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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Settembre 2015

Carissimi amiche e amici, oggi ricorre l’anniversario dell’armistizio del 1943, equivoca conclusione per l’Italia di una guerra ingloriosa, una guerra fascista e disastrosa. Ma che segnò anche l’inizio della Resistenza (con i combattimenti a Porta S. Paolo a Roma), l’avvenimento destinato a rigenerare il nostro Paese in modo insperato, frutto dell’eroico impegno di migliaia di cittadini di ogni estrazione sociale, sparsi in tutte le regioni, guidati molto spesso da uomini e donne che miracolosamente si erano mantenuti immuni dal contagio del regime, coltivando con cura i princìpi della democrazia liberale e della lezione gramsciana. Lo straordinario esito finale fu – come ben sappiamo – l’approvazione di una Costituzione repubblicana da molti Stati invidiataci, poi a più riprese insidiata dai nemici della democrazia e ancor oggi attaccata da molti politicanti che ammorbano la nostra vita quotidiana tentando di riportare in auge vecchie forme di politica reazionaria. Se non si difende quanto di meglio si riuscì a conquistare allora con sacrificio e non si mantengono saldi i princìpi che regolano il nostro vivere civile e le istituzioni a esso preposte non si potrà fronteggiare neppure il problema che oggi assilla il vecchio continente: quello dei migranti, siano essi rifugiati o semplici fuggitivi dalla miseria più nera (aboliamo definitivamente l’infame termine di “clandestini”). Uno dopo l’altro tutti gli Stati europei vengono coinvolti e disputano sul da farsi, a volte senza vergogna per le posizioni assunte, con qualche recente resipiscenza (Germania, Austria). Infatti quell’Unione Europea sognata a Ventotene da Spinelli, Colorni e Rossi non è in realtà mai nata e prima o poi le conseguenze si sarebbero presentate in forma drammatica. Le migrazioni dei popoli fanno parte della storia. Ora assistiamo a quella dei disperati dell’Africa e dell’Asia che fuggono da guerre civili crudelissime, da carestie senza speranza, dalle barbarie indicibili dei fondamentalismi religiosi. L’Occidente ha molte responsabilità in tutto questo, antiche e recenti, e non può esimersi dall’affrontare con spirito di giustizia e molta misericordia la sorte dei fuggitivi, già provati da esperienze dolorose inclusa la perdita in viaggi avventurosi di molti dei loro cari, di frequente in tenera età. Assurdamente molti continuano a definire “emergenza” il fenomeno, come se potesse essere superato in breve e tornare alla tranquillità (perfino il Pentagono ha parlato di una durata di vent’anni). Cecilia Strada ha scritto su Emergency di giugno: “Ci chiediamo come si possa sempre chiamare “emergenza” un fenomeno che è costante, strutturale, un fenomeno che – a ben guardare – esiste da che esiste il mondo, perché la storia dell’uomo è la storia delle sue migrazioni. Ci chiediamo come si possa parlare di “invasione” per i numeri delle persone che raggiungono l’Europa, quando sappiamo che la maggior parte dei rifugiati nel mondo (…) sta nei Paesi circostanti a quelli da cui scappano, non certo in Europa”. E più avanti: “Ci chiediamo se chi soffia sul fuoco della paura, della disinformazione e del razzismo abbia mai guardato in faccia chi sbarca”. Parole da condividere. E sappiamo quel che fa Emergency in tanti luoghi diversi, tra cui il nostro sud. Due giorni fa il papa ha invitato con decisione vescovadi, parrocchie e istituti religiosi ad accogliere i rifugiati, richiamandosi all’accoglienza evangelica. Lo si ascolti. Al nostro prossimo coordinamento nazionale (Quarrata, 19-20 settembre) si discuterà ampiamente del tema su cui la Rete ha fermato la sua attenzione negli ultimi tempi, un problema condizionante – senza timore di esagerare – le politiche mondiali e che non potevamo eludere: quello della “finanza criminale”. Dopo che se ne è trattato nella apposita “commissione finanza” e nei seguenti seminari interregionali, è giunto il momento di tirare le somme con la presentazione di un questionario per la partecipazione della Rete alla sessione del TPP (Tribunale Permanente dei Popoli) sulla finanza criminale, nonché di un documento sulle proposte dei seminari a cura della commissione finanza. Il dibattito si prevede ricco e si spera fruttuoso. Nell’o.d.g. ci sono altri punti ragguardevoli (sede, data e tema del prossimo Convegno nazionale e relativo gruppo preparatorio; i coordinamenti prossimi; gli estensori delle circolari nazionali fino al giugno del ’16). Ma l’attenzione cadrà inevitabilmente sul tema principale. Si deve riconoscenza a coloro che con passione, fossero esperti di economia o non esperti dedicatisi alla disciplina per l’occasione con tanta buona volontà, vi si sono prodigati generosamente. “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale” (dal paragrafo 189 dell’enciclica “Laudato si’“ di papa Francesco). Quale miglior viatico, questa autorevole citazione, al prossimo dibattito di Quarrata? Intanto le reti locali continuano a curare i loro progetti (e ce ne informano) relativi a Brasile, Palestina, Haiti, Guatemala, popolo Mapuche ecc. e altri ne propongono. La nostra Rete è viva e vitale. Senza esaltarcene (la solidarietà non lo consente), ne siamo felici. Un abbraccio affettuoso, come sempre col pensiero rivolto a Ettore e Clotilde, cui dobbiamo moltissimo.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Agosto/Settembre 2015

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”

Ernesto “Che” Guevara

Carissime /i, le comunicazioni con Haiti non si sono interrotte nemmeno durante il periodo delle “ferie”. Le lettere che seguono ci raccontano l’impegno e il continuo lavoro dei ns amici. Non tutte le notizie, purtroppo, sono positive. La siccità sta portando difficoltà nei raccolti e le elezioni politiche stanno dimostrando la non volontà di risolvere i problemi del Paese. Notizie dalla Rete – La Rete di Isola Vicentina ha organizzato la mostra dei manifesti che raccontano la nostra storia. Al termine della circola trovate l’invito e il programma del prossimo coordinamento nazionale.

LETTERE DA HAITI

“… Da noi tutti stanno bene, i bambini sono in piena forma, ora sono in vacanza e giocano tutto il tempo. Jean Martin è promosso in seconda elementare e la piccola Anne andrà a scuola il prossimo settembre, lei cresce molto bene per la sua età. Per quanto riguarda le donne della FDDPH, le loro attività funzionano normalmente, abbiamo incontri regolari ed io continuo con i corsi di Laboratorio medico. E Jean sta molto bene. Volevo proprio parlarti un po’ per avere vostre notizie e per dirti che siete nei nostri cuori. Anche quest’anno si dovrebbe tenere il campo estivo per i bambini contadini a Fondol ma non sappiamo ancora, perché purtroppo abbiamo pochi mezzi per continuare con la pratica di diverse professioni come avevamo cominciato lo scorso luglio (sartoria, falegnameria, preparazione di mobili, artigianato, cucina, varie formazioni). Vi vogliamo molto bene. Ciao! Martine che ti abbraccia.”

“…. abbiamo ricevuto tutto, il libro e il CD. Noi pensiamo che questo libro costituirà un riferimento, una memoria per tutte quelle e tutti quelli che hanno conosciuto e non hanno conosciuto Dadoue… Ancora una volta, grazie per tutto questo gran lavoro che hai realizzato a vantaggio di quanti lottano per un domani migliore nel nostro paese. La temperatura ogni giorno qui aumenta molto (38-40 gradi) e siamo costretti a bere molto spesso. Non abbiamo ancora avuto piogge contrariamente agli anni precedenti, infatti questa dovrebbe essere la stagione delle piogge. Ciò causerà senza dubbio molte difficoltà ai contadini per la fine dell’anno.La nostra famiglia sta bene, e anche noi contiamo di andare sulla montagna di Fondol all’inizio del mese di agosto per passare lì qualche giorno. Siamo in periodo di elezioni, e la violenza cresce di giorno in giorno all’avvicinarsi della data fissata per le elezioni, a causa di rivalità tra diversi raggruppamenti partitici che vogliono con ogni mezzo difendere i loro interessi personali, senza preoccuparsi veramente dei problemi collettivi. Noi siamo ancora molto reticenti a credere che ci sia qualcuno in questa folla di candidati (56 per la presidenza), capace di cambiare davvero la vita delle masse. Siamo anche molto preoccupati per la deportazione di massa degli Haitiani che vivono in Repubblica Dominicana; la cosa peggiore è che tra queste persone, ce ne sono tante che arrivano senza conoscere niente di Haiti, né la cultura, né la lingua creola e senza avere nemmeno una famiglia a cui fare riferimento per vivere. Ci mandano, insieme a questi Haitiani, dei Dominicani di origine haitiana, che arrivano ad Haiti come apolidi, essi non sono ben accolti da una parte della popolazione che non li considera Haitiani, ma Dominicani, dato che non sanno il creolo; la situazione è molto complicata per questa categoria che è respinta da entrambe le società (dominicana e haitiana), a volte, essi si trovano in strada a Port-au Prince e in altre città sulla frontiera senza sapere a quale Dio chiedere aiuto. Dunque, la relazione tra i due paesi si deteriora, cresce da sempre un atteggiamento antihaitiano in Dominicana ed ora c’è anche un atteggiamento antidomenicano da noi. Ma noi sappiamo che è un falso problema, questo è quel che vuole un piccolo gruppo di integristi razzisti delle due società, noi infatti abbiamo delle associazioni dei due paesi che riflettono profondamente sulla situazione. Antonio Ciguamo mantiene sempre i contatti con noi, sono molto attivi a livello di ‘’Solidaridad fronteriza‘’, ci sentiamo molto spesso con loro. Questa situazione complica ancor più la situazione economica delle masse e dei contadini, infatti c’è anche un’inflazione e mentre prima ci volevano 40 gourdes per 1 $, ora ce ne vogliono 52; questo ha causato l’aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (fagioli, mais, riso, olio, farina etc.) sul mercato locale.In effetti Tita, ci sono talmente tante cose da dire che non finirei mai di scrivere oggi, e non ho ancora risposto alle domande della tua ultima lettera: sarà per la prossima volta, ti chiedo di avere un po’ di pazienza, io ora mi sto immergendo in una lettura sensazionale dopo l’arrivo di questo libro biografico, infatti ci sono molte cose che io personalmente non sapevo sulla relazione così profonda tra Dadoue, FDDPA e voi. Grazie ancora, per aver pensato di mettere per iscritto questa bella pagina d’amore, che ci conduce in un mondo difficile da comprendere, ma ben reale; avete dovuto effettuare parecchi viaggi in questo paese per poter arrivare ad una tale comprensione del contesto haitiano. Grazie, Jean et Martine che vi abbracciano con infinito amore. Ciao”

RASSEGNA STAMPA HAITI

Sulle elezioni del 9 agosto 2015 ad Haiti (MISNA)

Le elezioni legislative parziali celebrate ad Haiti domenica scorsa, dopo anni di rinvii, non sono state democratiche: è quanto denuncia la Rete nazionale dei difesa dei diritti umani (Rndhh), riferendosi a un voto svolto fra disordini e violenze con almeno due vittime. Irregolarità, incidenti, casi di frode: per Pierre Espérance, direttore esecutivo della Rete, lo scrutinio del 9 agosto ha costituito l’ennesima “violazione della democrazia” nel povero paese caraibico, che ancora paga le conseguenze del devastante terremoto del 12 gennaio 2010. I 5,8 milioni di aventi diritto erano chiamati a scegliere i deputati e due terzi del Senato fra 1800 candidati, in lizza per 139 incarichi. Ma, ha denunciato Espérance “con la complicità della polizia e della giustizia haitiana, alcuni individui sono entrati nei seggi impugnando armi automatiche per impedire ai cittadini di votare”. Alla chiusura dei centri di votazione, domenica sera, il presidente del Consiglio elettorale provvisorio (Cep), aveva dichiarato che solo il 4% dei seggi era stato colpito da atti di violenza, dichiarandosi soddisfatto della giornata elettorale. Col passare delle ore si è appreso anche attraverso i media internazionali di diversi episodi di violenza fra sostenitori di diverse fazioni in campo. Secondo fonti della società civile, inoltre, la precarietà delle strutture disponibili nei centri di votazione ha impedito la segretezza del voto. Una denuncia che ha ricevuto conferme anche in dichiarazioni rilasciate all’Afp dalla responsabile della missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea, Elena Valenciano. “Se anche un solo haitiano non avesse potuto esercitare il suo diritto di voto sarebbe una preoccupazione per noi”. La missione dell’Ue resterà ad Haiti fino alla fine del lungo processo elettorale inaugurato dalle legislative (primi risultati attesi il 19 agosto) e che prevede, entro la fine dell’anno, anche le amministrative e le presidenziali.

Risultati delle elezioni agosto 2015 (Alterpresse)

Appena tre deputati sono risultati eletti su un totale di 119 al primo turno delle attese e caotiche legislative del 9 agosto scorso ad Haiti, secondo i risultati forniti dal Consiglio elettorale provvisorio (Cep); un voto, il primo organizzato dal 2011, segnato da un’altissima astensione, l’82%, ancor più alta nel dipartimento dell’Ovest, il più popolato, che ingloba Port-au-Prince.Il voto dovrà essere nuovamente celebrato in 25 delle 119 circoscrizioni elettorali del paese a causa delle violenze che hanno costretto molti centri di voto a chiudere con largo anticipo; da questi distretti hanno raggiunto il centro di computo dei risultati, ospitato nella capitale, appena il 70% delle schede previste. Nessuno dei 20 seggi da senatore in gioco è stato conquistato alla fine del primo turno. Il secondo turno è previsto per il 25 ottobre, in concomitanza con le elezioni municipali e locali e il primo turno delle presidenziali.Il giorno del voto due persone sono state uccise, due sostenitori, rispettivamente del partito di opposizione Fusion e dello schieramento presidenziale Phtk (Parti haïtien tet kale). Inoltre, 14 candidati sono stati esclusi perché accusati di coinvolgimento in sparatorie, saccheggio delle urne, aggressioni contro il personale addetto ai centri di votazione.La missione degli osservatori dell’Unione Europea ha criticato la precarietà dell’organizzazione, mentre diverse organizzazioni della società civile hanno definito il voto “non democratico”.

L’appuntamento mancato delle legislative del 9 agosto ad Haiti

Gotson Pierre, P-au-P., 12 agosto 2015 [AlterPresse]

Le elezioni legislative del 9 agosto scorso ad Haiti, svoltesi in un clima caotico e disertate da gran parte degli elettori ed elettrici, sono state tuttavia cruciali per il futuro democratico del paese. Mentre sembra annunciarsi una crisi post-elettorale, varie sfide emergono da questo scrutinio, alcune riguardanti il quadro istituzionale dello Stato ed altre le prospettive di sviluppo socio-economico. Queste elezioni, attese da 4 anni, devono permettere di rinnovare la camera bassa, passando da 99 a 119 deputati, e di completare il senato amputato di due terzi dei suoi membri, ossia 20 senatori. Un vuoto parlamentare esiste da gennaio, quando il mandato dei deputati e quello di due terzi dei senatori ha avuto termine. L’esistenza del parlamento in sé è quindi una sfida, nel momento in cui il paese non riesce a godere di una vera stabilità politica. Si tratta dunque di riabilitare il parlamento come potere che dovrà contribuire a stabilire l’equilibrio di fronte a un esecutivo troppo dominante e, sembra, onnipotente. “Ogni potere è indipendente dagli altri due nelle sue attribuzioni che esercita separatamente”, proclama la costituzione haitiana. Nonostante la resistenza di alcuni senatori e deputati, durante l’ultima legislatura (la 49°), il potere legislativo è stato seriamente intaccato. Questa situazione è stata favorita dal clientelismo, che ha caratterizzato il comportamento di numerosi parlamentari, alla ricerca di vantaggi personali presso membri dell’esecutivo e responsabili di organismi decentrati dello stato. Il parlamento ha visto erodersi il suo potere di controllo dell’esecutivo. A più riprese l’ex primo ministro Laurent Lamothe non si è degnato di rispondere alle richieste di deputati e senatori di spiegazioni sulle azioni dell’équipe al potere. Vale lo stesso per la legge finanziaria, riproposta di anno in anno, senza tener conto delle osservazioni del parlamento. Ora il bilancio costituisce un campo negoziale dove il senato e la camera dei deputati possono influenzare la politica socioeconomica applicata, prendendo in considerazione le preoccupazioni di tutti i ceti sociali. Il parlamento è stato svuotato di tutto quanto riguarda le attribuzioni fissate dalla costituzione, fino a far sparire la legislatura in gennaio 2015, in parte sotto il peso delle sue stesse contraddizioni non risolte e anche dei molti scandali e controversie che hanno appannato la sua immagine. I senatori e deputati, che dovevano in qualche modo costituire un baluardo contro la corruzione, si sono impantanati in oscuri affari e sono stati coinvolti da scandali a ripetizione. La prossima legislatura, d’altra parte, dovrà mettere ordine nei rapporti con i poteri locali da rimettere in piedi a partire dalle elezioni municipali e locali previste per il prossimo 25 ottobre contemporaneamente alle presidenziali e al secondo turno delle legislative. Troppo spesso si sono visti deputati muoversi come sindaci, cercando di gestire direttamente dei fondi d’investimento per poterne trarre benefici economici e politici e assicurarsi così di poter raccogliere la simpatia delle popolazioni locali e ampliare la loro rete clientelare per garantirsi indefinitamente la rielezione in scrutini truccati. E la ruota potrà continuare a girare. Il parlamento dovrebbe essere anche un interlocutore per diverse strutture cittadine e gruppi sociali su tematiche d’interesse pubblico, come il rispetto dei diritti umani, la giustizia, lo sfruttamento e la gestione delle risorse naturali nazionali, il decentramento, la questione di genere, ecc. Anche il dossier sull’emendamento costituzionale riveste un’importanza capitale. Infatti dopo l’affrettato emendamento del 2011, il paese si è impigliato in un imbroglio senza alcuna prospettiva di uscirne. La costituzione, votata nel 1987 in Creol e Francese, è stata emendata solo nella versione francese. La convalida di questo emendamento, di cui non si è sicuri di aver trovato la versione originale, è stata fatta sulla base di una intesa atipica tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Inoltre l’emendamento del 2011 ha segnato un passo indietro in materia di democrazia partecipativa, orientamento principale della costituzione del 1987, ad es. le prerogative accordate alle collettività territoriali nella costituzione del Consiglio elettorale permanente (Cep) sono state semplicemente soppresse. Il potere di designazione dei 9 membri del Cep è ormai concentrato nelle mani dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario: è un’enorme sfida per la prossima legislatura, che dovrà scegliere un terzo dei membri del CEP. Infine il senato dovrà contribuire a mettere ordine nella diplomazia haitiana, che, negli ultimi 4 anni, è diventata pletorica e ancor più inefficace per effetto della ricerca da parte dei senatori di vantaggi personali e impieghi per i loro raccomandati. E’ grave che le operazioni elettorali del 9 agosto, svoltesi in un clima che non ispira alcuna fiducia, non permettano di sperare che gli eletti avranno la legittimità, la credibilità, la visione e la volontà politica necessarie per assumersi tali responsabilità. Infatti, nel contesto attuale di debolezza istituzionale, il Cep non ha saputo sbarrare la strada a candidati dalla dubbia moralità, considerati assassini, ladri, sequestratori, trafficanti di droga ed armi, falsari, truffatori e altri banditi.

Insicurezza alimentare: situazione preoccupante, il fenomeno El Niño colpisce Haiti per l’80%, mentre le precipitazioni sono cessate da metà aprile 2015 – 15 giugno 2015, Emmanuel Marino Bruno [AlterPresse] L’insicurezza alimentare, prevalente attualmente ad Haiti, è preoccupante, valuta il Coordinamento nazionale della sicurezza alimentare (Cnsa), durante una conferenza stampa del 15 giugno 2015. La stagione primaverile, che copre generalmente il 60% della produzione agricola, appare molto compromessa, rileva il direttore generale del Cnsa, l’agronomo Gary Mathieu. Questa situazione sarebbe dovuta al fenomeno El Niño, che colpisce circa l’80% del paese. Le piogge, che si dovrebbero registrare fino all’inizio di giugno 2015, hanno smesso di cadere da metà aprile 2015. A causa degli effetti della siccità, il Cnsa prevede un calo sostanziale, tra il 60 e il 70% della produzione agricola, nei dipartimenti del Sud-Est, del Nord-Ovest, dell’Artibonite (soprattutto l’alta Artibonite), del Plateau central, del Nord-Est (una parte), l’isola della Gonâve (i due comuni Anse-à-Galets e Pointe à Raquette), dell’Ovest (tra cui Fonds Verrettes dove solo poche precipitazioni sono state registrate a fine maggio 2015, dopo un lungo periodo di siccità che colpisce la zona da novembre 2014). Sono, in particolare, colpiti i comuni di Grand-Gôave (Ovest), Grand Gosier, Anse-à-Pitres e Belle-Anse (Sud -Est), Jean Rabel, Baie-de-Henne e Môle Saint-Nicolas (basso Nord-Ovest) e buona parte del comune di Gonaïves (alta Artibonite). «Si dovrebbe registrare attualmente una disponibilità di prodotti alimentari locali sul mercato nazionale. Ma sono soprattutto prodotti importati, quelli che si vedranno», deplora il Cnsa. I prezzi dei prodotti importati, come il riso, l’olio e la farina, hanno cominciato ad aumentare fino al 10 %, all’inizio di giugno 2015. L’aumento del prezzo del dollaro USA, provocando un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (divenuti sempre più cari) avrà un impatto negativo sui più poveri, avverte il Cnsa, auspicando un “serio rilancio” della produzione agricola nazionale. Da due settimane, il cambio supera i 50 gourdes per 1 dollaro USA (era di 47 gourdes a dicembre 2014). Gli stessi problemi tornano ogni anno: il deficit nelle precipitazioni resta costante dal 2008, ricorda Gary Mathieu, chiedendo interventi per controllare l’acqua, le sorgenti e i fiumi. Attualmente, il Ministero dell’agricoltura, delle risorse naturali e dello sviluppo rurale (Marndr) effettua un inventario di tutti i punti d’acqua e sistemi d’irrigazione in vista di intraprendere dei lavori ad alta intensità di mano d’opera per il controllo dell’acqua, annuncia il Cnsa. Saranno anche installate delle cisterne comunitarie. Molte persone hanno lasciato l’agricoltura per orientarsi verso la pesca, segnala il Cnsa, che raccomanda disposizioni strutturali relative all’ambiente, l’acqua, in modo di prevenire situazioni di crisi alimentare a ripetizione. Tra 3 e 3,8 milioni di persone son attualmente in una situazione di insicurezza alimentare ad Haiti. Il Cnsa incoraggia iniziative di promozione dell’agricoltura familiare, allo stesso modo che per l’agricoltura commerciale (agribusiness). Un protocollo di accordo, per la realizzazione di un patto a sostegno delle piccole e medie imprese (Pme) nell’ “agribusiness”, è stato firmato il 29 maggio 2015 al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef), a Port-au-Prince. Da due settimane, il cambio supera i 50 gourdes per 1 dollaro USA (era di 47 gourdes a dicembre 2014). Gli stessi problemi tornano ogni anno: il deficit nelle precipitazioni resta costante dal 2008, ricorda Gary Mathieu, chiedendo interventi per controllare l’acqua, le sorgenti e i fiumi. Attualmente, il Ministero dell’agricoltura, delle risorse naturali e dello sviluppo rurale (Marndr) effettua un inventario di tutti i punti d’acqua e sistemi d’irrigazione in vista di intraprendere dei lavori ad alta intensità di mano d’opera per il controllo dell’acqua, annuncia il Cnsa. Saranno anche installate delle cisterne comunitarie. Molte persone hanno lasciato l’agricoltura per orientarsi verso la pesca, segnala il Cnsa, che raccomanda disposizioni strutturali relative all’ambiente, l’acqua, in modo di prevenire situazioni di crisi alimentare a ripetizione. Tra 3 e 3,8 milioni di persone son attualmente in una situazione di insicurezza alimentare ad Haiti. Il Cnsa incoraggia iniziative di promozione dell’agricoltura familiare, allo stesso modo che per l’agricoltura commerciale (agribusiness). Un protocollo di accordo, per la realizzazione di un patto a sostegno delle piccole e medie imprese (Pme) nell’ “agribusiness”, è stato firmato il 29 maggio 2015 al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef), a Port-au-Prince.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Luglio 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, siamo certamente in un periodo di grande preoccupazione per i cambiamenti di ogni tipo che stanno avvolgendoci, come già più volte si è detto ed ha ripetuto anche papa Francesco nella sua enciclica. Cambiamenti climatici, politici, sociali di grande portata, che potrebbero arrivare a una situazione di gravi ingiustizie e di profonda riduzione dei diritti. Anche se molti di noi sono in vacanza estiva, le sollecitazioni che si leggono sulla lista postale, dove molti mandano i loro commenti, evidenziano una preoccupazione diffusa. Ma iniziamo con cose più positive e semplici che riguardano solo noi della rete di Verona, il nostro gruppo locale. Ricorderete che in marzo ci siamo incontrati per lanciare una nuova operazione, proposta da Gianfranco Rigoli e Laura Valotto, col sostegno solo da noi di Verona e non dalla Rete nazionale, cioè non con le collette di tutti i 40 (43) gruppi locali che insieme sostengono le iniziative di solidarietà della Rete. Si disse allora, davanti a don Domenico Romani, dell’Opera mazziana, della nostra intenzione di ridurre la quota delle borse di studio a Joao Pessoa, l’”operazione Picotti”, per curare un’analoga iniziativa in un paese che ne ha bisogno di più, cioè in Ghana. E dal prossimo settembre inizieremo a sostenere la frequenza a scuola di qualche decina di ragazze ghanesi, dirottando in Africa parte della nostra colletta veronese. Ne parleremo ancora e spesso, e nella prossima circolare di settembre (questa di luglio comprende anche quella di agosto) manderemo tutto il progetto, luogo, referenti, quota, numero di ragazze sostenute, svolgimento e prospettive. La Rete prosegue l’approfondimento sulla Finanza criminale, introdotto anche dalla circolare nazionale della Segreteria: si vede sempre di più che il mondo è controllato dal denaro, dalla Finanza, che non permette a nessuno, popolo o stato, di sottrarsi ai suoi obblighi e di pagare i debiti, come si vede con la Grecia, che difficilmente potrà ottenere una ridiscussione del suo debito. Ma il problema ormai diventa uno solo: chi ha fatto quei debiti? i cittadini? o le banche? e chi deve pagarli allora ? Non sarebbe ormai il caso di ridiscutere tutto, senza far riferimento a uno sviluppo e una crescita che difficilmente potrà avvenire? Tutti gli stati, anche la Forte Germania, non riescono più ad aumentare significativamente il loro PIL, quindi bisogna rassegnarsi che di denaro ce n’è sempre meno, salvo tra i ricchi e gli straricchi, e i piani di sviluppo devono essere impostati diversamente, cioè puntare alla staticità o alla decrescita, e non ci possono essere più tanti soldi per pagare rate enormi di debiti spesso ingiusti e odiosi. Sto leggendo (oltre all’enciclica “Laudato si’”) un bel libretto di Massimo Cacciari, il filosofo che è stato anche sindaco di Venezia, che porta come titolo “Vie di fuga”. Di fronte alle crisi incombenti e permanenti, ai migranti che arrivano a milioni, di fronte alle stragi terroristiche, al venir meno dei beni comuni e del lavoro, con i poveri in galera e i ricchi sempre più ricchi, dove dobbiamo cercare di andare a finire? quali vie di fuga ci possono essere? è possibile arrivare ad un sistema sociale nuovo basato sui beni comuni? Sono certamente temi su cui riflettere, bisogna avere qualche buon libro da studiare e poi cercare modalità e gruppi in cui discutere, per arrivare ad azioni reali. Mi pare che la nostra nuova opzione solidale con il Ghana possa essere una buona risposta da ogni punto di vista, è una cosa concreta, semplice, limitata, è un segno di speranza, ed agisce in un paese africano e povero, forse contribuirà anche a ridurre il numero di migranti. E ci dà nuove conoscenze e persone con cui dialogare, e soprattutto da ascoltare, perché la lettura del mondo con gli occhi degli africani è certamente molto diversa dalla nostra, dalla ricca Verona. Le nostre piccole operazioni dimostrano che i soldi possono essere importanti, ma non sono la cosa più importante, contano le amicizie, le persone, il confronto, le buone relazioni, e siamo certi che i nuovi amici (amiche) del Ghana aiuteranno ancora noi, sé stessi e la situazione mondiale, come ci hanno aiutato gli amici che abbiamo conosciuto con le operazioni in Guatemala e con l’azione di sostegno all’Opera mazziana a Joao Pessoa. Termino citando una rivista missionaria molto amata da tutti noi, Combonifem, che ci ricorda nel suo ultimo numero quanto è importante avere dei segni di speranza anche in frangenti difficili, vedere il positivo anche quando sembra che le notizie negative siano sovrastanti a tutto. Un sorriso può essere più positivo di un giornale o di un TG. L’immagine concreta che poi ci propone il giornale missionario femminile è relativa ai migranti, migranti per lavoro: l’anno scorso sono stati più gli italiani che hanno lasciato l’Italia per abitare all’estero degli stranieri che hanno deciso di risiedere in Italia, 155.000 contro 92.000. Allora forse non è vero che siamo invasi dagli stranieri, ma invece siamo noi che invadiamo altri paesi. È davvero una notizia strana che deve farci riflettere, perché le notizie ufficiali spesso non corrispondono alla realtà e richiedono invece riflessione e ricerca, cercare notizie alternative, per capire se ci sono altri modi di vedere le cose e di capire come funzionano, e per agire di conseguenza.

Un caro saluto da Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Luglio/Agosto 2015

Carissima, carissimo, “il Brasile é un paese ancora molto diviso: quello dei Signori e quello dei Servi. Non é ancora una Nazione di cittadini. Per la stragrande maggioranza dei cittadini i diritti sono favori concessi loro dai signori”. Così esordiva Waldemar Boff, referente del progetto della Rete, che opera nelle favelas della Baixada Fluminense, una vasta distesa di case povere, popolata da quattro milioni di abitanti. Dove vivono coloro che non sono riusciti, causa la propria povertà, ad abitare a Rio, durante una nostra conversazione. Mentre noi, ci interessiamo dei servi, degli schiavi, del mondo degli oppressi e degli esclusi, di coloro che non sono contabilizzati, perché non hanno un reddito. La massa degli esclusi che sovrabbonda ancora le campagne e le città, costituisce, a suo vedere, la materia prima di un nuovo ordine sociale, fatto di cittadini e di fratelli. Sono loro che costituiscono la promessa di un futuro più umano. Oggi la trasformazione sociale è possibile non con la violenza ma, con la persuasione interiore. Oggi necessita una rivoluzione molecolare, nello svegliarsi delle coscienze, nel riscatto della nostra profonda umanità, attraverso il gesto dell’accoglienza, della parola che illumina, del cuore che si apre alla compassione. Oggi gli esclusi vanno educati dolcemente. Parliamo mentre stiamo arrivando a Pedro do Rio-Vila Leopoldina, dove il compianto, ma sempre vivo in me, Guerino D’Amico di Pescara, che sento al mio fianco con la sua voce grave, gli occhi lucidi e le mani pronte a frugarsi in tasca per distribuire ai bambini che lo circondavano, i reais che conteneva. Piangendo a dirotto. In questo quartiere, grazie alla sua generosità, è stato costruito un asilo dedicato a ricordo di suo figlio Gianfranco. Adesso il Comune l’ha ristrutturato e ampliato, ci sono 90 bambini che dalle 7 alle 16 hanno la possibilità di crescere in serenità, lasciando a casa sofferenza, fame e preoccupazioni. Pedro do Rio è un insieme di casupole di pochi mattoni, lamiere per tetto, terra rossa argillosa umida ovunque, che si attacca alle scarpe. E’ una striscia sopra il fiume dove, un tempo passava la ferrovia. Centinaia di panni stesi fanno da corona, mentre una decina di cani ci fanno da scorta. Nonna Neide ci invita a vedere la sua “casa”, pitturata da poco, pulita, in ordine. Ci dice che sognava una casa così da 50 anni. Trenta metri quadri che condivide con il marito e un figlio. Entrati ci offre un bel “sorriso” e un caffe; facendo attenzione che ognuno abbia il suo cucchiaino. E’ una donna di una dolcezza infinita, dimostra molti anni tante sono le rughe che le hanno scavato il volto. Ne ha 59! Arrivati all’asilo ci viene incontro Dorinha, la direttrice. Sui muri cartelli e disegni che richiamano l’importanza dell’ecologia, del pianeta Terra, disegni e collage. Mi colpisce un manifesto con su scritto: “Amministrare ricchezze del mondo per il bene comune significa che tutti possono avere da mangiare, una casa, l’accesso alla salute e un lavoro. Cose basilari che danno dignità”. Credo che la volontà di giustizia degli educatori insieme ai bambini rendano sublime la vita che c’è in loro. Gli educatori incoraggiano i bambini sottolineandone le qualità. Pranziamo con loro, il mangiare é ottimo, si ride, mentre i loro occhi sono concentrati su di noi. Improvvisamente arriva un giovane scalzo e impolverato, il suo nome è Joao. Dorinha lo inviata a sedersi e a mangiare con noi. Preso il suo piatto, si siede al tavolo a lato, teme di impolverarci… Stando con questi bambini credo che dobbiamo creare la possibilità di fare fiorire nuove forme di vita, di creare forme nuove di fraternità, di introdurre qualità inedite di giustizia e di pace. Incontrando gli impoveriti emerge, sale dentro di noi la consapevolezza che è solo attraverso l’uomo e il mondo che la vita si manifesta. E’ l’esperienza che ti fa uscire da te stesso facendoti penetrare la realtà, creando gioia, presa di coscienza ma anche sofferenza e lotta. Perché l’incontro è sempre arricchimento, solo chi lo sperimenta può capire e comunicarlo, dandogli autorità. L’esperienza è spogliarsi dai preconcetti e da idee precostituite. E’ il modo in cui si interiorizza la realtà e la forma che troviamo per situarci nel mondo insieme agli altri. Come non ricordare in questo luogo, ancora una volta l’amico-fratello Guerino per le emozioni e i giudizi di valore che lo accompagnavano, nell’ottica della liberazione o dell’oppressione, dell’inclusione o dell’esclusione. Guerino vedeva, sentiva la liberazione di questi bambini come un orizzonte prossimo. In questi luoghi si fa presto a pensare al volontariato come ad un momento di crescita interiore, morale ed etica. Penso a gruppi di persone semplici che si incontrano, che si impegnano per cercare di essere in concreto quella piccola goccia nel deserto di un mondo che soffre le ingiustizie provocate dalla nostra società egoista, che opprime, che ruba ai poveri per dare ai ricchi, che schiavizza, usufruendo del benessere rubato ai più.

Petropolis, luglio 2015

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Luglio/Agosto 2015

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

(Francesco D’Assisi – Il Cantico delle Creature)

Cari amici,  in un piccolo paese della provincia di Macerata, Ripe San Ginesio, appena 800 abitanti, si può vedere realizzata la sostenibilità ambientale, sociale ed economica con un impianto fotovoltaico che produce più della metà del fabbisogno energetico del comune, una scuola elementare ad alta efficienza energetica, oltre 80% di raccolta differenziata, un impianto termico a energia solare che produce acqua calda per la palestra e l’asilo, un anfiteatro all’aperto recuperato da una vecchia cava; un paese, quindi,  a  impatto ambientale  zero, un borgo sostenibile e innovativo, protetto, ma connesso.  Fra le tante iniziative di questo borgo c’è nel mese di luglio un Festival intitolato “Borgofuturo Festival” che dal 2010 immagina una prospettiva di sviluppo per il piccolo centro. Il Festival, negli anni, è diventato il motore del territorio e della comunità ed è stato capace di innescare l’ideazione di un progetto molto più ampio. Scelte precise da parte dell’amministrazione comunale e dell’associazione Borgofuturo hanno avvicinato lo spazio fisico Ripe San Ginesio al luogo simbolico definito dal festival e dalla comunità che lo anima. Partendo da questa scintilla, Borgofuturo si è fatto teatro di un crescente fermento culturale, che ha visto negli ultimi anni una maturazione di relazioni, connessioni e nuove progettualità in ambito creativo e di sostenibilità. Una rete attiva, intrecciata con molte realtà regionali e nazionali che si muovono sugli stessi temi. Una cittadinanza ideale, appunto, che si è mossa nel tentativo di far corrispondere un luogo simbolico ad un luogo reale. Visti i risultati ottenuti, altri obiettivi sono stati fissati, quali: realizzare un borgo sempre più accogliente e solidale, volto all’inclusione sociale; un borgo che sostenga l’economia locale rivolta anche a giovani imprenditori; un borgo che punta sulla cultura arricchendo la Pinacoteca comunale e ospitando manifestazioni culturali; un borgo che tutela territorio e ambiente; un borgo che promuove un turismo sostenibile basato sulle produzioni locali.

Quest’anno uno degli ospiti è stato Serge Latouche che ha parlato della “Decrescita Felice” di cui è fautore insieme a diversi altri pensatori fra filosofi ed economisti. Latouche ha iniziato il suo intervento chiarendo che la parola “decrescita” è uno slogan da contrapporre all’altro slogan “crescita” per far capire con un paradosso quanto sia assurdo pensare di crescere all’infinito in un mondo finito! Il vero senso della “decrescita” sta nell’introdurre nella nostra mentalità un concetto di austerità, di non spreco, di sostenibilità. Il filosofo francese parla di “truffa” degli economisti che hanno trasformato l’economia in un organismo vivente pur sapendo che essa è una scienza astratta; per gli organismi che fra l’altro sono mortali, è opportuno parlare di crescita che, tuttavia, non va avanti all’infinito e ad un certo punto si ferma. Altro “imbroglio” secondo Latouche, è che il capitalismo che prometteva di portare miglioramenti per tutti, di fatto si è allontanato da quegli obiettivi facendo arricchire pochi e impoverire tanti a causa dell’avidità e del profitto sfrenato e che la crescita invece di far aumentare i posti di lavoro, come prometteva, li ha fatti diminuire arrecando, purtroppo, gravi danni alle nuove generazioni. “Tutto ciò ci ha fatto perdere il senso della vita contemplativa e siamo come atrofizzati nella nostra indifferenza.” Tutti possiamo auspicare la crescita, ma in senso biologico non economico. La società consumistica di crescita è destinata a finire come ogni organismo, anch’essa morirà. E se non avremo predisposto un pensiero alternativo come faremo? Altro meccanismo perverso riguarda il sistema bancario europeo nel quale mentre la Banca Centrale Europea eroga prestiti alle banche private a tassi bassissimi, prossimi allo 0%, queste ultime prestano agli Stati a tassi di mercato, quindi molto più alti. Infine Latouche ha portato un esempio di austerità tutta italiana, parlando di un precursore della decrescita, Enrico Berlinguer che parlava di una “terza via” immaginando una possibilità diversa fra comunismo e statalismo, terza via in cui ognuno, uomo o danna, poteva realizzarsi come persona non essendo più un numero come nel sistema statalista. “Decrescita è triste come termine, ma funziona come slogan provocatorio!” dice Latouche – La ricetta che lui propone si riassume nei seguenti concetti: più sociale, giusta concorrenza, no al gioco al massacro firmato globalizzazione, lavoro per tutti (magari a salari e stipendi più bassi e meno ore di lavoro pro capite, pur di lavorare tutti), riorganizzazione dei consumi, localizzazione vietando la delocalizzazione alle imprese, riduzione degli sprechi, riconversione verso fonti rinnovabili, graduale abbandono del petrolio  come fonte energetica, abbandono dei pesticidi e concimi chimici in agricoltura per convertirsi alla green economy, implementazione delle tratte ferroviarie locali e interne  invece di pensare all’alta velocità, acqua e aria pulita.

“Di fronte alla globalizzazione (…) bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. (…) Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale in cui si dibatte.”

Serge Latouche

Maria Cristina Angeletti

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Trento – Giugno 2015

Care amiche e cari amici della Rete del Trentino, la circolare nazionale parla del dramma dei profughi, che a ondate sempre crescenti lasciano i loro paesi in guerra o in miseria per cercare una vita migliore, spesso a rischio della vita stessa. E’ evidente che un esodo così massiccio richiede risposte coordinate e lungimiranti e che i singoli stati non sono in grado di far fronte a tragedie di tali dimensioni. E’ però altrettanto odioso vedere partiti che su queste tragedie costruiscono le loro fortune elettorali, sparando menzogne e alimentando paure che alimentano il razzismo più becero.

Mi ha fatto molta impressione la settimana scorsa, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato (20 giugno), partecipare a un dibattito a Rovereto, all’interno del Museo della Guerra, e vedere le immagini di 100 anni fa, quando la popolazione trentina fu costretta a lasciare le proprie case a causa della guerra e finì profuga nei paesi interni dell’Impero (Boemia, Moravia, Alta Austria) o in varie parti d’Italia. Quei nostri nonni profughi in terre straniere e inospitali suscitano ancor oggi in noi commozione e dolore. Una signora di Telve ha ricordato nella tavola rotonda i racconti di sua madre, che fu internata a Mitterndorf con la sua famiglia (solo le donne, i bambini e gli anziani, in quanto gli uomini validi erano al fronte) e le privazioni, le umiliazioni, la disperazione di tante persone. Mi ha colpito ancor di più l’immagine del paese di Marco raso dai bombardamenti: al rientro dei profughi nel 1918 non c’era più niente e la gente fu costretta a vivere in baracche, così come in baracche aveva vissuto per quattro anni nei campi profughi. Ma vedere quelle baracche a Marco, dove oggi altre baracche della protezione civile accolgono i profughi che scappano da altre guerre, mi ha fatto riflettere sulla storia che si ripete, sulle tragedie che ieri colpivano noi e oggi colpiscono altri. Eppure a Marco, come nel resto del Trentino, dell’Italia, della Francia (vedi il dramma dei profughi sugli scogli di Ventimiglia) e dell’Europa (vedi il muro in costruzione in Ungheria) noi ci ostiniamo a respingere questi nuovi profughi, dimenticandoci che anche noi siamo stati profughi di guerra. “Ricordati che sei stato straniero anche tu” è il titolo di un bel libro di Vincenzo Passerini, edito da Il Margine di Trento, in cui l’autore ci richiama al dovere morale dell’accoglienza dello straniero, uno dei precetti fondamentali di tutte le culture, oggi messo in ombra da egoismi personali e collettivi. Passerini chiude il libro con un “manifesto dei migranti”, di estrema attualità. Noi come Rete cerchiamo da tempo di dare il nostro contributo. Con la costituzione dell’Associazione Multicolor stiamo tentando di dare lavoro ad un gruppo di profughi. A questo proposito, vi invitiamo ancora a segnalarci la possibilità di lavori di imbiancatura, giardinaggio, pulizie o altro presso le vostre case o presso amici e conoscenti, ma vi avvertiamo che durante l’estate non sarà possibile rispondere con urgenza alle vostre richieste, perché spesso i ragazzi sono impegnati in lavori saltuari nei campi.

Carissimi saluti a tutte e tutti

Fulvio Gardumi

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Giugno 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, questa lettera è l’occasione periodica di riflessione e discussione sui grandi temi che ci coinvolgono, come scelta personale e spirituale, temi legati alla giustizia e alla responsabilità, in attesa di una vera discussione, possibile solo quando ci possiamo incontrare di persona, nei nostri incontri periodici o anche nell’incontro festoso di fine anno sociale. Quest’anno quell’incontro di festa sarà sabato 13 giugno prossimo, nei Giardini Pettenella Picotti, di via Marsala 12 A. E questo è l’invito di questa comunicazione. Ci vediamo la sera del 13.6, alle 20 circa. E subito dopo questa notizia gioiosa, un’altra comunicazione lieta: è stato proclamato santo il vescovo Romero, come da tempo tutti aspettavamo, salutato come santo da tutti fin dalla sua morte, il 24 maggio 1980. Un vescovo che viene ammazzato durante la messa perché invoca di non uccidere, quanto doveva aspettare per vedere proclamata la sua santità, il suo coraggio, il suo eroismo? Ma forse è stato meglio attendere tanto, perché tutti ormai chiedevano con ansia questa dichiarazione. Molti ricorderanno che un piccola delegazione veronese si è recata in Guatemala nel novembre 2012, 2 anni e mezzo fa, ad incontrare i nostri referenti dell’operazione da noi sostenuta in quel bellissimo e sfortunato paese, operazione che avevamo dedicato al vescovo Gerardi: Juan Conedera Gerardi era il vescovo di Città di Guatemala, ammazzato il 27 aprile 1998 per aver denunciato nel libro “Guatemala Nunca Mas” i nomi di chi aveva ammazzato migliaia di contadini indigeni, mentre dovevano rimanere segreti, e quel libro fu scritto con l’aiuto dei preti e delle parrocchie, che raccolsero le testimonianze. Nel nostro viaggio abbiamo cercato di visitare la tomba di Gerardi nella cripta della Cattedrale della capitale del Guatemala, ma non è ancora aperta.  Per fortuna in quello stesso viaggio abbiamo poi visitato la tomba del vescovo Romero, a San Salvador, nella cripta di quella cattedrale. Oggi governo e popolo salvadoregno lo ricordano come patrono nazionale, come martire del Salvador, ed anche noi lo ricordiamo tale, San Romero d’America, come già aveva indicato il Papa Francesco. L’argomento fondamentale della proposta di questo mese di giugno è una riflessione su quanto è emerso nel Seminario di Isola Vicentina, sulla Finanza criminale che sta uccidendo la democrazia ed i diritti delle persone. E’ il tema che la Rete mette in evidenza quest’anno, con 5 Seminari della Rete distribuiti in tutta Italia; ora si riprenderanno quei temi in una giornata di studio a Camaiore, con tutta la Commissione Finanza, quella che aveva preparato i seminari. A Isola Vicentina eravamo quasi una ventina da Verona, ed ora andremo in 4 a Camaiore per approfondire alcuni di quei temi. La relazione centrale è stata di Marco Bersani, uno dei fondatori della Rete ATTAC, l’Associazione che cerca di tassare le transazioni finanziarie, che ora invece avvengono in assoluta libertà, a solo profitto di chi detiene il denaro, impedendo invece ogni diritto di chi il denaro non ce l’ha, cioè la grande maggioranza della popolazione dei vari stati, e specialmente degli stati poveri, chiamati spesso con sarcasmo e disprezzo “in via di sviluppo”. Non valgono più i diritti dei popoli, delle persone in quanto tali, ma solo i diritti di chi ha il denaro, di chi è un soggetto economico, singoli, associazioni, banche, società, e più grandi sono più potere (e diritti) hanno. La denuncia di Bersani, e di tanti altri nel panorama politico internazionale, è chiara e preoccupatissima. La nuova formula è ormai “più capitale e meno diritti”, che riprende la precedente che sembrava più accettabile “meno stato e più mercato”; pare anche che il nuovo trattato atlantico a favore delle multinazionali (le famose Corporations, prevalentemente nordamericane), il TTIP, sarà approvato dall’Unione Europea a fine anno, peggiorando ancor di più la situazione. Sono argomenti molto complessi e dove è facilissimo imbrogliarsi, perché questa è la volontà continua delle Corporation, fare confusione, imbrogliare e fare affari senza intoppi. Sono invece argomenti che vanno approfonditi e discussi, a tutti i livelli, cercando sintesi semplici e abbastanza facili alle quali attenersi nelle nostre azioni e nelle nostre scelte, anche di solidarietà. Provo ora a proporvi una mia analisi semplificata, soprattutto per innescare la discussione e la possibile necessaria “resistenza” a queste ingiustizie. A mio parere le crisi sono 2, e non una sola. E non sono crisi temporanee, passate le quali torneremo all’equilibrio precedente, ad una vita tollerabile, ma sono crisi che cambieranno completamente la situazione, sono crisi di sistema. La prima crisi è in nome di uno sviluppo uniforme: tutti gli stati devono uniformarsi alle nuove tecnologie, tutti devono avere reti di comunicazioni televisive, telefoniche e di internet simili e omogenee, avere autostrade, servizi di trasporto su rotaie, su gomma e aeree, simili e compatibili. Questo è lo sviluppo, il livello cui tutti devono aspirare e che tutti devono possedere, i diritti di cui tutti devono godere; non esiste più l’andare a piedi, l’aspettare, ed anche nella produzione tutto deve essere industrializzato, perché così si produce di più e le merci sono a disposizione di tutti, senza troppi controlli sulle merci, senza fermarsi a pensare che occorrono denari per godere di quei beni e di quelle merci, e i poveri non ne potranno mai disporre, di un’auto, dell’energia elettrica in casa, eccetera. E così una diga e una centrale elettrica è un’esigenza primaria, nessuno vi si può opporre, perché altrimenti si oppone al progresso, allo sviluppo, si oppone alla vita migliore di tutti (di tutti chi?). Non conta il piccolo, l’esperienza locale, la coltivazione casalinga, le foreste dell’Amazzonia, vanno sostituite con coltivazioni più efficienti, più “economiche”. In America Latina sono molte le popolazioni che si oppongono da tempo a queste scelte che non passano attraverso la discussione con i rappresentanti indigeni. Ma la resistenza pare avvenire solo nei paesi diversi da Usa e Europa, dai paesi più avanzati industrialmente, dal G8, cui ora si aggiungono i nuovi paesi ricchi, i BRICS, Brasile Russia India Cina Sudafrica. Ho visto fotografie recenti delle città cinesi di oggi, città storiche e artistiche, dove accanto alle vecchie case di legno, decorate artisticamente, con vecchie tegole di bambù, spesso patrimonio dell’umanità, nascono a centinaia case nuove tutte uguali, casermoni in cemento armato, con tutti i servizi, l’energia elettrica, l’acqua potabile, le linee telefoniche e a fibra ottica, le fogne. E le vecchie case saranno presto abbandonate, come a Pechino, le vecchie case attorno a piazza Tien An Men. E si costruiscono enormi dighe sui fiumi, si inondano territori immensi, si fanno centrali nucleari vicine al mare, pensando di poter tenere tutto sotto controllo ed opporsi a qualsiasi pericolo o incidente. Tutto viene cementificato, tutto deve essere uguale, lo sviluppo è un obbligo, chi vi si oppone non fa il bene della gente, della città, della zona. E l’abbiamo visto bene l’esempio del Guatemala, ricordate il film “El oro o la vida” che ha introdotto il Convegno della Rete del 2012; dell’oro, del petrolio, dell’energia c’è bisogno, non ci si può opporre al progresso. E si deve scegliere, l’oro o la vita, o l’una o l’altra, sono cose in antitesi. E non scelgono le persone, le istituzioni elette, solo i governi e le banche. I diritti delle persone non contano, contano solo i diritti di chi ha il denaro. La seconda crisi è più feroce, più distruttiva, è la crisi del debito e della schiavitù perpetua, perché per realizzare quello sviluppo gli stati devono acquistare infrastrutture, macchine, tecnologie, e per far questo devono indebitarsi in modo irreparabile. I funzionari ed i politici che decidono queste nuove realizzazioni vengono tranquillamente corrotti, chi si oppone viene semplicemente eliminato, o con un incidente d’auto, o con un assassinio, o con un golpe militare (Marco Bersani ha citato Allende in Cile, o Arbenz in Guatemala, o Mossadeq in Iran); e gli stati si trovano sulle spalle debiti enormi, che non riescono a saldare, non ci riusciranno mai, e diventano così schiavi di chi vende quelle attrezzature, e devono anche votare all’ONU dalla parte di chi li sta impoverendo, depauperizzando. Il libro di Jhon Perkins è chiarissimo nel merito, “Confessioni di un sicario dell’economia”. Perkins era uno di quei sicari; l’economia che viene ammazzata dalla finanza e dalla violenza significa tutti i servizi e i beni comuni che gli stati, le comunità, dovrebbero assicurare ai loro cittadini, scuola sanità servizi. Tutto viene distrutto e sacrificato al debito, imposto e impossibile da togliere. La Grecia ad esempio ne sta diventando la nuova schiava, non se lo toglieranno mai, e l’Italia fra un po’ ne potrebbe seguirne le orme, anche se le sue dimensioni e la sua storia forse impediscono una procedura così drastica. Tutti gli stati poveri dovranno lavorare solo per pagare i debiti, debiti che non hanno voluto. Bersani ha indicato però come nello Statuto dell’ONU si possono (si devono!) rifiutare e non pagare i debiti illegittimi e odiosi, quelli che tolgono il cibo o le cure ai bambini e alle popolazioni, e ha indicato che l’Ecuador è stato uno dei primi stati che ha ridiscusso il suo debito, riducendolo enormemente. Anche Padre Zanotelli l’ha ripetuto con forza: questi debiti odiosi, che tolgono i beni comuni alle popolazioni, vanno eliminati proprio perché odiosi. Questa mi pare la situazione che ci opprime oggi e che potrebbe opprimerci sempre più nel futuro, soprattutto i paesi poveri, i più vulnerabili, anche ai disastri ecologici. Per quale futuro dobbiamo impegnarci? come resistere a queste ingiustizie e ridare i diritti e le risorse per il futuro, ai nostri figli ed ai popoli poveri, che sono un po’ i nostri figli, il nostro futuro? Non può davvero esistere un mondo futuro con le risorse in mano solo ad una minoranza di ricchi, che se le mantengono con ogni mezzo, anche con la violenza. Questo – più o meno – è lo stato delle cose, la prospettiva di sviluppo obbligato e di debiti incombenti. Quale rivoluzione si preparerà? La faranno certamente i popoli poveri, i ricchi non vogliono cambiare e difficilmente cercheranno cambiamenti possibili. Ma anche da noi ci sono ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Anche da noi ci si deve ribellare. E poi ci si meraviglia di tanti migranti, di tanta gente che fugge dall’Africa, dal Medio Oriente, dalla Tailandia, da guerre e dalla miseria, da una situazione che non assicura niente ai loro figli. Quando si è alla disperazione si fugge, disposti a tutti, non si ha nulla da perdere. Era così anche in Italia, dal 1830 al 1950, rileggiamoci quei racconti di emigrazione e di disperazione. Bisogna cambiare le cose là, certamente, ma come? Chi lo dice, in realtà non vuole spendere nemmeno un cent per cambiare la situazione nei paesi poveri, figuriamoci se è disposto a impegnarsi in un’azione politica. Noi con la Rete abbiamo preso un piccolo impegno in questo senso, di assistere concretamente i loro progetti di liberazione, anche piccoli ma reali. Ricordiamo le parole di Paul Gauthier a Ettore Masina “Non venite qui ad aiutarci, cambiate le situazioni di schiavitù e asservimento nei vostri paesi”. Non è cambiato niente, se non in peggio. Il movimento mondiale per l’acqua è il primo movimento che si è mosso concretamente per opporsi, perché l’acqua non è una merce, è un bene primario, una necessità per la vita. Ma c’è invece un movimento globale per rendere private anche queste aziende, tutto privato, in mano a poche aziende controllate dal capitale, con movimenti enormi per acquisire clienti, per concentrare il capitale in mano ad alcune aziende più grandi e più forti che determinano ogni aspetto nel settore. Adesso si vuole concentrare anche le aziende di servizi: ha telefonato a casa nostra l’azienda di Milano A2A, per togliere clienti alla nostra AGSM. Se ci sarà un guasto arriveranno i tecnici da Milano? O non è meglio tenerci i nostri e fare più attenzione al territorio, ai nostri diritti, ai beni comuni? nostri e di tutte le persone umane? Sono argomenti enormi e complessi, e saranno quelli in discussione nei prossimi anni, di fronte ai cataclismi ecologici che potrebbero distruggere l’umanità nei prossimi 10-20 anni. Avremo molte occasioni per riflettere e discutere, iniziamo ora. E il primo incontro  sarà sabato 13 prossimo, vi aspettiamo. Un caro saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Roma – Giugno 2015

Carissimi amiche e amici, alcune considerazioni su temi diversi.

Finanza speculativa

Da molti mesi la nostra Rete, avvertendo l’estrema importanza dello strapotere della finanza internazionale nel mondo globalizzato, tale da condizionare la politica dei governi e, di riflesso, di influenzare negativamente le condizioni dei popoli del Sud del pianeta, dove tentiamo di concretizzare la nostra solidarietà, ha deciso di affrontare l’argomento. Si è costituita una Commissione finanza che dopo un egregio lavoro ha fornito elementi di indirizzo per la discussione in cinque seminari interregionali (a quello di Salerno non è potuto andare alcuno di Roma, purtroppo). In autunno si terrà un seminario nazionale dove verranno tratte le conclusioni del lavoro svolto. Da notare che “Finanza speculativa” è sinonimo di “Finanza criminale”, termine probabilmente più adatto per indicare le finalità dei potentati finanziari volti a sottomettere tutto e tutti ai loro voleri. Ricordo che parecchi decenni addietro il nostro Ettore ci parlò in alcune sue circolari della “Trilaterale”, dandone un giudizio negativo in quanto rappresentava, in certo modo, una istituzione tendente a distorcere le normali intese politico-economiche tra gli Stati. Oggi il problema è molto più preoccupante.

Islamismo e mondo arabo

L’arretratezza di tutto il mondo arabo, innegabile, in gran parte dovuta alle divisioni tra le diverse correnti religiose dell’islamismo (perdonate la non proprietà del mio linguaggio al riguardo) in lotta spesso feroce tra loro, hanno prima causato il tramonto delle speranze suscitate dalle cosiddette “primavere arabe” e poi generato comportamenti pazzeschi, come stragi di innocenti, decapitazioni e altre crudeltà fomentati dall’ISIS e attuati in Africa, Medio Oriente, Europa. In Occidente si tende per lo più ad attribuire simili barbarie al fondamentalismo islamico e al dettato coranico spinto alle estreme conseguenze. Non è così; in questa materia non si può cedere al semplicismo. L’autore marocchino Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere e giornalista, Premio Goncourt nel 1987, nel suo libro E’ questo l’Islam che fa paura, edito in Italia da Bompiani, cerca di sfatare luoghi comuni diffusi. A proposito di autori di crimini commessi in Francia da figli di immigrati scrive: “Per la schiacciante maggioranza dei musulmani, sono degli ignoranti e dei criminali che si servono dell’islam come copertura per realizzare i propri programmi. Non c’è nulla di peggio dell’ignoranza accresciuta dall’arroganza. Va detto però che, anche se si dimostra…che sono dei cattivi musulmani, per la maggior parte della gente è questo il volto orribile dell’islam che resta impresso. Ci vorrà molto lavoro da parte dei media, molta pedagogia nelle scuole per cancellare questa immagine” (pag.29). Più avanti l’autore cita il prof.Henry Laurens, insegnante di storia contemporanea del mondo arabo e musulmano al Collège de France (Le Figaro, 15 gennaio 2015): “Penso che la prima causa dell’islamofobia derivi da certi musulmani che incitano all’odio…”. Per poi proseguire: “Quando si legge con intelligenza il Corano, ci si rende conto che è un testo di grande bellezza, pieno di poesia e di umanità. Ma appena si mettono gli occhiali della lettura letterale, quando si interpreta in modo ristretto, si può fargli dire quello che si vuole” (pagg.54 e 55). E’ qui che noi dobbiamo riflettere prima di lanciare facili condanne. La conclusione del nostro scrittore è la seguente: “Non è l’islam che va cambiato, sono i musulmani. Per questo vanno previste e intraprese azioni educative che coinvolgano diverse generazioni” (pag.78). Ci sarà il tempo necessario affinché si realizzi un così lungo percorso? Lo speriamo vivamente.

Fraternità, uno dei tre princìpi del 1989

Padre Ernesto Balducci citava frequentemente i tre sacri princìpi della Rivoluzione francese, tenendoli in gran conto e attribuendo loro un valore universale e permanente. Non sono però tutti egualmente rispettati. Ricordiamo intanto che fraternità e fratellanza sono sinonimi. Lo scrittore belga David van Reybrouck, vincitore dell’ultimo premio letterario internazionale Tiziano Terzani, nota che mentre il Diciannovesimo secolo è stato il secolo dell’uguaglianza e il Ventesimo quello della libertà, il Ventunesimo dovrebbe essere quello della fraternità. In realtà gli ostacoli appaiono consistenti: nel Trattato di Lisbona – osserva lo scrittore – la parola ‘libertà’ ricorre 38 volte; la parola ‘uguaglianza’ 26 volte; la parola ‘fraternità o fratellanza non appare mai. Forse perché la “fraternité” è un valore fastidioso. Desumo tutto questo da un articolo apparso su il Fatto Quotidiano dell’8 maggio scorso dal titolo significativo “Abbiamo perso la fratellanza”, ricco di molte altre riflessioni attinenti al tema. Sapete, amici, quante volte ho menzionato la fratellanza universale quale astro da raggiungere per la pacificazione del genere umano, e aldilà della realizzabilità del sogno. Per quanto mi riguarda continuerò a “sognare” e a sostenerlo essendomi convinto della sua sacralità, insieme alla compagna di una vita, poco a poco, nel volgere degli ultimi decenni. Lo affermo in tutte le occasioni, parlandone con chiunque sia disposto ad ascoltarmi, senza timore di apparire un illuso o un ingenuo. E convinto di essere sulla strada giusta.

Medici Contro la Tortura

L’associazione MCT che seguiamo da un ventennio, oltre che a proseguire sul suo cammino recando benefici consistenti a un numero sempre elevato di vittime di tortura, ha intrapreso un rinnovamento significativo della sua strutturazione per adeguarla ai tempi cambiati, allo scopo di renderla sempre più efficiente. Sono stato presente a due assemblee indette a tal fine e sono rimasto ammirato dalla rinnovata passione di tutti i partecipanti, ampliatisi con nuove adesioni, e dal realismo con cui stanno affrontando il loro compito. In Italia manca tuttora una seria legge contro la tortura; quella messa in cantiere dopo la reprimenda di Strasburgo è largamente incompleta e, inoltre, si basa sugli avvenimenti della Diaz del 2001, mentre avrebbe dovuto puntare, a mio parere, in presenza o meno di una denuncia specifica, sui fatti di Bolzaneto. Alla Diaz si trattò di un massacro (una “macelleria messicana”, come la definì un vicequestore); alla caserma di Bolzaneto si verificarono invece torture vere e proprie, prolungate e differenziate. La storia si incaricherà di ristabilire la verità. Sarebbe interessante un parere dei nostri amici medici.

La Convenzione sociale

Alla recente due giorni della convenzione svoltasi a Roma ho potuto affacciarmi solo il primo giorno, ma Serena l’ha seguita tutta. Chi legge i giornali – i tg sono in genere ancor più inattendibili – può essersi reso conto, in specie leggendo il Fatto, del tenore della discussione ricca di interventi, tra i quali assai significativi quelli di Landini, Rodotà, Carlassare. C’è ancora tanto lavoro da fare per creare questo nuovo soggetto politico-sociale, non partitico ma in grado di condizionare i vecchi partiti e di orientare i cittadini a impegnarsi in prima persona, con un lavoro sul territorio, per creare nuove prospettive di partecipazione e rinnovamento. Secondo me la partecipazione al progetto di associazioni come Libera di don Ciotti e tante altre simili è garanzia di serietà e volontà di essere costruttivi. Calunnie e derisioni della politica corrotta non sfiorano minimamente i promotori e gli aderenti all’iniziativa. E’ chiaro che occorrerà un certo tempo per definirne i contorni e per vedere i primi risultati. Giorni prima ero stato all’assemblea di “Libertà e Giustizia”, a Testaccio, dove sono stati trattati i temi politici del momento. Ho apprezzato assai gli interventi di Paul Ginsburg, di Stefano Rodotà e di Maurizio Landini, in certo modo anticipatori della convenzione del 6 e 7. La voglia di fare, di cambiare, ma sul serio, non manca; la folta folla intervenuta e gli applausi insistiti lo attestano.

Unione Europea, migranti, Italia

La questione dei migranti sta diventando incandescente. Del dare soccorso ai disperati che fuggono da condizioni di vita inumane e dalla morte si occupano davvero solo i soccorritori in mare e pochi altri sulla terraferma. La UE, l’ONU, molti e civili Paesi europei se ne disinteressano o fingono di fare qualcosa. Il nostro Paese non riesce a farsi ascoltare in Europa e vediamo che l’insofferenza verso gli ultimi della Terra cresce di giorno in giorno, non solo a opera dei fascisti cavernicoli della Lega e dei loro simili, ma di buona parte dell’opinione pubblica, priva di un minimo di umanità. Quindi: nessuna conclusione alle viste. C’è da chiedersi se l’Europa, nata male e proseguita peggio (vedi il caso Grecia) avrà un futuro. Barbara Spinelli sostiene in sostanza che c’è del marcio nella nascita dell’euro: si unificano le monete senza una unità politica fra europei e una vera costituzione democratica. Ecco, dico io, le meraviglie del liberismo e dei cosiddetti mercati. Papa Francesco, quasi in solitudine, dà esempi di buona volontà accogliendo un po’ di senza tetto e predicando misericordia. Basta? Gli si presta ascolto? Non cediamo allo sgomento. Chi può prosegua in quanto di buono, di altruistico, sta facendo; sarà di esempio.

Un saluto più di sempre fraterno.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Maggio e Giugno 2015

Ci sono delle guerre, e la gente è costretta a scappare per mettersi in salvo.

Ci sono secoli di sfruttamento coloniale, per cui l’Africa è poverissima. C’è lo sfruttamento anche oggi in tempo reale, da parte delle Multinazionali, Congo e Nigeria, Paesi potenzialmente ricchi, con il 90% della popolazione in miseria.

Ci sono le guerre d’aggressione degli Usa, che hanno seminato odio e desiderio di vendetta.

Ci sono i finanziatori che seminano fondamentalismo religioso per acquisire potere, e la ricchezza l’hanno già.

Ci sono guerre di religione che collocano una parte del Pianeta indietro di secoli, prima dell’Illuminismo.

Ci sono i mercanti d’armi, e sono fra noi, che agiscono indisturbati nell’ombra, e nessuno, pur conoscendoli, li tocca, perché danno lavoro a coloro che si arricchiscono costruendole.

Ci sono le religioni che non dicono il nome del cancro, il desiderio di ricchezza, il sogno americano, il capitalismo, perché ne sono contaminate.

Ci sono dei capitalisti ricchissimi che navigano fra i vari paradisi fiscali, nessun radar li intercetta.

Ci sono poveri che, finché sono tali, cercano la giustizia, poi quando non lo sono più, cercano la ricchezza e delegano a i poveri rimasti l’impegno per la giustizia.

Ci sono le differenze blasfema fra il Nord e il Sud del mondo, dove il 10% mangia l’90% della torta.

Ci sono i mass-media che predicano per 24 ore al giorno il “Beati i ricchi”, l’individualismo, la competizione, e spaccia per verità il pensiero unico neoliberista, lavorando in modo che i poveri si combattano fra loro mentre l’oligarchia dei ricchi e potenti continua a prosperare tranquilla.

Ci sono gli inganni delle promesse che ognuno potrà vincere, fare fortuna, avere successo, arrivare primo o fra i primi, mentre la realtà è che se uno vince, l’altro perde.

Ci sono quelli che costruiscono il loro potere politico sugli aspetti negativi della nostra società e della nostra cultura, per cui questo negativo è destinato a crescere, questa metastasi a proliferare, a vantaggio di chi?

Non c’è nessuno che sia al potere, che pensi che se le spese destinate agli armamenti – tre milioni al minuto – venissero usate per creare giustizia ed eguaglianza, dopo, degli armamenti, non ce ne sarebbe più bisogno.

Non c’è nessuno che pensi di usare i soldi che i migranti danno agli scafisti per trasportare al sicuro i migranti stessi, e metterli in condizione di contribuire al loro sostentamento – 3/4.000$ è il costo di un viaggio a rischio della morte.

Di fronte a tutto ciò e a molto altro, tutto diventa occasione per spargere semi di futuro e piantare la segnaletica della speranza. È fondamentale riconoscere e accogliere l’alterità come ricchezza delle differenze per superare l’individualismo che ci rende in-differenti per camminare sperimentando nuovi percorsi di giustizia locale e globale.

Fino a comprendere che nei nostri ritmi quotidiani, nei nostri ritmi dell’esistenza, ogni piccola scelta potrà sembrare inutile, ma può essere l’azione che manca, il momento vitale necessario per qualcosa di più ampio, di necessario, di più grande.

Un invito a guardare, a capire la forza del presente, l’unico terreno sul quale potremo concretamente agire per far sì che la nostra vita esprima la bellezza e l’unicità del suo senso. E perché è dai piccoli cambiamenti che fiorisce la speranza del mondo.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Giugno e Luglio 2015

 I poveri in genere non fanno paura, fanno paura i poveri che pensano.

Eduardo Galeano

Carissime/i, questa ns lettera, come ogni anno, ci ricorda impegni, date e ricordi per i prossimi due mesi, giugno e luglio. Il primo invito è per martedì 23 giugno 2015 alle ore 21 precise a casa di Gianna Elvio via Spalato 9 Padova (049 618997) sarà tra noi Beppe Ghilardi della Rete di Casale Monferrato; Beppe è infermiere al Pronto Soccorso nel Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione. Nello scorso febbraio ha passato tre settimane tra i contadini di Haiti, accompagnato dagli amici di FDDPA. Di lui ha scritto Jean Bonnélus: “Abbiamo apprezzato molto il suo metodo di lavoro e la dedizione che ha dimostrato durante il suo soggiorno qui, e soprattutto la sua solidarietà attraverso consigli, osservazioni e le buone idee che ci ha prodigato. Una volta arrivato qui, non si è comportato come un osservatore ma come un vero uomo d´azione. E’ esattamente di questo tipo di solidarietà che abbiamo bisogno e che abbiamo sempre avuto con la RETE. Noi ne siamo molto riconoscenti”. Ascolteremo con attenzione il racconto che vorrà farci della sua esperienza. Vi aspettiamo numerosi. Per continuare a fare memoria di p. Lele nel 30° della sua uccisione come ogni anno, in una domenica di metà luglio, ci sarà una messa nella chiesa di San Giuseppe a Padova (per la data e l’orario sentire la parrocchia (049 8718626) e/o missionari comboniani (049 8751506). Noi lo ricordiamo con un testo sulla “memoria dei martiri” e con l’invito alle celebrazioni che ci saranno nel mese di luglio.