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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Febbraio 2015

Cari amici della Rete di Verona, è difficile parlare di solidarietà internazionale in questo mondo che cambia così velocemente e tragicamente, in cui contano sempre di meno i singoli stati e le loro leggi, mentre le aziende multinazionali impongono le loro logiche assolute di denaro e di capitali finanziari che travolgono qualsiasi difesa, le ideologie fondamentaliste infrangono ogni diritto alla vita o alla libertà, e venti di guerra sempre più minacciosi e paurosi si sentono spirare anche in Europa, oltre che in Africa, in Asia, in America Latina, dove i gruppi armati della droga e della criminalità mantengono situazioni di belligeranza, sopra ogni polizia e stato. Gli esuli, gli sfollati, i fuggitivi sono ormai milioni, in campi profughi dove l’ONU mantiene un minimo di vita dignitosa con aiuti alimentari e sanitari limitati ma presenti, ma non si può rimanere profughi per anni, decenni, si cerca di fuggire e trovare un’altra vita, anche salendo su barconi destinati a naufragi disumani. E nel mondo civile la crisi provocata da una finanza che distrugge i bilanci statali ed impone il taglio delle spese sociali, impedisce la crescita di una classe media che potrebbe equilibrare i diritti delle popolazioni, e invece i ricchi sono sempre più ricchi, pieni di risorse e di privilegi, ed i poveri sono sempre più miserabili, fuori da ogni possibilità di crescita. Come evitare che la classe media precipiti nella povertà e che gli stati perdano tutto il loro potere di gestione dei servizi sociali, scuole e sanità anzitutto? Quali possono essere forme efficaci di solidarietà? Per capire meglio come una certa finanza, chiamata criminale, influisce su questi scenari così disastrosi e si oppone alla democrazia, impedendo la fruizione di diritti da parte di tutti i cittadini, stiamo impostando dei seminari di approfondimento per noi della Rete, come già si era indicato nelle precedenti circolari. Il Coordinamento di Roma di fine gennaio ha fissato di attivare 3 o 4 seminari macro regionali sul tema della finanza criminale, secondo una prassi ormai consolidata. Si pensa ad una data intorno a inizio maggio, che potrebbe essere domenica 10 maggio; per noi del Nord Est si pensa all’ottima sede dell’incontro del 2012, a Isola Vicentina, dalla mattina al pomeriggio, con il pranzo insieme. Il programma non è ancora definitivo, relatori e argomenti; si pensa di preparare i seminari con l’invio di materiali informativi opportuni, ricorrendo soprattutto a schede di Banca Etica o della Fondazione Basso, che tanto ha collaborato con la Rete in anni passati. Anche noi di Verona siamo passati l’anno scorso a Banca Etica nella gestione delle donazioni della colletta, dei nostri contributi di solidarietà, utili per le nostre operazioni di liberazione, seguendo proprio le indicazioni di Banca Etica ed evitando altre banche, più grandi ed efficienti, ma spesso legate a operazioni finanziarie dubbie, al commercio di armamenti, o altro. Anche la Rete nazionale gestirà i denari delle collette in Banca Etica, con modalità ancora allo studio, approfittando del cambio di tesoriere: Silvestro Profico ha chiuso la sua attività di tesoriere ufficiale, e al suo posto si è resa disponibile Marta Bergamin Corletto di Castelfranco che ora è la tesoriera della Rete, secondo le decisioni del Coordinamento di Roma. Il prossimo Coordinamento nazionale sarà verso fine marzo, il 21 e 22, sabato e domenica a Varazze, vicino a Savona. Noi di Verona siamo quasi sempre presenti numerosi ai Coordinamenti, che sono molto importanti per capire come funzionano certi meccanismi internazionali e come possono procedere gli aiuti solidali in paesi spesso difficili, dove le ingiustizie sono di casa ed i diritti delle popolazioni sono difficili da sostenere. L’esortazione a tutti quelli che ricevono la presente circolare è di partecipare a qualche coordinamento, che di solito inizia nel pomeriggio del sabato, verso le 17, e termina dopo il pranzo della domenica, non oltre le 14. Stiamo preparando il prossimo incontro di rete locale, veronese, che vorremmo fare all’Istituto don Mazza, in via San Carlo 5, dove la Rete è nata ed ha tenuto molti dei suoi incontri, presso l’Opera mazziana che da tempo sosteniamo con le borse di studio a Joao Pessoa, nel Nord Est del Brasile. Appena don Domenico Romani ci darà una data ve la comunicheremo per la convocazione, anche fuori dalla circolare, ora che quasi tutti ricevono in posta elettronica (e-mail, electronic mail), con rapidità, senza problemi di copie, di buste e di francobolli, senza spese. Ma il panorama internazionale che vediamo, come accennavo a inizio circolare, non tutto è negativo. Una notizia mi ha riempito di gioia, che il Papa Francesco sta per proclamare beato il vescovo martire Oscar Arnulfo Romero, che noi abbiamo sempre salutato come San Romero d’America. Sono finite le opposizioni ed i blocchi contro questo martire ammazzato sull’altare il 24 marzo 1980, per aver ordinato ai soldati di non sparare più sulla gente e sulle manifestazioni pacifiche della popolazione di quel piccolo paese centroamericano, emblema delle lotte di liberazione di quei lontani anni, ancora oggi in situazione difficile, soprattutto per il traffico dei narcos che passa per quelle strade. Il governo è però cambiato, ora il vescovo Romero è per loro il rappresentante di tutto un popolo che vuole trovare la sua via di libertà. Abbiamo visitato nel nostro ultimo viaggio in Guatemala, in novembre 2012, la tomba di Romero nella cripta della Cattedrale Metropolitana di San Salvador, una bella tomba nuova di marmo nero, costruita in Italia, ed abbiamo visitato anche la chiesetta dell’ospedale, di architettura modernissima, dove il vescovo fu ammazzato durante l’elevazione, con un colpo sparato da fuori della chiesa dal militare maggiore D’Aubisson, il capo dei famigerati squadroni della morte, mai condannato nonostante l’evidenza della colpa. Ora finalmente la figura di Romero arriverà alla gloria della santità formale della Chiesa cattolica, ma era già santo per tutti i salvadoregni e per tutti noi. Ettore Masina scrisse un bel libro per ricordarlo, e da allora è sempre un riferimento per chiunque cerchi la libertà e la giustizia. Per ricordare un aspetto del Salvador di allora e della repressione violenta contro quella popolazione, indico che in Salvador non ci sono più le donne vestite con colori sgargianti e disegni brillanti come in Guatemala, con gli huipiles (i vestiti) tipici della regione e della tradizione, come ci sono ancora tra i maya e nei mercati del paese dei vulcani, il Guatemala, che pure confina col Salvador. Una delle azioni repressive dell’esercito salvadoregno consisteva nel distruggere i telai delle donne nei villaggi e nel vietare di portare i vestiti tradizionali, per cui quelle tradizioni oggi non esistono più se non nei musei. E non fu permesso ad un vescovo mite ma fermo nella sua denuncia, nonostante le minacce, di alzare la voce per chiedere di fermare la repressione violenta e gli ammazzamenti. Chi si opponeva veniva ammazzato, e così fu per Romero, anche se era sull’altare a celebrare la messa. Che San Romero d’America sia un riferimento efficace nel cammino di liberazione dei popoli latino americani e di tutto il mondo, che noi vogliamo sostenere come se facessero parte della nostra famiglia, di ciascuno di noi.

Un cordiale saluto solidale da Dino.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Gennaio 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, anzitutto un augurio caloroso di buon anno nuovo 2015! Ma non si può certo affermare che questo 2015 sia nato con segni positivi e fecondi, da molti punti di vista, ma soprattutto dal punto di vista della pace mondiale. Questa sparatoria tragica di Parigi rivela un grave acuirsi delle tensioni internazionali, per la contrapposizione continua di diversi modi di pensare e per il ricorso facile alle armi ed ad violenza disumana e ferocissima, quale da anni non si vedeva. Le cose non sono semplici come ce le vogliono dire, non è l’Occidente che viene colpito e che deve reagire, perché non siamo tutti uguali e il modo di vivere dell’Occidente non è davvero il migliore. Tutti sono andati a farsi vedere a Parigi, ma vedere Netanyahu tra chi si sentiva vittima di violenza e terrorismo è stata davvero una contraddizione enorme, uno scandalo, o forse una cosa ridicola, da ridere come l’avrebbero descritta i redattori e vignettisti di quel giornale satirico che è sembrato l’unica difesa vera della civiltà. Sono emerse nel dibattito molte osservazioni critiche, molti ragionamenti che si tiravano fuori dal coro, ed io sono rimasto molto impressionato a leggere che nel 1987 il Mossad israeliano era andato ad ammazzare a Londra proprio un vignettista satirico, un certo Naji al Alì, di cui nessuno ricorda il nome né ciò che scriveva o disegnava. Ma dava certamente fastidio, perché prendeva in giro la potenza militare di Israele, e come tutti sanno in Israele si può criticare quasi tutto, anche da parte di altri ebrei, ma mai l’esercito e le azioni militari. In realtà è proprio il modello occidentale ad essere in grave crisi, a non saper rispondere più alle tensioni internazionali, soprattutto verso chi non possiede quasi risorse e di quelle poche si sente anzi quotidianamente defraudato. E’ difficile rispettare gli altri, rispettare altri modi di pensare, di agire, di pregare, accettare le diversità anche vicino a noi, immaginarsi in paesi lontani e con la pelle diversa. Basti riflettere sui recenti disordini negli USA per i colorati ammazzati troppo facilmente dalla polizia, con conseguenti vendette ed azioni violente di persone fragili, disperate, violente, che si trovano fra le mani delle armi con grandissima capacità di distruzione. E sui califfati islamici con le loro decapitazioni. Perché tante armi a disposizione per uccidere? La soluzione alle crisi ed alle ingiustizie inizia sempre dalla capacità di ascolto, soprattutto verso chi è più debole e povero, di mezzi e di cultura. E mi sembra che in molti di noi questa aspirazione, questa voglia di un mondo più giusto ed attento a tutti, sia realizzata per quanto poco nella nostra piccola associazione, in questa piccola rete di solidarietà, dove si ascoltano altre voci, altri modi di leggere la realtà, di invocare giustizia, ma dove anche si mettono alcuni dei nostri beni a disposizione di questi oppressi, perseguitati, come impegno per alcuni nostri fratelli lontani. Una parte dei nostri denari la mettiamo in iniziative di liberazione, che siamo riusciti a conoscere ascoltando appunto; e quei pochi denari, utili a risolvere piccole situazioni di miseria e oppressione, li vogliamo anche far passare per istituzioni pulite, non in banche più o meno armate. Come vedete dai dati della colletta 2014, riportati in calce alla presente lettera, la raccolta è tornata ai livelli di qualche anno fa, sopra i 20.000 euro, nonostante il cambio del canale bancario e la crisi internazionale, che è davvero fortissima. Qualcuno degli amici aderenti alla Rete non ha ancora aggiornato i termini del suo versamento, ed Emilio Butturini, emerito fondatore ed animatore per 50 anni del nostro gruppo, si ritrova ancora a dover comunicare alla sua banca che quel versamento va dirottato su un altro conto, su un altro IBAN, in Banca Etica. Allora vi rivolgo una piccola esortazione: controllate i vostri versamenti ed i vostri ordini alla banca, per non disturbare più Emilio, e per privilegiare così una Banca diversa da tante altre, che cerca di uscire dai circuiti internazionali perversi, della criminalità e della finanza speculativa, che si oppongono alla democrazia ed ai diritti dei popoli e delle persone. Proprio su questo tema della Finanza criminale la Rete nazionale sta producendo uno sforzo per capire meglio cosa succede: si è formata una commissione, sono circolati documenti, ci sono state discussioni, e siamo quasi pronti a invitare tutti gli amici e simpatizzanti ad un Seminario nazionale sul tema, forse in maggio, preparando il discorso con una attenta diffusione di documenti e di libri di denuncia, su questo argomento, di cui non si parla quasi mai: è un vero tabù! Come ad esempio il TTIP trattato per gli accordi commerciali transnazionali tra Usa ed Europa, il TTIP, che l’Europa dovrebbe sottoscrivere senza discussioni trasparenti, con grande perdita di sovranità degli stati rispetto alle aziende multinazionali, o Corporation. Ci sono già dei materiali a disposizione, e ci sono alcuni esperti che ci possono spiegare cosa sta succedendo, perché ad esempio la Grecia fa tanta paura in Europa e nel mondo occidentale, quando vuole rifiutare il modello imposto di controllo del debito pubblico … E’ un argomento molto complesso, che va affrontato adeguatamente per evitare nuove violenze e sopraffazioni. Dopo 100 anni quasi tutti condanniamo la 1^ Guerra Mondiale, coi suoi milioni di morti ammazzati: ma allora sembrava un’azione positiva e vantaggiosa per i governanti e gli imprenditori. Ora si presentano pericoli analoghi in altri campi, è nostro dovere informarci meglio e cercare azioni risolutive e pacifiche. Di questo ed altro inizieremo a parlare nel nostro primo incontro 2015 di gruppo veronese, che viene proposto per lunedì 26 gennaio prossimo, alle ore 21. Parleremo anzitutto di colletta e del bilancio di gruppo, per adempiere ad uno degli obblighi di ogni associazione italiana. E parleremo delle prossime iniziative della Rete, del prossimo Seminario sulla Finanza criminale, che toglie i diritti alle popolazioni ed alle persone, iniziando dai popoli più poveri e sprovveduti, ma incidendo ormai anche sul nostro territorio, come si riscontra dagli effetti devastanti di questa crisi. E parleremo anche delle nostre operazioni, che curiamo direttamente come gruppo veronese, e cioè della situazione in Guatemala e delle borse di studio a Joao Pessoa. Ma di questo si parlerà più diffusamente in un prossimo incontro, ascoltando qualcuno dell’Opera Mazziana che segue le borse di studio, e speriamo di tenere questo incontro proprio nella sede dell’Opera mazziana, in via San Carlo, sopra Santo Stefano, dove la Rete è nata ed ha percorso molti tappe della sua azione solidale, di approfondimento politico, di testimonianza, di azione concreta con le nostre operazioni. Allora vi aspettiamo all’incontro di lunedì 26, e la sede è casa nostra di me e Silvana, in via Tonale 18, così da permettere anche a Silvana di partecipare e di salutare tanti amici della solidarietà. Non è ancora guarita, ha ancora delle invalidità di movimento, e per questo vi invitiamo a casa nostra, così Silvana non si deve muovere; ma è in via di guarigione e la nostra speranza è che fra alcuni mesi saprà muoversi con maggior facilità ed autonomia.

Un affettuoso saluto da Dino e Silvana.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Gennaio 2015

…resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospettati, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti.

Dietrich Bonhoeffer

Carissime/i, prima lettera di questo nuovo anno. C’è sempre speranza all’inizio di un nuovo cammino, un anno che tutti desideriamo diverso, senza paure, con impegni politici che non siano solo chiacchere ma fatti concreti, un anno diverso. Ma questo primo messaggio non può iniziare senza un lontano ricordo: il 6 gennaio è l’anniversario della morte del nostro caro amico Federico Bego. La memoria va ad alcune parole che avevano scritto nella circolare del gennaio ’98: … siamo in lutto per la morte di un amico. Non avremo più alle nostre riunioni Federico; non godremo più della sua cordiale presenza… Il 12 gennaio è anche l’anniversario del drammatico terremoto che colpì Haiti nel 2010. Vogliamo ricordare quella data con le parole di Dadoue: … noi siamo determinati a lottare più che mai; noi che abbiamo avuto salva la vita dobbiamo andare avanti più di prima. Continuando, di seguito trovate il riassunto della serata di presentazione del libro su Dadoue, l’invito per il prossimo coordinamento e una lettera da Haiti.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Gennaio 2015

Cari amici, nell’augurarvi un felice anno nuovo, ricco di sorprese e buone notizie, trasmettiamo il ringraziamento che Padre Alberto Panichella (non me ne abbia il Padre se, per motivi di spazio, ho modificato alcune sue frasi) ha rivolto a tutta la Rete per il sostegno al progetto da lui pensato fin dal 2006 e realizzato in Ancona, intitolato “La strada”. L’unità di strada esce di notte per distribuire pasti caldi, bevande, vestiario, coperte, medicine e per costruire una rete di rapporti personali con coloro che la società chiama gli “invisibili”. L’associazione ha lo scopo di avvicinare i poveri, conoscerli, parlargli, restituire loro la dignità di persone, si impegna anche nel loro reinserimento nel tessuto sociale, collabora con le istituzioni e con il mondo del volontariato. Il motto dell’associazione riassume bene l’attività svolta: Capire, seguire, spronare sin dove è fattibile; accettare ed assistere comunque.

Maria Cristina Angeletti

Carissimi amici della Rete R.R., a cui appartengo, eccovi il resoconto dell’utilizzazione del vostro preziosissimo contributo alla “Strada” di Ancona. Innanzitutto vi dirò che quest’anno abbiamo avuto il pesante bilancio di dieci decessi causati da abbandono, over-dose, alcool, tumore, problemi di cuore … Morti premature, per quanto ci siamo impegnati con questi fratelli e sorelle senza fissa dimora, vittime della “strada”. In compenso alcuni hanno trovato lavoro o lavoretti precari e sperimentato una grande solidarietà fra loro e fra tutti (non c’è un noi e un voi…). Si sono ottenuti alloggi e si sono fatte rivendicazioni insieme presso il Comune; in questo senso “la casa de noialtri” è un edificio di proprietà della Regione occupato da 23-24 senza-tetto, in cui hanno trovato non solo rifugio ma anche fraternità, cooperazione, realizzazione di manifestazioni e cortei, autogestione fra popoli diversi per lingua e cultura (spesso si devono esprimere a gesti), dove hanno sperimentato la comunione di religioni diverse, chiedendo all’Essere Supremo la pace. La cosa più bella della “Strada” sono i nostri incontri settimanali al “CENTRO CULTURALE” da cui, con saggezza e senso di giustizia dai piccoli e poveri, esce la denuncia contro la decadenza capitalistica attuale, e la proposta di un nuovo modello di società giusta e fraterna. L’attuale congiuntura italiana, quindi, marchigiana mi fa ritrovare in Brasile, dove ora ci sono più tutele per la gente non ricca! La dura realtà della disoccupazione e negazione dei diritti fondamentali mostra il 70% della popolazione minacciata dalla povertà, i più esposti, come sappiamo, sono gli immigrati, discriminati dagli italiani che non se la passano meglio: il 40% degli italiani non arriva alla fine del mese, sono scoperti e indebitati; si contano 12milioni di poveri e 4 milioni di denutriti … Perciò la Rete R.R. ha da fare anche qui anche perché dall’Occidente (lobbies, multinazionali, speculatori finanziari) sono nate le contraddizioni che hanno rovinato il mondo intero. Per questo ci rivolgiamo al Coordinamento Nazionale della Rete R. R.

In fede, Padre Alberto Panichella Missionario Saveriano

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Dicembre 2014

Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende

umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in de!nitiva

il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la

facoltà di agire. è, in altre parole, la nascita di nuovi esseri

umani e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in

virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa

facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le

due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che

l’antichità greca ignorò completamente. E’ questa fede e

speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed

e”cace espressione nelle poche parole con cui il vangelo

annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è

nato fra noi”.

(Hannah Arendt, Da Vita activa, p. 182)

Carissime, carissimi,

come già annunciato, giovedì 18 dicembre, presso i Comboniani a Padova verrà presentato il libro: Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento. Sarà un’occasione per riflettere sul nostro impegno, per incontrarci e farci anche gli auguri di Natale e Buon Anno: ce n’è bisogno! Partecipiamo numerosi e dffondiamo l’informazione tra le nostre conoscenze.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Verona – Dicembre 2014

Cari amici della Rete di Verona, ogni anno, quando ci si avvicina al Natale, si cerca di fare un bilancio dell’anno trascorso, e di volgere lo sguardo e la mente a quello che sta per iniziare. E’ stato un anno ancora una volta, purtroppo, segnato a livello internazionale da guerre, distruzioni, morti, migrazioni di massa. E’ quello che è successo e che sta ancora succedendo in Palestina ed Israele, in Libia, in Siria, in Irak, in Ucraina, in Afghanistan, in Kenia, in Egitto, in Nigeria, nel Sud Sudan, nella Repubblica Centroafricana, nel Burkina-Faso, in Pakistan, in Birmania-Myanmar … e in molti altri luoghi del pianeta. Facciamo fatica a comprendere i reali meccanismi che stanno alla base di tanti conflitti, anche se non ci riesce difficile immaginare che siano soprattutto di natura economica. Per restare nella nostra piccola Italia è ancora aumentato il numero degli uomini, delle donne e dei bambini (dovremmo ogni tanto soffermarci a riflettere che sono esseri umani, proprio come noi), che sono vittime della disperazione e del cinismo nel Mar Mediterraneo … La cronaca ci riporta quotidianamente episodi di violenza domestica ed extra familiare … A ciò si aggiungano la disoccupazione crescente, giovanile e non, il precariato, la perdita di diritti fondamentali dei lavoratori, i disastri ambientali, troppo spesso frutto dell’imprevidenza e della corruzione. Tutto questo è motivo di paura, di depressione, o, peggio, induce all’assuefazione, all’indifferenza e all’apatia. Cresce la tentazione di chiudere occhi ed orecchi di fronte a quello che ci circonda, per cercare unicamente la soddisfazione dei propri bisogni immediati, per difendere il proprio “territorio”, per evitare di restare contagiati dal virus della povertà che, come e più dell’Ebola, continua ad uccidere gli ultimi della terra. Si rifugge dalla politica, si rinuncia persino all’esercizio del voto, che dovrebbe essere una delle basi della democrazia e della partecipazione. Eppure… Eppure ogni Natale porta sempre con sé, anche per chi non crede in Cristo, un germe di vita e di speranza. Un messaggio semplice: qualcosa di piccolo, di insignificante, di nascosto, di “impotente” può ricreare radicalmente il mondo. E allora è dalle piccole cose, che non fanno “notizia”, che si può ripartire, può rinascere la voglia di fare, può riaccendersi l’entusiasmo. Per questo continuiamo a credere che esperienze come quelle della Rete siano preziose ed importanti. Ci costringono a uscire dal nostro orticello, ci fanno incontrare uomini e donne eccezionali, ci restituiscono l’entusiasmo e la voglia di cambiamento, mettendo in crisi i nostri modelli di vita, fondati sulla competizione e sui consumi, vigilati dall’occhio spietato dei “mercati”. E’ questo il nostro augurio di Natale: che rinasca, insieme al dio-bambino, la nostra capacità di pro-gettare, cioè di creare ponti fra il presente ed il futuro, di tornare ad essere “visionari” e sognatori, al modo dei profeti di ogni tempo, di lasciarsi contagiare dalla com-passione e dalla vera ricchezza delle relazioni. Una piccola cosa sta nascendo anche quest’anno. Abbiamo provato a confrontarci con una nostra vecchia amica ghanese sulle reali possibilità di dare corpo ed anima ad un suo sogno: realizzare un progetto educativo rivolto alle ragazze di un piccolo villaggio africano ed ai loro genitori, per far comprendere l’utilità e la bellezza di una cultura che viene loro preclusa per la mancanza di fondi, per la miopia dei governi, ma soprattutto per il venir meno di ideali, per un apatico adagiarsi ed adeguarsi a quello che la vita, spesso dura e avara, riserva alla popolazione più povera, specie femminile: soggezione, violenza, miseria, sfruttamento. Partendo dall’intuizione di una donna “grande” che ha capito e vissuto sulla pelle sua , dei suoi cari e dei suoi vicini tutto questo, e dalla generosità, spesso incomprensibile a noi ricchi, di chi ha tanto lottato e sofferto ma vuole ancora offrire una chance a chi non ha neppure la possibilità di lottare, si vorrebbe anche come Rete dare forma a questo microprogetto per favorire la frequenza scolastica delle ragazze dai 12 ai 14, 15 anni coinvolgendo, con attività di counselling, anche genitori ed educatori. Aspettiamo ogni suggerimento, consiglio e supporto da quanti nella Rete hanno competenze certamente maggiori delle nostre. Grazie!

Tanti tanti auguri di cuore a tutti, in particolare a Silvana

Gianco e Laura

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Roma – Dicembre 2014

Carissimi amiche e amici, si può affermare, senza tema di smentita, e senza indulgere a una fosca sfiducia, che l’anno che volge al termine non ha migliorato le condizioni del pianeta e, tanto meno, quelle dell’Italia. Siamo coscienti dei disastri del Medio e Vicino Oriente, di tutta l’Africa compresa tra i due tropici (Nigeria in primo luogo), del tramonto delle speranze indotte dalle cosiddette “primavere arabe”, delle turbolenze asiatiche più distanti, come l’India e la Cina, e l’elenco potrebbe continuare. Ci sconcertano però altri fatti, riguardanti il nostro mondo occidentale: il rinascente razzismo in USA, mai scomparso in realtà, ma tornato alla ribalta con una virulenza sorprendente e che non lascia presagire niente di buono per il futuro; il dominio incontrastato della finanza internazionale, in grado di dettar legge a Stati e governi anche con trattati strangolatorii; il moltiplicarsi degli armamenti perfino ad opera degli Stati economicamente più deboli (ben sappiamo le possibili conseguenze del fenomeno). E si potrebbe proseguire a lungo. Ma a che vale piangere sui milioni di esiliati siriani molti dei quali privati di alimentazione per il taglio degli appositi finanziamenti decisi dai paesi donatori o per la crisi economica o per il non dichiarato proposito di spingere chi può farlo a eliminare dalla scena il tiranno Assad, causa prima del caos vigente in quella parte del mondo? E serve a qualcosa deprecare l’incredibile aumento delle violenze tremende sulle donne che vanno moltiplicandosi in India e altrove? Come nessun risultato ottengono gli anatemi scagliati di continuo contro le nefaste imprese del fondamentalismo islamico di cui l’autoproclamatosi Califfato è autore, capace non solo di resistere militarmente ai deboli e confusi tentativi di contrastarlo, ma addirittura di attirare nelle sue file elementi occidentali. Una delle cause di fondo di quanto avviene di negativo a ogni latitudine è certamente costituito dalle enormi diseguaglianze sociali in via di accrescimento. La sete di potere dei potenti e la ricerca di arricchimento a tutti i costi fanno il resto. Molti ne sono consapevoli oggidì più di ieri, e lo si scrive e lo si predica da tempo con argomenti convincenti. Papa Francesco ne è un (potremmo dire: “il”) rappresentante più autorevole e convinto. Il problema è che appare una questione pressoché insormontabile; a parte che pochi accetterebbero di vedersi ridurre il potere di disporre a piacimento dei propri beni, ma sarebbe necessario che tale azione – dal carattere miracoloso – coinvolgesse moltissimi, con un cambiamento radicale di politiche condiviso da interi popoli e sostenuto dai rispettivi governi. Ecco perché si può sperare che ciò possa avvenire soltanto con un’azione dal basso, condotta sul lungo periodo. E’ sperabile che l’inizio del miracolo succeda prima che la terza guerra mondiale, ora frazionata, esploda in un’unica grande deflagrazione, e soprattutto prima che l’uomo, nella sua sterminata incoscienza, abbia condotto l’intero globo alla distruzione completa mediante l’inquinamento terrestre provocato dalla aspirazione dissennata al mitico sviluppo e alla salvifica crescita? L’imperativo, quindi, è: provarci. L’impresa è titanica; però osiamo dire che è in corso, e non da oggi. Tante piccole realtà associative – tra le quali, poco modestamente, ascriviamo la Rete – tentano con impegno di raggiungere lo scopo. Di successo finale è opportuno tacere; ma il merito del tentativo è innegabile ed è coronato da risultati che ci spronano ad andare avanti. Quel che rende ancor più ostico il nostro lavoro è il vivere in un paese allo sbando, politico, sociale ed economico, privo di fiducia nel futuro (i giovani, si sa, sono i più colpiti). Per “merito” dei politici e degli ultimi tre governicchi (lasciando stare il ventennio berlusconiano, prodromo del disastro prevedibile) ci troviamo in una crisi priva di sbocchi credibili. Fa da cornice al tutto la vergogna di trovarci ai primissimi posti tra i paesi più corrotti, in cui la criminalità organizzata è condizionante, mentre per la libertà d’informazione siamo in coda alla classifica. E’ qui che ci tocca operare per gli scopi sopraddetti. Gli ostacoli sono dunque maggiori di un tempo. Eppure, in questo marasma l’associazione va avanti con uno slancio pari a quello dei decenni andati. Il merito è dei più giovani e dei molti meno giovani che ricordano l’ispirazione che animò la Rete all’inizio e andò rafforzandosi cammin facendo. L’ho potuto constatare al coordinamento nazionale ultimo a Pisa, dove una sorta di entusiasmo dei giovani unito all’esperienza degli anziani, altrettanto determinati, ha dato vita a un dibattito concreto – magari un tantino confuso – però sempre costruttivo, a favore di iniziative mirate a collaborare con gli ultimi di diversi paesi scambiando con loro segnali di speranza. Certo, l’ostacolo della crisi influisce negativamente, come dappertutto, e i progetti si son dovuti ridurre poiché si fatica non poco a mantenere il bilancio della Rete sui livelli del passato. A tal proposito mi sento tuttavia (perdonate l’ardire), di rinnovare l’appello che tante volte vi ho rivolto e che ora diviene, in verità, assai necessario. Amiche e amici, riflettiamo sulle condizioni di vita dei poveri, in specie dei luoghi devastati dalla guerra (non specifico oltre perché siete informati a sufficienza), sempre più miserevoli, e raffrontiamole con le nostre, ben sapendo (anche per esperienza diretta) quanto vada riducendosi quel po’ di benessere cui eravamo avvezzi. Mettiamo allora in pratica la virtù del sacrificio; ne trarremo di sicuro un’intima soddisfazione, utile anche a farci superare le inevitabili amarezze della vita. Il 31 gennaio e il 1° febbraio 2015 il coordinamento si terrà a Roma (organizzatore il solito impagabile Angelo, presente del resto con me anche a Pisa). Tra i molti punti importanti all’o.d.g. vi sarà la riflessione sul bilancio annuo definitivo e la nomina del nuovo tesoriere nazionale. L’amico Profico sta sobbarcandosi questo peso dal lontano 1982; è tempo di trovare un sostituto/a, che potrà peraltro avvalersi dei suoi preziosi consigli. Facciamo sì che possa lasciare l’incarico dandoci un resoconto incoraggiante sul 2014. Ne sarebbe contento lui per primo, immagino. Con questo vi saluto tutti con molto affetto, augurandovi un felice Natale e un nuovo anno migliore del precedente. Auguro infine, di cuore, pronta e definitiva guarigione alle amiche e agli amici che sono alle prese con malanni vari. Estendo l’augurio agli amici non in salute delle altre reti con la stessa affettuosità.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Dicembre 2014

Natale 2014

Natale, riscopriamo la nostra umanità, reimpariamo a piangere. Oggi un male oscuro attanaglia tutti: l’indifferenza che è peggio dell’odio. Perché l’odio puoi, in qualche modo, individuarlo e combatterlo, comprendendo che odiare fa principalmente male a chi odia, non all’odiato. L’indifferenza no, perché si insinua nelle pieghe profonde dell’anima, perché è il cancro invisibile che rode e uccide, prima che sia possibile intravvederlo. Siamo ormai di fronte ad una indifferenza globalizzata, come l’ha chiamata papa Francesco a Lampedusa. Perché diffusa ad ogni latitudine e in ogni tempo; l’indifferenza è l’anestesia del cuore, che ha serpeggiato per anni di fronte ai vagoni di morti nella seconda guerra mondiale, di fronte alle brutali dittatura che hanno fatto sparire nel nulla milioni di uomini, donne e bambini inermi. E non è certo solo questione di totalitarismo politico, se ancora oggi queste tragedie umane continuano, nonostante le democrazie diffuse, nonostante l’Onu e i suoi proclami sui diritti umani, nonostante il rapido sviluppo delle comunicazioni massmediali, che ci restituiscono in tempo reale notizie e immagini sconvolgenti. Eppure continuiamo a trascinare le nostre vite, pensando che è sempre responsabilità di un altro. Di fronte al grido di Dio, dopo la morte di Abele: “Caino, dov’è tuo fratello?”, grido che ancora risuona in ogni parte del mondo, non c’è alternativa al pentimento, alla presa d’atto della propria, specifica responsabilità, al pianto. Oggi nessuno piange più per le tante sofferenze e le tante morti, perché tutti ripiegati sul proprio io e volti alla soddisfazione dei propri, angusti desideri. Reimparare a piangere, ad esprimere in modo concreto, immediato e non simbolico che qualcosa di prezioso -la commozione verso l’altro- si è perso, come si è smarrito il peso del dramma che le tante tragedie comportano. E’ come se il linguaggio non trovasse più le parole per dire partecipazione al mistero del male che ci avvolge, così che il piangere ne fosse invece la sua dimensione più completa, capace di superare la frattura tra la sfera fisica e quella spirituale. Termino con un esempio nostro, tutto italiano, di quella terra assolata di Sicilia, isola dalle tante contraddizioni, capace di essere “grembo” di accoglienza e di vita e al contempo zona franca in cui fiorisce il crimine organizzato, non può che cibarsi delle parole di papa Francesco e piangere con lui per il fallimento di ciò che è umano in noi e che si è inabissato in fondo al mare, come i tanti, i troppi corpi di decine di sventurati, avvicinatisi alle nostre coste. Dovremmo tutti rileggere in silenzio le sue parole dure e drammatiche, perché scuotano le nostre sicurezze e ci spingano ad una conversione profonda: quei poveri della terra ci riguardano, uno per uno. Ce lo ha detto con voce forte e dura perché guarda con amore gli ultimi. Perché saranno i primi! Che fare? Ci dovremmo interrogare sul perché abbiamo paura della nostra positività, della nostra bontà, della nostra propensione ad una vita piena e felice e ci si attarda ancora a muoversi nella diffidenza e dentro logiche di pura sopravvivenza. Tutte le positività di cui siamo depositari e custodi aspettano che le manifestiamo in tutta la loro potenzialità. Ognuno di noi ha in “grembo” un boccio di felicità che deve aprirsi e dilatarsi, facendo sì che ogni giorno sia Natale.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Macerata – Dicembre 2014

L’umanità di oggi ha bisogno di “ponti, non di muri”;

tutti i muri devono cadere!

(Papa Francesco)

da Maria Cristina Angeletti

Cari amici,

con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre di 25 anni fa, si pensava che una pietra miliare fosse stata piantata contro le divisioni e le separazioni, invece ancora oggi almeno 8.000 chilometri di pareti esistono nel nostro pianeta e migliaia di altre sono previste. C’è, ovviamente, un rapporto diretto fra guerre e muri e Israele, avamposto dell’Occidente in Medioriente, ne è l’emblema. Nel 2002 il Governo israeliano ha progettato il “fence”, parola anglosassone che vuol dire, fra l’altro, “siepe”. In realtà più di 700 chilometri di cemento, elettrificazioni, sensori, cellule foto-elettriche intorno alla Cisgiordania e a Gaza costruito con la scusa di far cessare gli attacchi kamikaze della “seconda Intifada” e garantire sicurezza agli abitanti di Israele. Per i Palestinesi “muro di apartheid” con cui il nemico ha inglobato una fetta di Territori palestinesi, sigillando la Striscia dal lato dell’Egitto e pattugliandola dalla parte del mare, dove è impossibile costruire muri. I miliziani, bloccati da cielo, terra e mare, hanno escogitato di scavare tunnel nel sottosuolo (motivo dell’ultima guerra l’estate scorsa) per far arrivare beni di prima necessità, medicine e anche armi con cui difendersi e anche attaccare gli invasori israeliani. Forse sono drastica, ma ho visto il muro e le quotidiane file interminabili di uomini e donne palestinesi che da Betlemme entrano a Gerusalemme per lavorare! Anche i Turchi hanno piazzato chilometri di filo spinato fra Turchia e Grecia, e dato nuovo impulso al progetto di 900 chilometri di muro lungo il confine con la Siria per fermare i fondamentalisti Isis, Ben prima delle incursioni del califfo, l’Iraq aveva conosciuto le steli di cemento di George Bush e le cinture intorno alle ambasciate occidentali di Bagdad e al quartiere sciita di Sadr City. Il Mediterraneo è un altro muro e una tomba per migliaia di clandestini, nonostante i soccorsi di Mare Nostrum. E che dire dell’enclave di Ceuta e Melilla voluta dalla Spagna per avere la porta d’ingresso nel Magreb? Passando all’Europa troviamo in Irlanda del Nord ben 99 muri che dividono cattolici da protestanti. Il record appartiene alla frontiera fra India e Bangladesh, oltre 3.000 chilometri già alzati e un altro migliaio previsto, e seguitando le guerre fra poveri quello fra India e Pakistan di più di 3.000 chilometri e quello fra Pakistan e Afganistan dei talebani di 2.400 chilometri, nonostante la comunanza etnica. Muri, muri, ancora muri fra Bulgaria e Turchia, Uzbekistan e Tagikistan, fra Arabia Saudita e Yemen, fra Oman ed Emirati Arabi, fra Kuwait e Iraq, per non parlare dei 2.700 chilometri nel Sahara voluti dal Marocco. L’Africa fa anch’essa a gara con la barriera elettrificata tra Botswana e Zimbabwe: gli animali selvatici sono il pretesto, i profughi dal secondo al primo paese sono il vero movente. Affacciandoci in America, ecco il muro fra Stati Uniti e Messico avviato da Clinton nel 1994 e poi ampliato per dividere il sud cencioso dal nord opulento! Ma è nei paesi Brics, dove è più larga la forbice fra ricchi e poveri, che vediamo le città divise in quartieri ben distinti, come a San Paolo del Brasile dove 60 chilometri di muro proteggono i signori dal popolo delle favelas. Il muro più vecchio è quello fra la Corea del Nord e quella del Sud: ha 61 anni e si sviluppa in 246 chilometri. Ma anch’esso ha come tutti gli altri un destino segnato: ogni muro nasce per garantire la sopravvivenza degli Stati, costretti, però, a blindare i propri cittadini facendoli vivere da prigionieri inconsapevoli nell’incubo di essere continuamente attaccati dall’esterno.

AUGURI di Buon Natale!

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Novembre 2014

Carissima, carissimo,

rientrato da tre settimane in Brasile, vi comunico alcune esperienze. Sono costretto causa lo spazio a tralasciarne altre: dalla partecipazione a Petropolis alla riunione dei teologi della liberazione alle riflessioni politiche fatte con rappresentanti dei Movimenti Popolari, Sem Terra e Movimento nazionale dei raccoglitori di materiali riciclabili, e con alcuni politici del PT (partito dei lavoratori) che ha espresso per la seconda volta Dilma Rousseff alla presidenza.

La strada, una realtà crudele. Il sole è già alto e forte, illumina e scalda San Paolo, già stremata da un traffico sempre più infernale. Tutti aspettano la pioggia che non arriva, e, quando giunge, è lieve, non bagna, non fuma e non riempie la Barra da Cantareira, il grande bacino idrico della città che si sta giorno dopo giorno prosciugando. In molti quartieri l’acqua è razionata. I ricchi però possono permettersi l’arrivo di camion “pipa” cisterna, per sedare l’assenza di un bene talmente essenziale, di cui ci si ricorda, solo quando manca, senza mai riflettere realmente sul perché, sulle cause.

Sandro, responsabile del Centro San Martino da Lima, dove ogni giorno passano 600 uomini e donne di strada, mi accompagna nel centro della città. Scesi dal metro, ci dirigiamo verso Praça Dom Josè Gaspar. E’ il luogo di riferimento e d’incontro dei bambini e degli adolescenti che vivono direttamente sulla strada. Un censimento dell’associazione di Sandro, ha registrato la presenza di 212 bambini e 221 adolescenti. In piazza ce ne sono almeno una cinquantina, formando piccoli gruppi, come a difesa. Ci avviciniamo ad uno di questi. Sono in sei, tutti adolescenti. Iniziamo a parlare con Diego, ma non è il suo vero nome, è il suo soprannome, il suo nome di “guerra” come ci dice. Vive lì da 7 anni, vi è arrivato quando ne aveva 6. Ha subito imparato a procurarsi il mangiare, l’acqua, vestiti, un po’ di denaro e altre cose che incontra camminando. Ci chiede di seguirlo per mostrarci come si procura queste cose. Sandro ed io ci guardiamo, pensando che voglia coinvolgerci in qualche malefatta. Niente di tutto questo. In pochi minuti, muovendosi come a casa, riesce a procurarsi dai negozianti –dai quali è certamente conosciuto- una bottiglia di acqua, dei biscotti, un panino con la mortadella, una bibita e un complimento. “Tu sei bello”, gli ha detto una giovane ragazza bionda. Si sono fermati a parlare rapidamente. Lei gli ha fatto un altro complimento e un sorriso, poi ha ripreso il cammino. Diego, restò molto felice. Continuando la conversazione ci ha spiegato, che vivendo nella strada si deve “arrangiare”: ou usar o seu carisma-a usare il suo carisma. Egli ruba e ci racconta senza mezze parole i segreti di questo suo “lavoro”, lo chiama così. “Prende i cellulari dalle borse delle persone senza farsene accorgere”. Ci spiega che mai ruba nelle borse leggere di tela, è pericoloso, se ne accorgerebbero subito.

Diego non sa né leggere né scrivere. Ha provato ad andare a scuola, ma non si trovava bene. Era ribelle, litigava continuamente con i compagni. Fu espulso e non ci è più tornato.

Improvvisamente si avvicina a Diego, Davi 2, nel suo gruppo c’è un altro Davi, più grande, di conseguenza lui è il n. 2. Ha sette anni. Al contrario di Diego, chiede l’elemosina e qualsiasi tipo di aiuto. E’ troppo piccolo! Ci racconta che cammina e corre tutto il giorno per il centro. La notte dorme in un carretto al lato della strada con altri due suoi compagni. Dà baci, dice ciao a tutti con una tale simpatia che molti sorridono, mentre alcuni si fermano. Per adesso, ci dice, ho tutto ciò che mi necessita.

Diego ha passato la sua infanzia senza che nessuno avesse cura di lui. Non sa cosa è giocare. Ci racconta che il suo gioco è stato sempre picchiarsi con altri suoi coetanei. Nel frattempo ci hanno raggiunto altri due suoi amici adolescenti. Ascoltando Diego, uno di loro entra nella conversazione. Gli chiediamo il nome e l’età, niente nome, dice solo che ha 13 anni. Ci rivela che il suo divertimento è: “minha brincadeira é usar droga-il mio divertimento è usar droga”, con voce roca e gli occhi quasi chiusi da tanto tirar colla e fumare crack. Non una voce, ma un lamento, come a lanciare un ultimo grido, sapendo di non essere ascoltato e che di lì a poco la sua vita si alzerà come fumo nel cielo.

Ci guardiamo Sandro ed io. Ci sediamo su una panchina di cemento all’inizio del giardino che orna la piazza Josè Gaspar. Il silenzio diventa parte di noi, comprendiamo che il tempo è qui, dentro di noi, è un sentimento che ci accompagna, mentre i nostri sguardi cadono su questi silenzi di vita, che urlano. Spesso il tempo è un nemico che ci corrode la vita e ci consegna al nulla. Oppure è un dono affidato alla nostra responsabilità, rivelandosi compagno?

E’ come uno svegliarsi quando Mateus, 8 anni, batte la sua mano sinistra sul mio ginocchio scoperto, vecchio e fragile. Con il dito ci indica una baracchina piccola, per bambini. Ci chiede di seguirlo, è lì a pochi metri, ci fa girare intorno alcune volte, come a farci capire che quella è la sua casa. Mi inginocchio, ma dopo pochi secondi i miei ginocchi chiedono di rialzarsi. Ci tira per i pantaloni, non vuole che ce ne andiamo. Si avvicina un uomo di strada, alto, si chiama Adalberto. Sicuramente deve avere osservato il nostro stare con Mateus. Ci dice, guardandolo: “Mateus, finge que essa e uma casa, ele tem este sonho-Mateus-fa finta che questa è la sua casa, questo è il suo sogno”.

Progetto Agua Doce – Petropolis/Baixada Fluminense (Rio de Janeiro)

Ho passato cinque giorni tra Petropolis e la Baixada Fluminense ospite di Waldemar Boff. Ho visitato le realtà operative e fatto incontri con gli educatori e formatori popolari che insieme a Waldemar sono punto di riferimento per le popolazioni del quartiere “Sertao de Carangola” a Petropolis e in vari quartier della Baixada in cui operano.

Attualmente il progetto è così sviluppato:

Petropolis-Sertao de Carangola

Nel centro sociale operano tre educatori, Devanise, Delia e Julia. Da lunedì al venerdì, dalle 14 alle 18; circa 30 giovani della comunità partecipano a varie attività: doposcuola, lettura, danza, piccolo artigianato e capoeira.

Baixada Fluminense

1- Asilo Vera con 40 bambini;

2- Casa della Delicatezza e sede Agua Doce.

In questi due locali si svolgono corsi di formazione sulla sostenibilità e l’alfabetizzazione ecologica per adulti delle comunità della Baixada e per le classi delle scuole di Magè. Negli altri due municipi: Duque di Caxia e Belfor Roxo, sono gli educatori che vanno direttamente nelle scuole primarie a fare i corsi di alfabetizzazione ecologica.

Corsi di formazione politica. Sviluppo della conoscenza dei diritti (più avanti troverete un esempio pratico).

Corsi di prima scolarizzazione, richiesto da donne-madri che abitano intorno alla struttura, i “vicini” che non sanno leggere e scrivere bene, sono una ventina le partecipanti.

Nella casa della delicatezza si svolgono anche corsi di cucito e di pittura su tessuto.

All’interno della Scuola elementare di Magè è stata realizzata una biblioteca ecologica, coordinata da Mery.

Remanso. E’ la località dove si trova la foce del rio-fiume Surui, zona di preservazione ecologica che fa parte della Baia di Guanabara, la grande baia che si apre a partire dalla città di Rio de Janeiro. Proprio al termine della foce sorge una struttura di Agua Doce, dove Wanderli, quotidianamente accoglie e spiega l’importanza delle preservazione ambientale, mostrando diapositive, intrattenendo conversazioni con le persone che arrivano, in particolare nel periodo estivo, quando la gente vi si reca per prendere sole o fare un bagno.

Recupero fonti naturali di acqua. Sono state recuperate attraverso un lavoro storico a partire dalla “conoscenza” dei nativi due fonti di acqua purissima. Sono stati fatti i lavori di incanalatura, costruita un’area di sosta, con panchine in muratura per permettere alle persone comodità e possibilità di relazione mentre attendono che il loro turno. E’ stato realizzato un grosso pannello in cui si spiega la storia della fonte e l’importanza della salvaguardia della stessa. Tre volte alla settimana un educatore si siede alla fonte e si intrattiene con i presenti, spiegandone l’importanza e altro che nasce…

Centro “Nonna Angelina”. E’ un centro dove la comunità degli anziani si può ritrovare e passare delle ore parlando, bevendo qualcosa, un biscotto dove, -esempio pratico richiamato sopra, sui diritti- un’educatrice ricostruisce tutta la storia di queste persone per far si che sia riconosciuto loro il diritto ad una pensione sociale o una pensione da lavoro, per chi ha lavorato ma si trova in una condizione di povertà e indigenza che non gli permette di non conoscere i propri diritti. Molte sono le ricostruzioni che vanno a buon fine.

Gli educatori e i formatori che partecipano a questi progetti si chiamano: Waldemar, Sueli, Maria dos Rimedios, Odette, Zè, Conceiçao, Popunha e Ivette.

Asilo Michele Carrara e Centro sociale Maria Barcella

All’arrivo nel quartiere di Vila Esperança dove si trovano l’asilo a piano terra e il centro al primo piano, si percepisce subito un’aria pesante. Entriamo nella strada dedicata a Michele, incontriamo due pioli di cemento piantati ai due lati, sporgono un metro dal marciapiede, nel restante spazio un grande tronco ne impedisce l’accesso. Waldemar saluta alcuni giovani, apparentemente nulla facenti che chiacchierano e passeggiano intorno al tronco. Come d’incanto sorridono, spostano il tronco fino a fare lo spazio per poter passare con la piccola Fiat mille. Percorsi i duecento metri che ci separano dall’asilo che si trova a sinistra e dalla casa da Farinha, dove si preparano rimedi-medicine naturali, qui vi opera Francisca, dobbiamo fermarci una quindicina di metri prima. Da una settimana i “capi del traffico della droga” hanno fatto costruire due muri di cemento larghi un metro e mezzo nel centro della strada per impedire l’accesso. Ci avviamo a piedi verso l’asilo. Attualmente è chiuso. Lo cura Alexandra, che coordina al primo piano diversi corsi di formazione che vedono impegnate una trentina di donne del quartiere: manicure e pedicure, parrucchiera, taglio e cucito, artigianato riciclando carta lucida delle riviste, biscotti e cioccolatini.

La casa da Farinha dove si producono medicine popolari: sciroppi, pomate, capsule, infusi vari, per vari tipi di problemi, oltre a shampo e saponi, è molto frequentata dalle donne del quartiere, avendo queste produzioni un costo bassissimo. Francisca intrattiene le donne spiegando i benefici. Dopo la casa da Farinha, c’è un terreno dove Alexi, un vecchio contadino, insegna a coltivare a orto e frutteto, a otto giovani della favelas dai 13 ai 16 anni.

In merito all’asilo, Agua Doce, è in continuo contatto con il Comune affinché lo prenda in carico. Ma ci sono al momento ci sono grossi problemi. La zona è controllata dai trafficanti e le persone che “dovrebbero” andarci a lavorare se il Comune l’assume, hanno paura. Il capo del traffico ha inviato un emissario da Waldemar, affinché Agua Doce lo passi a loro. Waldemar e la direzione di Agua Doce, si sono naturalmente rifiutati. Aspettiamo gli sviluppi.

L’asilo ha funzionato per quasi venti anni. Accogliendo 40 bambini seguiti da 5 educatrici, una cuoca e una donna delle pulizie. Da ormai un anno è chiuso per mancanza di fondi per sostenerlo.

Casa Vida 1 e 2 – Lavoro con il popolo della strada a San Paolo

Le due Case Vida attualmente accolgono, la prima, 31 bambini, mentre la seconda 32. Tutti nati con AIDS. La stragrande dei quali sono abbandonati dopo la nascita in ospedale senza sapere che ne sono colpiti. Altri, perché la mamma una volta venuta a conoscenza, lo abbandona, perchè povera e senza un compagno. Qui sono accuditi e accompagnati da educatrici, seguono tutto il normale percorso di crescita ed educativo. In alcuni si manifestano dopo qualche anno problemi neurologici e di ritardi. All’età scolare frequentano le scuole come gli altri ragazzi, alcune psicologhe, durante questa crescita aiutano i ragazzi e le ragazze a comprendere la loro malattia. L’associazione Nossa Senhora do Bom Parto, che sostiene questo lavoro e il Centro San Martino de Porres, di cui scriverò a seguire, all’età di sedici-diciotto anni, gli introduce al lavoro attraverso corsi di formazione o inserendoli nella stessa associazione.

Centro San Martino de Porres. E’ il punto di riferimento del Popolo della strada della zona est della città. Il Centro quotidianamente accoglie circa 800 persone. Queste hanno a disposizione bagni, docce, una biblioteca, un pranzo caldo e abbondante, un punto di riferimento dove possono lasciare il proprio indirizzo per ricevere lettere o comunicazioni, una psicologa e vari assistenti sociali, oltre a 30 persone salariate che ci lavorano. La metà delle quali sono ex persone di strada che frequentando il Centro sono riuscite a ricrearsi un’identità e una dignità. La strada è vita e emarginazione, è incontro e violenza.

In questo viaggio ho conosciuto occhi in attesa dell’incontro, quando il buio aveva già sostituito il giorno, occhi come chiusi, palpebre immobili, dure, poi improvvisamente fattesi leggere, trasparenti, richiedenti solo amore. Occhi capaci di incendiare volti pur di trovare orizzonti nuovi. Ogni giorno di più mi accade di scoprire come ci sia, uno sconfinato desiderio di essere ascoltati, di tenerezza. Basta tristezze.

Antonio