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Editoriale del numero 107

Il passaggio da un anno all’altro porta con sé il desiderio di cambiare. L’anno nuovo è visto come un tempo nuovo. Questo rivela una vocazione dell’essere umano a rinnovarsi permanentemente. Ma quel che rende il tempo fecondo di qualcosa di nuovo è l’amore. Dobbiamo vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perché il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio, sia veramente efficace. Da soli, non possiamo cambiare le strutture politiche basate su leggi strutturali. Tuttavia, possiamo contribuire a creare le condizioni necessarie a trasformare le leggi e i sistemi e a rendere il mondo più giusto e più fraterno. Accogliere il nuovo anno è credere fortemente che ci impegneremo a garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace. È importante che questo nuovo anno sia per tutti noi un tempo di profondo rinnovamento di vita. È necessario che ciò si ripercuota anche nelle persone intorno a noi e in tutta la terra. Perché questo sia possibile, dobbiamo assumere di nuovo, ora, l’impegno -in ogni giorno del nuovo anno- a prenderci un momento, anche se breve, alla gratuità e all’interiorità, per rinnovare un dialogo vero e profondo, ciascuno con se stesso. E dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo più difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare la comunione solidale con la Madre terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta. Ritornando a privilegiare i mestieri antichi, gli orti, le antiche colture, per riavvicinarci alla terra e all’uomo, attraverso una nuova relazione basata sull’importanza dell’altro. Così, la speranza che questo sia un anno positivo si realizzerà in ciascuna e in ciascuno noi, e nel mondo. La terra e tutto quello che essa contiene è destinata all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati devono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti. Paolo IV, nella Populorum progressio cita S. Ambrogio: “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. E allora tutti potremo constatare come diverranno vere e feconde nella nostra vita le parole dell’antica benedizione irlandese che ho letto: “il vento soffi leggero sulle tue spalle, il sole brilli caldo sul tuo viso, le piogge cadano serene lì dove vivi. E, fino a quando ti vedrò di nuovo, che Dio ti tenga nella palma della sua mano”. L’anno nuovo ci trasformi in tutte le mamme del mondo, di ogni razza, di ogni cultura. Tutte hanno una certezza, tutte sentono quando nasce la loro bambina o il loro bambino, la sua debolezza. Tutte scoprono subito che non hanno altro scopo nella vita, altre felicità che servire la debolezza del loro bambino, affinché cresca, affinché egli diventi tutto ciò che è capace di diventare. E questa è la prima lezione d’amore, quell’amore che fa si che noi siamo qualche cosa di più, qualche cosa oltre noi stessi. Che ci fa comprendere che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che superi il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. La nostra azione di approfondire i meccanismi che determinano la disuguaglianza, per dare voce a chi non ha voce, e la nostra azione di restituzione-autotassazione periodica, libera nella quantità e costante nel tempo, a sostegno di progetti pensati e realizzati indipendentemente dai nostri referenti in America Latina, Africa e alcuni in Italia, e un’attenta riflessione e azione politica, hanno la capacità interrogarci continuamente, di tenere aperto l’orizzonte per un cambiamento. Piccoli segni attraverso i quali si sviluppa la consapevolezza dell’interdipendenza e della corresponsabilità.

Antonio Vermigli

Agostino Rota Martir

Vita da “zingari” (vista da noi) e la vita vista dai Rom. Punti di vista diversi!

1. Ogni popolo, compreso quello dei Rom e Sinti, ha il diritto della propria auto-determinazione. Perché lo riconosciamo quasi automaticamente a tanti popoli, invece per i Rom non avviene?

Da decenni ormai sono continuamente assaliti da assistenti, operatori, associazioni… Quanti Progetti di ogni tipo, abbiamo visto scorrere sulle loro teste, quante soluzioni si sono accavallate sulle loro vite… per poi rivelarsi fallimentari e quasi sempre incolpare i Rom del loro insuccesso. Le soluzioni che in questi decenni sono state proposte, non hanno fatto altro che incancrenire il problema.

La loro auto-determinazione viene sacrificata in nome di un bene stabilito da altri, al di fuori del loro mondo, o per lo meno non sufficientemente conosciuto e quasi sempre (ieri come oggi) senza una loro reale partecipazione e coinvolgimento. A loro in genere spetta adeguarsi al “benefattore/salvatore” di turno. È uno dei tanti luoghi comuni, tra i più diffusi anche tra coloro che si occupano di Rom, quello di credere che loro hanno bisogno di qualcuno che decida al posto loro, nel bene e nel male.

C’è sempre qualcuno pronto a suggerire come organizzare la loro vita: che la lavatrice non va messa in quel posto, che i bambini devono vestire in altro modo, chi devono frequentane e chi no, chi può e non può venire a visitarli, che la casa è la soluzione del problema Rom, che i Rom non sono più nomadi, che i campi devono essere superati, che non devono andare più ad accattonare perché non è dignitoso, che non bisogna accendere più fuochi all’aperto, che bisogna stare nello spazio assegnato, che l’integrazione è fare questo e non quello, che le regole (patti) bisogna rispettarle sempre, anche quando sono state sottoscritte sotto forma di ricatto o per incutere paura.

Noi, con le nostre Associazioni, con le più fantasiose politiche sociali studiate ad hoc, pensiamo di dover essere noi a trovare per loro le soluzioni, con convegni nazionali/internazionali, dibattiti, seminari, studi … i Rom invece decidono della loro vita attorno ad un fuoco o bevendo insieme una tazza di caffè, consultandosi tra di loro. Luoghi e tempi diversissimi e distanti tra loro. I nostri a lunga programmazione, i loro invece, hanno il respiro breve, perché seguono quelli della loro esistenza, fatta di sensazioni, possibilità da cogliere al volo, clima che si respira in un dato momento, paure. I nostri luoghi cercano la visibilità, i loro invece sono più nascosti, lontani dai centri di decisione, seguono altre mappe, altri canali, ma sono il loro cammino che seguono perché fiutano la vita…

2. Rimanere in balia di chi ha un potere più alto del loro. Sembra proprio essere la condizione di vita dei Rom e Sinti, ieri come oggi. Progetti sempre pensati da altri, da chi ha la possibilità e la capacità di accedere a finanziamenti destinati ai Rom, ma senza un diretto loro coinvolgimento, e con condizioni stabilite in assenza degli interessati, i Rom per l’appunto. Quasi sempre, questi Progetti (finanziati) presentati dalle Amministrazioni locali e Associazioni, hanno come una delle finalità la volontà di disgregare le comunità Rom, che è un modo per cancellarli. E i fatti recenti di Roma vanno proprio in questa direzione.

Oggi il diritto di parola è accordato a chi propone soluzioni, possibilmente quelle a noi congeniali. È il tempo della “politica del fare”, ed è uno dei rischi che vediamo diffondersi: basta perdere tempo con tentennamenti e analisi di carattere sociologiche e antropologiche, che portano a nessun risultato, “vogliamo risultati e alla svelta, basta attendere”. Ora bisogna indicare soluzioni, percorsi chiari e risolutivi, perché i Rom devono finalmente integrarsi, altrimenti non ci può essere futuro per loro.

Ma quale futuro? Il loro o il nostro futuro?

3. Anche oggi chi si occupa dei Rom (del resto come ieri), non fa altro che parlare di casa, che bisogna guardare oltre i campi, che l’Italia è il paese dei campi, l’unico in Europa, che è poi una bugia perché di campi Rom e Sinti ce ne sono un po’ ovunque nei paesi Europei: Inghilterra, Francia, Irlanda, Spagna… di simili ai nostri, altri strutturati diversamente, ma pur sempre campi. Basta fare una semplice ricerca in Internet con Google per scoprire l’esistenza di campi un po’ ovunque.

Campi = ghetti sembra una equazione scontata. Ne siamo sicuri? Il campo è solo e sempre ghetto?

Spesso parlando dei campi “nostrani” si dice che bisogna chiuderli perché sono dei ghetti, in quanto non aiutano l’integrazione, perché si trovano in posti isolati, lontani dalle città e dai servizi… e c’è anche del vero in questo. Ma, si dà per scontata, come unica soluzione possibile al campo-ghetto, sempre e solo la casa, per noi è invece è una soluzione semplicistica e miope. Nei loro paesi di origine, lo si sente dire spesso da chi sostiene la casa come unica “soluzione”, i Rom vivevano nelle case e non nei campi. Ma vivevano e vivono tutt’ora in autentici quartieri ghetto scomodi e spesso distanti dai centri, più o meno come i nostri campi.

Il campo è anche lo spazio della sopravvivenza per tanti Rom, è anche quello della relazione, è il respiro che permette a tanti di loro di vivere e di affrontare la vita. Ovunque i Rom cercano e si costruiscono uno “spazio” dove poter vivere … è questo che molti Rom cercano, sia qui da noi come nei loro paesi di origine: in case o in quartieri ghetto.

I quartieri di Rom della ex Jugoslavia o dei Balcani, fatti prevalentemente di case, alloggi e baracche non sono poi tanto diversi dallo “spirito” dei campi Rom, rispecchiano lo stesso modo di vivere lo spazio, che è diverso dal nostro, è un modo di stare insieme. In effetti i campi, con tutti i loro limiti che ben conosciamo, riproducono questo “modo di stare insieme” che la nostra società ormai ha perso da tempo e che giudica negativamente o frettolosamente rimuove e colpevolizza.

I campi sono, con tanti limiti e le sue contraddizioni, lo spazio condiviso, spazi nei quali la relazione costituisce il soggetto e l’arricchisce. La nostra società (quella Occidentale in genere) invece tende a separare, la persona viene percepita come separata, appartata… “appartamento” appunto!

Con ciò non vogliamo negare o nascondere che spesso i campi oggi stanno diventando invivibili anche per gli stessi abitanti e bisognerebbe analizzare con saggezza e ponderazione le cause. E una di queste, per noi è riconducibile anche all’intervento delle politiche sociali, che spesso rischiano di peggiorare di molto il tessuto già fragile delle stesse comunità Rom. La domanda che noi ci poniamo è la seguente: perché anche lo “spazio” all’interno degli stessi campi Rom sta degenerando e perdendo la loro specificità?

4. Politiche sociali e sicurezza.

Oggi constatiamo un po’ ovunque, che le politiche sociali si sono arrese alla loro tipica “missione” di ascolto e di prevenzione del disagio, e di accompagnamento, preferendo di fatto allinearsi più alle politiche della sicurezza e del controllo, che dare risposte a questi disagi. Con i Rom è quasi scontato, oggi i poveri sono facilmente abbandonati e scaricati dai servizi sociali, complice anche la politica che in questi ultimi anni non ha voluto affrontare il tema della povertà, preferendo rimuoverla e nasconderla. Oggi le politiche sociali verso i Rom di fatto si confondono spesso con quelle della sicurezza e del controllo, che di fatto è anche quello che sta chiedendo l’opinione pubblica condizionata spesso dagli “imprenditori della paura”, diffusi in tanti settori sia della politica e della stampa. Così facendo si rischia di speculare solo sulla sicurezza e non sulle cause del disagio in sé, questo vale in particolar modo per le popolazioni Rom, ma si allarga anche sui settori deboli della nostra società: immigrati, profughi, poveri, cittadini italiani senza casa.

Ciò che notiamo da diverso tempo è una vera “assenza di cuore” nelle politiche sociali verso i deboli in genere. Il rischio è che questo vuoto oggi, come ieri è sostituito da altri interessi di varia natura, in primis quello economico, appetibile a molti, forse a troppi: sempre sulla pelle dei Rom, arrivando anche a constatare come anche la “politica” ruba sui Rom e sulle fasce deboli della popolazione. Perché l’integrazione proprio perché costa, oggi è diventata una affare che fa gola a tanti.

5. “Basta campi” … e poi?

Oggi lo dicono tutti, in tutte le salse. Molti di questi mai hanno messo piede in un campo, mai hanno conosciuto realmente un Rom, mai hanno partecipato ad una loro festa, nemmeno ascoltato un loro desiderio o raccolto un loro timore. Basta campi è un mantra che si ripete da ogni parte: da destra e da sinistra, dai laici come da istituzioni religiose… molti senza la minima conoscenza della realtà, oggi è di moda dirlo: “Basta campi”, che coincide, il più delle volte a: “basta Rom” nel mio territorio.

La penso in maniera diversa. Innanzitutto, perché spetta a loro scegliersi il loro futuro, non noi. Oggi quando si parla dei campi Rom si sottolineano solo gli aspetti negativi, che in parte anche noi condividiamo, frequentandoli e vivendoci dentro li conosciamo, ma le analisi e le cause di tanto degrado sono assenti. Perché i campi hanno subito questo degrado?

I campi Rom sono anche l’unico spazio qui in Italia, dove i Rom si sentono “custoditi”, sostenuti ed aiutati (non dagli operatori, assistenti sociali…) da altri Rom. Cosa che non sempre avviene in un appartamento posto in un quartiere della nostra città. Anzi, è più facile che un Rom si senta giudicato e rifiutato, visto con sospetto e con la stessa diffidenza del Rom che vive in un campo. Spingendoli a vivere in case, in nome di una presunta integrazione, spesso non si è fatto che alimentare ancora più intolleranza verso i Rom. Abbiamo visto anche il fallimento di tante famiglie Rom incentivate dai servizi sociali ad andare a vivere in case o appartamenti.

Il campo, con tutte le sue difficoltà, i suoi disagi, comprese le sue contraddizioni interne (che abbiamo visto aumentare in questi ultimi anni), nonostante tutto…permette a tanti Rom di “sentirsi accarezzati”: con i tempi che corrono non è certo poca cosa! Meglio la “carezza di una semplice baracca” in un campo Rom, che la paura di un futuro incerto gestito da cuori anonimi e freddi calcolatori.

Marco Campedelli

Rubrica/Racconti di Luna – Aveva settant’anni ed era appena nato

Una fiaba per Marcelo Barros, per i suoi settant’anni. Grande parte della mia vita è stata segnata dall’incontro e dall’amicizia con padre Marcelo Barros. I nostri vent’anni di differenza me lo hanno sempre fatto sentire come un fratello maggiore o un giovane padre. Di Marcelo mi ha colpito subito lo sguardo pieno di stupore, la sua compassione, il suo cuore in festa. Noi spesso mettiamo i pensatori al lato della strada, in una postazione riparata, come un telecronista, che racconta la partita, ma non corre nel campo. Marcelo, invece, è sempre stato un pensatore dentro il mondo, non a lato, non in una postazione riservata. La sua teologia nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri. E’ quella di Marcelo una teologia sinfonica, per fiati e percussioni, per archi e strumenti a corda. Un grande commento al salterio della vita, dove chiaro e scuro convivono insieme. La sua teologia è arrischiata, tanto che il destino del suo pensiero è il destino del suo stesso corpo. Si ammalò di cuore proprio a partire dal dolore del mondo, dal suo volerlo contenere nel suo battito. Ha amato la Chiesa, ma ha amato più il mondo della chiesa, ha amato l’universo dal filo d’erba fino alle stelle. Ha sofferto per la chiesa, che ha sempre desiderato vedere innamorata del vangelo. Ha sofferto a causa delle chiesa, che non gli ha risparmiato le lacrime. Ma lui ne è uscito sempre più libero. Come in un inedito parto. A partire da questa ultima immagine del parto, vorrei dedicargli questa piccola fiaba. A lui e ai suoi genitori Margarita e Emmanuel. Una fiaba, per il Marcelo che ha il coraggio di nascere ogni giorno. Con grazia e coraggio. Se noi siamo anche le persone che abbiamo incontrato, credo di dovere molto della mia vita a Marcelo Barros. I suoi genitori non li ho mai conosciuti ma i suoi racconti me li hanno resi vivi, come quando lo visitano ancora in sogno, lasciandoli in bocca il gusto di una dolce malinconia. Lui i miei genitori invece li ha conosciuti bene e li ha sempre ospitati sotto il mantello della sua tenerezza. Del papà accolse la consegna della parole ultime. Del suo testamento d’amore. Dedico questa fiaba a Marcelo Barros. O meglio al bambino che Marcelo è stato e la cui luce innocente gli brilla ancora negli occhi… Un bambino voleva diventare medico degli animali. Non degli animali domestici, ma di quelli selvatici. Avrebbe voluto essere con Noè, prima del diluvio, a preparare l’Arca. Perché nessuno andasse perduto. Quel bambino aveva nel suo corpo due fiumi, uno nero e uno bianco. Il fiume di Emanuel suo padre e quello di Margarita sua madre. Il suo corpo era il luogo dell’incontro, il luogo della festa. Perché quell’immaginario medico degli animali selvatici scelse infine gli uomini? Semplicemente perché li vide come i più deboli, quelli che facevano più fatica a stare in piedi, più dei leoni e degli elefanti. Li scelse anche perché erano così fragili da pensare talvolta di essere come Dio. Questo bambino era nato con l’alba, alla fine di una lunga veglia. Era uscito dal fuoco della pasqua, dall’acqua della libertà. E perché tra gli uomini aveva scelto i monaci? Perché tra i fragili, si era accorto erano i più fragili. Non solo infatti potevano pensare di essere come Dio, ma che dio nel miglior caso fosse come loro. Così il bambino, divenuto monaco, cercò di costruire un monastero vicino alla foresta, perché i monaci imparassero dagli animali selvatici a non diventare schiavi di nessuno: né del loro abito, né del loro potere, né del loro sapere. L’uomo che amava gli animali e divenne monaco, conservava ancora gli occhi del bambino. E piangeva ogni volta che moriva una farfalla, ogni volta che veniva reciso un fiore. Non c’era posto per un monaco così in nessun monastero. Poiché le mura dei monasteri salivano fino al cielo, non poteva entrare nessun animale selvatico e nemmeno quello di selvatico che c’è negli umani: l’amore, il dolore, il riso, il pianto… Il bambino diventato monaco pensava all’arca di Noè e come fosse bella quella ecumene salvata dal diluvio. Pensò di fare della foresta il suo monastero, ma anche la foresta era ormai piena di cartelli con molti divieti, più di quanti fossero gli uccelli sugli alberi. Non gli restava che il mondo. Decise però che non avrebbe fatto del mondo il suo monastero ma del suo monastero il mondo. Non avrebbe più benedetto l’acqua perché l’acqua era già benedizione nell’onda dell’oceano e nella pioggia leggera. Nelle lacrima di una donna o nella rugiada del mattino. Non avrebbe più consacrato il fuoco, perché il fuoco era già sacro, nel rosso del sole che sorge e nel falò che brucia mentre si racconta e si danza. Il bambino che voleva fare il medico degli animali e si fece monaco, partì per un lungo viaggio dentro sé stesso. Passò come nelle fiabe le sette porte d’argento e lasciò davanti a ciascuna qualcosa che aveva trovato lungo la via, fino ad entrare nella fessura della luce e rinascere di nuovo. Si era finalmente liberato di tutto, ed era finalmente libero. Quando un giorno si presentò davanti all’Altissimo, gli fu chiesto cosa aveva portato con sé, quali erano i suoi tesori. Il bambino che era diventato monaco prese con sé un angelo. Lo portò sul davanzale degli occhi di tutti quelli che aveva incontrato. L’angelo e il bambino diventato monaco stavano come davanti a tante finestre e da là vedevano tutto quello che egli aveva lasciato nella vita degli altri. L’angelo vide con stupore molti animali selvatici feriti che erano guariti e molti uomini e donne, e bambini feriti che erano tornati a vivere. Umani e animali vivevano insieme come nell’arca ed erano felici. L’angelo chiese al bambino il segreto. Il bambino rispose che la propria felicità stava nel rendere felici gli altri. Solo allora l’angelo lo riportò al cospetto dell’Altissimo. E quando fu davanti a lui, il bambino diventato monaco vide Dio che piangeva. Perché piange disse all’angelo. Dio piange, rispose l’angelo, ogni volta che muore una farfalla, ogni volta che viene reciso un fiore. Allora il bambino che era diventato monaco capì che era arrivato finalmente là da dove era partito. Si lavò nel fiume nero e in quello bianco, dove stavano Emmanuel suo padre e Margarita sua madre. Erano passati settant’anni. E Marcelo era appena venuto alla luce …

Giancarla Codrignani

Quale famiglia per tante bambine (e bambini)

Che la Chiesa anche visivamente prescinda dalle donne, con buona pace di Papa Francesco e di tutto il clero, si vede dal Sinodo sulla famiglia: il “tenere famiglia” significa curarsi degli interessi della Chiesa. Tutti i preti hanno avuto una famiglia “carnale”, ma l’hanno abban­donata per sposare la Chiesa. E’ successo poi che, mentre Matteo lasciò il suo banchetto di cambiavalute ed esattore, alcuni dei moderni seguaci hanno portato la finanza ban­caria in Vaticano. Comunque dal Sinodo incaricato di rivedere lo stato dell’arte della famiglia cristiana erano escluse non solo le donne, ma anche i bambini. I quali sono sempre nominati come obiettivo primario, ma non hanno voce, anche se sono capaci di arrivare all’Onu e al Nobel, come Malala Yusaftzai. Cose da dire i “piccoli” ne avrebbero; se esclusi, delegherebbero la voce della mamme a rappresentarli, e perfino quella dei padri; probabilmente escluderebbero chi viene chiamato “padre” perché è stato “ordinato”. L’11 ottobre l’Onu ha dedicato la giornata alle bambine dopo che a Ginevra era stata aperta una “European Week of Action for Girls” per promuovere i loro diritti, affrontare le cause che determinano la loro discriminazione e sviluppare l’empowerment delle bambine da un punto di vista sia so­ciale che economico. L’ambito internazionale parla sempre dei diritti dei bambini senza mettere in primo piano la fa­miglia. Non senza ragione: in Egitto, Liberia, Benin, Uganda, Camerun, Zimbabwe, Pakistan, Bangladesh, Ecuador, Nicaragua, Paraguay, dove la campagna ha raccolto opinioni dirette di bambini e bambine, la famiglia è condizionata da infiniti problemi. Noi occidentali non abbiamo le stesse difficoltà e per questo presumiamo di esse­ re migliori. Peccato che il maggior numero di reati ­spesso non denunciati e impuniti­ avven­ga all’interno di famiglie non marginali, anzi spesso insospettabilmente perbene. La Chiesa, con Papa Francesco, è intervenuta decisamente sui casi di pedofilia interni all’istituzione; ma non è un mistero che il maggior numero di casi si verifica all’interno delle famiglie e le violenze avvengono a carico soprattutto delle bambine. A livello europeo è noto che il 30% delle donne che hanno subìto abusi sessuali avevano già vissuto episodi di violenza specifica du­rante l’infanzia. L’ Associazione “Terre des Hommes” ha presentato un dossier desun­to dai dati registrati dalle Forze dell’Ordi­ne sui reati a danno di minori. In Italia una donna su tre ha subìto almeno una forma di violenza da bambina. In Europa, sono circa 21 milioni le donne abusate da un adulto prima dei 15 anni (12%) e il 67% delle vittime non ha denunciato: un terzo dei casi resta sommerso nel silenzio di piccole coscienze che risentiranno traumi in­ delebili. Reato aggiunto e complementare è lo sfruttamento sessuale minorile, che oggi coinvol­ge anche la crimi­nalità organizzata nelle reti della pedopornografia. Dove sta la famiglia? Quando è lo zio, il nonno, il padre, gli altri dove sono? Come i genitori e i nonni si relazionano con bambini e adolescenti che sembrano diventati “strani”? L’Onu ­non sempre ciascun paese, quasi mai ciascuno di noi­ si preoccupa del mondo, in primo luogo dei paesi poveri, dove i bambini vengono sfruttati in ogni modo come lavoratori (le loro piccole dita sono adatte a un’infinità di prodotti commer­ciali), ma anche come corpi. Le bambine subiscono di tutto, dalle mutilazioni genitali femminili ai matrimoni precoci, alla vendita sul mercato della prostituzione, alle gravidanze e agli aborti a rischio, all’aids. E vengono impedite nella loro volontà di studiare e di rendersi autonome solo per esse­ re nate donne. Eppure sarebbero loro ­lo dice Amartya Sen­ la risorsa fondamentale per lo sviluppo delle comunità. Noi abbiamo ancora in mente le due ragazzine dei Parioli di Roma, che per il denaro abbondante ricevuto dalle presta­zioni “liberamente” accettate (in realtà un ignobile fotografo aveva “investito” nei loro corpi) per poter avere borse e abbigliamen­ti di lusso. Le relative madri hanno reagito in modo diametralmente opposto: una ha messo un poliziotto privato alle calcagne della figlia divenuta strana e intrattabile, l’altra credeva che la figlia avesse tanto denaro “perché spacciava”. Questa triste sto­ ria non è una parabola. E’ un allarme.

Gabriele Colleoni

Rubrica/Cono Sud – La tornata elettorale

Il Sudamerica resta a sinistra

Evo Morales riconfermato presidente della Bolivia per la terza volta il 12 ottobre. Dilma Rousseff che, seppur in un ballottaggio estremamente incerto fino alla fine, il 26 ottobre, ha avuto la meglio sul suo sfidante di centrodestra Aécio Neves, conservando la presidenza in Brasile e proiettando verso i 16 anni la permanenza di un esponente del Partito dei lavoratori di Lula (Pt) a Palacio da Alvorada di Brasilia. Infine, il candidato del Frente Amplio Tabaré Vazquez che sempre il 26 settembre ha ipotecato con il 47 per cento dei voti al primo turno la sua elezione a presidente dell’Uruguay come successore del compagno di partito, il popolare José «Pepe» Mujica (ballottaggio il 20 novembre con il candidato del Partido Nacional, di centrodestra, Luis Lacalle, figlio di un ex presidente, fermatosi al 31 per cento dei consensi). Insomma, la primavera australe ha visto il «triplete» della sinistra sudamericana che, pur con tutte le dovute distinzioni interne, mantiene saldamente, almeno sul piano ideologico, a sinistra la barra politica regionale. Il socialista Morales, al potere dal 2006, ha conquistato il suo terzo mandato con un plebiscitario 61 per cento, sconfiggendo nettamente il candidato del centrodestra, l’uomo d’affari del centrodestra Samuel Doria Medina, fermatosi al 24 per cento, ed espugnando -dato politicamente rilevante- per la prima volta anche roccaforti dell’opposizione come Santa Cruz de la Sierra, capoluogo della regione motore economico del Paese, da dove nel 2008 si era persino scatenata una sfida autonomista contro il primo presidente indigeno della storia boliviana. Dedicata la vittoria al leader cubano Fidel Castro e al defunto presidente venezuelano Hugo Chavez. Evo ha sottolineato che “questo nuovo trionfo del popolo boliviano” gli permetterà di continuare a promuovere “l’integrazione non solo tra i boliviani ma anche tra i latinoamericani”. Tra i fattori determinanti del suo successo -spiega il politologo boliviano Carlos Toranzovanno- annoverati l’aumento dei salari minimi e la redistribuzione diretta agli anziani, alle donne incinte e ai bambini che vanno a scuola. L’altro fattore decisivo è stata la capacità di inviare ai boliviani messaggi forti contro la discriminazione. La grande spinta all’integrazione, sociale e regionale, e il modello economico adottato da Morales -un capitalismo di Stato sui generis amazzonico-andino con un’economia mista e una forte presenza dell’impresa privatasi sono rivelati vincenti per il Paese e hanno consolidato il consenso popolare intorno al presidente, che resterà a Palacio Quemado di La Paz fino al 2020. Il Movimiento al Socialismo, il partito di Morales, ha ottenuto anche la maggioranza dei due terzi al Senato (25 seggi su 36) sfiorandola anche alla Camera dei deputati (86 su 130), il che potrebbe consentire di varare una nuova riforma costituzionale che tolga il limite dei mandati presidenziali.

Argentina. Lo spettro di un nuovo default

Ad appena tre mesi dal secondo default in meno di 13 anni, l’Argentina potrebbe incappare a partire da novembre in un nuovo mancato rispetto delle scadenze di pagamento del debito sovrano. Dal 30 ottobre, infatti, il governo è esposto a una richiesta di pagamento anticipato dei 14 miliardi di dollari di bond 2038 e dei relativi interessi, in scadenza di pagamento a settembre. Nonostante il governo di Buenos Aires avesse depositato 161 milioni di dollari presso un istituto argentino, gli obbligazionisti non hanno potuto essere pagati a causa del divieto imposto da una sentenza di un giudice nordamericano di pagare i creditori ristrutturati, senza il preliminare soddisfacimento anche di quelli dissenzienti. La decisione del magistrato di New York, Thomas Griesa, di trattare il default di un debito sovrano come il fallimento di una qualsiasi attività economica o finanziaria, ha riportato insomma l’Argentina di nuovo sul baratro della dichiarazione di bancarotta (almeno “tecnica”, cioè dell’impossibilità di far fronte ai pagamenti, imposti per via giudiziaria, del proprio debito), con lo spettro incombente di possibili drammatiche crisi analoghe a quella che ha devastato il Paese tra il 2001 e il 2002, con la bancarotta più grande mai registrata da uno Stato. Eppure, soprattutto a seguito degli accordi intervenuti tra il governo di Nestor Kirchner e i debitori nel 2005 con i cosiddetti «tango bond», quella situazione sembrava esser stata gradualmente superata con apparente successo, tanto che, dopo un bando di 13 anni dai mercati finanziari internazionali, l’Argentina contava con il prossimo anno di rientrare nel gioco del credito per dar ossigeno alla propria economia in forte rallentamento dopo la crescita dell’ultimo decennio. Eppure una relativamente piccola percentuale (1,6 per cento) del debito sovrano argentino -detenuta da cosiddetti hedge funds o “fondi avvoltoi”, cioè i fondi finanziari speculativi ad alto rischiocon il ricorso giudiziario per ottenere il rimborso dei titoli in suo possesso, ha ottenuto una sentenza favorevole dal giudice Griesa. Si tratta di una forma di business, diffusa e sostenuta con una fortissima azione di lobbying, che si è basata sull’acquisto a buon mercato dei vecchi titoli del debito in default, per poi richiederne il rimborso al di fuori degli accordi raggiunti dal governo argentino con la maggior parte dei creditori. Il futuro del Paese è perciò “in ostaggio” di una sentenza emessa a New York, dove peraltro lo scorso giugno il governo argentino aveva depositato presso la Bank of New York Mellon i 539 milioni di dollari necessari per pagare entro la scadenza di fine luglio i detentori di titoli che hanno invece accettato i nuovi bond del debito argentino, a valori di concambio negoziati con il governo di Buenos Aires. La presidenta Cristina Fernandez de Kirchner e il suo ministro dell’Economia, Axel Kicillof, potrebbero attendere gennaio, prima di trovare un’intesa con i fondi dissenzienti, vincitori della battaglia legale negli Usa. A fine anno, infatti, scade la clausola sui bond ristrutturati nel 2005 e nel 2010: ciò eviterebbe a Buenos Aires di dover soddisfare le maggiori pretese da parte di chi ha accettato i due accordi di ristrutturazione del debito dopo il default del 2002. Il governo è arrivato a pubblicare pagine a pagamento su importanti quotidiani quali New York Times e il Wall Street Journal, in cui denunciava all’opinione pubblica americana e agli operatori economici che “Default vuol dire non pagare. L’Argentina paga. È il momento di fermare le bugie e le speculazioni… Ancora una volta i fondi avvoltoi minacciano e diffamano l’Argentina” per realizzare “esorbitanti profitti” e senza “trattare mentre l’Argentina vuole continuare il dialogo su una base equa e legale con tutti i creditori”. La presidenta non ha esitato a definire “gli avvoltoi sempre più aquile dell’impero”, per “far cadere la ristrutturazione del debito sovrano affinché l’Argentina torni a dovere miliardi di dollari”. Torna ancora una volta al centro del problema il nodo irrisolto dei fondi speculativi che impazzano sui mercati finanziari internazionali, forti del fatto che le decisioni giudiziarie Usa potrebbero costituire un fondamentale precedente. E questo nonostante le leggi degli Stati Uniti, in teoria, non si possano applicare ad altri Stati nazionali, e nonostante le sanzioni siano state comminate ad uno Stato-Nazione, senza che sui debiti sovrani vi sia al momento un “diritto fallimentare” internazionalmente riconosciuto. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha sentito la necessità di varare in ottobre una proposta per garantire che i “fondi avvoltoio” non possano bloccare la ristrutturazione del debito sovrano argentino e per stabilire, pur senza norme vincolanti, condizioni di parità per il governo e i fondi. Si tratta di un’alternativa alla proposta avanzata dall’Argentina in sede delle Nazioni Unite, per istituire invece un trattato internazionale che disciplini le ristrutturazioni del debito pubblico perché i vulture founds non possano bloccarle.

Uruguay. La marijuana di Stato con il nuovo presidente

Non è ancora chiaro quando arriverà sul mercato la “marijuana di Stato”, come prevede la legge recentemente approvata dal Parlamento di Montevideo. Il presidente uscente “Pepe” Mujica ha ribadito che non potrà essere consegnata alle farmacie – “per problemi pratici” – prima del 2015, ma la Giunta Nazionale preposta alla questione assicura che sarà invece disponibile già da novembre. Secondo Mujica “se facciamo troppo in fretta, le cose vengono male e sarà un problema … ci sono ancora cose da risolvere come il fatto di avere un software che funzioni per la registrazione dei consumatori prevista dalla riforma”, peraltro molto contestata anche a livello internazionale. In ogni caso dovrebbe toccare al nuovo presidente -con ogni probabilità Tabaré Vázquez, l’oncologo che ha già guidato il Paese tra il 2005 e il 2010, espressione del Fronte Amplio e primo capo di Stato di sinistra nella storia dell’ Uruguay “governare” il debutto della “marijuana di Stato” dopo il suo insediamento il prossimo 1° marzo.

Editoriale del numero 106

Il “buen vivir”, il vivere bene, arrivato a noi dall’esperienze indigene dell’America latina, è il frutto dell’acquisizione che siamo tutti interdipendenti, profondamente bisognosi di relazione e di condivisione, fino a sentire che gli altri sono in noi e noi in loro. La pratica del continuo annuncio che don Ciotti fa attraverso il “noi”. Possiamo contare, essere, incidere solo se partiamo e realizziamo il noi. Uomini e donne semplici che hanno saputo liberarsi, liberarsi da soli, senza l’attesa di qualcuno che venisse a dare loro le briciole, continuando ad arricchirsi e a sfruttare, sotto forma di “aiuti allo sviluppo”. Poveri che sono diventati protagonisti della loro vita, manifestando le loro ricchezze umane e le loro competenze. Poveri che si sono staccati dal possesso dei ricchi. Poveri che hanno preso coscienza di un profondo bisogno di libertà, perchè ai ricchi più dei soldi e delle ricchezze, piace possedere, attraverso la loro ricchezza le stesse persone. Gandhi, e molti altri, ci hanno ricordato, che per chi ha fame, il denaro diventa dio, con la d minuscola, che sostituisce quello vero con la D maiuscola. Altri ci hanno continuamente spiegato che a chi ha fame, Dio si annuncia solo sotto forma di “pane”. Perché quando ti dedichi all’altro che ha fame, che è malato, che ha bisogno di te, i tuoi piccoli bisogni scompaiono, e le tue piccole angosce se ne vanno. E’ l’altro che ti libera dal nostro io, dal centrare tutto su noi stessi, è con certezza che scopri che è l’altro che ti libera. Uscendo dalla nostra dimensione individuale, chiusa, narcisistica, uscire da quella dimensione di autosufficienza che è la cultura del nostro mondo occidentale, con le sue porte chiuse, sprangate. Nei miei viaggi in Brasile e a Korogocho, ho incontrato molti, troppi impoveriti, frutto del nostro arricchimento spregiudicato ed egoistico. Uomini e donne senza certezze, senza sicurezze, che non sanno nemmeno se mangeranno domani, ma la forza che mi hanno trasmesso è incredibile… persone senza niente con un attaccamento alla vita fortissimo. Sono loro che ti trasmettono nella loro povertà di cose materiali, fiducia, gioia e speranza. Quante volte, troppe; mi torna in mente lo scritto di Roger Garaudy, “che oggi, l ’Occidente è l ’Accidente storico!” Quando parleremo di noi, del mondo con franchezza? Quando ascolteremo l’altro, gli altri con umiltà sentendoli parte di noi? L’attribuzione del Premio Nobel per la pace a Malala Yousafzai ed a Kailash Satyarthi è un fatto di grande importanza. Reca un messaggio, segnala delle urgenze, convoca a un impegno ineludibili: 1La difesa dei diritti delle bambine e dei bambini. 2L’invito ad India e Pakistan ad ascoltare le loro voci migliori. 3L’invito a tutte le religioni e le culture ad unirsi nel comune operare per il bene comune dell’umanità. 4La centralità della lotta contro la schiavitù che spesso, troppo spesso gli adulti impongono ai bambini. 5La messa in atto della lotta contro il maschilismo, che di tutte le violenze è la prima radice. Come ogni persona sa, il Nobel per la pace è stato più volte attribuito a destinatari indegni. Almeno quest’anno, premiando un adulto che difende i bambini e una bambina che gli adulti cercarono di assassinare e che continua a testimoniare e ad impegnarsi per promuovere il diritto alla scuola, allo studio, al sapere per tutte le bambine e le giovani del mondo, contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le oppressioni; per la vita, la dignità i diritti di tutti gli esseri umani. Perché ogni vittima ha il volto di Abele e di tutti gli Abele delle altre religioni e del mondo. Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.

Dilma Rousseff è stata rieletta presidente del Brasile. Le auguriamo che sappia prendere decisioni sagge e sapienti, orientate verso vere riforme che vadano a tutelare i bisogni degli impoveriti, dei senza terra e degli esclusi.

Antonio Vermigli

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Qui non è profondo il mare. Non servono abissi per sprofondare. Basta un battello di viaggiatori che pagano il più alto costo per le peggiori condizioni di trasporto marittimo della storia umana. Peggio degli schiavi incatenati: perché quelli serviva che arrivassero vivi per essere venduti. Nessuno prima di loro è salito su un’imbarcazione a così caro prezzo della vita. Era una notte calma, il mare ancora tiepido di estate. Ma non si può stare immersi per delle ore al buio e all’abbandono. Anche a mettersi nudi per togliere qualunque peso, aggrappati a rottami, si perde presa e calore, ci si arrende. Non servono abissi per sprofondare. Dalla barca di Simone,che è stato il primo a immergersi sul relitto, partono immersioni, si va sui fondali con bombole e mute subacquee, si guarda dietro il vetro della maschera. Tutti noi guardiamo così il mondo dei sommersi, dietro un vetro divisorio. Torniamo su questo braccio di mare dove un anno fa è affondato un Parlamento di vite umane. Votarono all’unanimità il viaggio, acquistarono il rischio e lo sbaraglio. Gridarono all’unanimità verso la terraferma chiusa nella sua notte. Nell’elenco parziale della Questura di Agrigento si leggono i loro nomi e le loro età sotto la dicitura: Numero di elementi. Elementi: la parola burocratica tenta malamente di tenersi a distanza, mentre richiama altri elementi, quelli della chimica. Idrogeno, Ossigeno, Carbonio, Azoto, Ferro, Calcio, dei quali siamo fatti tutti noi. Allora è proprio così: qui sono affondati gli elementi che formano la chimica umana del pianeta. Qui sono affondati insieme a tutti quelli che non nasceranno da loro. Dove il mare accolse la loro caduta a braccia aperte siamo venuti a spargere sale. Spargiamo sale sulla ferita perché non si rimargini. Spargiamo il sale della memoria su uno dei naufragi finiti in braccio al nostro mare. Siamo cittadini del Mediterraneo, noi che su queste coste siamo nati. Siamo perciò fratelli di tutte le vite che su queste coste sono venute a morire.

Erri De Luca

Benito Fusco

Quando ci sembra di avere tutte le risposte i giovani ci cambiano le domande

Non sono poche le domande che ti assalgono in una estate vissuta con un tot di giovani in India; un paio sono queste: “che cosa stiamo trasmettendo alle generazioni future? E come custodire e coltivare in loro passione, fiducia e volontà di impegnarsi?”. Una prima osservazione, che non è però una risposta, mi è stata facile da cogliere: sono principalmente i ragazzi che trasmettono a noi qualcosa, soprattutto quella capacità di vivere e di toccare con mano i segni dei tempi, e poi quell’entusiasmo del presente, dell’esserci a tutti i costi che ha a che fare con la voglia di sapere e di vivere. Essi hanno una maggior immediatezza e sensibilità, e talvolta anche una profondità genuina rispetto alla lenta comprensione dell’oggi e del divenire della storia. Storia che almeno per me, nato negli anni ’50, ho dovuto affrontare con uno strabismo esistenziale che guardava contemporaneamente in tre direzioni: alla memoria del passato che cigolava sulla bilancia del presente, alla possibile rivoluzione del presente spezzata da un improvviso inverno e a un futuro da riempire di senso e di sensi. Man mano, però, ci si rende conto che il presente per i giovani di ogni generazione è sempre una lotta tra il coltello istituzionale di Abramo, che pone dei limiti, e la fionda profetica di Davide, che li vuole superare, soprattutto se, come succede da un po’ di tempo in qua, il presente è in mano ad un Pilato che smercia molti Barabba e che ha aumentato il prezzo del tradimento da trenta denari a ottanta euro. Un secondo punto: i giovani colgono subito quando i nostri princìpi rimangono distanti dal fluire della vita e da quelle reali esigenze che mutano frettolosamente lungo il cammino, se autentiche e vere. Proprio dalle tante provocazioni rivolte loro a distanza ravvicinata, ne ricavo che, al pari di noi che entriamo nella sera della vita, i giovani ci osservano molto e, nei giusti modi, sono molto disposti a raccogliere e ricevere ciò che offriamo, perché desiderano fortemente che noi siamo noi stessi, cioè veri. I giovani per quanto di stupido si dica di loro in realtà mettono alla prova non solo la nostra coerenza, ma anche la nostra fedeltà alla vita, e ai valori: fedeltà che per noi appunto dovrebbe significare resistenza buona, anche nella prova, per un amore, un ideale, una passione. Ed essi esigono, giustamente e indiscutibilmente, di essere presi sul serio, e trattati da interlocutori reali, possibilmente mai giudicati o esclusi, anche se questo non avviene né sul piano familiare, né su quello educativo, tanto meno istituzionale. E poi ci chiedono quella coerenza quotidiana, feriale, tra ciò che diciamo, facciamo, ma soprattutto siamo. Insomma, anche se siamo fragili desiderano da noi una concreta visione positiva del mondo e del futuro, quel mondo e quel futuro che poi sono loro stessi a chiamare o cercare. E pretendono, senza temere, il coraggio delle nostre idee che, se non imposte, accettano anche attraverso la polemica, la contrapposizione, o una benevola ironia e soggezione che “sentono” con un segreto rispetto. Capiscono quando stiamo dalla “loro parte”, cioè che gli vogliamo bene, e solo così riescono ad essere efficaci anche i nostri rimproveri o il nostro modo di disfare o analizzare le loro inesperte certezze. Colgono le nostre passioni e le esigono, perché vivono e si sentono dentro un’epoca “delle passioni tristi”, come diceva Spinoza, per questo insistono, o si perdono, in tante emozioni frammentarie pur sognando la passione definitiva e assoluta della vita. Quindi i contenuti che cerchiamo di trasmettere, più che nelle parole o nel nostro fragile argomentare, passano attraverso gesti semplici e affettuosi: sorrisi, sguardi, silenzi, perfino la camminata buffa, o il bere una birra insieme o una battuta intelligente, o il racconto di una vita o di un segreto da scoprire, oppure una ‘solfa’ da ascoltare o di parole sparse e perse per cazzeggiare. E se, al contrario, sembrano giovani senza resistenza e ricezione è perché la passione la devono sperimentare e non solo sentirne parlare. Anche per questo i giovani spesso indossano una artificiale indifferenza come scudo di difesa ed approccio, o hanno nell’anima l’ospite inquietante della noia, come la chiama Umberto Galimberti. E allora ci vuole molto amore e pazienza per far superare loro la soglia della fiducia nella vita. Ed è in questa situazione che ci rendiamo conto come sia veramente difficile trasmettere ai giovani l’esperienza, il sapere dell’anima, in un vivere che non contempla quasi più il tempo dell’incontro e l’ascolto del sentire, in un tempo breve che esalta la fine della memoria e la morte dell’attenzione fino a rinnegare il tempo intero. Anche perché la loro richiesta, comunque prioritaria, è chiara, ed è proprio quella dell’ascolto, dell’attenzione perché, bene o male, conosciamo il loro grande desiderio, anzi la pretesa non negoziabile: quella di essere presi in considerazione. Forse, con una sintesi un po’ sbrigativa, non c’è che una soluzione eternamente laica, e profondamente evangelica: quella di consentire loro la possibilità e la libertà di relazioni il più autentiche possibili, di passioni che accendano il cuore per sempre, e di sogni che riaprano gli occhi alla realtà. Chi parla di sfida educativa, quindi, prima deve far comprendere che chi educa ama, ed è il primo, cioè, che deve consegnare una libertà creatrice. Anche se una grande filosofa, Maria Zambrano, suggerisce invece un’audace terapia filosofica per adulti e giovani, proprio per l’epoca delle passioni tristi e delle violenze della volontà, propone cioè una filosofia del disfare, una pratica di disapprendimento, attraverso un sapiente ascolto passivo che fa il filo alla mistica (il sapore di Dio) e alla poesia (il sapere del cuore), perché le parole della mistica e della poesia lasciano aperti “alla fluidità del passaggio tra il sé e il fuori di sé, e consentono il ritrovamento di un’energia al fondo di sé”. D’altra parte tutti ci chiediamo come può trasmettere valori e passioni una generazione corrotta e corruttibile come la nostra, una generazione cioè che per la prima volta lascerà ai propri figli un mondo peggiore, e che sta divorando tutto: umanità, territorio, risorse, futuro, persino Dio, e che è soprattutto senza energia al fondo di sé. Mi viene di pensare che è molto più facile il consapevole disimpegno dell’ignorare, anziché dell’amare educando, perché vedo che anche le nostre risorse migliori, soprattutto quelle meno giovani, non vogliono impegnarsi in questa società che purtroppo non è più un “organismo” che vive, come hanno tentato di insegnarci e consegnarci i filosofi e i padri delle carte costituzionali, ma qualcosa di biologicamente morto, ed è divenuto così “un meccanismo” vorace che fa confluire tutti nella discarica abusiva del terrorismo del denaro, e nelle rappresaglie ad personam del potere, di ogni potere. E tutti ci sentiamo sempre più soli dentro a questo contesto sociale, politico e religioso che si frantuma, che ci frantuma, o che forse dobbiamo frantumare per non essere complici dei ladri di futuro e di vita dei nostri giovani che, stiamone certi, ci cambieranno le domande proprio quando avremo l’illusione di avere per loro le risposte giuste.

Anna Corsi

Quali servizi sociali oggi?

Ore 12.25 di sabato mattina. Tra cinque minuti timbro il cartellino e rientro a casa dalla mia famiglia. Ore 12.30 si presenta la segretaria che mi dice esserci, nella sala d’aspetto, un barbone senzatetto che chiede la possibilità di essere collocato in albergo per qualche giorno dai Servizi Sociali territoriali. Durante il colloquio io e la mia collega capiamo che il signore non è residente nel comune per cui lavoriamo, è appena uscito di galera con un obbligo di dimora emesso direttamente dal Giudice, in un comune in cui non conosce nessuno, non ha un lavoro e nemmeno una casa. Il signore ci racconta di essere affetto da bipolarità e di assumere metadone da circa 20 anni per problemi inerenti la tossicodipendenza. Attualmente è anche alcool dipendente. Oggi non ha ancora preso le medicine al locale Centro di Salute Mentale. Minaccia di suicidarsi se non gli troviamo un poso in cui andare. Appare stanco, in scarse condizioni igieniche, profondamente avvilito, senza un soldo. Io provo sentimenti misti tra paura, angoscia, profonda pena umana. Io e la collega contattiamo i carabinieri, il medico psichiatra, il suo avvocato. Per il medico il signore ha un problema abitativo; ci dice che ci risentiremo qualora non si trovassero sistemazioni per la serata. Ci avvisa che il signore è manipolativo e antisociale. Per i Carabinieri può essere un problema di ordine pubblico qualora il signore minacci di suicidarsi e fare male a qualcuno. Ci dicono di richiamarli quando sapremo dove andrà poiché hanno l’obbligo di fare controlli. Per l’avvocato non è un suo problema in quanto si vedono solo alle cause in tribunale. Per il Giudice che ha emesso l’obbligo di dimora evidentemente non costituisce un problema che una persona il queste condizioni si trovi sprovvisto di tutto su un territorio che non conosce. Come prima soluzione cerchiamo di capire se ci potrebbe essere qualche posto nel dormitorio della Caritas, ma essendo fuori dal comune verrebbe meno l’obbligo di dimora che il signore deve rispettare. In più Caritas non accoglie nei dormitori persone con dipendenze. In queste condizioni potremmo optare per due soluzioni: la prima è dire che rimedi in un qualche modo da solo un posto per queste notti, in attesa di verifiche più approfondite che faremo da lunedì. Sono orami le 14.00 e la stanchezza inizia a farsi sentire. La seconda è usare un po’ di buon senso e di etica che ci spinge a cercare di trovare una sistemazione al signore per qualche giorno. Sarà anche manipolativo, ma appare anche piuttosto disperato e malato. Ci attacchiamo al telefono e, dopo aver sentito il Dirigente che ci autorizza a trovare una sistemazione per il week end, contattiamo tutti gli alberghi e i bad and breakfast della zona. Pare strano, ma nessuno ha un posto libero per la serata. Il Comune non è grande e un evento nel week end ha riempito gli alberghi. Con grande rammarico diamo la comunicazione al signore che è stato presente durante tutta la ricerca. Non ci diamo per vinte e telefoniamo nuovamente al suo medico. Il signore continua a minacciare il suicidio. Noi gli diciamo che è bene che vada al pronto soccorso. Finalmente il medico gli parla per telefono e gli dice che nel giro di qualche ora verrà ricovero presso una struttura psichiatrica. Ora chi legge questa storia potrà pensare che le persone che lavorano negli enti pubblici non hanno voglia di lavorare e cercano di scaricare le situazioni su colleghi di servizi diversi. Questa però è una visione miope della situazione socio-sanitaria generale in cui oggi ci troviamo a vivere: personalmente penso che la difficoltà più grande è quella di riuscire a gestire continue situazioni di emergenza cui si fatica a dare risposte progettuali concrete, date dalla mancanza di risorse disponibili. Quando si è oberati di lavoro e si sta sempre sul fronte delle emergenze, non c’è tempo per costruire progetti differenti. Non saranno tre contributi economici all’anno per il pagamento di qualche fattura a rimettere in piedi una famiglia i cui membri hanno perso il lavoro e non sono in grado di pagare l’affitto. La mia percezione è che attualmente tutti i servizi si trovano molto spesso in situazioni di emergenza: lo sono i Centri di Salute Mentale, il cui carico di lavoro aumenta sempre più, con notevole aggravio di lavoro per i medici che ci lavorano e per i pazienti che non riescono a fruire di adeguate terapie. Lo sono i servizi per famiglie con minori che negli ultimi anni hanno visto notevolmente aumentare le situazioni gestite dal tribunale e le conflittualità familiari. Se non vi è una sinergia tra gli enti che prima di tutto deve essere politica, rispetto alla progettazione dei servizi territoriali, se non vi è una idea progettuale più ampia, noi operatori sociali ci ritroveremo a gestire sempre più emergenze con sempre meno risorse. D’altronde non c’è strategia migliore che delegittimare, mostrare che nel pubblico le cose non funzionano, per avviare politiche di privatizzazione dei servizi. Oggi sempre di più vige la logica che se un nucleo familiare è in grossa difficoltà tanto da avere raggiunto grandi debiti, avere perso il lavoro, avere sfratti in corso, il contributo pubblico di aiuto è così irrisorio da costituire una goccia nel mare. Sempre più mancano progetti pubblici di auto aiuto, di sostegno all’analisi del bilancio familiare, di sinergie con enti che potrebbero contrastare e ricontrattare per le famiglie i mutui contratti con le banche a prestiti quasi usurai. Mancano progetti di banche del tempo che funzionino, manca la possibilità per gli operatori di poter scoprire il territorio in modo più approfondito, troppo stanchi e concentrati sul lavoro quotidiano. Nel nostro territorio sono veramente poche le realtà che si occupano in modo approfondito di questi temi, anche in regioni avanzate come l’Emilia Romagna in cui la rete dei servizi e la realtà del terzo settore è molto attiva. Pare sempre più che alcuni uomini costituiscano materiale di scarto, come le ragazze che lavorano nelle fabbriche cinesi e a 30 anni, ormai ridotte a condizioni fisiche miserevoli, finiscono per fare le prostitute nei bordelli poiché non sono più in grado di produrre. Credo che questa sia la più grande perdita di lucidità che possa accadere ad una società: perdere di vista il valore dell’uomo in quanto uomo. A me pare che oggi una delle poche voci che si alzino in difesa dei fragili, di chi non ce la fa a stare al passo con un sistema che tende a schiacciarli, sia Papa Francesco. Apprezzo la sua forza quando denuncia così lo stato attuale del mondo. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della iniquità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è iniquità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

Waldemar Boff

La Rete nei cambiamenti sociali del Brasile e non solo

Somiglianze tra SEOP e RRR

La Rete sta compiendo 50 anni di solidarietà, cercando di creare più giustizia sociale. Da 25 anni, con il Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare -SEOP e negli ultimi dodici anni anche con Acqua Dolce- Servizi popolari, abbiamo ricevuto un aiuto costante e fedele dalla Rete per fare la stessa cosa. Devono esserci molti altri elementi comuni in questa collaborazione, visto che è durata tanti anni.

Mi pare che Rete e Seop lavorino in modo informale e cerchino di costruire gruppi legati dai comuni interessi e dall’affetto. Sia noi del Seop che la Rete tentiamo di mantenere in alto le nostre bandiere nonostante i venti contrari e la debolezza delle gambe di coloro che le sventolano. Conserviamo la stessa attenzione per le realtà locali e per gli intrecci globali, la stessa mistica dell’amore alla persona, dell’internazionalismo e della libertà.

Il povero come soggetto del suo processo di emancipazione

Lungo il nostro cammino, abbiamo continuato a fare adattamenti pratici dei principi teorici che hanno sempre guidato e guidano le nostre azioni. Uno di questi è il ruolo dell’assistito nella relazione di aiuto.

Teoricamente, il bisognoso svolge il ruolo principale nella relazione. Ma dobbiamo seguire varie mediazioni per arrivare a questo, cioè misure graduali per espellere, con dolcezza e persuasione, l’oppressore che abita dentro di lui, trasformare il sentimento di inferiorità che coinvolge la sua anima, valorizzare il suo sapere, frutto dell’esperienza e della sofferenza consolidata.

Questo processo non si esaurisce in un progetto di tre o cinque anni. Può richiedere molti anni o generazioni. I risultati attesi -quelli scritti nei progetti in corso- non sono, in genere, veritieri perché devono soddisfare le condizioni del finanziatore.

Guardo con curiosità alle pratiche pastorali della Chiesa Cattolica e mi domando se i suoi comportamenti non si basino su un’esperienza secolare. Ma noi ci proponiamo, come ente di diritto privato, di produrre un servizio pubblico senza connotazioni religiose, con personale pagato, che non opera quindi gratuitamente. Tuttavia (quello alla chiesa cattolica) è un punto di riferimento a cui guardare con attenzione, mantenuto il dovuto spirito critico.

Lo Stato ha la possibilità di dedicare attenzione agli ultimi?

Teoricamente, si. Ma dobbiamo vedere le possibilità reali e analizzare che tipo di Stato abbiamo oggi. In Brasile, lo Stato è storicamente patrimonio delle elite che se ne approfittano per garantire e accrescere i propri privilegi. È stato in passato e continua ad essere oligarchico, nonostante lo sforzo storico del movimento popolare. Anche nella recente democrazia restano forti tracce di autoritarismo, di accomodamenti e di conciliazione con gli interessi delle elite.

La nostra esperienza indica che -quando passiamo al Comune una struttura sociale costruita da noi nelle periferie più povere (centro di educazione infantile, ambulatorio, casa comunitaria) – la tendenza è a elitizzarla, cioè, a occuparsi delle persone socialmente meno problematiche, lasciando fuori quelle meno facilmente gestibili. La maggioranza dei funzionari pubblici, soprattutto quelli che entrano per concorso, tendono ad adattarsi e ad imitare l’esempio che viene dalle elite che guadagnano molto per lavorare poco.

Dico sempre che la qualità dei servizi dello Stato dipende dalla qualità della cittadinanza. Per questo, dopo aver costruito delle strutture sociali e averle passate allo stato -che non le costruirebbe in queste aree povere-, dovremmo investire tempo e pazienza nell’educazione e organizzazione dei cittadini. Ma è molto difficile trovare qualcuno che finanzi questo tipo di programma.

Si noti anche che quando non riusciamo a passare la struttura sociale al Municipio, il terreno continua ad essere a disposizione della comunità. Questo è fondamentale, perché nelle occupazioni irregolari prevale normalmente la logica della appropriazione privata della terra e di rado restano spazi pubblici. Con il nostro intervento questo spazio resta garantito, indipendentemente dalla qualità e dal destino che avrà la struttura costruita.

Come ci ha aiutato la Chiesa Cattolica

Segmenti delle confessioni tradizionali, soprattutto della Chiesa Cattolica, ci hanno molto aiutato. Per anni, abbiamo mantenuto rapporti con l’organizzazione tedesca Misereor ha finanziato le nostre attività di assistenza ai vecchi abbandonati. L’infrastruttura del Centro Comunitario che si occupa dei portatori di necessità speciali è mantenuta dalla Parrocchia di Santa Cruz di Duque de Caxias, Baixada Fluminense.

Quel che abbiamo sperimentato è che, come tutte le grandi organizzazioni, la Chiesa Cattolica tende a rispettare diligentemente le leggi vigenti e mantenere la proprietà privata dei beni, anche se li usa come un servizio pubblico ai più bisognosi. È qui che risiede la sua forza e allo stesso tempo la sua debolezza. Il carisma è offuscato dal voler mantenere nel corso del tempo l’efficacia operativa.

Come dovremmo andare avanti?

Come abbiamo fatto fin dall’inizio. Semplici, in piccoli gruppi, fedeli gli uni agli altri, avendo fiducia nel futuro e nella crescita della coscienza umana. Non sarà il denaro, né il potere che ci renderà forti, ma la nostra umiltà, la nostra debolezza e la nostra indistruttibile fede nella vittoria del bene sul male, della verità sulla falsità, della solidarietà sull’egoismo.

Inoltre, la nostra azione di collaborazione dovrà rafforzare ancora la responsabilità nei confronti del pianeta, tenendo conto degli impatti dei cambiamenti climatici e della perdita della biodiversità. Dovremo anche tentare di consolidare un’etica e una cittadinanza globali. Iniziative come la pubblicizzazione dell’acqua, l’educazione alla pace, il movimento slow food sono possibili solo perché in molte persone e gruppi si è già svegliata la coscienza planetaria a diversi livelli.

E soprattutto l’affetto, l’attenzione, la cura degli uni nei confronti degli altri. Quando 20 anni fa fu stabilita la collabolazione di cittadini di Bonn con cittadini di Petrópolis, dicevamo che si sarebbe mantenuta se ci fosse stato un orizzonte comune di costruzione della famiglia umana, di preservazione del pianeta e se ci fosse stato un profondo legame di amicizia tra le persone. Oggi la collaborazione continua viva e forte grazie a questi valori che vanno molto al di là dei soldi e che possono sussistere anche senza quelli.

Solidarietà come valore politico globale

Storicamente si è sempre fatta solidarietà per motivi religiosi o umanitari. Apparentemente, la solidarietà non si inserisce tra i valori politici. Tuttavia le tasse sono in realtà forme obbligatorie di solidarietà. E le tasse sono negoziate politicamente. Sono rari quelli che pensano che le tasse abbiamo una destinazione universale, beneficiando in primo luogo i più bisognosi. Oggi, dello Stato si sono appropriati gli interessi dominanti del capitale e dell’informazione e le tasse servono prima di tutto a questi interessi.

La burocrazia pubblica può essere una delle forme per appropriarsi privatamente di quello che appartiene a tutti.

Noi che da tempo combattiamo in campo civile e non in quello dello Stato siamo impegnati a dimostrare che anche le imposte nazionali hanno una destinazione universale e dovrebbero essere indirizzate prima di tutto verso i paesi più deboli all’interno di una visione della famiglia delle nazioni.

É urgente riaffermare il valore del bene comune, che non si riduce ai beni naturali come la terra, il sole, l’acqua, l’atmosfera, anche se le nazioni più povere finiranno per subire gli impatti maggiori dei cambiamenti climatici, fenomeni non creati da loro. Il pubblico comprende anche i beni culturali prodotti collettivamente dall’umanità, che dovrebbero essere equanimamente ripartiti tra tutti. In linea di principio le conquiste di scienza e tecnologia, i musei del Vaticano e le riserve delle banche dovrebbero appartenere a tutti.

Pensare la solidarietà come un valore politico è pensare la giustizia globale. L’attenzione per la sorte dell’altro, oltre ad essere un valore religioso e/o umanitario, è anche un dovere di ogni membro della famiglia umana e di ogni popolo dell’insieme delle nazioni e un diritto di tutti coloro che non hanno il sufficiente per mantenere il proprio splendore di figlio/a del cielo e della terra.

Attenzione alla cultura colonialista

Non è facile espellere il colonizzatore/colonizzato che è dentro di noi per uscire e costruire un portico comune, dove poterci sedere al crepuscolo per raccontare i fatti del passato, esporre la nostra intimità e pensare al nostro futuro comune.

Per i paesi colonizzatori questo compito è così difficile quanto per i paesi colonizzati. Negli uni e negli altri si è generata una cultura con radici tanto profonde che sembrano appartenere alla natura e non alla creazione dell’uomo.

Nelle nostre relazioni di aiuto e solidarietà, atteggiamenti inconsci e dissimulati si manifestano fuori dal nostro controllo. Il colonizzatore storico può vedersi come quello che possiede, che sa, che può dare e insegnare. E il colonizzato storico può vedersi come quello che è da meno, che ancora non è arrivato a quel punto e quindi ha bisogno di aiuto da chi può darglielo.

Andare oltre questa cultura radicata dentro di noi è un esercizio spirituale che richiede discernimento, vigilanza e soprattutto comprensione. Non tutti sono allo stesso livello nel cammino di auto-liberazione. Ma se osserveremo l’altro e lo aiuteremo sarà già il primo passo in un percorso di 10.000 km. Possiamo fermarci nel mezzo del cammino per riposare e riflettere, ma mai scoraggiarci e interrompere la camminata della solidarietà.

Il debole resta

Per quanto una comunità o un paese siano sviluppati, ci saranno sempre persone che non stanno al passo della camminata. Che restano indietro, restano ai bordi della strada o semplicemente si perdono.

Solidarietà non è soltanto pensare a quelli che sono lontani, in un paese povero e sconosciuto in cui siamo tentati di andare per dare una mano. Il bisognoso, il debole, l’escluso c’è anche vicino a noi, all’interno della nostra famiglia, nell’ambito della comunità che frequentiamo. Non abbiamo bisogno di uscire dal luogo in cui stiamo per metterci al servizio, essere solidali, aiutare nello sviluppo. Al mio fianco, c’è qualcuno che subisce discriminazioni, che si sente non considerato, che soffre per la depressione, che muore in profonda solitudine in mezzo alla agitazione della moltitudine e al vocio delle masse.

Ci sono anche milioni di bambini che non ottengono condizioni per sviluppare le loro potenzialità e usufruire delle proprie dimensioni interiori. È una terribile tragedia, non senza colpevoli, che rivela una cultura genocida, che si nega come comunità e come futuro.

Fermarsi per guardare e per ascoltare l’altro, rallentare il passo perché lo zoppo e il vecchio possano mantenerlo, cambiare il ritmo del gioco perché il debole possa partecipare, instaurare un’altra dinamica di gruppo tenendo contro della lentezza di alcuni nel comprendere, cambiare musica perché tutti possano cantare allegramente, tutto questo è solidarietà reale che cerca di mantenere l’unità della comunità come valore al quale si devono sacrificare i nostri gusti individuali.

Fede, speranza, carità

Si sono virtù teologali nella tradizione cristiana. Ma sono anche virtù umane e politiche. Fede è credere che nel profondo di ogni persona e di ogni nazione crepita la fiamma della bontà radicale. È credere che la nostra avventura personale e collettiva si concluderà positivamente nonostante gli apparenti elementi negativi della realtà.

Sperare è quella volontà di aspettare con pazienza e ostinazione che il bene prevalga sul male, che la virtù risplenda sulla falsità, che la bellezza trasfiguri la bruttezza quotidiana. La speranza è una fonte cristallina che continua a gorgogliare in mezzo al fango e al putridume.

Carità è quell’amore generoso, disinteressato che si estende non solo a tutti gli esseri umani ma anche a tutti gli esseri viventi. Questo amore prova piacere nel creare unione, mettersi al servizio e condividere. Ma è anche un amore ribelle che trasgredisce le leggi ingiuste e insorge contro ogni tirannia. Questo amore angelico è allo stesso tempo profondamente carnale, è l’anello dorato e fiammeggiante che fortifica la nostra fede e mantiene viva la nostra speranza.

Sono queste tre virtù che nutrono la nostra umanità, la nostra gioia di metterci al servizio e soprattutto che danno forza alle nostre gambe, danno sapore alla nostra bocca e riempiono il nostro petto di voglia di cantare anche se fa notte.

Pio Campo

Rowan, la danza e la magia

Rowan è arrivata in Brasile dall’Australia dopo tre giorni di viaggio. Ha portato il suo sguardo chiaro, la stanchezza di infinite ore in aereo, la gioia dell’incontro, l’attesa della danza. Ci siamo conosciuti in India alcuni anni fa e facciamo parte della stessa famiglia che nel mondo crede al risveglio della coscienza umana, stirpe sacra dei Sacha, filo infinito d’Amore.

La danza è entrata nella sua vita a Rishikesh durante gli incontri che offro giornalmente in gennaio nell’Ashram, la nostra radice comune. Da allora qualcosa si è mosso nel suo cuore fino a condurla qui oggi, per comprendere e procedere…

Oltre a lei arriveranno dalla Nuova Zelanda altri compagni dell’esperienza indiana, alunni italiani e il gruppo brasiliano che segue la danzaterapia come una proposta di vita.

Staremo insieme per una settimana, immersi in un tuffo comune nel movimento che ci vedrà uniti nell’alternarsi delle ore, dei pasti, del sonno.

Realizziamo il sesto incontro intensivo di danzaterapia ad Estrema, al confine fra lo stato di Minas Gerais e Sao Paulo, un luogo nuovo anche per me, una nuova sfida.

E in tutto questo osservo il mistero che chiama chi arriva, me stesso nell’attesa, il gioco di una vita che costantemente pronuncia i nostri nomi.

Riconosco nel coraggio di ciascuno che lascia la propria casa, il proprio paese, le sicurezze, la mia scelta di alcuni fa quando per la prima volta incontrai Maria Fux, la mia maestra. Fra le sue mani danzava ciò che da sempre avevo cercato, qualcosa che non aveva nome né odore, né forma, né colore ma che fra le sue dita brillava con una chiarezza assoluta. Il mio “sì” non è costato alcun sforzo, è stato il cuore a pronunciarlo e da allora si moltiplica in infiniti cammini non sempre facili ma tutti ugualmente e assolutamente meravigliosi.

Il silenzio e il vuoto sono la culla che ci accoglierà, contemplazione in danza di sapienza ancestrale, conoscenza innata, identità d’ Amore.

Siamo maghi, incantatori di serpenti intelligenti e astuti, trasformatori e creatori.

Tutti, indistintamente.

Ci distingue la memoria della nostra origine, nella sua chiarezza o nell’oblio più o meno denso che le società, le illusioni, le false certezze alimentano di cibi fantasmi. Ma nulla separa o altera ciò che naturalmente siamo nella nostra facoltà infinita di produrre incanto.

Il movimento che chiamo danza si snoda fluido nelle trasformazione della pelle, nello sguardo radicato, nei capelli arruffati, nelle mani sapienti.

È il vuoto a chiamare, lo spazio d’attesa di ciò che è e che si manifesta.

Vedo l’ombra degli alberi stagliarsi in un cielo arancione, anticipazione della notte, gli ultimi voli improvvisi fra le frasche e un senso di quiete che attende il buio. La magia si rinnova costantemente e sono solo i nostri occhi e il cuore a percepirla, linguaggio segreto di stregoni e sciamani, fratelli, amori.

Mi alzo a volte di notte e vedo e sento e mi pare, questo, un miracolo.

Tutto parla e sussurra, tutto si muove e guarda, La danza avviene intorno e infinitamente dentro, confonde i pensieri e semplicemente è.

Mercoledì scorso ho incontrato un gruppo di donne sole, menti annebbiate, torpori da troppi sedativi. La stanza invasa dal caso, un orecchio che sanguina, il divano con una macchia e grumi… sangue.

Dov’è la bellezza, l’equilibrio, il corpo magico?

La musica inizia, i piedi si muovono e nell’atto semplice di ripulire a suon di danza il volto che accenna disgusto e malattia tutto cambia e gli occhi si animano, il respiro si acquieta, la bellezza rimbalza fra le pareti e invade il pavimento e lo sguardo. Maghi siamo.

Maghi.

Non abbiamo età, il gesto ricrea, cancella o evoca, semina o dissolve. È l’intenzione ad abitarlo, il desiderio e la fede.

Così avviene il cambiamento, così si aprono porte e si scioglie la rigidità.

Guardo Rowan disegnare davanti a me. Partiremo fra qualche giorno e nell’attesa viviamo silenzi complici, ci accomodiamo nello scorrere lento e tranquillo delle giornate. Al mattino spesso ci emozioniamo nel sentire come il mondo cambia perché noi stiamo cambiando.

Incredibile ritornare ad abitare il proprio sguardo, il respiro e la pelle. Potere apprezzare un volo e un colore, l’aria che si raffredda di sera e il tepore invernale di queste giornate brasiliane.

Tutto c’è sempre stato, nuvole e strade, forme e possibilità. Siamo noi che adesso ce ne accorgiamo.

Amo i nostri passi silenziosi, la complicità magica che fiorisce in casa e sfiora me, Gabriel, Rowan.

Sfiora l’umanità e la cambia, per strada, nei negozi, nei treni.

Maghi siamo, tutti.

È la magia a salvarci e la magia danza.