evaporati e con loro sembrano anche letteralmente evaporate le basi stesse della coscienza comune e della coesione sociale.

Le politiche di riduzione e eliminazione della povertà perseguite negli ultimi 40 anni sono fallite perché hanno combattuto i sintomi e non i meccanismi che la creavano. Oggi la povertà è una delle forme più avanzate di schiavitù, perché basata sul furto di umanità e di futuro. E’ l’ora di liberare la società dal cancro dell’impoverimento crescente, bisogna mettere fuorilegge molte leggi e istituzioni che determinano e perpetuano i processi di impoverimento.

La crisi pandemica, la crisi ambientale, il terrorismo internazionale sono le inquietudini e le paure di oggi.

Ognuno di noi, immerso nei ritmi frenetici della vita quotidiana, appare dominato dall’indifferenza e dal pregiudizio, e non riesce più ad essere umano. Nella società dell’avere stiamo perdendo la voglia di essere, la voglia di vivere, di amare, di essere solidale, dell’umiltà, dell’amicizia, della tolleranza, la gioia del dare, il reciproco scambio di idee ed emozioni.

Urge unione e solidarietà per guidarci nelle nostre azioni e nelle nostre scelte quotidiane, urge mantenere vivo ogni giorno la memoria storica del nostro passato, che non può e non deve essere dimenticata, diffondendo quanto sappiamo ai più giovani.

Non c’è dubbio che il 2020 sia stato difficile per tutti e tragico per molti. Ora vengono finalmente somministrati i vaccini contro il COVID-19, dandoci la tanto desiderata speranza di un ritorno alla normalità e un felice 2021.Tuttavia mesi di ansia, sconforto e solitudine possono facilmente creare una spirale di negatività da cui è difficile uscire. A volte, quando siamo giù di corda, non abbiamo interesse nel fare qualcosa che, in realtà, potrebbe farci sentire meglio. Per vivere al meglio il 2021 è necessario liberarsi delle abitudini distruttive e recuperare i nostri livelli di energia. In alcuni casi, inizialmente, potrebbe comportare uno sforzo per fare ciò che gradualmente ci fa sentire meglio.

Oggi più che mai, dobbiamo impegnarci con le piccole azioni quotidiane, per creare il mondo che vorremmo, per costruire assieme una realtà diversa, una realtà fraterna. Non sappiamo quale direzione prenderà il mondo ma, se ognuno di noi ogni giorno lavora per la pace, sarà sicuramente un mondo migliore.

La frenesia del nostro tempo ci porta a competere per il nostro unico successo, spesso siamo cavalli col paraocchi, galoppiamo e riusciamo a vedere solamente davanti a noi, e così tralasciamo le difficoltà di chi non rientra nella nostra sfera privata, mentre basta prendersi cura l’uno dell’altro, dedicando un po’ di tempo ad ascoltare qualcuno, convincere chi ci è prossimo a seguire questa strada. Non possiamo aver paura di cambiare alcune nostre piccole abitudine se vogliamo fare qualcosa di veramente grande.

I diritti universali, quelli che non spettano soltanto a noi, dobbiamo e possiamo fare in modo che siano di tutti, perché non dobbiamo batterci l’un l’altro, ma dobbiamo lottare uno al fianco dell’altro per vivere la condivisione.

La solidarietà in questo senso diviene un valore politico in senso lato, di compartecipazione alla vita della comunità. La comunità intesa in modo universalistico, è il nostro pianeta, il cui sfruttamento è da condannare. Essere solidale vuol anche dire avere ma non sprecare, conservare, pensare al prossimo.

Rabbia e insoddisfazione sono emozioni presenti in questo tempo, la povertà spinge sempre più persone alla violenza, i disordini sociali sono sempre più legati alla miseria. Urge una politica all’altezza al fine di risolvere il “grande” problema dell’impoverimento di milioni e milioni di persone. Altrimenti, come evidenziava Paolo VI: “siamo alla viglia della QUARTA GUERRA MONDIALE che non sarà combattuta dagli eserciti, ma dalla COLLERA DEI POVERI”.
Buon anno, Antonio

I diritti universali, quelli che non spettano soltanto a noi, dobbiamo e possiamo fare in modo che siano di tutti, perché non dobbiamo batterci l’un l’altro, ma dobbiamo lottare uno al fianco dell’altro per vivere la condivisione.

La solidarietà in questo senso diviene un valore politico in senso lato, di compartecipazione alla vita della comunità. La comunità intesa in modo universalistico, è il nostro pianeta, il cui sfruttamento è da condannare. Essere solidale vuol anche dire avere ma non sprecare, conservare, pensare al prossimo.

Rabbia e insoddisfazione sono emozioni presenti in questo tempo, la povertà spinge sempre più persone alla violenza, i disordini sociali sono sempre più legati alla miseria. Urge una politica all’altezza al fine di risolvere il “grande” problema dell’impoverimento di milioni e milioni di persone. Altrimenti, come evidenziava Paolo VI: “siamo alla viglia della QUARTA GUERRA MONDIALE che non sarà combattuta dagli eserciti, ma dalla COLLERA DEI POVERI”.

Buon anno, Antonio

Verona, 8 gennaio 2021

Il 6 gennaio, a Washington, c’è stato l’assalto al Campidoglio con morti e feriti.
Dalla rassegna stampa di Internazionale riportiamo un breve brano del The Guardian
…L’autoritarismo è sempre un’ideologia della disuguaglianza: io faccio le regole, tu le segui, io le cambio a piacimento e punisco chi non obbedisce, o chi mi pare, perché posso farlo.
Frank Wilhoit (politologo americano) una volta disse: “Il conservatorismo consiste semplicemente in una proposizione … Ci devono essere gruppi interni che la legge protegge, ma non vincola, accanto a gruppi esterni che la legge vincola, ma non protegge”. Gli episodi odierni stanno dimostrando che i dimostranti non rispettano alcunché, ma si aspettano di avere quello che vogliono. Il diritto è una parola troppo riduttiva per parlare di quanto sta accedendo… (Rebecca Solnit – Call it what it was: a coup attempt The Guardian 7 gennaio 2021)
Questo è invece il comunicato stampa di Johnny Zokovitch, portavoce e direttore esecutivo di Pax Christi USA:
Siamo chiari. Gli eventi che si sono svolti oggi al Campidoglio sono il risultato della demagogia del presidente Trump e del fallimento di tutti coloro – politici, media, famiglia e altri – che hanno scusato, trascurato, o altrimenti incoraggiato l’odio e le divisioni… Coloro che avrebbero potuto e dovuto ritenere responsabile questo presidente hanno fatto esattamente l’opposto negli ultimi quattro anni… e gli incidenti orribili e vergognosi di oggi al Campidoglio degli Stati Uniti sono stati il ​​triste e prevedibile risultato di questa abdicazione di responsabilità.
Nel libro del profeta Osea, Dio avverte ‘Quando semineranno il vento, raccoglieranno il turbine’. Per quei membri del Congresso che hanno sostenuto questo presidente in ogni occasione, le tardive richieste di pace, gli appelli al rispetto e gli ammonimenti contro la violenza che arrivano ora quando si sentono direttamente minacciati suonano vuoti e sono vuoti… (www.paxchristiusa.org )
Aggiungiamo solo qualche nota: ci sono profonde analogie con il modo in cui la Lega e tutta la destra italiana si sono fatte paladine, portavoce e rappresentanti di una parte di popolazione frustrata e preoccupata per il proprio futuro.
Diciamo anche, ricordando il nostro ultimo seminario nazionale sul potere dei social, che ci sono modi di narrare e di rappresentare la realtà che sono costruiti ad arte, vengono professati quasi come una nuova fede e che diventano funzionali al potere, indipendentemente da ciò che c’è di vero e di oggettivo o da quelle che sono le cosiddette regole democratiche.
D’altro canto, condividiamo, l’amaro commento di Pax Christi: non ci sentiamo del tutto assolti rispetto a chi ha…scusato, trascurato o in qualche modo incoraggiato l’odio e le divisioni. Che cosa potevamo fare di meglio per arginare queste derive?
Di quanto sta accadendo non potremo non tener conto e, in futuro, avremo senz’altro modo di confrontarci anche per quanto concerne la nostra associazione. Siamo “datati”, è vero, ma non “scaduti”. Ci siamo sempre detti che la politica, nel suo significato più pieno e originale, deve stare alla base del nostro essere e del nostro agire.
Per questo riteniamo che ci sia ancora molto lavoro da fare e sempre più è necessario ascoltare voci nuove (cara Nadia, ti sei presa una bella gatta da pelare…).
Per dare concretezza ai nostri discorsi abbiamo pensato che sia giusto anche dar conto di ciò che stiamo vivendo come gruppo locale di Verona.
Come ormai si temeva si è arenato, forse definitivamente, il progetto sulla concessione in comodato gratuito di un appartamento dell’Ente Regionale per l’Edilizia Residenziale (ATER). Grazie a un congruo finanziamento, messo insieme da un gruppo di persone della comunità di s. Nicolò, che per anni si sono auto tassate, sarebbe stato possibile mettere a norma un appartamento di proprietà dell’ATER. In cambio, l’ATER ce l’avrebbe concesso in comodato gratuito per una quindicina di anni. Avevamo messo a punto un progetto ben articolato, in collaborazione con altre associazioni, e avevamo avuto la disponibilità di due persone, adeguatamente preparate, per la gestione. L’appartamento poteva ospitare quattro, cinque persone. Pensavamo in particolare agli stranieri. Qui a Verona, infatti, per le persone straniere, anche se con i documenti in regola e con un lavoro stabile, resta quasi insormontabile la possibilità di trovare un alloggio.
Non abbiamo desistito del tutto, ma in questi enti pubblici il potere della Lega e i giochi di partito hanno un peso devastante. Forse hanno capito bene chi siamo e hanno ostacolato l’iter della pratica in tutti i modi possibili, pur dopo l’approvazione della ristrutturazione e della messa a norma, da parte del loro Ufficio Tecnico. Sono arrivati alla scadenza elettorale e al cambio dei vertici aziendali, senza più dare alcuna disponibilità ad ascoltarci.
Venendo ai due progetti che seguiamo come rete locale, chi legge la nostra circolare interna ha già saputo della difficile situazione in Guatemala. Lo scorso mese avevamo scritto:
… Padre Clemente ci racconta di una situazione veramente difficile nelle comunità che lui segue. La pandemia ha provocato situazioni di estrema povertà per cui è stato necessario distribuire cibo a molte famiglie, ridotte letteralmente alla fame.
Comunque, i soldi del progetto inviati dalla Rete sono bastati a p. Clemente per fare partire un progetto di microcredito a favore delle famiglie più bisognose del territorio.
Infine, ci sembra importante allegare il testo della lettera ricevuta dalla nostra referente ad Adjumako, in Ghana.
Gli stimoli alla speranza vengono da lontano, ma sono concreti ed efficaci più delle nostre paure.
Un abbraccio e un augurio affettuoso di buon anno da tutta la Rete di Verona.

Maria e Gianni

Adjumaco, dicembre 2020

Il Maame Adjeibah Educational Project (MAEP) sta bene ed opera nonostante la perdurante pandemia da Covid-19 abbia bloccato e rallentato le nostre attività.

18 ragazze in tutto hanno completato con successo la scuola superiore (SHS). …Il nostro progetto è di aiutare le diplomate a trovare un lavoro adeguato che possa permettere loro di soddisfare le loro necessità. Continuiamo ad incoraggiarle, motivarle e guidarle verso percorsi lavorativi significativi.
Putroppo, però, il progetto è stato bloccato per buona parte dell’anno a causa della pandemia; alcune di loro, comunque, hanno trovato lavori provvisori mentre altre aiutano le famiglie nelle loro attività private. Stiamo tutti attendendo la riapertura delle scuole per compiere passi ulteriori.
Abbiamo ricevuto 4.000 € dalla RRR di Verona. Così abbiamo pagato le tasse scolastiche per le ragazze frequentanti la scuola media (Junior High School). Abbiamo coperto anche le spese per le tasse scolastiche delle ragazze alla scuola superiore fino alla chiusura delle scuole, a marzo 2020. Abbiamo inoltre pagato le spese di mantenimento per le ragazze del primo anno.
Vogliamo sottolineare che l’eccitazione generata dalla visita ad Adjumako degli amici della Rete di Verona (autunno 2017) è ancora vivo. Questa visita ha lasciato nella comunità un’eredità che perdura. L’entusiasmo non è venuto meno. Attualmente gli anziani della comunità di Adjumako hanno coinvolto la gente, specialmente i giovani, in varie attività a favore dello sviluppo della comunità stessa. Hanno programmato una serie di piani per lo sviluppo. Al momento la comunità è impegnata in opere di tubazione e di drenaggio fognario nel villaggio. Muratori, carpentieri e altre maestranze sono coinvolti nei progetti. Cittadini di Adjumako residenti in Europa, in America e in altre zone del Ghana stanno contribuendo volontariamente ai progetti con donazioni in denaro, sacchi di cemento, ecc. Grazie a voi, amici della Rete di Verona.
Inoltre, una delle nostre ragazze di Adjumako dopo aver completato la scuola superiore (SHS) si è iscritta ad una scuola di comunicazione ad Accra e sta studiando per un diploma in giornalismo. Recentemente è comparsa in una trasmissione della televisione nazionale e l’hanno vista in molti ad Adjumako e nei paesi intorno. Questo ha provocato grande eccitazione e ha suscitato un sentimento di orgoglio nella gente. Tutto grazie all’incoraggiamento ricevuto dal gruppo Rete Radie Resch di Verona. Ed è solo l’inizio. Realizzeremo ancora molte di queste trasformazioni perché intendiamo continuare a occuparci del futuro delle giovani generazioni di Adjumako.
Dio è il nostro aiuto.
Emma e il comitato scolastico di Adjumako

Il suo motto è to turn dissatisfaction into action, ovvero trasformare l’insoddisfazione in azione. È Yvonne Aki-Sawyerr, sindaca della città capitale della Sierra Leone, Freetown, che la BBC ha inserito nella lista delle 100 donne più influenti nel 2020 con la motivazione che è riuscita ad ispirare i cittadini a aderire alla sua campagna #FreetownTheTreeTown, con l’obiettivo di piantare un milione di alberi in due anni. La campagna è stata lanciata a gennaio 2020 senza risorse ma già ad ottobre più di 450.000 semi erano già stanti piantati. Gli alberi sono un elemento importantissimo per affrontare le sfide delle inondazioni, dell’erosione del suolo e della scarsità idrica”.

La sindaca, eletta nel 2018, racconta di come il suo impegno sia stato stimolato dal senso di frustrazione nel vedere in tv – lei all’epoca lavorava a Londra – le immagini della guerra in Sierra Leone. (Il discorso è disponibile nella Ted-Conference qui). Erano gli anni Novanta e il conflitto, terminato nel 2002, durò undici anni: una guerra civile scatenata per il controllo delle ricche miniere di diamanti del paese, che vide contrapposti i ribelli del RUF (Fronte Rivoluzionario Unito)sostenuti dalle forze liberiane, e le forze governative. La guerra civile della Sierra Leone è ricordata per i “Blood diamonds”, i “diamanti insanguinati” che, estratti in zona di guerra da minatori schiavi e bambini, erano venduti clandestinamente per acquistare armi e finanziare l’insurrezione. Una questione purtroppo ancora di attualità in molti paesi.  Il conflitto è ricordato anche per le atrocità e le torture commesse contro la popolazione civile, tanto che l’ONU decise di istituire un Tribunale speciale per la Sierra Leone, un ente di giustizia penale internazionale per giudicare i colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante il conflitto. Le udienze hanno dimostrato come “Nel tentativo di occupare la capitale Freetown, il RUF ha inferto infinite atrocità alla popolazione civile, commettendo violenze sessuali di massa, sequestri di donnearruolamento di bambini nei gruppi combattenti, sommarie esecuzioni di innocenti, mutilazioni di persone inermi – accompagnate dalla macabra formula “manica lunga”“manica corta”, utilizzata dai guerriglieri per scegliere a che altezza amputare le braccia delle persone catturate. Tra i condannati anche Charles Taylor, l’allora presidente della Liberia, responsabile di aver supportato il RUF per l’occupazione di Freetown fornendo armi in cambio di diamanti, pur essendo consapevole delle atrocità commesse.

A fronte di tutto questo, Yvonne decide di fare qualcosa per il suo paese, per la sua città. Fondò l’organizzazione Sierra Leone World Trust, impegnata nel sostegno ai bambini sfollati dal conflitto, nell’istruzione, nell’assistenza alle madri, nel microcredito, nella formazione professionale. Nel 2004 fondò un centro di formazione in agricoltura per ex bambini-soldato. Durante l’epidemia debola, dal 2014 al 2016, Yvonne Aki-Sawyerr da esperta contabile e di finanza lasciò in Inghilterra il marito e i due figli, salì a bordo di un aereo quasi vuoto – i collegamenti aerei con la Sierra Leone erano stati interrotti a causa di ebola – e raggiunse Freetown. Forte dell’esperienza nella gestione di crisi e nella pianificazione, elaborò il Western area surge plan (consultabile sul sito dell’OMS) che ebbe come elemento centrale la sensibilizzazione delle comunità attraverso il contatto diretto per gestire l’emergenza e fermare la diffusione della malattia letale«Dovevamo parlare con le persone, non alle persone. Dovevamo lavorare con i leader della comunità per essere credibili, dovevamo parlare sotto un albero di mango, in riunione, non attraverso degli altoparlanti». Spiega Aki-Sawyerr. Poche settimane dopo, il National ebola response center la nominò direttrice della pianificazione, mandandola in missione in tutto il paese. «È stata l’esperienza più dura di tutta la mia vita, ma anche la più gratificante», racconta. Oltre alla medaglia d’oro conferita dalla Presidenza per il suo impegno nel combattere ebola, nel gennaio 2016 Aki-Sawyerr è stata nominata Ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico dalla Regina Elisabetta II.

Yvonne Aki-Sawyerr arriva in una città martoriata, con una popolazione raddoppiata in soli vent’anni, che conta oggi 1,2 milioni di abitanti. La rapida urbanizzazione è avvenuta senza una pianificazione delle infrastrutture, delle case, dei servizi di base come istruzione sanità e igiene.

La città è sporca e la popolazione è colpita da tifo, dissenteria, malaria. Nel 2017, come ricorda la sindaca, solo il 6 per cento dei rifiuti liquidi e il 21 per cento dei rifiuti solidi era raccolto, il resto stava lì nei campi vicino alle case, nei fiumi, nel mare.

Yvonne Aki-Sawyerr è stata eletta alle elezioni municipali di marzo 2018. Pochi mesi dopo è partito il piano triennale Transform Freetown, che si fissa 19 obiettivi concreti in 11 aree, con particolare enfasi alla lotta al degrado ambientale, all’inclusione degli emarginati e allo sviluppo di un’economia sostenibile. Nei giorni scorsi è ad esempio stata avviata la Blue Peace Initiative, focalizzata sull’accesso all’acqua, l’igiene e i servizi idrici della capitale, con la collaborazione dell’ONU e della Cooperazione svizzera. Ma sulla strada della trasformazione è sorto un nuovo ostacolo: la pandemia di covid-19, con le sue pesanti ripercussioni economiche. Come riporta la rivista Africa l’inflazione è aumentata, così come la disoccupazione che era già molto alta prima della pandemia. A Freetown l’impatto sull’economia è stato terribile perché la nazione è dipendente dalle importazioni. Ancora una volta, Yvonne Aki-Sawyerr deve rimboccarsi le maniche per trasformare la crisi in opportunità.

Lia Curcio (Unimondo Mercoledì, 13 Gennaio 2021)

Sérgio vive e ci trasmette forza e speranza !
Cari amici e amiche: del/la

Gruppo Rete Radie Resch
Gruppo Don Gianni Gotardi
Gruppo Floriò
Famiglia Tonetto

Il 2020 è stato un anno assai difficile per tutti noi e terribilmente triste
per il mondo intero.
Nonostante tutto questo noi C.P.T. Gujarina siamo stati in grado di
gestire e realizzare a gennaio una serie di eventi come: alcuni incontri con i
riberinhos, con le donne quilombolas in conflitto per terra e un incontro con i
bambini di Aricuru.
A febbraio ci siamo riuniti per progettare e pianificare la nostra attività
per il 2020. Avrebbero dovuto coinvolgere giovani, quilombola, riberinho, donne,
bambini di Aricuru, ecc.
Pochi giorni dopo la nostra riunione, è giunta la notizia che un
pericoloso virus stava avanzando dall’Asia all’Europa, con una tristissima e
spaventosa scia di morte e sofferenza.
A marzo il Covil 19 è arrivato in Brasile, costringendoci alla quarantena
e paralizzando di conseguenza tutte le nostre attività con i gruppi e con le
comunità.
La fame dei più poveri tra noi è rimbalzata sui mass media e ci ha
attivamente coinvolto. Con l’aiuto del CPT Regionale abbiamo organizzato la
consegna di generi alimentari di prima necessità a una comunità di Ananindeua e
alle famiglie più bisognose in 12 comunità lungo il fiume Moju.
Al momento siamo tutti rinchiusi nelle nostre rispettive abitazioni. Io e
Adelaide, vivendo nella casa di Sergio dove si trova l’ ufficio della C.P.T., abbiamo
approfittato della volontaria quarantena per organizzare l’archivio, composto da
un vasto materiale indispensabile per il nostro lavoro.
Nel frattempo, siamo in attesa del vaccino che arriverà a gennaio o
febbraio, sottolineiamo, non per l’azione del governo federale, ma per gli sforzi dei
singoli stati. Infatti il presidente Bolsonaro, di fronte al COVID 19, ha scelto la
morte:
 Ha minimizzato la gravità del virus. Alla domanda sull’aumento delle persone infette e morte in Brasile, la sua
risposta è stata: E allora?.
 Ha dichiarato pubblicamente di non credere nel vaccino. A ottobre ha
annullato un accordo da 2 miliardi di reais sottoscritto dal ministero della
Salute per l’acquisto di dosi in Cina. Era criminalmente ridicolo quando
affermava con tragica ironia che il vaccino anti-covid può trasformare una
persona in un alligatore.
 Alimenta il movimento anti-vaccino, parlando contro la vaccinazione
obbligatoria con frasi come: “Il Brasile deve smetterla di essere un paese di
femminucce”.
 Occasionalmente promuove manifestazioni pubbliche senza che i
partecipanti siano obbligati ad adottare misure precauzionali al diffondersi
della pandemia. Eccetera.
Non avremmo mai pensato di dover attraversare un momento così
difficile. Siamo convinte/ti che la pandemia è il frutto marcio della globalizzazione
neoliberista che ignora e manca di rispetto ai diritti umani e ai diritti della natura.
Prima che arrivasse COVID 19, l’Amazzonia brasiliana bruciava e,
durante la pandemia, era il Pantanal che andava a fuoco. Secondo il Laboratorio di
applicazioni ambientali, nel 2019 il Pantanal è stato devastato dalle fiamme per il
28% del suo territorio.
Stringe il cuore vedere la foresta bruciare per la gioia dei proprietari di
aziende agricole che vogliono espandere i propri profitti a tutti i costi. Animali,
piante, alberi secolari, microrganismi, insetti agonizzati dalla disperazione. Due
biomi in gran parte distrutti. Due biomi così importanti per la vita del pianeta.
La pandemia è stata un invito alla conversione per l’intero pianeta. Una
scossa per renderci consapevoli che il modo in cui noi esseri umani abitiamo la
Terra, deve cambiare.
Mauricio López Oropeza, segretario esecutivo di REPAM. (Rede Pan
Amazônica) afferma che “il percorso verso il nuovo sta già germogliando in mezzo
a questa crisi, ma richiederà drastici cambiamenti nella società”.
Voglia Dio illuminare tutti noi e l’umanità intera affinché possiamo
trovare e progettare un nuovo modo di vivere nel nostro piccolo pianeta Terra.
Uno abbraccio a ciascuno di voi con amicizia,
gratitudine, speranza e con l’augurio di giorni migliori
per il mondo intero.

Equipe CPT Região Guajarina.
Ananindeua, 04 de janeiro de 2021