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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Marzo 2016

L’inclinazione degli uomini a ritenere importanti piccole cose ha prodotto moltissime cose grandi.

George Christoph

Carissime/i, questa lettera vi arriva mentre Marianita, Francesco, Beppe, Duccio e Toni sono ad Haiti. Un viaggio per alcuni di conoscenza, ma comunque impegnativo sul piano della salute e delle necessarie cure mediche: due medici e un infermiere hanno dato la loro disponibilità per aiutare e suggerire comportamenti e buone pratiche sanitarie. Durante la loro permanenza si svolgerà, nella casa di Daduoe, un “seminario di salute” che coinvolgerà molte persone. Nella prossima lettera vi informeremo con un “diario” di questo impegnativo viaggio. Nel prossimo mese di aprile ricorre il ricordo della drammatica uccisione di Daduoe (24 aprile 2010) e pensiamo di ritrovarci per fare memoria e anche per ascoltare il racconto del viaggio in Haiti. L’invito nella lettera di aprile con l’impegno di ritrovarci in tanti. Di seguito, una lettera di José Maria Allauca (un testimone ecuadoregno al Convegno del 1992), spedita ad un amico della Rete di Isola Vicentina. Aver ricevuto una lettera dopo tanto tempo dimostra una continua grande amicizia. Come sempre alleghiamo la circolare nazionale e, inoltre, il programma del coordinamento di Pescara. In allegato tutto il necessario per partecipare al convegno: il programma, la scheda per l’iscrizione e, l’invito. Per quanti avessero difficoltà a inviare la scheda, è sufficiente telefonare ai numeri che ci sono alla fine del programma.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Novembre 2016

“Se io potrò impedire

a un cuore di non spezzarsi

non avrò vissuto invano.

Se allevierò il dolore di una vita

o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto

a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano”

Emily Dickinson

Care amiche, cari amici, apriamo questa circolare pensando a Gianna che ci ha lasciato: non sentiamo la sua voce, né vediamo il suo sorriso, ci manca il suo affetto, la sua attenzione, il suo prendersi cura di ciascuna e ciascuno di noi, ma anche la sua indignazione davanti alle ingiustizie, il suo desiderio di un mondo migliore. Quello che ci ha donato in tutti questi anni rimane però dentro di noi e ci aiuterà nel nostro cammino. Vogliamo ricordarla con le parole semplici e profonde lette dai suoi nipoti durante l’eucaristia di commiato: “Una nonna è qualcosa di speciale. La nonna Gianna è la persona che più ci ha insegnato a stare con gli altri. Lei non riusciva a parlare male mai di nessuno, trovava sempre qualcosa di buono in tutto e tutti, poteva essere la persona più antipatica e maleducata possibile ma lei diceva: “è una brava persona e ha dei begli occhi”. Invidiamo la sua bontà, lei non giudicava mai nessuno, non aveva pregiudizi. Grazie nonna per averci insegnato a cercare il meglio nelle persone e ad apprezzarle per quello che sono. Lei non chiudeva mai le porte a nessuno, era sempre disponibile per ascoltare e aveva sempre le parole giuste per tutti. Grazie nonna per aver donato, insieme al nonno, a tutti noi otto nipoti, il tuo amore, la tua saggezza, la tua semplicità, “il vostro dovere è andare bene a scuola e voler bene ai vostri genitori”, ci ripetevi sempre. Ma grazie soprattutto per aver cresciuto quattro splendidi figli, che ora sono i nostri splendidi genitori e zii, e che ogni giorno ci trasmettono valori e affetto. Se siamo una famiglia bellissima e così unita è grazie a te, e per questo non riusciremo mai a ringraziarti abbastanza. Nonna, abbiamo impresse dentro di noi tante immagini che non svaniranno mai, come il sorriso con cui hai sempre affrontato la vita, come ti mettevi la mano davanti alla bocca quando ridevi troppo, noi ti vogliamo ricordare così perché “certe luci non puoi spegnerle”. Ciao nonna; noi Tommaso Alice Chiara Cristina Filippo Giovanni Vittoria Gabriele ti vogliamo bene.” Anche i nostri amici ad Haiti hanno seguito con trepidazione il decorso della malattia di Gianna, restando continuamente in contatto con noi, condividendo speranze, preoccupazioni, dolore. Alla notizia della morte, hanno deciso di organizzare una veglia per “parlare di Gianna, della sua vita, del suo amore per tutti, della sua solidarietà e di tutto ciò che ci ha lasciato come modello di vivere insieme per il cambiamento di questo mondo. Faremo anche una riflessione sul senso della solidarietà della Rete. Bon kouraj, Gianna toujou vivan nan vi nou, se yon fanm vanyan. Kenbe fem. (Coraggio, Gianna sempre viva nella nostra vita, è una donna forte. Restate saldi)”. Qualche giorno prima, il 20 ottobre, Jean e Martine, rispondendo ad una nostra richiesta sulle necessità secondo loro più impellenti dopo il passaggio dell’uragano Mathieu, ci hanno scritto la lettera che troverete di seguito. Come Rete di Padova e Battaglia Terme abbiamo deciso di inviare subito 10.000 euro attingendo alla cassa dove raccogliamo i contributi per il progetto Dofiné; riteniamo infatti che sia necessario intervenire tempestivamente per non compromettere tutte le attività che FDDPA faticosamente e caparbiamente porta avanti. Confidiamo pertanto nella solidarietà di chi sostiene da tempo la FDDPA per far fronte a tutti i nostri impegni; abbiamo già ricevuto messaggi da chi intende contribuire, tra i primi l’associazione “Popoli in arte” che dall’inizio di quest’anno si sta impegnando nella conduzione di corsi di formazione alla salute secondo la metodologia di Freire. Siamo certi che questa nostra decisione sarebbe stata condivisa con forza da Gianna, che ha sempre avuto nel cuore soprattutto i bambini di Haiti. Grazie a tutte e a tutti per quanto potrete e vorrete fare. “Salve Tita, Siamo molto felici di poterti scrivere per condividere alcune informazioni e scambiare anche dei punti di vista… In questo momento stesso in cui ti parlo, una pioggia incessante si abbatte sul paese, il che complica ancor più la situazione dei sinistrati e delle persone che vivono sotto le tende. Per il momento, le telecamere del mondo sono ancora fisse su Haiti, e le grandi ONG mondiali provano a mostrare di fare ancora un lavoro sul terreno; ugualmente in periodo elettorale, ci sono candidati che fanno una campagna sleale senza rispettare la dignità delle persone vittime dell’uragano; questi candidati utilizzano l’angoscia delle persone per avere visibilità a fini elettorali. Fino ad oggi gli aiuti non arrivano ancora alle vittime, ma molte associazioni alzano la voce contro il ripetersi di una cattiva utilizzazione degli aiuti: non vogliamo un’altra volta ‘’Un’assistenza mortale’’ per citare il documentario del regista Raoul Peck sull’uso degli aiuti per il terremoto 2010. Noi, dopo aver passato in rassegna i diversi danni causati da Mathieu, siamo arrivati a individuare in quali settori effettuare interventi rapidi; dovremo dunque intervenire presso le persone più vulnerabili e più colpite da Mathieu. Come tu hai sottolineato, c’è una priorità per i piccoli contadini diventati ancora più deboli con la perdite di animali e campi: un rafforzamento del programma di sementi, con acquisto di capre/montoni può portare sollievo ai più colpiti. Anche quelli che hanno perduto le loro casupole devono essere inclusi per portare loro un supporto in lamiera o in legno. A questo riguardo, il nostro amico delegato dipartimentale Balanse ha prodotto un rapporto per i dirigenti del paese e ha illustrato i bisogni per la montagna, ha fatto tutto ciò che poteva, ma i contadini restano sempre in attesa, sembra che gli aiuti non siano ancora arrivati ai più vulnerabili. A questo proposito il segretario generale delle Nazioni Unite è stato di passaggio a Haiti, ha deplorato la mancanza di solidarietà che ha constatato da parte della comunità internazionale. Pensiamo anche che un intervento rapido per i tetti degli edifici delle scuole sia una priorità per noi, senza dimenticare una sistemazione fisica e in materiali per i centri di salute. A proposito dei centri di salute, stiamo per cominciare un buon cammino verso una soluzione per il loro funzionamento. In effetti il gruppo di medici con cui Martine studia comincia a intervenire a Fondol e Malingue, cominciano a lavorare con i diversi comitati per definire un piano di lavoro, e per ora li abbiamo autorizzati a fare richieste presso le istituzioni sanitarie a nome dell’organizzazione, soprattutto per quanto riguarda i farmaci; questa volta sembra ci siano molte più speranze per realizzare una buona gestione della questione sanitaria in seno all’organizzazione dopo la morte di Dadoue. Ti invierò le prime foto degli interventi dei medici durante questa settimana. Spero che tu comunichi queste informazioni a Fabio e anche ai nostri amici Duccio, Toni e Beppe, perché loro volevano ci fosse un seguito per il lavoro che hanno cominciato a fare con noi nei nostri centri, ed ora, un seguito sta per essere assicurato. E speriamo di preparare un rapporto medico per i nostri amici medici italiani affinché possano farsi un’idea del lavoro. Così dunque, noi, Tita, diciamo Grazie a tutti gli amici della RETE per la loro solidarietà che manifestano sempre per noi, noi attendiamo con grande soddisfazione questo fondo di cui ci hai parlato. Grazie, Jean e Martine che ti abbracciano, con molto amore.”

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Febbraio 2016

“Leggo che molti in Europa si chiedono dove vuole andare questa gente.

Ma la domanda vera da porsi è un’altra.

È chiedersi da quali gironi dell’inferno questi esseri umani fuggano,

da quali indescrivibili abomini cercano di liberarsi,

cosa hanno visto i loro occhi,

quali crudeltà hanno subito per decidere di mettere la propria vita,

quella dei propri figli,

nelle mani degli scafisti”.

Desmond Tutu

Carissime/i, alla fine di questo mese, e precisamente il 29 di febbraio, Marianita e Francesco assieme a Beppe di Casale Monferrato e dei fratelli Peratoner, entrambi medici, della Rete di Udine, partiranno per Haiti. Come spesso abbiamo scritto nelle ns lettere questo viaggio, oltre ad aggiornarci dell’andamento delle scuole, è importante per il nuovo impegno e collaborazione nel settore della salute. Per salutare e sentire dalla viva voce di Marianita e Francesco programmi, progetti e speranze ci troviamo VENERDI’ 12 FEBBRAIO alle ore 20,45 a casa di Gianna Elvio, via Spalato 9 a Padova tel. 049 618997 (attenzione alle modifiche della viabilità seguire “per via Istria” e diritti per via Albona). L’impegno di quanti andranno in Haiti deve essere riconosciuto con una grande presenza, quindi: vi aspettiamo numerosi (per una sera chiudete la tv). Di seguito, molte notizie da Haiti e un caro saluto da p. Regino. Ricordiamo inoltre l’appuntamento del Convegno Nazionale di aprile 2016, con tutte le indicazioni per partecipare, nella precedente lettera di gennaio.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Gennaio 2016

Cari amici, rallegriamoci perché ci sono alcune buone notizie che ci fanno aprire l’anno con ottimismo. La prima è l’accordo sul clima, infatti a Parigi i delegati di 195 paesi che hanno partecipano alla Conferenza mondiale sul clima hanno firmato un accordo in cui si impegnano a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo. Il New York Times ha definito l’accordo “storico”, un termine utilizzato anche da moltissimi altri giornali di tutto il mondo. L’importanza dell’accordo, a differenza di quello di Copenaghen del 2009, è data dal fatto che è stato sottoscritto da tutti i paesi partecipanti: anche da quelli emergenti, che spesso sfruttano pesantemente fonti di energia non rinnovabile. L’accordo contiene sostanzialmente quattro impegni per gli stati che lo hanno sottoscritto:

–        Mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi, e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 gradi.

–        Smettere di incrementare le emissioni di gas serra il prima possibile e raggiungere nella seconda parte del secolo il momento in cui la produzione di nuovi gas serra sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente.

–        Controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, tramite nuove Conferenze.

–        Versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti.

Tutti i paesi saranno obbligati dal trattato a rispettare l’obiettivo di riduzione delle emissioni a cui mirano e a partecipare al processo di revisione quinquennale. La maggiore critica che viene avanzata al documento è però il fatto che non sono previste sanzioni in caso in cui gli obiettivi non vengano raggiunti, e che sostanzialmente diversi paesi avranno margine per ignorare le raccomandazioni contenute nel documento. Greenpeace ha detto che il documento è stato “depotenziato” rispetto alle loro aspettative, ma ha aggiunto che comunque mette le società petrolifere e i produttori di carbone “dal lato sbagliato della storia”. Secondo il WWF si tratta di un “forte segnale”; secondo ActionAid il testo pur pregevole, non è abbastanza ambizioso; Oxfam sostiene invece che i paesi ricchi non hanno promesso abbastanza finanziamenti ai paesi in via di sviluppo per bilanciare le perdite che subiranno per l’utilizzo di macchinari meno inquinanti ma più costosi. Inizialmente si temeva in particolare l’opposizione dei paesi in via di sviluppo e di quelli che sono importanti esportatori di energia. I delegati cinesi, ritenuti tra i principali oppositori del piano prima della conferenza, hanno definito l’accordo “non ideale”, ma “buono”. Cina, India e molti altri paesi in via di industrializzazione si opponevano da anni a un accordo che imponesse regole troppo severe da rispettare perché in genere le loro industrie sono particolarmente inquinanti e limitare le emissioni potrebbe causare un rallentamento della crescita economica. Per motivi opposti, anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto che l’accordo non è “perfetto”, ma che è comunque “ambizioso”. Gli Stati Uniti, come l’Europa, hanno da tempo introdotto tecnologie che hanno permesso loro di ridurre le emissioni e durante la conferenza si battevano per l’introduzione di norme severe contro le emissioni. Le obiezioni americane sono state aggirate quando i negoziatori francesi hanno preparato una bozza di piano “prendere o lasciare”. Altra buona notizia viene da Bruxelles, nonostante tutte le altre pessime, poiché si parla0 di un testo definitivo della Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, che dovrebbe esser pronto per giugno ed entrare in vigore entro il 2016. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Austria, Grecia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia, hanno raggiunto un accordo che sblocca tre anni di stallo. Il ministro Padoan ha dichiarato che l’imposizione riguarderà le transazioni azionarie, obbligazionarie e di derivati ma non di titoli di Stato per non provocare effetti negativi sul debito pubblico dei Paesi interessati. L’accordo è stato definito da più parti come un “buon risultato” viste le posizioni di partenza molto distanti fra loro, nonché la reazione negativa espressa dalla Gran Bretagna, che, da sempre, è contraria alla tassa. La Commissione Europea ha presentato la Tobin Tax come una tassazione applicabile a tutte le operazioni su titoli emessi in uno stato membro indipendentemente dal luogo in cui avviene lo scambio. Quindi anche una transazione alla borsa di Londra può finire nel mirino del fisco. Grazie alle norme UE, una cooperazione fra stati è possibile se comprende almeno un terzo degli stati membri e i dieci stati favorevoli alla Tobin rappresentano proprio questo limite, pertanto i governi possono procedere a completare l’accordo da chiudere entro i prossimi sei mesi. Altra notizia positiva riguarda il Ttip che, sembra essere stato bloccato in Commissione non solo per l’assenza di controllo democratico, ma principalmente per una asimmetria tra USA e UE che rende ragione delle denunce di quanti ritengono che il risultato finale sarà l’asservimento non solo dell’economia ma dell’intera sfera pubblica europea, agli interessi superiori degli Usa. Uno dei punti chiave del Ttip è l’istituzione di un sistema di arbitraggio, tramite la «clausola Isds» (Investortostate dispute settlement mechanism), affidato a giudici di parte e privati a cui gli operatori econoici, per lo più le multinazionali, possano rivolgersi per far valere le proprie ragioni particolari. Il punto è che l’arbitrato di cui si parla, ha potenza anche contro le leggi di Stati sovrani. L’arbitro, in sintesi, non potrà abro-gare o bloccare leggi nazionali quando sfavorevoli alle imprese, vedi le compatibilità ambientali, il costo del lavoro etc., ma potrà imporre agli Stati in conflitto, il pagamento di indennizzi, come per esempio nel caso di nazionalizzazioni. La posta in gioco è chiara: il trasferimento de facto di forme di potere da istituzioni democratiche ad istituzioni tecnocratiche che non rispondono ai cittadini. Ma c’è di più: mentre gli Usa sono una nazione con regole condivise e legittimate dalla politica, dunque in grado di fare sistema e di difendersi molto meglio, l’approvazione sic et simpliciterdi questo trattato da parte dell’Ue porterebbe a percepire l’Europa come tecnocratica e distante dal corpo democratico della società. La politica europea, spinta dai tanti referendum anti-Ttip, sembra abbia volto lo sguardo verso ciò che conta. E di questo risultato possiamo andare orgogliosi anche noi Rete Radiè Resch vista la nostra partecipazione alle campagne contro il trattato transatlantico. E ancora è una buona la notizia che sale la tensione sul fronte delle trivellazioni in Adriatico con dieci regioni dal Veneto alla Puglia che hanno sottoscritto il referendum abrogativo delle norme dello “Sblocca Italia” che permettono lo sfruttamento dei giacimenti gassosi e petroliferi sottomarini. La Cassazione ha ammesso il referendum, ora la parola è passata alla Corte Costituzionale che deve esprimersi sulla moratoria di tutte le attività offshore richiesta dai comitati NO Triv che anche in Ancona hanno manifestato contro il Governo che ha autorizzato i primi sondaggi petroliferi dei fondali.

Augurando un BUON ANNO a tutti mi accommiato con questa riflessione:

Il sasso

La persona distratta vi è inciampata.

Quella violenta, l’ha usato come proiettile.

L’imprenditore l’ha usato per costruire.

Il contadino stanco invece come sedia.

Per i bambini è un giocattolo.

Davide uccise Golia e

Michelangelo ne fece la più bella scultura.

In ogni caso, la differenza

non l’ha fatta il sasso, ma l’uomo.

Non esiste sasso sul tuo cammino che tu non

possa sfruttare per la tua propria crescita.

Cristina

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Gennaio 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, è iniziato questo nuovo anno con una situazione mondiale ancora difficile, per i migranti, come evidenzia bene la circolare nazionale, per le guerre e il terrorismo. Sta cambiando la società, cercando soluzioni a questi conflitti che investono interi popoli e miliardi di persone. Sta cambiando il clima, scompaiono i ghiacciai, scompaiono isole intere, aumenta la siccità. E aumenta la povertà come conseguenza di tutto, conseguenza anche e soprattutto di una finanza criminale, che ruba le risorse, evidenziando la necessità di una decrescita per la nuova società, come diceva chiaramente Latouche, e sottolinea oggi ancora più chiaramente papa Francesco. Occorre certamente più sobrietà e meno corruzione. La recente crisi delle banche ha evidenziato una volta di più che il capitale va all’avventura quando vuole e come vuole, sulle spalle degli altri, e la mano che redistribuisce le ricchezze non esiste, e deve invece intervenire il denaro pubblico a trovare soluzioni possibili, sottraendo denaro alla società, alla classe media, quando non alla classe povera, mentre il capitale mantiene intatto il suo potere ed i suoi privilegi. Sono argomenti dalle molteplici facce e complessità, ed i luoghi di discussione privilegiati sono ancora i giornali, di carta e di trasmissione, radio e TV; la discussione politica è un po’ abbandonata, anche nei partiti sembrano prevalere posizione ideologiche ed estreme, mentre la ricerca di soluzioni condivise o di compromesso appare più difficile e indistinta, e così s’impongono gli urli e le vesti strappate, condanne e parolacce, mentre la gratuità e la profezia di chi sa esprimersi senza vantaggi personali è sempre più rara e difficile. Anche in noi della Rete c’è sempre un nostro impegno politico forte, oltre a un impegno concreto con la colletta, ma siamo molto lenti nelle nostre analisi e decisioni, e quindi la discussione e la riflessione procede un po’ a scatti. Negli ultimi nostri incontri veronesi la presenza è stata buona e attiva, ottimi gli interventi, ma non c’è il tempo in questi brevi incontri per approfondire i temi, le situazioni, per prese di posizione, ed anche questa lettera mensile, che vuole rinfrescare proprio quella discussione che si rivela carente, è un po’ troppo uniforme. Credo sia indispensabile passarci la penna, far girare la redazione, come già s’è fatto, per variare la posizione di chi riflette, scrive e mette alcuni temi in evidenza; ognuno ha una sua sensibilità e una sua visione delle cose, politica anche profetica, di interpretazione delle cose, delle dinamiche e delle cause, e con tante voci diverse si alimenta la discussione e l’approfondimento. Ci sta aiutando molto questa attenzione nuova verso un nuovo paese lontano, il Ghana: le nuove prospettive e i pericoli reali che quel paese attraversa, insieme con la voglia di quei lontani amici di affrontare difficoltà locali col piccolo sostegno di fratelli lontani, ci permettono di metterci alla prova, allargando le nostre visuali e le nostre famiglie. E così è sempre stato per la Rete, dove le situazioni lontane ci fanno conoscere nuove dinamiche e nuove amicizie, e ci fanno prendere posizione per una giustizia maggiore, ci fanno ancora indignare, tanto in questo nostro piccolo gruppo di solidarietà internazionale ci sono conoscenze diffuse di politica internazionale che raramente si trovano in giro, basti pensare a ciò che si riferisce alla Palestina, attenzione presente fin dalla nostra nascita, alla finanza criminale, o ai migranti. E ci saranno novità anche sul Guatemala. Nei prossimi mesi cercheremo allora di integrare opportunamente questa discussione, di analisi ed approfondimento, ricorrendo a molte teste ed a molte penne che ne riferiranno, e magari anche ad incontri specifici su questi temi, oltre a quelli che già i comboniani con i martedì di Nigrizia ed altri enti simili propongono a Verona. E fra questi incontri ce ne saranno alcuni davvero interessantissimi, 4 incontri mensili sulla Palestina proposti dal Monastero dei Beni Comuni di Sezano, con la Rete RR che organizza insieme, dal titolo “Ridare Cuore” (ri-cor-dare), che iniziano venerdì 22 gennaio con l’intervento di Deeb Elbuhaisi, medico palestinese, sposato con un’araba-israeliana, e vivono a Verona; parleranno di “Vivere la Palestina oggi”. Gli incontri successivi saranno il 15 febbraio, “Muri da abbattere” con suor Alicia, comboniana; il 16 marzo “Resistenza Nonviolenta”, con giovani testimoni di Operazione Colomba; il 14 aprile con “Una voce ebraica”, con Marco Ramazzotti Stockel, ebreo italiano di 65 anni, di ECO Ebrei contro l’Occupazione. Interveniamo numerosi! Vi ricordo che in aprile, 8, 9 e 10, si svolgerà in Umbria il Convegno nazionale della Rete Radié Resch, con tema “Migrazioni in Europa, legalità e democrazia”. Allego alla presente circolare in spedizione anche il programma completo ed ufficiale del Convegno, che avrà luogo secondo tradizione dal venerdì pomeriggio al pranzo della domenica, proponendo come sempre molti importanti testimoni, ma presentando anche molti aspetti del tutto nuovi, a partire dal luogo, Trevi, un paesino fra Spoleto e Foligno, invece di Rimini, e incontri frazionati per gruppi elettivi, come potete leggere nel programma. Ci sarà tempo per parlarne e prepararci, per poi arrivare fin nel cuore dell’Italia, in luoghi molto cari allo spirito francescano, di oggi e di 8 secoli fa. Molte cose sono impostate per il Convegno, altre sono in gestazione, ed ognuno dei partecipanti ed ogni gruppo rete locale porterà la sua sensibilità e la sua storia. A me ad esempio è stato chiesto se voglio proporre qualche esibizione corale del genere popolare (non io da solo, il coro esige l’intervento di più voci …), e sto pensando se ne vale la pena, se rinverdire il repertorio popolare/montagna, quasi interamente abbandonato in Italia e in Veneto, in questo 2° millennio. Parleremo anche di questo nel nostro prossimo incontro, che abbiamo fissato a mercoledì 3 febbraio prossimo, alle 21, in una sala del Tempio Votivo, anche per tornare a trovare don Carlo Vinco, un costante riferimento spirituale per molti di noi. Si parlerà di bilancio 2015 e degli argomenti del prossimo Coordinamento, a Quarrata il 23 e 24 gennaio, con opportuna relazione. A Quarrata presenteremo il progetto del Ghana, perché sarà un Progetto della Rete nazionale, anche se sostenuto direttamente e interamente da noi di Verona. Concludo ricordando in questo inizio anno, come augurio di pace e solidarietà, i nostri testimoni defunti, da cui tanto abbiamo ricavato come gruppo veronese, anzitutto don Giulio Battistella, che ci ha fatto conoscere molti aspetti dell’Argentina perseguitata e dell’America Latina. E poi Gianni Zanini e Silvana Pozzerle, che sono stati con noi per tanti anni in questa associazione di solidarietà e che immagino ancora con noi, in semplicità, per assumere insieme posizioni concrete di solidarietà e non solo teoriche, con ragionamenti etici e politici, ma anche con un piccolo impegno personale, che deve rimanere sempre. Il nostro gruppo è simpatico, interessante, attento, ci conosciamo e ci vogliamo bene: meglio di così!

Un augurio di Buon 2016, un anno bisestile, che ci porterà certamente molte cose interessanti; e un saluto amichevole ed affettuoso da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Gennaio 2016

“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”

Martin Luther King

Carissime/i, la prima lettera di un nuovo anno non può che iniziare con l’augurio di un felice 2016 a tutti/e. Le notizie che seguono sono messe assieme partendo dalla dura realtà che sta vivendo Haiti, per continuare con la lettera mensile che approfondisce la situazione degli immigrati. L’ immigrazione sarà il tema del Convegno Nazionale di inizio aprile, di cui alleghiamo programma. Marianita e Francesco, assieme a Beppe della Rete di Casale e, con molta probabilità, anche con i fratelli medici Peratoner della Rete di Udine, nel mese di marzo saranno in Haiti. Questa visita vuole verificare sia il progetto nel suo insieme ma, in particolare, dare continuità all’iniziativa sulla sanità con il “Progetto Salute”. Prima della loro partenza, nel prossimo mese di febbraio ci incontreremo per ascoltare quanto andranno a verificare e, da parte di noi tutti e sperando di essere in tanti, faremo l’augurio di un buon viaggio assieme a tanti saluti da trasmettere agli amici di Haiti. Prossimo Coordinamento: sabato 23 (con inizio alle ore 16) e domenica 24 a Quarrata. Le prenotazioni e le richieste logistiche vanno fatte soltanto al seguente indirizzo: mariellaborelli@gmail.com. Prenotare entro la data del 15 gennaio per permettere agli amici di Quarrata di organizzare i posti letto nella Casa, nell’albergo e nel BeB di cui si servono. Come sempre, alla fine della lettera trovate dei numeri: non servono per giocare al lotto, ma sono i numeri per sostenere i nostri progetti in Haiti. Grazie.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Dicembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, chiudiamo con questa lettera la riflessione relativa a questo anno 2015, un anno davvero molto particolare, che segna un vero cambio di epoca: cambia il clima, e non si torna indietro. Cambiano le emigrazioni, gli spostamenti dal Sud verso il Nord, non solo sui gommoni nel canale di Sicilia, e non finiranno tanto presto. Cambia lo stato di guerra, in cui ormai siamo immersi in tutta Europa. E continua ad allargarsi la forbice tra ricchi e poveri, tra pensionati e nuovi lavoratori. La nostra è una società polarizzata e profondamente malata. Molti sono gli elementi di preoccupazione, alcuni anche di speranza, ma questi segni sono più difficili da cogliere, più deboli, meno evidenti, rispetto ai messaggi di guerra che continuano su ogni giornale. Di fronte agli attentati di Parigi, e alle nuove minacce a Roma e a Londra e in USA, si alzano sempre di più i controlli, la militarizzazione, nonostante tutti si affannino a dire che non cambia la nostra vita, che tutto rimane com’era prima. Preoccupanti sono i bombardamenti che continuano, e anzi crescono, anche se non produrranno alcun cambiamento positivo. Preoccupanti le pressioni delle multinazionali per impedire qualsiasi decisione del Cop21 di Parigi per il clima, perché non vengano limitate le emissioni legate al petrolio. E continua la persecuzione dei palestinesi, denunciata anche dalla presa di posizione ferma e quasi ironica della ricercatrice Samar Batrawi, contro il diritto all’autodifesa di Israele, contro i loro occupanti, i loro torturatori, i loro carcerieri, i ladri della loro terra e della loro acqua, che li esiliano, che demoliscono le loro case. Ma ci sono anche segnali positivi, ad iniziare al Giubileo della Misericordia, con la Porta aperta prima di tutto in Africa, nella Cattedrale di Bangui, una piccola chiesa ma molto significativa, che noi della Rete abbiamo imparato a conoscere dall’operazione sostenuta dalla Rete di Savona (questo era il luogo di allora), col Convegno a Bangui dove andò anche Latouche, con i bambini neri che dicevano “ma dove li avete trovati questi bianchi senza soldi?” Di questo Giubileo parleremo ancora molto, dei suoi molti significati. E’ positivo che l’Ordine degli Architetti e l’Ordine degli Ingegneri di Verona si siano opposti formalmente al pensiero dominante, al pensiero unico-liberista, alla finanza che ricerca il massimo profitto, impoverendo tutti e accumulando la ricchezza nelle mani di pochi, tutto in contrasto con la Costituzione, contro il concetto di bene comune, contro il principio di uguaglianza e la libertà. Hanno invocato una nuova resistenza a queste leggi criminose e criminogene, per preservare il bene comune, contro l’Urbs capta! E questo è stato affermato da degli Ordini professionali! Un altro segnale positivo è la lettera mandata ai giovani dei paesi occidentali dalla Guida della Religione islamica dell’Iran, l’imam Alì Khamenei, per focalizzare l’attenzione dei giovani -e meno giovani- non solo sulle vittime del terrorismo di Parigi, ma anche sulle vittime del terrorismo sostenuto dall’Occidente, in Israele, del militarismo che riduce paesi in macerie, riduce città in cenere, distrugge civiltà millenarie parlando di popoli che non accettano di omologarsi e uniformarsi rapidamente, contro una cultura aggressiva e volgare (sono tutte parole di Khamenei, tradotte ovviamente). L’imam critica decisamente l’ISIS, ma anche afferma che l’ISIS non è un prodotto dell’Islam. È un testo da leggere e meditare, per poter cercare insieme segni di speranza. È un grande segno di speranza incontrarsi in tanti per cercare possibili azioni di sostegno e liberazione, come stiamo facendo nel nostro piccolo gruppo di Rete veronese, ospitati ora dalle sorelle comboniane di Combonifem. E l’attenzione all’Africa e la Ghana ci danno nuovi motivi di riflessione e di conoscenza, e di azione concreta, perché l’Africa è il luogo dove l’oppressione è più forte, e ne sappiamo troppo poco. Il dottor Rigoli ci ha mandato un’analisi particolarmente interessante della situazione, che allego alla circolare, per chi desidera leggere un po’ più ampiamente la situazione di neocolonialismo e per spiegare perché vogliamo sostenere la scolarizzazione di alcune ragazze di Ajumako, questa cittadina lontanissima da Verona diventata un luogo di nostro interesse. Una parte del testo le inserisco qui in circolare, come modello di riflessione, perché sostenga le altre considerazioni politiche e concrete. Salto le considerazioni sulle dimensioni dell’Africa, sul mal d’Africa, sulla gomma, sull’oro, sul petrolio, sul cacao, e mi soffermo qui sul riso e sull’autosufficienza alimentare del Ghana, completamente stravolta dalle politiche finanziarie USA. E poi ci meravigliamo se gli africani scappano in Europa, a cercare una futuro migliore per i loro figli!

Come l’ingerenza della finanza modifica la nostra vita: l’esempio del riso in Ghana

Da sempre la coltivazione del riso in Ghana è stata un’attività economica di rilievo. Ad esempio, alla metà degli anni ’70, i produttori di riso riuscivano quasi a coprire l’intero fabbisogno nazionale e la produzione era particolarmente abbondante nel nord del Paese. Il suo successo può essere largamente attribuito al programma governativo “produrre- per-vivere”. La messa in atto di questo programma ha permesso sia ai piccoli che ai grandi produttori di essere sostenuti da consistenti contributi, che hanno consentito di abbassare i costi produttivi del riso. Tuttavia, a partire dal 1983, i contadini del paese hanno visto gradualmente diminuire i sussidi per l’agricoltura a causa del Programma di Recupero Economico imposto dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale come risposta al debito estero ghanese. La conseguenza principale di questo programma fu l’adozione della politica di liberalizzazione agricola e l’essenza di questa politica era l’adeguamento dei prezzi a quelli del mercato internazionale … L’effetto combinato della sospensione degli incentivi governativi ai produttori locali e della liberalizzazione comportarono una crescita delle importazioni e una riduzione della produzione locale.

L’aumento delle importazioni è stato abbondantemente documentato da dati FAO e Oxfam. Contemporaneamente la produzione locale era in costante calo: mentre a metà degli anni 1970 era sufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione, nel 2002 rappresentava solo il 36% delle scorte nazionali. La motivazione principale che sta dietro alla promozione delle politiche di liberalizzazione nel Sud del mondo è quella di favorire il libero scambio, garantendo un accesso equo al commercio in maniera che le nazioni partecipanti possano beneficiarne. Il nostro caso, pur solo considerando l’origine del riso importato, è una dimostrazione dell’iniquità di tali politiche. Una parte significativa delle importazioni di riso in Ghana, infatti, proviene dagli Stati Uniti. Nel 2003 le importazioni di riso dagli Stati Uniti ammontavano a 111.000 tonnellate, un dato molto vicino alla produzione interna del Ghana nel 2002. Negli ultimi due decenni la produzione statunitense è cresciuta sino ad eccedere il fabbisogno interno ghanese del prodotto. Secondo una dichiarazione del 2006 dell’USDA Foreign Agricultural Service Strategy, gli Stati Uniti considerano il Ghana uno dei maggiori consumatori di riso americano, un fattore che li aiuta a consolidare la loro fetta di mercato a dispetto della forte concorrenza con altri paesi esportatori, prevalentemente asiatici. Di conseguenza gli Stati Uniti cercano di imporre al Ghana ulteriori tagli ai sussidi agricoli. Paradossalmente, al contrario, secondo uno studio commissionato dal Dipartimento di Agricoltura americano, il 57% delle fattorie statunitensi produttrici di riso non sarebbe riuscito a coprire i costi se non avesse ricevuto sussidi statali…

Grazie a questi contributi, i coltivatori statunitensi sono in grado di esportare il riso a un prezzo addirittura inferiore ai costi di produzione. I costi medi di produzione e lavorazione di una tonnellata di riso bianco degli Stati Uniti ammontavano a 415$ tra il 2002 e il 2003, ma la stessa quantità veniva esportata nel Paese africano al prezzo di $274 cioè inferiore del 34% al suo costo. A rendere la situazione ancora più disastrosa per i piccoli produttori di riso del Ghana, gli importatori statunitensi hanno adottato raffinate strategie di marketing e investito grosse cifre in campagne pubblicitarie per convincere i consumatori   ad utilizzare il riso statunitense … E mi fermo qui, per il resto leggete la relazione completa.

Nella prossima lettera in gennaio 2016 faremo il bilancio della colletta 2015, e proporremo le linee del Convegno Nazionale, previsto per l’8, il 9 e il 10 aprile prossimi.

Un affettuoso augurio di Buona Santa Lucia, Buon Natale, e di un Buon 2016. Arrivederci al prossimo incontro.

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Dicembre 2015

Carissima, carissimo, grazie per questo anno trascorso insieme. Abbiamo cercato di viverlo al meglio, ciascuno nel proprio ambiente, cercando di far tesoro per le belle e difficili situazioni in cui ci siamo trovati. A Quarrata, nell’ultimo dei cinque incontri, Antonietta Potente ci ha ricordato il sogno di Gesù, l’alzarsi, il risvegliarsi per stare insieme; che la risurrezione non è un miracolo ma, un evento trasformativo grandissimo in cui partecipa in segreto tutta la creazione, è una nascita che rimette in piedi, perché i vangeli sono testi esistenziali, perché sono le persone che vivono la vita dei vangeli, perché la teologia non si costruisce a freddo in una biblioteca o in uno studio. Tra pochi giorni inizierà un nuovo anno, vorremmo fosse veramente nuovo, anche perché, penso che non abbiamo tante alternative. Tutti sappiamo che così non possiamo continuare. Folle disperate e sempre in aumento di senza lavoro, senza cibo, senza alcuna speranza, che soffrono e perdono la vita per la fame, per le guerre, le ingiustizie, i soprusi, i delitti più disumani. Mentre i cosiddetti “grandi” della terra continuano a giocare a palla con la luna, le stelle, il sole, e tutti i cosiddetti paradisi fiscali e non, dilapidando tutte le bellezze, le ricchezze e le potenzialità della terra, facendo pagare il tutto ai più piccoli, agli impoveriti dalle loro politiche.

Raccogliamo ciò che abbiamo piantato.

Attraverso i media continuiamo a seguire tutto il flusso migratorio verso l’Europa Occidentale di africani e arabi che fuggono da paesi in guerra quali la Siria, l’Irak, l’Eritrea, la Libia, l’Afghanistan. Nel 2015 sul vecchio Continente sono già sbarcati circa 500.000 migranti privi di documenti. Nelle acque del Mediterraneo giacciono sepolti, da gennaio ad oggi, circa 4.500 persone che scappavano dalla miseria e dalla violenza, alla ricerca di un po’ di pane e di pace, di cui 700 bambini. Nel 2014 erano state circa 3.500. Papa Francesco ha fatto numerosi appelli in difesa delle vittime di un mondo egemonizzato da un sistema nel quale la libera circolazione dei soldi non trova il corrispettivo nella libera circolazione delle persone. Dinanzi al capitale tutte le frontiere si aprono. Dinanzi alle persone tutte si chiudono, soprattutto quando si tratta di neri o musulmani. E questo per il preconcetto che potrebbero essere dei potenziali terroristi. Martedì 8 dicembre, Papà Francesco ha riaperto la porta Santa in Vaticano, dopo averla aperta in anticipo a Bangui, nella cattedrale della Repubblica Centrafricana, terra sofferente che rappresenta tutti i Paesi del mondo che stanno passando guerra e fame, a simbolo di un’umanità intera che si rinnova, si ingloba e fraternizza. È triste aver visto bambini girovagare per le strade e persone bisognose strisciare sotto recinti di filo spinato, schiere di poliziotti che tentano di respingerli con gas lacrimogeni, cani che fiutano le persone, recinzioni elettrificate, bastonate. L’Europa Occidentale raccoglie il frutto di quella semenza maligna che aveva piantato: secoli di colonialismo in Africa e appoggio a regimi dittatoriali in Oriente. Dopo aver estorto ricchezze naturali e sostenuto dittatori sanguinari, noi europei lasciammo alle nostre spalle una zavorra di miseria e violenza. Avessimo promosso la democrazia e lo sviluppo di quei paesi, oggi non dovremmo erigere muri per respingere le orde di migranti, e questi non dovrebbero rischiare la vita nelle acque del Mediterraneo aggrappati alla fragile speranza di una vita migliore. L’Unione Europea ha appoggiato il brutale intervento degli Stati Uniti nei paesi arabi. Dopo aver sostenuto Saddam Hussein, Gheddafi e Bashar al-Assad, le potenze occidentali, con un occhio ai giacimenti di petrolio di quei paesi, hanno fatto appello pretestuosamente al terrorismo, per derubarli e lasciarli nel caos. Noi europei occidentali dimentichiamo il nostro passato. Fra il 1890 e il 1910 più di 17 milioni di europei emigrarono verso gli Stati Uniti. E altri milioni raggiunsero l’America del Sud. Questo quando la popolazione mondiale era circa un quarto di quella odierna. Il flusso migratorio di allora è stato ben più intenso di quello attuale. Perché l’Europa Occidentale non ha chiuso le sue frontiere dopo il crollo del Muro di Berlino, quando il movimento migratorio da est verso ovest si era intensificato? I popoli dell’est non avevano le caratteristiche degli schiavi, ma pelle bianca come la neve, occhi chiari. Nulla di meglio che avere degli impiegati in alberghi, ristoranti, negozi, abitazioni – di “bella presenza”. E’ il preconcetto che uccide le sue vittime e i valori umani che teoricamente difendiamo. E la discriminazione rivela la nostra vera faccia. E’ la superficialità con cui si guarda la realtà, si vive la quotidianità, pensando che la realtà sia solo come ci viene presentata. Dopo cento anni d’inutili stragi, di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato, tutelato e vissuto a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.

Papa Francesco

“A sorpresa i colleghi cardinali sono andati a scegliere un Papa alla fine del mondo”. Queste le prime parole di Papa Francesco dal balcone della Basilica di San Pietro in diretta mondovisione la sera di mercoledì 13 marzo 2013. Da allora una sequela di cambiamenti, innovazioni, esternazioni che hanno determinato un gradimento senza precedenti, ma parimenti hanno sconcertato Curia e i fedeli tradizionalisti. Non ultima la convocazione di un Giubileo senza attendere i canonici 25 anni di intervallo. La sua rinuncia a molte delle prerogative del soglio pontificio genera perplessità e interrogativi. Le aperture su temi delicati per la Chiesa, ad esempio la comunione per i divorziati o la questione della Madonna di Medjugorje, si scontrano con le linee di orientamento generale stabilite dai predecessori. L’abbondante riabilitazione della cosiddetta “teologia della liberazione” evidenzia una sconfessione della visione di Giovanni Paolo II. La concezione di Cristo come rivoluzionario in chiave politica si discosta chiaramente dalla catechesi. Questa la posizione di papa Wojtila sancita nel 1981 dalle conclusioni della Congregazione per la dottrina della fede presieduta dal Cardinale Joseph Ratzinger. Nella politica estera della Santa Sede sono state assunte decisioni sorprendenti, dal riconoscimento della Palestina alla condanna del genocidio armeno. Una vicenda che ha scatenato l’ira della Turchia. L’omelia di Papa Francesco pronunciata nella Basilica di San Pietro il 12 aprile, alla presenza dei rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, ha causato un vero e proprio incidente diplomatico. Durante l’allocuzione il Pontefice ha condannato i crimini e i massacri che quotidianamente sono perpetrati ad ogni latitudine nei confronti dei fratelli e delle sorelle che hanno fede in Cristo. Persone che hanno subito brutalità efferate e sono state costrette, in determinati contesti, a lasciare la propria terra. Nel ricordare che il sangue cristiano é sempre stato sparso durante il corso dei secoli ha citato anche il genocidio degli armeni che rientra nella specifica tipologia degli stermini di massa come la Shoah, Cambogia, Ruanda, Bosnia ecc. … Un’affermazione che ha immediatamente scatenato la ferma e vibrante reazione della Turchia che considera da sempre l’eccidio armeno un falso storico. Il Presidente Erdogan ha ammonito Papa Francesco sulle imprevedibili conseguenze dell’errore commesso, definendo le sue parole inaccettabili e dannose, oltre che per i rapporti bilaterali, soprattutto per le dinamiche interconfessionali.

I bambini

Una strage, su fronti diversi e dai danni inestimabili. Una strage di bambini, alla luce delle ultime cifre, raccapricciante. Più di settecento in un solo anno. Tutti naufraghi. E non finisce qui: “Dall’inizio del 2014 -ha ricordato il presidente di Unicef Italia, Giacomo Guerrera- circa 30 milioni di bambini hanno lasciato le proprie case a causa di guerre, violenza, persecuzioni e le condizioni climatiche”. Sui bambini si specula, ci si sporcano le mani, ci si arricchisce. Sono merce, oggetti, piccoli salvadanai dal guadagno sicuro. E se finiscono in mare o a prostituirsi non fa differenza, se vengono venduti o barattati, tanto meno. Costano poco ma, fruttano molto. Nei barconi occupano meno spazio degli adulti, fanno numero, se arrivano a destinazione, possono essere richiestissimi. Il mondo dell’infanzia è anche questo, ebbene sì. Ma non ne possiamo più! Dell’incuria, la superficialità e la passività con cui si assiste a tutto, ognuno stretto nelle sciarpe calde del proprio inverno e nella finzione dei problemi mai affrontati. Ci si scarica, gli uni sugli altri, l’impegno di una frontiera che sia madre, che sia credibile, che difenda dai venti sbagliati e sappia accogliere le voci giuste. I bambini hanno un solo e unico desiderio: essere rispettati, essere abbracciati dalla dignità che gli dobbiamo, non essere traditi nella loro ingenuità e nelle notti con le stelline al soffitto. Invece li lasciamo infreddoliti, spaventati, ad elemosinare agli incroci o all’uscita dei supermercati, a mani chiuse di tenerezza ma aperte di terrore. Li lasciamo affamati, ammalati in terre insane, dove un sorso d’acqua è infetto, un tozzo di pane si divide con le mosche e dove per un mal di pancia c’é solo da pregare Dio. Li svendiamo ad una vita bastarda ed assassina, rapiti e rivenduti al miglior offerente, in cambio di un potere che avvelena. Tutti. E lasciamo fare, lasciamo le tende chiuse mentre, al di là dei vetri, si compie l’atto più osceno che si possa, anche solo, immaginare. E noi ne siamo, omertosamente, complici. Quanto spreco di energie e di denaro in imprese inutili mascherate di progresso e necessità, mentre una linea sottile ed accecante allunga il suo perimetro allargando le colpe. Di tutti. Ogni Stato mette del suo, ogni nazione partecipa a questa gara di follia. Oggi il Natale è a un passo da noi, ma, nella festa mondiale della carità e misericordia, si festeggia l’ennesimo eccidio. I bambini continuano a soffrire, ogni anno, ne muoiono centinaia di migliaia a causa di guerre e attacchi terroristici; oltre un milione rimangono orfani e con traumi psicologici irreversibili; milioni ne muoiono prima dei cinque anni e, di questi, l’80% in Africa ed in Asia meridionale per fame e malattie; mentre sono duecentocinquanta milioni i bambini lavoratori che guadagnano meno di due dollari al giorno; altrettanti non dispongono di servizi igienici, acqua potabile e assistenza sanitaria. Una sorta di mondo ‘invisibile’ che piange d’abbandono. Un mondo visibilissimo, invece, ma che lasciamo fuori dalle nostre coscienze, cieche di convenienza, nascoste dietro le lucette intermittenti del presepe, tovaglie ricamate d’oro e tavolate sbuffanti di noia e messinscena. Nel mio ultimo viaggio in Brasile, durante una riunione con gli educatori della Baixada e Waldemar Boff, Marcos ha preso la parola e ha evidenziato quale è il uno dei veri problemi di oggi, ha affermato: non mandateci le vostre eccedenze di rifiuti, di soldi, di prodotti obsoleti, di volontari, di esperti, chiedetevi piuttosto il perché siamo costretti a vivere nelle condizioni in cui siamo, e insieme cerchiamo la risposta, da uguale a uguale, da comunità a comunità. Solo così, forse, riusciremo ad avere più occasioni e ragioni per restare nelle nostre terre. Siamo nel tempo del Natale, ma cos’è il Natale? Una coppia di Nazareth, Maria e Giuseppe, vanno a Betlemme. Là sono respinti. Forse perché lei era incinta e non erano sposati. Non c’era posto per loro, terminarono il loro cammino ospiti in una stalla, a lato degli animali, dove Gesù nacque. Nonostante questo scenario, il Natale si è trasformato in una festa di scambio di regali mentre ha un significato religioso molto forte e anche molto seducente anche da un punto di visto simbolico. Oggi, il mercato cerca sempre di più di oscurare la figura di Gesù di Nazareth e imporre Babbo Natale. C’è una babbonatalizzazione che trasforma il Natale in una festa del consumo. Il mercato vuole imporsi mercantilizzando tutte le dimensioni della vita. Stiamo andando incontro anche ad un nuovo anno, il passaggio racchiude sempre in se il desiderio di cambiare, dobbiamo impegnarci a vivere sempre più la generosità, la solidarietà e la condivisione, impegnandoci profondamente ad essere sempre più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che la pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare un vero rapporto solidale con la terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta.

Buon cammino, Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Dicembre 2015

“La nostra missione non è forse quella di conservare la vita? C’è un solo modo per fare questo. Dobbiamo insistere perché sia fatta la pace.”

(Emily Hobhouse, Natale 1914)

Carissime/i, iniziare sempre con carissime/i queste comunicazioni mensili è una forma di amicizia che aiuta a trasmettere con continuità tante notizie, inviti e lettere che sono il cammino della nostra Rete di Padova. Anche gli auguri sono un modo di ricordare la nostra amicizia, il nostro impegno solidale, e anche la nostra fratellanza con tutti gli amici in Haiti, quindi: Buon Natale solidale e Felice 2016 nella vera pace, a tutte/i. Nell’ultimo nostro incontro non eravamo in molti, probabilmente le nebbia, la scelta del giorno (lunedì) non hanno aiutato la partecipazione. Abbiamo letto e commentato l’ultima lettera da Haiti (qui allegata), che ci coinvolge tutti in particolare nella campagna “progetto salute” e che, con il prossimo viaggio di incontro-conoscenza sarà verificato sul posto. Il giorno 24 novembre a Mirano, organizzato dall’associazione “il ponte”, c’è stata, da parte di Marianita, la presentazione del libro “Dadoue Printempes In viaggio verso il cambiamento”. Un segno di amicizia e di attenzione verso la Rete e i ns progetti in Haiti. In questo periodo di “feste” il libro che, come sapete, racconta la vita e la storia di Dadoue, può diventare un’idea per un intelligente e solidale bel regalo (lo trovate da Marianita 049 684 672 – Gianna Elvio 049 618 997). Al Coordinamento di Udine si è parlato e approfondito il tema del convegno 2016 che, come sapete, si terrà a Trevi in Umbria, da venerdì 8 a domenica 10 aprile. Il tema, gli approfondimenti e le testimonianze sull’attuale drammatica realtà dell’immigrazione. Con le prossime circolari nazionali tutte le notizie utili: titolo, testimoni, relatori e come partecipare. La Circolare Nazionale di questo mese è scritta da Carla Grandi di Trento. Che con i suoi “giovani” 90 anni ci ha trasmesso un pezzo di storia della Rete e, della sua vita. Auguri (in ritardo) Carla.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Novembre 2015

Cari amici, le notizie degli ultimi assalti terroristici ci parlano delle logiche di potere che vedono musulmani contro musulmani fra cui, tangenzialmente anche l’Europa è finita dentro; i nemici mortali sono, da una parte, gli islamici sunniti che si riconoscono nel perverso Stato Islamico del Califfo, dall’altra parte le minoranze sciite unite con quello che resta dei cristiani mediorientali, degli Yazidi, e le potenze occidentali. Secondo me non si può parlare di una guerra di religione ma di una guerra in cui la religione serve a legittimare propri obiettivi e propri traffici economici per il controllo di territori e di risorse. Ho letto di un rapporto di un analista della Cia che sostiene la tesi per cui anche ipotizzando l’inesistenza dell’Islam, il Medioriente sarebbe insanguinato dagli stessi conflitti a cui oggi assistiamo. Conferma questo pensiero il fatto che fra i foreign fighters, ovvero, gli occidentali che vanno a combattere per l’Isis, non ci sono solo musulmani, o disperati delle periferie metropolitane, ma troviamo cristiani, ebrei, laici, atei, ragazzi della medio alta borghesia, attirati dalla propaganda apocalittica del Califfo che li convince di combattere in nome dell’umanità. Ho fatto questo preambolo alla lettera di novembre perché non potevo esimermi dall’ esprimere tutto il mio dolore per quanto ci sta accadendo intorno, per non parlare dei tanti profughi morti per fuggire proprio da questi attacchi terroristici in Siria, in Libia, in Afganistan, in Libano,in Iraq e ai tanti, troppi, bambini morti in mare, si parla di più di 700 bambini morti negli ultimi mesi di cui la televisione non ci risparmia le immagini. Vorrei, allora, parlare di come ci si può riscattare da una vita di errori legati alla guerra e alle armi; voglio parlare di Vito, il trafficante di armi. Lavorare per la guerra. Costruire mine. Produrre, arricchirsi e poi capire che quella vita non può continuare. Mollare tutto, perdere soldi, potere e anche affetti familiari per ricostruirsi un’esistenza morale partendo da meno di zero. E’ la storia di Vito A. F., ingegnere barese di 52 anni, oggi infaticabile «sminatore» al servizio di «Intersos», organizzazione umanitaria per l’emergenza, che si occupa di liberare le zone di guerra dalle mine, «l’arma della vergogna». Raccontare il percorso umano di quest’uomo può essere utile per capire come spesso la strada che porta alla pace è tortuosa. Vito nasce in una antica famiglia di industriali baresi. Il trisnonno fu il primo costruttore di mattoni rossi dell’intero Sud Italia. Nell’82 la laurea in ingegneria elettrotecnica e il posto nell’azienda di famiglia. Siamo negli anni Ottanta a Bari, capoluogo di quella Puglia produttiva che i socialisti di Rino Formica hanno eletto a modello di sviluppo dell’intero Sud. Il vecchio detto «se Parigi avesse lu mere…» è gettato alle ortiche, Bari con i suoi poli industriali, i suoi «cantieri» (gente che assembla pezzi nelle vecchie masserie trasformate in laboratori), il suo baricentro e i poli commerciali, ambisce a far concorrenza alla invidiata Milano. L’azienda di famiglia la «Tecnovar», produce mine e componenti di mine antiuomo e anticarro. E le vende. Un milione e trecentomila ordigni all’esercito egiziano, ad esempio, e poi contenitori in bachelite per congegni anticarro a pressione, 8 milioni di mine per l’esercito italiano. La nave va, come si diceva in quegli anni. Vito è la mente tecnologica dell’azienda. Mente tormentata dal dubbio, però. Lui, rampollo di una vecchia famiglia di tradizione liberale, ha studiato dai gesuiti, nel tempo libero frequenta i gruppi ecclesiali di base e «Mani Tese». Disdegna i circoli della «Bari bene» e per la famiglia è poco meno di una pecora nera. «Vito – gli dicevano – non farti scrupolo, tanto le mine se non le fai tu le fa qualcun altro». «Pensa ai 150 operai e alle loro famiglie». E Vito andava avanti. Fino al 1984, quando Francesco Rutelli denuncia che la Tecnovar aveva prodotto mine marine presenti nel Mar Rosso. L’industria barese replica sdegnata, «noi – dicono i vertici – produciamo solo mine antiuomo e anticarro» (come se questo fosse un vanto). Tre anni dopo, però, la magistratura barese apre un’inchiesta a carico del proprietario della Tecnovar, per esportazione dei capitali all’estero mediante «sottofatturazione delle forniture di mine fatte dalla Tecnovar alla società egiziana “Eliopolis” dal ‘79 all’85». Scoppia lo scandalo. E nella mente di Vito cominciano a frullare pesanti dubbi sulla sua vita e sul suo lavoro. Dichiara a «Famiglia Cristiana» in un’intervista: «Io non sono un trafficante d’armi». Le denunce, però, sono fortissime. «Dagli anni ‘80 fino al ‘93 – scrivono gli attivisti di “Campagna italiana contro le mine” – le tre aziende italiane produttrici di mine (seconde in Europa solo a quelle jogoslave), Valsella, Tecnovar e Sei, avrebbero concesso licenze di produzione all’estero a sette paesi: Sud Africa, Singapore, Spagna, Grecia, Portogallo, Australia, Egitto». La TS50 progettata da Vito ha, quindi impestato tutto il mondo. Vito è sempre più consapevole che il suo lavoro non è innocente, capisce che c’è una relazione strettissima tra produrre “quelle” armi e il loro impiego; impiego che produce al 90% vittime civili. “Ci sono paesi –dice ora- in cui le mine sono usate in modo criminale come in Angola, in Afganistan,in Mozambico,in Congo.” La pressione si fa sempre più forte. Nel 1993, finalmente, il governo italiano stabilisce uno stop alla produzione di questi ordigni (su 100 milioni di mine diffuse nel mondo, si legge in inchieste dell’Onu, almeno il 13 per cento è made in Italy) e una moratoria per consentire la riconversione delle industrie. Il dubbio, ormai, è ben insinuato nella mente e nella coscienza dell’ingegner Vito A.F. «Ricordo – racconta oggi – le telefonate di Nicoletta Dentico che all’epoca coordinava la campagna italiana contro le mine. E Gino Strada che mi chiamava a casa e senza andare tanto per il sottile mi diceva: “Ti dispiace? Non basta. Devi fare qualcosa”». E poi Don Tonino Bello, l’arcivescovo pacifista di Molfetta. «Mi invitava ai convegni sul traffico d’armi, mi faceva parlare, ma soprattutto mi consentiva di capire tante cose. “La pugnalata più forte me la diede mio figlio: eravamo in macchina, io avevo un catalogo della Tecnovar sui sedili posteriori e lui, piccolissimo, cominciò a farmi domande sul perché si producessero le armi. Io provai a dirgli che qualcuno doveva pur farlo, ma lui chiese a bruciapelo: ”Si, ma perché proprio tu?” Quella era l’unica domanda che non mi aveva fatto nessuno! Sì, c’era una sorta di offensiva sulla mia coscienza che mi portò ad assumere una serie di decisioni». La prima: rompere con la famiglia di origine, che, cresciuta al riparo delle commesse militari, lo considerava un traditore. La seconda: lasciare la fabbrica e quel tipo di lavoro. La terza: darsi da fare. «Nel senso di riconvertire radicalmente l’uso delle mie conoscenze tecniche. Usare i mie studi, le mie capacità per liberare il mondo dalle mine». Un primo impegno nel ‘97 a Oslo, come consulente impegnato a definire i punti più delicati del trattato di Ottawa, due anni dopo in «Intersos» a dirigere e coordinare progetti di sminamento nelle zone calde del mondo: Bosnia, Serbia, Kosovo.Una delle imprese più ardue è stata quella di sminare la pista di bob delle Olimpiadi invernali del 1984 a Serajevo. E sempre con quel tarlo in mente. «Sì, ogni volta che tiro fuori una mina la osservo, cerco di leggere il nome della fabbrica che l’ha prodotta.». Nel team di Vito hanno lavorato sia musulmani che serbi, sia ex guardie di Mladic che ex minatori di Olovo, ma tutti motivati a bonificare terreni pericolosi. Un lavoro duro, quello con «Intersos». Pericoloso. Pagato poco, 2-3 milioni al mese delle vecchie lire. Disinnescare mine in un campo è un’operazione lentissima. Si lavora in coppia lungo dei corridoi, dandosi il cambio ogni mezz’ora. Si avanza carponi con un metal detector in mano. Accertato che il terreno è sicuro, si sposta ogni volta un po’ più avanti l’asticella che divide la zona libera da quella ancora da monitorare. Quando il rilevatore suona, si affonda delicatamente uno spillone nel terreno. Una volta individuate, le mine vengono estratte e fatte esplodere in una fossa poco distante. «Sì, ero un industriale, ora vivo così. Ma va bene. La mia non è una forma di masochistica espiazione, è qualcosa di più complesso: è la mia nuova vita». In questi anni la sua squadra ha trovato e reso inoffensive oltre 5 mila mine. Oggi pensa che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove stanno impiegando mine belghe o copie di mine brasiliane. «Ma non ora, ora è impossibile andarci». Il lavoro dello sminatore è un lavoro del dopoguerra, un lavoro portato a termine da un popolo di formiche che lotta contro le metastasi di un disastro già ideato e deflagrato. Eppure, senza quelle formiche, la guerra continuerebbe per decenni. A ogni esplosione, una nuova nuvola di odio si alzerebbe dalla terra. E questo Vito lo sa. Nessuno meglio di lui può saperlo.

Carissimi, la prossima riunione del gruppo di Macerata si svolgerà il 9 dicembre alle 17 a casa mia in via Medaglie D’Oro 9. Spero di vedervi numerosi anche per cogliere l’occasione per farci gli auguri di Natale. Per ogni comunicazione chiamate il seguente numero telefonico 0733 239928, se non sono in casa lasciate un messaggio nella segreteria telefonica. Un abbraccio.

Maria Cristina Angeletti