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Benito Fusco

Il bisogno di felicità, consapevolezza e gratitudine

“Lettera aperta ai gio­­vani che diventano adulti, e poi vecchi”. È una specie di lettera aperta questa: faccio finta che coloro che la leggono siano tutti giovani che iniziano ad essere adulti e sono capitati o saliti improvvisamente su un gradino molto più alto della loro età o dentro una storia, anche quotidiana, difficile da comprendere. Non sono un filosofo, seppur mi sforzi di capire e di porre domande alla vita. Sono un frate e, come tale, mi spingo spesso a pensare al futuro oltre quella quota che almeno legittimamente dovrebbe competermi. D’altra parte ritengo che il futuro sia il punto d’arrivo della speranza, perché un cristiano, se tale, dovrebbe avere lo sguardo immerso anche negli orizzonti più lontani o almeno un bel po’ più in là del tempo in cui vive. Ho visto il mondo cambiare in fretta nel corso del mio abbondante mezzo secolo di vita. Anzi, troppo in fretta, e i tempi lenti di quando ero bambino o adolescente appartengono alla nostalgia, perché quasi improvvisamente, poi, il tempo si è messo a correre producendo innovazioni e tecnologie imposte dai soliti poteri forti, che hanno bruciato libertà e relazioni, e inventato nuovi esodi e ciniche perdite di vincoli di molti popoli con le loro terre d’origine. Non solo, si sono aggiunte le prepotenze nuove dei mezzi d’informazione e di formazione, che hanno sì aperto nuove e universali percezioni e impensabili possibilità, ma hanno anche dilatato la distanza e le differenze tra una generazione e l’altra, impoverendone il dialogo ma anche la trasmissione di quei saperi attraverso i quali, tra conflitti e totalitarismi, nel tempo sono stati issati i valori fondanti delle nostre ultime istituzioni. Di più: si sono introdotte modalità e pratiche differenziate per linguaggio, rapporto col tempo, senso di appartenenza, dimensione e consistenza dei nostri percorsi storici. Tutto questo, converrete, ha comportato, e comporterà ancora, rischi notevolmente imprevedibili, di cui è bene essere tutti consapevoli. Però, per voi giovani, tutto questo, anche se da un gradino più in là della vostra età, è vissuto, o lo state sperimentando, proprio nel momento unico della vostra vita in cui tutto dovrebbe far sorridere e stare ben saldi nel vostro presente, nel subito, o nel “quasi a portata di mano” o immediatamente consumabile, ma escluso da ogni prospettiva futura, anche perché la prospettiva di un futuro qualunque vi è stata sottratta sia come opportunità che come visione, lasciandovene solo le ipotesi più buie o impossibili. D’altronde la spensieratezza proprio alla vostra età, è stata ed è considerata una condizione stessa della felicità della vita. Ed è giusto secondo me che sia così, a meno che non sconfini in una frenesia sterile o in un’euforia fine a se stessa e priva di orientamento: che è come fare il girotondo troppo in fretta, e invece del mondo caschiamo noi. C’è, infatti, un problema di ingorgo degli spazi del vivere che prima o poi rischierà di farvi e di farci prigionieri inconsapevoli, e ci chiuderà tutti dentro recinti piccoli e asfissianti, con tempi brevi ma veloci. Occorre pertanto tenere presente, e questo vale per tutti, anche il concetto di limite, che ha ampliato solo virtualmente i propri confini, e al suo interno è necessario ricostruire una matura consapevolezza, mantenendo l’idea di essere unici, irrepetibili e preziosi, insomma di esserci, direbbe qualche filosofo, pur nella finitudine. Sta accadendo, e ce ne rendiamo tutti conto, che anche le tecnologie più sofisticate, checché se ne dica, non percorrono le orme dell’etica, e che non ci faranno diventare più autonomi con un click. Come fosse un semplice cambio di frequenza musicale, e che qualsiasi accidente tecnologico della virtualità, non darà mai automaticamente il sapere, tutt’al più qualche informazione rapida, anche perché il sapere, per eccellenza, ha bisogno di tempo e di esitazioni umane e di esperienze interiori per sedimentarsi. Un esempio banale: a forza di tenere l’automobile sotto il sedere ci siamo accorti o ci accorgeremo che dopo averci portato dove volevamo, in realtà abbiamo girato a vuoto per portarla da qualche parte e poter finalmente scendere, rivelandoci, se ne saremo consapevoli, che la libertà e mobilità che l’automobile ci concedeva, e tuttora ci concede, si è relativizzata, e che cominciamo a pagarla con la stessa materia che invece sembrava farci risparmiare: cioè il tempo. In altre parole, ci accorgeremo che la felicità non viene solo da un avere/possedere o da un essere sballati e fuori da ogni tempo e senso, ma si avvicina a noi, e sta con noi, attraverso un sentire, un costruire, un cercare e un trovare relazioni. La felicità non è neppure un elisir o un composto chimico o un lifting, ma è anch’essa un percorso, un frutto dell’esperienza, una gestione consapevole di spazi e tempi, di relazioni e passioni autentiche, anche se a volte imprevedibili. Ecco, per questo occorre non fare mondo a parte. E occorre non pensare di poter promuovere azioni senza conoscenze adeguate, né di pervenire alla conoscenza senza il tempo del pensare e dell’essere veri: e questa non è morale, ma sapienza del vivere. Per cui la felicità, per quello che ho potuto capirne, è sì un’ondata di leggerezza, ma viene dal massimo di consapevolezza raggiunta, e ha sapori e saperi diversi, intensi. Consapevolezza che viene, ad esempio, dal saper parlare con un vecchio e anche con un bambino, o dal sapere ascoltare cercando di capire “l’altro” fino ad averne un desiderio impaziente; oppure dall’aver goduto di momenti di solitudine ricchi di pensiero e di tenerezza verso se stessi ed ogni cosa che “vive” nel visibile e nell’invisibile, compreso Dio. Ma anche dall’aver coltivato la memoria dei passi nel nostro Paese: da quello piccolo in cui viviamo a quello grande da cui provengono le storie di tutti gli altri, compresi quelli che attraversano, fino a morirne, nei mari. O anche dall’aver saputo rallentare i passi per capire meglio e rispettare i più lenti, ma soprattutto, ed è qui che volevo giungere, dall’aver goduto il senso di gratitudine della nostra minuscola, ma unica storia, e anche di quella grande storia umana che, per un’identica unicità, raccoglierà anche la nostra. Ancora una cosa, per concludere. Avete certamente fatto caso che si parla di più nei cellulari che con quanti ci sono concretamente vicini, e che con le persone più care spesso non ci si riesce a capire, anzi, ci viene da ridere se il nonno non sa usare il bancomat o rimane inebetito di fronte ai certi nuovi linguaggi. E poi, ci siamo forse anche accorti che sempre più spesso si cede in tentazioni di supponenza o alimentiamo le opinioni per sentito dire perché costa troppo fatica cercare, sapere, ascoltare, trasmettere un pensiero vero, nostro solo nostro. Questo per dirvi che la leggerezza che porta sulle sue ali la felicità è suscettibile assai, fino a far tenere a distanza il prossimo e la verità. Ed è suscettibile assai almeno quanto lo è ciascuno di noi per fatti d’amore e d’amicizia. Vi lascio, allora, una descrizione tratta dalla Ciropedea di Senofonte.

Si racconta che nella capitale persiana, verso sera, nella piazza principale della città, aveva luogo la scuola che interessava tutti i cittadini. Sull’area circolare, come fosse un piccolo stadio, essi venivano divisi a spicchi, per età. Nel primo i bambini, di fianco a loro gli adolescenti. Poi gli uomini maturi. Infine i vecchi che chiudevano il cerchio combaciando proprio con i bambini. Le donne non c’erano, e sappiamo il perché, purtroppo. Durante quelle lezioni ognuno era d’esempio al settore più prossimo: tutti imparavano e, insieme, ricordavano. Ebbene, la materia di base che veniva trasmessa era la gratitudine. Principio etico di conoscenza e riconoscenza che non ci fa smettere mai di imparare.

Benito Fusco

Chi sono io per giudicare

C’è un detto africano bello, dice che chi osa puntare il dito contro qualcuno ha almeno tre dita puntate contro di sé, e il pollice un po’ all’insù, che sembra direzionato come l’indice ad accusare, in realtà gli tiene ben ferme quelle tre dita rivolte verso di sé, e maliziosamente punta l’alto. E sono tre dita importanti: il medio, che è il dito più lungo, più esposto, offensivo o gratificante secondo volontà; l’anulare, che è il dito dell’amore fedele, impreziosito d’oro, un dito istituzionale; infine, il mignolo, che è un dito proletario, sfruttato dall’economia delle altre dita, senza potere specifico, e che in amore è anonimo, si accontenta di accompagnare le carezze senza sentire con pienezza, è un dito emarginato, perfino nella lotta, quando la mano impugna pietre, il mignolo sembra escluso, o escludersi, in realtà però fa equilibrio, misura il peso della distanza dal bersaglio, per dare direzione, come le penne timoniere di un uccello.

Di mani piene di pietre da lanciare tutti ce ne intendiamo un po’, anche di bersagli colpiti o mancati. Anche il Vangelo è pieno di mani e di pietre: pietre scartate, pietre vive, e pietre da lanciare. Come le pietre degli anziani e dei farisei, strette in mani pronte a lapidare una donna che ha rubato amore, pietre ispirate dalle mani della legge e della tradizione unite, come sempre, in una coalizione perversa di morale, diritto e religione, preludio di una volontà di esecuzione. Sono pietre cariche di accuse ipocrite e nervose che circoscrivono l’orizzonte della legge ad un unico peccato: quello del più debole, il mignolo dell’umanità, quello di una donna che ha cercato non un amore imposto, non un amore legale, ma l’avventura di un cuore concesso a una notte di passione, o di un cuore sedotto da un amore precario che rivendica una scelta libera, non quello dell’ipocrisia, o di chi rifiuta la verità dei sentimenti per giacere clandestino nei bassifondi di un diritto senza cuore. È una donna condannata da soli uomini, trascinata a forza nel tempio, all’alba, per uno sfregio all’orgoglio della legge di uomini ‘legali’. È lì, quella infelice femmina, in mezzo a quel tempio maschile chiuso alle donne anche solo per pregare, e aspetta l’ingiustizia, perché quello è il tempio degli osservanti, dei conservatori della religione, di quella razza di lapidatori che sanno solo coprire di pietre la vita e il peccato, che non conoscono il tempo di misurarsi con se stessi e con la verità di Dio, non conoscono giustizia, ma solo condanne.

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei: Gesù non getta pietre, vuole che nessun peccato prevalga su un altro peccato, vuole dare spazio alle possibilità di bene che ciascuno può offrire alla vita, annulla l’archivio dei peccati e libera un’amante ferita verso una nuova innocenza, perché solo lui sa che vergini d’amore e di vita non si nasce, ma si diventa. E si china di fronte al peccato, offre la profondità di quella legge vera che non potrà mai esaurirsi in parole di condanna. E scrive per terra parole invisibili, tenerezze nascoste che il vento porterà via per chiamare un amore nuovo che si farà presenza nel respiro dell’umanità liberata; poi si alza, e sta di fronte alla donna, sguardo a sguardo, restituendole la sua dignità e una indicibile bellezza, aprendo strade nuove nel suo deserto e facendole germogliare una cosa nuova: una parola di liberazione che non la giudica; e nella tenerezza del movimento in avanti del suo sguardo le dice: va! e d’ora in poi cammina verso il tuo futuro e non peccare più, evita il peccato degli uomini dal cuore di pietra, riprenditi la vita, scegli il tuo cammino senza cedere te stessa ai piccoli furti d’amore, ma libera l’amore, portami con te nel futuro. Ecco, di Gesù non abbiamo nessuna parola scritta da lui, le uniche sono volate via, sciolte nel vento, oltre i peccati degli uomini della legge, e segnate ai piedi di una donna in attesa di una vita autentica, o di un amore condannato. Le sue parole non pesano come pietre, appartengono al vento, perché lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere, diceva un frate poeta della fantasia di Dio. Poi dice parole che salvano: neanche io ti condanno, perché anch’io ho un peccato, e quindi non ti lancerò pietre. Il mio peccato è di credere in te, donna, per questo mi alzo davanti a te rendendoti importante come se ti attendessi da tempo anch’io, e per affidarti un amore diverso, che nessuno sembra voler capire, e che solo tu ora comprendi, tu che fai cadere anche a me le pietre che mi avevano preparato, tu che mi fai inventare strade nuove per liberarti da ogni peccato, e diventi la mia promessa di futuro e di umanità nuova, tu che sei un dolce peccato redento. Va, ti prego, e aiuta anche la mia chiesa a non peccare più, e proprio tu, che conosci da ora il grande amore che c’è nel peccato liberato, dì alla mia Chiesa che non sia una Chiesa delle pietre, ma Chiesa capace di chinarsi ai piedi di ogni peccato e di rialzarsi davanti a occhi dilatati di nuova luce che sanno vedere, finalmente, che ogni errore è solo una ricerca. E ricordale che nessuno ti ha condannata, nessuno mai ti condannerà, neanch’io, neanche Dio.

Waldemar Boff

Il riposo della terra

Quando la grande tribolazione arriverà, la terra avrà finalmente il suo meritato riposo. Queste riflessioni di Waldemar Boff, che vive con i piccoli produttori rurali nella valle del fiume Surui, nella baixada-pianura alle periferie di Rio de Janeiro e nostro referente del progetto Agua Doce, devono farci riflettere. Lui che gli accompagna nella formazione ecologica e nell’ecologia sociale. Ecco il suo testo. Nessuno conosce con certezza il giorno e l’ora. Il fatto è che già ci stiamo in mezzo, senza accorgercene. Ma che stia venendo, viene, con intensità e precisione sempre crescenti. Quando avverrà la grande svolta, tutto sembrerà una sorpresa. Quantunque esistano dati sicuri sull’inevitabilità dei cambiamenti globali dovuti al clima, con conseguenze che gli scienziati tentano di indovinare, ma che sicuramente saranno anche peggiori, gli interessi economici delle grandi nazioni e la miopia dei loro leaders quanto a tempi lunghi, non gli permettono di prendere le decisioni necessarie per mitigare gli effetti e adattare il loro modo di vita allo stato febbrile della terra. Immaginiamo lo scenario plausibile in cui gli uragani spazzeranno intere regioni. Onde gigantesche ingoieranno città e civiltà, andando a smorzarsi ai piedi delle montagne. Secche prolungate faranno sì che si scambieranno tutte le ricchezze per un semplice bicchiere d’acqua sporca. Caldo e freddo estremi faranno ricordare con nostalgia i racconti dei nonni che parlavano del ponentino, del dolce abbraccio di un focolare negli inverni sempre prevedibili e di frutti maturati al calore del sole d’un’estate generosa. Si mangerà per sopravvivere, sempre poco e di sapore sospetto. Tutto questo non sarà ancora il peggio. La madre, sarà così stanca che non riuscirà a seppellire la figlia e il nipote ammazzerà il nonno per un tozzo di pane. Cani e gatti, amici dell’uomo, saranno oggetto di caccia dappertutto come ultima possibilità di calmare la fame. I vivi invidieranno i morti e non ci sarà chi pianga la morte dei bambini. La fame arriverà a tal punto che, come in Gerusalemme assediata, gli affamati aspetteranno la prossima vittima della morte per disputarne la carne floscia. Il paese sarà devastato e le città diventeranno macerie. Tutto il tempo che sarà oggetto di devastazione, la Terra si riposerà. Ma sarà la fine di tutta la biosfera? No. A causa dei giusti e dei saggi, Dio abbrevierà questi giorni e non decimerà tutta la vita sulla Terra, mantenendo la promessa che aveva fatto nostro padre Noè. Ma è necessario che l’essere umano passi attraverso questa tribolazione per svegliarsi dal suo egocentrismo e riconoscere definitivamente che lui è una parte della comunità di vita e il principale custode della stessa. Che cosa dobbiamo fare per prepararci a questi tempi? Innanzitutto, riconoscere che già ci stiamo vivendo in mezzo. Non sappiamo quando verrà la primavera o l’autunno. Ormai non riusciamo a calcolare i mesi di freddo e di caldo. Non sappiamo più quando verrà la pioggia e quando il sole. In secondo luogo rimaniamo tranquilli e vigilanti, osservando i segnali che indicano l’accelerazione dei processi di cambiamento. E, soprattutto, è imprescindibile convertirsi, cambiare le nostre abitudini di vita, un cambiamento profondo, personale e definitivo. Soltanto allora staremo in condizioni morali di chiedere che gli altri facciano la stessa cosa. Ma come al tempo dei profeti, pochi ascolteranno, alcuni prenderanno in giro e la maggioranza si manterrà indifferente, permettendosi ogni sorta di libertà come al tempo di Noè. Dovremo tornare alle radici, per ricominciare, come tante altre volte ha fatto l’umanità pentita, riconoscendo che siamo soltanto creature e non Creatori, che siamo compagni di viaggio e non padroni della natura; che per la nostra felicità è indispensabile sottometterci alle grandi leggi della vita e udire con attenzione la voce della nostra coscienza. Se ubbidiremo a queste grandi leggi, coglieremo i frutti della Terra e l’allegria dell’anima. Se disubbidiremo, ripristineremo una civiltà come questa che stiamo vivendo, piena di avidità, guerre e tristezze. Per questi tempi di carestia che stanno arrivando, è fondamentale recuperare le antiche arti tecniche di piantare, cogliere, mangiare, occuparsi degli animali e servirsi di loro con rispetto; fare utensili con l’arte e tecnologia locali di selezionare le piante le erbe che curano e i grani che nutrono; di raccogliere per tessere, di preservare le fonti d’acqua, di trovare luoghi appropriati per scavare pozzi e imparare a conservar le acque della pioggia. E iscriversi alla Facoltà di economia di sussistenza, di sobrietà condivisa e di bellezza spogliata. Da questo sapere recuperato e arricchito potrebbe sorgere una civiltà del piacere moderato, una biocivilizzazione, una Terra di buone speranze. Dopo una lunga stagione di lacrime e speranze, supereremo questa stupida guerra di religione, questa intollerabile disputa di Dei. Al di là di profeti di tradizioni, al di là di morali e liturgie, magari torneremo a adorare sotto molteplici nomi e forme, l’unico Creatore di tutte le cose e padre di tutti i viventi, nel grande Spirito che tutto unisce e ispira, abbracciati amorosamente all’unica fraternità universale. E potremo infine organizzare davvero l’unione di tutti i popoli del mondo e un autentico parlamento di tutte le religioni.

Rosinalda Corrêa da Silva Simoni

I delfini argentati

RUBRICA/Racconti dalle americhe

Quando crediamo tutto è possibile, il volo è più tranquillo, le notti sono più illuminate e le acque, ah le acque, loro ci portano sempre dove vogliamo. Infatti, chi fa soffiare il vento siamo noi, con il nostro desiderio di arrivare. Ed è stato questo desiderio a portare i nostri amici Yagan e Uaia fino alla Terra del Fuoco e, giunti là, all’incontro con la grande madre Haúsi che tanto insegnò ai nostri amici sul suo popolo, gli Yamana, e sul mondo. Spinti dalle storie di Haúsi, Yagan e Uaia si imbarcarono in una nuova avventura in direzione della terra dei pinguini. A bordo di una piccola barca, uscirono in mare prima del sole, per evitare le grandi maree, e furono seguiti per molto tempo dai delfini argentati, con i loro giochi di salti e acrobazie, e che al sorgere del sole brillavano tanto da accecarli. Mentre la barca proseguiva, guidata dal vento dei pensieri, Yagan e Uaia ricordavano l’ultima storia raccontata dalla grande madre. I nostri amici avevano già navigato molto quando scese la notte ma ancora non c’era segnale di terra. Solo una fascia scura all’orizzonte si approssimava, e loro pensarono che fosse la costa dei pinguini descritta in tanti racconti. Di notte furono contemplati da una luna senza uguali, c’erano momenti in cui non riuscivano a separare il mare dalla luna, la luna dal mare, e quella visione portava molta pace, tanto che i due si addormentarono alla luce della luna e del fuoco che sempre ardeva dentro la barca. Era tutto molto magico. Fino a che… Fino a che il silenzio non fu interrotto da un ronzio che divenne rombo. Sembrava il vento soffiando e il mare rispondendo, allo stesso tempo. Afuááááááááá, Afuáááááááááá!!!!! Questo rumore fu seguito da una grande onda e, prima che Yagan e Uaia riuscissero a mettersi in piedi, la barca si rovesciò e loro caddero in quell’acqua gelida, ma così gelida che sembrava tagliasse la pelle. Le giubbe di pelle di guanaco si inzupparono di acqua, divennero all’improvviso pesanti e, benché i due fossero riusciti a tenersi per mano, non riuscirono a mantenersi a galla e vennero come risucchiati dentro il mare per il peso del vestiario e dell’acqua. Quelle acque che avevano tanto affascinato i nostri amici ora parevano capaci di imprigionarli per sempre. I loro pensieri, che già si volgevano al grande passaggio, furono interrotti da un suono che ricordava un canto e che in breve divenne assordante, anche per il fatto che lo ascoltavano dentro l’acqua. Percepirono allora che quello era il suono che stavano udendo prima che la barca si rovesciasse e capirono che quella fascia scura che stavano avvistando da lontano non era la terra, bensì un branco di balene franche australi, e il suono il loro richiamo. Le balene passano per quei mari gelidi con i loro cuccioli, belli e dolci ma già così grossi da riuscire, mentre giocano fra di loro, a danneggiare e rovesciare le piccole imbarcazioni che incrociano il loro cammino festoso di cuccioli giganti. Ma Yagan e Uaia, anche se adesso avevano capito cosa era successo, stavano affondando sempre di più e pensarono, di nuovo, a tutto quello che avevano visto e vissuto in quelle terre dure, fredde ma così magiche. Nelle loro menti vollero che il ricordo con cui lasciare questo mondo fosse quello dei brillanti delfini argentati, e così si addormentarono. Ma ecco che la magia, ancora una volta, accadde. Lo scuro delle acque lasciò piano piano il posto ad un brillio argentato. Erano i delfini! I delfini hanno il naso molto lungo e sottile, ed è grazie a questo che riuscirono a salvare i nostri amici: i delfini collocarono la punta del naso dentro le giubbe inzuppate e tirarono verso l’alto, nuotando fino a giungere in superficie. Poi i delfini nuotarono e nuotarono, fino ad arrivare alla costa, e lasciarono Yagan e Uaia sulla spiaggia, ancora addormentati. Più tardi il sole apparve, i nostri amici avventurieri sentirono un piacevole calore sul viso e, aprendo gli occhi, si videro circondati da una miriade di pinguini che li guardavano da vicino come se volessero dare il loro benvenuto. Ce l’avevano fatta, erano nella terra dei pinguini! Che creature carine e dolci! Ce n’erano di grandi, piccoli, scuri, argentati, gialli e perfino uno, molto grosso, con una specie di ciuffo rosso. I nostri amici si sentivano ormai a casa nella terra degli Yamana, e là avrebbero vissuto per molti anni. Ma adesso era il momento di apprendere ancora cose nuove, convivendo con i pinguini nel quotidiano di quel paradiso naturale. Quanto ai delfini argentati, essi arrivavano tutte le mattine, per nuotare un poco vicino ai nostri amici. E Yagan e Uaia erano felici e orgogliosi per il privilegio di essere stati salvati dai delfini, le creature magiche della Terra del Fuoco.

Editoriale del numero 104

Tutti noi abbiamo lottato in questi anni, inutilmente, per riportare la finanza, che intanto asserviva a sé la politica, al servizio dell’economia produttiva. Purtroppo i governi tutti, invece, l’hanno lasciata espandere e dotarsi di un vero arsenale finanziario. Dalle transazioni allo scoperto alle scommesse sul futuro andamento di società e enti; dai titoli che salgono se la borsa cade all’ascolto dato alle società di rating nonostante le loro plateali dimostrazioni di incapacità e faziosità. Deve essere netta e chiara la condanna del neo-liberismo, principale artefice della crisi attuale e ancora fortemente presente nelle idee e nei progetti di grande parte dei politici attuali. Di conseguenza dobbiamo lavorare per contrastare l’attuale economia di esclusione e di disuguaglianza, se si vuole assicurare il benessere economico di tutti i paesi. Economia, come indica la stessa parola, che dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune, il mondo intero. Appunto, la globalizzazione della solidarietà e non dell’egoismo, che ha promosso la cultura dello scarto, nella quale gli esclusi non sono solo degli sfruttati, ma veri rifiuti, avanzi, a tal punto da non essere nemmeno contabilizzati. Non prestabiliamo chi incontrare ma rendiamoci prossimo di ogni persona che incontriamo. Non avviciniamo le persone perché sono nel bisogno ma andiamo loro incontro perché, sono persone. Dobbiamo avere la volontà di metterci in relazione, come ci ricordava al nostro convegno nazionale, Waldemar Boff. L’ideologia attuale che difende l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria non lascia nessuno spazio a giustificazioni politiche. Sappiamo che viviamo nel tempo del travestimento etico del male, dove dall’etica siamo passati all’estetica. Viviamo il tempo della seduzione di massa, non della partecipazione. Dobbiamo lavorare per riportare la giustizia come misura minima per ogni persona. Diffondere la convinzione che lo stato sociale é la forma più alta di democrazia. Che la democrazia non è una serie di regole, ma uno stile di vita minimo per tutta l’umanità. Tutto ciò ci invita a prendere coscienza che la politica non si può delegare. A Davos in Svizzera, dove i grandi si riuniscono ogni gennaio, l’Ong Oxfam ha distribuito un documento in cui denunciava che le 87 persone più ricche del mondo, posseggono denaro e ricchezze quanto la metà della popolazione mondiale: tre miliardi e mezzo di persone. Che dire? Non c’è dubbio, il denaro è diventato un idolo, si è trasformato nel fine ultimo di ogni azione e ha smarrito l’uomo. Penso ai molti uomini e donne che vivono in strada che incontro spesso nei miei viaggi in Italia e all’estero. Non amano la luce, forse perché i loro corpi non fanno ombra, come fantasmi sono attraversati dagli sguardi senza essere visti. Forse perché hanno vergogna di trascinarsi in mezzo agli altri, pesanti e infagottati di stracci, carichi dei loro preziosi sacchetti con qualche pezzo di cibo e, più facilmente un cartone di vino in Italia, o di cachaça in Brasile, buone a scaldare d’inverno e a intossicare sangue e memoria tutto l’anno. Vite prive di progetti, di cose, oltre che di case; non hanno nulla che li tenga fermi in un posto, che non sia una panchina più riparata o un viadotto. Vite di strada e di notte. Vite di uomini e, sempre di più di donne; di anziani ma, sempre più spesso anche di giovani. E noi?

Il Direttore

Il premio di minoranza

Rocco Artifoni

Mi hanno insegnato che la Costituzione è anche una tecnica di limitazione del potere. Serve ad evitare gli abusi di ogni potere. Per questa ragione è stata teorizzata la divisione dei poteri, evitando che troppo potere stia in un’unica autorità. Inoltre la Costituzione serve a tutelare i diritti di ogni cittadino e di ogni minoranza, per evitare la “tirannia” delle maggioranze. Infatti anche il popolo può esercitare la propria sovranità soltanto nei limiti e nelle forme previste dalla Costituzione (art. 1). Se questi sono gli scopi di una Costituzione, anche la legge elettorale dovrebbe tenerne conto, anzi, dovrebbe essere espressione di questa cultura costituzionale, che sta dalla parte del più debole e non del più forte. In questa prospettiva si colloca ad esempio l’art. 57 della Costituzione, stabilendo che ogni Regione abbia un numero minimo di seggi senatoriali, anche se non spetterebbero sulla base di un mero calcolo proporzionale in relazione agli abitanti o ai votanti. Questo per dare voce in modo significativo ad ogni territorio, dando più forza a chi ha meno possibilità di essere ascoltato. In questo senso va anche l’ultimo comma dell’art. 5 della Costituzione, nel quale si dice che la Repubblica “adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Nel sistema elettorale per il Parlamento Europeo questa logica di promuovere i Paesi minori è ancora più enfatizzata. Ad esempio a Malta, che ha una popolazione inferiore al mezzo milione di cittadini, spettano comunque 6 seggi europei, mentre la Germania, che ha una popolazione 200 volte più numerosa, ha diritto a 96 seggi (cioè soltanto 16 volte quelli di Malta). In altre parole l’Unione Europea adotta il principio della “proporzionalità regressiva”, teso a favorire la rappresentanza dei più piccoli, sfavorendo di conseguenza i più grandi e potenti. Nelle discussioni che da decenni si tengono in Italia sulle riforme elettorali non vi è traccia di questa preoccupazione costituzionale e scelta europea di dare più spazio a chi ne ha di meno. Spesso tra le forze politiche si fa a gara tra chi vuole alzare di più l’asticella, cioè la soglia per entrare in Parlamento. Inoltre, la maggior parte dei politici attuali sono sostenitori di un sistema maggioritario, con una minoranza che preferirebbe il metodo proporzionale. Finora nessuno ha proposto un sistema elettorale con un premio di minoranza. Eppure, in Parlamento dovrebbero trovare adeguato spazio tutte le istanze affinché si possano confrontare alla ricerca del bene comune. Se la legge impedisce anche soltanto ad una minoranza territoriale, linguistica, culturale, sociale o politica di avere una significativa rappresentazione nel luogo in cui si prendono le decisioni che riguardano tutti, si realizza una democrazia limitata, una comunità ridotta, un cittadinanza incompleta. Gustavo Zagrebelsky -già presidente della Corte Costituzionale- nel suo libro “Imparare la democrazia” scrive: «In democrazia nessuna deliberazione ha a che vedere con la ragione o il torto, la verità o l’errore. Non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno. L’essenza della politica democratica, sta di solito non nella maggioranza, ma nelle minoranze che fanno loro il motto “non seguire la maggioranza nel compiere il male”». Anche per queste ragioni un buon sistema elettorale in una prospettiva di democrazia costituzionale e di convivenza civile, dovrebbe tendere a dare più spazio alle minoranze di ogni genere, premiando la rappresentanza dei più deboli e dei più piccoli. Cioè esattamente il contrario di quello che si è fatto negli ultimi 20 anni in Italia, nei quali sono state alzate le soglie di sbarramento per essere eletti sia al Parlamento italiano che a quello europeo e sono stati introdotti sistemi maggioritari o premi di maggioranza per i gruppi politici più votati. Nelle motivazioni dell’ordinanza della Corte di Cassazione del 17 maggio 2013, che ha sollevato questioni di legittimità costituzione della legge elettorale vigente e poi confermate dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 13 gennaio 2014, si spiega: «Tali disposizioni, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica». Chi è favorevole a leggi elettorali maggioritarie, che attraverso diversi sistemi fanno diventare maggioranza la principale tra le minoranze, presuppone che sia meglio che in Parlamento ci sia una maggioranza omogenea. Ma questo presupposto -secondo le motivazioni della Corte- è infondato: «Il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio di maggioranza, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano». Eventualità che di fatto si è sempre realizzata, in modo ancor più evidente dopo le ultime elezioni politiche del 2013. In realtà, la censura della Corte Costituzionale nei confronti del cosiddetto “porcellum” va oltre: «In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente». I rilievi della Corte non stupiscono. Sarebbe bastato ascoltare quanto affermato già nel 1995 relativamente all’introduzione in Italia di una legge elettorale tendenzialmente maggioritaria (il cosiddetto “mattarellum”) da Giuseppe Dossetti, uno dei padri costituenti: «la riforma elettorale è stata assolutamente incompleta, mentre, per sé, poteva benissimo (e lo può ancora, sebbene tardivamente) essere completata con alcuni accorgimenti che l’avrebbero resa compatibile con la vigente Costituzione: soprattutto nella linea delle garanzie aggiuntive a tutela delle minoranze elette (che talvolta possono addirittura corrispondere, invece, a una maggioranza dell’elettorato)». Per queste motivazioni Dossetti propose -purtroppo senza successo- l’introduzione di «maggioranze rafforzate per l’adozione dei regolamenti delle Camere, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la nomina dei Giudici costituzionali, per l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e infine – assolutamente fondamentale – per le proposte di revisione costituzionale a tenore dell’art. 138 della vigente Costituzione». C’è anche da chiedersi per quale ragione rafforzare artificialmente una fazione (già forte) dovrebbe essere un vantaggio per la collettività? La conseguenza è che le altri parti politiche, teoricamente confinate all’opposizione, si sentiranno escluse a priori dalle decisioni, poiché probabilmente ignorate o poco considerate da chi detiene i numeri della maggioranza e non si sente obbligato al dialogo con le minoranze. Più un sistema elettorale è maggioritario e più tende a diventare un ostacolo per un confronto parlamentare più collegiale e per una più ampia condivisione delle scelte legislative. Le ragioni che di solito vengono addotte per giustificare gli sbarramenti e i premi di maggioranza consistono nell’evitare la proliferazione dei partiti e nel cercare di costruire un sistema politico bipolare. A parte che negli ultimi due decenni il numero dei partiti in Italia non è diminuito e che il quadro politico italiano è sempre meno bipolare (ma non casualmente non è bipolare in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, ecc.), bisognerebbe spiegare perché per principio cinque partiti dovrebbero essere meglio di sei o sette e perché due coalizioni sarebbero meglio di tre o quattro. In un sistema democratico non sarebbe invece più opportuno e più interessante disporre di più alternative sia come partiti che come coalizioni? Il cittadino elettore, avendo più possibilità, dovrebbe sentirsi più vicino ai rappresentanti che ha scelto. Se “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67 Costituzione), i partiti dovrebbero essere lo strumento per proporre ai cittadini elettori i migliori candidati possibili, che una volta eletti dovrebbero prendere le proprie decisioni in coscienza e non dipendere più dai partiti o dalle coalizioni d’origine. Le forze politiche dovrebbero aiutare i cittadini a scegliere i più saggi, possibilmente utilizzando anche sistemi di selezione diretta come le “primarie”, ma poi -una volta assegnati i seggi- dovrebbero fare un passo indietro. Gli eletti devono rappresentare anzitutto gli elettori e non il partito che li ha candidati. La partitocrazia non è prevista tra i poteri costituzionali. Anche per questa ragione le leggi elettorali con liste di candidati bloccate (i cosiddetti “porcellum” e “mattarellum”) sono palesemente in contrasto con lo spirito democratico costituzionale.

Gli eletti, pur avendo evidentemente un’idea e un programma politico, dovrebbero essere tutti indipendenti, disponibili a votare in coscienza a favore o contro una determinata proposta di legge, dopo un reale confronto parlamentare. Si chiama appunto “parlamento”, poiché si presuppone che tutti siano presenti e attenti, che si parli e che si ascolti ogni rappresentante del popolo (all’opposto di quanto accade spesso nel Parlamento italiano con aule quasi vuote e deputati o senatori alquanto distratti). Di conseguenza, non dovrebbero esistere maggioranze prestabilite per ogni decisione da assumere, perché è dal dibattito tra gli eletti che dovrebbero affinarsi ed emergere le intenzioni di voto. Il Governo “deve avere la fiducia delle Camere” (art. 95 Costituzione), ma è impensabile e insensato che ogni legge debba essere approvata dalla maggioranza che sostiene l’esecutivo o addirittura direttamente dal Governo. Sta scritto anche nella Costituzione: “il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non implica obbligo di dimissioni” (art. 94). A questo punto bisogna chiarire un aspetto, che pure dovrebbe essere chiarissimo, ma di fatto non lo è. Quando si vota per il Parlamento -italiano o europeo- si eleggono i rappresentanti del popolo che hanno il compito di predisporre le leggi. Non si vota per eleggere il governo ma i parlamentari. Non si sceglie il potere esecutivo ma quello legislativo. La prassi -purtroppo ormai consolidata- che sia il Governo a predisporre e far approvare la maggior parte delle leggi, spesso ponendo il Parlamento sotto il ripetuto ricatto del voto di fiducia, costituisce una grave ferita nel tessuto democratico della divisione dei poteri. È compito del Parlamento approvare le leggi, mentre il Governo dovrebbe occuparsi dello loro piena attuazione (si chiama -appunto- esecutivo). Le eventuali riforme -e a maggior ragione quelle costituzionali- non sono materia governativa, ma parlamentare. Non spetta al Governo cambiare le leggi, magari attraverso l’abuso di Decreti Legge e Legislativi. Nella Costituzione il Governo è costituito da tre elementi: il Consiglio dei ministri, la Pubblica amministrazione e gli Organi ausiliari. Di conseguenza il Governo non è esclusivamente un potere politico, ma è anzitutto l’apparato amministrativo del Paese, che fornisce servizi al cittadino. Certamente il Consiglio dei Ministri ha un ruolo anche di coordinamento dell’azione politica, ma spesso questo compito è stato sopravvalutato. I cosiddetti governi tecnici (per esempio: Ciampi, Dini, Monti) per certi aspetti dovrebbero costituire la regola e non l’eccezione. Comunque, chi sostiene che i governi tecnici non siano legittimati dal voto democratico, non sa quello che dice. Il popolo italiano non vota mai per il Governo, ma sempre per il Parlamento. La distinzione netta tra Governo e Parlamento, che rappresentano due poteri distinti, è chiaramente delineata nell’Ordinamento della Repubblica, cioè nella seconda parte della Costituzione. Di conseguenza la commistione tra chi approva le leggi e chi governa il Paese dovrebbe preoccupare tutti i sinceri democratici. Montesquieu, considerato tra i padri dei moderni stati democratici, ha scritto: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro». Parole purtroppo quasi sempre ignorate. Resta il fatto che la già citata sentenza della Corte Costituzionale sul “porcellum” ha stabilito alcuni punti fermi. Il sistema elettorale deve garantire al cittadino di esercitare il diritto di voto secondo i principi costituzionali, in particolare indicati negli articoli 48, 56 e 58, cioè in modo libero, personale, diretto ed eguale. E non può essere libero e diretto con le liste bloccate e gli eletti prestabiliti dai partiti, non può essere personale con elenchi troppo lunghi di candidati che è impossibile conoscere, non può essere eguale se a percentuali simili di voti corrispondono quantità di seggi molto diverse per le alterazioni del premio di maggioranza. Tutto ciò dovrebbe far riflettere anzitutto chi oggi -spesso con grande superficialità- si pone l’obiettivo di riformare le nostre istituzioni con una nuova legge elettorale e con profonde modifiche costituzionali. La manifesta inadeguatezza della classe politica degli ultimi due decenni nel mettere mano a queste materie dovrebbe sconsigliare ogni ulteriore avventura. Con l’aggravante che l’attuale Parlamento -pur essendo stato riconosciuto legittimo dalla Consulta per garantire la continuità istituzionale- è stato eletto attraverso una legge considerata incostituzionale in diversi punti rilevanti. Ciò rende quanto meno inopportuno un intervento legislativo sostanziale sulle attuali “regole del gioco” democratico. Come scriveva Dossetti : «Non lasciatevi neppure turbare da un certo rumore confuso di fondo, che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché, se mai, è proprio nei momenti di confusione o di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono la loro funzione più vera: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e di chiarimento». Ma è proprio questa cultura costituzionale ad essere carente nei cittadini e nella classe politica italiana di oggi. L’incapacità reale di proporre e attuare politiche incisive, capaci di indirizzare la società verso il bene comune, viene spesso mascherata con il capro espiatorio della Costituzione che non consentirebbe scelte politiche più efficienti. Si tratta di affermazioni senza fondamento e mai dimostrate, che però a forza di essere ripetute rischiano di diventare pregiudizio diffuso. Di solito questi fautori delle riforme istituzionali sono gli stessi che si prodigano a cambiare legge elettorale a seconda delle convenienze del momento. Periodicamente sembra che la legge elettorale sia caduta dal cielo e che tutti l’abbiano subita. Nessuno che ammetta gli errori palesemente fatti nell’approvare leggi elettorali con evidenti profili di incostituzionalità. Finché la maggioranza degli italiani continuerà a votare questi politici così poco responsabili e capaci, non dobbiamo aspettarci novità positive. Anche per questo continuiamo -come Zagrebelsky ci insegna- a confidare nelle minoranze più oneste, che sono il vero “sale” della democrazia.

Fratel Arturo Paoli incontra papa Francesco

Raffaele Luise

È stato un incontro davvero eccezionale quello che si è svolto lo scorso 18 gennaio nell’albergo di Santa Marta, la casa di papa Francesco: dove ho accompagnato il Piccolo fratello Arturo Paoli, l’ultracentenario religioso -gloria della chiesa non solo italiana ma anche unico teologo della liberazione nel nostro Paese- che ha così potuto incontrare il Papa della chiesa povera e per i poveri.

Un incontro che è stato anche un’emozionante “recherche”, visto che i due si erano incontrati in Argentina, dove Arturo Paoli ha vissuto dal 1960 al 1974, e per 45 anni in totale in America latina, accanto ai più diseredati e ai perseguitati. Un incontro di altissima temperatura spirituale e umana durato 35 minuti, durante i quali Francesco e Arturo si sono soffermati sui lunghi anni passati dal Piccolo fratello in Argentina, in un periodo tragico per il Paese sudamericano,e dal quale Arturo dovette fuggire perchè condannato in contumacia dai generali. Uniti l’allora superiore provinciale dei gesuiti e il Piccolo fratello dall’avversione alla dittatura, alla quale Bergoglio sottrasse decine e decine di perseguitati aiutandoli a espatriare.

Un incontro di altissimo significato, con al centro il tema di una chiesa che esce ad aiutare i poveri e a farne i protagonisti della comunità ecclesiale, che ha emozionato anche chi scrive, presente all’inizio e alla fine del colloquio a quattr’occhi, nel salottino al piano terra di Santa Marta. Che Fratel Arturo ha poi commentato così: “Ho trovato il Papa pieno di buona volontà anche se stanco alla fine della giornata, perchè le sue giornate sono piene e quindi si capisce che senta la stanchezza. Ma, nonostante questo, egli si è messo a disposizione e ha accettato le mie domande. Abbiamo parlato dell’Argentina e del mondo, E il Papa ha notato un grande cambiamento nell’ora attuale del mondo, affermando che è necessario seguirlo senza pretendere di poter realizzare tutto quello che noi desidereremmo, in particolare una forte e immediata ripresa della fede. Ma io -ha sottolineato Artturo con passione- a questo punto sono intervenuto osserando i suoi grandi successi, evidenti in Brasile come negli incontri domenicali e del mercoledì con masse enormi di fedeli felici. E gli ho detto che non bisogna disperare perchè Dio è da quella parte lì alla quale il Papa dà voce potente.

E il Papa sa bene che il suo compito di profonda riforma della chiesa e della curia è duro, difficile.

Eh sì, sì. Immagino quante opposizioni specialmente quando confronta la sua semplicità di vita con i grandi fasti dove hanno vissuto i vescovi e i papa del passato, magari ascoltando il concerto di un artista famoso. Invece, egli vuole dedicare la sua vita, come ha sempre fatto, proprio agli umili, ai poveri e a quelli che hanno bisogno di conforto e di aiuto.

Che cosa ti ha lasciato Francesco?

Mi ha lasciato una grande contentezza, perchè è stato difficile arrivare fino in Vaticano, alla mia età. Ma spero che un giorno egli ricambi la visita, venendo a Lucca. Quindi lo aspettiamo.

Fin qui le parole di Arturo, apparso radioso e come ricaricato dall’incontro con lo straordinario Papa Francesco. Di cui vogliamo qui raccontare solo un particolare strepitoso, che la dice lunga sul grande dono che questo Pontefice rappresenta per la chiesa e per il mondo.

Una collaboratrice di Arturo aveva portato al Papa un bottiglione dell’olio ottenuto dalle olive raccolte a mano del suo giardino. Ebbene, con la sua consueta semplicità, capace di trafiggerti, Francesco, dopo averci accompagnato all’uscita del salottino, se n’è andato con la bottiglia sotto braccio direttamente nella sala ristorante, dove poi, a cena, abbiamo ritrovato l’olio sul carrello di servizio, a disposizione della comunità che vive o che passa dalla sua casa.

Sofferenza … dolore …

Erri De Luca

Non ho fede nell’alto dei cieli, ma conosco piccole fedi in terra. Una di queste insiste che nessuno sangue versato è stato e va sprecato: da quello di Abele fino all’ultimo che sempre chiede di essere l’ultimo. Nessuna vita uccisa si perde muta e scompare nella polvere.

È scritto: “Voce dei sangui di tuo fratello sono gridanti verso di me dal suolo”. Lo dice la divinità a Caino, primo degli assassini. Il verbo sta al participio presente, “sono gridanti”, perché quei sangui gridano e continuano a gridare, all’infinito e a oltranza.

Quella storia racconta pure che assassino e vittima sono fratelli, perché di questa parentela biologica stringente è fatta l’umanità.

Credo nella desolazione di Caino, nella sua espulsione da ogni focolare, credo nella sua insonnia che non è frutto di recinti e sbarre, ma grido che lo accompagna ovunque.

Credo ai sangui di Abele, alla loro formula chimica che arrossa il mondo e lo denuncia. Credo alla terra che non può assorbirli perché non può nasconderne la voce. Nel suo libro sacro Giobbe grida: “Terra non coprirai il mio sangue e non ci sarà luogo per il mio grido”: nessun luogo basterà a contenerlo.

Giobbe, rispettato e ricco, perde tutti i suoi beni, i figli e la salute. Sua moglie disperata gli dice di maledire la divinità e morire. Lui non maledice, però chiede conto del suo dolore a quella divinità. Dal fondo della pena e delle piaghe sventola puzzolente il suo “perché?”. In lui resiste l’ostinata richiesta di giustizia. Senza di quella non c’è pace dentro una persona e non ce n’è dentro una comunità. Giustizia, contrappeso di torto e ragione, misura di equità, è la premessa di ogni convivenza. Ci vuole garanzia che nessun vantaggio venga da una prepotenza. Che il sangue fatto versare dalle mafie sia senza profitto per loro e indelebile per noi. Che il nome dei mafiosi sia vergogna, e sia permesso ai figli di ripudiarlo e cambiarlo. Che le celle in cui scontano condanna siano ricoperte di immagini delle persone uccise da loro, che penetrino fin dentro i loro sonni.

Credo a queste fedi terrestri e credo nel risarcimento di Giobbe, scritto in fondo al suo libro.

Editoriale del numero 103

Dichiariamo illegale la povertà

Le 300 persone più ricche del mondo hanno guadagnato (nel 2013) 524 miliardi di dollari, cioè poco meno di un terzo della ricchezza prodotta in Italia da 60 milioni di cittadini. La lista, in testa alla quale figura Bill Gates, l’ha pubblicata il 4 gennaio scorso l’agenzia finanziaria Bloomberg. E conferma una tendenza che già conosciamo, cioè che la ricchezza si sta concentrando sempre di più nella mani di pochi a scapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Appaiono un po’ patetici allora i tentativi della Banca mondiale e delle varie agenzie Onu di farci credere che la povertà sta diminuendo. E questo semplicemente perché la povertà assoluta, che con criteri del tutto arbitrari è stata fissata a meno di 1,25 dollari al giorno, sarebbe in diminuzione, mentre cresce quella relativa (coloro che guadagnano meno di 2,5 dollari al giorno). «Come si fa -dice Riccardo Petrella- a ridurre a un unico indicatore monetario la “povertà” che è un insieme di numerosi fenomeni strutturali di lungo periodo e a dimensioni multiple e decretare la fine della povertà (tout court) perché il potere d’acquisto pro capite nel mondo avrebbe superato la soglia dell’1,25 dollaro?». E poi aggiunge: «In effetti, “L’agenda post-2015” parla di eliminazione della povertà assoluta nel 2030 ma non fissa alcun obiettivo rispetto alla povertà relativa (meno di 2,50 dollari). Come si fa, inoltre, a voler far credere che, se nel 2030 non avessimo più poveri assoluti ma ci fossero ancora, secondo le stime della stessa Banca mondiale, più di 3 miliardi di persone in stato di povertà relativa (meno di 2,50 dollari), il mondo avrà sradicato la povertà?». Lo sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento nel mondo passa dalla promozione di una nuova economia dei beni comuni, che operi a livello locale e globale, fondata sulla sicurezza comune, la cooperazione e la partecipazione dei cittadini. E che garantisca per tutti protezione sociale e rispetto dei diritti umani. Da questa consapevolezza ha preso il via l’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” che coinvolge soggetti molti diversi, non solo in Italia ma in diverse parti del mondo, con l’obiettivo di mettere fuorilegge quei processi che sono alla base dell’impoverimento di miliardi di persone in tutto il pianeta. L’appuntamento è per il 2018. In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo verrà chiesto di approvare una risoluzione nella quale si proclami «l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo». Nessuno nasce povero o sceglie di essere povero, ma questa condizione di difficoltà ha della cause precise che, molto sinteticamente, possono essere ricondotte a una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a causa soprattutto della mercificazione dei beni comuni. Dagli anni ’70 in avanti le teorie neoliberiste hanno lentamente cancellato dall’immaginario dei popoli «la cultura della ricchezza collettiva» e hanno ridotto tutto a risorsa, comprese le persone. Questa cultura è penetrata così in profondità da far credere, anche in molti settori della sinistra, che la povertà sia inevitabile e che può essere solo mitigata magari con un po’ di carità. Così è nata quella che nel linguaggio comune è stata definita “globalizzazione”. E per anni ci è stato predicato in tutte le salse che essa era parte integrante dell’evoluzione umana. Ora, visti i risultati nefasti che questa impostazione ha prodotto, si cerca di modificare, ma solo superficialmente, il tiro, con maquillage che cambiano soprattutto il lessico ma non la sostanza. Si parla così di “globalizzazione selvaggia” da sostituire con una “buona”. E si cerca di dare una spruzzatina di verde alla solita economia di rapina che ha prodotto miliardi di poveri nel mondo. La green economy non scioglie infatti «il nodo gordiano della concentrazione del potere economico e politico nelle mani dei poteri finanziari, industriali e “culturali”», dicono Petrella e Amoroso nel volume Dichiariamo illegale le povertà. Banning poverty 2018, che rappresenta in qualche modo il manifesto dell’iniziativa. I due grandi strumenti di potere dell’economia verde, il controllo delle tecnologie e la finanziarizzazione dell’economia capitalistica, restano infatti saldamente in mano ai soliti noti e producono le disuguaglianze di sempre. La battaglia avviata da Riccardo Petrella, e alla quale anche noi intendiamo portare il nostro modesto contributo, non è facile né scontata. Importanti segnali, come l’adesione alla campagna di diversi comuni sparsi qua e là per l’Italia, lasciano spazio a un po’ di ottimismo. È necessario però non delegare l’iniziativa a pochi volonterosi, ma fare in modo che tutti quei cittadini che, in Italia e in varie parti del mondo, hanno preso coscienza del problema si mobilitino per mettere fuori legge le cause strutturali che riducono in miseria miliardi di esseri umani. Questo editoriale della Campagna “Dichiariamo Illegale la Povertà” a cui la Rete ha aderito, esce in contemporanea con altre decine di testate, laiche e missionarie. Questa decisione è nata all’interno delle riviste che sostengono la Campagna.

PAPA FRANCESCO PARLA CON UN NON CREDENTE DA UOMO A UOMO – LEONARDO BOFF

Francesco, vescovo di Roma, si è spogliato di tutti i titoli e simboli di potere che non fanno altro che allontanare le persone le une dalle altre ed ha pubblicato una lettera nel principale giornale di Roma, La Repubblica, rispondendo al suo ex-direttore e “decano” intellettuale Eugenio Scalfari, non credente. Lui aveva sollevato pubblicamente alcune domande al Vescovo di Roma. Francesco ha compiuto un atto di straordinaria importanza, non solo perché l’ha fatto in un modo senza precedenti, ma soprattutto perché ha parlato come un uomo che parla ad un altro uomo in un contesto di dialogo aperto, collocandosi allo stesso livello del suo interlocutore.

(per proseguire la lettura vi preghiamo di richiedere la rivista In Dialogo)