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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Giugno 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, questa lettera è l’occasione periodica di riflessione e discussione sui grandi temi che ci coinvolgono, come scelta personale e spirituale, temi legati alla giustizia e alla responsabilità, in attesa di una vera discussione, possibile solo quando ci possiamo incontrare di persona, nei nostri incontri periodici o anche nell’incontro festoso di fine anno sociale. Quest’anno quell’incontro di festa sarà sabato 13 giugno prossimo, nei Giardini Pettenella Picotti, di via Marsala 12 A. E questo è l’invito di questa comunicazione. Ci vediamo la sera del 13.6, alle 20 circa. E subito dopo questa notizia gioiosa, un’altra comunicazione lieta: è stato proclamato santo il vescovo Romero, come da tempo tutti aspettavamo, salutato come santo da tutti fin dalla sua morte, il 24 maggio 1980. Un vescovo che viene ammazzato durante la messa perché invoca di non uccidere, quanto doveva aspettare per vedere proclamata la sua santità, il suo coraggio, il suo eroismo? Ma forse è stato meglio attendere tanto, perché tutti ormai chiedevano con ansia questa dichiarazione. Molti ricorderanno che un piccola delegazione veronese si è recata in Guatemala nel novembre 2012, 2 anni e mezzo fa, ad incontrare i nostri referenti dell’operazione da noi sostenuta in quel bellissimo e sfortunato paese, operazione che avevamo dedicato al vescovo Gerardi: Juan Conedera Gerardi era il vescovo di Città di Guatemala, ammazzato il 27 aprile 1998 per aver denunciato nel libro “Guatemala Nunca Mas” i nomi di chi aveva ammazzato migliaia di contadini indigeni, mentre dovevano rimanere segreti, e quel libro fu scritto con l’aiuto dei preti e delle parrocchie, che raccolsero le testimonianze. Nel nostro viaggio abbiamo cercato di visitare la tomba di Gerardi nella cripta della Cattedrale della capitale del Guatemala, ma non è ancora aperta.  Per fortuna in quello stesso viaggio abbiamo poi visitato la tomba del vescovo Romero, a San Salvador, nella cripta di quella cattedrale. Oggi governo e popolo salvadoregno lo ricordano come patrono nazionale, come martire del Salvador, ed anche noi lo ricordiamo tale, San Romero d’America, come già aveva indicato il Papa Francesco. L’argomento fondamentale della proposta di questo mese di giugno è una riflessione su quanto è emerso nel Seminario di Isola Vicentina, sulla Finanza criminale che sta uccidendo la democrazia ed i diritti delle persone. E’ il tema che la Rete mette in evidenza quest’anno, con 5 Seminari della Rete distribuiti in tutta Italia; ora si riprenderanno quei temi in una giornata di studio a Camaiore, con tutta la Commissione Finanza, quella che aveva preparato i seminari. A Isola Vicentina eravamo quasi una ventina da Verona, ed ora andremo in 4 a Camaiore per approfondire alcuni di quei temi. La relazione centrale è stata di Marco Bersani, uno dei fondatori della Rete ATTAC, l’Associazione che cerca di tassare le transazioni finanziarie, che ora invece avvengono in assoluta libertà, a solo profitto di chi detiene il denaro, impedendo invece ogni diritto di chi il denaro non ce l’ha, cioè la grande maggioranza della popolazione dei vari stati, e specialmente degli stati poveri, chiamati spesso con sarcasmo e disprezzo “in via di sviluppo”. Non valgono più i diritti dei popoli, delle persone in quanto tali, ma solo i diritti di chi ha il denaro, di chi è un soggetto economico, singoli, associazioni, banche, società, e più grandi sono più potere (e diritti) hanno. La denuncia di Bersani, e di tanti altri nel panorama politico internazionale, è chiara e preoccupatissima. La nuova formula è ormai “più capitale e meno diritti”, che riprende la precedente che sembrava più accettabile “meno stato e più mercato”; pare anche che il nuovo trattato atlantico a favore delle multinazionali (le famose Corporations, prevalentemente nordamericane), il TTIP, sarà approvato dall’Unione Europea a fine anno, peggiorando ancor di più la situazione. Sono argomenti molto complessi e dove è facilissimo imbrogliarsi, perché questa è la volontà continua delle Corporation, fare confusione, imbrogliare e fare affari senza intoppi. Sono invece argomenti che vanno approfonditi e discussi, a tutti i livelli, cercando sintesi semplici e abbastanza facili alle quali attenersi nelle nostre azioni e nelle nostre scelte, anche di solidarietà. Provo ora a proporvi una mia analisi semplificata, soprattutto per innescare la discussione e la possibile necessaria “resistenza” a queste ingiustizie. A mio parere le crisi sono 2, e non una sola. E non sono crisi temporanee, passate le quali torneremo all’equilibrio precedente, ad una vita tollerabile, ma sono crisi che cambieranno completamente la situazione, sono crisi di sistema. La prima crisi è in nome di uno sviluppo uniforme: tutti gli stati devono uniformarsi alle nuove tecnologie, tutti devono avere reti di comunicazioni televisive, telefoniche e di internet simili e omogenee, avere autostrade, servizi di trasporto su rotaie, su gomma e aeree, simili e compatibili. Questo è lo sviluppo, il livello cui tutti devono aspirare e che tutti devono possedere, i diritti di cui tutti devono godere; non esiste più l’andare a piedi, l’aspettare, ed anche nella produzione tutto deve essere industrializzato, perché così si produce di più e le merci sono a disposizione di tutti, senza troppi controlli sulle merci, senza fermarsi a pensare che occorrono denari per godere di quei beni e di quelle merci, e i poveri non ne potranno mai disporre, di un’auto, dell’energia elettrica in casa, eccetera. E così una diga e una centrale elettrica è un’esigenza primaria, nessuno vi si può opporre, perché altrimenti si oppone al progresso, allo sviluppo, si oppone alla vita migliore di tutti (di tutti chi?). Non conta il piccolo, l’esperienza locale, la coltivazione casalinga, le foreste dell’Amazzonia, vanno sostituite con coltivazioni più efficienti, più “economiche”. In America Latina sono molte le popolazioni che si oppongono da tempo a queste scelte che non passano attraverso la discussione con i rappresentanti indigeni. Ma la resistenza pare avvenire solo nei paesi diversi da Usa e Europa, dai paesi più avanzati industrialmente, dal G8, cui ora si aggiungono i nuovi paesi ricchi, i BRICS, Brasile Russia India Cina Sudafrica. Ho visto fotografie recenti delle città cinesi di oggi, città storiche e artistiche, dove accanto alle vecchie case di legno, decorate artisticamente, con vecchie tegole di bambù, spesso patrimonio dell’umanità, nascono a centinaia case nuove tutte uguali, casermoni in cemento armato, con tutti i servizi, l’energia elettrica, l’acqua potabile, le linee telefoniche e a fibra ottica, le fogne. E le vecchie case saranno presto abbandonate, come a Pechino, le vecchie case attorno a piazza Tien An Men. E si costruiscono enormi dighe sui fiumi, si inondano territori immensi, si fanno centrali nucleari vicine al mare, pensando di poter tenere tutto sotto controllo ed opporsi a qualsiasi pericolo o incidente. Tutto viene cementificato, tutto deve essere uguale, lo sviluppo è un obbligo, chi vi si oppone non fa il bene della gente, della città, della zona. E l’abbiamo visto bene l’esempio del Guatemala, ricordate il film “El oro o la vida” che ha introdotto il Convegno della Rete del 2012; dell’oro, del petrolio, dell’energia c’è bisogno, non ci si può opporre al progresso. E si deve scegliere, l’oro o la vita, o l’una o l’altra, sono cose in antitesi. E non scelgono le persone, le istituzioni elette, solo i governi e le banche. I diritti delle persone non contano, contano solo i diritti di chi ha il denaro. La seconda crisi è più feroce, più distruttiva, è la crisi del debito e della schiavitù perpetua, perché per realizzare quello sviluppo gli stati devono acquistare infrastrutture, macchine, tecnologie, e per far questo devono indebitarsi in modo irreparabile. I funzionari ed i politici che decidono queste nuove realizzazioni vengono tranquillamente corrotti, chi si oppone viene semplicemente eliminato, o con un incidente d’auto, o con un assassinio, o con un golpe militare (Marco Bersani ha citato Allende in Cile, o Arbenz in Guatemala, o Mossadeq in Iran); e gli stati si trovano sulle spalle debiti enormi, che non riescono a saldare, non ci riusciranno mai, e diventano così schiavi di chi vende quelle attrezzature, e devono anche votare all’ONU dalla parte di chi li sta impoverendo, depauperizzando. Il libro di Jhon Perkins è chiarissimo nel merito, “Confessioni di un sicario dell’economia”. Perkins era uno di quei sicari; l’economia che viene ammazzata dalla finanza e dalla violenza significa tutti i servizi e i beni comuni che gli stati, le comunità, dovrebbero assicurare ai loro cittadini, scuola sanità servizi. Tutto viene distrutto e sacrificato al debito, imposto e impossibile da togliere. La Grecia ad esempio ne sta diventando la nuova schiava, non se lo toglieranno mai, e l’Italia fra un po’ ne potrebbe seguirne le orme, anche se le sue dimensioni e la sua storia forse impediscono una procedura così drastica. Tutti gli stati poveri dovranno lavorare solo per pagare i debiti, debiti che non hanno voluto. Bersani ha indicato però come nello Statuto dell’ONU si possono (si devono!) rifiutare e non pagare i debiti illegittimi e odiosi, quelli che tolgono il cibo o le cure ai bambini e alle popolazioni, e ha indicato che l’Ecuador è stato uno dei primi stati che ha ridiscusso il suo debito, riducendolo enormemente. Anche Padre Zanotelli l’ha ripetuto con forza: questi debiti odiosi, che tolgono i beni comuni alle popolazioni, vanno eliminati proprio perché odiosi. Questa mi pare la situazione che ci opprime oggi e che potrebbe opprimerci sempre più nel futuro, soprattutto i paesi poveri, i più vulnerabili, anche ai disastri ecologici. Per quale futuro dobbiamo impegnarci? come resistere a queste ingiustizie e ridare i diritti e le risorse per il futuro, ai nostri figli ed ai popoli poveri, che sono un po’ i nostri figli, il nostro futuro? Non può davvero esistere un mondo futuro con le risorse in mano solo ad una minoranza di ricchi, che se le mantengono con ogni mezzo, anche con la violenza. Questo – più o meno – è lo stato delle cose, la prospettiva di sviluppo obbligato e di debiti incombenti. Quale rivoluzione si preparerà? La faranno certamente i popoli poveri, i ricchi non vogliono cambiare e difficilmente cercheranno cambiamenti possibili. Ma anche da noi ci sono ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Anche da noi ci si deve ribellare. E poi ci si meraviglia di tanti migranti, di tanta gente che fugge dall’Africa, dal Medio Oriente, dalla Tailandia, da guerre e dalla miseria, da una situazione che non assicura niente ai loro figli. Quando si è alla disperazione si fugge, disposti a tutti, non si ha nulla da perdere. Era così anche in Italia, dal 1830 al 1950, rileggiamoci quei racconti di emigrazione e di disperazione. Bisogna cambiare le cose là, certamente, ma come? Chi lo dice, in realtà non vuole spendere nemmeno un cent per cambiare la situazione nei paesi poveri, figuriamoci se è disposto a impegnarsi in un’azione politica. Noi con la Rete abbiamo preso un piccolo impegno in questo senso, di assistere concretamente i loro progetti di liberazione, anche piccoli ma reali. Ricordiamo le parole di Paul Gauthier a Ettore Masina “Non venite qui ad aiutarci, cambiate le situazioni di schiavitù e asservimento nei vostri paesi”. Non è cambiato niente, se non in peggio. Il movimento mondiale per l’acqua è il primo movimento che si è mosso concretamente per opporsi, perché l’acqua non è una merce, è un bene primario, una necessità per la vita. Ma c’è invece un movimento globale per rendere private anche queste aziende, tutto privato, in mano a poche aziende controllate dal capitale, con movimenti enormi per acquisire clienti, per concentrare il capitale in mano ad alcune aziende più grandi e più forti che determinano ogni aspetto nel settore. Adesso si vuole concentrare anche le aziende di servizi: ha telefonato a casa nostra l’azienda di Milano A2A, per togliere clienti alla nostra AGSM. Se ci sarà un guasto arriveranno i tecnici da Milano? O non è meglio tenerci i nostri e fare più attenzione al territorio, ai nostri diritti, ai beni comuni? nostri e di tutte le persone umane? Sono argomenti enormi e complessi, e saranno quelli in discussione nei prossimi anni, di fronte ai cataclismi ecologici che potrebbero distruggere l’umanità nei prossimi 10-20 anni. Avremo molte occasioni per riflettere e discutere, iniziamo ora. E il primo incontro  sarà sabato 13 prossimo, vi aspettiamo. Un caro saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Roma – Giugno 2015

Carissimi amiche e amici, alcune considerazioni su temi diversi.

Finanza speculativa

Da molti mesi la nostra Rete, avvertendo l’estrema importanza dello strapotere della finanza internazionale nel mondo globalizzato, tale da condizionare la politica dei governi e, di riflesso, di influenzare negativamente le condizioni dei popoli del Sud del pianeta, dove tentiamo di concretizzare la nostra solidarietà, ha deciso di affrontare l’argomento. Si è costituita una Commissione finanza che dopo un egregio lavoro ha fornito elementi di indirizzo per la discussione in cinque seminari interregionali (a quello di Salerno non è potuto andare alcuno di Roma, purtroppo). In autunno si terrà un seminario nazionale dove verranno tratte le conclusioni del lavoro svolto. Da notare che “Finanza speculativa” è sinonimo di “Finanza criminale”, termine probabilmente più adatto per indicare le finalità dei potentati finanziari volti a sottomettere tutto e tutti ai loro voleri. Ricordo che parecchi decenni addietro il nostro Ettore ci parlò in alcune sue circolari della “Trilaterale”, dandone un giudizio negativo in quanto rappresentava, in certo modo, una istituzione tendente a distorcere le normali intese politico-economiche tra gli Stati. Oggi il problema è molto più preoccupante.

Islamismo e mondo arabo

L’arretratezza di tutto il mondo arabo, innegabile, in gran parte dovuta alle divisioni tra le diverse correnti religiose dell’islamismo (perdonate la non proprietà del mio linguaggio al riguardo) in lotta spesso feroce tra loro, hanno prima causato il tramonto delle speranze suscitate dalle cosiddette “primavere arabe” e poi generato comportamenti pazzeschi, come stragi di innocenti, decapitazioni e altre crudeltà fomentati dall’ISIS e attuati in Africa, Medio Oriente, Europa. In Occidente si tende per lo più ad attribuire simili barbarie al fondamentalismo islamico e al dettato coranico spinto alle estreme conseguenze. Non è così; in questa materia non si può cedere al semplicismo. L’autore marocchino Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere e giornalista, Premio Goncourt nel 1987, nel suo libro E’ questo l’Islam che fa paura, edito in Italia da Bompiani, cerca di sfatare luoghi comuni diffusi. A proposito di autori di crimini commessi in Francia da figli di immigrati scrive: “Per la schiacciante maggioranza dei musulmani, sono degli ignoranti e dei criminali che si servono dell’islam come copertura per realizzare i propri programmi. Non c’è nulla di peggio dell’ignoranza accresciuta dall’arroganza. Va detto però che, anche se si dimostra…che sono dei cattivi musulmani, per la maggior parte della gente è questo il volto orribile dell’islam che resta impresso. Ci vorrà molto lavoro da parte dei media, molta pedagogia nelle scuole per cancellare questa immagine” (pag.29). Più avanti l’autore cita il prof.Henry Laurens, insegnante di storia contemporanea del mondo arabo e musulmano al Collège de France (Le Figaro, 15 gennaio 2015): “Penso che la prima causa dell’islamofobia derivi da certi musulmani che incitano all’odio…”. Per poi proseguire: “Quando si legge con intelligenza il Corano, ci si rende conto che è un testo di grande bellezza, pieno di poesia e di umanità. Ma appena si mettono gli occhiali della lettura letterale, quando si interpreta in modo ristretto, si può fargli dire quello che si vuole” (pagg.54 e 55). E’ qui che noi dobbiamo riflettere prima di lanciare facili condanne. La conclusione del nostro scrittore è la seguente: “Non è l’islam che va cambiato, sono i musulmani. Per questo vanno previste e intraprese azioni educative che coinvolgano diverse generazioni” (pag.78). Ci sarà il tempo necessario affinché si realizzi un così lungo percorso? Lo speriamo vivamente.

Fraternità, uno dei tre princìpi del 1989

Padre Ernesto Balducci citava frequentemente i tre sacri princìpi della Rivoluzione francese, tenendoli in gran conto e attribuendo loro un valore universale e permanente. Non sono però tutti egualmente rispettati. Ricordiamo intanto che fraternità e fratellanza sono sinonimi. Lo scrittore belga David van Reybrouck, vincitore dell’ultimo premio letterario internazionale Tiziano Terzani, nota che mentre il Diciannovesimo secolo è stato il secolo dell’uguaglianza e il Ventesimo quello della libertà, il Ventunesimo dovrebbe essere quello della fraternità. In realtà gli ostacoli appaiono consistenti: nel Trattato di Lisbona – osserva lo scrittore – la parola ‘libertà’ ricorre 38 volte; la parola ‘uguaglianza’ 26 volte; la parola ‘fraternità o fratellanza non appare mai. Forse perché la “fraternité” è un valore fastidioso. Desumo tutto questo da un articolo apparso su il Fatto Quotidiano dell’8 maggio scorso dal titolo significativo “Abbiamo perso la fratellanza”, ricco di molte altre riflessioni attinenti al tema. Sapete, amici, quante volte ho menzionato la fratellanza universale quale astro da raggiungere per la pacificazione del genere umano, e aldilà della realizzabilità del sogno. Per quanto mi riguarda continuerò a “sognare” e a sostenerlo essendomi convinto della sua sacralità, insieme alla compagna di una vita, poco a poco, nel volgere degli ultimi decenni. Lo affermo in tutte le occasioni, parlandone con chiunque sia disposto ad ascoltarmi, senza timore di apparire un illuso o un ingenuo. E convinto di essere sulla strada giusta.

Medici Contro la Tortura

L’associazione MCT che seguiamo da un ventennio, oltre che a proseguire sul suo cammino recando benefici consistenti a un numero sempre elevato di vittime di tortura, ha intrapreso un rinnovamento significativo della sua strutturazione per adeguarla ai tempi cambiati, allo scopo di renderla sempre più efficiente. Sono stato presente a due assemblee indette a tal fine e sono rimasto ammirato dalla rinnovata passione di tutti i partecipanti, ampliatisi con nuove adesioni, e dal realismo con cui stanno affrontando il loro compito. In Italia manca tuttora una seria legge contro la tortura; quella messa in cantiere dopo la reprimenda di Strasburgo è largamente incompleta e, inoltre, si basa sugli avvenimenti della Diaz del 2001, mentre avrebbe dovuto puntare, a mio parere, in presenza o meno di una denuncia specifica, sui fatti di Bolzaneto. Alla Diaz si trattò di un massacro (una “macelleria messicana”, come la definì un vicequestore); alla caserma di Bolzaneto si verificarono invece torture vere e proprie, prolungate e differenziate. La storia si incaricherà di ristabilire la verità. Sarebbe interessante un parere dei nostri amici medici.

La Convenzione sociale

Alla recente due giorni della convenzione svoltasi a Roma ho potuto affacciarmi solo il primo giorno, ma Serena l’ha seguita tutta. Chi legge i giornali – i tg sono in genere ancor più inattendibili – può essersi reso conto, in specie leggendo il Fatto, del tenore della discussione ricca di interventi, tra i quali assai significativi quelli di Landini, Rodotà, Carlassare. C’è ancora tanto lavoro da fare per creare questo nuovo soggetto politico-sociale, non partitico ma in grado di condizionare i vecchi partiti e di orientare i cittadini a impegnarsi in prima persona, con un lavoro sul territorio, per creare nuove prospettive di partecipazione e rinnovamento. Secondo me la partecipazione al progetto di associazioni come Libera di don Ciotti e tante altre simili è garanzia di serietà e volontà di essere costruttivi. Calunnie e derisioni della politica corrotta non sfiorano minimamente i promotori e gli aderenti all’iniziativa. E’ chiaro che occorrerà un certo tempo per definirne i contorni e per vedere i primi risultati. Giorni prima ero stato all’assemblea di “Libertà e Giustizia”, a Testaccio, dove sono stati trattati i temi politici del momento. Ho apprezzato assai gli interventi di Paul Ginsburg, di Stefano Rodotà e di Maurizio Landini, in certo modo anticipatori della convenzione del 6 e 7. La voglia di fare, di cambiare, ma sul serio, non manca; la folta folla intervenuta e gli applausi insistiti lo attestano.

Unione Europea, migranti, Italia

La questione dei migranti sta diventando incandescente. Del dare soccorso ai disperati che fuggono da condizioni di vita inumane e dalla morte si occupano davvero solo i soccorritori in mare e pochi altri sulla terraferma. La UE, l’ONU, molti e civili Paesi europei se ne disinteressano o fingono di fare qualcosa. Il nostro Paese non riesce a farsi ascoltare in Europa e vediamo che l’insofferenza verso gli ultimi della Terra cresce di giorno in giorno, non solo a opera dei fascisti cavernicoli della Lega e dei loro simili, ma di buona parte dell’opinione pubblica, priva di un minimo di umanità. Quindi: nessuna conclusione alle viste. C’è da chiedersi se l’Europa, nata male e proseguita peggio (vedi il caso Grecia) avrà un futuro. Barbara Spinelli sostiene in sostanza che c’è del marcio nella nascita dell’euro: si unificano le monete senza una unità politica fra europei e una vera costituzione democratica. Ecco, dico io, le meraviglie del liberismo e dei cosiddetti mercati. Papa Francesco, quasi in solitudine, dà esempi di buona volontà accogliendo un po’ di senza tetto e predicando misericordia. Basta? Gli si presta ascolto? Non cediamo allo sgomento. Chi può prosegua in quanto di buono, di altruistico, sta facendo; sarà di esempio.

Un saluto più di sempre fraterno.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Maggio e Giugno 2015

Ci sono delle guerre, e la gente è costretta a scappare per mettersi in salvo.

Ci sono secoli di sfruttamento coloniale, per cui l’Africa è poverissima. C’è lo sfruttamento anche oggi in tempo reale, da parte delle Multinazionali, Congo e Nigeria, Paesi potenzialmente ricchi, con il 90% della popolazione in miseria.

Ci sono le guerre d’aggressione degli Usa, che hanno seminato odio e desiderio di vendetta.

Ci sono i finanziatori che seminano fondamentalismo religioso per acquisire potere, e la ricchezza l’hanno già.

Ci sono guerre di religione che collocano una parte del Pianeta indietro di secoli, prima dell’Illuminismo.

Ci sono i mercanti d’armi, e sono fra noi, che agiscono indisturbati nell’ombra, e nessuno, pur conoscendoli, li tocca, perché danno lavoro a coloro che si arricchiscono costruendole.

Ci sono le religioni che non dicono il nome del cancro, il desiderio di ricchezza, il sogno americano, il capitalismo, perché ne sono contaminate.

Ci sono dei capitalisti ricchissimi che navigano fra i vari paradisi fiscali, nessun radar li intercetta.

Ci sono poveri che, finché sono tali, cercano la giustizia, poi quando non lo sono più, cercano la ricchezza e delegano a i poveri rimasti l’impegno per la giustizia.

Ci sono le differenze blasfema fra il Nord e il Sud del mondo, dove il 10% mangia l’90% della torta.

Ci sono i mass-media che predicano per 24 ore al giorno il “Beati i ricchi”, l’individualismo, la competizione, e spaccia per verità il pensiero unico neoliberista, lavorando in modo che i poveri si combattano fra loro mentre l’oligarchia dei ricchi e potenti continua a prosperare tranquilla.

Ci sono gli inganni delle promesse che ognuno potrà vincere, fare fortuna, avere successo, arrivare primo o fra i primi, mentre la realtà è che se uno vince, l’altro perde.

Ci sono quelli che costruiscono il loro potere politico sugli aspetti negativi della nostra società e della nostra cultura, per cui questo negativo è destinato a crescere, questa metastasi a proliferare, a vantaggio di chi?

Non c’è nessuno che sia al potere, che pensi che se le spese destinate agli armamenti – tre milioni al minuto – venissero usate per creare giustizia ed eguaglianza, dopo, degli armamenti, non ce ne sarebbe più bisogno.

Non c’è nessuno che pensi di usare i soldi che i migranti danno agli scafisti per trasportare al sicuro i migranti stessi, e metterli in condizione di contribuire al loro sostentamento – 3/4.000$ è il costo di un viaggio a rischio della morte.

Di fronte a tutto ciò e a molto altro, tutto diventa occasione per spargere semi di futuro e piantare la segnaletica della speranza. È fondamentale riconoscere e accogliere l’alterità come ricchezza delle differenze per superare l’individualismo che ci rende in-differenti per camminare sperimentando nuovi percorsi di giustizia locale e globale.

Fino a comprendere che nei nostri ritmi quotidiani, nei nostri ritmi dell’esistenza, ogni piccola scelta potrà sembrare inutile, ma può essere l’azione che manca, il momento vitale necessario per qualcosa di più ampio, di necessario, di più grande.

Un invito a guardare, a capire la forza del presente, l’unico terreno sul quale potremo concretamente agire per far sì che la nostra vita esprima la bellezza e l’unicità del suo senso. E perché è dai piccoli cambiamenti che fiorisce la speranza del mondo.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Giugno e Luglio 2015

 I poveri in genere non fanno paura, fanno paura i poveri che pensano.

Eduardo Galeano

Carissime/i, questa ns lettera, come ogni anno, ci ricorda impegni, date e ricordi per i prossimi due mesi, giugno e luglio. Il primo invito è per martedì 23 giugno 2015 alle ore 21 precise a casa di Gianna Elvio via Spalato 9 Padova (049 618997) sarà tra noi Beppe Ghilardi della Rete di Casale Monferrato; Beppe è infermiere al Pronto Soccorso nel Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione. Nello scorso febbraio ha passato tre settimane tra i contadini di Haiti, accompagnato dagli amici di FDDPA. Di lui ha scritto Jean Bonnélus: “Abbiamo apprezzato molto il suo metodo di lavoro e la dedizione che ha dimostrato durante il suo soggiorno qui, e soprattutto la sua solidarietà attraverso consigli, osservazioni e le buone idee che ci ha prodigato. Una volta arrivato qui, non si è comportato come un osservatore ma come un vero uomo d´azione. E’ esattamente di questo tipo di solidarietà che abbiamo bisogno e che abbiamo sempre avuto con la RETE. Noi ne siamo molto riconoscenti”. Ascolteremo con attenzione il racconto che vorrà farci della sua esperienza. Vi aspettiamo numerosi. Per continuare a fare memoria di p. Lele nel 30° della sua uccisione come ogni anno, in una domenica di metà luglio, ci sarà una messa nella chiesa di San Giuseppe a Padova (per la data e l’orario sentire la parrocchia (049 8718626) e/o missionari comboniani (049 8751506). Noi lo ricordiamo con un testo sulla “memoria dei martiri” e con l’invito alle celebrazioni che ci saranno nel mese di luglio.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2015

Il Seminario Nord-Est, come già si è detto, è per noi domenica 10 maggio, a Isola Vicentina dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013, il Convento di Santa Maria del Cengio.

MEMORIA: Gli amici del Guatemala ci hanno mandato delle foto in memoria dell’assassinio del vescovo Juan Gerardi Conedera, per il suo 17° anniversario, 26 aprile 1998, l’indomani degli accordi di pace, assassinio legato alla pubblicazione di “Guatemala Nunca Mas”, con la denuncia dei nomi dei militari assassini degli eccidi, che dovevano rimanere segreti.

Ci comunica quanto segue il Dottor Rigoli, l’amico Gianco: la proposta di una nuova operazione della nostra Rete di Verona in Ghana, proseguendo il nuovo impegno in Africa.

Cari amici della Rete Radié Resch di Verona, come alcuni di voi già sanno e come Dino ha anticipato nella lettera circolare di aprile, a fine marzo ho compiuto un breve viaggio in Ghana, in compagnia di Olivia, una cara amica di origini ghanesi. Pur conoscendo già la realtà di quel paese, che avevo visitato con Laura e gli amici Fenzi cinque anni fa, posso ben dire di aver ripetuto quell’esperienza di “viaggio all’altro mondo”. Prima di tutto, fin da subito, appena salito sull’aereo che da Amsterdam decollava verso Accra, l’avvertire sulla MIA pelle ciò che tanti cosiddetti “extra-comunitari” (termine che non mi è mai piaciuto, in quanto figlio di una mentalità e di una politica di esclusione) provano sulla propria qui da noi: l’essere minoranza, “scolorata” nel mio caso, visti i pochi visi pallido-slavati durante il volo e soprattutto una volta sbarcato all’aeroporto della capitale.

Tuttavia devo dire che mi ha colpito, a parte l’invadenza degli autisti dei taxi in cerca di un facile guadagno coll’”obrunì” (uomo bianco), l’accoglienza in generale calorosa, sorridente, talora addirittura riverente della maggior parte delle persone che ho incontrato, quasi fossi un ospite d’onore, così diversa dallo sguardo diffidente, timoroso, se non apertamente ostile, che tanti nostri fratelli africani sentono pesare su di sé nelle nostre città (anche se, come è ovvio, anche in Ghana non son tutte rose e fiori, visto che non mancano gli episodi di violenza , specie nella capitale e nelle ore notturne, ai danni di cittadini stranieri). In secondo luogo il fatto di aver vissuto l’intero periodo del mio soggiorno ai ritmi scanditi dalla luce del sole: per la maggior parte del tempo, infatti, mancava la corrente elettrica, che   veniva erogata per 12 ore e sospesa per le successive 24. Quindi ci si svegliava alle prime delle luci dell’alba, col canto del gallo o di qualche uccello tropicale, e si andava a letto presto, subito dopo il tramonto e con un filo d’acqua, visto che la pompa del pozzo non poteva funzionare se non con l’uso del generatore, per chi se lo poteva permettere. Una sensazione d’altri tempi, senza il bla-bla di mamma tivù: essere “costretti” a parlare con qualcuno, a pensare a sé stessi, ad apprezzare gli aspetti essenziali della vita. A questa atmosfera aggiungete un concetto del tempo completamente diverso dal nostro, dove ogni orario è a dir poco approssimativo ed ogni appuntamento è rispettato sì, ma certo senza la preoccupazione di farsi aspettare: prima o poi, con la dovuta calma, si arriva… E per contrasto la gran confusione nelle città, soprattutto nella capitale, intasate da migliaia di taxi e “tro-tro” (furgoni più o meno scassati dediti al trasporto di persone), col suono continuo dei clacson e la massa itinerante di persone, soprattutto donne, nei mercati veri e propri (grandissimo quello di Accra, una vera città-mercato! ) e in quelli lungo le vie e gli incroci stradali principali, coi fardelli più diversi sopra le loro teste: caschi di banane, ananas e frutta di vario genere, acqua, pesce, polenta (di color lilla, prodotta da un mais viola), legna, biancheria, fino ai mobiletti e persino ad una macchina da cucire… Sono presenti nelle città i segni di una crescita caotica e di un’urbanizzazione progressiva, che si leggono soprattutto nella costruzione disordinata delle abitazioni e nei lavori di perenne sistemazione delle poche strade asfaltate. Accanto ai palazzi moderni, quasi tutti sede di banche, e alle residenze recintate e spesso vigilate dei ricchi, si susseguono decine di baraccopoli prive dei servizi essenziali, per le quali il fiume, quando c’è, rappresenta luogo di pulizia personale, di scarico delle acque di tutti i tipi nonché di lavaggio delle stoviglie e degli indumenti… Man mano che ci si allontana dalle città, torna il volto più tradizionale dell’ Africa: il bel paesaggio, dove qua e là non mancano certo le tracce della violenza dell’uomo sull’ambiente, ed i villaggi nei quali è evidente una diffusa povertà che, pur vissuta con grande dignità, non può non suscitare sentimenti di rabbia e di colpa, perché ne tocchi con mano la profonda ingiustizia: riusciremo mai, noi evoluti (?) europei, a restituire a questi popoli una minima parte di quanto , in risorse umane e naturali, abbiamo loro depredato nei secoli, cosa che, con perseveranza diabolica, continuiamo a fare? Mi sono reso conto che le operazioni della Rete, pur di limitate dimensioni, hanno un grande valore simbolico per le popolazioni che, come se si trattasse degli effetti della sorte, noi ci ostiniamo a chiamare meno fortunate di noi: soprattutto perché fanno loro cogliere il nostro impegno a mantenere cuore ed occhi aperti sul perpetuarsi dell’ingiustizia, ed il nostro sforzo, nella condivisione di obiettivi “primari” (tutela dell’ambiente, promozione della salute e dell’educazione), di educare noi stessi alla limitazione del consumo di cose non essenziali. In quest’ottica è stata accolta con entusiasmo la proposta della Rete di Verona di dare supporto al percorso educativo delle ragazze del piccolo villaggio di Adjumako, nella consapevolezza generale che, anche se non cambierà il mondo, questo piccolo seme, come quello della senape evangelica, può far crescere un albero grande, alla cui cura saremo chiamati tutti a collaborare, qui da noi come lì da loro, in spirito di vera amicizia. Come sottolineava Riccardo Petrella durante il suo intervento all’ultimo convegno nazionale della Rete, come esseri umani non siamo fatti per adattarci , ma per fare progetti, esercitare una capacità profetica, trasformare sogni in realtà. Diceva anche che essere solidali non significa fare la carità, ma essere “in solidum”, essere “con”. E’ quello che ci ripetiamo spesso anche nei nostri incontri , ed   è qualcosa che ho potuto percepire pienamente qui in Ghana perché ho avuto anch’io, come tanti amici in giro per il mondo, l’occasione di incontrare, non con atteggiamento paternalistico ma con animo sinceramente solidale, uomini e donne ( soprattutto donne!) che in terre lontane sono i veri protagonisti delle operazioni della Rete , e testimoniano in prima persona la speranza, il desiderio di riscatto , l’amore per la terra e per la pace. Uomini e donne cui, credo, tutti noi dobbiamo molto.

Gianco

Arrivederci a Isola Vicentina. Un cordiale saluto solidale da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Maggio 2015

“Un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi quando ognuno di noi decide di migliorare se stesso!”

(Gandhi)

Carissime/i, ogni mese cerchiamo con questa lettera di trasmettervi notizie, fatti, resoconti e impegni che il nostro gruppo vive e opera quotidianamente come Rete, in particolare con Haiti. Per cominciare, alcune informazioni: Domenica 10 maggio si è svolto il seminario interregionale ad Isola Vicentina con tema finanza criminale e iniziative di contrasto, presenti le reti del triveneto e quella di Brescia, eravamo un bel gruppo con persone che normalmente non si vedono neppure ai convegni. Abbiamo ascoltato esperienze concrete e la lucida e appassionata analisi di Marco Bersani, membro attivo di ATTAC e persona impegnata individualmente nelle tante iniziative di resistenza quotidiane. Il suo intervento è stato registrato e speriamo di avere presto il testo da divulgare. Lunedì 18 maggio alle ore 20 e 45 al CSI di Padova, a fianco della chiesa di San Giuseppe, ricordiamo padre Ezechiele Ramin nel trentesimo anniversario della sua uccisione con un incontro dal titolo “esistere per gli altri”. Sabato 23 e domenica 24 maggio al cinema Rex (a fianco della chiesa del Cristo Re) è previsto l’annuale incontro con padre Alberto Maggi (servi di Maria) con titolo “I pranzi di Gesù”. Mentre giovedì 23 aprile ci siamo incontrati a casa di Elvio e Gianna per ricordare la nostra cara e amata Dadoue, uccisa il 24 aprile 2010, presenti anche gli amici di Chiarano. Di seguito, alcune parole che sono scaturite dagli interventi.

Il 24 aprile del 2010 Jean tra le lacrime ci informa della tragica uccisione di Dadoue e termina con le parole che tutto deve continuare come prima. Dadoue aveva un sogno perché il cambiamento era un sogno. Ha continuato a sognare anche quando c’era la dittatura. Incoraggiava i contadini a vivere insieme, a formare piccoli gruppi; ha iniziato le scuole e le cooperative; ha fatto il possibile perché i bambini restassero nella loro terra e non venissero adottati. Lei incoraggiava noi di Padova Anche noi dobbiamo continuare a lavorare nel suo nome. Dadoue ci aiuta con il suo modo di vivere perché affrontava la realtà con allegria, con fede e con determinazione. Sognava di rinverdire le sue montagne e così dove andava seminava con entusiasmo. Nel 2005 non c’era un filo d’erba e la scuola era una baracca di frasche. Ora Katienne e Dofinè sono un giardino. Oltre ad essere una sognatrice, Dadoue aveva molta determinazione. Ha avuto il coraggio di restare suora laica, ma di uscire dal convento in cui mangiava tre volte al giorno, per stare con gli ultimi. In quel tempo era molto giovane e per tre anni ha lottato duramente e da sola. Poi, uscitane ha incontrato Frantz Grandoit che l’ha incoraggiata a lavorare con i contadini sulla montagna. E lei è salita da sola. E ha avviato a Dofinè la scuola e dato vita a FDDPA. Nel 2008 FDDPA era una piccola organizzazione nata tra i contadini poveri. Ora c’è gente che partecipa a vari livelli. La forza di FDDPA viene dalla partecipazione e dalla solidarietà. Martine, moglie di Jean, Ha avuto una vera conversione. Dadoue voleva che si impegnasse in FDDPA, ma lei regolarmente rifiutava perché non aveva tempo Ad un certo momento ha voluto provare e poi ha acconsentito. Dadoue creava, inventava, lavorava per i dimenticati, per gli ultimi, aveva fede, accettava tutti senza guardare alla religione. Nell’ultimo periodo della sua vita Dadoue si è ritirata a Fondol. Era stata sconvolta dal terremoto perché aveva visto molti morti e altrettanti vivi sotto le macerie. Questo disastro ha ingigantito la grandezza della sua miseria. E sosteneva ugualmente: ”Noi che abbiamo avuto salva la vita dobbiamo andare avanti più di prima”: Lì sulle montagne di Haiti c’è il cambiamento, ma le cause del malessere si trovano qui in tanti piccoli modi. Concludendo, Dadoue ci aiuta con il suo modo di vivere perché affrontava la realtà con allegria, con fede e con determinazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Aprile 2015

Cari amici della Rete di Verona, come si legge nella circolare nazionale di Ercole Ongaro, il tema che vogliamo affrontare quest’anno come Associazione di Solidarietà, come Rete Radié Resch a tutti i livelli, è la Finanza criminale, che non cerca il bene delle persone e dei popoli ma solo il tornaconto di chi ha i mezzi per incidere sulla finanza e il mercato, cioè i ricchi e le multinazionali. Per questo argomento si è costituita una Commissione Finanza nazionale e si sono fissati dei Seminari nazionali nel prossimo maggio, come ormai facciamo da un po’ di tempo, negli anni in cui non ci incontriamo nel nostro Convegno Nazionale, quello di Rimini, che si realizza negli anni dispari. I seminari saranno 4 disseminati in 4 zone d’Italia, per permettere una maggior partecipazione, diminuendo la distanza da percorrere per recarsi nella sede ed il tempo necessario per il viaggio, nonché le spese. Per noi del Nord Est il Seminario si svolgerà a Isola Vicentina domenica 10 maggio, dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013, il Convento di Santa Maria del Cengio. Sono circa 65 km dopo Vicenza verso Schio, si arriva in meno di 1 ora e mezza. Si è impostata una scaletta omogenea per tutti i 4 seminari, scegliendo anche relatori simili: per noi il relatore sarà Marco Bersani, della Rete ATTAC. Fissatevi la data, ci vedremo probabilmente prima, ma è importante anche ritrovare amici di altre città venete e trentine, ed anche del Friuli. Ed ora alcune importanti notizie del nostro gruppo di Verona. Nel nostro incontro del 17 marzo al Mazza, eravamo una ventina. Don Romani ci ha relazionato sulla situazione in Brasile e sull’operazione borse di studio, intitolata a Marco Picotti, che sosteniamo da molti anni (1987) con l’opera mazziana a Joao Pessoa. La situazione politica in Brasile è molto cambiata dal 2000, e anche l’opera mazziana si sta riorganizzando, con nuovi sacerdoti brasiliani. Lo stato cura molto la scuola, cerca di favorire il tempo pieno dappertutto, e dopo la terza media nascono corsi di apprendistato molto apprezzati. Il Brasile è un paese ricco e forte, con grandi prospettive future, è la prima lettera dell’acronimo BRICS, dei nuovi stati emergenti. Invece l’Europa e l’Italia sono in crisi, da noi non possono venire molti aiuti. Ma i denari della Rete mantengono la loro destinazione ed i loro obiettivi, con borse di studio a chi vuole continuare a studiare e non ha mezzi, per i trasporti, la divisa, le lezioni supplementari per affrontare gli esami, necessarie per chi non è bravissimo o non ha aiuti dalla famiglia. Il Mazza (l’opera mazziana) mantiene nel Nord Est brasiliano le sue missioni pastorali, segue più di 500 bambini e ragazzi delle Linea del treno, Beira da Linha, in un’ara molto difficile, con bande di adolescenti criminali e grande spaccio di droga. Ma il Progetto della RRR non è destinato a questo. Ora il Progetto delle borse di studio della Rete continua con un tetto di 8.000 euro l’anno, ma don Domenico e gli operatori del Mazza, sanno bene che finirà. Meglio non troncare tutto subito, ed usare quelle risorse nel modo migliore, da ogni punto di vista. Si prevedono in futuro forti investimenti brasiliani sulla formazione, e l’opera mazziana certamente si renderà disponibile e protagonista. Don Domenico ha parlato anche delle nuove difficoltà educative, con questi giovani che si isolano davanti al telefonino e al computer, che non parlano con gli amici vicini, che non vanno in Chiesa. Anche per questo s’è spostata più avanti l’età della Cresima. Ha riferito anche che la fuga dei giovani verso gli Usa ed altri Stati forti non si verifica in Brasile, i brasiliani vogliono restare a casa loro! E se vanno a studiare fuori, rischiano di non vedere riconosciuti gli esami sostenuti fuori ed i titoli di studio, quando tornano. Con i governi di Lula e Djilma sono cambiate molte cose, non sono tutte rose e fiori, ma la fame non c’è più. E non è poco. Anche le favelas hanno ormai l’acqua corrente. Aumenta l’urbanizzazione, prima il 75 % della popolazione era in campagna, ora in 25 anni i numeri si sono invertiti, il 75 % è nelle città. Lo scambio Europa Brasile è sempre più paritario, anche in contenuti, metodi, idee. La nostra è una società vecchia, la loro giovanissima. Verranno presto ad aiutare noi. Come già si era detto in vari incontri precedenti, il dottor Gianfranco Rigoli è in Ghana in questi giorni per prendere contatti e vedere se e come è possibile attivare un progetto della Rete in quel paese africano. Progetto non è la parola esatta, ne abbiamo parlato varie volte: non siamo noi italiani o europei a costruire un progetto, con obiettivi, operatori, finanziamenti, eccetera. Il Progetto è dei Ghanesi, noi lo sosteniamo, in tutto o in parte, per quanto riusciamo. Per questo lo chiamiamo spesso operazione. Come ricorderete certamente, si vuol favorire la frequenza scolastica delle ragazze in Ghana, evitando che diventino madri bambine da 12 a 15 anni e cercando di fornire loro un’istruzione e una formazione che le renda protagoniste del loro futuro, e non vittime passive. In Ghana, come in tutta l’Africa, si cerca invece di togliere ogni autonomia agricola, tutti i prodotti devono servire per l’esportazione e per dare prodotto alle multinazionali che si appropriano dei mezzi per la produzione. Si vuol piantare caucciù dappertutto, là viene bene e il prodotto si vende, ovviamente dando profitto non ai ghanesi ma alle Corporations che si prendono i terreni, togliendo l’agricoltura rurale, gli orti, e le tradizioni locali. Si vuol estrarre l’oro con miniere a cielo aperto, la tecnica meno costosa per le imprese ma la più devastante per il territorio e per i veleni, perché le falde acquifere sono subito inquinate dai cianuri. Ricorderete il film con il quale abbiamo aperto il Convegno nazionale del 2012, “El oro o la vida”, girato in Guatemala che evidenziava gli stessi rischi. E naturalmente in Ghana c’è il petrolio da estrarre, distruggendo la cultura tradizionale delle palme. La popolazione ambisce a lavorare da operai in queste nuove industrie, manda ragazzi e ragazze, manodopera a buon mercato, abbandonando l’agricoltura locale di autosostentamento, e le tradizioni, perdendo identità ed autonomia. E l’unica reazione di opposizione sembra essere il rifiuto dei valori occidentali, il movimento Boko Haram della vicina Nigeria, di ispirazione islamico estremo. E’ la situazione di tanto stati poveri del mondo, le conseguenze di questo neo colonialismo che ONU né altri enti riescono a frenare ed arginare. Che speranza di vita hanno quei popoli in quella situazione di nuova schiavitù? lo sbocco è l’estremismo islamico, i movimenti fondamentalisti, le migrazioni di massa. Gianfranco resta una decina di giorni in Ghana, e ci riferirà del suo viaggio nel nostro prossimo incontro, fissato per martedì 21 aprile presso l’istituto don Mazza, in via San carlo 5, sopra S.Stefano, dove siamo stati la volta scorsa, il 17.3. Allora appuntamento il 21.4 alle 21!

Un cordiale saluto solidale da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Aprile 2015

Carissima, carissimo, l’amico Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano, teologo e biblista, ha partecipato al Forum Sociale Mondiale di Tunisi. Ci ha inviato le sue impressioni-riflessioni. Segue sempre di Marcelo una valutazione su come sia stato male interpretato -dal suo punto di vista- l’immagine di Dio e l’uso di potere che ne è stato fatto. Credo che per questa Pasqua, gli interrogativi che Marcelo ci pone valgano bene un “ritiro”.

Buona Pasqua, Antonio

Per aiutare l’aurora a nascere: provocazioni teologiche e spirituali al Forum di Tunisi

Oggi, il compito di una teologia cristiana, inserita nella realtà e aperta al mondo, consiste più in formulare bene qualche domande che la realtà provoca che, in fatti, dare delle risposte, o anche pretendere arrivare a formulazioni che possono sembrare consolidate o definitive. In questa linea, questa mio dialogo con voi è per provocare una o altra domanda e suggerire qualche indicazioni per la continuità di questo forum. Questo lavoro mi mette un po’ a disagio perché non voglio interferire nella vostra vita, neanche voglio mettere cambiare i vostri pensieri. Dunque, propongo alcuni considerazioni pensando che possono aiutarvi a ripensare la vita, ma come domande e provocazioni e non come giudizio o dottrina.

Una rapida visione teologica su il Forum Sociale

Possiamo dire che il forum ha stabilito una metodologia propria, un contenuto nuovo e principalmente un nuovo spirito. A partire del primo forum, la metodologia è quella dell’incontro che accetta le diversità, che promuove l’ intercambio delle esperienze a partire dalle basi e propone una articolazione a partire sempre dell’autogestione. Il contenuto è la costruzione di quest’altro “mondo possibile”, a partire delle diverse lotte per la giustizia, la pace e la salvaguarda del creato. Ma i diversi forum hanno creato una nuova cultura della sinistra. Una cultura politica basata non nella rigidità dei codici marxisti, non nella disciplina delle lotte clandestine, ma una cultura politica centrata nella gioia dell’incontro, nel creare una complicità di fratelli-compagni, nel manifestarsi liberamente le emozioni e sentimenti, nella condivisione dei sogni e delle motivazioni per il cammino che facciamo. Le danze che abbiamo condiviso in questi giorni non sono state soltanto, come in altri tempi, un intervallo di ricreazioni tra gli incontri pesanti e forse tristi. No! Le danze sono proprio elementi di questo nuovo modo di fare la lotta, con il corpo, la sensualità e tutte le dimensioni della vita.   Pero questi elementi (di metodologia e contenuto) non sarebbero possibili se non avessimo un spirito, una mistica. Anche se questo nome, non si utilizza mai, possiamo parlare di una spiritualità del FSM. Noi, cristiani, possiamo credere che, come tutta la spiritualità, anche questa del Forum Mondiale è un cammino ispirato e condotto dal Spirito di Dio. Parte delle stesse convinzioni della teologia della liberazione:

1) La salvezza è storica e si realizza qui e adesso, non come una redenzione individuale e intimista dei peccati ma come liberazione sociale, politica, che ha una dimensione interiore e personale, ma anche cosmica… I Vangeli sinottici chiamano quest’utopia di “regno di Dio” e Gesù ci ha insegnato a pregare: “che questo regno venga” qui e adesso.

2) Quest’azione divina è un processo che suppone la nostra testimonianza e anche la nostra partecipazione. I processi sociali e politichi che vanno nella direzione della giustizia sono parziali e incompiuti, però anche cosi, sono mediazioni del regno. Noi li dobbiamo appoggiare e nelle nostre possibilità partecipare di questi processi.

3) Il Forum Sociale Mondiale ci chiama a riprendere la dimensione cattolica, cioè, universale o ecumenica della nostra fede. L’attuale globalizzazione che il mondo impone è un fenomeno economico e colonialista, i movimenti sociali e organizzazioni di base formano qui una bella ripresentazione dell’umanità, più sana, che cerca un altro mondo possibile. Il Forum Mondiale è come una Chiesa (assemblea) universale, laica, che si riunisce a partire degli impoveriti e con una speranza di tipo trascendente. Il Forum non è mondiale soltanto perché riunisce delle persone di tutto il mondo, ne perché cerca di costruire un altro mondo possibile, ma per il fatto che si può costruire questo processo a partire della mistica dell’universalità e di una trascendenza che non è religiosa, ma laica e storica (trascendenza nel senso di andare sempre oltre ogni lotta concreta e immanente). Dunque, la speranza non è soltanto l’internet libera, la cittadinanza plurale, la liberazione dei palestinesi e tante altre lotte giuste e necessarie, ma è la costruzione di un uomo nuovo e una donna nuova, senza i quali non sarà possibile un altro mondo possibile. Lo strumento fondamentale di questa costruzione è il dialogo. Il dialogo non soltanto come metodologia strategica o come dinamica di organizzazione, ma come cammino culturale (possiamo dire: spirituale). Raimon Panikkar diceva che per avere un dialogo inter-(interpersonale, interculturale, interreligioso…) è importante prima stabilire una dimensione interiore di dialogo nel più intimo del nostro essere. Lui chiamava questo il “dialogo intra” (intra religioso, intra culturale, ecc). È un dialogo veramente preso come esigenza di cammino. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese propone come meta per l’ecumenismo cristiano: “la diversità riconciliata”. Il Forum mondiale fa prova di questo nel campo sociale e culturale. Questi diversi elementi, metodologia, contenuti e spirito del Forum portano diverse sfide alle Chiese e al nostro forum comboniano. Suggerisco qui alcune di queste sfide e propongo che nel dialogo voi possiate farlo con altri.

Una rapida visione del Fórum dei Comboniani

Ho la più profonda ammirazione e gratitudine personale per il fatto che voi realizzate questo forum e che per la seconda volta mi avete invitato e accettato come fratello e partecipante con voi. Mi sono sentito totalmente inserito e felice di essere con voi. Voi avete realizzato veramente un forum nello spirito del forum mondiale. Per ciò che so, qui in Tunisi, ci sono molti francescani, e altri religiosi delle più diverse congregazioni. Penso che io sono l’unico monaco che pensa che il Forum Sociale Mondiale sia terreno favorevole e buono per i monaci, essere presente significa vivere la nostra vocazione. Alcune congregazioni sono presenti nel forum attraverso le loro commissioni sociali, per esempio, Commissione Giustizia e Pace dei francescani, dei domenicani, ecc… Ma, per ciò che ho visto, voi siete l’unica congregazione che state qui come congregazione… Forum Comboni… Auguri per questa vostra apertura… sono certo che si trasformerà in nuove pratiche.

Mi ricordo bene degli anni dopo Concilio, quando i piccoli fratelli e sorelle di Gesù (Charles de Foulcaud) sono arrivati in Brasile e sono andati a lavorare nelle fabbriche di Sao Paulo. Furono i primi religiosi a vivere nelle periferie, nelle favelle e nei quartieri popolari. Un principio fondamentale era la spiritualità di Nazareth, cioè, la proposta è l’inserimento come incogniti. Nessuno compagno di lavoro o vicino di residenza sapevano che essi fossero religiosi. Dovevano sparire proprio in mezzo ai poveri. Fu, ed è ancora bello questo ideale, come fu l’ideale dei preti operai degli anni 60. Oggi, penso che dobbiamo vivere un equilibrio tra dare un segno profetico e al stesso tempo senza imporre la nostra congregazione a nessuno. Avete ragione di volere dare un segno profetico della vostra presenza e della vostra azione. È chiaro che questo non può essere una questione di pubblicità, ne può essere un orgoglio settario. Dovete agire per manifestare al mondo il vostro spirito come quello che stiamo vivendo qui al forum mondiale, facendo così, penso che potete meglio dare il vostro contributo a voi stessi e alla costruzione di uno spirito comune. Ma che questa profezia sia profonda e giusta, o vera, è importante che non si realizzi soltanto qui e adesso. Non si può fare finta di costituirsi come forum qui in Tunisi e dopo tornando a casa vivere la quotidianità della vita in un metodo e spirito in tutto contrari al forum che viviamo qui. Dunque, volere presentarsi come Forum Comboni nel FSM, sappiate che vi prendete una responsabilità immensa. Voi qui non siete soltanto una commissione della vostra congregazione, al contrario, avete dato l’impressione pratica che la congregazione dei missionari e missionarie comboniani si organizza e vive come un forum permanente. Voi avete fatto le vostre iniziative e workshop, ma avete partecipato a tanti altri lavori e gruppi, realizzati all’interno del Forum. Benissimo. Certamente questa energia, queste esperienze cambieranno qualcosa della vostra organizzazione, della vostra spiritualità e forma di vivere la vita religiosa. Qui voi rappresentate tutta la congregazione ed è importante che riusciate a coinvolgere anche i fratelli e sorelle che non sono qui in questo cammino nuovo e pasquale, sul quale il Forum ci ha provocato. Dunque, prendete sul serio questa sfida: che questo forum non sia soltanto un’attività periferica e laterale nella vostra missione, ma al contrario, il cuore della missione di tutta la famiglia comboniana – religiosi, religiose e laici/e. È chiaro che questo cammino è un cammino di conversione e chiede una metanoia (cambio di mentalità) e di forma di vivere.

Sfide che questo Forum ha rivelato

Ci sono delle sfide che il Forum rivela personalmente, per il proprio cammino, e altre sfide che vengono del Forum per noi, come Chiesa e come religiosi/e.

Penso che tutti noi siamo d’accordo che:

1) Il mondo attuale sta molto peggio di quando in 2001 fu fatto il primo Forum. Ci sono più guerre, più insicurezze, il terrorismo si è sparso come una epidemia e il Capitalismo è più crudele e sempre più inumano. Gli organismi internazionali dicono che, nei ultimi dieci anni, le disuguaglianze sociali sono aumentate. Il numero dei poveri si è moltiplicato. Soltanto in America Latina, grazie al processo bolivariano la povertà non è aumentata. Paesi come Venezuela, Bolivia e Equador la povertà è grandemente diminuita.

2) È certo che la destra e i potenti del mondo sono sempre più organizzati e agiscono con molta intelligenza. Mentre, la sinistra e le forze di opposizione a questo sistema sembrano più fragili, divise e anche un po perdute. In tutto il mondo, la gioventù protesta, i movimenti nuovi in Spagna (Podemos), in Grecia (Tsipras) e in tutto il mondo sanno ciò che non vogliono, ma non sanno ancora bene quello che vogliano. I partiti di sinistra non riescono a unirsi né a dialogare efficacemente.

3) In questo contesto, il Forum Sociale Mondiale pare oggi essere l’unico strumento che riesce radunare le organizzazioni sociali, la gioventù, le forze vive della società civile organizzata. Il fatto che si realizza attraverso l’autogestione favorisce cose bellissime e importanti, ma allo stesso tempo provoca dei problemi. Le iniziative auto gestite sono tantissime, ma anche molte si ripetono, perché ancora non siamo capaci di comunicare e fare un cammino veramente comune e convergente. L’impressione generale è che questa fiera dell’idee, di iniziative e proposizioni sono meravigliose, ma per avanzare abbiamo bisogno di avere tutti chiaro il punto di partenza a partire da dove si è arrivato nel forum precedente. Il forum non può più partire da zero…perché così non andiamo avanti. Ci sono persone che vogliono dare al Forum una linea più direttiva, fare del forum una centrale mondiale dei movimenti sociali. Oggi la vera sfida è come mantenere questo carattere di grande raduno libero, creativo, propositivo e festivo e allo stesso tempo, per garantire una continuità e approfondimento. Altra conseguenza dell’autogestione cosi frammentata è che i movimenti locali non riescono a organizzarsi a valutare i problemi delle singole aree geografiche. Per esempio, questo forum in Tunisi dovrebbe essere solidale con il popolo e il governo bolivariano del Venezuela. Hugo Chávez è sempre una figura presente e importante nei forum. Attualmente, il Venezuela, aggredito dal governo nordamericano, qui non ha ricevuto nessuna solidarietà, nonostante la vergognosa intromissione degli USA.

Alcune sfide alle chiese e a noi

La prima sfida è che questi forum si realizzano ogni due anni e sono incontri che presuppongono una continuità della partecipazione da parte delle basi popolari. Il Forum non tratta soltanto di azioni sociali, ma è anche un cammino spirituale. E è importante che questo spirito sia vissuto nella quotidianità della nostra vita personale e delle nostre comunità, nelle nostre relazioni e nella nostra forma di vivere la fede. Siamo chiamati a un lavoro immenso e duro. Cambiare la nostra espressione di fede, la nostra forma di vivere il lavoro pastorale, le nostre relazioni tra di noi e con i popoli con i quali lavoriamo. Questo lavoro è difficile perché ancora non abbiamo esperienza, è tutto da creare, da inventare. Due esempi: ho conosciuto una comunità dei francescani giovani nel sud di Brasile, facevano un lavoro meraviglioso con i contadini. Abitavano in un convento antico e ogni giorno uscivano e servivano i contadini poveri con uno spirito meraviglioso. Però si percepiva che per quei giovani, erano due mondi diversi. Il lavoro pastorale negli insediamenti dei contadini e la vita conventuale nella comunità francescana. Quando stavano con i poveri loro erano poveri e vivevano una condivisione totale. Quando tornavano al convento, rientravano nella machina del tempo e tornavano ai secoli antichi. Vestivano degli abiti e pregavano, mangiavano e convivevano di una forma che era assolutamente diversa della vita fuori del convento… Come possiamo nel forum vivere dei rapporti orizzontali e democratici e nelle nostre case vivere tra di noi un tipo de relazioni verticale e gerarchica? Come riuscire a far sì che la nostra preghiera e la nostra spiritualità siano più nella pratica per cui il Forum ci convoca? Altro esempio: la liturgia di oggi. Nelle nostre parrocchie facciamo delle processioni delle palme, questo piace molto alla gente. Domanda: vediamo qualcosa in comune tra le processioni delle palme e le marcie a cui abbiamo partecipato in questo forum? Secondo i Vangeli, Gesù ha accettato la manifestazione messianica del popolo nel suo ingresso in Gerusalemme come un’espressione della speranza e della liberazione di Israele. Con questo, non pretendo ridurre la liturgia alla sua dimensione sociale o politica, ma abbiamo si, il compito di dialogare con un mondo ogni volta più laico e pluralista. Già nell’época della guerra, Dietrich Bonhoeffer scriveva che dobbiamo vivere in Dio, con Dio, ma come si fosse senza Dio (“etsi Deus non daretur”). Qualche volte, le nostre case, le nostre camere, la nostra cultura è ancora un mondo a parte in relazione al mondo che troviamo fuori e questo è contrario all’incarnazione di Gesù che si è fatto uno fratello. Come unificare questi diversi mondi?

Qualche indicazioni teologiche e spirituali

Tutte le nostre congregazioni, anche la vostra, furono fondate in un mondo molto diverso di questo attuale, in un modello di Chiesa che oggi dobbiamo cercare di cambiare. Ma, molte volte non abbiamo il coraggio di porci e porre all’interno della chiesa un cambiamento reale. Sento che si hanno fatto alcune modifiche qui e lì, ma non si cambia radicalmente il modello ecclesiologico che ha fatto nascere la congregazione. Il modello ecclesiologico di Chiesa-Cristianità è ancora fino a oggi il modello vigente nel Vaticano, è il modello che ha servito il progetto di centralizzazione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quando il papa Francesco fu eletto, la prima notte del suo pontificato, quello che più ha spaventato e provocato orrori nel Vaticano non fu il fatto che lui si ha negato a rivestire le insigne trionfale di pontefice, né il fatto che lui ha sovvertito il rito e domandato al popolo che pregasse per lui, inchinandosi davanti al popolo riunito. Quello che ha più irritato i cardinali della curia e i suoi teologi è il fatto che il papa si presentò come “vescovo di Roma”. Fino a oggi, la più grande paura del potentato curiale è che papa Francesco abiti nella Casa Santa Marta e non nel palazzo apostolico. Una tappa per dopo andare a vivere nella Chiesa di S. Giovanni in Laterano, cattedrale della Chiesa di Roma. Con questo atto il sarà segno sarà chiaro e completo. Dobbiamo domandarci: quanto la nostra Congregazione ha ancora del modello ecclesiologico di Cristianità e quanto già c`è del modello ecclesiologico del Vaticano II, cioè di una Chiesa che è principalmente locale, e in comunione con le altre? Con questo nuovo modello, le nostre congregazioni saranno meno centralizzate, facendo spazio alla formazione di più confederazioni di comunità. Oggi, tutta la vita religiosa ha bisogno di essere ripensata. Nell’ America Latina degli anni 90 si diceva: rifondata. Sarà che i voti formulati nel secolo XIII hanno ancora per il mondo lo stesso valore o senso che avevano prima? O dobbiamo ripensare anche questo e approfondire elementi più evangelici e attuali della nostra vita? In Italia in questi giorni è uscito un nuovo libro di Antonieta Potente. Il libro si chiama “È vita e ed religiosa”. In questo libro, lei insiste che per essere oggi validamente accettata la vita religiosa, la nostra vita dovrebbe essere pienamente vita. Di nessuna forma nell’aspetto individualista e borghese della società capitalista, ma nel senso degli indios che parlano del buon vivere. Dobbiamo essere persone felici e realizzate come persone. Quando ero giovane, mi sembrava che la vita religiosa cercasse il contrario: la mortificazione del mio essere per essere religioso. Questo ha provocato dei problemi in tutto il mondo. Oggi saremmo testimoni validi del Vangelo solo se facciamo di tutto per essere persone felice e liber. Solo così saremmo capaci di andare oltre l’egoismo infantile, il narcisismo adolescente e arrivare ad una capacità di alterità che ci fa felici per nel donare la vita, anche nelle missioni più dure e esigenti. Ma, capisco, è chiaro che queste considerazioni cambiano il nostro modello di missione. Il nostro modello di Cristianità era andare nei diversi popoli a convertire i pagani e a garantire la presenza cristiana. Anche se questo modello fu varie volte associato alla colonizzazione europea, dobbiamo riconoscere che molte volte in questi tempi più recenti, al contrario, le nostre missione hanno salvato molte vite e hanno dato testimonianze bellissime. Basta pensare in tanti martiri che abbiamo. Ma, sia come sia, resta la sfida di come ripensare la missione più come condivisione nella linea della Kenosis di Gesù e non come agenti di una multinazionale religiosa. Il papa ci ha invitato a costruire una Chiesa in uscita. La conferenza generale dell`episcopato latinoamericano in Medellin nel 1968 parlava di una chiesa pasquale e diceva che ognuna delle nostre comunità deve essere una chiesa pasquale: “una chiesa missionaria (in uscita come dice il papa), povera e servitrice dei poveri, che si faccia spazio di comunione per tutta l’umanità e che sia liberatrice di tutta l’umanità e di ogni essere umano nella sua integralità” (Cf. Med 5, 15).

L’immagine di Dio e la questione del potere di Marcelo Barros

La profezia del Vangelo contesta il potere in tutte le sue forme: sociale, politico o religioso. Ma, in modo particolare, rifiuta il potere che si presenta nel nome di Dio, e che nel nome di Dio vuole imporsi. Il potere che si considera o si proclama sacro tende a essere più oppressivo e totalitario di ogni altra forma di potere, perché sottomette le persone non con la dominazione fisica, ma per mezzo della coscienza e della fede. Inoltre, il potere religioso o sacro crea un ulteriore problema, molto serio ai nostri giorni, perché trasmette un’immagine di Dio legata al potere. Il potere viene da Dio, che è la fonte di ogni potere. Di fatto, la maggior parte di noi è stata educata a parlare di «Dio onnipotente» e, ancora oggi, le Chiese usano questa espressione nelle preghiere e nei riti del culto. Padre Comblin scrive: «Nella liturgia romana, Dio non è mai invocato come padre, ma come “Dio onnipotente ed eterno” (…). Eppure il Vangelo dice che Dio si è rivelato nella vita terrena di Gesù (…). Gesù era un contadino e non possedeva alcun attributo che potesse significare il potere… Nel momento in cui Dio ha voluto rivelarsi mostra che ha lasciato tutto il potere e vuole entrare in relazione con le persone come uno di loro, e come uno dei più umili degli uomini (…). La croce di Gesù è stata il risultato della scelta di amore contro tutte le forme di dominazione, in primo luogo, per coloro che sono stati sempre trattati senza amore. Volle rivelare a questi un mondo nuovo, senza dominazione, senza sfruttamento, senza violenza. Dio volle trasformare l’umanità con la sola forza dell’amore, senza nessun impiego della forza o della dominazione». Dio onnipotente. La Bibbia, innumerevoli volte, si riferisce a Dio chiamandolo «Onnipotente». (…). L’idea di associare il potere del re alla forza di Dio è molto più antica della stessa Bibbia. (…). Credere che il re o l’imperatore avesse qualcosa di divino fa parte del credo di molte religioni antiche. Secondo la concezione più comune, Dio elargisce il suo potere ai grandi della terra (1 Sam 2). Ma chi sarebbe questo Dio che dà il potere ai potenti del mondo, o meglio: come sarebbe? Come possiamo affermare e credere che Dio è buono e giusto se non solo si allea con i dominatori, ma dà loro anche il potere? Sarebbe egli lo stesso Dio che Maria ha esaltato nel suo cantico, quando dice che «ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili» (Lc 1,52)? Sarebbe proprio questo il Dio di Gesù? Il Vangelo di Gesù dice che nel Regno di Dio «Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi» (Mt 19,30). Martin Buber diceva che Dio è la parola più logorata e più svilita lungo tutta la storia dell’umanità. Tuttavia, la soluzione non sta nello smettere di pronunciarla, quanto piuttosto nel riscattare la verità che si nasconde dietro questo nome. Gli antichi direbbero: c’è un vero Dio e ci sono falsi dei. Secondo la Bibbia gli idoli sono immagini divine che legittimano il potere dei tiranni e degli oppressori. (…). Dio senza potere. Nei tempi più lontani raccontati dalla Bibbia, quando gli ebrei erano assoggettati ai cananei, allora proprietari della terra di Canaan, il Signore (il cui nome è impronunciabile) era un Dio nascosto, quasi clandestino, al quale si rendeva culto nel deserto (il Sinai)… Al tempo dell’esilio, il profeta Ezechiele rivela che la gloria del Signore (il segno visibile della presenza di Dio) lascia il tempio e va a vivere tra gli esuli, sulle rive del fiume Kobar (cf. Ez 11,22-24). Dio diventa un esiliato, un senza terra e un espatriato insieme con il suo popolo. Il suo unico potere è la sua parola. (…). Nel carcere nazista, in attesa dell’esecuzione della sua condanna a morte, il pastore Dietrich Bonhoeffer scriveva: «Dio si lascia buttare fuori dal mondo, sotto la croce. Dio è impotente e debole in questo mondo e solo così ci aiuta. È molto chiaro ciò che è scritto in Matteo 8,17: “Perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie”. Perciò, Cristo ci aiuta non con la forza della sua onnipotenza, ma con la sua debolezza e la sua sofferenza. Tutte le religioni raccomandano la persona sofferente al potere di Dio. La Bibbia, invece, raccomanda gli esseri umani all’impotenza e alla sofferenza di Dio. Solo un Dio che soffre può aiutare». Nel 1944, da una prigione nazista, Bonhoeffer scrisse al suo amico e cognato: «Il nostro modo di diventare adulti ci porta a riconoscere, con realismo, la nostra condizione davanti a Dio. Dio si fa conoscere da noi che dobbiamo vivere come persone capaci di affrontare la vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona. Il Dio che ci lascia vivere nel mondo senza pensare all’ipotesi che Dio opera in esso. Questo è il Dio davanti al quale noi stiamo in modo permanente. Davanti a Dio e con Dio dobbiamo vivere senza Dio (…). Dio è debole e impotente nel mondo e questo è esattamente il modo, l’unico modo in cui egli è con noi e ci aiuta». (…). Meister Eckhart, il più grande mistico cristiano dell’Occidente nel Medioevo, ha scritto: «Tutto ciò che tu fai e pensi di Dio, sei più tu che lui. Se assolutizzi ciò che pensi diventi blasfemo perché quello che Egli realmente è neppure tutti i maestri di Parigi riescono a dirlo. Se io avessi un Dio che potesse essere compreso da me, non vorrei mai riconoscerlo come il mio Dio. Quindi stai zitto e non speculare su di lui. (…)». (…).

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Aprile 2015

“Se voi volete andare in pellegrinaggio

nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,

andate nelle montagne dove caddero i partigiani,

nelle carceri dove furono imprigionati,

nei campi dove furono impiccati.

Dovunque è morto un italiano per riscattare

la libertà e la dignità, andate li, o giovani,

col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.

Piero Calamandrei

“Noi siamo determinati a lottare più che mai:

noi che abbiamo avuto salva la vita,

dobbiamo andare avanti più di prima”.

Dadoue alla Rete di Padova , 6 aprile 2010

Carissime/i, le frasi che sono all’inizio di questa nostra lettera ci ricordano due significativi e importanti momenti di questo mese di aprile: la Liberazione dal nazifascismo e, purtroppo, la drammatica uccisione di Dadoue. Iniziamo ricordando la serata del 7 marzo a Battaglia Terme, per la presentazione del libro di Marianita “Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento”. La lettura di alcune pagine del libro, oltre alla rievocazione fatta da Marianita di Daduoe, hanno proposto all’attenzione dei presenti il ricordo, l’impegno e l’esempio di una grande donna. Per continuare a ricordare ci troviamo la sera di giovedì 23 aprile, anniversario della drammatica uccisione di Dadoue. Una serata che speriamo molto partecipata e che vogliamo dedicare al ricordo di una persona che ci ha aiutato nel nostro cammino di solidarietà verso Haiti. Il programma, molto semplice: ci incontriamo alle ore 20 (precise) in via Spalato 9 (Padova) a casa di Gianna Elvio (049 618997), leggeremo qualche pagina dal libro di Marianita, ognuna/o potrà proporre i passi che preferisce; invitiamo tutte e tutti a esprimere come Dadoue continua a vivere nelle nostre vite. Termineremo con un momento conviviale. Gli amici di Chiarano che da anni sostengono i progetti di FDDPA, hanno espresso il desiderio di visitare Haiti. Speriamo di vederli la sera del 23/4, per ringraziarli e sentire le loro idee. Beppe Ghilardi della Rete di Casale, come sapete, è stato 20 giorni in Haiti per conoscere e capire le necessità di aiuto per il “progetto straordinario salute”. Durante la serata daremo notizie di questo importante viaggio. Come leggerete nelle circolari nazionali (Ercole Ongaro-Luigi Giorgio) e nel programma allegato, il Seminario di approfondimento su “Finanza Criminale” si svolgerà a Isola Vicentina domenica 10 maggio, dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013: il Convento di Santa Maria del Cengio. Relatore sarà Marco Bersani, della Rete ATTAC. Nell’allegata locandina trovate tutte le notizie necessarie per partecipare. Con i saluti l’augurio di un 25 aprile di vera LIBERAZIONE.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Marzo 2015

“Vi è chi vive lamentando l’oppressione,

io sono morto denunciandola”.

Babeuf

Carissime/i, il 24 marzo del 1980 veniva ucciso il Vescovo Romero. Dopo 35 anni la Chiesa ha deciso per la sua beatificazione. Per ricordare Monsignore alleghiamo l’intervista a Ettore Masina apparsa il 15 febbraio 2014 su Difesa del Popolo (settimanale della diocesi di Padova) dal titolo “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”.

Un importante incontro sarà in maggio con il tradizionale Seminario del Nord Est. Si approfondirà la Finanza Criminale, questo è il tema,con gli amici delle reti venete, del Trentino e del Friuli e forse anche di Lombardia ed Emilia. L’incontro si terrà a Isola Vicentina, come quello del 2013. Data, orari e notizie logistiche nelle prossime circolari. I materiali preparatori si possono consultare sul sito della rete cliccando www. reterr.it

Siamo vicini alle feste pasquali, quindi: Felice e gioiosa Pasqua a tutti.

Intervista a Ettore Masina, autore della biografia “L’arcivescovo deve morire” (1995), a cura di Tatiana Mario.

Non ha mai conosciuto di persona mons. Romero, ma Ettore Masina, classe 1928, giornalista e scrittore romano, fondatore della rete di solidarietà Radié Resch (che a Padova ha radici significative), pur facendo di tutto nel 1990 per sfuggire alla stesura della sua biografia, non è più riuscito poi a farlo uscire dalla propria vita. E così nel 1995 firmò “L’arcivescovo deve morire”, a 15 anni di distanza da quel tragico 24 marzo 1980.

Come avvenne il suo “incontro” con mons. Romero?

«Ho sempre avuto una vocazione da conferenziere e, nel 1990, fui chiamato in una casa del popolo a Firenze da un gruppo di comunisti che all’epoca rappresentavo in parlamento e che si interrogavano sempre più spesso sulla teologia della liberazione, perché ritenevano che la beatificazione di Romero fosse indispensabile per aprire il dialogo tra una chiesa professante e una che viveva nascosta nella sua sede storica inespugnabile. Allora i comunisti erano convinti che parlare nelle case del popolo di temi ecclesiali fosse un fiore all’occhiello del partito per non essere tagliati fuori dal progresso e dal cambiamento sociale».

Come andò a finire quella sera?

«Ci ritrovammo alle 2 di notte, comunisti e cattolici insieme, che parlavamo ancora di mons. Romero. Eravamo tutti profondamente commossi da questo “gigante” che, nella realtà, era un uomo piccolo, basso di statura, con tanta paura di essere ucciso, e ci chiedevamo come i cristiani potessero seguire il suo esempio per vivere in maniera più impegnata e aderente al vangelo. La mattina fui buttato giù dal letto dall’amico padre Ernesto Balducci che da poco aveva fondato la sua nuova casa editrice. Mi disse: “Ho già inserito la biografia di Romero a tuo nome fra i volumi in uscita a primavera”. Gli dissi un no categorico, non avevo tempo con la mia attività da parlamentare e non avevo mai scritto nulla che non avessi visto con i miei occhi».

Quando arrivò il colpo di grazia?

«Nel 1992 Nilde Iotti, allora presidente della camera, mi inviò a El Salvador nell’America centrale come rappresentante del governo, in quanto ero presidente della commissione diritti umani in parlamento. Il governo salvadoregno stava per porre fine alla guerra civile: partii anche perché ormai avevo un debito di coscienza con Balducci che era tragicamente scomparso quell’anno. Lì tutto parlava ancora di Romero: il giorno della firma del trattato, dopo quindici anni finalmente la gente ballava in piazza di nuovo e lanciava baci al manifesto del “suo vescovo” dove campeggiava la scritta “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”, alludendo a una frase di Romero che, ancora in vita, affermò: “Se mi uccideranno, risorgerò nel mio popolo”. Stavo assistendo a un cambiamento epocale per quello stato, grande un quinto dell’Italia, che vedeva la pace dopo aver pianto, in oltre dieci anni di eccidio civile, 80 mila morti. Grazie all’ambasciatore, incontrai amici di Romero che continuavano a portare avanti il suo impegno per i poveri, per il vangelo. Ebbi accesso a resoconti mai pubblicati, conobbi la sua vera essenza oltre a quello che non solo in Salvador ma in tutto il mondo raccontavano di lui».

Perché papa Francesco lo vuole beato?

«Perché la chiesa dei poveri di Bergoglio è quella professata già da Romero: bisogna creare una nuova cultura cattolica perché la rivelazione di Cristo è a una nuova chiesa, quella dei poveri. Romero fu imputato perché era il teologo di questa nuova chiesa: girava le strade con il megafono e professava giustizia per i deboli e gli indifesi, ma amava ugualmente i ricchi a cui chiedeva la conversione del cuore».

Cos’è oggi il piccolo stato di El Salvador?

«È il quinto paese più povero al mondo con una situazione complicatissima. Il popolo è una comunità che ai suoi albori vede già la fine: la mortalità infantile è venti volte più elevata di quella italiana. La terra di tutta la nazione è in mano a soltanto sedici famiglie di ricchissimi latifondisti. Sconvolge l’amore che persiste ancora per Romero, il cui nome è legato a una parte di popolo salvadoregno che opera ogni giorno per la pace, portando avanti strutture di accoglienza per i poveri, gli emarginati, i sofferenti…».

E proprio per questo “popolo della pace”, la beatificazione di mons. Romero rappresenta il riconoscimento che la strada tracciata è quella giusta e che, a distanza di 35 anni, la sua testimonianza parla ancora a El Salvador e ai cristiani di tutto il mondo.