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Leonardo Boff

Ci ha lasciato l’uomo che sempre attendeva l’avvento di Dio

Ha fatto di tutto nella sua vita. Da giovane fu ateo e marxista. Ma improvvisamente si convertì. Venne ordinato prete durante la guerra. Poi entrò nella Resistenza contro i nazisti. Nel 1949 diventò vice assistente nazionale della Gioventù cattolica. Ma le sue posizioni non piacquero allo status quo ecclesiastico e così venne incaricato di imbarcarsi come cappellano in una nave di emigranti italiani in Argentina. Durante il viaggio di ritorno incontrò un piccolo fratello di Gesù, seguace di Charles de Foucault, il cui carisma è quello di vivere tra i più poveri. Visse il periodo di noviziato in Algeria, nel deserto, ed entrò nella lotta di liberazione contro la dominazione francese. Venne mandato poi in Argentina dove lavorò per anni con i boscaioli. Andò nel Cile di Pinochet. Ma il suo nome comparve presto nella lista degli obiettivi da eliminare: “chi incontra uno di questi, può ucciderlo”. Trascorse un po’ di tempo in Venezuela, ma finì per insediarsi in Brasile, a Foz do Iguaçu, dove diede vita a varie iniziative a favore dei poveri, tra cui una cooperativa di produzione e commercializzazione di erbe medicinali, un’azienda agricola per giovani emarginati e altri progetti popolari che proseguono anche oggi. Ha ricevuto molti riconoscimenti, quasi sempre rifiutati. Ma il più importante fu quello del 29 novembre del 1999 a Brasilia, quando l’ambasciatore israeliano gli conferì il riconoscimento più importante per i non ebrei, quello di “Giusto tra le Nazioni”. Durante la guerra aveva creato con altri una rete clandestina che aveva salvato 800 ebrei. Si fece monaco senza uscire dal mondo, restando sempre nel mondo di coloro che sono spezzati e umiliati. Tutto il suo tempo libero lo dedicava alla preghiera e alla meditazione. Durante il giorno recitava mantra e invocazioni. È stata una delle figure più impressionanti passate nella mia vita, dotato di una retorica in grado di resuscitare i morti. Eravamo amici-fratelli. Aveva un suo modo singolare di pregare. Fu lui a raccontarmelo. Pensava: se Dio si incarnò in Gesù, allora fu come noi: faceva la pipì e la cacca, piagnucolava per avere il latte, faceva smorfie quando qualcosa lo infastidiva come il pannolino bagnato. All’inizio, pensava, Gesù dovrà aver amato di più Maria, poi dovrà aver amato di più Giuseppe, tutte cose che Freud e Winnicott ci hanno spiegato. Ed è cresciuto come i nostri bambini, giocando con le formiche, correndo dietro i cagnolini e rubando frutta nel cortile del vicino. Questo strano mistico pregava Nostra Signora immaginando come cullava Gesù, come lavava i pannolini sporchi e come cucinava la pappa per il Bambino e i piatti per il marito carpentiere, il buon Giuseppe. E si rallegrava interiormente con tali immagini perché così doveva essere pensata l’incarnazione del Figlio di Dio, nella linea di papa Francesco, non come fredda dottrina, ma come fatto concreto. Sentiva e viveva queste cose con il cuore. E spesso piangeva di gioia spirituale. Dovunque andasse, creava sempre intorno a sé una piccola comunità nella più povera favela della città. Aveva pochi discepoli. Giusto tre, che finivano per andarsene tutti. Ritenevano troppo dura quella vita, e dovevano anche meditare durante il giorno, a lavoro, in strada, in visita alle baracche più fatiscenti. Si unì allora a una parrocchia che faceva lavoro popolare. Lavorava con i senza terra e con i senza tetto. Coraggioso, organizzava manifestazioni pubbliche di fronte al Comune e spingeva ad occupare terre improduttive. E quando i senza terra e i senza tetto riuscivano a insediarsi, preparava belle “mistiche” ecumeniche come fa sempre il MST. Ma tutti i giorni, intorno alle 10 di notte, si nascondeva nella chiesa buia. Solo un lume lanciava tremuli lampi di luce, trasformando le statue morte in fantasmi e le colonne in strane streghe. E là restava fino a tardi. Tutte le notti. Impassibile, gli occhi fissi sul tabernacolo. Un giorno andai a cercarlo in chiesa. Gli domandai a bruciapelo: «Fratel Arturo, tu lo senti Dio, quando, dopo il lavoro, ti metti a pregare qui in chiesa?». Con tutta tranquillità, come chi si sveglia da un sonno profondo, disse solo: «Io non sento niente. È da molto che non ascolto la sua voce. Un giorno la sentivo. Era meraviglioso. Riempiva i miei giorni di musica e di luce. Oggi non sento più niente. Soffro dell’oscurità. Forse Dio non vuole parlarmi mai più». E allora, replicai: «Perché resti tutte le notti lì nella sacra oscurità della chiesa?». «Resto -rispose- perché voglio essere sempre disponibile. Se Egli volesse manifestarsi, uscire dal suo Silenzio e parlare, io sto qui in ascolto. E se volesse parlare e io non stessi qui? Perché, ogni volta, viene solo un’unica volta. Come prima». Tanta disponibilità mi ha meravigliato e fatto riflettere. È grazie a queste persone, questi anonimi mistici, che la Casa Comune, secondo quanto dice papa Francesco, non è distrutta e Dio mantiene la sua misericordia sull’umana malvagità. Queste persone vegliano e attendono, contro ogni speranza, l’avvento di Dio che forse non avverrà mai. Ma sono i parafulmini divini che raccolgono la grazia che, silenziosamente, si diffonde per l’universo e fa sì che Dio continui a donarci il sole e tutte le stelle e penetri a fondo nel cuore di tutti coloro che vivono nella Casa Comune. E se Dio apparirà ci saranno persone disponibili ad ascoltarlo. E piangeranno di gioia. Il suo nome è Arturo Paoli, che a 102 anni è andato a vedere e ad ascoltare Dio il 13 luglio 2015, dove viveva a San Martino in Vignale, nelle colline di Lucca.

Editoriale del numero 109

Editoriale 1

Sono arrivato in Brasile da un paio di giorni, questa mattina ho partecipato al convegno del Movimento nazionale dei Raccoglitori di Materiali riciclabili a San Paolo. Molti di queste donne e uomini, vivono in strada. Ho ascoltato con attenzione la relazione iniziale e i molti e semplici interventi che si sono succeduti. Nell’intervallo del pranzo abbiamo mangiato tutti insieme, ordinatamente in fila – vi partecipavano 600 persone- condividendo un “sano e gustoso” piatto di arroz e feijao preto (riso e fagioli neri). Rifletto su come viviamo in questo momento storico, in cui mai come prima il cibo è al centro dell’interesse generale, non solo per l’Expo, dove si prevede che possano passarvi 20 milioni di persone. In televisione si “spadella” dall’alba al tramonto, in un rincorrersi di programmi, giochi a premi e reality. Sui ripiani dell’edicole e delle librerie si fatica ad orientarsi tra le riviste di cucina e tra quelle che pur, non occupandosi direttamente di fornelli, offrono come gadget contenitori, utensili vari e padelle. Nonostante la crisi economica, nelle nostre città i super e gli ipermercati godono di ottima salute e fioriscono qua e là botteghini e negozietti dedicati a specialità di ogni tipo. I frigoriferi hanno un bel da fare a mantenere intatto tutto quello che stipiamo al loro interno, ma spesso capita pure che molto finisca nella pattumiera… Eppure la nostra è una società affamata. Molto affamata. La stragrande maggioranza dell’umanità non sa neanche che esiste la parola Milano, figuriamoci la città! Noi, quando abbiamo fame, apriamo il frigorifero o gli armadietti della cucina, mentre milioni di persone devono produrselo nel loro campo, se hanno, un pezzo di terra! Abbiamo fame di semplicità. Andiamo alla ricerca di cose elaborate, ma poi ci sciogliamo letteralmente di fronte a quelle più semplici e apparentemente più insignificanti. Abbiamo fame di essenziale. È fondamentale che gli occhi con cui guardi e il cuore con cui senti la vita, e che invece quasi non più, nemmeno se la stazione di Milano dell’Expo del “grande cibo” diventa un accampamento di profughi. Abbiamo fame di fiducia. La fiducia è un ingrediente che scarseggia sempre più sulle tavole della nostra vita. Soffice e leggera come una spezia in polvere, è pronta e vola via al primo vento contrario. Abbiamo fame di verità. Siamo così sazi di false promesse, di letture distorte dalla realtà, da arrivare a pensare di non riuscire quasi più a distinguere il “gusto” dalla verità. Abbiamo fame di silenzio. Tanti, troppi sono i rumori che ci ronzano nelle orecchie e nel cuore e che coprono la lieve e melodiosa voce della serenità, colonna sonora d’altri tempi delle nostre giornate. Abbiamo fame di speranza. Ce l’abbiamo nelle vene l’istinto profondo di trovare quel puntino luminoso, capace di indicarci la direzione e che si nasconde in mezzo alle intricate matasse di cui è intessuto il nostro quotidiano, divenendo -ai nostri occhi- quasi un sogno inafferrabile. Abbiamo fame di relazioni. Siamo alla perenne ricerca di relazioni schiette e sincere, di relazioni che non abbiano come unico scopo un qualche vantaggio personale. Abbiamo fame di relazioni intessute di semplicità, essenzialità, fiducia, verità, silenzio e speranza. Abbiamo fame di relazioni in cui sperare e su cui sperare. Ma viviamo anche in una società che ha paura di riconoscere la propria fame e che per questo si aggrappa ostinatamente a quello che crede sia veramente importante, ma che poi, alla fine, così importante non è. Abbiamo paura di dire e di dirci che abbiamo fame al punto da lasciarci paralizzare da questa paura, che blocca le nostre braccia, svuotando le dispense della nostra umanità di quella semplicità, essenzialità, fiducia, verità, paura e silenzio di cui tanto abbiamo bisogno. Abbiamo paura di dire che abbiamo bisogno di cambiare menù, di ricalibrare la dieta del nostro quotidiano. E questo non tanto per rimetterci in forma in vista dell’estate, ma per ritrovare il gusto delle cose buone che alimentano e fortificano la nostra vita. Ognuno di noi è responsabile dell’altro, della natura, della creazione, di tutti gli esseri viventi, perché è solo insieme che possiamo convivere, armonizzarci. Il grande pensatore ebreo Hans Jonas, parla del principio della responsabilità come del motivo fondamentale e assoluto per ogni generazione di non essere sola egoistica sfruttatrice delle risorse naturali, come se dopo di lei il mondo fosse destinato a finire e non ci fossero altre generazioni destinate ad occupare la terra. Una responsabilità per tutti gli abitanti attuali del mondo, nessuno escluso. Fare attività politica senza “sentire il dolore del mondo” non ha per niente senso. Occorre mobilitarsi sul territorio. Occorre trovare forme nuove di informazione, sensibilizzazione e formazione. Occorre non mollare su un terreno che è decisivo sul piano della civiltà. È morto Arturo Paoli, ci mancherà… molto!

Antonio Vermigli

Editoriale 2

Omelia da una terra dei fuochi

Avete condannato a morte il suolo che vi ha fatto nascere. L’avete venduto per trenta denari. Nessun riscatto è possibile per voi carnefici di terra materna. Nessuna pena risarcisce l’innumerevole agonia degli appestati? Spetta ai vostri figli il debito del vostro delitto. Spetta a loro e ai figli dei figli diventare medici, infermieri, chimici del risanamento, missionari di bonifiche. Spetta ai vostri figli raccogliere dalla spazzatura il vostro stesso nome? Una generazione nuova si mette camice e mascherina, guanti e tute per fare chirurgia nelle viscere guastate della propria terra. Non è solo atto di riparazione ma esigenza di futuro. L’impedimento di qualunque insulto al bene di tutti a beneficio del profitto di alcuni sarà la nuova era industriale: restauro della terra stuprata? Maledette siano le trivelle del petrolio in Basilicata e in Adriatico, maledette le industrie private e le opere pubbliche che spargono veleni di lavorazioni? Abbiamo una patria unica al mondo, imbottita dalla maggioranza del patrimonio culturale dell’umanità, affidato al più misero dei ministeri. Il nostro maggiore prodotto di esportazione è il vino. Esportiamo lavoro della terra più di qualunque prodotto industriale, spesso fabbricato fuori? Terra e Cultura sono le sole doti strategiche d’Italia? Convertirsi non è più solo parola d’ordine religiosa, ma deve coinvolgere l’economia, la spesa dello Stato. Convertire il futuro.

Erri De Luca

Riportiamo qui due brani significativi del “testamento spirituale” di don Arturo Paoli, piccolo fratello del vangelo su cui dovremmo riflettere.

Arturo è mancato il 13 luglio scorso, all’età di 102 anni, sette mesi e tredici giorni.

“Se mi si chiedesse a quale Chiesa appartengo, quella cui aderisco direi, senza esitazioni, è quella del Concilio Vaticano II°, a quella della Lumen Gentium, della Gaudium et Spes e confesso, senza tortuose ipocrisie, che penso che i due pontefici succeduti a Paolo VI sono incorsi nel rimprovero-lamento espresso da Gesù in Mt 16 e in Lc 12, sui segni dei tempi”.

“Ma vorrei dire a tutti coloro che mi ricordano che non dimentichino mai che il nostro luogo di nascita si professa cristiano-cattolico ma presentemente noi facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile”.

Paolo Latorre

Provocare un nuovo umanesimo

Analizzare e capire il mondo in cui viviamo diventa sempre più difficile. La complessità e la poliedricità del nostro vivere come singoli, comunità, società e popoli, impedisce di avere uno sguardo di insieme, di poter mettere in sintonia e armonia tutto ciò che viviamo. La complessità e la poliedricità nella quale il mondo-della-vita si trova è il frutto di una comunicazione incredibilmente rapida e della libertà che l’uomo si è andato conquistando nelle varie epoche della storia. In questo vi trovo un riflesso di quella grandezza dell’uomo che Dio stesso ha voluto. Nel mentre rifletto su questa grandezza dell’uomo, voluta da Dio stesso, non riesco ad essere indifferente di fronte a drammi umanitari che dilaniano il volto e la dignità dell’umanità; in questi giorni non riesco ad essere indifferente al pensiero di migliaia di persone, miei compagni di viaggio in questa vita, che vogliono fuggire dai loro paesi d’origine. Vogliono dirigersi verso una libertà impressa nel loro immaginario da racconti e squarci di realtà patinata, visti da uno schermo che nel mostrare non rivela che il mondo patinato, fatto di una bella copertina: è un mondo altro, un’ “isola che non c’è”. Si tratta di un mondo tragicamente reso reale dalle menti perverse degli scafisti e dei trafficanti di uomini e donne che, sfruttando il loro desiderio di libertà li condanna a schiantarsi verso il nulla di quell’ “isola immaginaria” ed una libertà che li rende prigionieri. Apprendo con interesse e piacere che l’Unione Europea si stia dando da fare per far sí che i viaggi verso la speranza di molti fratelli e sorelle non si concludano in un naufragio. Ma ci sono due considerazioni che vorrei fare a riguardo. La prima è sulla reale efficacia di una tale iniziativa, ossia: l’Unione Europea non può affrontare e risolvere da sola questo “naufragio provocato”; è necessario infatti il coinvolgimento e il dialogo con i paesi di origine di questi cittadini del mondo. La sovranità nazionale è un diritto per ogni paese, di questo ne sono convinto. Ma una politica guidata da un “briciolo di cuore” non può permettere che in molti paesi del mondo si consumino delle violenze silenziose che fanno soffrire molte persone tanto da farle desiderare di fuggire. Lasciare il proprio paese d’origine non è mai facile, questo me lo assicurano le tante persone con cui mi relaziono nel mio servizio missionario. È infatti ancora vivo in me il ricordo dei racconti di amici congolesi che ho accolto in Italia. Intorno al fenomeno dell’immigrazione c’è un assordante e ormai palese sfruttamento del desiderio di libertà di queste porzioni di popoli in fuga; un desiderio che diventa occasione di profitto economico-finanziario di organizzazioni criminali. La triste realtà del “finché c’è guerra c’è speranza” per i mercanti di armi, ora si allarga a coloro che si ergono a moderni “Caronte” gridando, violentando e mettendo a repentaglio la vita non di “dannati meritevoli dell’inferno”, bensì di uomini e donne desiderosi di pace e “paradisi”. A questi moderni traghettatori verso il naufragio, si aggiungono voci stonate provenienti dalla sponda dei presunti “paradisi” che gettano su questi fratelli e sorelle il colore dello straniero, la puzza dell’intruso, l’infamia dell’essere ladro di lavoro e di possibilità tolte agli autoctoni. Ma, verrebbe da chiedersi: “Chi è autoctono nel suo paese in un mondo globalizzato?” Questo rivela che la globalizzazione è un fenomeno causato, voluto e apprezzato solo quando fa il gioco dell’utilità e del profitto di pochi. Una seconda mia considerazione riguarda l’incapacità di accogliere questi nostri fratelli. Non parlo di accoglienza fisica. Si sta facendo tanto nei centri del sud Italia e a tale accoglienza va dato merito ai tanti volontari, uomini e donne di nobile volontà. L’accoglienza di cui parlo è quella umana, di senso, di com-passione. Mi sembra che una sorta di indifferenza ci porti a non renderci conto che questi nostri fratelli e sorelle, che sbarcano sulle nostre coste, ci portano pezzi delle loro vite in fuga dalla sofferenza. Si tratta di una sofferenza tale che li spinge a mettersi in viaggio anche rischiando il naufragio. Ma il vero e più sofferente naufragio è quello che si consuma negli scanni dei nostri parlamenti, dei parlamenti esistenti o no, dei paesi di origine di questi fratelli e sorelle in fuga. Si tratta dunque del naufragio di una politica che non serve più, in molti sensi. Una politica che si fa servire, divenuta idolatrica e che è lontana dal mondo-della-vita reale. Queste politiche -fatte da parlamenti nominali e di vitalizi reali- sono le cause del naufragio. E noi ci illudiamo di voler salvare chi annega e naufraga senza andare alla causa/radice del fenomeno!!! Sarà possibile? Ce la poniamo tale domanda? Mi sembra che sia importante darsi da fare per far fiorire un nuovo umanesimo; un umanesimo che con il ritmo della com-passione e la sinfonia della convivialità possa realmente riconoscere e ridare quella dignità che è l’elemento fondante di ogni creatura, di ogni essere umano. Un nuovo umanesimo che non si pieghi alle lusinghe del pensiero unico che vuole tutto omologare e che è alla base di ogni fondamentalismo. Un nuovo umanesimo che sorga dal grido di dolore di tante morti innocenti, di tanta violenza e odio che paradossalmente diventano funzionali ad un sistema di morte basato sul minimo sforzo per ottenere il massimo profitto. Le parole scritte da Pico della Mirandola sono per me una poesia in grado di ispirare un nuovo paradigma di umanesimo dal volto umano che come umanità stiamo cercando con molta fatica e tanti ostacoli. […] Stabilì finalmente l’Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me scritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto ne celeste ne terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose che sono divine.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) “De dignitatis Hominis”.

Non ho paura del naufragio al quale come società andiamo incontro; ho più paura dell’esasperato tentativo di non vedere questo naufragio che faccio sia personalmente che come parte del mondo. Quando le lusinghe dell’autoreferenzialità inibiscono il poter riconoscere che “sono perché siamo”, ossia sono perché il mio poter essere e fare trascende il mio stesso esistere, relazionarmi e agire, questo è il vero naufragio della ragione, del cuore, della vita.

Il nuovo paradigma di cui c’è bisogno è quello di pensarsi e agire come umanità non dominatrice della natura e delle relazioni, bensì come custode attento, profondamente coinvolto e capace di dipendere da ciò di cui deve aver cura. Il paradigma di un umanesimo dal volto umano deve poter coinvolgere e dar speranza alla relazione con la natura, con se stessi, con gli altri, senza trascurare l’Altro! Ritengo che questo cambio di paradigma non possa non avvenire senza grandi sacrifici e impegno da parte di tutti. Solo questo impegno e sacrificio possono rendere Sacra la Vita, l’uomo libero della vera libertà, le religioni vie di saggezza e infine le politiche causa di effettiva carità.

Editoriale del numero 108

Oggi i drammi corrono più veloce delle nostre capacità di registrarli, conoscerli, dare loro una dimensione. Parlo di rifugiati dalle guerre e di migranti dalla fame. Vorrei rammentare a tutti coloro i quali vomitano di tutto e di più nei confronti di chi scappa dalla violenza, dalla paura, dagli stenti, dalla schiavitù e dalla morte, che stiamo parlando di persone. In loro non vedo la spasmodica ambizione di vacanze low cost, ma più semplicemente colgo grida d’aiuto e di solidarietà. Aver attribuito al sostantivo “immigrato”, sin dalla prima ora un significato dispregiativo è l’errore più marchiano che si potesse commettere. Basta con i pregiudizi, cerchiamo di non ragionare in termini di convenienza, cerchiamo di capire. Tra noi e loro c’è una sola, incontrovertibile, differenza, un qualcosa che non ci siamo di certo meritato o conquistato: l’aver vinto alla lotteria biologia, la fortuna di nascere nel posto giusto. Penso a don Tonino Bello, l’umile-grande vescovo che ci ha lasciati 22 anni fa, era il 20 aprile. Lui ha dato tutta la tua vita per lasciarci un mondo migliore, che ha consumato tutto se stesso per renderci migliori. Tu che avevi aperto le porte del tuo vescovado ai migranti ai poveri, 22 anni fa ci lasciasti una terra migliore. Noi eravamo migliori. Infatti, allora quando sbarcarono più di 30.000 albanesi a Bari, ma non ci fecero mica paura. No. Tu ci spronasti a spalancare i nostri cuori prima ancora che l’uscio delle nostre case. Tu ci insegnasti che “davanti a una persona non si discute, la si accoglie”. Oggi non è più così, don Tonino. In questi giorni, centinaia di vite umane sono morte. Dicono affogate. Disperse. Non riescono nemmeno a contarli. Sono tanti. Forse rimarranno senza volto e senza nome. Senza esequie. Migranti in eterno, clandestini anche in paradiso. Fuggivano dalla loro terra, in cerca di una nuova patria che garantisse loro un po’ di libertà, un briciolo di dignità o forse semplicemente un pezzo di pane. In mare hanno trovato solo la morte. E uno scoglio di cinismo. Uccisi due volte. Chi provoca questa situazioni? È troppo comodo parlare di società e nazioni, di organizzazioni e di guerre, e rimanere nell’astratto, bisogna avere il coraggio di indicare i volti di chi, cinico, determina tutto lo sfruttamento. I guadagni quali canali percorrono? I perché rischiano di liberarsi nell’aria ed evaporare: basta lasciar parlare e poi tutto rimane esattamente così come era. Gli schiavisti odierni ripropongono la tratta dei neri tanto deplorata. Non basta scuotere i grandi, i potenti, le comunità internazionali e locali. Non basta neppure dare una mano, è necessario dare il cuore, sprecarsi senza misura. Leggo che nella civilissima, felicissima, multietnica America, una donna di colore venga eletta sindaco e l’intero dipartimento di polizia si dimetta per protesta. È accaduto a Parma (non la città emiliana famosa per il parmigiano, il prosciutto e del culatello), una comunità di 700 anime nello Stato Usa del Missouri, dove Tyrus Byrd è la prima donna sindaco afroamericana. Ciò non sembra esser stato di gradimento agli agenti del dipartimento di polizia e a tre impiegati comunali che si sono dimessi e la nuova rappresentante delle istituzioni, a poche ore dalle elezioni, ha dovuto prender atto di aver a disposizione un solo agente di polizia, l’unico che ha scelto di restare. La vicenda ha destato scalpore e polemiche tra l’opinione pubblica americana. Insomma conservatorismo, ignoranza e razzismo, regnano ovunque anche in quel d’America. A me torna in mente la presentazione della squadra di governo da Letta, quando tra le fila spuntò Cecile Kyenge e esattamente pochi istanti dopo partirono gli attacchi da ogni direzione. La fame e le guerre, vere cause della fuga di milioni di persone. Oggi nel mondo ci sono un milione e mezzo di obesi, mente 850 milioni di persone soffrono la fame, di queste, 40 milioni muoiono ogni anno, mentre gettiamo via una quantità di cibo che basterebbe a sfamare chi non ne ha e ne rimarrebbe… I prodotti che la terra produce ogni anno sono così utilizzati: il 50% per l’alimentazione, l’altro 50% per produrre biocarburanti. La spesa militare del governo italiana per il 2014, dati pubblicati dal SIPRI il 13 aprile scorso, è stata di 29,2miliardi di €.

Mons. Oscar Arnulfo ROMERO. In America Latina ogni tanto capita che per le vie delle città qualche negozio abbia affisso in vetrina un cartello con su scritto: “Cercasi commessi”, oppure -in caso di ristoranti- “Cercasi cuochi”. Come sarebbe bello se anche le chiese appendessero alle loro pareti il messaggio “Cercasi urgentemente profeti”! In effetti questa necessità -in Sudamerica come anche nel resto del mondo- ci sarebbe eccome… Ma risvegliare le vocazioni e attualizzare la figura del profeta non è impresa semplice, perché richiede una forte unione tra Chiesa e popolo. La stessa che lo scorso 24 marzo -in occasione dei trentacinque anni dal martirio dell’arcivescovo Oscar Romero (ucciso nel 1980 da un cecchino legato al partito salvadoregno di estrema destra) – ha animato la comunità cristiana di El Salvador. E ancora, la stessa unione che il prossimo 23 maggio -durante la cerimonia di bea­tificazione di Romero a San Salvador- collegherà il mondo cattolico a ogni latitudine. Credo sia il caso di approfondirne un po’ il significato. Chi era monsignor Oscar Romero? Quali conseguenze ha avuto la sua morte in Sudamerica e nel mondo? Come si può far rivivere il suo insegnamento nella Chiesa e nella società d’oggi? Poche settimane fa, ci ha lasciati don Giorgio Morlin, nostro caro e acuto redattore, incredibile animatore della parrocchia di Mogliano Veneto e della Rete locale. Gli amici di Mogliano, nel darcene notizia, così lo ricordano: “Uno dei suoi tratti caratteristici era l’accoglienza. Pur nella sobrietà della sua canonica, che poi denotava il suo stile di vita, quante persone ha accolto: stranieri, donne in difficoltà, rifugiati, disperati… Potremmo parlare a lungo di quali siano stati l’insegnamento, la testimonianza ed anche la figura profetica di don Giorgio (come non ricordare nelle sue omelie e nei sui scritti, le prese di posizione e le denunce contro la corruzione, la mancanza di etica, il degrado dei valori in politica…).”

Il direttore

Editoriale del numero 107

Il passaggio da un anno all’altro porta con sé il desiderio di cambiare. L’anno nuovo è visto come un tempo nuovo. Questo rivela una vocazione dell’essere umano a rinnovarsi permanentemente. Ma quel che rende il tempo fecondo di qualcosa di nuovo è l’amore. Dobbiamo vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perché il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio, sia veramente efficace. Da soli, non possiamo cambiare le strutture politiche basate su leggi strutturali. Tuttavia, possiamo contribuire a creare le condizioni necessarie a trasformare le leggi e i sistemi e a rendere il mondo più giusto e più fraterno. Accogliere il nuovo anno è credere fortemente che ci impegneremo a garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace. È importante che questo nuovo anno sia per tutti noi un tempo di profondo rinnovamento di vita. È necessario che ciò si ripercuota anche nelle persone intorno a noi e in tutta la terra. Perché questo sia possibile, dobbiamo assumere di nuovo, ora, l’impegno -in ogni giorno del nuovo anno- a prenderci un momento, anche se breve, alla gratuità e all’interiorità, per rinnovare un dialogo vero e profondo, ciascuno con se stesso. E dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo più difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare la comunione solidale con la Madre terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta. Ritornando a privilegiare i mestieri antichi, gli orti, le antiche colture, per riavvicinarci alla terra e all’uomo, attraverso una nuova relazione basata sull’importanza dell’altro. Così, la speranza che questo sia un anno positivo si realizzerà in ciascuna e in ciascuno noi, e nel mondo. La terra e tutto quello che essa contiene è destinata all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati devono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti. Paolo IV, nella Populorum progressio cita S. Ambrogio: “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. E allora tutti potremo constatare come diverranno vere e feconde nella nostra vita le parole dell’antica benedizione irlandese che ho letto: “il vento soffi leggero sulle tue spalle, il sole brilli caldo sul tuo viso, le piogge cadano serene lì dove vivi. E, fino a quando ti vedrò di nuovo, che Dio ti tenga nella palma della sua mano”. L’anno nuovo ci trasformi in tutte le mamme del mondo, di ogni razza, di ogni cultura. Tutte hanno una certezza, tutte sentono quando nasce la loro bambina o il loro bambino, la sua debolezza. Tutte scoprono subito che non hanno altro scopo nella vita, altre felicità che servire la debolezza del loro bambino, affinché cresca, affinché egli diventi tutto ciò che è capace di diventare. E questa è la prima lezione d’amore, quell’amore che fa si che noi siamo qualche cosa di più, qualche cosa oltre noi stessi. Che ci fa comprendere che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che superi il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. La nostra azione di approfondire i meccanismi che determinano la disuguaglianza, per dare voce a chi non ha voce, e la nostra azione di restituzione-autotassazione periodica, libera nella quantità e costante nel tempo, a sostegno di progetti pensati e realizzati indipendentemente dai nostri referenti in America Latina, Africa e alcuni in Italia, e un’attenta riflessione e azione politica, hanno la capacità interrogarci continuamente, di tenere aperto l’orizzonte per un cambiamento. Piccoli segni attraverso i quali si sviluppa la consapevolezza dell’interdipendenza e della corresponsabilità.

Antonio Vermigli

Agostino Rota Martir

Vita da “zingari” (vista da noi) e la vita vista dai Rom. Punti di vista diversi!

1. Ogni popolo, compreso quello dei Rom e Sinti, ha il diritto della propria auto-determinazione. Perché lo riconosciamo quasi automaticamente a tanti popoli, invece per i Rom non avviene?

Da decenni ormai sono continuamente assaliti da assistenti, operatori, associazioni… Quanti Progetti di ogni tipo, abbiamo visto scorrere sulle loro teste, quante soluzioni si sono accavallate sulle loro vite… per poi rivelarsi fallimentari e quasi sempre incolpare i Rom del loro insuccesso. Le soluzioni che in questi decenni sono state proposte, non hanno fatto altro che incancrenire il problema.

La loro auto-determinazione viene sacrificata in nome di un bene stabilito da altri, al di fuori del loro mondo, o per lo meno non sufficientemente conosciuto e quasi sempre (ieri come oggi) senza una loro reale partecipazione e coinvolgimento. A loro in genere spetta adeguarsi al “benefattore/salvatore” di turno. È uno dei tanti luoghi comuni, tra i più diffusi anche tra coloro che si occupano di Rom, quello di credere che loro hanno bisogno di qualcuno che decida al posto loro, nel bene e nel male.

C’è sempre qualcuno pronto a suggerire come organizzare la loro vita: che la lavatrice non va messa in quel posto, che i bambini devono vestire in altro modo, chi devono frequentane e chi no, chi può e non può venire a visitarli, che la casa è la soluzione del problema Rom, che i Rom non sono più nomadi, che i campi devono essere superati, che non devono andare più ad accattonare perché non è dignitoso, che non bisogna accendere più fuochi all’aperto, che bisogna stare nello spazio assegnato, che l’integrazione è fare questo e non quello, che le regole (patti) bisogna rispettarle sempre, anche quando sono state sottoscritte sotto forma di ricatto o per incutere paura.

Noi, con le nostre Associazioni, con le più fantasiose politiche sociali studiate ad hoc, pensiamo di dover essere noi a trovare per loro le soluzioni, con convegni nazionali/internazionali, dibattiti, seminari, studi … i Rom invece decidono della loro vita attorno ad un fuoco o bevendo insieme una tazza di caffè, consultandosi tra di loro. Luoghi e tempi diversissimi e distanti tra loro. I nostri a lunga programmazione, i loro invece, hanno il respiro breve, perché seguono quelli della loro esistenza, fatta di sensazioni, possibilità da cogliere al volo, clima che si respira in un dato momento, paure. I nostri luoghi cercano la visibilità, i loro invece sono più nascosti, lontani dai centri di decisione, seguono altre mappe, altri canali, ma sono il loro cammino che seguono perché fiutano la vita…

2. Rimanere in balia di chi ha un potere più alto del loro. Sembra proprio essere la condizione di vita dei Rom e Sinti, ieri come oggi. Progetti sempre pensati da altri, da chi ha la possibilità e la capacità di accedere a finanziamenti destinati ai Rom, ma senza un diretto loro coinvolgimento, e con condizioni stabilite in assenza degli interessati, i Rom per l’appunto. Quasi sempre, questi Progetti (finanziati) presentati dalle Amministrazioni locali e Associazioni, hanno come una delle finalità la volontà di disgregare le comunità Rom, che è un modo per cancellarli. E i fatti recenti di Roma vanno proprio in questa direzione.

Oggi il diritto di parola è accordato a chi propone soluzioni, possibilmente quelle a noi congeniali. È il tempo della “politica del fare”, ed è uno dei rischi che vediamo diffondersi: basta perdere tempo con tentennamenti e analisi di carattere sociologiche e antropologiche, che portano a nessun risultato, “vogliamo risultati e alla svelta, basta attendere”. Ora bisogna indicare soluzioni, percorsi chiari e risolutivi, perché i Rom devono finalmente integrarsi, altrimenti non ci può essere futuro per loro.

Ma quale futuro? Il loro o il nostro futuro?

3. Anche oggi chi si occupa dei Rom (del resto come ieri), non fa altro che parlare di casa, che bisogna guardare oltre i campi, che l’Italia è il paese dei campi, l’unico in Europa, che è poi una bugia perché di campi Rom e Sinti ce ne sono un po’ ovunque nei paesi Europei: Inghilterra, Francia, Irlanda, Spagna… di simili ai nostri, altri strutturati diversamente, ma pur sempre campi. Basta fare una semplice ricerca in Internet con Google per scoprire l’esistenza di campi un po’ ovunque.

Campi = ghetti sembra una equazione scontata. Ne siamo sicuri? Il campo è solo e sempre ghetto?

Spesso parlando dei campi “nostrani” si dice che bisogna chiuderli perché sono dei ghetti, in quanto non aiutano l’integrazione, perché si trovano in posti isolati, lontani dalle città e dai servizi… e c’è anche del vero in questo. Ma, si dà per scontata, come unica soluzione possibile al campo-ghetto, sempre e solo la casa, per noi è invece è una soluzione semplicistica e miope. Nei loro paesi di origine, lo si sente dire spesso da chi sostiene la casa come unica “soluzione”, i Rom vivevano nelle case e non nei campi. Ma vivevano e vivono tutt’ora in autentici quartieri ghetto scomodi e spesso distanti dai centri, più o meno come i nostri campi.

Il campo è anche lo spazio della sopravvivenza per tanti Rom, è anche quello della relazione, è il respiro che permette a tanti di loro di vivere e di affrontare la vita. Ovunque i Rom cercano e si costruiscono uno “spazio” dove poter vivere … è questo che molti Rom cercano, sia qui da noi come nei loro paesi di origine: in case o in quartieri ghetto.

I quartieri di Rom della ex Jugoslavia o dei Balcani, fatti prevalentemente di case, alloggi e baracche non sono poi tanto diversi dallo “spirito” dei campi Rom, rispecchiano lo stesso modo di vivere lo spazio, che è diverso dal nostro, è un modo di stare insieme. In effetti i campi, con tutti i loro limiti che ben conosciamo, riproducono questo “modo di stare insieme” che la nostra società ormai ha perso da tempo e che giudica negativamente o frettolosamente rimuove e colpevolizza.

I campi sono, con tanti limiti e le sue contraddizioni, lo spazio condiviso, spazi nei quali la relazione costituisce il soggetto e l’arricchisce. La nostra società (quella Occidentale in genere) invece tende a separare, la persona viene percepita come separata, appartata… “appartamento” appunto!

Con ciò non vogliamo negare o nascondere che spesso i campi oggi stanno diventando invivibili anche per gli stessi abitanti e bisognerebbe analizzare con saggezza e ponderazione le cause. E una di queste, per noi è riconducibile anche all’intervento delle politiche sociali, che spesso rischiano di peggiorare di molto il tessuto già fragile delle stesse comunità Rom. La domanda che noi ci poniamo è la seguente: perché anche lo “spazio” all’interno degli stessi campi Rom sta degenerando e perdendo la loro specificità?

4. Politiche sociali e sicurezza.

Oggi constatiamo un po’ ovunque, che le politiche sociali si sono arrese alla loro tipica “missione” di ascolto e di prevenzione del disagio, e di accompagnamento, preferendo di fatto allinearsi più alle politiche della sicurezza e del controllo, che dare risposte a questi disagi. Con i Rom è quasi scontato, oggi i poveri sono facilmente abbandonati e scaricati dai servizi sociali, complice anche la politica che in questi ultimi anni non ha voluto affrontare il tema della povertà, preferendo rimuoverla e nasconderla. Oggi le politiche sociali verso i Rom di fatto si confondono spesso con quelle della sicurezza e del controllo, che di fatto è anche quello che sta chiedendo l’opinione pubblica condizionata spesso dagli “imprenditori della paura”, diffusi in tanti settori sia della politica e della stampa. Così facendo si rischia di speculare solo sulla sicurezza e non sulle cause del disagio in sé, questo vale in particolar modo per le popolazioni Rom, ma si allarga anche sui settori deboli della nostra società: immigrati, profughi, poveri, cittadini italiani senza casa.

Ciò che notiamo da diverso tempo è una vera “assenza di cuore” nelle politiche sociali verso i deboli in genere. Il rischio è che questo vuoto oggi, come ieri è sostituito da altri interessi di varia natura, in primis quello economico, appetibile a molti, forse a troppi: sempre sulla pelle dei Rom, arrivando anche a constatare come anche la “politica” ruba sui Rom e sulle fasce deboli della popolazione. Perché l’integrazione proprio perché costa, oggi è diventata una affare che fa gola a tanti.

5. “Basta campi” … e poi?

Oggi lo dicono tutti, in tutte le salse. Molti di questi mai hanno messo piede in un campo, mai hanno conosciuto realmente un Rom, mai hanno partecipato ad una loro festa, nemmeno ascoltato un loro desiderio o raccolto un loro timore. Basta campi è un mantra che si ripete da ogni parte: da destra e da sinistra, dai laici come da istituzioni religiose… molti senza la minima conoscenza della realtà, oggi è di moda dirlo: “Basta campi”, che coincide, il più delle volte a: “basta Rom” nel mio territorio.

La penso in maniera diversa. Innanzitutto, perché spetta a loro scegliersi il loro futuro, non noi. Oggi quando si parla dei campi Rom si sottolineano solo gli aspetti negativi, che in parte anche noi condividiamo, frequentandoli e vivendoci dentro li conosciamo, ma le analisi e le cause di tanto degrado sono assenti. Perché i campi hanno subito questo degrado?

I campi Rom sono anche l’unico spazio qui in Italia, dove i Rom si sentono “custoditi”, sostenuti ed aiutati (non dagli operatori, assistenti sociali…) da altri Rom. Cosa che non sempre avviene in un appartamento posto in un quartiere della nostra città. Anzi, è più facile che un Rom si senta giudicato e rifiutato, visto con sospetto e con la stessa diffidenza del Rom che vive in un campo. Spingendoli a vivere in case, in nome di una presunta integrazione, spesso non si è fatto che alimentare ancora più intolleranza verso i Rom. Abbiamo visto anche il fallimento di tante famiglie Rom incentivate dai servizi sociali ad andare a vivere in case o appartamenti.

Il campo, con tutte le sue difficoltà, i suoi disagi, comprese le sue contraddizioni interne (che abbiamo visto aumentare in questi ultimi anni), nonostante tutto…permette a tanti Rom di “sentirsi accarezzati”: con i tempi che corrono non è certo poca cosa! Meglio la “carezza di una semplice baracca” in un campo Rom, che la paura di un futuro incerto gestito da cuori anonimi e freddi calcolatori.

Marco Campedelli

Rubrica/Racconti di Luna – Aveva settant’anni ed era appena nato

Una fiaba per Marcelo Barros, per i suoi settant’anni. Grande parte della mia vita è stata segnata dall’incontro e dall’amicizia con padre Marcelo Barros. I nostri vent’anni di differenza me lo hanno sempre fatto sentire come un fratello maggiore o un giovane padre. Di Marcelo mi ha colpito subito lo sguardo pieno di stupore, la sua compassione, il suo cuore in festa. Noi spesso mettiamo i pensatori al lato della strada, in una postazione riparata, come un telecronista, che racconta la partita, ma non corre nel campo. Marcelo, invece, è sempre stato un pensatore dentro il mondo, non a lato, non in una postazione riservata. La sua teologia nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri. E’ quella di Marcelo una teologia sinfonica, per fiati e percussioni, per archi e strumenti a corda. Un grande commento al salterio della vita, dove chiaro e scuro convivono insieme. La sua teologia è arrischiata, tanto che il destino del suo pensiero è il destino del suo stesso corpo. Si ammalò di cuore proprio a partire dal dolore del mondo, dal suo volerlo contenere nel suo battito. Ha amato la Chiesa, ma ha amato più il mondo della chiesa, ha amato l’universo dal filo d’erba fino alle stelle. Ha sofferto per la chiesa, che ha sempre desiderato vedere innamorata del vangelo. Ha sofferto a causa delle chiesa, che non gli ha risparmiato le lacrime. Ma lui ne è uscito sempre più libero. Come in un inedito parto. A partire da questa ultima immagine del parto, vorrei dedicargli questa piccola fiaba. A lui e ai suoi genitori Margarita e Emmanuel. Una fiaba, per il Marcelo che ha il coraggio di nascere ogni giorno. Con grazia e coraggio. Se noi siamo anche le persone che abbiamo incontrato, credo di dovere molto della mia vita a Marcelo Barros. I suoi genitori non li ho mai conosciuti ma i suoi racconti me li hanno resi vivi, come quando lo visitano ancora in sogno, lasciandoli in bocca il gusto di una dolce malinconia. Lui i miei genitori invece li ha conosciuti bene e li ha sempre ospitati sotto il mantello della sua tenerezza. Del papà accolse la consegna della parole ultime. Del suo testamento d’amore. Dedico questa fiaba a Marcelo Barros. O meglio al bambino che Marcelo è stato e la cui luce innocente gli brilla ancora negli occhi… Un bambino voleva diventare medico degli animali. Non degli animali domestici, ma di quelli selvatici. Avrebbe voluto essere con Noè, prima del diluvio, a preparare l’Arca. Perché nessuno andasse perduto. Quel bambino aveva nel suo corpo due fiumi, uno nero e uno bianco. Il fiume di Emanuel suo padre e quello di Margarita sua madre. Il suo corpo era il luogo dell’incontro, il luogo della festa. Perché quell’immaginario medico degli animali selvatici scelse infine gli uomini? Semplicemente perché li vide come i più deboli, quelli che facevano più fatica a stare in piedi, più dei leoni e degli elefanti. Li scelse anche perché erano così fragili da pensare talvolta di essere come Dio. Questo bambino era nato con l’alba, alla fine di una lunga veglia. Era uscito dal fuoco della pasqua, dall’acqua della libertà. E perché tra gli uomini aveva scelto i monaci? Perché tra i fragili, si era accorto erano i più fragili. Non solo infatti potevano pensare di essere come Dio, ma che dio nel miglior caso fosse come loro. Così il bambino, divenuto monaco, cercò di costruire un monastero vicino alla foresta, perché i monaci imparassero dagli animali selvatici a non diventare schiavi di nessuno: né del loro abito, né del loro potere, né del loro sapere. L’uomo che amava gli animali e divenne monaco, conservava ancora gli occhi del bambino. E piangeva ogni volta che moriva una farfalla, ogni volta che veniva reciso un fiore. Non c’era posto per un monaco così in nessun monastero. Poiché le mura dei monasteri salivano fino al cielo, non poteva entrare nessun animale selvatico e nemmeno quello di selvatico che c’è negli umani: l’amore, il dolore, il riso, il pianto… Il bambino diventato monaco pensava all’arca di Noè e come fosse bella quella ecumene salvata dal diluvio. Pensò di fare della foresta il suo monastero, ma anche la foresta era ormai piena di cartelli con molti divieti, più di quanti fossero gli uccelli sugli alberi. Non gli restava che il mondo. Decise però che non avrebbe fatto del mondo il suo monastero ma del suo monastero il mondo. Non avrebbe più benedetto l’acqua perché l’acqua era già benedizione nell’onda dell’oceano e nella pioggia leggera. Nelle lacrima di una donna o nella rugiada del mattino. Non avrebbe più consacrato il fuoco, perché il fuoco era già sacro, nel rosso del sole che sorge e nel falò che brucia mentre si racconta e si danza. Il bambino che voleva fare il medico degli animali e si fece monaco, partì per un lungo viaggio dentro sé stesso. Passò come nelle fiabe le sette porte d’argento e lasciò davanti a ciascuna qualcosa che aveva trovato lungo la via, fino ad entrare nella fessura della luce e rinascere di nuovo. Si era finalmente liberato di tutto, ed era finalmente libero. Quando un giorno si presentò davanti all’Altissimo, gli fu chiesto cosa aveva portato con sé, quali erano i suoi tesori. Il bambino che era diventato monaco prese con sé un angelo. Lo portò sul davanzale degli occhi di tutti quelli che aveva incontrato. L’angelo e il bambino diventato monaco stavano come davanti a tante finestre e da là vedevano tutto quello che egli aveva lasciato nella vita degli altri. L’angelo vide con stupore molti animali selvatici feriti che erano guariti e molti uomini e donne, e bambini feriti che erano tornati a vivere. Umani e animali vivevano insieme come nell’arca ed erano felici. L’angelo chiese al bambino il segreto. Il bambino rispose che la propria felicità stava nel rendere felici gli altri. Solo allora l’angelo lo riportò al cospetto dell’Altissimo. E quando fu davanti a lui, il bambino diventato monaco vide Dio che piangeva. Perché piange disse all’angelo. Dio piange, rispose l’angelo, ogni volta che muore una farfalla, ogni volta che viene reciso un fiore. Allora il bambino che era diventato monaco capì che era arrivato finalmente là da dove era partito. Si lavò nel fiume nero e in quello bianco, dove stavano Emmanuel suo padre e Margarita sua madre. Erano passati settant’anni. E Marcelo era appena venuto alla luce …

Giancarla Codrignani

Quale famiglia per tante bambine (e bambini)

Che la Chiesa anche visivamente prescinda dalle donne, con buona pace di Papa Francesco e di tutto il clero, si vede dal Sinodo sulla famiglia: il “tenere famiglia” significa curarsi degli interessi della Chiesa. Tutti i preti hanno avuto una famiglia “carnale”, ma l’hanno abban­donata per sposare la Chiesa. E’ successo poi che, mentre Matteo lasciò il suo banchetto di cambiavalute ed esattore, alcuni dei moderni seguaci hanno portato la finanza ban­caria in Vaticano. Comunque dal Sinodo incaricato di rivedere lo stato dell’arte della famiglia cristiana erano escluse non solo le donne, ma anche i bambini. I quali sono sempre nominati come obiettivo primario, ma non hanno voce, anche se sono capaci di arrivare all’Onu e al Nobel, come Malala Yusaftzai. Cose da dire i “piccoli” ne avrebbero; se esclusi, delegherebbero la voce della mamme a rappresentarli, e perfino quella dei padri; probabilmente escluderebbero chi viene chiamato “padre” perché è stato “ordinato”. L’11 ottobre l’Onu ha dedicato la giornata alle bambine dopo che a Ginevra era stata aperta una “European Week of Action for Girls” per promuovere i loro diritti, affrontare le cause che determinano la loro discriminazione e sviluppare l’empowerment delle bambine da un punto di vista sia so­ciale che economico. L’ambito internazionale parla sempre dei diritti dei bambini senza mettere in primo piano la fa­miglia. Non senza ragione: in Egitto, Liberia, Benin, Uganda, Camerun, Zimbabwe, Pakistan, Bangladesh, Ecuador, Nicaragua, Paraguay, dove la campagna ha raccolto opinioni dirette di bambini e bambine, la famiglia è condizionata da infiniti problemi. Noi occidentali non abbiamo le stesse difficoltà e per questo presumiamo di esse­ re migliori. Peccato che il maggior numero di reati ­spesso non denunciati e impuniti­ avven­ga all’interno di famiglie non marginali, anzi spesso insospettabilmente perbene. La Chiesa, con Papa Francesco, è intervenuta decisamente sui casi di pedofilia interni all’istituzione; ma non è un mistero che il maggior numero di casi si verifica all’interno delle famiglie e le violenze avvengono a carico soprattutto delle bambine. A livello europeo è noto che il 30% delle donne che hanno subìto abusi sessuali avevano già vissuto episodi di violenza specifica du­rante l’infanzia. L’ Associazione “Terre des Hommes” ha presentato un dossier desun­to dai dati registrati dalle Forze dell’Ordi­ne sui reati a danno di minori. In Italia una donna su tre ha subìto almeno una forma di violenza da bambina. In Europa, sono circa 21 milioni le donne abusate da un adulto prima dei 15 anni (12%) e il 67% delle vittime non ha denunciato: un terzo dei casi resta sommerso nel silenzio di piccole coscienze che risentiranno traumi in­ delebili. Reato aggiunto e complementare è lo sfruttamento sessuale minorile, che oggi coinvol­ge anche la crimi­nalità organizzata nelle reti della pedopornografia. Dove sta la famiglia? Quando è lo zio, il nonno, il padre, gli altri dove sono? Come i genitori e i nonni si relazionano con bambini e adolescenti che sembrano diventati “strani”? L’Onu ­non sempre ciascun paese, quasi mai ciascuno di noi­ si preoccupa del mondo, in primo luogo dei paesi poveri, dove i bambini vengono sfruttati in ogni modo come lavoratori (le loro piccole dita sono adatte a un’infinità di prodotti commer­ciali), ma anche come corpi. Le bambine subiscono di tutto, dalle mutilazioni genitali femminili ai matrimoni precoci, alla vendita sul mercato della prostituzione, alle gravidanze e agli aborti a rischio, all’aids. E vengono impedite nella loro volontà di studiare e di rendersi autonome solo per esse­ re nate donne. Eppure sarebbero loro ­lo dice Amartya Sen­ la risorsa fondamentale per lo sviluppo delle comunità. Noi abbiamo ancora in mente le due ragazzine dei Parioli di Roma, che per il denaro abbondante ricevuto dalle presta­zioni “liberamente” accettate (in realtà un ignobile fotografo aveva “investito” nei loro corpi) per poter avere borse e abbigliamen­ti di lusso. Le relative madri hanno reagito in modo diametralmente opposto: una ha messo un poliziotto privato alle calcagne della figlia divenuta strana e intrattabile, l’altra credeva che la figlia avesse tanto denaro “perché spacciava”. Questa triste sto­ ria non è una parabola. E’ un allarme.

Gabriele Colleoni

Rubrica/Cono Sud – La tornata elettorale

Il Sudamerica resta a sinistra

Evo Morales riconfermato presidente della Bolivia per la terza volta il 12 ottobre. Dilma Rousseff che, seppur in un ballottaggio estremamente incerto fino alla fine, il 26 ottobre, ha avuto la meglio sul suo sfidante di centrodestra Aécio Neves, conservando la presidenza in Brasile e proiettando verso i 16 anni la permanenza di un esponente del Partito dei lavoratori di Lula (Pt) a Palacio da Alvorada di Brasilia. Infine, il candidato del Frente Amplio Tabaré Vazquez che sempre il 26 settembre ha ipotecato con il 47 per cento dei voti al primo turno la sua elezione a presidente dell’Uruguay come successore del compagno di partito, il popolare José «Pepe» Mujica (ballottaggio il 20 novembre con il candidato del Partido Nacional, di centrodestra, Luis Lacalle, figlio di un ex presidente, fermatosi al 31 per cento dei consensi). Insomma, la primavera australe ha visto il «triplete» della sinistra sudamericana che, pur con tutte le dovute distinzioni interne, mantiene saldamente, almeno sul piano ideologico, a sinistra la barra politica regionale. Il socialista Morales, al potere dal 2006, ha conquistato il suo terzo mandato con un plebiscitario 61 per cento, sconfiggendo nettamente il candidato del centrodestra, l’uomo d’affari del centrodestra Samuel Doria Medina, fermatosi al 24 per cento, ed espugnando -dato politicamente rilevante- per la prima volta anche roccaforti dell’opposizione come Santa Cruz de la Sierra, capoluogo della regione motore economico del Paese, da dove nel 2008 si era persino scatenata una sfida autonomista contro il primo presidente indigeno della storia boliviana. Dedicata la vittoria al leader cubano Fidel Castro e al defunto presidente venezuelano Hugo Chavez. Evo ha sottolineato che “questo nuovo trionfo del popolo boliviano” gli permetterà di continuare a promuovere “l’integrazione non solo tra i boliviani ma anche tra i latinoamericani”. Tra i fattori determinanti del suo successo -spiega il politologo boliviano Carlos Toranzovanno- annoverati l’aumento dei salari minimi e la redistribuzione diretta agli anziani, alle donne incinte e ai bambini che vanno a scuola. L’altro fattore decisivo è stata la capacità di inviare ai boliviani messaggi forti contro la discriminazione. La grande spinta all’integrazione, sociale e regionale, e il modello economico adottato da Morales -un capitalismo di Stato sui generis amazzonico-andino con un’economia mista e una forte presenza dell’impresa privatasi sono rivelati vincenti per il Paese e hanno consolidato il consenso popolare intorno al presidente, che resterà a Palacio Quemado di La Paz fino al 2020. Il Movimiento al Socialismo, il partito di Morales, ha ottenuto anche la maggioranza dei due terzi al Senato (25 seggi su 36) sfiorandola anche alla Camera dei deputati (86 su 130), il che potrebbe consentire di varare una nuova riforma costituzionale che tolga il limite dei mandati presidenziali.

Argentina. Lo spettro di un nuovo default

Ad appena tre mesi dal secondo default in meno di 13 anni, l’Argentina potrebbe incappare a partire da novembre in un nuovo mancato rispetto delle scadenze di pagamento del debito sovrano. Dal 30 ottobre, infatti, il governo è esposto a una richiesta di pagamento anticipato dei 14 miliardi di dollari di bond 2038 e dei relativi interessi, in scadenza di pagamento a settembre. Nonostante il governo di Buenos Aires avesse depositato 161 milioni di dollari presso un istituto argentino, gli obbligazionisti non hanno potuto essere pagati a causa del divieto imposto da una sentenza di un giudice nordamericano di pagare i creditori ristrutturati, senza il preliminare soddisfacimento anche di quelli dissenzienti. La decisione del magistrato di New York, Thomas Griesa, di trattare il default di un debito sovrano come il fallimento di una qualsiasi attività economica o finanziaria, ha riportato insomma l’Argentina di nuovo sul baratro della dichiarazione di bancarotta (almeno “tecnica”, cioè dell’impossibilità di far fronte ai pagamenti, imposti per via giudiziaria, del proprio debito), con lo spettro incombente di possibili drammatiche crisi analoghe a quella che ha devastato il Paese tra il 2001 e il 2002, con la bancarotta più grande mai registrata da uno Stato. Eppure, soprattutto a seguito degli accordi intervenuti tra il governo di Nestor Kirchner e i debitori nel 2005 con i cosiddetti «tango bond», quella situazione sembrava esser stata gradualmente superata con apparente successo, tanto che, dopo un bando di 13 anni dai mercati finanziari internazionali, l’Argentina contava con il prossimo anno di rientrare nel gioco del credito per dar ossigeno alla propria economia in forte rallentamento dopo la crescita dell’ultimo decennio. Eppure una relativamente piccola percentuale (1,6 per cento) del debito sovrano argentino -detenuta da cosiddetti hedge funds o “fondi avvoltoi”, cioè i fondi finanziari speculativi ad alto rischiocon il ricorso giudiziario per ottenere il rimborso dei titoli in suo possesso, ha ottenuto una sentenza favorevole dal giudice Griesa. Si tratta di una forma di business, diffusa e sostenuta con una fortissima azione di lobbying, che si è basata sull’acquisto a buon mercato dei vecchi titoli del debito in default, per poi richiederne il rimborso al di fuori degli accordi raggiunti dal governo argentino con la maggior parte dei creditori. Il futuro del Paese è perciò “in ostaggio” di una sentenza emessa a New York, dove peraltro lo scorso giugno il governo argentino aveva depositato presso la Bank of New York Mellon i 539 milioni di dollari necessari per pagare entro la scadenza di fine luglio i detentori di titoli che hanno invece accettato i nuovi bond del debito argentino, a valori di concambio negoziati con il governo di Buenos Aires. La presidenta Cristina Fernandez de Kirchner e il suo ministro dell’Economia, Axel Kicillof, potrebbero attendere gennaio, prima di trovare un’intesa con i fondi dissenzienti, vincitori della battaglia legale negli Usa. A fine anno, infatti, scade la clausola sui bond ristrutturati nel 2005 e nel 2010: ciò eviterebbe a Buenos Aires di dover soddisfare le maggiori pretese da parte di chi ha accettato i due accordi di ristrutturazione del debito dopo il default del 2002. Il governo è arrivato a pubblicare pagine a pagamento su importanti quotidiani quali New York Times e il Wall Street Journal, in cui denunciava all’opinione pubblica americana e agli operatori economici che “Default vuol dire non pagare. L’Argentina paga. È il momento di fermare le bugie e le speculazioni… Ancora una volta i fondi avvoltoi minacciano e diffamano l’Argentina” per realizzare “esorbitanti profitti” e senza “trattare mentre l’Argentina vuole continuare il dialogo su una base equa e legale con tutti i creditori”. La presidenta non ha esitato a definire “gli avvoltoi sempre più aquile dell’impero”, per “far cadere la ristrutturazione del debito sovrano affinché l’Argentina torni a dovere miliardi di dollari”. Torna ancora una volta al centro del problema il nodo irrisolto dei fondi speculativi che impazzano sui mercati finanziari internazionali, forti del fatto che le decisioni giudiziarie Usa potrebbero costituire un fondamentale precedente. E questo nonostante le leggi degli Stati Uniti, in teoria, non si possano applicare ad altri Stati nazionali, e nonostante le sanzioni siano state comminate ad uno Stato-Nazione, senza che sui debiti sovrani vi sia al momento un “diritto fallimentare” internazionalmente riconosciuto. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha sentito la necessità di varare in ottobre una proposta per garantire che i “fondi avvoltoio” non possano bloccare la ristrutturazione del debito sovrano argentino e per stabilire, pur senza norme vincolanti, condizioni di parità per il governo e i fondi. Si tratta di un’alternativa alla proposta avanzata dall’Argentina in sede delle Nazioni Unite, per istituire invece un trattato internazionale che disciplini le ristrutturazioni del debito pubblico perché i vulture founds non possano bloccarle.

Uruguay. La marijuana di Stato con il nuovo presidente

Non è ancora chiaro quando arriverà sul mercato la “marijuana di Stato”, come prevede la legge recentemente approvata dal Parlamento di Montevideo. Il presidente uscente “Pepe” Mujica ha ribadito che non potrà essere consegnata alle farmacie – “per problemi pratici” – prima del 2015, ma la Giunta Nazionale preposta alla questione assicura che sarà invece disponibile già da novembre. Secondo Mujica “se facciamo troppo in fretta, le cose vengono male e sarà un problema … ci sono ancora cose da risolvere come il fatto di avere un software che funzioni per la registrazione dei consumatori prevista dalla riforma”, peraltro molto contestata anche a livello internazionale. In ogni caso dovrebbe toccare al nuovo presidente -con ogni probabilità Tabaré Vázquez, l’oncologo che ha già guidato il Paese tra il 2005 e il 2010, espressione del Fronte Amplio e primo capo di Stato di sinistra nella storia dell’ Uruguay “governare” il debutto della “marijuana di Stato” dopo il suo insediamento il prossimo 1° marzo.

Editoriale del numero 106

Il “buen vivir”, il vivere bene, arrivato a noi dall’esperienze indigene dell’America latina, è il frutto dell’acquisizione che siamo tutti interdipendenti, profondamente bisognosi di relazione e di condivisione, fino a sentire che gli altri sono in noi e noi in loro. La pratica del continuo annuncio che don Ciotti fa attraverso il “noi”. Possiamo contare, essere, incidere solo se partiamo e realizziamo il noi. Uomini e donne semplici che hanno saputo liberarsi, liberarsi da soli, senza l’attesa di qualcuno che venisse a dare loro le briciole, continuando ad arricchirsi e a sfruttare, sotto forma di “aiuti allo sviluppo”. Poveri che sono diventati protagonisti della loro vita, manifestando le loro ricchezze umane e le loro competenze. Poveri che si sono staccati dal possesso dei ricchi. Poveri che hanno preso coscienza di un profondo bisogno di libertà, perchè ai ricchi più dei soldi e delle ricchezze, piace possedere, attraverso la loro ricchezza le stesse persone. Gandhi, e molti altri, ci hanno ricordato, che per chi ha fame, il denaro diventa dio, con la d minuscola, che sostituisce quello vero con la D maiuscola. Altri ci hanno continuamente spiegato che a chi ha fame, Dio si annuncia solo sotto forma di “pane”. Perché quando ti dedichi all’altro che ha fame, che è malato, che ha bisogno di te, i tuoi piccoli bisogni scompaiono, e le tue piccole angosce se ne vanno. E’ l’altro che ti libera dal nostro io, dal centrare tutto su noi stessi, è con certezza che scopri che è l’altro che ti libera. Uscendo dalla nostra dimensione individuale, chiusa, narcisistica, uscire da quella dimensione di autosufficienza che è la cultura del nostro mondo occidentale, con le sue porte chiuse, sprangate. Nei miei viaggi in Brasile e a Korogocho, ho incontrato molti, troppi impoveriti, frutto del nostro arricchimento spregiudicato ed egoistico. Uomini e donne senza certezze, senza sicurezze, che non sanno nemmeno se mangeranno domani, ma la forza che mi hanno trasmesso è incredibile… persone senza niente con un attaccamento alla vita fortissimo. Sono loro che ti trasmettono nella loro povertà di cose materiali, fiducia, gioia e speranza. Quante volte, troppe; mi torna in mente lo scritto di Roger Garaudy, “che oggi, l ’Occidente è l ’Accidente storico!” Quando parleremo di noi, del mondo con franchezza? Quando ascolteremo l’altro, gli altri con umiltà sentendoli parte di noi? L’attribuzione del Premio Nobel per la pace a Malala Yousafzai ed a Kailash Satyarthi è un fatto di grande importanza. Reca un messaggio, segnala delle urgenze, convoca a un impegno ineludibili: 1La difesa dei diritti delle bambine e dei bambini. 2L’invito ad India e Pakistan ad ascoltare le loro voci migliori. 3L’invito a tutte le religioni e le culture ad unirsi nel comune operare per il bene comune dell’umanità. 4La centralità della lotta contro la schiavitù che spesso, troppo spesso gli adulti impongono ai bambini. 5La messa in atto della lotta contro il maschilismo, che di tutte le violenze è la prima radice. Come ogni persona sa, il Nobel per la pace è stato più volte attribuito a destinatari indegni. Almeno quest’anno, premiando un adulto che difende i bambini e una bambina che gli adulti cercarono di assassinare e che continua a testimoniare e ad impegnarsi per promuovere il diritto alla scuola, allo studio, al sapere per tutte le bambine e le giovani del mondo, contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le oppressioni; per la vita, la dignità i diritti di tutti gli esseri umani. Perché ogni vittima ha il volto di Abele e di tutti gli Abele delle altre religioni e del mondo. Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.

Dilma Rousseff è stata rieletta presidente del Brasile. Le auguriamo che sappia prendere decisioni sagge e sapienti, orientate verso vere riforme che vadano a tutelare i bisogni degli impoveriti, dei senza terra e degli esclusi.

Antonio Vermigli

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Qui non è profondo il mare. Non servono abissi per sprofondare. Basta un battello di viaggiatori che pagano il più alto costo per le peggiori condizioni di trasporto marittimo della storia umana. Peggio degli schiavi incatenati: perché quelli serviva che arrivassero vivi per essere venduti. Nessuno prima di loro è salito su un’imbarcazione a così caro prezzo della vita. Era una notte calma, il mare ancora tiepido di estate. Ma non si può stare immersi per delle ore al buio e all’abbandono. Anche a mettersi nudi per togliere qualunque peso, aggrappati a rottami, si perde presa e calore, ci si arrende. Non servono abissi per sprofondare. Dalla barca di Simone,che è stato il primo a immergersi sul relitto, partono immersioni, si va sui fondali con bombole e mute subacquee, si guarda dietro il vetro della maschera. Tutti noi guardiamo così il mondo dei sommersi, dietro un vetro divisorio. Torniamo su questo braccio di mare dove un anno fa è affondato un Parlamento di vite umane. Votarono all’unanimità il viaggio, acquistarono il rischio e lo sbaraglio. Gridarono all’unanimità verso la terraferma chiusa nella sua notte. Nell’elenco parziale della Questura di Agrigento si leggono i loro nomi e le loro età sotto la dicitura: Numero di elementi. Elementi: la parola burocratica tenta malamente di tenersi a distanza, mentre richiama altri elementi, quelli della chimica. Idrogeno, Ossigeno, Carbonio, Azoto, Ferro, Calcio, dei quali siamo fatti tutti noi. Allora è proprio così: qui sono affondati gli elementi che formano la chimica umana del pianeta. Qui sono affondati insieme a tutti quelli che non nasceranno da loro. Dove il mare accolse la loro caduta a braccia aperte siamo venuti a spargere sale. Spargiamo sale sulla ferita perché non si rimargini. Spargiamo il sale della memoria su uno dei naufragi finiti in braccio al nostro mare. Siamo cittadini del Mediterraneo, noi che su queste coste siamo nati. Siamo perciò fratelli di tutte le vite che su queste coste sono venute a morire.

Erri De Luca