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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Ottobre 2016
www.reterr.it

Chi lotta e soffre su una zolla di terra
lotta e soffre per tutta la terra.
Siro Politi, prete operaio

Care amiche, cari amici,
questa nostra lettera ci porta purtroppo notizie molto preoccupanti da Haiti. Cominciamo con le parole di Dadoue Printemps nel suo intervento al Convegno nazionale della Rete Radié Resch del 2008; riferendosi alla situazione socio politica del suo paese, colpito periodicamente da uragani devastanti, così diceva: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme, lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia”. Più volte ci ha scritto della desolazione delle campagne inondate, le case scoperchiate, le persone senza riparo… Poi c’è stato il terremoto del 2010: “Il grande terremoto che ci ha sconvolto… – scriveva il 6 aprile del 2010 – noi che eravamo già talmente poveri: questo disastro ha moltiplicato la grandezza della nostra miseria”.E’ l’eterno ricominciare di Haiti: le ferite del terremoto sono ancora aperte, la situazione politica estremamente instabile, quella economica in crisi crescente ed ecco l’uragano Mathieu a mettere in ginocchio un paese che lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza.
Poche le notizie sui nostri media su questa ennesima catastrofe: di Haiti si parla solo quando l’uragano minaccia gli Stati Uniti.Noi però siamo stati raggiunti tempestivamente dai messaggi di Martine e Jean. Il 4 ottobre Martine ha scritto: “E’ tutto un disastro, a Cabaret pioggia e vento ma niente in confronto a quanto accade al sud del paese. Siamo preoccupati per la gente del Nord Ovest che presto dovrà affrontare questo uragano devastatore. Per ora cerchiamo di restare in contatto con le persone di FDDPA”.
Due giorni dopo Jean è riuscito a raccogliere informazioni più precise inviandoci i primi dati che descrivono un panorama desolante: l’uragano Mathieu ha colpito soprattutto il Sud del paese, molte località sono isolate e difficilmente raggiungibili, il numero delle vittime continua a salire. Per quanto riguarda le zone dove FDDPA è presente, quella più colpita è il Nord Ovest dove la scuola, che da poco era stata ristrutturata, ha subito gravi danni, molti contadini hanno le case scoperchiate e le coltivazioni distrutte. Anche a Katyen l’uragano ha fatto volare i tetti, compreso quello della scuola dell’infanzia; perdite di coltivazioni e capi di bestiame si registrano anche a Dofiné e a Fondol dove alcune casupole sono state distrutte dall’uragano. “Ma siamo fortunati – aggiunge Jean – perché nessuno ha perso la vita”.
Ma quello che ora più preoccupa i nostri amici, è la ripresa del colera in questa situazione critica. Stanno cercando di contattare chi possa a livello sanitario dare un sostegno per prevenire la diffusione della malattia.
Abbiamo ricevuto notizie anche da Alessia Maso che da anni sostiene in Haiti un’esperienza di scuola per bambini disabili. Ecco cosa scrive:
“Molti di voi avranno forse visto le terribili immagini di questi due ultimi giorni ad Haiti. L’uragano Matthew ha causato tantissimi danni, molti alberi sono caduti, intere aree inondate, e purtroppo ancora non sappiamo che effetti avrà sul problema del colera, ma si presume che ci sarà un aumento importante dei casi. Il costo dell’acqua potabile è già aumentato, molti non potranno permettersela.
Molte famiglie sono rimaste senza casa (…) la scuola stessa ha il tetto danneggiato, banchi e sedie sono andati perduti. Le strade sono impraticabili. Il ministero ha stabilito la chiusura di tutte le scuole del paese fino al 10 ottobre. Poi non è chiaro che cosa succederà. …
Condivido queste informazioni con voi che ci aiutate a supportare i progetti, perché mi sento così impotente che mi sembra che l’unica cosa che possiamo fare è quella di non lasciar soli i nostri amici haitiani.
Continuiamo il nostro supporto, continuiamo a credere in loro e nelle loro capacità di risollevarsi in tutte le situazioni e speriamo che il peggio sia passato. La pioggia ormai è debole, il vento non soffia più e l’uragano, che ha perso la sua forza, se n’è andato.
Ora tocca ricostruire!! E ricominciare da dove si è interrotto… “.Anche noi crediamo che in questo difficile momento sia necessario essere a fianco dei nostri amici haitiani e sostenere FDDPA. I nostri amici non ci hanno chiesto niente, ma crediamo sia importante che le varie attività (scuole, centri di salute, casse popolari, cooperative delle donne, banca sementi…) non subiscano interruzioni ma possano andare avanti.
Per questo cercheremo di inviare un contributo straordinario.
Chi vuole partecipare può versare il suo contributo su:
– C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
oppure
– Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN:  IT 26 U050 1812 1010 0000 0134 828 intestato a: Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova
Causale: Uragano HaitiAlleghiamo anche un articolo apparso su Avvenire dell’8 ottobre, scritto da Lucia Capuzzi che da anni segue le vicende haitiane.

Uragano a Haiti, i camilliani: «Non c’è più niente»
Lucia Capuzzi – Avvenire, 8 ottobre 2016“È un momento difficile. Molto difficile. Il sudovest, già poverissimo, è in ginocchio. Vorrei andare a vedere con i miei occhi ma non posso. La strada è interrotta e noi siamo bloccati a Port-au-Prince, con poche notizie. Tutte catastrofiche. Non riusciamo a contattare padre Massimo: i telefoni non vanno. È isolato, siamo molto preoccupati”. La voce di padre Robert Daudier è carica di tensione, è costretto a seguire dalla capitale le devastazioni prodotte da Matthew.
Crolli e alluvioni hanno isolato la porzione più occidentale dell’isola, flagellata dall’uragano. “Oggi, però, riproverò a rimettermi in viaggio. Andrò con un’ambulanza. Spero di riuscire a raggiungere Jérémie”. La città è stata devastata dal diluvio e dai venti, che si sono abbattuti sull’isola con una velocità intorno ai 230 chilometri orari. Là, oltre l’80% delle case è stata distrutta. Perfino il tetto della Cattedrale è stato strappato dalla furia della tempesta.” (…)
“Acqua dappertutto. Case, giardini, tutto è stato allagato. La gente, già in miseria, ha perso quel poco che aveva. Dovranno ricominciare da capo, senza nulla. Che dolore… “, afferma fra Jeun Jeune Lozama, piccolo fratello di Santa Teresa, residente a Beausejour, minuscolo villaggio sulle montagne intorno a Léogàne, epicentro del tremendo terremoto del 2010. Anche là – a sud-est – ci sono state frane, inondazioni e tantissimi danni. In realtà, non solo la parte meridionale è stata colpita. “Anche dal nord-ovest, in particolare la regione di Port-de-Paix, abbiamo notizie di gravi devastazioni”, dice ad Avvenire Marta Da Costa, operatrice di Caritas Italiana nell’isola. Il principale problema è la strage di animali da allevamento e la razzia dei raccolti compiuta dall’uragano più potente degli ultimi nove anni. “Si tratta della principale fonte di sussistenza della popolazione. In un contesto di povertà generalizzata, rappresenta un danno incalcolabile per il presente e il futuro del Paese», prosegue Da Costa. Gli esperti, inoltre, temono una recrudescenza dell’epidemia di colera che quest’anno ha già colpito oltre 21.000 persone. Già prima di Matthews la gente era costretta a camminare per chilometri per raggiungere una fonte d’acqua. Ora l’uragano le ha distrutte. Mi hanno riferito già di alcuni morti per il colera”.
Non a caso, fra Jean-Hervé François, direttore di Caritas Haiti ha definito la situazione “catastrofica”. Eppure, finora, le autorità non hanno dichiarato lo stato di emergenza, rallentando l’invio di aiuti dall’estero. Un sostegno vitale, in questo momento, per l’isola.

RETE RADIE’ RESCH

Associazione di solidarietà internazionale

circolare della rete di Roma – settembre 2016

Roma, 5 settembre 2016

Carissimi amiche e amici,

questa estate ai consueti sconvolgimenti mondiali si è aggiunto il disastro del terremoto nell’Italia centrale a rendere più tristi le nostre giornate. Con determinazione reagiamo alle sventure con la fede nell’uomo che abbiamo sempre avuto, avvalendoci da un lato delle esortazioni di papa Francesco, dall’altro delle parole contenute nei bellissimi e direi commoventi resoconti dei coniugi Corletto di Castelfranco Veneto in Africa e di Giorgio Gallo e Toni Peratoner in America Latina, scritti corredati dai lodativi commenti di vari amici.

Richiamiamo le parole di Bergoglio nel viaggio in Polonia di fine luglio: “Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?”. Ancora più dolente quanto disse sulla Siria all’Angelus del 7 agosto: “Purtroppo dalla Siria continuano ad arrivare notizie di vittime civili della guerra, in particolare da Aleppo. E’ inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo della chiusura del cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti”. Sono espressioni semplici, convinte, sulle quali non tutti purtroppo riflettono, degne del Giubileo della Misericordia che stiamo percorrendo con attenzione insufficiente, cristiani e agnostici, perché anch’essi dovrebbero porgervi ascolto.

La pace, questo inestimabile bene che preme alla stragrande maggioranza dell’umanità, ma che in una infinità di luoghi viene meno – per lo spirito malvagio di minoranze o singoli individui che conosciamo bene – producendo lutti, rovine e il fenomeno, mai così disperato, delle migrazioni di massa.

Non da oggi ormai si è sviluppato il fenomeno dello stragismo mediante l’impiego dei kamikaze, al quale sempre si attribuisce una finalità religiosa (“morte agli infedeli” è il pazzo scopo proclamato dagli stessi assassini-suicidi). Ci si è appropriati di un termine che all’origine ebbe un altro significato: come si sa, i kamikaze (“vento divino”) erano i piloti suicidi nipponici destinati a colpire le navi nemiche nell’ultima fase della guerra del Pacifico (per Tokyo già perduta), dirigendo i loro aerei carichi di esplosivo sull’obiettivo col sacrificio della propria vita. Si dubita assai che il loro suicidio fosse spontaneo e mosso da amor di patria, anche se qualche esaltato non manca mai; gli ordini dei pazzi criminali militari non si discutevano, pena la morte. Tuttavia, sapendo quanto la mentalità orientale differisca dalla nostra, è notevole apprendere senza stupirsene che i kamikaze che per diversi motivi non poterono compiere il loro gesto suicida furono nel dopoguerra malvisti dalla popolazione, tanto era prevalsa la mentalità guerresca diffusa (inoculata) dal militarismo e dall’imperatore. (Ho potuto servirmi per i particolari esposti di una fonte giapponese attendibile di Tokyo)

Gli attuali cosiddetti “kamikaze” non hanno nulla a che vedere con i giapponesi del 1945. Il loro movente è solo l’odio per lo straniero e i suoi fedeli alleati, quasi sempre ammantato da ragioni religiose, di solito inesistenti o distorte dai loro mandanti. Qui ci soccorrono alcune frasi del famoso regista inglese Ken Loach per andare alla radice della questione. Interrogato sul terrorismo, parla di rabbia estrema. “Se analizziamo a fondo la Storia, ci mettiamo un secondo a ricordare che quanto noi oggi chiamiamo Medio Oriente era parte di un impero europeo, un territorio suddiviso fra il dominio francese e quello britannico e successivamente americano. L’Occidente ha sfruttato, ha imposto decisioni, ha governato quei territori per secoli. La rabbia che hanno maturato ora si esprime in molte forme. Nessuno vuole giustificare gli atti terroristici…, ma per sconfiggerli è necessario andare all’origine, e lì troviamo la responsabilità della nostra Storia…(dal Fatto del 12 agosto). Non è l’uovo di Colombo, ma per quanti?

Si approssima la “Perugia – Assisi”, voluta molti anni fa da Aldo Capitini proprio un anno prima che scoppiasse la crisi di Cuba del ‘62, che rischiò di portare il mondo alla guerra nucleare. Da allora si ripete con varie pause, ma sempre con motivazioni indubbiamente valide; e si può dire che oggi manifestare per la pace è oltremodo necessario. Mi piace ricordare qui il pensiero sulla pace di Margherita Hack, una donna che ha significato molto nella vita italiana: “Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”.

Si è parlato anche fra noi di una certa crisi in cui versa la marcia della pace, o meglio la Tavola della Pace che la organizza, di persone interessate a monopolizzarla o altro. E’ stato chiesto ad Alex Zanotelli se l’universo pacifista è in crisi e lui l’ha confermato, perché è passato il messaggio della guerra “venduta”, come normale fatto politico; e poi perché “siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario”.

Che sia ascoltato l’auspicio di Alex. La nostra Rete, con le sue limitate possibilità, è pienamente d’accordo e farà quanto le è possibile per contribuire alla distensione degli animi.

(per la rete di Roma, Mauro Gentilini)

 

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Settembre 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, con un certo ritardo invio la circolare di settembre e me ne scuso. Scrivere una circolare ogni mese rappresenta un impegno complesso, perché si rischiano di dire sempre le stesse cose e di essere monotoni. La ricerca di una solidarietà concreta con persone lontane è uno dei nostri impegni di vita, ma le cose stanno cambiando, e molto, in Italia in Europa e nel mondo, e quindi anche il nostro modo particolare di essere solidali come Rete va in crisi, ha bisogno di confrontarsi per ridiscuterlo, e ciò avviene nei nostri incontri locali e nazionali, nei Seminari e nei Convegni, quando ci troviamo con i nostri interlocutori lontani, con cui cerchiamo di essere insieme in fraternità. Nel nostro gruppo di Rete di Verona s’è creato un bel gruppo di amici che vivono insieme questa azione di aiuto, e pensiamo di alternare fra di noi la stesura della circolare, per cercare di vedere le cose del mondo con occhi diversi e diversa sensibilità. La concretezza passa attraverso l’esperienza di ciascuno e la conoscenza, diretta e/o varia, con i nostri interlocutori lontani, che ricevono il nostro aiuto e cercano di utilizzarlo per il bene del loro gruppo e del loro territorio. Quindi avere più redattori della circolare permette di osservare la realtà con occhi diversi, e di proporre orizzonti diversi, dinamiche e problematiche diverse, e quindi solidarietà diverse, oltre a riflettere in modo diverso sulle dinamiche più specificamente politiche dei rapporti internazionali che sottendono sempre ad ogni rapporto di solidarietà. E le politiche internazionali si imparano bene nella Rete, basti pensare a tutte le dinamiche Israele – Palestina, che sono alla base del nostro impegno da quando la Rete è nata, nel 1964 circa, con Ettore Masina, col papa Paolo VI, e con Paul Gauthier e la chiesa dei poveri. Ed a tutti i luoghi dove siamo venuti in contatto con altra gente e con altro sfruttamento, per contatto diretto personale o indiretto tramite amici vicini, di altre reti. Ad esempio per noi di Verona il contatto con l’Opera mazziana a Joao Pessoa, e tutta la storia che è passata per il Nord Est brasiliano, è stata una scuola particolare di cosa ha significato Movimento Sem Terra, Pastorale della Terra, Teologia della Liberazione, e scuola, come l’hanno sempre intesa gli amici del Mazza. O il contatto col Guatemala, con Rigoberta Manchù, con padre Clemente, con la storia degli squadroni della morte, con l’assassinio di mons. Gerardi, 25 anni dopo quello di Romero in Salvador, ma anche con la civiltà Maya e la storia americana, che non è solo quella delle colonie inglesi del Nord America. Ed ora il contatto con il Ghana, con Olivia e le ragazze di Adjumako, che ci fanno capire tante cose prima indistinte e lontane. Questa è la solidarietà della Rete, conoscere amici lontani, entrare in quelle dinamiche e mettere a disposizione un piccolo aiuto economico perché possa cambiare la loro situazione di povertà e dipendenza. Ma la situazione internazionale attuale è diversa da quella degli anni passati, e sta cambiando ancora. Gli analisti mettono in evidenza la contemporaneità di 3 crisi enormi, che scuotono tutto il mondo, e dire 3 crisi è riduttivo, perché se ne possono individuare molte altre. E queste crisi mettono in dubbio ogni impostazione politica, e quindi anche la nostra visione di solidarietà maturata fino ad oggi. Le 3 crisi principali sono queste: quella delle migrazioni, per le guerre e per la povertà, e sono migrazioni di milioni di persone, che cercano strade di sopravvivenza in tutto il mondo, non solo ai confini dei loro paesi in guerra e in miseria assoluta. L’Europa s’è accorta dell’entità di questo fenomeno, ma si è ben presto chiusa ad ogni accoglienza, e sono sorti muri dappertutto, e per noi Muro significa la divisione in Palestina, violenza, sopraffazione, umiliazione, diritti violati eccetera. L’altra crisi è quella della globalizzazione finanziaria, perché le dinamiche della finanza sono completamente cambiate. I poveri certamente continuano a pagare ogni crollo degli indici di borsa, ma la separazione fra ricchi e poveri continua ad aumentare, ed i ricchi, il denaro, continuano a determinare ogni dinamica, ogni guerra, ma anche le politiche degli stati, basti pensare al petrolio, che è calato di prezzo, ma sta sconvolgendo ogni equilibrio mondiale, perché il ricco o l’azienda che vede calare i suoi soldi cerca tutti i modi per mantenerli, ed anzi aumentarli. E tutte le dinamiche finanziarie sono globalizzate, non c’è una zona che non ne risente, perché è lontana. Come ci spiegava Gianfranco Rigoli parlando di Ghana, in Ghana non si coltiva più riso, è meglio acquistare il riso degli Usa, prodotto con forti incentivi ai produttori locali, quasi sempre multinazionali, e poi venduto sottocosto in tutto il mondo. Attenti ai prezzi troppo bassi, stanno distruggendo gli agricoltori locali ed i lavoratori. I soldi governano il mondo, determinano le guerre, spostano gli equilibri, basta uno spostamento di una decina di miliardi di dollari nella borsa (uno sceicco che sposta un po’ di fondi sovrani arabi da un titolo ad un altro) per provocare crolli e guerre sempre più disastrose e catastrofiche, vedi Siria o Crimea. Ma mi fermo ad un semplice cenno di queste logiche, se no diventa un trattato. La terza crisi è la crisi del clima, che cambia rapidamente, scompaiono i ghiacciai, scompaiono isole intere perché il mare si alza, certe coltivazioni non producono più niente, e ci sono nuovi profughi in fuga dalle loro proprietà che non ci sono più, inghiottite dal mare o acquistate da una multinazionale per fare una nuova miniera d’oro o una nuova diga che inonda territori enormi, prima abitati dai nativi, che ora non contano niente, e sono ammazzati tranquillamente dalle polizie che difendono le scelte di stati corrotti e dei potenti di quegli stati. Ed anche il Brasile ora è tornato ad essere come altri stati venduti ai soldi, ai banchieri ed ai latifondisti Di fronte alle dinamiche legate a queste crisi, e al fallimento quasi completo delle politiche dell’ONU cosa contano le poche migliaia di euro della colletta della Rete? E’ una domanda logica, che richiede nuove risposte, riflessioni collettive e nuovi personaggi che le guidino, che diano segnali di speranza. Uno è certamente papa Francesco, che ha cambiato tutte le dinamiche religiose, non solo cristiane, e le dinamiche ambientali. Con il Papa ci sono i missionari, i comboniani anzitutto per noi veronesi, e le suore comboniane (combonifem), che propongono riflessioni molto importanti di grande aiuto per elaborare riflessioni, tenersi informati e cercare forme concrete di solidarietà, mantenendo anche le collette, che non hanno perso la loro importanza concreta, oltre che teorica. Anche il Monastero di Sezano è per noi un grande luogo di riferimento, diventa difficile forse partecipare a tutto quello che vi si svolge, ed occorre ripensare a modalità di partecipazione e diffusione anche a distanza, gli strumenti ci sono e relativamente semplici da attivare, in modo da seguire gli eventi anche quando non è possibile esserci di persona. Altri personaggi importanti per noi sono i nostri testimoni delle operazioni che sosteniamo, anche non solo noi di Verona, basta leggere i resoconto dei viaggi, come quello ultimo di Fabio e Marta in Congo, pervenuto a chi riceve le comunicazioni della lista Rete. I testimoni lontani sono importantissimi per capire come opporsi ai soldi e alle dinamiche corrispondenti, privilegiando i deboli invece dei potenti. Termino con un’indicazione di un incontro lunedì prossimo 19/9 alle 20.45 a San Massimo, al CUM: il monaco Marcelo Barros parlerà di Helder Camara, il vescovo di Recife profeta dei poveri. Marcelo fu suo discepolo, poi monaco benedettino e scrittore, Al CUM presenta un suo libro su Camara, e con Marcelo ci saranno don Felice Tenero, direttore del CUM, e Marco dal Corso.

Un caro saluto a tutti, ciao

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Settembre/Ottobre 2016

Carissima, carissimo, il piccolo Omran come il piccolo Aylan. Il bimbo di Aleppo ricoperto di polvere e sangue è vivo, il bimbo sulla spiaggia di Bodrum è morto. È amaro il destino dei bambini siriani: che tu scappi o che tu resti, perdere la vita è questione di un attimo. Più di un anno dopo (era il 2 settembre del 2015), la “foto simbolo” del dramma dei profughi che fuggivano dalla guerra cercando di raggiungere la costa della Grecia, si è arricchita di una nuova “foto simbolo” a ricordarci che la guerra c’è ancora e continua a mietere vittime innocenti. Le foto sono immediate, fanno il giro del mondo in un attimo. Non serve spremersi le meningi per trovare parole che raccontino l’orrore, basta un’immagine per comunicare tutto quel che c’è da dire. Come la bambina vietnamita che corre ustionata dal napalm e il bimbo ebreo con le mani in alto nel ghetto di Varsavia. Quello che stona, ancora una volta, è che da un lato serve un’immagine d’impatto per smuovere gli animi, dall’altro, sappiamo per esperienza che, passata la prima ondata di utilizzo mediatico, tutto torna nel medesimo silenzio. Il dolore non basta se tutto resta come prima. La foto di Aylan Kurdi, del suo piccolo corpo disteso sulla sabbia, suscitò molto clamore, prese di posizioni dei leader politici, dibattiti sull’opportunità di pubblicare un’immagine così terribile, dove la violenza era tanto più forte perché se ne mostravano gli esiti. Anche se internet e la televisione ci consentono di accedere in tempi brevissimi a tutte le informazioni che desideriamo su qualsivoglia parte del mondo, in realtà ci si limita a misurare l’importanza dei fatti sulla base del tempo e dello spazio che viene loro dedicato sui nostri media di riferimento. Così, passata l’indignazione generale per Aylan, un volta spente le telecamere sull’esodo dei disperati che premevano alle frontiere o si consumavano nei campi profughi, le notizie sulla guerra che continua a infuriare in Siria appaiono come un rumore di fondo su qualcosa che è lontano e in fondo non ci riguarda troppo. Nonostante gli appelli continui di papa Francesco alla pace e il suo gesto di accoglienza verso alcune famiglie di rifugiati, l’attenzione dell’opinione pubblica è altrove. Come è caduto nel vuoto -se non per rare eccezioni- il suo appello affinché ogni comunità parrocchiale accogliesse un profugo o una famiglia, a seconda della grandezza della stessa. Così, Omran con i suoi 5 anni pieni di polvere e sangue, seduto in autoambulanza con lo sguardo incredulo e impietrito, è uno dei bambini di Nizza, uno dei nostri bambini del terremoto. Oggi il bambino di Aleppo è “virale”. La sua foto, come già quella di Aylan, è stata in prima pagina su tutti i quotidiani europei e del mondo, ed è gara a diffonderla sui social network, magari ritoccata e messa tra i potenti della Terra che discutono. Quanto durerà questa volta la mobilitazione da tastiera? Dopo cinque anni ad Aleppo è stata proclamata una settimana di cessate il fuoco. Tra l’altro più volte violata, per far sì che potessero entrare viveri e medicinali, dopo che migliaia di persone sono morte per fame, per sete, per mancanza di medicinali. Una carità pelosa da parte di chi guerreggia quotidianamente per distruggere l’altro, la società, la relazione. Guerra non significa altro che l’uccisione di civili -rappresentano il 95% delle vittime-, morte e distruzione. L’unica verità della guerra è la tragedia delle vittime, la cancellazione di tutti i diritti umani, il diritto a vivere. Con l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelli, Al Qaeda si rivelò a tutto il mondo. Ogni anno i mass-media lo ricordano con puntualità e continuità, visto la gravità dell’accaduto. L’11 settembre 1973, il generale Pinochet, sostenuto dal Governo americano effettuò il colpo di Stato in Cile, uccidendo Salvador Allende. Furono assassinate, torturate decine e decine di migliaia di uomini, donne e bambini. Migliaia furono gli “scomparsi-desaparecidos”. Televisioni e giornali hanno volutamente “dimenticato” questa tragedia. Oggi, comprendiamo sempre di più come l’informazione deformi la verità e sia solo interessata a non disturbare “il manovratore”. Esiste solo l’11 settembre 2001? Nella nostra 23a Marcia per la Giustizia del 10 settembre scorso, i nostri amici invitati presenti: don Ciotti, Antonietta Potente, Izzedin Elzir e Mohamed Ba, ci hanno ripetuto con forza che non possiamo “mai” cessare di protestare, di dissentire di porci domande. Antonietta ci ha posto di fronte l’interrogativo di come porsi di fronte ai rifugiati, non per integrarli, ma per chiedere loro: chi sei! Ciò significa partire da uguale a uguale, significa superare la nostra insufficienza verso di loro. Significa mettere in discussione i luoghi comuni, i dogmi, l’autorità della politica. Significa non smettere di pensare. Essere fuori dal coro, fino a comprendere che il dissenso è un’arma. Luigi ci ha spronato ad essere sempre informati, verificando i fatti e analizzandoli a fondo, aprendoci alla conoscenza perché oggi più che mai il sapere è un’arma. Sicuramente non cambieremo il mondo ma, avremo contribuito a relazionarci in modo umano considerando l’altro importante, fondamentale per la nostra vita. Mentre Mohamed Ba ci ha esortato a dissentire altrimenti saremo un seme che non crescerà mai. Importante è essere insoddisfatti permanenti, tesi verso l’affrontare i problemi fino ad affermare che siamo incazzati “neri”, mentre lui ha detto che non cesserà mai di essere incazzato “bianco”. Elzir ha detto con forza che la religione è incontro, mai scontro. Non esiste un Dio guerriero ma, Dio è di tutti. Oggi la religione a cui ci prostriamo è il capitalismo, la più feroce, la più implacabile e irrazionale che sia mai esistita, perché non conosce né redenzione né tregua. Nel capitalismo si celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e l’oggetto il denaro, mentre il suo tempio è la banca. Sul dollaro, moneta statunitense c’è scritto: “Noi confidiamo in Dio”. Dio allora non è morto, è stato trasformato in denaro. Alda Merini, immensa poetessa e scrittrice, ci invita a riflettere con delle semplici ma penetranti parole: “Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze… Ho bisogno di poesia, quella che brucia la pesantezza delle parole”. Di fronte a questo suo insegnamento, urge, mettersi sempre di più insieme e continuare a protestare, a pensare, a dissentire, a porci domande, mettendo in discussione autorità, dogmi e luoghi comuni. Dobbiamo comprendere che “dissentire” è la nostra vera arma. Come lo è accompagnare e condividere, qui e nel Sud del mondo, non povero ma, impoverito dal nostro sfruttarlo e calpestarlo, sostenere i progetti di tante piccole comunità in cammino per la loro liberazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Luglio/Agosto 2016

Il terrorismo è figlio anche della Guerra Fredda

Il libro di Odd Arne Westad, “La guerra fredda globale. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e il mondo. Le relazioni internazionali del XX secolo” che ho appena finito di leggere, si occupa della genesi del mondo odierno, di come le maggiori potenze del tardo Novecento – gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica – sono intervenute a più riprese nei processi di cambiamento di Africa, Asia e America Latina, e di come, attraverso questi interventi, hanno alimentato in molti degli Stati, dei movimenti e delle ideologie che dominano sempre più le questioni internazionali. L’analisi di Westad è effettuata al limite di una lettura della storia del mondo contemporaneo in termini di filosofia della storia. Il volume è, infatti, un’interpretazione, “sovra partes” delle motivazioni e delle decisioni, disgiunte dagli interessi materiali immediati che potevano in qualche modo giustificarle, che hanno orientato le due superpotenza protagoniste della Guerra Fredda nelle loro politiche attuate nei confronti del Terzo mondo. Guerra Fredda e Terzo mondo, sostiene Westad, sono neologismi coniati nella seconda metà del Novecento, essi, per quanto siano stati utilizzati per scopi diversi e in differenti ambiti culturali, sono le categorie storiche in base alle quali può essere interpretata l’evoluzione del mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale ai nostri giorni. Il primo a usare l’espressione Guerra fredda, afferma Westad, è stato Geoge Orwell nel 1945, “per condannare la visione del mondo, le convinzioni e le strutture sociali sia dell’Unione Sovietica che degli Stati Uniti, come pure la guerra non dichiarata che sarebbe scoppiata fra loro”. Benché all’inizio avesse una valenza critica, negli anni Cinquanta l’espressione Guerra Fredda è stata utilizzata per designare il conflitto non dichiarato che opponeva gli USA all’URSS. Anche il concetto di Terzo Mondo è stato formulato pochi anni dopo la fine della guerra, all’inizio degli anni Cinquanta, acquistando rilevanza storica e politica dopo la Conferenza di Bandung che, nel 1955, che ha visto i capi di Stato africani ed asiatici riunirsi per il primo grande vertice post-coloniale. Nel contesto della Guerra Fredda, il concetto di Terzo Mondo ha assunto un significato univoco e preciso: il rifiuto dei paesi ex-coloniali di essere governati dalle superpotenze, e dalle loro ideologie, e la tendenza ad individuare alternative, sia al capitalismo che al socialismo reale di stampo sovietico. Avvalendosi delle due categorie storico-politiche, Westad nel suo libro sostiene che gli USA e l’URSS sono stati indotti ad intervenire “nel Terzo Mondo sulla spinta delle ideologie intrinseche ai loro sistemi politici”; ciò perché le due superpotenze, ritenendosi eredi della modernità europea, hanno perseguito l’obiettivo di “cambiare il mondo al fine di dimostrare la validità universale delle rispettive ideologie”. Contribuendo a favorire la diffusione della sfera della libertà e della giustizia sociale, le due superpotenze agivano nel presupposto di assecondare le tendenze naturali della storia mondiale, dietro il “paravento” giustificatorio di tutelare la sicurezza propria e dei propri alleati; entrambe si sono sentite investite della “mission” specifica a favorire lo sviluppo del paesi del Terzo Mondo, ciascuna di esse ritenendosi indispensabile, nella considerazione che, senza il proprio coinvolgimento, la missione sarebbe stata inesorabilmente “banalizzata” dalle élite locali. Per queste ragioni, le motivazioni dell’azione delle due superpotenze nei confronti del Terzo Mondo sono state diametralmente di segno opposto a quelle del colonialismo dell’inizio dell’era moderna; gli obiettivi di Washington e di Mosca non sono stati tanto lo sfruttamento e l’assoggettamento dei Paesi ex-coloniali, quanto l’esercizio su di essi di un loro “controllo politico”, al fine di favorirne la crescita e lo sviluppo. Benché durante lo svolgersi della Guerra Fredda, questa distinzione potesse essere percepita non veritiera, secondo Westad è divenuta invece importante ai fini della comprensione del significato storico della Guerra Fredda; se ciò non fosse avvenuto, sarebbe sfuggito ad ogni possibile comprensione il fatto che, mentre per l’imperialismo dell’era moderna la coscienza sociale dei paesi colonizzati è stata l’ultima delle preoccupazioni, la sua considerazione è stata invece un tratto distintivo della Guerra Fredda, fin dal suo inizio. Ne è prova il fatto, secondo Westad, che le critiche di USA e URSS per l’imperialismo europeo sono sempre state profondamente sincere, in quanto “intrecciate con le rispettive visioni ideologiche”. Sebbene le due superpotenze siano rimaste contrarie, in linea di principio, ad ogni forma di colonialismo per tutto il tempo della Guerra Fredda, la tragedia di questa sta nel fatto che i metodi da esse utilizzati per imporre la propria visione della modernizzazione ai Paesi del Terzo Mondo sono stati del tutto simili a quelli cui hanno fatto ricorso le vecchie potenze coloniali; la tragedia è espressa, secondo Westad, dal fatto che i due progetti storici, in origine autenticamente anticoloniali, sono divenuti col passare del tempo parte di “modelli di dominio” di antica concezione, a causa dell’intensità del conflitto che ha visto contrapposte le due superpotenze e della “paura quasi apocalittica delle conseguenze di una vittoria dell’avversario”. I costi economici diretti sostenuti da USA e URSS, tuttavia, non sono stati privi di conseguenze, soprattutto per l’Unione Sovietica, la quale, anche in relazione alle condizioni della sua situazione economica interna, (che l’hanno resa progressivamente dipendente dalle fluttuazioni dei prezzi delle sue materie prime esportate), è andata incontro ad una disgregazione; un’evoluzione inevitabile, per effetto dell’inizio del processo di democratizzazione, che ha reso ancora più insostenibile nei confronti dei cittadini la debolezza dello squilibrato apparato produttivo realizzato. Sta di fatto che, con la disgregazione dell’URSS, gli USA sono divenuti l’ipersuperpotenza assoluta a livello mondiale. Ma, ironia della sorte, la “vittoria”, per implosione dell’URSS, ha prodotto effetti che non hanno tardato a ribaltarsi sulla potenza “vittoriosa”. Cavalcando un facile trionfalismo, fondato sull’idea sbagliata che la potenza economico-militare acquisita implicasse il riconoscimento di un’intrinseca moralità alla propria azione, l’iperpotenza ha continuato la sua politica interventista in tutte le aree del Terzo Mondo, incluse molte di quelle un tempo alleate di Mosca, favorendo una trasformazione in senso capitalista dei loro sistemi sociali. Da un lato, tale interventismo ha aperto la strada alla globalizzazione dei mercati degli anni Novanta; dall’altro lato, esso ha reso possibile per tutti gli Stati, inclusa la maggior parte di quelli del Terzo Mondo, la partecipazione al processo di crescita del post Guerra Fredda. Non solo, ma ha anche reso possibile a molti movimenti identitari presenti in alcuni di questi Stati l’aspirazione ad un’indipendenza del loro paese, affrancata dai modelli valoriali loro estranei, attraverso il ricupero dei valori culturali autoctoni. Sono gli insuccessi che i movimenti identitari hanno sperimentato, anche a causa del conservatorismo delle élite locali, ad averli spinti ad individuare nell’Occidente egemonizzato dall’iperpotenza americana il nemico contro cui lottare a qualunque costo, anche mediante il ricorso a strategie di guerra mai sperimentate nel passato. È questo, secondo Westad, l’aspetto più agghiacciante del modo in cui si è conclusa la Guerra Fredda. Questa situazione, che rende precario e molto instabile l’equilibrio delle relazioni internazionali tra gli Stati, potrà essere superata? Secondo Westad, il superamento è molto improbabile, anche se non impossibile; ciò perché l’ascesa dell’iperpotenza americana a leader dell’Occidente tende a conservarsi permanentemente. Per correggere questa posizione conservatrice, il futuro dipenderà dalla capacità dell’intero Occidente, ma soprattutto degli Stati europei, di concepire le proprie azioni tenendo nella debita considerazione ciò che la Guerra Fredda ha insegnato, ovvero che l’interventismo unilaterale non va a vantaggio di nessuno. Senza essere dei pacifisti arrendevoli, occorre riconoscere la necessità che un governo responsabile delle relazioni internazionali in un mondo caratterizzato da un grande varietà di culture, l’unico modo di opporsi al terrore praticato dai movimenti identitari, non è la guerra, ma la ricerca di sempre maggiori forme di interazione nel rispetto della diversità; senza con ciò rinunciare ad agire, quando necessario, secondo modalità multilaterali, per prevenire le minacce originate dall’irrazionalità umana.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Luglio/Agosto 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dal Coordinamento di metà giugno a Sezano è uscita la nuova Segreteria, formata da una amica di Torino, di cui ora non ricordo il nome (lo manderò con la prossima comunicazione), da Pier Pertino di Varazze e da Angelo Ciprari di Roma, Auguri ai nuovi incaricati, che resteranno in carica 2 anni, fino al prossimo Convegno del 2018. Ci sono molti argomenti in discussione nel panorama italiano e mondiale, alcuni dei quali ci coinvolgono e interpellano anche come Rete. Ne dò solo qualche cenno. La Marcia della Pace ci ha visti molte volte protagonisti da Perugia ad Assisi, da soli o in gruppo, anche con striscioni della Rete. Ci sono molte polemiche sulla gestione di questa marcia, e molte volte alcuni nostri rappresentanti, Antonio Vermigli o Marco Lacchin, o per noi di Verona anche Mao Valpiana col Movimento Nonviolento, hanno manifestato perplessità in merito a molte modalità di organizzazione e presa di posizione del Tavolo della Pace. Quest’anno s’è deciso di dar mandato a Silvestro Profico, già tesoriere nazionale per anni della Rete, di partecipare agli incontri organizzativi e poi di favorire per quanto possibile la partecipazione alla marcia della Rete Radié Resch, come organizzazione, come reti locali e come singoli. La marcia si svolgerà domenica 9 ottobre, partendo da Perugia, stazione, ed arrivando alla fortezza di Assisi, sulla cima del monte. Seguiranno comunicazioni specifiche e ovviamente osservazioni critiche. Il dibattito è aperto sulla lista postale della Rete già da qualche tempo, con molte note critiche al riguardo per i molti aspetti ambigui o decisamente negativi dell’organizzazione, prima Tavolo della Pace, ora Rete per la Pace, chi è interessato mandi la sua adesione alla lista rrr@liste.retelilliput.org per ricevere quelle comunicazioni e partecipare al dibattito. Molte sono le notizie che riceviamo dalla Palestina, con grande discussione sul boicottaggio BDS e tutti gli eventi collegati, ivi compresi sugli atti di violenza anche da parte di palestinesi, che non si possono semplicemente approvare senza una discussione critica sul caso. La violenza di Israele non si discute, c’è, è continua, ma anche vittime israeliane di violenza armata non si possono giustificare. Israele sta ora conducendo una grande campagna di amicizia con i paesi dell’Europa e dell’Occidente, sfruttando anche la sua partecipazione ad Expo 2015 a Milano. Ora cerca di far piantare olivi della pace in Israele da parte di tutti i visitatori all’Expo, come se potesse esserci pace in Israele con questa politica di occupazione di violenza, di Apartheid e di muri. Come dice Marwan Bargouti il primo giorno di pace in Palestina (e in Israele) sarà l’ultimo giorno di occupazione, e questo slogan sarà al centro della Giornata ONU per i diritti dei palestinesi, fissata al 26 novembre 2016, e per l’Italia si svolgerà a Zugliano di Udine. Ora la delegazione del Movimento 5 stelle è stata respinta da Gaza, e ancora una volta si avverte che non è facile far politica estera e solidarietà con i palestinesi con questo Israele. Bocche Scucite ricorda anche il gravissimo problema dell’acqua nelle colonie (cosiddette), perché tutta l’acqua è requisita dai (cosiddetti) coloni di Israele, sempre illegali e condannati dall’ONU nei loro insediamenti, ma nessuno fa niente, e tanto meno Israele fa niente per tornare alla normalità ed ai diritti di tutti gli abitanti, gli altri (i diversi da Israele) sono tutti terroristi e quindi non hanno diritti, tanto meno diritto all’acqua. E Israele vende l’acqua ai palestinesi dopo avergliela rubata, e ai richiami ONU non risponde, dice che i palestinesi se la rubano l’un l’altro. Le argomentazioni sono molte e complesse, come capite, e Israele ha già formalizzato delle risposte ufficiali. Chi volesse saperne di più, può far riferimento a Padre Nandino Capovilla, chiedendo di ricevere la rivista Bocche Scucite, che arriva solo via email, o vada sul sito www.bocchescucite.org. Sui migranti i problemi continuano, ora in Europa sono bloccati, ma i barconi continuano ad arrivare, e sarà così per tutta estate. Ne sappiamo di più dopo il Convegno di Trevi, dopo gli interventi di padre Zerai e dell’eurodeputata Kienge. Ma l’ultima tragedia del nigeriano ammazzato per difendere la moglie a Fermo è un modello di come l’Italia vive questo problema enorme. Al riguardo è emblematico il caso di Padova, dove la prefetto (che si chiama Lega!) agisce in opposizione al sindaco (della Lega) per distribuire i migranti nei vari paesi, poche unità per paese, e assicurare loro una vita decente di sopravvivenza, cercando di attivare l’ospitalità dei sindaci, che invece fanno obiezione di coscienza alla legge nazionale! E i migranti, i rifugiati vengono ospitati (sono rifugiati) in una caserma isolata, fuori mano, come da noi a Verona a Prada o a Costagrande, perché l’ospitalità distribuita dei comuni non si apre. Ah, i veneti! Altri sono gli eventi che nel mondo richiamano al nostra attenzione per i diritti fondamentali, ne faccio solo un cenno. Gli ammazzati a Dacca, 9 italiani; il conflitto fra la polizia USA e gli afroamericani, sembra che Martin Luther King non sia vissuto e ammazzato là 50 anni fa, e si sia dimenticato il suo sogno, il suo impegno per i diritti dei neri. Ma vorrei concentrarmi su uno dei temi che era emerso chiaramente al Convegno, e cioè quali elementi di speranza possiamo percepire nelle società attuale, italiana e mondiale. La speranza sembra solo nei giovani, nei poveri, nei migranti, in chi cerca di costruirsi una vita in mezzo a molte difficoltà, perché loro dovranno-sapranno trovare nuove forme di distribuzione delle risorse e di allargamento dei diritti. Invece nella nostra società continua ad allargarsi la distanza fra chi ha risorse, anche molte, e chi ne ha poche, e ha difficoltà anche a sopravvivere. Il nostro impegno come Rete è quello della solidarietà, di metterci insieme ai fratelli, agli amici, ai bisognosi di tutto il mondo per costruire un mondo migliore, dove tutti possano vivere una vita piena godendo dei diritti fondamentali della vita. Ma non è facile identificare al giorno d’oggi i modi per poter realizzare questa nostra aspirazione, e si trovano quotidianamente chiusure e delimitazioni, zone in cui abbondano ricchezze e beni, e altre zone in cui invece ciò non si verifica, e in mezzo ogni sorta di violenza e prevaricazione, ogni criminalità, per poter disporre di risorse senza preoccuparsi di distribuirle a tutti, ma anzi cercando il più possibile di approfittare ed accaparrarsi ogni sorta di ricchezze, di denaro e privilegi. Ma ci sono speranze di ottenere una società più equilibrata? In questo nostro mondo di persone molto anziane, perché questa è l’Italia e in buona parte l’occidente ricco, più che la speranza in un mondo più giusto e partecipato, prevale la paura di perdere ciò che si ha, che ci si è costruiti in tempi ormai lontani, in cui quando eravamo più giovani cercavamo una società più ricca di diritti e di opportunità per tutti, rivendicando allora una ricchezza più distribuita. Allora in Italia c’era più speranze, perché c’erano meno risorse e meno diritti, si era un po’ più poveri, ci si accontentava di più e si cercava un futuro con una forte classe media, legata al lavoro, con meno avere e più essere. Quante discussioni, quante ricerche, ma ora questa ricerca sembra ferma. Solo i popoli giovani hanno speranze, e sono quelli i portatori del futuro, e chi ha figli vede in loro questa speranza, ma i figli sono pochi, e sembra prevalere anche per essi il mantenimento di privilegi, più che la distribuzione delle risorse. Il nostro impegno concreto di Rete forse è una grande possibilità di riflettere su queste cose, perché i nostri piccoli progetti di liberazione, di un nuovo futuro, le nostre operazioni, vorrebbero proprio portare un nuovo mondo in luoghi dove c’è povertà e ci sono molti bambini o giovani. Sostenere una scuola per le ragazze in Ghana ci fa conoscere problemi diversi, speranze diverse, e ci fa prendere posizione in un certo modo, riservare alcuni dei nostri soldini per rispondere alla richiesta di speranza di persone tanto lontane. È come se avessimo dei figli o dei parenti lontani, per i quali destiniamo una piccola parte delle nostre risorse, perché possano costruire una società più giusta a casa loro, cercando di agire perché i condizionamenti del Nord ricco, dell’Occidente, non impediscano la ricerca libera del loro futuro, senza multinazionali e finanza che determinino ogni loro possibilità, all’interno di logiche solo di prevalenza del potere. La speranza per un nuovo mondo viene solo da chi cerca libertà e autonomia senza condizionamenti e violenze. La strategia di sostenere piccoli progetti di solidarietà è una grande occasione di riflessione e di speranza, ma i condizionamenti sono enormi, chi ha le risorse non accetta decisioni diverse, e tra le reazioni c’è sempre quella della violenza e del terrorismo, che non portano a niente di positivo, ma anzi peggiorano la situazione, aumentando la repressione di chi comanda. Ma il mondo cambia, i popoli poveri e giovani sono più numerosi, e la tecnologia permette a tutti di acquisire conoscenze che un tempo erano riservate solo a chi deteneva il potere e le risorse, oggi non più. Come sarà il mondo fra 50 anni? Quali speranze abbiamo in Occidente? Pare che le prospettive non siano così felici per noi, ma fra 50 anni come sarà la società italiana? Quanti italiani ed europei ci saranno? Quanti abitanti? L’unica speranza è nei popoli giovani che vengono qui come immigrati; ma quale contrasto enorme è in atto in Europa, per rifiutare il diverso. Fra 50 anni non saranno più diversi, perché mancherà il primo termine di paragone, scomparso per cause naturali. Credono i pochi eredi di poter opporsi a chi entrerà a cercare una sua sopravvivenza? O si accolgono come immigrati, cercando l’integrazione, nelle nostre scuole, con la nostra lingua, con le nostre leggi, o arriveranno come invasori, a prendersi i ruderi delle nostre città, senza più abitanti, senza bimbi che giocano, senza lingue locali, basta dialetti, si parlerà solo inglese! O no?

Un caro saluto a tutti, buona estate, ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Luglio/Agosto 2016

Carissima, carissimo, l’attuale imbarbarimento del nostro mondo ha radici lontane nel tempo, ma l’odierno processo di globalizzazione le fa giungere quotidianamente ad ognuno di noi, anestetizzandoci nei confronti della sofferenza che noi, magari senza accorgercene, produciamo. Non solo. In questo clima di paura e di insicurezza anche le relazioni interpersonali stanno via via degenerando: diciamo di non aver tempo, ma in realtà l’altro non ci interessa, temiamo d’incontrarlo per non essere disturbati, ci si saluta appena e ognuno tira dritto per la sua strada, non abbiamo più il tempo di guardarci attorno, abbiamo perfino paura di doverci fermare. L’allettamento di questo momento storico è il profitto, che sembra essere diventato il nuovo Dio a cui prostrarsi, l’unica possibilità per lo sviluppo, anche a scapito dei diritti acquisiti. Ed è pure il potere con il quale scendere a compromessi pur di mantenere posizioni acquisite e privilegi. Per superare l’attuale degrado umano, sociale e ambientale: “la cultura dell’indifferenza”, è utile e necessario riportare l’umanità alla civiltà dell’amore, trasformandosi in donne e uomini di relazione, che hanno capito l’importanza dell’incontro e dell’ascolto dell’altro, unica via per uscire da questo progressivo imbarbarimento. Lo stiamo vivendo oggi in modo acuto non solo nell’efferatezza del terrorismo, ma anche nel persistere e nell’aggravarsi delle situazioni d’ingiustizia tollerate e spesso volute per vantaggi economici e finanziari. La società appare bloccata, paralizzata ma non riesce a mettersi assieme, a fondersi in un empito di solidarietà. Dal momento che ogni categoria rivendica i propri diritti contro quelli delle altre. E non parliamo dei gruppi politici che si fanno vivi soltanto nelle contrapposizioni. E’ vero, sono tramontate le ideologie, ed è subentrato il pragmatismo, ripiegato sul presente che pretende di essere più concreto, con i piedi per terra. Ma siamo sicuri che sia il più efficace, efficiente e creativo? Si vanta una politica del fare, ma anche questa si esprime in promesse che spesso si rivelano illusioni. In passato era naturale vedere nelle giovani generazioni la speranza di futuro. In queste proposte però i grandi assenti sono i giovani, condannati alla precarietà, alla flessibilità e alla fuga all’estero. Il che drammaticamente vuol dire che non sono più giovani, perché gioventù da che mondo è mondo, vuol dire proiezione verso il futuro, sogno, aspirazione, possibilità di progetti. Sono loro la speranza dei valori come la democrazia, la solidarietà, il bene comune e i diritti umani universali. Mi torna in mente il monito di don Tonino Bello che, commentando le tentazioni di Gesù nel deserto, invitava ad abbandonare le tre “P” di “Profitto, Prodigio e Potere”, per adottare quelle di “Parola, Progetto e Protesta”. Oggi possiamo affermare con tranquillità e nettezza che siamo nel tempo delle scimmie urlatrici: urlano le piazze, urla la pubblicità che interrompe i programmi con “i consigli per gli acquisti”, urlano i politici alla ricerca quotidiana di un megafono che amplifichi loro contorti ragionamenti o il vuoto dei loro discorsi. Potremmo fare una “hit parade” delle scimmie urlatrici e sapremmo anche metterci nomi e cognomi. Di fronte a ciò non possiamo chiuderci nel nostro guscio ma al contrario assumere tutte le lotte e le sofferenze del mondo. Rifiutare la guerra, denunciare i mercanti di morte; il commercio delle armi, sono rimasto basito quando ho letto che per ogni abitante della terra, ogni giorno si spendono 5$ a testa, un’assurdità quando si sa, purtroppo che c’è più di un miliardo di uomini, donne e bambini che vivo con un dollaro al giorno; tutte le tirannie politiche che minacciano di distruggere la razza umana e il mondo intero; le ingiustizie razziali e religiose; le tirannie economico-finanziarie; i falsi processi politici. Urge contrastare le menzogne dei politici, dei propagandisti anti-migranti e degli agitatori degli egoismi nostrani. Se la rabbia si scaglia contro le poche spese umanitarie per il recupero delle vittime dei naufragi, anziché contro le enormi spese militari che generano le guerre dalle quali fuggono, c’è un problema di intelligenza. Ossia di capacità di comprendere le cose e di collegarle. Occorre recuperare la coscienza oltre che i morti.

Ho passato due settimane in Brasile, una sera mentre il tepore della giornata dell’inverno brasiliano lasciava il posto a umidità e a pochi gradi, una decina, io e Waldemar Boff, il nostro referente del progetto Agua Doce, ci siamo intrattenuti in una lunga conversazione. Nel comunicarvela uso “volutamente” la parola persona e non popolo, perché è in questi termini che penso a chi è coinvolto nel dramma che Waldemar mi racconta. Perché popolo è un’espressione generica e un po’ lontana. E invece, ascoltandolo le ho sentite vicinissime queste persone. Persone. Che riconosco una per una, dando loro i volti che i suoi racconti mi hanno descritto. Vasti, una bella donna nera di mezza età, che accoglie trenta bambini nel cortile della sua casa nella Baixada Fluminense; la signora Maria, sempre aggressiva, non saluta mai e non sorride mai. Parlando con sua zia, Waldemar ha scoperto che a dodici anni era stata venduta a un ragazzo che saliva nel quartiere con un carretto, comprando ferro vecchio. Ai salti di gioia di Edicleusa, quando Odette, l’assistente sociale della comunità, le ha comunicato che era riuscita dopo tante peripezie a ricostruire la sua storia e le ha consegnato il certificato di nascita. Finalmente! Ufficialmente riconosciuta come una persona, una cittadina. Persone di cui percepiscono il dolore, la precarietà, la paura. E li condividono. Soffrendo per loro, avendo paura con loro. Persone verso le quali provano una compassione profonda. E questo sentimento che ci rende umani come non mai. Ci rende uomini tra gli uomini, dando valore alle nostre vite, dignità al nostro continuare di ogni giorno. Tutti abbiamo bisogno di modelli e riferimenti che ci aiutino a vivere, a vivere veramente la spiritualità. Tutti abbiamo bisogno di pensieri semplici e profondi che possiamo accogliere nella nostra interiorità e che ci aiutino a dare una risposta semplice agli eventi della vita e della quotidianità. Capisci che l’amore opera meraviglie insospettate, è audace l’amore, non ha confini o gabbie in cui costringerlo, si fa gioco dei nostri schemi e calcoli. Riesce a riempire il vuoto. Misteriosamente, delicatamente, lasciando respirare il dolore, dandogli aria e fiducia. Capisci che l’amore oltre alle parole ha bisogno di gesti. Piccole attenzioni quotidiane che trasformano la vita di tanti “grandi” considerati “piccoli” perché poveri. Capisci che per secoli abbiamo interpretato come obbligo l’essere solidali e caritatevoli. Mentre il suo invito è andare oltre, all’incontro con l’altro, l’investire la vita per imparare ad amare l’altro, gli altri, la natura, tutti i viventi, perché la nostra vita, lo vogliamo riconoscere o no, si nutre attraverso la tenerezza, la dolcezza, l’amicizia. Se tutti noi volessimo, anche soltanto per un istante, “restare umani”, potremmo trasformare la nostra vita e quella dell’intera umanità.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Giugno/Luglio 2016

È proprio quando il buio è più fitto che si stanno preparando nuovi orizzonti.

Carissime/i, mese dopo mese, anno dopo anno continua questo “incontro” di notizie, di lettere e di amicizia. Una amicizia che supera le lontananze, come ci scrivono da Haiti. Nella lettera troverete una bella pagina che ci ricorda l’inizio del processo di beatificazione di padre Ezechiele Lele Ramin. Come ogni anno, nella ricorrenza della sua uccisione, sarà ricordato con una messa nella chiesa di san Giuseppe a Padova: quest’anno il 24 luglio cade di domenica e la messa è alle 10.30. Nei giorni 18 e 19 giugno, a Sezano (Verona), si è svolto il Coordinamento nazionale; il tema più trattato è stato quello dell’aspetto legale dei nostri gruppi. Alcune reti sono diventate associazioni Onlus mentre altre si mantengono ancora come associazioni di fatto. Si è lasciata libera scelta ad ogni rete di scegliere come identificarsi, ma per tutte vale il principio che ci ha ispirato ad essere gruppi con strutture leggere, con persone aderenti spontaneamente sulla base di un’azione di giustizia. E’ stata fatta anche una verifica del passato convegno di Aprile, per molti di noi si è trattato di un buon convegno che ha saputo coinvolgere tutti; la partecipazione si è attestata sulle 300 persone, probabilmente il luogo scelto è stato penalizzante. E senza difficoltà si è inoltre rinnovata la segreteria con gli amici e amiche che hanno accettato questo servizio: MONICA di Torino, ANGELO di Roma e PIERPAOLO di Celle Ligure-Savona. Come sempre, non mancano notizie da Haiti e la lettera Nazionale chiude questo “incontro”. Prima di entrare nella lettura, vogliamo lanciare un messaggio-invito: sarebbe bello che altri si facessero carico di scrivere una paginetta su motivi che ritengono importanti per il cammino di Rete, da aggiungere, ogni mese a queste note. A tutti l’augurio di una buona estate.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Giugno 2016

Roma, 14 giugno 2016

Carissimi amiche e amici, “Stiamo vivendo una crisi di civiltà”. Queste parole le disse Ettore Zerbino durante un nostro coordinamento svoltosi a Roma alcuni anni fa, al tempo del governo Monti, e negli ultimi tempi mi tornano in mente con frequenza dinanzi a tutto quello che vediamo accadere nel mondo intero, nessun angolo escluso, con un crescendo impressionante. C’è davvero da demoralizzarsi: gli sforzi delle persone oneste, sagge e coraggiose tesi a raddrizzare le peggiori storture vengono di norma vanificati, anche quando eccezionalmente occupano posti di responsabilità. Mi rendo conto che iniziare una lettera in tal modo non è incoraggiante, né per chi scrive né tanto meno per chi legge. Ne chiedo scusa, specialmente a coloro che più si impegnano giorno per giorno nei nostri progetti, e non solo in quelli, per lenire le sofferenze degli oppressi; e sono tanti gli amici e le amiche che lavorano senza sosta con impegno encomiabile. E ancor più conforta sapere che altri, di associazioni e organizzazioni di vario genere, impiegano tempo e risorse per solidarizzare con chi si trova in estremo bisogno, fornendo esempi di umanità talvolta incredibili. E’ a questo che dobbiamo rifarci per coltivare (o per ritrovare) la speranza nel futuro dell’uomo. Per uscire dal clima di basso impero in cui si è piombati bisogna credere nella riscossa degli onesti, nella loro incrollabile fermezza a non demordere di fronte agli ostacoli che i malvagi, in particolare i bramosi di potere, creano di continuo allo scopo di sconfortare i sostenitori della giustizia. Perché sono appunto i detentori del potere politico-economico-finanziario i responsabili indiretti anche degli avvenimenti orribili che affollano quotidianamente le cronache mondiali per colpa non solo di eserciti, guerriglieri, terroristi ma anche di semplici cittadini fuorviati dagli esempi e dagli incoraggiamenti di chi occupa ogni genere di posti di responsabilità. A volte violenze e omicidi sono da addebitarsi a casi di pazzia, ma siamo certi che la follia non venga indotta, almeno in certi casi, da situazioni o esempi provenienti dall’alto? Vedete bene che evito stavolta di portare esempi concreti, di citare nomi di persone, Stati, luoghi, sì che a qualcuno verrà in mente che le mie siano parole generiche e pertanto di scarso effetto, superfluo vaniloquio di chi – raggiunta una certa età – usa pontificare sui mali dell’umanità senza entrare nel merito delle questioni più scottanti e proporre possibili rimedi. Intanto non ho fatto riferimento ad alcuna situazione perché sono certo che vi teniate informati su quanto avviene sul pianeta. Poi ho ritenuto di puntare in questa semplice lettera sull’esortazione (che rivolgo anche a me stesso) a non desistere dalla nostra azione solidaristica a favore di chiunque si trovi in condizioni di estremo bisogno, moltiplicando se necessario (ed è necessario) gli sforzi e i sacrifici personali, tentando di acquistare alla causa altre persone sensibili, propagandando le finalità che la RRR persegue da oltre 50 anni. Al proposito voglio aggiungere che un giorno la Rete potrà anche estinguersi, nulla essendo eterno; però altri continueranno il nostro lavoro, alcuni già si sono rivolti altrove con apprezzabili risultati. Tutto concorre a quella riscossa degli onesti di cui dicevo prima che spero, forse con eccessiva fiducia, possa farci uscire un giorno augurabilmente vicino dalla “crisi di civiltà” donde ho preso le mosse, citando l’amico Zerbino, il solo nome ricordato in questa breve missiva. Un grande abbraccio a tutte e a tutti.

Per la rete di Roma, Mauro Gentilini.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Giugno 2016

Il Laboratorio della decrescita a Macerata

Il gruppo della Decrescita Felice a Macerata è nato grazie all’ interesse di alcuni partecipanti del gruppo di acquisto locale e di altre persone interessate che hanno iniziato a riunirsi regolarmente dal marzo 2011. Ma cos’è il movimento della Decrescita? La parola, a un primo impatto, suona in maniera strana. Innanzitutto non siamo abituati ad usarla, tantomeno a vederla accostata ossimoricamente all’ aggettivo “felice”. Vediamo brevemente come nasce il movimento in Italia e lasciamo poi la parola ai protagonisti di questa associazione. Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) è un movimento italiano nato e cresciuto informalmente nel 2000 sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso, e successivamente sfociato in un’associazione fondata da Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico. Il movimento, chiaramente ispirato alla decrescita teorizzata da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, ed in linea con il pensiero di Serge Latouche, parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita.(Wikipedia) Concetti ripresi anche da moderni economisti quali, ad esempio Angus Deaton, premio Nobel 2015 per l’Economia di cui ho già scritto. Macerata accetta la sfida e si costituisce “Il Laboratorio della Decrescita”. Allora per capire meglio quali sono i loro ideali, come vivono la decrescita nella vita di ogni giorno e quanto tengono al concetto del “Saper Fare”, ho deciso di far parlare proprio loro! Una famiglia decresciuta: “Più che altro siamo una famiglia che ha intrapreso questo percorso e ancora tanto c’è da fare. All’inizio ci siamo chiesti come potevamo evitare gli sprechi con la limitazione del vivere in città, in una casa in affitto (no indipendenza energetica, pannelli solari ecc. no orto per un autosufficienza alimentare). Eppure le cose che si possono fare sono tante. Per primo abbiamo eliminato la macchina a benzina e ne abbiamo presa una usata a metano, ma il grosso dello spreco in una famiglia è l’alimentazione. Abbiamo puntato sull’autoproduzione e sulla qualità dei prodotti. Siamo iscritti al Gas di Macerata (Gruppo d’ acquisto solidale) e acquistiamo quindi prodotti biologici direttamente da produttori locali, la famosa filiera corta. Io ho cominciato a fare in casa tutto quello che potevo autoprodurre: pane, pasta, pizza, rustici, torte, marmellate (ogni volta che gli amici mi portavano della frutta). Tra le autoproduzioni non alimentari abbiamo fatto anche il sapone, con buoni risultati. Insomma tra gas e autoproduzioni al supermercato ci vado pochissimo. Per i detersivi ne ho ridotto l’uso (detersivi piatti e lavatrice che sono biologici eco-sostenibili e concorrenziali a livello economico con quelli dei supermercati). Ho abolito l’uso dell’ammorbidente e per il resto uso aceto e sapone di marsiglia. E’ chiaro che questo è avvenuto nel tempo, è un percorso anche personale che va fatto gradualmente e senza stress. Vorrei spendere due parole sull’alimentazione dei bambini partendo dalla mia esperienza personale. Oggi le mie figlie non mi chiedono quasi più merendine, patatine ecc. (che io non ho mai negato, ancora oggi se me le chiedono io le compro), preferiscono fare merenda con torte o pane e marmellata, pomodoro, miele o, come la piccola, con pane e olio. Ho sempre cucinato, un po’ per eredità ricevuta un po’ per passione e anche perché è “buono”, in tutti i sensi! Insomma loro hanno mangiato da subito verdure, legumi, zuppe; sono state educate al gusto semplice degli alimenti. Penso che se da piccoli si comincia con gli alimenti industriali il bambino si adegua ad un gusto artefatto e diventa quasi impossibile fargli apprezzare il sapore semplice di una verdura con l’olio o di un minestrone. Va fatta sin da piccoli un’educazione al gusto. Per quanto riguarda gli elettrodomestici (in particolare lavatrice e forno) mi sono organizzata per utilizzarli nelle fasce orarie più economiche. Sabato e domenica, la sera dopo le 19.00 e la mattina fino alle 8.00. La bolletta è diminuita sensibilmente! Tornando agli sprechi altre parole chiave sono state SCAMBIO e DONO. Dall’abbigliamento al computer. RICICLO-RIUSO (scatole di cartone e cassette della frutta decorate e utilizzate come contenitori per giocattoli, porta vasi, porta tutto). Abbiamo provato quest’estate, con molta partecipazione ed entusiasmo, a fare l’orto sul balcone con buoni risultati. C’è stata poi l’esperienza della costruzione e uso di forni solari che per tutta l’estate ci ha deliziato con ottimi pranzetti a costo energetico zero. La nostra vita non solo è migliorata qualitativamente ma abbiamo più tempo e più soldi per noi che in parte abbiamo investito per le cose che ci piacciono. Abbiamo pensato di nutrire anche il nostro ”spirito”, perché la decrescita non vuol dire “privazione” ma la ricerca di una migliore qualità della vita. Una paesaggista e tenace, avversaria del consumismo, appassionata di Eco-Design e prodotti naturali (è stata lei a tenere il workshop sul sapone fatto in casa), lavora anche in un agriturismo a conduzione familiare. Quando nasce la tua passione per il verde? Guardandoti all’ interno della cornice del tuo meraviglioso agriturismo sembra quasi sia stato un imprinting naturale. Qual è un sogno che vorresti realizzare? “La mia non può essere definita una “passione”, piuttosto direi che mi sento parte integrante della nostra casa, della Terra, e della Natura. Fino a poco tempo fa questa era soltanto una mia sensazione, ma l’incontro con la Decrescita e poi con le Transition Town mi hanno spinto verso un desiderio di divulgazione. Ho capito che la consapevolezza è la chiave di lettura della nostra presenza, per un vivere basato sul rispetto. Siamo tutti vettori, come il vento per la riproduzione delle piante. Sta a noi decidere cosa trasportare. Quindi se vogliamo parlare di sogni mi viene in mente la prima scena del film “Il pianeta verde”, un incontro, un’umanità cosciente, unita da un solo obiettivo: l’amore. Andrea e Alice partecipano al Laboratorio delle Decrescita fin dalla sua nascita, sempre presenti e attivi anche nei vari laboratori che si organizzano per incrementare il cosiddetto “Saper Fare”, concetto molto caro ai decresciuti; Andrea ti va di parlarci del laboratorio sulla carta che si è svolto poco tempo fa? “I vari laboratori organizzati nei mesi scorsi sono stati ispirati alla facilità di utilizzo di un materiale come il cartone, per poter realizzare qualcosa che oltre alla spirito dell’autoproduzione, ha appagato una nuova forma di cooperazione che rispecchia alcuni principi della decrescita. Si potrebbe sintetizzare dicendo che abbiamo usato il cartone per fare insieme quello che abbiamo perso … la capacità di poter creare qualcosa con le nostre mani. Soddisfatti di aver creato forni solari, sedie, sgabelli e tavoli, è sembrato naturale il passaggio ad un approfondimento sul materiale “carta”. Nella splendida cornice dei monti vicino Amandola, N. K. e la sua splenda famiglia, hanno ospitato il nostro gruppo all’interno del loro laboratorio. La trasformazione della materia prima, ricavata da scarti vegetali o carta riciclata è l’inizio di un processo che ci ha permesso di capire l’origine di un materiale che grazie alla chimica ed un pizzico di “magia” può dar origine a piccole opere che appagano la voglia di creare. Abbiamo creato “carta”, la stessa che ogni giorno ignoriamo e releghiamo nei cassetti delle nostre stampanti.” G. R.– artista, strenua coltivatrice e molto altro – è una veterana delle Decrescita, da anni è in prima linea per la difesa dell’idea di sostenibilità. Ha collaborato fin da subito alla creazione del Laboratorio della Decrescita a Macerata. Quali sono le linee guida che ti portano a vivere una vita consapevole nella Decrescita? “Rilocalizzare le attività e conseguentemente l’economia è uno dei primi passi da fare. Una situazione complessa necessita di risposte creative, articolate e comuni. Dobbiamo riapprendere a lavorare in gruppi e comunità allargate, a partire dagli stessi luoghi nei quali viviamo, per giungere a soluzioni per la produzione di beni e servizi nei settori energia, salute, educazione, economia e agricoltura. Produco quello che non guadagno. L’autoproduzione di cibo, cosmetici, oggetti di uso quotidiano mi rifornisce di beni eco-sostenibili nella completa padronanza della filiera, dalla materia prima al bene d’uso. Quello che ottengo economicamente da collaborazioni e prestazioni lavorative esterne nei settori educativo/agricolo/artistico/culturale sono di certo di minor valore economico di quello che auto produco e scambio. Inoltre questa dimensione fattiva e pratica va a riequilibrare la mia indole/formazione altrimenti tendente a speculazioni astratte, alla ricerca del bello (se pur non decorativo) e dell’espressione. Scambio e autoproduzione alimentare. Preparo a casa latte da legumi e cereali, formaggio vegan, estrazione del glutine dal grano (seitan), conserve, composte, succhi di verdure e frutta, torte. Raccolgo molto da prati/cespugli/alberi/boschi, e scambio eccedenze di verdura e frutta in una rete informale che si è creata tra amici e vicini. Scopro sempre più il valore di coltivare le piante, per vivere in diretta lo scambio energetico con il sistema naturale, nella programmazione e gestione di un orto giardino si attivano risorse speculative-astratte, fisiche, creative.” R. B. – ingegnere e padre di una numerosa prole – è un antesignano della Decrescita. Quando ancora non si parlava di forni solari, ne aveva già costruito uno di notevole efficacia, tuttora funzionante; ma Roberto è un vero e proprio appassionato dell’invenzione e dell’arte, nonché propulsore di numerose attività. “Quello della Decrescita è per me un modo di agire quotidiano, delle piccole azioni che portano poi a un risultato vistoso. Usare una strategia non è facile, nel tempo ho capito che la linea guida più importante è quella di evitare lo Spreco. Una domanda che spesso mi pongo è “Perché la gente guarda a questa attitudine come a un obbligo? Perché non lo si fa a priori? Perché lo si vede come un peso?”. Una cosa che noto molto oggi è che si ha una gran paura del concetto di “povertà”, ovvero si ha paura di essere privi dei beni che la società giudica necessari… Io credo che un valore molto più importante e di gran lunga maggiore sia quello della dignità. Parlo un po’ di me: ho vissuto tutti gli anni ’80 e parte dei ’90 in Messico, ho quindi “saltato” la grande ricerca al benessere europea di quegli anni, vivendo invece a contatto con gente che, pur avendo poco o niente, viveva alla grande e soprattutto era felice. Nei miei rari viaggi in Italia notavo questo grande abisso: il benessere provocava malessere. Sono tornato definitivamente nel settembre del 1996 e mi sono installato a Macerata. L’esperienza in Messico mi ha portato ad apprezzare le tecnologie semplici ed utili, nel vero senso del termine. Alcuni degli accessori che ho elaborato e costruito in questi anni sono: Una pompa a pedali (costruita con materiali di riciclo del luogo) per irrigare piccoli appezzamenti (in Messico); Pannelli solari termici, per il riscaldamento dell’ acqua sanitaria (a bassissimo costo); Idraulica applicata alla permacultura, mi sono costruito un piccolo orto in balcone (consigliato a chi non ama zappare); Un sistema solare di riciclaggio della plastica e tanti altri strumenti che ora non sto qui ad elencare. Diciamo che in Italia mi sono trovato avvantaggiato perché in realtà non ero mai “cresciuto”, venivo da posti in cui la Crescita Economica non c’era mai stata. Vorrei ricordare che il risultato di questo agire non è solo materiale, ma anche interiore, perché si imparano ad apprezzare le persone per quello che sono e non per quello che hanno.”