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Febbraio 2017

Cari amici,
… un augurio per l’anno che è iniziato …d a un’omelia di don Angelo Casati:
I numeri riguardano un’indagine apparsa in questi giorni sui quotidiani – si potrà anche spostare di qualche decimale i numeri – però l’indagine veniva a dirci che l’1% dei più ricchi del mondo possiede quanto il 99% della popolazione mondiale e, per venire a noi più vicino, che in Italia, nel nostro Paese, l’1% dei cittadini più ricchi possiede il 25% della ricchezza nazionale. E i quotidiani a parlare di “un mondo dove crescono impetuosamente le disuguaglianze, dove si fa sempre più ampia la faglia tra i pochi che hanno e i tantissimi depredati. Il mondo del turbocapitalismo non è solo un mondo sempre più ingiusto, squilibrato. E’ anche un mondo sempre più ingovernabile. Cresce il divario tra ricchi e poveri”.
I numeri. E poi le immagini di uomini, donne, bambini, sepolti da neve e terremoto e i soccorritori che varcano quelli che ormai sono nonluoghi, varcano il silenzio. E rimangono domande, domande senza risposte. O forse la risposta sono loro? Me lo chiedo.
L’omelia si sposta al commento sulla moltiplicazione dei 5 pani e dei 2 pesci, sull’equa distribuzione dei beni: chiamati in causa sono gli uomini, le donne, il senso della giustizia e … dell’immaginazione, la capacità di trovare soluzioni. La cena della condivisione dei pani genera l’immagine del giardino: fateli sedere, a gruppi di 50 a forma di aiuole. E’ come leggere la bellezza del giardino, quella dell’Eden. Di fronte alla moltitudine la risposta sarebbe: congeda la folla, ci pensino loro. Invece: voi stessi date loro da mangiare. Come a dire: cosa succede se li mandiamo via? Allora: da dove cominciare? Si mette in gioco un ragazzino con i suoi 5 pani e 2 pesci. Senza fare troppi calcoli. Se no non parti più. L’immagine del ragazzino. Delle mani dei soccorritori che scavano nella neve con la trepidazione e la cura di chi ama. Anche della resurrezione! E’ l’augurio per l’anno che è iniziato.

RACCCOLTA RETE II SEMESTRE 2016
LUGLIO
€ 278
AGOSTO
€ 258
SETTEMBRE
€ 258
OTTOBRE
€ 258
NOVEMBRE
€ 267
DICEMBRE
€ 634
Mercatini di Natale
€ 375
TOTALE
€ 2.328

USCITE II SEMESTRE
Alla Rete nazionale: € 2.250
Spese conto corrente postale: € 78
Le operazioni sostenute dalla Rete di Lecco sono: Scuola materna di El Bonete – Nicaragua, Supporto al Centro di salute e ai contadini di Haiti. Gaza-Palestina.
ANNO 2016
1° SEMESTRE € 1.450
2° SEMESTRE (+ compleanno) € 2.250
TOTALE 2016 € 3,700
Inviati alla Rete Nazionale nel 2016: € 3.700

Un grazie a tutti e a coloro che hanno voluto scambiare doni di Natale con solidarietà.
Per vendita limoncello € 160, dal mercatino € 190, consegnato al gruppo di Silvia e Giulia € 350 per il Tribunale Permanente dei Popoli.
Per il progetto Donne Straniere del nostro territorio, gestito da Maria Andreotti, abbiamo raccolto € 80.
In occasione del centenario della nascita di Padre David Turoldo, dalla vendita delle litografie donate da Alfredo Chiappori abbiamo raccolto per il progetto “I nessuno delle carceri di Lecco” (referente don Mario Proserpio) e per il progetto “Farsi voce dei diritti negati” (referente Gianni Tognooni) al 31 gennaio 2017 abbiamo ricavato € 1.850 per ciascuno. Le litografie sono ancora disponibili presso Poster House, via Bonaiti 2, Lecco/Rancio e da Mariuccia. E’ disponibile anche l’opera originale (rivolgersi a Lorenza Pozzi, 0341 496114)
“La luce del nero” (Tempere e sabbie su cartone Schoeller)
Con angoscia ti fuggo,
o Luce ma sulla stessa
via sempre t’incontro.
(D. Turoldo, O sensi miei)
Segnaliamo
Mostra fotografica itinerante a cura della Fondazione Don Lorenzo Milani con il contributo artistico di Gianni Bolis, Luigi Erba e Dolores Previtali. Lecco, Palazzo delle Paure, dal 5 febbraio al 30 aprile. Segnaliamo in particolare la conferenza del 9 marzo, ore 21, “Il pensiero di don Milani e la sua persistenza nel tempo, l’esperienza della Casa sul Pozzo e della Casa Don Guanella” Relatori: don Angelo Cupini e don Agostino Frasson. Per informazioni 0341 286729.
Luisa Morgantini, ex presidente della Commissione Europea, scrive:
Mie care e cari, all’uscita aeroporto Ben Gurion mi hanno fermata e comunicato con lettera che potrò tornare in Palestina e Israele solo se il Ministro degli Interni israeliano “concederà ” il permesso.
Dovrò quindi fare richiesta formale di visto al Ministero degli Interni ed avere assenso, in caso contrario se mi presento alla frontiera verrò rimandata in Italia .
Che dire, hanno il potere .
Penso solo che se io sento tanto dolore all’idea di non poter tornare in Palestina e di abbracciare amiche e amici , compresi gli amici e le amiche israeliane, posso solo immaginare il dolore di chi è palestinese e si vede negare il ritorno .
Non resterò’ in silenzio e non mi fermerò. Continuerò a lottare per Il diritto del popolo palestinese alla libertà alla giustizia e alla pace con la fine dell’occupazione militare e la colonizzazione israeliana . Ed ovviamente tenterò ogni strada per tornare in Palestina. Sto cercando per ora di seguire vie “diplomatiche” . Per cui non metterò nulla sui social network e su fb fino a quando non avrò delle risposte.
Ma sinceramente ho tanta voglia di piangere. Un abbraccio.
Luisa Morgantini – 13/1/17

DALLA CIRCOLARE DELLA RETE ROMANA – GENNAIO 2017
Nel giugno del 1967, durante la cosiddetta guerra dei 6 giorni, io ero là tra Amman e Gerusalemme. Le due sponde del Giordano, ad est la Cisgiordania e ad ovest la Giordania, furono unite sotto il nome di Regno Hascemita di Giordania. Israele, sostenuta dagli Stati Uniti e appoggiata da gran parte dell’Europa, conquistò – insieme al Golan in Siria e al Sinai in Egitto – la Cisgiordania e Gaza facendo sua l’intera Palestina. Da allora, la popolazione palestinese viene sottoposta a vessazioni continue, impedita nella sua libertà di movimento, non rispettata nei suoi diritti fondamentali di persone con pari dignità col popolo occupante. Ben presto i coloni ebrei, provenienti dai vari paesi arabi e da tutto l’Occidente, invasero le proprietà dei palestinesi, costringendo spesso questi ultimi ad abbandonare le proprie case quando non s’intimava loro di distruggerle, dietro mandato militare con pretesti di irregolarità. In molti casi furono gli stessi palestinesi chiamati a ricostruirle per i coloni in cambio di un misero salario. Ho visto palestinesi lavorare alla costruzione del muro di separazione e alla mia domanda sul perché accettassero di far così del male a se stessi, risposero: “ho moglie e figli da sfamare”.
I Palestinesi, cacciati da Gerusalemme e da tutta la Cisgiordania, affluirono in massa ad Amman, dopo giorni e giorni di cammino attraverso il deserto, incalzati dall’esercito israeliano con i fucili spianati. Alcuni arrivarono feriti, altri persero dei loro cari lungo il viaggio, specie bambini e anziani, per disidratazione e sfinimento. Grazie alla mia cittadinanza giordana mi fu possibile, insieme ai miei colleghi dell’università di Amman che frequentavo come uditrice, fare del volontariato a Wadi Dilayli, uno dei campi allestiti dalle autorità giordane per accogliere i profughi della Cisgiordania. Per quattro mesi, ogni giorno, partivamo la mattina presto per rientrare a sera inoltrata. Alcuni di noi si occupavano di far scuola ai bambini, altri dell’assistenza sanitaria o della distribuzione di acqua e pane. A me, la più grande per età, affidarono la responsabilità di fare la cucina per 16.000 persone, affiancandomi alcuni giovani dell’esercito e un gruppo di scout. Pensai subito di coinvolgere anche alcuni rifugiati e insieme organizzammo il lavoro di preparazione e distribuzione del cibo. La nostra fu come una grande famiglia dove si respirava angoscia e dolore, ma insieme cercammo di dare una mano a tutti. Tornando a casa la sera, molti degli oggetti di cui ci si serve abitualmente: piatti, bicchieri, posate, contenitori vari, sedie ecc. ecc. mi sembrarono superflui dal momento che nel campo bastava un barattolo vuoto per attingere l’acqua da un bidone e dissetarci tutti. Quel campo profughi fu per me una grande scuola di solidarietà e di umanità condivisa!
50 anni non sono bastati a ristabilire il diritto internazionale in terra di Palestina! Il dramma continua, tra alti e bassi, tra ribellione e resistenza nonviolenta. Ci sarebbe tanto da dire sulle umiliazioni cui è sottoposto il popolo palestinese: le atrocità commesse da militari israeliani e dagli stessi testimoniate, le carcerazioni amministrative di tanti giovani palestinesi e persino di adolescenti e di bambini, le scorribande dei coloni ad Hebron contro i beduini e il loro bestiame, il pestaggio dei palestinesi mentre raccolgono le proprie olive, le barche dei pescatori di Gaza speronate e sequestrate dalla Marina militare israeliana pur trovandosi entro le miglia fissate da Israele e tanto altro: dalla giudeizzazione di Gerusalemme Est alle reazioni scomposte di Netanyahu per le decisioni dell’Unesco sui diritti dei palestinesi, … , le stesse rivolte interne ad Israele per più giustizia … Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la colonizzazione israeliana della Palestina. … votata …dal governo inglese di destra, col primo ministro Theresa May … i governi di Spagna, Russia e Cina,…
Un segno di speranza ci viene dalla commovente marcia che nell’ottobre scorso ha visto migliaia di donne ebre, cristiane e musulmane unirsi in un cammino di pace verso Gerusalemme. La loro canzone è frutto di un’alleanza tra artiste folk israeliane e palestinesi. Essa celebra l’ultima iniziativa del movimento delle “donne per la pace”, WomenWage Peace, nato in Israele nel 2014, promotore di unamarcialunga 200 chilometri. Israeliane, palestinesi e africane, vestite di bianco, tra canti, abbracci e invocazioni di pace, hanno ribadito: “Non ci fermeremo finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti un futuro sicuro”.
… la prossima conferenza multilaterale di pace … a Parigi il 15 Gennaio 2017.
Agnese-Anissa Manca
Valutazione del progetto delle “Donne di El Bonete – Nicaragua”
A nome della Rete nazionale, Liviana ha chiesto alle donne di El Bonete coinvolte nei vari progetti una valutazione in vista del rinnovo triennale del finanziamento. Riportiamo la loro risposta.
PER LIVIANA y AMIGAS DELLA RETE RADIE RESCH.
PREMESSA: Queste valutazioni sono delle socie e soci ADECAB che voi chiamate “Collettivo Donne”. Sono le nostre, tradotte in italiano per voi. Ci scusiamo per la nostra semplicità di analisi e parole.
Vi chiediamo scusa, ma prima di rispondere alle domande inserite nella mail della responsabile RRR di Milano Liviana, vogliamo chiarire che ogni valutazione deve avere presente la comunità di El Bonete con tutte le sue difficoltà climatiche, territoriali, di energia, trasporto che sono fattori di instabilità. Inoltre vogliamo dirvi che il Nicaragua è tra i 10 paesi al mondo più a rischio di disastri ambientali come: terremoti, siccità, inondazioni, uragani, eruzioni. Questi fattori si ripetono ogni anno e ci obbligano a periodi di isolamento, di perdita di produzione e lavoro, di malattie.
Altro elemento, il Nicaragua è, dopo Haiti il secondo paese più povero della America Latina.
Tutto questo per far capire che la vita, il lavoro, il riposo, le relazioni sono soggette a fenomeni indipendenti dalle nostre volontà e a cui dobbiamo far fronte.
PROGETTO RISPETTO AL CONTESTO: prima del vostro sostegno e quello della Ass. La Comune (gruppo di Carugate), la nostra comunità era per molti giorni all’anno isolata, senza trasporto, con problemi che rendevano la vita una pena, poiché ci sentivamo come abbandonati. Pochi andavano a scuola, molti adulti erano analfabeti, non esisteva la Materna ma solo un ranchito con pochi bambini. Pochi potevano finire le elementari e alcuni, per fare la scuola secondaria, dovevano camminare 20 km al giorno, con il sole a picco o sotto la pioggia, spesso senza aver mangiato. Il nostro lavoro era molto precario, un pezzo di terra per avere un po’ di fagioli e mais, il riso veniva da fuori, ma non sempre. L’acqua era di qualche pozzo ma con acqua contaminata e in estate era poca. Il progetto, prima di tutto, ci ha portato la solidarietà di gente lontana che sentiamo come sorelle e fratelli, poi piano piano abbiamo cominciato ad avere miglioramenti nella vita quotidiana, nel lavoro, scuola, salute, trasporto. Anche gli effetti climatici abbiamo imparato ad affrontarli con maggiori risorse e volontà, perché con il progetto ci sentivamo accompagnati.
PROSPETTIVE FUTURE E BILANCIO SOSTEGNO RETE: Come donne della Adecab (quelle che chiamate “Collettivo”) più degli uomini eravamo soggette alla tristezza e mancanza di prospettive, con un carico familiare più pesante di quello dei compagni maschi. Abbiamo avuto maggiore autonomia e sicurezza con il lavoro della ceramica e il vostro sostegno, l’aiuto economico annuale è da sempre fondamentale come base per avere materia prima, per il materiale e gli attrezzi del lavoro, per la legna del forno e poi per pagare l’energia del forno elettrico, per coprire eventuali tempi morti dovuti a eventi naturali dannosi o malattie di qualche donna. Abbiamo frequentato corsi di economia di base, di manualità, di difesa da eventi naturali; tutto questo ci ha dato più sicurezza e una visione più certa del futuro. Quando il cambio climatico ha reso difficile la fornitura di materia prima per la ceramica (barro) e sono stati messi in commercio filtròn di plastica (che non filtrano ma non si rompono e costano meno), ci siamo convertite nella raccolta/ lavorazione del frutto di jicaro, usando sopratutto i semi e la scorza. I semi, una volta lavati e puliti sono per il mercato di Chinandega e altri luoghi, una parte viene polverizzata per fare bevande (Horchata, Poliserial Integral).
Con la scorza siamo riusciti a dimostrare che depura acqua contaminata. E’ stato un processo lungo e costoso, adesso noi non possiamo andare oltre a piccole produzioni perché una seconda fase dovrebbe essere di tipo industriale e richiede investimenti che non sono nelle nostre possibilità. Continuiamo a fare ceramica, filtròn e lavorare jicaro e questo, rispetto a prima è un avanzamento.
La Rete in questo processo è stata importante per sostenere i vari processi di cambiamento e lavorazione. Vi diciamo anche che operando noi con l’jicaro abbiamo aiutato tutta la comunità poiché questo prodotto è stato maggiormente valorizzato.
IL CAMBIAMENTO: Le nostre case non sono come prima, grazie a voi abbiamo migliorato le abitazioni, perché il lavoro ha dato più frutti. I nostri figli vanno tutti a scuola, 14 nostri giovani sono già laureati in varie carriere, abbiamo più salute con il miglior funzionamento del Centro Salute. Mangiamo un po’ meglio e quindi la dieta è più ampia anche se il nostro piatto più comune è sempre il “gallopinto”. Abbiamo migliore acqua e noi possiamo fare a meno dei filtri, che per altre comunità sono indispensabili.
Voi, care amiche e amici dite se il sostegno vostro ha portato a qualcosa, ma certo, non solo come donne e lavoro, ma come famiglia, comunità, figli, alimentazione e salute.
SIAMO IN GRADO DI CONTINUARE SENZA AIUTI DELLA RETE?
Amigas y amigos, nosotras y nosotros somos pobres, pero vivimos tiempo donde valiamos meno de los animales, nos fortalecimos buscando fuerza en nuestra dignidad. Ustedes y la Comune, para nosotros son y seran en nuestro corazòn por su solidaridad y amor para nosotras y nosotros. A pesar de eso se ustedes deciden de borrar una parte de la ayuda y se mantiene la de el preescolar, por nuestra dignidad tenemos que ir adelante, tal vez con màs fuerza de nosotras y nosotros mismo.
Ustedes deben decidir que hacer, nosotras y nosotros debemos vivir y buscar màs unidad y fuerza.
Dios los bendiga a todos y todas ustedes. (in spagnolo nica per volere della comunità).
(Amici e amiche, noi siamo poveri e viviamo un tempo in cui valiamo meno degli animali, ma noi ci fortifichiamo e troviamo forza nella nostra dignità. Voi con l’associazione “La comune” verso di noi siete la nostra forza per la vostra solidarietà e il vostro amore. Se voi ritenete di limitare i fondi riservati al nostro progetto, l’importante è che teniate vivo il rapporto dell’asilo nido; per il resto cercheremo di continuare. Per conto nostro sappiamo di dover essere sempre più uniti tra noi per unire sempre più le forze. Dio vi benedica tutti)
CRITICITA’: Prima di tutto dobbiamo essere critici con noi stessi, manchiamo un po’ nella unità tra noi, a volte qualcuno manca all’appello nelle cose da fare, anche se siamo sempre disponibili a ore di volontariato comunitario.
Se è possibile, vogliamo essere critici anche con il nostro comune di Villanueva, perché per fare i 437 metri di pavimentato abbiamo dovuto andare a prenderlo e portarlo nella comunità per farci ascoltare. Siccome il comune di Villanueva è di circa 38 mila abitanti, solo 8.600 vivono nel casco urbano (centro del paese), gli altri vivono in 53 comunità rurali dove del bilancio si vede solo una parte minore di investimenti per migliorare le condizioni generali.
Per concludere, vi ringraziamo, raccomandandovi che la solidarietà e la pace sono strumenti necessari al cambiamento, noi confidiamo in qualsiasi decisione vostra e vi ringraziamo per quanto fatto e per qualsiasi decisione possiate prendere. Pensavamo nelle nostre idee e programmi di base di avere una possibilità con voi per altri tre anni dopo il 2017, però se fosse diverso vi ringraziamo comunque, sperando che la Materna possa andare avanti.
Gracias y un saludo a todas y todos ustedes: Olivia-Euda-Clelia-Susana-Veronica-Dory- Antolina- Teresa- Rubya- Eliseyda- Nhoemy-Blanca- Isabel-Mariana- Juana.Jacinta- Ricarda- Maria Auxiliadora- Ceylin-Natalia- Damaris-Isidra- Rubey-Rramon- Carlos- Chilo-Kener- Manuel- Walter- Ulises-Hernan y Natividad Rios, Presidente.
[La Rete Nazionale per la Scuola Materna versa 3.500 € l’anno e per il Collettivo Donne 3.100 €]
Relazione sulle attività della Rete di Lecco con i richiedenti asilo e i migranti (richiesta dalla Rete nazionale)
Alcuni amici della Rete di Lecco, assieme ad altre associazioni locali, stanno portando avanti iniziative con e per i migranti. In particolare alcuni collaborano con il Coordinamento “Noi tutti migranti”, di cui sono parte le confederazioni sindacali e associazioni di impegno sociale (dall’Arci a quelle degli stranieri stessi). Tre sono gli ambiti di impegno:
1 Presenza nel quartiere di Lecco/Olate, dove è situato per i 3 mesi invernali il rifugio notturno gestito dalla Caritas per 30 persone senza fissa dimora, di cui 10 italiani. Ci chiediamo, grossa domanda: e dopo marzo? Il gruppo ospitato usufruisce di un sacchetto-cena da parte dell’Istituto Don Guanella. Noi provvediamo a offrire una cena più sostanziosa la domenica. L’obiettivo fondamentale è quello di coinvolgere il quartiere all’accoglienza e all’incontro con gli ospiti attraverso questo gesto concreto.
2 Le donne con le donne: insegnamento della lingua italiana e attività di accompagnamento per ragazze e donne richiedenti asilo, presenti negli appartamenti gestiti da cooperative, a Lecco e comuni limitrofi, all’interno del progetto dell’accoglienza diffusa. Tali attività sono condotte con la collaborazione di altre associazioni con l’obiettivo, molto difficile da raggiungere, di spingere istituzioni e cooperative a realizzare servizi attenti ai bisogni, alla dignità e all’autonomia personale.
3 Il Coordinamento “Noi tutti migranti”, sorto anni fa con l’arrivo degli stranieri nel territorio lecchese, si è trovato a confrontarsi con difficoltà e impegno alterno, con gli avvenimenti sempre più complessi e tragici degli ultimi tempi. Vengono realizzate sul territorio iniziative, in concomitanza con giornate nazionali di mobilitazione, tentando di interfacciarsi maggiormente con Enti e Istituzioni e altre forze per affrontare e trovare una soluzione ai problemi dei richiedenti asilo e dei migranti.

Rete di Quarrata – Lettera Febbraio 2017

Carissima, carissimo,
la confusione certe volte può essere una condizione piacevole, può significare allegria, scambio di emozioni, sorprendenti abbandoni di vecchie credulità, prontezza di riflessi, svago momentaneo dalla solita routine, mente vigile e liberatoria trascendenza, purchè a un certo punto se ne esca. La confusione, come certi litigi tra innamorati, tra familiari, tra compagni di scuola, tra amici, tra colleghi, può diventare un momento fondamentale di crescita, di conoscenza dei tanti che siamo, delle sfumature precise che contraddistinguono ognuno di noi e del valore profondo che ha sapere che gli altri, come noi stessi, ci sono e hanno qualcosa da dire, aspirazioni da realizzare e caratteri strani, diversi uno dall’altra. Fondamentale è che nessuno approfitti della confusione, di quel creativo scambio di idee e di emozioni, di intenti e di scoperte che può dare vita ad una unità di progetto per un futuro progressista, leale, aperto e possibilmente sereno. Il rischio è grande, perché spesso la confusione si tramuta in una estenuante lotta di potere e di furbizia, e allora il peggio dell’essere umano prevarica quel momento straordinario e nella confusione qualcuno rimane schiacciato. Altri, per timore e ignavia, cercano un capo, quello che sembra sempre avere la soluzione per tutto come un dono divino. Ed è questo il momento in cui nelle menti aperte, libere e preparate scatta la scritta luminosa: Pericolo! Personalmente non ci ho mai creduto al “capo”, non mi piace, sono troppo orgoglioso, troppo consapevole, per cedere la mia sovranità a chicchessia. Mentre sono disponibile, disponibilissimo alla collaborazione leale e costruttiva nei confronti di buone idee e progetti favorevoli per la comunità. Per molti è indispensabile avere una religione, una fede, che sia cattolica, musulmana o quel che volete, o che sia politica, che sia calcistica o esoterica. Va bene, è giusto, ognuno si tenga la sua, ma che non pretenda di imporla agli altri, che non si manchi di rispetto a chi cerca di vivere nel rispetto delle buone regole e di una visione allargata del benessere comune, pur con le proprie fragilità e inevitabili cadute.
E’ in questo mondo di confusione, dove le democrazie stanno attraversando una vera e profonda crisi, che mi torna in mente il profondo significato politico della terza convocazione in Vaticano da parte di papa Francesco dei rappresentanti dei Movimenti Popolari di tutto il mondo dello scorso novembre. Incredibile, in un momento di profonda crisi, economica, morale, politica e finanziaria, è il Papa che convoca, non la Politica! Una politica che non riesce a denunciare che il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi finanziari, economici e mediatici che sembrano dominarle. I movimenti popolari, che non sono partiti politici, esprimono una forma nuova, diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica.
Ho passato tre settimane in Brasile a cavallo tra dicembre e gennaio, ho incontrato politici, teologi, visitato centri sociali, mi sono fermato sotto i viadotti a parlare con i nuovi poveri, (dallo scorso luglio la situazione si è deteriorata così velocemente che sono tornati a migliaia a vivere nelle strade), i rappresentanti del MST (movimento senza terra), tutti si sono espressi sull’urgenza di “organizzare una nuova politica partecipativa”. Una politica che superi le politiche sociali clientelari, concepite verso i poveri, ma mai con i poveri, al solo fine di “tenerli buoni”. Mettere in discussione l’attuale politica economico-finanziaria deve diventare il vero obiettivo politico dei Movimenti. Unica condizione per un reale cambiamento. Joao Pedro Stedile, del MST ha evidenziato con forza la creazione di una nuova azione politica iniziando dal Brasile. Contro questo populismo che fa leva sulla demagogia e contribuisce alla degenerazione della democrazia, perché fondato sulla manipolazione da parte dei media della coscienza popolare e non frutto di una piena partecipazione consapevole e cosciente dei cittadini.

“Italo D’Elisa la giusta fine”: così è stata titolata la macabra pagina Facebook aperta (e troppo tardi richiusa) per celebrare la vendetta di Fabio Di Lello, assassino di Italo, colpevole a sua volta di aver ucciso in un incidente stradale la moglie di Fabio. E’ accaduto a Vasto, dove sui social si è consumata l’ombra gelida della vendetta. Molti hanno scritto: “Italo, uno di meno”, altri che Fabio abbia fatto bene, visto la cronaca lentezza della giustizia, altri ancora che non avrebbero avuto il coraggio, ma che in definitiva la vendetta é del tutto comprensibile. Anche questa volta troppi “eroi” della tastiera sono divenuti “una legione di imbecilli”. Questa tragica vicenda successa a Vasto reclama qualche riflessione ulteriore. Si, perché la vendetta è un comportamento che ci riguarda tutti e riguarda questa società alla ricerca di colpevoli da giustiziare pronti ad accusare gli altri (e assolvere se stessi). E tutti noi, spesso, quando la rabbia ci assale, convinti di aver subito un’ingiustizia, anche minima, siamo lì, immediati paladini di una giustizia sommaria e cercatori di piccole e grandi vendette. Stiamo creando sempre di più una società spietata, bisognosa di riscoprire l’altro come “fonte” della nostra vita, l’incontro, il dialogo, il perdono.
Oggi la psicologia sta proponendo questi comportamenti come un processo indispensabile ed efficace alle offese, migliori della vendetta. L’incontro, il dialogo, il perdono determinano maggior benessere, sia fisico che psicologico, avendo effetti positivi sugli aggressori, migliorando le relazioni sociali. Frei Betto, teologo brasiliano, incarcerato dalla dittatura militare, dove era quotidianamente torturato insieme ad altri suoi compagni scriveva: “odiare fa male a chi odia”. Oggi creare una società di misericordia è più efficace di una società spietata, ripiegata su se stessa. Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, afferma: “l’unità è superiore al conflitto” e propone una via per la pacificazione per non “rimanere intrappolati nel conflitto”, perché è allora che “perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la stessa realtà resta frammentata” (EG 227). Restare intrappolati nel conflitto non serve. Urge innescare processi evolutivi per contrapporsi a svilupparsi di forme di violenza, di vendetta, di sopraffazione e di aggressione. Il conflitto, dunque, può diventare una sorte di spirale mortale per l’uomo. Mentre i temi dell’incontro, del dialogo e del perdono, come processi di risoluzione di conflitti e di rinnovamento delle relazioni, significano promuovere forme di unità profondamente nuove.
Incontrarsi, dialogare, perdonare non significa dimenticare, ignorare le differenze, far finta di nulla, negare il male ricevuto, minimizzare, giustificare o scusare: ma innescare processi capaci di rigenerare le relazioni e noi stessi. Perché l’unità è sempre superiore al conflitto, perché è rigenerativa, mentre il conflitto è paralizzante. Oggi si contano decine di “guerre regionali” che qualcuno ha coniato come la “terza guerra mondiale”, ma dove si svolgono? Lontano dal nostro stare in pace, continuando a consumare, vivendo senza particolari preoccupazioni. Vivendo come se ciò che succede al nostro esterno sia un ingombro. Ma l’altro è parte di noi, è un dono, ha tratti precisi, ha una storia personale, ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere ed amare la vita, anche quando si presenta sotto le mentite spoglie di un violento, di un rifiuto, di uno scartato umano. Guardando il suo volto, mentre il sole sta appena nascendo, ci ricorderemo che nessun uomo è nostro nemico.

Antonio

Roma, 6 febbraio 2017

Carissimi amiche e amici,
da molti anni, come sapete, la nostra Rete si interessa all’associazione umanitaria Medici Contro la Tortura, divenuta col tempo Onlus; la sua attività, possiamo definirla di straordinaria importanza, essendo volta al recupero psico-fisico di molte vittime di tortura provenienti da tanti Paesi, con risultati estremamente positivi grazie all’impegno e alla competenza di medici di varie discipline (in particolare psichiatri, psicologi, psicoterapeuti) di fisioterapisti, di mediatori culturali e altri volenterosi.
Per questi motivi appoggiamo senza interruzione i nostri amici ritenendo tale progetto perfettamente in linea con le nostre finalità, pur se di diversa natura. Al recente coordinamento di Roma ho distribuito ai presenti la relazione sul 2016 predisposta dal presidente dei MCT, Andrea Taviani, come sempre di grande interesse.
Adesso ho da comunicarvi una novità rilevante che riconosce il valore dell’opera dei nostri amici e allo stesso tempo la rende più proficua rispetto al passato.
E’ stata loro richiesta una intensa collaborazione da parte della benemerita e nota organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere, che svolge le sue attività benefiche in più continenti. Trovandosi spessissimo a curare persone che hanno subito anche torture e non possedendo sul tema specifico cognizioni adeguate, essi hanno avvertito l’esigenza di porre rimedio al problema rivolgendosi a chi ne avesse una competenza approfondita maturata in anni di lavoro. Dopo accurata ricerca estesa in molte direzioni hanno deciso di rivolgersi ai MCT di Roma, i quali sono stati ben lieti di accettare la proposta.
La collaborazione è già iniziata e in questi mesi verrà perfezionata. Per prima cosa i Senza Frontiere hanno messo a disposizione alcuni locali a scopo ambulatoriale in via Biancamano 26, nel quartiere di S. Giovanni, ove opereranno insieme ai MCT (vi si svolgeranno anche le assemblee dei soci). Altri spazi potranno essere acquisiti in seguito così da migliorare l’accoglienza e la cura dei pazienti. Non occorre sottolineare che questa stretta collaborazione tra le due valorose associazioni andrà a tutto vantaggio di tante vittime di avvenimenti nefasti che aumentano sempre più nel mondo di oggi. Ritengo opportuno ricordare che i Medici Senza Frontiere sono presenti in molte zone dove imperversano guerre, terrorismo e ogni sorta di violenze; rischiano quindi la loro vita al pari degli abitanti di quelle località. Oltre ciò, desidero riassumere in breve la loro storia. Nacquero nel 1971 con trecento volontari, proponendosi di inaugurare un nuovo stile dell’azione di emergenza: salvare vite mediante le cure ma anche raccontare e denunciare. Le prime missioni furono in Nicaragua, in Honduras e a favore dei rifugiati cambogiani sfuggiti alla furia dei Khmer Rossi.
Dopo contrasti interni sulle modalità di organizzarsi e agire, l’80% dei medici dette vita nel ’79 al movimento com’è oggi, un’organizzazione internazionale con cinque grandi sezioni operative in Francia, Belgio, Svizzera, Olanda, Spagna e 23 sezioni partner che hanno la gestione diretta dei progetti e collaborano con la propaganda, la raccolta di fondi e il reclutamento degli operatori umanitari. Nel 1999 MSF ricevette il Nobel per la Pace.
Circa 300.000 loro operatori intervengono a favore delle vittime di conflitti, catastrofi naturali, epidemie. Presenti in più di 70 Paesi, operano nel rispetto dei principi di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità. Tra loro vi sono alcune centinaia di italiani.
Certamente questa preziosa collaborazione, utile a entrambe le organizzazioni, spingerà gli aderenti alla Rete a nuovi, nobili sforzi finanziari. Ve ne ringrazio vivamente.
Saluti affettuosi a tutte e a tutti.

(per la rete di Roma, Mauro Gentilini)

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Gennaio 2017

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, il 2016 se n’è andato con le notizie dei fatti di Berlino ed Istanbul ad alimentare il fuoco del crescente clima di paura, intolleranza e razzismo nella nostra bella Italia e in tutto il mondo occidentale. Certamente nessuno di noi può presumere di avere la ricetta giusta per fronteggiare questi fenomeni. Possiamo solo constatare che siamo probabilmente arrivati alla resa dei conti di un sistema di potere che ha generato lo squilibrio progressivo fra un “nord” sempre più ricco e un “sud” sempre più povero. Osserviamo, purtroppo, come gli stessi meccanismi si riproducano all’interno stesso dei singoli paesi occidentali, con l’aumento progressivo del numero di persone che vivono sotto la cosiddetta soglia di povertà, e con la disoccupazione, la precarietà e il malcontento che accompagnano anche qui da noi la progressiva erosione di diritti fondamentali (lavoro, sanità, educazione) che parevano un patrimonio acquisito per la maggior parte degli abitanti del primo mondo. Il divario fra Nord e Sud resta tuttavia talmente grande che non è difficile comprendere i motivi che, anche al di là delle situazioni di guerra e di privazione della libertà, inducono milioni di persone ad abbandonare i luoghi dove sono nati e vissuti, insieme ai loro affetti. Una parte rilevante delle persone che sbarcano (vive) sulle nostre coste, dopo viaggi avventurosi e periodi anche molto prolungati di sofferenze indescrivibili, sono migranti cosiddetti “economici”, uomini, donne e bambini spinti ad emigrare alla ricerca di condizioni di vita migliori, spesso abbagliati dal miraggio dei nostri mondi ricchi e felici, quali appaiono loro sui mezzi di comunicazione.  D’altra parte quali sono stati i motivi che hanno indotto milioni di italiani ad emigrare nel secolo scorso? Quali quelli che ancora inducono migliaia di giovani italiani a cercare all’estero il lavoro che non trovano più qui?  Ci risulta che per questo motivo anche molti Africani “Italiani” scelgano ultimamente (Brexit o non Brexit) di emigrare in Inghilterra… Non c’è quindi nulla di cui stupirsi. La filosofia della Rete Radié Resch  è sempre stata  quella di intrecciare relazioni  con  realtà più o meno lontane del pianeta, il che non solo ci  aiutato e ci aiuta a toccare con mano situazioni di  miseria, di fame, di violenza e di  privazione dei  beni primari che abitano il terzo e il quarto mondo, ma soprattutto a cercare di approfondirne la cause per cambiare  “là ma anche qui”,  con l’ entusiasmo, la dignità e la speranza che le persone che abbiamo la fortuna di incontrare nelle nostre “operazioni” ci restituiscono. La Rete di Verona, pur mantenendo forte il legame con la Palestina, terra in cui la Rete è nata e dalla quale prende il nome, ha tradizionalmente sostenuto percorsi di educazione e di formazione, dapprima nell’America Latina (Brasile, Guatemala) ed ora anche in Africa, nel Ghana che ci ha fatto conoscere l’amica Olivia. Il progetto di sostegno all’educazione delle ragazze del piccolo villaggio di Adjumako ha per noi un grande valore simbolico. Siamo infatti convinti che il mondo potrà cambiare solo quando la metà femminile che lo abita potrà acquisire i diritti che le sono stati e le sono tuttora preclusi, primo fra tutti proprio quello all’autodeterminazione, che è la diretta conseguenza della capacità di prendere decisioni autonome e consapevoli. E per questo è fondamentale l’educazione. Non dimenticheremo certo il Brasile, né Santo Domingo, con cui siamo stati collegati per anni con una salda amicizia. Ma l’impegno concreto della colletta e degli scambi di contatti importanti resteranno più centrati sul Ghana e sugli amici di là, che conosceremo sempre meglio, e con il Guatemala, con cui collaboriamo da tempo. Padre Clemente, nel suo girovagare nel Guatemala, nelle varie parrocchie della regione maya del Quiché, ci ha ora proposto un progetto triennale nella sua nuova parrocchia, San Antonio Ilotenango, a qualche decina di km dal lago Atitlan, in una zona poverissima dove anche la strada è ancora in terra battuta, perché San Antonio non è un paese importante come collegamento. Il padre vuole che i ragazzi vadano a scuola e imparino ciò che serve per essere buoni cittadini, offrendo un buon insegnamento generale, teorico e pratico (con Laboratori di esercitazioni), ma anche critico, che cioè non ignori le lotte per i diritti dei popoli indigeni, perché i giovani maya possano così mantenere la loro identità e la loro cultura e sappiano difendere le loro risorse, di cui vogliono depredarli. E’ un progetto piccolo e poco impegnativo, per l’esigua cifra richiesta (2.500 euro l’anno, per 3 anni), ma vogliamo portarlo a termine come si è fatto negli anni scorsi. Vengono riportati qui sotto i dati della colletta 2016, che segnano una leggera flessione rispetto a quanto raccolto nel 2015, il che non ci ha impedito di onorare tutti i nostri impegni. Chiudiamo così con il 2016 il progetto a João Pessoa, in Brasile, come si era concordato con l’Opera mazziana negli incontri dell’anno 2015 e poi dello scorso anno. In Brasile non va tutto bene, gli impegni del governo non saranno più mantenuti, come nelle promesse dei precedenti governi, e la situazione è molto delicata e complessa. Ma il legame con l’Istituto don Mazza di Verona è diverso, ora sono i brasiliani che gestiscono la situazione, e forse fra qualche anno saranno i brasiliani ad aiutare l’Opera don Mazza a Verona e in Italia, tanto che già il superiore è brasiliano. Ora vogliamo proporre i nostri 2 progetti, Ghana e Guatemala, Africa ed America Latina, alla Segreteria nazionale della Rete, perché queste operazioni le seguiremo noi ma sono operazioni di tutta la rete. Ne riparleremo presto. Vogliamo ricordare una bella esperienza che ha salvando chi fugge da guerre ed altre situazioni tragiche, riportata da Protestantesimo (la trasmissione televisiva in onda alle 1 di notte!) e vissuta da alcuni amici della Rete di Salerno, legati all’Operazione Colomba. Parliamo del Corridoio umanitario attivato dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Comunità Valdese e dall’Operazione Colomba: hanno fatto arrivare in Italia dal Libano alcune famiglie di rifugiati siriani, dopo 4 anni di campo profughi, preparando per loro un’accoglienza in case e famiglie, evitando fughe a forte rischio, come le traversate, rischio della vita e rischio di criminalità, evitando reazioni razziste e accoglienze finte o inesistenti. S’è evitato l’impatto ostile che i media stanno creando, s’è sperimentata la solidarietà che si allarga e che spera di costruire insieme altro, di andare oltre l’accoglienza. A Salerno è ora ospitata una famiglia, con un grande lavoro preparatorio qui e là, burocrazie, visite, vaccinazioni, scuola per i bambini, e un convento vuoto che si è aperto. Vi segnaliamo infine un’iniziativa fra pochi giorni, di cui s’è parlato nei nostri ultimi incontri. Ci troviamo venerdì 20 prossimo nella sala di Combonifem, alle 20.45, per sentire le opinioni sulla pace (Quale pace oggi?) di 2 veronesi molto impegnati e rappresentativi in questo ambito, proseguendo così il dibattito aperto con la recente Marcia della Pace Perugia Assisi, di settembre scorso, ma non solo per la Marcia. Ascolteremo Mao Valpiana, presidente di Azione Nonviolenta, sulla storia del Movimento e della parola Nonviolenza, ripresa ora con energia dal Papa, inventata da Gandhi circa 100 anni fa (Satiagraha). E ascolteremo Sergio Paronetto, vice presidente nazionale di Pax Christi, sul dibattito con la Tavola della Pace, con cui Pax Christi è spesso molto critica. Ci sarà anche Marco Lacchin, della Rete di Varese, molto impegnato sulle informazioni e sulla contestazione sulle armi ed il commercio relativo, in cui l’Italia riveste un ruolo molto importante, anche per la cifra che arriva alla industrie italiane per tale commercio. Contiamo di registrare gli interventi, che poi saranno visibili nel web.

Ancora un augurio di Buon Anno, un caro saluto a tutti, a presto.

Gianco e Dino

Rete di Quarrata – Gennaio 2017
 
Carissima, carissimo,
i dati sono evidenti, e non si può fare le facce sconvolte ogni volta che ne escono di nuovi, il rapporto di Oxfam ci riporta il vero problema della povertà mondiale, rappresentata da quei ricchi sempre più ricchi  che, ad esempio, posseggono in otto 426 miliardi di dollari: cioè la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia  3,6 miliardi di persone.  Secondo Forbes gli 8 Paperoni sono in ordine di ricchezza  Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffet, Carlos Slim, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Michael Bloomberg. Poi ovvio, non ci sono solo loro, ci sono anche gli altri 35 milioni che posseggono il 45 per cento della ricchezza mondiale. Alcuni hanno fatto i soldi con intelligenza o per intuito affaristico, altri invece, ed è  la schiacciante maggioranza di quei 35 milioni, si sono arricchiti con l’inganno (se va bene) o con la truffa, il ladrocinio. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione. Mentre 750 mlioni di persone, 1 su 8 non hanno accesso all’acqua potabile, 2,5 miliardi sono prive di servizi igenico-sanitari e più di un miliardo vive con meno di due dollari al giorno.
E i soloni, che sostengono che è tutta invidia sociale, non hanno capito niente di come vadano realmente le cose in questa società turbo-liberista e criminale. Oppure, il che è peggio, fanno finta di non capire. Il loro  è semplicemente un distorto spirito di emulazione che li porta ancora a credere nelle favole del sogno americano. Che fu. Altro che debito pubblico o amenità varie, quindi. Si tratta solo di avida ricchezza: nient’altro. Per spiegarmi meglio. I campioni strapagati del calcio, a quanto si sa, guadagnano onestamente i loro milioni di euro, seppur dando calci ad un pallone, cosa che la moltitudine degli italiani fa gratis o pagando addirittura il campo di calcetto. Resta comunque  il fatto che pur essendo un talento indiscusso e straordinario  della palla, i suoi guadagni stratosferici siano semplicemente folli e basterebbe smettere di andare allo stadio e non abbonarsi più alle pay tv per ridurre drasticamente i loro compensi. Ma molti altri siamo sicuri che siano diventati ricchi per proprie capacità? Dubito.
Prendiamo poi ad esempio la Grecia. Il reale stato di default della culla della democrazia dipende si dalla corruzione politica dei decenni passati ma è stata costruita ad arte per privatizzare e rendere la massimizzazione del profitto la regola. E come sempre a menare le danze ci sono le multinazionali, il mondo delle banche, imprenditori senza scrupoli. Quel famoso un per cento che l’onestà non sa nemmeno dove sia di casa. Hai voglia a dire che grazie al loro lavoro, a cascata, guadagnano anche tante altre persone. Ne siamo sicuri? E quale economia reale sviluppano, secondo voi? Carta straccia finanziaria, semmai. E inoltre: se la loro ricchezza finisce nei paradisi fiscali, senza reinvestirla, di cosa stiamo parlando? Avidità ed egoismo. Sono le uniche cose che costoro si porteranno nella tomba, tranquilli.
La verità è che l’attuale sistema economico favorisce solo  l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri. Il tutto grazie ad utili idioti  che sono stati messi a guardia dei loro averi: dirigenti dalle teste vuote e manager chiamati a far fallire le aziende e che in cambio ricevono liquidazioni milionarie. Come riporta il dossier della Onlus inglese, in occasione  della consueta e stucchevole parata del  World Economic Forum  di Davos, esclusiva località delle alpi svizzere. “Multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza  facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica”. Comprimere verso il basso i salari, sottolinea Oxfam. Le migrazioni di questi anni, i migranti dei barconi per i quali  è logico e cristianamente scontato offrire accoglienza e rifugio, servono in fondo esattamente a questo: ad alimentare una guerra tra  poveri in cui l’ultimo venuto, pur di lavorare, è disposto a decurtarsi la paga della metà e oltre. Non è un caso che nel ricco nord est di una volta i lavoratori italiani siano stati per anni sostituiti da maghrebini o rumeni. Il che va benissimo, per carità. Ma allo stesso salario degli altri, non un euro di meno. Invece, imparata la strada, gli imprenditori veneti o lombardi sono stati ben felici  di ‘assumere’ chi veniva da fuori: si chiama anche in questo caso massimizzazione del profitto. Poi, arrivata la crisi, sono tornati ad essere razzisti della prima ora: prima gli italiani e idiozie varie.
Secondo Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia “è osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini e che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui una persona su dieci sopravvive con meno di 2 dollari al giorno. I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco”. E’ insomma leggenda metropolitana che i miliardari si siano fatti  da sé: Oxfam ha calcolato ancora  che un terzo della ricchezza dei miliardari è dovuta ad eredità, mentre il 43% è dovuta a relazioni clientelari.
Tutto giusto. Ed è allarmante che la forbice tra ricchi e poveri si allarghi ogni anno di più. Del resto negli anni migliori della nostra vita, questa  sana distribuzione del reddito e della ricchezza aveva portato ad un benessere sociale talmente generalizzato da trascinare l’economia in un lungo periodo di espansione. Non ci vuole in fondo una laurea in economia per capire che la diffusione del benessere, la meritocrazia, l’uguaglianza sociale regalino il sorriso alle popolazioni di tutto il mondo, come nel trentennio 50 – 80 è stato, storture a parte. E in quel periodo che si è offerta la possibilità a tutti di studiare, curarsi, lavorare ricevendo  stipendi dignitosi e sicuri. Leggenda vuole che un giorno Henry Ford dichiarasse: “Perché strapago i miei operai? Perché devono essere in grado di acquistare le auto che producono”. Altro che Jobs Act.  Aveva capito tutto, il magnate dell’industria automobilistica. Va da se  infatti che, di questo passo, tempo dieci anni nessuno avrà i soldi per comprare più nulla e l’economia reale si bloccherà. Senza tanti giri di parole: si acquisterà solo gratis. Ma credete che alle élite finanziarie interessi?
Una cosa è certa: se non fermeremo subito l’abominevole malattia chiamata liberismo di questi ultimi trent’anni, le cose saranno destinate a peggiorare e il mondo pullulerà di schiavi. Attenzione: qui non si fa un encomio al socialismo o al comunismo. Qui si sta elogiando la  giustizia sociale secondo  cui un ricercatore capace magari di scoprire un vaccino contro i tumori è giusto che guadagni molto bene e senza esagerare, perché merita, ha studiato e salva vite umane.
La pancia della gente non è ancora vuota. Ma quando, purtroppo a breve lo sarà, a parere di molti, analisti, aspettiamoci una rivolta popolare in cui le classi dominanti verranno sopraffatte dalla moltitudine. Classi dominanti che  proveranno a reagire soffocando con la repressione la ribellione. Come andrà a finire lo scopriremo solo vivendo. Ho idea che faranno la fine di Maria Antonietta, la regina delle brioches. Ricordate: “perché il popolo si ribella?”. Le fu risposto: “chiede pane, ha fame”. Risposta: “Se non hanno più pane, che mangino brioches”.
Siamo nel pieno di un terremoto umano che viene dal nostro dentro, costruito nella nostra società, la “fabbrica dell’esclusione”, dove i ricchi sono sempre più straricchi e i poveri diventano sempre più masse in cammino, dove l’urgenza è proteggere le persone che sono sole, abbandonate, scartate da questo nostro sistema. Manifestiamo il nostro no a questo tipo di società, amplifichiamo le continue denunzie di papa Francesco, raro punto di riferimento rimasto, contro gli egoismi, le guerre e le ingiustizie che si compiono quotidianamente. Tanti, troppi, forse tutti ci sciacquiamo la bocca con parole come: solidarietà, fraternità, giustizia, dialogo, incontro, accoglienza, amore. Tutte queste parole sono mature unicamente e solamente nella misura in cui siamo capaci di “donare”. Ai super ricchi, ai signori della guerra, a chi volge lo sguardo dall’altra parte e agli indifferenti ricordo che questa volta la forbice potrebbe stringersi davvero  proprio intorno a loro. Fino a soffocarli.
Antonio
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CIRCOLARE DELLA RETE ROMANA – GENNAIO 2017

Invitata da Mauro e Angelo a scrivere sulla Palestina per la circolare di Gennaio 2017, non posso non ricordare che siamo alle soglie dei 50 anni di occupazione militare di tutta la Palestina da parte di Israele.

Nel giugno del 1967, durante la cosiddetta guerra dei 6 giorni, io ero là tra Amman e Gerusalemme. Le due sponde del Giordano, ad est la Cisgiordania e ad ovest la Giordania, furono unite sotto il nome di Regno Hascemita di Giordania. Israele, sostenuta dagli Stati Uniti e appoggiata da gran parte dell’Europa, conquistò – insieme al Golan in Siria e al Sinai in Egitto – la Cisgiordania e Gaza facendo sua l’intera Palestina. Da allora, la popolazione palestinese viene sottoposta a vessazioni continue, impedita nella sua libertà di movimento, non rispettata nei suoi diritti fondamentali di persone con pari dignità col popolo occupante.

Ben presto i coloni ebrei, provenienti dai vari paesi arabi e da tutto l’Occidente, invasero le proprietà dei palestinesi, costringendo spesso questi ultimi ad abbandonare le proprie case quando non s’intimava loro di distruggerle, dietro mandato militare con pretesti di irregolarità. In molti casi furono gli stessi palestinesi chiamati a ricostruirle per i coloni in cambio di un misero salario. Ho visto palestinesi lavorare alla costruzione del muro di separazione e alla mia domanda sul perché accettassero di far così del male a se stessi, risposero: “ho moglie e figli da sfamare”.

Tornando a quel giugno del 1967, le persone cacciate dalle loro case di Gerusalemme, Betlemme, Ramallah ecc. riempirono gli uffici della Sicurezza di Amman, dove risiedevo. Gli stranieri, in quei giorni, furono sollecitati a lasciare il paese. La Questura mi chiamò per verificare se la mia richiesta di cittadinanza sarebbe da me confermata o meno. Da un breve colloquio, colsero la mia determinazione mi dissero di considerarmi una di loro per cui non avrebbero voluto che fossi costretta a lasciare il paese. Fui così invitata a recarmi in Tribunale, con la Bibbia in mano, per il mio giuramento di fedeltà alla patria. Per volontà del Re mi fu conferita la cittadinanza giordana, come a qualsiasi palestinese residente in quel paese; ciò fu per me la più grande prova di amore e di stima reciproca tra me e quel popolo.

Furono giorni difficilissimi! I Palestinesi, cacciati da Gerusalemme e da tutta la Cisgiordania, affluirono in massa ad Amman, dopo giorni e giorni di cammino attraverso il deserto, incalzati dall’esercito israeliano con i fucili spianati. Alcuni arrivarono feriti, altri persero dei loro cari lungo il viaggio, specie bambini e anziani, per disidratazione e sfinimento. Grazie alla mia cittadinanza giordana mi fu possibile, insieme ai miei colleghi dell’università di Amman che frequentavo come uditrice, fare del volontariato a Wadi Dilayli, uno dei campi allestiti dalle autorità giordane per accogliere i profughi della Cisgiordania. Per quattro mesi, ogni giorno, partivamo la mattina presto per rientrare a sera inoltrata. Alcuni di noi si occupavano di far scuola ai bambini, altri dell’assistenza sanitaria o della distribuzione di acqua e pane. A me, la più grande per età, affidarono la responsabilità di fare la cucina per 16.000 persone, affiancandomi alcuni giovani dell’esercito e un gruppo di scout. Pensai subito di coinvolgere anche alcuni rifugiati e insieme organizzammo il lavoro di preparazione e distribuzione del cibo. La nostra fu come una grande famiglia dove si respirava angoscia e dolore, ma insieme cercammo di dare una mano a tutti. Tornando a casa la sera, molti degli oggetti di cui ci si serve abitualmente: piatti, bicchieri, posate, contenitori vari, sedie ecc. ecc. mi sembrarono superflui dal momento che nel campo bastava un barattolo vuoto per attingere l’acqua da un bidone e dissetarci tutti. Quel campo profughi fu per me una grande scuola di solidarietà e di umanità condivisa!

50 anni non sono bastati a ristabilire il diritto internazionale in terra di Palestina! Il dramma continua, tra alti e bassi, tra ribellione e resistenza nonviolenta. Ci sarebbe tanto da dire sulle umiliazioni cui è sottoposto il popolo palestinese: le atrocità commesse da militari israeliani e dagli stessi testimoniate, le carcerazioni amministrative di tanti giovani palestinesi e persino di adolescenti e di bambini, le scorribande dei coloni ad Hebron contro i beduini e il loro bestiame, il pestaggio dei palestinesi mentre raccolgono le proprie olive, le barche dei pescatori di Gaza speronate e sequestrate dalla Marina militare israeliana pur trovandosi entro le miglia fissate da Israele e tanto altro: dalla giudeizazione di Gerusalemme Est alle reazioni scomposte di Netanyahu per le decisioni dell’Unesco sui diritti dei palestinesi, ma anche ai traguardi raggiunti dai movimenti dei BDS, sostenuti da un numero crescente di ebrei israeliani, le stesse rivolte interne ad Israele per più giustizia ecc. ma in questo momento credo opportuno dare spazio alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la colonizzazione israeliana della Palestina.

Secondo Barak Ravid su Haaretz del 24 Dic. 2016, gli USA per otto anni hanno messo in guardia Netanyahu da una politica che avrebbe avuto un costo, ma lui ha preferito tenersi buona la lobby delle colonie. Il suo insuccesso al Consiglio di Sicurezza, afferma Barak,“rivela ancora una volta quanto chiaro e netto sia il consenso internazionale contro le colonie”. Non si tratta solo di Obama, ma ha votato a favore della risoluzione il governo inglese di destra, col primo ministro Theresa May e il ministro degli Esteri Boris Johnson, i governi di Spagna, Russia e Cina, forse più interessati alla tecnologia israeliana che ai palestinesi, la Nuova Zelanda, col suo capo di governo di destra, Bill English, che nel 2003 rimproverò il ministro degli Esteri del suo Paese per aver abbracciato Yasser Arafat.

Il prof. Mazin Kumsiyeh, incontrato nel nostro viaggio RRR del 2010 all’Università di Bethlem, attivista per i diritti del suo popolo, nella sua ultima mail riporta che dagli Accordi di Oslo 1994, quando “l’Autorità Palestinesesi fece subappaltatrice dell’occupazione israeliana” i coloni in Cisgiordania, da 150.000 sono diventati 750.000 e i 50 paesi che non avevano riconosciuto Israele lo fecero dopo Oslo.

Molti analisti, a suo dire, considerano la risoluzione ONU una vittoria sebbene manchino i meccanismi di applicazione e la violenza dei coloni sia stata equiparata a quella dei colonizzati, senza mai pronunciare la parola Palestina. Nell’attuale situazione, Kumsiyeh vede due sole opzioni possibili: che l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) non interrompa la collaborare per la sicurezza d’Israele continuando a tarpare le ali ai movimenti di protesta o in alternativa che dica alla comunità internazionale che se entro due settimane Israele non toglie l’assedio a Gaza e non annuncia il congelamento di ogni costruzione sotto la supervisione dell’ONU, l’ANP fermerà ogni azione per la sicurezza di Israele. Opportunità da non perdere in questo passaggio Obama –Trump !

Melman, nel Middle East Eye del 24 Dic.2016, presenta la risoluzione ONU come uno shock per Netanyahu e per il suo governo di destra. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha più volte approvato risoluzioni contro l’occupazione israeliana e la sua politica illegale di colonizzazione del territorio palestinese. Ma in questa occasione la risoluzione sottolinea il ruolo distruttivo delle colonie nel dividere la Cisgiordania per impedire la nascita di uno Stato palestinese con continuità territoriale.

Che dire del neo presidente eletto Trump quando afferma: “Le cose saranno differenti dopo il 20 gennaio” eal New York Times dichiara: “Mi piacerebbe molto essere quello che ha reso possibile la pace tra Israele e Palestina”. Non è chiaro come si muoverà pur affermando che porterà l’ambasciata USA a Gerusalemme. Come mediatore tra Israele e Palestina potrebbe incaricare il generoJared Kushner, marito della figlia Ivanka, di famiglia ebraico-ortodossa.Alcune delle sue nomine, comunque, fanno già discutere.

Di positivo negli ultimi eventi c’è che finalmente sentiamo parlare di nuovo di Palestina! Mi attendo che i cambiamenti più significativi partano dall’interno di Israele, se la sua popolazione saprà reagire alla politica di isolamento internazionale che Nethanyhau la sta spingendo sempre di più.

Un segno di speranza ci viene dalla commovente marcia che nell’ottobre scorso ha visto migliaia di donne ebre, cristiane e musulmane unirsi in un cammino di pace verso Gerusalemme. La loro canzone è frutto di un’alleanza tra artiste folk israeliane e palestinesi. Essa celebra l’ultima iniziativa del movimento delle “donne per la pace”, WomenWage Peace, nato in Israele nel 2014, promotore di unamarcialunga 200 chilometri. Israeliane, palestinesi e africane, vestite di bianco, tra canti, abbracci e invocazioni di pace, hanno ribadito: “Non ci fermeremo finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti un futuro sicuro”.

Concludo ricordando la prossima conferenza multilaterale di Pace che si terrà a Parigi il 15 Gennaio 2017, vista dall’ANP come il vertice dopo la Risoluzione ONU per fermare le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est, e da Lieberman, Ministro della difesa israeliano, come:” un tribunale contro Israele… un incontro di antisemiti”.

La lotta continua…RESISTERE; RESISTERE; RESISTERE!

Auguro a tutti/e BUON ANNO 2017!

Agnese-Anissa Manca

Rete di Quarrata – Lettera Dicembre – Natale 2016

Carissima, carissimo,
cos’è il Natale? Una coppia di Nazareth, Maria e Giuseppe, vanno a Betlemme. Là sono respinti e convocati per il censimento dell’Impero Romano. Ci sono varie ipotesi circa il motivo per cui furono respinti. La mia è che lo furono perchè Maria era gravida e non erano sposati ufficialmente. Quindi, occuparono una terra che non era loro, privata. Io in genere scherzo, e mi piace teatralizzare ciò che ha fatto Gesù, perciò dico che il giorno seguente il “Quotidiano di Gerusalemme” deve aver titolato in prima pagina: “Famiglia di senza terra e tetto (due delle tre T su cui papa Francesco ha convocato a Roma i rappresentanti dei Movimenti Popolari di tutto il mondo dal 2 al 5 novembre scorso, la terza T era trabalho-lavoro) occupa una proprietà rurale” Gesù è nato in una stalla. Ciò è molto simbolico. All’epoca di Gesù, chi aveva a che fare con gli animali, come il macellaio, era socialmente emarginato. C’è chiaramente nella Bibbia. Ma molti non hanno occhi per vedere e voce per parlare.
Nonostante questo scenario il nostro Natale si è trasformato in una festa di scambio di regali. Il Natale di Gesù ha un significato religioso molto forte ed è molto seducente dal punto di vista del suo simbolismo. Il Mercato è stato elevato a nuovo Dio, sta sempre più oscurando la dimensione liberatrice di Gesù di Nazareth e imporre il Babbo Natale. C’è una “babbonatalizzazione” che trasforma il Natale in una festa di consumo.
Oggi di fronte agli avvenimenti che si susseguono dobbiamo riscattare la spiritualità e il sentimento religioso della festa. Altrimenti, entreremo nel grande paradigma della post-modernità, che è il mercato e non la solidarietà e la complementarietà.
Oggi il mercato vuole imporsi sulla post-modernità con la mercantilizzazione di tutte le dimensioni della vita. Ciò si vede in modo chiaro nelle due grandi feste cristiane, il Natale e la settimana Santa: la Pasqua. Entrambi sono diventati periodi di breve o lunga vacanza. Pochi si ricordano che sono la celebrazione della nascita, della morte e la risurrezione di Gesù.
L’elezione di papa Francesco ha sconvolto lo scenario mondiale, un latino-americano che ha molta sensibilità per la questione sociale, per l’incontro, per la misericordia, per l’accoglienza e la relazione. Quell’accoglienza che era stata negata a Maria e Giuseppe. Ha abbandonato una serie di simboli che erano segno di nobiltà, come la tiara, le scarpe rosse (di Prada) e la croce d’oro. Ha abbandonato titoli che derivavano dall’Impero Romano e non dalla tradizione cristiana, come “sommo pontefice”. E’ interessante il fatto che preferisca abitare alla Casa di Santa Marta, che è una casa che fa ospitalità, con un refettorio usato da persone che lavorano in Vaticano, lasciando la residenza pontificia.
Ha nominato una commissione di otto cardinali, di cinque continenti, per studiare e realizzare la riforma della Curia romana, vorrebbe riformare o addirittura abolire la Banca vaticana, arrivando a dire con forza: ”il denaro è lo sterco del diavolo e Gesù non aveva una Banca!” “De-naturalizzare la miseria, de-burocratizzare la fame.” “I Migranti non sono un pepricolo, ma sono in pericolo!”
Ha messo con forza al centro del suo annuncio, dando segni concreti profondi alla Chiesa: l’importanza dell’opzione per i Poveri, i prediletti di Dio! Denunciandone le forti e inaccettabili disuguaglianze sociali! Ha aperto strade per una nuova teologia, soprattutto rispetto alla morale sessuale, tema congelato all’interno della Chiesa dal 16° secolo. Altre sfide ha aperto, dalla questione dell’ordinazione delle donne alla morale sessuale, dalla questione finanziaria alla corruzione. E ancora: il celibato e il ritorno al ministero dei sacerdoti sposati. La sua teologia è liberatoria, lontana dai fondamentalismi reazionari, una teologia che considera tutti noi cristiani discepoli di un prigioniero politico. Gesù non è morto di epatite nel suo letto, nè perchè investito da un cammello mentre attraversava la strada a Gerusalemme. Gesù è stato arrestato, torturato e giudicato insieme a due ladroni. Condannato a morte dal potere politico, economico e religioso del tempo.
Che tipo di fede in Gesù abbiamo noi cristiani, se non mettiamo in discussione questo disordine stabilito? La fede che Gesù aveva lo ha portato ad essere considerato sovversivo, dunque una minaccia, per questo è stato eliminato. Non è questione di politicizzare la storia, è rileggere il passato come è stato realmente.
Dobbiamo, come ci insegna papa Francesco, vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perchè il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio diventi veramente efficace.
Accogliere Gesù che nasce e il nuovo anno che arriva come un tempo di cambiamento, di più luce per cogliere i semi di bontà sparsi nella terra durante l’anno passato e garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace.
Accogliere il nuovo anno come un tempo di profondo rinnovamento della vita. che necessariamente si deve ripercuote nella persone intorno a noi e in tutto l’universo. Dove la diversità non debba più essere avversità, cessando di etichettare le persone senza conoscerle, senza conoscere la loro storia le loro sofferenze, le loro gioie. Perchè le loro sono storie non derive irreversibili. Spesso viviamo accanto alle persone ma non siamo loro vicine. Dobbiamo fare strada ai poveri senza farsi strada, attaccati ai volti e alle storie, perchè quando i poveri diventano solo cifre, statistiche, burocratizziamo il loro dolore. Quando la miseria cessa di avere un volto, possiamo cadere nella tentazione di iniziare a parlare e a discutere  fame. di alimentazione, di violenza, lasciando da parte il soggetto concreto, reale, che oggi bussa alla nostre porte, che sia un vicino od un lontano.
E’ a questo punto che dobbiamo scegliere, fidarsi e affidarsi, un percorso da vivere insieme per dare corpo al “noi” tanto proclamato ma poco attualizzato.
Dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi.
Termino ricordando ad ognuno di noi, in questo tempo di violenza, di odio, che l’amore e la relazione devono essere riportate al centro della nostra esistenza, perchè il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.
Perchè come afferma Frei Betto, domenicano brasiliano, incarcerato e torturato durante la dittatura brasiliana: “l’odio fa male a chi odia, non all’odiato!”
Il mio augurio è che ognuno di noi, crei la condizione di fare spazio all’uomo e all’umanità, al creato e alla natura, per ascoltare con attenzione ciò che papa Francesco nella sua enciclica Laudato si, chiama: ecologia integrale. Cioè ascoltare senza dividerlo: il grido della terra e il grido dei poveri.
Ad ognuno la propria responsabilità: Cainooo? Dov’è tuo fratello!
Buon Natale e buon inizio, Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Novembre 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, la circolare nazionale degli amici di Castelfranco ci propone un racconto molto interessante sulla solidarietà concreta, vissuto dai congolesi e da Fabio e Marta, veneti, con tutti i problemi legati a costruire una nuova forma di sostegno, un vero progetto per costruire un centro di salute e di aggregazione sociale in una zona dell’Africa molto difficile per un mucchio di ragioni, ma soprattutto perché è una zona da sempre depredata di tutte le ricchezze che ci sono e ci sono state. Siamo ancora tutti colpiti dall’elezione del nuovo presidente USA, Donald Trump, che non sembra davvero orientato ad una condotta solidale nel mondo, anzi. Ricordiamo che nella storia solo i presidenti democratici hanno permesso dei miglioramenti nei paesi più poveri, soprattutto dell’America Latina. Col Messico c’è già ora un alto muro per impedire lo sconfinamento incontrollato di chi fugge da povertà e miseria, vedremo ora cosa sorgerà e succederà. Ma ne parleremo più diffusamente nel 2017, vediamo intanto anche cosa succede in Europa e in Italia, se quel populismo, quel rifiuto di accordi e di accoglienza, continuerà anche nelle prossime votazioni. E intanto a New York sfilano cortei contro Trump, che non è il presidente di tutti, e, dicono alcuni, i cortei sfileranno per 4 anni, il tempo della presidenza negli USA. Le mie considerazioni di questo mese sono orientate al discorso di papa Francesco rivolto ai movimenti popolari, il cui testo è girato anche nella lista postale della rete a inizio novembre, che richiede comunque una grande riflessione per la pregnanza dei contenuti. Che sembrano banali e semplici, ma sono centrali per la vita, e per la vita di tutti gli uomini. Ecco una breve sintesi di quel discorso, fatto a Roma il 5 novembre 2016; erano presenti anche alcuni rappresentanti dei gruppi locali della Rete Radié Resch. Mettere l’economia al servizio dei popoli, costruire la pace e la giustizia, difendere la Madre Terra: sono la base di qualsiasi discorso di solidarietà: senza un’economia che non sia di rapina e di discriminazione, senza una giustizia che assicuri il rispetto dei diritti di tutti, e senza un’attenzione alle risorse naturali, di cui tutti devono poter usufruire, non può esserci solidarietà. Il papa distingue nella sua analisi 3 punti fondamentali, intorno ai quali sviluppare la riflessione solidale, pregni di molti significati, e cioè 1. il terrore e i muri, 2. l’amore e i ponti, e infine 3. bancarotta e salvataggio. Nel 1° punto parla della enorme forza del denaro, che governa tutto il mondo col terrore, con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza, economica, sociale, culturale e militare. E’ una vera dittatura economica globale, che si sostiene col terrore, con massacri, saccheggi, oppressione e ingiustizia, e con la guerra e con i muri. Occorre coraggio e misericordia per opporsi a tutto questo, perché tutti i muri sono destinati a cadere, cadranno: il 9 novembre 1989 cadde il muro di Berlino! Quando cadrà il muro di Gerusalemme? Il 2° punto si focalizza sull’Amore, sulla forza dell’amore, che giudica anche tutte le religioni, i sistemi ingiusti, e ipocriti. Cita il racconto del vangelo e l’esempio di Gesù (è il papa!), con la sua critica ai farisei ipocriti che si opponevano alle guarigioni in nome delle regole, in nome della legge. Il vero sviluppo dell’uomo non è la crescita economica, poter comperare le ultime novità tecnologiche, buttando le precedenti, che vanno scartate. Il vero sviluppo rispetta l’uomo nella sua interezza e rispetta il creato, la casa comune. Nel 3° punto parla del dramma dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati, lui che ha incontrato personalmente i rifugiati a Lampedusa e a Lesbo, quelli che soffrono 3 drammi, lo sradicamento della loro patria, i rischi del viaggio (quanti morti!) e il rifiuto dell’accoglienza. La paura impedisce di vedere quelle tragedie, quei volti, quel sangue, è la bancarotta dell’umanità, che non vuole spartire niente, non vuole salvare l’altro, sporcarsi, perdere le proprie ricchezze. E queste riflessioni portano alla crisi della politica, al rapporto offuscato fra popolo e democrazia, che occorre sia rinfrescato e rinnovato. E sta parlando ai movimenti popolari, che costruiscono ogni giorno una politica vera e concreta, dalla parte di cose piccole e spesso degli esclusi, quindi movimenti che rinnovano la politica, rifondano le democrazie. Perché il futuro dell’umanità non è nelle mani dei grandi leader, delle élites, ma nelle mani dei popoli. Il rischio di chi si impegna in politica è di farsi incasellare in ideologie e dimenticare le persone, o di lasciarsi corrompere; e la corruzione si trova certo nella politica, ma anche nelle organizzazioni sociali e popolari, dimenticando il vincolo dell’onestà e la scelta dell’austerità. L’esempio di una vita austera al servizio del prossimo, scrive papa Francesco, è il modo migliore di promuovere il bene comune. Anche sbagliando, ma perseverando, presto o tardi vedremo i frutti di questa azione. Contro il terrore il miglior rimedio è l’amore, l’amore guarisce tutto. E il papa ha citato il pastore Martin Luther King: “se rispondi ad un colpo con un altro colpo, si continua all’infinito e non si finisce mai. La persona forte è quella che è capace di spezzare questa catena dell’odio”. Vi ricordo il nostro prossimo appuntamento del 29 novembre, l’incontro a Sezano con un palestinese particolare, di Gaza, il dottor Deeb Albulahisi, medico che lavora a Verona da molti anni. Ci parlerà di casa sua a Gaza, dove abita ancora la mamma, era andato a trovarla perché malata e non ha ottenuto per molto tempo il permesso di tornare. Per questo l’appuntamento avviene ora, volevamo incontrarlo l’anno scorso, ma il veto di Israele l’ha fermato. Così la nostra attenzione sarà ancora focalizzata sulla Palestina. Alle 20.45 al Monastero di Sezano, in Valpantena, vicino a Santa Maria in Stelle.

Un caro saluto a tutti, a presto

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Roma – Novembre 2016

Carissimi amici e amiche, Mauro mi ha chiesto di parlarvi del Brasile oggi e io naturalmente non posso che parlare di Brasile e Movimento Sem Terra, anzi di Movimento Sem Terra nell’attuale congiuntura brasiliana e internazionale.

Il Movimento Senza Terra tra repressione e progetti di articolazioni nazionali e internazionali dei movimenti popolari

Il Brasile sta vivendo 4 gravi crisi, ha detto spesso Joao Pedro Stedile nei discorsi degli ultimi mesi. Una crisi economica, che è alla base di tutte le altre, una crisi sociale perché i problemi della popolazione non vengono risolti, una crisi ambientale perché c’è un’aggressione crescente del capitale nei confronti dei beni della natura senza misurarne le conseguenze. Esempio di quest’ultima crisi è il “crimine” di Mariana, la rottura delle dighe del deposito di rifiuti tossici dell’impresa Vale, nelle località di Fundão e Santarem, nel comune di Mariana, che ha prodotto – proprio un anno fa – il maggior disastro ambientale della storia del Brasile. E infine c’è una crisi politica, che è il risultato del fatto che i capitalisti si sono appropriati della democrazia rappresentativa e – attraverso il finanziamento privato delle campagne – eleggono chi vogliono. Il Parlamento quindi è completamente dissociato dalla volontà della popolazione ed è questo Parlamento che ha portato a compimento, alla fine dello scorso agosto, un vero e proprio golpe istituzionale.

Il golpe

L’impeachment di Dilma Roussef – che non ha motivazioni solide dal punto di vista giuridico – e il fango gettato sul PT (presentato dai media come l’unico partito corrotto del paese) sono frutto di un patto tra borghesia, parti della settore giudiziario e mezzi di comunicazione nelle mani delle elite. Le elite non hanno accettato la rielezione di Dilma nel 2014. Avevano fatto di tutto per mettere in crisi la sua leadership. Ma i 40 milioni di brasiliani sottratti alla miseria hanno pesato più dei forti limiti del suo governo (che non ha fatto, come i precedenti governi Lula, riforme strutturali) e della volontà della borghesia che, di fronte alla crisi, voleva riassumere il potere in prima persona, per rilanciare il progetto neoliberista e recuperare i propri margini di profitto, impadronendosi di tutte le risorse del paese, a cominciare dal giacimento del petrolio del pre-sal. Anche agli USA non piaceva un Brasile autonomo, che con i BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) metteva in discussione i suoi interessi geostrategici e lavorava all’integrazione latinoamericana.

Le scelte del governo golpista

Il governo golpista di Temer sta portando avanti il progetto neoliberista tagliando le spese sociali e privatizzando. Una riforma costituzionale – la PEC 241 – metterà un tetto, per 20 anni, alle spese del governo per i servizi pubblici, con effetti drammatici su sanità e educazione. Lo stesso ministero che si occupava di Riforma Agraria è stato abolito e tutti i progetti che sostenevano i piccoli contadini e gli insediati sono stati fortemente ridimensionati o a rischio di totale chiusura.

La repressione dei movimenti sociali

E da qualche mese – già da prima della concreta realizzazione del golpe – è ripresa in modo violento la repressione nei confronti dei movimenti sociali.

Il MST si è speso molto nel tentativo di organizzare la resistenza di fronte al golpe, in particolare con il Frente Brasil Popular. Il Frente, mettendo insieme forze diverse del campo e della città, vuole stimolare la discussione di massa di un nuovo progetto che faccia uscire il paese dalle crisi dal punto di vista della classe lavoratrice, è impegnato nella formazione militante, e nel tentativo di organizzare mobilitazioni di massa.

Il Movimento sta subendo, per questo suo forte impegno, una vera persecuzione: arresti e lunghe detenzioni ingiustificati, tentativi di inquadrarlo nella legge relativa alle organizzazioni criminali, militanti uccisi in aree calde in cui le terre occupate fanno gola a grandi imprese come la Araupel, presente nella zona di Quedas in Paranà, quella della ex-fazenda Giacometti (vi ricordate la foto di Salgado con la catena del cancello spezzata?). Aziende che si erano impadronite delle terre illegalmente. Le avevano grilade, come si dice in Brasile.

L’aggressione alla ENFF (Scuola Nazionale Florestan Fernandes, quella che la Rete appoggia da diversi anni)

E’ di venerdì 4 novembre l’intervento di 10 macchine della polizia alla Scuola Nazionale Florestan Ferandes alla ricerca di militanti del Parana, accusati dei più vari misfatti, come quello di appartenere a una “organizzazione criminale”. I poliziotti sono entrati sparando ad altezza d’uomo contro la vetrata della segreteria della scuola. Il bibliotecario, un signore di 65 anni con il Parkinson è stato spinto a terra e si è rotto una costola.

Mentre in Brasile, a Guararema, vicino a San Paolo, succedeva questo, Joao Pedro Stedile stava partecipando a Roma al 3° Incontro dei Movimenti Popolari in dialogo con Francesco, di cui dalle origini, nel 2013, è stato uno dei principali organizzatori.

Il MST – che ha visto il giorno 5 convenire alla Florestan Fernandes 1000 persone di 36 paesi (e tra questi Lula) per portare la loro solidarietà – continua a lottare, organizzare, articolare a livello brasiliano e internazionale.

Organizzare reti mondiali e offrire ai giovani la possibilità di diventare protagonisti del cambiamento

Stedile, che ho accompagnato, dopo l’incontro con il Papa, a Mondeggi, a Napoli con Zanotelli, a Rosarno parla della necessità di organizzare reti mondiali dei movimenti popolari, che vadano al di là delle “riflessioni” portate avanti con il papa. Un grande incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo (non di ong e dei “turisti politici”) dovrebbe realizzarsi a Caracas nell’ottobre del 2017, come sintesi di incontri continentali che ci saranno in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia nei prossimi mesi.

Durante l’iniziativa organizzata da SOS Rosarno, nel comune di Cinquefrondi, il dirigente del MST ha incontrato un gruppo di ragazze siciliane – arrivate qui per conoscerlo – di Contadinazioni nato simbolicamente nel ghetto dei lavoratori stagionali di Campobello di Mazara (TP). Parlando con loro e vedendo il loro impegno e entusiasmo ha proposto a una delle tre ragazze presenti – Franca, che ha il padre americano – di partecipare nei prossimi giorni alla ENFF alla parte conclusiva del corso per formatori di militanti in lingua inglese, perché si renda conto di come si fa formazione alla Scuola (a Mondeggi aveva proposto a giovani laureati in agronomia di andare a lavorare per un anno a sostegno di progetti in Venezuela e Haiti, dopo un periodo di formazione alla ENFF).

Quando Franca tornerà potrà – spera Stedile – con altri, farsi promotrice di un corso di formazione per militanti in Sicilia, con il supporto pedagogico del Movimento Senza Terra.

(per la rete di Roma, Serena Romagnoli)

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Novembre 2016

Carissima, Carissimo, non avendo potuto partecipare ai lavori del convegno dei Movimenti popolari in Vaticano prima -troverete una profonda riflessione di Claudia Fanti, redattrice di Adista- sul numero di dicembre della nostra rivista In Dialogo, oltre al discorso conclusivo di papa Francesco- e poi a seguire gli incontri organizzati con Joao Pedro Stedile, perchè impegnato in giro per l’Italia con Waldemar Boff, nostro referente del progetto Agua Doce, Serena Romagnoli, che ha seguito e coordinato ha scritto una breve riflessione sull’attuale situazione del Brasile e del Movimento Sem Terra nell’attuale congiuntura brasiliana e internazionale. Antonio

Il Movimento Senza Terra tra repressione e progetti di articolazioni nazionali e internazionali dei movimenti popolari

Il Brasile sta vivendo 4 gravi crisi, ha detto spesso Joao Pedro Stedile nei discorsi degli ultimi mesi. Una crisi economica, che è alla base di tutte le altre, una crisi sociale perché i problemi della popolazione non vengono risolti, una crisi ambientale perché c’è un’aggressione crescente del capitale nei confronti dei beni della natura senza misurarne le conseguenze. Esempio di quest’ultima crisi è il “crimine” di Mariana, la rottura delle dighe del deposito di rifiuti tossici dell’impresa Vale, nelle località di Fundão e Santarem, nel comune di Mariana, che ha prodotto – proprio un anno fa – il maggior disastro ambientale della storia del Brasile. E infine c’è una crisi politica, che è il risultato del fatto che i capitalisti si sono appropriati della democrazia rappresentativa e – attraverso il finanziamento privato delle campagne – eleggono chi vogliono. Il Parlamento quindi è completamente dissociato dalla volontà della popolazione ed è questo Parlamento che ha portato a compimento, alla fine dello scorso agosto, un vero e proprio golpe istituzionale.

Il golpe

L’impeachment di Dilma Roussef -che non ha motivazioni solide dal punto di vista giuridico- e il fango gettato sul PT (presentato dai media come l’unico partito corrotto del paese) sono frutto di un patto tra borghesia, parti della settore giudiziario e mezzi di comunicazione nelle mani delle elite. Le elite non hanno accettato la rielezione di Dilma nel 2014. Avevano fatto di tutto per mettere in crisi la sua leadership. Ma i 40 milioni di brasiliani sottratti alla miseria hanno pesato più dei forti limiti del suo governo (che non ha fatto, come i precedenti governi Lula, riforme strutturali) e della volontà della borghesia che, di fronte alla crisi, voleva riassumere il potere in prima persona, per rilanciare il progetto neoliberista e recuperare i propri margini di profitto, impadronendosi di tutte le risorse del paese, a cominciare dal giacimento del petrolio del pre-sal. Anche agli USA non piaceva un Brasile autonomo, che con i BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) metteva in discussione i suoi interessi geostrategici e lavorava all’integrazione latinoamericana.

Le scelte del governo golpista

Il governo golpista di Temer sta portando avanti il progetto neoliberista tagliando le spese sociali e privatizzando. Una riforma costituzionale -la PEC 241- metterà un tetto, per 20 anni, alle spese del governo per i servizi pubblici, con effetti drammatici su sanità e educazione. Lo stesso ministero che si occupava di Riforma Agraria è stato abolito e tutti i progetti che sostenevano i piccoli contadini e gli insediati sono stati fortemente ridimensionati o a rischio di totale chiusura. La repressione dei -già da prima della concreta realizzazione del golpe- è ripresa in modo violento la repressione nei confronti dei movimenti sociali. Il MST si è speso molto nel tentativo di organizzare la resistenza di fronte al golpe, in particolare con il Frente Brasil Popular. Il Frente, mettendo insieme forze diverse del campo e della città, vuole stimolare la discussione di massa di un nuovo progetto che faccia uscire il paese dalle crisi dal punto di vista della classe lavoratrice, è impegnato nella formazione militante, e nel tentativo di organizzare mobilitazioni di massa. Il Movimento sta subendo, per questo suo forte impegno, una vera persecuzione: arresti e lunghe detenzioni ingiustificati, tentativi di inquadrarlo nella legge relativa alle organizzazioni criminali, militanti uccisi in aree calde in cui le terre occupate fanno gola a grandi imprese come la Araupel, presente nella zona di Quedas in Paranà, quella della ex-fazenda Giacometti (vi ricordate la foto di Salgado con la catena del cancello spezzata?). Aziende che si erano impadronite delle terre illegalmente. Le avevano grilade, come si dice in Brasile.

L’aggressione alla ENFF (Scuola Nazionale Florestan Fernandes, quella che la Rete appoggia da diversi anni)

E’ di venerdì 4 novembre l’intervento di 10 macchine della polizia alla Scuola Nazionale Florestan Ferandes alla ricerca di militanti del Parana, accusati dei più vari misfatti, come quello di appartenere a una “organizzazione criminale”. I poliziotti sono entrati sparando ad altezza d’uomo contro la vetrata della segreteria della scuola. Il bibliotecario, un signore di 65 anni con il Parkinson è stato spinto a terra e si è rotto una costola. Mentre in Brasile, a Guararema, vicino a San Paolo, succedeva questo, Joao Pedro Stedile stava partecipando a Roma al 3° Incontro dei Movimenti Popolari in dialogo con Francesco, di cui dalle origini, nel 2013, è stato uno dei principali organizzatori. Il MST – che ha visto il giorno 5 convenire alla Florestan Fernandes 1000 persone di 36 paesi (e tra questi Lula) per portare la loro solidarietà – continua a lottare, organizzare, articolare a livello brasiliano e internazionale.

Organizzare reti mondiali e offrire ai giovani la possibilità di diventare protagonisti del cambiamento

Stedile, che ho accompagnato, dopo l’incontro con il Papa, a Mondeggi (Firenze), a Napoli con Zanotelli, a Rosarno parla della necessità di organizzare reti mondiali dei movimenti popolari, che vadano al di là delle “riflessioni” portate avanti con il papa. Un grande incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo (non di ong e dei “turisti politici”) dovrebbe realizzarsi a Caracas nell’ottobre del 2017, come sintesi di incontri continentali che ci saranno in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia nei prossimi mesi. Durante l’iniziativa organizzata da SOS Rosarno, nel comune di Cinquefrondi, il dirigente del MST ha incontrato un gruppo di ragazze siciliane -arrivate qui per conoscerlo- di “Contadinazioni” nato simbolicamente nel ghetto dei lavoratori stagionali di Campobello di Mazara (TP). Parlando con loro e vedendo il loro impegno e entusiasmo ha proposto a una delle tre ragazze presenti -Franca, che ha il padre americano- di partecipare nei prossimi giorni alla ENFF alla parte conclusiva del corso per formatori di militanti in lingua inglese, perché si renda conto di come si fa formazione alla Scuola (a Mondeggi aveva proposto a giovani laureati in agronomia di andare a lavorare per un anno a sostegno di progetti in Venezuela e Haiti, dopo un periodo di formazione alla ENFF). Quando Franca tornerà potrà – spera Stedile – con altri, farsi promotrice di un corso di formazione per militanti in Sicilia, con il supporto pedagogico del Movimento Senza Terra.

Serena Romagnoli

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”