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Martina Romanello

Se lo stato non c’è

Non sono appassionata di calcio. Ne capisco poco. La partita domenicale è un rito che mio padre celebra in solitudine. Ma la morte di Ciro Esposito non riguarda solo il mondo del calcio, la morte di Ciro Esposito deve tenerci svegli tutti. Sono contenta che questo articolo verrà pubblicato a settembre quando probabilmente i riflettori su questa vicenda saranno spenti, perché non si può smettere di parlarne, non si deve. ? “Anche ciò che ci è molto vicino ci appare lontano se non ci tocca”.

Ricordo bene la sera del 3 maggio, la sera di Napoli-Fiorentina, la sera della finale di Coppa Italia. Ero con mia madre e andammo a prendere mio padre a lavoro: “Dei tifosi romanisti e laziali hanno fatto un agguato a quelli del Napoli”, ci dice, “Hanno anche sparato. Ci sono andati appositamente perché non sono loro che devono giocare. Pare sia ferito anche un poliziotto”.

Poche notizie, frammentarie, inesatte, quelle che cominciavano ad arrivare dalla capitale.

Mi feci accompagnare a casa di un mio amico. Lì avremmo visto la partita tutti insieme. Accendiamo la tv e cominciamo a vedere le immagini, l’assoluta confusione: fumogeni, lanci di oggetti, giocatori che si guardano intorno, telecronisti spiazzati.

Non si capisce cosa sia successo e cosa stia succedendo allo stadio: hanno sospeso la partita? Sono i tifosi che ne impediscono l’inizio? Ma quelli del Napoli o quelli della Fiorentina? Non è chiaro, si sa solo che c’è un ragazzo in ospedale e quella partita, per me, non si può giocare, non si deve giocare.

Sapevamo tutti che la finale di Coppa Italia si sarebbe svolta lo stesso, il dio denaro avrebbe vinto anche questa volta. Certo era impossibile pensare di rimandare tutta quella gente a casa anche per questioni di ordine pubblico. Quell’ordine pubblico rimesso dallo Stato, come successo in altri casi, in altre partite e con altre squadre, nelle mani di un grasso capo ultras arrampicato sulle transenne, che sarebbe diventato il protagonista delle settimane seguenti, ma non ne voglio parlare, non ancora.

A proposito di Stato invece, vedevo Matteo Renzi e Pietro Grasso sugli spalti e mi ripetevo: “Andate via, andate via vi prego. Dimostrate lo sdegno dinanzi a tutto questo. Dimostrate che non si può far finta di niente quando qualcuno spara e qualcun altro finisce in ospedale in fin di vita, non si può andare oltre, mai.”

Non aveva senso giocare quella partita. Non ha avuto senso la vittoria del Napoli. Nessuno ha festeggiato.

Dopo la partita, il telegiornale. Ci aspettavamo di capire qualcosa in più ma il titolo di apertura riguarda il tentativo dei tifosi napoletani di non far giocare la partita. Mi arrabbiai, tanto. Com’era possibile che dopo tutto quello che era successo, la cosa più grave, secondo il telegiornale, era che la partita stava per saltare per colpa dei tifosi del Napoli? Tifosi del Napoli dipinti, come sempre, come la peggior tifoseria d’Italia.

“Ma perché? Non è vero?” mi dicevano i miei amici. “Non fanno sempre figure di merda?” Sì, sarà stata indubbiamente una figura di merda, ma non si può aprire il telegiornale in questo modo, non si può far passare sempre e solo questo messaggio. La cosa più importante e sconvolgente era il fatto che un ragazzo era in ospedale colpito da un’arma da fuoco nei pressi dello stadio senza che si sapesse il perché.

Qualcosa non andava, si sentiva nell’aria e le notizie circolate il giorno dopo, quelle vere, stavolta lo dimostravano.

Due cose si erano dette quella sera, smentite poi ai primi telegiornali del mattino seguente.

Qualcuno durante la telecronaca aveva suggerito che la sparatoria nascondeva un regolamento di conti. Si tratta di un ragazzo di Napoli, ferito, di Scampia, è chiaro che si parla di camorra. Lo sanno tutti, ormai ce ne siamo convinti anche noi napoletani e quasi non ci meravigliamo più. Anche se tanti, troppi morti con la camorra non c’entrano niente; anche se tanti, troppi ragazzi erano solo lontani parenti di qualcuno; anche se tante, troppe lapidi appartengono a chi si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato ed è stato scambiato per qualcun altro.? E anche stavolta non è vero. Ciro non è morto per un regolamento di conti, non è morto perché lontano parente di chissà chi, non è morto perché al posto sbagliato al momento sbagliato.? Ciro è morto perché al posto giusto al momento giusto, Ciro è morto perché era chi doveva essere lì. Ciro è morto perché era un napoletano andato a vedere la finale di Coppa Italia.

Finale che comincia, con quasi un’ora di ritardo, quando si dice che Ciro è fuori pericolo, perché questa era la condizione posta dagli ultras. Non è vero ma non lo avremmo saputo fino alla domenica.

Da quel giorno 53 giorni di agonia.

Ma non si parla di Ciro, è quel grasso capo ultras, Genny a carogna, a diventare il protagonista, lo specchio per le allodole, l’emblema di un calcio malato e di una napoletanità delinquente per cui qualche responsabilità Ciro ce le aveva, ce le doveva avere, in fondo si dice che abbia reagito a una provocazione. Come se il reagire alle provocazione fosse più importante del fatto che è finito in fin di vita in ospedale, come se una pistola con la matricola abrasa e delle pallottole potessero passare in secondo piano.

E che Ciro abbia risposto a una provocazione, oggi non sembra neanche certo. Ciro si scaglia senza armi contro un gruppo di tifosi romanisti che stava attaccando un pullman di famiglie napoletane con lanci di bombe carta si becca una pallottola. A chiarire la dinamica ci sta pensando la Magistratura, ma da quel 3 maggio fiumi di parole sul capo ultras napoletano e la sua maglietta, sulle infiltrazioni camorristiche nelle tifoserie napoletane, senza interrogarsi sul perché la mentalità mafiosa sia connaturata a quasi tutti le curve d’Italia e come debellarla. Anche la campagna elettorale per le Europee a Napoli, si colora di calcio, ma le notizie sulle condizioni di Ciro non si sanno, quelle te le devi andare a cercare.

Almeno fino al 24 giugno quando comincia a circolare la notizia della morte di Ciro e si versano di nuovo fiumi di parole, senza rispetto per il dolore.

Poi però arriva la smentita. È il 24 giugno gioca l’Italia e, anche chi si era messo a urlare conto lo schifo di questo sport, si fa di nuovo prendere dal girone, com’è giusto che sia. Perché è estate, perché nonostante tutto quanto successo in Brasile per preparare questi mondiali, nonostante quanto sia malato e poco sportivo il mondo del calcio, un paio d’ore di distrazione ce le prendiamo tutti, perché il calcio è un collante sociale, col calcio si sta insieme, col calcio ci si diverte, col calcio si muore.

È alle 6 del mattino del 25 giugno che il cuore di Ciro si ferma. E con lui una città. Un giovane di Scampia di 29 anni, toglie i riflettori anche alla Napoli bene che sta festeggiando i 100 anni delle cravatte di Marinella.

Ma la morte di Ciro non basta affinché il Paese e i giornali restituiscano il rispetto che lui e la sua famiglia meritano.

Addirittura, il giorno dei funerali, qualcuno ha osato, senza pudore, scrivere articoli su chi era o non era presente alla camera ardente, da Genny a Carogna a Nino d’Angelo passando per il patron e i giocatori del Napoli.

Ciro è morto e attorno a lui si raccoglie la migliore Scampia, quella lavoratrice e con la faccia pulita che ancora una volta è lasciata sola da parte di uno Stato incomprensibilmente assente.

Tante sono le responsabilità da definire: perizie balistiche discordanti, falle nel piano di sicurezza pre-partita, infiltrazioni nelle tifoserie romane, ritardi nei soccorsi. Tanto, troppo fumo attorno a questa vicenda.

Ma sia lo Stato che lo sport guardano altrove.

Giancarlo Abete, presidente della FIGC, si dimette dopo che l’Italia esce dal mondiale ma nessuna reazione per i fatti del 3 maggio. La politica nazionale chiusa in un assordante silenzio.

Lo Stato che era presente a quella maledetta partita, gira la faccia dinanzi al dramma della famiglia di Ciro, alla lezione di dignità che sua madre ha dato all’intero Paese ogni volta che ha rilasciato dichiarazioni ai giornali e alla televisione.

“Nessuna violenza in nome di Ciro” ha continuato a ripetere, sforzando un sorriso sulle labbra e con gli occhi pieni di dolore che mettono i brividi solo a guardarli.

Ciro era un ragazzo, aveva 29 anni, era di Scampia e lavorava. Sognava di sposarsi, tifava Napoli, non c’è più.

Non serve farne un eroe. Fin quando non sarà fatta chiarezza e la madre non riceverà verità e giustizia, non Ciro, ma nessuno di noi potrà riposare in pace.

Giorgio Gallo

La vera minaccia per Israele

Mentre scrivo è in corso a Gaza l’operazione Protective Edge. Si ripete la tragedia a cui abbiamo assistito già alla fine del 2008 con l’operazione Cast Lead, e nel 2012 con la Pillar of Defence. Si parla in questo momento in questo momento di oltre 250 morti palestinesi, in grande maggioranza civili -fra loro 59 bambini- e di due israeliani uccisi. Quando questa nota andrà in stampa presumibilmente l’attacco sarà finito e, in attesa di nuove violenze, in Israele-Palestina sarà tornata la “normalità”, ammesso che parlare di normalità abbia in quel contesto un qualche senso.

Normalità nei territori occupati è la continua espansione degli insediamenti. Proprio lo scorso giugno il governo ha annunciato la costruzione di circa 1500 nuove abitazioni. È, dice il ministro delle costruzioni Uri Ariel, “l’adeguata risposta sionista alla formazione di un governo palestinese del terrore”. Il riferimento è al governo di unità fra Fatah e Hamas. Ma, anche prima del nuovo governo palestinese, la crescita degli insediamenti era sempre stata costante. (1) Normalità è per i palestinesi essere sempre a rischio di avere occupata o demolita la propria abitazione. I motivi sono i più vari, dalla punizione collettiva nel caso di famiglie un cui componente sia stato sospettato di atti violenti contro l’occupazione, fino all’esigenza di creare spazio per l’espansione degli insediamenti. Secondo l’OCHA (L’ufficio dell’ONU per gli affari umanitari nei territori occupati), nella sola valle del Giordano nel 2013 ci sono state 390 demolizioni di strutture palestinesi e 590 persone sono state espulse dalle proprie abitazioni. Nel 2012 queste cifre sono state rispettivamente 172 e 279. (2) Normalità è passare ore in attesa a un posto di blocco per potere andare al lavoro, all’ospedale, o semplicemente a trovare dei familiari. Ciò a causa del muro di separazione, dei checkpoint stabili (99 nel febbraio 2014), di quelli volanti (256 nel dicembre 2013), e della proibizione per i palestinesi di accedere a una rilevante parte della rete stradale (oltre 65 km della rete stradale della Cisgiordania sono riservati esclusivamente ai coloni). (3) Infine, normalità per i palestinesi è rischiare continuamente di essere uccisi o feriti solo per il fatto di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, o essere svegliati la notte dall’irruzione violenta delle forze di sicurezza israeliane che terrorizzano i bambini e mettono a soqquadro la casa.

Questa ennesima crisi, che rompe la “normalità” dei territori occupati, è originata dal rapimento, il 12 giugno scorso, e dalla successiva uccisione di tre giovani studenti di una scuola religiosa di un insediamento dell’area di Hebron. Dopo il rapimento Israele ha accusato Hamas e lanciato l’operazione Brothers’ Keeper su tutta la Cisgiordania. Hamas ha respinto l’accusa, ma non ha condannato il rapimento, che considera una legittima azione di resistenza. In realtà gli autori sembra siano stati alcuni elementi del clan dei Qawasmeh. Si tratta di un clan familiare di circa 10.000 componenti che ha avuto storicamente un ruolo rilevante a Hebron. Negli anni ’70, suoi membri facevano parte della dirigenza palestinese più disponibile ad un accordo con Israele. Fahd Qawasmeh fu sindaco di Hebron dal 1976 al 1980, e insieme ad altri sindaci sostenne la soluzione basata dei due stati, prima che questa divenisse la posizione ufficiale dell’Olp. Esiliato in Libano nel 1980, divenne membro del comitato esecutivo dell’OLP. Dopo la nascita di Hamas nel 1988, un gruppo all’interno del clan acquistò rilevanza aderendo ad Hamas, ma in modo molto indipendente. Già nel passato, in due occasioni, membri del clan, contravvenendo agli ordini di Hamas con attacchi suicidi ad autobus (a Gerusalemme nell’agosto 2003 e a Beer Sheva nell’agosto 2005), avevano fatto fallire degli accordi di tregua fra Hamas e Israele. Nel primo caso agli attentati Israele rispose con una serie di assassini mirati che portarono alla decapitazione della leadership politica di Hamas a Gaza.

In questo caso, al di là degli obiettivi particolari dei rapitori -presumibilmente ottenere la liberazione di membri del clan attualmente nelle prigioni israeliane- il rapimento si colloca in un contesto particolare, quello del recente accordo fra Fatah e Hamas. Un accordo che aveva mandato in fibrillazione il governo israeliano, soprattutto in considerazione dell’atteggiamento possibilista degli USA e dell’Europa. Netanyahu ha subito colto l’occasione per l’operazione Brother’s Keeper, che, con l’obiettivo dichiarato della liberazione dei rapiti, è stata l’occasione per cercare di smantellare le strutture di Hamas in tutta la Cisgiordania. L’esercito ha effettuato irruzioni in migliaia di abitazioni, ha arrestato oltre 500 attivisti di Hamas, fra cui dei parlamentari, e ucciso 5 palestinesi.

In questo contesto nasce l’attuale crisi, con il lancio di razzi, rudimentali e quasi del tutto inefficaci, da una parte, e con i ben più letali bombardamenti dall’altra, con in più un attacco terrestre che sta iniziando proprio in queste ore. L’obiettivo di Israele non è quello di eliminare Hamas, o almeno non è questo l’obiettivo di Netanyahu che sa bene che la scomparsa di Hamas aprirebbe scenari ben più preoccupanti. La striscia di Gaza rischierebbe di diventare una nuova Somalia con la proliferazione di gruppi islamici radicali del tutto incontrollabili. In una recente intervista (4) Efraim Halevy, ex capo del Mossad, ha affermato che i gruppi islamici in Iraq e Siria sono ben più pericolosi di Hamas, e che alcuni di loro hanno già dei collegamenti a Gaza, dove stanno reclutando militanti così come fanno in Europa.

L’obiettivo è piuttosto un altro, anzi sono due. Sul piano interno c’è l’esigenza di garantire la compattezza dell’opinione pubblica. Come scrive Uri Misgav nel suo blog su Haaretz (11/7/2014):

“Iron Dome è l’arma finale del governo israeliano. Gli permette di lanciare una “operazione limitata” ogni due anni, in modo da ricaricare le riserve di odio e di demonizzazione e rinnovare la fiducia dei suoi obbedienti sudditi, i quali solo uno o due giorni fa cominciavano a capire che il governo li stava ingannando. In un attimo il governo ha fatto scomparire le notizie sulla recessione, sul budget della difesa, sui compensi degli alti funzionari, sulla corruzione della polizia.” Sul piano esterno c’è l’esigenza di mantenere la divisione politica dei palestinesi: da una parte un Hamas molto debole (soprattutto dopo la caduta di Morsi in Egitto), e dall’altra un’ANP ben cosciente che la collaborazione con Israele è fondamentale per la sua stessa sopravvivenza. L’ANP garantisce a Israele quella che diversi commentatori hanno definito una “occupazione deluxe”. Israele non deve sopportare i costi dell’amministrazione dei palestinesi, può contare sulla collaborazione (definita recentemente “sacra” da Abu Mazen) delle forze di sicurezza palestinesi, addestrate e equipaggiate dagli USA e dall’Europa, ma si riserva il diritto di intervenire militarmente dove e quando vuole in Cisgiordania. Come scrive Amira Hass (Haaretz, 18/07/2014) “L’Autorità Palestinese e le sue agenzie hanno un comportamento confuso e schizofrenico: da un lato discorsi e denunce contro l’occupazione e, dall’altro, accettazione dei suoi dettati. In questi giorni di conflitto militare, la radio ufficiale dell’ANP manda in onda musica militante su martiri e liberazione, mentre i servizi di sicurezza continuano a reprimere gli attivisti di Hamas”.

Questo è all’origine di una mancanza di fiducia che fa sì che, malgrado il massacro in corso a Gaza, la popolazione in Cisgiordania non si sollevi. Le manifestazioni ci sono state, ma limitate e molto frammentate, e spesso disperse dalla stessa polizia palestinese.

Se dalla parte palestinese la crisi di questi giorni ha ancora una volta messo in evidenza la sua sostanziale debolezza, da quella israeliana ha evidenziato la radicalizzazione e il clima di odio e intolleranza che cresce nel paese. Non si tratta solo della brutale uccisione di un ragazzo palestinese come vendetta per l’uccisione dei tre giovani israeliani. C’è anche la violenta aggressione subita da dimostranti pacifisti israeliani, la violenza, al limite dell’aggressione fisica, con cui il giornalista Gideon Levy è stato accolto ad Ashkelon, nel sud di Israele e le aggressioni subite da cittadini arabi nelle strade delle città israeliane. Tutto questo è alimentato dalle infiammate parole di esponenti del partito di estrema destra Habayit Hayehudi, del ministro dell’economia Naftali Bennett, e dell’ala più radicale dello stesso Likud del premier Netanyahu. La destra messianica e ultranazionalista israeliana ha trovato ulteriore alimento e visibilità da questa crisi. È questa, osserva l’analista politico Barak Mendelshon sula rivista americana Foreign Affairs (14/7/2014), e non Gaza, la vera minaccia per Israele.

1- Per gli insediamenti rimandiamo ai rapporti di Peace Now (http://www.peacenow.org.il/eng/content/reports).

2- http://www.ochaopt.org/documents/OCHA_Jordan_Valley_Demolitions_2013.pdf

3- Il sito di Btselem fornisce dati aggiornati sulla restrizione agli spostamenti dei palestinesi: http://www.btselem.org/freedom_of_movement/checkpoints_and_forbidden_roads.

4- http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.605376

Ercole Ongaro

Solidarietà per la liberazione

Un grande storico francese, Marc Bloch, fucilato dai nazisti nel 1944, ha scritto che il mestiere dello storico deve essere animato da una sola passione, quella di “comprendere” e aggiunge che “comprendere è una parola “gravida di difficoltà, ma soprattutto carica di amicizia”. In pratica, sembra dire Bloch, si comprende soltanto ciò con cui si è in empatia, ciò che si ama. Il “comprendere” specifico dello storico viene costruito a partire da domande che noi, nel presente, poniamo al passato. Un libro di storia risulta quindi essere la risposta alle domande che noi rivolgiamo al passato, domande che sentiamo importanti, urgenti, per avere indicazioni sulle scelte che dobbiamo compiere.

Le domande che sono all’origine di questo libro sono state espresse quando, nel settembre dell’anno scorso al Coordinamento tenuto nel monastero di Sezano, ci siamo interrogati su “quale memoria” era più fertile per la Rete che si accingeva a compiere 50 anni. In quella circostanza è emersa come urgente un’interrogazione sulla solidarietà, su quale evoluzione ha avuto nella Rete l’ideale della solidarietà, nella prospettiva di capire quale solidarietà è necessaria oggi e domani: Solidarietà perché? Solidarietà con quali obiettivi? Solidarietà con chi? Solidarietà come? Quali rischi evitare? Nel cammino di solidarietà della Rete qual è il nucleo originario, utopico, che va salvaguardato? A quali cambiamenti si deve preparare?

Queste domande hanno orientato la mia indagine storica sulle vicende di questi 50 anni di Rete. Indagine che si è sviluppata attraverso le fonti documentarie prodotte fisiologicamente nella Rete: le Circolari mensili nazionali (senza dimenticare del tutto le Circolari locali), i verbali del Coordinamento, gli atti dei Convegni nazionali e dei Seminari, gli articoli della rivista trimestrale della Rete (il “Notiziario”, oggi “In dialogo”), lettere scambiate tra gli aderenti.

Su questo aspetto della documentazione trovo sorprendente che un’associazione come la Rete Radié Resch, che vive da 50 anni senza una sede, senza una struttura istituzionalizzata, senza personale amministrativo, sia riuscita a conservare una tale ricchezza di documentazione. Conosco associazioni culturali, solidaristiche, perfino sindacali, che non si curano di conservare documenti, ossia memoria del loro percorso. È grazie a questa ricchezza di documentazione sedimentata prima nei cassetti o negli armadi poi nei computer di molti di noi che è stato possibile, nelle cadenze dei nostri anniversari, progettare testi che elaborassero la memoria del cammino compiuto: è stato così con la monografia di Carla Grandi (“Radié Resch. Una storia di solidarietà”, 1992), poi con il mio testo “Nel vento della storia. 30 anni della Rete Radié Resch” in occasione del 30°, poi con il volume di lettere scambiate all’interno della Rete con i referenti delle nostre operazioni in occasione del 40°. E ora questo “Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014”, che è strutturato con un primo capitolo di reinterpretazione sintetica, evocativa, dei primi 30 anni e con un secondo capitolo di ricostruzione analitica degli ultimi 20 anni.

Ripercorrendo storicamente questo cammino ho cercato di mettere in luce avvenimenti fecondi, carichi di significato: la Rete nasce dall’incontro di Paul Gauthier e Ettore Masina, che si snoda tra Roma e Nazareth tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964, nel tempo di quel risveglio delle coscienze che è stato il Concilio Ecumenico: un contesto straordinariamente propizio per incontri speciali, per lo scaturire di nuove sorgenti. Paul assume la veste di profeta/“provocatore” (“chiamare davanti/oltre”) e ispiratore: non gli basta l’offerta in denaro di Ettore, pur generosa, gli propone di coinvolgersi con continuità e di coinvolgere altri. Ettore ha accanto Clotilde che gli dissolve ogni dubbio se accettare la sfida e intuisce in questo coinvolgimento una scelta di giustizia che risponde al sentimento profondo di entrambi. Ettore e Clotilde diventano così fondatori della Rete italiana di solidarietà con famiglie di poveri palestinesi che lottano per la propria dignità, che significa innanzitutto abitare una casa, non una grotta.

La storia della Rete racconta che ogni nuovo sviluppo è stato determinato da un incontro, da un ascolto che si fa relazione; non è Ettore che programma l’espandersi della Rete dalla Palestina all’America Latina, da un Paese a un altro: ci sono invece incontri con persone, c’è l’ascolto di grida di aiuto, c’è lo stare nel vento della storia con la volontà di prendere la parte di chi non ha voce, di chi lotta, di chi resiste all’oppressione, allo sfruttamento, all’esclusione.

Ettore e Clotilde iniziano il loro esodo che li porta dal lasciarsi coinvolgere per sentimentalismo al coinvolgersi per giustizia. Il loro esodo prefigura quello di tanti altri amici che parteciperanno in quei primi anni al sorgere di gruppi-reti locali. In quel cammino di esodo vengono deposti semi di una fecondità non prevedibile: uno di questi semi è il discorso di Paul Gauthier, ancora in veste di profeta/provocatore, al primo convegno nazionale della Rete nell’ottobre 1965 (poche settimane prima del “Patto delle catacombe” del gruppo di vescovi della “Chiesa dei poveri”): “Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. […] Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri, […] le cause della povertà”.

Questo è il seme che tutto contiene: nel seme è già contenuto l’albero e i suoi frutti. Questo è il nucleo originario, utopico, della Rete, da non dimenticare, da non smarrire lungo i tornanti del cammino: fare solidarietà proponendosi di sconfiggere le cause della povertà, perciò fare solidarietà con i poveri che lottano per la propria liberazione dalla povertà. Ho evidenziato nel testo la novità dei discorsi che circolavano nella Rete, richiamando che il movimento di solidarietà internazionale “Mani Tese”, sorto nello stesso anno della Radié Resch, ancora alla fine degli anni Sessanta vedeva prevalere al suo interno la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza più dell’arretratezza delle culture locali che delle politiche del colonialismo.

L’altro prezioso seme regalatoci da Paul nel primo Convegno della Rete è il suo percepire – anche questo veramente profetico se consideriamo che siamo a metà anni Sessanta – che il sistema economico del Nord, il suo disegno politico di dominio egemonico è causa dell’impoverimento del Sud: il “qui” e il “là” sono in correlazione, interdipendenti. La categoria del “qui”-”là” viene assunta a categoria interpretativa della realtà sociale nel percorso della Rete. Allora la liberazione dalla povertà che impegna i poveri del Sud del mondo è in correlazione con la nostra lotta per liberarci dal nostro sistema economico che genera ingiustizia e impoverimento: “Nord e Sud. Un solo futuro” era il titolo-programma della Convenzione tra grandi associazioni di solidarietà che la Rete – su ispirazione e insistenza di Masina – lanciò nel 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino; “Nord e Sud cambiare insieme” ho intitolato il volume di lettere per il 40° della Rete. Cambiare insieme, liberarsi insieme, presuppone lottare insieme, resistere insieme.

Riscrivere la storia della Rete ha portato a riscoprire anche il significato del nostro chiamarci Rete, quando questo termine era del tutto inconsueto per indicare un’associazione e non esisteva ancora la rete di internet. Il significato del termine Rete va cercato nel contesto della seconda guerra mondiale, nella Francia sotto occupazione nazista: “reseau”, che significa appunto rete, era la struttura di Resistenza nonviolenta e anche la struttura di appoggio alla Resistenza armata antinazista. Gauthier aveva collaborato con le reti di Resistenza. Questo è veramente straordinario, perché ci rivela quanto profetico sia stato anche il nome di Rete, in quanto – come viene evidenziato in questo libro – l’essenza della storia della Rete Radié Resch consiste nell’avere dato sostegno alla resistenza di comunità del Sud e nell’aver contribuito a forme di resistenza “qui” nel Nord contro un’economia di dominio sulle persone e di distruzione della natura, contro una cultura che isola e fa intrattenimento, contro un sistema informativo che si propone la distrazione e l’alienazione di massa. I termini “resistere” e “resistenza” sono tra i più ricorrenti in questo libro della Rete Radié Resch. Anche questo è frutto della prospettiva con cui interpretiamo oggi la storia della Rete: nei primi decenni della Rete la resistenza era soprattutto quella del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana e dei popoli latinoamericani contro le dittature militari; invece nell’ultimo ventennio la resistenza riguarda anche noi, è diventata il nostro modo di essere cittadini consapevoli, responsabili, di fronte all’ingiustizia di un’economia che non è più tanto interessata a produrre sfruttamento, bensì è interessata soprattutto a produrre esclusione e annientamento.

Nella ricostruzione dell’ultimo ventennio mi ha interessato in particolare focalizzare l’originale processo vissuto dalla Rete nel passare da una conduzione carismatica che ruotava attorno alla coppia fondatrice di Ettore-Clotilde – pur essendo già attivo il Coordinamento – a una conduzione denominata fin dall’inizio del “carisma diffuso”. L’innesco di questo processo era stato voluto da Masina, anche per la insostenibilità del continuare a coordinare una quarantina di reti locali: una decisione, quella di Masina, coraggiosa e lungimirante, ispirata da Clotilde. Per una decina d’anni accanto al Coordinamento ha avuto un suo peso significativo la presenza della Segreteria e soprattutto di un “portavoce”, figura che doveva salvaguardare dallo smarrimento per l’assenza del leader carismatico. Ma il modo in cui i due “portavoce” succeduti a Masina dal 1994 al 2002 (Giorgio Gallo e Toni Peratoner) hanno voluto interpretare il loro ruolo è stato quello di dare sempre più peso al ruolo di autogoverno del Coordinamento, al punto da lasciare la sola Segreteria a supporto del Coordinamento.

Un altro processo mi è sembrato significativo evidenziare nella storia della Rete: la difficoltà a gestire il conflitto. In associazioni a motivazione ideale con al loro interno un elevato tasso di autostima, l’insorgere del conflitto coglie sempre un po’ impreparati, costituisce un momento di disorientamento, di disagio. Sarebbe stata una miope autocensura scegliere di non affrontare la questione. Per il primo trentennio ho rievocato il conflitto tra Ettore e Paul per la scelta di Paul e Marie-Thérèse di presa di distanza dalla Chiesa istituzionale, i conflitti tra alcune reti e Ettore per le scelte di campo man mano attuate, il conflitto tra Ettore e le reti lombarde del 1988. Nell’ultimo ventennio il conflitto insorto a seguito dell’analisi dello “stato della Rete” svolta nel 1999 da Giorgio Montagnoli e da me: non riconoscere il conflitto induce a gestirlo in maniera non adeguata, non riuscire a farne occasione di crescita. Ciò che è importante è però che in quella occasione non sia stato compromesso il reciproco rapporto di amicizia, sentito come fondante l’azione di solidarietà. Con saggezza i “portavoce”, prima Gallo poi Peratoner, ripresero la questione: Giorgio segnalando che era necessario “confrontarci con il conflitto come una componente essenziale ed inevitabile nella dinamica dei rapporti umani e quindi anche nella vita di una organizzazione complessa e ricca come la nostra”; Toni invitando a guardare i momenti difficili, conflittuali, “come una misura della nostra fragilità, di cui non bisogna vergognarsi né serbare rancore”.

Nel ricostruire il percorso storico della Rete un’importanza particolare ho riservato ai Convegni, che hanno ritmato con la loro regolarità il nostro cammino e lo hanno alimentato con una ricchezza di contributi straordinaria: sul tema della solidarietà e del senso dell’essere Rete, ad esempio, gli interventi di Linda Bimbi costituiscono tuttora un apporto prezioso con cui è importante confrontarsi.

Lo spunto per la chiusura della mia ricerca storica mi è stato offerto dalla discussione sorta nella mailing list della Rete all’indomani del Coordinamento di Quarrata del giugno 2013: un dibattito sul tema di “quale memoria” della Rete coltivare e sulla necessità di riscoprire sempre l’intuizione profetica che ha dato origine alla Rete: ossia la scelta radicale di lottare contro le cause dell’ingiustizia, mentre si mette in campo qualche rimedio alle sue conseguenze. Gli interventi di quel dibattito mi sono sembrati la conferma che “nella Rete non si è persa la voglia di confrontarsi, di rimettersi in discussione, di pensare al cambiamento per avvicinare il “sogno” di chi 50 anni fa ha intuito che combattere le cause dell’ingiustizia è il livello della sfida a cui la storia ci chiama”. Questo libro sulla storia della Rete ci restituisce l’immagine di una Rete che non cessa di porsi in ricerca, che pratica il dubbio e l’autocritica, che è disponibile al cambiamento. Quindi una Rete attrezzata per un cammino ancora lungo: per orientarsi nel quale il confronto con la propria storia si rivelerà vitale e fecondo.

Editoriale del numero 105

È una distruzione senza fine. Continuano i raid israeliani sul cielo di Gaza, dal mare e via terra. Un’altra vera guerra contro un popolo inerme. Le terrificanti fotografie e le scene televisive che si possono osservare, indubbiamente non sono che la spia degli orrori che, quotidianamente, vengono perpetrati. Una grande corrente oggi percorre la nostra storia e porta un nome terrificante: guerra!

Ci siamo abituati a pronunciarlo con disinvoltura. La guerra infuria in Medio Oriente, miete vittime, innesta rancori: da noi però giunge solo da uno schermo o da pagine di giornali.

Troppo poco per coinvolgerci fino in fondo.

Troppo poco perché possa influire sulla mentalità ed esigere un balzo che muti i meccanismi che la generano.

Troppo poco da parte degli organismi internazionali che denunciano orrori ma poi come i bambini molto piccoli si coprono gli occhi convinti di nascondersi.

Troppo poco perché guerra è lacerazione: due lembi divisi, irrimediabilmente divisi. E questa lacerazione si allarga alla Madre Terra con tutto l’inquinamento che comporta una guerra: aria, falde acquifere, raccolti distrutti ecc. …

Penso alla Madre Vita, distrutta, indipendentemente dalla religione che si professa. È il crimine più grave. Crimine non colpito da sanzioni di legge quando si riesca a proclamarsi vincitori. Innocenti o aggrediti? Sangue è sangue.

Penso a quell’ulivo piantato nel Giardino della Pace in Vaticano. Non è stata una mossa diplomatica e ancor meno un ingenuo appello, è stato un grido che deve lacerare la nostra coscienza. Non solo quella civica che domanda ai governanti le soluzioni ma comprendere che la nostra coscienza deve cambiare. Il terreno non è il fronte di guerra ma la relazione quotidiana che intessiamo con i nostri vicini. Se saremo in grado di seminare pace, la pace rimbalzerà in tutto il mondo. Quando saremo consapevoli del potere dei nostri pensieri e delle nostre azioni nel microcosmo del nostro vivere, allora saremo anche consapevoli del rimbalzo che potrà sanare e fermare ogni azione di guerra. Troppi interessi dominano il nostro mondo, Basterebbe chiedere di pubblicare e diffondere i bilanci delle industrie belliche, i guadagni che nascono dietro le guerre altrui. Se questa folle corsa agli armamenti continua, sfocerà in un massacro di cui la storia non ha mai visto l’uguale. A tal punto, che se pur ci sarà un vincitore, la vittoria stessa sarà una morte vivente per la Nazione che uscirà vittoriosa.

Nel 2013 il bilancio totale del commercio delle armi ha raggiunto i 1.750 miliardi di dollari. Queste spese per sofisticate armi di aggressione o di difesa potrebbero, sovrabbondantemente, sconfiggere la fame che ormai serpeggia anche nei nostri paesi del Nord ricco, per le difficoltà in cui versiamo.

Il dolore dovrebbe segnarsi indelebilmente su quelle banconote e impedirne l’uso.

La coscienza di chi progetta armi, di chi ne finanzia la produzione -penso alle nostre banche armate- è mai stata attraversata da un dubbio, da un rimorso? Si può distruggere, ammazzare, per far lievitare i loro conti in banca? Papa Francesco ha proclamato con forza che il denaro è lo sterco del diavolo. Che Gesù non aveva una banca? Allora?

Come, in concreto, ognuna e ognuno di noi può impegnarsi contro ciò? Papa Francesco nel Giardino della Pace in Vaticano ha detto con forza che tutto è consegnato nelle mani dei due leader.

Di conseguenza la pace e nelle mani di ognuno di noi. Usiamole.

il Direttore

Due terzi di questo numero contengono gli atti del 25° Convegno della Rete, svoltosi a Rimini dal 25 al 27 aprile scorso, avente per tema: “50 anni di Rete. Il presente della solidarietà tra memoria e futuro”. Di conseguenza questo numero non contiene le consuete rubriche. Alcune sono state trasformate in articoli, dal momento che sviluppano tematiche concrete di queste settimane. E’ ridotto anche il numero dei consueti articoli. Ci scusiamo con i nostri collaboratori.

Benito Fusco

Il bisogno di felicità, consapevolezza e gratitudine

“Lettera aperta ai gio­­vani che diventano adulti, e poi vecchi”. È una specie di lettera aperta questa: faccio finta che coloro che la leggono siano tutti giovani che iniziano ad essere adulti e sono capitati o saliti improvvisamente su un gradino molto più alto della loro età o dentro una storia, anche quotidiana, difficile da comprendere. Non sono un filosofo, seppur mi sforzi di capire e di porre domande alla vita. Sono un frate e, come tale, mi spingo spesso a pensare al futuro oltre quella quota che almeno legittimamente dovrebbe competermi. D’altra parte ritengo che il futuro sia il punto d’arrivo della speranza, perché un cristiano, se tale, dovrebbe avere lo sguardo immerso anche negli orizzonti più lontani o almeno un bel po’ più in là del tempo in cui vive. Ho visto il mondo cambiare in fretta nel corso del mio abbondante mezzo secolo di vita. Anzi, troppo in fretta, e i tempi lenti di quando ero bambino o adolescente appartengono alla nostalgia, perché quasi improvvisamente, poi, il tempo si è messo a correre producendo innovazioni e tecnologie imposte dai soliti poteri forti, che hanno bruciato libertà e relazioni, e inventato nuovi esodi e ciniche perdite di vincoli di molti popoli con le loro terre d’origine. Non solo, si sono aggiunte le prepotenze nuove dei mezzi d’informazione e di formazione, che hanno sì aperto nuove e universali percezioni e impensabili possibilità, ma hanno anche dilatato la distanza e le differenze tra una generazione e l’altra, impoverendone il dialogo ma anche la trasmissione di quei saperi attraverso i quali, tra conflitti e totalitarismi, nel tempo sono stati issati i valori fondanti delle nostre ultime istituzioni. Di più: si sono introdotte modalità e pratiche differenziate per linguaggio, rapporto col tempo, senso di appartenenza, dimensione e consistenza dei nostri percorsi storici. Tutto questo, converrete, ha comportato, e comporterà ancora, rischi notevolmente imprevedibili, di cui è bene essere tutti consapevoli. Però, per voi giovani, tutto questo, anche se da un gradino più in là della vostra età, è vissuto, o lo state sperimentando, proprio nel momento unico della vostra vita in cui tutto dovrebbe far sorridere e stare ben saldi nel vostro presente, nel subito, o nel “quasi a portata di mano” o immediatamente consumabile, ma escluso da ogni prospettiva futura, anche perché la prospettiva di un futuro qualunque vi è stata sottratta sia come opportunità che come visione, lasciandovene solo le ipotesi più buie o impossibili. D’altronde la spensieratezza proprio alla vostra età, è stata ed è considerata una condizione stessa della felicità della vita. Ed è giusto secondo me che sia così, a meno che non sconfini in una frenesia sterile o in un’euforia fine a se stessa e priva di orientamento: che è come fare il girotondo troppo in fretta, e invece del mondo caschiamo noi. C’è, infatti, un problema di ingorgo degli spazi del vivere che prima o poi rischierà di farvi e di farci prigionieri inconsapevoli, e ci chiuderà tutti dentro recinti piccoli e asfissianti, con tempi brevi ma veloci. Occorre pertanto tenere presente, e questo vale per tutti, anche il concetto di limite, che ha ampliato solo virtualmente i propri confini, e al suo interno è necessario ricostruire una matura consapevolezza, mantenendo l’idea di essere unici, irrepetibili e preziosi, insomma di esserci, direbbe qualche filosofo, pur nella finitudine. Sta accadendo, e ce ne rendiamo tutti conto, che anche le tecnologie più sofisticate, checché se ne dica, non percorrono le orme dell’etica, e che non ci faranno diventare più autonomi con un click. Come fosse un semplice cambio di frequenza musicale, e che qualsiasi accidente tecnologico della virtualità, non darà mai automaticamente il sapere, tutt’al più qualche informazione rapida, anche perché il sapere, per eccellenza, ha bisogno di tempo e di esitazioni umane e di esperienze interiori per sedimentarsi. Un esempio banale: a forza di tenere l’automobile sotto il sedere ci siamo accorti o ci accorgeremo che dopo averci portato dove volevamo, in realtà abbiamo girato a vuoto per portarla da qualche parte e poter finalmente scendere, rivelandoci, se ne saremo consapevoli, che la libertà e mobilità che l’automobile ci concedeva, e tuttora ci concede, si è relativizzata, e che cominciamo a pagarla con la stessa materia che invece sembrava farci risparmiare: cioè il tempo. In altre parole, ci accorgeremo che la felicità non viene solo da un avere/possedere o da un essere sballati e fuori da ogni tempo e senso, ma si avvicina a noi, e sta con noi, attraverso un sentire, un costruire, un cercare e un trovare relazioni. La felicità non è neppure un elisir o un composto chimico o un lifting, ma è anch’essa un percorso, un frutto dell’esperienza, una gestione consapevole di spazi e tempi, di relazioni e passioni autentiche, anche se a volte imprevedibili. Ecco, per questo occorre non fare mondo a parte. E occorre non pensare di poter promuovere azioni senza conoscenze adeguate, né di pervenire alla conoscenza senza il tempo del pensare e dell’essere veri: e questa non è morale, ma sapienza del vivere. Per cui la felicità, per quello che ho potuto capirne, è sì un’ondata di leggerezza, ma viene dal massimo di consapevolezza raggiunta, e ha sapori e saperi diversi, intensi. Consapevolezza che viene, ad esempio, dal saper parlare con un vecchio e anche con un bambino, o dal sapere ascoltare cercando di capire “l’altro” fino ad averne un desiderio impaziente; oppure dall’aver goduto di momenti di solitudine ricchi di pensiero e di tenerezza verso se stessi ed ogni cosa che “vive” nel visibile e nell’invisibile, compreso Dio. Ma anche dall’aver coltivato la memoria dei passi nel nostro Paese: da quello piccolo in cui viviamo a quello grande da cui provengono le storie di tutti gli altri, compresi quelli che attraversano, fino a morirne, nei mari. O anche dall’aver saputo rallentare i passi per capire meglio e rispettare i più lenti, ma soprattutto, ed è qui che volevo giungere, dall’aver goduto il senso di gratitudine della nostra minuscola, ma unica storia, e anche di quella grande storia umana che, per un’identica unicità, raccoglierà anche la nostra. Ancora una cosa, per concludere. Avete certamente fatto caso che si parla di più nei cellulari che con quanti ci sono concretamente vicini, e che con le persone più care spesso non ci si riesce a capire, anzi, ci viene da ridere se il nonno non sa usare il bancomat o rimane inebetito di fronte ai certi nuovi linguaggi. E poi, ci siamo forse anche accorti che sempre più spesso si cede in tentazioni di supponenza o alimentiamo le opinioni per sentito dire perché costa troppo fatica cercare, sapere, ascoltare, trasmettere un pensiero vero, nostro solo nostro. Questo per dirvi che la leggerezza che porta sulle sue ali la felicità è suscettibile assai, fino a far tenere a distanza il prossimo e la verità. Ed è suscettibile assai almeno quanto lo è ciascuno di noi per fatti d’amore e d’amicizia. Vi lascio, allora, una descrizione tratta dalla Ciropedea di Senofonte.

Si racconta che nella capitale persiana, verso sera, nella piazza principale della città, aveva luogo la scuola che interessava tutti i cittadini. Sull’area circolare, come fosse un piccolo stadio, essi venivano divisi a spicchi, per età. Nel primo i bambini, di fianco a loro gli adolescenti. Poi gli uomini maturi. Infine i vecchi che chiudevano il cerchio combaciando proprio con i bambini. Le donne non c’erano, e sappiamo il perché, purtroppo. Durante quelle lezioni ognuno era d’esempio al settore più prossimo: tutti imparavano e, insieme, ricordavano. Ebbene, la materia di base che veniva trasmessa era la gratitudine. Principio etico di conoscenza e riconoscenza che non ci fa smettere mai di imparare.

Benito Fusco

Chi sono io per giudicare

C’è un detto africano bello, dice che chi osa puntare il dito contro qualcuno ha almeno tre dita puntate contro di sé, e il pollice un po’ all’insù, che sembra direzionato come l’indice ad accusare, in realtà gli tiene ben ferme quelle tre dita rivolte verso di sé, e maliziosamente punta l’alto. E sono tre dita importanti: il medio, che è il dito più lungo, più esposto, offensivo o gratificante secondo volontà; l’anulare, che è il dito dell’amore fedele, impreziosito d’oro, un dito istituzionale; infine, il mignolo, che è un dito proletario, sfruttato dall’economia delle altre dita, senza potere specifico, e che in amore è anonimo, si accontenta di accompagnare le carezze senza sentire con pienezza, è un dito emarginato, perfino nella lotta, quando la mano impugna pietre, il mignolo sembra escluso, o escludersi, in realtà però fa equilibrio, misura il peso della distanza dal bersaglio, per dare direzione, come le penne timoniere di un uccello.

Di mani piene di pietre da lanciare tutti ce ne intendiamo un po’, anche di bersagli colpiti o mancati. Anche il Vangelo è pieno di mani e di pietre: pietre scartate, pietre vive, e pietre da lanciare. Come le pietre degli anziani e dei farisei, strette in mani pronte a lapidare una donna che ha rubato amore, pietre ispirate dalle mani della legge e della tradizione unite, come sempre, in una coalizione perversa di morale, diritto e religione, preludio di una volontà di esecuzione. Sono pietre cariche di accuse ipocrite e nervose che circoscrivono l’orizzonte della legge ad un unico peccato: quello del più debole, il mignolo dell’umanità, quello di una donna che ha cercato non un amore imposto, non un amore legale, ma l’avventura di un cuore concesso a una notte di passione, o di un cuore sedotto da un amore precario che rivendica una scelta libera, non quello dell’ipocrisia, o di chi rifiuta la verità dei sentimenti per giacere clandestino nei bassifondi di un diritto senza cuore. È una donna condannata da soli uomini, trascinata a forza nel tempio, all’alba, per uno sfregio all’orgoglio della legge di uomini ‘legali’. È lì, quella infelice femmina, in mezzo a quel tempio maschile chiuso alle donne anche solo per pregare, e aspetta l’ingiustizia, perché quello è il tempio degli osservanti, dei conservatori della religione, di quella razza di lapidatori che sanno solo coprire di pietre la vita e il peccato, che non conoscono il tempo di misurarsi con se stessi e con la verità di Dio, non conoscono giustizia, ma solo condanne.

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei: Gesù non getta pietre, vuole che nessun peccato prevalga su un altro peccato, vuole dare spazio alle possibilità di bene che ciascuno può offrire alla vita, annulla l’archivio dei peccati e libera un’amante ferita verso una nuova innocenza, perché solo lui sa che vergini d’amore e di vita non si nasce, ma si diventa. E si china di fronte al peccato, offre la profondità di quella legge vera che non potrà mai esaurirsi in parole di condanna. E scrive per terra parole invisibili, tenerezze nascoste che il vento porterà via per chiamare un amore nuovo che si farà presenza nel respiro dell’umanità liberata; poi si alza, e sta di fronte alla donna, sguardo a sguardo, restituendole la sua dignità e una indicibile bellezza, aprendo strade nuove nel suo deserto e facendole germogliare una cosa nuova: una parola di liberazione che non la giudica; e nella tenerezza del movimento in avanti del suo sguardo le dice: va! e d’ora in poi cammina verso il tuo futuro e non peccare più, evita il peccato degli uomini dal cuore di pietra, riprenditi la vita, scegli il tuo cammino senza cedere te stessa ai piccoli furti d’amore, ma libera l’amore, portami con te nel futuro. Ecco, di Gesù non abbiamo nessuna parola scritta da lui, le uniche sono volate via, sciolte nel vento, oltre i peccati degli uomini della legge, e segnate ai piedi di una donna in attesa di una vita autentica, o di un amore condannato. Le sue parole non pesano come pietre, appartengono al vento, perché lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere, diceva un frate poeta della fantasia di Dio. Poi dice parole che salvano: neanche io ti condanno, perché anch’io ho un peccato, e quindi non ti lancerò pietre. Il mio peccato è di credere in te, donna, per questo mi alzo davanti a te rendendoti importante come se ti attendessi da tempo anch’io, e per affidarti un amore diverso, che nessuno sembra voler capire, e che solo tu ora comprendi, tu che fai cadere anche a me le pietre che mi avevano preparato, tu che mi fai inventare strade nuove per liberarti da ogni peccato, e diventi la mia promessa di futuro e di umanità nuova, tu che sei un dolce peccato redento. Va, ti prego, e aiuta anche la mia chiesa a non peccare più, e proprio tu, che conosci da ora il grande amore che c’è nel peccato liberato, dì alla mia Chiesa che non sia una Chiesa delle pietre, ma Chiesa capace di chinarsi ai piedi di ogni peccato e di rialzarsi davanti a occhi dilatati di nuova luce che sanno vedere, finalmente, che ogni errore è solo una ricerca. E ricordale che nessuno ti ha condannata, nessuno mai ti condannerà, neanch’io, neanche Dio.

Waldemar Boff

Il riposo della terra

Quando la grande tribolazione arriverà, la terra avrà finalmente il suo meritato riposo. Queste riflessioni di Waldemar Boff, che vive con i piccoli produttori rurali nella valle del fiume Surui, nella baixada-pianura alle periferie di Rio de Janeiro e nostro referente del progetto Agua Doce, devono farci riflettere. Lui che gli accompagna nella formazione ecologica e nell’ecologia sociale. Ecco il suo testo. Nessuno conosce con certezza il giorno e l’ora. Il fatto è che già ci stiamo in mezzo, senza accorgercene. Ma che stia venendo, viene, con intensità e precisione sempre crescenti. Quando avverrà la grande svolta, tutto sembrerà una sorpresa. Quantunque esistano dati sicuri sull’inevitabilità dei cambiamenti globali dovuti al clima, con conseguenze che gli scienziati tentano di indovinare, ma che sicuramente saranno anche peggiori, gli interessi economici delle grandi nazioni e la miopia dei loro leaders quanto a tempi lunghi, non gli permettono di prendere le decisioni necessarie per mitigare gli effetti e adattare il loro modo di vita allo stato febbrile della terra. Immaginiamo lo scenario plausibile in cui gli uragani spazzeranno intere regioni. Onde gigantesche ingoieranno città e civiltà, andando a smorzarsi ai piedi delle montagne. Secche prolungate faranno sì che si scambieranno tutte le ricchezze per un semplice bicchiere d’acqua sporca. Caldo e freddo estremi faranno ricordare con nostalgia i racconti dei nonni che parlavano del ponentino, del dolce abbraccio di un focolare negli inverni sempre prevedibili e di frutti maturati al calore del sole d’un’estate generosa. Si mangerà per sopravvivere, sempre poco e di sapore sospetto. Tutto questo non sarà ancora il peggio. La madre, sarà così stanca che non riuscirà a seppellire la figlia e il nipote ammazzerà il nonno per un tozzo di pane. Cani e gatti, amici dell’uomo, saranno oggetto di caccia dappertutto come ultima possibilità di calmare la fame. I vivi invidieranno i morti e non ci sarà chi pianga la morte dei bambini. La fame arriverà a tal punto che, come in Gerusalemme assediata, gli affamati aspetteranno la prossima vittima della morte per disputarne la carne floscia. Il paese sarà devastato e le città diventeranno macerie. Tutto il tempo che sarà oggetto di devastazione, la Terra si riposerà. Ma sarà la fine di tutta la biosfera? No. A causa dei giusti e dei saggi, Dio abbrevierà questi giorni e non decimerà tutta la vita sulla Terra, mantenendo la promessa che aveva fatto nostro padre Noè. Ma è necessario che l’essere umano passi attraverso questa tribolazione per svegliarsi dal suo egocentrismo e riconoscere definitivamente che lui è una parte della comunità di vita e il principale custode della stessa. Che cosa dobbiamo fare per prepararci a questi tempi? Innanzitutto, riconoscere che già ci stiamo vivendo in mezzo. Non sappiamo quando verrà la primavera o l’autunno. Ormai non riusciamo a calcolare i mesi di freddo e di caldo. Non sappiamo più quando verrà la pioggia e quando il sole. In secondo luogo rimaniamo tranquilli e vigilanti, osservando i segnali che indicano l’accelerazione dei processi di cambiamento. E, soprattutto, è imprescindibile convertirsi, cambiare le nostre abitudini di vita, un cambiamento profondo, personale e definitivo. Soltanto allora staremo in condizioni morali di chiedere che gli altri facciano la stessa cosa. Ma come al tempo dei profeti, pochi ascolteranno, alcuni prenderanno in giro e la maggioranza si manterrà indifferente, permettendosi ogni sorta di libertà come al tempo di Noè. Dovremo tornare alle radici, per ricominciare, come tante altre volte ha fatto l’umanità pentita, riconoscendo che siamo soltanto creature e non Creatori, che siamo compagni di viaggio e non padroni della natura; che per la nostra felicità è indispensabile sottometterci alle grandi leggi della vita e udire con attenzione la voce della nostra coscienza. Se ubbidiremo a queste grandi leggi, coglieremo i frutti della Terra e l’allegria dell’anima. Se disubbidiremo, ripristineremo una civiltà come questa che stiamo vivendo, piena di avidità, guerre e tristezze. Per questi tempi di carestia che stanno arrivando, è fondamentale recuperare le antiche arti tecniche di piantare, cogliere, mangiare, occuparsi degli animali e servirsi di loro con rispetto; fare utensili con l’arte e tecnologia locali di selezionare le piante le erbe che curano e i grani che nutrono; di raccogliere per tessere, di preservare le fonti d’acqua, di trovare luoghi appropriati per scavare pozzi e imparare a conservar le acque della pioggia. E iscriversi alla Facoltà di economia di sussistenza, di sobrietà condivisa e di bellezza spogliata. Da questo sapere recuperato e arricchito potrebbe sorgere una civiltà del piacere moderato, una biocivilizzazione, una Terra di buone speranze. Dopo una lunga stagione di lacrime e speranze, supereremo questa stupida guerra di religione, questa intollerabile disputa di Dei. Al di là di profeti di tradizioni, al di là di morali e liturgie, magari torneremo a adorare sotto molteplici nomi e forme, l’unico Creatore di tutte le cose e padre di tutti i viventi, nel grande Spirito che tutto unisce e ispira, abbracciati amorosamente all’unica fraternità universale. E potremo infine organizzare davvero l’unione di tutti i popoli del mondo e un autentico parlamento di tutte le religioni.

Rosinalda Corrêa da Silva Simoni

I delfini argentati

RUBRICA/Racconti dalle americhe

Quando crediamo tutto è possibile, il volo è più tranquillo, le notti sono più illuminate e le acque, ah le acque, loro ci portano sempre dove vogliamo. Infatti, chi fa soffiare il vento siamo noi, con il nostro desiderio di arrivare. Ed è stato questo desiderio a portare i nostri amici Yagan e Uaia fino alla Terra del Fuoco e, giunti là, all’incontro con la grande madre Haúsi che tanto insegnò ai nostri amici sul suo popolo, gli Yamana, e sul mondo. Spinti dalle storie di Haúsi, Yagan e Uaia si imbarcarono in una nuova avventura in direzione della terra dei pinguini. A bordo di una piccola barca, uscirono in mare prima del sole, per evitare le grandi maree, e furono seguiti per molto tempo dai delfini argentati, con i loro giochi di salti e acrobazie, e che al sorgere del sole brillavano tanto da accecarli. Mentre la barca proseguiva, guidata dal vento dei pensieri, Yagan e Uaia ricordavano l’ultima storia raccontata dalla grande madre. I nostri amici avevano già navigato molto quando scese la notte ma ancora non c’era segnale di terra. Solo una fascia scura all’orizzonte si approssimava, e loro pensarono che fosse la costa dei pinguini descritta in tanti racconti. Di notte furono contemplati da una luna senza uguali, c’erano momenti in cui non riuscivano a separare il mare dalla luna, la luna dal mare, e quella visione portava molta pace, tanto che i due si addormentarono alla luce della luna e del fuoco che sempre ardeva dentro la barca. Era tutto molto magico. Fino a che… Fino a che il silenzio non fu interrotto da un ronzio che divenne rombo. Sembrava il vento soffiando e il mare rispondendo, allo stesso tempo. Afuááááááááá, Afuáááááááááá!!!!! Questo rumore fu seguito da una grande onda e, prima che Yagan e Uaia riuscissero a mettersi in piedi, la barca si rovesciò e loro caddero in quell’acqua gelida, ma così gelida che sembrava tagliasse la pelle. Le giubbe di pelle di guanaco si inzupparono di acqua, divennero all’improvviso pesanti e, benché i due fossero riusciti a tenersi per mano, non riuscirono a mantenersi a galla e vennero come risucchiati dentro il mare per il peso del vestiario e dell’acqua. Quelle acque che avevano tanto affascinato i nostri amici ora parevano capaci di imprigionarli per sempre. I loro pensieri, che già si volgevano al grande passaggio, furono interrotti da un suono che ricordava un canto e che in breve divenne assordante, anche per il fatto che lo ascoltavano dentro l’acqua. Percepirono allora che quello era il suono che stavano udendo prima che la barca si rovesciasse e capirono che quella fascia scura che stavano avvistando da lontano non era la terra, bensì un branco di balene franche australi, e il suono il loro richiamo. Le balene passano per quei mari gelidi con i loro cuccioli, belli e dolci ma già così grossi da riuscire, mentre giocano fra di loro, a danneggiare e rovesciare le piccole imbarcazioni che incrociano il loro cammino festoso di cuccioli giganti. Ma Yagan e Uaia, anche se adesso avevano capito cosa era successo, stavano affondando sempre di più e pensarono, di nuovo, a tutto quello che avevano visto e vissuto in quelle terre dure, fredde ma così magiche. Nelle loro menti vollero che il ricordo con cui lasciare questo mondo fosse quello dei brillanti delfini argentati, e così si addormentarono. Ma ecco che la magia, ancora una volta, accadde. Lo scuro delle acque lasciò piano piano il posto ad un brillio argentato. Erano i delfini! I delfini hanno il naso molto lungo e sottile, ed è grazie a questo che riuscirono a salvare i nostri amici: i delfini collocarono la punta del naso dentro le giubbe inzuppate e tirarono verso l’alto, nuotando fino a giungere in superficie. Poi i delfini nuotarono e nuotarono, fino ad arrivare alla costa, e lasciarono Yagan e Uaia sulla spiaggia, ancora addormentati. Più tardi il sole apparve, i nostri amici avventurieri sentirono un piacevole calore sul viso e, aprendo gli occhi, si videro circondati da una miriade di pinguini che li guardavano da vicino come se volessero dare il loro benvenuto. Ce l’avevano fatta, erano nella terra dei pinguini! Che creature carine e dolci! Ce n’erano di grandi, piccoli, scuri, argentati, gialli e perfino uno, molto grosso, con una specie di ciuffo rosso. I nostri amici si sentivano ormai a casa nella terra degli Yamana, e là avrebbero vissuto per molti anni. Ma adesso era il momento di apprendere ancora cose nuove, convivendo con i pinguini nel quotidiano di quel paradiso naturale. Quanto ai delfini argentati, essi arrivavano tutte le mattine, per nuotare un poco vicino ai nostri amici. E Yagan e Uaia erano felici e orgogliosi per il privilegio di essere stati salvati dai delfini, le creature magiche della Terra del Fuoco.

Editoriale del numero 104

Tutti noi abbiamo lottato in questi anni, inutilmente, per riportare la finanza, che intanto asserviva a sé la politica, al servizio dell’economia produttiva. Purtroppo i governi tutti, invece, l’hanno lasciata espandere e dotarsi di un vero arsenale finanziario. Dalle transazioni allo scoperto alle scommesse sul futuro andamento di società e enti; dai titoli che salgono se la borsa cade all’ascolto dato alle società di rating nonostante le loro plateali dimostrazioni di incapacità e faziosità. Deve essere netta e chiara la condanna del neo-liberismo, principale artefice della crisi attuale e ancora fortemente presente nelle idee e nei progetti di grande parte dei politici attuali. Di conseguenza dobbiamo lavorare per contrastare l’attuale economia di esclusione e di disuguaglianza, se si vuole assicurare il benessere economico di tutti i paesi. Economia, come indica la stessa parola, che dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune, il mondo intero. Appunto, la globalizzazione della solidarietà e non dell’egoismo, che ha promosso la cultura dello scarto, nella quale gli esclusi non sono solo degli sfruttati, ma veri rifiuti, avanzi, a tal punto da non essere nemmeno contabilizzati. Non prestabiliamo chi incontrare ma rendiamoci prossimo di ogni persona che incontriamo. Non avviciniamo le persone perché sono nel bisogno ma andiamo loro incontro perché, sono persone. Dobbiamo avere la volontà di metterci in relazione, come ci ricordava al nostro convegno nazionale, Waldemar Boff. L’ideologia attuale che difende l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria non lascia nessuno spazio a giustificazioni politiche. Sappiamo che viviamo nel tempo del travestimento etico del male, dove dall’etica siamo passati all’estetica. Viviamo il tempo della seduzione di massa, non della partecipazione. Dobbiamo lavorare per riportare la giustizia come misura minima per ogni persona. Diffondere la convinzione che lo stato sociale é la forma più alta di democrazia. Che la democrazia non è una serie di regole, ma uno stile di vita minimo per tutta l’umanità. Tutto ciò ci invita a prendere coscienza che la politica non si può delegare. A Davos in Svizzera, dove i grandi si riuniscono ogni gennaio, l’Ong Oxfam ha distribuito un documento in cui denunciava che le 87 persone più ricche del mondo, posseggono denaro e ricchezze quanto la metà della popolazione mondiale: tre miliardi e mezzo di persone. Che dire? Non c’è dubbio, il denaro è diventato un idolo, si è trasformato nel fine ultimo di ogni azione e ha smarrito l’uomo. Penso ai molti uomini e donne che vivono in strada che incontro spesso nei miei viaggi in Italia e all’estero. Non amano la luce, forse perché i loro corpi non fanno ombra, come fantasmi sono attraversati dagli sguardi senza essere visti. Forse perché hanno vergogna di trascinarsi in mezzo agli altri, pesanti e infagottati di stracci, carichi dei loro preziosi sacchetti con qualche pezzo di cibo e, più facilmente un cartone di vino in Italia, o di cachaça in Brasile, buone a scaldare d’inverno e a intossicare sangue e memoria tutto l’anno. Vite prive di progetti, di cose, oltre che di case; non hanno nulla che li tenga fermi in un posto, che non sia una panchina più riparata o un viadotto. Vite di strada e di notte. Vite di uomini e, sempre di più di donne; di anziani ma, sempre più spesso anche di giovani. E noi?

Il Direttore

Il premio di minoranza

Rocco Artifoni

Mi hanno insegnato che la Costituzione è anche una tecnica di limitazione del potere. Serve ad evitare gli abusi di ogni potere. Per questa ragione è stata teorizzata la divisione dei poteri, evitando che troppo potere stia in un’unica autorità. Inoltre la Costituzione serve a tutelare i diritti di ogni cittadino e di ogni minoranza, per evitare la “tirannia” delle maggioranze. Infatti anche il popolo può esercitare la propria sovranità soltanto nei limiti e nelle forme previste dalla Costituzione (art. 1). Se questi sono gli scopi di una Costituzione, anche la legge elettorale dovrebbe tenerne conto, anzi, dovrebbe essere espressione di questa cultura costituzionale, che sta dalla parte del più debole e non del più forte. In questa prospettiva si colloca ad esempio l’art. 57 della Costituzione, stabilendo che ogni Regione abbia un numero minimo di seggi senatoriali, anche se non spetterebbero sulla base di un mero calcolo proporzionale in relazione agli abitanti o ai votanti. Questo per dare voce in modo significativo ad ogni territorio, dando più forza a chi ha meno possibilità di essere ascoltato. In questo senso va anche l’ultimo comma dell’art. 5 della Costituzione, nel quale si dice che la Repubblica “adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Nel sistema elettorale per il Parlamento Europeo questa logica di promuovere i Paesi minori è ancora più enfatizzata. Ad esempio a Malta, che ha una popolazione inferiore al mezzo milione di cittadini, spettano comunque 6 seggi europei, mentre la Germania, che ha una popolazione 200 volte più numerosa, ha diritto a 96 seggi (cioè soltanto 16 volte quelli di Malta). In altre parole l’Unione Europea adotta il principio della “proporzionalità regressiva”, teso a favorire la rappresentanza dei più piccoli, sfavorendo di conseguenza i più grandi e potenti. Nelle discussioni che da decenni si tengono in Italia sulle riforme elettorali non vi è traccia di questa preoccupazione costituzionale e scelta europea di dare più spazio a chi ne ha di meno. Spesso tra le forze politiche si fa a gara tra chi vuole alzare di più l’asticella, cioè la soglia per entrare in Parlamento. Inoltre, la maggior parte dei politici attuali sono sostenitori di un sistema maggioritario, con una minoranza che preferirebbe il metodo proporzionale. Finora nessuno ha proposto un sistema elettorale con un premio di minoranza. Eppure, in Parlamento dovrebbero trovare adeguato spazio tutte le istanze affinché si possano confrontare alla ricerca del bene comune. Se la legge impedisce anche soltanto ad una minoranza territoriale, linguistica, culturale, sociale o politica di avere una significativa rappresentazione nel luogo in cui si prendono le decisioni che riguardano tutti, si realizza una democrazia limitata, una comunità ridotta, un cittadinanza incompleta. Gustavo Zagrebelsky -già presidente della Corte Costituzionale- nel suo libro “Imparare la democrazia” scrive: «In democrazia nessuna deliberazione ha a che vedere con la ragione o il torto, la verità o l’errore. Non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno. L’essenza della politica democratica, sta di solito non nella maggioranza, ma nelle minoranze che fanno loro il motto “non seguire la maggioranza nel compiere il male”». Anche per queste ragioni un buon sistema elettorale in una prospettiva di democrazia costituzionale e di convivenza civile, dovrebbe tendere a dare più spazio alle minoranze di ogni genere, premiando la rappresentanza dei più deboli e dei più piccoli. Cioè esattamente il contrario di quello che si è fatto negli ultimi 20 anni in Italia, nei quali sono state alzate le soglie di sbarramento per essere eletti sia al Parlamento italiano che a quello europeo e sono stati introdotti sistemi maggioritari o premi di maggioranza per i gruppi politici più votati. Nelle motivazioni dell’ordinanza della Corte di Cassazione del 17 maggio 2013, che ha sollevato questioni di legittimità costituzione della legge elettorale vigente e poi confermate dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 13 gennaio 2014, si spiega: «Tali disposizioni, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica». Chi è favorevole a leggi elettorali maggioritarie, che attraverso diversi sistemi fanno diventare maggioranza la principale tra le minoranze, presuppone che sia meglio che in Parlamento ci sia una maggioranza omogenea. Ma questo presupposto -secondo le motivazioni della Corte- è infondato: «Il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio di maggioranza, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano». Eventualità che di fatto si è sempre realizzata, in modo ancor più evidente dopo le ultime elezioni politiche del 2013. In realtà, la censura della Corte Costituzionale nei confronti del cosiddetto “porcellum” va oltre: «In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente». I rilievi della Corte non stupiscono. Sarebbe bastato ascoltare quanto affermato già nel 1995 relativamente all’introduzione in Italia di una legge elettorale tendenzialmente maggioritaria (il cosiddetto “mattarellum”) da Giuseppe Dossetti, uno dei padri costituenti: «la riforma elettorale è stata assolutamente incompleta, mentre, per sé, poteva benissimo (e lo può ancora, sebbene tardivamente) essere completata con alcuni accorgimenti che l’avrebbero resa compatibile con la vigente Costituzione: soprattutto nella linea delle garanzie aggiuntive a tutela delle minoranze elette (che talvolta possono addirittura corrispondere, invece, a una maggioranza dell’elettorato)». Per queste motivazioni Dossetti propose -purtroppo senza successo- l’introduzione di «maggioranze rafforzate per l’adozione dei regolamenti delle Camere, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la nomina dei Giudici costituzionali, per l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e infine – assolutamente fondamentale – per le proposte di revisione costituzionale a tenore dell’art. 138 della vigente Costituzione». C’è anche da chiedersi per quale ragione rafforzare artificialmente una fazione (già forte) dovrebbe essere un vantaggio per la collettività? La conseguenza è che le altri parti politiche, teoricamente confinate all’opposizione, si sentiranno escluse a priori dalle decisioni, poiché probabilmente ignorate o poco considerate da chi detiene i numeri della maggioranza e non si sente obbligato al dialogo con le minoranze. Più un sistema elettorale è maggioritario e più tende a diventare un ostacolo per un confronto parlamentare più collegiale e per una più ampia condivisione delle scelte legislative. Le ragioni che di solito vengono addotte per giustificare gli sbarramenti e i premi di maggioranza consistono nell’evitare la proliferazione dei partiti e nel cercare di costruire un sistema politico bipolare. A parte che negli ultimi due decenni il numero dei partiti in Italia non è diminuito e che il quadro politico italiano è sempre meno bipolare (ma non casualmente non è bipolare in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, ecc.), bisognerebbe spiegare perché per principio cinque partiti dovrebbero essere meglio di sei o sette e perché due coalizioni sarebbero meglio di tre o quattro. In un sistema democratico non sarebbe invece più opportuno e più interessante disporre di più alternative sia come partiti che come coalizioni? Il cittadino elettore, avendo più possibilità, dovrebbe sentirsi più vicino ai rappresentanti che ha scelto. Se “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67 Costituzione), i partiti dovrebbero essere lo strumento per proporre ai cittadini elettori i migliori candidati possibili, che una volta eletti dovrebbero prendere le proprie decisioni in coscienza e non dipendere più dai partiti o dalle coalizioni d’origine. Le forze politiche dovrebbero aiutare i cittadini a scegliere i più saggi, possibilmente utilizzando anche sistemi di selezione diretta come le “primarie”, ma poi -una volta assegnati i seggi- dovrebbero fare un passo indietro. Gli eletti devono rappresentare anzitutto gli elettori e non il partito che li ha candidati. La partitocrazia non è prevista tra i poteri costituzionali. Anche per questa ragione le leggi elettorali con liste di candidati bloccate (i cosiddetti “porcellum” e “mattarellum”) sono palesemente in contrasto con lo spirito democratico costituzionale.

Gli eletti, pur avendo evidentemente un’idea e un programma politico, dovrebbero essere tutti indipendenti, disponibili a votare in coscienza a favore o contro una determinata proposta di legge, dopo un reale confronto parlamentare. Si chiama appunto “parlamento”, poiché si presuppone che tutti siano presenti e attenti, che si parli e che si ascolti ogni rappresentante del popolo (all’opposto di quanto accade spesso nel Parlamento italiano con aule quasi vuote e deputati o senatori alquanto distratti). Di conseguenza, non dovrebbero esistere maggioranze prestabilite per ogni decisione da assumere, perché è dal dibattito tra gli eletti che dovrebbero affinarsi ed emergere le intenzioni di voto. Il Governo “deve avere la fiducia delle Camere” (art. 95 Costituzione), ma è impensabile e insensato che ogni legge debba essere approvata dalla maggioranza che sostiene l’esecutivo o addirittura direttamente dal Governo. Sta scritto anche nella Costituzione: “il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non implica obbligo di dimissioni” (art. 94). A questo punto bisogna chiarire un aspetto, che pure dovrebbe essere chiarissimo, ma di fatto non lo è. Quando si vota per il Parlamento -italiano o europeo- si eleggono i rappresentanti del popolo che hanno il compito di predisporre le leggi. Non si vota per eleggere il governo ma i parlamentari. Non si sceglie il potere esecutivo ma quello legislativo. La prassi -purtroppo ormai consolidata- che sia il Governo a predisporre e far approvare la maggior parte delle leggi, spesso ponendo il Parlamento sotto il ripetuto ricatto del voto di fiducia, costituisce una grave ferita nel tessuto democratico della divisione dei poteri. È compito del Parlamento approvare le leggi, mentre il Governo dovrebbe occuparsi dello loro piena attuazione (si chiama -appunto- esecutivo). Le eventuali riforme -e a maggior ragione quelle costituzionali- non sono materia governativa, ma parlamentare. Non spetta al Governo cambiare le leggi, magari attraverso l’abuso di Decreti Legge e Legislativi. Nella Costituzione il Governo è costituito da tre elementi: il Consiglio dei ministri, la Pubblica amministrazione e gli Organi ausiliari. Di conseguenza il Governo non è esclusivamente un potere politico, ma è anzitutto l’apparato amministrativo del Paese, che fornisce servizi al cittadino. Certamente il Consiglio dei Ministri ha un ruolo anche di coordinamento dell’azione politica, ma spesso questo compito è stato sopravvalutato. I cosiddetti governi tecnici (per esempio: Ciampi, Dini, Monti) per certi aspetti dovrebbero costituire la regola e non l’eccezione. Comunque, chi sostiene che i governi tecnici non siano legittimati dal voto democratico, non sa quello che dice. Il popolo italiano non vota mai per il Governo, ma sempre per il Parlamento. La distinzione netta tra Governo e Parlamento, che rappresentano due poteri distinti, è chiaramente delineata nell’Ordinamento della Repubblica, cioè nella seconda parte della Costituzione. Di conseguenza la commistione tra chi approva le leggi e chi governa il Paese dovrebbe preoccupare tutti i sinceri democratici. Montesquieu, considerato tra i padri dei moderni stati democratici, ha scritto: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro». Parole purtroppo quasi sempre ignorate. Resta il fatto che la già citata sentenza della Corte Costituzionale sul “porcellum” ha stabilito alcuni punti fermi. Il sistema elettorale deve garantire al cittadino di esercitare il diritto di voto secondo i principi costituzionali, in particolare indicati negli articoli 48, 56 e 58, cioè in modo libero, personale, diretto ed eguale. E non può essere libero e diretto con le liste bloccate e gli eletti prestabiliti dai partiti, non può essere personale con elenchi troppo lunghi di candidati che è impossibile conoscere, non può essere eguale se a percentuali simili di voti corrispondono quantità di seggi molto diverse per le alterazioni del premio di maggioranza. Tutto ciò dovrebbe far riflettere anzitutto chi oggi -spesso con grande superficialità- si pone l’obiettivo di riformare le nostre istituzioni con una nuova legge elettorale e con profonde modifiche costituzionali. La manifesta inadeguatezza della classe politica degli ultimi due decenni nel mettere mano a queste materie dovrebbe sconsigliare ogni ulteriore avventura. Con l’aggravante che l’attuale Parlamento -pur essendo stato riconosciuto legittimo dalla Consulta per garantire la continuità istituzionale- è stato eletto attraverso una legge considerata incostituzionale in diversi punti rilevanti. Ciò rende quanto meno inopportuno un intervento legislativo sostanziale sulle attuali “regole del gioco” democratico. Come scriveva Dossetti : «Non lasciatevi neppure turbare da un certo rumore confuso di fondo, che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché, se mai, è proprio nei momenti di confusione o di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono la loro funzione più vera: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e di chiarimento». Ma è proprio questa cultura costituzionale ad essere carente nei cittadini e nella classe politica italiana di oggi. L’incapacità reale di proporre e attuare politiche incisive, capaci di indirizzare la società verso il bene comune, viene spesso mascherata con il capro espiatorio della Costituzione che non consentirebbe scelte politiche più efficienti. Si tratta di affermazioni senza fondamento e mai dimostrate, che però a forza di essere ripetute rischiano di diventare pregiudizio diffuso. Di solito questi fautori delle riforme istituzionali sono gli stessi che si prodigano a cambiare legge elettorale a seconda delle convenienze del momento. Periodicamente sembra che la legge elettorale sia caduta dal cielo e che tutti l’abbiano subita. Nessuno che ammetta gli errori palesemente fatti nell’approvare leggi elettorali con evidenti profili di incostituzionalità. Finché la maggioranza degli italiani continuerà a votare questi politici così poco responsabili e capaci, non dobbiamo aspettarci novità positive. Anche per questo continuiamo -come Zagrebelsky ci insegna- a confidare nelle minoranze più oneste, che sono il vero “sale” della democrazia.