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Benito Fusco

Quando ci sembra di avere tutte le risposte i giovani ci cambiano le domande

Non sono poche le domande che ti assalgono in una estate vissuta con un tot di giovani in India; un paio sono queste: “che cosa stiamo trasmettendo alle generazioni future? E come custodire e coltivare in loro passione, fiducia e volontà di impegnarsi?”. Una prima osservazione, che non è però una risposta, mi è stata facile da cogliere: sono principalmente i ragazzi che trasmettono a noi qualcosa, soprattutto quella capacità di vivere e di toccare con mano i segni dei tempi, e poi quell’entusiasmo del presente, dell’esserci a tutti i costi che ha a che fare con la voglia di sapere e di vivere. Essi hanno una maggior immediatezza e sensibilità, e talvolta anche una profondità genuina rispetto alla lenta comprensione dell’oggi e del divenire della storia. Storia che almeno per me, nato negli anni ’50, ho dovuto affrontare con uno strabismo esistenziale che guardava contemporaneamente in tre direzioni: alla memoria del passato che cigolava sulla bilancia del presente, alla possibile rivoluzione del presente spezzata da un improvviso inverno e a un futuro da riempire di senso e di sensi. Man mano, però, ci si rende conto che il presente per i giovani di ogni generazione è sempre una lotta tra il coltello istituzionale di Abramo, che pone dei limiti, e la fionda profetica di Davide, che li vuole superare, soprattutto se, come succede da un po’ di tempo in qua, il presente è in mano ad un Pilato che smercia molti Barabba e che ha aumentato il prezzo del tradimento da trenta denari a ottanta euro. Un secondo punto: i giovani colgono subito quando i nostri princìpi rimangono distanti dal fluire della vita e da quelle reali esigenze che mutano frettolosamente lungo il cammino, se autentiche e vere. Proprio dalle tante provocazioni rivolte loro a distanza ravvicinata, ne ricavo che, al pari di noi che entriamo nella sera della vita, i giovani ci osservano molto e, nei giusti modi, sono molto disposti a raccogliere e ricevere ciò che offriamo, perché desiderano fortemente che noi siamo noi stessi, cioè veri. I giovani per quanto di stupido si dica di loro in realtà mettono alla prova non solo la nostra coerenza, ma anche la nostra fedeltà alla vita, e ai valori: fedeltà che per noi appunto dovrebbe significare resistenza buona, anche nella prova, per un amore, un ideale, una passione. Ed essi esigono, giustamente e indiscutibilmente, di essere presi sul serio, e trattati da interlocutori reali, possibilmente mai giudicati o esclusi, anche se questo non avviene né sul piano familiare, né su quello educativo, tanto meno istituzionale. E poi ci chiedono quella coerenza quotidiana, feriale, tra ciò che diciamo, facciamo, ma soprattutto siamo. Insomma, anche se siamo fragili desiderano da noi una concreta visione positiva del mondo e del futuro, quel mondo e quel futuro che poi sono loro stessi a chiamare o cercare. E pretendono, senza temere, il coraggio delle nostre idee che, se non imposte, accettano anche attraverso la polemica, la contrapposizione, o una benevola ironia e soggezione che “sentono” con un segreto rispetto. Capiscono quando stiamo dalla “loro parte”, cioè che gli vogliamo bene, e solo così riescono ad essere efficaci anche i nostri rimproveri o il nostro modo di disfare o analizzare le loro inesperte certezze. Colgono le nostre passioni e le esigono, perché vivono e si sentono dentro un’epoca “delle passioni tristi”, come diceva Spinoza, per questo insistono, o si perdono, in tante emozioni frammentarie pur sognando la passione definitiva e assoluta della vita. Quindi i contenuti che cerchiamo di trasmettere, più che nelle parole o nel nostro fragile argomentare, passano attraverso gesti semplici e affettuosi: sorrisi, sguardi, silenzi, perfino la camminata buffa, o il bere una birra insieme o una battuta intelligente, o il racconto di una vita o di un segreto da scoprire, oppure una ‘solfa’ da ascoltare o di parole sparse e perse per cazzeggiare. E se, al contrario, sembrano giovani senza resistenza e ricezione è perché la passione la devono sperimentare e non solo sentirne parlare. Anche per questo i giovani spesso indossano una artificiale indifferenza come scudo di difesa ed approccio, o hanno nell’anima l’ospite inquietante della noia, come la chiama Umberto Galimberti. E allora ci vuole molto amore e pazienza per far superare loro la soglia della fiducia nella vita. Ed è in questa situazione che ci rendiamo conto come sia veramente difficile trasmettere ai giovani l’esperienza, il sapere dell’anima, in un vivere che non contempla quasi più il tempo dell’incontro e l’ascolto del sentire, in un tempo breve che esalta la fine della memoria e la morte dell’attenzione fino a rinnegare il tempo intero. Anche perché la loro richiesta, comunque prioritaria, è chiara, ed è proprio quella dell’ascolto, dell’attenzione perché, bene o male, conosciamo il loro grande desiderio, anzi la pretesa non negoziabile: quella di essere presi in considerazione. Forse, con una sintesi un po’ sbrigativa, non c’è che una soluzione eternamente laica, e profondamente evangelica: quella di consentire loro la possibilità e la libertà di relazioni il più autentiche possibili, di passioni che accendano il cuore per sempre, e di sogni che riaprano gli occhi alla realtà. Chi parla di sfida educativa, quindi, prima deve far comprendere che chi educa ama, ed è il primo, cioè, che deve consegnare una libertà creatrice. Anche se una grande filosofa, Maria Zambrano, suggerisce invece un’audace terapia filosofica per adulti e giovani, proprio per l’epoca delle passioni tristi e delle violenze della volontà, propone cioè una filosofia del disfare, una pratica di disapprendimento, attraverso un sapiente ascolto passivo che fa il filo alla mistica (il sapore di Dio) e alla poesia (il sapere del cuore), perché le parole della mistica e della poesia lasciano aperti “alla fluidità del passaggio tra il sé e il fuori di sé, e consentono il ritrovamento di un’energia al fondo di sé”. D’altra parte tutti ci chiediamo come può trasmettere valori e passioni una generazione corrotta e corruttibile come la nostra, una generazione cioè che per la prima volta lascerà ai propri figli un mondo peggiore, e che sta divorando tutto: umanità, territorio, risorse, futuro, persino Dio, e che è soprattutto senza energia al fondo di sé. Mi viene di pensare che è molto più facile il consapevole disimpegno dell’ignorare, anziché dell’amare educando, perché vedo che anche le nostre risorse migliori, soprattutto quelle meno giovani, non vogliono impegnarsi in questa società che purtroppo non è più un “organismo” che vive, come hanno tentato di insegnarci e consegnarci i filosofi e i padri delle carte costituzionali, ma qualcosa di biologicamente morto, ed è divenuto così “un meccanismo” vorace che fa confluire tutti nella discarica abusiva del terrorismo del denaro, e nelle rappresaglie ad personam del potere, di ogni potere. E tutti ci sentiamo sempre più soli dentro a questo contesto sociale, politico e religioso che si frantuma, che ci frantuma, o che forse dobbiamo frantumare per non essere complici dei ladri di futuro e di vita dei nostri giovani che, stiamone certi, ci cambieranno le domande proprio quando avremo l’illusione di avere per loro le risposte giuste.

Anna Corsi

Quali servizi sociali oggi?

Ore 12.25 di sabato mattina. Tra cinque minuti timbro il cartellino e rientro a casa dalla mia famiglia. Ore 12.30 si presenta la segretaria che mi dice esserci, nella sala d’aspetto, un barbone senzatetto che chiede la possibilità di essere collocato in albergo per qualche giorno dai Servizi Sociali territoriali. Durante il colloquio io e la mia collega capiamo che il signore non è residente nel comune per cui lavoriamo, è appena uscito di galera con un obbligo di dimora emesso direttamente dal Giudice, in un comune in cui non conosce nessuno, non ha un lavoro e nemmeno una casa. Il signore ci racconta di essere affetto da bipolarità e di assumere metadone da circa 20 anni per problemi inerenti la tossicodipendenza. Attualmente è anche alcool dipendente. Oggi non ha ancora preso le medicine al locale Centro di Salute Mentale. Minaccia di suicidarsi se non gli troviamo un poso in cui andare. Appare stanco, in scarse condizioni igieniche, profondamente avvilito, senza un soldo. Io provo sentimenti misti tra paura, angoscia, profonda pena umana. Io e la collega contattiamo i carabinieri, il medico psichiatra, il suo avvocato. Per il medico il signore ha un problema abitativo; ci dice che ci risentiremo qualora non si trovassero sistemazioni per la serata. Ci avvisa che il signore è manipolativo e antisociale. Per i Carabinieri può essere un problema di ordine pubblico qualora il signore minacci di suicidarsi e fare male a qualcuno. Ci dicono di richiamarli quando sapremo dove andrà poiché hanno l’obbligo di fare controlli. Per l’avvocato non è un suo problema in quanto si vedono solo alle cause in tribunale. Per il Giudice che ha emesso l’obbligo di dimora evidentemente non costituisce un problema che una persona il queste condizioni si trovi sprovvisto di tutto su un territorio che non conosce. Come prima soluzione cerchiamo di capire se ci potrebbe essere qualche posto nel dormitorio della Caritas, ma essendo fuori dal comune verrebbe meno l’obbligo di dimora che il signore deve rispettare. In più Caritas non accoglie nei dormitori persone con dipendenze. In queste condizioni potremmo optare per due soluzioni: la prima è dire che rimedi in un qualche modo da solo un posto per queste notti, in attesa di verifiche più approfondite che faremo da lunedì. Sono orami le 14.00 e la stanchezza inizia a farsi sentire. La seconda è usare un po’ di buon senso e di etica che ci spinge a cercare di trovare una sistemazione al signore per qualche giorno. Sarà anche manipolativo, ma appare anche piuttosto disperato e malato. Ci attacchiamo al telefono e, dopo aver sentito il Dirigente che ci autorizza a trovare una sistemazione per il week end, contattiamo tutti gli alberghi e i bad and breakfast della zona. Pare strano, ma nessuno ha un posto libero per la serata. Il Comune non è grande e un evento nel week end ha riempito gli alberghi. Con grande rammarico diamo la comunicazione al signore che è stato presente durante tutta la ricerca. Non ci diamo per vinte e telefoniamo nuovamente al suo medico. Il signore continua a minacciare il suicidio. Noi gli diciamo che è bene che vada al pronto soccorso. Finalmente il medico gli parla per telefono e gli dice che nel giro di qualche ora verrà ricovero presso una struttura psichiatrica. Ora chi legge questa storia potrà pensare che le persone che lavorano negli enti pubblici non hanno voglia di lavorare e cercano di scaricare le situazioni su colleghi di servizi diversi. Questa però è una visione miope della situazione socio-sanitaria generale in cui oggi ci troviamo a vivere: personalmente penso che la difficoltà più grande è quella di riuscire a gestire continue situazioni di emergenza cui si fatica a dare risposte progettuali concrete, date dalla mancanza di risorse disponibili. Quando si è oberati di lavoro e si sta sempre sul fronte delle emergenze, non c’è tempo per costruire progetti differenti. Non saranno tre contributi economici all’anno per il pagamento di qualche fattura a rimettere in piedi una famiglia i cui membri hanno perso il lavoro e non sono in grado di pagare l’affitto. La mia percezione è che attualmente tutti i servizi si trovano molto spesso in situazioni di emergenza: lo sono i Centri di Salute Mentale, il cui carico di lavoro aumenta sempre più, con notevole aggravio di lavoro per i medici che ci lavorano e per i pazienti che non riescono a fruire di adeguate terapie. Lo sono i servizi per famiglie con minori che negli ultimi anni hanno visto notevolmente aumentare le situazioni gestite dal tribunale e le conflittualità familiari. Se non vi è una sinergia tra gli enti che prima di tutto deve essere politica, rispetto alla progettazione dei servizi territoriali, se non vi è una idea progettuale più ampia, noi operatori sociali ci ritroveremo a gestire sempre più emergenze con sempre meno risorse. D’altronde non c’è strategia migliore che delegittimare, mostrare che nel pubblico le cose non funzionano, per avviare politiche di privatizzazione dei servizi. Oggi sempre di più vige la logica che se un nucleo familiare è in grossa difficoltà tanto da avere raggiunto grandi debiti, avere perso il lavoro, avere sfratti in corso, il contributo pubblico di aiuto è così irrisorio da costituire una goccia nel mare. Sempre più mancano progetti pubblici di auto aiuto, di sostegno all’analisi del bilancio familiare, di sinergie con enti che potrebbero contrastare e ricontrattare per le famiglie i mutui contratti con le banche a prestiti quasi usurai. Mancano progetti di banche del tempo che funzionino, manca la possibilità per gli operatori di poter scoprire il territorio in modo più approfondito, troppo stanchi e concentrati sul lavoro quotidiano. Nel nostro territorio sono veramente poche le realtà che si occupano in modo approfondito di questi temi, anche in regioni avanzate come l’Emilia Romagna in cui la rete dei servizi e la realtà del terzo settore è molto attiva. Pare sempre più che alcuni uomini costituiscano materiale di scarto, come le ragazze che lavorano nelle fabbriche cinesi e a 30 anni, ormai ridotte a condizioni fisiche miserevoli, finiscono per fare le prostitute nei bordelli poiché non sono più in grado di produrre. Credo che questa sia la più grande perdita di lucidità che possa accadere ad una società: perdere di vista il valore dell’uomo in quanto uomo. A me pare che oggi una delle poche voci che si alzino in difesa dei fragili, di chi non ce la fa a stare al passo con un sistema che tende a schiacciarli, sia Papa Francesco. Apprezzo la sua forza quando denuncia così lo stato attuale del mondo. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della iniquità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è iniquità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

Waldemar Boff

La Rete nei cambiamenti sociali del Brasile e non solo

Somiglianze tra SEOP e RRR

La Rete sta compiendo 50 anni di solidarietà, cercando di creare più giustizia sociale. Da 25 anni, con il Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare -SEOP e negli ultimi dodici anni anche con Acqua Dolce- Servizi popolari, abbiamo ricevuto un aiuto costante e fedele dalla Rete per fare la stessa cosa. Devono esserci molti altri elementi comuni in questa collaborazione, visto che è durata tanti anni.

Mi pare che Rete e Seop lavorino in modo informale e cerchino di costruire gruppi legati dai comuni interessi e dall’affetto. Sia noi del Seop che la Rete tentiamo di mantenere in alto le nostre bandiere nonostante i venti contrari e la debolezza delle gambe di coloro che le sventolano. Conserviamo la stessa attenzione per le realtà locali e per gli intrecci globali, la stessa mistica dell’amore alla persona, dell’internazionalismo e della libertà.

Il povero come soggetto del suo processo di emancipazione

Lungo il nostro cammino, abbiamo continuato a fare adattamenti pratici dei principi teorici che hanno sempre guidato e guidano le nostre azioni. Uno di questi è il ruolo dell’assistito nella relazione di aiuto.

Teoricamente, il bisognoso svolge il ruolo principale nella relazione. Ma dobbiamo seguire varie mediazioni per arrivare a questo, cioè misure graduali per espellere, con dolcezza e persuasione, l’oppressore che abita dentro di lui, trasformare il sentimento di inferiorità che coinvolge la sua anima, valorizzare il suo sapere, frutto dell’esperienza e della sofferenza consolidata.

Questo processo non si esaurisce in un progetto di tre o cinque anni. Può richiedere molti anni o generazioni. I risultati attesi -quelli scritti nei progetti in corso- non sono, in genere, veritieri perché devono soddisfare le condizioni del finanziatore.

Guardo con curiosità alle pratiche pastorali della Chiesa Cattolica e mi domando se i suoi comportamenti non si basino su un’esperienza secolare. Ma noi ci proponiamo, come ente di diritto privato, di produrre un servizio pubblico senza connotazioni religiose, con personale pagato, che non opera quindi gratuitamente. Tuttavia (quello alla chiesa cattolica) è un punto di riferimento a cui guardare con attenzione, mantenuto il dovuto spirito critico.

Lo Stato ha la possibilità di dedicare attenzione agli ultimi?

Teoricamente, si. Ma dobbiamo vedere le possibilità reali e analizzare che tipo di Stato abbiamo oggi. In Brasile, lo Stato è storicamente patrimonio delle elite che se ne approfittano per garantire e accrescere i propri privilegi. È stato in passato e continua ad essere oligarchico, nonostante lo sforzo storico del movimento popolare. Anche nella recente democrazia restano forti tracce di autoritarismo, di accomodamenti e di conciliazione con gli interessi delle elite.

La nostra esperienza indica che -quando passiamo al Comune una struttura sociale costruita da noi nelle periferie più povere (centro di educazione infantile, ambulatorio, casa comunitaria) – la tendenza è a elitizzarla, cioè, a occuparsi delle persone socialmente meno problematiche, lasciando fuori quelle meno facilmente gestibili. La maggioranza dei funzionari pubblici, soprattutto quelli che entrano per concorso, tendono ad adattarsi e ad imitare l’esempio che viene dalle elite che guadagnano molto per lavorare poco.

Dico sempre che la qualità dei servizi dello Stato dipende dalla qualità della cittadinanza. Per questo, dopo aver costruito delle strutture sociali e averle passate allo stato -che non le costruirebbe in queste aree povere-, dovremmo investire tempo e pazienza nell’educazione e organizzazione dei cittadini. Ma è molto difficile trovare qualcuno che finanzi questo tipo di programma.

Si noti anche che quando non riusciamo a passare la struttura sociale al Municipio, il terreno continua ad essere a disposizione della comunità. Questo è fondamentale, perché nelle occupazioni irregolari prevale normalmente la logica della appropriazione privata della terra e di rado restano spazi pubblici. Con il nostro intervento questo spazio resta garantito, indipendentemente dalla qualità e dal destino che avrà la struttura costruita.

Come ci ha aiutato la Chiesa Cattolica

Segmenti delle confessioni tradizionali, soprattutto della Chiesa Cattolica, ci hanno molto aiutato. Per anni, abbiamo mantenuto rapporti con l’organizzazione tedesca Misereor ha finanziato le nostre attività di assistenza ai vecchi abbandonati. L’infrastruttura del Centro Comunitario che si occupa dei portatori di necessità speciali è mantenuta dalla Parrocchia di Santa Cruz di Duque de Caxias, Baixada Fluminense.

Quel che abbiamo sperimentato è che, come tutte le grandi organizzazioni, la Chiesa Cattolica tende a rispettare diligentemente le leggi vigenti e mantenere la proprietà privata dei beni, anche se li usa come un servizio pubblico ai più bisognosi. È qui che risiede la sua forza e allo stesso tempo la sua debolezza. Il carisma è offuscato dal voler mantenere nel corso del tempo l’efficacia operativa.

Come dovremmo andare avanti?

Come abbiamo fatto fin dall’inizio. Semplici, in piccoli gruppi, fedeli gli uni agli altri, avendo fiducia nel futuro e nella crescita della coscienza umana. Non sarà il denaro, né il potere che ci renderà forti, ma la nostra umiltà, la nostra debolezza e la nostra indistruttibile fede nella vittoria del bene sul male, della verità sulla falsità, della solidarietà sull’egoismo.

Inoltre, la nostra azione di collaborazione dovrà rafforzare ancora la responsabilità nei confronti del pianeta, tenendo conto degli impatti dei cambiamenti climatici e della perdita della biodiversità. Dovremo anche tentare di consolidare un’etica e una cittadinanza globali. Iniziative come la pubblicizzazione dell’acqua, l’educazione alla pace, il movimento slow food sono possibili solo perché in molte persone e gruppi si è già svegliata la coscienza planetaria a diversi livelli.

E soprattutto l’affetto, l’attenzione, la cura degli uni nei confronti degli altri. Quando 20 anni fa fu stabilita la collabolazione di cittadini di Bonn con cittadini di Petrópolis, dicevamo che si sarebbe mantenuta se ci fosse stato un orizzonte comune di costruzione della famiglia umana, di preservazione del pianeta e se ci fosse stato un profondo legame di amicizia tra le persone. Oggi la collaborazione continua viva e forte grazie a questi valori che vanno molto al di là dei soldi e che possono sussistere anche senza quelli.

Solidarietà come valore politico globale

Storicamente si è sempre fatta solidarietà per motivi religiosi o umanitari. Apparentemente, la solidarietà non si inserisce tra i valori politici. Tuttavia le tasse sono in realtà forme obbligatorie di solidarietà. E le tasse sono negoziate politicamente. Sono rari quelli che pensano che le tasse abbiamo una destinazione universale, beneficiando in primo luogo i più bisognosi. Oggi, dello Stato si sono appropriati gli interessi dominanti del capitale e dell’informazione e le tasse servono prima di tutto a questi interessi.

La burocrazia pubblica può essere una delle forme per appropriarsi privatamente di quello che appartiene a tutti.

Noi che da tempo combattiamo in campo civile e non in quello dello Stato siamo impegnati a dimostrare che anche le imposte nazionali hanno una destinazione universale e dovrebbero essere indirizzate prima di tutto verso i paesi più deboli all’interno di una visione della famiglia delle nazioni.

É urgente riaffermare il valore del bene comune, che non si riduce ai beni naturali come la terra, il sole, l’acqua, l’atmosfera, anche se le nazioni più povere finiranno per subire gli impatti maggiori dei cambiamenti climatici, fenomeni non creati da loro. Il pubblico comprende anche i beni culturali prodotti collettivamente dall’umanità, che dovrebbero essere equanimamente ripartiti tra tutti. In linea di principio le conquiste di scienza e tecnologia, i musei del Vaticano e le riserve delle banche dovrebbero appartenere a tutti.

Pensare la solidarietà come un valore politico è pensare la giustizia globale. L’attenzione per la sorte dell’altro, oltre ad essere un valore religioso e/o umanitario, è anche un dovere di ogni membro della famiglia umana e di ogni popolo dell’insieme delle nazioni e un diritto di tutti coloro che non hanno il sufficiente per mantenere il proprio splendore di figlio/a del cielo e della terra.

Attenzione alla cultura colonialista

Non è facile espellere il colonizzatore/colonizzato che è dentro di noi per uscire e costruire un portico comune, dove poterci sedere al crepuscolo per raccontare i fatti del passato, esporre la nostra intimità e pensare al nostro futuro comune.

Per i paesi colonizzatori questo compito è così difficile quanto per i paesi colonizzati. Negli uni e negli altri si è generata una cultura con radici tanto profonde che sembrano appartenere alla natura e non alla creazione dell’uomo.

Nelle nostre relazioni di aiuto e solidarietà, atteggiamenti inconsci e dissimulati si manifestano fuori dal nostro controllo. Il colonizzatore storico può vedersi come quello che possiede, che sa, che può dare e insegnare. E il colonizzato storico può vedersi come quello che è da meno, che ancora non è arrivato a quel punto e quindi ha bisogno di aiuto da chi può darglielo.

Andare oltre questa cultura radicata dentro di noi è un esercizio spirituale che richiede discernimento, vigilanza e soprattutto comprensione. Non tutti sono allo stesso livello nel cammino di auto-liberazione. Ma se osserveremo l’altro e lo aiuteremo sarà già il primo passo in un percorso di 10.000 km. Possiamo fermarci nel mezzo del cammino per riposare e riflettere, ma mai scoraggiarci e interrompere la camminata della solidarietà.

Il debole resta

Per quanto una comunità o un paese siano sviluppati, ci saranno sempre persone che non stanno al passo della camminata. Che restano indietro, restano ai bordi della strada o semplicemente si perdono.

Solidarietà non è soltanto pensare a quelli che sono lontani, in un paese povero e sconosciuto in cui siamo tentati di andare per dare una mano. Il bisognoso, il debole, l’escluso c’è anche vicino a noi, all’interno della nostra famiglia, nell’ambito della comunità che frequentiamo. Non abbiamo bisogno di uscire dal luogo in cui stiamo per metterci al servizio, essere solidali, aiutare nello sviluppo. Al mio fianco, c’è qualcuno che subisce discriminazioni, che si sente non considerato, che soffre per la depressione, che muore in profonda solitudine in mezzo alla agitazione della moltitudine e al vocio delle masse.

Ci sono anche milioni di bambini che non ottengono condizioni per sviluppare le loro potenzialità e usufruire delle proprie dimensioni interiori. È una terribile tragedia, non senza colpevoli, che rivela una cultura genocida, che si nega come comunità e come futuro.

Fermarsi per guardare e per ascoltare l’altro, rallentare il passo perché lo zoppo e il vecchio possano mantenerlo, cambiare il ritmo del gioco perché il debole possa partecipare, instaurare un’altra dinamica di gruppo tenendo contro della lentezza di alcuni nel comprendere, cambiare musica perché tutti possano cantare allegramente, tutto questo è solidarietà reale che cerca di mantenere l’unità della comunità come valore al quale si devono sacrificare i nostri gusti individuali.

Fede, speranza, carità

Si sono virtù teologali nella tradizione cristiana. Ma sono anche virtù umane e politiche. Fede è credere che nel profondo di ogni persona e di ogni nazione crepita la fiamma della bontà radicale. È credere che la nostra avventura personale e collettiva si concluderà positivamente nonostante gli apparenti elementi negativi della realtà.

Sperare è quella volontà di aspettare con pazienza e ostinazione che il bene prevalga sul male, che la virtù risplenda sulla falsità, che la bellezza trasfiguri la bruttezza quotidiana. La speranza è una fonte cristallina che continua a gorgogliare in mezzo al fango e al putridume.

Carità è quell’amore generoso, disinteressato che si estende non solo a tutti gli esseri umani ma anche a tutti gli esseri viventi. Questo amore prova piacere nel creare unione, mettersi al servizio e condividere. Ma è anche un amore ribelle che trasgredisce le leggi ingiuste e insorge contro ogni tirannia. Questo amore angelico è allo stesso tempo profondamente carnale, è l’anello dorato e fiammeggiante che fortifica la nostra fede e mantiene viva la nostra speranza.

Sono queste tre virtù che nutrono la nostra umanità, la nostra gioia di metterci al servizio e soprattutto che danno forza alle nostre gambe, danno sapore alla nostra bocca e riempiono il nostro petto di voglia di cantare anche se fa notte.

Pio Campo

Rowan, la danza e la magia

Rowan è arrivata in Brasile dall’Australia dopo tre giorni di viaggio. Ha portato il suo sguardo chiaro, la stanchezza di infinite ore in aereo, la gioia dell’incontro, l’attesa della danza. Ci siamo conosciuti in India alcuni anni fa e facciamo parte della stessa famiglia che nel mondo crede al risveglio della coscienza umana, stirpe sacra dei Sacha, filo infinito d’Amore.

La danza è entrata nella sua vita a Rishikesh durante gli incontri che offro giornalmente in gennaio nell’Ashram, la nostra radice comune. Da allora qualcosa si è mosso nel suo cuore fino a condurla qui oggi, per comprendere e procedere…

Oltre a lei arriveranno dalla Nuova Zelanda altri compagni dell’esperienza indiana, alunni italiani e il gruppo brasiliano che segue la danzaterapia come una proposta di vita.

Staremo insieme per una settimana, immersi in un tuffo comune nel movimento che ci vedrà uniti nell’alternarsi delle ore, dei pasti, del sonno.

Realizziamo il sesto incontro intensivo di danzaterapia ad Estrema, al confine fra lo stato di Minas Gerais e Sao Paulo, un luogo nuovo anche per me, una nuova sfida.

E in tutto questo osservo il mistero che chiama chi arriva, me stesso nell’attesa, il gioco di una vita che costantemente pronuncia i nostri nomi.

Riconosco nel coraggio di ciascuno che lascia la propria casa, il proprio paese, le sicurezze, la mia scelta di alcuni fa quando per la prima volta incontrai Maria Fux, la mia maestra. Fra le sue mani danzava ciò che da sempre avevo cercato, qualcosa che non aveva nome né odore, né forma, né colore ma che fra le sue dita brillava con una chiarezza assoluta. Il mio “sì” non è costato alcun sforzo, è stato il cuore a pronunciarlo e da allora si moltiplica in infiniti cammini non sempre facili ma tutti ugualmente e assolutamente meravigliosi.

Il silenzio e il vuoto sono la culla che ci accoglierà, contemplazione in danza di sapienza ancestrale, conoscenza innata, identità d’ Amore.

Siamo maghi, incantatori di serpenti intelligenti e astuti, trasformatori e creatori.

Tutti, indistintamente.

Ci distingue la memoria della nostra origine, nella sua chiarezza o nell’oblio più o meno denso che le società, le illusioni, le false certezze alimentano di cibi fantasmi. Ma nulla separa o altera ciò che naturalmente siamo nella nostra facoltà infinita di produrre incanto.

Il movimento che chiamo danza si snoda fluido nelle trasformazione della pelle, nello sguardo radicato, nei capelli arruffati, nelle mani sapienti.

È il vuoto a chiamare, lo spazio d’attesa di ciò che è e che si manifesta.

Vedo l’ombra degli alberi stagliarsi in un cielo arancione, anticipazione della notte, gli ultimi voli improvvisi fra le frasche e un senso di quiete che attende il buio. La magia si rinnova costantemente e sono solo i nostri occhi e il cuore a percepirla, linguaggio segreto di stregoni e sciamani, fratelli, amori.

Mi alzo a volte di notte e vedo e sento e mi pare, questo, un miracolo.

Tutto parla e sussurra, tutto si muove e guarda, La danza avviene intorno e infinitamente dentro, confonde i pensieri e semplicemente è.

Mercoledì scorso ho incontrato un gruppo di donne sole, menti annebbiate, torpori da troppi sedativi. La stanza invasa dal caso, un orecchio che sanguina, il divano con una macchia e grumi… sangue.

Dov’è la bellezza, l’equilibrio, il corpo magico?

La musica inizia, i piedi si muovono e nell’atto semplice di ripulire a suon di danza il volto che accenna disgusto e malattia tutto cambia e gli occhi si animano, il respiro si acquieta, la bellezza rimbalza fra le pareti e invade il pavimento e lo sguardo. Maghi siamo.

Maghi.

Non abbiamo età, il gesto ricrea, cancella o evoca, semina o dissolve. È l’intenzione ad abitarlo, il desiderio e la fede.

Così avviene il cambiamento, così si aprono porte e si scioglie la rigidità.

Guardo Rowan disegnare davanti a me. Partiremo fra qualche giorno e nell’attesa viviamo silenzi complici, ci accomodiamo nello scorrere lento e tranquillo delle giornate. Al mattino spesso ci emozioniamo nel sentire come il mondo cambia perché noi stiamo cambiando.

Incredibile ritornare ad abitare il proprio sguardo, il respiro e la pelle. Potere apprezzare un volo e un colore, l’aria che si raffredda di sera e il tepore invernale di queste giornate brasiliane.

Tutto c’è sempre stato, nuvole e strade, forme e possibilità. Siamo noi che adesso ce ne accorgiamo.

Amo i nostri passi silenziosi, la complicità magica che fiorisce in casa e sfiora me, Gabriel, Rowan.

Sfiora l’umanità e la cambia, per strada, nei negozi, nei treni.

Maghi siamo, tutti.

È la magia a salvarci e la magia danza.

Martina Romanello

Se lo stato non c’è

Non sono appassionata di calcio. Ne capisco poco. La partita domenicale è un rito che mio padre celebra in solitudine. Ma la morte di Ciro Esposito non riguarda solo il mondo del calcio, la morte di Ciro Esposito deve tenerci svegli tutti. Sono contenta che questo articolo verrà pubblicato a settembre quando probabilmente i riflettori su questa vicenda saranno spenti, perché non si può smettere di parlarne, non si deve. ? “Anche ciò che ci è molto vicino ci appare lontano se non ci tocca”.

Ricordo bene la sera del 3 maggio, la sera di Napoli-Fiorentina, la sera della finale di Coppa Italia. Ero con mia madre e andammo a prendere mio padre a lavoro: “Dei tifosi romanisti e laziali hanno fatto un agguato a quelli del Napoli”, ci dice, “Hanno anche sparato. Ci sono andati appositamente perché non sono loro che devono giocare. Pare sia ferito anche un poliziotto”.

Poche notizie, frammentarie, inesatte, quelle che cominciavano ad arrivare dalla capitale.

Mi feci accompagnare a casa di un mio amico. Lì avremmo visto la partita tutti insieme. Accendiamo la tv e cominciamo a vedere le immagini, l’assoluta confusione: fumogeni, lanci di oggetti, giocatori che si guardano intorno, telecronisti spiazzati.

Non si capisce cosa sia successo e cosa stia succedendo allo stadio: hanno sospeso la partita? Sono i tifosi che ne impediscono l’inizio? Ma quelli del Napoli o quelli della Fiorentina? Non è chiaro, si sa solo che c’è un ragazzo in ospedale e quella partita, per me, non si può giocare, non si deve giocare.

Sapevamo tutti che la finale di Coppa Italia si sarebbe svolta lo stesso, il dio denaro avrebbe vinto anche questa volta. Certo era impossibile pensare di rimandare tutta quella gente a casa anche per questioni di ordine pubblico. Quell’ordine pubblico rimesso dallo Stato, come successo in altri casi, in altre partite e con altre squadre, nelle mani di un grasso capo ultras arrampicato sulle transenne, che sarebbe diventato il protagonista delle settimane seguenti, ma non ne voglio parlare, non ancora.

A proposito di Stato invece, vedevo Matteo Renzi e Pietro Grasso sugli spalti e mi ripetevo: “Andate via, andate via vi prego. Dimostrate lo sdegno dinanzi a tutto questo. Dimostrate che non si può far finta di niente quando qualcuno spara e qualcun altro finisce in ospedale in fin di vita, non si può andare oltre, mai.”

Non aveva senso giocare quella partita. Non ha avuto senso la vittoria del Napoli. Nessuno ha festeggiato.

Dopo la partita, il telegiornale. Ci aspettavamo di capire qualcosa in più ma il titolo di apertura riguarda il tentativo dei tifosi napoletani di non far giocare la partita. Mi arrabbiai, tanto. Com’era possibile che dopo tutto quello che era successo, la cosa più grave, secondo il telegiornale, era che la partita stava per saltare per colpa dei tifosi del Napoli? Tifosi del Napoli dipinti, come sempre, come la peggior tifoseria d’Italia.

“Ma perché? Non è vero?” mi dicevano i miei amici. “Non fanno sempre figure di merda?” Sì, sarà stata indubbiamente una figura di merda, ma non si può aprire il telegiornale in questo modo, non si può far passare sempre e solo questo messaggio. La cosa più importante e sconvolgente era il fatto che un ragazzo era in ospedale colpito da un’arma da fuoco nei pressi dello stadio senza che si sapesse il perché.

Qualcosa non andava, si sentiva nell’aria e le notizie circolate il giorno dopo, quelle vere, stavolta lo dimostravano.

Due cose si erano dette quella sera, smentite poi ai primi telegiornali del mattino seguente.

Qualcuno durante la telecronaca aveva suggerito che la sparatoria nascondeva un regolamento di conti. Si tratta di un ragazzo di Napoli, ferito, di Scampia, è chiaro che si parla di camorra. Lo sanno tutti, ormai ce ne siamo convinti anche noi napoletani e quasi non ci meravigliamo più. Anche se tanti, troppi morti con la camorra non c’entrano niente; anche se tanti, troppi ragazzi erano solo lontani parenti di qualcuno; anche se tante, troppe lapidi appartengono a chi si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato ed è stato scambiato per qualcun altro.? E anche stavolta non è vero. Ciro non è morto per un regolamento di conti, non è morto perché lontano parente di chissà chi, non è morto perché al posto sbagliato al momento sbagliato.? Ciro è morto perché al posto giusto al momento giusto, Ciro è morto perché era chi doveva essere lì. Ciro è morto perché era un napoletano andato a vedere la finale di Coppa Italia.

Finale che comincia, con quasi un’ora di ritardo, quando si dice che Ciro è fuori pericolo, perché questa era la condizione posta dagli ultras. Non è vero ma non lo avremmo saputo fino alla domenica.

Da quel giorno 53 giorni di agonia.

Ma non si parla di Ciro, è quel grasso capo ultras, Genny a carogna, a diventare il protagonista, lo specchio per le allodole, l’emblema di un calcio malato e di una napoletanità delinquente per cui qualche responsabilità Ciro ce le aveva, ce le doveva avere, in fondo si dice che abbia reagito a una provocazione. Come se il reagire alle provocazione fosse più importante del fatto che è finito in fin di vita in ospedale, come se una pistola con la matricola abrasa e delle pallottole potessero passare in secondo piano.

E che Ciro abbia risposto a una provocazione, oggi non sembra neanche certo. Ciro si scaglia senza armi contro un gruppo di tifosi romanisti che stava attaccando un pullman di famiglie napoletane con lanci di bombe carta si becca una pallottola. A chiarire la dinamica ci sta pensando la Magistratura, ma da quel 3 maggio fiumi di parole sul capo ultras napoletano e la sua maglietta, sulle infiltrazioni camorristiche nelle tifoserie napoletane, senza interrogarsi sul perché la mentalità mafiosa sia connaturata a quasi tutti le curve d’Italia e come debellarla. Anche la campagna elettorale per le Europee a Napoli, si colora di calcio, ma le notizie sulle condizioni di Ciro non si sanno, quelle te le devi andare a cercare.

Almeno fino al 24 giugno quando comincia a circolare la notizia della morte di Ciro e si versano di nuovo fiumi di parole, senza rispetto per il dolore.

Poi però arriva la smentita. È il 24 giugno gioca l’Italia e, anche chi si era messo a urlare conto lo schifo di questo sport, si fa di nuovo prendere dal girone, com’è giusto che sia. Perché è estate, perché nonostante tutto quanto successo in Brasile per preparare questi mondiali, nonostante quanto sia malato e poco sportivo il mondo del calcio, un paio d’ore di distrazione ce le prendiamo tutti, perché il calcio è un collante sociale, col calcio si sta insieme, col calcio ci si diverte, col calcio si muore.

È alle 6 del mattino del 25 giugno che il cuore di Ciro si ferma. E con lui una città. Un giovane di Scampia di 29 anni, toglie i riflettori anche alla Napoli bene che sta festeggiando i 100 anni delle cravatte di Marinella.

Ma la morte di Ciro non basta affinché il Paese e i giornali restituiscano il rispetto che lui e la sua famiglia meritano.

Addirittura, il giorno dei funerali, qualcuno ha osato, senza pudore, scrivere articoli su chi era o non era presente alla camera ardente, da Genny a Carogna a Nino d’Angelo passando per il patron e i giocatori del Napoli.

Ciro è morto e attorno a lui si raccoglie la migliore Scampia, quella lavoratrice e con la faccia pulita che ancora una volta è lasciata sola da parte di uno Stato incomprensibilmente assente.

Tante sono le responsabilità da definire: perizie balistiche discordanti, falle nel piano di sicurezza pre-partita, infiltrazioni nelle tifoserie romane, ritardi nei soccorsi. Tanto, troppo fumo attorno a questa vicenda.

Ma sia lo Stato che lo sport guardano altrove.

Giancarlo Abete, presidente della FIGC, si dimette dopo che l’Italia esce dal mondiale ma nessuna reazione per i fatti del 3 maggio. La politica nazionale chiusa in un assordante silenzio.

Lo Stato che era presente a quella maledetta partita, gira la faccia dinanzi al dramma della famiglia di Ciro, alla lezione di dignità che sua madre ha dato all’intero Paese ogni volta che ha rilasciato dichiarazioni ai giornali e alla televisione.

“Nessuna violenza in nome di Ciro” ha continuato a ripetere, sforzando un sorriso sulle labbra e con gli occhi pieni di dolore che mettono i brividi solo a guardarli.

Ciro era un ragazzo, aveva 29 anni, era di Scampia e lavorava. Sognava di sposarsi, tifava Napoli, non c’è più.

Non serve farne un eroe. Fin quando non sarà fatta chiarezza e la madre non riceverà verità e giustizia, non Ciro, ma nessuno di noi potrà riposare in pace.

Giorgio Gallo

La vera minaccia per Israele

Mentre scrivo è in corso a Gaza l’operazione Protective Edge. Si ripete la tragedia a cui abbiamo assistito già alla fine del 2008 con l’operazione Cast Lead, e nel 2012 con la Pillar of Defence. Si parla in questo momento in questo momento di oltre 250 morti palestinesi, in grande maggioranza civili -fra loro 59 bambini- e di due israeliani uccisi. Quando questa nota andrà in stampa presumibilmente l’attacco sarà finito e, in attesa di nuove violenze, in Israele-Palestina sarà tornata la “normalità”, ammesso che parlare di normalità abbia in quel contesto un qualche senso.

Normalità nei territori occupati è la continua espansione degli insediamenti. Proprio lo scorso giugno il governo ha annunciato la costruzione di circa 1500 nuove abitazioni. È, dice il ministro delle costruzioni Uri Ariel, “l’adeguata risposta sionista alla formazione di un governo palestinese del terrore”. Il riferimento è al governo di unità fra Fatah e Hamas. Ma, anche prima del nuovo governo palestinese, la crescita degli insediamenti era sempre stata costante. (1) Normalità è per i palestinesi essere sempre a rischio di avere occupata o demolita la propria abitazione. I motivi sono i più vari, dalla punizione collettiva nel caso di famiglie un cui componente sia stato sospettato di atti violenti contro l’occupazione, fino all’esigenza di creare spazio per l’espansione degli insediamenti. Secondo l’OCHA (L’ufficio dell’ONU per gli affari umanitari nei territori occupati), nella sola valle del Giordano nel 2013 ci sono state 390 demolizioni di strutture palestinesi e 590 persone sono state espulse dalle proprie abitazioni. Nel 2012 queste cifre sono state rispettivamente 172 e 279. (2) Normalità è passare ore in attesa a un posto di blocco per potere andare al lavoro, all’ospedale, o semplicemente a trovare dei familiari. Ciò a causa del muro di separazione, dei checkpoint stabili (99 nel febbraio 2014), di quelli volanti (256 nel dicembre 2013), e della proibizione per i palestinesi di accedere a una rilevante parte della rete stradale (oltre 65 km della rete stradale della Cisgiordania sono riservati esclusivamente ai coloni). (3) Infine, normalità per i palestinesi è rischiare continuamente di essere uccisi o feriti solo per il fatto di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, o essere svegliati la notte dall’irruzione violenta delle forze di sicurezza israeliane che terrorizzano i bambini e mettono a soqquadro la casa.

Questa ennesima crisi, che rompe la “normalità” dei territori occupati, è originata dal rapimento, il 12 giugno scorso, e dalla successiva uccisione di tre giovani studenti di una scuola religiosa di un insediamento dell’area di Hebron. Dopo il rapimento Israele ha accusato Hamas e lanciato l’operazione Brothers’ Keeper su tutta la Cisgiordania. Hamas ha respinto l’accusa, ma non ha condannato il rapimento, che considera una legittima azione di resistenza. In realtà gli autori sembra siano stati alcuni elementi del clan dei Qawasmeh. Si tratta di un clan familiare di circa 10.000 componenti che ha avuto storicamente un ruolo rilevante a Hebron. Negli anni ’70, suoi membri facevano parte della dirigenza palestinese più disponibile ad un accordo con Israele. Fahd Qawasmeh fu sindaco di Hebron dal 1976 al 1980, e insieme ad altri sindaci sostenne la soluzione basata dei due stati, prima che questa divenisse la posizione ufficiale dell’Olp. Esiliato in Libano nel 1980, divenne membro del comitato esecutivo dell’OLP. Dopo la nascita di Hamas nel 1988, un gruppo all’interno del clan acquistò rilevanza aderendo ad Hamas, ma in modo molto indipendente. Già nel passato, in due occasioni, membri del clan, contravvenendo agli ordini di Hamas con attacchi suicidi ad autobus (a Gerusalemme nell’agosto 2003 e a Beer Sheva nell’agosto 2005), avevano fatto fallire degli accordi di tregua fra Hamas e Israele. Nel primo caso agli attentati Israele rispose con una serie di assassini mirati che portarono alla decapitazione della leadership politica di Hamas a Gaza.

In questo caso, al di là degli obiettivi particolari dei rapitori -presumibilmente ottenere la liberazione di membri del clan attualmente nelle prigioni israeliane- il rapimento si colloca in un contesto particolare, quello del recente accordo fra Fatah e Hamas. Un accordo che aveva mandato in fibrillazione il governo israeliano, soprattutto in considerazione dell’atteggiamento possibilista degli USA e dell’Europa. Netanyahu ha subito colto l’occasione per l’operazione Brother’s Keeper, che, con l’obiettivo dichiarato della liberazione dei rapiti, è stata l’occasione per cercare di smantellare le strutture di Hamas in tutta la Cisgiordania. L’esercito ha effettuato irruzioni in migliaia di abitazioni, ha arrestato oltre 500 attivisti di Hamas, fra cui dei parlamentari, e ucciso 5 palestinesi.

In questo contesto nasce l’attuale crisi, con il lancio di razzi, rudimentali e quasi del tutto inefficaci, da una parte, e con i ben più letali bombardamenti dall’altra, con in più un attacco terrestre che sta iniziando proprio in queste ore. L’obiettivo di Israele non è quello di eliminare Hamas, o almeno non è questo l’obiettivo di Netanyahu che sa bene che la scomparsa di Hamas aprirebbe scenari ben più preoccupanti. La striscia di Gaza rischierebbe di diventare una nuova Somalia con la proliferazione di gruppi islamici radicali del tutto incontrollabili. In una recente intervista (4) Efraim Halevy, ex capo del Mossad, ha affermato che i gruppi islamici in Iraq e Siria sono ben più pericolosi di Hamas, e che alcuni di loro hanno già dei collegamenti a Gaza, dove stanno reclutando militanti così come fanno in Europa.

L’obiettivo è piuttosto un altro, anzi sono due. Sul piano interno c’è l’esigenza di garantire la compattezza dell’opinione pubblica. Come scrive Uri Misgav nel suo blog su Haaretz (11/7/2014):

“Iron Dome è l’arma finale del governo israeliano. Gli permette di lanciare una “operazione limitata” ogni due anni, in modo da ricaricare le riserve di odio e di demonizzazione e rinnovare la fiducia dei suoi obbedienti sudditi, i quali solo uno o due giorni fa cominciavano a capire che il governo li stava ingannando. In un attimo il governo ha fatto scomparire le notizie sulla recessione, sul budget della difesa, sui compensi degli alti funzionari, sulla corruzione della polizia.” Sul piano esterno c’è l’esigenza di mantenere la divisione politica dei palestinesi: da una parte un Hamas molto debole (soprattutto dopo la caduta di Morsi in Egitto), e dall’altra un’ANP ben cosciente che la collaborazione con Israele è fondamentale per la sua stessa sopravvivenza. L’ANP garantisce a Israele quella che diversi commentatori hanno definito una “occupazione deluxe”. Israele non deve sopportare i costi dell’amministrazione dei palestinesi, può contare sulla collaborazione (definita recentemente “sacra” da Abu Mazen) delle forze di sicurezza palestinesi, addestrate e equipaggiate dagli USA e dall’Europa, ma si riserva il diritto di intervenire militarmente dove e quando vuole in Cisgiordania. Come scrive Amira Hass (Haaretz, 18/07/2014) “L’Autorità Palestinese e le sue agenzie hanno un comportamento confuso e schizofrenico: da un lato discorsi e denunce contro l’occupazione e, dall’altro, accettazione dei suoi dettati. In questi giorni di conflitto militare, la radio ufficiale dell’ANP manda in onda musica militante su martiri e liberazione, mentre i servizi di sicurezza continuano a reprimere gli attivisti di Hamas”.

Questo è all’origine di una mancanza di fiducia che fa sì che, malgrado il massacro in corso a Gaza, la popolazione in Cisgiordania non si sollevi. Le manifestazioni ci sono state, ma limitate e molto frammentate, e spesso disperse dalla stessa polizia palestinese.

Se dalla parte palestinese la crisi di questi giorni ha ancora una volta messo in evidenza la sua sostanziale debolezza, da quella israeliana ha evidenziato la radicalizzazione e il clima di odio e intolleranza che cresce nel paese. Non si tratta solo della brutale uccisione di un ragazzo palestinese come vendetta per l’uccisione dei tre giovani israeliani. C’è anche la violenta aggressione subita da dimostranti pacifisti israeliani, la violenza, al limite dell’aggressione fisica, con cui il giornalista Gideon Levy è stato accolto ad Ashkelon, nel sud di Israele e le aggressioni subite da cittadini arabi nelle strade delle città israeliane. Tutto questo è alimentato dalle infiammate parole di esponenti del partito di estrema destra Habayit Hayehudi, del ministro dell’economia Naftali Bennett, e dell’ala più radicale dello stesso Likud del premier Netanyahu. La destra messianica e ultranazionalista israeliana ha trovato ulteriore alimento e visibilità da questa crisi. È questa, osserva l’analista politico Barak Mendelshon sula rivista americana Foreign Affairs (14/7/2014), e non Gaza, la vera minaccia per Israele.

1- Per gli insediamenti rimandiamo ai rapporti di Peace Now (http://www.peacenow.org.il/eng/content/reports).

2- http://www.ochaopt.org/documents/OCHA_Jordan_Valley_Demolitions_2013.pdf

3- Il sito di Btselem fornisce dati aggiornati sulla restrizione agli spostamenti dei palestinesi: http://www.btselem.org/freedom_of_movement/checkpoints_and_forbidden_roads.

4- http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.605376

Ercole Ongaro

Solidarietà per la liberazione

Un grande storico francese, Marc Bloch, fucilato dai nazisti nel 1944, ha scritto che il mestiere dello storico deve essere animato da una sola passione, quella di “comprendere” e aggiunge che “comprendere è una parola “gravida di difficoltà, ma soprattutto carica di amicizia”. In pratica, sembra dire Bloch, si comprende soltanto ciò con cui si è in empatia, ciò che si ama. Il “comprendere” specifico dello storico viene costruito a partire da domande che noi, nel presente, poniamo al passato. Un libro di storia risulta quindi essere la risposta alle domande che noi rivolgiamo al passato, domande che sentiamo importanti, urgenti, per avere indicazioni sulle scelte che dobbiamo compiere.

Le domande che sono all’origine di questo libro sono state espresse quando, nel settembre dell’anno scorso al Coordinamento tenuto nel monastero di Sezano, ci siamo interrogati su “quale memoria” era più fertile per la Rete che si accingeva a compiere 50 anni. In quella circostanza è emersa come urgente un’interrogazione sulla solidarietà, su quale evoluzione ha avuto nella Rete l’ideale della solidarietà, nella prospettiva di capire quale solidarietà è necessaria oggi e domani: Solidarietà perché? Solidarietà con quali obiettivi? Solidarietà con chi? Solidarietà come? Quali rischi evitare? Nel cammino di solidarietà della Rete qual è il nucleo originario, utopico, che va salvaguardato? A quali cambiamenti si deve preparare?

Queste domande hanno orientato la mia indagine storica sulle vicende di questi 50 anni di Rete. Indagine che si è sviluppata attraverso le fonti documentarie prodotte fisiologicamente nella Rete: le Circolari mensili nazionali (senza dimenticare del tutto le Circolari locali), i verbali del Coordinamento, gli atti dei Convegni nazionali e dei Seminari, gli articoli della rivista trimestrale della Rete (il “Notiziario”, oggi “In dialogo”), lettere scambiate tra gli aderenti.

Su questo aspetto della documentazione trovo sorprendente che un’associazione come la Rete Radié Resch, che vive da 50 anni senza una sede, senza una struttura istituzionalizzata, senza personale amministrativo, sia riuscita a conservare una tale ricchezza di documentazione. Conosco associazioni culturali, solidaristiche, perfino sindacali, che non si curano di conservare documenti, ossia memoria del loro percorso. È grazie a questa ricchezza di documentazione sedimentata prima nei cassetti o negli armadi poi nei computer di molti di noi che è stato possibile, nelle cadenze dei nostri anniversari, progettare testi che elaborassero la memoria del cammino compiuto: è stato così con la monografia di Carla Grandi (“Radié Resch. Una storia di solidarietà”, 1992), poi con il mio testo “Nel vento della storia. 30 anni della Rete Radié Resch” in occasione del 30°, poi con il volume di lettere scambiate all’interno della Rete con i referenti delle nostre operazioni in occasione del 40°. E ora questo “Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014”, che è strutturato con un primo capitolo di reinterpretazione sintetica, evocativa, dei primi 30 anni e con un secondo capitolo di ricostruzione analitica degli ultimi 20 anni.

Ripercorrendo storicamente questo cammino ho cercato di mettere in luce avvenimenti fecondi, carichi di significato: la Rete nasce dall’incontro di Paul Gauthier e Ettore Masina, che si snoda tra Roma e Nazareth tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964, nel tempo di quel risveglio delle coscienze che è stato il Concilio Ecumenico: un contesto straordinariamente propizio per incontri speciali, per lo scaturire di nuove sorgenti. Paul assume la veste di profeta/“provocatore” (“chiamare davanti/oltre”) e ispiratore: non gli basta l’offerta in denaro di Ettore, pur generosa, gli propone di coinvolgersi con continuità e di coinvolgere altri. Ettore ha accanto Clotilde che gli dissolve ogni dubbio se accettare la sfida e intuisce in questo coinvolgimento una scelta di giustizia che risponde al sentimento profondo di entrambi. Ettore e Clotilde diventano così fondatori della Rete italiana di solidarietà con famiglie di poveri palestinesi che lottano per la propria dignità, che significa innanzitutto abitare una casa, non una grotta.

La storia della Rete racconta che ogni nuovo sviluppo è stato determinato da un incontro, da un ascolto che si fa relazione; non è Ettore che programma l’espandersi della Rete dalla Palestina all’America Latina, da un Paese a un altro: ci sono invece incontri con persone, c’è l’ascolto di grida di aiuto, c’è lo stare nel vento della storia con la volontà di prendere la parte di chi non ha voce, di chi lotta, di chi resiste all’oppressione, allo sfruttamento, all’esclusione.

Ettore e Clotilde iniziano il loro esodo che li porta dal lasciarsi coinvolgere per sentimentalismo al coinvolgersi per giustizia. Il loro esodo prefigura quello di tanti altri amici che parteciperanno in quei primi anni al sorgere di gruppi-reti locali. In quel cammino di esodo vengono deposti semi di una fecondità non prevedibile: uno di questi semi è il discorso di Paul Gauthier, ancora in veste di profeta/provocatore, al primo convegno nazionale della Rete nell’ottobre 1965 (poche settimane prima del “Patto delle catacombe” del gruppo di vescovi della “Chiesa dei poveri”): “Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. […] Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri, […] le cause della povertà”.

Questo è il seme che tutto contiene: nel seme è già contenuto l’albero e i suoi frutti. Questo è il nucleo originario, utopico, della Rete, da non dimenticare, da non smarrire lungo i tornanti del cammino: fare solidarietà proponendosi di sconfiggere le cause della povertà, perciò fare solidarietà con i poveri che lottano per la propria liberazione dalla povertà. Ho evidenziato nel testo la novità dei discorsi che circolavano nella Rete, richiamando che il movimento di solidarietà internazionale “Mani Tese”, sorto nello stesso anno della Radié Resch, ancora alla fine degli anni Sessanta vedeva prevalere al suo interno la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza più dell’arretratezza delle culture locali che delle politiche del colonialismo.

L’altro prezioso seme regalatoci da Paul nel primo Convegno della Rete è il suo percepire – anche questo veramente profetico se consideriamo che siamo a metà anni Sessanta – che il sistema economico del Nord, il suo disegno politico di dominio egemonico è causa dell’impoverimento del Sud: il “qui” e il “là” sono in correlazione, interdipendenti. La categoria del “qui”-”là” viene assunta a categoria interpretativa della realtà sociale nel percorso della Rete. Allora la liberazione dalla povertà che impegna i poveri del Sud del mondo è in correlazione con la nostra lotta per liberarci dal nostro sistema economico che genera ingiustizia e impoverimento: “Nord e Sud. Un solo futuro” era il titolo-programma della Convenzione tra grandi associazioni di solidarietà che la Rete – su ispirazione e insistenza di Masina – lanciò nel 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino; “Nord e Sud cambiare insieme” ho intitolato il volume di lettere per il 40° della Rete. Cambiare insieme, liberarsi insieme, presuppone lottare insieme, resistere insieme.

Riscrivere la storia della Rete ha portato a riscoprire anche il significato del nostro chiamarci Rete, quando questo termine era del tutto inconsueto per indicare un’associazione e non esisteva ancora la rete di internet. Il significato del termine Rete va cercato nel contesto della seconda guerra mondiale, nella Francia sotto occupazione nazista: “reseau”, che significa appunto rete, era la struttura di Resistenza nonviolenta e anche la struttura di appoggio alla Resistenza armata antinazista. Gauthier aveva collaborato con le reti di Resistenza. Questo è veramente straordinario, perché ci rivela quanto profetico sia stato anche il nome di Rete, in quanto – come viene evidenziato in questo libro – l’essenza della storia della Rete Radié Resch consiste nell’avere dato sostegno alla resistenza di comunità del Sud e nell’aver contribuito a forme di resistenza “qui” nel Nord contro un’economia di dominio sulle persone e di distruzione della natura, contro una cultura che isola e fa intrattenimento, contro un sistema informativo che si propone la distrazione e l’alienazione di massa. I termini “resistere” e “resistenza” sono tra i più ricorrenti in questo libro della Rete Radié Resch. Anche questo è frutto della prospettiva con cui interpretiamo oggi la storia della Rete: nei primi decenni della Rete la resistenza era soprattutto quella del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana e dei popoli latinoamericani contro le dittature militari; invece nell’ultimo ventennio la resistenza riguarda anche noi, è diventata il nostro modo di essere cittadini consapevoli, responsabili, di fronte all’ingiustizia di un’economia che non è più tanto interessata a produrre sfruttamento, bensì è interessata soprattutto a produrre esclusione e annientamento.

Nella ricostruzione dell’ultimo ventennio mi ha interessato in particolare focalizzare l’originale processo vissuto dalla Rete nel passare da una conduzione carismatica che ruotava attorno alla coppia fondatrice di Ettore-Clotilde – pur essendo già attivo il Coordinamento – a una conduzione denominata fin dall’inizio del “carisma diffuso”. L’innesco di questo processo era stato voluto da Masina, anche per la insostenibilità del continuare a coordinare una quarantina di reti locali: una decisione, quella di Masina, coraggiosa e lungimirante, ispirata da Clotilde. Per una decina d’anni accanto al Coordinamento ha avuto un suo peso significativo la presenza della Segreteria e soprattutto di un “portavoce”, figura che doveva salvaguardare dallo smarrimento per l’assenza del leader carismatico. Ma il modo in cui i due “portavoce” succeduti a Masina dal 1994 al 2002 (Giorgio Gallo e Toni Peratoner) hanno voluto interpretare il loro ruolo è stato quello di dare sempre più peso al ruolo di autogoverno del Coordinamento, al punto da lasciare la sola Segreteria a supporto del Coordinamento.

Un altro processo mi è sembrato significativo evidenziare nella storia della Rete: la difficoltà a gestire il conflitto. In associazioni a motivazione ideale con al loro interno un elevato tasso di autostima, l’insorgere del conflitto coglie sempre un po’ impreparati, costituisce un momento di disorientamento, di disagio. Sarebbe stata una miope autocensura scegliere di non affrontare la questione. Per il primo trentennio ho rievocato il conflitto tra Ettore e Paul per la scelta di Paul e Marie-Thérèse di presa di distanza dalla Chiesa istituzionale, i conflitti tra alcune reti e Ettore per le scelte di campo man mano attuate, il conflitto tra Ettore e le reti lombarde del 1988. Nell’ultimo ventennio il conflitto insorto a seguito dell’analisi dello “stato della Rete” svolta nel 1999 da Giorgio Montagnoli e da me: non riconoscere il conflitto induce a gestirlo in maniera non adeguata, non riuscire a farne occasione di crescita. Ciò che è importante è però che in quella occasione non sia stato compromesso il reciproco rapporto di amicizia, sentito come fondante l’azione di solidarietà. Con saggezza i “portavoce”, prima Gallo poi Peratoner, ripresero la questione: Giorgio segnalando che era necessario “confrontarci con il conflitto come una componente essenziale ed inevitabile nella dinamica dei rapporti umani e quindi anche nella vita di una organizzazione complessa e ricca come la nostra”; Toni invitando a guardare i momenti difficili, conflittuali, “come una misura della nostra fragilità, di cui non bisogna vergognarsi né serbare rancore”.

Nel ricostruire il percorso storico della Rete un’importanza particolare ho riservato ai Convegni, che hanno ritmato con la loro regolarità il nostro cammino e lo hanno alimentato con una ricchezza di contributi straordinaria: sul tema della solidarietà e del senso dell’essere Rete, ad esempio, gli interventi di Linda Bimbi costituiscono tuttora un apporto prezioso con cui è importante confrontarsi.

Lo spunto per la chiusura della mia ricerca storica mi è stato offerto dalla discussione sorta nella mailing list della Rete all’indomani del Coordinamento di Quarrata del giugno 2013: un dibattito sul tema di “quale memoria” della Rete coltivare e sulla necessità di riscoprire sempre l’intuizione profetica che ha dato origine alla Rete: ossia la scelta radicale di lottare contro le cause dell’ingiustizia, mentre si mette in campo qualche rimedio alle sue conseguenze. Gli interventi di quel dibattito mi sono sembrati la conferma che “nella Rete non si è persa la voglia di confrontarsi, di rimettersi in discussione, di pensare al cambiamento per avvicinare il “sogno” di chi 50 anni fa ha intuito che combattere le cause dell’ingiustizia è il livello della sfida a cui la storia ci chiama”. Questo libro sulla storia della Rete ci restituisce l’immagine di una Rete che non cessa di porsi in ricerca, che pratica il dubbio e l’autocritica, che è disponibile al cambiamento. Quindi una Rete attrezzata per un cammino ancora lungo: per orientarsi nel quale il confronto con la propria storia si rivelerà vitale e fecondo.

Editoriale del numero 105

È una distruzione senza fine. Continuano i raid israeliani sul cielo di Gaza, dal mare e via terra. Un’altra vera guerra contro un popolo inerme. Le terrificanti fotografie e le scene televisive che si possono osservare, indubbiamente non sono che la spia degli orrori che, quotidianamente, vengono perpetrati. Una grande corrente oggi percorre la nostra storia e porta un nome terrificante: guerra!

Ci siamo abituati a pronunciarlo con disinvoltura. La guerra infuria in Medio Oriente, miete vittime, innesta rancori: da noi però giunge solo da uno schermo o da pagine di giornali.

Troppo poco per coinvolgerci fino in fondo.

Troppo poco perché possa influire sulla mentalità ed esigere un balzo che muti i meccanismi che la generano.

Troppo poco da parte degli organismi internazionali che denunciano orrori ma poi come i bambini molto piccoli si coprono gli occhi convinti di nascondersi.

Troppo poco perché guerra è lacerazione: due lembi divisi, irrimediabilmente divisi. E questa lacerazione si allarga alla Madre Terra con tutto l’inquinamento che comporta una guerra: aria, falde acquifere, raccolti distrutti ecc. …

Penso alla Madre Vita, distrutta, indipendentemente dalla religione che si professa. È il crimine più grave. Crimine non colpito da sanzioni di legge quando si riesca a proclamarsi vincitori. Innocenti o aggrediti? Sangue è sangue.

Penso a quell’ulivo piantato nel Giardino della Pace in Vaticano. Non è stata una mossa diplomatica e ancor meno un ingenuo appello, è stato un grido che deve lacerare la nostra coscienza. Non solo quella civica che domanda ai governanti le soluzioni ma comprendere che la nostra coscienza deve cambiare. Il terreno non è il fronte di guerra ma la relazione quotidiana che intessiamo con i nostri vicini. Se saremo in grado di seminare pace, la pace rimbalzerà in tutto il mondo. Quando saremo consapevoli del potere dei nostri pensieri e delle nostre azioni nel microcosmo del nostro vivere, allora saremo anche consapevoli del rimbalzo che potrà sanare e fermare ogni azione di guerra. Troppi interessi dominano il nostro mondo, Basterebbe chiedere di pubblicare e diffondere i bilanci delle industrie belliche, i guadagni che nascono dietro le guerre altrui. Se questa folle corsa agli armamenti continua, sfocerà in un massacro di cui la storia non ha mai visto l’uguale. A tal punto, che se pur ci sarà un vincitore, la vittoria stessa sarà una morte vivente per la Nazione che uscirà vittoriosa.

Nel 2013 il bilancio totale del commercio delle armi ha raggiunto i 1.750 miliardi di dollari. Queste spese per sofisticate armi di aggressione o di difesa potrebbero, sovrabbondantemente, sconfiggere la fame che ormai serpeggia anche nei nostri paesi del Nord ricco, per le difficoltà in cui versiamo.

Il dolore dovrebbe segnarsi indelebilmente su quelle banconote e impedirne l’uso.

La coscienza di chi progetta armi, di chi ne finanzia la produzione -penso alle nostre banche armate- è mai stata attraversata da un dubbio, da un rimorso? Si può distruggere, ammazzare, per far lievitare i loro conti in banca? Papa Francesco ha proclamato con forza che il denaro è lo sterco del diavolo. Che Gesù non aveva una banca? Allora?

Come, in concreto, ognuna e ognuno di noi può impegnarsi contro ciò? Papa Francesco nel Giardino della Pace in Vaticano ha detto con forza che tutto è consegnato nelle mani dei due leader.

Di conseguenza la pace e nelle mani di ognuno di noi. Usiamole.

il Direttore

Due terzi di questo numero contengono gli atti del 25° Convegno della Rete, svoltosi a Rimini dal 25 al 27 aprile scorso, avente per tema: “50 anni di Rete. Il presente della solidarietà tra memoria e futuro”. Di conseguenza questo numero non contiene le consuete rubriche. Alcune sono state trasformate in articoli, dal momento che sviluppano tematiche concrete di queste settimane. E’ ridotto anche il numero dei consueti articoli. Ci scusiamo con i nostri collaboratori.

Benito Fusco

Il bisogno di felicità, consapevolezza e gratitudine

“Lettera aperta ai gio­­vani che diventano adulti, e poi vecchi”. È una specie di lettera aperta questa: faccio finta che coloro che la leggono siano tutti giovani che iniziano ad essere adulti e sono capitati o saliti improvvisamente su un gradino molto più alto della loro età o dentro una storia, anche quotidiana, difficile da comprendere. Non sono un filosofo, seppur mi sforzi di capire e di porre domande alla vita. Sono un frate e, come tale, mi spingo spesso a pensare al futuro oltre quella quota che almeno legittimamente dovrebbe competermi. D’altra parte ritengo che il futuro sia il punto d’arrivo della speranza, perché un cristiano, se tale, dovrebbe avere lo sguardo immerso anche negli orizzonti più lontani o almeno un bel po’ più in là del tempo in cui vive. Ho visto il mondo cambiare in fretta nel corso del mio abbondante mezzo secolo di vita. Anzi, troppo in fretta, e i tempi lenti di quando ero bambino o adolescente appartengono alla nostalgia, perché quasi improvvisamente, poi, il tempo si è messo a correre producendo innovazioni e tecnologie imposte dai soliti poteri forti, che hanno bruciato libertà e relazioni, e inventato nuovi esodi e ciniche perdite di vincoli di molti popoli con le loro terre d’origine. Non solo, si sono aggiunte le prepotenze nuove dei mezzi d’informazione e di formazione, che hanno sì aperto nuove e universali percezioni e impensabili possibilità, ma hanno anche dilatato la distanza e le differenze tra una generazione e l’altra, impoverendone il dialogo ma anche la trasmissione di quei saperi attraverso i quali, tra conflitti e totalitarismi, nel tempo sono stati issati i valori fondanti delle nostre ultime istituzioni. Di più: si sono introdotte modalità e pratiche differenziate per linguaggio, rapporto col tempo, senso di appartenenza, dimensione e consistenza dei nostri percorsi storici. Tutto questo, converrete, ha comportato, e comporterà ancora, rischi notevolmente imprevedibili, di cui è bene essere tutti consapevoli. Però, per voi giovani, tutto questo, anche se da un gradino più in là della vostra età, è vissuto, o lo state sperimentando, proprio nel momento unico della vostra vita in cui tutto dovrebbe far sorridere e stare ben saldi nel vostro presente, nel subito, o nel “quasi a portata di mano” o immediatamente consumabile, ma escluso da ogni prospettiva futura, anche perché la prospettiva di un futuro qualunque vi è stata sottratta sia come opportunità che come visione, lasciandovene solo le ipotesi più buie o impossibili. D’altronde la spensieratezza proprio alla vostra età, è stata ed è considerata una condizione stessa della felicità della vita. Ed è giusto secondo me che sia così, a meno che non sconfini in una frenesia sterile o in un’euforia fine a se stessa e priva di orientamento: che è come fare il girotondo troppo in fretta, e invece del mondo caschiamo noi. C’è, infatti, un problema di ingorgo degli spazi del vivere che prima o poi rischierà di farvi e di farci prigionieri inconsapevoli, e ci chiuderà tutti dentro recinti piccoli e asfissianti, con tempi brevi ma veloci. Occorre pertanto tenere presente, e questo vale per tutti, anche il concetto di limite, che ha ampliato solo virtualmente i propri confini, e al suo interno è necessario ricostruire una matura consapevolezza, mantenendo l’idea di essere unici, irrepetibili e preziosi, insomma di esserci, direbbe qualche filosofo, pur nella finitudine. Sta accadendo, e ce ne rendiamo tutti conto, che anche le tecnologie più sofisticate, checché se ne dica, non percorrono le orme dell’etica, e che non ci faranno diventare più autonomi con un click. Come fosse un semplice cambio di frequenza musicale, e che qualsiasi accidente tecnologico della virtualità, non darà mai automaticamente il sapere, tutt’al più qualche informazione rapida, anche perché il sapere, per eccellenza, ha bisogno di tempo e di esitazioni umane e di esperienze interiori per sedimentarsi. Un esempio banale: a forza di tenere l’automobile sotto il sedere ci siamo accorti o ci accorgeremo che dopo averci portato dove volevamo, in realtà abbiamo girato a vuoto per portarla da qualche parte e poter finalmente scendere, rivelandoci, se ne saremo consapevoli, che la libertà e mobilità che l’automobile ci concedeva, e tuttora ci concede, si è relativizzata, e che cominciamo a pagarla con la stessa materia che invece sembrava farci risparmiare: cioè il tempo. In altre parole, ci accorgeremo che la felicità non viene solo da un avere/possedere o da un essere sballati e fuori da ogni tempo e senso, ma si avvicina a noi, e sta con noi, attraverso un sentire, un costruire, un cercare e un trovare relazioni. La felicità non è neppure un elisir o un composto chimico o un lifting, ma è anch’essa un percorso, un frutto dell’esperienza, una gestione consapevole di spazi e tempi, di relazioni e passioni autentiche, anche se a volte imprevedibili. Ecco, per questo occorre non fare mondo a parte. E occorre non pensare di poter promuovere azioni senza conoscenze adeguate, né di pervenire alla conoscenza senza il tempo del pensare e dell’essere veri: e questa non è morale, ma sapienza del vivere. Per cui la felicità, per quello che ho potuto capirne, è sì un’ondata di leggerezza, ma viene dal massimo di consapevolezza raggiunta, e ha sapori e saperi diversi, intensi. Consapevolezza che viene, ad esempio, dal saper parlare con un vecchio e anche con un bambino, o dal sapere ascoltare cercando di capire “l’altro” fino ad averne un desiderio impaziente; oppure dall’aver goduto di momenti di solitudine ricchi di pensiero e di tenerezza verso se stessi ed ogni cosa che “vive” nel visibile e nell’invisibile, compreso Dio. Ma anche dall’aver coltivato la memoria dei passi nel nostro Paese: da quello piccolo in cui viviamo a quello grande da cui provengono le storie di tutti gli altri, compresi quelli che attraversano, fino a morirne, nei mari. O anche dall’aver saputo rallentare i passi per capire meglio e rispettare i più lenti, ma soprattutto, ed è qui che volevo giungere, dall’aver goduto il senso di gratitudine della nostra minuscola, ma unica storia, e anche di quella grande storia umana che, per un’identica unicità, raccoglierà anche la nostra. Ancora una cosa, per concludere. Avete certamente fatto caso che si parla di più nei cellulari che con quanti ci sono concretamente vicini, e che con le persone più care spesso non ci si riesce a capire, anzi, ci viene da ridere se il nonno non sa usare il bancomat o rimane inebetito di fronte ai certi nuovi linguaggi. E poi, ci siamo forse anche accorti che sempre più spesso si cede in tentazioni di supponenza o alimentiamo le opinioni per sentito dire perché costa troppo fatica cercare, sapere, ascoltare, trasmettere un pensiero vero, nostro solo nostro. Questo per dirvi che la leggerezza che porta sulle sue ali la felicità è suscettibile assai, fino a far tenere a distanza il prossimo e la verità. Ed è suscettibile assai almeno quanto lo è ciascuno di noi per fatti d’amore e d’amicizia. Vi lascio, allora, una descrizione tratta dalla Ciropedea di Senofonte.

Si racconta che nella capitale persiana, verso sera, nella piazza principale della città, aveva luogo la scuola che interessava tutti i cittadini. Sull’area circolare, come fosse un piccolo stadio, essi venivano divisi a spicchi, per età. Nel primo i bambini, di fianco a loro gli adolescenti. Poi gli uomini maturi. Infine i vecchi che chiudevano il cerchio combaciando proprio con i bambini. Le donne non c’erano, e sappiamo il perché, purtroppo. Durante quelle lezioni ognuno era d’esempio al settore più prossimo: tutti imparavano e, insieme, ricordavano. Ebbene, la materia di base che veniva trasmessa era la gratitudine. Principio etico di conoscenza e riconoscenza che non ci fa smettere mai di imparare.

Benito Fusco

Chi sono io per giudicare

C’è un detto africano bello, dice che chi osa puntare il dito contro qualcuno ha almeno tre dita puntate contro di sé, e il pollice un po’ all’insù, che sembra direzionato come l’indice ad accusare, in realtà gli tiene ben ferme quelle tre dita rivolte verso di sé, e maliziosamente punta l’alto. E sono tre dita importanti: il medio, che è il dito più lungo, più esposto, offensivo o gratificante secondo volontà; l’anulare, che è il dito dell’amore fedele, impreziosito d’oro, un dito istituzionale; infine, il mignolo, che è un dito proletario, sfruttato dall’economia delle altre dita, senza potere specifico, e che in amore è anonimo, si accontenta di accompagnare le carezze senza sentire con pienezza, è un dito emarginato, perfino nella lotta, quando la mano impugna pietre, il mignolo sembra escluso, o escludersi, in realtà però fa equilibrio, misura il peso della distanza dal bersaglio, per dare direzione, come le penne timoniere di un uccello.

Di mani piene di pietre da lanciare tutti ce ne intendiamo un po’, anche di bersagli colpiti o mancati. Anche il Vangelo è pieno di mani e di pietre: pietre scartate, pietre vive, e pietre da lanciare. Come le pietre degli anziani e dei farisei, strette in mani pronte a lapidare una donna che ha rubato amore, pietre ispirate dalle mani della legge e della tradizione unite, come sempre, in una coalizione perversa di morale, diritto e religione, preludio di una volontà di esecuzione. Sono pietre cariche di accuse ipocrite e nervose che circoscrivono l’orizzonte della legge ad un unico peccato: quello del più debole, il mignolo dell’umanità, quello di una donna che ha cercato non un amore imposto, non un amore legale, ma l’avventura di un cuore concesso a una notte di passione, o di un cuore sedotto da un amore precario che rivendica una scelta libera, non quello dell’ipocrisia, o di chi rifiuta la verità dei sentimenti per giacere clandestino nei bassifondi di un diritto senza cuore. È una donna condannata da soli uomini, trascinata a forza nel tempio, all’alba, per uno sfregio all’orgoglio della legge di uomini ‘legali’. È lì, quella infelice femmina, in mezzo a quel tempio maschile chiuso alle donne anche solo per pregare, e aspetta l’ingiustizia, perché quello è il tempio degli osservanti, dei conservatori della religione, di quella razza di lapidatori che sanno solo coprire di pietre la vita e il peccato, che non conoscono il tempo di misurarsi con se stessi e con la verità di Dio, non conoscono giustizia, ma solo condanne.

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei: Gesù non getta pietre, vuole che nessun peccato prevalga su un altro peccato, vuole dare spazio alle possibilità di bene che ciascuno può offrire alla vita, annulla l’archivio dei peccati e libera un’amante ferita verso una nuova innocenza, perché solo lui sa che vergini d’amore e di vita non si nasce, ma si diventa. E si china di fronte al peccato, offre la profondità di quella legge vera che non potrà mai esaurirsi in parole di condanna. E scrive per terra parole invisibili, tenerezze nascoste che il vento porterà via per chiamare un amore nuovo che si farà presenza nel respiro dell’umanità liberata; poi si alza, e sta di fronte alla donna, sguardo a sguardo, restituendole la sua dignità e una indicibile bellezza, aprendo strade nuove nel suo deserto e facendole germogliare una cosa nuova: una parola di liberazione che non la giudica; e nella tenerezza del movimento in avanti del suo sguardo le dice: va! e d’ora in poi cammina verso il tuo futuro e non peccare più, evita il peccato degli uomini dal cuore di pietra, riprenditi la vita, scegli il tuo cammino senza cedere te stessa ai piccoli furti d’amore, ma libera l’amore, portami con te nel futuro. Ecco, di Gesù non abbiamo nessuna parola scritta da lui, le uniche sono volate via, sciolte nel vento, oltre i peccati degli uomini della legge, e segnate ai piedi di una donna in attesa di una vita autentica, o di un amore condannato. Le sue parole non pesano come pietre, appartengono al vento, perché lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere, diceva un frate poeta della fantasia di Dio. Poi dice parole che salvano: neanche io ti condanno, perché anch’io ho un peccato, e quindi non ti lancerò pietre. Il mio peccato è di credere in te, donna, per questo mi alzo davanti a te rendendoti importante come se ti attendessi da tempo anch’io, e per affidarti un amore diverso, che nessuno sembra voler capire, e che solo tu ora comprendi, tu che fai cadere anche a me le pietre che mi avevano preparato, tu che mi fai inventare strade nuove per liberarti da ogni peccato, e diventi la mia promessa di futuro e di umanità nuova, tu che sei un dolce peccato redento. Va, ti prego, e aiuta anche la mia chiesa a non peccare più, e proprio tu, che conosci da ora il grande amore che c’è nel peccato liberato, dì alla mia Chiesa che non sia una Chiesa delle pietre, ma Chiesa capace di chinarsi ai piedi di ogni peccato e di rialzarsi davanti a occhi dilatati di nuova luce che sanno vedere, finalmente, che ogni errore è solo una ricerca. E ricordale che nessuno ti ha condannata, nessuno mai ti condannerà, neanch’io, neanche Dio.