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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Luglio/Agosto 2016

Il terrorismo è figlio anche della Guerra Fredda

Il libro di Odd Arne Westad, “La guerra fredda globale. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e il mondo. Le relazioni internazionali del XX secolo” che ho appena finito di leggere, si occupa della genesi del mondo odierno, di come le maggiori potenze del tardo Novecento – gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica – sono intervenute a più riprese nei processi di cambiamento di Africa, Asia e America Latina, e di come, attraverso questi interventi, hanno alimentato in molti degli Stati, dei movimenti e delle ideologie che dominano sempre più le questioni internazionali. L’analisi di Westad è effettuata al limite di una lettura della storia del mondo contemporaneo in termini di filosofia della storia. Il volume è, infatti, un’interpretazione, “sovra partes” delle motivazioni e delle decisioni, disgiunte dagli interessi materiali immediati che potevano in qualche modo giustificarle, che hanno orientato le due superpotenza protagoniste della Guerra Fredda nelle loro politiche attuate nei confronti del Terzo mondo. Guerra Fredda e Terzo mondo, sostiene Westad, sono neologismi coniati nella seconda metà del Novecento, essi, per quanto siano stati utilizzati per scopi diversi e in differenti ambiti culturali, sono le categorie storiche in base alle quali può essere interpretata l’evoluzione del mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale ai nostri giorni. Il primo a usare l’espressione Guerra fredda, afferma Westad, è stato Geoge Orwell nel 1945, “per condannare la visione del mondo, le convinzioni e le strutture sociali sia dell’Unione Sovietica che degli Stati Uniti, come pure la guerra non dichiarata che sarebbe scoppiata fra loro”. Benché all’inizio avesse una valenza critica, negli anni Cinquanta l’espressione Guerra Fredda è stata utilizzata per designare il conflitto non dichiarato che opponeva gli USA all’URSS. Anche il concetto di Terzo Mondo è stato formulato pochi anni dopo la fine della guerra, all’inizio degli anni Cinquanta, acquistando rilevanza storica e politica dopo la Conferenza di Bandung che, nel 1955, che ha visto i capi di Stato africani ed asiatici riunirsi per il primo grande vertice post-coloniale. Nel contesto della Guerra Fredda, il concetto di Terzo Mondo ha assunto un significato univoco e preciso: il rifiuto dei paesi ex-coloniali di essere governati dalle superpotenze, e dalle loro ideologie, e la tendenza ad individuare alternative, sia al capitalismo che al socialismo reale di stampo sovietico. Avvalendosi delle due categorie storico-politiche, Westad nel suo libro sostiene che gli USA e l’URSS sono stati indotti ad intervenire “nel Terzo Mondo sulla spinta delle ideologie intrinseche ai loro sistemi politici”; ciò perché le due superpotenze, ritenendosi eredi della modernità europea, hanno perseguito l’obiettivo di “cambiare il mondo al fine di dimostrare la validità universale delle rispettive ideologie”. Contribuendo a favorire la diffusione della sfera della libertà e della giustizia sociale, le due superpotenze agivano nel presupposto di assecondare le tendenze naturali della storia mondiale, dietro il “paravento” giustificatorio di tutelare la sicurezza propria e dei propri alleati; entrambe si sono sentite investite della “mission” specifica a favorire lo sviluppo del paesi del Terzo Mondo, ciascuna di esse ritenendosi indispensabile, nella considerazione che, senza il proprio coinvolgimento, la missione sarebbe stata inesorabilmente “banalizzata” dalle élite locali. Per queste ragioni, le motivazioni dell’azione delle due superpotenze nei confronti del Terzo Mondo sono state diametralmente di segno opposto a quelle del colonialismo dell’inizio dell’era moderna; gli obiettivi di Washington e di Mosca non sono stati tanto lo sfruttamento e l’assoggettamento dei Paesi ex-coloniali, quanto l’esercizio su di essi di un loro “controllo politico”, al fine di favorirne la crescita e lo sviluppo. Benché durante lo svolgersi della Guerra Fredda, questa distinzione potesse essere percepita non veritiera, secondo Westad è divenuta invece importante ai fini della comprensione del significato storico della Guerra Fredda; se ciò non fosse avvenuto, sarebbe sfuggito ad ogni possibile comprensione il fatto che, mentre per l’imperialismo dell’era moderna la coscienza sociale dei paesi colonizzati è stata l’ultima delle preoccupazioni, la sua considerazione è stata invece un tratto distintivo della Guerra Fredda, fin dal suo inizio. Ne è prova il fatto, secondo Westad, che le critiche di USA e URSS per l’imperialismo europeo sono sempre state profondamente sincere, in quanto “intrecciate con le rispettive visioni ideologiche”. Sebbene le due superpotenze siano rimaste contrarie, in linea di principio, ad ogni forma di colonialismo per tutto il tempo della Guerra Fredda, la tragedia di questa sta nel fatto che i metodi da esse utilizzati per imporre la propria visione della modernizzazione ai Paesi del Terzo Mondo sono stati del tutto simili a quelli cui hanno fatto ricorso le vecchie potenze coloniali; la tragedia è espressa, secondo Westad, dal fatto che i due progetti storici, in origine autenticamente anticoloniali, sono divenuti col passare del tempo parte di “modelli di dominio” di antica concezione, a causa dell’intensità del conflitto che ha visto contrapposte le due superpotenze e della “paura quasi apocalittica delle conseguenze di una vittoria dell’avversario”. I costi economici diretti sostenuti da USA e URSS, tuttavia, non sono stati privi di conseguenze, soprattutto per l’Unione Sovietica, la quale, anche in relazione alle condizioni della sua situazione economica interna, (che l’hanno resa progressivamente dipendente dalle fluttuazioni dei prezzi delle sue materie prime esportate), è andata incontro ad una disgregazione; un’evoluzione inevitabile, per effetto dell’inizio del processo di democratizzazione, che ha reso ancora più insostenibile nei confronti dei cittadini la debolezza dello squilibrato apparato produttivo realizzato. Sta di fatto che, con la disgregazione dell’URSS, gli USA sono divenuti l’ipersuperpotenza assoluta a livello mondiale. Ma, ironia della sorte, la “vittoria”, per implosione dell’URSS, ha prodotto effetti che non hanno tardato a ribaltarsi sulla potenza “vittoriosa”. Cavalcando un facile trionfalismo, fondato sull’idea sbagliata che la potenza economico-militare acquisita implicasse il riconoscimento di un’intrinseca moralità alla propria azione, l’iperpotenza ha continuato la sua politica interventista in tutte le aree del Terzo Mondo, incluse molte di quelle un tempo alleate di Mosca, favorendo una trasformazione in senso capitalista dei loro sistemi sociali. Da un lato, tale interventismo ha aperto la strada alla globalizzazione dei mercati degli anni Novanta; dall’altro lato, esso ha reso possibile per tutti gli Stati, inclusa la maggior parte di quelli del Terzo Mondo, la partecipazione al processo di crescita del post Guerra Fredda. Non solo, ma ha anche reso possibile a molti movimenti identitari presenti in alcuni di questi Stati l’aspirazione ad un’indipendenza del loro paese, affrancata dai modelli valoriali loro estranei, attraverso il ricupero dei valori culturali autoctoni. Sono gli insuccessi che i movimenti identitari hanno sperimentato, anche a causa del conservatorismo delle élite locali, ad averli spinti ad individuare nell’Occidente egemonizzato dall’iperpotenza americana il nemico contro cui lottare a qualunque costo, anche mediante il ricorso a strategie di guerra mai sperimentate nel passato. È questo, secondo Westad, l’aspetto più agghiacciante del modo in cui si è conclusa la Guerra Fredda. Questa situazione, che rende precario e molto instabile l’equilibrio delle relazioni internazionali tra gli Stati, potrà essere superata? Secondo Westad, il superamento è molto improbabile, anche se non impossibile; ciò perché l’ascesa dell’iperpotenza americana a leader dell’Occidente tende a conservarsi permanentemente. Per correggere questa posizione conservatrice, il futuro dipenderà dalla capacità dell’intero Occidente, ma soprattutto degli Stati europei, di concepire le proprie azioni tenendo nella debita considerazione ciò che la Guerra Fredda ha insegnato, ovvero che l’interventismo unilaterale non va a vantaggio di nessuno. Senza essere dei pacifisti arrendevoli, occorre riconoscere la necessità che un governo responsabile delle relazioni internazionali in un mondo caratterizzato da un grande varietà di culture, l’unico modo di opporsi al terrore praticato dai movimenti identitari, non è la guerra, ma la ricerca di sempre maggiori forme di interazione nel rispetto della diversità; senza con ciò rinunciare ad agire, quando necessario, secondo modalità multilaterali, per prevenire le minacce originate dall’irrazionalità umana.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Luglio/Agosto 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dal Coordinamento di metà giugno a Sezano è uscita la nuova Segreteria, formata da una amica di Torino, di cui ora non ricordo il nome (lo manderò con la prossima comunicazione), da Pier Pertino di Varazze e da Angelo Ciprari di Roma, Auguri ai nuovi incaricati, che resteranno in carica 2 anni, fino al prossimo Convegno del 2018. Ci sono molti argomenti in discussione nel panorama italiano e mondiale, alcuni dei quali ci coinvolgono e interpellano anche come Rete. Ne dò solo qualche cenno. La Marcia della Pace ci ha visti molte volte protagonisti da Perugia ad Assisi, da soli o in gruppo, anche con striscioni della Rete. Ci sono molte polemiche sulla gestione di questa marcia, e molte volte alcuni nostri rappresentanti, Antonio Vermigli o Marco Lacchin, o per noi di Verona anche Mao Valpiana col Movimento Nonviolento, hanno manifestato perplessità in merito a molte modalità di organizzazione e presa di posizione del Tavolo della Pace. Quest’anno s’è deciso di dar mandato a Silvestro Profico, già tesoriere nazionale per anni della Rete, di partecipare agli incontri organizzativi e poi di favorire per quanto possibile la partecipazione alla marcia della Rete Radié Resch, come organizzazione, come reti locali e come singoli. La marcia si svolgerà domenica 9 ottobre, partendo da Perugia, stazione, ed arrivando alla fortezza di Assisi, sulla cima del monte. Seguiranno comunicazioni specifiche e ovviamente osservazioni critiche. Il dibattito è aperto sulla lista postale della Rete già da qualche tempo, con molte note critiche al riguardo per i molti aspetti ambigui o decisamente negativi dell’organizzazione, prima Tavolo della Pace, ora Rete per la Pace, chi è interessato mandi la sua adesione alla lista rrr@liste.retelilliput.org per ricevere quelle comunicazioni e partecipare al dibattito. Molte sono le notizie che riceviamo dalla Palestina, con grande discussione sul boicottaggio BDS e tutti gli eventi collegati, ivi compresi sugli atti di violenza anche da parte di palestinesi, che non si possono semplicemente approvare senza una discussione critica sul caso. La violenza di Israele non si discute, c’è, è continua, ma anche vittime israeliane di violenza armata non si possono giustificare. Israele sta ora conducendo una grande campagna di amicizia con i paesi dell’Europa e dell’Occidente, sfruttando anche la sua partecipazione ad Expo 2015 a Milano. Ora cerca di far piantare olivi della pace in Israele da parte di tutti i visitatori all’Expo, come se potesse esserci pace in Israele con questa politica di occupazione di violenza, di Apartheid e di muri. Come dice Marwan Bargouti il primo giorno di pace in Palestina (e in Israele) sarà l’ultimo giorno di occupazione, e questo slogan sarà al centro della Giornata ONU per i diritti dei palestinesi, fissata al 26 novembre 2016, e per l’Italia si svolgerà a Zugliano di Udine. Ora la delegazione del Movimento 5 stelle è stata respinta da Gaza, e ancora una volta si avverte che non è facile far politica estera e solidarietà con i palestinesi con questo Israele. Bocche Scucite ricorda anche il gravissimo problema dell’acqua nelle colonie (cosiddette), perché tutta l’acqua è requisita dai (cosiddetti) coloni di Israele, sempre illegali e condannati dall’ONU nei loro insediamenti, ma nessuno fa niente, e tanto meno Israele fa niente per tornare alla normalità ed ai diritti di tutti gli abitanti, gli altri (i diversi da Israele) sono tutti terroristi e quindi non hanno diritti, tanto meno diritto all’acqua. E Israele vende l’acqua ai palestinesi dopo avergliela rubata, e ai richiami ONU non risponde, dice che i palestinesi se la rubano l’un l’altro. Le argomentazioni sono molte e complesse, come capite, e Israele ha già formalizzato delle risposte ufficiali. Chi volesse saperne di più, può far riferimento a Padre Nandino Capovilla, chiedendo di ricevere la rivista Bocche Scucite, che arriva solo via email, o vada sul sito www.bocchescucite.org. Sui migranti i problemi continuano, ora in Europa sono bloccati, ma i barconi continuano ad arrivare, e sarà così per tutta estate. Ne sappiamo di più dopo il Convegno di Trevi, dopo gli interventi di padre Zerai e dell’eurodeputata Kienge. Ma l’ultima tragedia del nigeriano ammazzato per difendere la moglie a Fermo è un modello di come l’Italia vive questo problema enorme. Al riguardo è emblematico il caso di Padova, dove la prefetto (che si chiama Lega!) agisce in opposizione al sindaco (della Lega) per distribuire i migranti nei vari paesi, poche unità per paese, e assicurare loro una vita decente di sopravvivenza, cercando di attivare l’ospitalità dei sindaci, che invece fanno obiezione di coscienza alla legge nazionale! E i migranti, i rifugiati vengono ospitati (sono rifugiati) in una caserma isolata, fuori mano, come da noi a Verona a Prada o a Costagrande, perché l’ospitalità distribuita dei comuni non si apre. Ah, i veneti! Altri sono gli eventi che nel mondo richiamano al nostra attenzione per i diritti fondamentali, ne faccio solo un cenno. Gli ammazzati a Dacca, 9 italiani; il conflitto fra la polizia USA e gli afroamericani, sembra che Martin Luther King non sia vissuto e ammazzato là 50 anni fa, e si sia dimenticato il suo sogno, il suo impegno per i diritti dei neri. Ma vorrei concentrarmi su uno dei temi che era emerso chiaramente al Convegno, e cioè quali elementi di speranza possiamo percepire nelle società attuale, italiana e mondiale. La speranza sembra solo nei giovani, nei poveri, nei migranti, in chi cerca di costruirsi una vita in mezzo a molte difficoltà, perché loro dovranno-sapranno trovare nuove forme di distribuzione delle risorse e di allargamento dei diritti. Invece nella nostra società continua ad allargarsi la distanza fra chi ha risorse, anche molte, e chi ne ha poche, e ha difficoltà anche a sopravvivere. Il nostro impegno come Rete è quello della solidarietà, di metterci insieme ai fratelli, agli amici, ai bisognosi di tutto il mondo per costruire un mondo migliore, dove tutti possano vivere una vita piena godendo dei diritti fondamentali della vita. Ma non è facile identificare al giorno d’oggi i modi per poter realizzare questa nostra aspirazione, e si trovano quotidianamente chiusure e delimitazioni, zone in cui abbondano ricchezze e beni, e altre zone in cui invece ciò non si verifica, e in mezzo ogni sorta di violenza e prevaricazione, ogni criminalità, per poter disporre di risorse senza preoccuparsi di distribuirle a tutti, ma anzi cercando il più possibile di approfittare ed accaparrarsi ogni sorta di ricchezze, di denaro e privilegi. Ma ci sono speranze di ottenere una società più equilibrata? In questo nostro mondo di persone molto anziane, perché questa è l’Italia e in buona parte l’occidente ricco, più che la speranza in un mondo più giusto e partecipato, prevale la paura di perdere ciò che si ha, che ci si è costruiti in tempi ormai lontani, in cui quando eravamo più giovani cercavamo una società più ricca di diritti e di opportunità per tutti, rivendicando allora una ricchezza più distribuita. Allora in Italia c’era più speranze, perché c’erano meno risorse e meno diritti, si era un po’ più poveri, ci si accontentava di più e si cercava un futuro con una forte classe media, legata al lavoro, con meno avere e più essere. Quante discussioni, quante ricerche, ma ora questa ricerca sembra ferma. Solo i popoli giovani hanno speranze, e sono quelli i portatori del futuro, e chi ha figli vede in loro questa speranza, ma i figli sono pochi, e sembra prevalere anche per essi il mantenimento di privilegi, più che la distribuzione delle risorse. Il nostro impegno concreto di Rete forse è una grande possibilità di riflettere su queste cose, perché i nostri piccoli progetti di liberazione, di un nuovo futuro, le nostre operazioni, vorrebbero proprio portare un nuovo mondo in luoghi dove c’è povertà e ci sono molti bambini o giovani. Sostenere una scuola per le ragazze in Ghana ci fa conoscere problemi diversi, speranze diverse, e ci fa prendere posizione in un certo modo, riservare alcuni dei nostri soldini per rispondere alla richiesta di speranza di persone tanto lontane. È come se avessimo dei figli o dei parenti lontani, per i quali destiniamo una piccola parte delle nostre risorse, perché possano costruire una società più giusta a casa loro, cercando di agire perché i condizionamenti del Nord ricco, dell’Occidente, non impediscano la ricerca libera del loro futuro, senza multinazionali e finanza che determinino ogni loro possibilità, all’interno di logiche solo di prevalenza del potere. La speranza per un nuovo mondo viene solo da chi cerca libertà e autonomia senza condizionamenti e violenze. La strategia di sostenere piccoli progetti di solidarietà è una grande occasione di riflessione e di speranza, ma i condizionamenti sono enormi, chi ha le risorse non accetta decisioni diverse, e tra le reazioni c’è sempre quella della violenza e del terrorismo, che non portano a niente di positivo, ma anzi peggiorano la situazione, aumentando la repressione di chi comanda. Ma il mondo cambia, i popoli poveri e giovani sono più numerosi, e la tecnologia permette a tutti di acquisire conoscenze che un tempo erano riservate solo a chi deteneva il potere e le risorse, oggi non più. Come sarà il mondo fra 50 anni? Quali speranze abbiamo in Occidente? Pare che le prospettive non siano così felici per noi, ma fra 50 anni come sarà la società italiana? Quanti italiani ed europei ci saranno? Quanti abitanti? L’unica speranza è nei popoli giovani che vengono qui come immigrati; ma quale contrasto enorme è in atto in Europa, per rifiutare il diverso. Fra 50 anni non saranno più diversi, perché mancherà il primo termine di paragone, scomparso per cause naturali. Credono i pochi eredi di poter opporsi a chi entrerà a cercare una sua sopravvivenza? O si accolgono come immigrati, cercando l’integrazione, nelle nostre scuole, con la nostra lingua, con le nostre leggi, o arriveranno come invasori, a prendersi i ruderi delle nostre città, senza più abitanti, senza bimbi che giocano, senza lingue locali, basta dialetti, si parlerà solo inglese! O no?

Un caro saluto a tutti, buona estate, ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Luglio/Agosto 2016

Carissima, carissimo, l’attuale imbarbarimento del nostro mondo ha radici lontane nel tempo, ma l’odierno processo di globalizzazione le fa giungere quotidianamente ad ognuno di noi, anestetizzandoci nei confronti della sofferenza che noi, magari senza accorgercene, produciamo. Non solo. In questo clima di paura e di insicurezza anche le relazioni interpersonali stanno via via degenerando: diciamo di non aver tempo, ma in realtà l’altro non ci interessa, temiamo d’incontrarlo per non essere disturbati, ci si saluta appena e ognuno tira dritto per la sua strada, non abbiamo più il tempo di guardarci attorno, abbiamo perfino paura di doverci fermare. L’allettamento di questo momento storico è il profitto, che sembra essere diventato il nuovo Dio a cui prostrarsi, l’unica possibilità per lo sviluppo, anche a scapito dei diritti acquisiti. Ed è pure il potere con il quale scendere a compromessi pur di mantenere posizioni acquisite e privilegi. Per superare l’attuale degrado umano, sociale e ambientale: “la cultura dell’indifferenza”, è utile e necessario riportare l’umanità alla civiltà dell’amore, trasformandosi in donne e uomini di relazione, che hanno capito l’importanza dell’incontro e dell’ascolto dell’altro, unica via per uscire da questo progressivo imbarbarimento. Lo stiamo vivendo oggi in modo acuto non solo nell’efferatezza del terrorismo, ma anche nel persistere e nell’aggravarsi delle situazioni d’ingiustizia tollerate e spesso volute per vantaggi economici e finanziari. La società appare bloccata, paralizzata ma non riesce a mettersi assieme, a fondersi in un empito di solidarietà. Dal momento che ogni categoria rivendica i propri diritti contro quelli delle altre. E non parliamo dei gruppi politici che si fanno vivi soltanto nelle contrapposizioni. E’ vero, sono tramontate le ideologie, ed è subentrato il pragmatismo, ripiegato sul presente che pretende di essere più concreto, con i piedi per terra. Ma siamo sicuri che sia il più efficace, efficiente e creativo? Si vanta una politica del fare, ma anche questa si esprime in promesse che spesso si rivelano illusioni. In passato era naturale vedere nelle giovani generazioni la speranza di futuro. In queste proposte però i grandi assenti sono i giovani, condannati alla precarietà, alla flessibilità e alla fuga all’estero. Il che drammaticamente vuol dire che non sono più giovani, perché gioventù da che mondo è mondo, vuol dire proiezione verso il futuro, sogno, aspirazione, possibilità di progetti. Sono loro la speranza dei valori come la democrazia, la solidarietà, il bene comune e i diritti umani universali. Mi torna in mente il monito di don Tonino Bello che, commentando le tentazioni di Gesù nel deserto, invitava ad abbandonare le tre “P” di “Profitto, Prodigio e Potere”, per adottare quelle di “Parola, Progetto e Protesta”. Oggi possiamo affermare con tranquillità e nettezza che siamo nel tempo delle scimmie urlatrici: urlano le piazze, urla la pubblicità che interrompe i programmi con “i consigli per gli acquisti”, urlano i politici alla ricerca quotidiana di un megafono che amplifichi loro contorti ragionamenti o il vuoto dei loro discorsi. Potremmo fare una “hit parade” delle scimmie urlatrici e sapremmo anche metterci nomi e cognomi. Di fronte a ciò non possiamo chiuderci nel nostro guscio ma al contrario assumere tutte le lotte e le sofferenze del mondo. Rifiutare la guerra, denunciare i mercanti di morte; il commercio delle armi, sono rimasto basito quando ho letto che per ogni abitante della terra, ogni giorno si spendono 5$ a testa, un’assurdità quando si sa, purtroppo che c’è più di un miliardo di uomini, donne e bambini che vivo con un dollaro al giorno; tutte le tirannie politiche che minacciano di distruggere la razza umana e il mondo intero; le ingiustizie razziali e religiose; le tirannie economico-finanziarie; i falsi processi politici. Urge contrastare le menzogne dei politici, dei propagandisti anti-migranti e degli agitatori degli egoismi nostrani. Se la rabbia si scaglia contro le poche spese umanitarie per il recupero delle vittime dei naufragi, anziché contro le enormi spese militari che generano le guerre dalle quali fuggono, c’è un problema di intelligenza. Ossia di capacità di comprendere le cose e di collegarle. Occorre recuperare la coscienza oltre che i morti.

Ho passato due settimane in Brasile, una sera mentre il tepore della giornata dell’inverno brasiliano lasciava il posto a umidità e a pochi gradi, una decina, io e Waldemar Boff, il nostro referente del progetto Agua Doce, ci siamo intrattenuti in una lunga conversazione. Nel comunicarvela uso “volutamente” la parola persona e non popolo, perché è in questi termini che penso a chi è coinvolto nel dramma che Waldemar mi racconta. Perché popolo è un’espressione generica e un po’ lontana. E invece, ascoltandolo le ho sentite vicinissime queste persone. Persone. Che riconosco una per una, dando loro i volti che i suoi racconti mi hanno descritto. Vasti, una bella donna nera di mezza età, che accoglie trenta bambini nel cortile della sua casa nella Baixada Fluminense; la signora Maria, sempre aggressiva, non saluta mai e non sorride mai. Parlando con sua zia, Waldemar ha scoperto che a dodici anni era stata venduta a un ragazzo che saliva nel quartiere con un carretto, comprando ferro vecchio. Ai salti di gioia di Edicleusa, quando Odette, l’assistente sociale della comunità, le ha comunicato che era riuscita dopo tante peripezie a ricostruire la sua storia e le ha consegnato il certificato di nascita. Finalmente! Ufficialmente riconosciuta come una persona, una cittadina. Persone di cui percepiscono il dolore, la precarietà, la paura. E li condividono. Soffrendo per loro, avendo paura con loro. Persone verso le quali provano una compassione profonda. E questo sentimento che ci rende umani come non mai. Ci rende uomini tra gli uomini, dando valore alle nostre vite, dignità al nostro continuare di ogni giorno. Tutti abbiamo bisogno di modelli e riferimenti che ci aiutino a vivere, a vivere veramente la spiritualità. Tutti abbiamo bisogno di pensieri semplici e profondi che possiamo accogliere nella nostra interiorità e che ci aiutino a dare una risposta semplice agli eventi della vita e della quotidianità. Capisci che l’amore opera meraviglie insospettate, è audace l’amore, non ha confini o gabbie in cui costringerlo, si fa gioco dei nostri schemi e calcoli. Riesce a riempire il vuoto. Misteriosamente, delicatamente, lasciando respirare il dolore, dandogli aria e fiducia. Capisci che l’amore oltre alle parole ha bisogno di gesti. Piccole attenzioni quotidiane che trasformano la vita di tanti “grandi” considerati “piccoli” perché poveri. Capisci che per secoli abbiamo interpretato come obbligo l’essere solidali e caritatevoli. Mentre il suo invito è andare oltre, all’incontro con l’altro, l’investire la vita per imparare ad amare l’altro, gli altri, la natura, tutti i viventi, perché la nostra vita, lo vogliamo riconoscere o no, si nutre attraverso la tenerezza, la dolcezza, l’amicizia. Se tutti noi volessimo, anche soltanto per un istante, “restare umani”, potremmo trasformare la nostra vita e quella dell’intera umanità.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Giugno/Luglio 2016

È proprio quando il buio è più fitto che si stanno preparando nuovi orizzonti.

Carissime/i, mese dopo mese, anno dopo anno continua questo “incontro” di notizie, di lettere e di amicizia. Una amicizia che supera le lontananze, come ci scrivono da Haiti. Nella lettera troverete una bella pagina che ci ricorda l’inizio del processo di beatificazione di padre Ezechiele Lele Ramin. Come ogni anno, nella ricorrenza della sua uccisione, sarà ricordato con una messa nella chiesa di san Giuseppe a Padova: quest’anno il 24 luglio cade di domenica e la messa è alle 10.30. Nei giorni 18 e 19 giugno, a Sezano (Verona), si è svolto il Coordinamento nazionale; il tema più trattato è stato quello dell’aspetto legale dei nostri gruppi. Alcune reti sono diventate associazioni Onlus mentre altre si mantengono ancora come associazioni di fatto. Si è lasciata libera scelta ad ogni rete di scegliere come identificarsi, ma per tutte vale il principio che ci ha ispirato ad essere gruppi con strutture leggere, con persone aderenti spontaneamente sulla base di un’azione di giustizia. E’ stata fatta anche una verifica del passato convegno di Aprile, per molti di noi si è trattato di un buon convegno che ha saputo coinvolgere tutti; la partecipazione si è attestata sulle 300 persone, probabilmente il luogo scelto è stato penalizzante. E senza difficoltà si è inoltre rinnovata la segreteria con gli amici e amiche che hanno accettato questo servizio: MONICA di Torino, ANGELO di Roma e PIERPAOLO di Celle Ligure-Savona. Come sempre, non mancano notizie da Haiti e la lettera Nazionale chiude questo “incontro”. Prima di entrare nella lettura, vogliamo lanciare un messaggio-invito: sarebbe bello che altri si facessero carico di scrivere una paginetta su motivi che ritengono importanti per il cammino di Rete, da aggiungere, ogni mese a queste note. A tutti l’augurio di una buona estate.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Giugno 2016

Roma, 14 giugno 2016

Carissimi amiche e amici, “Stiamo vivendo una crisi di civiltà”. Queste parole le disse Ettore Zerbino durante un nostro coordinamento svoltosi a Roma alcuni anni fa, al tempo del governo Monti, e negli ultimi tempi mi tornano in mente con frequenza dinanzi a tutto quello che vediamo accadere nel mondo intero, nessun angolo escluso, con un crescendo impressionante. C’è davvero da demoralizzarsi: gli sforzi delle persone oneste, sagge e coraggiose tesi a raddrizzare le peggiori storture vengono di norma vanificati, anche quando eccezionalmente occupano posti di responsabilità. Mi rendo conto che iniziare una lettera in tal modo non è incoraggiante, né per chi scrive né tanto meno per chi legge. Ne chiedo scusa, specialmente a coloro che più si impegnano giorno per giorno nei nostri progetti, e non solo in quelli, per lenire le sofferenze degli oppressi; e sono tanti gli amici e le amiche che lavorano senza sosta con impegno encomiabile. E ancor più conforta sapere che altri, di associazioni e organizzazioni di vario genere, impiegano tempo e risorse per solidarizzare con chi si trova in estremo bisogno, fornendo esempi di umanità talvolta incredibili. E’ a questo che dobbiamo rifarci per coltivare (o per ritrovare) la speranza nel futuro dell’uomo. Per uscire dal clima di basso impero in cui si è piombati bisogna credere nella riscossa degli onesti, nella loro incrollabile fermezza a non demordere di fronte agli ostacoli che i malvagi, in particolare i bramosi di potere, creano di continuo allo scopo di sconfortare i sostenitori della giustizia. Perché sono appunto i detentori del potere politico-economico-finanziario i responsabili indiretti anche degli avvenimenti orribili che affollano quotidianamente le cronache mondiali per colpa non solo di eserciti, guerriglieri, terroristi ma anche di semplici cittadini fuorviati dagli esempi e dagli incoraggiamenti di chi occupa ogni genere di posti di responsabilità. A volte violenze e omicidi sono da addebitarsi a casi di pazzia, ma siamo certi che la follia non venga indotta, almeno in certi casi, da situazioni o esempi provenienti dall’alto? Vedete bene che evito stavolta di portare esempi concreti, di citare nomi di persone, Stati, luoghi, sì che a qualcuno verrà in mente che le mie siano parole generiche e pertanto di scarso effetto, superfluo vaniloquio di chi – raggiunta una certa età – usa pontificare sui mali dell’umanità senza entrare nel merito delle questioni più scottanti e proporre possibili rimedi. Intanto non ho fatto riferimento ad alcuna situazione perché sono certo che vi teniate informati su quanto avviene sul pianeta. Poi ho ritenuto di puntare in questa semplice lettera sull’esortazione (che rivolgo anche a me stesso) a non desistere dalla nostra azione solidaristica a favore di chiunque si trovi in condizioni di estremo bisogno, moltiplicando se necessario (ed è necessario) gli sforzi e i sacrifici personali, tentando di acquistare alla causa altre persone sensibili, propagandando le finalità che la RRR persegue da oltre 50 anni. Al proposito voglio aggiungere che un giorno la Rete potrà anche estinguersi, nulla essendo eterno; però altri continueranno il nostro lavoro, alcuni già si sono rivolti altrove con apprezzabili risultati. Tutto concorre a quella riscossa degli onesti di cui dicevo prima che spero, forse con eccessiva fiducia, possa farci uscire un giorno augurabilmente vicino dalla “crisi di civiltà” donde ho preso le mosse, citando l’amico Zerbino, il solo nome ricordato in questa breve missiva. Un grande abbraccio a tutte e a tutti.

Per la rete di Roma, Mauro Gentilini.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Giugno 2016

Il Laboratorio della decrescita a Macerata

Il gruppo della Decrescita Felice a Macerata è nato grazie all’ interesse di alcuni partecipanti del gruppo di acquisto locale e di altre persone interessate che hanno iniziato a riunirsi regolarmente dal marzo 2011. Ma cos’è il movimento della Decrescita? La parola, a un primo impatto, suona in maniera strana. Innanzitutto non siamo abituati ad usarla, tantomeno a vederla accostata ossimoricamente all’ aggettivo “felice”. Vediamo brevemente come nasce il movimento in Italia e lasciamo poi la parola ai protagonisti di questa associazione. Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) è un movimento italiano nato e cresciuto informalmente nel 2000 sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso, e successivamente sfociato in un’associazione fondata da Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico. Il movimento, chiaramente ispirato alla decrescita teorizzata da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, ed in linea con il pensiero di Serge Latouche, parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita.(Wikipedia) Concetti ripresi anche da moderni economisti quali, ad esempio Angus Deaton, premio Nobel 2015 per l’Economia di cui ho già scritto. Macerata accetta la sfida e si costituisce “Il Laboratorio della Decrescita”. Allora per capire meglio quali sono i loro ideali, come vivono la decrescita nella vita di ogni giorno e quanto tengono al concetto del “Saper Fare”, ho deciso di far parlare proprio loro! Una famiglia decresciuta: “Più che altro siamo una famiglia che ha intrapreso questo percorso e ancora tanto c’è da fare. All’inizio ci siamo chiesti come potevamo evitare gli sprechi con la limitazione del vivere in città, in una casa in affitto (no indipendenza energetica, pannelli solari ecc. no orto per un autosufficienza alimentare). Eppure le cose che si possono fare sono tante. Per primo abbiamo eliminato la macchina a benzina e ne abbiamo presa una usata a metano, ma il grosso dello spreco in una famiglia è l’alimentazione. Abbiamo puntato sull’autoproduzione e sulla qualità dei prodotti. Siamo iscritti al Gas di Macerata (Gruppo d’ acquisto solidale) e acquistiamo quindi prodotti biologici direttamente da produttori locali, la famosa filiera corta. Io ho cominciato a fare in casa tutto quello che potevo autoprodurre: pane, pasta, pizza, rustici, torte, marmellate (ogni volta che gli amici mi portavano della frutta). Tra le autoproduzioni non alimentari abbiamo fatto anche il sapone, con buoni risultati. Insomma tra gas e autoproduzioni al supermercato ci vado pochissimo. Per i detersivi ne ho ridotto l’uso (detersivi piatti e lavatrice che sono biologici eco-sostenibili e concorrenziali a livello economico con quelli dei supermercati). Ho abolito l’uso dell’ammorbidente e per il resto uso aceto e sapone di marsiglia. E’ chiaro che questo è avvenuto nel tempo, è un percorso anche personale che va fatto gradualmente e senza stress. Vorrei spendere due parole sull’alimentazione dei bambini partendo dalla mia esperienza personale. Oggi le mie figlie non mi chiedono quasi più merendine, patatine ecc. (che io non ho mai negato, ancora oggi se me le chiedono io le compro), preferiscono fare merenda con torte o pane e marmellata, pomodoro, miele o, come la piccola, con pane e olio. Ho sempre cucinato, un po’ per eredità ricevuta un po’ per passione e anche perché è “buono”, in tutti i sensi! Insomma loro hanno mangiato da subito verdure, legumi, zuppe; sono state educate al gusto semplice degli alimenti. Penso che se da piccoli si comincia con gli alimenti industriali il bambino si adegua ad un gusto artefatto e diventa quasi impossibile fargli apprezzare il sapore semplice di una verdura con l’olio o di un minestrone. Va fatta sin da piccoli un’educazione al gusto. Per quanto riguarda gli elettrodomestici (in particolare lavatrice e forno) mi sono organizzata per utilizzarli nelle fasce orarie più economiche. Sabato e domenica, la sera dopo le 19.00 e la mattina fino alle 8.00. La bolletta è diminuita sensibilmente! Tornando agli sprechi altre parole chiave sono state SCAMBIO e DONO. Dall’abbigliamento al computer. RICICLO-RIUSO (scatole di cartone e cassette della frutta decorate e utilizzate come contenitori per giocattoli, porta vasi, porta tutto). Abbiamo provato quest’estate, con molta partecipazione ed entusiasmo, a fare l’orto sul balcone con buoni risultati. C’è stata poi l’esperienza della costruzione e uso di forni solari che per tutta l’estate ci ha deliziato con ottimi pranzetti a costo energetico zero. La nostra vita non solo è migliorata qualitativamente ma abbiamo più tempo e più soldi per noi che in parte abbiamo investito per le cose che ci piacciono. Abbiamo pensato di nutrire anche il nostro ”spirito”, perché la decrescita non vuol dire “privazione” ma la ricerca di una migliore qualità della vita. Una paesaggista e tenace, avversaria del consumismo, appassionata di Eco-Design e prodotti naturali (è stata lei a tenere il workshop sul sapone fatto in casa), lavora anche in un agriturismo a conduzione familiare. Quando nasce la tua passione per il verde? Guardandoti all’ interno della cornice del tuo meraviglioso agriturismo sembra quasi sia stato un imprinting naturale. Qual è un sogno che vorresti realizzare? “La mia non può essere definita una “passione”, piuttosto direi che mi sento parte integrante della nostra casa, della Terra, e della Natura. Fino a poco tempo fa questa era soltanto una mia sensazione, ma l’incontro con la Decrescita e poi con le Transition Town mi hanno spinto verso un desiderio di divulgazione. Ho capito che la consapevolezza è la chiave di lettura della nostra presenza, per un vivere basato sul rispetto. Siamo tutti vettori, come il vento per la riproduzione delle piante. Sta a noi decidere cosa trasportare. Quindi se vogliamo parlare di sogni mi viene in mente la prima scena del film “Il pianeta verde”, un incontro, un’umanità cosciente, unita da un solo obiettivo: l’amore. Andrea e Alice partecipano al Laboratorio delle Decrescita fin dalla sua nascita, sempre presenti e attivi anche nei vari laboratori che si organizzano per incrementare il cosiddetto “Saper Fare”, concetto molto caro ai decresciuti; Andrea ti va di parlarci del laboratorio sulla carta che si è svolto poco tempo fa? “I vari laboratori organizzati nei mesi scorsi sono stati ispirati alla facilità di utilizzo di un materiale come il cartone, per poter realizzare qualcosa che oltre alla spirito dell’autoproduzione, ha appagato una nuova forma di cooperazione che rispecchia alcuni principi della decrescita. Si potrebbe sintetizzare dicendo che abbiamo usato il cartone per fare insieme quello che abbiamo perso … la capacità di poter creare qualcosa con le nostre mani. Soddisfatti di aver creato forni solari, sedie, sgabelli e tavoli, è sembrato naturale il passaggio ad un approfondimento sul materiale “carta”. Nella splendida cornice dei monti vicino Amandola, N. K. e la sua splenda famiglia, hanno ospitato il nostro gruppo all’interno del loro laboratorio. La trasformazione della materia prima, ricavata da scarti vegetali o carta riciclata è l’inizio di un processo che ci ha permesso di capire l’origine di un materiale che grazie alla chimica ed un pizzico di “magia” può dar origine a piccole opere che appagano la voglia di creare. Abbiamo creato “carta”, la stessa che ogni giorno ignoriamo e releghiamo nei cassetti delle nostre stampanti.” G. R.– artista, strenua coltivatrice e molto altro – è una veterana delle Decrescita, da anni è in prima linea per la difesa dell’idea di sostenibilità. Ha collaborato fin da subito alla creazione del Laboratorio della Decrescita a Macerata. Quali sono le linee guida che ti portano a vivere una vita consapevole nella Decrescita? “Rilocalizzare le attività e conseguentemente l’economia è uno dei primi passi da fare. Una situazione complessa necessita di risposte creative, articolate e comuni. Dobbiamo riapprendere a lavorare in gruppi e comunità allargate, a partire dagli stessi luoghi nei quali viviamo, per giungere a soluzioni per la produzione di beni e servizi nei settori energia, salute, educazione, economia e agricoltura. Produco quello che non guadagno. L’autoproduzione di cibo, cosmetici, oggetti di uso quotidiano mi rifornisce di beni eco-sostenibili nella completa padronanza della filiera, dalla materia prima al bene d’uso. Quello che ottengo economicamente da collaborazioni e prestazioni lavorative esterne nei settori educativo/agricolo/artistico/culturale sono di certo di minor valore economico di quello che auto produco e scambio. Inoltre questa dimensione fattiva e pratica va a riequilibrare la mia indole/formazione altrimenti tendente a speculazioni astratte, alla ricerca del bello (se pur non decorativo) e dell’espressione. Scambio e autoproduzione alimentare. Preparo a casa latte da legumi e cereali, formaggio vegan, estrazione del glutine dal grano (seitan), conserve, composte, succhi di verdure e frutta, torte. Raccolgo molto da prati/cespugli/alberi/boschi, e scambio eccedenze di verdura e frutta in una rete informale che si è creata tra amici e vicini. Scopro sempre più il valore di coltivare le piante, per vivere in diretta lo scambio energetico con il sistema naturale, nella programmazione e gestione di un orto giardino si attivano risorse speculative-astratte, fisiche, creative.” R. B. – ingegnere e padre di una numerosa prole – è un antesignano della Decrescita. Quando ancora non si parlava di forni solari, ne aveva già costruito uno di notevole efficacia, tuttora funzionante; ma Roberto è un vero e proprio appassionato dell’invenzione e dell’arte, nonché propulsore di numerose attività. “Quello della Decrescita è per me un modo di agire quotidiano, delle piccole azioni che portano poi a un risultato vistoso. Usare una strategia non è facile, nel tempo ho capito che la linea guida più importante è quella di evitare lo Spreco. Una domanda che spesso mi pongo è “Perché la gente guarda a questa attitudine come a un obbligo? Perché non lo si fa a priori? Perché lo si vede come un peso?”. Una cosa che noto molto oggi è che si ha una gran paura del concetto di “povertà”, ovvero si ha paura di essere privi dei beni che la società giudica necessari… Io credo che un valore molto più importante e di gran lunga maggiore sia quello della dignità. Parlo un po’ di me: ho vissuto tutti gli anni ’80 e parte dei ’90 in Messico, ho quindi “saltato” la grande ricerca al benessere europea di quegli anni, vivendo invece a contatto con gente che, pur avendo poco o niente, viveva alla grande e soprattutto era felice. Nei miei rari viaggi in Italia notavo questo grande abisso: il benessere provocava malessere. Sono tornato definitivamente nel settembre del 1996 e mi sono installato a Macerata. L’esperienza in Messico mi ha portato ad apprezzare le tecnologie semplici ed utili, nel vero senso del termine. Alcuni degli accessori che ho elaborato e costruito in questi anni sono: Una pompa a pedali (costruita con materiali di riciclo del luogo) per irrigare piccoli appezzamenti (in Messico); Pannelli solari termici, per il riscaldamento dell’ acqua sanitaria (a bassissimo costo); Idraulica applicata alla permacultura, mi sono costruito un piccolo orto in balcone (consigliato a chi non ama zappare); Un sistema solare di riciclaggio della plastica e tanti altri strumenti che ora non sto qui ad elencare. Diciamo che in Italia mi sono trovato avvantaggiato perché in realtà non ero mai “cresciuto”, venivo da posti in cui la Crescita Economica non c’era mai stata. Vorrei ricordare che il risultato di questo agire non è solo materiale, ma anche interiore, perché si imparano ad apprezzare le persone per quello che sono e non per quello che hanno.”

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, riprendiamo le nostre riflessioni dopo la pausa di aprile e dopo il Convegno Nazionale di Trevi. La situazione internazionale è sempre più complicata e difficile, dopo il blocco europeo dei migranti e con le varie crisi politiche internazionali che sembrano non avere modifiche, in Siria, in Turchia, in Libia, e naturalmente in Palestina, e in Africa. L’Europa sembra sulla via dello scioglimento, ogni stato fa quello che vuole e i temi della solidarietà sembrano quelli meno importanti, e si affermano invece sempre di più i movimenti fascisti e populisti, chiusi e negativi verso ogni apertura. In Brasile e in Argentina le cose volgono decisamente al brutto, con la chiusura di ogni stagione liberale o socialista, non si sa nemmeno quale parola usare. In Italia c’è una grande battaglia contro il governo Renzi, da destra e da sinistra, e il lavoro rimane sempre un aspetto molto delicato e difficile; ora con le prossime amministrative continueranno le battaglie mediatiche per portare gli elettori verso le posizioni volute. E il referendum di aprile (delle trivelle) ancora una volta ha evidenziato la volontà di tanti elettori di non voler votare, che non sembra un rifiuto del diritto al voto quanto una protesta intenzionale voluta. Da chi ricevere parole di speranza? Il Convegno ancora una volta ha evidenziato come i nostri testimoni dall’Africa e da altri luoghi hanno una visione diversa del mondo e delle sue dinamiche e leggono la realtà con un altro punto di vista, e danno possibili vie di speranza. E le testimonianze sono state il centro del Convegno. Padre Mussie Zerai sacerdote eritreo ha raccontato le difficoltà di ogni genere che devono affrontare quelli che fuggono da situazioni di vero disastro nei loro paesi, dove è dichiarato lo stato di guerra, dove arrivano rifiuti tossici di ogni tipo, e tutti i giovani devono essere in servizio militare da 18 a 60 anni, salvo carcere e violenze di ogni tipo (66 carceri in Eritrea), e quindi scappano, con viaggi allucinanti, centri di detenzione, confini blindati, un mare da passare con imbarcazioni ridicole, con soldi continuamente richiesti o rubati, o con la donazione forzata di organi. La kurda Ozlem, rifugiata politica in Italia, ha raccontato delle continue e pesanti persecuzioni della Turchia di Erdogan sui kurdi, che cercano l’autonomia kurda o almeno l’autodeterminazione in paesi con dittature, con detenzioni in carceri di massimo isolamento da decenni, con la proibizione di usare la lingua e i nomi kurdi, anche i nomi devono essere tradotti in turco, e le donne combattenti sono sottoposte al massimo della pena. Wafà palestinese di Ghaza ha raccontato della difficoltà di gestire un’azione di resistenza nel conflitto eterno con Israele, del fallimento dell’idea di 2 stati, datata agli accordi di Oslo più di 20 anni fa, e dell’unica speranza nel boicottaggio dei prodotti di Israele, BDS, la sola azione che sta unendo i popoli solidali e dà speranza di cambiare qualcosa; bisogna quindi leggere le etichette e rifiutare i prodotti israeliani, non ospitare scienziati e artisti israeliani e forse allora, dopo tante sofferenze, la giustizia vincerà. Altri africani presenti a Trevi hanno presentato i loro prodotti agricoli realizzati in Italia, tramite cooperative, realtà sempre più positive e veri modelli di speranza. Il senegalese Mohamed Ba ha raccontato la sua storia coloniale, con grande ironia con una lingua italiana e una cultura ad altissimo livello, con l’aspirazione di integrare al Nord la cultura africana ed i giovani scrittori africani, e lui stesso è autore di testi teatrali in Italia di grande successo. Il prof. Vassallo Paleologo ha ricordato la grande azione di alcuni giuristi italiani contro la discriminazione dei migranti, contro la clandestinità, contro la tortura, contro i continui tentativi di chiudere le possibili buone esperienze di accoglienza e di integrazione, attivando e sostenendo azioni legali complesse e continue, con un’attenzione tenace e impegnata contro qualsiasi chiusura e blocco che si verifica in Italia. Si è provata nel Convegno di Trevi anche la divisione in gruppi, per limitare il numero di chi partecipa e favorire di più la discussione e l’approfondimento, con schemi simili in ognuno dei 3 gruppi e con animatori giovani, che poi hanno relazionato. Abbiamo ascoltato nel 3° gruppo la testimonianza dell’ostetrica di nave, che ha aiutato il parto di tante giovani donne migranti, raccolte sulle navi appoggio della Marina italiana; la testimonianza di cooperative miste con stranieri, per coltivazione e commercio; le esperienze di istituzioni accoglienti, poche a fronte di tanti respingenti, evidenziando quanto sia più facile respingere con atteggiamenti molto superficiali, piuttosto che tentare accoglienze, col rischio di perdere risorse non capendo che si possono acquistare relazioni e speranze e moltiplicare così le risorse. E’ stato quindi un buon convegno, un segno di speranza in questo momento storico così difficile e chiuso. Ora cureremo la trascrizione su carta delle più importanti relazioni, ma ci sono anche dei documenti filmati già disponibili, messi già in rete e su You Tube: la relazione di Mussie Zerai si può trovare su Youtube, chiamandone il nome. Il film è stato realizzato da Aldo Corradi, di San Zeno di Colognola, della Rete di Verona. Al Convegno c’era anche padre Clemente, che ha portato la sua testimonianza di prete ed educatore in Guatemala, e noi a Verona lo conosciamo bene. Ha portato un nuovo progetto per una biblioteca e una sala Internet per i suoi giovani nella sua nuova parrocchia, chiedendo un contributo molto limitato, progetto che pensiamo di sostenere nei prossimi Coordinamenti e di assumere come azione della Rete di Verona, continuando ciò che si è fatto per anni, e che ora si pone accanto all’azione ormai più che ventennale in Brasile, con l’Opera mazziana a João Pessoa (cosa succederà in Brasile nei prossimi mesi, con il golpe contro il PT e Djilma Roussef ?), e con il nuovo Progetto ad Adjumako, perché le ragazze ghanesi possano continuare gli studi. In una delle prossime lettere presenteremo il nuovo Progetto in Guatemala, pensato prima per una durata annuale ed ora esteso a 3 anni, dopo la discussione con Clemente a Trevi. Pensiamo di incontrarci in maggio, come gruppo di Verona, per parlare di tutte queste cose e scambiarci le nostre idee e le nostre aspirazioni. Poi ci sarà il Coordinamento nazionale a Sezano, in giugno, e pensiamo di proseguire la nostra buona tradizione di un incontro conviviale a inizio estate, nei giardini Pettenella Picotti, dove ricorderemo la presenza di don Giulio Battistella, per tanti anni nostro profeta e riferimento per tutto ciò che ha significato spiritualità e solidarietà internazionale, da quando era tornato dall’Argentina, raccontandoci di America Latina e delle lotte di liberazione che là si erano svolte, e poi ancora missionario a Cuba con una grinta eccezionale. Il nostro prossimo incontro sarà martedì 10 maggio, martedì prossimo, alle ore 21 nella sede dell’Istituto don Mazza, in via San Carlo 5, zona Santo Stefano, con parcheggio interno, nel cortile. Per i Giardini PP ancora non s’è fissata una data, lo fisseremo nel nostro incontro del 10 maggio. Il Coordinamento Nazionale sarà a Sezano sabato e domenica 18 e 19 giugno, con le solite modalità dei Coordinamenti. Questo è un mese dispari e non si comunicano i dati della colletta. Un cordiale saluto, a presto rivederci per confrontarci in amicizia. Ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Maggio 2016 (bis-2)

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, nell’ultimo recente incontro veronese del 10.5 al Mazza, pochi giorni fa, abbiamo discusso anche della segnalazione della Segreteria dei gravi problemi finanziari che mettono in dubbio la colletta nazionale e la prosecuzione di molte operazioni ad essa legate. Poiché quella segnalazione è pervenuta quando già avevo compilato e mandato la nostra circolare veronese, in cui avevo inserito come comunicazione nazionale la bella lettera di Antonio, si è così deciso di inviare una circolare supplementare, la presente, chiamata maggio bis, aggiungendo alcune notizie importanti. Come tutti riconosciamo ogni volta che ci troviamo, il nostro impegno della colletta è fondamentale in una solidarietà concreta, e quindi l’appello è importante e fondato. Alcune reti locali hanno già deciso e indicato una colletta supplementare, noi ne abbiamo solo parlato, ma ne discuteremo certamente in giugno. Nel nostro incontro all’Istituto Mazza si è parlato della nostra colletta di Verona … .

Un cordiale saluto. Ciao

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2016 (bis)

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, è sempre più difficile proporvi una discussione regolare sulla solidarietà, gli argomenti sembrano tutti fuori luogo, vecchi, inadatti a cercare possibili soluzioni anche parziali ai problemi che quotidianamente ci affliggono. Il primo argomento di interesse è sempre quello dei migranti. Tutti vogliono venire in Europa dall’Africa e dal Medio Oriente, ed è lo stesso dal Centro America verso gli Stati Uniti, ed anche là c’è chi pensa che l’unica soluzione consista nel costruire muri, nell’impedire l’accesso di chi cerca fortuna, quasi per tenerci noi soli la fortuna che abbiamo, i soldi che ci siamo trovati in casa per non si sa quale occasione, forse per un lavoro che abbiamo saputo far fruttare, per il nostro genio, o non si sa bene come, o con che manovre più o meno criminali o protezionistiche ci hanno fruttato i nostri capitali. Quindi nel fenomeno dei migranti ci sono problemi di chi viene, per il fatto che vuol venire, e problemi di chi resta, perché i soldi sono mal spartiti, e la crisi è in tutto il mondo. Per noi basta pensare alla crisi delle banche, e soprattutto delle banche venete, che sono fallite buttando sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori, ma privilegiando e arricchendo pochi altri dirigenti che hanno approfittato della loro posizione. Nel recente Convegno abbiamo ascoltato sui migranti le parole di padre Mussie Zerai, un sacerdote eritreo molto competente, che ci ha raccontato cosa gira in Somalia, perché tanti giovani fuggono da quel povero paese dove c’è una guerra strana e un servizio militare senza fine e senza soldi. Se volete vedere ciò che ha detto al Convegno di Trevi, battete il suo nome su You tube e vedrete il suo intervento, l’abbiamo registrato e pubblicato. Più che mai il problema con i migranti rimane il cosa si può fare, ma in una associazione di solidarietà come la nostra in questo momento va in crisi qualsiasi impostazione, specialmente se è vecchia, molto vecchia. Sì, da 50 anni destiniamo una parte del nostro stipendio a progetti internazionali di piccolo riequilibrio, ma molti nostri amici, molti nostri figli non hanno questa disponibilità, non sono ricchi come quelli di noi che possono risparmiare una parte del reddito e lo destinano a progetti di liberazione, piccoli e limitati, ma pur sempre un piccolo superfluo. Sì, è circa lo stesso che diamo ai nostri figli disoccupati, ad altre iniziative italiane, in aggiunta a quelle internazionali della Rete, ma noi possiamo permettercelo, e anzi dobbiamo essere trasparenti per il nostro fisco, come se fossero queste poche migliaia di euro a porre problemi al bilancio dello Stato. Tant’è, è giusto che tutti quelli che usano soldi e banche lo facciano in modo onesto e coerente. La Rete è partita con la Palestina, a tutela dei diritti calpestati dei palestinesi, ma da allora in quel posto le cose sono solo peggiorate, e l’unica reazione possibile sembra solo quella degli estremisti islamici. Abbiamo proseguito con il Brasile, seguendo Arturo Paoli e i compagnons batisseurs, sull’onda della liberazione dell’America Latina, coi prigionieri delle carceri brasiliane, e poi del Cile, e dell’Argentina, del Salvador; ed ora sono in crisi politica il Brasile, è in crisi il Venezuela, l’Argentina, l’Uruguay, il Cile. Molte cose in America Latina sono decisamente migliorate, non hanno più bisogno di noi come un tempo, scuole e ospedali sono sostenuti dallo stato e sono pubblici o quasi, ma ci sono altre crisi, sulle quali non possiamo incidere noi, con i nostri piccoli progetti. Abbiamo poi seguito il progetto Rete Santo Domingo (ricordate Miguel e Ida, il Centro Valpiana a el Abanico), anch’esso è poi divenuto autonomo ed è seguito dallo Stato, un grande successo quindi. Seguiamo da 20 anni il Guatemala, ed ancora lo stiamo seguendo, in mezzo a molte difficoltà. E in ognuno di questi paesi abbiamo conosciuto gente impegnata, che con poche risorse hanno saputo dare speranza a tanta gente, e la speranza l’hanno data anche a noi lontani, che li abbiamo conosciuto quasi solo perché abbiamo voluto riservare alcuni dei nostri risparmi per contribuire ad iniziative di liberazione, ed abbiamo così partecipato alla loro lotta. Ora stiamo iniziando con il Ghana, per sostenere alcune ragazze a continuare i loro studi, per cambiare attraverso loro la loro civiltà e il loro paese, e avremo molto da imparare anche da loro. Ma la Colletta nazionale della Rete cala, il numero di aderenti alla rete e di attivi nella colletta si riduce, perché cambia la società, ed alcuni progetti della Rete vanno a rischio. Invece a Verona i numeri della colletta non sono cambiati significativamente. Il gruppo Verona è rimasto abbastanza numeroso e attivo, ci incontriamo, ci parliamo, ci confrontiamo, ma il contesto per tutti è ormai diverso, sta cambiando tutto, in Italia, in Europa, nel mondo. Cambia perfino il clima, questi violenti temporali in giugno sono nuovi, si pensava solo all’aumento del calore estivo, e invece … E allora, come mantenere le nostre relazioni personali? Le nostre motivazioni? La Rete ha saputo mantenere il suo impegno concreto attraverso le collette, la restituzione, non solo con discussioni e motivazioni politiche, se no credo che anche fra noi prevarrebbero liti, divisioni, ideologie, confronti di principio. Le collette sono un impegno concreto, reale, di poca discussione, e sotto c’è sempre il tentativo di restituire, riequilibrare, dare chances a chi forse non le ha avute. E l’altro grande impegno della Rete sono le relazioni interpersonali, ascoltarsi, valorizzare l’altro, l’altro vicino e l’altro lontano, soprattutto quando viene da luoghi diversi, da storie lingue diverse, lontani, in situazioni difficili. Da essi si impara molto, si impara anche a stare insieme. E il nostro prossimo incontro del gruppo veronese è proprio per stare insieme: l’appuntamento prossimo in cui stare insieme è per sabato 11 giugno, come ricorderete. Come ogni anno a fine stagione, all’inizio dell’estate, ci troviamo nel giardino di Maria e Gianni, in Pettenella Gardens, in via Marsala 12 A, dopo le 20. Ognuno porta qualcosa da bere o da mangiare, e aspettiamo anche chi non è venuto spesso e ritiene di non avere abbastanza amicizia con la gente. Le amicizie si fanno incontrandosi, e nell’incontro ci si scopre, ci si osserva, si cerca una solidarietà reale, si parla delle conoscenze trovate nella Rete, e di tante altre cose. Nell’incontro conviviale faremo anche qualche discussione sul nostro gruppo: sarebbe bene ricominciare a assegnare in giro la redazione delle circolari mensili, a dare la parola a tanti cari e stimati amici, a distribuire l’incarico della riflessione, perché vanno sentiti tanti punti di vista, anche copiando articoli di altri o riportando i pensieri di amici o maestri. Ne parleremo. Un caro saluto a tutti, a sabato 11, ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Maggio/Giugno 2016

Cara Europa, che cosa ti è successo? Tu umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo Europa, terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo Europa, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei tuoi fratelli? Proprio adesso in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che ti vide risorgere da due guerre. Devi ritrovare entusiasmo e creatività per mantenerti giovane e attenta ai cambiamenti; devi sentire ancora con forza dentro di te la possibilità di essere madre; una madre che accoglie la vita e offre speranze; che si prende cura del bambino; che soccorra come un fratello il povero che arriva in cerca d’accoglienza perché non ha più niente e chiede riparo; in cui essere migrante non sia un delitto bensì un invito ad un maggior impegno per la dignità di ogni essere umano. Un’Europa che lavori per alimentare il movimento dell’interazione per vivere ed apprezzare la diversità, educando al multiculturalismo. Forma o Europa, i tuoi giovani affinché siano attori, agenti di cambiamento, svolgendo il ruolo di connessione tra le diverse culture, perché loro credono più di noi anziani, che non importi la provenienza, il colore della pelle o la religione, perché siamo tutti esseri umani. Tutto questo servirà principalmente ai nostri giovani i quali crescendo nel dialogo e nell’incontro, diventino sempre meno consumatori e più cittadini. Solo loro sapranno scuotere le coscienze dei politici della comunità internazionale che erigono barriere e prosperano sul commercio delle armi e su interessi politici spesso inconfessabili, alimentando guerre e povertà estreme che generano la migrazione di tanti esseri umani verso porti più sicuri.

Carissime, Carissimi,

“Il benessere di una volta ormai lo possiamo solo sognare” sento questa riflessione sulla bocca di molti. Lo ascolto anche da quelli che scommettevano su un capitalismo dal volto umano. Esso avrebbe corretto dall’interno delle logiche del mercato, le proprie storture, per favorire una crescita democratica ed eliminato le grandi ingiustizie fra paesi sviluppati e paesi ancora marcati dal sottosviluppo, dalla fame e dalle guerre. La trovo una contraddizione in termini che la somma e l’accumulo dei beni materiali e finanziari abbia finito col definire queste nostre collettività come società del benessere. Non dipende infatti dalla quantità di beni che si hanno, lo stare bene. Un modo di essere qualitativamente valido implica attenzione ad altre esigenze che vanno ben oltre i beni da godere, da accumulare, da consumare. Noi privilegiati di una volta non siamo ancora abituati a vivere in modo più sobrio e questa necessità ci angoscia fino al punto di temere che la possibile catastrofe economica segni davvero la fine, se non per l’umanità, nel nostro progetto di vita e di civiltà. Nello stesso tempo ci sono segnali che, proprio in vista del peggio dal punto di vista materiale, riescono a immaginare una riproposizione di un concetto di economia che restituisca a questo termine il significato più ampio che aveva una volta, più attento alla globalità della persona, agli interessi generali, ai valori comunitari, all’esigenza di una solidarietà allargata.

Economia dunque intesa come norme che garantiscono un buon funzionamento della casa, uno stato di benessere generale, una buona umana convivenza. A me sembra che su questa strada si profili la possibilità di una spiritualità che non sia evasiva, consolatoria e di fuga dalle angosce; ma la possibilità di una spiritualità più attenta al benessere personale e collettivo. Non si tratta più di assicurarsi, come è nella logica mercantile, il miglior vantaggio col minore rischio possibile, ma di scommettere che il futuro lo determiniamo principalmente con la fiducia, con patti duraturi di alleanza. Riusciremmo a costruirlo bello e sereno se valorizzeremo al meglio anche i beni immateriali, il cui obiettivo è la crescita della qualità della vita, se saremmo più attenti anche a coltivare e valorizzare i beni relazionali, che conferiscono il senso della vera esistenza; se lo scambio dei mezzi si qualificherà meglio come scambio fra persone, se daremmo spazio reale al nostro bisogno di interiorità andando ben oltre l’atmosfera asfittica dei calcoli interessati; se ci apriremo alla dimensione del dono sia nei rapporti interpersonali, che in quelli intercontinentali. Alla logica del contratto dovremmo sostituire quella del patto, dell’alleanza. Un termine che ha forti risonanze bibliche e che a prima vista sembra eludere le nostre legittime preoccupazioni economiche, ma che in realtà le inserisce in un contesto più ampio, più creativo, protese al vero e condiviso stato di benessere. Il trucco del gioco dell’oca al quale ci avevano attratto ha funzionato, con il ritorno alla casella di partenza. La cosa triste è che continua a funzionare perché c’è chi si accinge a partecipare di nuovo al gioco. Il neoliberismo non ama che noi crediamo nell’utopia, perché ci vuole incutere l’idea che siamo eterni, che la vita è un miracolo. Che le merci che indossiamo decidono il nostro valore, perché chi non può comprare, per il mercato non esiste, non ha valore. Gesù predicava il Regno di Dio all’interno dell’impero di Cesare, era come parlare di democrazia dentro una dittatura, per questo è stato assassinato. Oggi stanno realizzando la “democrazia virtuale” con l’unico scopo di isolarci, toglierci la capacità di guardare gli altri, i nostri bambini sono affidati all’elettronica. Oggi non si “naviga” su internet, si “naufraga”! Anche nella nostra associazione, la rete Radiè Resch, si sta sentendo il peso della crisi, le nostre autotassazioni economiche a sostegno di progetti-ponti con comunità del Sud del Mondo, stanno diminuendo. Ho la sensazione che anche noi siamo presi da timori e paure future senza comprendere bene che di fronte a queste tragedie tutti abbiamo ancora molto da apprendere e da dare. Possiamo comprendere che i beni non sono la sola contropartita del portafoglio zeppo di soldi o del conto in banca, ma sono essenzialmente strumenti al servizio dell’uomo, “per l’uomo” e non “dell’uomo”. Ritornare ad apprezzare le piccole cose è l’unico modo per recuperare il sorriso e la gioia che si affievolisce. Rinforziamo il nostro tendere la mano verso gli “impoveriti”, perché il donare e il condividere sprigiona felicità e vera gioia di vivere. Questo ci darà la forza per aumentare anche la nostra disponibilità economica a sostenere qua e là tanti nostri confratelli verso la costruzione di un mondo nuovo.

Antonio