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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Ottobre 2014

“Perché una società vada bene,

si muova nel progresso,

basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Giovanni Falcone

Carissime/i,

le lettere, la corrispondenza con i nostri referenti sono le principali, se non le uniche, comunicazioni che ci fanno conoscere la realtà, la drammatica realtà, come in queste note su Haiti. Un paese che non conosce pace, né democrazia, né giustizia. Ci sono anche belle “storie”, storie nostre, storie della Rete, che continuamente ci danno fiducia e speranza, come la scelta di Beppe Ghilardi, della Rete di Casale Monferrato, che ha deciso di dare una mano ai nostri amici di Haiti e per un mese andrà a coadiuvare, con la sua professionalità di infermiere, le iniziative del progetto salute di Fondol, progetto che porteremo a conoscenza con la prossima lettera. Beppe cercherà di fare un sondaggio tra la gente, nelle comunità, per raccogliere dati sulla salute in generale e facilitare i risultati per impostare un programma di formazione e di salute preventiva. Marianita, come sempre, tiene i “fili” delle relazioni con Jean e Martine, mette assieme le ultime notizie da Haiti. La circolare nazionale è scritta da una nuova piccola Rete della Liguria. Troverete anche un interessante articolo sulla drammatica realtà che si vive a Gaza, tragedia che non trova più spazio nei media. Delle decisioni del coordinamento di Verona, vi aggiorneremo prossimamente anticipiamo solo che, la nostra operazione è stata rinnovata e ha trovato una completa accoglienza da parte di tutte le Reti presenti. Vi ricordiamo, anche per un bel regalo, il libro che racconta la vita di “Dadoue Printemps” scritto da Marianita, per riceverlo Elvio 049 618997. Chi può, dia una mano per la presentazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Novembre 2014

La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione con Dio,

perché è la guida dei popoli.

E’ una responsabilità immensa,

un severissimo servizio che ci si assume.

Giorgio La Pira

Carissime/i,

iniziamo questa lettera con la bella recensione del libro scritto da Marianita, che racconta la vita di DADOUE. Recensione fatta dal mensile delle suore comboniane COMBONIFEM di questo mese di novembre. Per le prossime festività perché non pensare a regali utili e intelligenti; regaliamo il libro di DADOUE. Come leggerete più avanti, abbiamo lanciato una Campagna per il Diritto alla Salute, un necessario impegno verso i nostri amici haitiani. Per diffondere la campagna si può richiedere a Elvio il dépliant che è stato preparato e invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi per raccogliere fondi. Giovedì 18 dicembre, presso i Comboniani a Padova presentazione pubblica del libro: DADOUE PRINTEMPS In cammino verso il cambiamento. Con la prossima lettera tutte le notizie per partecipare numerosi. Prossimo coordinamento sabato 29 e domenica 30 novembre a Calambrone (Pisa), per partecipare Giorgio Gallo, tel. 050 856047, email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..”>gallo@di.unipi.it.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Verona – Novembre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in questa circolare di novembre diamo spazio ad uno scritto che ci ha mandato nostra figlia Sara da Amman, (scrivono la Circolare Roberto Beccaletto e Francesca Gonzato) perché crediamo possa essere di qualche interesse per tutti voi. Sara conosce bene la RRR, ha partecipato a molti incontri, ad un convegno a Rimini e soprattutto ad un viaggio in Palestina della Rete a cavallo tra il 2009 e il 2010, che per lei è stato molto significativo. Non spendiamo altre parole perché si presenta da sola nel suo scritto.

Lavoro presso l’IOM, International Organization for Migration, organizzazione inter-governativa (non ONG, anzi il contrario, perché la maggior parte dei fondi che riceve viene dai Governi) che in alcuni Paesi come Iraq e Afghanistan lavora a fianco delle Nazioni Unite nella cosiddetta UN Country Team. Viste le analogie nel mandato e nel tipo di assistenza umanitaria fornita (in particolare con l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), da anni si parla di inglobare IOM nelle Nazioni Unite, ma per ragioni di politica interna alle due Agenzie prima che questo succeda ci vorrà ancora un po’. IOM rispetto alle Nazioni Unite è un’organizzazione burocraticamente più snella (per ora), presente in 155 Stati, che vanta un approccio molto più ‘sul campo’. IOM Iraq nasce nel 2003 dopo l’invasione americana per dare assistenza agli sfollati iracheni che fuggivano dalle zone di conflitto per trovare rifugio in aree più sicure, sempre all’interno del loro territorio nazionale (da qui la definizione di Internally Displaced Persons). Oltre ai tre principali uffici nelle città di Erbil (Kurdistan Iracheno – nord Iraq), Baghdad (centro Iraq) e Basra (sud Iraq), IOM Iraq ha sempre mantenuto un ufficio di supporto ad Amman, che garantisce la continuità nell’assistenza fornita anche nei momenti in cui gli uffici in Iraq sono semi-operativi o totalmente fuori uso per cause di forza maggiore. Al momento le Nazioni Unite hanno dichiarato Livello 3 di Emergenza in Iraq: se mai si arriverà al livello 5 (immediata evacuazione), l’ufficio di Amman sarà pronto ad ospitare tutti i dipendenti IOM internazionali. I dipendenti IOM iracheni, invece, resteranno in patria e dovranno badare a se stessi e alle loro famiglie, perché per entrare in Giordania necessitano di un visto che IOM non può garantire. Sono arrivata qui a Erbil perché in Italia, a meno che non si sia già accumulata considerevole esperienza, il campo delle migrazioni non offre possibilità lavorative al di là del volontariato o di stipendi ridicoli. Attiva in Amnesty International durante liceo e università, laureata in Scienze Politiche a Milano e con un Master alla School of Oriental and African Studies (Londra): il mio profilo è un po’ uno dei tanti che circolano in giro per il mondo. La mossa chiave per trovare questo lavoro è stata trasferirmi ad Amman seppur con solo un misero contratto da stagista in una ONG giordana che si occupa di diritti dei lavoratori migranti. Una volta ad Amman ho saputo attraverso contatti che c’erano posizioni aperte in IOM Iraq: ho mandato il curriculum, fatto il colloquio e sono stata selezionata per un altro stage, che poi ha portato a un contratto a tempo determinato con possibilità di rinnovo. In IOM Iraq faccio parte del dipartimento di Project Development, Monitoring and Evaluation: i miei compiti cioè comprendono scrivere progetti, seguirne l’implementazione (garantita dai colleghi iracheni sul campo), stendere periodici report per i donors (finanziatori) per rendere conto di come sono stati spesi i finanziamenti ricevuti, e valutare l’andamento e i risultati dei progetti. Essendo un’organizzazione di fama internazionale, il problema fundraising (raccolta fondi) in IOM di fatto non sussiste, soprattutto ora che gli occhi dei media sono tutti puntati sull’Iraq. Chi sono i donors? Tra i maggiori finanziatori, oltre a varie Agenzie delle Nazioni Unite (per lo più UNHCR) e all’Unione Europea, vi sono i Governi: Stati Uniti, in primissima fila, seguiti da Giappone, Svezia, Germania, Gran Bretagna, Francia… L’Arabia Saudita a inizio estate, subito dopo lo scoppio della crisi in Iraq dovuta all’avanzata dell’ISIS, ha elargito la più grande donazione che IOM Iraq abbia mai ricevuto da parte di un singolo stato. Molti considererebbero questi soldi ‘blood money’ (denaro sporco), visto che provengono da uno stato ufficialmente schierato con gli Stati Uniti e la loro coalizione contro l’ISIS, ma in cui allo stesso tempo alcuni cittadini particolarmente abbienti stanno investendo il loro denaro in finanziamenti allo Stato Islamico; nonostante ciò prevale la regola ‘il fine giustifica i mezzi’: non è negando assistenza umanitaria a migliaia di esseri umani, prime vittime di questa crisi, che si può dare una lezione di politica internazionale. Chi sono i destinatari dei progetti e che tipo di assistenza ricevono? IOM Iraq fornisce assistenza all’interno dei confini iracheni a quattro categorie di beneficiari:

– Rifugiati: persone che fuggono dal loro paese in cui la loro incolumità è a rischio a causa di guerre o calamità naturali e che per questo non possono essere rimandati indietro. Al momento l’Iraq ospita 230.000 rifugiati siriani registrati ufficialmente con l’UNHCR (di cui più di tre quarti si trovano ora a nord dell’Iraq nel Kurdistan Iracheno), che sono entrati nel Paese in grandi numeri per lo più dal confine siriano prima che questo confine venisse chiuso dal governo del Kurdistan Iracheno (KI). Recentemente si è aperto un altro punto di accesso: Kobane, una cittadina siriana che si trova in punto strategico a confine con la Turchia e che ha aperto un facile corridoio d’entrata con il KI.

– IDPs – Internally Displaced Persons: sfollati all’interno del proprio paese. IOM conta che siano circa 1,8 milioni gli iracheni scappati dalle proprie case, spesso con poco più dei vestiti che indossavano al momento della partenza, dal sud e centro Iraq (aree con maggiore presenza dell’ISIS) per cercare rifugio in zone più sicure nel nord del Paese. La gran parte di questi IDPs vive ora nel KI, già al limite della sua capienza per la presenza di rifugiati siriani, all’interno di campi per IDPs, o in palazzi abbandonati ancora in fase di costruzione (che sono tantissimi nel Kurdistan a causa di enormi speculazioni). L’assistenza che IOM fornisce in emergenza umanitaria per i rifugiati siriani e gli sfollati iracheni presenta delle componenti standard: trasporto dal confine ai campi, o intra-campi; rifugio: tende, prefabbricati, o semplicemente nel caso degli IDPs protezioni di plastica usate per ‘sigillare’ palazzine non finite e abbandonate per impedire che la gente cada giù, e per offrire un certo riparo dal freddo e dalle intemperie dell’inverno. Quest’ultima soluzione è stata concepita per buona pace dei governi iracheno e kurdo, che vogliono assicurarsi che la permanenza degli sfollati sul loro territorio sia temporanea; kit contenenti beni utili (non alimentari, a questi pensano altre organizzazioni) per un’intera famiglia di sei persone come materassi, coperte, cuscini, pentole, kit sanitari; sanità: da poco IOM ha iniziato a fornire assistenza sanitaria di base e di prevenzione per malattie facilmente trasmissibili come la tubercolosi attraverso il dispiegamento di cliniche mobili sul territorio e il supporto di centri medici già esistenti in termini di personale, macchinari e medicinali; a queste attività si stanno per affiancare anche attività di supporto psicologico.

– Returnees: iracheni emigrati all’estero che decidono di tornare volontariamente in patria, spesso perché non hanno avuto successo nel loro tentativo di stabilirsi all’estero. La grande maggioranza di queste persone quando tornano vogliono reintegrarsi nel KI, in quanto è la regione più ricca e moderna dell’Iraq che nonostante la crisi in corso sta vivendo un periodo di boom economico grazie alle ingenti riserve di petrolio (che disegnate su una cartina dell’Iraq formano delle grandi chiazze nere, specialmente vicino a Erbil e Dahouk, due tra le principali città del KI) e agli enormi investimenti in contanti che arrivano da varie parti del mondo (le guerre del 2003, 2006-2007 hanno insegnato a non depositare i soldi nelle banche, rarissima presenza nel KI, per evitare di perderli nell’eventualità di un’altra guerra). Nel caso di Erbil, capitale del KI, i suoi ingenti cantieri, infrastrutture in veloce sviluppo, un grande business di hotel di lusso, e una relativa stabilità politica ne fanno la cosiddetta ‘piccola Dubai’ del Medio Oriente. IOM, in coordinazione con stati europei come Francia, Belgio, Finlandia e Svezia con i più alti tassi di immigrati iracheni, promuove programmi che facilitano la reintegrazione degli emigrati iracheni in patria, supportandoli per esempio nella ricerca di un lavoro.

– Le comunità irachene ospitanti IDPs e rifugiati: promuovendo attività per l’autosostentamento dei beneficiari (IDPs e rifugiati) e delle loro famiglie, e progetti volti a produrre un veloce impatto sulle infrastrutture e i servizi del territorio (come ad esempio la costruzione di strade, scuole, cliniche, ecc..), IOM mira a ridurre al minimo l’impatto economico e sociale dell’arrivo di queste persone in modo da prevenire qualsiasi tipo di attrito con la popolazione locale ospitante. IOM Iraq inoltre supporta il governo del Kurdistan e il governo centrale iracheno (Baghdad) attraverso varie attività volte a rafforzare le capacità e l’autosufficienza di entrambi i governi nella gestione dei confini e nella lotta contro la tratta di esseri umani, con lo scopo di garantire una migrazione regolare e rispettosa della dignità umana all’interno dell’Iraq.

Sono stata tre volte ad Erbil per lavoro, una volta a febbraio e due negli ultimi due mesi. Tra la prima volta e le altre due le cose sembrano essere cambiate veramente poco in apparenza. In realtà la città in molte zone fuori e dentro il suo centro sta ospitando in chiese, parchi, palazzi non finiti migliaia e migliaia di IDPs: il quartiere cristiano di Ankawa da solo ospita almeno 10.000 IDPs. A livello di sicurezza pochi sono i cambiamenti facilmente percepibili: gli hotel a cinque stelle ospitanti lavoratori delle Nazioni Unite e di varie ONG sono tornati ad avere guardie e metal detector all’entrata, il compound delle Nazioni Unite (dove si trovano tutti i principali uffici IOM e delle varie Agenzie UN) ha rinforzato la sicurezza all’entrata e sul suo perimetro, e tutti i lavoratori umanitari UN sono stati caldamente consigliati a non usare i taxi locali (per rischio rapimento) e limitarsi ad andare in giro con macchine della propria Agenzia. Di fatto, è stato comunicato chiaramente che ci sono delle infiltrazioni di affiliati dell’ISIS, ma nonostante ciò il comportamento di certi colleghi è tutt’altro che cambiato rispetto a mesi fa. Molti di loro hanno contratti di sei o più mesi ad Erbil, e nella loro carriera sono stati in missioni come Pakistan e Afghanistan, in cui la libertà di movimento per i dipendenti delle Nazioni Unite è molto più limitata e il rischio percepito a livello di sicurezza è più alto. In missioni come queste, comprese quella in Iraq, si tende a spendere la gran parte delle giornate a lavorare, visto che c’è poco altro da fare. Il livello di stress accumulato è tanto, perciò non c’è da stupirsi che Kabul e Erbil ospitino nei weekend enormi feste frequentate rigorosamente da lavoratori umanitari che tentano di scappare almeno per qualche ora alla continua pressione a cui sono sottoposti. Uscire di sera ad Erbil, prendersi una birra con degli amici e mentre si attraversa la strada incappare in una famiglia di IDPs che vive in una tenda piantata a due passi da lì è una delle tantissime contraddizioni di questa crisi irachena e della vita dei lavoratori umanitari. La morale? La morale è che non c’è morale. L’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) o ISL (Islamic State of Iraq and Levant), gruppo islamico di ispirazione sciita, è il prodotto di manovre occidentali messe in atto dopo l’invasione americana del 2003 per contrapporre gruppi sciiti (circa il 60% della popolazione irachena) e sunniti (40%) con lo scopo di raggiungere una stabilità filo-occidentale attraverso un governo sciita solo apparentemente democratico e rappresentativo dell’intero Paese. Nulla di nuovo sotto il sole di un mondo dominato da stati imperialisti: gli interessi economici da sempre hanno generato guerre, in cui il cosiddetto Occidente non ha mai perso occasione di fare del profitto vendendo armi al miglior offerente e addestrando miliziani secondo la strategia del divide et impera. Esempio lampante: la guerra Iran-Iraq (1980-‘88), in cui nazioni come Stati Uniti e Gran Bretagna hanno venduto armi a entrambe le parti in conflitto. Ciò che sta succedendo ora in Iraq dunque non è prodotto della fatalità o del demonio (come il colore nero delle divise e delle bandiere dell’ISIS sembra suggerire) bensì la conseguenza di anni e anni di storia scritta dai grandi poteri economici e politici. Le vittime sono i civili, ultimi in questa catena di interessi. Alla luce di ciò alla domanda “ma l’ONU fa più danni che altro cercando di risolvere problemi creati da altri?” la mia risposta è: l’ONU è un problema, fintantoché resta condizionata dai 5 stati che hanno potere di veto nel suo Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia), impegnati a mantenere un certo ordine geopolitico mondiale al servizio dei loro interessi economici. La missione umanitaria delle sue Agenzie resta comunque fondamentale per salvare vite umane e garantire un minimo di dignità e sicurezza a milioni di civili coinvolti nei tanti conflitti in atto sul pianeta.

Vi annunciamo che il prossimo incontro del gruppo di Verona della RRR è previsto per lunedì 24 novembre alle ore 21 presso una sala del Tempio Votivo, dove ci accoglie don Carlo Vinco.

Un caro saluto da Francesca e Roberto

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Ottobre 2014

Per capire la vittoria di Dilma Rousseff, presidente del Brasile di Leonardo BOFF.

In questa tornata elettorale presidenziale, brasiliani e brasiliane si sono confrontati come se rappresentassero la scena biblica descritta dal Salmo n°1: si doveva scegliere tra due vie, una che rappresentava il successo e la felicità possibile, l’altra l’insuccesso e l’infelicità evitabile. Erano state create tutte le condizioni per una tempesta perfetta con distorsioni e diffamazioni, diffuse nella grande stampa e nei media popolari, soprattutto una rivista che ha offeso gravemente l’etica giornalistica, sociale e personale pubblicando falsità per danneggiare la candidata Dilma Rousseff. Dietro a questa rivista albergano le élites più retrograde che si impegnano a difendere i loro privilegi piuttosto che far partecipare tutti ai diritti personali e sociali. Davanti a queste avversità la presidente Dilma già passata attraverso le torture nei sotterranei degli organi di repressione della dittatura militare, ha rafforzato la sua identità. È cresciuta nella sua determinazione e ha accumulato energie per affrontare qualsiasi scontro. Si è mostrata come è: una donna coraggiosa e valorosa che trasmette fiducia, virtù fondamentale per un politico. Mostra di essere tutta di un pezzo e non tollera malefatte. Lei genera nell’elettore o elettrice il sentimento di “sentire fermezza”. La sua vittoria è dovuta in gran parte ai militanti che sono usciti per le strade organizzando grandi manifestazioni. Il popolo ha mostrato di essere maturo nella sua coscienza politica e ha saputo, biblicamente, scegliere la via che gli pareva più indovinata votando Dilma. Lei ha vinto con più del 51% Il popolo già conosceva le due vie. Una, già praticata per otto anni, ha fatto crescere economicamente il Brasile ma ha trasferito la maggior parte dei benefici a coloro che già li avevano a costo di una stretta salariale, a costo della disoccupazione e della povertà delle grandi masse: politiche ricche per i ricchi e povere per i poveri. Il Brasile era diventato il socio minore e subalterno del grande progetto globale, egemonizzato dai paesi opulenti e militaristi. Ma questo non era il progetto di un paese sovrano consapevole della sua ricchezza umana, culturale, ecologica e degna di un popolo che ha l’orgoglio del suo meticciato, e che si arricchisce con tutte le differenze. Il popolo aveva percorso anche l’altro cammino quello del successo e della felicità possibile. In questo mantenne il posto centrale. Uno dei suoi figli soppravvissuto dalla grande tribolazione, Luiz Inacio Lula da Silva, che è riuscito con politiche pubbliche, rivolte agli offesi e umiliati della nostra storia a far sì che una porzione di popolo grande quanto l’Argentina intera fosse inclusa nella società moderna. Dilma Rousseff ha portato avanti, approfondito e allargato queste politiche con misure democratizzanti come il PRONATEC, il PRO-UNI, le quote nelle università per gli studenti venuti dalla scuola pubblica e non dai collegi privati; le quote per coloro i cui antenati son venuti dal ventre delle navi negriere, così come tutti, così come altri programmi sociali da BOLSA FAMILIA, LUZ PARA TODOS, MINHA CASA MINHA VIDA, PIU’ MEDICI, tra gli altri. La questione di fondo del nostro paese è in corso di ricalcolo: garantire a tutti ma specialmente ai poveri l’accesso ai beni della vita, superare la spaventosa disuguaglianza e creare mediante l’educazione opportunità ai piccoli perché possano crescere, svilupparsi e diventare uomini come cittadini attivi. Questo progetto ha risvegliato il senso di sovranità del Brasile, lo ha proiettato sullo scenario mondiale con una posizione indipendente, che richiedeva un nuovo ordine mondiale, nel quale l’umanità si scoprisse come umanità, e tutti abitanti della stessa casa comune. La sfida per la presidente Dilma non è soltanto consolidare i programmi riusciti, e correggere i difetti, ma inaugurare un nuovo ciclo di esercizio del potere che significhi un salto di qualità per tutte le sfere della vita sociale. Poco si riuscirà a ottenere se non ci sarà una riforma politica che elimini una volta per tutte le basi della corruzione e che permetta passi avanti della democrazia rappresentativa, con l’incorporamento della democrazia partecipativa, con consigli, pubbliche udienze e consulte ai movimenti sociali e altre istituzioni della società civile. E’ urgente una riforma tributaria perché ci sia più equità e contribuisca al pareggiamento dell’abissale disuguaglianza sociale. Fondamentalmente l’educazione e la salute saranno al centro delle preoccupazioni di questo nuovo ciclo. Un popolo ignorante e malato mai spiccherà un salto per raggiungere un livello più alto di vita. La questione del risanamento di base, della mobilità urbana (l’85% della popolazione vive in città), con un sistema di trasporti minimamente degno; la sicurezza e la lotta contro la criminalità sono imperativi imposti dalla società e che la Presidente si obbligherà ad affrontare. Lei nei dibattiti ha presentato un ventaglio significativo di trasformazioni. Per la serietà e senso di efficacia che ha sempre mostrato possiamo aver fiducia che avverranno. Ci sono questioni appena accennate: l’importanza di una riforma agraria moderna che stabilisce il contadino sulla terra con tutti i vantaggi che la scienza ha trovato. E’ importante ancora la demarcazione e l’omologazione delle terre indigene, molte minacciate dall’avanzamento dell’industria agro alimentare. Per ultima, e forse la maggiore delle sfide che viene dal campo dell’ecologia. Severe minacce sorvolano il futuro della vita e della nostra civiltà, sia per la macchina di morte già creata che potrebbe eliminare varie volte consecutive tutta la vita e le conseguenze disastrose del riscaldamento globale. Se arriverà un riscaldamento catastrofico, come intere Società scientifiche ci mettono in guardia, la vita che noi conosciamo forse non potrà sussistere e gran parte dell’umanità sarà spazzata via. Il Brasile per la sua ricchezza ecologica è fondamentale per l’equilibrio del pianeta crocifisso. Un nuovo governo Dilma potrà andare incontro a questo problema, che è la vita o la morte della nostra specie umana. Che lo Spirito di sapienza e di cura orienti le difficili decisioni che la presidente Dilma Rousseff dovrà prendere.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Ottobre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona,

l’incontro del nostro gruppo a casa Pettenella, del 19.9, ha permesso di riflettere realmente su come fare associazione ed essere solidali in questo tempo, ed ha rilanciato il nostro impegno, sia dal punto di vista dell’approfondimento dei fatti, che rappresenta l’aspetto più politico, sia dal punto di vista pratico ed operativo, del che fare e di come contribuire ad una maggior giustizia in questo mondo così diviso e pervaso da ingiustizie. Gli incontri successivi, il Coordinamento Nazionale a Sezano ed il primo martedì di Nigrizia, hanno confermato questa necessità di ripensare il nostro impegno di solidarietà internazionale, per capire insieme cosa succede e impegnarsi concretamente come singoli e come gruppo per una maggior giustizia.

In casa Pettenella si è parlato soprattutto del nostro programma annuale, di quando e come ritrovarsi, con quale regolarità e su quali temi. Si è parlato di Palestina, della guerra a Gaza e delle le sue conseguenze disastrose, della paura di Israele delle conseguenze del boicottaggio dei suoi prodotti, che sta continuando soprattutto per i prodotti farmaceutici Teva e su Soda Stream; si è parlato delle notizie vere, difficili da reperire, perché i media sono condizionati da USA e da Israele, ed ora sono tutti focalizzati sulle notizie dello stato islamico ISIS e della relativa guerra, con violenze davvero inumane. L’ultimo numero di Bocche scucite ha citato il discorso di accusa di Abu Mazen all’ONU sulle distruzioni a Ghaza, ma di esso i giornali italiani non hanno proprio parlato. Chi volesse saperne di più, mi contatti che gli farò avere i riferimenti diretti.

Uno dei nostri prossimi incontri potrebbe essere proprio sulla Palestina, sul Medio Oriente e sulle nostre operazioni, cioè le operazioni che seguiamo noi della Rete di Verona, che sono le borse di studio a Joao Pessoa, gestite dall’Opera Mazziana, l’operazione Marco Picotti; e le operazioni in Guatemala, che ormai da una ventina d’anni guidiamo noi di Verona, con stretti rapporti anche personali con i referenti locali guatemaltechi, mentre invece la parte finanziaria di questa è curata dalla Rete Nazionale.

Si è parlato di come suddividere le collette veronesi, che ora confluiscono sul nuovo conto di Banca Etica, perché le indicazioni di chi versa sono sempre molto generiche, rimandano ad una discrezione collegiale: già negli scorsi anni si era discusso se chiudere l’operazione di Joao Pessoa, intitolata a Marco Picotti, perché il Brasile è profondamente cambiato rispetto all’inizio di questa operazione, che la Rete di Verona cura interamente, cioè raccoglie e manda tutti i denari necessari, mentre per quasi tutte le altre operazioni è la Rete nazionale a raccogliere genericamente il denaro delle collette ed a distribuirlo tra le varie operazioni. Si è deciso di mantenere l’operazione, ma per interpretare la “discrezione” si è deciso di destinare non più di 8.000 € l’anno (se ci si arriva), e non più del 50% di ogni raccolta mensile; gli altri vanno alla Rete nazionale, per tutte le altre operazioni. Si è così privilegiata la collegialità del gruppo/associazione, che raccoglie e interpreta la volontà espressa dai singoli con la loro intenzione del versamento nella colletta di restituzione.

Uno dei prossimi incontri sarà certamente sulla Finanza Internazionale, seguendo ciò che la Rete Nazionale vuol fare con una apposita Commissione, per capire meglio cosa succede e boicottare la finanza criminale, che non è solo quella legata alla mafia del Sud Italia. Stiamo pensando ad un relatore autorevole da far venire a Verona (Andrea Baranes ?), per avere da lui informazioni approfondite; poi ci sarà lo specifico Seminario nazionale: il Convegno Nazionale per la Rete è negli anni pari, negli anni dispari si fanno dei seminari di studio su argomenti di interesse, solitamente divisi per territorio, due anni or sono –ricorderete- ci siamo trovati ad Isola Vicentina ed abbiamo ascoltato Michele Nardelli sull’Osservatorio Balcani, e poi abbiamo chiamato lo stesso Nardelli anche a Verona, data la sua preparazione e la sua capacità di dare adeguate informazioni, superando ciò che ci danno i media. Occorre oggi molta controinformazione, come quando noi, ancora giovani, si parlava di guerra in Vietnam o di strategia della tensione, piazza Fontana anarchici eccetera.

Il Coordinamento Nazionale ha iniziato i suoi lavori a Sezano focalizzando l’attenzione sui migranti (già usare questo nome invece di extra-comunitari mi sembra un grande passo avanti per l’accoglienza); i problemi nel merito sono gravi oltre che difficili). Si sta studiando uno specifico progetto sui migranti, partendo da quelli che sono già qui (meglio allora chiamarli migrati o immigrati) per arrivare a quelli che stanno per partire, per migrare, per scappare da guerre, da carestie, da situazioni disastrose. Olivia è un’immigrata ghanese, è a Verona da 20 anni, ci ha parlato di come i villaggi non possono più coltivare la terra intorno, perché è occupata per estrarre l’oro, o i diamanti, o il petrolio, e le scuole non funzionano. È una classica situazione che la Rete affronta e sostiene con le sue operazioni, quando qualcuno là si assume l’onere del Progetto e ci chiede aiuto. Il problema c’è e continua ad aumentare, in ogni luogo della terra, come ci hanno denunciato anche i mapuche cileni che non riescono ad avere le terre che hanno sempre abitato, non hanno i “documenti di proprietà”!

Ma il primo problema dei migranti qui è essere accolti; i Comuni e le associazioni non riescono a gestire decentemente il problema, e l’Europa ancora non ha affrontato seriamente il problema. Sarà l’argomento per un possibile nuovo incontro anche a Verona, anche perché Olivia, la bella signora nera ghanese (minuta, umile e semplice, ma elegantissima in viola e nero) abita proprio a Verona e vorrebbe attivare un progetto concreto sui migranti. Olivia va a casa dei genitori in Ghana in marzo aprile 2015, invita possibili accompagnatori a viaggiare con lei.

Un ultimo argomento è l’ISIS, di cui s’è parlato anche nel nostro incontro veronese, ma soprattutto nel martedì di Nigrizia, dove ha parlato un grande esperto, giornalista e di origini arabe, Moustafà El Ajoubi. Il titolo era “Chi sostiene il califfato?”, nella sala Africa c’erano più di 200 persone, non si riusciva ad entrare; nel pomeriggio del 7.10 Mustafà aveva parlato in interviste ai giornali locali, ed il suo discorso è stato registrato e messo in youtube, disponibile a questo indirizzo: http://www.nigrizia.it/notizia/chi-sostiene-il-califfato/notizie . Moustafa ha cercato di chiarire un tema complesso e articolato, indicando le responsabilità Usa nel far sorgere Al-Qaida contro i russi in Afganistan 20 anni fa, poi nelle campagne contro l’Iran, contro Saddam Hussein in Iraq, ora anche contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina; ha indicato anche le responsabilità dell’Arabia Saudita e del Qatar nel sostenere un movimento sciita contro i sunniti, perché tutto il Medio Oriente diventi a stretta obbedienza religiosa, la sharìa, togliendo di mezzo gli stati laici, come erano Egitto, Libia, Siria. L’Europa non riesce a prendere una sua posizione, ci sono delle forti tensioni internazionali nel merito, che corrispondono poi ai movimenti dei capitali nelle borse internazionali, e come sempre succede sono i deboli a farne le spese, in questo caso ad esempio i cristiani siriani e di altre regioni.

Anche l’informazione ne risente, perché tutti i nostri media parlano solo di ISIS e del punto di vista USA. L’ONU e i governi occidentali di solito difendono le minoranze, ma stavolta non hanno preso posizione ed hanno lasciato ammazzare; ora la Turchia a sua volta assiste tranquillamente alle stragi operate dall’ISIS a pochi chilometri dai suoi confini, tanto muoiono i curdi. I curdi per loro sono un’organizzazione terrorista, perché vuole costruire un suo territorio indipendente prendendo un grande territorio in Turchia. Il prossimo paese coinvolto in questo assalto ISIS sarà probabilmente la Libia, in questo momento nel caos più totale; la Libia è molto più vicina a noi del Medioriente, non solo ai siciliani, anche a noi veronesi, perché la base militare dell’Africa Command statunitense è stata spostata dalla Germania all’aeroporto di Vicenza, praticamente a casa nostra. E l’Italia non ha detto niente: doveva far eleggere la Mogherini Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza.

Argomenti complessi e da me mal riassunti, in fretta e troppo schematicamente. Vi consiglio di vedere la registrazione o di leggere il prossimo numero di Nigrizia che ne parlerà diffusamente: Mustafà cura da anni una sua rubrica su Nigrizia. Il prossimo Martedì Del Mondo di Nigrizia è il 4 novembre, arrivederci là numerosi.

I dati della colletta nel prossimo mese, bimensili come s’è stabilito.

Un carissimo saluto da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quiliano – Ottobre 2014

La parola a due persone che hanno lasciato volontariamente il loro paese per andare ad incontrare altre persone ad a cercare insieme di diventare migliori.

“Io sono veramente grato per le persone che ho incontrato nella mia vita. Sono le persone che ho incontrato che mi hanno fatto la persona che sono. La mia ricchezza è la ricchezza umana di tanti uomini e donne che mi hanno toccato, soprattutto poveri.

Questo “toccarsi” sulla strada … uno più misterioso dell’altro. Questo essere “toccato” dai poveri, dagli ultimi, dai malati di AIDS.

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La vita è stata un camminare, e camminando “lasciarsi toccare” dai fratelli pellegrini, vicini o lontani non ha importanza. L’importante è questo sentirsi abitati, amati …e amare, abitare altri … E’ ciò che poi rimane.” Alex Zanotelli da: “Korogocho” -alla scuola dei poveri-

“Mi penso a camminare per mano nei viottoli che hanno in Brasile il nome di favelas,e ritorna alla mente un pensiero che finora stenta ad essere accolto perchè, nella nostra cultura occidental-cristiana prima si pensa e poi si fa e spesso si pensa credendo di fare solo pensando. Non si crede da noi quanto la realtà modifichi il nostro pensiero “Arturo Paoli postfazione a “Korogocho”

Ottobre tradizionalmente mese “missionario”, ottobre che si apre con il primo coordinamento della Rete dedicato ai “migranti”, l’idea che unisce le due parole è quella di movimento da un luogo verso un altro.

Perchè le persone si spostano?

Per non venire uccise si rifugiano, per cercare una vita migliore migrano, per cercare di diventare migliori migrano.

La segreteria per l’ordine del giorno ha scelto la parola“migranti”, la Rete è nata da una “migrazione”: quella di Paul Gauthier.

Per dirla con Alex è andato a “lasciarsi toccare” e per dirla con Arturo ha visto “quanto la realtà modifichi il nostro pensiero”.

Questo ci portano in dono le migliaia di persone che cercano di arrivare tra noi, sia che si rifugino sia che si spostino per andare a stare-essere meglio, quello che offrono è REALTA’, quello che chiedono è TOCCO.

Non è possibile che dalla loro REALTA’ non si modifichi il nostro pensiero economico, finanziario, politico, non è possibile che dal “LASCIARSI TOCCARE” da loro non si sprigioni un’onda di tenerezza irresistibile.

Dovremmo provare a partire per un viaggio che ogni giorno ricominicia, muoversi stando fermi ad accoglierli,progettare con la testa vuota semplicemente ascoltando i loro progetti, dare un senso diverso ai nostri soldi guardando quanto valgono nella loro moneta e RESISTERE alle bugie della politica europea e nazionale.

Noi come Rete e come società civile tutta possiamo promuovere un percorso di approfondimento giuridico:

– cosa vuol dire che due nazioni hanno rapporti di reciprocità diplomatica?

– che diritto effettivo hanno le ambasciate di negare i visiti o imporre condizioni impossibili per averli?

-non c’è davvero nessuno imputabile di omissione per questa strage quotidiana di morti annegati?

Sono domande che mi abitano dai tempi in cui abbiamo iniziato a lottare per invitare Centrafricani in Italia toccando con mano quanto il “muoversi” legalmente non potesse essere di tutti ed intravedendo che le strade sarebbero state cercate e trovate dai popoli a costo della morte o per sfuggirne ma comunque cercate.

Sono domande a cui nemmeno l’onorevole Touadì, Congolese, provò a rispondere quando lo interpellammo.

Eccoci al dunque.

La procura di Roma indaga sulle connessioni tra scafisti e trafficanti di organi, ognuno paga il “migrare” con quello che ha.

Molti iscritti a questa lista conoscono il giovane Adama, il regalo ricevuto dalla nostra famiglia arrivato via Costa d’Avorio-deserto in camion-Libia-mare in barcone-Lampedusa.

Lasciamo a lui le conclusioni.

“gli americani quando tolgono un capo devono pensare che capo mettere dopo, hanno tolto Saddam, Kadaffi,Bin Laden e hai visto dopo? Solo un gran casino.

Bisogna capire bene bene dove vanno i soldi di quel capoche togli, dove va la sua famiglia.

Con i soldi di Saddam i suoi si sono preparati, hanno pensato e ora sono tornati, guarda cosa fanno, riprendono tutto.

Non c’è questione tra bianchi e neri la questione è tra ricchi e poveri, quando un nero diventa ricco va con i neri ricchi oppure con i bianchi se ne frega dei neri poveri fa il bastardo.

O vieni qui perché da te c’è la guerra o vieni a lavorare.

Se vieni a lavorare devi contare bene i soldi e devi sapere se vuoi vivere qui o tornare a casa dopo un po’. Io sono scappato, qui è bello ma io voglio tornare a casa.

Ci andiamo tutti in Costa d’Avorio!”

Questa la sua REALTA’.

“PAPA’ ho “prezzo” la patente!“

SMS inviato a Franco: questo il suo TOCCO.

Per la Rete di Quiliano

Caterina

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Ottobre 2014

Ricordando GIULIANA

Piccola, magra, piena di personalità, intelligente, determinata, sensibile verso il prossimo, sempre sorridente. Questa è la Giuliana che ho conosciuto agli incontri della Rete di Macerata. Arrivava con un fascio di fogli e di lettere che i suoi amici di un altro continente le inviavano e a cui lei rispondeva puntualmente incoraggiandoli e motivandoli con la dolcezza di una madre: è proprio così che i prigionieri politici peruviani la chiamavano! La nostra Giuliana seguiva appunto tale Progetto della Rete Radiè Resch e aveva a cuore diverse di quelle persone di cui ci parlava alle riunioni traducendo per noi le loro lettere, mostrandoci foto e giornali e sostenendo le attività che svolgevano nonostante la prigionia, come la produzione di yogurt in una cooperativa di Huaura denominata Alas; non mancavano, grazie a lei, notizie sugli eventi politici in Perù che le venivano fornite dai suoi contatti; ricordo la forte contrarietà di Giuliana di fronte alla notizia fornita da Jesus Vargas Fernandez, presidente della Cooperativa Alas, della soppressione dei Benefici Penitenziari e il trasferimento di alcuni compagni prigionieri politici dal carcere di Castro-Castro ad un altro di Massima Sicurezza; o, ancora, le lettere di ringraziamento rivolte a Giuliana e suo marito da parte di Roger Alexander Lopez Rodas ( Giuliana pronunciava questi nomi per intero, per rispetto, senza abbreviazioni di sorta), ex prigioniero MRTA (Movimento Rivoluzionario Tupac Amaro), per la sensibilizzazione della condizione di massima sofferenza dei prigionieri nelle carceri peruviane da lei estesa a tutta la Rete; anche la petizione sui Sem Terra brasiliani massacrati nell’accampamento Terra Prometida è stata promossa e sostenuta da lei fino alla condanna del principale accusato avvenuta, dopo sei anni, nel 2013; nonché l’adesione all’appello per la liberazione di Jaime Ramire Pedraza, ammalatosi di Sla nel carcere di Castro Castro dove aveva già scontato 17 anni di prigione, fra torture e vessazioni per aver aderito al movimento MRTA; così ricordo le sue traduzioni di poesie e versi che alcune prigioniere politiche peruviane come Milagros Chavez Gonzales le inviavano dal carcere, versi delicati e semplici, non contaminati dalla dura prigionia e non abbrutiti dal contesto, fortunosamente risultato incapace di distruggere i sogni. Si interessava molto di poesia, Giuliana, quelle della venezuelana Mariana Yonusg Blanco erano per lei una passione, mi prestò un libro di questa autrice intitolato “Io sono donna e basta” e devo dire che alcuni versi mi sono rimasti impressi nella memoria:

“Al fine, continuo ad essere come molte latinoamericane,

Una donna povera, madre, militante, femminista e negra

E quindi senza altra alternativa che la lotta”

Naturalmente parliamo di una rivoluzionaria che iniziò la sua attività politica nel movimento studentesco venezuelano, poi in quello di solidarietà con il Nicaragua per poi lavorare nell’organizzazione di cooperative agricole ed educatrice popolare, dedicandosi recentemente ai problemi delle donne e al movimento femminista.

Ho trovato, fra le notizie su Giuliana Cioccoli questa lettera che lei scrisse a Giovanni Giardi e che ripropongo perché mi sembra ben delinei il suo pensiero, la sua poliedrica e, al tempo stesso, semplice personalità oltre a rappresentare il suo saluto rivolto anche a tutti noi.

Grazie signor Giovanni ,

anzitutto per essere un amico della Rete e di avere scritto il suo bellissimo Promemoria che per curiosità sono andata a consultare.

Mi stupisce la sua incessante ricerca, la condivisione delle sue esperienze, la sua così vasta cultura e memoria che mi ha fatto conoscere tante cose che, a causa della mia età avanzata, i miei impegni, e tutte le difficoltà incontrate nella vita, mi erano sfuggite.

Penso che lei potrebbe stampare un libro con tutti gli eventi della sua biografia, che allinea in modo così chiaro e ordinato, specialmente riguardanti la Fede, la critica alla religione, alla Curia e in generale alla situazione complicata della Chiesa.

Oggi mi sento stanca e non vorrei più impegnarmi in nulla. Non ci vedo molto bene, non ci sento più bene, non sono più in grado di affrontare da sola una passeggiata o un viaggio, mi restano solo i ricordi delle mie esperienze, le più belle con la Rete

Radié Resch dove ho iniziato, fin dal 1985, a interessarmi della situazione di ingiustizia che si vive in quasi tutti i paesi del mondo e, in questo pensiero, occupo quasi tutto il tempo che mi resta ancora disponibile.

Ho ancora mio marito che ha finito 90 anni, ho due figlie sposate, un nipote di 34 anni e due nipotine di 15 anni, inoltre sto in corrispondenza ancora con ex prigionieri Tupamaros del Perù che ora sono liberi e svolgono attività di avvocati e sono impegnati in Società di assistenza a prigionieri ancora in carcere, e quando mi scrivono mi chiamano madre.

Certo ho avuto le mie soddisfazioni e la riconoscenza di molte persone, ora mi conforta solo il ricordo e la speranza per il futuro delle mie nipotine e del mio nipote.

Di nuovo mi congratulo con lei e le porgo i miei più sinceri auguri perché possa dare alle stampe quanto scrive nel suo blog.

Con grande amicizia GIULIANA CIOCCOLI

Grazie, Giuliana!

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Ottobre 2014

Carissimi amiche e amici,

lo spettacolo deprimente che ci offrono il mondo e l’Italia in questo nostro tempo possono indurre alla ripulsa, a non voler più seguire ciò che di vituperevole accade, per il semplice motivo che viene meno la speranza di cambiamenti che, per merito di chi , avendo fede nelle sorti dell’uomo, e l’autorità necessaria per farlo, possano avverarsi in tempi ragionevoli.

Ma chi opera da tanto tempo per la solidarietà non può demordere. La nostra Rete fa parte, con molti altri, di questo universo (usiamo per una volta questo termine grandioso) che intende resistere alla tentazione di tirarsi indietro, di non più offrire la sua opera affinché resti accesa la fiammella del miraggio di riuscire a mitigare le condizioni paurose in cui vivono, loro malgrado, tanti popoli derelitti. Si dirà che una goccia nel mare non può cambiare granché tali condizioni, ma è facile obiettare che in fondo è ciò che abbiamo sempre fatto in periodi non molto migliori di questo, arrecando benefici non trascurabili a singoli o gruppi (pensiamo un momento a quanto si è conseguito al tempo delle dittature in America Latina) avendone in cambio, oltre la gratitudine, preziosi insegnamenti utilissimi per noi occidentali abituati al nostro tranquillo benessere.

Teniamo duro, dunque, e proseguiamo nel nostro lavoro senza appagarci di aver raggiunto i cinquanta anni di vita. Segni di vitalità non mancano nel dopo convegno: nel recente coordinamento di Sezano è stato approvato un progetto della rete di Trento a favore dei migranti, problema sempre più scottante nel nostro paese; e questo malgrado lo stato poco brillante del nostro bilancio nazionale.

C’è poi una voce che oggi ci ricorda incessantemente i doveri dell’umanità, voce meritevole di attenzione da parte di credenti (in ogni fede) e non credenti: quella di papa Francesco, capace, per chi sa ascoltarla, di incoraggiare i volonterosi e tener lontano lo scoramento.

Un tema sta a cuore alla Rete da molti anni, quello della tortura, per cui diamo appoggio da tempo ai “Medici Contro la Tortura”. Secondo Amnesty International la tortura è stata praticata dal 2009 al 2014 in 141 paesi, ma il numero è senza dubbio più alto; nel 2014 sono già 79 i paesi che l’hanno messa in atto. Papa Bergoglio in occasione del Corpus Domini ha ricordato che il 26 giugno ricorreva la Giornata delle Nazioni Unite per le vittime della tortura: “in questa circostanza ribadisco la ferma condanna di ogni forma di tortura e invito i cristiani ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari. Torturare le persone è un peccato mortale! Un peccato molto grave!”. Parole importanti e da condividere.

Gli interventi papali sono molto frequenti. Non si limita, ad esempio, a condannare i massacri e le efferate esecuzioni che vanno moltiplicandosi in Africa e in Medio Oriente, ma esorta a usare pietà e a comprendere le ragioni dei diversi contendenti. E non si limita a esecrare le uccisioni dei cristiani, in Nigeria e altrove, ma esprime riprovazione per tutti i delitti commessi contro qualsiasi gruppo etnico. Ascoltiamo dunque questa voce e diffondiamola per quanto possiamo.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radié Resch di Macerata – Settembre 2014

«Da quando ho visto i bambini morire sotto le bombe più nessuna pietra per me ha importanza: né quella del Santo Sepolcro, né quella del Muro del Pianto, né quelle di tutte le moschee. Conta solo l’immane sofferenza dei piccoli della terra, siano essi ebrei, musulmani, cristiani, buddisti o comunisti, neri o bianchi o gialli. Tutti coloro per cui Cristo è morto.”

“Vorrei arrivare all’ultimo giorno della mia vita con la gioia del testimone e poter dire: ho vissuto, ho parlato e ho salvato l’anima mia”. (il profeta dei poveri Paul Gauthier “Jésus, l’Eglise et les pauvres”)

Da anni senza pace: Somalia dove il gruppo islamista di al Shabab, vicino ad al Qaeda, è una minaccia sia per la Somalia sia per il Kenya, dopo che quest’ultimo è intervenuto in difesa del governo somalo, sostenuto dall’ONU. (ricordo la strage allo shopping center di Nairobi); Nigeria dove  quest’anno sono state uccise più di 2000 persone dal gruppo terroristico Boko Haram, tradotto “L’istruzione occidentale è peccato” , Nigeria in cui Boko Haram è solo l’ultima espressione di un conflitto che insanguina il Paese dal 1999, con più di 10 mila morti fra i Cristiani a Sud e i Musulmani a Nord; Algeria e Mali dove nel deserto del Maghreb si annida una formazione di al Qaeda che vuole creare uno stato islamico fra Maghreb, Libia, Mauritania e Mali; Congo dove i conflitti si sono succeduti dal 1996 con più di 5 milioni di morti fra fazioni contrapposte del Movimento M23 e miliziani ugandesi, che attirati  dalle ricchezze minerarie,  reclutano bambini soldati, abusano delle donne e attaccano le Missioni ONU; Afghanistan dove il numero dei civili morti e feriti supera i 5 mila solo nel 2013, a causa del conflitto tra governo sostenuto dagli americani e dagli occidentali, e dall’altra i talebani e loro alleati; Libia dove la guerra civile culminata con l’uccisione di Gheddafi nel 2011, ha portato la Libia più volte al voto, per, poi, ripiombare sistematicamente nel caos per il controllo del petrolio di cui è ricca la Cirenaica; Iraq  dove gli iracheni non sono riusciti a riconciliare le due anime musulmane: gli sciiti, sostenuti dall’Iran e i sunniti,  colpevoli di averli discriminati quando erano al potere con Saddam. A tutto questo si sono aggiunti gli Jihadisti dell’Isis che stanno spargendo il terrore nel Paese conquistando, distruggendo, facendo esecuzioni di gruppo, stupri, arruolando bambini, uccidendo   Cristiani e  Jazidi  e chiunque altro non voglia convertirsi all’Islam, così crudeli da inimicarsi al Qaeda; Siria dove la guerra civile è iniziata nel 2011 con le proteste di piazza, che chiedevano più democrazia e più libertà al dittatore Assad, resosi  responsabile di stragi, forte dell’alleanza con l’Iran; nel fallimento delle mediazioni della Lega Araba si è fatto avanti un terzo attore: di nuovo gli Jihadisti dell’Isis; Ucraina: da una parte i filorussi, forti nelle regioni di confini e nel Sud, dall’altra i filieuropei, concentrati nella capitale Kiev e nell’Ovest; a nulla sono serviti gli inviti al cessate il fuoco da parte della Comunità Europea, con Putin criticato per il sostegno fornito, politicamente e forse anche militarmente ai secessionisti; è questo lo scenario in cui il 17 luglio è stato abbattuto l’aereo civile della Malaysia Airlines, probabilmente da un missile sparato dai separatisti, provocando 298 vittime; Palestina: stavolta la scintilla è partita  a giugno con  l’uccisione di tre  giovani israeliani, da parte  probabilmente di una tribù vicina al movimento palestinese Hamas; pochi giorni dopo dei nazionalisti israeliani hanno bruciato vivo un sedicenne palestinese e mentre Hamas lanciava razzi verso Israele, il primo ministro Netanyahu dava l’avvio l’8 luglio a “ Margine protettivo” che ha fatto più di 2000 vittime tra i palestinesi (per la gran parte civili) e una cinquantina tra gli israeliani (rapporto uno a quaranta !!!), ultima dizione di una guerra che va avanti dal 1948 con vari titoli, ma sempre con lo stesso scopo: cancellare dalla cartina geografica la Palestina; è come se i discendenti delle vittime dei ghetti cercassero di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione ( accesso bloccato per entrare e per uscire, povertà, limitazioni di ogni genere); per non dimenticare il Messico con più di 150 mila morti dal 2006 a oggi fra governo e cartelli della droga; la Colombia dove fra il governo e  i rivoluzionari delle Farc il conflitto va avanti dal 1964 con oltre 200mila vittime;  India e Pakistan che si contendono il Kashmir e le cui relazioni sono tese, nonostante gli sforzi della diplomazia  (ricordo l’attacco terroristico a Mumbai nel 2008 compiuto da un gruppo pakistano). Mi sembra opportuno concludere con una serie di pensieri: L’accordo Sykes- Picot avvenuto in piena prima guerra mondiale, il 16 maggio 1916, definito “Asia Minor Agreement”, tenuto segreto anche all’ufficiale britannico che guidava le tribù del deserto contro gli ottomani T.E. Lawrence, è sempre stato percepito giustamente dal mondo arabo come lo specchio dell’imperialismo occidentale. Infatti con la caduta dell’Impero Ottomano, Francia e Regno Unito disegnarono le rispettive aree di influenza in Medio Oriente all’insaputa delle popolazioni locali, dividendo i territori in cinque zone: Libano, parte della Turchia, parte della Siria e Iraq sotto l’influenza francese, mentre Kuwait, Siria del Sud, Giordania e  Palestina sotto quella inglese. Queste invenzioni geografiche rispettose più di meridiani e paralleli, hanno portato alla serie di conflitti di cui oggi vediamo gli strascichi tra etnie, fedi, e la scoperta dell’oro nero. Nessun rispetto della parola data, e tanto meno delle aspirazioni di indipendenza dei popoli arabi. Sono queste le frontiere che l’Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato.   D’altro lato l’Occidente riservò la sua miopia colonialista a tutto il continente africano, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici;  basta osservare una cartina  dell’Africa per renderci conto di come i confini fra Stati siano stati tracciati con un righello, senza tenere conto né dell’aspetto geografico, né delle diverse etnie (si pensi ad esempio agli eccidi spaventosi fra Tutsi e Hutu in Ruanda e Burundi e alle ultime notizie sull’uccisione in Burundi di tre suore missionarie saveriane italiane, una anche decapitata).

Non stiamo per caso vivendo la terza guerra mondiale?

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Settembre 2014

Carissima, Carissimo,

Oggi, nel mondo, siamo di fronte allo scandalo mondiale di circa un miliardo di persone che ancora soffrono la fame. Non possiamo girarci dall’altra parte e far finta che ciò non esista. La fame non va in ferie. La fame è una tragedia mondiale, una catastrofe quotidiana, uno scandalo dimenticato. Oggi, ogni 3,5 secondi una persona muore perché non ha abbastanza cibo da mangiare. Ogni anno in Italia si getta cibo per 40 milioni di persone! Oggi, la popolazione dell’Africa è colpita in modo particolare da questa tragedia, insieme alle periferie di tutte le grande megalopoli del Sud del mondo, causa la concentrazione delle terre in mano a pochi latifondisti. In Brasile il 2,5% della popolazione possiede il 60% delle terre coltivabili. Urge, necessita una riforma agraria! Oggi, una persona su quattro soffre di malnutrizione. La conseguenze sono drammatiche: negli adulti la capacità di lavorare diminuisce drasticamente, sono deboli e soggetti a continue malattie, fino a morire. Oggi, sono i bambini che subiscono le conseguenze della fame più pesanti. Il loro sviluppo fisico e mentale è compromesso irrimediabilmente. Senza aiuto il loro futuro è finito prima ancora di cominciare. Le cause della fame, sono determinate dai meccanismi economici-finanziari da cui gli stati poveri dipendono. Rimuovere la fiducia nel capitalismo neoliberista è la sfida. Oggi, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Oggi, il vero e unico nemico è il povero. Lo è perché non ha potere d’acquisto, non è contabilizzato, non serve all’economia. Oggi la crisi economica in cui siamo le catastrofi naturali che mietono migliaia di vite umane, hanno riportato in evidenza la realtà, mai scomparsa, spesso volutamente occultata dai poteri di turno, delle vittime, ovvero di persone e interi popoli costretti a vivere in condizioni di sofferenza, di ingiustizia, di mancanza delle condizioni basilari della dignità umana. Oggi, il numero dei poveri rappresenta la maggioranza dell’umanità, se è vero che il 20% della popolazione globale (siamo 7 miliardi e 100 milioni di persone) consuma l’80% dei beni della terra e dell’energia mondiale. Oggi, vanno denunciate tutte le violazioni dei loro diritti, condividendo questo impegno, con tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, facendo alzare alto il valore della politica di condivisione in cui crediamo. Di fronte a tutto ciò che fare? L’azione politica è la più importante. Mettere nella condizione i cittadini di comprendere il perché della fame e dell’aumento degli impoveriti, in un mondo mai stato ricco come adesso. La comprensione oggettiva dei meccanismi economici, politici, culturali che stanno alla base dell’inuguaglianza del rapporto Nord-Sud mi sembra un obiettivo ineludibile per le nuove generazioni destinate a fare i conti con una dimensione planetaria del problema. E allora, i giovani del Nord, più che sentirsi in colpa per essere ignari responsabili del passato coloniale dei nostri paesi cosiddetti “civili e democratici”, serve di più capire come mai il mondo attuale, nonostante l’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, nonostante i progressi inarrestabili della civiltà umana, sia caratterizzato da ingiustizie così gravi che fanno si che milioni di persone soffrano la fame, non abbiano istruzione, non abbiano un livello dignitoso di vita solo perché una minoranza di paesi e di persone si impossessano delle risorse e delle conquiste umane, civili, sociali, tecnologiche, economiche. Nel nostro piccolo, come gruppi, piccole comunità, è importante costruire ponti di relazione. Nel 2013 si sono spesi 1.750 milioni di dollari in armi. La Cina tra il 2009 e il 2013 ha aumentato del 212% l’esportazione di armi. Le guerre servono per fare affari! La guerra distrugge, stravolge, perché il suo piano di sviluppo è la distruzione, pura follia. Oggi, ottantanove persone nel mondo, hanno una ricchezza pari a tre miliardi e settecento milioni di persone, è accettabile ciò? Infine, dal 19 agosto il pianeta è entrato in rosso. Vuol dire che abbiamo prelevato più di quanto avevamo a disposizione. Dal 20 agosto andiamo avanti indebitandoci, sottraendo beni e servizi al futuro perché gli ecosistemi non sono più in grado di rigenerarli. Piante, aria pulita, suolo fertile: ci stiamo mangiando anno dopo anno la dotazione che abbiamo ricevuto. Oltre all’azione politica prima richiamata, come Rete creiamo rapporti con comunità, con cooperative, con movimenti popolari, sostenendo i progetti che “loro” ci presentano. Sostenendo scuole, formazione, progetti ecologici, sostenendo la crescita di bambini ecc… Perché pensiamo che chi uccide direttamente o lascia morire indirettamente un bambino, è morto dentro! L’unico rapporto che dovremmo avere particolarmente con i bambini ma con tutti i nostri consimili, è l’amore. Lo dovremmo comprendere dalla nostra esperienza di ogni giorno, che ci conferma che riusciamo a dare spazio alla nostra umanità, alla nostra bontà e a far pace con i nostri limiti, non quando siamo giudicati, ma quando siamo amorevolmente accolti. E la meraviglia dell’amore è possibile ogni volta che, invece di curvarsi su noi stessi, puntassimo la nostra attenzione sulla sofferenza universale. Riusciremmo così ad incrementare la forza di bontà e di bellezza che c’è, spesso tenuta nascosta, in ognuno. La solidarietà e la presa di coscienza politica fiorirebbero. Sarebbero allora gli ultimi, gli impoveriti, quelli che consideriamo scarti, a segnarci la strada per una rinascita di questo mondo che sempre di più ci appare ingiusto, assurdo. Queste cose si capiscono solo col cuore, non con la testa. Dio ha chiesto a Caino dov’è tuo fratello? Saint Exupery ce l’ha scritto in modo egregio: “le persone le possiamo capire solo con il cuore”.

Antonio Vermigli