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“Il vero viaggio di scoperta non è cercare posti nuovi
ma avere occhi nuovi”

Ciao a tutte/i, lettera piena di notizie, di inviti e di cifre. Partiamo dal resoconto economico 2016. I numeri ci dicono che, malgrado improvvise necessità, e con l’impegno di tutti che ringraziamo, siamo riusciti a continuare nel nostro impegno solidaristico verso gli amici in Haiti, anche lo scorso anno. Troverete all’interno delle spiegazioni la notizia che abbiamo accantonato 10.000 €uro, sempre presso Banca Etica, per improvvise necessità. Ci aspetta poi domenica 14 maggio un importante appuntamento, il Seminario delle Reti del Nord Est a cui invitiamo a partecipare. Il tema proposto dalla Segreteria è “Il significato di essere solidali oggi: per ciascuno di noi, nei nostri gruppi locali, nella Rete nel suo complesso”. Con l’aiuto di un facilitatore, il comboniano fratel Alberto Parise, dedicheremo il tempo a disposizione per raccontarci le nostre esperienze attuali e capire quale significato abbia assunto l’essere solidali all’interno del mondo in cui ci troviamo a vivere (qui e là) come singoli e come Rete. Alle 9, presso la sede dei Comboniani (via San Giovanni di Verdara 139 tel. 049 8751506), inizierà l’accoglienza. Dopo qualche breve lettura introduttiva sul tema della giornata, inizieremo i lavori fino alle 13. Dalle 13 alle 14.30 pranzeremo insieme condividendo cibi e bevande che ciascuno avrà portato; la rete di Padova procurerà piatti e bicchieri per tutti/e. Alle 14.30 riprenderemo i lavori che si concluderanno alle 17. Speriamo di essere numerosi: è un’occasione per scambiarci e condividere esperienze e riflessioni. Il 21 Aprile scorso ci siamo incontrati a casa di Gianna e Elvio in occasione dell’anniversario della morte di Dadoue (24 aprile 2010) e di Gianna (23 ottobre 2016), ce ne parlano Maria Rosa e Sandra. Il 28 aprile c’è stato un incontro con Anna Zumbo di Popoli in Arte, trovate una sintesi dell’incontro Infine le ultime notizie da Haiti con una lettera di Jean e Martine

Incontro di Rete a casa di Gianna e Elvio. Riassunto a cura di Maria Rosa e Sandra

Il tema dell’incontro è la richiesta da parte della Segreteria di riflettere sul significato di ‘solidarietà oggi’ per la Rete. Si tratta di un percorso che, iniziando dalle reti locali, passerà alle riflessioni nei seminari interregionali e nazionale e si concluderà con il Convegno del 2018. Come sempre abbiamo condiviso informazioni e opinioni. Questa volta abbiamo condiviso forti emozioni suscitate anche dai pensieri e dalle riflessioni lasciateci da Gianna e Dadoue. Abbiamo sciolto le tensioni emotive nel canto, con ‘Gracias a la vida’ e con l’inno di FDDPA che tra l’altro dice che FDDPA è ‘l’uno che cerca l’altro’ e ancora ‘Haiti può diventare bella e ricca se mettiamo insieme le nostre mani ‘. In sintesi dalla discussione è emerso che solidarietà è:
– un tentativo di rispondere al ‘perché tanti hanno molto, anche troppo, e altri non hanno neanche il necessario’;
– noi siamo un anello di una rete che unisce tutti i popoli;
– sarebbe utile condividere le esperienze, i percorsi individuali dei ‘vecchi’ della Rete con i ‘giovani’ che forse sentono il bisogno di chiarire il significato di ‘solidarietà’;
– passare dalla denuncia alla costruzione di alternative;
– non si tratta tanto di aiutare nella realizzazione di progetti, ma anche e soprattutto incontrare persone;
– solidarietà è relazione tra persone, relazione di amicizia e di vicinanza;
– è restituzione a popoli e persone del ‘Sud’ derubati dal ‘Nord’;
– è mettersi insieme perché da soli non si cambiano strutture sociali ed economiche di ingiustizia;
– è promuovere un cambiamento personale, sociale, economico;
– cambiare anche le nostre strutture e la nostra cultura;
– un atteggiamento innato di condivisione si sviluppa e cresce grazie agli incontri della vita;
– solidarietà è la forza della Rete.
Nella Rete c’è una ‘solidarietà verso l’esterno che si esprime nei progetti e nella costruzione di relazioni tramite i referenti, e c’è una ‘solidarietà interna’ che si esprime nello scambio e nel confronto di esperienze personali. Ci è stato richiesto, inoltre, di trasmettere alla segreteria l’opinione dei gruppi locali su come organizzare il Seminario interregionale, se invitare un relatore esterno che ci aiuti a capire cosa significa essere solidali oggi, oppure fare un’analisi interna ai gruppi in un incontro-confronto tra gli aderenti della rete. L’opinione della Rete di Padova è che si preferisce cercare di mettere in comune le ragioni che ci hanno spinto a partecipare alla Rete e ad essere costanti per anni. Si suggerisce un incontro-confronto guidato e facilitato da un esperto del ‘Metodo Freire’ che ci aiuti a far emergere il vissuto di ognuno di noi, esporre le riflessioni personali, condividerle e confrontarle tra di noi.

Visita di Anna Zumbo, della associazione Popoli in Arte, che sta collaborando nella gestione metodologica dei seminari sulla salute promossi da Fddpa; a partire dal 2016, Anna e MariaPaola si turnano per fare il seminario, Anna è venuta a condividere le sue riflessioni del 3 seminario di marzo 2017.
Di seguito una sintesi della riunione.
La partecipazione a questo terzo seminario è stata ridotta, le date scelte non hanno tenuto conto del periodo in cui – nelle località dove sono le scuole – erano in corso esami, ma sono tornata contenta perché ho avuto la conferma che le esperienze stanno maturando, in una parola “germogli freschi”. Da un punto di vista generale, anche la capitale del dopo-terremoto, a distanza di tempo, è più vivibile, ho notato una certa normalità, così come girare per il paese è più facile, le strade sono asfaltate e ben tenute. L’onda lunga del terremoto credo sia finita”. Gli obiettivi concordati per questo terzo seminario salute, che in particolare affrontava il tema della latrina (dopo quello sull’acqua), sono stati rivisti per permettere una maggiore partecipazione di tutti, così abbiamo fatto sessioni di lavoro a moduli della durata di mezza giornata. Un primo obiettivo è stato “Valutare l’impatto dei precedenti seminari, quali le azioni intraprese”; alcuni si sono dedicati alla produzione di cloro per potabilizzare l’acqua, ma è un impegno individuale. Si è discusso quindi sulla necessità di un supporto concreto per far avanzare il processo educativo, di una persona che accompagni in modo organizzato le comunità da cui provengono i partecipanti, facendo assieme con questi un programma di azioni minimo di intervento comunitario. Il “fil rouge” sono i temi dell’igiene e dell’acqua, mentre solo successivamente – con tempi adeguati al passo delle comunità – il tema delle latrine. Il tema latrine è stato affrontato con un lavoro che ha coinvolto il corpo oltreché la parola: è stato un lavoro molto interessante, c’è una grande consapevolezza, molta motivazione e coinvolgimento dei partecipanti. La risposta è stata maggiore delle aspettative, al punto che un prossimo seminario potrebbe avvantaggiarsi dell’uso di Teatro dell’Oppresso che aiuta anche ad esprimere con il corpo le proprie idee. La complessità dell’argomento, anche se scelto come fondamentale dai partecipanti fin dal primo seminario, fa avanzare lentamente verso soluzioni possibili. Si tratta di percorre un cammino a tappe per acquisire coscienza sulla UTILITÀ della latrina. Le persone conoscono varie tipologie di latrine e la maggior parte sono considerate brutte da usare e per questo evitate. IL tema quindi non è sconosciuto, anzi, molte organizzazioni hanno portato avanti progetti di latrine senza però ottenere lo scopo che venissero usate e/o mantenute igieniche. Nel frattempo una idea – condivisa dagli amici di Fddpa – è quella di proporre un modello, un esempio, costruendone una nella casa di Dubuisson, sede della Fddpa. I seminari proseguono, il prossimo è previsto in agosto 2017. Un sentito grazie a Popoli in Arte per quanto sta facendo in questo tempo a titolo solidale e della volontà di proseguire con FDDPA negli obiettivi della salute comunitaria.

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, inizio questa circolare locale, veronese, con una notizia che ci arriva dal Medio Oriente, di cui non s’è avuto particolare riscontro sui media italiani: lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi. Che 1500 persone decidano ed attuino tutte insieme uno sciopero della fame ad oltranza dovrebbe essere una “notizia”. Ma si tratta di Palestinesi. Per di più prigionieri politici e, ancora peggio, ristretti nelle carceri israeliane. E dunque, benché chiedano solo “Pace e Dignità” ed un trattamento umano, come prescritto dal Diritto Internazionale, la notizia non c’è sui grandi mezzi di informazione, anzi non è mai comparsa. Non se ne parla e non se ne scrive sicché l’opinione pubblica ne è all’oscuro. (dal Comunicato stampa delle Associazioni di sostegno) La situazione della Palestina è ben oscurata, non se ne deve parlare, valgono solo gli accordi fra stati, e ciò che impone Israele, il popolo eletto; come l’accordo per aumentare gli insediamenti israeliani a Gerusalemme, per spostare le ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme, per evitare ogni discussione ed attuazione delle delibere dell’ONU per la Cisgiordania, per togliere il muro della vergogna, per un secondo stato libero e indipendente, senza parlare mai dei prigionieri politici palestinesi detenuti e migliaia nelle carceri israeliane, senza alcuna possibilità di ispezione internazionale. Capofila dei detenuti Palestinesi nel lanciare questo sciopero della fame é stato Marwan Barghouti, a noi della Rete ben noto, salutato come un nuovo Mandela da Uri Avnery, l’intellettuale israeiano che si batte per la pace fra israele e Palestina, fondatore del movimento pacifista israeliano Gush Shalom. Dei prigionieri in Turchia o in Venezuela tutto passa sui media, ma di ciò che avviene con i detenuti Palestinesi non si può parlare, sono tutti estremisti attentatori. Bargouthi è stato condannato dai tribunali israeliani a ben 5 ergastoli. Riflettiamo alle ragioni di questo sciopero della fame, e ci verrà qualche dubbio leggendo cosa scrive e cosa si dice all’assemblea ONU, tutti contro l’unico popolo libero del Medio Oriente, Israele. Per proseguire questi approfondimenti sulla Palestina, venerdì 12 maggio alle 20.45, siamo invitati ad un interessante incontro a Sezano, dove incontreremo un giornalista importante, Mustafà El Ahoubi, giornalista di Nigrizia. Il tema è Palestina e Israele all’epoca di Trump. El Ajoubi è capo redattore del mensile Confronti, mensile ecumenico interreligioso, e tiene una rubrica fissa su Nigrizia, e ci siamo già incontrati con lui. In questi giorni c’è una grande polemica politica in Italia sui migranti e le ONG che li caricano sui gommoni e sulle navi, per salvarli dai naufragi, con un comportamento indicato come criminale. Ci sono state accuse contro le ONG, sospettate di aiutare gli scafisti, ma molte sono state le prese di posizione in difesa di quelle associazioni, dei presidenti del Senato e della Camera italiani, dei comandanti della Marina italiana, di molti scrittori, di Medecins sans frontieres, dell’Unicef (sui giornali c’era un elenco puntuale delle risposte ad ogni accusa). Mi pare interessante indicare anche la presa di posizione di Mussie Zerai, sacerdote cattolico di origini somale, chiamato l’angelo dei profughi, che abbiamo conosciuto al Convegno 2016 a Trevi, che vive in Svizzera e coordina le attività del gruppo Habeshia, candidato al Nobel per la pace. L’articolo si può trovare sul sito di Habeshia, ed ha girato sulla lista rete. Non riproduco qui tutto l’articolo, ma è importante indicare la presa di posizione di Mussie Zerai. Nei Coordinamenti dei gruppi rete si sta discutendo su come fare solidarietà oggi, perché molte cose stanno cambiando, anche nelle forme della nostra solidarietà. Si è deciso di approfondire questo argomento nei Seminari della Rete di quest’anno (ricordate: negli anni pari si fa il Convegno nazionale, come nel 2016 a Trevi, e negli anni dispari ci incontriamo in incontri più piccoli e vicini, regionali, l’ultimo nel 2015 fu a Isola Vicentina). E il Seminario interregionale per noi del Nord Est di quest’anno sarà a Padova, secondo tradizione, domenica 14 maggio, dalle 9 alle 17, nella sala dei Comboniani di via S.Giovanni da Verdara, l’organizzazione è della R di Castelfranco, Fabio Marta e Mariangela, il pranzo sarà autogestito, cioè con ciò che ciascuno porterà, per sé e per gli altri. E’ bene concordare le modalità con una telefonata agli amici di Castelfranco o di Padova. Insieme al nostro Seminario interregionale del Nord Est, in altre località italiane si svolgeranno contemporaneamente altri seminari analoghi, come negli anni trascorsi, probabilmente nel Nord Ovest, in Piemonte o in Liguria, in Lombardia, in Toscana per il centro Italia, al Sud, in Campania o in Puglia, e forse anche in Sicilia o in Sardegna. Quest’anno si vuol poi raccogliere il materiale prodotto in questi Seminari per possibili rielaborazioni o riflessioni, e ci si vuol trovare ancora una volta per un ulteriore Seminario nazionale (quasi per un nuovo Convegno), ancora sullo stesso tema delal solidarietà oggi, e s’è già fissato luogo e data: sarà l’8 ottobre a Brescia. Ma si daranno ulteriori indicazioni, informazioni e inviti. Per noi veronesi, comunico che nei prossimi giorni avremo un ospite del Guatemala: viene in Italia Nicolasa, e sarà ospite alcuni giorni a San Zeno di Colognola ai Colli, girando poi per Verona e altri luoghi. Faremo alcuni incontri in giro, chiamando personalmente gli amici. Nicolasa Mendoza è una preziosa collaboratrice di padre Clemente, attiva nella zona del Lago Atitlan, tra i vulcani della Montagna, ma ha già lavorato nei Progetti del Padre a Parraxtut e a Chel, in montagna. Arriva a Verona l’11 maggio, resterà in zona alcuni giorni, per poi proseguire il suo viaggio in altri luoghi d’Italia; appena avremo informazioni più dettagliate daremo indicazioni più precise. Per la Colletta locale: vedete la distribuzione di questo mese, maggio, iniziamo ormai a seguire regolarmente il Progetto in Ghana, ad Adjumako, con la scuola delle ragazze. Ne parleremo più chiaramente nel nostro prossimo incontro di rete, che non abbiamo ancora fissato. Tanti ritardi di organizzazione sono legati anche alla mia situazione fisica, che sapete in aprile è stata un po’ precaria. Ora mi pare di stare decisamente meglio, i nostri dottori del gruppo, Gianni e Gianco, sono già venuti a vedermi, ma forse è tempo di pensare a un cambio di gestione, e comunque ad una gestione più collegiale: ne parleremo nei nostri prossimi incontri.
Un caro saluto a tutti, a presto
Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Aprile 2017

“Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,

coi bambini in spalla, e i poveri bagagli

arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,

e che voi vi asseggiate come re dei vostri desideri

-l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato-

e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.

Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avete insegnato a tutti

che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante.”

(William Shakespeare 1564-1616)

Ciao a tutte e a tutti, auguri di una gioiosa e serena Pasqua. oltre alla ricorrenza del 25 aprile che celebra la liberazione dalla dittatura fascista, questo mese è pieno di ricordi che non possiamo dimenticare: 4 aprile 1945 viene impiccato dalle SS Dietrich Bonhòffer; 5 aprile 1968 a Menphis viene assassinato Martin Luther King; 25 aprile 1992 muore tragicamente padre Ernesto Balducci; dopo una lunga e dolorosa malattia il 20 aprile 1993 moriva il vescovo Tonino Bello e, il 24 aprile 2010 viene uccisa in Haiti Dadoue. Tante date e tante persone, alcune a noi vicine, che vogliamo ricordare nel prossimo incontro di Rete Venerdì 21 aprile alle ore 21 a casa di Gianna e Elvio a Padova. Vi aspettiamo numerosi e puntuali. Durante la serata dopo un breve aggiornamento sull’ultimo coordinamento, in vista del prossimo seminario interregionale rifletteremo insieme sul significato oggi della solidarietà alla luce dell’eredità che ci hanno lasciato Dadoue e Gianna. Di seguito alcuni spunti di riflessione emersi durante l’ultimo coordinamento, un articolo sulla situazione haitiana e la circolare nazionale a cura della Rete di Verona.

Percorso “Quale Solidarietà?”

“Ridefinire il Noi per meglio continuare a dare voce agli ultimi”

Si tratta di un percorso che toccherà l’identità della Rete, e che occuperà tutto il mandato della segreteria passando dal confronto nei seminari macro-regionali e nazionale fino al Convegno Nazionale del 2018.

In estrema sintesi tale cammino dovrebbe raccogliere:

–          le riflessioni personali dei singoli aderenti alla Rete confrontate

–          nella Rete locale da qui portate

–          nei lavori dei Seminari Macroregionali per convergere nel

–          Seminario Nazionale del 7-8 Ottobre 2017 al Centro Paolo VI di Brescia infine il

–          Convegno Nazionale della Rete 2018 che dovrebbe raccogliere “lo sguardo esterno” di coloro che la Rete l’hanno vissuta (forse subita) da esterni. Ad esempio figli/figlie, sorelle/fratelli, compagni/compagne ed i referenti locali delle nostre operazioni.

Per favorire una discussione tra noi, riportiamo stralci delle riflessioni avute nell’ultimo coordinamento.

–        Confrontiamoci con i nostri referenti e le comunità con cui facciamo solidarietà.

–        La Rete è partita con l’intuizione della necessità di restituzione per tutte le “rapine” perpetrate verso i paesi poveri. Questo ci impone di dare alla solidarietà una maggiore connotazione di tipo politico.

–        Il seminario deve fare un lavoro di approfondimento all’interno oppure ragionare sui temi della solidarietà all’esterno?

–        Dare una risposta alla mancanza di adesioni. Il futuro sono i giovani ed è loro che dobbiamo interrogare per capire dove andare.

–        Il presente ed il futuro si possono capire solo alla luce dell’analisi del passato.

–        La Rete resta artigiana della solidarietà.

–        Non si può usare l’approccio del passato. Dobbiamo metabolizzare il cambiamento

–        Occorre fermarsi e ascoltare noi stessi ed il tempo che abitiamo. Dobbiamo essere in grado di guardare il cielo sopra i tetti. Gli aderenti alla Rete della nostra generazione non vede successori. La nostra responsabilità è chiederci a chi consegniamo il testimone.

–        Fare attenzione che la solidarietà non sostituisca il welfare. In questa prospettiva, l’analisi politica deve essere al primo posto.

–        Riguardo al futuro, sembra che noi lo dobbiamo cogliere il segno dei tempi.

–        Ciò che cambia è il contesto storico. Quello narrato dai “vecchi della Rete” è molto lontano da quello che oggi viviamo. La questione è come poter parlare alle generazioni future, così lontane dalla realtà che ha visto nascere la Rete. Quando si parla di confronto con gli esterni, non è solo con i nostri figli, ma anche con i testimoni. Dobbiamo decidere se abbracciare questo schema di percorso: partire dal passato, analizzare il presente e decidere che eredità dobbiamo lasciare a generazioni povere di stimoli e di umanità.

–        Una delle caratteristiche della Rete è l’etica della cura, prendersi cura del mondo.

–        I valori fondanti sono rimasti invariati. I giovani oggi vivono in un ambiente interculturale. In realtà i giovani sanno adattarsi. Se noi non riusciamo a capire che c’è anche una pancia, lasceremo che a gestire la politica siano i Salvini di turno.

–        Non dobbiamo continuare ad interrogarci guardando il passato. Non dobbiamo avere paura perché le cose ci vengono incontro. Il testimone si può passare in tanti modi. Si semina ma non è detto che si debba anche raccogliere. Non è detto che i figli o i giovani debbano fare le stesse cose che facciamo noi.

AYIBOBO ! La partenza della Minustah da Haiti è imminente !

Marcel Duret – AlterPresse, 21 marzo 2017

«Dopo 13 anni la Minustah se ne va il prossimo ottobre» dichiara un rappresentante dell’Onu. Dovrei essere felice per questa buona e meravigliosa notizia. Dovrei dirmi che finalmente un periodo di vergogna e umiliazione del mio paese è alla fine del tunnel. Il popolo haitiano dovrebbe forse rallegrarsi! Ma un’angoscia profonda, un dolore insopportabile invadono il mio cuore e la mia anima. Perché questa ansietà mi insegue ogni minuto, ogni secondo della mia vita? Innanzi tutto avrei desiderato che fossimo stati noi Haitiani a chiedere questa partenza. Perché il Senato della Repubblica ha scelto di votare urgentemente la risoluzione relativa a Guy Philippe e quella contro la diffamazione invece di prendere una decisione che potrebbe ridarci un po’ della nostra fierezza collettiva di fronte all’ignominia di essere stati occupati così a lungo? Perché l’epidemia di prostituzione provocata dalla presenza della Minustah non è stata considerata urgente dai nostri parlamentari? Quante ragazze sono state iniziate alla vendita del loro corpo e della loro anima per dare da mangiare alla loro famiglia! Quante madri di famiglia hanno vilmente chiuso gli occhi sul lavoro immorale delle loro figlie, o addirittura le hanno incoraggiate? Quante ragazze o ragazzi sono state violentate? Quante persone sono morte di colera? Quante hanno contratto questa malattia e ne hanno sofferto terribilmente? La Minustah, forza militare e poliziesca di occupazione, ha contribuito a una certa stabilità nella vita politica e sociale del paese anche con la creazione e formazione del nostro nuovo corpo di polizia: non avremmo potuto riuscirci da soli? La grande domanda è: cosa facciamo oggi per preparare questa prossima partenza? Cosa pianifichiamo per evitare una ripetizione di questa occupazione del nostro territorio in un prossimo futuro? Quando, come popolo, prenderemo il nostro destino in mano? Quando questo NOI collettivo rinascerà? Leggendo l’enunciato di politica generale del nuovo Primo Ministro, guardando la guerricciola tra i parlamentari su delle quisquiglie, e il mutismo del potere giudiziario, queste considerazioni non sembrano preoccupare i nostri dirigenti. Sarà l’ultimo dei loro pensieri? Quale piano nazionale di salvaguardia della nostra società è stato elaborato dai nostri futuri dirigenti per imbarcare tutto il popolo in una crociata di rilancio della nostra sovranità e dignità dei popolo? Come stimolare la partecipazione di tutte le forze vive della nazione all’elaborazione di questa visione comune? Sì, mi fa male il corpo e il cuore per il senso d’impotenza davanti alla dimensione del disastro che ci siamo inflitti. Quel che è fatto è fatto! Non possiamo tornare indietro. Dobbiamo invece prevedere e costruire il nostro futuro. Non possiamo più affidare la nostra sorte agli stranieri o ad altri paesi. Allora, in tutta coscienza, mi permetto di fare i seguenti suggerimenti al Presidente Jovenel Moise: I) Promuovere al più presto la creazione di un gran Consiglio di stato formato da ex Primi Ministri, un gruppo di personalità di alta moralità della società civile, tecnici di alto livello e alcuni presidenti di commissione delle due camere. Questo Consiglio di stato accompagnerebbe il Presidente durante tutto il suo mandato. Il Primo Ministro e i Ministri sono esecutori di vari programmi concepiti e elaborati dal Presidente e dal Consiglio di stato. Ciò dovrà suscitare la partecipazione di tutti e in particolare dell’ambiente rurale all’elaborazione dei vari programmi. Il Presidente della Repubblica dovrebbe astenersi dal prendere decisioni unilateralmente senza l’approvazione di questo Consiglio. L’errore commesso da quasi tutti i nostri capi di stato è stato di pensare che potevano risolvere da soli tutti i problemi del paese; II) Si deve iniziare una campagna sulla partenza della Minustah il più presto possibile per mettere in rilievo i lati buoni e cattivi di questa occupazione e soprattutto sulla nostra determinazione di evitare che questa occupazione non si rinnovi mai più in futuro. Quest’azione prenderebbe la forma di una campagna nazionale sul civismo; III) Pensare all’utilizzazione delle infrastrutture della Minustah nel quadro di un programma di Servizio Civico Obbligatorio sotto la responsabilità interministeriale dei Ministeri della Difesa, della Gioventù e sport e del Servizio Civico, con la collaborazione del Ministero dell’Educazione e Formazione Professionale. Era ora che la Minustah liberasse il territorio nazionale! Ma è indispensabile che noi Haitiani individualmente e collettivamente prendiamo in mano il nostro destino affinché i nostri figli e nipoti possano godere di un paese prospero dove è bello vivere. Che tutti gli dei della terra ci benedicano e benedicano Haiti! AYIBOBO! La partenza della Minustah avverrà ben presto!

Carissima, carissimo,
oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse.
Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati.
Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli.
Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi.
E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo.
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni.
Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare.
Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando!
Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto.
Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare.
Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni.
Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi.
La speranza della popolazione civile é che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere.
Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perchè cosciente che la vita vince sempre sulla morte.
Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale.
Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza.
Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’é chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani.
Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate.
Ci sarà un motivo per cui piace cosi tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra.
Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo.
E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Marzo/Aprile 2017

Carissima, carissimo, oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse. Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati. Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli. Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi. E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni. Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare. Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando! Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto. Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare. Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni. Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi. La speranza della popolazione civile è che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere. Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perché cosciente che la vita vince sempre sulla morte. Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale. Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza. Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’è chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani. Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate. Ci sarà un motivo per cui piace così tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra. Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo. E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Marzo 2017

“Vi è un solo mezzo al mondo per rendere bella una persona o una cosa: quello di amarla.”

(Robert Musil)

Ciao a tutti/e, iniziamo questa lettera mensile lasciando spazio alla circolare della Segreteria. E’ uno scritto che ci porta dentro alla storia della Rete. Subito dopo troverete un breve riassunto, messo assieme da Marianita, che fa il punto sui lavori di riparazione delle scuole danneggiate dall’uragano. Allegato alla prossima circolare mensile ci sarà anche il resoconto economico 2016. La sensibilità di tante persone, alle volte anche anonime, di associazioni, di gruppi e di piccole attività hanno permesso, con la loro disponibilità, non solo di garantire la continuità del progetto don Milani, ma anche di far fronte al drammatico momento dei disastri causati dall’uragano. Al “normale” impegno dei progetti che da tanti anni seguiamo, ora si è aggiunto anche il sostegno economico alla scuola professionale di Marrouge intitolato a Gianna, con un costo annuo di 2.000 €. Di questo nuovo progetto abbiamo dato notizia nella precedente lettera di Febbraio.

Un grande grazie a tutti.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Marzo 2017

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, comincio con due notizie negative da due luoghi del mondo che ci stanno molto a cuore. La prima dalla Palestina, da Gerusalemme, dove Israele intende eliminare la cosiddetta scuola delle Gomme, sostenuta dalla solidarietà italiana e internazionale. La scuola delle Gomme si chiama così perché non ha fondamenta di edilizia, ma posa su vecchie gomme di automobili e camions, con un Progetto tecnico studiato da una associazione italiana. Lì ci vanno i figli dei beduini della zona, in territorio cisgiordano, fra Gerusalemme Est e Gerico, che è vicina al Mar Morto, ma i coloni ebrei che hanno i loro insediamenti sopra il luogo della scuola, vogliono portare il muro di separazione fino a lì, quindi vogliono demolire la scuola e spianare tutto con i bulldozers, e i bambini andranno a scuola in un altra struttura, dove dicono gli israeliani. L’altra brutta notizia viene dal Guatemala, dove una ventina di ragazze (14-17 anni) sono rimaste uccise da un rogo nella casa d’accoglienza dove erano ospitate. Era una casa particolare, gestita dallo Stato, per ospitare minori e ragazze in difficoltà, bambini ragazzi di strada vittime di violenze familiari; le ragazze che avevano recentemente protestato per le violenze che subivano nella casa, di tutti i tipi, quindi l’incendio era probabilmente doloso. Sono fatti che capitano nei paesi poveri, a chi non ha mezzi né diritti, a chi non gode di minima protezione, dove la criminalità è forte e spesso collusa con potere, in Guatemala, in Messico, in Salvador, come in tanti altri paesi dell’America Latina, si verificano ancora molti episodi di sfruttamento di vario tipo. Questi luoghi sono molto vicini al nostro gruppo di solidarietà, la Palestina è il luogo dove Paul Gauthier iniziò il suo cammino di vicinanza e di lotta all’ingiustizia, ingiustizia costituita dall’azione di Israele, che continua anche oggi la sua azione di annientamento dei palestinesi, della Cisgiordania e di Gaza. E il Guatemala lo seguiamo da 20 anni e più, e stiamo per riprendere un Progetto. Sono episodi che ci ricordano come sia importante dare aiuto e sostegno a chi non ne ha. E questo è uno dei nostri impegni, accanto alla colletta, conoscere e far conoscere cosa succede nel mondo, dove abbiamo stretto amicizie, e cerchiamo di aiutare concretamente, per sostenere le iniziative locali. Per saperne di più ci sono un paio di appuntamenti prossimi, mirati alla Palestina e all’Africa, e poi avremo presto anche un testimone del Guatemala, ma di questo parleremo in seguito, perché Nicolasa, una delle collaboratrici di padre Clemente, verrà in Italia e a Verona in maggio. Di Palestina parlerà il prof. Washim Dahmash il prossimo 17 marzo, venerdì prossimo, al Monastero di Sezano alle 20.45. Dahmash l’abbiamo già ascoltato più volte, é docente universitario all’Università italiana “La Sapienza” di Roma, parla un italiano perfetto e sa chiarire tutto quello che è successo in Palestina dopo il 1947, dopo la nascita dello stato di Israele. Parlerà della vicenda palestinese, di linguaggi e racconti; è l’occasione di riascoltare la narrazione della storia e di sentire quali sono le prospettive dei palestinesi più impegnati e illuminati, e di chiarire quindi a noi qual è la situazione e quali sono le prospettive di sviluppo, geografico storico e politico, di quelle regioni così particolari e martoriate. In aprile ci sarà poi un altro importante appuntamento per conoscere di più e meglio l’Africa: Lunedì 7 aprile in una delle sale del Tempio Votivo ci verranno a parlare di Congo e di Mwamwayi, nella regione di Kabinda, gli amici della Rete di Castelfranco, Fabio e Marta Corletto. Li abbiamo già sentiti qualche anno fa, hanno fatto partire da Castelfranco una grande azione di solidarietà in Congo, costruendo un centro salute e una scuola, ma soprattutto sostenendo con grande attenzione e con aiuto concreto ciò che stanno cercando di fare gli africani di là. Noi di Verona, che stiamo gemellandoci con il Ghana, con le ragazze di Ajumako che potranno continuare la scuola superando grandi difficoltà, abbiamo l’impegno di sapere meglio cosa succede in questo continente enorme, che diventerà sempre più importante nel panorama mondiale, dove ha agito San Daniele Comboni, da dove provengono tanti migranti che ci sollecitano variamente. E il Congo è un delle regioni più particolari di tutta l’Africa. Allora vi propongo nei prossimi giorni due date e due appuntamenti: il 17 marzo alle 20.45 a Sezano, il prof. Damash a parlarci di Palestina, e il 7 aprile alle 21 al Tempio Votivo, Fabio e Marta Corletto a parlarci di Congo, Kabinda e Mwamwayi. E poi fra un mese aspettiamo l’ospite del Guatemala. Un caro saluto a tutti, a presto.

Dino e Silvana

Radiè Resch di Macerata – Marzo 2017

Cari amici, se oggi dovessi descrivere la nostra società ai miei nonni o bisnonni, una cosa, credo, non riuscirei a spiegare: spendiamo molto più denaro e fatica in diete e cure, rispetto a quanto ne usiamo per procurarci da mangiare. Forse il più grande successo (ma solo in Occidente) dell’ultimo secolo è l’aver debellato la fame, ma negli ultimi decenni siamo andati incontro ad un problema antitetico, siamo all’overdose di cibo. Proprio la nutrizione costituisce una delle contraddizioni più aberranti della nostra epoca, a fronte di 842 milioni di persone che soffrono la fame, ci sono circa 1 miliardo e mezzo di obesi. Dati come questo hanno spinto Riccardo Valentini (premio Nobel per la Pace 2007 con l’IPCC) a riflettere sulla necessità di modificare l’attuale sistema di produzione e di consumazione del cibo. La ricetta di Valentini non si basa su un’ideologia ambientalista o terzomondista, ma su una constatazione di natura economica: l’attuale sistema è inefficiente e non sostenibile nel lungo periodo, tanto da poter divenire causa di una crisi alimentare profonda quando, nel 2050 secondo le previsioni, la popolazione mondiale dagli attuali 7 miliardi, salirà a 9 miliardi. È necessario, dunque, agire per risolvere i tre paradossi del sistema della produzione alimentare attuale: 1. un terzo della produzione mondiale viene buttata (quantità quadrupla rispetto a quella che servirebbe a relegare la “fame nel mondo” nei libri di storia) 2. una grande percentuale di territorio viene usato per produrre biocarburanti o foraggio per bestiame 3. la già ricordata compresenza di obesi e persone che soffrono la fame. Sulla base di queste considerazioni è nata la bozza del Protocollo di Milano (di cui Valentini è stato relatore all’Expo), ovvero una traccia da condividere con i cittadini, per vincolare i governi ad adottare alcune azioni concrete, che costituiscano un circolo virtuoso tra produzione, tutela dell’ambiente, nutrizione, salute ed educazione, ma anche democrazia.” È necessario, ricorda sempre il ricercatore, ribaltare la tradizionale stesura di protocolli, discussi negli uffici dell’Onu o dalle diplomazie degli stati ed aprire la discussione a tutti”. Le statistiche dicono che l’Italia è il paese “meno obeso” d’Europa, ma se limitiamo l’analisi ai più piccoli, balziamo addirittura al primo posto. Possediamo una cultura del mangiare tra le più ricche e importanti del mondo, ma stiamo perdendo la capacità di trasmetterla alle generazioni più giovani, con effetti devastanti sulla salute e l’ambiente. È quindi necessario applicarsi per recuperare questa situazione, non solo facendo dell’Italia una capofila nelle iniziative di respiro internazionale, ma anche promuovendo all’interno del Paese la filosofia della filiera corta, dell’agricoltura biologica, della qualità del prodotto a partire dal processo di produzione e dall’educazione alimentare. L’applicazione dei semplici concetti contenuti nel Protocollo di Milano, non solo aiuta a preservare il territorio in cui viviamo, ma può rappresentare un contributo indispensabile per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed alleviare le difficoltà economiche delle famiglie italiane. Come è accaduto che l’agricoltura che ci nutre si è trasformata in un’industria che è la più inquinante del pianeta? La gestione dell’economia e della qualità del cibo è diventata una sfida globale tra le più complesse da affrontare e richiede la formazione di figure manageriali che riguardano diversi aspetti da quelli giuridici a quelli finanziari. Non mancano pregevoli iniziative sul tema come l’app inaugurata dalle università di Torino e di Scienze gastronomiche di Pollenzo, che si propone di offrire a studenti, provenienti da realtà e paesi diversi, gli strumenti per rispondere in modo concreto agli interrogativi di un settore che genera conflitti profondi. Il cibo è drammaticamente vittima della finanza tanto che i colossi finanziari investono in catene di distribuzione anche di quelle che fanno della sostenibilità e della resilienza la propria bandiera. Pertanto i consumatori, ignari, continuano a comprare prodotti che fanno male attirati da marchi illusori pagando i prodotti stessi a prezzi alti. Una cosa che non tutti sanno è che l’80% del cibo consumato in tutto il mondo viene prodotto dall’agricoltura familiare di piccoli produttori; il fatto viene nascosto accuratamente per far sembrare che sono le multinazionali a cibare il mondo. E’ importante che i sistemi legislativi si adattino ai movimenti dei lavoratori del cibo che nascono dal basso; i gruppi locali che si organizzano incontrano spesso intoppi legislativi che li bloccano; bisogna riuscire a creare spazi in cui le persone e i privati possano sperimentare nuove soluzioni per realizzare produzioni più sostenibili.

 Radiè Resch di Verona – Febbraio 2017

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, la scelta di aderire e partecipare alle scelte di un’associazione che vuole essere solidale con chi ha bisogno e mettere a disposizione una parte delle proprie risorse individuali o di famiglia, richiede riflessione, ricerca, discussione, informarsi e concretizzare certe azioni in progetti veri e propri. La discussione avviene in incontri particolari, fra di noi e con testimoni, e in lettere che mantengono la coesione nel gruppo. E questo vuol essere questa lettera mensile, inaugurata da Ettore Masina più di 50 anni fa, che continua ancora abbastanza regolarmente, con una parte di rilevanza nazionale e una seconda parte più locale, di amici che si sono uniti in territori più limitati. Abbiamo ricordato il mese scorso un sacerdote particolare di origini francesi, Paul Gauthier, che volle recarsi in luoghi dove la povertà e l’oppressione avevano creato una situazione di forte ingiustizia. E Paul diceva a Ettore che non c’è bisogno che andassero tutti a Nazaret, o poi in Brasile: per cambiare le cose in posti così lontani bastava un impegno a casa nostra, perché per cambiare lo cose là, bisognava cambiare alcune situazioni qua, la politica internazionale si può attuare anche a casa nostra. E questo ci ha ricordato Matteo Mennini, uno storico studioso di Paul Gauthier, che ci ha presentato a Roma, nell’ultimo Coordinamento, il suo ultimo libro sulla vita di Paul Gauthier, che nel Concilio, nei primi anni 60, diede vita ad un forte movimento chiamato “la Chiesa dei poveri” (che è anche il titolo del nuovo libro di Mennini), il quale testimoniò con le sue scelte l’impegno e lo sforzo personale per costruire un nuovo mondo più giusto, fondando un gruppo, i “compagnons batisseurs”, che poi proseguirono l’impegno spostandosi dalla Palestina al Brasile, dopo la violenta e disastrosa guerra dei 6 giorni, nel 1967, disastrosa per i palestinesi. Lo slogan di Paul Gauthier, ripreso da Masina con le nostre operazioni di soliedarità e con la colletta mensile, e cioé il cambiare qui per cambiare là, potrebbe essere utilizzato anche ora per i cosiddetti migranti: come modificare economie e politiche nei paesi poveri, creando ricchezze e opportunità in quei paesi, in modo che la lorounica speranza di vita non sia la fuga, la migrazione ? Sì, dalla guerra si può solo fuggire, dalle grandi calamità naturali, ma dove guerra non c’è né calamità particolari, come si può creare una nuova speranza ? Non si può pensare ad un esodo collettivo, che tutti gli africani pensino di spostarsi tutti in Europa, occorrono scelte adeguate, scelte politiche, africane, europee, mondiali. L’accordo dell’Italia e dell’Europa con la Libia, per evitare la partenza di migliaia di migranti, dovrebbe andare in questa direzione, senza dare contributi solo ai potenti di quei paesi, ma creando occasioni di lavoro e di distribuzione più equa delle ricchezze. Ma anche il nostro tentativo di creare nuove opportunità di vita in alcune regioni del mondo può opporsi ad una fuga generalizzata, con i nostri Progetti, in Congo, in Palestina, in Argentina, ed ora anche in Guatemala. Abbiamo proposto, ed il Coordinamento ha approvato, il Progetto di padre Clemente nella sua nuova parrocchia, a San Antonio Ilotenango, nel Quiché, un paesino fra la capitale della regione Santa Cruz del Quiché e il lago Atitlan, perché i ragazzi di quella zona sperduta possano andare a scuola, imparando la storia dei Maya e non solo la storia dei conquistadores, come prevedono i programmi delle scuole pubbliche locali, ed anche acquisendo competenze professionali con laboratori di falegnameria, di panetteria e di cucito. Padre Clemente è venuto più volte a trovarci, anche noi siamo andati a casa sua, in quel magnifico paese dell’istmo centramericano, pieno di vulcani, di colori, di aree archeologiche maya; sappiamo come lavora e come sostiene l’educazione dei giovani maya, opponendosi concretamente alla fuga verso gli Stati Uniti, ora avversata dal nuovo presidente Trump (i migranti dai paesi centroamericani sono considerati tutti messicani); fuga quasi sempre tragica per chi si imbarca in viaggi disastrosi, per i criminali (i narcos, le maras) che perseguitano nel viaggio tutti i fuggitivi, catturano i poveri chapinos (così si chiamano gli indigeni, i maya), li fanno contattare le famiglie rimaste a casa, che si indebitano enormemente per poter riavere i loro figli o congiunti. I progetti di educazione sono l’unica arma efficace contro la volontà di fuga e contro questa vera persecuzione. In aprile verrà a trovarci una delle collaboratrici del padre Clemente, Nicolasa Mendoza, che abbiamo già conosciuto, e ci parlerà delle varie iniziative che abbiamo sostenuto e sosteniamo (aveva lavorato col padre anche nei precedenti progetti sostenuti dalla rete). Sarà la prossima occasione di conoscere meglio il Guatemala e le sue prospettive. Il mese scorso (il 20 gennaio) ci siamo incontrati nella Biblioteca delle suore comboniane, a Combonifem, a riflettere sulle modalità di una nuova pace in questo momento storico. Abbiamo ascoltato 3 relazioni molto interessanti, 2 relatori erano veronesi, Mao Valpiana, del Movimento nonviolento, e Sergio Paronetto, di Pax Christi, che hanno descritto la ricerca della pace e l’opposizione alla guerra coma azione nonviolenta di ispirazione gandhiana, e come azione di misericordia, secondo le indicazioni della chiesa e di papa Francesco. Il terzo relatore era l’avvocato Marco Lacchin, della Rete di Varese, che ha ricordato l’importanza del disarmo e dell’opposizione al commercio delle armi, che muove capitali distruttivi enormi molti dei quali italiani. E’ possibile vedere la registrazione dei 3 interventi su Internet, sul sito di You Tube, scrivendo il titolo “Quale pace oggi ? Nonviolenza, disarmo, misericordia”. Ci saranno altri incontri e testimonianze del genere nei mesi prossimi. Il 10 marzo ci verranno a trovare gli amici della Rete di Castelfranco, che seguono da anni un progetto di salute in Congo, e ci parleranno di cosa si sta muovendo in quel luogo così lontano, nel cuore dell’Africa nera, portando foto e racconti di contatti ed esperienze, davvero interessanti e nuove. Non abbiamo ancora scelto il luogo dell’incontro, ne daremo adeguata comunicazione. In Africa come sapete stiamo cercando di agire anche noi di Verona, con un Progetto in Ghana, con cui far studiare le ragazze, che a 14 anni invece si vuole che facciano figli subito senza alcuna possibilità di crescita e sviluppo, in tutti i sensi. Il Progetto lo sta curando l’amico medico dott. Gianfranco Rigoli, che ora sta preparando un viaggio in Ghana per il prossimo maggio; già la settimana prossima il gruppo dei primi viaggiatori s’incontra per concordare le modalità del viaggio, la sera di venerdì 10, casa Rigoli, in via Nicola Mazza 75, tel. 3282681709. I possibili interessati si facciano vivi, non si lascino vincere dalla pigrizia e dalla poltroneria: si va in Ghana, no poltròn. Ci saranno anche altri incontri prossimi, di cui daremo adeguata e puntuale comunicazione. Sperando di incontrarvi e di rinnovare così l’amicizia e il confronto. Un caro saluto a tutti, a presto. Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Febbraio 2017 

“Non è vero che abbiamo poco tempo, è che molto ne sprechiamo”.

Seneca

Carissime amiche, carissimi amici, siamo già al 2° mese del 2017. Il tempo scorre sempre più veloce e così ci troviamo ancora una volta a scrivere e ad inviare una lettera di notizie e di impegni.

Iniziamo ricordando le notizie da Haiti che ci parlano di volontà e impegni concreti, da parte dei nostri amici haitiani, per superare il disastro dell’uragano, in particolare nelle scuole e di tante altre positive notizie. Come sempre c’è anche la circolare nazionale che approfondisce alcuni “pensieri” sui migranti. Nell’ultimo Coordinamento di Roma c’è stata la presenza di Matteo Mennini, professore universitario, che ha presentato il suo libro “La chiesa dei poveri”, dove viene raccontata la nascita e la storia della Rete attraverso l’incontro di Masina con Paul Gauthier. Si è anche iniziato a parlare dei prossimi seminari locali di maggio, con discussioni e proposte che continueranno nel prossimo coordinamento di fine marzo a Trento.

Salve Tita, come ti avevo fatto notare, il mio tablet era rotto e il piccolo portatile che utilizzavo non mi dava la possibilità di aprire la mia posta, ma ora tutto funziona, il problema è risolto. Noi diciamo ancora grazie alla Rete che s’impegna nuovamente ad accompagnarci per questo nuovo anno 2017, che speriamo ci porti speranza e raccolto per i nostri contadini. Vi ringraziamo per il vostro supporto per costruire uno spazio di riunione per la FDDPA a Dofiné, costruzione che permetterà alla FDDPA di poter organizzare meglio i raduni e la formazione dei suoi membri. Per la memoria di Gianna, è con piacere che accogliamo di dedicare a Gianna la scuola di Marrouge, ne abbiamo discusso lassù con i membri del nord-ovest che hanno accettato con gioia e amore. Noi avevamo giù pensato di dedicare a Gianna questa scuola, ma esitavamo non sapendo se questa scuola fosse appropriata alla realtà della vita di Gianna, ma quando tu ci hai fatto sapere che Gianna era sarta, questo ci ha riscaldato il cuore per la felicità di apprendere questa notizia. Ma tuttavia ci piacerebbe anche dare il nome di Gianna a tutta la sezione di scuola per l’infanzia in tutte le nostre scuole, sappiamo infatti che Gianna aveva un grande amore per i bambini (“Gianna- Bambini = Timoun Gianna yo”). Le nostre scuole ricominciano a funzionare molto bene dopo le vacanze di Natale, e noi abbiamo terminato i lavori di riparazione della scuola del Nord-ovest, ed ora anche a Katienne. La cooperativa delle donne tiene duro malgrado le difficoltà verificatesi in seguito al passaggio dell’uragano Mathieu che ha complicato la loro situazione, Martine ti scriverà per darti più dettagli sulla cooperativa delle donne. La sezione della salute funziona molto bene e i giovani medici passano due giorni con noi, martedì a Fondol e mercoledì a Malingue, e Martine s’incarica di fare gli esami nel suo piccolo laboratorio a casa. Per la coltivazione di Moringa, tutte le necessarie attuazioni sono già state effettuate e a questo fine c’è un comitato che se ne fa carico, le sementi sono pronte e attendiamo che ricominci a piovere per metterle a terra. La banca delle sementi a Fondol e Katienne si prepara per la nuova stagione, l’anno scorso ha nutrito una bella speranza per la restituzione dei prestiti, ma l’uragano Mathieu ha reso i beneficiari ancora vulnerabili, ma speriamo che quest’anno non avremo ancora un uragano devastante. Il miele continua a colare, ma ora siamo nella stagione secca, la produzione diminuisce un po’, ma speriamo che quest’anno aumenti nelle altre zone della FDDPA, formando delle persone a questo fine. I borsisti vanno bene, quest’anno abbiamo il privilegio di vedere Minerva terminare gli studi in infermeria e cominciare a fare servizio in FDDPA, e anche la ragazza del Nord-ovest che studiava infermeria ha concluso i suoi studi, abbiamo dunque il privilegio di integrare altre due giovani nel programma. Grazie per tutto ciò. In questo mese abbiamo avuto una giornata di valutazione con i giovani e la Brigade Dessalines, per pianificare anche la formazione per il nuovo anno ed è stata una bella giornata di lavoro. La radio comunitaria di Balanse fornisce un gran supporto nel lavoro organizzativo, questa radio ha permesso ai membri dell’organizzazione e ai giovani di restare in contatto, e grazie ad essa è stato possibile nel comune di Verrettes eleggere un deputato proveniente dal nostro settore, egli sarà uno dei rari deputati della Sinistra al parlamento. Anche i giovani della FDDPA hanno una trasmissione, ma il problema dell’energia elettrica impedisce alla stazione radio di prendere il volo. Penso di aver detto tutto, vi scriverò prossimamente per farvi un resoconto della situazione politica del paese. N.B : Per il denaro potete inviarlo quando siete pronti e penso sia bene poter evitare troppe spese per il transfert, e anche per noi con la banca. Grazie ancora. Saluti a tutti, Ciao, ciao. Jean e Martine che vi vogliono bene