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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Dicembre 2014

Natale 2014

Natale, riscopriamo la nostra umanità, reimpariamo a piangere. Oggi un male oscuro attanaglia tutti: l’indifferenza che è peggio dell’odio. Perché l’odio puoi, in qualche modo, individuarlo e combatterlo, comprendendo che odiare fa principalmente male a chi odia, non all’odiato. L’indifferenza no, perché si insinua nelle pieghe profonde dell’anima, perché è il cancro invisibile che rode e uccide, prima che sia possibile intravvederlo. Siamo ormai di fronte ad una indifferenza globalizzata, come l’ha chiamata papa Francesco a Lampedusa. Perché diffusa ad ogni latitudine e in ogni tempo; l’indifferenza è l’anestesia del cuore, che ha serpeggiato per anni di fronte ai vagoni di morti nella seconda guerra mondiale, di fronte alle brutali dittatura che hanno fatto sparire nel nulla milioni di uomini, donne e bambini inermi. E non è certo solo questione di totalitarismo politico, se ancora oggi queste tragedie umane continuano, nonostante le democrazie diffuse, nonostante l’Onu e i suoi proclami sui diritti umani, nonostante il rapido sviluppo delle comunicazioni massmediali, che ci restituiscono in tempo reale notizie e immagini sconvolgenti. Eppure continuiamo a trascinare le nostre vite, pensando che è sempre responsabilità di un altro. Di fronte al grido di Dio, dopo la morte di Abele: “Caino, dov’è tuo fratello?”, grido che ancora risuona in ogni parte del mondo, non c’è alternativa al pentimento, alla presa d’atto della propria, specifica responsabilità, al pianto. Oggi nessuno piange più per le tante sofferenze e le tante morti, perché tutti ripiegati sul proprio io e volti alla soddisfazione dei propri, angusti desideri. Reimparare a piangere, ad esprimere in modo concreto, immediato e non simbolico che qualcosa di prezioso -la commozione verso l’altro- si è perso, come si è smarrito il peso del dramma che le tante tragedie comportano. E’ come se il linguaggio non trovasse più le parole per dire partecipazione al mistero del male che ci avvolge, così che il piangere ne fosse invece la sua dimensione più completa, capace di superare la frattura tra la sfera fisica e quella spirituale. Termino con un esempio nostro, tutto italiano, di quella terra assolata di Sicilia, isola dalle tante contraddizioni, capace di essere “grembo” di accoglienza e di vita e al contempo zona franca in cui fiorisce il crimine organizzato, non può che cibarsi delle parole di papa Francesco e piangere con lui per il fallimento di ciò che è umano in noi e che si è inabissato in fondo al mare, come i tanti, i troppi corpi di decine di sventurati, avvicinatisi alle nostre coste. Dovremmo tutti rileggere in silenzio le sue parole dure e drammatiche, perché scuotano le nostre sicurezze e ci spingano ad una conversione profonda: quei poveri della terra ci riguardano, uno per uno. Ce lo ha detto con voce forte e dura perché guarda con amore gli ultimi. Perché saranno i primi! Che fare? Ci dovremmo interrogare sul perché abbiamo paura della nostra positività, della nostra bontà, della nostra propensione ad una vita piena e felice e ci si attarda ancora a muoversi nella diffidenza e dentro logiche di pura sopravvivenza. Tutte le positività di cui siamo depositari e custodi aspettano che le manifestiamo in tutta la loro potenzialità. Ognuno di noi ha in “grembo” un boccio di felicità che deve aprirsi e dilatarsi, facendo sì che ogni giorno sia Natale.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Macerata – Dicembre 2014

L’umanità di oggi ha bisogno di “ponti, non di muri”;

tutti i muri devono cadere!

(Papa Francesco)

da Maria Cristina Angeletti

Cari amici,

con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre di 25 anni fa, si pensava che una pietra miliare fosse stata piantata contro le divisioni e le separazioni, invece ancora oggi almeno 8.000 chilometri di pareti esistono nel nostro pianeta e migliaia di altre sono previste. C’è, ovviamente, un rapporto diretto fra guerre e muri e Israele, avamposto dell’Occidente in Medioriente, ne è l’emblema. Nel 2002 il Governo israeliano ha progettato il “fence”, parola anglosassone che vuol dire, fra l’altro, “siepe”. In realtà più di 700 chilometri di cemento, elettrificazioni, sensori, cellule foto-elettriche intorno alla Cisgiordania e a Gaza costruito con la scusa di far cessare gli attacchi kamikaze della “seconda Intifada” e garantire sicurezza agli abitanti di Israele. Per i Palestinesi “muro di apartheid” con cui il nemico ha inglobato una fetta di Territori palestinesi, sigillando la Striscia dal lato dell’Egitto e pattugliandola dalla parte del mare, dove è impossibile costruire muri. I miliziani, bloccati da cielo, terra e mare, hanno escogitato di scavare tunnel nel sottosuolo (motivo dell’ultima guerra l’estate scorsa) per far arrivare beni di prima necessità, medicine e anche armi con cui difendersi e anche attaccare gli invasori israeliani. Forse sono drastica, ma ho visto il muro e le quotidiane file interminabili di uomini e donne palestinesi che da Betlemme entrano a Gerusalemme per lavorare! Anche i Turchi hanno piazzato chilometri di filo spinato fra Turchia e Grecia, e dato nuovo impulso al progetto di 900 chilometri di muro lungo il confine con la Siria per fermare i fondamentalisti Isis, Ben prima delle incursioni del califfo, l’Iraq aveva conosciuto le steli di cemento di George Bush e le cinture intorno alle ambasciate occidentali di Bagdad e al quartiere sciita di Sadr City. Il Mediterraneo è un altro muro e una tomba per migliaia di clandestini, nonostante i soccorsi di Mare Nostrum. E che dire dell’enclave di Ceuta e Melilla voluta dalla Spagna per avere la porta d’ingresso nel Magreb? Passando all’Europa troviamo in Irlanda del Nord ben 99 muri che dividono cattolici da protestanti. Il record appartiene alla frontiera fra India e Bangladesh, oltre 3.000 chilometri già alzati e un altro migliaio previsto, e seguitando le guerre fra poveri quello fra India e Pakistan di più di 3.000 chilometri e quello fra Pakistan e Afganistan dei talebani di 2.400 chilometri, nonostante la comunanza etnica. Muri, muri, ancora muri fra Bulgaria e Turchia, Uzbekistan e Tagikistan, fra Arabia Saudita e Yemen, fra Oman ed Emirati Arabi, fra Kuwait e Iraq, per non parlare dei 2.700 chilometri nel Sahara voluti dal Marocco. L’Africa fa anch’essa a gara con la barriera elettrificata tra Botswana e Zimbabwe: gli animali selvatici sono il pretesto, i profughi dal secondo al primo paese sono il vero movente. Affacciandoci in America, ecco il muro fra Stati Uniti e Messico avviato da Clinton nel 1994 e poi ampliato per dividere il sud cencioso dal nord opulento! Ma è nei paesi Brics, dove è più larga la forbice fra ricchi e poveri, che vediamo le città divise in quartieri ben distinti, come a San Paolo del Brasile dove 60 chilometri di muro proteggono i signori dal popolo delle favelas. Il muro più vecchio è quello fra la Corea del Nord e quella del Sud: ha 61 anni e si sviluppa in 246 chilometri. Ma anch’esso ha come tutti gli altri un destino segnato: ogni muro nasce per garantire la sopravvivenza degli Stati, costretti, però, a blindare i propri cittadini facendoli vivere da prigionieri inconsapevoli nell’incubo di essere continuamente attaccati dall’esterno.

AUGURI di Buon Natale!

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Novembre 2014

Carissima, carissimo,

rientrato da tre settimane in Brasile, vi comunico alcune esperienze. Sono costretto causa lo spazio a tralasciarne altre: dalla partecipazione a Petropolis alla riunione dei teologi della liberazione alle riflessioni politiche fatte con rappresentanti dei Movimenti Popolari, Sem Terra e Movimento nazionale dei raccoglitori di materiali riciclabili, e con alcuni politici del PT (partito dei lavoratori) che ha espresso per la seconda volta Dilma Rousseff alla presidenza.

La strada, una realtà crudele. Il sole è già alto e forte, illumina e scalda San Paolo, già stremata da un traffico sempre più infernale. Tutti aspettano la pioggia che non arriva, e, quando giunge, è lieve, non bagna, non fuma e non riempie la Barra da Cantareira, il grande bacino idrico della città che si sta giorno dopo giorno prosciugando. In molti quartieri l’acqua è razionata. I ricchi però possono permettersi l’arrivo di camion “pipa” cisterna, per sedare l’assenza di un bene talmente essenziale, di cui ci si ricorda, solo quando manca, senza mai riflettere realmente sul perché, sulle cause.

Sandro, responsabile del Centro San Martino da Lima, dove ogni giorno passano 600 uomini e donne di strada, mi accompagna nel centro della città. Scesi dal metro, ci dirigiamo verso Praça Dom Josè Gaspar. E’ il luogo di riferimento e d’incontro dei bambini e degli adolescenti che vivono direttamente sulla strada. Un censimento dell’associazione di Sandro, ha registrato la presenza di 212 bambini e 221 adolescenti. In piazza ce ne sono almeno una cinquantina, formando piccoli gruppi, come a difesa. Ci avviciniamo ad uno di questi. Sono in sei, tutti adolescenti. Iniziamo a parlare con Diego, ma non è il suo vero nome, è il suo soprannome, il suo nome di “guerra” come ci dice. Vive lì da 7 anni, vi è arrivato quando ne aveva 6. Ha subito imparato a procurarsi il mangiare, l’acqua, vestiti, un po’ di denaro e altre cose che incontra camminando. Ci chiede di seguirlo per mostrarci come si procura queste cose. Sandro ed io ci guardiamo, pensando che voglia coinvolgerci in qualche malefatta. Niente di tutto questo. In pochi minuti, muovendosi come a casa, riesce a procurarsi dai negozianti –dai quali è certamente conosciuto- una bottiglia di acqua, dei biscotti, un panino con la mortadella, una bibita e un complimento. “Tu sei bello”, gli ha detto una giovane ragazza bionda. Si sono fermati a parlare rapidamente. Lei gli ha fatto un altro complimento e un sorriso, poi ha ripreso il cammino. Diego, restò molto felice. Continuando la conversazione ci ha spiegato, che vivendo nella strada si deve “arrangiare”: ou usar o seu carisma-a usare il suo carisma. Egli ruba e ci racconta senza mezze parole i segreti di questo suo “lavoro”, lo chiama così. “Prende i cellulari dalle borse delle persone senza farsene accorgere”. Ci spiega che mai ruba nelle borse leggere di tela, è pericoloso, se ne accorgerebbero subito.

Diego non sa né leggere né scrivere. Ha provato ad andare a scuola, ma non si trovava bene. Era ribelle, litigava continuamente con i compagni. Fu espulso e non ci è più tornato.

Improvvisamente si avvicina a Diego, Davi 2, nel suo gruppo c’è un altro Davi, più grande, di conseguenza lui è il n. 2. Ha sette anni. Al contrario di Diego, chiede l’elemosina e qualsiasi tipo di aiuto. E’ troppo piccolo! Ci racconta che cammina e corre tutto il giorno per il centro. La notte dorme in un carretto al lato della strada con altri due suoi compagni. Dà baci, dice ciao a tutti con una tale simpatia che molti sorridono, mentre alcuni si fermano. Per adesso, ci dice, ho tutto ciò che mi necessita.

Diego ha passato la sua infanzia senza che nessuno avesse cura di lui. Non sa cosa è giocare. Ci racconta che il suo gioco è stato sempre picchiarsi con altri suoi coetanei. Nel frattempo ci hanno raggiunto altri due suoi amici adolescenti. Ascoltando Diego, uno di loro entra nella conversazione. Gli chiediamo il nome e l’età, niente nome, dice solo che ha 13 anni. Ci rivela che il suo divertimento è: “minha brincadeira é usar droga-il mio divertimento è usar droga”, con voce roca e gli occhi quasi chiusi da tanto tirar colla e fumare crack. Non una voce, ma un lamento, come a lanciare un ultimo grido, sapendo di non essere ascoltato e che di lì a poco la sua vita si alzerà come fumo nel cielo.

Ci guardiamo Sandro ed io. Ci sediamo su una panchina di cemento all’inizio del giardino che orna la piazza Josè Gaspar. Il silenzio diventa parte di noi, comprendiamo che il tempo è qui, dentro di noi, è un sentimento che ci accompagna, mentre i nostri sguardi cadono su questi silenzi di vita, che urlano. Spesso il tempo è un nemico che ci corrode la vita e ci consegna al nulla. Oppure è un dono affidato alla nostra responsabilità, rivelandosi compagno?

E’ come uno svegliarsi quando Mateus, 8 anni, batte la sua mano sinistra sul mio ginocchio scoperto, vecchio e fragile. Con il dito ci indica una baracchina piccola, per bambini. Ci chiede di seguirlo, è lì a pochi metri, ci fa girare intorno alcune volte, come a farci capire che quella è la sua casa. Mi inginocchio, ma dopo pochi secondi i miei ginocchi chiedono di rialzarsi. Ci tira per i pantaloni, non vuole che ce ne andiamo. Si avvicina un uomo di strada, alto, si chiama Adalberto. Sicuramente deve avere osservato il nostro stare con Mateus. Ci dice, guardandolo: “Mateus, finge que essa e uma casa, ele tem este sonho-Mateus-fa finta che questa è la sua casa, questo è il suo sogno”.

Progetto Agua Doce – Petropolis/Baixada Fluminense (Rio de Janeiro)

Ho passato cinque giorni tra Petropolis e la Baixada Fluminense ospite di Waldemar Boff. Ho visitato le realtà operative e fatto incontri con gli educatori e formatori popolari che insieme a Waldemar sono punto di riferimento per le popolazioni del quartiere “Sertao de Carangola” a Petropolis e in vari quartier della Baixada in cui operano.

Attualmente il progetto è così sviluppato:

Petropolis-Sertao de Carangola

Nel centro sociale operano tre educatori, Devanise, Delia e Julia. Da lunedì al venerdì, dalle 14 alle 18; circa 30 giovani della comunità partecipano a varie attività: doposcuola, lettura, danza, piccolo artigianato e capoeira.

Baixada Fluminense

1- Asilo Vera con 40 bambini;

2- Casa della Delicatezza e sede Agua Doce.

In questi due locali si svolgono corsi di formazione sulla sostenibilità e l’alfabetizzazione ecologica per adulti delle comunità della Baixada e per le classi delle scuole di Magè. Negli altri due municipi: Duque di Caxia e Belfor Roxo, sono gli educatori che vanno direttamente nelle scuole primarie a fare i corsi di alfabetizzazione ecologica.

Corsi di formazione politica. Sviluppo della conoscenza dei diritti (più avanti troverete un esempio pratico).

Corsi di prima scolarizzazione, richiesto da donne-madri che abitano intorno alla struttura, i “vicini” che non sanno leggere e scrivere bene, sono una ventina le partecipanti.

Nella casa della delicatezza si svolgono anche corsi di cucito e di pittura su tessuto.

All’interno della Scuola elementare di Magè è stata realizzata una biblioteca ecologica, coordinata da Mery.

Remanso. E’ la località dove si trova la foce del rio-fiume Surui, zona di preservazione ecologica che fa parte della Baia di Guanabara, la grande baia che si apre a partire dalla città di Rio de Janeiro. Proprio al termine della foce sorge una struttura di Agua Doce, dove Wanderli, quotidianamente accoglie e spiega l’importanza delle preservazione ambientale, mostrando diapositive, intrattenendo conversazioni con le persone che arrivano, in particolare nel periodo estivo, quando la gente vi si reca per prendere sole o fare un bagno.

Recupero fonti naturali di acqua. Sono state recuperate attraverso un lavoro storico a partire dalla “conoscenza” dei nativi due fonti di acqua purissima. Sono stati fatti i lavori di incanalatura, costruita un’area di sosta, con panchine in muratura per permettere alle persone comodità e possibilità di relazione mentre attendono che il loro turno. E’ stato realizzato un grosso pannello in cui si spiega la storia della fonte e l’importanza della salvaguardia della stessa. Tre volte alla settimana un educatore si siede alla fonte e si intrattiene con i presenti, spiegandone l’importanza e altro che nasce…

Centro “Nonna Angelina”. E’ un centro dove la comunità degli anziani si può ritrovare e passare delle ore parlando, bevendo qualcosa, un biscotto dove, -esempio pratico richiamato sopra, sui diritti- un’educatrice ricostruisce tutta la storia di queste persone per far si che sia riconosciuto loro il diritto ad una pensione sociale o una pensione da lavoro, per chi ha lavorato ma si trova in una condizione di povertà e indigenza che non gli permette di non conoscere i propri diritti. Molte sono le ricostruzioni che vanno a buon fine.

Gli educatori e i formatori che partecipano a questi progetti si chiamano: Waldemar, Sueli, Maria dos Rimedios, Odette, Zè, Conceiçao, Popunha e Ivette.

Asilo Michele Carrara e Centro sociale Maria Barcella

All’arrivo nel quartiere di Vila Esperança dove si trovano l’asilo a piano terra e il centro al primo piano, si percepisce subito un’aria pesante. Entriamo nella strada dedicata a Michele, incontriamo due pioli di cemento piantati ai due lati, sporgono un metro dal marciapiede, nel restante spazio un grande tronco ne impedisce l’accesso. Waldemar saluta alcuni giovani, apparentemente nulla facenti che chiacchierano e passeggiano intorno al tronco. Come d’incanto sorridono, spostano il tronco fino a fare lo spazio per poter passare con la piccola Fiat mille. Percorsi i duecento metri che ci separano dall’asilo che si trova a sinistra e dalla casa da Farinha, dove si preparano rimedi-medicine naturali, qui vi opera Francisca, dobbiamo fermarci una quindicina di metri prima. Da una settimana i “capi del traffico della droga” hanno fatto costruire due muri di cemento larghi un metro e mezzo nel centro della strada per impedire l’accesso. Ci avviamo a piedi verso l’asilo. Attualmente è chiuso. Lo cura Alexandra, che coordina al primo piano diversi corsi di formazione che vedono impegnate una trentina di donne del quartiere: manicure e pedicure, parrucchiera, taglio e cucito, artigianato riciclando carta lucida delle riviste, biscotti e cioccolatini.

La casa da Farinha dove si producono medicine popolari: sciroppi, pomate, capsule, infusi vari, per vari tipi di problemi, oltre a shampo e saponi, è molto frequentata dalle donne del quartiere, avendo queste produzioni un costo bassissimo. Francisca intrattiene le donne spiegando i benefici. Dopo la casa da Farinha, c’è un terreno dove Alexi, un vecchio contadino, insegna a coltivare a orto e frutteto, a otto giovani della favelas dai 13 ai 16 anni.

In merito all’asilo, Agua Doce, è in continuo contatto con il Comune affinché lo prenda in carico. Ma ci sono al momento ci sono grossi problemi. La zona è controllata dai trafficanti e le persone che “dovrebbero” andarci a lavorare se il Comune l’assume, hanno paura. Il capo del traffico ha inviato un emissario da Waldemar, affinché Agua Doce lo passi a loro. Waldemar e la direzione di Agua Doce, si sono naturalmente rifiutati. Aspettiamo gli sviluppi.

L’asilo ha funzionato per quasi venti anni. Accogliendo 40 bambini seguiti da 5 educatrici, una cuoca e una donna delle pulizie. Da ormai un anno è chiuso per mancanza di fondi per sostenerlo.

Casa Vida 1 e 2 – Lavoro con il popolo della strada a San Paolo

Le due Case Vida attualmente accolgono, la prima, 31 bambini, mentre la seconda 32. Tutti nati con AIDS. La stragrande dei quali sono abbandonati dopo la nascita in ospedale senza sapere che ne sono colpiti. Altri, perché la mamma una volta venuta a conoscenza, lo abbandona, perchè povera e senza un compagno. Qui sono accuditi e accompagnati da educatrici, seguono tutto il normale percorso di crescita ed educativo. In alcuni si manifestano dopo qualche anno problemi neurologici e di ritardi. All’età scolare frequentano le scuole come gli altri ragazzi, alcune psicologhe, durante questa crescita aiutano i ragazzi e le ragazze a comprendere la loro malattia. L’associazione Nossa Senhora do Bom Parto, che sostiene questo lavoro e il Centro San Martino de Porres, di cui scriverò a seguire, all’età di sedici-diciotto anni, gli introduce al lavoro attraverso corsi di formazione o inserendoli nella stessa associazione.

Centro San Martino de Porres. E’ il punto di riferimento del Popolo della strada della zona est della città. Il Centro quotidianamente accoglie circa 800 persone. Queste hanno a disposizione bagni, docce, una biblioteca, un pranzo caldo e abbondante, un punto di riferimento dove possono lasciare il proprio indirizzo per ricevere lettere o comunicazioni, una psicologa e vari assistenti sociali, oltre a 30 persone salariate che ci lavorano. La metà delle quali sono ex persone di strada che frequentando il Centro sono riuscite a ricrearsi un’identità e una dignità. La strada è vita e emarginazione, è incontro e violenza.

In questo viaggio ho conosciuto occhi in attesa dell’incontro, quando il buio aveva già sostituito il giorno, occhi come chiusi, palpebre immobili, dure, poi improvvisamente fattesi leggere, trasparenti, richiedenti solo amore. Occhi capaci di incendiare volti pur di trovare orizzonti nuovi. Ogni giorno di più mi accade di scoprire come ci sia, uno sconfinato desiderio di essere ascoltati, di tenerezza. Basta tristezze.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Ottobre 2014

“Perché una società vada bene,

si muova nel progresso,

basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Giovanni Falcone

Carissime/i,

le lettere, la corrispondenza con i nostri referenti sono le principali, se non le uniche, comunicazioni che ci fanno conoscere la realtà, la drammatica realtà, come in queste note su Haiti. Un paese che non conosce pace, né democrazia, né giustizia. Ci sono anche belle “storie”, storie nostre, storie della Rete, che continuamente ci danno fiducia e speranza, come la scelta di Beppe Ghilardi, della Rete di Casale Monferrato, che ha deciso di dare una mano ai nostri amici di Haiti e per un mese andrà a coadiuvare, con la sua professionalità di infermiere, le iniziative del progetto salute di Fondol, progetto che porteremo a conoscenza con la prossima lettera. Beppe cercherà di fare un sondaggio tra la gente, nelle comunità, per raccogliere dati sulla salute in generale e facilitare i risultati per impostare un programma di formazione e di salute preventiva. Marianita, come sempre, tiene i “fili” delle relazioni con Jean e Martine, mette assieme le ultime notizie da Haiti. La circolare nazionale è scritta da una nuova piccola Rete della Liguria. Troverete anche un interessante articolo sulla drammatica realtà che si vive a Gaza, tragedia che non trova più spazio nei media. Delle decisioni del coordinamento di Verona, vi aggiorneremo prossimamente anticipiamo solo che, la nostra operazione è stata rinnovata e ha trovato una completa accoglienza da parte di tutte le Reti presenti. Vi ricordiamo, anche per un bel regalo, il libro che racconta la vita di “Dadoue Printemps” scritto da Marianita, per riceverlo Elvio 049 618997. Chi può, dia una mano per la presentazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Novembre 2014

La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione con Dio,

perché è la guida dei popoli.

E’ una responsabilità immensa,

un severissimo servizio che ci si assume.

Giorgio La Pira

Carissime/i,

iniziamo questa lettera con la bella recensione del libro scritto da Marianita, che racconta la vita di DADOUE. Recensione fatta dal mensile delle suore comboniane COMBONIFEM di questo mese di novembre. Per le prossime festività perché non pensare a regali utili e intelligenti; regaliamo il libro di DADOUE. Come leggerete più avanti, abbiamo lanciato una Campagna per il Diritto alla Salute, un necessario impegno verso i nostri amici haitiani. Per diffondere la campagna si può richiedere a Elvio il dépliant che è stato preparato e invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi per raccogliere fondi. Giovedì 18 dicembre, presso i Comboniani a Padova presentazione pubblica del libro: DADOUE PRINTEMPS In cammino verso il cambiamento. Con la prossima lettera tutte le notizie per partecipare numerosi. Prossimo coordinamento sabato 29 e domenica 30 novembre a Calambrone (Pisa), per partecipare Giorgio Gallo, tel. 050 856047, email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..”>gallo@di.unipi.it.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Verona – Novembre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in questa circolare di novembre diamo spazio ad uno scritto che ci ha mandato nostra figlia Sara da Amman, (scrivono la Circolare Roberto Beccaletto e Francesca Gonzato) perché crediamo possa essere di qualche interesse per tutti voi. Sara conosce bene la RRR, ha partecipato a molti incontri, ad un convegno a Rimini e soprattutto ad un viaggio in Palestina della Rete a cavallo tra il 2009 e il 2010, che per lei è stato molto significativo. Non spendiamo altre parole perché si presenta da sola nel suo scritto.

Lavoro presso l’IOM, International Organization for Migration, organizzazione inter-governativa (non ONG, anzi il contrario, perché la maggior parte dei fondi che riceve viene dai Governi) che in alcuni Paesi come Iraq e Afghanistan lavora a fianco delle Nazioni Unite nella cosiddetta UN Country Team. Viste le analogie nel mandato e nel tipo di assistenza umanitaria fornita (in particolare con l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), da anni si parla di inglobare IOM nelle Nazioni Unite, ma per ragioni di politica interna alle due Agenzie prima che questo succeda ci vorrà ancora un po’. IOM rispetto alle Nazioni Unite è un’organizzazione burocraticamente più snella (per ora), presente in 155 Stati, che vanta un approccio molto più ‘sul campo’. IOM Iraq nasce nel 2003 dopo l’invasione americana per dare assistenza agli sfollati iracheni che fuggivano dalle zone di conflitto per trovare rifugio in aree più sicure, sempre all’interno del loro territorio nazionale (da qui la definizione di Internally Displaced Persons). Oltre ai tre principali uffici nelle città di Erbil (Kurdistan Iracheno – nord Iraq), Baghdad (centro Iraq) e Basra (sud Iraq), IOM Iraq ha sempre mantenuto un ufficio di supporto ad Amman, che garantisce la continuità nell’assistenza fornita anche nei momenti in cui gli uffici in Iraq sono semi-operativi o totalmente fuori uso per cause di forza maggiore. Al momento le Nazioni Unite hanno dichiarato Livello 3 di Emergenza in Iraq: se mai si arriverà al livello 5 (immediata evacuazione), l’ufficio di Amman sarà pronto ad ospitare tutti i dipendenti IOM internazionali. I dipendenti IOM iracheni, invece, resteranno in patria e dovranno badare a se stessi e alle loro famiglie, perché per entrare in Giordania necessitano di un visto che IOM non può garantire. Sono arrivata qui a Erbil perché in Italia, a meno che non si sia già accumulata considerevole esperienza, il campo delle migrazioni non offre possibilità lavorative al di là del volontariato o di stipendi ridicoli. Attiva in Amnesty International durante liceo e università, laureata in Scienze Politiche a Milano e con un Master alla School of Oriental and African Studies (Londra): il mio profilo è un po’ uno dei tanti che circolano in giro per il mondo. La mossa chiave per trovare questo lavoro è stata trasferirmi ad Amman seppur con solo un misero contratto da stagista in una ONG giordana che si occupa di diritti dei lavoratori migranti. Una volta ad Amman ho saputo attraverso contatti che c’erano posizioni aperte in IOM Iraq: ho mandato il curriculum, fatto il colloquio e sono stata selezionata per un altro stage, che poi ha portato a un contratto a tempo determinato con possibilità di rinnovo. In IOM Iraq faccio parte del dipartimento di Project Development, Monitoring and Evaluation: i miei compiti cioè comprendono scrivere progetti, seguirne l’implementazione (garantita dai colleghi iracheni sul campo), stendere periodici report per i donors (finanziatori) per rendere conto di come sono stati spesi i finanziamenti ricevuti, e valutare l’andamento e i risultati dei progetti. Essendo un’organizzazione di fama internazionale, il problema fundraising (raccolta fondi) in IOM di fatto non sussiste, soprattutto ora che gli occhi dei media sono tutti puntati sull’Iraq. Chi sono i donors? Tra i maggiori finanziatori, oltre a varie Agenzie delle Nazioni Unite (per lo più UNHCR) e all’Unione Europea, vi sono i Governi: Stati Uniti, in primissima fila, seguiti da Giappone, Svezia, Germania, Gran Bretagna, Francia… L’Arabia Saudita a inizio estate, subito dopo lo scoppio della crisi in Iraq dovuta all’avanzata dell’ISIS, ha elargito la più grande donazione che IOM Iraq abbia mai ricevuto da parte di un singolo stato. Molti considererebbero questi soldi ‘blood money’ (denaro sporco), visto che provengono da uno stato ufficialmente schierato con gli Stati Uniti e la loro coalizione contro l’ISIS, ma in cui allo stesso tempo alcuni cittadini particolarmente abbienti stanno investendo il loro denaro in finanziamenti allo Stato Islamico; nonostante ciò prevale la regola ‘il fine giustifica i mezzi’: non è negando assistenza umanitaria a migliaia di esseri umani, prime vittime di questa crisi, che si può dare una lezione di politica internazionale. Chi sono i destinatari dei progetti e che tipo di assistenza ricevono? IOM Iraq fornisce assistenza all’interno dei confini iracheni a quattro categorie di beneficiari:

– Rifugiati: persone che fuggono dal loro paese in cui la loro incolumità è a rischio a causa di guerre o calamità naturali e che per questo non possono essere rimandati indietro. Al momento l’Iraq ospita 230.000 rifugiati siriani registrati ufficialmente con l’UNHCR (di cui più di tre quarti si trovano ora a nord dell’Iraq nel Kurdistan Iracheno), che sono entrati nel Paese in grandi numeri per lo più dal confine siriano prima che questo confine venisse chiuso dal governo del Kurdistan Iracheno (KI). Recentemente si è aperto un altro punto di accesso: Kobane, una cittadina siriana che si trova in punto strategico a confine con la Turchia e che ha aperto un facile corridoio d’entrata con il KI.

– IDPs – Internally Displaced Persons: sfollati all’interno del proprio paese. IOM conta che siano circa 1,8 milioni gli iracheni scappati dalle proprie case, spesso con poco più dei vestiti che indossavano al momento della partenza, dal sud e centro Iraq (aree con maggiore presenza dell’ISIS) per cercare rifugio in zone più sicure nel nord del Paese. La gran parte di questi IDPs vive ora nel KI, già al limite della sua capienza per la presenza di rifugiati siriani, all’interno di campi per IDPs, o in palazzi abbandonati ancora in fase di costruzione (che sono tantissimi nel Kurdistan a causa di enormi speculazioni). L’assistenza che IOM fornisce in emergenza umanitaria per i rifugiati siriani e gli sfollati iracheni presenta delle componenti standard: trasporto dal confine ai campi, o intra-campi; rifugio: tende, prefabbricati, o semplicemente nel caso degli IDPs protezioni di plastica usate per ‘sigillare’ palazzine non finite e abbandonate per impedire che la gente cada giù, e per offrire un certo riparo dal freddo e dalle intemperie dell’inverno. Quest’ultima soluzione è stata concepita per buona pace dei governi iracheno e kurdo, che vogliono assicurarsi che la permanenza degli sfollati sul loro territorio sia temporanea; kit contenenti beni utili (non alimentari, a questi pensano altre organizzazioni) per un’intera famiglia di sei persone come materassi, coperte, cuscini, pentole, kit sanitari; sanità: da poco IOM ha iniziato a fornire assistenza sanitaria di base e di prevenzione per malattie facilmente trasmissibili come la tubercolosi attraverso il dispiegamento di cliniche mobili sul territorio e il supporto di centri medici già esistenti in termini di personale, macchinari e medicinali; a queste attività si stanno per affiancare anche attività di supporto psicologico.

– Returnees: iracheni emigrati all’estero che decidono di tornare volontariamente in patria, spesso perché non hanno avuto successo nel loro tentativo di stabilirsi all’estero. La grande maggioranza di queste persone quando tornano vogliono reintegrarsi nel KI, in quanto è la regione più ricca e moderna dell’Iraq che nonostante la crisi in corso sta vivendo un periodo di boom economico grazie alle ingenti riserve di petrolio (che disegnate su una cartina dell’Iraq formano delle grandi chiazze nere, specialmente vicino a Erbil e Dahouk, due tra le principali città del KI) e agli enormi investimenti in contanti che arrivano da varie parti del mondo (le guerre del 2003, 2006-2007 hanno insegnato a non depositare i soldi nelle banche, rarissima presenza nel KI, per evitare di perderli nell’eventualità di un’altra guerra). Nel caso di Erbil, capitale del KI, i suoi ingenti cantieri, infrastrutture in veloce sviluppo, un grande business di hotel di lusso, e una relativa stabilità politica ne fanno la cosiddetta ‘piccola Dubai’ del Medio Oriente. IOM, in coordinazione con stati europei come Francia, Belgio, Finlandia e Svezia con i più alti tassi di immigrati iracheni, promuove programmi che facilitano la reintegrazione degli emigrati iracheni in patria, supportandoli per esempio nella ricerca di un lavoro.

– Le comunità irachene ospitanti IDPs e rifugiati: promuovendo attività per l’autosostentamento dei beneficiari (IDPs e rifugiati) e delle loro famiglie, e progetti volti a produrre un veloce impatto sulle infrastrutture e i servizi del territorio (come ad esempio la costruzione di strade, scuole, cliniche, ecc..), IOM mira a ridurre al minimo l’impatto economico e sociale dell’arrivo di queste persone in modo da prevenire qualsiasi tipo di attrito con la popolazione locale ospitante. IOM Iraq inoltre supporta il governo del Kurdistan e il governo centrale iracheno (Baghdad) attraverso varie attività volte a rafforzare le capacità e l’autosufficienza di entrambi i governi nella gestione dei confini e nella lotta contro la tratta di esseri umani, con lo scopo di garantire una migrazione regolare e rispettosa della dignità umana all’interno dell’Iraq.

Sono stata tre volte ad Erbil per lavoro, una volta a febbraio e due negli ultimi due mesi. Tra la prima volta e le altre due le cose sembrano essere cambiate veramente poco in apparenza. In realtà la città in molte zone fuori e dentro il suo centro sta ospitando in chiese, parchi, palazzi non finiti migliaia e migliaia di IDPs: il quartiere cristiano di Ankawa da solo ospita almeno 10.000 IDPs. A livello di sicurezza pochi sono i cambiamenti facilmente percepibili: gli hotel a cinque stelle ospitanti lavoratori delle Nazioni Unite e di varie ONG sono tornati ad avere guardie e metal detector all’entrata, il compound delle Nazioni Unite (dove si trovano tutti i principali uffici IOM e delle varie Agenzie UN) ha rinforzato la sicurezza all’entrata e sul suo perimetro, e tutti i lavoratori umanitari UN sono stati caldamente consigliati a non usare i taxi locali (per rischio rapimento) e limitarsi ad andare in giro con macchine della propria Agenzia. Di fatto, è stato comunicato chiaramente che ci sono delle infiltrazioni di affiliati dell’ISIS, ma nonostante ciò il comportamento di certi colleghi è tutt’altro che cambiato rispetto a mesi fa. Molti di loro hanno contratti di sei o più mesi ad Erbil, e nella loro carriera sono stati in missioni come Pakistan e Afghanistan, in cui la libertà di movimento per i dipendenti delle Nazioni Unite è molto più limitata e il rischio percepito a livello di sicurezza è più alto. In missioni come queste, comprese quella in Iraq, si tende a spendere la gran parte delle giornate a lavorare, visto che c’è poco altro da fare. Il livello di stress accumulato è tanto, perciò non c’è da stupirsi che Kabul e Erbil ospitino nei weekend enormi feste frequentate rigorosamente da lavoratori umanitari che tentano di scappare almeno per qualche ora alla continua pressione a cui sono sottoposti. Uscire di sera ad Erbil, prendersi una birra con degli amici e mentre si attraversa la strada incappare in una famiglia di IDPs che vive in una tenda piantata a due passi da lì è una delle tantissime contraddizioni di questa crisi irachena e della vita dei lavoratori umanitari. La morale? La morale è che non c’è morale. L’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) o ISL (Islamic State of Iraq and Levant), gruppo islamico di ispirazione sciita, è il prodotto di manovre occidentali messe in atto dopo l’invasione americana del 2003 per contrapporre gruppi sciiti (circa il 60% della popolazione irachena) e sunniti (40%) con lo scopo di raggiungere una stabilità filo-occidentale attraverso un governo sciita solo apparentemente democratico e rappresentativo dell’intero Paese. Nulla di nuovo sotto il sole di un mondo dominato da stati imperialisti: gli interessi economici da sempre hanno generato guerre, in cui il cosiddetto Occidente non ha mai perso occasione di fare del profitto vendendo armi al miglior offerente e addestrando miliziani secondo la strategia del divide et impera. Esempio lampante: la guerra Iran-Iraq (1980-‘88), in cui nazioni come Stati Uniti e Gran Bretagna hanno venduto armi a entrambe le parti in conflitto. Ciò che sta succedendo ora in Iraq dunque non è prodotto della fatalità o del demonio (come il colore nero delle divise e delle bandiere dell’ISIS sembra suggerire) bensì la conseguenza di anni e anni di storia scritta dai grandi poteri economici e politici. Le vittime sono i civili, ultimi in questa catena di interessi. Alla luce di ciò alla domanda “ma l’ONU fa più danni che altro cercando di risolvere problemi creati da altri?” la mia risposta è: l’ONU è un problema, fintantoché resta condizionata dai 5 stati che hanno potere di veto nel suo Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia), impegnati a mantenere un certo ordine geopolitico mondiale al servizio dei loro interessi economici. La missione umanitaria delle sue Agenzie resta comunque fondamentale per salvare vite umane e garantire un minimo di dignità e sicurezza a milioni di civili coinvolti nei tanti conflitti in atto sul pianeta.

Vi annunciamo che il prossimo incontro del gruppo di Verona della RRR è previsto per lunedì 24 novembre alle ore 21 presso una sala del Tempio Votivo, dove ci accoglie don Carlo Vinco.

Un caro saluto da Francesca e Roberto

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Ottobre 2014

Per capire la vittoria di Dilma Rousseff, presidente del Brasile di Leonardo BOFF.

In questa tornata elettorale presidenziale, brasiliani e brasiliane si sono confrontati come se rappresentassero la scena biblica descritta dal Salmo n°1: si doveva scegliere tra due vie, una che rappresentava il successo e la felicità possibile, l’altra l’insuccesso e l’infelicità evitabile. Erano state create tutte le condizioni per una tempesta perfetta con distorsioni e diffamazioni, diffuse nella grande stampa e nei media popolari, soprattutto una rivista che ha offeso gravemente l’etica giornalistica, sociale e personale pubblicando falsità per danneggiare la candidata Dilma Rousseff. Dietro a questa rivista albergano le élites più retrograde che si impegnano a difendere i loro privilegi piuttosto che far partecipare tutti ai diritti personali e sociali. Davanti a queste avversità la presidente Dilma già passata attraverso le torture nei sotterranei degli organi di repressione della dittatura militare, ha rafforzato la sua identità. È cresciuta nella sua determinazione e ha accumulato energie per affrontare qualsiasi scontro. Si è mostrata come è: una donna coraggiosa e valorosa che trasmette fiducia, virtù fondamentale per un politico. Mostra di essere tutta di un pezzo e non tollera malefatte. Lei genera nell’elettore o elettrice il sentimento di “sentire fermezza”. La sua vittoria è dovuta in gran parte ai militanti che sono usciti per le strade organizzando grandi manifestazioni. Il popolo ha mostrato di essere maturo nella sua coscienza politica e ha saputo, biblicamente, scegliere la via che gli pareva più indovinata votando Dilma. Lei ha vinto con più del 51% Il popolo già conosceva le due vie. Una, già praticata per otto anni, ha fatto crescere economicamente il Brasile ma ha trasferito la maggior parte dei benefici a coloro che già li avevano a costo di una stretta salariale, a costo della disoccupazione e della povertà delle grandi masse: politiche ricche per i ricchi e povere per i poveri. Il Brasile era diventato il socio minore e subalterno del grande progetto globale, egemonizzato dai paesi opulenti e militaristi. Ma questo non era il progetto di un paese sovrano consapevole della sua ricchezza umana, culturale, ecologica e degna di un popolo che ha l’orgoglio del suo meticciato, e che si arricchisce con tutte le differenze. Il popolo aveva percorso anche l’altro cammino quello del successo e della felicità possibile. In questo mantenne il posto centrale. Uno dei suoi figli soppravvissuto dalla grande tribolazione, Luiz Inacio Lula da Silva, che è riuscito con politiche pubbliche, rivolte agli offesi e umiliati della nostra storia a far sì che una porzione di popolo grande quanto l’Argentina intera fosse inclusa nella società moderna. Dilma Rousseff ha portato avanti, approfondito e allargato queste politiche con misure democratizzanti come il PRONATEC, il PRO-UNI, le quote nelle università per gli studenti venuti dalla scuola pubblica e non dai collegi privati; le quote per coloro i cui antenati son venuti dal ventre delle navi negriere, così come tutti, così come altri programmi sociali da BOLSA FAMILIA, LUZ PARA TODOS, MINHA CASA MINHA VIDA, PIU’ MEDICI, tra gli altri. La questione di fondo del nostro paese è in corso di ricalcolo: garantire a tutti ma specialmente ai poveri l’accesso ai beni della vita, superare la spaventosa disuguaglianza e creare mediante l’educazione opportunità ai piccoli perché possano crescere, svilupparsi e diventare uomini come cittadini attivi. Questo progetto ha risvegliato il senso di sovranità del Brasile, lo ha proiettato sullo scenario mondiale con una posizione indipendente, che richiedeva un nuovo ordine mondiale, nel quale l’umanità si scoprisse come umanità, e tutti abitanti della stessa casa comune. La sfida per la presidente Dilma non è soltanto consolidare i programmi riusciti, e correggere i difetti, ma inaugurare un nuovo ciclo di esercizio del potere che significhi un salto di qualità per tutte le sfere della vita sociale. Poco si riuscirà a ottenere se non ci sarà una riforma politica che elimini una volta per tutte le basi della corruzione e che permetta passi avanti della democrazia rappresentativa, con l’incorporamento della democrazia partecipativa, con consigli, pubbliche udienze e consulte ai movimenti sociali e altre istituzioni della società civile. E’ urgente una riforma tributaria perché ci sia più equità e contribuisca al pareggiamento dell’abissale disuguaglianza sociale. Fondamentalmente l’educazione e la salute saranno al centro delle preoccupazioni di questo nuovo ciclo. Un popolo ignorante e malato mai spiccherà un salto per raggiungere un livello più alto di vita. La questione del risanamento di base, della mobilità urbana (l’85% della popolazione vive in città), con un sistema di trasporti minimamente degno; la sicurezza e la lotta contro la criminalità sono imperativi imposti dalla società e che la Presidente si obbligherà ad affrontare. Lei nei dibattiti ha presentato un ventaglio significativo di trasformazioni. Per la serietà e senso di efficacia che ha sempre mostrato possiamo aver fiducia che avverranno. Ci sono questioni appena accennate: l’importanza di una riforma agraria moderna che stabilisce il contadino sulla terra con tutti i vantaggi che la scienza ha trovato. E’ importante ancora la demarcazione e l’omologazione delle terre indigene, molte minacciate dall’avanzamento dell’industria agro alimentare. Per ultima, e forse la maggiore delle sfide che viene dal campo dell’ecologia. Severe minacce sorvolano il futuro della vita e della nostra civiltà, sia per la macchina di morte già creata che potrebbe eliminare varie volte consecutive tutta la vita e le conseguenze disastrose del riscaldamento globale. Se arriverà un riscaldamento catastrofico, come intere Società scientifiche ci mettono in guardia, la vita che noi conosciamo forse non potrà sussistere e gran parte dell’umanità sarà spazzata via. Il Brasile per la sua ricchezza ecologica è fondamentale per l’equilibrio del pianeta crocifisso. Un nuovo governo Dilma potrà andare incontro a questo problema, che è la vita o la morte della nostra specie umana. Che lo Spirito di sapienza e di cura orienti le difficili decisioni che la presidente Dilma Rousseff dovrà prendere.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Ottobre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona,

l’incontro del nostro gruppo a casa Pettenella, del 19.9, ha permesso di riflettere realmente su come fare associazione ed essere solidali in questo tempo, ed ha rilanciato il nostro impegno, sia dal punto di vista dell’approfondimento dei fatti, che rappresenta l’aspetto più politico, sia dal punto di vista pratico ed operativo, del che fare e di come contribuire ad una maggior giustizia in questo mondo così diviso e pervaso da ingiustizie. Gli incontri successivi, il Coordinamento Nazionale a Sezano ed il primo martedì di Nigrizia, hanno confermato questa necessità di ripensare il nostro impegno di solidarietà internazionale, per capire insieme cosa succede e impegnarsi concretamente come singoli e come gruppo per una maggior giustizia.

In casa Pettenella si è parlato soprattutto del nostro programma annuale, di quando e come ritrovarsi, con quale regolarità e su quali temi. Si è parlato di Palestina, della guerra a Gaza e delle le sue conseguenze disastrose, della paura di Israele delle conseguenze del boicottaggio dei suoi prodotti, che sta continuando soprattutto per i prodotti farmaceutici Teva e su Soda Stream; si è parlato delle notizie vere, difficili da reperire, perché i media sono condizionati da USA e da Israele, ed ora sono tutti focalizzati sulle notizie dello stato islamico ISIS e della relativa guerra, con violenze davvero inumane. L’ultimo numero di Bocche scucite ha citato il discorso di accusa di Abu Mazen all’ONU sulle distruzioni a Ghaza, ma di esso i giornali italiani non hanno proprio parlato. Chi volesse saperne di più, mi contatti che gli farò avere i riferimenti diretti.

Uno dei nostri prossimi incontri potrebbe essere proprio sulla Palestina, sul Medio Oriente e sulle nostre operazioni, cioè le operazioni che seguiamo noi della Rete di Verona, che sono le borse di studio a Joao Pessoa, gestite dall’Opera Mazziana, l’operazione Marco Picotti; e le operazioni in Guatemala, che ormai da una ventina d’anni guidiamo noi di Verona, con stretti rapporti anche personali con i referenti locali guatemaltechi, mentre invece la parte finanziaria di questa è curata dalla Rete Nazionale.

Si è parlato di come suddividere le collette veronesi, che ora confluiscono sul nuovo conto di Banca Etica, perché le indicazioni di chi versa sono sempre molto generiche, rimandano ad una discrezione collegiale: già negli scorsi anni si era discusso se chiudere l’operazione di Joao Pessoa, intitolata a Marco Picotti, perché il Brasile è profondamente cambiato rispetto all’inizio di questa operazione, che la Rete di Verona cura interamente, cioè raccoglie e manda tutti i denari necessari, mentre per quasi tutte le altre operazioni è la Rete nazionale a raccogliere genericamente il denaro delle collette ed a distribuirlo tra le varie operazioni. Si è deciso di mantenere l’operazione, ma per interpretare la “discrezione” si è deciso di destinare non più di 8.000 € l’anno (se ci si arriva), e non più del 50% di ogni raccolta mensile; gli altri vanno alla Rete nazionale, per tutte le altre operazioni. Si è così privilegiata la collegialità del gruppo/associazione, che raccoglie e interpreta la volontà espressa dai singoli con la loro intenzione del versamento nella colletta di restituzione.

Uno dei prossimi incontri sarà certamente sulla Finanza Internazionale, seguendo ciò che la Rete Nazionale vuol fare con una apposita Commissione, per capire meglio cosa succede e boicottare la finanza criminale, che non è solo quella legata alla mafia del Sud Italia. Stiamo pensando ad un relatore autorevole da far venire a Verona (Andrea Baranes ?), per avere da lui informazioni approfondite; poi ci sarà lo specifico Seminario nazionale: il Convegno Nazionale per la Rete è negli anni pari, negli anni dispari si fanno dei seminari di studio su argomenti di interesse, solitamente divisi per territorio, due anni or sono –ricorderete- ci siamo trovati ad Isola Vicentina ed abbiamo ascoltato Michele Nardelli sull’Osservatorio Balcani, e poi abbiamo chiamato lo stesso Nardelli anche a Verona, data la sua preparazione e la sua capacità di dare adeguate informazioni, superando ciò che ci danno i media. Occorre oggi molta controinformazione, come quando noi, ancora giovani, si parlava di guerra in Vietnam o di strategia della tensione, piazza Fontana anarchici eccetera.

Il Coordinamento Nazionale ha iniziato i suoi lavori a Sezano focalizzando l’attenzione sui migranti (già usare questo nome invece di extra-comunitari mi sembra un grande passo avanti per l’accoglienza); i problemi nel merito sono gravi oltre che difficili). Si sta studiando uno specifico progetto sui migranti, partendo da quelli che sono già qui (meglio allora chiamarli migrati o immigrati) per arrivare a quelli che stanno per partire, per migrare, per scappare da guerre, da carestie, da situazioni disastrose. Olivia è un’immigrata ghanese, è a Verona da 20 anni, ci ha parlato di come i villaggi non possono più coltivare la terra intorno, perché è occupata per estrarre l’oro, o i diamanti, o il petrolio, e le scuole non funzionano. È una classica situazione che la Rete affronta e sostiene con le sue operazioni, quando qualcuno là si assume l’onere del Progetto e ci chiede aiuto. Il problema c’è e continua ad aumentare, in ogni luogo della terra, come ci hanno denunciato anche i mapuche cileni che non riescono ad avere le terre che hanno sempre abitato, non hanno i “documenti di proprietà”!

Ma il primo problema dei migranti qui è essere accolti; i Comuni e le associazioni non riescono a gestire decentemente il problema, e l’Europa ancora non ha affrontato seriamente il problema. Sarà l’argomento per un possibile nuovo incontro anche a Verona, anche perché Olivia, la bella signora nera ghanese (minuta, umile e semplice, ma elegantissima in viola e nero) abita proprio a Verona e vorrebbe attivare un progetto concreto sui migranti. Olivia va a casa dei genitori in Ghana in marzo aprile 2015, invita possibili accompagnatori a viaggiare con lei.

Un ultimo argomento è l’ISIS, di cui s’è parlato anche nel nostro incontro veronese, ma soprattutto nel martedì di Nigrizia, dove ha parlato un grande esperto, giornalista e di origini arabe, Moustafà El Ajoubi. Il titolo era “Chi sostiene il califfato?”, nella sala Africa c’erano più di 200 persone, non si riusciva ad entrare; nel pomeriggio del 7.10 Mustafà aveva parlato in interviste ai giornali locali, ed il suo discorso è stato registrato e messo in youtube, disponibile a questo indirizzo: http://www.nigrizia.it/notizia/chi-sostiene-il-califfato/notizie . Moustafa ha cercato di chiarire un tema complesso e articolato, indicando le responsabilità Usa nel far sorgere Al-Qaida contro i russi in Afganistan 20 anni fa, poi nelle campagne contro l’Iran, contro Saddam Hussein in Iraq, ora anche contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina; ha indicato anche le responsabilità dell’Arabia Saudita e del Qatar nel sostenere un movimento sciita contro i sunniti, perché tutto il Medio Oriente diventi a stretta obbedienza religiosa, la sharìa, togliendo di mezzo gli stati laici, come erano Egitto, Libia, Siria. L’Europa non riesce a prendere una sua posizione, ci sono delle forti tensioni internazionali nel merito, che corrispondono poi ai movimenti dei capitali nelle borse internazionali, e come sempre succede sono i deboli a farne le spese, in questo caso ad esempio i cristiani siriani e di altre regioni.

Anche l’informazione ne risente, perché tutti i nostri media parlano solo di ISIS e del punto di vista USA. L’ONU e i governi occidentali di solito difendono le minoranze, ma stavolta non hanno preso posizione ed hanno lasciato ammazzare; ora la Turchia a sua volta assiste tranquillamente alle stragi operate dall’ISIS a pochi chilometri dai suoi confini, tanto muoiono i curdi. I curdi per loro sono un’organizzazione terrorista, perché vuole costruire un suo territorio indipendente prendendo un grande territorio in Turchia. Il prossimo paese coinvolto in questo assalto ISIS sarà probabilmente la Libia, in questo momento nel caos più totale; la Libia è molto più vicina a noi del Medioriente, non solo ai siciliani, anche a noi veronesi, perché la base militare dell’Africa Command statunitense è stata spostata dalla Germania all’aeroporto di Vicenza, praticamente a casa nostra. E l’Italia non ha detto niente: doveva far eleggere la Mogherini Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza.

Argomenti complessi e da me mal riassunti, in fretta e troppo schematicamente. Vi consiglio di vedere la registrazione o di leggere il prossimo numero di Nigrizia che ne parlerà diffusamente: Mustafà cura da anni una sua rubrica su Nigrizia. Il prossimo Martedì Del Mondo di Nigrizia è il 4 novembre, arrivederci là numerosi.

I dati della colletta nel prossimo mese, bimensili come s’è stabilito.

Un carissimo saluto da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quiliano – Ottobre 2014

La parola a due persone che hanno lasciato volontariamente il loro paese per andare ad incontrare altre persone ad a cercare insieme di diventare migliori.

“Io sono veramente grato per le persone che ho incontrato nella mia vita. Sono le persone che ho incontrato che mi hanno fatto la persona che sono. La mia ricchezza è la ricchezza umana di tanti uomini e donne che mi hanno toccato, soprattutto poveri.

Questo “toccarsi” sulla strada … uno più misterioso dell’altro. Questo essere “toccato” dai poveri, dagli ultimi, dai malati di AIDS.

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La vita è stata un camminare, e camminando “lasciarsi toccare” dai fratelli pellegrini, vicini o lontani non ha importanza. L’importante è questo sentirsi abitati, amati …e amare, abitare altri … E’ ciò che poi rimane.” Alex Zanotelli da: “Korogocho” -alla scuola dei poveri-

“Mi penso a camminare per mano nei viottoli che hanno in Brasile il nome di favelas,e ritorna alla mente un pensiero che finora stenta ad essere accolto perchè, nella nostra cultura occidental-cristiana prima si pensa e poi si fa e spesso si pensa credendo di fare solo pensando. Non si crede da noi quanto la realtà modifichi il nostro pensiero “Arturo Paoli postfazione a “Korogocho”

Ottobre tradizionalmente mese “missionario”, ottobre che si apre con il primo coordinamento della Rete dedicato ai “migranti”, l’idea che unisce le due parole è quella di movimento da un luogo verso un altro.

Perchè le persone si spostano?

Per non venire uccise si rifugiano, per cercare una vita migliore migrano, per cercare di diventare migliori migrano.

La segreteria per l’ordine del giorno ha scelto la parola“migranti”, la Rete è nata da una “migrazione”: quella di Paul Gauthier.

Per dirla con Alex è andato a “lasciarsi toccare” e per dirla con Arturo ha visto “quanto la realtà modifichi il nostro pensiero”.

Questo ci portano in dono le migliaia di persone che cercano di arrivare tra noi, sia che si rifugino sia che si spostino per andare a stare-essere meglio, quello che offrono è REALTA’, quello che chiedono è TOCCO.

Non è possibile che dalla loro REALTA’ non si modifichi il nostro pensiero economico, finanziario, politico, non è possibile che dal “LASCIARSI TOCCARE” da loro non si sprigioni un’onda di tenerezza irresistibile.

Dovremmo provare a partire per un viaggio che ogni giorno ricominicia, muoversi stando fermi ad accoglierli,progettare con la testa vuota semplicemente ascoltando i loro progetti, dare un senso diverso ai nostri soldi guardando quanto valgono nella loro moneta e RESISTERE alle bugie della politica europea e nazionale.

Noi come Rete e come società civile tutta possiamo promuovere un percorso di approfondimento giuridico:

– cosa vuol dire che due nazioni hanno rapporti di reciprocità diplomatica?

– che diritto effettivo hanno le ambasciate di negare i visiti o imporre condizioni impossibili per averli?

-non c’è davvero nessuno imputabile di omissione per questa strage quotidiana di morti annegati?

Sono domande che mi abitano dai tempi in cui abbiamo iniziato a lottare per invitare Centrafricani in Italia toccando con mano quanto il “muoversi” legalmente non potesse essere di tutti ed intravedendo che le strade sarebbero state cercate e trovate dai popoli a costo della morte o per sfuggirne ma comunque cercate.

Sono domande a cui nemmeno l’onorevole Touadì, Congolese, provò a rispondere quando lo interpellammo.

Eccoci al dunque.

La procura di Roma indaga sulle connessioni tra scafisti e trafficanti di organi, ognuno paga il “migrare” con quello che ha.

Molti iscritti a questa lista conoscono il giovane Adama, il regalo ricevuto dalla nostra famiglia arrivato via Costa d’Avorio-deserto in camion-Libia-mare in barcone-Lampedusa.

Lasciamo a lui le conclusioni.

“gli americani quando tolgono un capo devono pensare che capo mettere dopo, hanno tolto Saddam, Kadaffi,Bin Laden e hai visto dopo? Solo un gran casino.

Bisogna capire bene bene dove vanno i soldi di quel capoche togli, dove va la sua famiglia.

Con i soldi di Saddam i suoi si sono preparati, hanno pensato e ora sono tornati, guarda cosa fanno, riprendono tutto.

Non c’è questione tra bianchi e neri la questione è tra ricchi e poveri, quando un nero diventa ricco va con i neri ricchi oppure con i bianchi se ne frega dei neri poveri fa il bastardo.

O vieni qui perché da te c’è la guerra o vieni a lavorare.

Se vieni a lavorare devi contare bene i soldi e devi sapere se vuoi vivere qui o tornare a casa dopo un po’. Io sono scappato, qui è bello ma io voglio tornare a casa.

Ci andiamo tutti in Costa d’Avorio!”

Questa la sua REALTA’.

“PAPA’ ho “prezzo” la patente!“

SMS inviato a Franco: questo il suo TOCCO.

Per la Rete di Quiliano

Caterina

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Ottobre 2014

Ricordando GIULIANA

Piccola, magra, piena di personalità, intelligente, determinata, sensibile verso il prossimo, sempre sorridente. Questa è la Giuliana che ho conosciuto agli incontri della Rete di Macerata. Arrivava con un fascio di fogli e di lettere che i suoi amici di un altro continente le inviavano e a cui lei rispondeva puntualmente incoraggiandoli e motivandoli con la dolcezza di una madre: è proprio così che i prigionieri politici peruviani la chiamavano! La nostra Giuliana seguiva appunto tale Progetto della Rete Radiè Resch e aveva a cuore diverse di quelle persone di cui ci parlava alle riunioni traducendo per noi le loro lettere, mostrandoci foto e giornali e sostenendo le attività che svolgevano nonostante la prigionia, come la produzione di yogurt in una cooperativa di Huaura denominata Alas; non mancavano, grazie a lei, notizie sugli eventi politici in Perù che le venivano fornite dai suoi contatti; ricordo la forte contrarietà di Giuliana di fronte alla notizia fornita da Jesus Vargas Fernandez, presidente della Cooperativa Alas, della soppressione dei Benefici Penitenziari e il trasferimento di alcuni compagni prigionieri politici dal carcere di Castro-Castro ad un altro di Massima Sicurezza; o, ancora, le lettere di ringraziamento rivolte a Giuliana e suo marito da parte di Roger Alexander Lopez Rodas ( Giuliana pronunciava questi nomi per intero, per rispetto, senza abbreviazioni di sorta), ex prigioniero MRTA (Movimento Rivoluzionario Tupac Amaro), per la sensibilizzazione della condizione di massima sofferenza dei prigionieri nelle carceri peruviane da lei estesa a tutta la Rete; anche la petizione sui Sem Terra brasiliani massacrati nell’accampamento Terra Prometida è stata promossa e sostenuta da lei fino alla condanna del principale accusato avvenuta, dopo sei anni, nel 2013; nonché l’adesione all’appello per la liberazione di Jaime Ramire Pedraza, ammalatosi di Sla nel carcere di Castro Castro dove aveva già scontato 17 anni di prigione, fra torture e vessazioni per aver aderito al movimento MRTA; così ricordo le sue traduzioni di poesie e versi che alcune prigioniere politiche peruviane come Milagros Chavez Gonzales le inviavano dal carcere, versi delicati e semplici, non contaminati dalla dura prigionia e non abbrutiti dal contesto, fortunosamente risultato incapace di distruggere i sogni. Si interessava molto di poesia, Giuliana, quelle della venezuelana Mariana Yonusg Blanco erano per lei una passione, mi prestò un libro di questa autrice intitolato “Io sono donna e basta” e devo dire che alcuni versi mi sono rimasti impressi nella memoria:

“Al fine, continuo ad essere come molte latinoamericane,

Una donna povera, madre, militante, femminista e negra

E quindi senza altra alternativa che la lotta”

Naturalmente parliamo di una rivoluzionaria che iniziò la sua attività politica nel movimento studentesco venezuelano, poi in quello di solidarietà con il Nicaragua per poi lavorare nell’organizzazione di cooperative agricole ed educatrice popolare, dedicandosi recentemente ai problemi delle donne e al movimento femminista.

Ho trovato, fra le notizie su Giuliana Cioccoli questa lettera che lei scrisse a Giovanni Giardi e che ripropongo perché mi sembra ben delinei il suo pensiero, la sua poliedrica e, al tempo stesso, semplice personalità oltre a rappresentare il suo saluto rivolto anche a tutti noi.

Grazie signor Giovanni ,

anzitutto per essere un amico della Rete e di avere scritto il suo bellissimo Promemoria che per curiosità sono andata a consultare.

Mi stupisce la sua incessante ricerca, la condivisione delle sue esperienze, la sua così vasta cultura e memoria che mi ha fatto conoscere tante cose che, a causa della mia età avanzata, i miei impegni, e tutte le difficoltà incontrate nella vita, mi erano sfuggite.

Penso che lei potrebbe stampare un libro con tutti gli eventi della sua biografia, che allinea in modo così chiaro e ordinato, specialmente riguardanti la Fede, la critica alla religione, alla Curia e in generale alla situazione complicata della Chiesa.

Oggi mi sento stanca e non vorrei più impegnarmi in nulla. Non ci vedo molto bene, non ci sento più bene, non sono più in grado di affrontare da sola una passeggiata o un viaggio, mi restano solo i ricordi delle mie esperienze, le più belle con la Rete

Radié Resch dove ho iniziato, fin dal 1985, a interessarmi della situazione di ingiustizia che si vive in quasi tutti i paesi del mondo e, in questo pensiero, occupo quasi tutto il tempo che mi resta ancora disponibile.

Ho ancora mio marito che ha finito 90 anni, ho due figlie sposate, un nipote di 34 anni e due nipotine di 15 anni, inoltre sto in corrispondenza ancora con ex prigionieri Tupamaros del Perù che ora sono liberi e svolgono attività di avvocati e sono impegnati in Società di assistenza a prigionieri ancora in carcere, e quando mi scrivono mi chiamano madre.

Certo ho avuto le mie soddisfazioni e la riconoscenza di molte persone, ora mi conforta solo il ricordo e la speranza per il futuro delle mie nipotine e del mio nipote.

Di nuovo mi congratulo con lei e le porgo i miei più sinceri auguri perché possa dare alle stampe quanto scrive nel suo blog.

Con grande amicizia GIULIANA CIOCCOLI

Grazie, Giuliana!

Maria Cristina Angeletti