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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Luglio 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, siamo certamente in un periodo di grande preoccupazione per i cambiamenti di ogni tipo che stanno avvolgendoci, come già più volte si è detto ed ha ripetuto anche papa Francesco nella sua enciclica. Cambiamenti climatici, politici, sociali di grande portata, che potrebbero arrivare a una situazione di gravi ingiustizie e di profonda riduzione dei diritti. Anche se molti di noi sono in vacanza estiva, le sollecitazioni che si leggono sulla lista postale, dove molti mandano i loro commenti, evidenziano una preoccupazione diffusa. Ma iniziamo con cose più positive e semplici che riguardano solo noi della rete di Verona, il nostro gruppo locale. Ricorderete che in marzo ci siamo incontrati per lanciare una nuova operazione, proposta da Gianfranco Rigoli e Laura Valotto, col sostegno solo da noi di Verona e non dalla Rete nazionale, cioè non con le collette di tutti i 40 (43) gruppi locali che insieme sostengono le iniziative di solidarietà della Rete. Si disse allora, davanti a don Domenico Romani, dell’Opera mazziana, della nostra intenzione di ridurre la quota delle borse di studio a Joao Pessoa, l’”operazione Picotti”, per curare un’analoga iniziativa in un paese che ne ha bisogno di più, cioè in Ghana. E dal prossimo settembre inizieremo a sostenere la frequenza a scuola di qualche decina di ragazze ghanesi, dirottando in Africa parte della nostra colletta veronese. Ne parleremo ancora e spesso, e nella prossima circolare di settembre (questa di luglio comprende anche quella di agosto) manderemo tutto il progetto, luogo, referenti, quota, numero di ragazze sostenute, svolgimento e prospettive. La Rete prosegue l’approfondimento sulla Finanza criminale, introdotto anche dalla circolare nazionale della Segreteria: si vede sempre di più che il mondo è controllato dal denaro, dalla Finanza, che non permette a nessuno, popolo o stato, di sottrarsi ai suoi obblighi e di pagare i debiti, come si vede con la Grecia, che difficilmente potrà ottenere una ridiscussione del suo debito. Ma il problema ormai diventa uno solo: chi ha fatto quei debiti? i cittadini? o le banche? e chi deve pagarli allora ? Non sarebbe ormai il caso di ridiscutere tutto, senza far riferimento a uno sviluppo e una crescita che difficilmente potrà avvenire? Tutti gli stati, anche la Forte Germania, non riescono più ad aumentare significativamente il loro PIL, quindi bisogna rassegnarsi che di denaro ce n’è sempre meno, salvo tra i ricchi e gli straricchi, e i piani di sviluppo devono essere impostati diversamente, cioè puntare alla staticità o alla decrescita, e non ci possono essere più tanti soldi per pagare rate enormi di debiti spesso ingiusti e odiosi. Sto leggendo (oltre all’enciclica “Laudato si’”) un bel libretto di Massimo Cacciari, il filosofo che è stato anche sindaco di Venezia, che porta come titolo “Vie di fuga”. Di fronte alle crisi incombenti e permanenti, ai migranti che arrivano a milioni, di fronte alle stragi terroristiche, al venir meno dei beni comuni e del lavoro, con i poveri in galera e i ricchi sempre più ricchi, dove dobbiamo cercare di andare a finire? quali vie di fuga ci possono essere? è possibile arrivare ad un sistema sociale nuovo basato sui beni comuni? Sono certamente temi su cui riflettere, bisogna avere qualche buon libro da studiare e poi cercare modalità e gruppi in cui discutere, per arrivare ad azioni reali. Mi pare che la nostra nuova opzione solidale con il Ghana possa essere una buona risposta da ogni punto di vista, è una cosa concreta, semplice, limitata, è un segno di speranza, ed agisce in un paese africano e povero, forse contribuirà anche a ridurre il numero di migranti. E ci dà nuove conoscenze e persone con cui dialogare, e soprattutto da ascoltare, perché la lettura del mondo con gli occhi degli africani è certamente molto diversa dalla nostra, dalla ricca Verona. Le nostre piccole operazioni dimostrano che i soldi possono essere importanti, ma non sono la cosa più importante, contano le amicizie, le persone, il confronto, le buone relazioni, e siamo certi che i nuovi amici (amiche) del Ghana aiuteranno ancora noi, sé stessi e la situazione mondiale, come ci hanno aiutato gli amici che abbiamo conosciuto con le operazioni in Guatemala e con l’azione di sostegno all’Opera mazziana a Joao Pessoa. Termino citando una rivista missionaria molto amata da tutti noi, Combonifem, che ci ricorda nel suo ultimo numero quanto è importante avere dei segni di speranza anche in frangenti difficili, vedere il positivo anche quando sembra che le notizie negative siano sovrastanti a tutto. Un sorriso può essere più positivo di un giornale o di un TG. L’immagine concreta che poi ci propone il giornale missionario femminile è relativa ai migranti, migranti per lavoro: l’anno scorso sono stati più gli italiani che hanno lasciato l’Italia per abitare all’estero degli stranieri che hanno deciso di risiedere in Italia, 155.000 contro 92.000. Allora forse non è vero che siamo invasi dagli stranieri, ma invece siamo noi che invadiamo altri paesi. È davvero una notizia strana che deve farci riflettere, perché le notizie ufficiali spesso non corrispondono alla realtà e richiedono invece riflessione e ricerca, cercare notizie alternative, per capire se ci sono altri modi di vedere le cose e di capire come funzionano, e per agire di conseguenza.

Un caro saluto da Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Luglio/Agosto 2015

Carissima, carissimo, “il Brasile é un paese ancora molto diviso: quello dei Signori e quello dei Servi. Non é ancora una Nazione di cittadini. Per la stragrande maggioranza dei cittadini i diritti sono favori concessi loro dai signori”. Così esordiva Waldemar Boff, referente del progetto della Rete, che opera nelle favelas della Baixada Fluminense, una vasta distesa di case povere, popolata da quattro milioni di abitanti. Dove vivono coloro che non sono riusciti, causa la propria povertà, ad abitare a Rio, durante una nostra conversazione. Mentre noi, ci interessiamo dei servi, degli schiavi, del mondo degli oppressi e degli esclusi, di coloro che non sono contabilizzati, perché non hanno un reddito. La massa degli esclusi che sovrabbonda ancora le campagne e le città, costituisce, a suo vedere, la materia prima di un nuovo ordine sociale, fatto di cittadini e di fratelli. Sono loro che costituiscono la promessa di un futuro più umano. Oggi la trasformazione sociale è possibile non con la violenza ma, con la persuasione interiore. Oggi necessita una rivoluzione molecolare, nello svegliarsi delle coscienze, nel riscatto della nostra profonda umanità, attraverso il gesto dell’accoglienza, della parola che illumina, del cuore che si apre alla compassione. Oggi gli esclusi vanno educati dolcemente. Parliamo mentre stiamo arrivando a Pedro do Rio-Vila Leopoldina, dove il compianto, ma sempre vivo in me, Guerino D’Amico di Pescara, che sento al mio fianco con la sua voce grave, gli occhi lucidi e le mani pronte a frugarsi in tasca per distribuire ai bambini che lo circondavano, i reais che conteneva. Piangendo a dirotto. In questo quartiere, grazie alla sua generosità, è stato costruito un asilo dedicato a ricordo di suo figlio Gianfranco. Adesso il Comune l’ha ristrutturato e ampliato, ci sono 90 bambini che dalle 7 alle 16 hanno la possibilità di crescere in serenità, lasciando a casa sofferenza, fame e preoccupazioni. Pedro do Rio è un insieme di casupole di pochi mattoni, lamiere per tetto, terra rossa argillosa umida ovunque, che si attacca alle scarpe. E’ una striscia sopra il fiume dove, un tempo passava la ferrovia. Centinaia di panni stesi fanno da corona, mentre una decina di cani ci fanno da scorta. Nonna Neide ci invita a vedere la sua “casa”, pitturata da poco, pulita, in ordine. Ci dice che sognava una casa così da 50 anni. Trenta metri quadri che condivide con il marito e un figlio. Entrati ci offre un bel “sorriso” e un caffe; facendo attenzione che ognuno abbia il suo cucchiaino. E’ una donna di una dolcezza infinita, dimostra molti anni tante sono le rughe che le hanno scavato il volto. Ne ha 59! Arrivati all’asilo ci viene incontro Dorinha, la direttrice. Sui muri cartelli e disegni che richiamano l’importanza dell’ecologia, del pianeta Terra, disegni e collage. Mi colpisce un manifesto con su scritto: “Amministrare ricchezze del mondo per il bene comune significa che tutti possono avere da mangiare, una casa, l’accesso alla salute e un lavoro. Cose basilari che danno dignità”. Credo che la volontà di giustizia degli educatori insieme ai bambini rendano sublime la vita che c’è in loro. Gli educatori incoraggiano i bambini sottolineandone le qualità. Pranziamo con loro, il mangiare é ottimo, si ride, mentre i loro occhi sono concentrati su di noi. Improvvisamente arriva un giovane scalzo e impolverato, il suo nome è Joao. Dorinha lo inviata a sedersi e a mangiare con noi. Preso il suo piatto, si siede al tavolo a lato, teme di impolverarci… Stando con questi bambini credo che dobbiamo creare la possibilità di fare fiorire nuove forme di vita, di creare forme nuove di fraternità, di introdurre qualità inedite di giustizia e di pace. Incontrando gli impoveriti emerge, sale dentro di noi la consapevolezza che è solo attraverso l’uomo e il mondo che la vita si manifesta. E’ l’esperienza che ti fa uscire da te stesso facendoti penetrare la realtà, creando gioia, presa di coscienza ma anche sofferenza e lotta. Perché l’incontro è sempre arricchimento, solo chi lo sperimenta può capire e comunicarlo, dandogli autorità. L’esperienza è spogliarsi dai preconcetti e da idee precostituite. E’ il modo in cui si interiorizza la realtà e la forma che troviamo per situarci nel mondo insieme agli altri. Come non ricordare in questo luogo, ancora una volta l’amico-fratello Guerino per le emozioni e i giudizi di valore che lo accompagnavano, nell’ottica della liberazione o dell’oppressione, dell’inclusione o dell’esclusione. Guerino vedeva, sentiva la liberazione di questi bambini come un orizzonte prossimo. In questi luoghi si fa presto a pensare al volontariato come ad un momento di crescita interiore, morale ed etica. Penso a gruppi di persone semplici che si incontrano, che si impegnano per cercare di essere in concreto quella piccola goccia nel deserto di un mondo che soffre le ingiustizie provocate dalla nostra società egoista, che opprime, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, che schiavizza, usufruendo del benessere rubato ai più.

Petropolis, luglio 2015

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Luglio/Agosto 2015

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

(Francesco D’Assisi – Il Cantico delle Creature)

Cari amici,  in un piccolo paese della provincia di Macerata, Ripe San Ginesio, appena 800 abitanti, si può vedere realizzata la sostenibilità ambientale, sociale ed economica con un impianto fotovoltaico che produce più della metà del fabbisogno energetico del comune, una scuola elementare ad alta efficienza energetica, oltre 80% di raccolta differenziata, un impianto termico a energia solare che produce acqua calda per la palestra e l’asilo, un anfiteatro all’aperto recuperato da una vecchia cava; un paese, quindi,  a  impatto ambientale  zero, un borgo sostenibile e innovativo, protetto, ma connesso.  Fra le tante iniziative di questo borgo c’è nel mese di luglio un Festival intitolato “Borgofuturo Festival” che dal 2010 immagina una prospettiva di sviluppo per il piccolo centro. Il Festival, negli anni, è diventato il motore del territorio e della comunità ed è stato capace di innescare l’ideazione di un progetto molto più ampio. Scelte precise da parte dell’amministrazione comunale e dell’associazione Borgofuturo hanno avvicinato lo spazio fisico Ripe San Ginesio al luogo simbolico definito dal festival e dalla comunità che lo anima. Partendo da questa scintilla, Borgofuturo si è fatto teatro di un crescente fermento culturale, che ha visto negli ultimi anni una maturazione di relazioni, connessioni e nuove progettualità in ambito creativo e di sostenibilità. Una rete attiva, intrecciata con molte realtà regionali e nazionali che si muovono sugli stessi temi. Una cittadinanza ideale, appunto, che si è mossa nel tentativo di far corrispondere un luogo simbolico ad un luogo reale. Visti i risultati ottenuti, altri obiettivi sono stati fissati, quali: realizzare un borgo sempre più accogliente e solidale, volto all’inclusione sociale; un borgo che sostenga l’economia locale rivolta anche a giovani imprenditori; un borgo che punta sulla cultura arricchendo la Pinacoteca comunale e ospitando manifestazioni culturali; un borgo che tutela territorio e ambiente; un borgo che promuove un turismo sostenibile basato sulle produzioni locali.

Quest’anno uno degli ospiti è stato Serge Latouche che ha parlato della “Decrescita Felice” di cui è fautore insieme a diversi altri pensatori fra filosofi ed economisti. Latouche ha iniziato il suo intervento chiarendo che la parola “decrescita” è uno slogan da contrapporre all’altro slogan “crescita” per far capire con un paradosso quanto sia assurdo pensare di crescere all’infinito in un mondo finito! Il vero senso della “decrescita” sta nell’introdurre nella nostra mentalità un concetto di austerità, di non spreco, di sostenibilità. Il filosofo francese parla di “truffa” degli economisti che hanno trasformato l’economia in un organismo vivente pur sapendo che essa è una scienza astratta; per gli organismi che fra l’altro sono mortali, è opportuno parlare di crescita che, tuttavia, non va avanti all’infinito e ad un certo punto si ferma. Altro “imbroglio” secondo Latouche, è che il capitalismo che prometteva di portare miglioramenti per tutti, di fatto si è allontanato da quegli obiettivi facendo arricchire pochi e impoverire tanti a causa dell’avidità e del profitto sfrenato e che la crescita invece di far aumentare i posti di lavoro, come prometteva, li ha fatti diminuire arrecando, purtroppo, gravi danni alle nuove generazioni. “Tutto ciò ci ha fatto perdere il senso della vita contemplativa e siamo come atrofizzati nella nostra indifferenza.” Tutti possiamo auspicare la crescita, ma in senso biologico non economico. La società consumistica di crescita è destinata a finire come ogni organismo, anch’essa morirà. E se non avremo predisposto un pensiero alternativo come faremo? Altro meccanismo perverso riguarda il sistema bancario europeo nel quale mentre la Banca Centrale Europea eroga prestiti alle banche private a tassi bassissimi, prossimi allo 0%, queste ultime prestano agli Stati a tassi di mercato, quindi molto più alti. Infine Latouche ha portato un esempio di austerità tutta italiana, parlando di un precursore della decrescita, Enrico Berlinguer che parlava di una “terza via” immaginando una possibilità diversa fra comunismo e statalismo, terza via in cui ognuno, uomo o danna, poteva realizzarsi come persona non essendo più un numero come nel sistema statalista. “Decrescita è triste come termine, ma funziona come slogan provocatorio!” dice Latouche – La ricetta che lui propone si riassume nei seguenti concetti: più sociale, giusta concorrenza, no al gioco al massacro firmato globalizzazione, lavoro per tutti (magari a salari e stipendi più bassi e meno ore di lavoro pro capite, pur di lavorare tutti), riorganizzazione dei consumi, localizzazione vietando la delocalizzazione alle imprese, riduzione degli sprechi, riconversione verso fonti rinnovabili, graduale abbandono del petrolio  come fonte energetica, abbandono dei pesticidi e concimi chimici in agricoltura per convertirsi alla green economy, implementazione delle tratte ferroviarie locali e interne  invece di pensare all’alta velocità, acqua e aria pulita.

“Di fronte alla globalizzazione (…) bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. (…) Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale in cui si dibatte.”

Serge Latouche

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Trento – Giugno 2015

Care amiche e cari amici della Rete del Trentino, la circolare nazionale parla del dramma dei profughi, che a ondate sempre crescenti lasciano i loro paesi in guerra o in miseria per cercare una vita migliore, spesso a rischio della vita stessa. E’ evidente che un esodo così massiccio richiede risposte coordinate e lungimiranti e che i singoli stati non sono in grado di far fronte a tragedie di tali dimensioni. E’ però altrettanto odioso vedere partiti che su queste tragedie costruiscono le loro fortune elettorali, sparando menzogne e alimentando paure che alimentano il razzismo più becero.

Mi ha fatto molta impressione la settimana scorsa, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato (20 giugno), partecipare a un dibattito a Rovereto, all’interno del Museo della Guerra, e vedere le immagini di 100 anni fa, quando la popolazione trentina fu costretta a lasciare le proprie case a causa della guerra e finì profuga nei paesi interni dell’Impero (Boemia, Moravia, Alta Austria) o in varie parti d’Italia. Quei nostri nonni profughi in terre straniere e inospitali suscitano ancor oggi in noi commozione e dolore. Una signora di Telve ha ricordato nella tavola rotonda i racconti di sua madre, che fu internata a Mitterndorf con la sua famiglia (solo le donne, i bambini e gli anziani, in quanto gli uomini validi erano al fronte) e le privazioni, le umiliazioni, la disperazione di tante persone. Mi ha colpito ancor di più l’immagine del paese di Marco raso dai bombardamenti: al rientro dei profughi nel 1918 non c’era più niente e la gente fu costretta a vivere in baracche, così come in baracche aveva vissuto per quattro anni nei campi profughi. Ma vedere quelle baracche a Marco, dove oggi altre baracche della protezione civile accolgono i profughi che scappano da altre guerre, mi ha fatto riflettere sulla storia che si ripete, sulle tragedie che ieri colpivano noi e oggi colpiscono altri. Eppure a Marco, come nel resto del Trentino, dell’Italia, della Francia (vedi il dramma dei profughi sugli scogli di Ventimiglia) e dell’Europa (vedi il muro in costruzione in Ungheria) noi ci ostiniamo a respingere questi nuovi profughi, dimenticandoci che anche noi siamo stati profughi di guerra. “Ricordati che sei stato straniero anche tu” è il titolo di un bel libro di Vincenzo Passerini, edito da Il Margine di Trento, in cui l’autore ci richiama al dovere morale dell’accoglienza dello straniero, uno dei precetti fondamentali di tutte le culture, oggi messo in ombra da egoismi personali e collettivi. Passerini chiude il libro con un “manifesto dei migranti”, di estrema attualità. Noi come Rete cerchiamo da tempo di dare il nostro contributo. Con la costituzione dell’Associazione Multicolor stiamo tentando di dare lavoro ad un gruppo di profughi. A questo proposito, vi invitiamo ancora a segnalarci la possibilità di lavori di imbiancatura, giardinaggio, pulizie o altro presso le vostre case o presso amici e conoscenti, ma vi avvertiamo che durante l’estate non sarà possibile rispondere con urgenza alle vostre richieste, perché spesso i ragazzi sono impegnati in lavori saltuari nei campi.

Carissimi saluti a tutte e tutti

Fulvio Gardumi

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Giugno 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, questa lettera è l’occasione periodica di riflessione e discussione sui grandi temi che ci coinvolgono, come scelta personale e spirituale, temi legati alla giustizia e alla responsabilità, in attesa di una vera discussione, possibile solo quando ci possiamo incontrare di persona, nei nostri incontri periodici o anche nell’incontro festoso di fine anno sociale. Quest’anno quell’incontro di festa sarà sabato 13 giugno prossimo, nei Giardini Pettenella Picotti, di via Marsala 12 A. E questo è l’invito di questa comunicazione. Ci vediamo la sera del 13.6, alle 20 circa. E subito dopo questa notizia gioiosa, un’altra comunicazione lieta: è stato proclamato santo il vescovo Romero, come da tempo tutti aspettavamo, salutato come santo da tutti fin dalla sua morte, il 24 maggio 1980. Un vescovo che viene ammazzato durante la messa perché invoca di non uccidere, quanto doveva aspettare per vedere proclamata la sua santità, il suo coraggio, il suo eroismo? Ma forse è stato meglio attendere tanto, perché tutti ormai chiedevano con ansia questa dichiarazione. Molti ricorderanno che un piccola delegazione veronese si è recata in Guatemala nel novembre 2012, 2 anni e mezzo fa, ad incontrare i nostri referenti dell’operazione da noi sostenuta in quel bellissimo e sfortunato paese, operazione che avevamo dedicato al vescovo Gerardi: Juan Conedera Gerardi era il vescovo di Città di Guatemala, ammazzato il 27 aprile 1998 per aver denunciato nel libro “Guatemala Nunca Mas” i nomi di chi aveva ammazzato migliaia di contadini indigeni, mentre dovevano rimanere segreti, e quel libro fu scritto con l’aiuto dei preti e delle parrocchie, che raccolsero le testimonianze. Nel nostro viaggio abbiamo cercato di visitare la tomba di Gerardi nella cripta della Cattedrale della capitale del Guatemala, ma non è ancora aperta.  Per fortuna in quello stesso viaggio abbiamo poi visitato la tomba del vescovo Romero, a San Salvador, nella cripta di quella cattedrale. Oggi governo e popolo salvadoregno lo ricordano come patrono nazionale, come martire del Salvador, ed anche noi lo ricordiamo tale, San Romero d’America, come già aveva indicato il Papa Francesco. L’argomento fondamentale della proposta di questo mese di giugno è una riflessione su quanto è emerso nel Seminario di Isola Vicentina, sulla Finanza criminale che sta uccidendo la democrazia ed i diritti delle persone. E’ il tema che la Rete mette in evidenza quest’anno, con 5 Seminari della Rete distribuiti in tutta Italia; ora si riprenderanno quei temi in una giornata di studio a Camaiore, con tutta la Commissione Finanza, quella che aveva preparato i seminari. A Isola Vicentina eravamo quasi una ventina da Verona, ed ora andremo in 4 a Camaiore per approfondire alcuni di quei temi. La relazione centrale è stata di Marco Bersani, uno dei fondatori della Rete ATTAC, l’Associazione che cerca di tassare le transazioni finanziarie, che ora invece avvengono in assoluta libertà, a solo profitto di chi detiene il denaro, impedendo invece ogni diritto di chi il denaro non ce l’ha, cioè la grande maggioranza della popolazione dei vari stati, e specialmente degli stati poveri, chiamati spesso con sarcasmo e disprezzo “in via di sviluppo”. Non valgono più i diritti dei popoli, delle persone in quanto tali, ma solo i diritti di chi ha il denaro, di chi è un soggetto economico, singoli, associazioni, banche, società, e più grandi sono più potere (e diritti) hanno. La denuncia di Bersani, e di tanti altri nel panorama politico internazionale, è chiara e preoccupatissima. La nuova formula è ormai “più capitale e meno diritti”, che riprende la precedente che sembrava più accettabile “meno stato e più mercato”; pare anche che il nuovo trattato atlantico a favore delle multinazionali (le famose Corporations, prevalentemente nordamericane), il TTIP, sarà approvato dall’Unione Europea a fine anno, peggiorando ancor di più la situazione. Sono argomenti molto complessi e dove è facilissimo imbrogliarsi, perché questa è la volontà continua delle Corporation, fare confusione, imbrogliare e fare affari senza intoppi. Sono invece argomenti che vanno approfonditi e discussi, a tutti i livelli, cercando sintesi semplici e abbastanza facili alle quali attenersi nelle nostre azioni e nelle nostre scelte, anche di solidarietà. Provo ora a proporvi una mia analisi semplificata, soprattutto per innescare la discussione e la possibile necessaria “resistenza” a queste ingiustizie. A mio parere le crisi sono 2, e non una sola. E non sono crisi temporanee, passate le quali torneremo all’equilibrio precedente, ad una vita tollerabile, ma sono crisi che cambieranno completamente la situazione, sono crisi di sistema. La prima crisi è in nome di uno sviluppo uniforme: tutti gli stati devono uniformarsi alle nuove tecnologie, tutti devono avere reti di comunicazioni televisive, telefoniche e di internet simili e omogenee, avere autostrade, servizi di trasporto su rotaie, su gomma e aeree, simili e compatibili. Questo è lo sviluppo, il livello cui tutti devono aspirare e che tutti devono possedere, i diritti di cui tutti devono godere; non esiste più l’andare a piedi, l’aspettare, ed anche nella produzione tutto deve essere industrializzato, perché così si produce di più e le merci sono a disposizione di tutti, senza troppi controlli sulle merci, senza fermarsi a pensare che occorrono denari per godere di quei beni e di quelle merci, e i poveri non ne potranno mai disporre, di un’auto, dell’energia elettrica in casa, eccetera. E così una diga e una centrale elettrica è un’esigenza primaria, nessuno vi si può opporre, perché altrimenti si oppone al progresso, allo sviluppo, si oppone alla vita migliore di tutti (di tutti chi?). Non conta il piccolo, l’esperienza locale, la coltivazione casalinga, le foreste dell’Amazzonia, vanno sostituite con coltivazioni più efficienti, più “economiche”. In America Latina sono molte le popolazioni che si oppongono da tempo a queste scelte che non passano attraverso la discussione con i rappresentanti indigeni. Ma la resistenza pare avvenire solo nei paesi diversi da Usa e Europa, dai paesi più avanzati industrialmente, dal G8, cui ora si aggiungono i nuovi paesi ricchi, i BRICS, Brasile Russia India Cina Sudafrica. Ho visto fotografie recenti delle città cinesi di oggi, città storiche e artistiche, dove accanto alle vecchie case di legno, decorate artisticamente, con vecchie tegole di bambù, spesso patrimonio dell’umanità, nascono a centinaia case nuove tutte uguali, casermoni in cemento armato, con tutti i servizi, l’energia elettrica, l’acqua potabile, le linee telefoniche e a fibra ottica, le fogne. E le vecchie case saranno presto abbandonate, come a Pechino, le vecchie case attorno a piazza Tien An Men. E si costruiscono enormi dighe sui fiumi, si inondano territori immensi, si fanno centrali nucleari vicine al mare, pensando di poter tenere tutto sotto controllo ed opporsi a qualsiasi pericolo o incidente. Tutto viene cementificato, tutto deve essere uguale, lo sviluppo è un obbligo, chi vi si oppone non fa il bene della gente, della città, della zona. E l’abbiamo visto bene l’esempio del Guatemala, ricordate il film “El oro o la vida” che ha introdotto il Convegno della Rete del 2012; dell’oro, del petrolio, dell’energia c’è bisogno, non ci si può opporre al progresso. E si deve scegliere, l’oro o la vita, o l’una o l’altra, sono cose in antitesi. E non scelgono le persone, le istituzioni elette, solo i governi e le banche. I diritti delle persone non contano, contano solo i diritti di chi ha il denaro. La seconda crisi è più feroce, più distruttiva, è la crisi del debito e della schiavitù perpetua, perché per realizzare quello sviluppo gli stati devono acquistare infrastrutture, macchine, tecnologie, e per far questo devono indebitarsi in modo irreparabile. I funzionari ed i politici che decidono queste nuove realizzazioni vengono tranquillamente corrotti, chi si oppone viene semplicemente eliminato, o con un incidente d’auto, o con un assassinio, o con un golpe militare (Marco Bersani ha citato Allende in Cile, o Arbenz in Guatemala, o Mossadeq in Iran); e gli stati si trovano sulle spalle debiti enormi, che non riescono a saldare, non ci riusciranno mai, e diventano così schiavi di chi vende quelle attrezzature, e devono anche votare all’ONU dalla parte di chi li sta impoverendo, depauperizzando. Il libro di Jhon Perkins è chiarissimo nel merito, “Confessioni di un sicario dell’economia”. Perkins era uno di quei sicari; l’economia che viene ammazzata dalla finanza e dalla violenza significa tutti i servizi e i beni comuni che gli stati, le comunità, dovrebbero assicurare ai loro cittadini, scuola sanità servizi. Tutto viene distrutto e sacrificato al debito, imposto e impossibile da togliere. La Grecia ad esempio ne sta diventando la nuova schiava, non se lo toglieranno mai, e l’Italia fra un po’ ne potrebbe seguirne le orme, anche se le sue dimensioni e la sua storia forse impediscono una procedura così drastica. Tutti gli stati poveri dovranno lavorare solo per pagare i debiti, debiti che non hanno voluto. Bersani ha indicato però come nello Statuto dell’ONU si possono (si devono!) rifiutare e non pagare i debiti illegittimi e odiosi, quelli che tolgono il cibo o le cure ai bambini e alle popolazioni, e ha indicato che l’Ecuador è stato uno dei primi stati che ha ridiscusso il suo debito, riducendolo enormemente. Anche Padre Zanotelli l’ha ripetuto con forza: questi debiti odiosi, che tolgono i beni comuni alle popolazioni, vanno eliminati proprio perché odiosi. Questa mi pare la situazione che ci opprime oggi e che potrebbe opprimerci sempre più nel futuro, soprattutto i paesi poveri, i più vulnerabili, anche ai disastri ecologici. Per quale futuro dobbiamo impegnarci? come resistere a queste ingiustizie e ridare i diritti e le risorse per il futuro, ai nostri figli ed ai popoli poveri, che sono un po’ i nostri figli, il nostro futuro? Non può davvero esistere un mondo futuro con le risorse in mano solo ad una minoranza di ricchi, che se le mantengono con ogni mezzo, anche con la violenza. Questo – più o meno – è lo stato delle cose, la prospettiva di sviluppo obbligato e di debiti incombenti. Quale rivoluzione si preparerà? La faranno certamente i popoli poveri, i ricchi non vogliono cambiare e difficilmente cercheranno cambiamenti possibili. Ma anche da noi ci sono ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Anche da noi ci si deve ribellare. E poi ci si meraviglia di tanti migranti, di tanta gente che fugge dall’Africa, dal Medio Oriente, dalla Tailandia, da guerre e dalla miseria, da una situazione che non assicura niente ai loro figli. Quando si è alla disperazione si fugge, disposti a tutti, non si ha nulla da perdere. Era così anche in Italia, dal 1830 al 1950, rileggiamoci quei racconti di emigrazione e di disperazione. Bisogna cambiare le cose là, certamente, ma come? Chi lo dice, in realtà non vuole spendere nemmeno un cent per cambiare la situazione nei paesi poveri, figuriamoci se è disposto a impegnarsi in un’azione politica. Noi con la Rete abbiamo preso un piccolo impegno in questo senso, di assistere concretamente i loro progetti di liberazione, anche piccoli ma reali. Ricordiamo le parole di Paul Gauthier a Ettore Masina “Non venite qui ad aiutarci, cambiate le situazioni di schiavitù e asservimento nei vostri paesi”. Non è cambiato niente, se non in peggio. Il movimento mondiale per l’acqua è il primo movimento che si è mosso concretamente per opporsi, perché l’acqua non è una merce, è un bene primario, una necessità per la vita. Ma c’è invece un movimento globale per rendere private anche queste aziende, tutto privato, in mano a poche aziende controllate dal capitale, con movimenti enormi per acquisire clienti, per concentrare il capitale in mano ad alcune aziende più grandi e più forti che determinano ogni aspetto nel settore. Adesso si vuole concentrare anche le aziende di servizi: ha telefonato a casa nostra l’azienda di Milano A2A, per togliere clienti alla nostra AGSM. Se ci sarà un guasto arriveranno i tecnici da Milano? O non è meglio tenerci i nostri e fare più attenzione al territorio, ai nostri diritti, ai beni comuni? nostri e di tutte le persone umane? Sono argomenti enormi e complessi, e saranno quelli in discussione nei prossimi anni, di fronte ai cataclismi ecologici che potrebbero distruggere l’umanità nei prossimi 10-20 anni. Avremo molte occasioni per riflettere e discutere, iniziamo ora. E il primo incontro  sarà sabato 13 prossimo, vi aspettiamo. Un caro saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Roma – Giugno 2015

Carissimi amiche e amici, alcune considerazioni su temi diversi.

Finanza speculativa

Da molti mesi la nostra Rete, avvertendo l’estrema importanza dello strapotere della finanza internazionale nel mondo globalizzato, tale da condizionare la politica dei governi e, di riflesso, di influenzare negativamente le condizioni dei popoli del Sud del pianeta, dove tentiamo di concretizzare la nostra solidarietà, ha deciso di affrontare l’argomento. Si è costituita una Commissione finanza che dopo un egregio lavoro ha fornito elementi di indirizzo per la discussione in cinque seminari interregionali (a quello di Salerno non è potuto andare alcuno di Roma, purtroppo). In autunno si terrà un seminario nazionale dove verranno tratte le conclusioni del lavoro svolto. Da notare che “Finanza speculativa” è sinonimo di “Finanza criminale”, termine probabilmente più adatto per indicare le finalità dei potentati finanziari volti a sottomettere tutto e tutti ai loro voleri. Ricordo che parecchi decenni addietro il nostro Ettore ci parlò in alcune sue circolari della “Trilaterale”, dandone un giudizio negativo in quanto rappresentava, in certo modo, una istituzione tendente a distorcere le normali intese politico-economiche tra gli Stati. Oggi il problema è molto più preoccupante.

Islamismo e mondo arabo

L’arretratezza di tutto il mondo arabo, innegabile, in gran parte dovuta alle divisioni tra le diverse correnti religiose dell’islamismo (perdonate la non proprietà del mio linguaggio al riguardo) in lotta spesso feroce tra loro, hanno prima causato il tramonto delle speranze suscitate dalle cosiddette “primavere arabe” e poi generato comportamenti pazzeschi, come stragi di innocenti, decapitazioni e altre crudeltà fomentati dall’ISIS e attuati in Africa, Medio Oriente, Europa. In Occidente si tende per lo più ad attribuire simili barbarie al fondamentalismo islamico e al dettato coranico spinto alle estreme conseguenze. Non è così; in questa materia non si può cedere al semplicismo. L’autore marocchino Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere e giornalista, Premio Goncourt nel 1987, nel suo libro E’ questo l’Islam che fa paura, edito in Italia da Bompiani, cerca di sfatare luoghi comuni diffusi. A proposito di autori di crimini commessi in Francia da figli di immigrati scrive: “Per la schiacciante maggioranza dei musulmani, sono degli ignoranti e dei criminali che si servono dell’islam come copertura per realizzare i propri programmi. Non c’è nulla di peggio dell’ignoranza accresciuta dall’arroganza. Va detto però che, anche se si dimostra…che sono dei cattivi musulmani, per la maggior parte della gente è questo il volto orribile dell’islam che resta impresso. Ci vorrà molto lavoro da parte dei media, molta pedagogia nelle scuole per cancellare questa immagine” (pag.29). Più avanti l’autore cita il prof.Henry Laurens, insegnante di storia contemporanea del mondo arabo e musulmano al Collège de France (Le Figaro, 15 gennaio 2015): “Penso che la prima causa dell’islamofobia derivi da certi musulmani che incitano all’odio…”. Per poi proseguire: “Quando si legge con intelligenza il Corano, ci si rende conto che è un testo di grande bellezza, pieno di poesia e di umanità. Ma appena si mettono gli occhiali della lettura letterale, quando si interpreta in modo ristretto, si può fargli dire quello che si vuole” (pagg.54 e 55). E’ qui che noi dobbiamo riflettere prima di lanciare facili condanne. La conclusione del nostro scrittore è la seguente: “Non è l’islam che va cambiato, sono i musulmani. Per questo vanno previste e intraprese azioni educative che coinvolgano diverse generazioni” (pag.78). Ci sarà il tempo necessario affinché si realizzi un così lungo percorso? Lo speriamo vivamente.

Fraternità, uno dei tre princìpi del 1989

Padre Ernesto Balducci citava frequentemente i tre sacri princìpi della Rivoluzione francese, tenendoli in gran conto e attribuendo loro un valore universale e permanente. Non sono però tutti egualmente rispettati. Ricordiamo intanto che fraternità e fratellanza sono sinonimi. Lo scrittore belga David van Reybrouck, vincitore dell’ultimo premio letterario internazionale Tiziano Terzani, nota che mentre il Diciannovesimo secolo è stato il secolo dell’uguaglianza e il Ventesimo quello della libertà, il Ventunesimo dovrebbe essere quello della fraternità. In realtà gli ostacoli appaiono consistenti: nel Trattato di Lisbona – osserva lo scrittore – la parola ‘libertà’ ricorre 38 volte; la parola ‘uguaglianza’ 26 volte; la parola ‘fraternità o fratellanza non appare mai. Forse perché la “fraternité” è un valore fastidioso. Desumo tutto questo da un articolo apparso su il Fatto Quotidiano dell’8 maggio scorso dal titolo significativo “Abbiamo perso la fratellanza”, ricco di molte altre riflessioni attinenti al tema. Sapete, amici, quante volte ho menzionato la fratellanza universale quale astro da raggiungere per la pacificazione del genere umano, e aldilà della realizzabilità del sogno. Per quanto mi riguarda continuerò a “sognare” e a sostenerlo essendomi convinto della sua sacralità, insieme alla compagna di una vita, poco a poco, nel volgere degli ultimi decenni. Lo affermo in tutte le occasioni, parlandone con chiunque sia disposto ad ascoltarmi, senza timore di apparire un illuso o un ingenuo. E convinto di essere sulla strada giusta.

Medici Contro la Tortura

L’associazione MCT che seguiamo da un ventennio, oltre che a proseguire sul suo cammino recando benefici consistenti a un numero sempre elevato di vittime di tortura, ha intrapreso un rinnovamento significativo della sua strutturazione per adeguarla ai tempi cambiati, allo scopo di renderla sempre più efficiente. Sono stato presente a due assemblee indette a tal fine e sono rimasto ammirato dalla rinnovata passione di tutti i partecipanti, ampliatisi con nuove adesioni, e dal realismo con cui stanno affrontando il loro compito. In Italia manca tuttora una seria legge contro la tortura; quella messa in cantiere dopo la reprimenda di Strasburgo è largamente incompleta e, inoltre, si basa sugli avvenimenti della Diaz del 2001, mentre avrebbe dovuto puntare, a mio parere, in presenza o meno di una denuncia specifica, sui fatti di Bolzaneto. Alla Diaz si trattò di un massacro (una “macelleria messicana”, come la definì un vicequestore); alla caserma di Bolzaneto si verificarono invece torture vere e proprie, prolungate e differenziate. La storia si incaricherà di ristabilire la verità. Sarebbe interessante un parere dei nostri amici medici.

La Convenzione sociale

Alla recente due giorni della convenzione svoltasi a Roma ho potuto affacciarmi solo il primo giorno, ma Serena l’ha seguita tutta. Chi legge i giornali – i tg sono in genere ancor più inattendibili – può essersi reso conto, in specie leggendo il Fatto, del tenore della discussione ricca di interventi, tra i quali assai significativi quelli di Landini, Rodotà, Carlassare. C’è ancora tanto lavoro da fare per creare questo nuovo soggetto politico-sociale, non partitico ma in grado di condizionare i vecchi partiti e di orientare i cittadini a impegnarsi in prima persona, con un lavoro sul territorio, per creare nuove prospettive di partecipazione e rinnovamento. Secondo me la partecipazione al progetto di associazioni come Libera di don Ciotti e tante altre simili è garanzia di serietà e volontà di essere costruttivi. Calunnie e derisioni della politica corrotta non sfiorano minimamente i promotori e gli aderenti all’iniziativa. E’ chiaro che occorrerà un certo tempo per definirne i contorni e per vedere i primi risultati. Giorni prima ero stato all’assemblea di “Libertà e Giustizia”, a Testaccio, dove sono stati trattati i temi politici del momento. Ho apprezzato assai gli interventi di Paul Ginsburg, di Stefano Rodotà e di Maurizio Landini, in certo modo anticipatori della convenzione del 6 e 7. La voglia di fare, di cambiare, ma sul serio, non manca; la folta folla intervenuta e gli applausi insistiti lo attestano.

Unione Europea, migranti, Italia

La questione dei migranti sta diventando incandescente. Del dare soccorso ai disperati che fuggono da condizioni di vita inumane e dalla morte si occupano davvero solo i soccorritori in mare e pochi altri sulla terraferma. La UE, l’ONU, molti e civili Paesi europei se ne disinteressano o fingono di fare qualcosa. Il nostro Paese non riesce a farsi ascoltare in Europa e vediamo che l’insofferenza verso gli ultimi della Terra cresce di giorno in giorno, non solo a opera dei fascisti cavernicoli della Lega e dei loro simili, ma di buona parte dell’opinione pubblica, priva di un minimo di umanità. Quindi: nessuna conclusione alle viste. C’è da chiedersi se l’Europa, nata male e proseguita peggio (vedi il caso Grecia) avrà un futuro. Barbara Spinelli sostiene in sostanza che c’è del marcio nella nascita dell’euro: si unificano le monete senza una unità politica fra europei e una vera costituzione democratica. Ecco, dico io, le meraviglie del liberismo e dei cosiddetti mercati. Papa Francesco, quasi in solitudine, dà esempi di buona volontà accogliendo un po’ di senza tetto e predicando misericordia. Basta? Gli si presta ascolto? Non cediamo allo sgomento. Chi può prosegua in quanto di buono, di altruistico, sta facendo; sarà di esempio.

Un saluto più di sempre fraterno.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Maggio e Giugno 2015

Ci sono delle guerre, e la gente è costretta a scappare per mettersi in salvo.

Ci sono secoli di sfruttamento coloniale, per cui l’Africa è poverissima. C’è lo sfruttamento anche oggi in tempo reale, da parte delle Multinazionali, Congo e Nigeria, Paesi potenzialmente ricchi, con il 90% della popolazione in miseria.

Ci sono le guerre d’aggressione degli Usa, che hanno seminato odio e desiderio di vendetta.

Ci sono i finanziatori che seminano fondamentalismo religioso per acquisire potere, e la ricchezza l’hanno già.

Ci sono guerre di religione che collocano una parte del Pianeta indietro di secoli, prima dell’Illuminismo.

Ci sono i mercanti d’armi, e sono fra noi, che agiscono indisturbati nell’ombra, e nessuno, pur conoscendoli, li tocca, perché danno lavoro a coloro che si arricchiscono costruendole.

Ci sono le religioni che non dicono il nome del cancro, il desiderio di ricchezza, il sogno americano, il capitalismo, perché ne sono contaminate.

Ci sono dei capitalisti ricchissimi che navigano fra i vari paradisi fiscali, nessun radar li intercetta.

Ci sono poveri che, finché sono tali, cercano la giustizia, poi quando non lo sono più, cercano la ricchezza e delegano a i poveri rimasti l’impegno per la giustizia.

Ci sono le differenze blasfema fra il Nord e il Sud del mondo, dove il 10% mangia l’90% della torta.

Ci sono i mass-media che predicano per 24 ore al giorno il “Beati i ricchi”, l’individualismo, la competizione, e spaccia per verità il pensiero unico neoliberista, lavorando in modo che i poveri si combattano fra loro mentre l’oligarchia dei ricchi e potenti continua a prosperare tranquilla.

Ci sono gli inganni delle promesse che ognuno potrà vincere, fare fortuna, avere successo, arrivare primo o fra i primi, mentre la realtà è che se uno vince, l’altro perde.

Ci sono quelli che costruiscono il loro potere politico sugli aspetti negativi della nostra società e della nostra cultura, per cui questo negativo è destinato a crescere, questa metastasi a proliferare, a vantaggio di chi?

Non c’è nessuno che sia al potere, che pensi che se le spese destinate agli armamenti – tre milioni al minuto – venissero usate per creare giustizia ed eguaglianza, dopo, degli armamenti, non ce ne sarebbe più bisogno.

Non c’è nessuno che pensi di usare i soldi che i migranti danno agli scafisti per trasportare al sicuro i migranti stessi, e metterli in condizione di contribuire al loro sostentamento – 3/4.000$ è il costo di un viaggio a rischio della morte.

Di fronte a tutto ciò e a molto altro, tutto diventa occasione per spargere semi di futuro e piantare la segnaletica della speranza. È fondamentale riconoscere e accogliere l’alterità come ricchezza delle differenze per superare l’individualismo che ci rende in-differenti per camminare sperimentando nuovi percorsi di giustizia locale e globale.

Fino a comprendere che nei nostri ritmi quotidiani, nei nostri ritmi dell’esistenza, ogni piccola scelta potrà sembrare inutile, ma può essere l’azione che manca, il momento vitale necessario per qualcosa di più ampio, di necessario, di più grande.

Un invito a guardare, a capire la forza del presente, l’unico terreno sul quale potremo concretamente agire per far sì che la nostra vita esprima la bellezza e l’unicità del suo senso. E perché è dai piccoli cambiamenti che fiorisce la speranza del mondo.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Giugno e Luglio 2015

 I poveri in genere non fanno paura, fanno paura i poveri che pensano.

Eduardo Galeano

Carissime/i, questa ns lettera, come ogni anno, ci ricorda impegni, date e ricordi per i prossimi due mesi, giugno e luglio. Il primo invito è per martedì 23 giugno 2015 alle ore 21 precise a casa di Gianna Elvio via Spalato 9 Padova (049 618997) sarà tra noi Beppe Ghilardi della Rete di Casale Monferrato; Beppe è infermiere al Pronto Soccorso nel Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione. Nello scorso febbraio ha passato tre settimane tra i contadini di Haiti, accompagnato dagli amici di FDDPA. Di lui ha scritto Jean Bonnélus: “Abbiamo apprezzato molto il suo metodo di lavoro e la dedizione che ha dimostrato durante il suo soggiorno qui, e soprattutto la sua solidarietà attraverso consigli, osservazioni e le buone idee che ci ha prodigato. Una volta arrivato qui, non si è comportato come un osservatore ma come un vero uomo d´azione. E’ esattamente di questo tipo di solidarietà che abbiamo bisogno e che abbiamo sempre avuto con la RETE. Noi ne siamo molto riconoscenti”. Ascolteremo con attenzione il racconto che vorrà farci della sua esperienza. Vi aspettiamo numerosi. Per continuare a fare memoria di p. Lele nel 30° della sua uccisione come ogni anno, in una domenica di metà luglio, ci sarà una messa nella chiesa di San Giuseppe a Padova (per la data e l’orario sentire la parrocchia (049 8718626) e/o missionari comboniani (049 8751506). Noi lo ricordiamo con un testo sulla “memoria dei martiri” e con l’invito alle celebrazioni che ci saranno nel mese di luglio.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2015

Il Seminario Nord-Est, come già si è detto, è per noi domenica 10 maggio, a Isola Vicentina dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013, il Convento di Santa Maria del Cengio.

MEMORIA: Gli amici del Guatemala ci hanno mandato delle foto in memoria dell’assassinio del vescovo Juan Gerardi Conedera, per il suo 17° anniversario, 26 aprile 1998, l’indomani degli accordi di pace, assassinio legato alla pubblicazione di “Guatemala Nunca Mas”, con la denuncia dei nomi dei militari assassini degli eccidi, che dovevano rimanere segreti.

Ci comunica quanto segue il Dottor Rigoli, l’amico Gianco: la proposta di una nuova operazione della nostra Rete di Verona in Ghana, proseguendo il nuovo impegno in Africa.

Cari amici della Rete Radié Resch di Verona, come alcuni di voi già sanno e come Dino ha anticipato nella lettera circolare di aprile, a fine marzo ho compiuto un breve viaggio in Ghana, in compagnia di Olivia, una cara amica di origini ghanesi. Pur conoscendo già la realtà di quel paese, che avevo visitato con Laura e gli amici Fenzi cinque anni fa, posso ben dire di aver ripetuto quell’esperienza di “viaggio all’altro mondo”. Prima di tutto, fin da subito, appena salito sull’aereo che da Amsterdam decollava verso Accra, l’avvertire sulla MIA pelle ciò che tanti cosiddetti “extra-comunitari” (termine che non mi è mai piaciuto, in quanto figlio di una mentalità e di una politica di esclusione) provano sulla propria qui da noi: l’essere minoranza, “scolorata” nel mio caso, visti i pochi visi pallido-slavati durante il volo e soprattutto una volta sbarcato all’aeroporto della capitale.

Tuttavia devo dire che mi ha colpito, a parte l’invadenza degli autisti dei taxi in cerca di un facile guadagno coll’”obrunì” (uomo bianco), l’accoglienza in generale calorosa, sorridente, talora addirittura riverente della maggior parte delle persone che ho incontrato, quasi fossi un ospite d’onore, così diversa dallo sguardo diffidente, timoroso, se non apertamente ostile, che tanti nostri fratelli africani sentono pesare su di sé nelle nostre città (anche se, come è ovvio, anche in Ghana non son tutte rose e fiori, visto che non mancano gli episodi di violenza , specie nella capitale e nelle ore notturne, ai danni di cittadini stranieri). In secondo luogo il fatto di aver vissuto l’intero periodo del mio soggiorno ai ritmi scanditi dalla luce del sole: per la maggior parte del tempo, infatti, mancava la corrente elettrica, che   veniva erogata per 12 ore e sospesa per le successive 24. Quindi ci si svegliava alle prime delle luci dell’alba, col canto del gallo o di qualche uccello tropicale, e si andava a letto presto, subito dopo il tramonto e con un filo d’acqua, visto che la pompa del pozzo non poteva funzionare se non con l’uso del generatore, per chi se lo poteva permettere. Una sensazione d’altri tempi, senza il bla-bla di mamma tivù: essere “costretti” a parlare con qualcuno, a pensare a sé stessi, ad apprezzare gli aspetti essenziali della vita. A questa atmosfera aggiungete un concetto del tempo completamente diverso dal nostro, dove ogni orario è a dir poco approssimativo ed ogni appuntamento è rispettato sì, ma certo senza la preoccupazione di farsi aspettare: prima o poi, con la dovuta calma, si arriva… E per contrasto la gran confusione nelle città, soprattutto nella capitale, intasate da migliaia di taxi e “tro-tro” (furgoni più o meno scassati dediti al trasporto di persone), col suono continuo dei clacson e la massa itinerante di persone, soprattutto donne, nei mercati veri e propri (grandissimo quello di Accra, una vera città-mercato! ) e in quelli lungo le vie e gli incroci stradali principali, coi fardelli più diversi sopra le loro teste: caschi di banane, ananas e frutta di vario genere, acqua, pesce, polenta (di color lilla, prodotta da un mais viola), legna, biancheria, fino ai mobiletti e persino ad una macchina da cucire… Sono presenti nelle città i segni di una crescita caotica e di un’urbanizzazione progressiva, che si leggono soprattutto nella costruzione disordinata delle abitazioni e nei lavori di perenne sistemazione delle poche strade asfaltate. Accanto ai palazzi moderni, quasi tutti sede di banche, e alle residenze recintate e spesso vigilate dei ricchi, si susseguono decine di baraccopoli prive dei servizi essenziali, per le quali il fiume, quando c’è, rappresenta luogo di pulizia personale, di scarico delle acque di tutti i tipi nonché di lavaggio delle stoviglie e degli indumenti… Man mano che ci si allontana dalle città, torna il volto più tradizionale dell’ Africa: il bel paesaggio, dove qua e là non mancano certo le tracce della violenza dell’uomo sull’ambiente, ed i villaggi nei quali è evidente una diffusa povertà che, pur vissuta con grande dignità, non può non suscitare sentimenti di rabbia e di colpa, perché ne tocchi con mano la profonda ingiustizia: riusciremo mai, noi evoluti (?) europei, a restituire a questi popoli una minima parte di quanto , in risorse umane e naturali, abbiamo loro depredato nei secoli, cosa che, con perseveranza diabolica, continuiamo a fare? Mi sono reso conto che le operazioni della Rete, pur di limitate dimensioni, hanno un grande valore simbolico per le popolazioni che, come se si trattasse degli effetti della sorte, noi ci ostiniamo a chiamare meno fortunate di noi: soprattutto perché fanno loro cogliere il nostro impegno a mantenere cuore ed occhi aperti sul perpetuarsi dell’ingiustizia, ed il nostro sforzo, nella condivisione di obiettivi “primari” (tutela dell’ambiente, promozione della salute e dell’educazione), di educare noi stessi alla limitazione del consumo di cose non essenziali. In quest’ottica è stata accolta con entusiasmo la proposta della Rete di Verona di dare supporto al percorso educativo delle ragazze del piccolo villaggio di Adjumako, nella consapevolezza generale che, anche se non cambierà il mondo, questo piccolo seme, come quello della senape evangelica, può far crescere un albero grande, alla cui cura saremo chiamati tutti a collaborare, qui da noi come lì da loro, in spirito di vera amicizia. Come sottolineava Riccardo Petrella durante il suo intervento all’ultimo convegno nazionale della Rete, come esseri umani non siamo fatti per adattarci , ma per fare progetti, esercitare una capacità profetica, trasformare sogni in realtà. Diceva anche che essere solidali non significa fare la carità, ma essere “in solidum”, essere “con”. E’ quello che ci ripetiamo spesso anche nei nostri incontri , ed   è qualcosa che ho potuto percepire pienamente qui in Ghana perché ho avuto anch’io, come tanti amici in giro per il mondo, l’occasione di incontrare, non con atteggiamento paternalistico ma con animo sinceramente solidale, uomini e donne ( soprattutto donne!) che in terre lontane sono i veri protagonisti delle operazioni della Rete , e testimoniano in prima persona la speranza, il desiderio di riscatto , l’amore per la terra e per la pace. Uomini e donne cui, credo, tutti noi dobbiamo molto.

Gianco

Arrivederci a Isola Vicentina. Un cordiale saluto solidale da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Maggio 2015

“Un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi quando ognuno di noi decide di migliorare se stesso!”

(Gandhi)

Carissime/i, ogni mese cerchiamo con questa lettera di trasmettervi notizie, fatti, resoconti e impegni che il nostro gruppo vive e opera quotidianamente come Rete, in particolare con Haiti. Per cominciare, alcune informazioni: Domenica 10 maggio si è svolto il seminario interregionale ad Isola Vicentina con tema finanza criminale e iniziative di contrasto, presenti le reti del triveneto e quella di Brescia, eravamo un bel gruppo con persone che normalmente non si vedono neppure ai convegni. Abbiamo ascoltato esperienze concrete e la lucida e appassionata analisi di Marco Bersani, membro attivo di ATTAC e persona impegnata individualmente nelle tante iniziative di resistenza quotidiane. Il suo intervento è stato registrato e speriamo di avere presto il testo da divulgare. Lunedì 18 maggio alle ore 20 e 45 al CSI di Padova, a fianco della chiesa di San Giuseppe, ricordiamo padre Ezechiele Ramin nel trentesimo anniversario della sua uccisione con un incontro dal titolo “esistere per gli altri”. Sabato 23 e domenica 24 maggio al cinema Rex (a fianco della chiesa del Cristo Re) è previsto l’annuale incontro con padre Alberto Maggi (servi di Maria) con titolo “I pranzi di Gesù”. Mentre giovedì 23 aprile ci siamo incontrati a casa di Elvio e Gianna per ricordare la nostra cara e amata Dadoue, uccisa il 24 aprile 2010, presenti anche gli amici di Chiarano. Di seguito, alcune parole che sono scaturite dagli interventi.

Il 24 aprile del 2010 Jean tra le lacrime ci informa della tragica uccisione di Dadoue e termina con le parole che tutto deve continuare come prima. Dadoue aveva un sogno perché il cambiamento era un sogno. Ha continuato a sognare anche quando c’era la dittatura. Incoraggiava i contadini a vivere insieme, a formare piccoli gruppi; ha iniziato le scuole e le cooperative; ha fatto il possibile perché i bambini restassero nella loro terra e non venissero adottati. Lei incoraggiava noi di Padova Anche noi dobbiamo continuare a lavorare nel suo nome. Dadoue ci aiuta con il suo modo di vivere perché affrontava la realtà con allegria, con fede e con determinazione. Sognava di rinverdire le sue montagne e così dove andava seminava con entusiasmo. Nel 2005 non c’era un filo d’erba e la scuola era una baracca di frasche. Ora Katienne e Dofinè sono un giardino. Oltre ad essere una sognatrice, Dadoue aveva molta determinazione. Ha avuto il coraggio di restare suora laica, ma di uscire dal convento in cui mangiava tre volte al giorno, per stare con gli ultimi. In quel tempo era molto giovane e per tre anni ha lottato duramente e da sola. Poi, uscitane ha incontrato Frantz Grandoit che l’ha incoraggiata a lavorare con i contadini sulla montagna. E lei è salita da sola. E ha avviato a Dofinè la scuola e dato vita a FDDPA. Nel 2008 FDDPA era una piccola organizzazione nata tra i contadini poveri. Ora c’è gente che partecipa a vari livelli. La forza di FDDPA viene dalla partecipazione e dalla solidarietà. Martine, moglie di Jean, Ha avuto una vera conversione. Dadoue voleva che si impegnasse in FDDPA, ma lei regolarmente rifiutava perché non aveva tempo Ad un certo momento ha voluto provare e poi ha acconsentito. Dadoue creava, inventava, lavorava per i dimenticati, per gli ultimi, aveva fede, accettava tutti senza guardare alla religione. Nell’ultimo periodo della sua vita Dadoue si è ritirata a Fondol. Era stata sconvolta dal terremoto perché aveva visto molti morti e altrettanti vivi sotto le macerie. Questo disastro ha ingigantito la grandezza della sua miseria. E sosteneva ugualmente: ”Noi che abbiamo avuto salva la vita dobbiamo andare avanti più di prima”: Lì sulle montagne di Haiti c’è il cambiamento, ma le cause del malessere si trovano qui in tanti piccoli modi. Concludendo, Dadoue ci aiuta con il suo modo di vivere perché affrontava la realtà con allegria, con fede e con determinazione.