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“Gli uomini saggi sono sempre veritieri sia nella loro condotta, sia nei loro discorsi.
Non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono”.
Gotthold E. Lussing

Carissime/i, riprendiamo con la segnalazione di un articolo apparso su Avvenire dal titolo “Il mondo è ancora più disuguale”, che ci dà questa notizia: ”Da un recente studio in 13 paesi in via di sviluppo risulta che; Investimenti in istruzione e salute hanno determinato il 69% della riduzione totale delle disuguaglianze”. È una buona notizia che ci aiuta nel nostro impegno solidale con le scuole e le borse di studio in Haiti. La lettera di Jean e Martine, che segue, ci conferma la “notizia”. Con un altro articolo diamo notizia anche dei migranti haitiani nel lontano Cile che volontariamente ritornano in patria con un programma umanitario. Notizie: La “circolare nazionale” di questo mese è scritta dalla Rete di Celle-Varazze. Oltre la sintesi delle decisioni assunte dal coordinamento nazionale di fine gennaio a Roma, alleghiamo il verbale della “assemblea straordinaria dei soci” che rappresenta una novità formale del modo con cui la Rete si colloca nel panorama giuridico delle organizzazioni di solidarietà italiane.

SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO
Assemblea straordinaria dei soci: vedi allegato
I seminari regionali si trasformano in un Seminario unico nazionale, indicativamente a maggio 2019, sul tema “Nuove Tecnologie e Manipolazione del Consenso”, con coinvolgimento di un gruppo di giovani su un percorso parallelo e possibilità di laboratori misti membri della Rete – giovani.
a) Si dà mandato alla Segreteria di “bloccare” una possibile sede.
b) Si decide di creare una commissione per elaborare il progetto, composta da Marco Zamberlan (che potrebbe introdurre l’argomento al seminario) Fulvio Gardumi, Giorgio Gallo, Pier Pertino e la presenza di un giovane
Progetti in discussione
MST – Scuola Florestan Fernandez – Brasile – Rete di Roma. Il Coordinamento decide di:
a) versare il contributo 2018 con modalità concordate con Benedetta Malvolti;
b) Rinnovare il progetto alle stesse condizioni per due anni, con possibilità di estenderlo al terzo anno;
c) Concordare con il comitato italiano SEM TERRA futuri contatti e collaborazioni, con possibile proposta di un viaggio giovani.
Tavus – Armenia – Rete di Quarrata: si approva come progetto straordinario, il versamento €. 1.670 per un anno, per l’acquisto di un macchinario per la produzione di miele bianco (si tratta, in realtà, del terzo anno di un progetto già approvato).
Progetto Lualaba – scuole in Congo – Rete di Mogliano Veneto: si decide di tenere in sospeso il progetto, in attesa di maggiori informazioni.
Case Verdi – Gaza – Rete di Salerno: si decide di tenere ancora in sospeso il progetto, in attesa dell’esito del viaggio a Gaza, in fase di organizzazione per questa estate.

Lettera dalla direzione di FDDPA del 18.1.2019
Cara Tita, che piacere farti ancora una volta il bilancio delle nostre spese, per darlo ai nostri amici della Rete che non cessano ormai da una ventina d’anni di cooperare con la FDDPA. Senza questa solidarietà, la FDDPA non sarebbe mai dove si trova ora. Ancora una volta, con la mia voce esprimo la gratitudine a tutte e tutti della Rete e di altri gruppi amici che non si sono mai scoraggiati continuando a darci il loro supporto e la loro solidarietà per tutti questi anni. GRAZIE E’ anche il momento per noi della FDDPA di formularvi i nostri migliori auguri per questo nuovo anno, malgrado la disperazione, l’egoismo, il razzismo e la xenofobia che continuano a caratterizzare il nostro mondo… La situazione politica resta ancora caotica, infatti le condizioni di vita sono ancora peggiori e le classi dominanti fanno di tutto per conservare i loro privilegi e mantengono la popolazione nello Statu quo. Dopo aver dilapidato il Fondo del Petro Caribe, il governo ha suscitato l’indignazione di tutta la popolazione quando ha votato la risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la rielezione del presidente Maduro, questo stesso governo che si era felicitato con Maduro per la sua vittoria alle elezioni. L’amicizia tra Haiti e il Venezuela è storica e dura da 200 anni quando il presidente Pétion ha permesso a Bolivar, il liberatore dell’America latina di trovare armi et munizioni. Dunque, quest’anno si annuncia già nel segno della protesta e noi ci attendiamo agitazioni in tutto il paese. Le scuole funzionano tutte molto bene, e anche quest’anno abbiamo registrato l’aumento del numero degli alunni e io mi preparo a visitare Dofiné nei prossimi giorni. Abbiamo ottenuto la risposta per il progetto di mensa che Willot aveva richiesto per le scuole a una Missione Americana che si trova a Source Matlas, è stata accettata la richiesta per Fondol, si spera bene. Aspettiamo di vedere se funzionerà e poi, se tutto va bene, proveremo a fare domanda per le altre scuole. Per il progetto Gianna – come sapete – abbiamo fatto degli acquisti ed è iniziata la costruzione dell’aula che speriamo di terminare nel corso di quest’anno. Per lo spazio di Dofiné, uno degli ostacoli maggiori è la strada e il trasporto. Con la fine della stagione delle piogge, la FDDPA e altre Associazioni si sono unite per lavorare sulla strada. Questo ha richiesto parecchi giorni e siamo riusciti a trovare un trattore per facilitare il lavoro, ma con l’aumento del prezzo del carburante, la situazione è complicata, ma la strada è sistemata fino a Katien. Proveremo, prima che arrivi la stagione delle piogge, a trasportare i materiali che abbiamo già acquistato. Martine ha cominciato in Ottobre la scuola per analisti e spera di terminare in Agosto. Chrismene, non riesce ancora a trovare una scuola che l’accetti perché i suoi documenti scolastici non sono sufficienti. Ma speriamo di trovare una scuola che possa accettarla. Progetto di Radio di Willot: è un progetto che ho discusso con Willot dopo la visita che ho fatto con voi a Dajabon (con Toni, Duccio, Beppe, Tita, Cesco, Martine, Jean e Balansé), il modello e l’esperienza della Radio Comunitaria Marien che Padre Regino ci ha fatto visitare, mi aveva colpito molto. Mais, come hai potuto comprendere, la questione della fattibilità di un tale progetto è difficile; infatti per noi la realtà per installare una radio è molto complessa. Per quanto riguarda l’energia elettrica, non si può contare sull’elettricità pubblica, perché praticamente non esiste. Questo aumenta il costo di funzionamento, e aggravato ancora oggi per la crisi del carburante. Ci capita ora anche col denaro in mano di non poter nemmeno trovare nei distributori il carburante per alimentare la nostra camionetta. La situazione energetica è difficile. Dunque, la radio richiederebbe un’alimentazione con pannelli fotovoltaici, che costa ancora molto. Infine siamo coscienti che un progetto del genere costerebbe troppo, anche se l’esistenza di una stazione Radio costituirebbe uno strumento estremamente importante per lo sviluppo comunitario. A Verrettes c’è la stazione Radio di Balancé che accompagna i contadini, e noi vediamo e sappiamo già quanto è difficile fare funzionare questa radio. Tuttavia Willot cerca alcuni organismi che hanno l’abitudine di finanziare le radio comunitarie. Ma il problema con questi organismi, è che alcuni di loro possono rendere il funzionamento della radio dipendente, perché impongono a volte delle condizioni e la loro linea ideologica, è il caso per esempio di USAID che impone perfino la loro programmazione. Dunque è un buon progetto, ma che richiede molto per farlo decollare e funzionare.L’incontro con Anna è andato molto bene, infatti siamo andati insieme fino alla città di Belladeres sulla frontiera haitiana per vedere un’esperienza di toilette secca. Abbiamo preso tutte le informazioni relative a costi e funzionamento, ma il problema si pone con i “Boss”, perché bisogna farli venire da Belladeres per fare la costruzione. I nostri “boss”, che abbiamo a Cabaret non hanno ancora la competenza per questo tipo di costruzione. Ma sarebbe una buona esperienza se tuttavia potessimo cominciare a Dubuisson, facendo partecipare il nostro “Boss” nella costruzione per poter apprendere e comprendere la tecnica di costruzione. Dunque è stata una bellissima giornata, ricca e fruttuosa. Per quanto riguarda la partecipazione all’incontro nazionale sull’educazione popolare a Croix des Bouquets, abbiamo inviato 5 membri di diverse comunità che avevano partecipato ai seminari sulla Salute, per partecipare, e tutto è andato bene anche se Anna non ha avuto il tempo di animare l’incontro nazionale a causa dei problemi politici che avevano messo il paese in effervescenza. Spero di aver detto tutto e ti auguro buona lettura per il rapporto. Saluta tutti. Abbracci. Ciao, Ciao. Con molto amore, Jean e Martine, che vi portano nel cuore. Grazie.

DRAMMATICHE NOTIZIE DA HAITI: in questi ultimi giorni il Paese è attraversato da una protesta generale che sta paralizzando la vita quotidiana, in particolare della capitale, e che chiede le dimissioni del presidente Jovenal Moise. Si conta già una decina di morti e molti feriti. Di seguito alcune informazioni

“Salve Tita! Va tutto bene per voi? Sono appena arrivata a casa, ci sono barricate sulle strade dell’Artibonite, Jean ha rischiato di restare sulle montagne di Dofiné e di Katien dove si trovava da 3 giorni. Da 7 giorni il paese è in agitazione. Qui a Haiti non va per niente bene con il governo. Il paese è bloccato, non funziona niente, non si può circolare, il popolo reclama la partenza del governo da 7 giorni e di giorno in giorno è più determinato. Tutti sono bloccati nella loro casa. Ma qui a Dubuisson siamo al riparo da ogni pericolo. Martine.”

“Salve Tita,noi attraversiamo un momento molto difficile nel nostro paese, ci sono proteste dappertutto, è tutto il popolo che si rivolta per dire no al regime di Jovnel Moise simbolo della corruzione, che difende gli interessi dei ricchi a danno dei poveri. Noi da 9 giorni siamo chiusi a casa, perché tutto il paese è bloccato e la vita comincia a diventare ancora più difficile, i più vulnerabili sono diventati ancora più vulnerabili, i bambini, le donne incinte, gli anziani e le persone con mobilità ridotta. Infatti gli uffici, le banche e le case di transfert non funzionano più. Dunque, siamo preoccupati, perché in certi quartieri di Port au Prince, la popolazione è in preda al problema di mancanza di cibo e acqua. Io resto in contatto con le diverse realtà di FDDPA, ma ad ogni modo le rivendicazioni e le proteste restano in ambito urbano. Anche noi nella casa di Dadoue stiamo bene, resistiamo, con noi ci sono due amici che erano di passaggio a casa nostra e che non possono rientrare a Port au Prince. Ciao, ciao Jean che ti abbraccia”

Haiti: il presidente annuncia di non volersi dimettere, di Barbara Castelli
dal sito Vatican News
“Non lascerò il Paese nelle mani di gruppi armati e trafficanti di droga”. Con queste parole il presidente haitiano, Jovenel Moïse, ha palesato la sua intenzione a non dimettersi, all’indomani di violenti scontri a Port-au-Prince tra polizia e manifestanti. Dallo scorso 7 febbraio il Paese caraibico è stato travolto da animate proteste per chiedere la destituzione del capo di Stato. I gruppi di opposizione accusano il governo di corruzione e di aver sottratto denaro per la ricostruzione del Paese, devastato dopo il terremoto del 2010. Le manifestazioni di piazza hanno indotto il Dipartimento di stato americano a richiamare tutto il personale statunitense; mentre il Canada ha chiuso la sua ambasciata a tempo indeterminato.

Dichiarata l’emergenza economica nazionale
Jovenel Moïse ha ribadito che resterà in carica per l’intero mandato di cinque anni, limitandosi a chiedere alprimo ministro, Jean Henry Céant, di decretare l’emergenza economica nazionale. L’opposizione, in particolare, denuncia la scomparsa di quasi quattro miliardi di dollari legati al progetto Petrocaribe di vendita da parte del Venezuela di carburante a basso costo. Il meccanismo prevede che Caracas assicuri forniture di greggio pagate metà a prezzo corrente e l’altra metà in una ventina d’anni, a un tasso tra l’1 e il 2% a seconda degli accordi. Con i soldi risparmiati, i singoli governi possono fare gli investimenti interni di cui hanno bisogno. I problemi di ordine pubblico, intanto, sono ulteriormente aggravati dalla fuga di 78 detenuti della prigione di Aquin, nel sud di Haiti.

Haiti-Cile : 175 migranti haitiani tornano all’ovile
P-au-P, 17 dic. 2018 [AlterPresse]
Un gruppo di 175 haitiani registrati nel programma “Piano di ritorno umanitario”, del governo cileno è rientrato a Port-au-Prince, il 17 dicembre 2018. Il governo cileno, che aveva istituito un programma di ritorno volontario per i migranti in ottobre 2018, ha appena attuato un terzo imbarco di immigrati haitiani dopo aver ricondotto due gruppi di cittadini stranieri lo scorso novembre. I passeggeri che sono stati convocati al dipartimento per l’Immigrazione A Santiago, sono stati imbarcati sullo stesso aereo militare che aveva fatto i due primi viaggi. Secondo il sotto-segretario del ministero dell’interno cileno, Rodrigo Ubilla, la lista degli Haitiani registrati nel programma è ancora molto lunga. Su 2000 persone registrate, ne restano circa 1500 da ricondurre a Haiti. «Ci sono molti cittadini haitiani che vivono in Cile che non si sono ambientati. Anche se molti di loro hanno ottenuto il visto di residenza temporanea, hanno preferito di tornare volontariamente nel loro paese», dichiara questo responsabile cileno alla stampa. Secondo i dati del governo, il Cile conta attualmente circa 1.090.000 immigrati, i più numerosi sono i Venezuelani, i Peruviani, gli Haitiani e i Colombiani. In base alle modalità e alle condizioni di questo programma, coloro che sono stati ricondotti in patria non dovranno ritornare in Cile nei prossimi 9 anni. Questo programma non riguarda esclusivamente gli immigrati haitiani. In questo piano di ritorno volontario, il governo cileno conta 48 cittadini della Colombia, 10 del Venezuela, 8 dell’Ecuador, 9 della Repubblica dominicana, 5 di Cuba e 1 del Peru.

Carissima, carissimo, ecco la nostra consueta lettera, questa volta approfitto di due interessantissime riflessioni inviatemi in questi giorni dall’amico scrittore Erri De Luca e da una giovane emiliana, Giorgia Ansaloni per farle nostre e riflettere insieme su due temi importantissimi: i diritti e l’economia e i migranti. Inizia Erri, a seguire Giorgia. Un caro saluto, Antonio

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Erri. Negli anni delle rivolte politiche ho conosciuto il pubblico coraggio di una gioventù intransigente. Era possibile a conseguenze anche gravi perché c’era un legame di lealtà e di solidarietà che aumentava il valore di ognuno. Per contro non so immaginare il coraggio personale di chi svolge in solitudine un suo compito rischioso. Penso a Giulio Regeni, sequestrato, torturato e ucciso tre anni fa in Egitto. Sapeva di essere seguito, spiato, intercettato dai reparti della sicurezza di Stato, mentre svolgeva le sue ricerche di studioso per conto di una università inglese che qui non merita di essere nominata. Abitava una città metà trappola e metà labirinto. Leggendo le avventure di Teseo nella mitologia Greca non mi sono immaginato un suo particolare coraggio nell’imboccare l’ingresso del Labirinto di Creta. Era un vendicatore della sua gioventù immolata al Minotauro, era armato e conosceva il terreno, grazie al filo dipanato all’ingresso, dono di Arianna. Per Giulio Regeni devo immaginare invece la dote di un coraggio personale inflessibile, ribadito come una disciplina. Non arrivo però a immaginare quello dei giorni di sequestro e di macelleria sommaria del suo corpo. Perciò mi viene di accostarlo alla figura di Pasolini, entrambi intellettuali che volevano conoscere sul campo le condizioni di vita e i temi che li interessavano. Entrambi sono stati assassinati in infami agguati dei quali si continua a chiedere conto. Nessun governo ha operato allora e adesso per forzare ostacoli alla verità. Se Giulio Regeni fosse stato tedesco, francese, inglese, l’Europa avrebbe reagito in coro. Invece la diplomazia italiana ha toccato il punto più basso di servilismo e inefficienza. Ognuno può scegliere tra incapacità e omertà. Oggi a Il Cairo c’è imperturbabile un ambasciatore italiano che continua il suo ruolo di procacciatore di affari. Un governo ha per compito la tutela dei propri cittadini in Italia e all’estero. Se antepone a questo dovere quello di agevolare traffici, si comporta con le stesse priorità della Mafia, che subordina perfino le vite dei propri familiari all’arricchimento. Lo Stato che abdica alla ricerca della verità per un suo cittadino assassinato da servizi di uno Stato dichiarato amico e sicuro, si degrada a trafficante. L’Egitto non è uno Stato sicuro e questo dev’essere ben scritto nell’informativa del Ministero degli Esteri a beneficio dei cittadini italiani che intendono recarvisi. L’ambasciatore italiano dev’essere richiamato in patria, finché non sarà crepato il muro di omertà del governo egiziano intorno ai responsabili. In occasione della fiaccolata e dell’assemblea convocata a Fiumicello da Claudio, Paola e Irene Regeni ho espresso la mia gratitudine. Non si sono chiusi nel loro dolore impenetrabile, non hanno contrapposto il loro silenzio privato a quello pubblico di governi che antepongono i commerci al sacrosanto diritto di giustizia. La famiglia Regeni è perciò esempio di valore civile e chiama a raccolta le energie migliori della nostra sfilacciata comunità. È compatto, spesso, il silenzio dei governi sugli assassini di Stato del nostro cittadino Giulio Regeni. Ma sono più robuste di quel silenzio le nostre nocche che battono a quel muro e non temono di spellarsi, e le nostre voci di sgolarsi per scippare verità e giustizia dovute a Giulio Regeni, alla sua famiglia e a noi.”

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Mi chiamo Giorgia, ho 19 anni, abito a Nonantola, un paese in provincia di Modena. Ero alla fine della terza superiore quando ho iniziato a fare servizio, attraverso gli scout, alla scuola di italiano per stranieri “Frisoun”. Mi sono subito affezionata a questo ambiente sempre accogliente e “colorato”, non solo per le diverse sfumature della pelle, ma anche per la moltitudine dei sorrisi e delle storie di vita che ogni lezione regala. Ho iniziato quando gli studenti a scuola erano solo gli stranieri residenti a Nonantola da tempo che non si erano ancora integrati del tutto o da poco arrivati legalmente in Italia per ricongiungersi con i parenti, per cercare un lavoro. Il 26 aprile 2017 era prevista una delle riunioni di programmazione delle lezioni successive, ma la sera stessa mi arrivò un SMS: quella sera avremmo conosciuto “i nuovi profughi”, una decina, che sarebbero stati ospitati a Nonantola. All’epoca conoscevo le storie dei migranti solo per le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, perché i telegiornali non facevano altro che parlare di quello da diverso tempo, ma incontrarli di persona quella sera ha avuto un effetto ben diverso. Erano in cerchio, in silenzio, in attesa – l’ennesima del loro lungo viaggio – prima di essere trasferiti in un nuovo edificio, non si conoscevano tutti tra di loro e soprattutto avevano gli sguardi che parlavano da soli: c’era chi scambiava qualche mormorio col vicino, chi aveva la faccia assonnata, chi si guardava intorno incuriosito. Questo è stato il primo incontro con loro e due cose mi hanno subito colpito: la loro completa fiducia in chi li stava accogliendo (erano in balìa di decisioni prese da altri) e il fatto che fossero tutti giovani – avevano giusto qualche anno in più di me se non addirittura la stessa età – e io sarei diventata una loro maestra. Ora a Nonantola sono accolti circa una sessantina di richiedenti asilo e un buon numero di questi frequenta la scuola di italiano insieme agli altri studenti di vecchia data. Inizialmente facevo fatica a parlare con loro, a confrontarmi con il loro passato doloroso. Mi facevano vedere le foto della loro famiglia lontana, mi raccontavano del fratello o della sorella che avrebbero voluto rivedere, della casa che era andata distrutta durante un’alluvione, della Libia, del lungo viaggio, e tuttora a volte sento di non avere le parole giuste per confortarli, impotente di fronte alla loro sofferenza. Una volta andai a cena a casa di un gruppo di ragazzi (Mohammed, Ablaye, Mansoor, Adama) e rimasi scandalizzata quando, dopo aver posto al centro del tavolo un unico grande piatto di cous cous, iniziarono a mangiare da quello con le mani, senza le posate. Abituata ad un mondo in cui si mantengono sempre le distanze, subito rimasi perplessa, ma questa tradizione africana ti dimostra che per essere accoglienti non basta fornire i mezzi per vivere, offrire una casa e del cibo, che ovviamente sono fondamentali, ma è necessario mettersi intorno allo stesso tavolo, in un rapporto di parità, sentirsi fratelli e condividere ciò che si ha con molta semplicità. A scuola io provo ad insegnare le lettere e la grammatica italiana, i ragazzi migranti mi insegnano invece l’importanza delle relazioni, la bellezza di un “grazie” sentito col cuore, la ricchezza di tante prospettive, la pazienza, ad avere speranza nel futuro, perché, come mi ha detto Bacari l’altro giorno: “un bambino quando nasce non corre subito”. Ora quando cammino per Nonantola e mi capita di incontrare uno di loro sono tranquilla, mi fa piacere scambiare due chiacchiere con lui, gli ricordo di essere puntuale a scuola e se sono insieme ad altri amici lo presento anche a loro: se tutti noi aprissimo il nostro cuore scopriremmo che i migranti non sono qualcosa di cui avere paura, ma sono un dono di Dio nella nostra vita. Questa è stata la mia esperienza ed auguro a tutti di accogliere l’invito di papa Francesco, che è l’invito di Gesù, e di scoprire così che nei migranti Dio ci dona dei fratelli che arricchiscono la nostra vita e quello di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna che una volta mi ha detto “la vita è tenersi per mano”.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Cari amici della Rete, Castelnuovo di Porto, il centro richiedenti asilo alle porte di Roma, è stato svuotato in seguito al decreto sicurezza. Le cronache parlano di migranti che vivevano lì in situazione di integrazione, bambini che andavano a scuola, collaborazioni di vario genere perfino nella squadra di calcio: la Castelnuovese. Questa la grande novità nella gestione dell’immigrazione nel nostro paese. L’operazione assume quasi la forma dello sgombero: a Castelnuovo di Porto erano accolte circa 500 persone di cui 300 verranno ricollocate in altri centri di otto regioni italiane in quanto richiedenti asilo, mentre chi non ha traumatica. ottenuto l’asilo, ma gode della protezione umanitaria rischia di restare fuori della rete di accoglienza; è questa l’incognita di molte di quelle persone che possono ritrovarsi in mezzo a una strada, per non parlare dei dieci bambini che andavano a scuola e che non potranno più frequentarla. Forse l’intenzione del governo è di lasciare per strada i migranti in possesso di protezione umanitaria a cui il decreto Salvini non riconosce più alcun valore. Mi chiedo come la mettiamo, sul piano giuridico, con chi aveva avuto tale protezione prima del 5 ottobre, ovvero prima dell’entrata in vigore del decreto sicurezza? Tali persone erano in accoglienza sulla base delle normative preesistenti che prevedevano la conclusione di un percorso di integrazione per ottenere lo status di rifugiato. Si possono interrompere questi percorsi senza alcuna motivazione? Con le nuove norme solo i minori non accompagnati e chi ha ottenuto lo status di rifugiato può essere titolare di protezione umanitaria. Il metodo usato per svuotare il cara è stato un bliz mattutino senza offrire alcuna alternativa praticabile meno traumatica. Lo Sprar ( Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è nato con l’idea di trasformare l’accoglienza in un meccanismo di erogazione di servizi socio assistenziali nel territorio, tutto basato sull’inclusione sociale; parliamo di una sperimentazione che tutta Europa ha guardato con interesse, che ha avuto enorme successo e che per nessuna ragione logica o giuridica era da spazzare via dopo 18 anni di funzionamento. Una vicenda incredibile l’eliminazione dello Sprar in favore di che cosa? In favore di centri emergenziali che sono un ritorno al passato? Torniamo indietro di 20 anni nell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati? Il tentativo evidente è di isolare le persone, impedendone l’integrazione. Dimostra quanto appena affermato che nei bandi dei futuri centri di accoglienza che partiranno da quest’ anno non sono previsti corsi di Italiano, non c’è integrazione sociale e i costi vengono dimezzati perché i servizi vengono appiattiti, trasformando i centri in “pollai “che sono il contrario dell’esperienza cresciuta nel corso dei 18 anni di applicazione. Come detto prima, le notizie che arrivano dal centro di Castelnuovo, nonostante i suoi limiti, sono di lavoro, scuola, gioco del calcio, lavori socialmente utili, amicizie…… Spezzare questo processo di integrazione con la scusa di rendere più efficienti gli Sprar mi sembra un grossolano errore che creerà solo situazioni emergenziali. C’è sempre un clima ideologico che circonda la questione “immigrazione” dividendo una parte dall’altra e brandendo i migranti come unica causa dei nostri disastri. Pur cercando di tenere i toni bassi dobbiamo ammettere che i rifugiati provenienti dall’Africa sono l’espressione della globalizzazione e che comunque la contrapposizione non aiuta ad affrontare il problema; o torniamo a una gestione vera di questo cambiamento sociale, lo accettiamo decidendo che l’integrazione è il nostro obiettivo e facciamo progetti diffusi in tutt’Italia, affidati, ad esempio, agli enti locali per la gestione dell’inclusione oppure andremo sempre più verso una gestione emergenziale, cioè una non gestione, verso il parcheggio delle persone che non faranno nulla tutto il giorno, che non avranno un percorso di inclusione e che quando otterranno una qualsiasi protezione sarà come se fossero arrivati il giorno prima anche se sono in Italia da uno o più anni. Voglio, inoltre, esaminare quali sono gli interessi in Africa dell’Europa, in particolare della Francia, e della Cina, più recentemente. Il neo colonialismo francese in Africa può considerarsi la causa dell’impoverimento africano e dei flussi migratori da quel continente al nostro? Lo strumento adottato è il franco africano utilizzato dal 1945 quando la Francia negoziò la parità del franco francese e del franco che aveva nei 15 paesi delle sue colonie: il franco Cfa. Questa moneta è rimasta in uso anche dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia e ha un tasso fisso di cambio dapprima con il franco e poi con l’euro per dare stabilità e impedire spinte inflazionistiche dannose a economie molto fragili come quella africane; la contromisura è stata il deposito di una riserva che oggi ammonta a 14 miliardi di euro presso il Tesoro francese sulla quale la Francia paga interessi fissi dello 0,75%. Una delle accuse rivolte alla Francia è che essa investe tali somme a interessi ben più alti; il dibattito esiste in quanto questa situazione viene considerata un retaggio coloniale. I paesi parafricani, accettando questa situazione dopo 60 anni dall’indipendenza, vogliono mettersi, così, al riparo da spinte inflazionistiche nonché avere la garanzia della convertibilità universale sul mercato finanziario; è chiaro che questo favorisce gli investimenti francesi e, poiché parliamo di euro, anche gli altri paesi della zona euro sono avvantaggiati se investono in Africa. Voglio aggiungere che il cambio fisso se penalizza l’esportazione di prodotti africani privandoli dello strumento della svalutazione, protegge i nostri produttori. Non penso che il franco Cfa (comunità finanziaria africana) sia l’unico retaggio neocoloniale in Africa in quanto tutti i paesi occidentali (Italia compresa), l’Arabia Saudita, la Turchia, la Cina stanno attuando massicciamente politiche neocoloniali in Africa che si manifestano con canali commerciali, influenze sulle produzioni alimentari, alienazione di terre, presenza di multinazionali, guerre di potere, corruzione; esse sono viste come armi per sottomettere gli stati africani e come causa di impoverimento di economie emergenti. In questi giorni è in Italia il presidente del Consiglio dell’Etiopia che ha dichiarato: “ Sono qui in Italia per cercare di contrastare la grande influenza degli investimenti cinesi nel mio Paese”. Mi auguro che l’Africa possa diventare tanto importante nei prossimi 50 anni e possa cominciare a reagire come qua e là si comincia a vedere: il fatto di bruciare il Cfa da parte dei giovani africani mi sembra una manifestazione di una maggiore consapevolezza delle giovani generazioni africane e che questo possa portare a un futuro migliore in cui associazioni, gruppi e movimenti rappresentino in prospettiva il vivaio di nuove classi dirigenti. E basta col paternalismo occidentale!

Maria Cristina Angeletti

“La guerra è solo una fuga codarda dai problemi della pace”
Thomas Mann

Cari e care della nostra Rete, si usa dire: anno nuovo, vita nuova. Ma, la realtà politica, economica e sociale che stiamo vivendo ci obbliga a dire che la vita continua anche peggio dell’anno appena passato. La lettera nazionale “consiglia” alcune iniziative nel tentativo di cambiare.

Incontro di Rete, dicembre 2018
Il mese scorso, ci siamo ritrovati per l’incontro di Rete di fine anno. L’incontro è stato ricco di persone e notizie, la nostra piccola organizzazione può contare sull’impegno concreto di molti e un particolare ringraziamento va agli amici di Chiarano e ai giovani di Operazione Mato Grosso che hanno contribuito molto per il buon esito della campagna di raccolta fondi “dritto alla scuola”; questi giovani, conosciuti ad un incontro estivo, hanno organizzato due giorni di raccolta ferro e metalli il cui ricavato è stato messo a disposizione del progetto della Rete. Grazie e complimenti davvero! La situazione haitiana è sempre molto problematica; Jean e Martine ci scrivono per rassicurarci del buon andamento della vita di Fddpa, mentre il paese è in continua protesta (con morti e feriti) per il caso “Petrocaribe”. Di questo abbiamo informato recentemente come i governi – compreso l’attuale – abbiano nel tempo rubato i fondi destinati ai servizi sociali per circa 3,8 miliardi di dollari, una cifra enorme per Haiti. Le proteste si sono estese a tutto il paese e il governo di destra di Moise è in crisi. FDDPA ha già dato avvio ai lavori di costruzione di un’aula a Fondol di cui si era rilevato una grande urgenza perché la partecipazione alle scuole è aumentata, portandosi ai livelli di un tempo, dopo che il programma di governo “PSUGO” di dotare tutte le comunità di scuole primarie sostenute dallo stato è fallito. Si prospettano aiuti anche per borse di studio specifiche nel campo dell’agricoltura e della salute. Tra le questioni discusse perché in via di attuazione, rileviamo la questione latrine comunitarie. A metà novembre Anna Zumbo di Popoli in Arte con Jean e Martine hanno visitato un paio di esperienze di speciali latrine che separano i liquidi dai solidi, sono permanenti e non impiegano acqua. Si vedrà nel futuro come continuare, l’idea è buona ma è stata poco sperimentata nel paese, anche i costi di costruzione sembrano elevati. Ci siamo scambiati anche notizie della rete nazionale, con l’invito a partecipare al prossimo convegno sulla figura di Ettore Masina presso l’università Roma3 in cui Ercole Ongaro farà un intervento a nome della Rete. L’incontro si è concluso con gli auguri di buon anno e la speranza di continuare a mantenere vivo l’interesse e l’impegno con i nostri amici di Haiti.

Carissima, carissimo, in questi ultimi decenni ci siamo ubriacati di falsi valori che hanno avuto la conseguenza, dietro un apparente benessere, di peggiorare la vita di tutti. Guardiamoci intorno: siamo circondati da rapporti umani pietosi, la terra è malata, l’aria irrespirabile, il cibo avvelenato. Per questo credo sia necessario ricominciare da ciò che, dentro queste macerie, può aiutarci a ricostruire qualcosa di autentico. Innanzitutto renderci conto che bisogna capovolgere la logica di questo consumismo, viviamo con la smania di avere sempre di più, convinti che solo appagandola si può stare meglio. In realtà ognuno di noi ha bisogno di pochissime cose per rendere giustizia del fatto che vive. Ognuno di noi ha bisogno di sentire il valore della sua umanità. Oggi pensiamo di aver capito tutto, di non aver bisogno di nessuno. E invece abbiamo bisogno di imparare da tutti. Dom Helder Camara, grande vescovo brasiliano dei poveri, affermava: “Nessuno è talmente ricco da non aver bisogno degli altri, nessuno è talmente povero da non dare qualcosa agli altri”. Oggi viaggiamo con ritmi folli, con la continua ansia di correre. Ritrovare la lentezza, come scriveva il nostro amico Ercole Ongaro, anni fa, non vuol dire fare meno cose, ma fare una cosa alla volta. In questo periodo, forse perché gli anni che passano, mi commuovo sempre più spesso, a volte piango, mi è successo in questo mio novembre passato in Brasile visitando periferie impoverite dall’egoismo dei pochi, ne ho parlato nella lettera di dicembre, il dolore visto e ascoltato è stato troppo grande anche se vedi che il nostro condividere con loro momenti concreti, fatto di relazione e aiuto attraverso il sostegno ad alcuni progetti, restituisce loro la vita. Le lacrime ripuliscono gli occhi, ti fanno sentire la densità della vita, ti aprono dentro e senti dentro il nocciolo della vita. Oggi stiamo atrofizzando la nostra sensibilità. Stiamo perdendo il contatto carne a carne con l’altro. A me non interessa sapere se una persona crede o non crede, mi interessa piuttosto sapere se, davanti a uno che sta male, si ferma a soccorrerlo o passa oltre. E’ qui che rinnoviamo continuamente la nostra umanità, la nostra sensibilità, i nostri valori. Ho visto moltitudini di donne uomini e bambini senza dignità, fuori dalla vita, abbandonati sui marciapiedi o sotto viadotti. Oggi, in piena era della globalizzazione i virus non conoscono frontiere, di fronte a ciò come si possono combattere se non invitando a denunciarli con chiarezza e franchezza. In Italia il virus più virulento è quello dell’ignoranza che si porta con se due compari altrettanto pericolosi e invadenti: la violenza e la menzogna. Ne vediamo tutti i giorni i frutti, nella vita quotidiana, come nella politica. Sono virus tanto più insidiosi e pericolosi perché si istillano a piccole dosi e sono veicolati spesso dalla retorica, dal pensiero dominante. In buona sostanza, non se ne parla. La retorica dominante non ha interesse a parlarne e allora possono agire indisturbati. A questi virus che si propagano i più esposti sono i piccoli, i poveri, gli emarginati, quelli che fanno fatica, che il sistema tende a moltiplicare e a mettere l’uno contro l’altro. Lo vediamo molto bene attraverso il rigurgito di indecorose manifestazioni fasciste, sulle quali è giusto intervenire con fermezza, nonostante l’attuale ministro dell’interno abbia fatto suo l’antico slogan di Forza Nuova: Prima gli italiani! Di fronte a ciò urge un profondo esame di coscienza che guardi alle cause di questi fenomeni. Siamo di fronte ad una emergenza che va affrontata: l’ignoranza. Servono, dunque, anticorpi. Ma siamo in grado di produrli? E, poi, di diffonderli in modo che agiscano con efficacia? Rispondere a questi interrogativi forti non è facile, comporta che ciascuno, a partire dall’élite, si assuma le proprie responsabilità. Ma se non cominciamo a dire le cose con franchezza e sviluppare un vero dibattito civile, ci limiteremo, come sempre, alla pur sacrosanta indignazione del momento, che non impedisce ai processi di svilupparsi, mentre ciascuna parte si limita a tutelare i propri interessi, a partire da quelli elettorali. Cosa ci serve oggi per stare bene: amicizie, incontri, affetto. Non si tratta di fare un elenco, ma di alimentare la voglia di individuarle, non so se voi sentite quanta inconcludenza ci sia nell’andamento frenetico delle nostre giornate. Spesso giriamo a vuoto, come se ci mancasse un fulcro, come se non trovassimo un punto di appoggio. Eppure c’è. Ci deve essere. E cercarlo è indispensabile per star bene, vivere bene, godere dell’aver appoggiato la propria vita al posto giusto nel mosaico del mondo. Nessuno può fare questo al posto nostro. Possiamo però farci ispirare dalla forza di qualche esperienza, di qualche testimone. Ciò ci obbliga a scavare, guardarsi dentro, infine bussare alla porta del proprio io, del proprio cuore. Un inizio di risposta sarebbe già una buona partenza. E’ tempo di Natale, un caro amico della Rete, Luca Soldi ha scritto una riflessione a dir poco “meravigliosa”, che ci interroga su un fatto accaduto a Pistoia alcuni giorni fa, è con questa che ci facciamo gli auguri.
Antonio

Solo i topi lo hanno trovato di Luca Soldi
Le luminarie, i parcheggi pieni, i centri commerciali affollati per i regali di Natale sono stati disturbati poco da questo ragazzo, ormai uomo di 35 anni che aveva deciso di arrendersi. Pistoia non si è accorta di niente, ma la colpa non è della città. Poteva essere così per qualsiasi altro luogo, a Prato, a Firenze come a Roma o Napoli, il rito non può essere certo annullato per un fantasma che vuole farla finita con tutto. Forse adesso la notizia sarà arrivata nel suo Villaggio del Ghana. Forse una mamma e dei fratelli potranno piangere. Anche lui da sempre invisibile aveva percorso la solita odissea, era sbarcato nel 2011 a Lampedusa. In quei momenti, nei suoi occhi, nella mente aveva la disperazione di un viaggio fatto di angherie accompagnate però dalla speranza di essere arrivato in un mondo migliore. Ed invece le umiliazioni non erano mai finiti, le prospettive non erano mai arrivate. Era caduto nella trappola dei malvagi che alimentano le illegalità. Un po’ di elemosina offerta con un sorriso alleviava la miseria. E poi i nostri giorni, i documenti scaduti, il senso di oppressione e paura. Nessuno che ti considera. La preoccupazione per i propri cari che si aspettano un aiuto. Così ha deciso di farla finita, per sempre, in solitudine mentre a poche decine di metri la gente strusciava indaffarata nelle strade del centro. Si è impiccato, ma nessuno se n’è accorto. Lo ha fatto dove aveva trovato rifugio, in uno di quei tanti ruderi industriali che affollano di macerie le nostre città. Solo i topi dalle fogne se ne sono accorti. Ma anche loro si sono accaniti verso di lui dopo di che lo avevano fatto gli uomini. Lo hanno trovato quattro o cinque giorni dopo. La pietà umana lo ha raccolto devastato nel corpo e nello spirito. Adesso anche lui andrà a fare parte del Presepe. Diventerà anche lui, ultimo degli ultimi, un personaggio di quel Presepe che poco piace ai padroni del nostro destino. Troverà posto accanto ad un fuoco, per riscaldarsi, mai solo. Dove non ti allontanano per il colore della pelle, perché vieni dalla Giudea, dalla Palestina, perché sei del Ghana. Troverà un posto accanto a quel Bambino a cui diciamo di credere.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale Radiè Resch di Padova Dicembre 2018

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi,
altri che lottano un anno e sono più bravi,
ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi,
però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili.”
(Bertolt Brecht)

Buon Natale, Felice anno nuovo. Sono questi gli auguri che normalmente ci scambiamo, alla fine di questo mese.
Ci scambieremo gli AUGURI la sera di mercoledì 12 dicembre ore 20,30. Non solo auguri ma una serata di notizie da Haiti, dal nostro gruppo, di quanto si sta pensando e proponendo dalla Rete Nazionale: seminari regionali sull’informazione, solidarietà a Riace, seminario presso l’Università di Roma Tre dedicato a Ettore Masina (di seguito troverete la circolare nazionale a cura di Clotilde). Siamo continuamente di corsa. Abbiamo la necessità di fermarci per qualche momento, a riflettere. Fermarci per pensare sul futuro del nostro impegno con Haiti, scambiarci pensieri, preoccupazioni, guardare avanti per capire, per fare. Ritornare e ritrovarci nella casa di Gianna, ci fa ripensare alle sue sensibilità, al suo impegno telefonico per ricordarci l’incontro serale. Questo invito è anche il suo invito. Facciamo in modo di ritrovarci in tanti, invitiamo altri e passiamo parola.

Rete di Quarrata – Lettera Dicembre 2018

Carissima, carissimo, un tempo il mare che vide partire le caravelle dei conquistatori, oggi vede passare i figli dei conquistati, i quali chiedono giustizia e riparazione anche a costo della vita. A tutt’oggi i morti in mare sono ormai quasi trenta mila; padre Ernesto Balducci, autore tra altri, del magnifico libro “L’uomo planetario”, queste parole le scriverebbe e le urlerebbe, oggi. Lui con il suo scrivere profetico e precursore dei tempi, queste parole le urlerebbe con voce ferma e ammonitrice rinforzata dall’agitare l’indice della mano destra, ricordandoci che non possiamo essere felici da soli, ne creare muri. In questo tempo, in Italia si parla tanto di frontiere: la frontiera chiude, è sempre e solo uno sbarrare il passo. Eppure come Comunità Europea siamo stati capaci di unirci coltivando la cultura della diversità. La diversità è un valore e la dobbiamo salvaguardare, come la biodiversità in natura. Le nostre differenze sono una ricchezza ma, la diversità estremizzata diventa una spada brandita contro l’alterità. Diventa un solco invalicabile. Quando comprenderemo che la chiave di ogni uomo e ogni donna si trova negli altri, che è il contatto con il prossimo che ci fa capire realmente chi siamo? Per questo possiamo solo maturare quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per gli altri che non per noi stessi. Nei giorni delle sue conferenze dei primi di novembre in Italia, Frei Betto ci ha ricordato che il Samaritano di cui ci racconta Gesù non da lezioni di buona educazione, ma di amore. Davanti all’uomo in difficoltà non fa come il sacerdote o il levita, i quali mettono avanti i loro impegni religiosi, ma si china su di lui per vedere dove è la sua ferita. Un fratello. È così difficile pensare che l’altro sia così prossimo a noi? Ognuno di noi è imparentato con il mondo, carne della stessa carne, eppure viviamo sempre di più rafforzando quella scorza di individualismo e di egocentrismo che è l’origine di tutte le nostre sofferenze. La vita non è fatta per chiuderci nella nostra introspezione ma, per farci sentire che condividiamo con tutti gli stessi bisogni; ognuno di noi vuol sentirsi capito, ascoltato, amato. Il nostro vivere quotidiano, così cerebrale ha bisogno di spazi nuovi, appartati, per riscoprire la nostra umanità e uscire così dal guscio delle paure e delle differenze. La parabola del Samaritano ci chiede questo. Quando la vita di qualcuno è ferita, siamo disponibili a caricarcela sulle spalle? Quando siamo in difficoltà, sappiamo di poterci affidare alle braccia calde di un fratello o una sorella? In entrambi i casi l’aiuto più vero consiste nel sentire che non siamo soli. Diamo forza all’amore per spingere il carro del mondo. I muri creano separazione non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non nella geografia ma nella storia; soprattutto il muro non solo estromette il forestiero, l’emarginato, il muro chiude dentro il privilegiato e lo condanna all’asfissia. Da pochi giorni sono rientrato dal Brasile dove il tempo non solo sembra essersi fermato ma addirittura si profila un ritorno lontano nel tempo e nello spazio. Si respira un’aria di blocco dove ogni parola che non è funzionale al nuovo sistema Sergio Moro*-Jair “Messias”** Bolsonaro*** è guardata con sospetto e forte giudizio. I Movimenti popolari sono ancora scioccati e spaesati di fronte a tanta protervia del nuovo potere. Una mattina insieme a Emerson, educatore del centro San Martino de Porres di San Paolo, decidiamo di fare una passeggiata nella periferia est, dove la povertà si è moltiplicata in questi ultimi due anni, dopo il golpe istituzionale contro la presidente eletta Dilma che ha causato la chiusura dell’80% dei progetti sociali del governo. Lungo i muri della ferrovia sono nati interminabili accampamenti di legno, cartone e plastica di due metri per uno, quanto è largo il marciapiede, dove il vecchio e il nuovo popolo della strada si ripara la notte. Incontriamo José, nato nel nordest 69 anni fa. A 21 anni si è trasferito a San Paolo dopo essersi spaccato la schiena fin da piccolo lavorando da schiavo in una grande fattoria. Racconta che è arrivato senza saper ne leggere ne scrivere, riconosceva solo i soldi, pur avendone maneggiati pochi, attraverso i quali aveva imparato un po’ a contare. Iniziò a lavorare il giorno e a studiare la notte, fino alla terza media. Da 12 anni vive per strada, la notte si ritirava in un dormitorio pubblico ma 20 mesi fa è stato chiuso per mancanza di fondi. Grazie alle pratiche che l’assistente sociale del Centro gli ha aiutato a fare è riuscito ad avere una pensione sociale, insufficiente per pagare l’affitto di una stanza e bagno. Afferma con orgoglio che non è un mendicante, che è cosciente della sua condizione, evidenziando che tutti nel Brasile dovrebbero avere una vita degna, un alloggio, il diritto al cibo e alla salute, perché il Brasile è un Paese ricco. Si è abituato alla vita della strada, racconta che nel tempo che passa al Centro oltre a vedere la Tv giocare a biliardino, fare piccoli lavori con la carta, parla con i suoi compagni della carenza dei servizi sociali,denunciando che il comune e lo stato non hanno nessun interesse e nessuna iniziativa in relazione alla loro condizione. Dalla strada ci spostiamo nel Centro dove Emerson lavora (che come Rete di Quarrata sosteniamo attraverso un progetto). Gli addetti stanno distribuendo il pranzo principale del giorno, ci sono circa 500 persone, alcune decine di donne con bambini, tutti ordinatamente in fila: le donne con bambini usufruiscono di una via preferenziale. Ognuno è chinato sul proprio piatto, il silenzio la fa da padrone, solo rumori di spostamento di stoviglie e pentole enormi. Incontro Roberto seduto al tavolo, ha terminato di mangiare da poco, dopo qualche sbadiglio mi chiede di sedermi, inizia subito a parlare raccontando la sua vita. L’abbandono della madre in un collegio quando era piccolo, fino a 18 anni, quando il giudice intimò alla madre di andare a prenderlo perché maggiorenne, ma non lo portò a casa, non lo volle, lo lasciò da una parente con la quale si era accordata. “In quella casa non stavo bene, per me erano estranei, mi sentivo escluso, così decisi di andarmene e vivere in strada” racconta, dove continua a vivere. “Questo abbandono ha condizionato e rovinato la mia vita. Non ho ricevuto nessun aiuto psicologico, questa è una ferita che mi porterò sempre dentro. Qui incontro persone come me, che hanno sofferto, che hanno perso il lavoro, conversiamo, mangiamo e ci raccontiamo ciò che viviamo e vediamo ogni giorno”. Roberto si alza e mi saluta inserendosi raggiungendo pochi metri più in là un piccolo gruppo di amici. Si avvicina a noi Gustavo avendo notato che siamo stranieri, a domanda gli rispondo: italiani. Con il dito indica subito un gruppo di persone: “quelli sono tutti di origine italiana, vado a chiamarne qualcuno”. Lo fermo dicendogli che preferivo conoscere la sua storia. Mi guarda sorpreso ma felice. Ha 26 anni, apparentemente è forte, racconta che è un raccoglitore di carta (catadores), uno dei tanti che la notte pulisce la città dai cartoni che i commercianti lasciano sui marciapiedi. “Sono felice di pulire la città ma, il nostro lavoro non è riconosciuto. Siamo mal visti, giudicati, esclusi, la maggioranza delle persone pensano che siamo dei vagabondi. Non si domandano al mattino quando escono da casa perché è tutto pulito. Vorrei che chi ci giudica per una notte si mettesse al nostro posto: “un carretto da tirare su e giù per la città, fermarsi, caricare, legare, fino a riempirlo, spesso con un carico più alto di me anche di un metro”. Improvvisamente si alza, penso che se ne vada, invece mi invita fuori del centro per farmi vedere il suo carretto. “Vedi questi pezzi di copertoni di macchine messi uno sopra l’altro e legati a due assi di legno, servono per frenare nella discesa quando siamo carichi, altrimenti non avrei forza sufficiente per tenere il carico e ne sarei travolto, devo cambiare i pezzi di gomma almeno una volta la settimana. Non siamo vagabondi!.” Mentre lo afferma con severa autorità guarda alcuni suoi compagni e dice: “ognuno di loro ha il suo carretto, li vedi come sono ben parcheggiati lungo la strada, siamo una bella squadra”. Rientriamo è arrivato il suo turno (sono 6 i turni del pranzo… 500 persone) ci invita a mangiare con lui, accettiamo. Vado a comunicarlo a Francisco, l’educatore si unisce a noi. Riso, fagioli, pollo e insalata, piatto unico. Ottimo per noi, figuriamoci per Gustavo, un piatto che sembra un monte, il mangiare va in salita. Dopo averlo terminato si alza e ne chiede ancora, torna con metà piatto pieno. Infine un budino. Dopo qualche risata ci salutiamo, Gustavo va a riposare, sorridente ci dice: “questa notte sarà lunga e faticosa”. L’attenzione per i poveri non può essere un fatto occasionale, sporadico, deve essere una priorità politica. Ad ognuno la propria riflessione.

Buon tutto, Antonio

 

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Novembre 2018

La bellezza è
negli occhi di chi la guarda

Ciao a tutte e a tutti.In attesa delle “festività”, anche se il tempo non è molto clemente, auguriamo un buon autunno dai caldi colori. Di seguito trovate l’odg, del prossimo coordinamento del 24-25 novembre a Pistoia. Per partecipare e/o indicazioni: mariellaborelli@gmail.com Rete di Quarrata. Nelle pagine seguenti, abbiamo riportato la scheda del “Progetto don Milani” che è inserita nel sito della Rete. L’aggiunta finale ci ricorda il lancio della “Campagna per il diritto alla scuola”. Nella prossima lettera di Dicembre ci sarà l’invito per l’incontro del nostro gruppo. Segnatelo per tempo nel calendario…ci scambieremo anche gli auguri.

NOTIZIE E ATTIVITÀ DEL GRUPPO RETE LOCALE
Le Reti di Padova, Battaglia Terme e Isola Vicentina sono gruppi che si riuniscono periodicamente. Oltre a sostenere il progetto Dofiné – mantenendo costanti relazioni con il referente haitiano, visitando periodicamente le località dove FDDPA opera e invitando più volte responsabili e membri e altri membri dell’organizzazione in Italia – sono state attivate altre iniziative complementari coinvolgendo anche persone e gruppi esterni alla Rete per borse di studio, micro credito alle donne, sostegno alle banche sementi, corsi di formazione su tematiche legate alla salute. Esistono alcune pubblicazioni relative al progetto Don Lorenzo Milani, curate dalla Rete di Padova:
– Dofiné, una comunità che cresce (diario di viaggio), agosto 1998
– Viaggio ad Haiti, Padova 2009
– Marianita De Ambrogio, Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento, ed. Imprimenda, Padova 2014

Aggiunta finale.
Oltre al progetto che avete appena letto ricordiamo l’impegno annuale per sostenere la scuola professionale e le sezioni per l’infanzia “Gianna Bambini” per un costo annuale di 2.000 €. Campagna per il diritto allo studio: per costruire e attrezzare una sezione per l’infanzia a Fondol servono 8.000 €; per una borsa di studio annuale per una scuola professionale agraria servono 525 €; per una borsa di studio annuale per una scuola infermieristica servono 660€. Per far conoscere queste iniziative abbiamo preparato un pieghevole che… può essere utile per le vicine festività.

Lettera di novembre 2018

dalla Rete di Macerata
M. Cristina Angeletti

Carissimi/e, la recente notizia del crollo del ponte di Genova ha messo sotto i riflettori una delle industrie italiane fra le più rappresentative del capitalismo di casa nostra: la Benetton. Ho avuto, così, lo spunto per fare alcune considerazioni relative al cambiamento dell’imprenditoria italiana da ieri a oggi. Devo dire che i colori accesi nell’abbigliamento degli anni ’60 portano il nome di Benetton e sono stati l’inizio di una grande storia imprenditoriale che ha rappresentato la novità nell’industria tessile di quegli anni; più tardi la trasformazione industriale dalla produzione ai servizi con l’ingresso in autostrade, autogrill, aeroporti e con investimenti finanziari molto diversi da quelli di partenza hanno cambiato la storia di questa azienda simbolo del miracolo economico italiano. Bisogna riconoscere che i Benetton sono passati dai distretti industriali territoriali veneti a un’attività economica globale, tuttavia hanno rappresentato e rappresentano anche i limiti di tutto il capitalismo italiano un po’ pigro che vive più di rendita che di produzione. L’immagine di questo capitalismo è fortemente segnata da contrasti, perché da un lato abbiamo il ricordo di un imprese giovani, emergenti, quelle del miracolo economico degli anni ’60 e dall’altro di quelle odierne che si occupano di finanza, di delocalizzazioni, di cessioni; non ultima la recente cessione del gruppo Magneti Marelli ad una importante società giapponese. La nostra economia ha espresso delle dinamiche molto vitali negli anni ’60, ’70, anche attraverso piccole imprese, però questa spinta da tempo è venuta meno. Un motivo potrebbe essere che esse non hanno avuto la capacità di consolidare i risultati economici raggiunti, un altro che non sono riuscite a proseguire nel tempo la performance iniziale. Ecco quindi la parabola dei Benetton che nascono come imprenditori di successo nell’abbigliamento inventando le lane colorate e ottenendo uno straordinario consenso nel mondo anche grazie ad un marketing molto efficace e campagne pubblicitarie intelligenti con le fotografie di Oliviero Toscani. Poi quella inventiva nel tessile si è spenta e la famiglia Benetton, come altre famiglie industriali italiane, ha trasferito i suoi investimenti nel settore dei servizi che, pur essendo importanti nella nostra economia, sono legati allo Stato e alle tariffe pubbliche concordate; un fare azienda in modo diverso non più basato sul principio della concorrenza e dell’innovazione. Con queste scelte si è passati da un’economia reale forte e dinamica a un’economia dove l’intermediazione finanziaria ha la necessità di trovare delle intese con lo Stato e con altri Stati cambiando la natura di queste forze imprenditoriali. A tutto questo si aggiungano le privatizzazioni che lo Stato italiano è stato costretto a fare per entrare nell’euro. In quel momento Autostrade fu messa sul mercato con un’asta pubblica che fu aggiudicata ai Benetton per 8,4 miliardi di euro. Con quel passo è iniziato lo spostamento degli interessi dell’azienda non solo verso autostrade, ma anche traffico aereo con l’aeroporto di Roma, compagnie aeree (come quella spagnola), scali in Costa Azzurra, rete ferroviaria in Patagonia, l’Azienda Agricola a Maccarese di circa 4.500 ettari ( nata negli anni ’30, poi ceduta alla Banca Commerciale Italiana poi all’IRI, infine acquistata nel 1998 dalla Holding del Gruppo Benetton nell’ambito del programma di privatizzazioni avviate dal Governo). Se pensiamo alle immagini pubblicitarie della Benetton alcuni hanno interpretato il messaggio come apertura al diverso e altri come la faccia buona di una globalizzazione in realtà feroce che delocalizza ed emargina. Difficile tenere insieme queste anime. Da un lato c’è da dire che i quattro fratelli Benetton hanno fatto storia nel “self made man“, hanno fondato la holding “Edizioni” che si colloca, in termini di ricavi, immediatamente alle spalle dell’Eni, il colosso semipubblico nel settore energetico, quasi affiancando la holding della famiglia Agnelli detentrice, fra l’altro, di quote di Fca, Telecom Italia, Finmeccanica e Edison. Hanno realizzato anche una fondazione benefica di studi e ricerche rivolgendo una particolare attenzione alle tematiche ambientali di comune interesse, ma è bene anche ricordare lo sfruttamento dei terreni in Patagonia e Cile per l’allevamento di ovini e lo scontro con le popolazioni indigene, come i mapuche del Cile di cui si è parlato all’ultimo convegno nazionale della Rete dove dalla voce di un attivista “Josè Nain Perez” abbiamo appreso le grandi difficoltà affrontate da questo popolo per affermare il proprio diritto a esistere e non essere soffocato da altre culture ma sopratutto dalle multinazionali. Delocalizzazione e finanziarizzazione sono tipiche del capitalismo italiano, molte aziende, una volta raggiunto l’apice della loro intuizione imprenditoriale e del successo, invece di perseguire gli stessi obiettivi di partenza, hanno spostato i loro investimenti in altri settori economici e in altri paesi. E’ una dinamica storica che si ripete: al momento attuale il declino di queste formule imprenditoriali che hanno rappresentato il miracolo economico non viene sostituita da altrettanta energia imprenditoriale come quella manifestata in precedenza; manca, quindi, un processo di sostituzione con un’analoga presenza di forze che vadano a rigenerare quello spazio nella concorrenza imprenditoriale che un tempo fu presidiato da imprese quali Benetton, Agnelli, Lamborghini, Ducati, Gruppo Ferretti, Zanussi, Indesit, Ginori, Poltrona Frau, Sorelle Fontana, Valentino e che ora hanno quasi tutte spostato le loro attività fuori dall’Italia. Secondo un recente studio di Confartigianato le imprese italiane delocalizzate all’estero sono oltre 6.500, con un fatturato di 217 miliardi di euro e l’impiego di circa 835 mila operai e addetti lontani dai confini italiani. Il manifatturiero, in misura maggiore rispetto ad altri settori economici, sta migrando all’estero anche per quanto riguarda gli stabilimenti produttivi. E’ allarme da parte del centro ricerche di Confindustria sul manifatturiero italiano che perde unità produttive e posti di lavoro. I vari governi che si sono succeduti negli anni hanno, a mio avviso, una grossa responsabilità politica per non essere riusciti a definire nelle privatizzazioni regole e condizioni il più possibile favorevoli al pubblico interesse come il controllo e la sicurezza di cui oggi sentiamo tanto il bisogno a partire dalle autostrade fino alla raccolta dei rifiuti; né a realizzare politiche di investimento, forse rivoluzionarie, per riportare le produzioni in Italia in barba ai fogli Excel di costi e benefici che a rigore di matematica ancora spingono per la delocalizzazione. E’ quello che hanno capito gli Stati Uniti dove il governo sta incentivando le aziende che decidono di riportare in patria le produzioni.

Rete di Padova Ottobre 2018

Trova il tempo di riflettere: è la fonte della forza.
Trova il tempo di giocare: è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere: è la base del sapere.
Trova il tempo di essere gentile: è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare: è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo di amare: è la vera gioia di vivere.
Trova il tempo d’essere felice: è la musica dell’anima.
Sapienza Irlandese

Carissime/i, apriamo questa circolare con la triste notizia della morte di Riccardo Pergolis, marito di Sandra Romano, alcuni di noi sono stati al funerale e abbiamo dato l’abbraccio della nostra rete di Padova e Battaglia Terme. Vi invitiamo a leggere le numerose comunicazioni da Haiti, la Circolare Nazionale a cura della nostra rete e il breve riassunto dell’ultimo coordinamento.