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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Dicembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, chiudiamo con questa lettera la riflessione relativa a questo anno 2015, un anno davvero molto particolare, che segna un vero cambio di epoca: cambia il clima, e non si torna indietro. Cambiano le emigrazioni, gli spostamenti dal Sud verso il Nord, non solo sui gommoni nel canale di Sicilia, e non finiranno tanto presto. Cambia lo stato di guerra, in cui ormai siamo immersi in tutta Europa. E continua ad allargarsi la forbice tra ricchi e poveri, tra pensionati e nuovi lavoratori. La nostra è una società polarizzata e profondamente malata. Molti sono gli elementi di preoccupazione, alcuni anche di speranza, ma questi segni sono più difficili da cogliere, più deboli, meno evidenti, rispetto ai messaggi di guerra che continuano su ogni giornale. Di fronte agli attentati di Parigi, e alle nuove minacce a Roma e a Londra e in USA, si alzano sempre di più i controlli, la militarizzazione, nonostante tutti si affannino a dire che non cambia la nostra vita, che tutto rimane com’era prima. Preoccupanti sono i bombardamenti che continuano, e anzi crescono, anche se non produrranno alcun cambiamento positivo. Preoccupanti le pressioni delle multinazionali per impedire qualsiasi decisione del Cop21 di Parigi per il clima, perché non vengano limitate le emissioni legate al petrolio. E continua la persecuzione dei palestinesi, denunciata anche dalla presa di posizione ferma e quasi ironica della ricercatrice Samar Batrawi, contro il diritto all’autodifesa di Israele, contro i loro occupanti, i loro torturatori, i loro carcerieri, i ladri della loro terra e della loro acqua, che li esiliano, che demoliscono le loro case. Ma ci sono anche segnali positivi, ad iniziare al Giubileo della Misericordia, con la Porta aperta prima di tutto in Africa, nella Cattedrale di Bangui, una piccola chiesa ma molto significativa, che noi della Rete abbiamo imparato a conoscere dall’operazione sostenuta dalla Rete di Savona (questo era il luogo di allora), col Convegno a Bangui dove andò anche Latouche, con i bambini neri che dicevano “ma dove li avete trovati questi bianchi senza soldi?” Di questo Giubileo parleremo ancora molto, dei suoi molti significati. E’ positivo che l’Ordine degli Architetti e l’Ordine degli Ingegneri di Verona si siano opposti formalmente al pensiero dominante, al pensiero unico-liberista, alla finanza che ricerca il massimo profitto, impoverendo tutti e accumulando la ricchezza nelle mani di pochi, tutto in contrasto con la Costituzione, contro il concetto di bene comune, contro il principio di uguaglianza e la libertà. Hanno invocato una nuova resistenza a queste leggi criminose e criminogene, per preservare il bene comune, contro l’Urbs capta! E questo è stato affermato da degli Ordini professionali! Un altro segnale positivo è la lettera mandata ai giovani dei paesi occidentali dalla Guida della Religione islamica dell’Iran, l’imam Alì Khamenei, per focalizzare l’attenzione dei giovani -e meno giovani- non solo sulle vittime del terrorismo di Parigi, ma anche sulle vittime del terrorismo sostenuto dall’Occidente, in Israele, del militarismo che riduce paesi in macerie, riduce città in cenere, distrugge civiltà millenarie parlando di popoli che non accettano di omologarsi e uniformarsi rapidamente, contro una cultura aggressiva e volgare (sono tutte parole di Khamenei, tradotte ovviamente). L’imam critica decisamente l’ISIS, ma anche afferma che l’ISIS non è un prodotto dell’Islam. È un testo da leggere e meditare, per poter cercare insieme segni di speranza. È un grande segno di speranza incontrarsi in tanti per cercare possibili azioni di sostegno e liberazione, come stiamo facendo nel nostro piccolo gruppo di Rete veronese, ospitati ora dalle sorelle comboniane di Combonifem. E l’attenzione all’Africa e la Ghana ci danno nuovi motivi di riflessione e di conoscenza, e di azione concreta, perché l’Africa è il luogo dove l’oppressione è più forte, e ne sappiamo troppo poco. Il dottor Rigoli ci ha mandato un’analisi particolarmente interessante della situazione, che allego alla circolare, per chi desidera leggere un po’ più ampiamente la situazione di neocolonialismo e per spiegare perché vogliamo sostenere la scolarizzazione di alcune ragazze di Ajumako, questa cittadina lontanissima da Verona diventata un luogo di nostro interesse. Una parte del testo le inserisco qui in circolare, come modello di riflessione, perché sostenga le altre considerazioni politiche e concrete. Salto le considerazioni sulle dimensioni dell’Africa, sul mal d’Africa, sulla gomma, sull’oro, sul petrolio, sul cacao, e mi soffermo qui sul riso e sull’autosufficienza alimentare del Ghana, completamente stravolta dalle politiche finanziarie USA. E poi ci meravigliamo se gli africani scappano in Europa, a cercare una futuro migliore per i loro figli!

Come l’ingerenza della finanza modifica la nostra vita: l’esempio del riso in Ghana

Da sempre la coltivazione del riso in Ghana è stata un’attività economica di rilievo. Ad esempio, alla metà degli anni ’70, i produttori di riso riuscivano quasi a coprire l’intero fabbisogno nazionale e la produzione era particolarmente abbondante nel nord del Paese. Il suo successo può essere largamente attribuito al programma governativo “produrre- per-vivere”. La messa in atto di questo programma ha permesso sia ai piccoli che ai grandi produttori di essere sostenuti da consistenti contributi, che hanno consentito di abbassare i costi produttivi del riso. Tuttavia, a partire dal 1983, i contadini del paese hanno visto gradualmente diminuire i sussidi per l’agricoltura a causa del Programma di Recupero Economico imposto dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale come risposta al debito estero ghanese. La conseguenza principale di questo programma fu l’adozione della politica di liberalizzazione agricola e l’essenza di questa politica era l’adeguamento dei prezzi a quelli del mercato internazionale … L’effetto combinato della sospensione degli incentivi governativi ai produttori locali e della liberalizzazione comportarono una crescita delle importazioni e una riduzione della produzione locale.

L’aumento delle importazioni è stato abbondantemente documentato da dati FAO e Oxfam. Contemporaneamente la produzione locale era in costante calo: mentre a metà degli anni 1970 era sufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione, nel 2002 rappresentava solo il 36% delle scorte nazionali. La motivazione principale che sta dietro alla promozione delle politiche di liberalizzazione nel Sud del mondo è quella di favorire il libero scambio, garantendo un accesso equo al commercio in maniera che le nazioni partecipanti possano beneficiarne. Il nostro caso, pur solo considerando l’origine del riso importato, è una dimostrazione dell’iniquità di tali politiche. Una parte significativa delle importazioni di riso in Ghana, infatti, proviene dagli Stati Uniti. Nel 2003 le importazioni di riso dagli Stati Uniti ammontavano a 111.000 tonnellate, un dato molto vicino alla produzione interna del Ghana nel 2002. Negli ultimi due decenni la produzione statunitense è cresciuta sino ad eccedere il fabbisogno interno ghanese del prodotto. Secondo una dichiarazione del 2006 dell’USDA Foreign Agricultural Service Strategy, gli Stati Uniti considerano il Ghana uno dei maggiori consumatori di riso americano, un fattore che li aiuta a consolidare la loro fetta di mercato a dispetto della forte concorrenza con altri paesi esportatori, prevalentemente asiatici. Di conseguenza gli Stati Uniti cercano di imporre al Ghana ulteriori tagli ai sussidi agricoli. Paradossalmente, al contrario, secondo uno studio commissionato dal Dipartimento di Agricoltura americano, il 57% delle fattorie statunitensi produttrici di riso non sarebbe riuscito a coprire i costi se non avesse ricevuto sussidi statali…

Grazie a questi contributi, i coltivatori statunitensi sono in grado di esportare il riso a un prezzo addirittura inferiore ai costi di produzione. I costi medi di produzione e lavorazione di una tonnellata di riso bianco degli Stati Uniti ammontavano a 415$ tra il 2002 e il 2003, ma la stessa quantità veniva esportata nel Paese africano al prezzo di $274 cioè inferiore del 34% al suo costo. A rendere la situazione ancora più disastrosa per i piccoli produttori di riso del Ghana, gli importatori statunitensi hanno adottato raffinate strategie di marketing e investito grosse cifre in campagne pubblicitarie per convincere i consumatori   ad utilizzare il riso statunitense … E mi fermo qui, per il resto leggete la relazione completa.

Nella prossima lettera in gennaio 2016 faremo il bilancio della colletta 2015, e proporremo le linee del Convegno Nazionale, previsto per l’8, il 9 e il 10 aprile prossimi.

Un affettuoso augurio di Buona Santa Lucia, Buon Natale, e di un Buon 2016. Arrivederci al prossimo incontro.

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Dicembre 2015

Carissima, carissimo, grazie per questo anno trascorso insieme. Abbiamo cercato di viverlo al meglio, ciascuno nel proprio ambiente, cercando di far tesoro per le belle e difficili situazioni in cui ci siamo trovati. A Quarrata, nell’ultimo dei cinque incontri, Antonietta Potente ci ha ricordato il sogno di Gesù, l’alzarsi, il risvegliarsi per stare insieme; che la risurrezione non è un miracolo ma, un evento trasformativo grandissimo in cui partecipa in segreto tutta la creazione, è una nascita che rimette in piedi, perché i vangeli sono testi esistenziali, perché sono le persone che vivono la vita dei vangeli, perché la teologia non si costruisce a freddo in una biblioteca o in uno studio. Tra pochi giorni inizierà un nuovo anno, vorremmo fosse veramente nuovo, anche perché, penso che non abbiamo tante alternative. Tutti sappiamo che così non possiamo continuare. Folle disperate e sempre in aumento di senza lavoro, senza cibo, senza alcuna speranza, che soffrono e perdono la vita per la fame, per le guerre, le ingiustizie, i soprusi, i delitti più disumani. Mentre i cosiddetti “grandi” della terra continuano a giocare a palla con la luna, le stelle, il sole, e tutti i cosiddetti paradisi fiscali e non, dilapidando tutte le bellezze, le ricchezze e le potenzialità della terra, facendo pagare il tutto ai più piccoli, agli impoveriti dalle loro politiche.

Raccogliamo ciò che abbiamo piantato.

Attraverso i media continuiamo a seguire tutto il flusso migratorio verso l’Europa Occidentale di africani e arabi che fuggono da paesi in guerra quali la Siria, l’Irak, l’Eritrea, la Libia, l’Afghanistan. Nel 2015 sul vecchio Continente sono già sbarcati circa 500.000 migranti privi di documenti. Nelle acque del Mediterraneo giacciono sepolti, da gennaio ad oggi, circa 4.500 persone che scappavano dalla miseria e dalla violenza, alla ricerca di un po’ di pane e di pace, di cui 700 bambini. Nel 2014 erano state circa 3.500. Papa Francesco ha fatto numerosi appelli in difesa delle vittime di un mondo egemonizzato da un sistema nel quale la libera circolazione dei soldi non trova il corrispettivo nella libera circolazione delle persone. Dinanzi al capitale tutte le frontiere si aprono. Dinanzi alle persone tutte si chiudono, soprattutto quando si tratta di neri o musulmani. E questo per il preconcetto che potrebbero essere dei potenziali terroristi. Martedì 8 dicembre, Papà Francesco ha riaperto la porta Santa in Vaticano, dopo averla aperta in anticipo a Bangui, nella cattedrale della Repubblica Centrafricana, terra sofferente che rappresenta tutti i Paesi del mondo che stanno passando guerra e fame, a simbolo di un’umanità intera che si rinnova, si ingloba e fraternizza. È triste aver visto bambini girovagare per le strade e persone bisognose strisciare sotto recinti di filo spinato, schiere di poliziotti che tentano di respingerli con gas lacrimogeni, cani che fiutano le persone, recinzioni elettrificate, bastonate. L’Europa Occidentale raccoglie il frutto di quella semenza maligna che aveva piantato: secoli di colonialismo in Africa e appoggio a regimi dittatoriali in Oriente. Dopo aver estorto ricchezze naturali e sostenuto dittatori sanguinari, noi europei lasciammo alle nostre spalle una zavorra di miseria e violenza. Avessimo promosso la democrazia e lo sviluppo di quei paesi, oggi non dovremmo erigere muri per respingere le orde di migranti, e questi non dovrebbero rischiare la vita nelle acque del Mediterraneo aggrappati alla fragile speranza di una vita migliore. L’Unione Europea ha appoggiato il brutale intervento degli Stati Uniti nei paesi arabi. Dopo aver sostenuto Saddam Hussein, Gheddafi e Bashar al-Assad, le potenze occidentali, con un occhio ai giacimenti di petrolio di quei paesi, hanno fatto appello pretestuosamente al terrorismo, per derubarli e lasciarli nel caos. Noi europei occidentali dimentichiamo il nostro passato. Fra il 1890 e il 1910 più di 17 milioni di europei emigrarono verso gli Stati Uniti. E altri milioni raggiunsero l’America del Sud. Questo quando la popolazione mondiale era circa un quarto di quella odierna. Il flusso migratorio di allora è stato ben più intenso di quello attuale. Perché l’Europa Occidentale non ha chiuso le sue frontiere dopo il crollo del Muro di Berlino, quando il movimento migratorio da est verso ovest si era intensificato? I popoli dell’est non avevano le caratteristiche degli schiavi, ma pelle bianca come la neve, occhi chiari. Nulla di meglio che avere degli impiegati in alberghi, ristoranti, negozi, abitazioni – di “bella presenza”. E’ il preconcetto che uccide le sue vittime e i valori umani che teoricamente difendiamo. E la discriminazione rivela la nostra vera faccia. E’ la superficialità con cui si guarda la realtà, si vive la quotidianità, pensando che la realtà sia solo come ci viene presentata. Dopo cento anni d’inutili stragi, di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato, tutelato e vissuto a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.

Papa Francesco

“A sorpresa i colleghi cardinali sono andati a scegliere un Papa alla fine del mondo”. Queste le prime parole di Papa Francesco dal balcone della Basilica di San Pietro in diretta mondovisione la sera di mercoledì 13 marzo 2013. Da allora una sequela di cambiamenti, innovazioni, esternazioni che hanno determinato un gradimento senza precedenti, ma parimenti hanno sconcertato Curia e i fedeli tradizionalisti. Non ultima la convocazione di un Giubileo senza attendere i canonici 25 anni di intervallo. La sua rinuncia a molte delle prerogative del soglio pontificio genera perplessità e interrogativi. Le aperture su temi delicati per la Chiesa, ad esempio la comunione per i divorziati o la questione della Madonna di Medjugorje, si scontrano con le linee di orientamento generale stabilite dai predecessori. L’abbondante riabilitazione della cosiddetta “teologia della liberazione” evidenzia una sconfessione della visione di Giovanni Paolo II. La concezione di Cristo come rivoluzionario in chiave politica si discosta chiaramente dalla catechesi. Questa la posizione di papa Wojtila sancita nel 1981 dalle conclusioni della Congregazione per la dottrina della fede presieduta dal Cardinale Joseph Ratzinger. Nella politica estera della Santa Sede sono state assunte decisioni sorprendenti, dal riconoscimento della Palestina alla condanna del genocidio armeno. Una vicenda che ha scatenato l’ira della Turchia. L’omelia di Papa Francesco pronunciata nella Basilica di San Pietro il 12 aprile, alla presenza dei rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, ha causato un vero e proprio incidente diplomatico. Durante l’allocuzione il Pontefice ha condannato i crimini e i massacri che quotidianamente sono perpetrati ad ogni latitudine nei confronti dei fratelli e delle sorelle che hanno fede in Cristo. Persone che hanno subito brutalità efferate e sono state costrette, in determinati contesti, a lasciare la propria terra. Nel ricordare che il sangue cristiano é sempre stato sparso durante il corso dei secoli ha citato anche il genocidio degli armeni che rientra nella specifica tipologia degli stermini di massa come la Shoah, Cambogia, Ruanda, Bosnia ecc. … Un’affermazione che ha immediatamente scatenato la ferma e vibrante reazione della Turchia che considera da sempre l’eccidio armeno un falso storico. Il Presidente Erdogan ha ammonito Papa Francesco sulle imprevedibili conseguenze dell’errore commesso, definendo le sue parole inaccettabili e dannose, oltre che per i rapporti bilaterali, soprattutto per le dinamiche interconfessionali.

I bambini

Una strage, su fronti diversi e dai danni inestimabili. Una strage di bambini, alla luce delle ultime cifre, raccapricciante. Più di settecento in un solo anno. Tutti naufraghi. E non finisce qui: “Dall’inizio del 2014 -ha ricordato il presidente di Unicef Italia, Giacomo Guerrera- circa 30 milioni di bambini hanno lasciato le proprie case a causa di guerre, violenza, persecuzioni e le condizioni climatiche”. Sui bambini si specula, ci si sporcano le mani, ci si arricchisce. Sono merce, oggetti, piccoli salvadanai dal guadagno sicuro. E se finiscono in mare o a prostituirsi non fa differenza, se vengono venduti o barattati, tanto meno. Costano poco ma, fruttano molto. Nei barconi occupano meno spazio degli adulti, fanno numero, se arrivano a destinazione, possono essere richiestissimi. Il mondo dell’infanzia è anche questo, ebbene sì. Ma non ne possiamo più! Dell’incuria, la superficialità e la passività con cui si assiste a tutto, ognuno stretto nelle sciarpe calde del proprio inverno e nella finzione dei problemi mai affrontati. Ci si scarica, gli uni sugli altri, l’impegno di una frontiera che sia madre, che sia credibile, che difenda dai venti sbagliati e sappia accogliere le voci giuste. I bambini hanno un solo e unico desiderio: essere rispettati, essere abbracciati dalla dignità che gli dobbiamo, non essere traditi nella loro ingenuità e nelle notti con le stelline al soffitto. Invece li lasciamo infreddoliti, spaventati, ad elemosinare agli incroci o all’uscita dei supermercati, a mani chiuse di tenerezza ma aperte di terrore. Li lasciamo affamati, ammalati in terre insane, dove un sorso d’acqua è infetto, un tozzo di pane si divide con le mosche e dove per un mal di pancia c’é solo da pregare Dio. Li svendiamo ad una vita bastarda ed assassina, rapiti e rivenduti al miglior offerente, in cambio di un potere che avvelena. Tutti. E lasciamo fare, lasciamo le tende chiuse mentre, al di là dei vetri, si compie l’atto più osceno che si possa, anche solo, immaginare. E noi ne siamo, omertosamente, complici. Quanto spreco di energie e di denaro in imprese inutili mascherate di progresso e necessità, mentre una linea sottile ed accecante allunga il suo perimetro allargando le colpe. Di tutti. Ogni Stato mette del suo, ogni nazione partecipa a questa gara di follia. Oggi il Natale è a un passo da noi, ma, nella festa mondiale della carità e misericordia, si festeggia l’ennesimo eccidio. I bambini continuano a soffrire, ogni anno, ne muoiono centinaia di migliaia a causa di guerre e attacchi terroristici; oltre un milione rimangono orfani e con traumi psicologici irreversibili; milioni ne muoiono prima dei cinque anni e, di questi, l’80% in Africa ed in Asia meridionale per fame e malattie; mentre sono duecentocinquanta milioni i bambini lavoratori che guadagnano meno di due dollari al giorno; altrettanti non dispongono di servizi igienici, acqua potabile e assistenza sanitaria. Una sorta di mondo ‘invisibile’ che piange d’abbandono. Un mondo visibilissimo, invece, ma che lasciamo fuori dalle nostre coscienze, cieche di convenienza, nascoste dietro le lucette intermittenti del presepe, tovaglie ricamate d’oro e tavolate sbuffanti di noia e messinscena. Nel mio ultimo viaggio in Brasile, durante una riunione con gli educatori della Baixada e Waldemar Boff, Marcos ha preso la parola e ha evidenziato quale è il uno dei veri problemi di oggi, ha affermato: non mandateci le vostre eccedenze di rifiuti, di soldi, di prodotti obsoleti, di volontari, di esperti, chiedetevi piuttosto il perché siamo costretti a vivere nelle condizioni in cui siamo, e insieme cerchiamo la risposta, da uguale a uguale, da comunità a comunità. Solo così, forse, riusciremo ad avere più occasioni e ragioni per restare nelle nostre terre. Siamo nel tempo del Natale, ma cos’è il Natale? Una coppia di Nazareth, Maria e Giuseppe, vanno a Betlemme. Là sono respinti. Forse perché lei era incinta e non erano sposati. Non c’era posto per loro, terminarono il loro cammino ospiti in una stalla, a lato degli animali, dove Gesù nacque. Nonostante questo scenario, il Natale si è trasformato in una festa di scambio di regali mentre ha un significato religioso molto forte e anche molto seducente anche da un punto di visto simbolico. Oggi, il mercato cerca sempre di più di oscurare la figura di Gesù di Nazareth e imporre Babbo Natale. C’è una babbonatalizzazione che trasforma il Natale in una festa del consumo. Il mercato vuole imporsi mercantilizzando tutte le dimensioni della vita. Stiamo andando incontro anche ad un nuovo anno, il passaggio racchiude sempre in se il desiderio di cambiare, dobbiamo impegnarci a vivere sempre più la generosità, la solidarietà e la condivisione, impegnandoci profondamente ad essere sempre più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che la pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare un vero rapporto solidale con la terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta.

Buon cammino, Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Dicembre 2015

“La nostra missione non è forse quella di conservare la vita? C’è un solo modo per fare questo. Dobbiamo insistere perché sia fatta la pace.”

(Emily Hobhouse, Natale 1914)

Carissime/i, iniziare sempre con carissime/i queste comunicazioni mensili è una forma di amicizia che aiuta a trasmettere con continuità tante notizie, inviti e lettere che sono il cammino della nostra Rete di Padova. Anche gli auguri sono un modo di ricordare la nostra amicizia, il nostro impegno solidale, e anche la nostra fratellanza con tutti gli amici in Haiti, quindi: Buon Natale solidale e Felice 2016 nella vera pace, a tutte/i. Nell’ultimo nostro incontro non eravamo in molti, probabilmente le nebbia, la scelta del giorno (lunedì) non hanno aiutato la partecipazione. Abbiamo letto e commentato l’ultima lettera da Haiti (qui allegata), che ci coinvolge tutti in particolare nella campagna “progetto salute” e che, con il prossimo viaggio di incontro-conoscenza sarà verificato sul posto. Il giorno 24 novembre a Mirano, organizzato dall’associazione “il ponte”, c’è stata, da parte di Marianita, la presentazione del libro “Dadoue Printempes In viaggio verso il cambiamento”. Un segno di amicizia e di attenzione verso la Rete e i ns progetti in Haiti. In questo periodo di “feste” il libro che, come sapete, racconta la vita e la storia di Dadoue, può diventare un’idea per un intelligente e solidale bel regalo (lo trovate da Marianita 049 684 672 – Gianna Elvio 049 618 997). Al Coordinamento di Udine si è parlato e approfondito il tema del convegno 2016 che, come sapete, si terrà a Trevi in Umbria, da venerdì 8 a domenica 10 aprile. Il tema, gli approfondimenti e le testimonianze sull’attuale drammatica realtà dell’immigrazione. Con le prossime circolari nazionali tutte le notizie utili: titolo, testimoni, relatori e come partecipare. La Circolare Nazionale di questo mese è scritta da Carla Grandi di Trento. Che con i suoi “giovani” 90 anni ci ha trasmesso un pezzo di storia della Rete e, della sua vita. Auguri (in ritardo) Carla.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Novembre 2015

Cari amici, le notizie degli ultimi assalti terroristici ci parlano delle logiche di potere che vedono musulmani contro musulmani fra cui, tangenzialmente anche l’Europa è finita dentro; i nemici mortali sono, da una parte, gli islamici sunniti che si riconoscono nel perverso Stato Islamico del Califfo, dall’altra parte le minoranze sciite unite con quello che resta dei cristiani mediorientali, degli Yazidi, e le potenze occidentali. Secondo me non si può parlare di una guerra di religione ma di una guerra in cui la religione serve a legittimare propri obiettivi e propri traffici economici per il controllo di territori e di risorse. Ho letto di un rapporto di un analista della Cia che sostiene la tesi per cui anche ipotizzando l’inesistenza dell’Islam, il Medioriente sarebbe insanguinato dagli stessi conflitti a cui oggi assistiamo. Conferma questo pensiero il fatto che fra i foreign fighters, ovvero, gli occidentali che vanno a combattere per l’Isis, non ci sono solo musulmani, o disperati delle periferie metropolitane, ma troviamo cristiani, ebrei, laici, atei, ragazzi della medio alta borghesia, attirati dalla propaganda apocalittica del Califfo che li convince di combattere in nome dell’umanità. Ho fatto questo preambolo alla lettera di novembre perché non potevo esimermi dall’ esprimere tutto il mio dolore per quanto ci sta accadendo intorno, per non parlare dei tanti profughi morti per fuggire proprio da questi attacchi terroristici in Siria, in Libia, in Afganistan, in Libano,in Iraq e ai tanti, troppi, bambini morti in mare, si parla di più di 700 bambini morti negli ultimi mesi di cui la televisione non ci risparmia le immagini. Vorrei, allora, parlare di come ci si può riscattare da una vita di errori legati alla guerra e alle armi; voglio parlare di Vito, il trafficante di armi. Lavorare per la guerra. Costruire mine. Produrre, arricchirsi e poi capire che quella vita non può continuare. Mollare tutto, perdere soldi, potere e anche affetti familiari per ricostruirsi un’esistenza morale partendo da meno di zero. E’ la storia di Vito A. F., ingegnere barese di 52 anni, oggi infaticabile «sminatore» al servizio di «Intersos», organizzazione umanitaria per l’emergenza, che si occupa di liberare le zone di guerra dalle mine, «l’arma della vergogna». Raccontare il percorso umano di quest’uomo può essere utile per capire come spesso la strada che porta alla pace è tortuosa. Vito nasce in una antica famiglia di industriali baresi. Il trisnonno fu il primo costruttore di mattoni rossi dell’intero Sud Italia. Nell’82 la laurea in ingegneria elettrotecnica e il posto nell’azienda di famiglia. Siamo negli anni Ottanta a Bari, capoluogo di quella Puglia produttiva che i socialisti di Rino Formica hanno eletto a modello di sviluppo dell’intero Sud. Il vecchio detto «se Parigi avesse lu mere…» è gettato alle ortiche, Bari con i suoi poli industriali, i suoi «cantieri» (gente che assembla pezzi nelle vecchie masserie trasformate in laboratori), il suo baricentro e i poli commerciali, ambisce a far concorrenza alla invidiata Milano. L’azienda di famiglia la «Tecnovar», produce mine e componenti di mine antiuomo e anticarro. E le vende. Un milione e trecentomila ordigni all’esercito egiziano, ad esempio, e poi contenitori in bachelite per congegni anticarro a pressione, 8 milioni di mine per l’esercito italiano. La nave va, come si diceva in quegli anni. Vito è la mente tecnologica dell’azienda. Mente tormentata dal dubbio, però. Lui, rampollo di una vecchia famiglia di tradizione liberale, ha studiato dai gesuiti, nel tempo libero frequenta i gruppi ecclesiali di base e «Mani Tese». Disdegna i circoli della «Bari bene» e per la famiglia è poco meno di una pecora nera. «Vito – gli dicevano – non farti scrupolo, tanto le mine se non le fai tu le fa qualcun altro». «Pensa ai 150 operai e alle loro famiglie». E Vito andava avanti. Fino al 1984, quando Francesco Rutelli denuncia che la Tecnovar aveva prodotto mine marine presenti nel Mar Rosso. L’industria barese replica sdegnata, «noi – dicono i vertici – produciamo solo mine antiuomo e anticarro» (come se questo fosse un vanto). Tre anni dopo, però, la magistratura barese apre un’inchiesta a carico del proprietario della Tecnovar, per esportazione dei capitali all’estero mediante «sottofatturazione delle forniture di mine fatte dalla Tecnovar alla società egiziana “Eliopolis” dal ‘79 all’85». Scoppia lo scandalo. E nella mente di Vito cominciano a frullare pesanti dubbi sulla sua vita e sul suo lavoro. Dichiara a «Famiglia Cristiana» in un’intervista: «Io non sono un trafficante d’armi». Le denunce, però, sono fortissime. «Dagli anni ‘80 fino al ‘93 – scrivono gli attivisti di “Campagna italiana contro le mine” – le tre aziende italiane produttrici di mine (seconde in Europa solo a quelle jogoslave), Valsella, Tecnovar e Sei, avrebbero concesso licenze di produzione all’estero a sette paesi: Sud Africa, Singapore, Spagna, Grecia, Portogallo, Australia, Egitto». La TS50 progettata da Vito ha, quindi impestato tutto il mondo. Vito è sempre più consapevole che il suo lavoro non è innocente, capisce che c’è una relazione strettissima tra produrre “quelle” armi e il loro impiego; impiego che produce al 90% vittime civili. “Ci sono paesi –dice ora- in cui le mine sono usate in modo criminale come in Angola, in Afganistan,in Mozambico,in Congo.” La pressione si fa sempre più forte. Nel 1993, finalmente, il governo italiano stabilisce uno stop alla produzione di questi ordigni (su 100 milioni di mine diffuse nel mondo, si legge in inchieste dell’Onu, almeno il 13 per cento è made in Italy) e una moratoria per consentire la riconversione delle industrie. Il dubbio, ormai, è ben insinuato nella mente e nella coscienza dell’ingegner Vito A.F. «Ricordo – racconta oggi – le telefonate di Nicoletta Dentico che all’epoca coordinava la campagna italiana contro le mine. E Gino Strada che mi chiamava a casa e senza andare tanto per il sottile mi diceva: “Ti dispiace? Non basta. Devi fare qualcosa”». E poi Don Tonino Bello, l’arcivescovo pacifista di Molfetta. «Mi invitava ai convegni sul traffico d’armi, mi faceva parlare, ma soprattutto mi consentiva di capire tante cose. “La pugnalata più forte me la diede mio figlio: eravamo in macchina, io avevo un catalogo della Tecnovar sui sedili posteriori e lui, piccolissimo, cominciò a farmi domande sul perché si producessero le armi. Io provai a dirgli che qualcuno doveva pur farlo, ma lui chiese a bruciapelo: ”Si, ma perché proprio tu?” Quella era l’unica domanda che non mi aveva fatto nessuno! Sì, c’era una sorta di offensiva sulla mia coscienza che mi portò ad assumere una serie di decisioni». La prima: rompere con la famiglia di origine, che, cresciuta al riparo delle commesse militari, lo considerava un traditore. La seconda: lasciare la fabbrica e quel tipo di lavoro. La terza: darsi da fare. «Nel senso di riconvertire radicalmente l’uso delle mie conoscenze tecniche. Usare i mie studi, le mie capacità per liberare il mondo dalle mine». Un primo impegno nel ‘97 a Oslo, come consulente impegnato a definire i punti più delicati del trattato di Ottawa, due anni dopo in «Intersos» a dirigere e coordinare progetti di sminamento nelle zone calde del mondo: Bosnia, Serbia, Kosovo.Una delle imprese più ardue è stata quella di sminare la pista di bob delle Olimpiadi invernali del 1984 a Serajevo. E sempre con quel tarlo in mente. «Sì, ogni volta che tiro fuori una mina la osservo, cerco di leggere il nome della fabbrica che l’ha prodotta.». Nel team di Vito hanno lavorato sia musulmani che serbi, sia ex guardie di Mladic che ex minatori di Olovo, ma tutti motivati a bonificare terreni pericolosi. Un lavoro duro, quello con «Intersos». Pericoloso. Pagato poco, 2-3 milioni al mese delle vecchie lire. Disinnescare mine in un campo è un’operazione lentissima. Si lavora in coppia lungo dei corridoi, dandosi il cambio ogni mezz’ora. Si avanza carponi con un metal detector in mano. Accertato che il terreno è sicuro, si sposta ogni volta un po’ più avanti l’asticella che divide la zona libera da quella ancora da monitorare. Quando il rilevatore suona, si affonda delicatamente uno spillone nel terreno. Una volta individuate, le mine vengono estratte e fatte esplodere in una fossa poco distante. «Sì, ero un industriale, ora vivo così. Ma va bene. La mia non è una forma di masochistica espiazione, è qualcosa di più complesso: è la mia nuova vita». In questi anni la sua squadra ha trovato e reso inoffensive oltre 5 mila mine. Oggi pensa che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove stanno impiegando mine belghe o copie di mine brasiliane. «Ma non ora, ora è impossibile andarci». Il lavoro dello sminatore è un lavoro del dopoguerra, un lavoro portato a termine da un popolo di formiche che lotta contro le metastasi di un disastro già ideato e deflagrato. Eppure, senza quelle formiche, la guerra continuerebbe per decenni. A ogni esplosione, una nuova nuvola di odio si alzerebbe dalla terra. E questo Vito lo sa. Nessuno meglio di lui può saperlo.

Carissimi, la prossima riunione del gruppo di Macerata si svolgerà il 9 dicembre alle 17 a casa mia in via Medaglie D’Oro 9. Spero di vedervi numerosi anche per cogliere l’occasione per farci gli auguri di Natale. Per ogni comunicazione chiamate il seguente numero telefonico 0733 239928, se non sono in casa lasciate un messaggio nella segreteria telefonica. Un abbraccio.

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Novembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in questi primi giorni di novembre si ricordano i defunti ed i santi, tutti i defunti e tutti i santi, ad indicare che non ci sono solo i santi canonizzati, sugli altari, ma i santi di tutti i giorni, i santi della porta accanto, come dice papa Francesco, i santi a noi vicini, di tutti i giorni. A San Nicolò i preti hanno voluto celebrare fra i vari nomi di santi attuali anche 3 persone che ci sono state molto vicine, a noi della rete veronese, uno fu anche cofondatore del nostro gruppo, e ci uniamo a loro nel ricordarli: Gianni Zanini, don Giulio Battistella e Silvana Pozzerle. Ora abbiamo 3 santi nostri, che ci sostengono e ci spronano nel nostro impegno solidale. Destinare alcuni denari all’impegno di liberazione di fratelli lontani, uniti in cooperative o in piccoli gruppi animati dall’utopia di creare nuove libertà, come facciamo nella Rete, è un grande investimento, non per aumentare il nostro capitale monetario, ma per creare una nuova società, da cui certamente ricaveremo vantaggi anche personali molto più ingenti di qualche percento. Non ci sono solo i soldi, anzi, ci sono le amicizie, i legami con chi ci è vicino e lontano, siamo vicini a tanti amici veronesi che ci accompagnano in questo impegno, e dai lontani ricaviamo un grande arricchimento di valori ricevendo da essi altre visioni del mondo, altre filosofie e letture che ci arricchiscono grandemente e … ci fanno imparare bene la geografia e la storia attuale. L’incontro dello scorso 22 ottobre in casa Rigoli è stato particolarmente fecondo, molti sono stati gli interventi e le indicazioni sulle prossime azioni. Il nuovo progetto in Ghana è partito, alcune ragazze di Ajumako potranno proseguire gli studi anche grazie alle nostre borse di studio, e la nostra referente locale Emma ci ha già inviato una prima relazione su come procede questa promozione di alcune giovani donne ghanesi (aspettiamo qualche sua foto, per conoscerla meglio, di persona), abbiamo mandato i primi denari e stiamo perfezionando i canali di invio, tramite Banca Etica, e quindi senza appoggiarci a banche poco sicure o a mediatori meno costosi ma anche meno affidabili. Questo nostro nuovo progetto africano si affianca così ad altri progetti della Rete, in Congo, in Centrafrica, e si allinea alle indicazioni di san Comboni, di metà Ottocento, di trovare soluzioni di liberazione tramite gli africani. Ne siamo contenti e fieri. Ricordo che la nostra colletta di restituzione (restituzione perché l’Occidente e il Nord hanno depredato e depredano ancora le terre del Sud, e la nostra colletta vuole essere un piccolo tentativo di riequilibrio) destina i nostri denari a 3 finalità, 2 a progetti sostenuti da noi veronesi e la terza finalità riferita a tutte le operazioni della rete nazionale. I 2 progetti sostenuti da Verona sono le borse di studio a Joao Pessoa, con l’opera mazziana, l’operazione Picotti, che prosegue con una cifra di 4.000 euro l’anno; e questa nuova operazione in Ghana, per far studiare una 30-ina di ragazze che non ne hanno la possibilità, e la cifra impegnata per essa è ancora di 4.000 € l’anno (questa operazione non ha ancora un nome ufficiale, se qualcuno ha delle idee in merito, ce le faccia conoscere). Il resto della nostra raccolta va alle azioni generali della Rete nazionale, cosa che succede normalmente, anche con le nostre operazioni in Guatemala ad esempio, che non abbiamo sostenuto noi veronesi in autonomia, ma con tutti gli altri versamenti della Rete. Se qualcuno dei versanti desidera destinare il suo sostegno ad un’azione specifica, è pregato di comunicarlo, o nel versamento stesso, o con una comunicazione a me o al tesoriere, altrimenti la distribuzione viene effettuata con semplici criteri di efficienza matematica e di piccola ragioneria. Si è parlato a casa Rigoli-Valotto anche di Ttip (trattato transatlantico per il libero commercio), cui tutte le persone libere stanno opponendosi, ed anche la Rete ha preso netta posizione contro la possibile ratifica da parte dell’UE. Se passasse il Ttip prevarrebbe il commercio e il profitto su ogni diritto e sulle leggi di ogni stato, sui tribunali di stato che non conterebbero più niente, tutto si ridurrebbe ad arbitrati commerciali, in cui le società multinazionali avrebbero la meglio su ogni altro interesse, sui diritti dei popoli e dei singoli. Si è parlato di finanza criminale e del suo peso sull’economia mondiale, e soprattutto sui paesi più deboli e poveri. Sarà uno degli argomenti del Convegno 2016, e si vuol anche attivare su questo il Tribunale Permanente dei Popoli, per studiare con esso alcune situazioni particolari che la Rete segue con qualche sua operazione, per evidenziare sfruttamenti e violenze particolari e che possono costituire un modello in quei luoghi. Noi proporremo il Ghana. Annamaria ha presentato l’attività di Aquiloni, col nuovo progetto Camminare Diritti, con i 2 significati di diritti, senza piegarsi, ma anche per sostenere i diritti delle persone, italiane, qui immigrate e persone lontane, in questa società che sempre di più privilegia chi ha risorse e può comperarsi i diritti! Non c’era suor Paola e la redazione di Combonifem; con loro stiamo preparando un incontro sulla Palestina, con il rabbino Jeremy, che fa parte degli ebrei israeliani che cercano la pace, e ce ne sono molti. Il rabbino potrebbe essere disponibile a venire a Verona in dicembre, forse il 9.12, ma avremo tempo di riparlarne e di fissare l’incontro, che sarà aperto a molte altre associazioni ed enti; già il Monastero del Bene comune di Sezano ha programmato una serie di incontri nel 2016, nei primi 4 mesi, di cui vi daremo a suo tempo notizie e informazioni. Il nostro prossimo incontro dovrebbe essere il 1 dicembre, e la sede tornerà ad essere la sala di Combonifem, in via Cesiolo 46, ora l’impianto di riscaldamento è riparato! Agli amici veronesi darò un’altra informazione precisa nei giorni precedenti l’incontro, come ho fatto questa volta segnalando il cambio di sede dalle suore comboniane a casa Rigoli Valotto. Vi ricordo ancora una volta il Convegno Nazionale biennale in aprile, 9, 10 e 11, in Umbria a Trevi, fra Foligno e Spoleto. Nella prossima circolare sarà possibile darne la struttura generale, dopo il Coordinamento di Udine, del 21 e 22 novembre. Segnatevi la data e iniziate a fare i vostri programmi con questo importante appuntamento.

Un saluto amichevole ed affettuoso da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Novembre 2015

“Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”.

(Articolo 13 Diritti universali)

Carissime/i, le tante notizie da Haiti, che trovate anche in questa lettera, non sono solo semplici comunicazioni ma, come leggerete, inviti a confrontarci come gruppo, per alcune necessarie e immediate risposte. Per questo ci troviamo LUNEDI’ 16 NOVEMBRE alle ore 20,45 a casa di Gianna Elvio, via Spalato 9 a Padova tel. 049 618997 (attenzione alle modifiche della viabilità seguire “per via Istria” e diritti per via Albona). L’invito a partecipare numerosi è un’esigenza per dare, non solo risposte ma, anche, per programmare un futuro viaggio di conoscenza e di verifica.

NOTIZIE:

– Sabato 21 dalle ore 16 e domenica 22 novembre, a Udine, Coordinamento della Rete. Tutti possono partecipare La sede del coordinamento è il Seminario Interdiocesano di Castellerio. Informazioni e prenotazioni vanno inviate entro e non oltre sabato 14/11 via e-mail o telefonicamente a Lia Rontani liarontani@hotmail.it tel. 3802554943 o 0432482312. Alleghiamo Ordine del giorno. – Martedì 24 dalle ore 18,45 a Mirano c/o Ristorante Il Quadrifoglio (piazza Aldo Moro 31) presentazione del libro “DADOUE PRIMTEMPS – In cammino verso il cambiamento”, da parte di Marianita. In fondo trovate la locandina.

Ecco le ultime notizie da HAITI ricevute da Jean, Martine e Willot

“A Dofine il panificio ha cominciato a lavorare da agosto, ma – come sai già – la FDDPA ha avuto il forno dall’Istituto ICKL. Questo forno non va a legna, il che è molto positivo per l’ambiente, permettendo di evitare la deforestazione; abbiamo messo una persona per l’amministrazione del panificio e questa persona è controllata dal comitato direttivo della FDDPA. Ma noi continuiamo a riflettere sulla questione del trasporto, perché se non troviamo un mezzo di trasporto appropriato ed efficace, rischiamo di vedere il beneficio trasformarsi in perdita per il trasporto; così pensiamo di acquistare due muli che sono più robusti dei cavalli, per assicurare il trasporto della farina e di altre forniture. A Katienne, la cassa popolare continua a funzionare molto bene, e abbiamo cominciato a fare un lavoro d’inventario, una verifica per stabilire il numero dei soci, il capitale, a quanto ammontano i prestiti, il capitale della banca di sementi, ecc. Per quanto riguarda la scuola, ora c’è il rientro e siamo contenti di poter mettere il tetto all’edificio scolastico alla fine di questo mese, cominceremo subito. Anche a Fondol le attività vanno bene, il panificio funziona con un buon ritmo e le piccole commercianti continuano a fare il loro piccolo commercio di pane; noi prepariamo il rientro questa settimana, stiamo costruendo un piccolo hangar per i più piccoli, infatti dato il cattivo funzionamento dello PSUGO [programma governativo ber lo sviluppo dell’istruzione] noi registriamo un aumento del numero degli iscritti, specialmente a Fondol. Riguardo al PSUGO, sono tutti convinti che questo programma è un fiasco, invece di migliorare il sistema educativo nel paese, questo programma contribuisce a danneggiarlo ulteriormente, ci sono scuole che, a causa di questo programma, hanno dovuto chiudere. A Marrouge, nel Nord-ovest, quest’anno la siccità ha distrutto tutto e abbiamo riparato il tetto della scuola, che era ridotto malissimo, e abbiamo programmato di piantare alberi da frutta lì attorno. La scuola funziona molto bene, e una nuova promozione terminerà durante le vacanze estive. La situazione di Malingue dipende in gran parte dalle nostre attività sanitarie: dato che siamo in una fase di ristrutturazione di questo settore, anche Malingue aspetta di trarre beneficio da questa riforma annunciata. Ma Kristmène e Elicia continuano a lavorare nel Centro di Malingue. Durante il mese di Maggio abbiamo fatto un incontro con un giovane della zona di Pierrepayen che è stato a Cuba per studiare Medicina, l’abbiamo invitato a Fondol per vedere come poteva mettere la sua competenza a profitto del nostro centro di Salute di Fondol, perché, in confronto ai medici che hanno studiato a Haiti e in altri paesi, quelli formati a Cuba sono più dinamici e possono comprendere meglio il contesto in cui vive il contadino haitiano, questo è dovuto forse al modo in cui sono stati formati laggiù; abbiamo concluso con lui che noi non abbiamo fondi sufficienti per metterlo nel nostro bilancio, perciò gli abbiamo proposto, se riesce a fare delle ricerche presso delle istanze statali o non governative, di trovare o elaborare dei progetti con i Centri di Salute, che includano un salario per lui. Il giovane medico ci ha risposto positivamente, ma noi ora dobbiamo terminare la sistemazione del Centro di Salute, ci restano da fare le porte, la toilette e l’intonacatura dei muri. Per quanto riguarda i borsisti, sono 25: 20 frequentano la scuola a Verrettes, 3 vanno alla scuola professionale a Port-au-Prince e 2 all’Arcahaie. Per la scuola agro-ecologica, l’instabilità della brigade [brigata organizzata da Via Campesina e composta da contadini brasiliani e di altri paesi latinoamericani], a motivo dei cambiamenti abituali dei suoi membri e dei loro spostamenti attraverso diverse località del paese, ci obbliga a dare la formazione agro-ecologica con sessioni seminariali. Ma, per quanto riguarda il gruppo dei giovani, essi si riuniscono molto più spesso, fanno molte attività artigianali e culturali, ma purtroppo Junior, un professore dinamico e impegnato, che lavorava molto con il gruppo dei giovani, è morto in maggio in seguito ad una malattia cardiovascolare. La siccità quest’anno batte tutte le stagioni difficili che abbiamo conosciuto a Haiti; in effetti, tutte le sementi che i contadini hanno messo a terra non hanno potuto germinare a causa di questa siccità spietata e devastante. Per questo Willot ha avuto l’idea di piantare del benzolive (nome scientifico Moringa). E’ una pianta molto importante, perché permette agli animali e agli umani di nutrirsi, e soprattutto può rendere la terra molto più accessibile all’agricoltura, per questo la preparazione dei vivai di Moringa può dare molti risultati positivi, se si comincia un’esperienza pilota sulla Catena dei Matheux per esempio, potrebbe portare un gran miglioramento alimentare non solo per gli animali, ma anche per gli abitanti che vivono sulla Catena. Per la conservazione del suolo, questa tecnica in agricoltura permette di evitare l’erosione, fenomeno che trasporta la terra verso i fiumi e il mare. Questa tecnica permette anche la ritenzione d’acqua, facilitandone la penetrazione nella terra, e ciò dà una grande possibilità di aver erba per il bestiame, inoltre questo metodo può essere affiancato da piante speciali come il vétiver per esempio, e questo darà un risultato a breve, medio e lungo termine. Il 17 ottobre abbiamo celebrato la giornata mondiale delle donne contadine. Il motto di quest’anno è stato ”Donna contadini in uno stato di diritto in una società egualitaria’; c’erano più di 150 persone ed é stata una delle migliori giornate di riflessione per le donne realizzate da FDDPA. ” Domenica si vota ancora ad Haiti, ma con poche speranze di cambiamento [..]

PROGETTO SALUTE HAITI (Beppe Rete Casale)

Lista delle priorità per il buon funzionamento di un centro di salute

Prima parte: CENTRO DI SALUTE DI FONDOL

Il progetto è finalizzato a migliorare l’assistenza dei pazienti che accedono all’ambulatorio.

Destinatari

Tutti i pazienti che accedono alla struttura alla ricerca di assistenza sanitaria.

Obiettivi

Favorire accoglienza pazienti

Predisporre una check list che aiuti l’operatore sanitario nell’ipotesi diagnostica

Curare in loco le patologie prevalentemente diffuse nel territorio

Indirizzare le patologie più complesse in altri centri

Favorire la presenza di operatori sanitari nei giorni di apertura previsti

Mantenere una sufficiente igiene dei locali di laboratorio

Rilevazione delle patologie riferite ai pazienti visitati in ambulatorio

Descrizione del progetto

Un referente del progetto predispone incontri con i due infermieri responsabili della clinica per illustrare e costruire in collaborazione lacheck list, la quale ha l’obiettivo attraverso alcuni sintomi di diagnosticare eventuali patologie prevalenti. Con l’aiuto e il supporto di esami di laboratorio, previsti nell’ambulatorio di Fondol, si potrà meglio identificare le patologie sospette. Sulla base della disponibilità dei farmaci, a somministrazione orale, si potranno predisporre differenti terapie a seconda della patologia diagnosticata e delle caratteristiche del paziente. Il trattamento farmacologico può prevedere un monitoraggio a distanza di tempo del paziente in cura. Per gli esami ematochimici è previsto un rientro per ritiro dei referti e impostazione con eventuale modifica o prosecuzione della terapia in atto. Di fronte al sospetto di patologie non trattabili in ambiente non ambulatoriale l’operatore sanitario deve indirizzare l’utente in un centro sanitario più adeguato alle sue esigenze. È prevista una compartecipazione economica del paziente agli esami. Predisporre un cartello con indicati i giorni di apertura dell’ambulatorio. Individuare delle persone responsabili di mantenere la pulizia e l’igiene dei locali dell’ambulatorio.

Strumenti

Creazione di una cartella clinica infermieristica con: Numerazione cartelle – Dati anagrafici del paziente – Anamnesi e sintomatologia – Rilievo parametri vitali e visita del paziente – Reperto cardio-polmonare e addome – Colorito della cute e sclere – Alvo e diuresi – Eventuale accertamenti ematochimici e terapia orale.Apparecchiature per rilievo parametri e visita paziente:Fonendoscopio – Sfigmomanometro – Termometro -Stick urine e glicemia- Kit per esecuzione accertamenti, per es. prelievi… Farmaci per l’eventuale terapia Consegna foglio con data per eventuale appuntamento successivo di controllo Per esami di laboratorio fare riferimento alla check list già predisposta

Valutazione di processo

Compilazione delle cartelle in ogni punto indicato

Costanza nell’apertura dell’ambulatorio

Seconda parte: proposta EDUCAZIONE SANITARIA agli aderenti del FDDPA

Constatato la diffusione di malattie infettive, con prevalenza di quelle a trasmissione oro-fecale, risulta fondamentale l’acquisizione di alcuni comportamenti semplici ed efficaci per prevenire l’incidenza di tali patologie.

Destinatari

Il progetto è indirizzato a tutti gli aderenti all’associazione FDDPA.

Obiettivi

Fornire informazioni agli aderenti dell’associazione affinché modifichino alcuni comportamenti a rischio di trasmissione di malattie infettive.

Descrizione

Si vorrebbe individuare alcuni soggetti in grado di guidare incontri con la comunità per fornire informazioni sui comportamenti da seguire..

Predisporre il materiale informativo da utilizzare nelle serate, prevalentemente utilizzando disegni e immagini.

Favorire la partecipazione dei membri della comunità agli incontri e verificare un riscontro delle informazioni fornite.

Tenuto conto che alcuni comportamenti non sono compatibili con il contesto di vita di alcune famiglie la comunità si fa carico di accogliere i problemi sorti per raggiungere l’obiettivo di salute.

Strumenti

Cartellonistica

Individuazione spazi – Individuazione operatori – Verifica di processo – Resoconto con numero di partecipanti

Predisporre un documento dove sono descritti le principali criticità riscontrate riguardo al problema delle malattie infettive.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Ottobre 2015

Ospiti perché stranieri e pellegrini,

ospiti perché non respinti,

ospiti perché a casa,

ospiti perché non lasciati soli,

ospiti perché custoditi, curati,

ospiti perché pensati,

ospiti perché poveri,

ospiti perché non proprietari,

ospiti perché figli,

ospiti… orientati dalla Pace.

Carissimi/e, alla fine di queste due comunicazioni da Haiti, trovate un accenno ai “suggerimenti” di Beppe, della Rete di Casale, che spiegheremo, assieme ad altre necessarie iniziative, in un prossimo incontro di Rete. Come potete leggere, tante notizie dai nostri progetti, con relazioni molto dettagliate che vi invitiamo a leggere con attenzione. Nella Circolare Nazionale, trovate le prime indicazioni per il Convegno 2016. Ricordiamo le date del prossimo Coordinamento di Udine: 21-22 novembre.

DA HAITI

Relazione di Willot – 13 settembre 2015

Salute ed educazione

Uno dei settori più deboli per FDDPA è il settore salute. Tuttavia durante la presenza di Dadoue, la salute era il settore più forte. Tutto ciò era possibile a causa della sua esperienza personale in materia di salute. Disponeva di una tecnica in laboratorio medico che si occupava di tutte le analisi del sangue e altre. E’ in quest’ottica che Martine ha deciso di andare a scuola per apprendere le tecniche di laboratorio medico. Questo funziona molto bene: ora Martine è in grado di fare le analisi mediche anche a Dubuisson. La presenza di questo laboratorio permette di individuare e trattare le malattie infettive che sono molto frequenti tra i contadini che vivono sulle montagne. A Mare-Rouge, l’edificio che ospita il centro professionale per le donne era in pessimo stato. Essendo arrugginito, il tetto aveva dei buchi che rendeva l’edificio impraticabile durante la stagione delle piogge. All’inizio di aprile abbiamo acquistato più di 120 fogli di lamiera per ricoprire il tetto. Ora dobbiamo solo acquistare i mobili per le studentesse.

Ingrandimento e miglioramento del centro di salute a Fondol

Con i mezzi finanziari che abbiamo ricevuto dalla RETE, abbiamo potuto ingrandire lo spazio del centro di salute. Tutti gli aspetti della costruzione non sono ancora terminati. Ora dobbiamo solo intonacare le pareti e finire il pavimento in cemento. Per quanto concerne l’educazione, dato che Martine ha molta esperienza a livello del prescolare, ha passato tutto l’anno scolastico (2014-2015) a lavorare con gli insegnanti dando loro formazione continua più volte al trimestre affinché siano efficaci in aula. Abbiamo potuto constatare un notevole miglioramento nelle prestazioni degli insegnanti. Martine continuerà queste pratiche durante quest’anno scolastico in tutte le località dove è presente una scuola di FDDPA. Tutte le attività di FDDPA vanno bene e questa settimana tutte le scuole ricominciano a funzionare in tutte le località (Dofiné, Katienne, Fondol, Bedain e Mare-rouge). Durante l’estate, Martine ha organizzato un «campo estivo» a Fondol e nella casa di Dadoue a Dubuisson. Queste attività hanno permesso ai bambini di queste località di sviluppare la loro creatività. Più di un centinaio di bambini hanno avuto l’opportunità di partecipare a queste attività durante le vacanze estive.

Le cooperative

Con la presenza di una cooperativa in ogni luogo dove FDDPA opera, si è potuto osservare un cambiamento in queste comunità che non hanno l’opportunità di trovare credito e di risparmiare il loro denaro sul posto. Poiché è una pratica nuova per i contadini, ci sono ancora molte difficoltà tecniche da superare. A livello del comitato di FDDPA, cerchiamo di essere creativi per poter aiutare le comunità a gestire meglio queste cooperative.

Agricoltura

Quest’anno la siccità ha totalmente distrutto l’agricoltura ad Haiti. In tutte le regioni del paese, non ha mai piovuto. I contadini che vivono nelle montagne e nelle pianure che non sono irrigate, non hanno avuto raccolto quest’anno. Per esempio nel nord-ovest, luglio è sempre un tempo di abbondante raccolto di fagioli, mais, patate e altri ortaggi. Ma quest’anno, quel che i contadini hanno seminato non è nemmeno spuntato per la semplice e buona ragione che non ha piovuto per più di 5 mesi. Negli ultimi 30 anni, è la prima volta che c’è stata una siccità così prolungata e devastante ad Haiti. Noi crediamo che, per aggirare questi problemi, è necessario creare strutture per conservare il suolo per permettere la ritenzione dell’acqua più a lungo. Pensiamo anche a piantare della moringa [tutta la pianta è commestibile e di notevole interesse dal punto di vista nutrizionale e resiste molto alla siccità] che nelle zone secche potrebbe contribuire all’alimentazione delle persone e anche degli animali. Prepareremo dei vivai per permettere ai contadini di avere accesso a queste piante.

Relazione di Jean e Martine – 20 settembre 2015

Salute a tutti, ora riaprono le scuole ad Haiti, e anche per le scuole della FDDPA si cominciano i preparativi, generalmente in settembre i bambini cominciano a venire a scuola, ma inizialmente non c’è sempre grande affluenza. A Dofiné il panificio ha cominciato a lavorare da agosto, ma – come sai già – la FDDPA ha avuto il forno dall’Istituto ICKL. Questo forno non va a legna, il che è molto positivo per l’ambiente, permettendo di evitare la deforestazione; abbiamo messo una persona per l’amministrazione del panificio e questa persona è controllata dal comitato direttivo della FDDPA. Ma noi continuiamo a riflettere sulla questione del trasporto, perché se non troviamo un mezzo di trasporto appropriato ed efficace, rischiamo di vedere il beneficio trasformarsi in perdita a causa delle spese del trasporto; così pensiamo di acquistare due muli che sono più robusti dei cavalli, per assicurare il trasporto della farina e di altre forniture. A Katienne, la cassa continua a funzionare molto bene, e abbiamo cominciato a fare un lavoro d’inventario, una verifica per stabilire il numero dei soci, il capitale, a quanto ammontano i prestiti, il capitale della banca di sementi, ecc. Per quanto riguarda la scuola, ora c’è il rientro e siamo contenti di poter mettere il tetto all’edificio scolastico alla fine di questo mese, cominceremo subito; potete inviarci il contributo di cui avete parlato, è una cosa molto buona… Anche a Fondol le attività vanno bene, il panificio funziona con un buon ritmo e le piccole commercianti continuano a fare il loro piccolo commercio di pane; noi prepariamo il rientro questa settimana, stiamo costruendo un piccolo hangar per i più piccoli, infatti dato il cattivo funzionamento dello PSUGO [programma governativo per lo viluppo scolastico che si è rivelato fallimentare], noi registriamo un aumento del numero degli iscritti, specialmente a Fondol. Riguardo al PSUGO, sono tutti convinti che questo programma è un fiasco, invece di migliorare il sistema educativo nel paese, questo programma contribuisce a danneggiarlo ulteriormente, ci sono scuole che, a causa di questo programma, hanno dovuto chiudere… A Marrouge, nel Nord-ovest, quest’anno la siccità ha distrutto tutto e – come ti ha spiegato Willot – abbiamo riparato il tetto della scuola, che era ridotto malissimo, e abbiamo programmato di piantare alberi da frutta lì attorno. La scuola funziona molto bene, e una nuova promozione terminerà durante le vacanze estive. La situazione di Malingue dipende in gran parte dalle nostre attività sanitarie: dato che siamo in una fase di ristrutturazione di questo settore, anche Malingue spera di trarre beneficio da questa riforma annunciata. Ma Kristmène e Elicia continuano a lavorare nel Centro di Malingue. Durante il mese di maggio abbiamo fatto un incontro con un giovane della zona di Pierrepayen che è stato a Cuba per studiare Medicina, l’abbiamo invitato a Fondol per vedere come poteva mettere la sua competenza a profitto del nostro centro di Salute, perché, in confronto ai medici che hanno studiato a Haiti e in altri paesi, quelli formati a Cuba sono più dinamici e possono comprendere meglio il contesto in cui vive il contadino haitiano, questo è dovuto forse al modo in cui sono stati formati laggiù; abbiamo concluso con lui che noi non abbiamo fondi sufficienti per metterlo nel nostro bilancio, perciò gli abbiamo proposto, se riesce a fare delle ricerche presso delle istanze statali o non governative, di trovare o elaborare dei progetti con i Centri di Salute, che includano un salario per lui. Il giovane medico ci ha risposto positivamente, ma noi ora dobbiamo terminare la sistemazione del Centro di Salute, ci restano da fare le porte, la toilette e l’intonacatura dei muri. Per quanto riguarda i borsisti, sono 25: 20 frequentano la scuola a Verrettes, 3 vanno alla scuola professionale a Port-au-Prince e 2 all’Arcahaie; il nostro budget annuale per loro è di 2000$USD… Per la scuola agro-ecologica, l’instabilità della Brigade [formata da contadiniVia Campesina] a motivo dei cambiamenti periodici dei suoi membri e dei loro spostamenti attraverso diverse località del paese, ci obbliga a dare la formazione agro-ecologica con sessioni seminariali. Ma, per quanto riguarda il gruppo dei giovani, essi si riuniscono molto più spesso, fanno molte attività artigianali e culturali, ma purtroppo Junior, un professore dinamico e impegnato, che lavorava molto con il gruppo dei giovani, è morto in maggio in seguito ad una malattia cardiovascolare. La siccità, come ti abbiamo spiegato, quest’anno batte tutte le stagioni difficili che abbiamo conosciuto a Haiti; in effetti, tute le sementi che i contadini hanno messo a terra non hanno potuto germinare a causa di questa siccità spietata e devastante. Per questo Willot ha avuto l’idea di piantare del benzolive (nome scientifico Morenga). E’ una pianta molto importante, perché permette agli animali e agli umani di nutrirsi, e soprattutto può rendere la terra molto più accessibile all’agricoltura, per questo la preparazione dei vivai di Morenga può dare molti risultati positivi, se si comincia un’esperienza pilota sulla Catena dei Matheux per esempio, potrebbe portare un gran miglioramento alimentare non solo per gli animali, ma anche per gli abitanti che vivono sulla Catena. Per la conservazione del suolo, questa tecnica in agricoltura permette di evitare l’erosione, fenomeno che trasporta la terra verso i fiumi e il mare. Questa tecnica permette anche la ritenzione d’acqua, facilitandone la penetrazione nella terra, e ciò dà una grande possibilità di aver erba per il bestiame, inoltre questo metodo può essere affiancato da piante speciali come il vétiver per esempio, e questo darà un risultato a breve, medio e lungo termine. Attendiamo le indicazioni di Beppe, e pensiamo che saranno benvenute: avremo sempre bisogno di idee per avanzare.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Ottobre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, parliamo di 4 argomenti che ci riguardano, che costituiscono la base della nostra riflessione e del nostro confronto: l’incontro svolto in settembre nella sede di Combonifem; qualche nota di politica internazionale; notizie e proposte dal Guatemala; ed infine l’invito al prossimo nostro incontro, martedì 27 ottobre, ancora nella sede delle suore comboniane e di Combonifem. L’incontro del 22 settembre è stato molto partecipato, eravamo 21 presenti, tra cui 7 suore comboniane, giovani e meno giovani. Ci siamo presentati; molte sorelle avevano lunghe esperienze di lavoro in Africa, in Palestina, in Scozia. Ci siamo presentati anche noi, il nostro impegno in Rete, nella solidarietà concreta, con operazioni che richiedono il nostro impegnano, ma che ci permettono soprattutto di conoscere di prima mano situazioni di ingiustizie e di richiesta di aiuto, iniziando dalla Palestina. S’è parlato del Convegno nazionale (il prossimo sarà dall’8 al 10 aprile 2016, a Trevi, in Umbria), dei Coordinamenti, della vita di ogni gruppo locale, con le sue esperienze e conoscenze particolari, per noi a Joao Pessoa, in Guatemala, ed ora in Ghana. S’è parlato di migranti, e le comboniane ci hanno raccontato del loro impegno quotidiano a Verona, con la Prefettura e con le cooperative di sostegno, e di possibili azioni comuni su quel tema o sulla Palestina, data la presenza a Verona di suor Alicia, che ha conosciuto molti in Cisgiordania, dove ha vissuto per anni. S’è parlato anche della colletta, di come proseguire e come suddividere quanto raccolto nel 2015. Per il Mazza a Joao Pessoa s’è stabilito di mandare 4.000 € annui così come 4000€ anche per la nuova operazione in Ghana. Dei 3600 € raccolti in luglio-agosto abbiamo già provveduto a mandare 600 € al Mazza, cui avevamo già mandato 3400 €, chiudendo così i versamenti per quest’anno. Ad Ajumako in Ghana abbiamo mandato 1000 € (altri 2000 erano già stati versati fuori colletta). I residui 2000 € li abbiamo versati alla Rete nazionale per tutte le sue operazioni. Poche osservazioni sulla politica internazionale, che è pur sempre lo scenario nel quale si inseriscono le nostre piccole operazioni. La situazione dei migranti in Europa: continua a cambiare, ma ancora non si assiste a una forte e seria presa di posizione europea, con migliaia forse milioni di migranti alle porte dell’Europa (e degli USA), del mondo ricco insomma. La situazione in Palestina e in Israele è in grande evoluzione e attraversa una fase molto delicata, dove le continue quotidiane provocazioni criminali israeliane provocano reazioni drammatiche, con morti dalle due parti, di cui arrivano informazioni molto pilotate. Le nuove varianti sono la nuova posizione della Palestina alle Nazioni Unite, cui ho accennato all’inizio della circolare nazionale, e l’avvicinamento diplomatico di Israele alla Russia, dopo le azioni belliche russe in Siria; cambia quindi l’alleanza finora strettissima di Israele con gli Stati Uniti. La seconda regione in grande subbuglio è tutto il medio Oriente, con azioni belliche continue, bombardamenti e stragi, per le quali forse la NATO imporrà all’Italia di partecipare attivamente, con le sue Forze Armate. Cambiano le alleanze con questa nuova presenza russa, che cambiano gli equilibri, ma la posizione NATO è ancor più minacciosa, con la produzione e distribuzione di nuove bombe atomiche, notizia poco diffusa dai media italiani, molto più pericolosa di 4 aerei italiani in azioni di bombardamento. Sono riprese anche le azioni belliche in Afganistan, regione che non appartiene strettamente al Medio Oriente, ma confina con esso, fino al bombardamento dell’Ospedale di Emergency, un crimine di guerra fra i peggiori, liquidato molto rapidamente e banalmente dai media italiani e internazionali. Cercheremo di trovare nuove notizie ed opinioni su questi luoghi, possibilmente da parte degli abitanti di quei luoghi e degli abitanti più deboli. Aspettiamo di conoscere la posizione dei palestinesi, ma non è facile trovare notizie dirette, le agenzie di stampa sono in mano ai paesi forti, quindi passano solo le notizie che servono solo ad una certa visione, certamente di parte. Abbiamo ricevuto notizie fresche dal Guatemala, dal nostro caro amico padre Clemente. Ha cambiato parrocchia, è tornato in un villaggio Maya, a San Antonio Ilotenango, ci ha mandato una lettera dove non parla di un suo impegno nella Caritas ma solo di ciò che vuole realizzare in questo paesino di montagna, disperso nel Quiché (solo strade in terra battuta), con una 15-ina di frazioni, scolarità bassissima e povertà diffusa, più o meno profonda. Padre Clemente ha già fatto un suo piano, vuole riattivare una scuola radiofonica (qualcuno ricorderà il nostro primo progetto in Guatemala!) e vuole inserire la parrocchia come elemento propulsore di libertà e liberazione. Ne parleremo in un incontro a Brescia il 10.10, con alcuni gruppi legati al Guatemala, ma penso che potrebbe essere un buon progetto per noi, per riprendere la nostra attenzione verso quel luogo particolare dell’America centrale, ricco di storia e di cultura indigena autentica, e di nostri conoscenti. Il prossimo incontro di rete veronese sarà martedì 27 ottobre prossimo, alle ore 21, ancora presso Combonifem, con le suore che hanno dato la loro disponibilità a collaborare con noi. Sapete che suor Elisa Kidané non è più direttrice di Combonifem, adesso è a Roma, poi dovrebbe diventare il riferimento comboniano in Africa. Manderà certamente un suo bollettino periodico, che speriamo di avere a disposizione e di poter conoscere da lei (Elisa è una buona letterata italiana e scrive poesie) la situazione dell’Africa e l’evoluzione delle varie regioni immense che la formano. Domenica a messa suor Elisa ricordava l’anniversario della strage dello scorso anno nel canale di Sicilia, col naufragio di un barcone e la morte di più di 350 africani, quasi tutti eritrei, e lei è eritrea! La nuove direttrice di Combonifem è suor Paola Moggi, un vero ciclone. Sarà presente anche il 27, ci proporrà i suoi progetti a Verona e nel mondo, per una nostra collaborazione possibile. Parleremo del progetto in Ghana, da Adjumako è già arrivata una prima relazione. E parleremo del Questionario che la Rete nazionale ha mandato a tutte le reti locali, per studiare le situazioni dei luoghi che ciascuna rete segue direttamente; di queste notizie sarà investito il TPP Tribunale Permanente dei Popoli, per conoscere meglio la situazione dei Diritti delle persone nel mondo e promuovere le opportune azioni internazionali. Come vedete, il 27 ci sono molti argomenti in discussione, con la novità della sede e della visione comboniana. San Daniele Comboni è il santo dell’Africa, l’inventore della Nigrizia, ma è un santo veronese, a cui tutti noi veronesi facciamo riferimento, da tanti punti di vista, anche quello storico e locale. Quindi vi aspettiamo numerosi. A presto rivederci allora, ci sono tante cose da discutere insieme, per un utile e fraterno confronto. Un cordiale saluto

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Ottobre 2015

Carissima, carissimo, oggi il problema è che la dialettica politica è sempre più scolorita, si sta svolgendo nel deserto della disaffezione dei cittadini. Dietro le dichiarazioni sempre più sicure di sé, come vuole il copione, dietro le luci di una politica che viaggia tra giornali, TV, facebook e twitter, vi è l’indifferenza rassegnata dei cittadini, quella che non si vede, quella che non si sente ed è diffusa, piatta e sparsa come in un deserto. Il diffondersi del rifiuto della politica, dell’indifferenza, del ritorno di qualcosa che somiglia all’oscillare plebeo tra consenso servile e rabbia incontrollata, deve fare riflettere. Abbiamo bisogno di riflessione, di pensare, di creare la cultura della partecipazione, non di quella accademica dei soloni locali e nazionali, ma di quella politica che assume in sé la necessità della critica. Ma torniamo al punto di partenza. Partiti che si scolorano, cittadini che si disinteressano. Siamo sicuri che non vi sia un nesso tra le due cose? Quando i politici non crederanno più che ai poveri piaccia mangiare promesse? Quando il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà? Quando la politica capirà l’importanza di sperimentare e attuare la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili della propria impresa? Dal pubblico al privato? Oggi è necessario un nuovo atteggiamento. La nostra capacità di reazione è fortemente limitata da tre deficit che dobbiamo riconoscere e affrontare: un deficit di conoscenza; un deficit di responsabilità, un deficit di fraternità. Migranti e rifugiati ci interpellano, sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra e delle violenze, del potere tirannico o della fame. Oggi siamo in molti che comprendiamo e denunciamo come sia venuta meno la partecipazione e la fraternità, virtù senza le quali l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Com’è possibile che godendo di condizioni migliori sul piano economico, tecnologico, culturale ci sentiamo minacciati dai poveri che bussano alle nostre frontiere? La vita di una persona non ha forse lo stesso valore indipendentemente dalla terra in cui viene alla luce? Noi che siamo privilegiati, noi che abbiamo vinto alla lotteria biologica, noi che siamo nati qui, e non in una bidonville africana? I diritti, prima di essere quelli di un cittadino di una determinata nazione, devono essere riconosciuti come “diritti dell’uomo” in quanto tale. Se vogliamo sfuggire al disastro dobbiamo tornare a prenderci cura degli altri, a condividere quello che abbiamo e a camminare insieme. La cosa interessante è che possiamo incominciare adesso. Quali politici ci stanno, dal piccolo al grande a lavorare per formare, per educare e sperimentare quadri, stare sul territorio, elaborare culture e progetti a diretto contatto con la gente? Forse dovremmo riflettere sul tipo di società che stiamo creando, le crescenti disuguaglianze, la mancanza di solidarietà, i conflitti violenti e la razzia delle risorse naturali, penso alla rapina della terra che affligge gran parte dei paesi poveri. In questo mondo di “diseguaglianza”, gli ultimi dati ci mostrano che la maggior parte della ricchezza del pianeta è concentrata nelle mani di pochissime persone. 400 persone come noi posseggono il 40% della ricchezza del pianeta. Ogni anno nel mondo si spendono 1750 miliardi di dollari in armamenti, è una cifra difficile da capire, sono 50 mila dollari al secondo, così ci capiamo di più. Uno, due, ne abbiamo già spesi 100 mila. In compenso abbiamo due miliardi di persone che vivono con circa 2 dollari al giorno. Questo è un esempio della diseguaglianza. Un mese fa all’Expo di Milano, c’è stato un incontro che ci ha consegnato gli ultimi dati sul cibo nel mondo: si produce da mangiare per 12 miliardi di persone, la popolazione attuale è di 7 miliardi e 120 milioni, dei quali un miliardo soffre la fame; mentre il 30% viene gettato! Di questo dovremmo preoccuparci piuttosto che cercare di costruire “sempre e per forza, un nuovo orticello?”. La politica non è girare un film, né un video-game, è un atto di fede e di passione verso la storia che si racconta. Se oggi constatiamo qualunquismo, diffidenza, sfiducia verso le istituzioni nazionali e sovrannazionali, i primi che si dovrebbero interrogare sulle cause sono proprio quelli che esercitano il potere: si chiedano se per loro la politica è servizio verso gli ultimi, verso coloro che fanno fatica, se hanno il senso del bene comune e, si confrontino concretamente con la gente e con il Vangelo, per chi è credente, e non con gli appetiti del loro piccolo campanile. Anche su questo, migranti e rifugiati ci interpellano. Ecco perché dobbiamo chiamarci l’uno con l’altro a responsabilità e a creare un lavoro comune.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Settembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dopo le molte considerazioni sui migranti proposte sulla circolare nazionale, ecco alcune ulteriori considerazioni più legate a Verona. Venerdì 11.9 si è svolta anche a Verona la marcia dei piedi scalzi, come in altre 60 città italiane, e la marcia di Verona ha visto una partecipazione maggiore che non quella di Venezia, considerata la più importante (?) perché era alla Biennale del Cinema, al Lido. La Rete ha dato la sua adesione, Telearena ne ha dato alcune immagini. La situazione dei migranti in Europa continua nella sua rilevanza enorme, sono centinaia di migliaia le persone che si spostano, soprattutto sulla strada balcanica, attraverso la Grecia e l’Ungheria, con difficoltà enormi, barriere rifiuti sgambetti … Era una strada ben nota da anni, per quella strada arrivavano gli afgani ed i pakistani, ma una volta erano pochi, mentre ora questo è un esodo di popolo, con numeri ben diversi, si muovono famiglie intere, non solo ragazzi singoli, e questo fenomeno dimostra sempre di più i limiti e gli errori legati al trattato di Dublino, per il quale chi entra in Europa deve farsi registrare nel paese di arrivo e in quel paese deve chiedere il diritto di asilo. Nessuno vuole rimanere in Grecia, quindi si deve cambiare il trattato, il confine non è quello di stato, ma è il confine di Europa, non di uno stato singolo, e chi entra in Europa deve farsi registrare in Europa e in Europa deve/può chiedere il diritto di asilo. Ma con questi numeri esorbitanti tante cose stanno cambiando, anche l’Europa deciderà diversamente, e la Germania ha già cambiato atteggiamento, e con la Germania altri stati, perché ora può essere conveniente politicamente accettare chi fugge dalle guerre, i siriani soprattutto. In paesi con pochi giovani queste famiglie migranti possono essere molto utili, diminuiscono l’età media, contribuiscono al PIL lavorando (le popolazioni tedesche sono vecchie, e bisogna pagare le pensioni), e sono tutti già scolarizzati, per cui occorrono meno spese per mandarli a scuola, se non per la lingua. Ora pare che molti stati europei siano disposti ad aprire i confini e le porte, senza muri, anche se gli stati dell’Est sono ancora contrari, ma non riescono a bloccare la marea che passa. Tutto ciò indica che stanno cambiando le percezioni e le decisioni, e saranno cambiamenti abbastanza rapidi, ed a questo cambiamento ha certamente contribuito la chiara posizione di Papa Francesco, che ha aperto le porte delle chiese, parrocchie monasteri santuari, smuovendo molte posizioni bloccate. Non è tutto risolto, ancora non si è influito sulla situazione nei paesi di partenza, non s’è fermata la guerra in Siria, né in altri paesi, né si è vinta la povertà, ma forse una mentalità sta cambiando. E’ mancata nei giorni scorsi una cara amica della Rete, una delle sorelle Spaziani che a Isola della Scala hanno sostenuto le nostre operazioni fin dalla nascita della Rete, una delle figlie dell’avvocato Spaziani, martire della resistenza e del CNL di Isola, Laura Spaziani, anziana, malata da tempo e invalida. L’abbiamo salutata in chiesa ed accompagnata al cimitero. Ormai a Isola non c’è più un gruppo autonomo, il riferimento è tutto a Verona, ormai. Sabato prossimo 19 e domenica 20 si svolgerà il Coordinamento nazionale della Rete, a Quarrata, ci andremo io e Silvana; se qualcuno vuole aggiungersi a noi sarà nostro ospite gradito nel viaggio. Come sapete la Rete nazionale prevede di continuare il percorso di approfondimento sulla finanza criminale, che avrà spazio anche nel Convegno 2016 in preparazione, che forse si svolgerà in maggio in Umbria. In questo contesto prosegue la campagna contro il Trattato commerciale interatlantico, chiamato TTIP, di cui abbiamo parlato molte volte. Nigrizia di settembre se ne fa convinto promotore, e per chi non ha ancora mandato la sua adesione o ne volesse sapere di più, l’invito è a interessarsi direttamente su Nigrizia, a pag. 9. E già che state sfogliando Nigrizia, estendo l’invito al leggere il bell’articolo di Elianna Baldi, sul Centrafrica (un posto che noi della Rete abbiamo imparato a conoscere bene, con l’operazione seguito dai gruppi di Savona), sulla difficoltà di realizzare un progetto in quel posto, la fatica enorme di reagire alle difficoltà della sfortuna e delle avversità: a pag. 69 “Il costo di un sogno”. Prevediamo infine di incontrarci in settembre come gruppo di Verona, per parlare tra l’altro di Ghana e dell’operazione che inizia proprio in settembre. Parleremo di molte altre cose, tra l’altro degli amici in Guatemala, che hanno visto cambiare molte cose della loro vita in questa estate: padre Clemente ha cambiato parrocchia e incarichi (ora è anche responsabile nazionale della Charitas), Nicolasa è mamma di un bambino, il presidente Rioss Montt è stato incarcerato per i crimini commessi contro il suo popolo, nel periodo della repressione, ed ora si torna a votare. E naturalmente parleremo anche di noi e dei possibili collegamenti con altri gruppi veronesi, anche perché l’incontro si svolgerà presso le sorelle comboniane, nella sede di Combonifem, in via Cesiolo 46. L’appuntamento è per martedì 22 settembre alle ore 21. Se avete problemi a trovare il posto, chiamateci al tel, il mio numero di cel è 349 4315081, quello di Combonifem è 045 8303149. Come sapete, suor Elisa Kidané è ora in Africa, e la nuova direttrice di Combonifem è Paola Moggi, che abbiamo conosciuto in giugno nei Giardini Pettenella Picotti! A presto rivederci allora, ci sono tante cose da discutere insieme, per un utile e fraterno confronto. Un cordiale saluto

Silvana e Dino