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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2015

Il Seminario Nord-Est, come già si è detto, è per noi domenica 10 maggio, a Isola Vicentina dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013, il Convento di Santa Maria del Cengio.

MEMORIA: Gli amici del Guatemala ci hanno mandato delle foto in memoria dell’assassinio del vescovo Juan Gerardi Conedera, per il suo 17° anniversario, 26 aprile 1998, l’indomani degli accordi di pace, assassinio legato alla pubblicazione di “Guatemala Nunca Mas”, con la denuncia dei nomi dei militari assassini degli eccidi, che dovevano rimanere segreti.

Ci comunica quanto segue il Dottor Rigoli, l’amico Gianco: la proposta di una nuova operazione della nostra Rete di Verona in Ghana, proseguendo il nuovo impegno in Africa.

Cari amici della Rete Radié Resch di Verona, come alcuni di voi già sanno e come Dino ha anticipato nella lettera circolare di aprile, a fine marzo ho compiuto un breve viaggio in Ghana, in compagnia di Olivia, una cara amica di origini ghanesi. Pur conoscendo già la realtà di quel paese, che avevo visitato con Laura e gli amici Fenzi cinque anni fa, posso ben dire di aver ripetuto quell’esperienza di “viaggio all’altro mondo”. Prima di tutto, fin da subito, appena salito sull’aereo che da Amsterdam decollava verso Accra, l’avvertire sulla MIA pelle ciò che tanti cosiddetti “extra-comunitari” (termine che non mi è mai piaciuto, in quanto figlio di una mentalità e di una politica di esclusione) provano sulla propria qui da noi: l’essere minoranza, “scolorata” nel mio caso, visti i pochi visi pallido-slavati durante il volo e soprattutto una volta sbarcato all’aeroporto della capitale.

Tuttavia devo dire che mi ha colpito, a parte l’invadenza degli autisti dei taxi in cerca di un facile guadagno coll’”obrunì” (uomo bianco), l’accoglienza in generale calorosa, sorridente, talora addirittura riverente della maggior parte delle persone che ho incontrato, quasi fossi un ospite d’onore, così diversa dallo sguardo diffidente, timoroso, se non apertamente ostile, che tanti nostri fratelli africani sentono pesare su di sé nelle nostre città (anche se, come è ovvio, anche in Ghana non son tutte rose e fiori, visto che non mancano gli episodi di violenza , specie nella capitale e nelle ore notturne, ai danni di cittadini stranieri). In secondo luogo il fatto di aver vissuto l’intero periodo del mio soggiorno ai ritmi scanditi dalla luce del sole: per la maggior parte del tempo, infatti, mancava la corrente elettrica, che   veniva erogata per 12 ore e sospesa per le successive 24. Quindi ci si svegliava alle prime delle luci dell’alba, col canto del gallo o di qualche uccello tropicale, e si andava a letto presto, subito dopo il tramonto e con un filo d’acqua, visto che la pompa del pozzo non poteva funzionare se non con l’uso del generatore, per chi se lo poteva permettere. Una sensazione d’altri tempi, senza il bla-bla di mamma tivù: essere “costretti” a parlare con qualcuno, a pensare a sé stessi, ad apprezzare gli aspetti essenziali della vita. A questa atmosfera aggiungete un concetto del tempo completamente diverso dal nostro, dove ogni orario è a dir poco approssimativo ed ogni appuntamento è rispettato sì, ma certo senza la preoccupazione di farsi aspettare: prima o poi, con la dovuta calma, si arriva… E per contrasto la gran confusione nelle città, soprattutto nella capitale, intasate da migliaia di taxi e “tro-tro” (furgoni più o meno scassati dediti al trasporto di persone), col suono continuo dei clacson e la massa itinerante di persone, soprattutto donne, nei mercati veri e propri (grandissimo quello di Accra, una vera città-mercato! ) e in quelli lungo le vie e gli incroci stradali principali, coi fardelli più diversi sopra le loro teste: caschi di banane, ananas e frutta di vario genere, acqua, pesce, polenta (di color lilla, prodotta da un mais viola), legna, biancheria, fino ai mobiletti e persino ad una macchina da cucire… Sono presenti nelle città i segni di una crescita caotica e di un’urbanizzazione progressiva, che si leggono soprattutto nella costruzione disordinata delle abitazioni e nei lavori di perenne sistemazione delle poche strade asfaltate. Accanto ai palazzi moderni, quasi tutti sede di banche, e alle residenze recintate e spesso vigilate dei ricchi, si susseguono decine di baraccopoli prive dei servizi essenziali, per le quali il fiume, quando c’è, rappresenta luogo di pulizia personale, di scarico delle acque di tutti i tipi nonché di lavaggio delle stoviglie e degli indumenti… Man mano che ci si allontana dalle città, torna il volto più tradizionale dell’ Africa: il bel paesaggio, dove qua e là non mancano certo le tracce della violenza dell’uomo sull’ambiente, ed i villaggi nei quali è evidente una diffusa povertà che, pur vissuta con grande dignità, non può non suscitare sentimenti di rabbia e di colpa, perché ne tocchi con mano la profonda ingiustizia: riusciremo mai, noi evoluti (?) europei, a restituire a questi popoli una minima parte di quanto , in risorse umane e naturali, abbiamo loro depredato nei secoli, cosa che, con perseveranza diabolica, continuiamo a fare? Mi sono reso conto che le operazioni della Rete, pur di limitate dimensioni, hanno un grande valore simbolico per le popolazioni che, come se si trattasse degli effetti della sorte, noi ci ostiniamo a chiamare meno fortunate di noi: soprattutto perché fanno loro cogliere il nostro impegno a mantenere cuore ed occhi aperti sul perpetuarsi dell’ingiustizia, ed il nostro sforzo, nella condivisione di obiettivi “primari” (tutela dell’ambiente, promozione della salute e dell’educazione), di educare noi stessi alla limitazione del consumo di cose non essenziali. In quest’ottica è stata accolta con entusiasmo la proposta della Rete di Verona di dare supporto al percorso educativo delle ragazze del piccolo villaggio di Adjumako, nella consapevolezza generale che, anche se non cambierà il mondo, questo piccolo seme, come quello della senape evangelica, può far crescere un albero grande, alla cui cura saremo chiamati tutti a collaborare, qui da noi come lì da loro, in spirito di vera amicizia. Come sottolineava Riccardo Petrella durante il suo intervento all’ultimo convegno nazionale della Rete, come esseri umani non siamo fatti per adattarci , ma per fare progetti, esercitare una capacità profetica, trasformare sogni in realtà. Diceva anche che essere solidali non significa fare la carità, ma essere “in solidum”, essere “con”. E’ quello che ci ripetiamo spesso anche nei nostri incontri , ed   è qualcosa che ho potuto percepire pienamente qui in Ghana perché ho avuto anch’io, come tanti amici in giro per il mondo, l’occasione di incontrare, non con atteggiamento paternalistico ma con animo sinceramente solidale, uomini e donne ( soprattutto donne!) che in terre lontane sono i veri protagonisti delle operazioni della Rete , e testimoniano in prima persona la speranza, il desiderio di riscatto , l’amore per la terra e per la pace. Uomini e donne cui, credo, tutti noi dobbiamo molto.

Gianco

Arrivederci a Isola Vicentina. Un cordiale saluto solidale da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Maggio 2015

“Un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi quando ognuno di noi decide di migliorare se stesso!”

(Gandhi)

Carissime/i, ogni mese cerchiamo con questa lettera di trasmettervi notizie, fatti, resoconti e impegni che il nostro gruppo vive e opera quotidianamente come Rete, in particolare con Haiti. Per cominciare, alcune informazioni: Domenica 10 maggio si è svolto il seminario interregionale ad Isola Vicentina con tema finanza criminale e iniziative di contrasto, presenti le reti del triveneto e quella di Brescia, eravamo un bel gruppo con persone che normalmente non si vedono neppure ai convegni. Abbiamo ascoltato esperienze concrete e la lucida e appassionata analisi di Marco Bersani, membro attivo di ATTAC e persona impegnata individualmente nelle tante iniziative di resistenza quotidiane. Il suo intervento è stato registrato e speriamo di avere presto il testo da divulgare. Lunedì 18 maggio alle ore 20 e 45 al CSI di Padova, a fianco della chiesa di San Giuseppe, ricordiamo padre Ezechiele Ramin nel trentesimo anniversario della sua uccisione con un incontro dal titolo “esistere per gli altri”. Sabato 23 e domenica 24 maggio al cinema Rex (a fianco della chiesa del Cristo Re) è previsto l’annuale incontro con padre Alberto Maggi (servi di Maria) con titolo “I pranzi di Gesù”. Mentre giovedì 23 aprile ci siamo incontrati a casa di Elvio e Gianna per ricordare la nostra cara e amata Dadoue, uccisa il 24 aprile 2010, presenti anche gli amici di Chiarano. Di seguito, alcune parole che sono scaturite dagli interventi.

Il 24 aprile del 2010 Jean tra le lacrime ci informa della tragica uccisione di Dadoue e termina con le parole che tutto deve continuare come prima. Dadoue aveva un sogno perché il cambiamento era un sogno. Ha continuato a sognare anche quando c’era la dittatura. Incoraggiava i contadini a vivere insieme, a formare piccoli gruppi; ha iniziato le scuole e le cooperative; ha fatto il possibile perché i bambini restassero nella loro terra e non venissero adottati. Lei incoraggiava noi di Padova Anche noi dobbiamo continuare a lavorare nel suo nome. Dadoue ci aiuta con il suo modo di vivere perché affrontava la realtà con allegria, con fede e con determinazione. Sognava di rinverdire le sue montagne e così dove andava seminava con entusiasmo. Nel 2005 non c’era un filo d’erba e la scuola era una baracca di frasche. Ora Katienne e Dofinè sono un giardino. Oltre ad essere una sognatrice, Dadoue aveva molta determinazione. Ha avuto il coraggio di restare suora laica, ma di uscire dal convento in cui mangiava tre volte al giorno, per stare con gli ultimi. In quel tempo era molto giovane e per tre anni ha lottato duramente e da sola. Poi, uscitane ha incontrato Frantz Grandoit che l’ha incoraggiata a lavorare con i contadini sulla montagna. E lei è salita da sola. E ha avviato a Dofinè la scuola e dato vita a FDDPA. Nel 2008 FDDPA era una piccola organizzazione nata tra i contadini poveri. Ora c’è gente che partecipa a vari livelli. La forza di FDDPA viene dalla partecipazione e dalla solidarietà. Martine, moglie di Jean, Ha avuto una vera conversione. Dadoue voleva che si impegnasse in FDDPA, ma lei regolarmente rifiutava perché non aveva tempo Ad un certo momento ha voluto provare e poi ha acconsentito. Dadoue creava, inventava, lavorava per i dimenticati, per gli ultimi, aveva fede, accettava tutti senza guardare alla religione. Nell’ultimo periodo della sua vita Dadoue si è ritirata a Fondol. Era stata sconvolta dal terremoto perché aveva visto molti morti e altrettanti vivi sotto le macerie. Questo disastro ha ingigantito la grandezza della sua miseria. E sosteneva ugualmente: ”Noi che abbiamo avuto salva la vita dobbiamo andare avanti più di prima”: Lì sulle montagne di Haiti c’è il cambiamento, ma le cause del malessere si trovano qui in tanti piccoli modi. Concludendo, Dadoue ci aiuta con il suo modo di vivere perché affrontava la realtà con allegria, con fede e con determinazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Aprile 2015

Cari amici della Rete di Verona, come si legge nella circolare nazionale di Ercole Ongaro, il tema che vogliamo affrontare quest’anno come Associazione di Solidarietà, come Rete Radié Resch a tutti i livelli, è la Finanza criminale, che non cerca il bene delle persone e dei popoli ma solo il tornaconto di chi ha i mezzi per incidere sulla finanza e il mercato, cioè i ricchi e le multinazionali. Per questo argomento si è costituita una Commissione Finanza nazionale e si sono fissati dei Seminari nazionali nel prossimo maggio, come ormai facciamo da un po’ di tempo, negli anni in cui non ci incontriamo nel nostro Convegno Nazionale, quello di Rimini, che si realizza negli anni dispari. I seminari saranno 4 disseminati in 4 zone d’Italia, per permettere una maggior partecipazione, diminuendo la distanza da percorrere per recarsi nella sede ed il tempo necessario per il viaggio, nonché le spese. Per noi del Nord Est il Seminario si svolgerà a Isola Vicentina domenica 10 maggio, dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013, il Convento di Santa Maria del Cengio. Sono circa 65 km dopo Vicenza verso Schio, si arriva in meno di 1 ora e mezza. Si è impostata una scaletta omogenea per tutti i 4 seminari, scegliendo anche relatori simili: per noi il relatore sarà Marco Bersani, della Rete ATTAC. Fissatevi la data, ci vedremo probabilmente prima, ma è importante anche ritrovare amici di altre città venete e trentine, ed anche del Friuli. Ed ora alcune importanti notizie del nostro gruppo di Verona. Nel nostro incontro del 17 marzo al Mazza, eravamo una ventina. Don Romani ci ha relazionato sulla situazione in Brasile e sull’operazione borse di studio, intitolata a Marco Picotti, che sosteniamo da molti anni (1987) con l’opera mazziana a Joao Pessoa. La situazione politica in Brasile è molto cambiata dal 2000, e anche l’opera mazziana si sta riorganizzando, con nuovi sacerdoti brasiliani. Lo stato cura molto la scuola, cerca di favorire il tempo pieno dappertutto, e dopo la terza media nascono corsi di apprendistato molto apprezzati. Il Brasile è un paese ricco e forte, con grandi prospettive future, è la prima lettera dell’acronimo BRICS, dei nuovi stati emergenti. Invece l’Europa e l’Italia sono in crisi, da noi non possono venire molti aiuti. Ma i denari della Rete mantengono la loro destinazione ed i loro obiettivi, con borse di studio a chi vuole continuare a studiare e non ha mezzi, per i trasporti, la divisa, le lezioni supplementari per affrontare gli esami, necessarie per chi non è bravissimo o non ha aiuti dalla famiglia. Il Mazza (l’opera mazziana) mantiene nel Nord Est brasiliano le sue missioni pastorali, segue più di 500 bambini e ragazzi delle Linea del treno, Beira da Linha, in un’ara molto difficile, con bande di adolescenti criminali e grande spaccio di droga. Ma il Progetto della RRR non è destinato a questo. Ora il Progetto delle borse di studio della Rete continua con un tetto di 8.000 euro l’anno, ma don Domenico e gli operatori del Mazza, sanno bene che finirà. Meglio non troncare tutto subito, ed usare quelle risorse nel modo migliore, da ogni punto di vista. Si prevedono in futuro forti investimenti brasiliani sulla formazione, e l’opera mazziana certamente si renderà disponibile e protagonista. Don Domenico ha parlato anche delle nuove difficoltà educative, con questi giovani che si isolano davanti al telefonino e al computer, che non parlano con gli amici vicini, che non vanno in Chiesa. Anche per questo s’è spostata più avanti l’età della Cresima. Ha riferito anche che la fuga dei giovani verso gli Usa ed altri Stati forti non si verifica in Brasile, i brasiliani vogliono restare a casa loro! E se vanno a studiare fuori, rischiano di non vedere riconosciuti gli esami sostenuti fuori ed i titoli di studio, quando tornano. Con i governi di Lula e Djilma sono cambiate molte cose, non sono tutte rose e fiori, ma la fame non c’è più. E non è poco. Anche le favelas hanno ormai l’acqua corrente. Aumenta l’urbanizzazione, prima il 75 % della popolazione era in campagna, ora in 25 anni i numeri si sono invertiti, il 75 % è nelle città. Lo scambio Europa Brasile è sempre più paritario, anche in contenuti, metodi, idee. La nostra è una società vecchia, la loro giovanissima. Verranno presto ad aiutare noi. Come già si era detto in vari incontri precedenti, il dottor Gianfranco Rigoli è in Ghana in questi giorni per prendere contatti e vedere se e come è possibile attivare un progetto della Rete in quel paese africano. Progetto non è la parola esatta, ne abbiamo parlato varie volte: non siamo noi italiani o europei a costruire un progetto, con obiettivi, operatori, finanziamenti, eccetera. Il Progetto è dei Ghanesi, noi lo sosteniamo, in tutto o in parte, per quanto riusciamo. Per questo lo chiamiamo spesso operazione. Come ricorderete certamente, si vuol favorire la frequenza scolastica delle ragazze in Ghana, evitando che diventino madri bambine da 12 a 15 anni e cercando di fornire loro un’istruzione e una formazione che le renda protagoniste del loro futuro, e non vittime passive. In Ghana, come in tutta l’Africa, si cerca invece di togliere ogni autonomia agricola, tutti i prodotti devono servire per l’esportazione e per dare prodotto alle multinazionali che si appropriano dei mezzi per la produzione. Si vuol piantare caucciù dappertutto, là viene bene e il prodotto si vende, ovviamente dando profitto non ai ghanesi ma alle Corporations che si prendono i terreni, togliendo l’agricoltura rurale, gli orti, e le tradizioni locali. Si vuol estrarre l’oro con miniere a cielo aperto, la tecnica meno costosa per le imprese ma la più devastante per il territorio e per i veleni, perché le falde acquifere sono subito inquinate dai cianuri. Ricorderete il film con il quale abbiamo aperto il Convegno nazionale del 2012, “El oro o la vida”, girato in Guatemala che evidenziava gli stessi rischi. E naturalmente in Ghana c’è il petrolio da estrarre, distruggendo la cultura tradizionale delle palme. La popolazione ambisce a lavorare da operai in queste nuove industrie, manda ragazzi e ragazze, manodopera a buon mercato, abbandonando l’agricoltura locale di autosostentamento, e le tradizioni, perdendo identità ed autonomia. E l’unica reazione di opposizione sembra essere il rifiuto dei valori occidentali, il movimento Boko Haram della vicina Nigeria, di ispirazione islamico estremo. E’ la situazione di tanto stati poveri del mondo, le conseguenze di questo neo colonialismo che ONU né altri enti riescono a frenare ed arginare. Che speranza di vita hanno quei popoli in quella situazione di nuova schiavitù? lo sbocco è l’estremismo islamico, i movimenti fondamentalisti, le migrazioni di massa. Gianfranco resta una decina di giorni in Ghana, e ci riferirà del suo viaggio nel nostro prossimo incontro, fissato per martedì 21 aprile presso l’istituto don Mazza, in via San carlo 5, sopra S.Stefano, dove siamo stati la volta scorsa, il 17.3. Allora appuntamento il 21.4 alle 21!

Un cordiale saluto solidale da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Aprile 2015

Carissima, carissimo, l’amico Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano, teologo e biblista, ha partecipato al Forum Sociale Mondiale di Tunisi. Ci ha inviato le sue impressioni-riflessioni. Segue sempre di Marcelo una valutazione su come sia stato male interpretato -dal suo punto di vista- l’immagine di Dio e l’uso di potere che ne è stato fatto. Credo che per questa Pasqua, gli interrogativi che Marcelo ci pone valgano bene un “ritiro”.

Buona Pasqua, Antonio

Per aiutare l’aurora a nascere: provocazioni teologiche e spirituali al Forum di Tunisi

Oggi, il compito di una teologia cristiana, inserita nella realtà e aperta al mondo, consiste più in formulare bene qualche domande che la realtà provoca che, in fatti, dare delle risposte, o anche pretendere arrivare a formulazioni che possono sembrare consolidate o definitive. In questa linea, questa mio dialogo con voi è per provocare una o altra domanda e suggerire qualche indicazioni per la continuità di questo forum. Questo lavoro mi mette un po’ a disagio perché non voglio interferire nella vostra vita, neanche voglio mettere cambiare i vostri pensieri. Dunque, propongo alcuni considerazioni pensando che possono aiutarvi a ripensare la vita, ma come domande e provocazioni e non come giudizio o dottrina.

Una rapida visione teologica su il Forum Sociale

Possiamo dire che il forum ha stabilito una metodologia propria, un contenuto nuovo e principalmente un nuovo spirito. A partire del primo forum, la metodologia è quella dell’incontro che accetta le diversità, che promuove l’ intercambio delle esperienze a partire dalle basi e propone una articolazione a partire sempre dell’autogestione. Il contenuto è la costruzione di quest’altro “mondo possibile”, a partire delle diverse lotte per la giustizia, la pace e la salvaguarda del creato. Ma i diversi forum hanno creato una nuova cultura della sinistra. Una cultura politica basata non nella rigidità dei codici marxisti, non nella disciplina delle lotte clandestine, ma una cultura politica centrata nella gioia dell’incontro, nel creare una complicità di fratelli-compagni, nel manifestarsi liberamente le emozioni e sentimenti, nella condivisione dei sogni e delle motivazioni per il cammino che facciamo. Le danze che abbiamo condiviso in questi giorni non sono state soltanto, come in altri tempi, un intervallo di ricreazioni tra gli incontri pesanti e forse tristi. No! Le danze sono proprio elementi di questo nuovo modo di fare la lotta, con il corpo, la sensualità e tutte le dimensioni della vita.   Pero questi elementi (di metodologia e contenuto) non sarebbero possibili se non avessimo un spirito, una mistica. Anche se questo nome, non si utilizza mai, possiamo parlare di una spiritualità del FSM. Noi, cristiani, possiamo credere che, come tutta la spiritualità, anche questa del Forum Mondiale è un cammino ispirato e condotto dal Spirito di Dio. Parte delle stesse convinzioni della teologia della liberazione:

1) La salvezza è storica e si realizza qui e adesso, non come una redenzione individuale e intimista dei peccati ma come liberazione sociale, politica, che ha una dimensione interiore e personale, ma anche cosmica… I Vangeli sinottici chiamano quest’utopia di “regno di Dio” e Gesù ci ha insegnato a pregare: “che questo regno venga” qui e adesso.

2) Quest’azione divina è un processo che suppone la nostra testimonianza e anche la nostra partecipazione. I processi sociali e politichi che vanno nella direzione della giustizia sono parziali e incompiuti, però anche cosi, sono mediazioni del regno. Noi li dobbiamo appoggiare e nelle nostre possibilità partecipare di questi processi.

3) Il Forum Sociale Mondiale ci chiama a riprendere la dimensione cattolica, cioè, universale o ecumenica della nostra fede. L’attuale globalizzazione che il mondo impone è un fenomeno economico e colonialista, i movimenti sociali e organizzazioni di base formano qui una bella ripresentazione dell’umanità, più sana, che cerca un altro mondo possibile. Il Forum Mondiale è come una Chiesa (assemblea) universale, laica, che si riunisce a partire degli impoveriti e con una speranza di tipo trascendente. Il Forum non è mondiale soltanto perché riunisce delle persone di tutto il mondo, ne perché cerca di costruire un altro mondo possibile, ma per il fatto che si può costruire questo processo a partire della mistica dell’universalità e di una trascendenza che non è religiosa, ma laica e storica (trascendenza nel senso di andare sempre oltre ogni lotta concreta e immanente). Dunque, la speranza non è soltanto l’internet libera, la cittadinanza plurale, la liberazione dei palestinesi e tante altre lotte giuste e necessarie, ma è la costruzione di un uomo nuovo e una donna nuova, senza i quali non sarà possibile un altro mondo possibile. Lo strumento fondamentale di questa costruzione è il dialogo. Il dialogo non soltanto come metodologia strategica o come dinamica di organizzazione, ma come cammino culturale (possiamo dire: spirituale). Raimon Panikkar diceva che per avere un dialogo inter-(interpersonale, interculturale, interreligioso…) è importante prima stabilire una dimensione interiore di dialogo nel più intimo del nostro essere. Lui chiamava questo il “dialogo intra” (intra religioso, intra culturale, ecc). È un dialogo veramente preso come esigenza di cammino. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese propone come meta per l’ecumenismo cristiano: “la diversità riconciliata”. Il Forum mondiale fa prova di questo nel campo sociale e culturale. Questi diversi elementi, metodologia, contenuti e spirito del Forum portano diverse sfide alle Chiese e al nostro forum comboniano. Suggerisco qui alcune di queste sfide e propongo che nel dialogo voi possiate farlo con altri.

Una rapida visione del Fórum dei Comboniani

Ho la più profonda ammirazione e gratitudine personale per il fatto che voi realizzate questo forum e che per la seconda volta mi avete invitato e accettato come fratello e partecipante con voi. Mi sono sentito totalmente inserito e felice di essere con voi. Voi avete realizzato veramente un forum nello spirito del forum mondiale. Per ciò che so, qui in Tunisi, ci sono molti francescani, e altri religiosi delle più diverse congregazioni. Penso che io sono l’unico monaco che pensa che il Forum Sociale Mondiale sia terreno favorevole e buono per i monaci, essere presente significa vivere la nostra vocazione. Alcune congregazioni sono presenti nel forum attraverso le loro commissioni sociali, per esempio, Commissione Giustizia e Pace dei francescani, dei domenicani, ecc… Ma, per ciò che ho visto, voi siete l’unica congregazione che state qui come congregazione… Forum Comboni… Auguri per questa vostra apertura… sono certo che si trasformerà in nuove pratiche.

Mi ricordo bene degli anni dopo Concilio, quando i piccoli fratelli e sorelle di Gesù (Charles de Foulcaud) sono arrivati in Brasile e sono andati a lavorare nelle fabbriche di Sao Paulo. Furono i primi religiosi a vivere nelle periferie, nelle favelle e nei quartieri popolari. Un principio fondamentale era la spiritualità di Nazareth, cioè, la proposta è l’inserimento come incogniti. Nessuno compagno di lavoro o vicino di residenza sapevano che essi fossero religiosi. Dovevano sparire proprio in mezzo ai poveri. Fu, ed è ancora bello questo ideale, come fu l’ideale dei preti operai degli anni 60. Oggi, penso che dobbiamo vivere un equilibrio tra dare un segno profetico e al stesso tempo senza imporre la nostra congregazione a nessuno. Avete ragione di volere dare un segno profetico della vostra presenza e della vostra azione. È chiaro che questo non può essere una questione di pubblicità, ne può essere un orgoglio settario. Dovete agire per manifestare al mondo il vostro spirito come quello che stiamo vivendo qui al forum mondiale, facendo così, penso che potete meglio dare il vostro contributo a voi stessi e alla costruzione di uno spirito comune. Ma che questa profezia sia profonda e giusta, o vera, è importante che non si realizzi soltanto qui e adesso. Non si può fare finta di costituirsi come forum qui in Tunisi e dopo tornando a casa vivere la quotidianità della vita in un metodo e spirito in tutto contrari al forum che viviamo qui. Dunque, volere presentarsi come Forum Comboni nel FSM, sappiate che vi prendete una responsabilità immensa. Voi qui non siete soltanto una commissione della vostra congregazione, al contrario, avete dato l’impressione pratica che la congregazione dei missionari e missionarie comboniani si organizza e vive come un forum permanente. Voi avete fatto le vostre iniziative e workshop, ma avete partecipato a tanti altri lavori e gruppi, realizzati all’interno del Forum. Benissimo. Certamente questa energia, queste esperienze cambieranno qualcosa della vostra organizzazione, della vostra spiritualità e forma di vivere la vita religiosa. Qui voi rappresentate tutta la congregazione ed è importante che riusciate a coinvolgere anche i fratelli e sorelle che non sono qui in questo cammino nuovo e pasquale, sul quale il Forum ci ha provocato. Dunque, prendete sul serio questa sfida: che questo forum non sia soltanto un’attività periferica e laterale nella vostra missione, ma al contrario, il cuore della missione di tutta la famiglia comboniana – religiosi, religiose e laici/e. È chiaro che questo cammino è un cammino di conversione e chiede una metanoia (cambio di mentalità) e di forma di vivere.

Sfide che questo Forum ha rivelato

Ci sono delle sfide che il Forum rivela personalmente, per il proprio cammino, e altre sfide che vengono del Forum per noi, come Chiesa e come religiosi/e.

Penso che tutti noi siamo d’accordo che:

1) Il mondo attuale sta molto peggio di quando in 2001 fu fatto il primo Forum. Ci sono più guerre, più insicurezze, il terrorismo si è sparso come una epidemia e il Capitalismo è più crudele e sempre più inumano. Gli organismi internazionali dicono che, nei ultimi dieci anni, le disuguaglianze sociali sono aumentate. Il numero dei poveri si è moltiplicato. Soltanto in America Latina, grazie al processo bolivariano la povertà non è aumentata. Paesi come Venezuela, Bolivia e Equador la povertà è grandemente diminuita.

2) È certo che la destra e i potenti del mondo sono sempre più organizzati e agiscono con molta intelligenza. Mentre, la sinistra e le forze di opposizione a questo sistema sembrano più fragili, divise e anche un po perdute. In tutto il mondo, la gioventù protesta, i movimenti nuovi in Spagna (Podemos), in Grecia (Tsipras) e in tutto il mondo sanno ciò che non vogliono, ma non sanno ancora bene quello che vogliano. I partiti di sinistra non riescono a unirsi né a dialogare efficacemente.

3) In questo contesto, il Forum Sociale Mondiale pare oggi essere l’unico strumento che riesce radunare le organizzazioni sociali, la gioventù, le forze vive della società civile organizzata. Il fatto che si realizza attraverso l’autogestione favorisce cose bellissime e importanti, ma allo stesso tempo provoca dei problemi. Le iniziative auto gestite sono tantissime, ma anche molte si ripetono, perché ancora non siamo capaci di comunicare e fare un cammino veramente comune e convergente. L’impressione generale è che questa fiera dell’idee, di iniziative e proposizioni sono meravigliose, ma per avanzare abbiamo bisogno di avere tutti chiaro il punto di partenza a partire da dove si è arrivato nel forum precedente. Il forum non può più partire da zero…perché così non andiamo avanti. Ci sono persone che vogliono dare al Forum una linea più direttiva, fare del forum una centrale mondiale dei movimenti sociali. Oggi la vera sfida è come mantenere questo carattere di grande raduno libero, creativo, propositivo e festivo e allo stesso tempo, per garantire una continuità e approfondimento. Altra conseguenza dell’autogestione cosi frammentata è che i movimenti locali non riescono a organizzarsi a valutare i problemi delle singole aree geografiche. Per esempio, questo forum in Tunisi dovrebbe essere solidale con il popolo e il governo bolivariano del Venezuela. Hugo Chávez è sempre una figura presente e importante nei forum. Attualmente, il Venezuela, aggredito dal governo nordamericano, qui non ha ricevuto nessuna solidarietà, nonostante la vergognosa intromissione degli USA.

Alcune sfide alle chiese e a noi

La prima sfida è che questi forum si realizzano ogni due anni e sono incontri che presuppongono una continuità della partecipazione da parte delle basi popolari. Il Forum non tratta soltanto di azioni sociali, ma è anche un cammino spirituale. E è importante che questo spirito sia vissuto nella quotidianità della nostra vita personale e delle nostre comunità, nelle nostre relazioni e nella nostra forma di vivere la fede. Siamo chiamati a un lavoro immenso e duro. Cambiare la nostra espressione di fede, la nostra forma di vivere il lavoro pastorale, le nostre relazioni tra di noi e con i popoli con i quali lavoriamo. Questo lavoro è difficile perché ancora non abbiamo esperienza, è tutto da creare, da inventare. Due esempi: ho conosciuto una comunità dei francescani giovani nel sud di Brasile, facevano un lavoro meraviglioso con i contadini. Abitavano in un convento antico e ogni giorno uscivano e servivano i contadini poveri con uno spirito meraviglioso. Però si percepiva che per quei giovani, erano due mondi diversi. Il lavoro pastorale negli insediamenti dei contadini e la vita conventuale nella comunità francescana. Quando stavano con i poveri loro erano poveri e vivevano una condivisione totale. Quando tornavano al convento, rientravano nella machina del tempo e tornavano ai secoli antichi. Vestivano degli abiti e pregavano, mangiavano e convivevano di una forma che era assolutamente diversa della vita fuori del convento… Come possiamo nel forum vivere dei rapporti orizzontali e democratici e nelle nostre case vivere tra di noi un tipo de relazioni verticale e gerarchica? Come riuscire a far sì che la nostra preghiera e la nostra spiritualità siano più nella pratica per cui il Forum ci convoca? Altro esempio: la liturgia di oggi. Nelle nostre parrocchie facciamo delle processioni delle palme, questo piace molto alla gente. Domanda: vediamo qualcosa in comune tra le processioni delle palme e le marcie a cui abbiamo partecipato in questo forum? Secondo i Vangeli, Gesù ha accettato la manifestazione messianica del popolo nel suo ingresso in Gerusalemme come un’espressione della speranza e della liberazione di Israele. Con questo, non pretendo ridurre la liturgia alla sua dimensione sociale o politica, ma abbiamo si, il compito di dialogare con un mondo ogni volta più laico e pluralista. Già nell’época della guerra, Dietrich Bonhoeffer scriveva che dobbiamo vivere in Dio, con Dio, ma come si fosse senza Dio (“etsi Deus non daretur”). Qualche volte, le nostre case, le nostre camere, la nostra cultura è ancora un mondo a parte in relazione al mondo che troviamo fuori e questo è contrario all’incarnazione di Gesù che si è fatto uno fratello. Come unificare questi diversi mondi?

Qualche indicazioni teologiche e spirituali

Tutte le nostre congregazioni, anche la vostra, furono fondate in un mondo molto diverso di questo attuale, in un modello di Chiesa che oggi dobbiamo cercare di cambiare. Ma, molte volte non abbiamo il coraggio di porci e porre all’interno della chiesa un cambiamento reale. Sento che si hanno fatto alcune modifiche qui e lì, ma non si cambia radicalmente il modello ecclesiologico che ha fatto nascere la congregazione. Il modello ecclesiologico di Chiesa-Cristianità è ancora fino a oggi il modello vigente nel Vaticano, è il modello che ha servito il progetto di centralizzazione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quando il papa Francesco fu eletto, la prima notte del suo pontificato, quello che più ha spaventato e provocato orrori nel Vaticano non fu il fatto che lui si ha negato a rivestire le insigne trionfale di pontefice, né il fatto che lui ha sovvertito il rito e domandato al popolo che pregasse per lui, inchinandosi davanti al popolo riunito. Quello che ha più irritato i cardinali della curia e i suoi teologi è il fatto che il papa si presentò come “vescovo di Roma”. Fino a oggi, la più grande paura del potentato curiale è che papa Francesco abiti nella Casa Santa Marta e non nel palazzo apostolico. Una tappa per dopo andare a vivere nella Chiesa di S. Giovanni in Laterano, cattedrale della Chiesa di Roma. Con questo atto il sarà segno sarà chiaro e completo. Dobbiamo domandarci: quanto la nostra Congregazione ha ancora del modello ecclesiologico di Cristianità e quanto già c`è del modello ecclesiologico del Vaticano II, cioè di una Chiesa che è principalmente locale, e in comunione con le altre? Con questo nuovo modello, le nostre congregazioni saranno meno centralizzate, facendo spazio alla formazione di più confederazioni di comunità. Oggi, tutta la vita religiosa ha bisogno di essere ripensata. Nell’ America Latina degli anni 90 si diceva: rifondata. Sarà che i voti formulati nel secolo XIII hanno ancora per il mondo lo stesso valore o senso che avevano prima? O dobbiamo ripensare anche questo e approfondire elementi più evangelici e attuali della nostra vita? In Italia in questi giorni è uscito un nuovo libro di Antonieta Potente. Il libro si chiama “È vita e ed religiosa”. In questo libro, lei insiste che per essere oggi validamente accettata la vita religiosa, la nostra vita dovrebbe essere pienamente vita. Di nessuna forma nell’aspetto individualista e borghese della società capitalista, ma nel senso degli indios che parlano del buon vivere. Dobbiamo essere persone felici e realizzate come persone. Quando ero giovane, mi sembrava che la vita religiosa cercasse il contrario: la mortificazione del mio essere per essere religioso. Questo ha provocato dei problemi in tutto il mondo. Oggi saremmo testimoni validi del Vangelo solo se facciamo di tutto per essere persone felice e liber. Solo così saremmo capaci di andare oltre l’egoismo infantile, il narcisismo adolescente e arrivare ad una capacità di alterità che ci fa felici per nel donare la vita, anche nelle missioni più dure e esigenti. Ma, capisco, è chiaro che queste considerazioni cambiano il nostro modello di missione. Il nostro modello di Cristianità era andare nei diversi popoli a convertire i pagani e a garantire la presenza cristiana. Anche se questo modello fu varie volte associato alla colonizzazione europea, dobbiamo riconoscere che molte volte in questi tempi più recenti, al contrario, le nostre missione hanno salvato molte vite e hanno dato testimonianze bellissime. Basta pensare in tanti martiri che abbiamo. Ma, sia come sia, resta la sfida di come ripensare la missione più come condivisione nella linea della Kenosis di Gesù e non come agenti di una multinazionale religiosa. Il papa ci ha invitato a costruire una Chiesa in uscita. La conferenza generale dell`episcopato latinoamericano in Medellin nel 1968 parlava di una chiesa pasquale e diceva che ognuna delle nostre comunità deve essere una chiesa pasquale: “una chiesa missionaria (in uscita come dice il papa), povera e servitrice dei poveri, che si faccia spazio di comunione per tutta l’umanità e che sia liberatrice di tutta l’umanità e di ogni essere umano nella sua integralità” (Cf. Med 5, 15).

L’immagine di Dio e la questione del potere di Marcelo Barros

La profezia del Vangelo contesta il potere in tutte le sue forme: sociale, politico o religioso. Ma, in modo particolare, rifiuta il potere che si presenta nel nome di Dio, e che nel nome di Dio vuole imporsi. Il potere che si considera o si proclama sacro tende a essere più oppressivo e totalitario di ogni altra forma di potere, perché sottomette le persone non con la dominazione fisica, ma per mezzo della coscienza e della fede. Inoltre, il potere religioso o sacro crea un ulteriore problema, molto serio ai nostri giorni, perché trasmette un’immagine di Dio legata al potere. Il potere viene da Dio, che è la fonte di ogni potere. Di fatto, la maggior parte di noi è stata educata a parlare di «Dio onnipotente» e, ancora oggi, le Chiese usano questa espressione nelle preghiere e nei riti del culto. Padre Comblin scrive: «Nella liturgia romana, Dio non è mai invocato come padre, ma come “Dio onnipotente ed eterno” (…). Eppure il Vangelo dice che Dio si è rivelato nella vita terrena di Gesù (…). Gesù era un contadino e non possedeva alcun attributo che potesse significare il potere… Nel momento in cui Dio ha voluto rivelarsi mostra che ha lasciato tutto il potere e vuole entrare in relazione con le persone come uno di loro, e come uno dei più umili degli uomini (…). La croce di Gesù è stata il risultato della scelta di amore contro tutte le forme di dominazione, in primo luogo, per coloro che sono stati sempre trattati senza amore. Volle rivelare a questi un mondo nuovo, senza dominazione, senza sfruttamento, senza violenza. Dio volle trasformare l’umanità con la sola forza dell’amore, senza nessun impiego della forza o della dominazione». Dio onnipotente. La Bibbia, innumerevoli volte, si riferisce a Dio chiamandolo «Onnipotente». (…). L’idea di associare il potere del re alla forza di Dio è molto più antica della stessa Bibbia. (…). Credere che il re o l’imperatore avesse qualcosa di divino fa parte del credo di molte religioni antiche. Secondo la concezione più comune, Dio elargisce il suo potere ai grandi della terra (1 Sam 2). Ma chi sarebbe questo Dio che dà il potere ai potenti del mondo, o meglio: come sarebbe? Come possiamo affermare e credere che Dio è buono e giusto se non solo si allea con i dominatori, ma dà loro anche il potere? Sarebbe egli lo stesso Dio che Maria ha esaltato nel suo cantico, quando dice che «ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili» (Lc 1,52)? Sarebbe proprio questo il Dio di Gesù? Il Vangelo di Gesù dice che nel Regno di Dio «Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi» (Mt 19,30). Martin Buber diceva che Dio è la parola più logorata e più svilita lungo tutta la storia dell’umanità. Tuttavia, la soluzione non sta nello smettere di pronunciarla, quanto piuttosto nel riscattare la verità che si nasconde dietro questo nome. Gli antichi direbbero: c’è un vero Dio e ci sono falsi dei. Secondo la Bibbia gli idoli sono immagini divine che legittimano il potere dei tiranni e degli oppressori. (…). Dio senza potere. Nei tempi più lontani raccontati dalla Bibbia, quando gli ebrei erano assoggettati ai cananei, allora proprietari della terra di Canaan, il Signore (il cui nome è impronunciabile) era un Dio nascosto, quasi clandestino, al quale si rendeva culto nel deserto (il Sinai)… Al tempo dell’esilio, il profeta Ezechiele rivela che la gloria del Signore (il segno visibile della presenza di Dio) lascia il tempio e va a vivere tra gli esuli, sulle rive del fiume Kobar (cf. Ez 11,22-24). Dio diventa un esiliato, un senza terra e un espatriato insieme con il suo popolo. Il suo unico potere è la sua parola. (…). Nel carcere nazista, in attesa dell’esecuzione della sua condanna a morte, il pastore Dietrich Bonhoeffer scriveva: «Dio si lascia buttare fuori dal mondo, sotto la croce. Dio è impotente e debole in questo mondo e solo così ci aiuta. È molto chiaro ciò che è scritto in Matteo 8,17: “Perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie”. Perciò, Cristo ci aiuta non con la forza della sua onnipotenza, ma con la sua debolezza e la sua sofferenza. Tutte le religioni raccomandano la persona sofferente al potere di Dio. La Bibbia, invece, raccomanda gli esseri umani all’impotenza e alla sofferenza di Dio. Solo un Dio che soffre può aiutare». Nel 1944, da una prigione nazista, Bonhoeffer scrisse al suo amico e cognato: «Il nostro modo di diventare adulti ci porta a riconoscere, con realismo, la nostra condizione davanti a Dio. Dio si fa conoscere da noi che dobbiamo vivere come persone capaci di affrontare la vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona. Il Dio che ci lascia vivere nel mondo senza pensare all’ipotesi che Dio opera in esso. Questo è il Dio davanti al quale noi stiamo in modo permanente. Davanti a Dio e con Dio dobbiamo vivere senza Dio (…). Dio è debole e impotente nel mondo e questo è esattamente il modo, l’unico modo in cui egli è con noi e ci aiuta». (…). Meister Eckhart, il più grande mistico cristiano dell’Occidente nel Medioevo, ha scritto: «Tutto ciò che tu fai e pensi di Dio, sei più tu che lui. Se assolutizzi ciò che pensi diventi blasfemo perché quello che Egli realmente è neppure tutti i maestri di Parigi riescono a dirlo. Se io avessi un Dio che potesse essere compreso da me, non vorrei mai riconoscerlo come il mio Dio. Quindi stai zitto e non speculare su di lui. (…)». (…).

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Aprile 2015

“Se voi volete andare in pellegrinaggio

nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,

andate nelle montagne dove caddero i partigiani,

nelle carceri dove furono imprigionati,

nei campi dove furono impiccati.

Dovunque è morto un italiano per riscattare

la libertà e la dignità, andate li, o giovani,

col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.

Piero Calamandrei

“Noi siamo determinati a lottare più che mai:

noi che abbiamo avuto salva la vita,

dobbiamo andare avanti più di prima”.

Dadoue alla Rete di Padova , 6 aprile 2010

Carissime/i, le frasi che sono all’inizio di questa nostra lettera ci ricordano due significativi e importanti momenti di questo mese di aprile: la Liberazione dal nazifascismo e, purtroppo, la drammatica uccisione di Dadoue. Iniziamo ricordando la serata del 7 marzo a Battaglia Terme, per la presentazione del libro di Marianita “Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento”. La lettura di alcune pagine del libro, oltre alla rievocazione fatta da Marianita di Daduoe, hanno proposto all’attenzione dei presenti il ricordo, l’impegno e l’esempio di una grande donna. Per continuare a ricordare ci troviamo la sera di giovedì 23 aprile, anniversario della drammatica uccisione di Dadoue. Una serata che speriamo molto partecipata e che vogliamo dedicare al ricordo di una persona che ci ha aiutato nel nostro cammino di solidarietà verso Haiti. Il programma, molto semplice: ci incontriamo alle ore 20 (precise) in via Spalato 9 (Padova) a casa di Gianna Elvio (049 618997), leggeremo qualche pagina dal libro di Marianita, ognuna/o potrà proporre i passi che preferisce; invitiamo tutte e tutti a esprimere come Dadoue continua a vivere nelle nostre vite. Termineremo con un momento conviviale. Gli amici di Chiarano che da anni sostengono i progetti di FDDPA, hanno espresso il desiderio di visitare Haiti. Speriamo di vederli la sera del 23/4, per ringraziarli e sentire le loro idee. Beppe Ghilardi della Rete di Casale, come sapete, è stato 20 giorni in Haiti per conoscere e capire le necessità di aiuto per il “progetto straordinario salute”. Durante la serata daremo notizie di questo importante viaggio. Come leggerete nelle circolari nazionali (Ercole Ongaro-Luigi Giorgio) e nel programma allegato, il Seminario di approfondimento su “Finanza Criminale” si svolgerà a Isola Vicentina domenica 10 maggio, dalle ore 9.30 circa, la stessa sede che fu anche del Seminario del 2013: il Convento di Santa Maria del Cengio. Relatore sarà Marco Bersani, della Rete ATTAC. Nell’allegata locandina trovate tutte le notizie necessarie per partecipare. Con i saluti l’augurio di un 25 aprile di vera LIBERAZIONE.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Marzo 2015

“Vi è chi vive lamentando l’oppressione,

io sono morto denunciandola”.

Babeuf

Carissime/i, il 24 marzo del 1980 veniva ucciso il Vescovo Romero. Dopo 35 anni la Chiesa ha deciso per la sua beatificazione. Per ricordare Monsignore alleghiamo l’intervista a Ettore Masina apparsa il 15 febbraio 2014 su Difesa del Popolo (settimanale della diocesi di Padova) dal titolo “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”.

Un importante incontro sarà in maggio con il tradizionale Seminario del Nord Est. Si approfondirà la Finanza Criminale, questo è il tema,con gli amici delle reti venete, del Trentino e del Friuli e forse anche di Lombardia ed Emilia. L’incontro si terrà a Isola Vicentina, come quello del 2013. Data, orari e notizie logistiche nelle prossime circolari. I materiali preparatori si possono consultare sul sito della rete cliccando www. reterr.it

Siamo vicini alle feste pasquali, quindi: Felice e gioiosa Pasqua a tutti.

Intervista a Ettore Masina, autore della biografia “L’arcivescovo deve morire” (1995), a cura di Tatiana Mario.

Non ha mai conosciuto di persona mons. Romero, ma Ettore Masina, classe 1928, giornalista e scrittore romano, fondatore della rete di solidarietà Radié Resch (che a Padova ha radici significative), pur facendo di tutto nel 1990 per sfuggire alla stesura della sua biografia, non è più riuscito poi a farlo uscire dalla propria vita. E così nel 1995 firmò “L’arcivescovo deve morire”, a 15 anni di distanza da quel tragico 24 marzo 1980.

Come avvenne il suo “incontro” con mons. Romero?

«Ho sempre avuto una vocazione da conferenziere e, nel 1990, fui chiamato in una casa del popolo a Firenze da un gruppo di comunisti che all’epoca rappresentavo in parlamento e che si interrogavano sempre più spesso sulla teologia della liberazione, perché ritenevano che la beatificazione di Romero fosse indispensabile per aprire il dialogo tra una chiesa professante e una che viveva nascosta nella sua sede storica inespugnabile. Allora i comunisti erano convinti che parlare nelle case del popolo di temi ecclesiali fosse un fiore all’occhiello del partito per non essere tagliati fuori dal progresso e dal cambiamento sociale».

Come andò a finire quella sera?

«Ci ritrovammo alle 2 di notte, comunisti e cattolici insieme, che parlavamo ancora di mons. Romero. Eravamo tutti profondamente commossi da questo “gigante” che, nella realtà, era un uomo piccolo, basso di statura, con tanta paura di essere ucciso, e ci chiedevamo come i cristiani potessero seguire il suo esempio per vivere in maniera più impegnata e aderente al vangelo. La mattina fui buttato giù dal letto dall’amico padre Ernesto Balducci che da poco aveva fondato la sua nuova casa editrice. Mi disse: “Ho già inserito la biografia di Romero a tuo nome fra i volumi in uscita a primavera”. Gli dissi un no categorico, non avevo tempo con la mia attività da parlamentare e non avevo mai scritto nulla che non avessi visto con i miei occhi».

Quando arrivò il colpo di grazia?

«Nel 1992 Nilde Iotti, allora presidente della camera, mi inviò a El Salvador nell’America centrale come rappresentante del governo, in quanto ero presidente della commissione diritti umani in parlamento. Il governo salvadoregno stava per porre fine alla guerra civile: partii anche perché ormai avevo un debito di coscienza con Balducci che era tragicamente scomparso quell’anno. Lì tutto parlava ancora di Romero: il giorno della firma del trattato, dopo quindici anni finalmente la gente ballava in piazza di nuovo e lanciava baci al manifesto del “suo vescovo” dove campeggiava la scritta “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”, alludendo a una frase di Romero che, ancora in vita, affermò: “Se mi uccideranno, risorgerò nel mio popolo”. Stavo assistendo a un cambiamento epocale per quello stato, grande un quinto dell’Italia, che vedeva la pace dopo aver pianto, in oltre dieci anni di eccidio civile, 80 mila morti. Grazie all’ambasciatore, incontrai amici di Romero che continuavano a portare avanti il suo impegno per i poveri, per il vangelo. Ebbi accesso a resoconti mai pubblicati, conobbi la sua vera essenza oltre a quello che non solo in Salvador ma in tutto il mondo raccontavano di lui».

Perché papa Francesco lo vuole beato?

«Perché la chiesa dei poveri di Bergoglio è quella professata già da Romero: bisogna creare una nuova cultura cattolica perché la rivelazione di Cristo è a una nuova chiesa, quella dei poveri. Romero fu imputato perché era il teologo di questa nuova chiesa: girava le strade con il megafono e professava giustizia per i deboli e gli indifesi, ma amava ugualmente i ricchi a cui chiedeva la conversione del cuore».

Cos’è oggi il piccolo stato di El Salvador?

«È il quinto paese più povero al mondo con una situazione complicatissima. Il popolo è una comunità che ai suoi albori vede già la fine: la mortalità infantile è venti volte più elevata di quella italiana. La terra di tutta la nazione è in mano a soltanto sedici famiglie di ricchissimi latifondisti. Sconvolge l’amore che persiste ancora per Romero, il cui nome è legato a una parte di popolo salvadoregno che opera ogni giorno per la pace, portando avanti strutture di accoglienza per i poveri, gli emarginati, i sofferenti…».

E proprio per questo “popolo della pace”, la beatificazione di mons. Romero rappresenta il riconoscimento che la strada tracciata è quella giusta e che, a distanza di 35 anni, la sua testimonianza parla ancora a El Salvador e ai cristiani di tutto il mondo.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Febbraio 2015

A volte penso che il paradiso debba essere

un continuo infinito leggere.

Virginia Woolf, 1934

Carissime/i il suggerimento alla lettura da parte di Virginia Woolf ci invita all’incontro-presentazione del libro che racconta la vita di Daduoe:

VENERDÌ 6 MARZO alle ore 20,45 presso la Biblioteca ‘Concetto Marchesi’ a Battaglia Terme, Piazza della Libertà, Marianita De Ambrogio presenterà il suo libro ‘Dadoue Printemps, In cammino verso il cambiamento’. La serata, a ridosso della ‘Giornata della donna’, è organizzata dall’Assessora alla Cultura di Battaglia ed è inserita nella rassegna ‘Incontri con l’autore’.

Come arrivare: La biblioteca ‘Concetto Marchesi’ si trova all’entrata di Battaglia (venendo da Padova), si gira a destra e si segue la strada che porta verso il centro nuovo del paese. La piazza si trova sulla destra e la biblioteca è visibile lungo la strada: è una costruzione moderna di colore bianco su un angolo della piazza.

Dopo questo importante invito, la ns lettera continua con le notizie da Haiti, un pensiero del Vescovo Romero per ricordare la sua prossima beatificazione (dopo 35 anni dalla sua uccisione!) e come sempre la circolare nazionale che riassume il viaggio in Argentina e Cile dove sono state consegnate le firme raccolte per la causa dei Mapuche a difesa delle loro terre.

Ricordiamo monsignor Oscar Romero

Papa Francesco ha firmato il decreto che riconosce il martirio del vescovo Oscar Romero. Un passo verso la beatificazione del vescovo che già i nostri testimoni nei Convegni della Rete invocavano come Santo assieme ai santi campesini.

“È una novità, nel nostro popolo, che i poveri vedano oggi nella Chiesa una fonte di speranza e un sostegno dato alla loro nobile lotta di liberazione. La speranza che la Chiesa sostiene non è ingenua né passiva. La speranza che predichiamo ai poveri è perché sia loro restituita la dignità, è per dare loro il coraggio di essere, essi stessi, gli autori del loro destino. In una parola, la Chiesa non solo si è voltata verso il povero, ma fa di lui il destinatario privilegiato della propria missione. La Chiesa non solo si è incarnata nel mondo dei poveri, dando loro una speranza, ma si è impegnata fermamente nella loro difesa… Esistono tra noi quanti vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali (cfr. Am 2,6); quanti accumulano violenza e rapina nei loro palazzi (Am 3,10); quanti schiacciano i poveri (Am 4,1); quanti affrettano il sopravvento della violenza, sdraiati su letti di avorio (Am 6,3-4); quanti aggiungono casa a casa e annettono campo a campo, fino a occupare tutto lo spazio e restare da soli nel paese (Is 5,8). Questi testi dei profeti Amos e Isaia non sono voci lontane di molti secoli fa, non sono solo testi che leggiamo con riverenza nella liturgia. Sono realtà quotidiane, la cui crudeltà e intensità sperimentiamo ogni giorno”. (Mons. Oscar Romero, discorso in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa, conferitagli dall’Università di Lovanio il 2 febbraio 1980).

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Marzo 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, è sempre più difficile scrivere una lettera circolare di solidarietà in questa situazione di crisi mondiale, in cui è difficile scorgere qualche segno di pace e soluzione dei conflitti, e vedere progetti di liberazione internazionali che possano sfruttare efficacemente i pochi denari che una piccola Associazione, come la nostra Rete Radié Resch, riesce a racimolare ed a mandare. Il mio intento in questa comunicazione mensile, che curo da circa 30 anni è quello di sottolineare segni di speranza e fatti concreti che si muovono in questo senso. Gli eventi che ci possono dare segnali di liberazione e di novità, in questo contesto di crisi economica politica ed etica diffusa in tutto il mondo, possono essere solo quelli che vengono dai paesi poveri, una volta chiamati con un’espressione ridicola e tragica, paesi in via di sviluppo. Ma invece diventa quasi vera questa espressione, perché solo da paesi meno colonizzati dal capitalismo imperante possono venire notizie di reale sviluppo, notizie che non si riferiscono a PIL che aumenta, o aziende che esportano sempre di più, ma di scuole che funzionano meglio, di banche di credito cooperativo, di servizi sociali che cominciano timidamente ad affacciarsi ed a funzionare. Il nostro atteggiamento di italiani invece appare bloccato, non si vedono quasi segni di speranza, tutto va male, ma comunque il nostro stile di vita non deve mai essere toccato da alcuna minaccia di cambiamento, e non è solo un riferimento alla minaccia dell’ISIS, che è una minaccia reale e molto forte, ma anche i poveri e i migranti sono una minaccia, possono cambiare le nostre buone abitudini, la nostra civiltà superiore. Dove vedere segni reali di cambiamento? In che direzione scrutare per discernere orizzonti più umani, di possibile concreto cambiamento? Credo che solo l’incontro con le persone sia un’occasione di cambiare la nostra vita, di aprirsi al nuovo, agli altri, e la partecipazione ad una associazione come la Rete può essere davvero un’occasione concreta, di conoscere amici vicini, con ideali vicini a quelli di ciascuno di noi, e quindi persone con cui realmente ci si può confrontare, non solo mangiare insieme, o giocare a carte, o andare a concerto. Ma conoscere anche amici lontani, in altri continenti, lontani migliaia di chilometri, in altri contesti sociali ed etnici, con altre abitudini, è l’occasione di confrontarsi con il novo, con altri orizzonti. Conoscere persone in Guatemala, leggere come vivono e quali sono le loro aspirazioni, conoscerli qui e là, in occasione di viaggi, mantenere l’impegno di una piccola parte del nostro bilancio familiare per altre famiglie, per altri figli o cugini lontani, è un’occasione preziosa, è cercare di aiutare a costruire una vita diversa. È sperimentare la possibilità di un dono. Conoscere persone in Palestina, imparare la storia attraverso la loro esperienza e la loro sensibilità, con tutte le differenze di mentalità, ci mette in condizioni di vedere altre realtà, altre sofferenze, persecuzioni, muri che non sono caduti, e anzi continuano ad aumentare, ad avanzare. Conoscere cosa succede a Ghaza, ad Hebron, a Ramallah, ci pone in una posizione diversa rispetto agli amici che abbiamo vicini, agli amici colti, che sanno solo ciò che passa attraverso i giornali. Ed ora questa notizia che l’Italia riconosce i nuovo stato della Palestina, ma solo all’interno di accordi con Israele: una beffa! Non ci sarà mai accordo, Israele ha i mezzi ed i sostegni per fare sempre quello che vuole, aiutata da tutti suoi alleati e alla faccia di qualsiasi decisione punitiva – anche blandissima – dell’ONU. Conoscere come studiano i ragazzi brasiliani a Joao Pessoa, con le borse di studio che sosteniamo con l’opera mazziana, ci ha permesso e ci permette di seguire tutta l’evoluzione dello stato brasiliano, con tutte le sue contraddizioni, ma attraverso dei giovani che cercano di trovare la loro strada, in una realtà così difficile e contradditoria, ma solo in base alle loro competenze acquisite nelle scuole e nelle università, e le persone sono il mezzo più efficace per capire cosa succede, per mettersi all’altezza delle novità. Ma di tutte queste cose bisogna anche discutere, confrontarsi, incontrarsi, se no si rischia di bloccare tutto, di impermeabilizzare la nostra posizione di veronesi ed europei. Per questo è importante ogni tanto vedersi, salutarsi, ascoltare le esperienze, le letture di questo mondo così complesso e contradditorio, dove i giovani sembra non trovino lavoro né autonomie. Iniziamo a trovarci martedì 17, alle ore 21, all’Istituto “don Mazza”, in via San Carlo 5, sopra Santo Stefano, nel luogo dove è nata la Rete di Verona e dove si è incontrata tante volte. Incontreremo don Domenico Romani, che segue da anni e con grande passione, diligenza e accuratezza l’attribuzione delle borse di studio che proprio a Verona sosteniamo, con l’operazione “Marco Picotti”. E un prossimo importante incontro sarà in maggio, in un Seminario del Nord Est, con gli amici delle reti venete, del Trentino e del Friuli, e forse anche di Lombardia ed Emilia, nelle parti confinanti con le cosiddette Tre Venezie. Come sapete l’argomento è la Finanza Criminale, quella che usa i capitali finanziari non per far crescere le persone e le popolazioni, per solo per arricchirsi, ed arricchire le società di affari che lavorano solo per il profitto, le corporations, le banche internazionali … Ma ne parleremo nel nostro Seminario del Nord Est (ce ne saranno altri 3 in Italia, in altre zone), che sarà a Isola Vicentina, come quello del 2013, domenica 10 maggio. I materiali preparatori sono pronti, presi dalle pubblicazioni della Banca Etica, e si possono consultare sul sito della rete cliccando reterr.it: a metà pagina ci sono gli 8 argomenti consigliati. Cominciate a leggere l’ultimo! Forse appaiono altri segni di speranza, questa volta a Verona, in un incontro di piccoli agricoltori locali, che si svolgerà a Sezano sabato 14 marzo, dal titolo “Semi diritti giustizia”. Nella riunione preparatoria la gente coinvolta era diversa da quella dei dibattiti, erano contadini e agricoltori di tutte le età. E si sono materializzati qui, in provincia di Verona, i problemi sulla proprietà dei semi e sulle interferenze delle multinazionali, che noi conosciamo sostenendo i semterra brasiliani, la mesa campesina argentina e gli altri movimenti politici che abbiamo incontrato nella nostra vita di rete. Questa giornata è quindi perfettamente in linea con quanto andremo ad approfondire nel nostro seminario di maggio, con uno stile e uno svolgimento logicamente diverso (e forse anche divertente) rispetto ad altre giornate di studio. Ed è una vera occasione di preparazione al Seminario. In particolare una sessione pomeridiana ha il titolo tègneme la somensa, che evoca il libero scambio tra gente che vive direttamente questi aspetti della finanza criminale e si organizza autonomamente per fare resistenza (la frase si riferisce al contadino che vedendo il prodotto del vicino, lo apprezza e gli chiede di dargli i semi, così da poterli utilizzare anche lui alla prossima stagione). Questo pare un segno concreto di speranza, anche a prescindere da come potrà andare il convegno. Vale la pena che anche noi “retini” (della Rete, noi veronesi in primis) ne siamo informati e, potendo, ci facciamo un giro. Ma avremo certo il tempo di parlarne. Il nostro appuntamento è per martedì 17 marzo, all’Istituto mazziano, nella saletta presso la portineria, con possibile park interno e con accesso senza barriere.

Un caro saluto da Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Febbraio/Marzo 2015

Carissima, carissimo, qualunque sia il percorso della nostra vita, l’origine della nostra famiglia e delle relazioni interpersonali intessute, almeno una volta ci sarà capitato di leggere nel volto del nostro interlocutore una sorta di assenza dinanzi a quanto stavamo comunicando. Perché? Quanto dicevo, magari con sommo ritegno e fatica, cadeva in un baratro di indifferenza. Come, a nostra volta, non palesare l’indifferenza o meglio come non lasciarla albergare dentro di noi? In questa quaresima papa Francesco esorta tutti a non cedere alla “tentazione dell’indifferenza” e a non lasciarsi assorbire dalla “spirale di spavento e di impotenza”, saturi come siamo “di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana”. Francesco si è reso conto che il denominatore della globalizzazione che impera sull’uomo è proprio l’indifferenza. La nostra cultura quindi porta, come il papa afferma, il triste marchio della “globalizzazione dell’indifferenza”. L’intonazione è tragica, gravemente tragica, perché quando ci si scopre indifferenti, molta acqua è passata sotto i ponti e ha cancellato ogni moto della coscienza che istintivamente ed evangelicamente si rivolga all’altro e alla sua difficoltà. Nella sua proposta Francesco tocca il punto nevralgico: la mia personale comodità non deve essere alterata o scossa, io conto più di tutti e più di qualunque necessità. Spesso, troppo spesso l’indifferenza verso chi incontriamo nella vita quotidiana ci spinge ad imitare i comportamenti delle tre famose scimmiette: turarsi le orecchie, tapparsi gli occhi e chiudersi la bocca. In fin dei conti, è la morte dell’anima, del nostro interiore sentire che si riveste di una cellulite spirituale di difesa. Una barriera perché nulla turbi. Francesco nella sua riflessione spirituale non rimanda al cielo. all’evanescenza, ma esige un profondo contatto con la vita, con la gente, con la propria interiorità, con un corretto radicamento nel terreno stesso dell’esistenza. Richiede ritmi di vita più rallentati in modo da favorire il contatto con il proprio vissuto; richiede capacità di assaporare, di soffrire di partecipare… ma anche di contemplare, di uscire dal piano dell’utile, di dare respiro all’esistenza coltivando la gratuità. Chi coltiva, chi ricerca la dimensione spirituale parla probabilmente meno di autorealizzazione, ma apprende a dare spazio alla relazione, al noi, all’accoglienza, alla cura dell’altro. Fermarsi significa iniziare a conoscere a prendere possesso di noi stessi, delle proprie emozioni, delle proprie passioni, dei propri sentimenti. Cessare di sentirsi vittime dei giudizi propri o altrui, mentre è molto più importante e produttivo imparare ad ammettere i propri errori e correggersi, con senso di responsabilità e coscienza del limite. Nel mondo di oggi urge la ribellione delle coscienze, contrastare le ingiustizie, non pensare che la povertà sia una fatalità, che senza uguaglianza non possono esserci diritti per tutti, senza tutto ciò, una semplice azione di carità servirebbe a sancire l’ingiustizia. Abbiamo bisogno che: la solidarietà sia contrapposta all’individualismo; le tensione all’uguaglianza contrapposta al privilegio; la dignità dell’uomo, di tutti gli uomini, contrapposta allo sfruttamento; il lavoro come bene collettivo della società contrapposto al lavoro come contratto individuale; la scuola come crescita sociale, strumenti di liberazione per tutti… Quaresima sarà così ascolto, sguardo, parola di conforto e di condivisione. Quaresima sarà a me importa! Perché chi entra in qualsiasi luogo, dalla metropoli al piccolo borgo possa leggere sulle vie: A me importa! Mi sta a cuore chi vive qui e abita nel mondo. E se proprio devo partire da qualcuno, partiamo dai più piccoli e dai poveri, dagli esclusi e dai marginali. Così nessuno si vedrà recapitare il foglio di via o, peggio ancora, di inutilità e irrilevanza.

Buona Pasqua, Antonio

“Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore e uniche coloro che usano entrambi”

Rita Levi Montalcini

“La mia speranza? Che in futuro ci sia sempre meno solidarietà e sempre più giustizia”

don Luigi Ciotti

“Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”

giudice Rosario Livatino, assassinato dalla Mafia nel 1990

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Febbraio 2015

Carissimi amiche e amici, sembra che nessuno ascolti le parole di papa Francesco che quasi ogni giorno – con amore e saggezza che ricordano l’altro grande Pastore del nostro tempo, papa Giovanni –   indica al mondo, non solo ai cattolici, la via da seguire per conquistare pace e giustizia, ponendo fine alla violenza generata dall’odio, dalla vendetta, dalla sopraffazione, dalla smisurata voglia di potere e ricchezza dei potenti; il tutto complicato dai vari fondamentalismi di matrice islamica, capaci di attirare perfino elementi fanatici occidentali. Perché l’umanità non dà peso alle sue ispirate esortazioni? Non possiamo certo illuderci che un bel giorno regni sul pianeta la pace universale, né che le parole di un papa, per quanto sagge e portatrici di speranza, possano mutare il corso della storia. I romani dicevano Historia magistra vitae, ma quel motto – usato spesso con faciloneria e fuori luogo –  va inteso nel giusto senso: non che gli avvenimenti del passato, lontano e recente, possano insegnarci a non ripetere gli errori compiuti, bensì che possono aiutarci a interpretare i fatti di oggi e a regolarci di conseguenza. Pochi tengono conto di questo insegnamento, e sbagliano; sordi, per egoismo e disinteresse per le sorti altrui. A loro preme soltanto il proprio benessere e (neppur sempre) quello dei loro cari o dei loro servitori, detti fedelissimi. Stragi di innocenti, obbrobri di ogni genere e distruzioni immani sono oggi sotto gli occhi di tutti, al punto che molti diventano indifferenti, pensano che le cose siano sempre andate così e che non si possa porvi rimedio. Sicuro! La storia ci dice che periodi di vera pace non sono mai esistiti, in nessun luogo, ma questo non deve indurre l’uomo a rassegnarsi all’ineluttabile e a chiudersi in casa trascurando il mondo esterno. Inoltre è ragionevole immaginare che il continuo ripetersi delle visioni catastrofiche causate dalle guerre e dal terrorismo, offerteci con dovizia dai media, creino non solo assuefazione ma convincano i più che si tratta di avvenimenti lontani qui impossibili da verificarsi; così allontaniamo con noncuranza lo spettro del peggio. Ci manca la percezione diretta dei disastri bellici. Un ricordo personale – probabilmente vivo anche negli amici della mia generazione, sia romani che residenti in altre grandi città – impossibile da cancellare. Dopo il primo bombardamento di Roma, del 19 luglio 1943, mi recai con mio padre al quartiere S. Lorenzo, il più colpito e dove si ebbe il maggior numero di vittime e distruzioni. Alla vista delle immani rovine e al pensiero delle persone, popolani per lo più, che vi erano perite o rimaste ferite mi pervase uno sgomento indicibile. Palazzi crollati, la vicina basilica di S. Paolo fuori le Mura distrutta, l’attiguo cimitero del Verano rimasto sconvolto, mentre lo scalo ferroviario locale aveva ricevuto pochi danni benché fosse l’obiettivo dichiarato dell’incursione. Simili scenari e ancor peggiori, data la maggior potenza distruttiva dei moderni strumenti bellici, sono spettacolo frequente per tante popolazioni coinvolte in guerre non dichiarate e non da loro volute. Esodi di massa e insufficienza dei soccorsi sono aspetti frequentissimi che noi in Europa, dopo il 1945, non abbiamo conosciuto, a eccezione dell’ex Jugoslavia. Così il quadro disperato di popoli interi e di etnie perseguitate per fanatismo o xenofobia è completo. Riflettiamoci, e non occasionalmente. Il recente film-documentario “Il sale della terra”, di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (che traccia l’itinerario artistico e umano del grande fotografo brasiliano, dedicatosi anche a ritrarre volti e situazioni dei Sem Terra brasiliani) illustra con efficacia più che commovente le drammatiche condizioni di vita delle popolazioni in diversi continenti: guerre, guerriglie, deportazioni, sfruttamento dei lavoratori, esodi, carestie. Si tratta di un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo, ma che si conclude però con un soffio di speranza mostrando la possibilità di ripristinare la foresta amazzonica (e altro sarebbe fattibile), tornando all’antico fulgore. Purché l’uomo lo voglia, prendendo coscienza dei suoi obblighi inderogabili; perché il tempo stringe e occorre riscoprire, o scoprire, lo spirito di fratellanza, non estraneo alla salvezza del creato. Conflitti che possono estendersi, in Europa, in Medio Oriente, in Africa, sono ora in atto e le vie diplomatiche per comporli appaiono evanescenti. Nel Mediterraneo continua l’ecatombe di chi fugge per salvarsi e i sopravvissuti trovano un’accoglienza spesso indegna di questo nome. Della condizione politica e sociale del nostro paese è meglio tacere: tutti la conosciamo e ne siamo sconfortati. L’unico dato consolante è forse l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, dal quale ci attendiamo saggezza e imparzialità. Per noi che ci occupiamo di solidarietà internazionale (talvolta nazionale) non è lecito scindere il nostro lavoro dalla politica, dalla continua attenzione ai riflessi della seconda sulla prima. Perciò ci manteniamo vigili sugli avvenimenti che contano Quali che siano le nostre convinzioni politiche, evitiamo distrazioni dannose, interveniamo per quanto ci è consentito, evitiamo l’astensione alle elezioni quando vi fossimo tentati. Siamo cittadini votati alla solidarietà e non dobbiamo mai dimenticarlo. Un dato negativo ci viene però dal bilancio del 2014. Il tesoriere nazionale Silvestro (alias Silvio) Profico ci comunica che le entrate generali della Rete sono passate dai 269.377 euro del 2013 ai 224.036 euro del 2014 e che la rete di Roma è scesa nello stesso periodo da 9.650 a 4.470 euro, un dato molto scoraggiante. Non replico appelli di sorta; vi chiedo solo di meditare e, a chi non fosse più interessato alla Rete, per qualsiasi motivo, di darmene cenno, come altri hanno fatto cortesemente in passato. Vi informo con l’occasione che l’encomiabile amico Profico, dopo 33 anni, lascia l’incarico e che gli subentra l’amica di Castelfranco Veneto Marta Bergamini in Corletto. A entrambi va il nostro sentito “grazie”. Al coordinamento romano di fine gennaio è stato deciso, tra l’altro, che il 9 o il 10 maggio si terrà a Salerno il seminario del Centro-Sud sulla “Finanza criminale”, con ottimi relatori. I particolari in seguito. Un saluto affettuoso e arrivederci presto.

Mauro Gentilini