HomeCircolari Locali (Page 13)

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Ottobre 2014

Carissimi amiche e amici,

lo spettacolo deprimente che ci offrono il mondo e l’Italia in questo nostro tempo possono indurre alla ripulsa, a non voler più seguire ciò che di vituperevole accade, per il semplice motivo che viene meno la speranza di cambiamenti che, per merito di chi , avendo fede nelle sorti dell’uomo, e l’autorità necessaria per farlo, possano avverarsi in tempi ragionevoli.

Ma chi opera da tanto tempo per la solidarietà non può demordere. La nostra Rete fa parte, con molti altri, di questo universo (usiamo per una volta questo termine grandioso) che intende resistere alla tentazione di tirarsi indietro, di non più offrire la sua opera affinché resti accesa la fiammella del miraggio di riuscire a mitigare le condizioni paurose in cui vivono, loro malgrado, tanti popoli derelitti. Si dirà che una goccia nel mare non può cambiare granché tali condizioni, ma è facile obiettare che in fondo è ciò che abbiamo sempre fatto in periodi non molto migliori di questo, arrecando benefici non trascurabili a singoli o gruppi (pensiamo un momento a quanto si è conseguito al tempo delle dittature in America Latina) avendone in cambio, oltre la gratitudine, preziosi insegnamenti utilissimi per noi occidentali abituati al nostro tranquillo benessere.

Teniamo duro, dunque, e proseguiamo nel nostro lavoro senza appagarci di aver raggiunto i cinquanta anni di vita. Segni di vitalità non mancano nel dopo convegno: nel recente coordinamento di Sezano è stato approvato un progetto della rete di Trento a favore dei migranti, problema sempre più scottante nel nostro paese; e questo malgrado lo stato poco brillante del nostro bilancio nazionale.

C’è poi una voce che oggi ci ricorda incessantemente i doveri dell’umanità, voce meritevole di attenzione da parte di credenti (in ogni fede) e non credenti: quella di papa Francesco, capace, per chi sa ascoltarla, di incoraggiare i volonterosi e tener lontano lo scoramento.

Un tema sta a cuore alla Rete da molti anni, quello della tortura, per cui diamo appoggio da tempo ai “Medici Contro la Tortura”. Secondo Amnesty International la tortura è stata praticata dal 2009 al 2014 in 141 paesi, ma il numero è senza dubbio più alto; nel 2014 sono già 79 i paesi che l’hanno messa in atto. Papa Bergoglio in occasione del Corpus Domini ha ricordato che il 26 giugno ricorreva la Giornata delle Nazioni Unite per le vittime della tortura: “in questa circostanza ribadisco la ferma condanna di ogni forma di tortura e invito i cristiani ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari. Torturare le persone è un peccato mortale! Un peccato molto grave!”. Parole importanti e da condividere.

Gli interventi papali sono molto frequenti. Non si limita, ad esempio, a condannare i massacri e le efferate esecuzioni che vanno moltiplicandosi in Africa e in Medio Oriente, ma esorta a usare pietà e a comprendere le ragioni dei diversi contendenti. E non si limita a esecrare le uccisioni dei cristiani, in Nigeria e altrove, ma esprime riprovazione per tutti i delitti commessi contro qualsiasi gruppo etnico. Ascoltiamo dunque questa voce e diffondiamola per quanto possiamo.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radié Resch di Macerata – Settembre 2014

«Da quando ho visto i bambini morire sotto le bombe più nessuna pietra per me ha importanza: né quella del Santo Sepolcro, né quella del Muro del Pianto, né quelle di tutte le moschee. Conta solo l’immane sofferenza dei piccoli della terra, siano essi ebrei, musulmani, cristiani, buddisti o comunisti, neri o bianchi o gialli. Tutti coloro per cui Cristo è morto.”

“Vorrei arrivare all’ultimo giorno della mia vita con la gioia del testimone e poter dire: ho vissuto, ho parlato e ho salvato l’anima mia”. (il profeta dei poveri Paul Gauthier “Jésus, l’Eglise et les pauvres”)

Da anni senza pace: Somalia dove il gruppo islamista di al Shabab, vicino ad al Qaeda, è una minaccia sia per la Somalia sia per il Kenya, dopo che quest’ultimo è intervenuto in difesa del governo somalo, sostenuto dall’ONU. (ricordo la strage allo shopping center di Nairobi); Nigeria dove  quest’anno sono state uccise più di 2000 persone dal gruppo terroristico Boko Haram, tradotto “L’istruzione occidentale è peccato” , Nigeria in cui Boko Haram è solo l’ultima espressione di un conflitto che insanguina il Paese dal 1999, con più di 10 mila morti fra i Cristiani a Sud e i Musulmani a Nord; Algeria e Mali dove nel deserto del Maghreb si annida una formazione di al Qaeda che vuole creare uno stato islamico fra Maghreb, Libia, Mauritania e Mali; Congo dove i conflitti si sono succeduti dal 1996 con più di 5 milioni di morti fra fazioni contrapposte del Movimento M23 e miliziani ugandesi, che attirati  dalle ricchezze minerarie,  reclutano bambini soldati, abusano delle donne e attaccano le Missioni ONU; Afghanistan dove il numero dei civili morti e feriti supera i 5 mila solo nel 2013, a causa del conflitto tra governo sostenuto dagli americani e dagli occidentali, e dall’altra i talebani e loro alleati; Libia dove la guerra civile culminata con l’uccisione di Gheddafi nel 2011, ha portato la Libia più volte al voto, per, poi, ripiombare sistematicamente nel caos per il controllo del petrolio di cui è ricca la Cirenaica; Iraq  dove gli iracheni non sono riusciti a riconciliare le due anime musulmane: gli sciiti, sostenuti dall’Iran e i sunniti,  colpevoli di averli discriminati quando erano al potere con Saddam. A tutto questo si sono aggiunti gli Jihadisti dell’Isis che stanno spargendo il terrore nel Paese conquistando, distruggendo, facendo esecuzioni di gruppo, stupri, arruolando bambini, uccidendo   Cristiani e  Jazidi  e chiunque altro non voglia convertirsi all’Islam, così crudeli da inimicarsi al Qaeda; Siria dove la guerra civile è iniziata nel 2011 con le proteste di piazza, che chiedevano più democrazia e più libertà al dittatore Assad, resosi  responsabile di stragi, forte dell’alleanza con l’Iran; nel fallimento delle mediazioni della Lega Araba si è fatto avanti un terzo attore: di nuovo gli Jihadisti dell’Isis; Ucraina: da una parte i filorussi, forti nelle regioni di confini e nel Sud, dall’altra i filieuropei, concentrati nella capitale Kiev e nell’Ovest; a nulla sono serviti gli inviti al cessate il fuoco da parte della Comunità Europea, con Putin criticato per il sostegno fornito, politicamente e forse anche militarmente ai secessionisti; è questo lo scenario in cui il 17 luglio è stato abbattuto l’aereo civile della Malaysia Airlines, probabilmente da un missile sparato dai separatisti, provocando 298 vittime; Palestina: stavolta la scintilla è partita  a giugno con  l’uccisione di tre  giovani israeliani, da parte  probabilmente di una tribù vicina al movimento palestinese Hamas; pochi giorni dopo dei nazionalisti israeliani hanno bruciato vivo un sedicenne palestinese e mentre Hamas lanciava razzi verso Israele, il primo ministro Netanyahu dava l’avvio l’8 luglio a “ Margine protettivo” che ha fatto più di 2000 vittime tra i palestinesi (per la gran parte civili) e una cinquantina tra gli israeliani (rapporto uno a quaranta !!!), ultima dizione di una guerra che va avanti dal 1948 con vari titoli, ma sempre con lo stesso scopo: cancellare dalla cartina geografica la Palestina; è come se i discendenti delle vittime dei ghetti cercassero di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione ( accesso bloccato per entrare e per uscire, povertà, limitazioni di ogni genere); per non dimenticare il Messico con più di 150 mila morti dal 2006 a oggi fra governo e cartelli della droga; la Colombia dove fra il governo e  i rivoluzionari delle Farc il conflitto va avanti dal 1964 con oltre 200mila vittime;  India e Pakistan che si contendono il Kashmir e le cui relazioni sono tese, nonostante gli sforzi della diplomazia  (ricordo l’attacco terroristico a Mumbai nel 2008 compiuto da un gruppo pakistano). Mi sembra opportuno concludere con una serie di pensieri: L’accordo Sykes- Picot avvenuto in piena prima guerra mondiale, il 16 maggio 1916, definito “Asia Minor Agreement”, tenuto segreto anche all’ufficiale britannico che guidava le tribù del deserto contro gli ottomani T.E. Lawrence, è sempre stato percepito giustamente dal mondo arabo come lo specchio dell’imperialismo occidentale. Infatti con la caduta dell’Impero Ottomano, Francia e Regno Unito disegnarono le rispettive aree di influenza in Medio Oriente all’insaputa delle popolazioni locali, dividendo i territori in cinque zone: Libano, parte della Turchia, parte della Siria e Iraq sotto l’influenza francese, mentre Kuwait, Siria del Sud, Giordania e  Palestina sotto quella inglese. Queste invenzioni geografiche rispettose più di meridiani e paralleli, hanno portato alla serie di conflitti di cui oggi vediamo gli strascichi tra etnie, fedi, e la scoperta dell’oro nero. Nessun rispetto della parola data, e tanto meno delle aspirazioni di indipendenza dei popoli arabi. Sono queste le frontiere che l’Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato.   D’altro lato l’Occidente riservò la sua miopia colonialista a tutto il continente africano, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici;  basta osservare una cartina  dell’Africa per renderci conto di come i confini fra Stati siano stati tracciati con un righello, senza tenere conto né dell’aspetto geografico, né delle diverse etnie (si pensi ad esempio agli eccidi spaventosi fra Tutsi e Hutu in Ruanda e Burundi e alle ultime notizie sull’uccisione in Burundi di tre suore missionarie saveriane italiane, una anche decapitata).

Non stiamo per caso vivendo la terza guerra mondiale?

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Settembre 2014

Carissima, Carissimo,

Oggi, nel mondo, siamo di fronte allo scandalo mondiale di circa un miliardo di persone che ancora soffrono la fame. Non possiamo girarci dall’altra parte e far finta che ciò non esista. La fame non va in ferie. La fame è una tragedia mondiale, una catastrofe quotidiana, uno scandalo dimenticato. Oggi, ogni 3,5 secondi una persona muore perché non ha abbastanza cibo da mangiare. Ogni anno in Italia si getta cibo per 40 milioni di persone! Oggi, la popolazione dell’Africa è colpita in modo particolare da questa tragedia, insieme alle periferie di tutte le grande megalopoli del Sud del mondo, causa la concentrazione delle terre in mano a pochi latifondisti. In Brasile il 2,5% della popolazione possiede il 60% delle terre coltivabili. Urge, necessita una riforma agraria! Oggi, una persona su quattro soffre di malnutrizione. La conseguenze sono drammatiche: negli adulti la capacità di lavorare diminuisce drasticamente, sono deboli e soggetti a continue malattie, fino a morire. Oggi, sono i bambini che subiscono le conseguenze della fame più pesanti. Il loro sviluppo fisico e mentale è compromesso irrimediabilmente. Senza aiuto il loro futuro è finito prima ancora di cominciare. Le cause della fame, sono determinate dai meccanismi economici-finanziari da cui gli stati poveri dipendono. Rimuovere la fiducia nel capitalismo neoliberista è la sfida. Oggi, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Oggi, il vero e unico nemico è il povero. Lo è perché non ha potere d’acquisto, non è contabilizzato, non serve all’economia. Oggi la crisi economica in cui siamo le catastrofi naturali che mietono migliaia di vite umane, hanno riportato in evidenza la realtà, mai scomparsa, spesso volutamente occultata dai poteri di turno, delle vittime, ovvero di persone e interi popoli costretti a vivere in condizioni di sofferenza, di ingiustizia, di mancanza delle condizioni basilari della dignità umana. Oggi, il numero dei poveri rappresenta la maggioranza dell’umanità, se è vero che il 20% della popolazione globale (siamo 7 miliardi e 100 milioni di persone) consuma l’80% dei beni della terra e dell’energia mondiale. Oggi, vanno denunciate tutte le violazioni dei loro diritti, condividendo questo impegno, con tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, facendo alzare alto il valore della politica di condivisione in cui crediamo. Di fronte a tutto ciò che fare? L’azione politica è la più importante. Mettere nella condizione i cittadini di comprendere il perché della fame e dell’aumento degli impoveriti, in un mondo mai stato ricco come adesso. La comprensione oggettiva dei meccanismi economici, politici, culturali che stanno alla base dell’inuguaglianza del rapporto Nord-Sud mi sembra un obiettivo ineludibile per le nuove generazioni destinate a fare i conti con una dimensione planetaria del problema. E allora, i giovani del Nord, più che sentirsi in colpa per essere ignari responsabili del passato coloniale dei nostri paesi cosiddetti “civili e democratici”, serve di più capire come mai il mondo attuale, nonostante l’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, nonostante i progressi inarrestabili della civiltà umana, sia caratterizzato da ingiustizie così gravi che fanno si che milioni di persone soffrano la fame, non abbiano istruzione, non abbiano un livello dignitoso di vita solo perché una minoranza di paesi e di persone si impossessano delle risorse e delle conquiste umane, civili, sociali, tecnologiche, economiche. Nel nostro piccolo, come gruppi, piccole comunità, è importante costruire ponti di relazione. Nel 2013 si sono spesi 1.750 milioni di dollari in armi. La Cina tra il 2009 e il 2013 ha aumentato del 212% l’esportazione di armi. Le guerre servono per fare affari! La guerra distrugge, stravolge, perché il suo piano di sviluppo è la distruzione, pura follia. Oggi, ottantanove persone nel mondo, hanno una ricchezza pari a tre miliardi e settecento milioni di persone, è accettabile ciò? Infine, dal 19 agosto il pianeta è entrato in rosso. Vuol dire che abbiamo prelevato più di quanto avevamo a disposizione. Dal 20 agosto andiamo avanti indebitandoci, sottraendo beni e servizi al futuro perché gli ecosistemi non sono più in grado di rigenerarli. Piante, aria pulita, suolo fertile: ci stiamo mangiando anno dopo anno la dotazione che abbiamo ricevuto. Oltre all’azione politica prima richiamata, come Rete creiamo rapporti con comunità, con cooperative, con movimenti popolari, sostenendo i progetti che “loro” ci presentano. Sostenendo scuole, formazione, progetti ecologici, sostenendo la crescita di bambini ecc… Perché pensiamo che chi uccide direttamente o lascia morire indirettamente un bambino, è morto dentro! L’unico rapporto che dovremmo avere particolarmente con i bambini ma con tutti i nostri consimili, è l’amore. Lo dovremmo comprendere dalla nostra esperienza di ogni giorno, che ci conferma che riusciamo a dare spazio alla nostra umanità, alla nostra bontà e a far pace con i nostri limiti, non quando siamo giudicati, ma quando siamo amorevolmente accolti. E la meraviglia dell’amore è possibile ogni volta che, invece di curvarsi su noi stessi, puntassimo la nostra attenzione sulla sofferenza universale. Riusciremmo così ad incrementare la forza di bontà e di bellezza che c’è, spesso tenuta nascosta, in ognuno. La solidarietà e la presa di coscienza politica fiorirebbero. Sarebbero allora gli ultimi, gli impoveriti, quelli che consideriamo scarti, a segnarci la strada per una rinascita di questo mondo che sempre di più ci appare ingiusto, assurdo. Queste cose si capiscono solo col cuore, non con la testa. Dio ha chiesto a Caino dov’è tuo fratello? Saint Exupery ce l’ha scritto in modo egregio: “le persone le possiamo capire solo con il cuore”.

Antonio Vermigli

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Noto Avola Pozzallo – Settembre 2014

Cari amici e care amiche,

pochi giorni fa sul TG abbiamo visto le immagini del popolo della striscia di Gaza che festeggiava in piazza per la fine di 50 giorni di guerra, costati 2000 civili morti ed un intero paese distrutto. Anche Israele festeggiava. Entrambi i contendenti, Hamas ed il governo israeliano festeggiavano la vittoria. Il governo israeliano la distruzione dei tunnel delle armi di Hamas ed Hamas l’ampliamento del tratto di mare dove poter pescare e la costruzione di un aeroporto.

Anche noi festeggiamo per questa tregua e speriamo che quanto prima centomila senza tetto possano riavere una casa. Lo abbiamo anche chiesto, unendoci alle tante voci popolari che si sono fatte sentire in questo tempo di guerra. Abbiamo anche mandato un appello al nostro governo perché si adoperasse per il cessate il fuoco e la condanna dell’eccidio di civili da parte del governo israeliano. Ma non osiamo chiamarla “Pace”.

La Pace potrà venire solo quando verranno affrontate e risolte le cause di un conflitto così lungo, che attanaglia due popoli con lo stesso diritto alla Vita ed alla sicurezza. Ma che sono in una posizione completamente asimmetrica. Un popolo, il palestinese, cacciato dal proprio territorio e costretto a soffocare in un luogo angusto, privo di sbocchi possibilità di vita e relazioni normali e dentro un terribile muro di contenimento. E chiunque sa che in queste condizioni l’individuo o i popoli maturano rabbia e rancore L’altro, impaurito dalle ritorsioni ugualmente violente, ma respinte con una forza immensamente più grande.

Da questo punto di vista un maggiore diritto di pesca ed un aeroporto faranno un poco respirare questo popolo soffocato, ma saranno ben poca cosa e questa veramente solo una tregua se non verranno affrontate le cause alla radice.

Fanno riflettere le parole di Papa Francesco, che dice: come è possibile che dopo la seconda guerra mondiale, dopo la costituzione dell’ONU i conflitti si risolvono ancora con le guerre? E pensiamo ora anche a tutti gli altri conflitti, a quello in Iraq, in Libia, ecc. Perché l’ONU non ha potere e voce? Perché si preferisce invece che singole nazioni (Israele, USA, Europa, Italia) intervengano direttamente o fornendo armi? Troppo forte è il sospetto che non è la difesa degli innocenti che li muove, ma interessi molto più bassi: la vendita delle armi (una volta costruite si dovrà pur usarle…), la ricostruzione. Crediamo che oggi il nostro contributo alla Pace passi soprattutto per ribadire in tutte le sedi la necessità di affrontare i problemi alla radice, di formare buoni mediatori, di dare potere e significato all’ONU.  Ma anche continuare a stare accanto al popolo palestinese con progetti di solidarietà e dando voce agli israeliani che vogliono la pace e la convivenza tra i due popoli. Poi resta il compito più importante: l’educazione popolare alla pace ed alla convivenza tra i popoli e tra gli individui. L’apprendimento della gestione della risoluzione del conflitto dovrebbe essere una delle materie basilari nella scuola. Ci sembra, da questo punto di vista che nel piccolo, il nostro progetto di educazione alla pace, attuato dalla Rete di Pisa sia una bella goccia in questo mare.

Un caro saluto

Maria Rita

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Agosto/Settembre 2014

FINE DELLA DISCUSSIONE CON IL SECONDINO

Dallo spioncino della più piccola delle celle vedo alberi che mi sorridono,

tetti affollati dalla mia gente, finestre che piangono pregano per me.

Dallo spioncino – è la più piccola cella – vedo la tua, la più grande.

(Samih al-Qasim, poeta palestinese, morto recentemente) 

Carissime/i, l’estate appena trascorsa non è stata calda meteorologicamente, ma molto calda per tanti drammatici avvenimenti e guerre, tanto da far dire a papa Francesco che si sta preparando la terza guerra mondiale. Dalla martoriata terra di Palestina, alla Siria, all’Iraq, all’Ucraina, alla Libia con molti stati africani; è un elenco che si allunga continuamente. Oltre alle tante notizie che giornalmente ci obbligano a riflettere su questo preoccupante tempo di guerre, ci aiutano ad approfondire le tragiche situazioni anche i tanti pensieri che molti aderenti alla Rete ci hanno comunicato e ci continuano a trasmettere. In questi inquietanti momenti ci aiutano nel nostro cammino solidale le continue piccole, ma significative, iniziative di concreta solidarietà che trovate qui di seguito: la lettera di suor Gabriella e il “diario” del viaggio in Bosnia di Marianita e Francesco. Sono piccoli segni che ci sostengono nel nostro quotidiano impegno. Riportiamo, anche, l’articolo che Avvenire a dedicato a Paul Gauthier nel centenario della nascita.

Notizie:

– Prossimo Coordinamento sabato 4 domenica 5 ottobre a Sezano di Verona. Orari e notizie logistiche prossimamente.

– Manifestazione nazionale per la pace – 21 settembre Firenze, “Facciamo insieme UN PASSO DI PACE! Basta guerre! Mai più vittime! Fermiamo le stragi di civili indifesi, a Gaza, in Palestina e Israele, in Siria, Iraq, Libia, Afghanistan, Ucraina, Congo …. Per Libertà, Diritti, Dignità, Giustizia, Democrazia” – Piazza Santa Croce (da confermare) – Ore 11:00 – 16:00

Lettera circolare della Rete di solidarietà internaziona

Radiè Resch di Roma – Settembre 2014

Carissimi amiche e amici,

mi sembra indiscutibile: questa estate ha presentato un mondo in pieno subbuglio. Non v’è angolo del pianeta in cui non siano avvenuti e continuino ad avvenire fatti atroci, a danno di singoli, di gruppi, di intere etnie o comunità religiose, si tratti di singoli assassinii, di massacri, di veri e propri genocidi. Le motivazioni sono le più diverse ed è perfino inutile cercarle in quanto in genere prive di logiche accettabili, la qual cosa accresce l’orrore e suscita la domanda: fino a che punto dovremo assistere a tali misfatti, causati volta a volta dall’odio, dalla volontà di dominio, dalla sete di potere, dallo smodato desiderio di ricchezza o – motivazione terribile – dal fanatismo religioso? Papa Francesco, sgomento, ha parlato di una terza guerra mondiale frammentata e molti altri hanno già ripreso questo concetto. In effetti la varietà ed efferatezza dei crimini, il numero delle vittime e le immani distruzioni prodotte richiamano alla mente il secondo conflitto mondiale, un evento che mai avrebbe dovuto ripetersi. L’istituzione dell’Onu avrebbe dovuto garantire la pace mediante interventi appropriati e concordati ogni qual volta se ne fosse ravvisata la necessità. Ma le Nazioni Unite erano partite col piede sbagliato, con la creazione di un Consiglio di sicurezza composto da poche potenze dotate ciascuna del diritto di veto, sì da rendere inutili, tra l’altro, le deliberazioni dell’Assemblea generale (della riforma dell’ONU si parla da lungo tempo ed è facile prevedere che mai sarà realizzata). No, non è possibile che l’umanità continui a restare indifferente di fronte alle sofferenze inflitte a tanta gente innocente. Se i governi e le istituzioni internazionali non sono capaci di intervenire per ripristinare un minimo di convivenza civile tra i popoli e porre fine ai massacri, con le armi della diplomazia o con la forza quando fosse davvero indispensabile (ma limitandone l’intervento a pochi casi eccezionali), allora dovranno essere le popolazioni non coinvolte direttamente, le persone di buona volontà, i samaritani – e ve ne sono tante e tanti, sparse ovunque ma che non appaiono – a mobilitarsi, spingendo i rispettivi governi, l’associazionismo umanitario, le chiese di appartenenza in tutti i modi possibili e immaginabili  perché mettano in campo tutti gli  strumenti a loro disposizione affinché la situazione cambi radicalmente e cessino le sofferenze di tanti milioni di uomini, donne e bambini e venga loro consentito il ritorno a una vita degna, libera dal terrore. Utopia? Sogni irrealizzabili? Nessuno di noi ha la forza di cambiare il corso degli avvenimenti? Se pensiamo così ci condanneremo all’inazione e in definitiva all’indifferenza. Continueremo ad essere spettatori rassegnati di orrori destinati a ripetersi e a moltiplicarsi, tacitando la nostra coscienza col pensiero che siamo troppo piccoli per agire, che spetti a “chi può” prendere le necessarie iniziative. Invece è ora di dire basta. Certo, nessuno possiede mezzi o idee miracolosi in grado di invertire la tendenza. Però possiamo e dobbiamo mobilitarci, ciascuno nel proprio ambito, promuovere o partecipare a manifestazioni di piazza, firmare petizioni, mostrare in ogni modo possibile la nostra indignazione di fronte ai silenzi di chi ci governa; e scrivere (oggi ci sono tanti modi per far sentire la nostra voce), ai giornali e agli altri media, ai partiti che abbiamo votato, a chiunque possa ascoltarci. Molti già sono su questa linea, giovani e meno giovani, anche facenti parte della nostra associazione. Occorre che il loro esempio venga seguito e che si inventino nuovi strumenti per un fine che riguarda tutti, noi compresi. Un concetto dobbiamo sempre ricordare e diffondere: con le guerre non si risolvono i problemi, semmai se ne creano altri, in una sequenza senza fine. Non ho citato Paesi e luoghi dove sono in corso guerre e devastazioni perché tutti noi li conosciamo, ne abbiamo più o meno vasta cognizione. Né mi sono azzardato a fare il grillo parlante con suggerimenti precisi, ben sapendo di non averne la capacità. Ho tentato soltanto, in tutta modestia, di sottolineare la triste situazione attuale e il nostro dovere, mi pare proprio un dovere, di muoverci anche di poco perché le cose migliorino. Contento, così facendo, se sarò riuscito semplicemente a stimolare un poco la vostra riflessione. Della condizione presente della nostra Italia non è il caso di parlarne; si aggiungerebbe tristezza a tristezza, tanto più che non rientriamo nel novero delle nazioni che contano, e nulla abbiamo da poter suggerire dopo che diversi governi succedutisi negli ultimi anni (o decenni) hanno ridotto il Belpaese a un rango poco degno di considerazione. Finché durerà infatti il dominio incontrastato sul Parlamento della triade composta dagli inquilini di palazzo Chigi, del palazzo del Quirinale e della villa di Arcore (l’ordine di importanza lo lascio a voi) non ci saranno speranze per la (ri)nascita della buona politica e per una rigenerazione delle istituzioni. Tanto meno potrebbero quindi trovare ascolto fuori dei nostri confini suggerimenti o proposte – del resto improbabili –  di parte italiana.

Un saluto affettuoso e un vivo augurio di buon lavoro.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Settembre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, non è facile riprendere un discorso di solidarietà in questo momento, per moltissime ragioni, personali da una parte, perché la vita cambia ed alcune cose non corrispondono più a quelle di una consuetudine familiare e sociale. Ma anche e soprattutto perché le crisi che attraversano l’Italia e il mondo in questo 2014 pongono grandi interrogativi e perplessità che non riescono a trovare voci chiare e autorevoli di lettura profetica. Negli anni 60 ci fu la guerra in Vietnam, che fece capire molte cose a chi cercava giustizia e libertà, per gli altri e per sé stessi, ed il Concilio aiutò a rimettere in discussione molte logiche morali e spirituali che sembravano immutabili; negli anni 70 le dittature in America Latina fecero prendere posizione chiara in molti di noi, e l’11 settembre significa per la Rete il Cile del 1973 e non New York del 2011, con il golpe militare di Pinochet, l’assalto alla Moneda di Santiago e l’assassinio di Salvador Allende e i tanti desaparecidos (Missing!); gli anni 80 hanno indicato una chiara presa di posizione a favore dei popoli che cercavano l’autodeterminazione e l’autonomia, ma apparivano evidenti le differenze enormi fra paesi e paesi, in Asia e in Africa, con popoli che non riuscivano a togliersi l’oppressione delle multinazionali, le corporation, e così è continuato negli anni successivi, dove si è constatato che il capitale è sempre di più saldamente in mano ad una minoranza, che non accetta spartizioni, nemmeno minime. Il 20% della popolazione si pappa l’80 % delle risorse, diceva Alex Zanotelli, ma ora forse le percentuali sono peggiorate. Per noi della Rete in tutti questi anni è rimasta chiara l’oppressione che la Palestina subisce da Israele, Radié Resch continua a morire, un intero stato non riesce a riscattarsi da una politica di cantonizzazione, di colonialismo, di cancellazione (le 3 c di cui ci parlò in un Convegno Barghouti). Ed anche ora, dopo questa ultima violentissima guerra di distruzione a Gaza, tutte le iniziative si bloccano davanti ai nuovi coloni, quasi fossero dei coltivatori intelligenti di un territorio prima desertico, e non invece feroci guardiani armati di confini che permettono di rapinare tutte le risorse a un popolo, che si indica sempre come terrorista ed estremista islamico, per poter perseguitarlo impunemente, ignorando tranquillamente qualsiasi risoluzione dell’ONU. Oggi stiamo attraversando due crisi enormi che ci opprimono, la crisi economica e finanziaria, che mina le relazioni interpersonali e la dignità del lavoro (viene da ripensare all’Arbeit macht frei sui cancelli dei lager, quando si lavorava gratis e fino alla morte per l’oppressore, mentre oggi non serve nemmeno quel lavoro, non ce n’è bisogno, si trova tutto con la tecnologia e l’oppressione di popoli più deboli); e la crisi politica e diplomatica, che fa intravedere guerre e distruzioni nel prossimo futuro, in scenari molto vicini a noi, nel Mediterraneo, sul Mar Nero (la Crimea è vicina all’Italia, ci andarono a morire i bersaglieri tra le guerre d’indipendenza, prima del Regno d’Italia), e in Mesopotamia, la zona tra il Tigri e l’Eufrate, dove i confini sono stati tracciati col righello nel 1919, dai vincitori della Grande Guerra, separando regioni e etnie senza alcun riguardo (non c’era ancora il petrolio!). E ci sono guerre distruttive anche in Africa, dove spesso gli stati del Nord, Nato, Russia e Israele, portano armi ed esperti, con distruzioni enormi in paesi che cercano disperatamente di guadagnare qualche autonomia e di ottenere qualche sviluppo. In questo scenario così desolato e disperato, quali possono essere i segni di speranza ? come possiamo contribuire con la nostra solidarietà? In realtà ci sono segni di speranza, per quanto limitati: ad esempio i migranti dalla costa sud del Mediterraneo, dalla Libia, sui barconi non vengono più rigettati o lasciati morire, ma vengono accolti con alcune prospettive positive, sia pure limitate. Si è infine rigettata la vecchia legge di rigetto, la famosa “Bossi-Fini”, che tanti di noi ha fatto inorridire, e siamo in un’altra prospettiva: ma quanto durerà?  Si chiuderà quest’esperienza perché non ci sono più soldi, e l’Europa non si assume responsabilità? Difficile trovare parole profetiche e di speranza, con tutti questi aspetti negativi. L’ONU sembra davvero fallita, a Gaza, non ha concluso niente, e negli altri luoghi di guerra non sembra esistere. E la crisi finanziaria ci costringe a considerare solo (o quasi) i nostri enormi problemi locali, col lavoro che non c’è, la qualità della vita che scende, lo sviluppo che non procede, la povertà sempre più diffusa, scenari tutti molto negativi, e così sono presentati dai media, che in queste cose ci sguazzano. La Rete prosegue con fatica le sue operazioni, ci sono anche voci nuove di speranza, vedasi la circolare nazionale, di questo nuovo gruppo locale di Rete ligure. Ma occorre tenere aperti gli occhi e osservare ciò che succede, prendere posizione. Credo che le tre parole della Rivoluzione francese di fine Settecento siano tuttora attualissime, libertà, uguaglianza, fratellanza, ma chi ha troppi soldi difficilmente riesce a percepirle ed a farsi interpellare da qualsiasi anelito di utopia, di uguaglianza, libertà, fratellanza. Al riguardo vorrei proporvi un testo ricevuto pochi giorni fa da un amico della Rete di Verona, amico da moltissimi punti di vista, che sintetizza la sua e nostra posizione in relazione alla recente ennesima guerra a Gaza. Mi scrive per la circolare e per il nuovo conto corrente su cui versare il nostro contributo di restituzione, e aggiunge: relativamente alla destinazione della colletta, se possibile, desidererei destinare la mia agli immani problemi di Gaza. Mi sembra che questa restituzione sovrasti tutti gli altri nostri impegni. In assoluto. Solo dei criminali potevano distruggere un’intera città. Uccisi bambini e le loro famiglie. Quando leggevo: “è stato ucciso un bambino israeliano” (sic), pensavo come il mondo potesse accettare un simile oltraggio all’informazione. E’ da sempre che il mio forte disagio ed anche tristezza è rivolto soprattutto alla schiavitù’ e all’oppressione del popolo palestinese. Questa è la sensibilità della Rete, di Verona e nazionale. Di questo dobbiamo parlare e su è necessario confrontarci. Vi invito perciò ad un prossimo incontro locale, prima del Coordinamento nazionale che sarà a Sezano il 4 e 5 ottobre (segnatevi la data, un giro al Coordinamento è sempre un’occasione positiva). Il nostro incontro di Verona l’abbiamo fissato per venerdì 19 settembre prossimo alle 21 a casa Pettenella Picotti, in via Marsala 12a. Oltre alla situazione mondiale, che sta sempre al centro delle nostre riflessioni e del nostro impegno solidale, parleremo delle due operazioni che seguiamo noi di Verona, e cioè l’operazione borse di studio a Joao Pessoa (c’è da decidere come ripartire la colletta di luglio e agosto, riportata qui sotto) e la nuova operazione in Guatemala, che abbiamo proposto al Coordinamento di giugno ma è stata rimandata al prossimo Coordinamento, che è quello di Sezano, al Monastero del Bene Comune, che tutti noi di Verona conosciamo molto bene. E parleremo anche della Rete di Verona, dei nuovi appuntamenti da programmare per il 2015 e di cosa significa ancora solidarietà per noi oggi. Domenica 21 settembre a Firenze si svolgerà una Marcia per la Pace, o meglio contro la guerra, che la Rete RR ha promosso con altre associazioni. In nome esatto è Manifestazione nazionale contro le guerre, una iniziativa di grande attualità, che segue la marcia di Quarrata di sabato 13, domani quando scrivo. Si parte da Piazzale Michelangelo alle 11, per terminare alle 16. Allora arrivederci al 19.9, ore 21 casa Pettenella Picotti, e poi a Sezano, il 4.10 sabato dalle ore 17, e il 5.10 domenica dalle 9 alle 12.30.

Un carissimo saluto da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quiliano – Settembre 2014

CIRCOLARE DI SETTEMBRE SCRITTA DA NUOVISSIMA ADERENTE ALLA RETE.

Intanto giungano i miei più sentiti ringraziamenti a tutti coloro che hanno partecipato al coordinamento di Quarrata, è stata per me un’esperienza entusiasmante nella quale ho respirato un clima veramente democratico, che ha reso questo incontro particolarmente importante e ricco.

Ho conosciuto la rete grazie ad un’amica, che fa della solidarietà il suo stile di vita.

Condivido con onore le parole di Alex Zanotelli per cui essere solidale è un cammino fatto di ascolto, pazienza e amicizia. E questo mi è parso il motore delle reti.

L’approccio del gruppo eterogeneo delle donne di Quiliano, di cui faccio parte, è stato quanto mai semplice, nello spirito di condivisione, grazie ad una precisa e puntuale informazione di Caterina abbiamo deciso di sostenere e far nascere un allevamento in Centrafrica, il cammino è costante, nonostante le alterne fortune data la situazione.

A questo punto mi pare necessario focalizzare l’attenzione su alcuni punti che ritengo importanti.

Penso sia necessario portare all’esterno le esperienze, gli obiettivi i successi e le proposte della rete, per dare una più ampia conoscenza e coscienza di cosa è e che cosa si propone perché possano nascere nuovi nuclei operativi.

Un’altra riflessione che vorrei porvi, è questa: oggi tutto ruota attorno al denaro, ma la mano solidale non è solo quella che elargisce denaro, sicuramente più che necessario per rendere fattibili i progetti di cui ci si fa carico, la mano solidale è anche quella tesa ad accogliere fratelli e sorelle in difficoltà, non importa quanto sia grande la casa che li accoglie, quanto sia abbondante il cibo che prepariamo, è forse più importante la fiducia che si ripone nell’altro, il tempo che gli si dedica, l’ascolto delle sue esigenze. E qui penso a quanti emigrano nel nostro paese privi di tutto, ma anche privati dei loro diritti fondamentali: clandestini, profughi imprigionati e intrappolati in pastoie burocratiche e legali che non conoscono, praticamente insormontabili.

Le categorie in cui spesso ci inglobiamo non ci permettono di vedere che siamo TUTTI ESSERI UMANI, le differenze culturali, umane possono essere una vera ricchezza.

Propongo quindi un grido, se è possibile: TUTTI GLI ESSERI UMANI SIANO UGUALI! E NON PUÓ ESSERE UN’ UTOPIA

Con affetto

Graziella  Merlino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Luglio/Agosto 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, riprendiamo la circolare dopo 2 mesi abbastanza complicati da molti punti di vista, problemi col computer, la nuova gestione delle collette, la gravissima crisi internazionale e la sanguinosa guerra in Palestina, a Gaza, e anche i recenti problemi sanitari di Silvana, che ora sembrano attenuarsi e orientarsi al sereno, ma è ancora in ospedale e non ha ancora iniziato le terapie di riabilitazione. Come sapete, da marzo abbiamo un nuovo conto corrente per le collette e da gennaio ci siamo costituiti come Associazione autonoma veronese, Rete Radié Resch gruppo di Verona, collegati alla Rete nazionale con lo stesso Statuto. Emilio mantiene la presidenza onoraria, dopo 50 anni di attivo coordinamento e di attenta gestione delle collette, curati sempre con grande impegno e diligenza, con tanti quadernini precisissimi, con tutti i dati dei versanti e dei versamenti. A lui un grande e filiale ringraziamento. Ora c’è un gruppo di gestione, aperto a tutti, con Maria e Gianni, Silvana e Dino (presidente), Francesca e Roberto (che cura la parte tecnica contabile, ora anche il suo numero di tel appare come riferimento), Laura e Gianco, ed altri più saltuari nella presenza. E il gruppo è aperto a chiunque voglia farne parte, senza adesioni formali burocratiche. Emilio ha chiuso il conto corrente precedente, era intestato a lui personalmente, ed ora tutto il denaro delle collette va in un nuovo conto su Banca Etica. Chi versa nel vecchio conto crea dei problemi ad Emilio stesso, perché la Banca gli chiede ancora se intende accettare il versamento, con una quota per trasferirlo su un altro conto attivo; fra qualche mese il versamento sul vecchio conto sarà rifiutato. Decideremo in settembre, in una apposita riunione di gruppo Rete Verona, come destinare i fondi della colletta, se attenersi strettamente alle indicazioni dei versanti restituenti (costituisce sempre un importante riferimento etico e politico versare “per restituire”) o se impostare un criterio generale come gruppo. L’operazione storica di Verona per le borse di studio a Joao Pessõa mantiene una sua grande importanza, per tantissime ragioni che discuteremo nell’incontro di settembre, anche se il Brasile è molto cambiato rispetto a 30-40 anni fa. La ripartizione che appare in tabella per maggio-giugno è stata decisa per ora dal piccolo gruppo di gestione, perché non c’erano sufficienti indicazioni da parte dei versanti. Ma anche la periodicità del resoconto della colletta, mensile o bimestrale, sarebbe bene discuterla insieme. Sulla feroce e sanguinosa guerra in corso a Gaza sono usciti moltissimi articoli su tutti i giornali e anche testimonianze dirette in lista Rete, con testimonianze dei nostri referenti palestinesi e resoconti mandati dai ragazzi, contattati nei viaggi con fiori di pace degli scorsi anni. Non aggiungiamo qui altri commenti, vi rimandiamo a quelli ed a prossimi interventi pubblici. In questi giorni in cui ricorre il centesimo anniversario del la prima guerra mondiale fa davvero male vedere che ancora la logica della guerra ritorna violentemente, con migliaia di morti e un’enorme distruzione, con modalità diverse certo dal 1914: non ci sono più gli eserciti in divisa che si sbudellano fuori dalle trincee, l’arte militare è cambiata e l’esercito di Israele ne è proprio il più aggiornato gestore, usa una guerra elettronica sofisticatissima contro Hamas, che pure vuole la guerra; ma vale l’interrogativo che abbiamo risentito forte e chiaro nel filmato di Paul Gauthier, quando si parlava della guerra del Kippur nel 1967, e Marie Therèse ribatte ai soldati di Israele che appunto ricordano che i palestinesi hanno voluto la guerra: “anche i bambini piccoli hanno voluto la guerra ?”; e tutti quei morti chiamano solo odio, non certo perdono. Ma nel mondo non c’è solo la guerra a Gaza: c’è guerra in Siria, in Iraq, in Ucraina, in Libia, in Centrafrica, in Sud Sudan, ecc, e cresce il numero di persone in fuga (saranno presto milioni) da quelle zone di guerra, col problema immane dei profughi e del corridoio sul mar mediterraneo, con tutto quello che ci sta collegato; e poi c’è il contagio di Ebola nell’Africa dell’Ovest, e tutte le altre crisi legate ai miliardi di poveri contro l’accaparramento di qualche milione di straricchi. Questa è la situazione, di stragi e morti, di odio e distruzione, che s’innesta sulla crisi economica del nostro ricco (?) Nord. Quale solidarietà nei confronti di tante vittime ? Ha ancora un senso fare operazioni, collette, cercare restituzioni? Saranno questi gli argomenti dei prossimi incontri e dei prossimi approfondimenti, che girano frequenti nel canale di Internet e della posta elettronica. Sono ancora pochi gli amici della Rete senza questo strumento tecnologico così utile, tanto che spesso si dimentica di mandare per il canale ordinario della posta con busta e bollo la ventina di lettere di carta per loro, per pigrizia soprattutto, e me ne scuso. Questi signori che un po’ ignoriamo o teniamo in secondo piano, sono pregati di intervenire a qualche prossimo incontro, o di contattare i numeri telefonici sotto riportati: abbiamo bisogno di sentire ancora la loro voce e le loro ragioni, di discutere il miglior modo di contattarli e di coinvolgerli ancora nel nostro impegno di solidarietà. Come alcuni già sanno, Silvana è stata ricoverata in Ospedale il 2 agosto, dopo un’emorragia cerebrale che a prima vista sembrava paurosa. Ora pare abbia superato la fase acuta e stia avviandosi al recupero, forse totale, per cui ritorneremo (presto ?) agli incontri della nostra solidarietà. Già nei mesi precedenti aveva avuto seri problemi di salute, che ci hanno impedito di partecipare agli incontri di coordinamento nazionale e di seguire le discussione sui nostri progetti di solidarietà, le “operazioni”, che coinvolgono persone lontane e vicine, in un dibattito politico di grande impegno personale e famigliare (certe scelte si fanno insieme), importantissimi dal punto di vista di un serio e concreto impegno di solidarietà politica. Ora speriamo di riprendere anche la periodicità dei piccoli impegni, come la circolare e la gestione della colletta, ed anche per questo riteniamo indispensabile ritrovarsi con maggior regolarità e periodicità, costruendo un calendario annuale degli impegni e degli incontri del gruppo locale, perché il segreto del buon funzionamento di una associazione è conoscersi e confrontarsi anche su queste scelte, che sono le scelte che si articolano con tante altre decisioni personali e familiari. Ricordiamo ancora una volta la nuova modalità di raccolta dei nostri contributi, della colletta: per adeguarci alla normativa abbiamo aperto un conto corrente in Banca Etica ed è su questo nuovo conto corrente che devono ormai confluire le collette periodiche.

Per favore prendete nota delle nuove coordinate bancarie

intestazione: RETE RADIE RESCH – GRUPPO DI VERONA

codice IBAN  IT 06 Z 05018 12101 000000 173184

Buone vacanze, un carissimo saluto da

Dino, con Silvana

RETE RADIE’ RESH
Lettera locale di luglio dalla rete di Macerata

Internet è il nemico (dall’omonimo libro di Julian Assange)
Ho letto con interesse il libro che mi ha regalato l’amica Daniela sullo stereotipo in cui spesso cadiamo pensando che Internet sia libera, democratica, gratuita, trasparente, imparziale, rivoluzionaria,capace di favorire la partecipazione popolare rovesciando le gerarchie prestabilite. Dice Assange:”Tanti autori si sono interrogati su quello che significa Internet per la civiltà globale, ma si sbagliano. Si sbagliano perché non hanno la giusta prospettiva frutto dell’esperienza diretta. Si sbagliano perché non hanno mai conosciuto il nemico. Nessuna descrizione del mondo sopravvive al primo contatto con il nemico. Noi abbiamo conosciuto il nemico.”
Julian Assange lancia un allarme a ciascuno di noi, navigatori quotidiani, felici utenti dei social network, amanti dello shopping online. Noi che crediamo di essere liberi e non lo siamo.Noi sorvegliati speciali, intrappolati in una rete che consideriamo democratica, ma dietro cui si celano poteri nascosti che in ogni istante decidono per noi e spesso contro di noi. Siamo vittime di una guerra di nuovo tipo e non lo sappiamo: una ‟crittoguerra” in cui la posta in gioco è l’accesso all’informazione, la tracciabilità dei comportamenti, il riorientamento delle nostre più intime abitudini di vita. Una crittoguerra in cui i più forti sanno rendere inaccessibili le informazioni che li riguardano, e i più deboli si ritrovano nudi, completamente esposti agli strumenti che vagliano senza sosta quell’immensa banca dati che è il web, nato come grande promessa di democratizzazione e divenuto implacabile strumento di controllo. Ecco perché Internet è diventato il nemico, come Julian Assange denuncia nelle sue pagine
firmando un testo che è già un libro di culto, nato durante la detenzione a seguito dello scandalo WikiLeaks. E se ormai tutti gli stati, gli eserciti, le multinazionali si stanno attrezzando a combattere un nuovo tipo di conflitto, condotto sulla rete da veri e propri ‟ciberguerrieri”, una strategia di resistenza dovrà ricorrere a strumenti analoghi nel tentativo di ribaltare la situazione. Dovrà sottrarre il cittadino all’incessante radiografia informatica dei suoi comportamenti, e sottoporre a verifica pubblica la miriade di operazioni con cui un pugno di attori sposta in un clic capitali e informazioni, progetta guerre o occulta notizie, crea ricchezza o miseria ai quattro angoli del pianeta. Julian Assange è il fondatore di Wikileaks, il sito giornalistico che riceve da fonti anonime e rende disponibili al pubblico documenti catalogati come confidenziali o segreti da governi, organizzazioni internazionali, imprese multinazionali. Ha ricevuto il premio Amnesty International per i Nuovi Media nel 2009, la medaglia d’oro della Sydney Peace Foundation, il premio Walkley per il Giornalismo e il Premio Martha Gellhorn nel 2011. Internet è il nemico. Conversazione con Jacob Appelbaum, Andy Müller-Maguhn e Jérémie Zimmermann (Feltrinelli, 2013) è il suo primo libro, a cui ha consegnato la sua radicale, visionaria lettura del nostro tempo. Le celebri carte di Wikileaks imbarazzano e colpiscono i potenti di tutto il mondo, da Silvio Berlusconi a Barack Obama. Julian Assange, porta alla luce fatti e rivelazioni in un libro che è puro giornalismo d’inchiesta. Wikileaks contro il mondo firmato dallo stesso Assange è una raccolta delle pubblicazioni con cui il giornalista ha ribaltato tutte le carte dello scacchiere internazionale, rivelando situazioni e soprattutto verità di cui il cittadino rimane spesso o sempre all’oscuro. E’ stato un avventato atto di terrorismo il suo che ha così messo in pericolo la diplomazia e gli equilibri tra stati oppure un atto doveroso e coscienzioso di giornalismo? Le carte su Guantanamo sulle atroci morti e torture che avvengono nel carcere in cui sono rinchiusi i terroristi, il traffico legalizzato di rifiuti tossici o gli omicidi extragiudiziari in Kenya fanno pensare che troppe cose rimangono oscure e che i tg e le pagine dei giornali riportinosolo un infinitesimale parte di verità. E in un Paese, come il nostro, dove il giornalismo dinchiesta non ha spazio nei quotidiani, la parola di Assange sconvolge, sconvolge soprattutto quando racconta la realtà del cittadino trattato come un burattino nelle mani del suo atroce e indifferente burattinaio che è sempre il potere. La Casa Bianca ha definito Wikileaks pericoloso per aver rivelato importanti documenti della diplomazia americana e per aver pubblicato alla fine del 2010, in collaborazione con cinque quotidiani, messaggi interni e accordi tra gli Stati Uniti e i suoi rappresentanti e interlocutori in giro per il mondo. Assange diventa così una nuova entità nel panorama mediatico: esiste il potere, i quotidiani, le tv, le radio, internet e poi esiste Julian Assange e il suo scomodo modo di fare infor- mazione; con lui si fa strada una sorta di giustizia internazionale, di riequilibrio di forze e di risorse perché se qualcuno o qualcosa è coinvolto in affari loschi e immorali prima o poi potrà essere scoperto. Julian Assange diventa così una sorta di eroe, di tulipano nero dei nostri tempi amari.
Afferma Assange “lo stato di sorveglianza ha già eroso buona parte delle libertà che avevamo venti anni fa”, il problema è che la consapevolezza dei pericoli della Rete e della sua libertà futura rimarrà appannaggio di un’élite di tecnici. Un’élite di chyperpun. Il libro è un atto di accusa verso i rischi cui Internet può esporre chiunque la utilizzi a qualsiasi livello quando, da strumento straordinario di comunicazione e interazione, si trasforma in una macchina di censura e oppressione di enorme potenza. Le ragioni di questo cambiamento, che per gli autori del libro è in atto, sono chiare e vanno trovate nella crescita esponenziale di alcuni fenomeni come la sorveglianza digitale e la sua commercializzazione, la mancanza di consapevolezza degli utenti sulle tecnologie che utilizzano, la censura e la costante “militarizzazione del ciberspazio”, nuovo campo di battaglia. Secondo gli autori, la Primavera araba e le battaglie contro i tentativi di censura della Rete hanno dimostrato come il Web sia diventato un nuovo terreno in cui, nella società digitale, le libertà fondamentali sono messe in discussione. Internet può essere un canale di organizzazione e condivisione senza precedenti e, allo stesso tempo, la più efficace arma di oppressione quando messa nelle mani dei governi autoritari. Ma non solo.
A detta di Assange, infatti, i medesimi pericoli sono ora in atto anche nelle democrazie a causa del costante sviluppo dell’industria della sorveglianza digitale e al suo utilizzo sempre più massiccio da parte dei governi e delle corporation o in collaborazione tra di loro.. Una sorveglianza a cui chiunque, anche semplicemente stando su Facebook, sarebbe esposto. E in particolari contesti come la Libia o la Siria la sorveglianza, per i risultati dittatoriali, diventerebbe un'”arma” a tutti gli effetti.
La mancanza di consapevolezza nei confronti della tecnologia da parte degli utenti stessi insieme all’incapacità di intervenire su di essa, poi, porrebbe gli internauti in nuovi pericoli. Fino all’estremodi un moderno smartphone che, a detta di Assange, sarebbe “un device di tracciamento…che fa anche telefonate”.

Auguro a tutti gli amici e amiche della nostra Rete (molto meno pericolosa di quella di cui sopra) una buona estate di riposo e serenità.

Maria Cristina Angeletti