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Rete di Quarrata – Gennaio 2017
 
Carissima, carissimo,
i dati sono evidenti, e non si può fare le facce sconvolte ogni volta che ne escono di nuovi, il rapporto di Oxfam ci riporta il vero problema della povertà mondiale, rappresentata da quei ricchi sempre più ricchi  che, ad esempio, posseggono in otto 426 miliardi di dollari: cioè la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia  3,6 miliardi di persone.  Secondo Forbes gli 8 Paperoni sono in ordine di ricchezza  Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffet, Carlos Slim, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Michael Bloomberg. Poi ovvio, non ci sono solo loro, ci sono anche gli altri 35 milioni che posseggono il 45 per cento della ricchezza mondiale. Alcuni hanno fatto i soldi con intelligenza o per intuito affaristico, altri invece, ed è  la schiacciante maggioranza di quei 35 milioni, si sono arricchiti con l’inganno (se va bene) o con la truffa, il ladrocinio. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione. Mentre 750 mlioni di persone, 1 su 8 non hanno accesso all’acqua potabile, 2,5 miliardi sono prive di servizi igenico-sanitari e più di un miliardo vive con meno di due dollari al giorno.
E i soloni, che sostengono che è tutta invidia sociale, non hanno capito niente di come vadano realmente le cose in questa società turbo-liberista e criminale. Oppure, il che è peggio, fanno finta di non capire. Il loro  è semplicemente un distorto spirito di emulazione che li porta ancora a credere nelle favole del sogno americano. Che fu. Altro che debito pubblico o amenità varie, quindi. Si tratta solo di avida ricchezza: nient’altro. Per spiegarmi meglio. I campioni strapagati del calcio, a quanto si sa, guadagnano onestamente i loro milioni di euro, seppur dando calci ad un pallone, cosa che la moltitudine degli italiani fa gratis o pagando addirittura il campo di calcetto. Resta comunque  il fatto che pur essendo un talento indiscusso e straordinario  della palla, i suoi guadagni stratosferici siano semplicemente folli e basterebbe smettere di andare allo stadio e non abbonarsi più alle pay tv per ridurre drasticamente i loro compensi. Ma molti altri siamo sicuri che siano diventati ricchi per proprie capacità? Dubito.
Prendiamo poi ad esempio la Grecia. Il reale stato di default della culla della democrazia dipende si dalla corruzione politica dei decenni passati ma è stata costruita ad arte per privatizzare e rendere la massimizzazione del profitto la regola. E come sempre a menare le danze ci sono le multinazionali, il mondo delle banche, imprenditori senza scrupoli. Quel famoso un per cento che l’onestà non sa nemmeno dove sia di casa. Hai voglia a dire che grazie al loro lavoro, a cascata, guadagnano anche tante altre persone. Ne siamo sicuri? E quale economia reale sviluppano, secondo voi? Carta straccia finanziaria, semmai. E inoltre: se la loro ricchezza finisce nei paradisi fiscali, senza reinvestirla, di cosa stiamo parlando? Avidità ed egoismo. Sono le uniche cose che costoro si porteranno nella tomba, tranquilli.
La verità è che l’attuale sistema economico favorisce solo  l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri. Il tutto grazie ad utili idioti  che sono stati messi a guardia dei loro averi: dirigenti dalle teste vuote e manager chiamati a far fallire le aziende e che in cambio ricevono liquidazioni milionarie. Come riporta il dossier della Onlus inglese, in occasione  della consueta e stucchevole parata del  World Economic Forum  di Davos, esclusiva località delle alpi svizzere. “Multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza  facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica”. Comprimere verso il basso i salari, sottolinea Oxfam. Le migrazioni di questi anni, i migranti dei barconi per i quali  è logico e cristianamente scontato offrire accoglienza e rifugio, servono in fondo esattamente a questo: ad alimentare una guerra tra  poveri in cui l’ultimo venuto, pur di lavorare, è disposto a decurtarsi la paga della metà e oltre. Non è un caso che nel ricco nord est di una volta i lavoratori italiani siano stati per anni sostituiti da maghrebini o rumeni. Il che va benissimo, per carità. Ma allo stesso salario degli altri, non un euro di meno. Invece, imparata la strada, gli imprenditori veneti o lombardi sono stati ben felici  di ‘assumere’ chi veniva da fuori: si chiama anche in questo caso massimizzazione del profitto. Poi, arrivata la crisi, sono tornati ad essere razzisti della prima ora: prima gli italiani e idiozie varie.
Secondo Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia “è osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini e che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui una persona su dieci sopravvive con meno di 2 dollari al giorno. I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco”. E’ insomma leggenda metropolitana che i miliardari si siano fatti  da sé: Oxfam ha calcolato ancora  che un terzo della ricchezza dei miliardari è dovuta ad eredità, mentre il 43% è dovuta a relazioni clientelari.
Tutto giusto. Ed è allarmante che la forbice tra ricchi e poveri si allarghi ogni anno di più. Del resto negli anni migliori della nostra vita, questa  sana distribuzione del reddito e della ricchezza aveva portato ad un benessere sociale talmente generalizzato da trascinare l’economia in un lungo periodo di espansione. Non ci vuole in fondo una laurea in economia per capire che la diffusione del benessere, la meritocrazia, l’uguaglianza sociale regalino il sorriso alle popolazioni di tutto il mondo, come nel trentennio 50 – 80 è stato, storture a parte. E in quel periodo che si è offerta la possibilità a tutti di studiare, curarsi, lavorare ricevendo  stipendi dignitosi e sicuri. Leggenda vuole che un giorno Henry Ford dichiarasse: “Perché strapago i miei operai? Perché devono essere in grado di acquistare le auto che producono”. Altro che Jobs Act.  Aveva capito tutto, il magnate dell’industria automobilistica. Va da se  infatti che, di questo passo, tempo dieci anni nessuno avrà i soldi per comprare più nulla e l’economia reale si bloccherà. Senza tanti giri di parole: si acquisterà solo gratis. Ma credete che alle élite finanziarie interessi?
Una cosa è certa: se non fermeremo subito l’abominevole malattia chiamata liberismo di questi ultimi trent’anni, le cose saranno destinate a peggiorare e il mondo pullulerà di schiavi. Attenzione: qui non si fa un encomio al socialismo o al comunismo. Qui si sta elogiando la  giustizia sociale secondo  cui un ricercatore capace magari di scoprire un vaccino contro i tumori è giusto che guadagni molto bene e senza esagerare, perché merita, ha studiato e salva vite umane.
La pancia della gente non è ancora vuota. Ma quando, purtroppo a breve lo sarà, a parere di molti, analisti, aspettiamoci una rivolta popolare in cui le classi dominanti verranno sopraffatte dalla moltitudine. Classi dominanti che  proveranno a reagire soffocando con la repressione la ribellione. Come andrà a finire lo scopriremo solo vivendo. Ho idea che faranno la fine di Maria Antonietta, la regina delle brioches. Ricordate: “perché il popolo si ribella?”. Le fu risposto: “chiede pane, ha fame”. Risposta: “Se non hanno più pane, che mangino brioches”.
Siamo nel pieno di un terremoto umano che viene dal nostro dentro, costruito nella nostra società, la “fabbrica dell’esclusione”, dove i ricchi sono sempre più straricchi e i poveri diventano sempre più masse in cammino, dove l’urgenza è proteggere le persone che sono sole, abbandonate, scartate da questo nostro sistema. Manifestiamo il nostro no a questo tipo di società, amplifichiamo le continue denunzie di papa Francesco, raro punto di riferimento rimasto, contro gli egoismi, le guerre e le ingiustizie che si compiono quotidianamente. Tanti, troppi, forse tutti ci sciacquiamo la bocca con parole come: solidarietà, fraternità, giustizia, dialogo, incontro, accoglienza, amore. Tutte queste parole sono mature unicamente e solamente nella misura in cui siamo capaci di “donare”. Ai super ricchi, ai signori della guerra, a chi volge lo sguardo dall’altra parte e agli indifferenti ricordo che questa volta la forbice potrebbe stringersi davvero  proprio intorno a loro. Fino a soffocarli.
Antonio
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CIRCOLARE DELLA RETE ROMANA – GENNAIO 2017

Invitata da Mauro e Angelo a scrivere sulla Palestina per la circolare di Gennaio 2017, non posso non ricordare che siamo alle soglie dei 50 anni di occupazione militare di tutta la Palestina da parte di Israele.

Nel giugno del 1967, durante la cosiddetta guerra dei 6 giorni, io ero là tra Amman e Gerusalemme. Le due sponde del Giordano, ad est la Cisgiordania e ad ovest la Giordania, furono unite sotto il nome di Regno Hascemita di Giordania. Israele, sostenuta dagli Stati Uniti e appoggiata da gran parte dell’Europa, conquistò – insieme al Golan in Siria e al Sinai in Egitto – la Cisgiordania e Gaza facendo sua l’intera Palestina. Da allora, la popolazione palestinese viene sottoposta a vessazioni continue, impedita nella sua libertà di movimento, non rispettata nei suoi diritti fondamentali di persone con pari dignità col popolo occupante.

Ben presto i coloni ebrei, provenienti dai vari paesi arabi e da tutto l’Occidente, invasero le proprietà dei palestinesi, costringendo spesso questi ultimi ad abbandonare le proprie case quando non s’intimava loro di distruggerle, dietro mandato militare con pretesti di irregolarità. In molti casi furono gli stessi palestinesi chiamati a ricostruirle per i coloni in cambio di un misero salario. Ho visto palestinesi lavorare alla costruzione del muro di separazione e alla mia domanda sul perché accettassero di far così del male a se stessi, risposero: “ho moglie e figli da sfamare”.

Tornando a quel giugno del 1967, le persone cacciate dalle loro case di Gerusalemme, Betlemme, Ramallah ecc. riempirono gli uffici della Sicurezza di Amman, dove risiedevo. Gli stranieri, in quei giorni, furono sollecitati a lasciare il paese. La Questura mi chiamò per verificare se la mia richiesta di cittadinanza sarebbe da me confermata o meno. Da un breve colloquio, colsero la mia determinazione mi dissero di considerarmi una di loro per cui non avrebbero voluto che fossi costretta a lasciare il paese. Fui così invitata a recarmi in Tribunale, con la Bibbia in mano, per il mio giuramento di fedeltà alla patria. Per volontà del Re mi fu conferita la cittadinanza giordana, come a qualsiasi palestinese residente in quel paese; ciò fu per me la più grande prova di amore e di stima reciproca tra me e quel popolo.

Furono giorni difficilissimi! I Palestinesi, cacciati da Gerusalemme e da tutta la Cisgiordania, affluirono in massa ad Amman, dopo giorni e giorni di cammino attraverso il deserto, incalzati dall’esercito israeliano con i fucili spianati. Alcuni arrivarono feriti, altri persero dei loro cari lungo il viaggio, specie bambini e anziani, per disidratazione e sfinimento. Grazie alla mia cittadinanza giordana mi fu possibile, insieme ai miei colleghi dell’università di Amman che frequentavo come uditrice, fare del volontariato a Wadi Dilayli, uno dei campi allestiti dalle autorità giordane per accogliere i profughi della Cisgiordania. Per quattro mesi, ogni giorno, partivamo la mattina presto per rientrare a sera inoltrata. Alcuni di noi si occupavano di far scuola ai bambini, altri dell’assistenza sanitaria o della distribuzione di acqua e pane. A me, la più grande per età, affidarono la responsabilità di fare la cucina per 16.000 persone, affiancandomi alcuni giovani dell’esercito e un gruppo di scout. Pensai subito di coinvolgere anche alcuni rifugiati e insieme organizzammo il lavoro di preparazione e distribuzione del cibo. La nostra fu come una grande famiglia dove si respirava angoscia e dolore, ma insieme cercammo di dare una mano a tutti. Tornando a casa la sera, molti degli oggetti di cui ci si serve abitualmente: piatti, bicchieri, posate, contenitori vari, sedie ecc. ecc. mi sembrarono superflui dal momento che nel campo bastava un barattolo vuoto per attingere l’acqua da un bidone e dissetarci tutti. Quel campo profughi fu per me una grande scuola di solidarietà e di umanità condivisa!

50 anni non sono bastati a ristabilire il diritto internazionale in terra di Palestina! Il dramma continua, tra alti e bassi, tra ribellione e resistenza nonviolenta. Ci sarebbe tanto da dire sulle umiliazioni cui è sottoposto il popolo palestinese: le atrocità commesse da militari israeliani e dagli stessi testimoniate, le carcerazioni amministrative di tanti giovani palestinesi e persino di adolescenti e di bambini, le scorribande dei coloni ad Hebron contro i beduini e il loro bestiame, il pestaggio dei palestinesi mentre raccolgono le proprie olive, le barche dei pescatori di Gaza speronate e sequestrate dalla Marina militare israeliana pur trovandosi entro le miglia fissate da Israele e tanto altro: dalla giudeizazione di Gerusalemme Est alle reazioni scomposte di Netanyahu per le decisioni dell’Unesco sui diritti dei palestinesi, ma anche ai traguardi raggiunti dai movimenti dei BDS, sostenuti da un numero crescente di ebrei israeliani, le stesse rivolte interne ad Israele per più giustizia ecc. ma in questo momento credo opportuno dare spazio alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la colonizzazione israeliana della Palestina.

Secondo Barak Ravid su Haaretz del 24 Dic. 2016, gli USA per otto anni hanno messo in guardia Netanyahu da una politica che avrebbe avuto un costo, ma lui ha preferito tenersi buona la lobby delle colonie. Il suo insuccesso al Consiglio di Sicurezza, afferma Barak,“rivela ancora una volta quanto chiaro e netto sia il consenso internazionale contro le colonie”. Non si tratta solo di Obama, ma ha votato a favore della risoluzione il governo inglese di destra, col primo ministro Theresa May e il ministro degli Esteri Boris Johnson, i governi di Spagna, Russia e Cina, forse più interessati alla tecnologia israeliana che ai palestinesi, la Nuova Zelanda, col suo capo di governo di destra, Bill English, che nel 2003 rimproverò il ministro degli Esteri del suo Paese per aver abbracciato Yasser Arafat.

Il prof. Mazin Kumsiyeh, incontrato nel nostro viaggio RRR del 2010 all’Università di Bethlem, attivista per i diritti del suo popolo, nella sua ultima mail riporta che dagli Accordi di Oslo 1994, quando “l’Autorità Palestinesesi fece subappaltatrice dell’occupazione israeliana” i coloni in Cisgiordania, da 150.000 sono diventati 750.000 e i 50 paesi che non avevano riconosciuto Israele lo fecero dopo Oslo.

Molti analisti, a suo dire, considerano la risoluzione ONU una vittoria sebbene manchino i meccanismi di applicazione e la violenza dei coloni sia stata equiparata a quella dei colonizzati, senza mai pronunciare la parola Palestina. Nell’attuale situazione, Kumsiyeh vede due sole opzioni possibili: che l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) non interrompa la collaborare per la sicurezza d’Israele continuando a tarpare le ali ai movimenti di protesta o in alternativa che dica alla comunità internazionale che se entro due settimane Israele non toglie l’assedio a Gaza e non annuncia il congelamento di ogni costruzione sotto la supervisione dell’ONU, l’ANP fermerà ogni azione per la sicurezza di Israele. Opportunità da non perdere in questo passaggio Obama –Trump !

Melman, nel Middle East Eye del 24 Dic.2016, presenta la risoluzione ONU come uno shock per Netanyahu e per il suo governo di destra. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha più volte approvato risoluzioni contro l’occupazione israeliana e la sua politica illegale di colonizzazione del territorio palestinese. Ma in questa occasione la risoluzione sottolinea il ruolo distruttivo delle colonie nel dividere la Cisgiordania per impedire la nascita di uno Stato palestinese con continuità territoriale.

Che dire del neo presidente eletto Trump quando afferma: “Le cose saranno differenti dopo il 20 gennaio” eal New York Times dichiara: “Mi piacerebbe molto essere quello che ha reso possibile la pace tra Israele e Palestina”. Non è chiaro come si muoverà pur affermando che porterà l’ambasciata USA a Gerusalemme. Come mediatore tra Israele e Palestina potrebbe incaricare il generoJared Kushner, marito della figlia Ivanka, di famiglia ebraico-ortodossa.Alcune delle sue nomine, comunque, fanno già discutere.

Di positivo negli ultimi eventi c’è che finalmente sentiamo parlare di nuovo di Palestina! Mi attendo che i cambiamenti più significativi partano dall’interno di Israele, se la sua popolazione saprà reagire alla politica di isolamento internazionale che Nethanyhau la sta spingendo sempre di più.

Un segno di speranza ci viene dalla commovente marcia che nell’ottobre scorso ha visto migliaia di donne ebre, cristiane e musulmane unirsi in un cammino di pace verso Gerusalemme. La loro canzone è frutto di un’alleanza tra artiste folk israeliane e palestinesi. Essa celebra l’ultima iniziativa del movimento delle “donne per la pace”, WomenWage Peace, nato in Israele nel 2014, promotore di unamarcialunga 200 chilometri. Israeliane, palestinesi e africane, vestite di bianco, tra canti, abbracci e invocazioni di pace, hanno ribadito: “Non ci fermeremo finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti un futuro sicuro”.

Concludo ricordando la prossima conferenza multilaterale di Pace che si terrà a Parigi il 15 Gennaio 2017, vista dall’ANP come il vertice dopo la Risoluzione ONU per fermare le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est, e da Lieberman, Ministro della difesa israeliano, come:” un tribunale contro Israele… un incontro di antisemiti”.

La lotta continua…RESISTERE; RESISTERE; RESISTERE!

Auguro a tutti/e BUON ANNO 2017!

Agnese-Anissa Manca

Rete di Quarrata – Lettera Dicembre – Natale 2016

Carissima, carissimo,
cos’è il Natale? Una coppia di Nazareth, Maria e Giuseppe, vanno a Betlemme. Là sono respinti e convocati per il censimento dell’Impero Romano. Ci sono varie ipotesi circa il motivo per cui furono respinti. La mia è che lo furono perchè Maria era gravida e non erano sposati ufficialmente. Quindi, occuparono una terra che non era loro, privata. Io in genere scherzo, e mi piace teatralizzare ciò che ha fatto Gesù, perciò dico che il giorno seguente il “Quotidiano di Gerusalemme” deve aver titolato in prima pagina: “Famiglia di senza terra e tetto (due delle tre T su cui papa Francesco ha convocato a Roma i rappresentanti dei Movimenti Popolari di tutto il mondo dal 2 al 5 novembre scorso, la terza T era trabalho-lavoro) occupa una proprietà rurale” Gesù è nato in una stalla. Ciò è molto simbolico. All’epoca di Gesù, chi aveva a che fare con gli animali, come il macellaio, era socialmente emarginato. C’è chiaramente nella Bibbia. Ma molti non hanno occhi per vedere e voce per parlare.
Nonostante questo scenario il nostro Natale si è trasformato in una festa di scambio di regali. Il Natale di Gesù ha un significato religioso molto forte ed è molto seducente dal punto di vista del suo simbolismo. Il Mercato è stato elevato a nuovo Dio, sta sempre più oscurando la dimensione liberatrice di Gesù di Nazareth e imporre il Babbo Natale. C’è una “babbonatalizzazione” che trasforma il Natale in una festa di consumo.
Oggi di fronte agli avvenimenti che si susseguono dobbiamo riscattare la spiritualità e il sentimento religioso della festa. Altrimenti, entreremo nel grande paradigma della post-modernità, che è il mercato e non la solidarietà e la complementarietà.
Oggi il mercato vuole imporsi sulla post-modernità con la mercantilizzazione di tutte le dimensioni della vita. Ciò si vede in modo chiaro nelle due grandi feste cristiane, il Natale e la settimana Santa: la Pasqua. Entrambi sono diventati periodi di breve o lunga vacanza. Pochi si ricordano che sono la celebrazione della nascita, della morte e la risurrezione di Gesù.
L’elezione di papa Francesco ha sconvolto lo scenario mondiale, un latino-americano che ha molta sensibilità per la questione sociale, per l’incontro, per la misericordia, per l’accoglienza e la relazione. Quell’accoglienza che era stata negata a Maria e Giuseppe. Ha abbandonato una serie di simboli che erano segno di nobiltà, come la tiara, le scarpe rosse (di Prada) e la croce d’oro. Ha abbandonato titoli che derivavano dall’Impero Romano e non dalla tradizione cristiana, come “sommo pontefice”. E’ interessante il fatto che preferisca abitare alla Casa di Santa Marta, che è una casa che fa ospitalità, con un refettorio usato da persone che lavorano in Vaticano, lasciando la residenza pontificia.
Ha nominato una commissione di otto cardinali, di cinque continenti, per studiare e realizzare la riforma della Curia romana, vorrebbe riformare o addirittura abolire la Banca vaticana, arrivando a dire con forza: ”il denaro è lo sterco del diavolo e Gesù non aveva una Banca!” “De-naturalizzare la miseria, de-burocratizzare la fame.” “I Migranti non sono un pepricolo, ma sono in pericolo!”
Ha messo con forza al centro del suo annuncio, dando segni concreti profondi alla Chiesa: l’importanza dell’opzione per i Poveri, i prediletti di Dio! Denunciandone le forti e inaccettabili disuguaglianze sociali! Ha aperto strade per una nuova teologia, soprattutto rispetto alla morale sessuale, tema congelato all’interno della Chiesa dal 16° secolo. Altre sfide ha aperto, dalla questione dell’ordinazione delle donne alla morale sessuale, dalla questione finanziaria alla corruzione. E ancora: il celibato e il ritorno al ministero dei sacerdoti sposati. La sua teologia è liberatoria, lontana dai fondamentalismi reazionari, una teologia che considera tutti noi cristiani discepoli di un prigioniero politico. Gesù non è morto di epatite nel suo letto, nè perchè investito da un cammello mentre attraversava la strada a Gerusalemme. Gesù è stato arrestato, torturato e giudicato insieme a due ladroni. Condannato a morte dal potere politico, economico e religioso del tempo.
Che tipo di fede in Gesù abbiamo noi cristiani, se non mettiamo in discussione questo disordine stabilito? La fede che Gesù aveva lo ha portato ad essere considerato sovversivo, dunque una minaccia, per questo è stato eliminato. Non è questione di politicizzare la storia, è rileggere il passato come è stato realmente.
Dobbiamo, come ci insegna papa Francesco, vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perchè il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio diventi veramente efficace.
Accogliere Gesù che nasce e il nuovo anno che arriva come un tempo di cambiamento, di più luce per cogliere i semi di bontà sparsi nella terra durante l’anno passato e garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace.
Accogliere il nuovo anno come un tempo di profondo rinnovamento della vita. che necessariamente si deve ripercuote nella persone intorno a noi e in tutto l’universo. Dove la diversità non debba più essere avversità, cessando di etichettare le persone senza conoscerle, senza conoscere la loro storia le loro sofferenze, le loro gioie. Perchè le loro sono storie non derive irreversibili. Spesso viviamo accanto alle persone ma non siamo loro vicine. Dobbiamo fare strada ai poveri senza farsi strada, attaccati ai volti e alle storie, perchè quando i poveri diventano solo cifre, statistiche, burocratizziamo il loro dolore. Quando la miseria cessa di avere un volto, possiamo cadere nella tentazione di iniziare a parlare e a discutere  fame. di alimentazione, di violenza, lasciando da parte il soggetto concreto, reale, che oggi bussa alla nostre porte, che sia un vicino od un lontano.
E’ a questo punto che dobbiamo scegliere, fidarsi e affidarsi, un percorso da vivere insieme per dare corpo al “noi” tanto proclamato ma poco attualizzato.
Dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi.
Termino ricordando ad ognuno di noi, in questo tempo di violenza, di odio, che l’amore e la relazione devono essere riportate al centro della nostra esistenza, perchè il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.
Perchè come afferma Frei Betto, domenicano brasiliano, incarcerato e torturato durante la dittatura brasiliana: “l’odio fa male a chi odia, non all’odiato!”
Il mio augurio è che ognuno di noi, crei la condizione di fare spazio all’uomo e all’umanità, al creato e alla natura, per ascoltare con attenzione ciò che papa Francesco nella sua enciclica Laudato si, chiama: ecologia integrale. Cioè ascoltare senza dividerlo: il grido della terra e il grido dei poveri.
Ad ognuno la propria responsabilità: Cainooo? Dov’è tuo fratello!
Buon Natale e buon inizio, Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Novembre 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, la circolare nazionale degli amici di Castelfranco ci propone un racconto molto interessante sulla solidarietà concreta, vissuto dai congolesi e da Fabio e Marta, veneti, con tutti i problemi legati a costruire una nuova forma di sostegno, un vero progetto per costruire un centro di salute e di aggregazione sociale in una zona dell’Africa molto difficile per un mucchio di ragioni, ma soprattutto perché è una zona da sempre depredata di tutte le ricchezze che ci sono e ci sono state. Siamo ancora tutti colpiti dall’elezione del nuovo presidente USA, Donald Trump, che non sembra davvero orientato ad una condotta solidale nel mondo, anzi. Ricordiamo che nella storia solo i presidenti democratici hanno permesso dei miglioramenti nei paesi più poveri, soprattutto dell’America Latina. Col Messico c’è già ora un alto muro per impedire lo sconfinamento incontrollato di chi fugge da povertà e miseria, vedremo ora cosa sorgerà e succederà. Ma ne parleremo più diffusamente nel 2017, vediamo intanto anche cosa succede in Europa e in Italia, se quel populismo, quel rifiuto di accordi e di accoglienza, continuerà anche nelle prossime votazioni. E intanto a New York sfilano cortei contro Trump, che non è il presidente di tutti, e, dicono alcuni, i cortei sfileranno per 4 anni, il tempo della presidenza negli USA. Le mie considerazioni di questo mese sono orientate al discorso di papa Francesco rivolto ai movimenti popolari, il cui testo è girato anche nella lista postale della rete a inizio novembre, che richiede comunque una grande riflessione per la pregnanza dei contenuti. Che sembrano banali e semplici, ma sono centrali per la vita, e per la vita di tutti gli uomini. Ecco una breve sintesi di quel discorso, fatto a Roma il 5 novembre 2016; erano presenti anche alcuni rappresentanti dei gruppi locali della Rete Radié Resch. Mettere l’economia al servizio dei popoli, costruire la pace e la giustizia, difendere la Madre Terra: sono la base di qualsiasi discorso di solidarietà: senza un’economia che non sia di rapina e di discriminazione, senza una giustizia che assicuri il rispetto dei diritti di tutti, e senza un’attenzione alle risorse naturali, di cui tutti devono poter usufruire, non può esserci solidarietà. Il papa distingue nella sua analisi 3 punti fondamentali, intorno ai quali sviluppare la riflessione solidale, pregni di molti significati, e cioè 1. il terrore e i muri, 2. l’amore e i ponti, e infine 3. bancarotta e salvataggio. Nel 1° punto parla della enorme forza del denaro, che governa tutto il mondo col terrore, con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza, economica, sociale, culturale e militare. E’ una vera dittatura economica globale, che si sostiene col terrore, con massacri, saccheggi, oppressione e ingiustizia, e con la guerra e con i muri. Occorre coraggio e misericordia per opporsi a tutto questo, perché tutti i muri sono destinati a cadere, cadranno: il 9 novembre 1989 cadde il muro di Berlino! Quando cadrà il muro di Gerusalemme? Il 2° punto si focalizza sull’Amore, sulla forza dell’amore, che giudica anche tutte le religioni, i sistemi ingiusti, e ipocriti. Cita il racconto del vangelo e l’esempio di Gesù (è il papa!), con la sua critica ai farisei ipocriti che si opponevano alle guarigioni in nome delle regole, in nome della legge. Il vero sviluppo dell’uomo non è la crescita economica, poter comperare le ultime novità tecnologiche, buttando le precedenti, che vanno scartate. Il vero sviluppo rispetta l’uomo nella sua interezza e rispetta il creato, la casa comune. Nel 3° punto parla del dramma dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati, lui che ha incontrato personalmente i rifugiati a Lampedusa e a Lesbo, quelli che soffrono 3 drammi, lo sradicamento della loro patria, i rischi del viaggio (quanti morti!) e il rifiuto dell’accoglienza. La paura impedisce di vedere quelle tragedie, quei volti, quel sangue, è la bancarotta dell’umanità, che non vuole spartire niente, non vuole salvare l’altro, sporcarsi, perdere le proprie ricchezze. E queste riflessioni portano alla crisi della politica, al rapporto offuscato fra popolo e democrazia, che occorre sia rinfrescato e rinnovato. E sta parlando ai movimenti popolari, che costruiscono ogni giorno una politica vera e concreta, dalla parte di cose piccole e spesso degli esclusi, quindi movimenti che rinnovano la politica, rifondano le democrazie. Perché il futuro dell’umanità non è nelle mani dei grandi leader, delle élites, ma nelle mani dei popoli. Il rischio di chi si impegna in politica è di farsi incasellare in ideologie e dimenticare le persone, o di lasciarsi corrompere; e la corruzione si trova certo nella politica, ma anche nelle organizzazioni sociali e popolari, dimenticando il vincolo dell’onestà e la scelta dell’austerità. L’esempio di una vita austera al servizio del prossimo, scrive papa Francesco, è il modo migliore di promuovere il bene comune. Anche sbagliando, ma perseverando, presto o tardi vedremo i frutti di questa azione. Contro il terrore il miglior rimedio è l’amore, l’amore guarisce tutto. E il papa ha citato il pastore Martin Luther King: “se rispondi ad un colpo con un altro colpo, si continua all’infinito e non si finisce mai. La persona forte è quella che è capace di spezzare questa catena dell’odio”. Vi ricordo il nostro prossimo appuntamento del 29 novembre, l’incontro a Sezano con un palestinese particolare, di Gaza, il dottor Deeb Albulahisi, medico che lavora a Verona da molti anni. Ci parlerà di casa sua a Gaza, dove abita ancora la mamma, era andato a trovarla perché malata e non ha ottenuto per molto tempo il permesso di tornare. Per questo l’appuntamento avviene ora, volevamo incontrarlo l’anno scorso, ma il veto di Israele l’ha fermato. Così la nostra attenzione sarà ancora focalizzata sulla Palestina. Alle 20.45 al Monastero di Sezano, in Valpantena, vicino a Santa Maria in Stelle.

Un caro saluto a tutti, a presto

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Roma – Novembre 2016

Carissimi amici e amiche, Mauro mi ha chiesto di parlarvi del Brasile oggi e io naturalmente non posso che parlare di Brasile e Movimento Sem Terra, anzi di Movimento Sem Terra nell’attuale congiuntura brasiliana e internazionale.

Il Movimento Senza Terra tra repressione e progetti di articolazioni nazionali e internazionali dei movimenti popolari

Il Brasile sta vivendo 4 gravi crisi, ha detto spesso Joao Pedro Stedile nei discorsi degli ultimi mesi. Una crisi economica, che è alla base di tutte le altre, una crisi sociale perché i problemi della popolazione non vengono risolti, una crisi ambientale perché c’è un’aggressione crescente del capitale nei confronti dei beni della natura senza misurarne le conseguenze. Esempio di quest’ultima crisi è il “crimine” di Mariana, la rottura delle dighe del deposito di rifiuti tossici dell’impresa Vale, nelle località di Fundão e Santarem, nel comune di Mariana, che ha prodotto – proprio un anno fa – il maggior disastro ambientale della storia del Brasile. E infine c’è una crisi politica, che è il risultato del fatto che i capitalisti si sono appropriati della democrazia rappresentativa e – attraverso il finanziamento privato delle campagne – eleggono chi vogliono. Il Parlamento quindi è completamente dissociato dalla volontà della popolazione ed è questo Parlamento che ha portato a compimento, alla fine dello scorso agosto, un vero e proprio golpe istituzionale.

Il golpe

L’impeachment di Dilma Roussef – che non ha motivazioni solide dal punto di vista giuridico – e il fango gettato sul PT (presentato dai media come l’unico partito corrotto del paese) sono frutto di un patto tra borghesia, parti della settore giudiziario e mezzi di comunicazione nelle mani delle elite. Le elite non hanno accettato la rielezione di Dilma nel 2014. Avevano fatto di tutto per mettere in crisi la sua leadership. Ma i 40 milioni di brasiliani sottratti alla miseria hanno pesato più dei forti limiti del suo governo (che non ha fatto, come i precedenti governi Lula, riforme strutturali) e della volontà della borghesia che, di fronte alla crisi, voleva riassumere il potere in prima persona, per rilanciare il progetto neoliberista e recuperare i propri margini di profitto, impadronendosi di tutte le risorse del paese, a cominciare dal giacimento del petrolio del pre-sal. Anche agli USA non piaceva un Brasile autonomo, che con i BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) metteva in discussione i suoi interessi geostrategici e lavorava all’integrazione latinoamericana.

Le scelte del governo golpista

Il governo golpista di Temer sta portando avanti il progetto neoliberista tagliando le spese sociali e privatizzando. Una riforma costituzionale – la PEC 241 – metterà un tetto, per 20 anni, alle spese del governo per i servizi pubblici, con effetti drammatici su sanità e educazione. Lo stesso ministero che si occupava di Riforma Agraria è stato abolito e tutti i progetti che sostenevano i piccoli contadini e gli insediati sono stati fortemente ridimensionati o a rischio di totale chiusura.

La repressione dei movimenti sociali

E da qualche mese – già da prima della concreta realizzazione del golpe – è ripresa in modo violento la repressione nei confronti dei movimenti sociali.

Il MST si è speso molto nel tentativo di organizzare la resistenza di fronte al golpe, in particolare con il Frente Brasil Popular. Il Frente, mettendo insieme forze diverse del campo e della città, vuole stimolare la discussione di massa di un nuovo progetto che faccia uscire il paese dalle crisi dal punto di vista della classe lavoratrice, è impegnato nella formazione militante, e nel tentativo di organizzare mobilitazioni di massa.

Il Movimento sta subendo, per questo suo forte impegno, una vera persecuzione: arresti e lunghe detenzioni ingiustificati, tentativi di inquadrarlo nella legge relativa alle organizzazioni criminali, militanti uccisi in aree calde in cui le terre occupate fanno gola a grandi imprese come la Araupel, presente nella zona di Quedas in Paranà, quella della ex-fazenda Giacometti (vi ricordate la foto di Salgado con la catena del cancello spezzata?). Aziende che si erano impadronite delle terre illegalmente. Le avevano grilade, come si dice in Brasile.

L’aggressione alla ENFF (Scuola Nazionale Florestan Fernandes, quella che la Rete appoggia da diversi anni)

E’ di venerdì 4 novembre l’intervento di 10 macchine della polizia alla Scuola Nazionale Florestan Ferandes alla ricerca di militanti del Parana, accusati dei più vari misfatti, come quello di appartenere a una “organizzazione criminale”. I poliziotti sono entrati sparando ad altezza d’uomo contro la vetrata della segreteria della scuola. Il bibliotecario, un signore di 65 anni con il Parkinson è stato spinto a terra e si è rotto una costola.

Mentre in Brasile, a Guararema, vicino a San Paolo, succedeva questo, Joao Pedro Stedile stava partecipando a Roma al 3° Incontro dei Movimenti Popolari in dialogo con Francesco, di cui dalle origini, nel 2013, è stato uno dei principali organizzatori.

Il MST – che ha visto il giorno 5 convenire alla Florestan Fernandes 1000 persone di 36 paesi (e tra questi Lula) per portare la loro solidarietà – continua a lottare, organizzare, articolare a livello brasiliano e internazionale.

Organizzare reti mondiali e offrire ai giovani la possibilità di diventare protagonisti del cambiamento

Stedile, che ho accompagnato, dopo l’incontro con il Papa, a Mondeggi, a Napoli con Zanotelli, a Rosarno parla della necessità di organizzare reti mondiali dei movimenti popolari, che vadano al di là delle “riflessioni” portate avanti con il papa. Un grande incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo (non di ong e dei “turisti politici”) dovrebbe realizzarsi a Caracas nell’ottobre del 2017, come sintesi di incontri continentali che ci saranno in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia nei prossimi mesi.

Durante l’iniziativa organizzata da SOS Rosarno, nel comune di Cinquefrondi, il dirigente del MST ha incontrato un gruppo di ragazze siciliane – arrivate qui per conoscerlo – di Contadinazioni nato simbolicamente nel ghetto dei lavoratori stagionali di Campobello di Mazara (TP). Parlando con loro e vedendo il loro impegno e entusiasmo ha proposto a una delle tre ragazze presenti – Franca, che ha il padre americano – di partecipare nei prossimi giorni alla ENFF alla parte conclusiva del corso per formatori di militanti in lingua inglese, perché si renda conto di come si fa formazione alla Scuola (a Mondeggi aveva proposto a giovani laureati in agronomia di andare a lavorare per un anno a sostegno di progetti in Venezuela e Haiti, dopo un periodo di formazione alla ENFF).

Quando Franca tornerà potrà – spera Stedile – con altri, farsi promotrice di un corso di formazione per militanti in Sicilia, con il supporto pedagogico del Movimento Senza Terra.

(per la rete di Roma, Serena Romagnoli)

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Novembre 2016

Carissima, Carissimo, non avendo potuto partecipare ai lavori del convegno dei Movimenti popolari in Vaticano prima -troverete una profonda riflessione di Claudia Fanti, redattrice di Adista- sul numero di dicembre della nostra rivista In Dialogo, oltre al discorso conclusivo di papa Francesco- e poi a seguire gli incontri organizzati con Joao Pedro Stedile, perchè impegnato in giro per l’Italia con Waldemar Boff, nostro referente del progetto Agua Doce, Serena Romagnoli, che ha seguito e coordinato ha scritto una breve riflessione sull’attuale situazione del Brasile e del Movimento Sem Terra nell’attuale congiuntura brasiliana e internazionale. Antonio

Il Movimento Senza Terra tra repressione e progetti di articolazioni nazionali e internazionali dei movimenti popolari

Il Brasile sta vivendo 4 gravi crisi, ha detto spesso Joao Pedro Stedile nei discorsi degli ultimi mesi. Una crisi economica, che è alla base di tutte le altre, una crisi sociale perché i problemi della popolazione non vengono risolti, una crisi ambientale perché c’è un’aggressione crescente del capitale nei confronti dei beni della natura senza misurarne le conseguenze. Esempio di quest’ultima crisi è il “crimine” di Mariana, la rottura delle dighe del deposito di rifiuti tossici dell’impresa Vale, nelle località di Fundão e Santarem, nel comune di Mariana, che ha prodotto – proprio un anno fa – il maggior disastro ambientale della storia del Brasile. E infine c’è una crisi politica, che è il risultato del fatto che i capitalisti si sono appropriati della democrazia rappresentativa e – attraverso il finanziamento privato delle campagne – eleggono chi vogliono. Il Parlamento quindi è completamente dissociato dalla volontà della popolazione ed è questo Parlamento che ha portato a compimento, alla fine dello scorso agosto, un vero e proprio golpe istituzionale.

Il golpe

L’impeachment di Dilma Roussef -che non ha motivazioni solide dal punto di vista giuridico- e il fango gettato sul PT (presentato dai media come l’unico partito corrotto del paese) sono frutto di un patto tra borghesia, parti della settore giudiziario e mezzi di comunicazione nelle mani delle elite. Le elite non hanno accettato la rielezione di Dilma nel 2014. Avevano fatto di tutto per mettere in crisi la sua leadership. Ma i 40 milioni di brasiliani sottratti alla miseria hanno pesato più dei forti limiti del suo governo (che non ha fatto, come i precedenti governi Lula, riforme strutturali) e della volontà della borghesia che, di fronte alla crisi, voleva riassumere il potere in prima persona, per rilanciare il progetto neoliberista e recuperare i propri margini di profitto, impadronendosi di tutte le risorse del paese, a cominciare dal giacimento del petrolio del pre-sal. Anche agli USA non piaceva un Brasile autonomo, che con i BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) metteva in discussione i suoi interessi geostrategici e lavorava all’integrazione latinoamericana.

Le scelte del governo golpista

Il governo golpista di Temer sta portando avanti il progetto neoliberista tagliando le spese sociali e privatizzando. Una riforma costituzionale -la PEC 241- metterà un tetto, per 20 anni, alle spese del governo per i servizi pubblici, con effetti drammatici su sanità e educazione. Lo stesso ministero che si occupava di Riforma Agraria è stato abolito e tutti i progetti che sostenevano i piccoli contadini e gli insediati sono stati fortemente ridimensionati o a rischio di totale chiusura. La repressione dei -già da prima della concreta realizzazione del golpe- è ripresa in modo violento la repressione nei confronti dei movimenti sociali. Il MST si è speso molto nel tentativo di organizzare la resistenza di fronte al golpe, in particolare con il Frente Brasil Popular. Il Frente, mettendo insieme forze diverse del campo e della città, vuole stimolare la discussione di massa di un nuovo progetto che faccia uscire il paese dalle crisi dal punto di vista della classe lavoratrice, è impegnato nella formazione militante, e nel tentativo di organizzare mobilitazioni di massa. Il Movimento sta subendo, per questo suo forte impegno, una vera persecuzione: arresti e lunghe detenzioni ingiustificati, tentativi di inquadrarlo nella legge relativa alle organizzazioni criminali, militanti uccisi in aree calde in cui le terre occupate fanno gola a grandi imprese come la Araupel, presente nella zona di Quedas in Paranà, quella della ex-fazenda Giacometti (vi ricordate la foto di Salgado con la catena del cancello spezzata?). Aziende che si erano impadronite delle terre illegalmente. Le avevano grilade, come si dice in Brasile.

L’aggressione alla ENFF (Scuola Nazionale Florestan Fernandes, quella che la Rete appoggia da diversi anni)

E’ di venerdì 4 novembre l’intervento di 10 macchine della polizia alla Scuola Nazionale Florestan Ferandes alla ricerca di militanti del Parana, accusati dei più vari misfatti, come quello di appartenere a una “organizzazione criminale”. I poliziotti sono entrati sparando ad altezza d’uomo contro la vetrata della segreteria della scuola. Il bibliotecario, un signore di 65 anni con il Parkinson è stato spinto a terra e si è rotto una costola. Mentre in Brasile, a Guararema, vicino a San Paolo, succedeva questo, Joao Pedro Stedile stava partecipando a Roma al 3° Incontro dei Movimenti Popolari in dialogo con Francesco, di cui dalle origini, nel 2013, è stato uno dei principali organizzatori. Il MST – che ha visto il giorno 5 convenire alla Florestan Fernandes 1000 persone di 36 paesi (e tra questi Lula) per portare la loro solidarietà – continua a lottare, organizzare, articolare a livello brasiliano e internazionale.

Organizzare reti mondiali e offrire ai giovani la possibilità di diventare protagonisti del cambiamento

Stedile, che ho accompagnato, dopo l’incontro con il Papa, a Mondeggi (Firenze), a Napoli con Zanotelli, a Rosarno parla della necessità di organizzare reti mondiali dei movimenti popolari, che vadano al di là delle “riflessioni” portate avanti con il papa. Un grande incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo (non di ong e dei “turisti politici”) dovrebbe realizzarsi a Caracas nell’ottobre del 2017, come sintesi di incontri continentali che ci saranno in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia nei prossimi mesi. Durante l’iniziativa organizzata da SOS Rosarno, nel comune di Cinquefrondi, il dirigente del MST ha incontrato un gruppo di ragazze siciliane -arrivate qui per conoscerlo- di “Contadinazioni” nato simbolicamente nel ghetto dei lavoratori stagionali di Campobello di Mazara (TP). Parlando con loro e vedendo il loro impegno e entusiasmo ha proposto a una delle tre ragazze presenti -Franca, che ha il padre americano- di partecipare nei prossimi giorni alla ENFF alla parte conclusiva del corso per formatori di militanti in lingua inglese, perché si renda conto di come si fa formazione alla Scuola (a Mondeggi aveva proposto a giovani laureati in agronomia di andare a lavorare per un anno a sostegno di progetti in Venezuela e Haiti, dopo un periodo di formazione alla ENFF). Quando Franca tornerà potrà – spera Stedile – con altri, farsi promotrice di un corso di formazione per militanti in Sicilia, con il supporto pedagogico del Movimento Senza Terra.

Serena Romagnoli

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Ottobre 2016
www.reterr.it

Chi lotta e soffre su una zolla di terra
lotta e soffre per tutta la terra.
Siro Politi, prete operaio

Care amiche, cari amici,
questa nostra lettera ci porta purtroppo notizie molto preoccupanti da Haiti. Cominciamo con le parole di Dadoue Printemps nel suo intervento al Convegno nazionale della Rete Radié Resch del 2008; riferendosi alla situazione socio politica del suo paese, colpito periodicamente da uragani devastanti, così diceva: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme, lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia”. Più volte ci ha scritto della desolazione delle campagne inondate, le case scoperchiate, le persone senza riparo… Poi c’è stato il terremoto del 2010: “Il grande terremoto che ci ha sconvolto… – scriveva il 6 aprile del 2010 – noi che eravamo già talmente poveri: questo disastro ha moltiplicato la grandezza della nostra miseria”.E’ l’eterno ricominciare di Haiti: le ferite del terremoto sono ancora aperte, la situazione politica estremamente instabile, quella economica in crisi crescente ed ecco l’uragano Mathieu a mettere in ginocchio un paese che lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza.
Poche le notizie sui nostri media su questa ennesima catastrofe: di Haiti si parla solo quando l’uragano minaccia gli Stati Uniti.Noi però siamo stati raggiunti tempestivamente dai messaggi di Martine e Jean. Il 4 ottobre Martine ha scritto: “E’ tutto un disastro, a Cabaret pioggia e vento ma niente in confronto a quanto accade al sud del paese. Siamo preoccupati per la gente del Nord Ovest che presto dovrà affrontare questo uragano devastatore. Per ora cerchiamo di restare in contatto con le persone di FDDPA”.
Due giorni dopo Jean è riuscito a raccogliere informazioni più precise inviandoci i primi dati che descrivono un panorama desolante: l’uragano Mathieu ha colpito soprattutto il Sud del paese, molte località sono isolate e difficilmente raggiungibili, il numero delle vittime continua a salire. Per quanto riguarda le zone dove FDDPA è presente, quella più colpita è il Nord Ovest dove la scuola, che da poco era stata ristrutturata, ha subito gravi danni, molti contadini hanno le case scoperchiate e le coltivazioni distrutte. Anche a Katyen l’uragano ha fatto volare i tetti, compreso quello della scuola dell’infanzia; perdite di coltivazioni e capi di bestiame si registrano anche a Dofiné e a Fondol dove alcune casupole sono state distrutte dall’uragano. “Ma siamo fortunati – aggiunge Jean – perché nessuno ha perso la vita”.
Ma quello che ora più preoccupa i nostri amici, è la ripresa del colera in questa situazione critica. Stanno cercando di contattare chi possa a livello sanitario dare un sostegno per prevenire la diffusione della malattia.
Abbiamo ricevuto notizie anche da Alessia Maso che da anni sostiene in Haiti un’esperienza di scuola per bambini disabili. Ecco cosa scrive:
“Molti di voi avranno forse visto le terribili immagini di questi due ultimi giorni ad Haiti. L’uragano Matthew ha causato tantissimi danni, molti alberi sono caduti, intere aree inondate, e purtroppo ancora non sappiamo che effetti avrà sul problema del colera, ma si presume che ci sarà un aumento importante dei casi. Il costo dell’acqua potabile è già aumentato, molti non potranno permettersela.
Molte famiglie sono rimaste senza casa (…) la scuola stessa ha il tetto danneggiato, banchi e sedie sono andati perduti. Le strade sono impraticabili. Il ministero ha stabilito la chiusura di tutte le scuole del paese fino al 10 ottobre. Poi non è chiaro che cosa succederà. …
Condivido queste informazioni con voi che ci aiutate a supportare i progetti, perché mi sento così impotente che mi sembra che l’unica cosa che possiamo fare è quella di non lasciar soli i nostri amici haitiani.
Continuiamo il nostro supporto, continuiamo a credere in loro e nelle loro capacità di risollevarsi in tutte le situazioni e speriamo che il peggio sia passato. La pioggia ormai è debole, il vento non soffia più e l’uragano, che ha perso la sua forza, se n’è andato.
Ora tocca ricostruire!! E ricominciare da dove si è interrotto… “.Anche noi crediamo che in questo difficile momento sia necessario essere a fianco dei nostri amici haitiani e sostenere FDDPA. I nostri amici non ci hanno chiesto niente, ma crediamo sia importante che le varie attività (scuole, centri di salute, casse popolari, cooperative delle donne, banca sementi…) non subiscano interruzioni ma possano andare avanti.
Per questo cercheremo di inviare un contributo straordinario.
Chi vuole partecipare può versare il suo contributo su:
– C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
oppure
– Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN:  IT 26 U050 1812 1010 0000 0134 828 intestato a: Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova
Causale: Uragano HaitiAlleghiamo anche un articolo apparso su Avvenire dell’8 ottobre, scritto da Lucia Capuzzi che da anni segue le vicende haitiane.

Uragano a Haiti, i camilliani: «Non c’è più niente»
Lucia Capuzzi – Avvenire, 8 ottobre 2016“È un momento difficile. Molto difficile. Il sudovest, già poverissimo, è in ginocchio. Vorrei andare a vedere con i miei occhi ma non posso. La strada è interrotta e noi siamo bloccati a Port-au-Prince, con poche notizie. Tutte catastrofiche. Non riusciamo a contattare padre Massimo: i telefoni non vanno. È isolato, siamo molto preoccupati”. La voce di padre Robert Daudier è carica di tensione, è costretto a seguire dalla capitale le devastazioni prodotte da Matthew.
Crolli e alluvioni hanno isolato la porzione più occidentale dell’isola, flagellata dall’uragano. “Oggi, però, riproverò a rimettermi in viaggio. Andrò con un’ambulanza. Spero di riuscire a raggiungere Jérémie”. La città è stata devastata dal diluvio e dai venti, che si sono abbattuti sull’isola con una velocità intorno ai 230 chilometri orari. Là, oltre l’80% delle case è stata distrutta. Perfino il tetto della Cattedrale è stato strappato dalla furia della tempesta.” (…)
“Acqua dappertutto. Case, giardini, tutto è stato allagato. La gente, già in miseria, ha perso quel poco che aveva. Dovranno ricominciare da capo, senza nulla. Che dolore… “, afferma fra Jeun Jeune Lozama, piccolo fratello di Santa Teresa, residente a Beausejour, minuscolo villaggio sulle montagne intorno a Léogàne, epicentro del tremendo terremoto del 2010. Anche là – a sud-est – ci sono state frane, inondazioni e tantissimi danni. In realtà, non solo la parte meridionale è stata colpita. “Anche dal nord-ovest, in particolare la regione di Port-de-Paix, abbiamo notizie di gravi devastazioni”, dice ad Avvenire Marta Da Costa, operatrice di Caritas Italiana nell’isola. Il principale problema è la strage di animali da allevamento e la razzia dei raccolti compiuta dall’uragano più potente degli ultimi nove anni. “Si tratta della principale fonte di sussistenza della popolazione. In un contesto di povertà generalizzata, rappresenta un danno incalcolabile per il presente e il futuro del Paese», prosegue Da Costa. Gli esperti, inoltre, temono una recrudescenza dell’epidemia di colera che quest’anno ha già colpito oltre 21.000 persone. Già prima di Matthews la gente era costretta a camminare per chilometri per raggiungere una fonte d’acqua. Ora l’uragano le ha distrutte. Mi hanno riferito già di alcuni morti per il colera”.
Non a caso, fra Jean-Hervé François, direttore di Caritas Haiti ha definito la situazione “catastrofica”. Eppure, finora, le autorità non hanno dichiarato lo stato di emergenza, rallentando l’invio di aiuti dall’estero. Un sostegno vitale, in questo momento, per l’isola.

RETE RADIE’ RESCH

Associazione di solidarietà internazionale

circolare della rete di Roma – settembre 2016

Roma, 5 settembre 2016

Carissimi amiche e amici,

questa estate ai consueti sconvolgimenti mondiali si è aggiunto il disastro del terremoto nell’Italia centrale a rendere più tristi le nostre giornate. Con determinazione reagiamo alle sventure con la fede nell’uomo che abbiamo sempre avuto, avvalendoci da un lato delle esortazioni di papa Francesco, dall’altro delle parole contenute nei bellissimi e direi commoventi resoconti dei coniugi Corletto di Castelfranco Veneto in Africa e di Giorgio Gallo e Toni Peratoner in America Latina, scritti corredati dai lodativi commenti di vari amici.

Richiamiamo le parole di Bergoglio nel viaggio in Polonia di fine luglio: “Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?”. Ancora più dolente quanto disse sulla Siria all’Angelus del 7 agosto: “Purtroppo dalla Siria continuano ad arrivare notizie di vittime civili della guerra, in particolare da Aleppo. E’ inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo della chiusura del cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti”. Sono espressioni semplici, convinte, sulle quali non tutti purtroppo riflettono, degne del Giubileo della Misericordia che stiamo percorrendo con attenzione insufficiente, cristiani e agnostici, perché anch’essi dovrebbero porgervi ascolto.

La pace, questo inestimabile bene che preme alla stragrande maggioranza dell’umanità, ma che in una infinità di luoghi viene meno – per lo spirito malvagio di minoranze o singoli individui che conosciamo bene – producendo lutti, rovine e il fenomeno, mai così disperato, delle migrazioni di massa.

Non da oggi ormai si è sviluppato il fenomeno dello stragismo mediante l’impiego dei kamikaze, al quale sempre si attribuisce una finalità religiosa (“morte agli infedeli” è il pazzo scopo proclamato dagli stessi assassini-suicidi). Ci si è appropriati di un termine che all’origine ebbe un altro significato: come si sa, i kamikaze (“vento divino”) erano i piloti suicidi nipponici destinati a colpire le navi nemiche nell’ultima fase della guerra del Pacifico (per Tokyo già perduta), dirigendo i loro aerei carichi di esplosivo sull’obiettivo col sacrificio della propria vita. Si dubita assai che il loro suicidio fosse spontaneo e mosso da amor di patria, anche se qualche esaltato non manca mai; gli ordini dei pazzi criminali militari non si discutevano, pena la morte. Tuttavia, sapendo quanto la mentalità orientale differisca dalla nostra, è notevole apprendere senza stupirsene che i kamikaze che per diversi motivi non poterono compiere il loro gesto suicida furono nel dopoguerra malvisti dalla popolazione, tanto era prevalsa la mentalità guerresca diffusa (inoculata) dal militarismo e dall’imperatore. (Ho potuto servirmi per i particolari esposti di una fonte giapponese attendibile di Tokyo)

Gli attuali cosiddetti “kamikaze” non hanno nulla a che vedere con i giapponesi del 1945. Il loro movente è solo l’odio per lo straniero e i suoi fedeli alleati, quasi sempre ammantato da ragioni religiose, di solito inesistenti o distorte dai loro mandanti. Qui ci soccorrono alcune frasi del famoso regista inglese Ken Loach per andare alla radice della questione. Interrogato sul terrorismo, parla di rabbia estrema. “Se analizziamo a fondo la Storia, ci mettiamo un secondo a ricordare che quanto noi oggi chiamiamo Medio Oriente era parte di un impero europeo, un territorio suddiviso fra il dominio francese e quello britannico e successivamente americano. L’Occidente ha sfruttato, ha imposto decisioni, ha governato quei territori per secoli. La rabbia che hanno maturato ora si esprime in molte forme. Nessuno vuole giustificare gli atti terroristici…, ma per sconfiggerli è necessario andare all’origine, e lì troviamo la responsabilità della nostra Storia…(dal Fatto del 12 agosto). Non è l’uovo di Colombo, ma per quanti?

Si approssima la “Perugia – Assisi”, voluta molti anni fa da Aldo Capitini proprio un anno prima che scoppiasse la crisi di Cuba del ‘62, che rischiò di portare il mondo alla guerra nucleare. Da allora si ripete con varie pause, ma sempre con motivazioni indubbiamente valide; e si può dire che oggi manifestare per la pace è oltremodo necessario. Mi piace ricordare qui il pensiero sulla pace di Margherita Hack, una donna che ha significato molto nella vita italiana: “Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”.

Si è parlato anche fra noi di una certa crisi in cui versa la marcia della pace, o meglio la Tavola della Pace che la organizza, di persone interessate a monopolizzarla o altro. E’ stato chiesto ad Alex Zanotelli se l’universo pacifista è in crisi e lui l’ha confermato, perché è passato il messaggio della guerra “venduta”, come normale fatto politico; e poi perché “siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario”.

Che sia ascoltato l’auspicio di Alex. La nostra Rete, con le sue limitate possibilità, è pienamente d’accordo e farà quanto le è possibile per contribuire alla distensione degli animi.

(per la rete di Roma, Mauro Gentilini)

 

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Settembre 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, con un certo ritardo invio la circolare di settembre e me ne scuso. Scrivere una circolare ogni mese rappresenta un impegno complesso, perché si rischiano di dire sempre le stesse cose e di essere monotoni. La ricerca di una solidarietà concreta con persone lontane è uno dei nostri impegni di vita, ma le cose stanno cambiando, e molto, in Italia in Europa e nel mondo, e quindi anche il nostro modo particolare di essere solidali come Rete va in crisi, ha bisogno di confrontarsi per ridiscuterlo, e ciò avviene nei nostri incontri locali e nazionali, nei Seminari e nei Convegni, quando ci troviamo con i nostri interlocutori lontani, con cui cerchiamo di essere insieme in fraternità. Nel nostro gruppo di Rete di Verona s’è creato un bel gruppo di amici che vivono insieme questa azione di aiuto, e pensiamo di alternare fra di noi la stesura della circolare, per cercare di vedere le cose del mondo con occhi diversi e diversa sensibilità. La concretezza passa attraverso l’esperienza di ciascuno e la conoscenza, diretta e/o varia, con i nostri interlocutori lontani, che ricevono il nostro aiuto e cercano di utilizzarlo per il bene del loro gruppo e del loro territorio. Quindi avere più redattori della circolare permette di osservare la realtà con occhi diversi, e di proporre orizzonti diversi, dinamiche e problematiche diverse, e quindi solidarietà diverse, oltre a riflettere in modo diverso sulle dinamiche più specificamente politiche dei rapporti internazionali che sottendono sempre ad ogni rapporto di solidarietà. E le politiche internazionali si imparano bene nella Rete, basti pensare a tutte le dinamiche Israele – Palestina, che sono alla base del nostro impegno da quando la Rete è nata, nel 1964 circa, con Ettore Masina, col papa Paolo VI, e con Paul Gauthier e la chiesa dei poveri. Ed a tutti i luoghi dove siamo venuti in contatto con altra gente e con altro sfruttamento, per contatto diretto personale o indiretto tramite amici vicini, di altre reti. Ad esempio per noi di Verona il contatto con l’Opera mazziana a Joao Pessoa, e tutta la storia che è passata per il Nord Est brasiliano, è stata una scuola particolare di cosa ha significato Movimento Sem Terra, Pastorale della Terra, Teologia della Liberazione, e scuola, come l’hanno sempre intesa gli amici del Mazza. O il contatto col Guatemala, con Rigoberta Manchù, con padre Clemente, con la storia degli squadroni della morte, con l’assassinio di mons. Gerardi, 25 anni dopo quello di Romero in Salvador, ma anche con la civiltà Maya e la storia americana, che non è solo quella delle colonie inglesi del Nord America. Ed ora il contatto con il Ghana, con Olivia e le ragazze di Adjumako, che ci fanno capire tante cose prima indistinte e lontane. Questa è la solidarietà della Rete, conoscere amici lontani, entrare in quelle dinamiche e mettere a disposizione un piccolo aiuto economico perché possa cambiare la loro situazione di povertà e dipendenza. Ma la situazione internazionale attuale è diversa da quella degli anni passati, e sta cambiando ancora. Gli analisti mettono in evidenza la contemporaneità di 3 crisi enormi, che scuotono tutto il mondo, e dire 3 crisi è riduttivo, perché se ne possono individuare molte altre. E queste crisi mettono in dubbio ogni impostazione politica, e quindi anche la nostra visione di solidarietà maturata fino ad oggi. Le 3 crisi principali sono queste: quella delle migrazioni, per le guerre e per la povertà, e sono migrazioni di milioni di persone, che cercano strade di sopravvivenza in tutto il mondo, non solo ai confini dei loro paesi in guerra e in miseria assoluta. L’Europa s’è accorta dell’entità di questo fenomeno, ma si è ben presto chiusa ad ogni accoglienza, e sono sorti muri dappertutto, e per noi Muro significa la divisione in Palestina, violenza, sopraffazione, umiliazione, diritti violati eccetera. L’altra crisi è quella della globalizzazione finanziaria, perché le dinamiche della finanza sono completamente cambiate. I poveri certamente continuano a pagare ogni crollo degli indici di borsa, ma la separazione fra ricchi e poveri continua ad aumentare, ed i ricchi, il denaro, continuano a determinare ogni dinamica, ogni guerra, ma anche le politiche degli stati, basti pensare al petrolio, che è calato di prezzo, ma sta sconvolgendo ogni equilibrio mondiale, perché il ricco o l’azienda che vede calare i suoi soldi cerca tutti i modi per mantenerli, ed anzi aumentarli. E tutte le dinamiche finanziarie sono globalizzate, non c’è una zona che non ne risente, perché è lontana. Come ci spiegava Gianfranco Rigoli parlando di Ghana, in Ghana non si coltiva più riso, è meglio acquistare il riso degli Usa, prodotto con forti incentivi ai produttori locali, quasi sempre multinazionali, e poi venduto sottocosto in tutto il mondo. Attenti ai prezzi troppo bassi, stanno distruggendo gli agricoltori locali ed i lavoratori. I soldi governano il mondo, determinano le guerre, spostano gli equilibri, basta uno spostamento di una decina di miliardi di dollari nella borsa (uno sceicco che sposta un po’ di fondi sovrani arabi da un titolo ad un altro) per provocare crolli e guerre sempre più disastrose e catastrofiche, vedi Siria o Crimea. Ma mi fermo ad un semplice cenno di queste logiche, se no diventa un trattato. La terza crisi è la crisi del clima, che cambia rapidamente, scompaiono i ghiacciai, scompaiono isole intere perché il mare si alza, certe coltivazioni non producono più niente, e ci sono nuovi profughi in fuga dalle loro proprietà che non ci sono più, inghiottite dal mare o acquistate da una multinazionale per fare una nuova miniera d’oro o una nuova diga che inonda territori enormi, prima abitati dai nativi, che ora non contano niente, e sono ammazzati tranquillamente dalle polizie che difendono le scelte di stati corrotti e dei potenti di quegli stati. Ed anche il Brasile ora è tornato ad essere come altri stati venduti ai soldi, ai banchieri ed ai latifondisti Di fronte alle dinamiche legate a queste crisi, e al fallimento quasi completo delle politiche dell’ONU cosa contano le poche migliaia di euro della colletta della Rete? E’ una domanda logica, che richiede nuove risposte, riflessioni collettive e nuovi personaggi che le guidino, che diano segnali di speranza. Uno è certamente papa Francesco, che ha cambiato tutte le dinamiche religiose, non solo cristiane, e le dinamiche ambientali. Con il Papa ci sono i missionari, i comboniani anzitutto per noi veronesi, e le suore comboniane (combonifem), che propongono riflessioni molto importanti di grande aiuto per elaborare riflessioni, tenersi informati e cercare forme concrete di solidarietà, mantenendo anche le collette, che non hanno perso la loro importanza concreta, oltre che teorica. Anche il Monastero di Sezano è per noi un grande luogo di riferimento, diventa difficile forse partecipare a tutto quello che vi si svolge, ed occorre ripensare a modalità di partecipazione e diffusione anche a distanza, gli strumenti ci sono e relativamente semplici da attivare, in modo da seguire gli eventi anche quando non è possibile esserci di persona. Altri personaggi importanti per noi sono i nostri testimoni delle operazioni che sosteniamo, anche non solo noi di Verona, basta leggere i resoconto dei viaggi, come quello ultimo di Fabio e Marta in Congo, pervenuto a chi riceve le comunicazioni della lista Rete. I testimoni lontani sono importantissimi per capire come opporsi ai soldi e alle dinamiche corrispondenti, privilegiando i deboli invece dei potenti. Termino con un’indicazione di un incontro lunedì prossimo 19/9 alle 20.45 a San Massimo, al CUM: il monaco Marcelo Barros parlerà di Helder Camara, il vescovo di Recife profeta dei poveri. Marcelo fu suo discepolo, poi monaco benedettino e scrittore, Al CUM presenta un suo libro su Camara, e con Marcelo ci saranno don Felice Tenero, direttore del CUM, e Marco dal Corso.

Un caro saluto a tutti, ciao

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Settembre/Ottobre 2016

Carissima, carissimo, il piccolo Omran come il piccolo Aylan. Il bimbo di Aleppo ricoperto di polvere e sangue è vivo, il bimbo sulla spiaggia di Bodrum è morto. È amaro il destino dei bambini siriani: che tu scappi o che tu resti, perdere la vita è questione di un attimo. Più di un anno dopo (era il 2 settembre del 2015), la “foto simbolo” del dramma dei profughi che fuggivano dalla guerra cercando di raggiungere la costa della Grecia, si è arricchita di una nuova “foto simbolo” a ricordarci che la guerra c’è ancora e continua a mietere vittime innocenti. Le foto sono immediate, fanno il giro del mondo in un attimo. Non serve spremersi le meningi per trovare parole che raccontino l’orrore, basta un’immagine per comunicare tutto quel che c’è da dire. Come la bambina vietnamita che corre ustionata dal napalm e il bimbo ebreo con le mani in alto nel ghetto di Varsavia. Quello che stona, ancora una volta, è che da un lato serve un’immagine d’impatto per smuovere gli animi, dall’altro, sappiamo per esperienza che, passata la prima ondata di utilizzo mediatico, tutto torna nel medesimo silenzio. Il dolore non basta se tutto resta come prima. La foto di Aylan Kurdi, del suo piccolo corpo disteso sulla sabbia, suscitò molto clamore, prese di posizioni dei leader politici, dibattiti sull’opportunità di pubblicare un’immagine così terribile, dove la violenza era tanto più forte perché se ne mostravano gli esiti. Anche se internet e la televisione ci consentono di accedere in tempi brevissimi a tutte le informazioni che desideriamo su qualsivoglia parte del mondo, in realtà ci si limita a misurare l’importanza dei fatti sulla base del tempo e dello spazio che viene loro dedicato sui nostri media di riferimento. Così, passata l’indignazione generale per Aylan, un volta spente le telecamere sull’esodo dei disperati che premevano alle frontiere o si consumavano nei campi profughi, le notizie sulla guerra che continua a infuriare in Siria appaiono come un rumore di fondo su qualcosa che è lontano e in fondo non ci riguarda troppo. Nonostante gli appelli continui di papa Francesco alla pace e il suo gesto di accoglienza verso alcune famiglie di rifugiati, l’attenzione dell’opinione pubblica è altrove. Come è caduto nel vuoto -se non per rare eccezioni- il suo appello affinché ogni comunità parrocchiale accogliesse un profugo o una famiglia, a seconda della grandezza della stessa. Così, Omran con i suoi 5 anni pieni di polvere e sangue, seduto in autoambulanza con lo sguardo incredulo e impietrito, è uno dei bambini di Nizza, uno dei nostri bambini del terremoto. Oggi il bambino di Aleppo è “virale”. La sua foto, come già quella di Aylan, è stata in prima pagina su tutti i quotidiani europei e del mondo, ed è gara a diffonderla sui social network, magari ritoccata e messa tra i potenti della Terra che discutono. Quanto durerà questa volta la mobilitazione da tastiera? Dopo cinque anni ad Aleppo è stata proclamata una settimana di cessate il fuoco. Tra l’altro più volte violata, per far sì che potessero entrare viveri e medicinali, dopo che migliaia di persone sono morte per fame, per sete, per mancanza di medicinali. Una carità pelosa da parte di chi guerreggia quotidianamente per distruggere l’altro, la società, la relazione. Guerra non significa altro che l’uccisione di civili -rappresentano il 95% delle vittime-, morte e distruzione. L’unica verità della guerra è la tragedia delle vittime, la cancellazione di tutti i diritti umani, il diritto a vivere. Con l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelli, Al Qaeda si rivelò a tutto il mondo. Ogni anno i mass-media lo ricordano con puntualità e continuità, visto la gravità dell’accaduto. L’11 settembre 1973, il generale Pinochet, sostenuto dal Governo americano effettuò il colpo di Stato in Cile, uccidendo Salvador Allende. Furono assassinate, torturate decine e decine di migliaia di uomini, donne e bambini. Migliaia furono gli “scomparsi-desaparecidos”. Televisioni e giornali hanno volutamente “dimenticato” questa tragedia. Oggi, comprendiamo sempre di più come l’informazione deformi la verità e sia solo interessata a non disturbare “il manovratore”. Esiste solo l’11 settembre 2001? Nella nostra 23a Marcia per la Giustizia del 10 settembre scorso, i nostri amici invitati presenti: don Ciotti, Antonietta Potente, Izzedin Elzir e Mohamed Ba, ci hanno ripetuto con forza che non possiamo “mai” cessare di protestare, di dissentire di porci domande. Antonietta ci ha posto di fronte l’interrogativo di come porsi di fronte ai rifugiati, non per integrarli, ma per chiedere loro: chi sei! Ciò significa partire da uguale a uguale, significa superare la nostra insufficienza verso di loro. Significa mettere in discussione i luoghi comuni, i dogmi, l’autorità della politica. Significa non smettere di pensare. Essere fuori dal coro, fino a comprendere che il dissenso è un’arma. Luigi ci ha spronato ad essere sempre informati, verificando i fatti e analizzandoli a fondo, aprendoci alla conoscenza perché oggi più che mai il sapere è un’arma. Sicuramente non cambieremo il mondo ma, avremo contribuito a relazionarci in modo umano considerando l’altro importante, fondamentale per la nostra vita. Mentre Mohamed Ba ci ha esortato a dissentire altrimenti saremo un seme che non crescerà mai. Importante è essere insoddisfatti permanenti, tesi verso l’affrontare i problemi fino ad affermare che siamo incazzati “neri”, mentre lui ha detto che non cesserà mai di essere incazzato “bianco”. Elzir ha detto con forza che la religione è incontro, mai scontro. Non esiste un Dio guerriero ma, Dio è di tutti. Oggi la religione a cui ci prostriamo è il capitalismo, la più feroce, la più implacabile e irrazionale che sia mai esistita, perché non conosce né redenzione né tregua. Nel capitalismo si celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e l’oggetto il denaro, mentre il suo tempio è la banca. Sul dollaro, moneta statunitense c’è scritto: “Noi confidiamo in Dio”. Dio allora non è morto, è stato trasformato in denaro. Alda Merini, immensa poetessa e scrittrice, ci invita a riflettere con delle semplici ma penetranti parole: “Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze… Ho bisogno di poesia, quella che brucia la pesantezza delle parole”. Di fronte a questo suo insegnamento, urge, mettersi sempre di più insieme e continuare a protestare, a pensare, a dissentire, a porci domande, mettendo in discussione autorità, dogmi e luoghi comuni. Dobbiamo comprendere che “dissentire” è la nostra vera arma. Come lo è accompagnare e condividere, qui e nel Sud del mondo, non povero ma, impoverito dal nostro sfruttarlo e calpestarlo, sostenere i progetti di tante piccole comunità in cammino per la loro liberazione.