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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Giugno/Luglio 2014

 Nulla di libero al mondo è stato effettivamente

realizzato senza una intelligente sobrietà.

Alfiero Spinelli

Carissime/i,

siamo nel pieno dell’estate, il caldo e la voglia di riposo ci fanno dimenticare tante drammatiche tragedie, come quanto è capitato in Bosnia, che ci viene raccontato da Marianita con la lettera qui sotto. Un altro “ricordo di Rete” ci viene descritto da Gigi, in questa estiva lettera. Come ogni anno, in una domenica di metà luglio, per ricordare padre Lele Ramin, santa messa nella chiesa di San Giuseppe a Padova, per la data e l’orario sentire la parrocchia (049 8718626) e/o missionari comboniani (049 8751506). Notizia delle ultime ore: la nuova segreteria della nostra associazione, decisa all’ultimo coordinamento nazionale, risulta composta da Maria Rita di Noto, Maria di Verona e Gigi di Alessandria. A chi parte a chi rimane, a tutti buona estate.

Incontro con padre Regino Martinez

Regino, terminato il Convegno, ci lascia a Padova ancora una volta la sua impronta sacerdotale e umana: condivide con noi il suo cammino pastorale e politico, consegnandoci una catechesi che chiama il nostro compito e sfida per il terzo millennio. Nella cornice agreste della associazione “Sine Modo” di Olmo di Tribano dove si condivide pane e futuro tra persone che oggi in difficoltà preparano il loro domani migliore, vuole riunirci per consegnarci il testimone e la sua visione dell’umanità. Così il 1° maggio, accolti fraternamente da Fabio Beraldin e dagli amici dell’associazione in una casa di campagna riadattata all’ospitalità permanente, scopriamo che non è la sua visione, ma la visione del Vangelo perché la grande sfida del domani e che parte dalla constatazione dell’oggi è l’uguaglianza tra gli uomini, di qualsiasi colore sia la loro pelle, il loro censo, la loro lingua. E quest’aspetto diventa talmente evidente non per puro umanitarismo ma conseguenza della nostra fede in Dio creatore, che ha fatto buone tutte le cose, che ha visto con soddisfazione il suo creato, che ha posto in noi la sua immagine e che ci ha fatti come lui. Figli unici di un dio provvidente, figli e quindi fratelli, e come tali con uguale diritto alla vita e soprattutto alla qualità di questa vita. Per mantenere attivo e presente questo senso di fraternità occorre tener viva e attiva la fede, la fede in Dio.

Sembrerebbero parole usuali, alle quali potremmo anche essere abituati, ma in questo contesto ed in questa cornice assumono realmente la fecondità della parola spezzata. P. Regino arriva a questa conclusione dopo una lezione che parte da lontano, illustrando significati e sensi dello sviluppo dell’uomo utilizzando schemi e parole chiave sul pannello come fossimo a scuola, e questo per ribadirci l’importanza deduttiva di quanto affermava. Mi è difficile ricordarne i passaggi, ma l’arrivo sì è rimasto evidente per tutti, l’uguaglianza tra gli uomini, quel diritto ad una vita umana, priva della sofferenza e ricca degli affetti che rendono l’uomo tale a tutte le latitudini. Comprendiamo che questa urgenza nasce soprattutto dalla situazione sociopolitica che padre Regino vive in Repubblica Dominicana: l’ha illustrata al Convegno, l’ha ribadita nell’incontro con la nostra Rete rendendo visibile la contraddizione vissuta tra i popoli della stessa isola, differenti per colonizzazione (spagnola e francese), differenti ceppo etnico (bianchi e neri), per sviluppo politico nei secoli (dittatura e repubblica popolare), ed ora grande area di influenza internazionale ed americana, ma sempre figli di Dio. Noi accompagniamo questo popolo e la loro storia con gli occhi ed il cuore gonfio dalle tragedie giornaliere dei profughi che giungono alle nostre coste coi loro bambini e le loro mamme in attesa, rivediamo i loro corpi in fondo al mare abbracciati nella speranza mentre assistiamo giornalmente alla speculazione politica su questa tragedia: è vero, abbiamo paura del diverso, che qualcuno ci tolga il nostro benessere, abbiamo paura che si diffondano malattie nuove ed antiche, che le nostre case non siano più sicure… e per questo non abbiamo più occhi adusi alla sofferenza altrui. Fra poco assisteremo alla caccia ai poveri che questuano senza provvedere altrimenti ai loro bisogni… Tanti in Italia invocano soluzioni politiche come se le tragedie del mondo possano essere racchiuse in leggi e provvedimenti limitativi: davvero dobbiamo ricordare la lezione sfida che ci lascia P. Regino oggi, mentre, accompagnandolo alla sua isola, per noi lontana quanto vicina, viviamo la contraddizione tra la nostra e l’altrui speranza di vita.

LETTERA PER LA BOSNIA

Il 27 maggio abbiamo mandato un messaggio alla lista della Rete Radié Resch riguardo alle piogge torrenziali con conseguenti vasti allagamenti e frane che hanno colpito a partire da metà mese, Bosnia   Erzegovina, Serbia e – in misura minore – Croazia. Marco, attuale segretario, aveva risposto: “…nel breve credo sia possibile organizzare qualcosa come Reti locali. Al coordinamento di Quarrata, potremmo pensare ad un’operazione straordinaria. Occorre, però, proporre un progetto valido. Avete contatti per portare una proposta?” Erano poi intervenuti Fernanda Brendariol, Giovanna Tonon e Daniela Caroncini segnalando varie iniziative locali e Fulvio Gardumi indicando Michele Nardelli come persona che potrebbe dare   indicazioni per un progetto valido. Intanto, nonostante il silenzio pressoché totale dei nostri media, da altre fonti in loco venivamo a conoscenza dell’estrema gravità della situazione: le piogge torrenziali hanno fatto straripare i principali fiumi della regione allagando villaggi, campagne e intere città; inoltre in un ambiente impoverito e devastato dalla guerra e da una mancanza di tutela ambientale, si sono verificate molte frane (soprattutto in Bosnia). Migliaia di persone hanno perso case, raccolti, ogni bene. C’è da aggiungere infine che le segnalazioni delle mine sono state portate via dalle acque e le mine stesse sono scivolate via e costituiscono un ulteriore problema. Alcune persone della nostra rete di Padova, che già conoscevano bene alcune realtà della Bosnia Erzegovina per avervi svolto azioni di solidarietà durante la recente guerra e che hanno mantenuto le   relazioni con realtà bosniache, si sono subito attivate per valutare il da farsi. Dopo contatti diretti con le zone colpite, la rete di Padova ha deciso di dare un contributo a sostegno della Cooperativa Insieme di Bratunac e lo consegneranno direttamente durante un viaggio programmato per la prima settimana di luglio. La Cooperativa Insieme sorge a Bratunac, località a pochi chilometri di Srebrenica, avviata nel 2003 con l’obiettivo di far rientrare donne che avevano subito perdite per la strage di Srebrenica ed erano scappate o allontanate forzatamente, e offrire loro una possibilità di lavoro nella coltivazione dei frutti di bosco (coltura tradizionale della zona) e nella loro trasformazione in marmellate e succhi. La cooperativa è partita con 10 donne nel 2003 e oggi rappresenta una possibilità concreta di lavoro per 500 famiglie nella zona di Bratunac e Srebrenica.E’ da sottolineare che questa esperienza nasce in un luogo dove sono stati eseguiti crimini gravissimi. Le donne che lavorano nella cooperativa appartengono a diverse etnie, ma non si sono lasciate dividere dall’odio nazionalista, né dal dolore e dal rancore per i lutti della “pulizia etnica”. Hanno ripreso a lavorare insieme, come il nome che hanno scelto per la loro cooperativa. Purtroppo inondazioni e frane hanno colpito la zona. Ecco cosa scrive Rada Zarkovic, animatrice e responsabile della Cooperativa: “L’acqua si é ritirata, ma i danni sono enormi, soprattutto per i più poveri. Agricoltura, allevamenti, impianti industriali o estrattivi, attività commerciali al dettaglio, danni alle abitazioni etc. Considerate che le autorità hanno dato la direttiva di buttare tutto quello che si é bagnato per evitare epidemie. La disoccupazione, già altissima, salirà inevitabilmente e le conseguenze si trascineranno per anni. Per quanto riguarda la struttura della Cooperativa, i danni sono dovuti soprattutto alla abnorme quantità di acqua caduta (tetto da riparare, imballaggi di cartone, scaffali attaccati dalla ruggine da pulire e riverniciare, parti elettroniche di alcuni macchinari compromesse etc.). Il danno maggiore é quello sul credito perduto nei confronti dei produttori. Le spese anticipate per la concimazione e preparazione del raccolto perso, non possono essere   scontate sulla frutta né sono oggettivamente recuperabili in futuro. Il raccolto é perso nei campi allagati o sommersi dalle frane di terra e fango (tutto é successo immediatamente prima del primo raccolto). Alcuni produttori hanno subito danni meno gravi, ma sono isolati dalle frane sulle strade. Fare strade alternative aumenterà i costi di trasporto.”

Per tutto ciò abbiamo anche chiesto al coordinamento nazionale della Rete di valutare la possibilità di concedere un contributo straordinario a favore della Cooperativa Insieme di Bratunac.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Maggio 2014

“E’ senz’altro ignobile dire a un ragazzo vivi per te stesso,

fatti strada nel mondo,

studia così diventerai chissà che cosa,

non voglio dire la parola più volgare: farai quattrini.

Invece dirgli: studia per tutta la tua classe che è il 90% degli uomini,

allarga il tuo cuore al resto del  mondo,

questo è proibito perché c’è di mezzo quella parola”.

Don Lorenzo Milani

Carissime/i.

il Convegno di fine aprile, l’importante Convegno ci viene descritto dalla Circolare Nazionale e dalla testimonianza di Sandra e MariaRosa. L’impegno e la partecipazione di Padova è stata molto significativa sia, sul piano della preparazione che con una grande presenza. Con padre Regino abbiamo trascorso due bellissime serate di approfondimento che ci aiutano nel nostro cammino di solidarietà. La corrispondenza che segue con i nostri amici di Haiti dimostra la continuità della  presenza della Rete e il loro impegno nel concretizzare i vari progetti. Marianita, in un bellissimo libro, racconta la vita di Daduoe. Invitiamo tutti a leggerlo e a farlo conoscere. DADOUE PRINTEMPS – In cammino verso il cambiamento, è possibile richiederlo a Gianna Elvio 049 618997, Marianita Francesco 049 684672, Cristina Fabiano 049 623131, segnalando anche eventuali disponibilità di presentazione pubblica del volume.

Domenica 25 maggio: si vota.

Corrispondenza con Haiti

Caro Jean, cara Martine, caro Willot, come va? Speriamo siate tutti in buona salute e come sempre molto impegnati. Vi scriviamo per fare il punto sulla situazione riguardo ai progetti di cui abbiamo parlato insieme durante la nostra visita presso di voi  tenendo conto dei fondi di cui già disponete (inviati da noi in  gennaio, consegnati durante la nostra visita, inviati recentemente dal  gruppo di Chiarano). Inoltre – come sapete – abbiamo partecipato ad un Coordinamento nazionale della Rete dove abbiamo riferito sul nostro viaggio e abbiamo ottenuto un contributo straordinario per progetti educativi. Infine, durante il Convegno nazionale della Rete,  abbiamo incontrato Nadia, una donna che fa parte della comunità  parrocchiale di don Franco a Foligno che ci ha permesso di riprendere  i contatti: sembra che possano mettere a disposizione dei fondi attraverso la  Caritas italiana per un progetto sanitario. I fondi stanziati dalla Rete in marzo pensiamo di destinarli  all’acquisto della motocicletta per la cassa rurale, alla scuola agro-ecologica di Katienne, alle attività per i giovani di FDDPA, all’eventuale affitto di una casa a Verrettes per gli studenti, all’installazione di pannelli fotovoltaici a Geren (referente  François).  Ovviamente spetterà a voi decidere concretamente come suddividere i fondi secondo le modalità che vi sembrano più opportune. Il denaro lo invieremo quando ce lo direte voi. Per quanto riguarda il progetto sanitario da inviare a don Franco, abbiamo pensato alcune idee che vi sottoponiamo come possibili piste di lavoro, si tratta di iniziative/attività di promozione alla salute e di salute preventiva che nascono da quanto abbiamo osservato durante  la visita di febbraio. Secondo noi è all’interno di FDDPA che vanno promosse buone pratiche di vita che permettano di migliorare la salute di tutti. E in questo pensiamo che le donne hanno grandi potenzialità per creare una cultura diversa. Proponiamo di fare incontri/laboratori sulla salute preventiva. Gli argomenti potrebbero essere buone pratiche per la salute, uso delle piante medicinali, trasmissione di problemi di salute e/o malattie nelle comunità. Obiettivi di questi incontri/laboratori sarebbero: migliorare la conoscenza, coscientizzare/formare un “gruppo salute” comunitario di FDDPA per dare continuità al lavoro. Si propone di integrare le infermiere di FDDPA nel lavoro. Ambiti della promozione alla salute potrebbero essere la casa, i servizi igienici, la conservazione dei cibi, la protezione delle fonti d’acqua, l’inquinamento animale e umano. Ambiti della prevenzione della salute potrebbero essere le malattie debilitanti (colera, malaria, tifo, parassitosi intestinali), l’uso  delle piante medicinali. I fondi disponibili potrebbero coprire i costi per i laboratori: trasporto, cibo, consulenze, materiali. Un’altra idea potrebbe essere quella di visitare le case delle comunità per migliorare la salute preventiva. Crediamo infatti che sia utile uscire dai dispensari, andare dalla gente e offrire un servizio alla salute comunitaria complementare al dispensario. Elicia e Christmene potrebbero svolgere un servizio di raccolta dati dei problemi, con soste prolungate nella comunità per visitare le case. Pensiamo che queste persone di FDDPA potrebbero un giorno accompagnare visite di salute nelle comunità da parte di medici e infermieri, spiegando le necessità di salute e programmando azioni sia di  promozione alla salute che di prevenzione delle malattie. Cari Jean, Martine e Willot, questi sono i nostri suggerimenti, ma –  ripetiamo – spetta a voi la programmazione concreta. In ogni caso sarebbe bene inviare presto un progetto a don Franco perché ci pare che lo stiano aspettando.

Aspettiamo le vostre opinioni.

Noi stiamo  bene, vi pensiamo e vi accompagniamo con tutto il nostro affetto.

Tita, Francesco, Fabio, Cristina

(Tutta la Rete di Padova vi ricorda e vi saluta con affetto)

Nei prossimi giorni invieremo copie del libro su Dadoue e materiali  del Convegno. Vi avvertiremo quando invieremo il pacco.

Salve Tita,

Noi siamo molto contenti di ricevere i vostri suggerimenti: pensiamo  che voi conoscete e comprendete bene la nostra realtà per poterci dare  ora dei suggerimenti. E pensiamo anche che i vostri suggerimenti sono sempre benvenuti e del tutto adatti alla nostra realtà. Sono andati molto bene per la realizzazione della banca delle sementi pensata in  buona parte da Fabio. Ed ora discuterò con i diversi gruppi come applicare e adattare i vostri vari suggerimenti sia sul piano sanitario che su quello  organizzativo. Ci accorderemo insieme per costruire un piano e un calendario tenendo  conto delle diverse attività e strategie da realizzare. Sono anche contento di sentire che il libro è completato, e lo  aspettiamo con impazienza. Ancora una volta Grazie per il vostro impegno e Grazie alla RETE di  Padova che ha potuto fare questo grande forcing perché noi possiamo  avere questa somma perché i nostri progetti avanzino. Noi dobbiamo inviare il progetto di salute a Padre Franco molto rapidamente e speriamo di poter fare del nostro meglio per un migliore  coordinamento e un risultato efficace di questo programma.

Noi aspettiamo i documenti sul convegno della Rete.

Martine e Jean che vi ringraziano

Le testimonianze al Convegno

Il convegno ‘Il presente della solidarietà tra memoria e futuro’ ha festeggiato i 50 anni di vita della RETERR rivolgendo uno sguardo al passato ( Paul Gauthier, Ettore e Clotilde, Mostra dei Manifesti dei Convegni e il libro di Ercole Ongaro RRR Solidarietà per la liberazione 1964-2014, e il libro di Marianita: Dadoue Printemps, In cammino verso il cambiamento. Il presente è stato illustrato dalle testimonianze sulla Palestina, Haiti, Bolivia, Congo Ecuador ma anche dalle vivaci testimonianze di Mariana del GAPA di Catania e di una coppia di braccianti di un’azienda agricola in provincia di Alessandria. A Catania i giovani del GAPA operano da anni con attività rivolte ai giovani e alle donne per dare speranza al quartiere di San Cristoforo. Sconvolgente il racconto di Miriana del GAPA di Catania con il suo racconto della vita nel quartiere San Cristoforo, abbandonato dalle istituzioni e dove giovani e donne insieme si  sostengono e si organizzano in attività autogestite. Sconvolgente la testimonianza di una coppia di braccianti immigranti di un’azienda in provincia di Alessandria che hanno raccontato del loro lavoro svolto dall’alba al tramonto, retribuito con pochi euro e che si trovano abbandonati a se stessi. Lo sguardo sul futuro ci è stato offerto da Riccardo Petrella economista e Antonietta Potente. Idee che abbiamo colto: Solidarietà che significa restituzione, condivisione materiale e dello spirito, azioni per modificare strutture di sfruttamento e violenza di esseri viventi e della Pacha Mama. Responsabilità di tutti ed ognuno per  quanto avviene nel mondo, responsabilità di trasformare società fondate sul denaro e sul valore di mercato in una società fondata sul diritti di donne e uomini e della natura, a partire dal locale. Pro-gettare che significa porre le basi per un futuro diverso dove pace, giustizia e libertà possano essere trasformati da sogno/utopia in realtà. La pace è la condizione da cui partire per creare gli stati basati non sul riconoscimento dei popoli, ma sulla necessità di assicurare diritti fondamentali umani (acqua, casa, salute, istruzione per tutti).

Aggiungiamo, come sempre, i numeri dei c.c.  per i versamenti:

C.C.  postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova

Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN:  IT 26 U050 1812 1010 0000 0134 828 intestato a: Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Giugno 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, una circolare breve soprattutto per l’appuntamento tradizionale di metà anno, nei giardini Picotti Pettenella, i “Pettenella garden’s”, per un incontro di gioia e amicizia. Il nostro impegno di solidarietà ci ha permesso di conoscerci e di fare profonde amicizie fra di noi, anche in questi incontri conviviali che pratichiamo da una decina d’anni, perché l’impegno corrisponde ad un modo di vivere e stare insieme di grande semplicità e serietà. Vi aspettiamo tutti, anche chi non è mai venuto, anche i veronesi di adozione, come i Todeschini – Giometti di Brescia, anche se gli amici del Guatemala che ricevono la nostra circolare potranno esserci vicini solo in spirito, così come gli amici del Brasile o delle altre reti locali. L’appuntamento è giovedì 12 giugno alle 19.30, in via Marsala 12, la via che porta sulle colline, al Forte San Mattia e al Santuario di Lourdes per capirci, casa Pettenella Picotti. Chi ha difficoltà ci chiami al telefono, i numeri sono riportati in seguito. Sabato 31 maggio scorso ci siamo recati a Milano, con i gruppi della solidarietà col Guatemala. Il luogo era molto particolare, il Condominio Ecologico (così si chiama, e così si trova nel web), un condominio costruito 15 anni fa da una cooperativa di un centinaio di famiglie che hanno costruito un edificio a basso consumo energetico con locali e spazi comuni per la vita sociale, e con un grande giardino di proprietà, offerto poi al Comune di Milano e aperto al pubblico, alla Bovisa. In questo incontro hanno parlato Dante Liano, scrittore e intellettuale guatemalteco che vive a Milano da molto tempo: ha descritto la difficile situazione  che vive il Guatemala, dove l’oligarchia al potere ed i militari continuano impunemente la loro opera di sfruttamento del territorio (miniere) e della popolazione indigena (chiamata con termine offensivo “indios”, non maya, o indigeni,), collusi manifestamente con il narcotraffico. Il medico Maria Rossi ci ha raccontato del suo soggiorno ospitata da padre Clemente, a Canillà, entusiasta delle idee e delle azioni del nostro caro amico e dei suoi più vicini collaboratori, fra cui Nicolasa; Maria ha svolto volontariato sanitario per molti anni in Nicaragua, dove tornerà certamente, ma vuole agire anche in Guatemala, dove si è trovata particolarmente bene. In particolare Maria Rossi ha denunciato la situazione pericolosa legata alla presenza delle bande criminali, manovalanza del fiorente narcotraffico, le maras, violente e sanguinarie. Infine i coniugi Padovani, Piero e Maria Rosa, di Torino, ma legatissimi a Verona, hanno raccontato il loro recente viaggio confermando la situazione difficile dei maya, già evidenziata da Dante Liano e da Maria Rossi, e sostenendo l’importanza delle azioni italiane  di sostegno, dei gruppi presenti ed in particolare della Rete, che permette l’istruzione di base  e la prima formazione professionale degli abitanti delle zone maya, perché i Maya non frequentano le scuole per la miseria e l’isolamento della gente, perché le scuole sono in spagnolo e con maestri non maya. A Milano abbiamo anche parlato a distanza (Skype) con Filippo Gotti, anch’egli impegnato in progetti in Guatemala, era a Tunisi per un Progetto di solidarietà, e con Nicolasa in Guatemala, che ci ha appena mandato il nuovo Progetto per la Rete, firmato da lei e da p.Clemente. Ne parleremo diffusamente in seguito. Di questo bell’incontro Aldo Corradi sta preparando una relazione multimediale, per comunicare a tutti gli interessati gli interventi e le proposte dell’incontro. Ne daremo comunicazione appena possibile. Come già si è detto nella precedente circolare locale, la modalità di raccolta dei nostri contributi cambia: per adeguarci alla normativa abbiamo aperto un conto corrente in Banca Etica ed è su questo nuovo conto corrente che devono ormai confluire le collette periodiche. Per favore prendete nota delle nuove coordinate bancarie:

intestazione: RETE RADIE RESCH – GRUPPO DI VERONA

codice IBAN  IT 06 Z 05018 12101 000000 173184

Vi aspettiamo il 12. Si parlerà fra l’altro del recente viaggio in Palestina di Gianni, Maria, Gianco e Laura, e di come gestire la nuova colletta, di come segnalare regolarmente in circolare le entrate della colletta e le finalità indicate, per proseguire in continuità il grande lavoro di Emilio di quasi 50 anni, e raccoglieremo le idee di tutti. Ma soprattutto staremo insieme in amicizia e gioia, cenando insieme con quanto ciascuno porterà.

Un carissimo saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Maggio 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona,

Le parole di Beppe e Cristiana qui sopra (circolare nazionale maggio 2014, n.d.r.) danno uno spaccato eloquente del Convegno, cui hanno partecipato quasi 400 persone. Molti altri sono stati i testimoni intervenuti, anche solo per un saluto, speriamo di disporre presto di un fascicolo degli atti, così tutti potranno documentarsi più ampiamente. Un tema che resta in evidenza, in Italia, nel mondo e a Verona, e che interpella la nostra solidarietà e quella di tutti, è il tema dei migranti. Le immagini dei 366 affogati in ottobre 2013 davanti a Lampedusa, pubblicate da Repubblica con riprese subacquee hanno riproposto l’argomento con tutto il suo peso di dolore e devastazione, rivelando situazioni di guerre e miserie spaventose in tanti, troppi luoghi del mondo, da cui tanti disgraziati disperati fuggono, anche a piedi, per migliaia di chilometri, attraversando interi continenti, impiegando anni, arrivando poi in altri luoghi di disperazione come la Libia o l’Egitto da cui partono in prevalenza i barconi dei disperati.

Ma su questi disperati è importante anche l’intervento di don Carlo Vinco, pubblicato sull’Arena, sulla morte di Lumir, un “senza fissa dimora” morto a Verona, schiavo dell’alcol, morto per tumore osseo, accompagnato alla morte da alcuni volontari e dal figlio, fatto venire dalla Repubblica Ceka. La disperazione è diffusa, è anche in casa nostra, ed è difficile trovare sostegni e soluzioni, per quanto parziali. Come portare umanità a questi disperati, vicini e lontani, che ci interpellano ?

La Rete ha scelto di seguire progetti proposti da chi vive lontano, in situazioni di miseria, dove occorrono iniziative di liberazione. Noi non elaboriamo nostri progetti, anche se molti di noi sono inseriti anche in progetti politici italiani, di aiuto e sostegno, in altre associazioni e strutture politiche anche formali.

Molte altre sono le notizie che girano, ne accenno solo un paio: Il tentativo di negare il genocidio dei 36 anni di repressione, da parte del Parlamento del Guatemala; o la nuova visione dell’Africa che ha presentato Jean Leonard Touadì a Nigrizia martedì 6 maggio scorso. Touadì è un congolese con cittadinanza italiana, è stato anche deputato al Parlamento italiano;  ha parlato del sangue in Ruanda che chiede ancora giustizia, di altri massacri e tragedie, quasi sempre collegati con l’oro, con i diamanti, col petrolio, non con conflitti etnici come vogliono farci credere. Solo Mandela ha dato una risposta di riconciliazione.

Gli africani devono cercare la loro identità, tornare a scuola, ritrovare la cultura africana, la cultura locale, passare dalla necrofilia alla biofilia, dalla morte alla vita, in questo tempo di grande crescita dell’Africa, almeno per alcuni paesi. Ha fatto riflettere su quei confini dei paesi tracciati col righello dall’Europa, ancora nella conferenza di Berlino del 1884, che non hanno mai tenuto conto delle regioni reali delle popolazioni africane. Se questo sviluppo potrà effettuarsi, cesseranno le immigrazioni disperate, ma occorrono nuove strategie politiche: basta al modello coloniale a matrice predatoria ! occorrono modelli alternativi, una nuova antropologia. Touadì ha citato molti altri aspetti e proposte, ma mi piace finire con una frase che ha proposto contro le dittature, le guerre ed i conflitti: meglio entrare nella globalizzazione senza il cappello ma con la testa.

Come già si è detto nella precedente circolare locale, la modalità di raccolta dei nostri contributi cambia: per adeguarci alla normativa abbiamo aperto un conto corrente in Banca Etica ed è su questo nuovo conto corrente che devono ormai confluire le collette periodiche. Per favore prendete nota delle nuove coordinate bancarie:

intestazione: RETE RADIE RESCH – GRUPPO DI VERONA

codice IBAN   IT 06 Z 05018 12101 000000 173184

È importante accettare questo necessario cambiamento, per proseguire a sostenere la solidarietà in Guatemala, in Brasile e in altri paesi, Italia compresa.

Ci sarà certamente a fine giugno l’appuntamento di fine stagione, nei Pettenella Garden’s. La data non è ancora fissata, ma preparatevi, è sempre un appuntamento di gioia e simpatia, senza la quale la nostra sarebbe un’associazione solo di impegno politico, mentre conta moltissimo il trovarsi insieme e coltivare le relazioni umane, favorire un confronto tra noi vicini sui valori, così come vogliamo fare con i nostri interlocutori lontani.

Un carissimo saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Maggio-Giugno 2014

Carissima, Carissimo,

“Non lasciare cadere la speranza”, terminava con questa esortazione l’ultima conversazione tra il vescovo dei poveri,  Helder Camara e Marcelo Barros, benedettino brasiliano, noto biblista, compromesso con le pastorali sociali, dieci giorni prima che Helder morisse. La speranza é quella che ci consente di non deprimere il nostro sguardo sotto l’orizzonte cupo dei tempi che stiamo attraversando. E’ la forza che ci fa levare il capo oltre l’ostacolo. Quella siepe che sembra oscurare e negare le infinite possibilità della vita.

Le guerre e la crisi economica, così come le devastazioni ambientali, non sono catastrofi naturali, ma artificiali. Sono provocate da noi uomini, per colpa dei quali milioni di esseri umani muoiono.

Nei mesi di aprile-maggio ho incontrato Frei Betto, Waldemar Boff, Aleida Guevara e lo stesso Marcelo Barros, con i quali mi sono intrattenuto in lunghe conversazioni. Dal 25 al 27 aprile, insieme a molti di voi ho vissuto la presenza di tanti amici e ascoltato relazioni dei nostri tanti referenti dei loro progetti durante il nostro 25° convegno delle Rete, dove abbiamo fatto memoria e, ascoltato le relazioni dei tanti testimoni, che ci hanno indicato vie per un “reale cambiamento”.  Adesso si tratta di fidarsi e affidarsi alle loro tante proposte, spesso grondanti di sofferenza, dolore e sangue. Vivendo con i piedi ben piantati su questa terra, alzare lo sguardo, non per aria,  ma davanti a noi, ai nostri lati e dietro di noi, vedendo e sapendo leggere la realtà nella quale siamo, mettere in moto la nostra intelligenza per agire facendo il bene effettivamente  praticabile.

“Non lasciatevi rubare la speranza” pronunciava il 24 marzo 2013 papa Francesco, nel giorno dell’anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Romero. Come invocazione a trovare un nuovo equilibrio,  uscendo dal castello di carte che imprigionano, che fanno perdere la freschezza, il profumo e la primavera del Vangelo.

In definitiva è chiedere alla sua Chiesa di scendere dal piedistallo della sua autorevolezza, di smettere l’armatura del dottrinarismo del giuridicismo e del devozionismo, in una sola parola, liberarsi del clericalismo. Una chiesa che si spogliasse della ricchezza  e del collateralismo con il potere, che uscisse da sé per rivolgersi al mondo con l’atteggiamento di misericordia che il Concilio aveva inaugurato. E che, come ricordava Frei Betto nelle sue conferenze, gli ultimi due papati, 34 anni, lo hanno chiuso nel “congelatore”.

La speranza, quella autentica, non può essere legata agli indici della Borsa, agli andamenti dello Spread o alle percentuali del PIL (prodotto interno lordo): ma deve essere radicata nella passione della ricerca della giustizia da parte di ogni donna e ogni uomo.

Papa Francesco ha cominciato a fare la riforma del ruolo del Papato prima di fare la riforma della Curia. E questo é segno di alta intelligenza e di spirito francescano, ma adesso tocca alla Curia, definendo così una chiesa dei poveri, con i poveri e povera. Più semplice, più legata al popolo, legata alla natura  e che sente tutti gli esseri come fratelli e sorelle. Ma attenzione: un uomo solo al comando non funziona. E’ utile, necessario, fondamentale che le comunità inizino veramente a introiettare e vivere il messaggio di Francesco, altrimenti sarà tutto inutile. Sappiamo quanto sia difficile per chi ha il potere: riformarsi, lasciarlo.

A quando: più potere, più servizio?

Antonio

Segue adesso una riflessione inviataci da Erri De Luca

La Terra Europa

L’ Europa non è una nave e non corre pericolo di arrembaggio da parte di pirati. La sua vulnerabilità è tutta interna. L’ Europa è una cucina e occorrono tutti i suoi ingredienti. Primo di questi: il flusso migratorio, contro il quale è inutile il filo spinato. Muri e mari non servono a scacciare. Neanche la pena di morte servirebbe: l’affrontano già.

Sono flussi che rinnovano nascite, energie produttive, forze lavoro. I nostri politici preferiscono chiamare “ondate” questi spostamenti. La parola vuole suggerire alla terraferma il bisogno di proteggersi dalle inondazioni. Ma gli esseri umani hanno la proprietà fisica dei solidi, che possono affondare ma non evaporare. Con “ondate” i nostri politici si procurano qualche consenso elettorale sfruttando il sentimento della paura. Ma la storia d’Europa è gigantesca per il coraggio, per l’esplorazione dell’ignoto, perché visionaria, non perché impaurita e miope.

L’ unione europea deve accorgersi che la sua origine è Mediterranea. Deve alle sue correnti la diffusione del vocabolario, delle arti, delle religioni. Deve al Mediterraneo anche il nome Europa. Il peggiore sbaglio e il maggiore limite è ridursi a un’espressione economica, al territorio, o peggio alla zona, dell’euro. Ma Euro è l’antico nome greco del vento di Sud Est. Sud più Est: sono i due punti cardinali responsabili della civiltà europea.

Euro è un vento, non una banconota.

Oggi alcune tensioni superficiali spingono contro la moneta unica per tornare a stampare a volontà il biglietto locale. Questa spinta di scarso significato politico, ne assume uno strategico, da “Finis Europae”, proprio perché lo stato dell’unione si misura sui minimi termini di una moneta in comune.

Il primato del mercantile sul politico rende il patto Europa inefficiente. Il suo Parlamento è un parcheggio di lusso per politici con carriera scaduta in patria.

Se l’Europa è l’ euro, allora è una fiche lanciata su un tavolo da gioco.

Se il valore Europa è la valuta euro, allora l’unione è una qualunque impresa commerciale e può fallire.

Antidoto a questo cedimento non è l’ abbassamento del traguardo, ma il suo innalzamento: non una riduzione delle aspettative, ma il rilancio dell’ideale fissato dai padri fondatori.

Nei secoli passati la religione cristiana si è spesso ridotta a compravendita di favori, indulgenze, benefici. Ne è uscita risalendo puntualmente alle origini della parola sacra.

Lo stesso rimedio serve all’unione europea. Risalire alla sua origine di ceneri e macerie, da dove partì il riscatto e la ricostruzione.

Voglio immaginare che sarà così. Voglio immaginare i suoi atleti partecipare alle Olimpiadi sotto una sola bandiera, ascoltare una musica scritta per il secondo tempo della Terra Europa.

Erri De Luca

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 

Radiè Resch di Verona – Gennaio 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, come vi dice la circolare nazionale quest’anno 2014 la Rete compie 50 anni. E la Rete di Verona fu una delle prime a formarsi, anche se ne assumerà il nome RRR solo in seguito, chiamandosi prima “gruppo don Milani”. Emilio Butturini ci ha ricordato alcuni episodi di quei tempi, la lettera autografa di mons. Camara da lui ricevuta, e conservata, gli amici che subito entrarono nella logica di quel gruppo, in particolare Gianni Zanini, e tanti altri amici, alcuni attivissimi nella Rete, come Maria e Gianni ad esempio. Ma la memoria dei 50 anni non può farci dimenticare le tante emergenze mondiali che ci interpellano, ed anche in casa nostra i problemi sono acuti e dolorosi, problemi di lavoro e di distribuzione delle ricchezze, accaparrate –come sempre- da chi vuole prevalere e comandare. Come Rete stiamo seguendo ora soprattutto gli eventi in Repubblica Centrafricana, dove la gente è alla disperazione e la situazione alla catastrofe. Lo scorso 20 dicembre a San Nicolò abbiamo discusso della donna immigrata, con relazioni chiarissime da parte delle tre relatrici, due suore comboniane, suor Elisa Kidané, direttrice della Rivista Combonifem, e suor Valeria Gandini, veronese e attiva alla periferia di Palermo, con le vittime e le schiave della tratta, e la brava Federica Danzi, attiva allo sportello della Caritas, chiamato cittadini immigrati cittimm, presso il palazzo della Provincia. Il grido di aiuto di chi è straniero e perseguitato, soprattutto delle donne, le più deboli e le più sfruttate, ci interpella fortemente, e gli enti territoriali vanno sollecitati perché mettano a disposizione strutture e risorse per sostegno e integrazione. Ogni primo martedì del mese è tornato l’incontro mensile dai comboniani, sostenuto dalle due riviste Nigrizia e Combonifem. All’incontro di gennaio si è parlato dei CIE Centri di Identificazione ed Espulsione, che assomigliano troppo spesso a campi di concentramento di dolorosa memoria. La relazione della presidente dell’ONG Lunaria, Grazia Naletto, è stata molto significativa al riguardo, evidenziando come sia necessario ed urgente modificarne il funzionamento, se non sopprimerli, cambiando opportunamente le leggi italiane ed europee. La questione più grave è il ritardo spaventoso del riconoscimento; e l’altro argomento negativo è la legge europea che impone in ogni caso il ritorno al luogo di identificazione dello straniero, per cui chi arriva ad esempio in Grecia, e vorrebbe andare in Germania o in Svezia, dove ha parenti, viene rimandato sempre nei campi di accoglienza (si fa per dire, sono i CIE locali) della Grecia, a Patrasso in particolare, dove arrivano le navi, un luogo che si distingue per la ferocia dei guardiani, quasi fossimo in Libia. I Coordinamenti nazionali stanno preparando il prossimo Convegno, che segna i 50 anni della Rete. Nel lontano 1964 il Papa Paolo VI andò in viaggio in Palestina, sui luoghi santi, ed era il primo viaggio all’estero di un pontefice, per 4 giorni in gennaio; ed Ettore Masina giornalista al seguito del Papa incontrò là Paul Gauthier, un prete francese molto particolare, autore di un libro importante per il Concilio, “La chiesa dei poveri e il Concilio”. Paul Gauthier costruiva case per i palestinesi, che non potevano costruirsele, e comunicò ad Etttore la famosa frase che rimase emblematica per noi della Rete: “se volete cambiare le cose qui, non c’è bisogno di venire di persona a fare più o meno i filantropi, ma cambiate le cose a casa vostra con le azioni più opportune”. Il Convegno si volgerà ancora a Rimini, all’Hotel Punta Nord dal 25 aprile al 27, dal venerdì alla domenica, e ci saranno molti ospiti, anche storici, e una mostra dei manifesti dei passati Convegni, , e qualche filmato storico di Paul Gauthier in Palestina. Ci saranno Linda Bimbi, Waldemar Boff, Wazzim, Antonietta Potente, padre Regino, Joseé Nain, Nidia, Baranes, una o più donne dal Congo, ed altri testimoni. Ma saremo certamente più precisi nella prossima circolare di febbraio, quando sarà disponibile il volantino ufficiale; intanto è tempo di pensare ad esserci, per quanto possibile, segnatevi le date sull’agenda e preparatevi opportunamente. Riportiamo infine qui sotto i dati dell’ultima colletta di dicembre ed i conteggi complessivi degli ultimi 10 anni. I 18.891 euro raccolti nel 2013 si sono divisi tra quelli versati alla Rete nazionale, corrispondenti a 9.694 €, e quelli versati all’Opera don Mazza, per le borse di studio in Brasile, corrispondenti a 9.197 €. Il calo c’è stato, superiore al 20 %, ma viene confermato sostanzialmente il nostro impegno concreto di solidarietà, il mettere da parte ogni mese nel nostro bilancio familiare una quota per i nostri Progetti di liberazione in luoghi lontani, certamente più poveri di noi, perché sfruttati e depauperati dagli interventi degli stati e delle aziende multinazionali del Nord.

Un carissimo abbraccio fraterno da Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Aprile 2014

Il tempo per la guarigione delle ferite è venuto.

Il momento di colmare gli abissi che dividono è venuto.

Il tempo di costruire è davanti a noi.

Nelson Mandela

Carissime/i,

ci siamo incontrati lunedì 31/3 per ascoltare da Marianita, Francesco e Fabiano le notizie, le novità del loro positivo, gioioso e produttivo viaggio, in Haiti. Nell’augurare a tutti una felice Pasqua e, sperando in un vero 25 aprile di liberazione, ci diamo appuntamento al Convegno del 50°, il 25-26-27 aprile a Rimini. Vista la presenza di padre Regino Martinez abbiamo pensato di fare un incontro, aperto a tutti, martedì 29 aprile alle 20.30 dai missionari Comboniani (via Giovanni di Verdara 139 – tel 049 8751506) con tema “situazione dei migranti haitiani in Repubblica Dominicana”. Fate circolare la voce.

Breve diario della visita agli amici haitiani – 2014

A un mese dal nostro ritorno da Haiti, le parole e i canti che abbiamo ascoltato, i volti e i paesaggi che abbiamo visto, ci riempiono ancora la mente e il cuore. E’ stata davvero una bella visita, abbiamo incontrato le comunità in cui opera FDDPA in grande fermento, molte le nuove iniziative sorte sulla base di una programmazione comunitaria, con grande impegno da parte di Martine e Jean, Willot e Balanse nel seguire e animare i gruppi. La gestione generale riesce, a piccoli passi, a mantenere vive le attività, sviluppare quelle che sono fattibili. Innanzi tutto ricordiamo le scuole perché è da lì che siamo partiti: dalla scuola originaria di Dofiné siamo arrivati ad avere scuole anche a Fondol, Katienne, Marrouge, Bedenn (l’ultima nata), scuole che – malgrado le difficoltà – funzionano; con la nostra collaborazione la formazione prosegue e i ragazzi di ieri sono le persone che oggi si impegnano in FDDPA. Ora si vorrebbe attuare una scuola di agro-ecologia, un modo per continuare la formazione in montagna e non lasciare i giovani senza prospettive. A Katien si è formato un gruppo che si chiama Giovani Avvenire FDDPA (JA FDDPA), tanti giovani di età variabili che potranno stare insieme, lavorare assieme, sperare assieme. Si va avanti. Anche le donne vanno avanti, riunite in cooperative, si danno forza reciprocamente, riescono a reggere il peso quotidiano della famiglia, ad impegnarsi in attività che creano reddito, a partecipare alla formazione scolastica. Per la prima volta, arrivando a Dofiné, Fondol, Katienne, Marrouge abbiamo trovato energia elettrica, la luce sulla montagna! L’installazione dei pannelli fotovoltaici ha portato tanto beneficio offrendo servizi alla gente. Abbiamo notato una grande cura per le strutture che Dadoue ha costruito, ampliamenti sono in atto per aumentare gli spazi a disposizione per le attività vecchie (le scuole, la cooperativa delle donne) e nuove (le casse popolari, la banca delle sementi, i panifici). Abbiamo avuto modo di incontrare altre persone in contatto con FDDPA: gli amici della Brigata Desalin, le infermiere tedesche che hanno lavorato con Dadoue con Cap Anamur e che oggi continuano a restare in relazione promovendo la scolarizzazione e interessandosi alla salute, suor Gabriella Arcangeli che ha preso a cuore e sostiene le donne di Pierre Payan e di Bedenn. Abbiamo incontrato anche alcune ragazze e alcuni ragazzi che usufruiscono delle nostre borse di studio, ci ha fatto piacere sapere che due di loro hanno scelto di studiare scienze infermieristiche. Abbiamo avuto modo di parlare, confrontarci, ascoltare i loro progetti, le difficoltà, i problemi, esprimere le nostre osservazioni, commenti e idee; siamo stati invitati a parlare alla gente nelle comunità spiegando il senso e lo stile della nostra collaborazione; abbiamo fatto memoria con loro di Dadoue e Silius. Tutto questo in un paese che appare meno caotico, anche se il terremoto è stato devastante e ha lasciato una lunga traccia di dolore e confusione. A nord della capitale Port-au-Prince gli sfollati hanno costruito una nuova parte della capitale, in luoghi desolati, senza acqua né servizi di base (di questo avevamo scritto nel notiziario della Rete, ma vederlo è impressionante). Haiti è il paese di sempre, con grandi contraddizioni ma anche tanta ricchezza di persone, dopo il lutto è tornato il tempo della vita e di guardare avanti.

Fabiano, Francesco, Marianita

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Marzo 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in aggiunta a quanto ci ha proposto Fulvio nella circolare nazionale vogliamo osservare come questo cammino di solidarietà ci ha portato a grandi amicizie, con gli amici di qui, uniti in un ideale di sobrietà e di giustizia, e con gli amici di là, che ci offrono nuovi modelli di vita, che vivono in una situazione molto diversa dalla nostra, per la mancanza di risorse, ma spesso anche per la persecuzione che vivono su sé stessi e sulla loro famiglia, in Palestina, in Centrafrica, in Haiti, in Perù, ma ricordiamo gli amici conosciuti del Brasile, del Cile, dell’Argentina, del Salvador, del Guatemala. Queste relazioni sono state importantissime per capire di più il mondo, vicino e globale, la storia, la geografia e le relazioni umane, in particolare quanto colonialismo ancora ci impregna. Abbiamo partecipato numerosi alla serata in ricordo di Silvana Pozzerle, che ci ha lasciati in gennaio 2014. La maestra (questo era il suo mestiere per tanti anni) è stata un maestra anche nella sua morte, lasciando un testamento spirituale di grande umanità e spiritualità, indicando che le sue ceneri siano custodite nell’Eremo di San Giorgio di Bardolino (l’Eremo della Rocca), di non dare annuncio della sua morte tramite stampa, di celebrare le esequie nel silenzio, con poche parole che permettano di contemplare l’amore Misericordioso di Dio che ha condotto la vita di Silvana attraverso le “sue” vie, perché il dopo resta nel cuore di chi è stato amato, di chi è stato sorella, fratello, figlia, familiare, e fra essi in particolare i poveri, i più fragili, i carcerati. Il testamento si chiude con “La misericordia di Dio accolga e perdoni”, aggiungendo che la vita segua il suo percorso secondo lo svolgimento più naturale, senza nessun accanimento terapeutico. E il dopo di Silvana resta profondamente nei nostri cuori, anche nelle immagini che abbiamo di alcuni bei momenti vissuti insieme. Giovedì 20 febbraio abbiamo ascoltato Michele Nardelli nella Sala incontri del Tempio Votivo, davanti alla stazione di Porta Nuova, che ci ha parlato di quale solidarietà oggi. Nardelli è presidente del Forum trentino per la Pace, ed ha una lunga esperienza di solidarietà nelle zone di guerra dell’ex Yugoslavia. Ha criticato soprattutto il concetto di continuo sviluppo che sembra prevalere in ogni politica occidentale, mentre lo sviluppo non può essere continuo, si è ormai superata la soglia di sostenibilità globale, bisogna trovare altri equilibri, e la solidarietà non può essere di aiuti dai paesi più ricchi a quelli più poveri, ma occorrono nuove distribuzioni delle risorse, condivisione, nessuno può essere escluso, come invece accade sempre di più, anche in casa nostra, in nome di un liberismo e di un conservatorismo che non funzionano. Solidarietà oggi è puntare ad uguali diritti, sociali e ambientali, ridistribuzione, reciprocità, cambiare stili di vita (il nostro Giulio Battistella !), e quindi vanno ridisegnati i modelli e le classi dirigenti. Stiamo per cambiare il conto corrente della Rete di Verona da utilizzare per le collette, dopo aver depositato lo statuto ed essere diventati associazione riconosciuta. Sarà ancora possibile versare sul conto di Emilio, che poi provvederà a fare gli opportuni spostamenti, almeno fino a che non sarà estinto quel conto. Nelle prossime circolari saranno date informazioni più precise. E’ oramai tempo di pensare al prossimo Convegno, che sarà ancora a Rimini, il Convegno di 50 anni di Rete solidale. Ecco il programma completo con i costi e con le indicazioni operative per le prenotazioni; per noi veronesi ci possono essere dei problemi per la concomitanza della grande manifestazione “Arena di Pace e Disarmo”; ognuno decida come meglio ritiene, si può arrivare al Convegno anche la sera, dopo l’incontro in Arena.

Allora ci vediamo a Rimini, al Convegno.

Un carissimo saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Marzo 2014

Carissima, carissimo, ogni epoca storica è supportata da un sogno, sia esso di tipo religioso o ideologico. Oggi, questo risuona insufficiente. Il sogno, religioso o ideologico, non basta e anche quando si cerca di seguire le ultime asfittiche proposte dettate da cammini ideologici o religiosi non ci si sente soddisfatti. La tecnologia, così come il mercato, che a prima vista sembrano rispondere a molti dei bisogni umani, non riescono a sorreggere il tessuto umano più profondo. I singoli soggetti come non mai si sentono abbandonati a iniziative sporadiche e, la maggior parte delle volte, fine a se stesse. Così la spaccatura tra il pensiero e l’azione è sempre più evidente in tutti gli ambiti della vita umana. Oggi non possiamo dire di essere inquieti solo perché la situazione economica mondiale è giunta quasi al suo totale collasso e perché i diritti di ciascuno e dell’ecosistema sono severamente minacciati. Oggi tutti percepiamo che questo “sistema” assunto da molti quasi per inerzia, non va bene. Le crisi di democrazia, di mercato, di cittadinanza, si intersecano sempre di più con delle crisi interiori che ci permettono semplicemente di cercare dei colpevoli. Il legame tra la storia e le nostre storie, non è più sottovalutabile. Allora il tentativo di ritrovare attraverso la partecipazione una risposta all’individualismo, non è più un optional. Urge, è fondamentale! L’individualismo è l’attacco più pericoloso contro la persona umana, noi siamo concepiti come esseri relazionali e comunitari. Oggi più che mai, siamo chiamati a risvegliare la nostra umanità come risposta alla crisi, e a organizzarci per contrastarla, credendo che è possibile. Se di buone intenzioni si dice che sia lastricato l’inferno, cerchiamo con l’arrivo della primavera di lastricarla di buoni propositi. Proviamo a impegnarci a sviluppare la virtù dell’ascolto. Delle persone e delle situazioni. Un ascolto senza pregiudizi. Profondo. Attento. Al di là delle parole ascoltare i gesti, le speranze, le ragioni degli altri e non solo le nostre. Perché ogni vero cambiamento, ogni trasformazione, ogni miglioramento delle condizioni di vita… inizia da questo tipo di ascolto. Che è qualcosa di più che analisi. Un proverbio indiano dice: “Prima di giudicare un altro fai sette miglia nei suoi sandali”. Nei giorni dal 25 al 27 aprile prossimo, molti di noi ci troveremo a Rimini al nostro convegno nazionale dove molti amici: Ettore e Clotilde MASINA, Waldemar BOFF, Riccardo PETRELLA e Antonietta POTENTE, e molti testimoni: Wassim DAMASH e Hanan BANOURA, Palestina; padre Regino MARTINEZ, gesuita domenicano di Haiti; Laatiris MMOUMA e El Khoumani LAMCEN, emigranti lavoratori di Alessandria; Dacia TACACHIRI, Bolivia; Rose NGAMA MPUNDA, Congo; Maria SQUILLACI, gruppo Giovani del GAPA di Catania e Nidia ARROBO RODAS, Equador; ci faranno riflettere sul presente della solidarietà, sull’importanza della partecipazione e della relazione tra memoria e futuro. Avremo così l’opportunità di “capire” senza superficialmente “giudicare”. Chi é interessato a parteciparvi, si può prenotare scrivendo una mail. Al termine della lettera troverai tutte le notizie organizzative: luogo, costo.

Segue una riflessione di Frei Betto, domenicano brasiliano che sarà in Italia dal 7 al 12 aprile prossimi per una serie di conferenze (7 a Rovereto (TN); 8 a Bussolengo (VR); 9 a Polignano a Mare (BA); 10 a Messina; 11 a Brindisi e il 12 a Cagliari) a trent’anni dalla fine della dittatura anni, iniziata 50 anni fa: 1 aprile 1964. Frei Betto fu incarcerato e torturato per 4 anni, dal 1969 al 1972, dalla dittatura brasiliana insieme a altri suoi confratelli, uno dei quali, Frei Tito, si suicidò a seguito delle gravi torture subite. Questa sua riflessione è importante perchè ricostruisce la nascita del Golpe.

Antonio

MARZO ‘64 di Frei Betto

Nel 1964 abitavo a Rio, in un buchetto[1] all’angolo delle strade Laranjeiras e Pereira da Silva. Lì si insediavano i giovani dirigenti della JEC (Gioventù Studentesca Cattolica) e della JUC (Gioventù Universitaria Cattolica), movimenti dell’Azione Cattolica. Lì venivano ospitati spesso i dirigenti studenteschi Betinho, Vinicius Caldeira Brant e José Serra. Io ero entrato nel corso di Giornalismo dell’Università del Brasile (attuale UFRJ) e tra i miei professori spiccavano Alceu Amoroso Lima, Danton Jobim e Hermes Lima. Di destra, c’era Hélio Vianna, professore di storia, cognato del maresciallo Castelo Branco. Dal momento del mio arrivo a Rio, dal Minas, il Brasile viveva una fase di turbolenza politica. Si svegliava il gigante addormentato in una splendida culla. Tutto era nuovo sotto il governo di João Goulart: la bossa, il cinema, la letteratura… La Sudene (Sovrintendenza per lo sviluppo del Nordest) diretta da Celso Furtado, alleata del governatore del Pernambuco, Miguel Arraes, ridisegnava un Nordest libero dal dominio dei colonnelli, industriali e latifondisti. Francisco Julião sosteneva le Ligas Camponesas, che lottavano per la riforma agraria. Paulo Freire avviava, a partire da Angicos (RN), il suo metodo di coscientizzazione politica dei poveri attraverso l’alfabetizzazione. Concepiva la pedagogia degli oppressi. Nel sud, Leonel Brizola si scontrava con i monopoli stranieri e difendeva la sovranità brasiliana. Marinai e sergenti dell’Esercito si organizzavano, a Rio, per rivendicare i loro diritti. “Vedrai che un figlio tuo non fugge dalla lotta”. Tuttavia i figli non avevano sufficiente lucidità per capire che, dopo la rinuncia del presidente Jânio Quadros, nel 1961, le classi dominanti stavano facendo dischiudere l’uovo del serpente… L’ambasciata USA, che aveva ancora sede a Rio e aveva a capo Lincoln Gordon, si muoveva nell’ombra per aizzare i militari brasiliani – molti dei quali addestrati negli USA – contro l’ordine democratico   (vedi “Taking charge: the Johnson White House Tapes – 1963-1964”, de Michael Beschloss). Chi conosce la storia dei colpi di Stato in America Latina sa che sono stati tutti patrocinati dalla Casa Bianca. Da lì la battuta: Non c’è mai stato un golpe negli USA perché a Washington non c’è un’ambasciata yankie… Gli USA, che trovavano inaccettabile l’esito della Rivoluzione Cubana del 1959, temevano l’avanzata del comunismo in America Latina. Il presidente Lyndon Johnson (1963-1969) era convinto che il Brasile fosse vulnerabile all’influenza sovietica quanto il Vietnam. Fiumi di denaro sono stati destinati a preparare le condizioni per il golpe del 1° aprile del 1964. Ai poveri, che desideravano ardentemente riforme strutturali (chiamate all’epoca “riforme di base”, e ancora oggi non realizzate), gli USA offrivano le briciole delle “ceste basiche”, distribuite dall’Alleanza per il Progresso. Gli imprenditori si organizzavano nell’IBAD (Istituto Brasiliano di Azione Democratica) e nell’IPES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali). Gli USA non avrebbero accettato neanche che il Brasile diventasse come l’Egitto di Nasser, un paese indipendente dalle orbite yankee e sovietica. Navi statunitensi dell’Operazione Brother Sam si avviavano verso i nostri porti. Jango convocò il megacomizio del 13 marzo 1964, alla Central do Brasil. Volevo andarci, ma padre Eduardo Koaik (più tardi vescovo di Piracicaba {SP} e collega di seminario di Carlos Heitor Cony) decise che avremmo approfittato della vacanza per una giornata di studi della direzione nazionale della JEC (della quale facevo parte), ad Itaipava (RJ). Il 29 marzo, con un biglietto fornito dal Ministero dell’Educazione (cioè da: Betinho, capo di gabinetto del ministro Paulo de Tarso dos Santos), partii per Belém. Nella capitale del Para, mi sorprese il golpe militare, il 1° aprile del 1964. Ebbi difficoltà a credere che il presidente Jango, costituzionalmente eletto, si fosse rifugiato in Uruguai. Aspettai la tanto propagandata reazione popolare. Il PCB (Partito Comunista Brasiliano), con il quale la JEC manteneva alleanze nella politica studentesca, garantiva che, in caso di golpe, Prestes avrebbe convocato migliaia di lavoratori in armi. L’Azione Popolare, movimento di sinistra nato dall’Azione Cattolica, prometteva di mobilitare i suoi militanti per difendere l’ordine democratico. Aspettai invano. Reazioni isolate, compresa quella di alti ufficiali delle Forze Armate, furono subito soffocate senza bisogno di un solo colpo di arma da fuoco. E nessuno credeva che la dittatura sarebbe durata, a partire dal 1° aprile del 1964, per 21 anni.

Costo partecipazione al Convegno della Rete Radiè Resch

Rimini-Torre Pedrera 25-27 aprile

• 2 giorni per persona in Pensione Completa

Camera Doppia € 90,00 – Camera Singola € 115,00

• 1 giorno per persona in Pensione Completa

Camera Doppia € 58,00 – Camera Singola € 75,00

Pasto extra per eventuali esterni € 20,00 a persona

Riduzioni bambini 0-3 anni gratuiti

4-11 anni 50%; 12-14 anni 30%; 3° letto adulti 10%

Riduzioni valide in camera con due adulti paganti quota intera.

L’Hotel Punta Nord si trova a Torre Pedrera-Rimini a 100 metri dal mare.

Per chi arriva in macchina: uscita Rimini nord, poi si trovano le indicazioni in treno, alla Stazione prendere il n. 4, passa ogni 12-15 minuti, che porta vicino all’Hotel.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 

Radiè Resch di Quarrata – Febbraio 2014

Carissima, carissimo,

sono rientrato da poco dal Brasile, dove, dopo alcuni impegni lavorativi, ho incontrato amici e visitato progetti che la nostra Rete accompagna da tempo. Sono capitato in un momento in cui si sta sviluppando una nuova protesta sociale. Gruppi di centinaia di giovani delle periferie, chiamati “Rolezinhos”, che si convocano su internet e, invadono gli Shopping Centers, suscitando paura nei frequentatori abituali, dal momento che arrivano in massa. Ma sono diversi dai manifestanti dello scorso luglio che accusavano il Governo di distogliere i fondi per la scuola, la salute, i trasporti per costruire gli stadi. Oltre a protestare per la corruzione dilagante. Ciò sta suscitando le più disparate interpretazioni a secondo con chi parli. Alcuni, quelli che hanno scelto il neoliberismo come idolo, prostrandosi al Dio denaro e al Dio consumo, con le loro analisi che partono solo dal giudizio, non meritano nessuna considerazione. Essendo di una tale povertà analitica da farmi vergognare per loro.

Mentre c’è chi va al cuore del problema, come il nostro amico e referente Waldemar Boff, che afferma che non si tratta di giovani poveri, delle grandi periferie senza spazi per passare il tempo e la cultura, penalizzati dai servizi pubblici assenti o molto scadenti. Waldemar afferma che i giovani rolezinhos sono la nuova classe media, ossia, le classi C e D frutto della crescita economica grazie alle politiche sociali e educative dei governi Lula-Dilma.

Che cosa si nasconde dietro il loro andare negli Shopping? Che cosa stanno comunicando questi ragazzi con il loro andare in massa nei bunker del consumo, nelle nuove cattedrali, dove puoi entrare solo se sei un “soggetto economico e sociale all’altezza”? Non vanno per fare manifestazioni o per rubare. Sono lì per dimostrare  che gli spazi che prima loro non frequentavano, perché frequentati solo dai ricchi benestanti, fanno parte di loro. Perché anche loro possono comprare i “beni simbolo” (scarpe Nike e roba firmata) affinché questa merce possa essere un bene comune, popolare, alla portata degli operai. Il conflitto di classe in Brasile é sempre stato offuscato, tenuto nascosto. Per questo l’élite non gradisce che venga alla luce, per questo usano l’ideologia del”brasiliano cordiale e pacifico”. I gestori degli shopping non hanno niente in contrario che la gente delle periferie li frequenti. Non chiedono che vi arrivino in massa, perché disturba i normali frequentatori, perché rivela il conflitto sotterraneo di classe esistente. I responsabili degli shopping chiedono solo che non si presentino in massa… perché loro gradiscono che ci siano più compratori, indipendentemente dalla classe sociale.

Le nuove classi C e D emergenti costituiscono un capitale economico nuovo da sfruttare, ma manca in loro il capitale culturale, che permetta loro di contestare questo tipo di società, come bene ha scritto la sociologa Valquiria Padilha.

Cercano di rompere le barriere dell’apartheid sociale. E’ una denuncia verso un Paese altamente ingiusto, tra i più disuguali del mondo, organizzato su un grave peccato sociale. La nostra società é conservatrice e le nostre élite altamente insensibili alla sofferenza dei loro simili e, per questo ciniche.

Attualmente in Brasile ci sono 60 milioni di famiglie di cui 5 mila possiedono il 50% della ricchezza nazionale. Siamo in una democrazia senza uguaglianza. I rolezinhos denunciano questa contraddizione. Essi entrano nel paradiso delle merci “visto virtualmente in TV”, per vederle realmente, toccarle con le proprie mani e acquistarle. Ecco il sacrilegio insopportabile per i “padroni e i frequentatori degli shopping.

Di fronte a questi nuovi movimenti sociali di massa emersi nello scorso luglio e, alle ricolte che ne sono seguite, i movimenti cristiani si sono interpellati preparando il 13° incontro delle Comunità Ecclesiali di Base – CEBs, che si è svolto dal 7 all’11 gennaio scorso a Juazeiro do Norte nello stato del Cearà, avendo come tema: “Giustizia e profezia a servizio della Vita”, dove per la prima volta é arrivato un messaggio di condivisione e augurale del papa, riconoscendo nelle CEBs il modo d’essere, antico e nuovo, della Chiesa,  una  Chiesa che non si stanchi di essere il volto di “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade”, piuttosto che di “una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. Insomma una chiesa dove “il pastore prenda il puzzo delle sue pecore”.

Direi, un’intesa perfetta fra il papa e la comunità, senza nessuno sforzo, come se fosse la cosa più naturale. E la commozione era sul volto di tutti. Mai visto un papa così in sintonia con la gente , fino a identificarsi totalmente con loro, con i loro problemi, con le loro difficoltà, come se fosse uno di famiglia, un padre, un fratello, un amico. Papa Francesco sta superando se stesso.

Le sue espressioni semplici, le immagini popolari di cui il papa si serve per comunicare le sue idee non devono trarre in inganno; si tratta di parole che hanno alla loro base un pensiero solido, preciso, attuale, una convinzione lungamente maturata nella riflessione e nell’esperienza. Di conoscenze profonde, di dimestichezza con i grandi problemi del pensiero e della teologia del nostro tempo.

Ma egli colpisce per il suo linguaggio laico usa nelle sue espressioni. Dove al centro mette la persona umana, l’uomo, tutto l’uomo, tutti gli uomini, dai “rolezinhos” a chi lavora per la Pace, dai movimenti sociali di protesta a quegli di salvaguardia ambientale… Un linguaggio antropologico che sostituisce, almeno provvisoriamente, quello teologico. Così le parole rivolte a tutti, coinvolgono tutti, credenti e non credenti, perché sa molto bene che non tutti i suoi interlocutori hanno una fede e una religione. Ha capito profondamente che quello laico é l’unico linguaggio udibile da parte dell’uomo e delle donne di oggi. L’urlo dei giovani emarginati del Brasile e di tutto il mondo prende sostanza anche dalla “sua” condanna dell’idolo del denaro, che domina i pensieri, gli atteggiamenti e crea gravi ingiustizie. La denuncia di papa Francesco non potrebbe essere più semplice e più efficace. E’ il no più deciso al capitalismo selvaggio, al liberalismo, al mercato senza regole e controlli, che uccide tutti i giorni!

Il papa merita di essere ascoltato. Il suo non è un discorso di tecnica politica, ma un discorso di politica vera, di politica morale. Dove il campo economico è oggi, ancora assai lontano dai principi di giustizia umana e cristiana.

Questo é un tempo di riflessione e di ricerca delle cause profonde del disordine economico e morale che grava sulle nostre società. Ogni uomo,  per la sua quota di responsabilità. Credente o no, é chiamato in causa. Si ascolti questo papa e non gli eterni banditori dell’egoismo, veri e unici mandanti della morte di decine di milioni di uomini e donne ogni anno, che stanno distruggendo il tessuto dell’umana società.

E’ a questo punto che Waldemar ed io ci siamo domandati: cosa é che ci fa felici?

Abbiamo concordato sul fatto che, nella società neoliberista nella quale viviamo, l’ideale di felicità è centrato sul consumismo e sull’edonismo. Il che non significa che, realmente, essa sia frutto, come suggerisce la pubblicità, del possesso di beni materiali o della somma di piaceri.

Dalla felicità il discorso è passato all’amore. Cos’è l’amore? Abbiamo deciso di parlare a partire dalle nostre esperienze. E’ stato allora che Waldemar ha riflettuto sul fatto che una delle grandi preoccupazioni del mondo di oggi è che gli straordinari progressi tecno scientifici stimolano una accentuata atomizzazione degli individui, spingendoli a perdere i loro vincoli di solidarietà, affettivi, religiosi, ecc… E che questi vincoli sono sostituiti da altri, burocratici, amministrativi e, soprattutto, anonimi (reti sociali), distanti dalle antiche relazioni affettive tra le persone, unite l’una all’altra sotto il segno dell’uguaglianza e della fraternità, con gli stessi diritti e doveri, indipendentemente dalle disuguaglianze esteriori.

Waldemar ha continuato: ciò che rende una persona felice non è il possesso di un bene o una vita confortevole. E’ soprattutto il progetto di vita che assume. Ogni progetto, coniugale, professionale, artistico, scientifico, politico, religioso, suppone una traiettoria piena di difficoltà e sfide. Ma è appassionante. E’ la passione o, se vuoi, l’amore, che  densifica la nostra soggettività. E ogni progetto suppone vincoli comunitari. Se il sogno è personale, il progetto è collettivo.

Gli ho dato ragione. Vivere per un progetto, una causa, una missione, un ideale o anche un’utopia, è ciò che dà senso alla vita. E una vita piena di significato è, anche se colpita da dolori e sofferenze, é ciò che ci dà la felicità.

Saranno felici le  85 persone più ricche del mondo che hanno “accumulato” la fortuna di 1.7 trilioni di dollari, pari al reddito della metà della popolazione mondiale: tre miardi e mezzo di persone. Questo è un dato uscito da Davos (il Forum Mondiale dei paesi ricchi) lo scorso 20 gennaio.Questo dato, purtroppo reale é un grave pericolo sia per l’economia mondiale, sia per la democrazia.

Mentre anche in Italia la forbice si allarga, i 10 individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza più o meno equivalente ai 5 milioni di italiani più poveri (studio Bankitalia).

Antonio Vermigli