HomeNews

Mediterranea è una piattaforma di realtà della società civile arrivata nel Mediterraneo centrale dopo che le ONG, criminalizzate dalla retorica politica senza che mai nessuna inchiesta abbia portato a una sentenza di condanna, sono in gran parte state costrette ad abbandonarlo.

Mediterranea ha molte similitudini con le ONG che hanno operato nel Mediterraneo negli ultimi anni, a partire dall’essenziale funzione di testimonianza, documentazione e denuncia di ciò che accade in quelle acque, e che oggi nessuno è più messo nelle condizioni di svolgere.

Al tempo stesso, Mediterranea è qualcosa di diverso: un’ “azione non governativa” portata avanti dal lavoro congiunto di organizzazioni di natura eterogenea e di singole persone, aperta a tutte le voci che da mondi differenti, laici e religiosi, sociali e culturali, sindacali e politici, sentono il bisogno di condividere gli stessi obiettivi di questo progetto, volto a ridare speranza, a ricostruire umanità, a difendere il diritto e i diritti.

Quella di Mediterranea è un’azione di disobbedienza morale ma di obbedienza civile. Disobbedisce al discorso pubblico nazionalista e xenofobo e al divieto, di fatto, di testimoniare quello che succede nel Mediterraneo; obbedisce, invece, alle norme costituzionali e internazionali, da quelle del mare al diritto dei diritti umani, comprese l’obbligatorietà del salvataggio di chi si trova in condizioni di pericolo e la sua conduzione in un porto sicuro se si dovessero verificare le condizioni.

A partire da un nucleo promotore di cui fanno parte associazioni come l’ARCI e Ya Basta Bologna, ONG come Sea-Watch, il magazine on line I Diavoli, imprese sociali come Moltivolti di Palermo, vogliamo costruire, dal centro del Mediterraneo, un nuovo spazio possibile: aperto, solidale e fondato sul rispetto della vita umana.

Il lavoro dei promotori è stato solo il primo passo: tanti incontri e confronti sul progetto sono in corso con realtà del mondo cattolico, dell’associazionismo laico e del volontariato, con rappresentanti degli spazi sociali, con parlamentari nazionali ed europei, con sindaci di importanti città in Italia e in Europa.

Mediterranea ha deciso di mettere in mare una nave battente bandiera italiana, attrezzata perché possa svolgere un’azione di monitoraggio e di eventuale soccorso, nella consapevolezza che oggi più che mai salvare una vita in pericolo significa salvare noi stessi.

L’obiettivo principale è essere dove bisogna essere, testimoniare e denunciare ciò che accade e, se necessario, soccorrere chiunque rischi di morire nel Mediterraneo Centrale, come impongono tutte le norme vigenti.

Mediterranea lavora anche a terra, attraverso la costruzione di una rete territoriale di supporto.

Una vera “piattaforma” di connessione sociale tra realtà esistenti e singoli che vogliono partecipare a questa impresa.

A Mediterranea si può aderire in qualsiasi momento, ognuno dei suoi sostenitori diventa automaticamente un promotore dell’iniziativa.

La rete delle città rifugio, o città dell’accoglienza, è un interlocutore naturale del progetto. Le città europee ed italiane che hanno sviluppato buone pratiche di accoglienza e che si battono per impedire che la chiusura dei loro porti diventi la causa di una strage continua sono la risposta più efficace, razionale ed importante alle politiche irrazionali e spesso illegali dell’Italia e dell’Europa in materia di diritto di asilo, rispetto dei diritti umani, obbligo di salvataggio e soccorso delle persone che rischiano la propria vita.

Mediterranea cura rapporti di collaborazione preziosa con le principali ONG che svolgono attività di Search and Rescue nel Mar Mediterraneo, avvalendosi in particolare della collaborazione di Sea-Watch e Proactiva Open Arms.

Mediterranea è un progetto possibile anche grazie a Banca Etica, che ha concesso il prestito per poter avviare la missione. Banca Etica supporta inoltre le attività di crowdfunding e ha svolto attività di tutoraggio per gli aspetti economici dell’intera operazione.


Brasile all’estrema destra, una vendetta di classe

Rachele Gonnelli

Da Sbilanciamoci.it – 29 ottobre 2018 -| Sezione: Mondo, primo piano

Il Brasile, sesta economia al mondo, in mano a un presidente come Bolsonaro, sodale di Bannon. La classe media l’ha scelto per paura di perdere i “lussi”. E i ricchi per privatizzare terre e servizi.

Il Brasile, la sesta economia del mondo, ha votato e nel secondo turno delle presidenziali di domenica 28 ottobre non ha invertito la rotta che sembra portarlo – e di corsa – verso una democrazia censuaria nel migliore dei casi.

I rischi per la tenuta stessa democrazia, una conquista che risale solo al 1985, rischi insiti nella vittoria dalla peggiore destra del continente incarnata nel capitano Jair Bolsonaro del Partito social liberal – neo liberale, amico di Steve Bannon, nostalgico della dittatura, ostile alle minoranze e in particolare agli indios e a tutte le tematiche ambientali –  non sono riusciti a modificare le intenzioni di voto già registrate dai sondaggi Datafolha.

Lo scarto con il candidato presidente del Pt Fernando Haddad si conferma molto ampio, dal 55,13 di Bolsonaro al 44, 87 per cento di Haddad. Il Pt riesce a conquistare solo quattro governatorati concentrati nel Nord-est del Paese, una zona più povera e tradizionale roccaforte di Pt.

La campagna elettorale si è svolta soprattutto sui social sul modello già sperimentato negli Stati Uniti da Bannon per l’elezione di Donald Trump. Ma comunque la stampa mainstream non ha negato appoggi a Bolsonaro e alla sua retorica “del cambiamento” rispetto al quindicennio di “petismo”, cioè del governo Pt di Luiz Inacio Lula da Silva prima e di Dilma Rousseff dopo. Così proprio il Paese-guida della rinascita dell’America Latina oggi si presenta con il taglio più netto rispetto al recente passato di democrazia sociale.

Non è senza forza che le élite proprietarie sono riuscite a travolgere la sinistra al governo: la magistratura ha operato forzature denunciate anche da organizzazioni internazionali delle procedure legali per mettere Lula e Dilma fuori gioco, uno in galera e l’altra senza possibilità di fare politica dopo la procedura di impeachment che l’ha estromessa dal potere.

La campagna elettorale di Bolsonaro è stata giocata sulla “sicurezza” – in un Paese dove la violenza è diffusa e si verificano circa 70 mila omicidi ogni anno – e sulla “corruzione”, anch’essa assai diffusa. Si dice che siano state messe in campo le tre B: “biblia, boi, bala” intendendo con questi tre termini gli evangelici – il 30% della popolazione e l’elettorato più retrogrado anche sul piano dei diritti civili -, l’agrobusiness di un Paese che è il primo produttore al mondo di carni e il secondo di soia – e i militari e l’industria bellica.

Il vice di Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, accusato di essere stato tra i militari torturatori negli anni della dittatura, ha annunciato a scrutinio ancora in corso quale sarà la prima misura che metterà in atto: confermare la riforma pensionistica voluta da Michel Temer – l’ex vice di Dilma Roussef che l’ha sostituita nel lungo periodo transitorio verso le elezioni – e quindi aumentare i “benefici” dei militari.

A proposito di benefici e beneficiati, a vedere quelli delle politiche inclusive del quindicennio passato e gli spostamenti dei flussi elettorali già al primo turno, è proprio una revanche di classe quella che sembra essere uscita dalle urne brasiliane. A dirlo è l’analisi del centro internazionale di studi sulle diseguaglianze, il World Inequality Database. Anche se serviranno ancora altri strumenti analitici per interpretare lo spostamento dei quasi 10 milioni di voti pari allo scarto tra Bolsonaro e Haddad, quando solo pochi mesi fa le intenzioni di voto sembravano ancora preferire un possibile candidato Lula rispetto agli altri in campo.

Nel rapporto “Il Brasile diviso: ritorno alla polarizzazione crescente delle diseguaglianze” si nota come dal 2002 il 50% dei brasiliani più poveri sono stati più inclini a votare il Pt rispetto al 10% più ricco. Nel periodo di crescita economica trainata dall’export e dai prezzi alti dei prodotti petroliferi, i redditi dei “decili inferiori” sono aumentati due volte più velocemente della media nazionale. Quindi secondo il laboratorio internazionale di ricerche statistiche, sociologiche e politiche basato sulla scuola di economia di Parigi (Wid) non è tanto la “corruzione” e la “sicurezza” ad aver spostato i voti della classe media, quanto la paura di perdere, con la nuova crisi economica degli ultimi tre anni, potere di acquisto e lussi.

In effetti, si dice, il reddito medio pro capite è aumentato del 18% tra il 2002 e il 2014 ma a ben vedere ne hanno beneficiato soprattutto i più poveri, attraverso programmi tipo Bolsa Familia (il tasso di povertà si è ridotto dal 30 al 15% della popolazione) e i più ricchi. Il conflitto strisciante, che ha portato ora alla vittoria dell’estrema destra in un Paese di 147 milioni di elettori, ha quindi riguardato essenzialmente l’impiego delle risorse federali – gli investimenti durante il Milagrinho, il piccolo miracolo economico del 2006, sono stati ingenti, soprattutto in infrastrutture e servizi scolastici e sanitari – e più in generale le politiche pubbliche. Le classi medie urbane con tassi di scolarizzazione medio-alti hanno finito per cambiare schieramento, preoccupate – come si vede dal sondaggio sulle tematiche elettorali – dai servizi sanitari, dalla scuola e dalla creazione di posti di lavoro. E anche dall’inflazione che a partire dal 2013, in virtù dell’aumento dei salari minimi e dall’attivazione di una contrattazione nazionale volute dai governi Pt, hanno aumentato il costo del lavoro, incluso quello domestico.

In ogni caso Haddad ha avuto troppo poco tempo dopo l’esclusione definitiva della candidatura di Lula, ancora in carcere, e troppo poco carisma per mobilitare gli elettori rimasti disorientati e incerti, molti delusi dalle corruttele scoperte nell’apparato del Pt dall’inchiesta Lava Jato. Lo dimostra il grande numero di schede nulle o bianche (addirittura 11 milioni in tutti il Paese) che vanno a sommarsi ai 30 milioni di astenti.

A leggere la ricerca del Wid un “errore” del Pt potrebbe essere stato quello di aver evitato una seria riforma fiscale durante gli anni della prosperità, lasciando invece correre i mercati finanziari e il credito al consumo. Oppure si può dire che la lotta alla povertà sia stato il cruccio fondamentale del Pt al governo, mentre il resto della struttura sociale è rimasto sostanzialmente invariato: un Paese dove le storture sono eclatanti, dove ci sono 12 gruppi patrimoniali a detenere la maggior parte dei capitali e oltre 2.000 imprese e dove il 45% delle terre coltivabili è in mano all’1% dei grandi proprietari latifondisti che producono l’80 per cento del raccolto. Così anche le terre che Lula aveva dato in esclusiva ai popoli indios ora fanno gola alle compagnie dell’agrobusiness (intanto il Brasile con Temer si è tolto dalla Cop21) e ai loro partner internazionali.

Oltre alla partecipazione al Convegno di Trevi José Nain ha visitato 7 reti locali in ciascuna delle quali ha avuto l’occasione di esplorare possibilità di attività che prescindono da un diretto finanziamento della rete o che riguardano progetti autonomi già in corso di realizzazione in Cile (come il vino e la borsa di studio).

Attività svolte in Italia dal 12 aprile al 3 maggio 2018

con la Rete Radié Resch e l’Associazione Regionale Mapuche FOLILKO

———————————————————————————————————————————–

Referenti in Italia: Gabriella e Piergiorgio della Rete RR di Brescia

  1. Partecipazione al Convegno nazionale di Trevi dal 13 al 15 aprile.

  1. SALERNO

Incontro con la Rete di Salerno. L’argomento trattato era la situazione storica e politica della richiesta di restituzione delle terre mapuche. L’incontro si è svolto in uno spazio sociale di Salerno, con la partecipazione di circa 30 persone, principalmente giovani.

Come conclusione possiamo sottolineare che c’erano giovani che hanno espresso interesse a viaggiare per conoscere le comunità mapuche, per questo si metteranno in contatto con la nostra organizzazione per il coordinamento.

Visita a una cooperativa di nocciole. Con Giovanni, nella valle di Giffoni, il motivo è stato quello di informarsi sulla sgusciatrice di nocciole.

L’accordo con Giovanni e il presidente della cooperativa delle nocciole, è quello di esplorare la reale possibilità di trovare una macchina per i Mapuche che ora hanno coltivazioni di nocciole.

Questa è considerata una possibilità futura, dato che nei prossimi anni ci sarà una produzione significativa da parte dei produttori mapuche.

  1. UDINE

A Udine ho soggiornato a casa di Francesco e Cristina. Lì abbiamo realizzato un incontro per discutere della borsa di studio universitaria. L’evento ha visto la partecipazione di amici della Rete di Udine e di alcuni amici che fanno parte della rete di sostegno per la borsa di studio.

In tale incontro abbiamo affrontato ampiamente la situazione di Millalef nel corso dell’anno in cui non ha superato gli esami e sulle difficoltà incontrate per quanto riguarda il suo adattamento alla lontananza da casa, essendo l’Università distante più di 500 km. Per di più il suo piano di studi prevedeva l’inglese, che complicò il suo rendimento accademico, con i risultati noti a tutti.

Noi come organizzazione abbiamo reso esplicito il nostro punto di vista e in una certa misura assumiamo la responsabilità di quello che è successo. Abbiamo stabilito che sia da lasciare alla esclusiva discrezionalità di quanti cooperano alla borsa di studio se ritengono opportuno continuare a sostenere Millalef, dal momento che si è ritirato dall’Università di Talca e si è iscritto all’Università della Frontiera di Temuco per effettuare un corso legato all’agricoltura con orientamento alla produzione biologica.

Folilko ha ritenuto che questo corso di studi soddisfa anche le nostre aspettative ed è anche più ampio rispetto ai fini produttivi della Comunità. Ecco perché apprezziamo molto la decisione di Millalef di continuare a studiare e riuscire a portare avanti il compito.

Il giorno successivo si è tenuto l’incontro pubblico con la Rete, coloro che cooperano alla borsa di studio e gli altri interessati a conoscere la situazione del popolo mapuche. Hanno partecipato 20 persone molto interessate a conoscere aspetti della cultura mapuche e la situazione Mapuche nei confronti con le aziende forestali e la questione dei diritti d’acqua.

Conclusioni: Per quanto riguarda la borsa di studio, è stato deciso che io, arrivando in Cile, avrei stabilito un incontro tra Folilko e Millalef per trasmettere i dettagli dell’incontro e i punti di vista che sono emersi lì.

Si è convenuto che dopo la riunione a Temuco si sarebbe inviato una lettera congiunta da parte di Folilko e Millalef per chiarire come sarà la forma della relazione e della comunicazione tra i cooperanti alla borsa di studio e Folilko, mettendo a conoscenza Milllalef ogni volta che si tratta di questioni inerenti la borsa di studio.

Infine abbiamo risolto la questione della borsa di studio. Udine ha deciso di sostenere la borsa di studio e il denaro è stato inviato il 4 maggio. Fino al momento di scrivere non abbiamo ricevuto alcun avviso da parte della banca, ma speriamo che arrivi presto.

  1. CELLE LIGURE

In questo soggiorno ancora una volta devo ringraziare per l’ospitalità e l’affetto gli amici di Celle. Ci sono stati incontri dedicati a coloro che, guidati da Pier, erano molto interessati a conoscere i progressi che sono stati fatti nella wallmapuche (Territorio Mapuche) dopo il loro viaggio.

Abbiamo tenuto un grande incontro con le Reti di Varazze e Varese e altri amici, che sono venuti nelle nostre terre. Si è parlato della possibilità di continuare a inviare aiuti alle comunità, come vestiti e scarpe. Questa volta hanno ideato di raccogliere diversi tipi di oggetti e strumenti a noi utili da spedire in un container. Su questo si è impegnato Marco Zamberlan.

  1. BRESCIA

Incontro presso Il Centro parrocchiale di santa Maria in Silva (Don Fabio). Hanno preso parte 25 persone. La serata è stata condotta dai nostri referenti della Rete Piergiorgio e Gabriella. Devo sottolineare la presentazione della situazione del popolo mapuche parlando di molteplici argomenti. Si è detto della cultura, di lotta per la terra, dell’effetto dannoso causato dalle imprese forestali sull’inquinamento delle nostre terre e la responsabilità che hanno nella siccità che le colpisce.

Un altro incontro si è tenuto alla Cascina Maggia in collaborazione con il Laboratorio culturale “Mario Lussignoli” sul tema del diritto all’acqua come bene comune. (Vedi a fondo pagina)  Hanno preso parte 20 persone. In questo incontro è stata messa in risalto l’importanza dell’acqua a tutti i livelli e, in particolare, il diritto inalienabile e imprescrittibile che i popoli indigeni hanno su questo bene comune. È stato un dibattito interessante. Personalmente ritengo che la Rete Radié Resch dovrebbe incoraggiare e promuovere in futuro un grande evento di respiro internazionale per affrontare la “siccità con una visione globale”, considerando le implicazioni negative del fatto che le multinazionali trattano i diritti di acqua come un bene di mercato, e non come un bene comune.

Gran parte della povertà e della miseria che esiste nel mondo è generata dalla scarsità di acqua che provoca mancanza di cibo e lavoro per la popolazione e che ha anche come conseguenza la dolorosa migrazione dei popoli.

  1. TREVISO

Si è tenuto un incontro pubblico nella biblioteca di Lancenigo a cui hanno partecipato 35 persone che hanno seguito con molto interesse il tema dei Mapuche. L’attività è stata coordinata da Fernanda Bredariol che ringrazio per l’impegno che ha sempre mostrato nel riunire le persone per informarle sulla situazione dei Mapuche in Cile.

  1. VENEZIA

Incontro con la Fondazione “La laguna nel bicchiere” che sviluppa le attività di recupero della coltivazione della vite in modo tradizionale nella parte del cimitero dove i frati custodivano alcuni tipi di vite ecologica che fino ad oggi erano tenuti in vita.

In questo luogo siamo stati in grado di trovare persone che svolgono attività con le scuole in cui trasmettono e insegnano ai bambini il processo di conservazione delle viti e la successiva vinificazione. Questa Fondazione lavora fondamentalmente per conservare le conoscenze in funzione di nuovi progetti. Per noi, come organizzazione Mapuche, è fondamentale prendere e mantenere i contatti con questa Fondazione ed esplorare un lavoro comune in futuro.

Accordi:

Inviare una presentazione dell’Associazione regionale mapuche Folilko alla Fondazione La Laguna nel bicchiere, per vedere la possibilità di generare uno scambio con i Mapuche che possono conoscere l’esperienza della Fondazione nella conservazione della vite e il processo di vinificazione finale.

Il contatto con Venezia avverrà attraverso Jorge Centurión, al fine di facilitare la traduzione della documentazione.

Nel pomeriggio ho partecipato ad un dialogo pubblico fuori da un teatro occupato da un gruppo di Venezia che si oppone alla possibilità che questo teatro sia venduto dal comune ad un privato per farne un ristorante/caffetteria. Lì ho condiviso l’esperienza della lotta della comunità e l’occupazione del teatro come spazio culturale per i veneziani.

  1. CASTELFRANCO VENETO

Un incontro a casa dei genitori di Dario con Anna* e con la rete di Castelfranco è stato molto interessante perché è la prima volta che siamo invitati a discutere della situazione mapuche in Cile e Argentina. All’incontro hanno partecipato 25 persone della Rete.

*Dario e Anna hanno visitato la comunità Mapuche ospiti della famiglia di José e Margot.

CONCLUSIONI:

In primo luogo grazie alla Rete Radié Resch di Brescia per il suo sostegno, l’ospitalità e la comprensione del lavoro che svolgiamo come organizzazione mapuche. È un grande onore per noi continuare a partecipare ai vostri eventi per far conoscere la nostra lotta. Grazie anche per l’accompagnamento dei diversi progetti che abbiamo sviluppato con Folilko, finanziati dalla Rete Radié Resch. L’ultimo è il progetto relativo al trattamento delle nocciole attraverso l’acquisto di una macchina per la sgusciatura e di un sigillatore sotto vuoto, installato in una struttura costruita per un’attività comunitaria.

Grazie per il lavoro svolto da Piergiorgio e Gabriella di Brescia per il programma delle visite alle Reti locali. In ciascun luogo ho sempre trovato grande interesse a conoscere la situazione mapuche e manifestazioni di solidarietà. Questo ci motiva a continuare a lavorare per il nostro popolo e le sue comunità.

La nostra organizzazione è molto lieta di lavorare con il nostro riferimento a Brescia. Percepiamo il loro impegno per la nostra gente, la loro motivazione fa sì che il nostro ritorno sia carico di buona energia e voglia di continuare a combattere, nonostante la difficile situazione delle nostre comunità in Cile.

Esprimiamo il nostro impegno per il lavoro serio e responsabile con la vostra organizzazione per continuare a diffondere la nostra causa in Italia. Spesso la comunicazione con voi è complessa, ma l’intensità del nostro lavoro con le comunità mapuche è permanente.

Infine ringrazio la segretaria della Rete per aver sostenuto il mio viaggio in Italia, per lo spazio che ho avuto a Trevi nel condividere i pensieri e il lavoro della nostra organizzazione. Ringrazio tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo alla preparazione degli incontri nelle loro città.

Abbiamo posto grandi speranze che si possa continuare a lavorare insieme e che la vita ci dia l’opportunità di incontrarci di nuovo per continuare ad aprire la via della speranza, della giustizia e della solidarietà con i nostri popoli fratelli che oggi soffrono l’oltraggio dei loro diritti di vivere in pace e armonia.

Grazie mille (chaltu may) a presto (peukallal).

Marrichiweu (dieci volte continueremo a combattere)

Josè Nain Perez

———————————————————————————————————————————————————————————————————————————

 

Jose Nain Perez.

Coordinatore Associazione regionale mapuche Folilko.

(Laboratorio culturale “Mario Lussignoli” – Brescia)

Sabato 28 aprile 2018

L’acqua: un Diritto Collettivo inalienabile e imprescrittibile dell’Umanità

e la sua privatizzazione per pochi nel mondo.

Nel mondo, oggi, ci sono molte questioni che vengono discusse, come la globalizzazione economica, il riscaldamento globale, l’effetto serra, l’inquinamento del mare, e altri aspetti che coprono a loro volta l’agenda dei governi. Tra le molte questioni di grande importanza in tutto il mondo, occupa uno spazio la preoccupazione per la crisi idrica che oggi colpisce l’umanità. Ci troviamo in un mondo sostenuto e controllato da strumenti legali che concedono potere e proprietà a un piccolo numero di imprese multinazionali che detengono pertanto il controllo delle acque del pianeta.

Nella misura in cui il mondo perde la bussola e entra in una crisi molto profonda, i Popoli Indigeni sono i più sensibili alle misure prese in questo ambito, che in molti casi sono irreversibili. Dopo più di cinquecento anni dall’arrivo del colonizzatore nelle nostre terre (America), ci siamo resi conto del danno causato, dove hanno eliminato con il fuoco e il sangue le nostre culture millenarie. Noi popolazioni indigene, non solo siamo stati i protettori della biodiversità, ma anche i preservatori di questo bene comune di cui siamo parte sotto tutti gli aspetti.

Nell’ambito di un’economia aperta ai mercati globali, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali che si attua nel paese, gran parte delle terre e dei territori di proprietà legale o ancestrale del popolo mapuche, delle regioni di Araucanía, Los Lagos e Los Ríos, sono state seriamente minacciate dall’espansione di progetti legati all’uso dell’acqua come mezzo principale. Ad esempio quelli dell’industria forestale, con una costante espansione delle specie esotiche di pino e monoculture di eucalipto per la produzione di cellulosa, senza pagare le tasse nelle regioni interessate dalle loro attività.

Il territorio mapuche o Wall Mapuche, che comprendeva dalla città di Santiago del Cile e Buenos Aires al sud, e dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, era un territorio molto vario e molto ricco di biodiversità, ecosistemi, zone umide. Con la formazione dello stato cileno e argentino, a poco a poco questa ricchezza è andata perduta. Con l’arrivo delle compagnie forestali e l’impianto della monocoltura di pini ed eucalipti, le fonti d’acqua lentamente scomparvero, cominciarono a sparire i fiumi, le sorgenti, le piante medicinali, e con questo la conoscenza tradizionale mapuche. Come conseguenza il nostro territorio è diventato un semi-deserto, senza biodiversità e senza fonti d’acqua, che ha generato molta povertà, non solo economica. Si è prodotta anche una sistematica stagnazione dello sviluppo delle pratiche culturali associate alla visione del mondo e alla biodiversità.

Le imprese forestali e minerarie sono le cause principali della scomparsa delle risorse idriche. Esse hanno causato il deterioramento dell’ambiente con l’eliminazione totale della foresta nativa originaria del sud del Cile, e con essa la perdita degli ecosistemi, che rendevano possibile la conservazione delle fonti di ricchezza naturale, l’abbondanza di acqua e la diversità delle foreste che per le nostre comunità si traducono in una fonte di cibo e medicina tradizionale mapuche. Nel caso delle compagnie minerarie, hanno registrato i diritti sull’acqua sotto il loro dominio, escludendo le comunità Aymara e Quechua.

Le imprese idroelettriche, sotto la copertura della costruzione di mega centrali, come Ralco e Pangue, sul fiume Bio-Bio – il cui attuale proprietario è l’ENEL di origine italiana – hanno colpito sei comunità di Pewenches, che sono state spostate forzatamente dalle loro terre e dai loro luoghi sacri i quali furono sommersi da più di 200 metri di acqua (tra cui quattro cimiteri e quattro centri cerimoniali). Ora queste stesse compagnie si stanno dedicando a costruire massicciamente centrali di transito, presumibilmente più amichevoli con l’ambiente. Stanno proliferando nella pre-cordigliera e nella regione dell’Araucanía. Abbiamo anche l’industria del salmone con piscicoltura di produzione e di ovulazione per l’allevamento industriale del salmone che genera una grande contaminazione delle stesse acque che le comunità mapuche spesso consumano.

Nel caso del diritto all’acqua, il decreto con forza di legge n. 1122 del 1981, nonché il regolamento costituzionale nell’articolo 19 n. 24 ultimo paragrafo della costituzione politica del 1980, riconosce il diritto di proprietà dei privati su di essa. Si tratta di un regolamento che, dopo decenni di applicazione, ha portato alla privatizzazione di buona parte delle acque di superficie del paese e si concentra nelle mani di pochissimi miliardari che hanno privato le comunità dei loro diritti all’acqua.

La legge indigena 19.253, relativa alla promozione, alla protezione e allo sviluppo delle popolazioni indigene del Cile, rimane in vigore nonostante non corrisponda allo standard del diritto internazionale sui diritti delle popolazioni indigene su terre, territori, risorse naturali, come l’acqua e le risorse del sottosuolo e in termini di partecipazione e autodeterminazione. Per quanto riguarda la legge 20.249, su “spazi marittimi e costieri delle popolazioni indigene” la sua attuazione è ancora minima poiché perdura la mancanza di protezione contro l’uso industriale di tali spazi da parte delle imprese di pesca a danno delle comunità Mapuche Lakenches (costa del Pacifico).

L’attuazione della Convenzione OIL 196 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ratificata nel 2008, è stata molto inadeguata. In particolaresi è rivelata inefficace per ciò che ha a che fare con la consultazione indigena, a fronte di misure amministrative, relative a progetti di investimento che riguardano le popolazioni indigene, e in particolare quelli relativi principalmente alle acque indigene. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene del 2007, approvata con il voto dello Stato cileno, che sancisce il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia dei nostri popoli, nonché il loro diritto a un previo consenso libero e informato di fronte a fatti come i progetti di sfruttamento delle risorse naturali nei territori indigeni, ha avuto poca o nessuna applicazione nel paese.

Il diritto all’autodeterminazione, è parte intrinseca del legame che le popolazioni indigene, e in particolare il Popolo Mapuche, hanno con la terra, con gli elementi che compongono il cosmo, e questo si traduce in ultima analisi nella nostra filosofia di vita che assomiglia ad un sistema religioso, legato alle forze della terra, come ad esempio i vulcani, le montagne, i fiumi, i laghi e il mare, tra gli altri. In queste aree troviamo la spiegazione della vita e del ruolo assunto dalle comunità mapuche nella difesa della nostra Wallmapuche (Territorio mapuche).

In Cile, per quanto riguarda il quadro normativo attuale, proponiamo di definire le funzioni prioritarie dell’acqua oggi riconosciute: il consumo umano e i servizi igienico-sanitari per la sussistenza e un migliore utilizzo per la conservazione eco-sistemica. Proponiamo inoltre che si riconosca la priorità dell’uso dell’acqua per il consumo umano, di sussistenza e dei servizi igienico-sanitari, sia ai fini di ottenere la concessione del diritto di approvvigionamento, sia di limitare l’esercizio del diritto ad altri usi che non può essere concesso ora e che è più consigliabile rinviare al futuro che permetterà di effettuare una migliore distribuzione e conservazione.

Non c’è dubbio che la funzione ecosistemica non è stata riconosciuta dal Cile come una priorità. Si sono solo concessi poteri all’autorità per garantire l’armonia e l’equilibrio tra la funzione di conservazione eco-sistemica e la funzione produttiva che compete all’acqua. Occorre notare che si omette il riconoscimento degli usi culturali e sociali dell’acqua, lasciando fuori dalla scala delle priorità i diritti ancestrali di proprietà dell’acqua dei popoli indigeni e, in generale, gli usi tradizionali che obbediscono ai modelli culturali.

Anzitutto la protezione legale delle acque indigene è un imperativo per lo stato, in riferimento al riconoscimento dei territori indigeni. In questo caso lo Stato garantirà l’integrità di terra e acqua e proteggerà le acque esistenti a beneficio delle comunità indigene, secondo le leggi e i trattati internazionali ratificati dal Cile e che sono in vigore. Tuttavia, queste misure devono essere anche adeguate al Codice dell’acqua che in fin dei conti su questo diritto lascia fuori le comunità mapuche. In pratica queste misure sarà difficile che garantiscano il diritto alle comunità mapuche se non viene modificato il Codice dell’acqua,.

Per quanto riguarda la discussione in atto, può essere presa come un passo avanti nel campo del riconoscimento delle acque indigene, la proposta che non esclude i territori indigeni dal regime di privatizzazione dei diritti idrici già stabiliti nell’attuale codice delle acque. Viene però mantenuto il meccanismo di regolarizzazione delle acque tradizionali indigene, stabilito nell’articolo 2 transitorio del codice dell’acqua del 1981, mediante il quale le comunità indigene e i loro membri non hanno la possibilità di regolarizzare o ottenere i diritti di approvvigionamento delle acque che hanno utilizzato in modo tranquillo e ininterrotto per più di cinque anni. Questo fatto spesso genera l’approvvigionamento da parte di imprese che registrano sotto il loro dominio legale quell’acqua che è di uso ancestrale delle comunità Mapuche.

In sintesi, possiamo dire ad alta voce che, fintanto che non vi è alcun cambiamento nei paradigmi e nella visione dello stato cileno sull’importanza della conservazione della biodiversità, compreso il Popolo mapuche, come soggetto di diritti, e si ottenga il riconoscimento del diritto alla libera determinazione e le aziende forestali inizino il loro ritiro dal territorio Mapuche, persisterà sempre la povertà, la mancanza di acqua e la perdita degli ultimi ecosistemi che rendono possibile la nostra sopravvivenza economica, sociale e culturale come popolo mapuche.

Carissima Liviana e amici della Rete Radié Resch,

eccomi finalmente a mantenere la promessa di aggiornarvi su quanto si sta facendo da parte del Tribunale Permanente dei Popoli, avendo come linea di fondo lo scenario globale e i diversi contesti della migrazione. In questo senso le attività che qui di seguito ricordo sono tra loro strettamente complementari. Tutte sono documentate nei loro elementi essenziali sul sito del TPP, ed i materiali, che eventualmente più interessano, possono essere richiesti e forniti in forma cartacea.

Penso che una delle cose potenzialmente più utili sia la pubblicazione degli atti della Sessione di Palermo, che sembra ormai lontana nel tempo, ma che di fatto ha tutte le intuizioni di lettura, previsione, indicazioni di azione che ogni giorno sono richieste per vivere qualcosa che fa parte del quotidiano. Il materiale è molto ben utilizzabile per le scuole ed a livello dei rapporti con le amministrazioni locali, nel caso di voler promuovere attività di responsabilizzazione.

I mesi della primavera hanno avuto come snodo centrale di attività una sessione particolarmente originale, svolta con il supporto di una piattaforma informatica, che ha permesso di lavorare in tempo reale per quattro giorni su una richiesta di intervento e supporto da parte di una rete internazionale molto estesa (dagli USA, al Canada, all’Australia, Argentina, Messico, Europa) di comunità locali, movimenti, gruppi accademici, esperti, per confrontare le strategie chiamate ‘non-convenzionali’ per la produzione di energia (il fracking è divenuto il caso-testimone) con i ‘diritti di scelta e di vita’ delle comunità, che vengono negati/manipolati/ignorati nella più totale assenza/tolleranza del diritto internazionale e delle garanzie obbligatorie di protezione di umani e natura.

Si sta ora procedendo, coordinando un gruppo internazionale di giudici/esperti, a preparare una Advisory Opinion, cha sarà di grande aiuto, sia per le informazioni tecniche, che soprattutto per favorire il collegamento e la reciproca collaborazione tra realtà estremamente disperse.

La fine di maggio ha avuto due momenti molto importanti per il lavoro del Tribunale sulle politiche della dittatura turca nei confronti della popolazione curda. Non c’è evidentemente bisogno di sottolineare le condizioni di repressione senza limiti di Erdogan e nello stesso tempo il silenzio assordante degli Stati europei, che cancellano dalle loro agende perfino l’abc del rispetto dei diritti fondamentali, pur di mantenere la Turchia nel ruolo di controllore delle migrazioni e della sicurezza armata della NATO, con finanziamenti che non debbono neppure essere rendicontati.

Per presentare e mettere in prospettiva le conclusioni del Tribunale sono state realizzate, in stretta collaborazione con i molti gruppi di migranti e rifugiati, due presentazioni, al Parlamento Europeo e al parlamento inglese, per fare tutta la pressione possibile almeno per rendere visibili questi popoli non solo né principalmente come vittime, ma come soggetti legittimi di diritti che possono avere speranza solo se entrano nell’agenda anche delle nostre, purtroppo sempre più precarie, democrazie.

Il cammino specifico del programma sulle migrazioni é ripreso, ad un anno dalla sua apertura a Barcellona, con una sessione (la quarta ormai), mirando a coprire la gamma delle tante realtà e a dare ai movimenti il senso, lo stile, la coscienza di essere ‘rete’. La focalizzazione della Sessione, di nuovo a Barcellona, é stata sulle donne, come persone e come genere, nella migrazione. Il testo conclusivo, redatto da una giuria internazionale tutta al femminile merita senz’altro una lettura attenta. L’obiettivo condiviso è quello di fare di questa tappa un nucleo aggregativo esteso, soprattutto con il supporto del piccolo gruppo italiano e del più forte gruppo spagnolo che erano presenti.

Un primo proseguimento del cammino, che mira ad esplorare tutto il mosaico delle condizioni di violenza e negazione dei diritti, é ora in fase di avanzata preparazione in vista di un evento in Inghilterra, per l’inizio di novembre, con prospettive innovative di analisi e mobilitazione da parte di molti gruppi attivi sui diritti di ‘accoglienza’. Si sa bene che dietro la gentilezza del termine accoglienza si nasconde uno di quei ‘territori di non diritto’, dove tutto può succedere nell’impunità e nel silenzio dell’opinione pubblica.

L’agosto non è stato di grandi vacanze. In un corso tenutosi con la partecipazione di gruppi di 14 paesi (soprattutto donne responsabili di comunità di cui si stanno appropriando le multinazionali delle miniere e dell’agricoltura, con conseguente espulsione violenta degli abitanti,) si sono messe le basi per la prossima importante Sessione, di nuovo in Africa, che conclude un lavoro triennale di coinvolgimento comunitario, producendo uno sguardo importante sulle cause interne della migrazione africana, e si spera possa aprire una fase ulteriore nella quale le popolazioni africane avranno un ruolo centrale.

Posso solo concludere ringraziando ancora tanto, ma proprio tanto, quello che riuscite a fare per questi nostri tentativi di essere presenti”, con radici precise nella realtà e nella speranza-lotta delle persone e dei popoli.

Al di là di contributi economici, che confidiamo possano continuare, quello che ci piacerebbe molto ancor più potenziare, nel nostro rapporto, sono modalità di scambio di esperienze e riflessioni che sono vitali per rispondere più efficacemente alle minacce di un degrado della nostra per quanto imperfetta democrazia, in un mondo globale fatto di cose, interessi, guerre.

Con un augurio ed un abbraccio che vi chiedo di estendere anche a nome di Simona e di quante/i condividono questi cammini

Gianni Tognoni, 29/9/2018

Un documentario censurato rivela la campagna segreta su Facebook di “The Israel Project”
Tratto da: Agenzia stampa Infopal – www.infopal.it

Di Ali Abunimah e Asa Winstanley. The Electronic Intifada. Da Zeitun.info.“The Israel Project” [Progetto Israele], un importante gruppo di sostegno con base a Washington, sta portando avanti una campagna segreta per influenzare [gli utenti di] Facebook.
Ciò viene svelato in “The Lobby – USA”, un documentario in incognito di Al Jazeera che non è mai stato mandato in onda a causa della censura da parte del Qatar in seguito a pressioni di organizzazioni filo-israeliane. Il video di cui sopra, esclusivo per The Electronic Intifada, mostra i brani più recenti estratti dal documentario.
Le prime immagini filtrate pubblicate da The Electronic Intifada e da Grayzone Project [sito statunitense di notizie in rete, ndt] hanno già rivelato subdole tattiche di gruppi anti-palestinesi pianificate e messe in pratica con la complicità del governo israeliano.
Nei nuovi video si sente David Hazony, il direttore esecutivo di “The Israel Project”, dire al giornalista infiltrato di Al Jazeera: “Ci sono anche cose che facciamo e che sono assolutamente lontano dai riflettori. Lavoriamo insieme a un sacco di altre organizzazioni”.
“Produciamo contenuti che poi loro pubblicano a loro nome“, aggiunge Hazony.
Gran parte dell’operazione consiste nella creazione di una rete di “comunità” di Facebook centrate sulla storia, sull’ambiente, su questioni internazionali e femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con il sostegno a Israele, ma sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi a favore di Israele.
“Una cosa riservata”.
In una conversazione, anch’essa rivelata dagli estratti trapelati del video, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per “The Israel Project”, racconta al giornalista di Al Jazeera in incognito la logica e l’estensione dell’operazione segreta su Facebook.
Il reporter in incognito, noto come “Tony”, si presentava come tirocinante presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme un sacco di media filo-israeliani attraverso vari canali sociali che non sono di ‘The Israel Project’, afferma Schachtel. “Così abbiamo molti progetti paralleli con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”.
“Per questo è una cosa riservata”, aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono associati a ‘The Israel Project’”.
Tony chiede se l’idea di “tutto quanto il materiale non [relativo a] Israele ha lo scopo di consentire che il materiale su Israele passi meglio”.
“Vogliamo proprio mimetizzarlo in ogni cosa”, spiega Schachtel.
Una di queste pagine Facebook, “Cup of Jane”, [Un po’ di Jane] ha quasi mezzo milione di persone che la seguono.
La pagina di “Chi siamo” di “Cup of Jane” la descrive come relativa a “zucchero, spezie e tutto quello che è buono”. Ma non c’è nessuna informazione sul fatto che sia una pagina gestita con il proposito di promuovere Israele.
La pagina di “Chi siamo” identifica “Cup of Jane” come “una comunità creata dal progetto per i media del futuro di TIP a Washington”.
Non c’è peraltro nessuna menzione diretta ed esplicita di Israele o indicazione che “TIP” sta per “The Israel Project”.
“The Electronic Intifada” è al corrente del fatto che persino questa vaga ammissione di chi ci sia dietro la pagina è stata aggiunta solo dopo che “The Israel Project” ha saputo dell’esistenza del documentario segreto di Al Jazeera e presumibilmente ha previsto di essere stato scoperto.
“The Israel Project” ha anche aggiunto un’ammissione sul suo sito in rete che gestisce le pagine di Facebook. Tuttavia il suo sito web non è collegato alle sue pagine di Facebook.
Non ci sono prove nell’Archivio Internet che la pagina esistesse prima del maggio 2017 – mesi dopo che la copertura di “Tony” era stata scoperta.
Secondo Schachtel “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.
“Abbiamo una squadra di circa 13 persone. Stiamo lavorando su molti video,” dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti sono solo su argomenti casuali e poi circa il 25% di questi saranno di provenienza israeliana o ebraica centrati su Israele o sugli ebrei.”
Nel documentario Al Jazeera afferma di “aver contattato tutti quelli coinvolti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni o degli individui a favore di Israele che lavorano per loro ha risposto alle nostre accuse.”
Falsi progressisti.
“Cup of Jane” cerca di dimostrarsi progressista postando foto e citazioni di icone femminili nere come Maya Angelou [poetessa, attrice e ballerina afro-americana, ndt] e Ida B. Wells [intellettuale afroamericana morta nel 1931, ndt], che la pagina celebra in occasione del suo compleanno come una “pensatrice, scrittrice e attivista rivoluzionaria”.
Ci sono anche post sull’ambientalista all’avanguardia Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai suoi compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro nella scuola superiore di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018.
Intrecciati a un flusso di fesserie in odore di progressismo ci sono attacchi contro veri movimenti progressisti, come la “Chicago’s Dyke March” [annuale sfilata del movimento LGBT, ndt], i cui organizzatori hanno affrontato una campagna di calunnie della lobby israeliana dopo aver chiesto a provocatori filo-israeliani di lasciare la loro marcia nel 2017.
E un post dell’ottobre 2016, subito dopo che era stata lanciata la pagina di “Cup of Jane”, ha cercato di dipingere il militarismo di Israele come attraente e a favore dell’emancipazione delle donne.
“L’aviazione israeliana ha dipinto di rosa aerei da guerra a sostegno del “Breast Cancer Awareness Month” [Mese per la Sensibilizzazione sul Cancro al Seno]. Non è fantastico?” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da guerra israeliano. “Questo è forte. Le donne, in ogni caso, hanno bisogno di un’aviazione tutta per loro,” aggiunge “Cup of Jane, insieme a una faccina sorridente.
Altre pagine identificate dal documentario censurato di Al Jazeera come gestite da “The Israel Project” includono Soul Mama, History Bites [Bocconi di Storia], We Have Only One Earth [Abbiamo solo una Terra] e This Explains That [Ciò spiega che]. Alcune hanno centinaia di migliaia di follower.
“History Bites” non rivela la propria affiliazione a “The Israel Project”, neppure con la vaga formula utilizzata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.
“History Bites” si definisce semplicemente come [una pagina] che diffonde “ la bellezza della storia in bocconcini masticabili!”
Questa pagina ha ri-postato i post di “Cup of Jane” che presentano come un’eroina femminista Golda Meir, la donna primo ministro israeliano che ha messo in atto politiche razziste e violente contro i nativi palestinesi e vedeva una minaccia esiziale nelle donne palestinesi che partorivano.
Un video del 2016 su “This Explains That” diffonde false affermazioni israeliane secondo cui l’agenzia dell’ONU per la cultura, l’UNESCO, “ha cancellato” la devozione di ebrei e cristiani per i luoghi sacri di Gerusalemme.
Lo scorso dicembre “History Bites” ha ri-postato il video in cui si afferma che “sembra appoggiare l’odierna dichiarazione del presidente Trump secondo cui Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele.” Il video ha avuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.
Un altro video postato da “History Bites” cerca di giustificare l’attacco a sorpresa israeliano del giugno 1967 contro l’Egitto, che ha dato inizio alla guerra in cui Israele ha occupato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai egiziana e le Alture del Golan siriane.
Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme est come se la città fosse stata “riunificata” e “liberata”.
Il marchio tossico di Israele.
Il ricorso di “The Israel Project” a una proverbiale cucchiaiata di zucchero per cercare di far passare più facilmente i messaggi filo-israeliani è un riconoscimento di quanto possa essere difficile far accettare uno Stato di apartheid. Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio Israele è sempre più tossico, per cui non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere qualcosa di contemporaneo che sia solo molto innocuo, divertente e allora ogni tanto ci puoi infilare qualcosa su Israele”.
I tentativi di “The Israel Project” di cooptare persone con una sensibilità progressista al servizio di Israele, benché le sue politiche siano di estrema destra, rientra in una più complessiva strategia di Israele, che intende dividere la sinistra e indebolire la solidarietà con la Palestina.
Diretto da Josh Block, un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex- principale stratega presso il centro di potere della lobby israeliana “AIPAC” [American Israel Public Affairs Committee, Comitato per le Questioni Pubbliche Americano-Israeliane, ndt], uno dei principali obiettivi di “The Israel Project” era sabotare l’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran.
La campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook è evidentemente manipolatoria, ma è ancora più cinica dato che il suo ideatore è Gary Rosen.
Per anni Rosen ha diretto un account twitter violentemente omofobico e islamofobo chiamato “@ArikSharon” – il nickname dell’ex-primo ministro israeliano Ariel Sharon, che è stato responsabile dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila quello stesso anno.
Nelle trascrizioni di una registrazione fatta dal giornalista in incognito di Al Jazeera visionate da “The Electronic Intifada”, Rosen ammette di utilizzare @ArikSharon come un “account segreto”.
Rosen è stato impiegato presso l’agenzia pubblicitaria internazionale “Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 si è unito a “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.
Dopo essere stato denunciato nel 2013 da uno degli autori di questo articolo come la persona che gestiva l’account, Rosen ha cancellato dal collegamento twitter @ArikSharon molti dei tweet più aggressivi.
Ma mentre utilizza pagine Facebook sotto copertura nel tentativo di normalizzare l’appoggio a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua ad utilizzare l’account twitter @ArikSharon per diffondere messaggi di destra filoisraeliani.
Annunci pubblicitari anonimi smascherati.
Questo non è l’unico tentativo segreto della lobby israeliana per utilizzare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.
Un reportage di “The Forward” [uno dei principali giornali della comunità ebraica USA, ndt] e “ProPublica” [rivista d’inchiesta USA, ndt] rivela che “Israel on Campus Coalition” [Coalizione per Israele nei campus] ha condotto campagne pubblicitarie anonime su Facebook per calunniare Remi Kanazi, un poeta palestinese- americano, prima delle sue esibizioni in campus USA.
“The Electronic Intifada” è stato il primo a informare sulle rivelazioni del documentario di Al Jazeera in merito a come i tentativi della “Israel on Campus Coalition” di calunniare e perseguitare gli attivisti solidali con la Palestina siano in coordinamento segreto con il governo israeliano.
Un portavoce di Facebook ha detto a “The Forward” e “ProPublica” che gli annunci di “Israel on Campus Coalition” che prendono di mira Kanazi “violano la nostra politica contro le false dichiarazioni e sono stati rimossi.”
Nel 2012 “The Electronic Intifada” ha denunciato un piano dell’unione nazionale degli studenti di Israele, sostenuto dal governo, per pagare studenti che diffondano propaganda filo-israeliana su Facebook. Tuttavia gli attuali tentativi segreti guidati da “The Israel Project” sembrano essere molto più sofisticati.
Dalle elezioni presidenziali USA del 2016 Facebook è stato accusato di consentire che la sua piattaforma venga utilizzata per la propaganda di manipolazione sponsorizzata dalla Russia intesa ad influenzare la politica e l’opinione pubblica.
Nonostante il clamore propagandistico, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o non dimostrate.
Ciononostante, Facebook si è associato con l’”Atlantic Council” [Consiglio Atlantico, ndt] in apparenza nel tentativo di reprimere “i falsi account” e la “disinformazione”.
L’”Atlantic Council” è un centro di ricerca di Washington che è stato fondato dalla NATO, dall’esercito USA, dai governi brutalmente repressivi di Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, da governi dell’Unione Europea e dal gotha delle società di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri che speculano sulle guerre.
Come apparente risultato di questa collaborazione, un certo numero di account dei media sociali totalmente innocui con pochi o nessun follower sono stati recentemente rimossi.
Più preoccupante è il fatto che pagine gestite da agenzie di informazione di sinistra che si occupavano di Paesi presi di mira dal governo USA, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se in seguito sono state ripristinate. Ora, con solide prove della campagna ben finanziata e con vasta influenza di “The Israel Project” su Facebook, rimane da vedere se il gigante delle reti sociali agirà per garantire che utenti inconsapevoli siano informati che quello a cui sono stati esposti è propaganda intenzionata a promuovere e dare un’immagine positiva dello Stato di Israele.
In risposta alla richiesta di fare un commento, un portavoce di Facebook ha detto a The Electronic Intifada che l’impresa avrebbe esaminato la questione.
Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi

Gli italiani sono convinti che i profughi ci costino più che in qualsiasi altro paese. Invece già nel 2016 la comunità internazionale stava investendo oltre 28 miliardi di dollari (qui uno studio sui costi delle migrazioni). Più o meno la stessa cifra che viene destinata per la lotta all’Aids o alla tubercolosi. Ma, quei 28 miliardi sono solo una risposta alle emergenze, non sono stati investiti per rispondere alle cause profonde delle migrazioni o per l’integrazione dei migranti accolti. L’84% di quella cifra è spesa nei paesi “shock absorbers”: Pakistan, Uganda, Turchia, Libano, Giordania, dove il primo impatto migratorio è uno tsunami.

Nel corso degli ultimi 12 mesi gli sbarchi di migranti in Italia si sono ridotti di oltre l’80%. A quanto ammontano i risparmi di spesa pubblica generati dal calo degli sbarchi? Quanti di questi risparmi si potrebbero investire in politiche per l’integrazione degli stranieri in Italia? Malgrado il calo, infatti, permane la sfida di integrare le oltre 180.000 persone che hanno ricevuto una protezione internazionale tra il 2011 e oggi. A queste domande e considerazioni dà una risposta uno studio dell’Ispi (Matteo Villa, Valeria Emmi e Elena Corradi i ricercatori) in collaborazione con il Cesvi che viene presentato stasera a Milano.

Se il trend rimarrà invariato, a fine 2018 saranno arrivati in Italia 100.000 migranti in meno dell’anno scorso. Con un risparmio sui costi sanitari e dell’accoglienza che si aggira attorno al miliardo di euro, una cifra che – a regime – sfiorerà i due miliardi di risparmio sul bilancio dello Stato dal 2019 in avanti. È la prima stima dell’effetto economico del calo degli sbarchi calcola lo studio, che mira a quantificare i costi e i benefici di un processo d’integrazione dei migranti presenti in Italia che potrebbe finanziarsi con i risparmi generati dal calo degli sbarchi dell’ultimo anno.

Il risparmio viene calcolato sul periodo medio di permanenza dei migranti a carico dello Stato italiano, circa 12 mesi, ad un costo che viene stimato di 13.000 euro procapite. Ma la tesi dello studio è che se questi risparmi fossero reinvestiti in una maggiore spesa per l’integrazione lo Stato se ne gioverebbe. Una simulazione dell’impatto sulle finanze pubbliche di un raddoppio nella spesa per l’integrazione nell’Unione europea, calcola che il Pil della Ue sarebbe superiore di un valore compreso tra lo 0,6 e l’1,5 per cento rispetto ad ora.

Secondo lo studio Ispi-Cesvi una maggiore spesa per l’integrazione porterebbe, a medio termine, ad una diminuzione dei sussidi e della criminalità e ad un aumento di Pil, tasse pagate dai migranti in favore del paese e una maggiore coesione sociale.

Da Vita.it (21 settembre 2018)

VIAGGIO AD HAITI 2018 DI ELVIO, FRANCESCO, MARIANITA

DI NUOVO AD HAITI

Di nuovo ad Haiti, con Francesco e con Elvio.

Di seguito troverete il programma del nostro soggiorno e le informazioni sulla situazione del paese e delle attività di FDDPA; qui quel che mi è rimasto negli occhi, nel cuore, nei pensieri.

Il programma preparato da Jean (il nostro referente ad Haiti) è ricco e impegnativo, accanto alle visite a tutte le realtà dove FDDPA (Forza per la Difesa dei Diritti dei Contadini Haitiani) è presente, sono previsti incontri ed escursioni che ci permetteranno di fare nuove esperienze e conoscere meglio questo paese pieno di problemi, ma ancora capace di stupire per la sua bellezza.

C’è il traffico tremendo della capitale dove si può restare intrappolati ore e ore nel traffico a causa di terribili bouchon (tappi, imbottigliamenti) tra i mefitici gas di scarico di antichi veicoli ancora circolanti e gli slogan di manifestanti che occupano per protesta le strade; ma c’è anche Jacmel, città dove c’è cura per mantenere gli edifici coloniali che hanno resistito al terremoto, dove murales, mosaici, monumenti raccontano la storia e la cultura di questo paese; c’è Môle Saint Nicolas, città sorta dove sbarcò Cristoforo Colombo che conserva le tracce di quell’epoca, dalle vie ordinate e pulite e una spiaggia bellissima che si affaccia sul Canale dei venti che la separa da Cuba, ma quasi fuori dal mondo a causa delle strade pessime che impediscono a molti di raggiungerla.

Ci sono le strade che conducono alle comunità sulle montagne. La lunga strada per il Nord-ovest attraversa le risaie della pianura dell’Artibonite, le distese incolte della “savan desolé”, per salire poi costeggiando il mare e aprirsi su sequenze di monti lontani, percorrere piste che attraversano distese deserte, affacciarsi sulle saline e infine salire nel verde tra le pietre, il fango e i corsi d’acqua da guadare. La strada per Fondol, prima pianeggiante, su cui si affacciano tante piccole case, ombreggiata da manghi e alberi del pane, si inerpica poi su una montagna sempre più brulla aprendo visioni sulla pianura e sul mare lontano che fanno dimenticare la povertà sempre in agguato. La strada disastrata che porta a Katien sale faticosamente svelando in tutta la sua vastità la pianura fertile irrigata dal fiume Artibonite e le catene montuose che la circondano; la strada impraticabile che abbiamo percorso a piedi verso Dofiné, è una pietraia che sale e scende per terminare nella piccola oasi verde dove tutto il lavoro di Dadoue Printemps è iniziato.

Dofiné merita un discorso a parte, qui, in questo luogo così isolato e così difficilmente raggiungibile, più che ovunque resta vivo il messaggio di Dadoue e vive restano le sue pratiche di relazione, di animazione, di vivere insieme. I canti, le danze delle alunne e gli alunni della scuola e delle ragazze e dei ragazzi di JAFDDPA (Jeunesse FDDPA) animano la grande festa che riunisce tutta la comunità come avveniva quando Dadoue era qui, e nei canti – accompagnati dai tamburi, dai bambou e le tchatcha (lunghe trombe e maracas) – resiste la cultura locale: su questi antichi ritmi africani che animano la notte danzano giovani e vecchi, donne e uomini, bambine e bambini.

Incontri vecchi e nuovi: un quasi medico, Ronny, che due volte alla settimana parte volontariamente dalla capitale per curare le persone nei centri di salute di Malingue e Fondol; una giovane infermiera appena diplomata, Minerva (cresciuta nella casa di Dadoue), che lavora quasi gratis come Elicia, sua madre, che da anni sale sulla montagna per tenere aperto il centro di salute; Jumel (anche lui cresciuto nella casa di Dadoue), ora coordinatore della campagna per l’igiene e la salute, che è contento del suo lavoro, di questa esperienza che sta vivendo e che lo fa sentire utile nell’aiutare le comunità a proteggersi dalle malattie, a vivere meglio.

E tanti peyzan (contadini) di FDDPA, che sono anche soci della Cassa popolare e della Banca sementi: Jonas di Fondol che dice con forza che bisogna essere creativi, offrire ai contadini nuove conoscenze, nuove esperienze, come l’apicoltura, la coltivazione del crescione e della moringa; il problema – afferma – è la mancanza di conoscenze per poter sfruttare le risorse che ci sono e non essere costretti ad andarsene; Benis di Fondol che ci tiene a dire che le persone della Rete non sono stranieri, ma amici, membri della famiglia e a ricordare Dadoue che ha aperto il cammino, ha costruito il ponte tra i contadini e la Rete, ha tracciato la strada “per noi e per voi”, e questa amicizia va tenuta viva. E tutti quelli di cui non ricordo il nome che credono nell’importanza di andare avanti perché sognano un mondo diverso.

E tanti insegnanti, dalla vita dura e dai salari bassi, che lavorano con impegno, sensibilità, professionalità. Venans, direttore della scuola di Dofiné, ricorda che questa di Dofiné è la prima scuola della zona: se oggi ci sono persone che sanno leggere e scrivere e se alcuni alunni di ieri sono gli insegnanti di oggi lo si deve a questa scuola, e infatti Dieusseul, del comitato direttivo della scuola, insegnante e responsabile del gruppo giovani, aggiunge: “Faccio parte della prima generazione formata da questa scuola, e vi ringrazio per la solidarietà e l’amore della Rete per gli oppressi e gli svantaggiati”; e il giovane nuovo direttore della scuola di Dofiné, che affronta con coraggio i problemi non indifferenti di una piccola scuola con tanti, troppi alunni, ma crede nel suo lavoro e non si arrende. E anche la direttrice della scuola professionale di Souprann, nel Nord Ovest, che vive in una casetta accanto alla scuola, crede nel suo lavoro e non si arrende, ha deciso di non andarsene anche se avrebbe potuto trovare altrove situazioni migliori. Insegnanti che lavorano insieme al di là di storie e credenze differenti, c’è chi è cattolico, chi è protestante e magari anche pastore, chi è vuduista e magari anche houngan, sacerdote vudù.

E ci sono i bambini che affollano le scuole della montagna, ordinati nelle loro divise colorate; i piccoli delle sezioni “Gianna bambini” che cantano guidati dalle loro maestre allegre e vivaci, “non restate a casa, venite a scuola a imparare tante belle cose”, che immergono le loro mani nel colore per poi stamparle su fogli bianchi; tutti, grandi e piccoli, che ci accolgono con canti di benvenuto e ci chiedono come stiamo, come ci chiamiamo, ma poi seguono silenziosi e attenti le lezioni degli insegnanti. Continuare a studiare è un privilegio – dicono le ragazze e i ragazzi che vanno alle scuole superiori – e noi vogliamo andare avanti.

E ci sono le donne della cooperativa di Fondol che lottano per migliorare le loro durissime condizioni di vita e camminano sulla montagna a vendere le loro mercanzie, si riuniscono per discutere i loro problemi e progettare nuove iniziative come un corso di sartoria e un corso di alfabetizzazione per quante di loro non hanno potuto andare a scuola, e cantano i loro canti che raccontano la realtà ma anche i sogni. Anche le donne di Fanm kenbe fem (donne restiamo salde) l’8 marzo cantano accompagnate dal tamburo di Erese su un prato in riva al mare all’ombra di un grande albero.

Facciamo anche nuovi incontri. Daphne, una makusi, cioè una mambo che è anche medsin fey (sacerdotessa vudù e esperta della medicina naturale), studiosa della cultura haitiana, che ora si fa chiamare Zana e evita di parlare in francese; a Jacmel Cayes, un bel villaggio sul mare, ha un suo atelier sotto una grande capanna dove accoglie gruppi che lavorano con lei nel recupero della cultura e della identità haitiana. Madam Wilande, lontana parente di Jean, che a Jean Rabel – città sul mare nel Nord-ovest dove Jean è nato – ci mette a disposizione quel poco che ha, la sua piccola casa, il suo cibo, l’acqua per lavarci, i letti della sua famiglia per dormire, silenziosa e sorridente si prende cura di noi. Incontriamo gli insegnanti e gli alunni della scuola nazionale di musica di Pandiassou nel Plateau Central, un luogo incantato dove in ampie aule o nel cortile ombreggiato si suonano tutti gli strumenti in un’atmosfera libera e gioiosa, uno di quei miracoli di Haiti che appaiono dove mai te lo aspetteresti. E visitiamo anche la scuola di agricoltura, sempre a Pandiassou, un’oasi di efficienza, organizzazione, capacità didattica. Certo alle spalle di queste esperienze ci sono amicizie potenti dei Piccoli Fratelli che le hanno ideate (l’ex presidente Preval e – si dice – anche il finanziere Soros) e vorresti che per tutti ci fossero le stesse opportunità… Opportunità che non hanno le scuole di FDDPA e nemmeno la piccola scuola che Chrislè, un giovane di Cabaret che ha frequentato i seminari per la salute di FDDPA, ha messo in piedi per i bambini di strada e i restavek (bambini impiegati in lavori domestici senza salario, quasi schiavi) e che porta avanti con l’aiuto della moglie e di due amici, tutti volontari; ha creato anche uno sportello dove ci si possa rivolgere e denunciare i maltrattamenti che subiscono i bambini e per questo è minacciato di morte.

La nostra casa a Haiti è Kay Dadou a Dubuisson, frazione di Cabaret, la casa di Dadoue che ci ha accolto come sempre con il calore del suo affetto. La famiglia è aumentata: guidati dall’affetto disponibile e attento di Jean e Martine, sua moglie, qui vivono – oltre ai loro bambini, Eminalo e Anne Martine, che crescono sereni e allegri – Jumel, Johnny, Nicholas, Jessika, erano i bambini di Dadoue, ora studiano e lavorano, poi sono arrivati Jakner, Maxiana, Duinide, figli di membri di FDDPA della montagna, che studiano anch’essi, e tre sorelle la cui madre lavora e non può seguirle, Kettia, Indiana, Lancia. È una casa aperta, viva: spesso arriva Balansè, collaboratore di FDDPA, sempre impegnato politicamente tra la capitale e l’Artibonite, si ferma a discutere con Jean e Martine i problemi da affrontare, passa la notte e poi riparte; arriva Christmene a dare una mano, anche lei cresciuta nella casa di Dadoue e ora madre di due bambine; vengono Elou, che ora studia alla Fondazione Montesinos, e David, che si è sposato e vive del suo lavoro di artigiano, a salutare i loro compagni con cui hanno vissuto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. E non manca mai Sandro, vicino di casa, uomo tutto fare disponibile per ogni lavoro. Periodicamente arriva Willot, che vive negli Stati Uniti, ma con la mente e il cuore ad Haiti dove cerca, con un gruppo di giovani con cui è in contatto tramite WhatsApp, di stimolare nuove pratiche per l’agricoltura e la difesa dell’ambiente.

Ma una parola, un pensiero particolare di riconoscenza e rispetto vanno a Jean e Martine che con semplicità, umiltà e determinazione continuano a portare avanti l’impegno, che è davvero grande, che si sono assunti dopo la morte di Dadoue: Jean che si occupa di tutto, dalle scuole alla manutenzione della camionetta, dai centri di salute alla pompa per l’acqua e le batterie per i pannelli solari, tiene i contatti con tutte le comunità che visita periodicamente, segue le ragazze e i ragazzi della casa, e legge, s’informa, partecipa alla vita politica del suo paese e vuole sapere cosa succede in Italia e nel mondo; Martine che s’inventa di tutto, frequenta la scuola per analista, segue il funzionamento dei centri di salute, si occupa della formazione per le maestre dell’asilo, fa animazione nelle classi e inventa canti per i bambini ma anche per la cooperativa delle donne di cui è la coordinatrice e l’animatrice, e provvede alla vita della casa coordinando il lavoro condiviso tra tutti gli abitanti.

E i giorni, che mi parevano tanti, volano e arriva l’ultima sera. Nel cortile di Kay Dadou c’è tutta la famiglia, sono venute anche Elicia e Christmene con le bambine; sono arrivati dalle comunità della montagna, Dieusseul da Dofiné, Josirat da Katien, Jonas e Benis da Fondol, Aristide da Beden. Ci hanno portato dei doni, per me una cesta di paglia come quelle che usano le donne contadine, per Elvio e Francesco dei tascapani di fibre intrecciate che i contadini usano quando vanno nei campi. Ci lasciano il loro messaggio per chi è in Italia: continuiamo a camminare insieme.

Io posso dire solo GRAZIE e ribadire che solidarietà è accompagnarli nella lotta per il cambiamento “tet ansamm” (uniti insieme) come ci ha insegnato Dadoue nel suo testamento: lavorare insieme mano nella mano, formando una collana di unità.

PROGRAMMA DEL NOSTRO SOGGIORNO

Domenica 25/2: arrivo a Port-au-Prince, trasferimento a Dubuisson (casa di Dadoue), cena di benvenuto.

Lunedì 26/2: tempo d’incontro: informazioni generali su situazione del paese e delle attività di FDDPA;

tempo di relax: escursione alla Côte des Arkadins.

Martedì 27/2: visita a Fondol: scuole, cooperativa delle donne, centro di salute, esperienza pilota del crescione, vivaio della moringa; incontro con insegnanti e comitato FDDPA.

Mercoledì 28/2: visita a Port-au-Prince; serata di commiato da suor Gabriella.

Giovedì 1/3: trasferimento in Artibonite; visita a Katien: scuole, incontro con insegnanti e membri della Cassa Popolare e Banca sementi. Trasferimento a piedi a Dofiné.

Venerdì 2/3: visita alla scuola di Dofinè; festa con la comunità; incontro con gli insegnanti, comitato FDDPA, gruppo giovani, borsisti; ritorno a Dubuisson.

Sabato 3/3: giornata di riposo.

Domenica 4/3: visita alla Fondazione Montesinos per bambini di strada o con problemi familiari a Titayen.

Lunedì 5/3: partenza per Jacmel, incontro con una sacerdotessa vudù studiosa della cultura haitiana; visita alla città.

Martedì 6/3: visita alla scuola bilingue gestita da amici di Jean; visita al laboratorio culturale di cultura haitiana a Jacmel Cayes, pranzo haitiano; ritorno a Dubuisson.

Mercoledì 7/3: visita al centro di salute di Malingue.

Giovedì 8/3: giornata delle donne con il gruppo Fanm kembe Fem a Plage Rouge.

Venerdì 9/3: visita all’associazione degli apicoltori dell’Arcahaie; visita alla scuola di Eminalo e Anne Martine, figli di Jean e Martine.

Sabato 10/3: visita a un centro di artigianato a Port-au-Prince; accoglienza di Willot all’aeroporto.

Domenica 11/3: festa della chiesa internazionale di Haiti a Saint Marc.

Lunedì 12/3: partenza per il Nord Ovest, arrivo a Souprann.

Martedì 13/3: festa con la comunità; incontro con direttrice, insegnanti e studentesse della scuola professionale.

Mercoledì 14/3: visita a Môle Saint Nicolas, trasferimento a Jean Rabel, incontro con il gruppo di Willot per la coltivazione della moringa.

Giovedì 15/3: visita a Saint Louis du Nord; viaggio di ritorno a Dubuisson.

Venerdì 16/3: incontro di valutazione con Jean e Martine.

Sabato 17/3: trasferimento nel Plateau Central. Arrivo e sistemazione a Pandiassau; visita ai laghi artificiali.

Domenica 18/3: visita alla scuola musicale e alla scuola agricola di Pandiassau; visita a Hinche e alle cascate di Bassin Zim. Ritorno a Dubuisson.

Lunedì 19.3: incontro con il coordinatore delle attività per la campagna di igiene; visita alla scuola per bambini di strada e restavek (bambini impiegati in lavori domestici) a Cabaret; festa di commiato.

Martedì 20.3: partenza da Port-au-Prince per l’Italia.

SITUAZIONE DEL PAESE

Attualmente è al potere un regime di destra, un governo di ricchi che hanno corrotto distribuendo denaro per arrivare e restare al potere. Qualche esempio: durante la campagna elettorale Food for the Poor (organizzazione ecumenica cristiana senza scopo di lucro che fornisce cibo, medicine e altri servizi ai poveri dell’America Latina e dei Caraibi), ha donato una nave piena di riso al candidato alla presidenza Jovenel Moïse per gli abitanti del sud distrutto dall’uragano Matthew; Moïse ha distribuito il riso presentandosi come il padre della patria; un altro imprenditore, che ha il monopolio della produzione di lamiere per la copertura degli edifici, gli ha messo a disposizione una quantità di lamiere da distribuire; una ditta che vende acqua potabile ha messo il ritratto di Moïse sulle confezioni di acqua. Diventato presidente, Moïse ha aumentato tutte le tasse colpendo soprattutto le classi più povere, ha triplicato il costo del passaporto e della patente. Gli introiti delle tasse servono esclusivamente al mantenimento del governo, della presidenza e del parlamento.

Non si investe niente per l’istruzione: l’80% delle scuole è privato e spesso sono scuole care.

All’aumento delle tasse si aggiunge l’aumento del costo della vita. Le masse sono sempre più impoverite mentre i ricchi sono sempre più ricchi.

Il governo lancia progetti di facciata per gettare polvere negli occhi come ad esempio la “carovana del cambiamento”: progetti senza fattibilità e senza competenza destinati al fallimento.

Pochi i media rimasti liberi, la maggior parte è corrotta dal governo che paga i proprietari e i giornalisti.

La corruzione resta il principale problema del paese, nelle elezioni si comprano i voti approfittando della povertà della popolazione. Grande l’astensione. Molti giudici sono corrotti e molti politici anche ad alti livelli sono coinvolti nello scandalo del Petrocaribe (l’alleanza tra il Venezuela e altri paesi caraibici per la compravendita di greggio a condizioni di pagamento preferenziali) i cui fondi sono stati dilapidati.

Un altro fenomeno grave – l’abbandono della montagna, l’esodo rurale verso la città a lavorare come facchini o verso la Repubblica Domenicana per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero o nell’edilizia – non è certo nuovo, ma ora si assiste a un’imponente ondata migratoria verso il Brasile, l’Argentina, il Cile, addirittura Taiwan; in particolare si parte per il Cile, 100.000 partenze nel 2017 e – fino a pochi giorni fa – da 300 a 500 persone in partenza ogni giorno con voli diretti Port-au-Prince – Santiago; con il nuovo governo cileno di destra però i voli sono stati per il momento sospesi (prima bastava avere il passaporto senza necessità di visto). Partono persone di tutte le classi sociali con conseguente grave impoverimento per il paese. Anche sulla montagna l’esodo è consistente e FDDPA ne risente, spesso diventa difficile fare un kumbit (modo tradizionale di lavoro collettivo), inoltre persone che sono state formate e su cui si era investito (insegnanti, un cassiere, un fornaio…) sono partite ed ora bisogna trovarne delle altre e formarle.

ATTIVITà DI FDDPA

Jean, direttore esecutivo, non vuole essere considerato il sostituto di Dadoue, si considera un accompagnatore, uno che lavora insieme con i contadini, ma non risolve i problemi. Lo incoraggia la fiducia nei suoi confronti, visita periodicamente le comunità ed è accolto calorosamente. Non vuole essere paternalista, l’intenzione è di responsabilizzare i contadini e di aiutarli a prendere le decisioni.

In ogni comunità c’è un comitato che discute i problemi e cerca le soluzioni, inoltre c’è un comitato di supporto di cui fanno parte Martine, che si occupa di animazione, cooperativa donne, centro salute, Willot che segue lo sviluppo agricolo e procura anche sementi, Balansé, che si occupa di formazione dei giovani e degli insegnanti e segue la Fondazione Dadoue, Padre Frantz per le relazioni con altre realtà.

A Dofiné si sta preparando il terreno per la costruzione di un edificio per le assemblee e gli incontri, edificio che potrebbe anche essere utilizzato per ospitare attività scolastiche visto il cattivo stato delle aule più vecchie. Il materiale è già stato acquistato, ora il problema è trasportarlo. Infatti la situazione stradale sulla Catena dei Matheux nel versante Artibonite è particolarmente grave: la strada che va a Katien è in pessime condizioni in seguito alle abbondanti piogge che si sono verificate anche nella stagione secca. In particolare è impossibile percorrere in auto il tratto che da Katien va a Dofiné che quindi deve essere affrontato a piedi o con muli o asini. Questo ha conseguenze pesanti sul trasporto di materiali da costruzione, carburante o bombole di gas che diventa molto difficile se non impossibile; si sta pensando a dei kumbit notturni per cercare di sistemare la strada. La situazione è migliore per Fondol, mentre anche le strade del Nord Ovest sono in condizioni molto precarie.

Infine va sottolineato che, nonostante per FDDPA l’obiettivo rimanga quello di raggiungere un’autonomia finanziaria, la situazione resta ancora molto precaria data la totale assenza delle autorità a livello sia nazionale che locale nell’assicurare i servizi di base alla popolazione. Oltre ai contributi della Rete Radié Resch e del gruppo “Operazione Mato Grosso” di Chiarano, FDDPA ha ricevuto dei contributi dalle infermiere tedesche che hanno lavorato con Dadoue, questo ha permesso di finanziare i campi estivi per i ragazzi a Fondol. Altre piccole donazioni sporadiche hanno permesso l’acquisto di medicinali. FDDPA chiede alla popolazione di contribuire al funzionamento delle scuole e dei centri di salute e può contare sul volontariato di molti suoi membri, a partire da Jean e Martine, tuttavia senza il contributo della Rete “le scuole sarebbero morte” e molte altre iniziative sarebbero in difficoltà.

ISTRUZIONE – EDUCAZIONE

In tutte le scuole – dell’infanzia ed elementari a Fondol, Katien e Dofiné – si è assistito ad un aumento considerevole di alunni dovuto al fallimento del programma statale PSUGO, in teoria programma di scolarizzazione universale gratuita e obbligatoria, in pratica una manovra demagogica che prometteva finanziamenti a chiunque aprisse nuove scuole; in realtà o i finanziamenti non sono arrivati o, se arrivati, le scuole così create, una volta intascati i fondi, hanno chiuso. Di conseguenza molte famiglie hanno ripreso a rivolgersi alle scuole di FDDPA (200 gli alunni a Fondol e Katien, 155 a Dofiné, 24 gli insegnanti).

La situazione è particolarmente difficile a Fondol dove la direzione è stata costretta a collocare alcune classi nei locali del centro di salute, inoltre sarebbe necessario assumere altri insegnanti per sdoppiare classi troppo numerose. Questo si verifica soprattutto nella scuola per l’infanzia “Gianna bambini” e nella prima elementare. Si sta ampliando un’aula, ma sarebbe necessario costruirne un’altra. La comunità partecipa ai lavori di costruzione e alla raccolta di alcuni materiali (pietre, sabbia), ma alcuni materiali (cemento, ferro, lamiere) vanno acquistati e i costi per il trasporto sono molto alti. Questa scuola è l’unica della zona e accoglie bambini che vengono da tutta la montagna intorno. Per FDDPA è impensabile rifiutare di iscrivere a scuola dei bambini, sarebbe come rinnegare l’insegnamento e la pratica di Dadoue.

Nonostante tutte le difficoltà, i risultati conseguiti dalle scuole sono buoni: gli alunni infatti alla fine delle elementari devono sostenere un esame presso le scuole statali in città e, nonostante siano molti i pregiudizi nei confronti dei figli dei contadini che vengono dalla montagna, gli esiti dell’esame sono molto positivi.

Gli insegnanti si dichiarano soddisfatti della formazione che ricevono, l’equipe formativa è molto buona, inoltre hanno molto apprezzato il fatto che ora sia retribuito anche il periodo delle vacanze. E’ vero che i salari sono ancora bassi, ma ci sono delle agevolazioni, ad esempio non pagano il contributo per i loro figli che frequentano la scuola, inoltre la formazione – a differenza che nelle scuole pubbliche e private – è gratuita e con trasporto e vitto pagato.

Un problema irrisolto resta quello delle mense scolastiche: non è più possibile distribuire una merenda di pane e miele perché è diminuita in tutto il paese la produzione di miele, inoltre a Fondol il panificio di FDDPA non funziona più per la partenza del fornaio per il Cile. Anche l’aumento del costo dei trasporti ha influito negativamente. Ci si è rivolti a Food For The Poor, alla Caritas e ad altre istanze locali per ottenere degli aiuti e si è in attesa di risposte. Esiste un programma nazionale del PAM (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) per le mense scolastiche ma sostiene soltanto le scuole statali e le scuole cattoliche.

Continua l’attività del gruppo giovani e della scuola agro-ecologica; dal 2016 al gruppo di Katien si è aggiunto il gruppo di Dofiné, fondato da Dieusseul che è il loro accompagnatore. Ci dicono che il loro obiettivo è organizzare i giovani ed acquisire formazione; sono in maggioranza studenti consapevoli di essere il futuro di FDDPA. Si riuniscono una volta al mese, vorrebbero essere seguiti da un formatore; purtroppo la collaborazione con la Brigade Dessaline (la brigata internazionale di contadini organizzata da Via Campesina che opera da anni nel paese) si è molto indebolita a causa della riduzione dei suoi membri, pochi, con pochi mezzi e sottoposti a rotazione ogni 3 mesi. I ragazzi vorrebbero avere un pezzo di terra per creare un piccolo bosco da offrire come modello ai contadini della zona. Ogni tre mesi c’è un incontro più strutturato dove si alternano momenti di approfondimento a momenti di intrattenimento. Tra Katien e Dofiné i giovani coinvolti sono circa 150, di età compresa tra i 15 e i 25 anni.

I ragazzi che usufruiscono delle borse di studio della Rete sono 21, sono consapevoli che devono impegnarsi visto che hanno il privilegio di poter studiare e il loro desiderio è di continuare a studiare.

Il “Progetto Gianna” – che riguarda la scuola professionale femminile “Giovanna Mocellin” di Souprann nel Nord Ovest e le sezioni di scuola dell’infanzia “Gianna bambini” a Fondol, Katien, Dofiné – continua il suo cammino realizzando il sogno di Gianna di favorire l’istruzione dei figli e delle figlie dei contadini. La scuola di Souprann, dove si insegna sartoria, ricamo e pasticceria, è l’unica scuola professionale della zona. Un problema evidenziato dalla direttrice e dall’insegnante è costituito dal fatto che, una volta diplomate, le ragazze non possiedono macchine da cucire per svolgere il loro lavoro; Jean ha sottolineato che FDDPA non è in grado di risolvere problemi individuali, può solo proporre soluzioni collettive, ad esempio formare una cooperativa che utilizzi i locali e le macchine da cucire della scuola nei giorni liberi o nei pomeriggi; la direttrice ha aggiunto che è importante – per evitare che le ragazze vadano a cercare lavoro altrove – mettere in comune idee e iniziative, creare modelli, produrre dolci e venderli in loco.

AGRICOLTURA

Il problema della sicurezza alimentare è fondamentale e l’esodo rurale ha origine proprio dalla difficoltà di nutrire le famiglie, per questo si cercano nuove vie. A Fondol si sta portando avanti un’esperienza nuova, la coltivazione del crescione lungo il fiume, iniziata con l’aiuto di Dieusseul (membro del comitato FDDPA di Dofiné dove questa coltura è praticata da tempo) e di sua moglie Eliphanne che hanno fatto incontri di formazione con i contadini. Il sogno è quello di far diventare Fondol come Dofiné. Il terreno in cui si coltiva il crescione è terra di nessuno e viene coltivata come terra comune evitando la parcellizzazione che in altre situazioni ha dato risultati negativi. Bisogna tener conto dei cambiamenti climatici: non è possibile iniziare la coltivazione del crescione prima di ottobre perché l’acqua dei corsi d’acqua è troppo calda.

Inoltre è stato realizzato un vivaio di moringa, pianta resistente che non ha bisogno di molta acqua, cresce in fretta, arricchisce il terreno, può costituire un alimento per gli animali e per gli esseri umani ed è ricca di vitamine. Willot sta lavorando molto per la diffusione di questa coltura. C’è il problema dell’allevamento libero delle capre che mette a rischio la riuscita dell’esperimento, ma si sta risolvendo facendo delle riunioni con i contadini, FDDPA e il kasek (autorità locale) che ha deciso anche di multare chi non terrà le capre in luoghi recintati. Johnny e Jakner, due ragazzi della casa di Dadoue, seguono queste esperienze e fanno incontri con i contadini promuovendo anche la coltivazione degli ortaggi. Johnny frequenta la scuola agricola di Pandiassou nel Plateau Central e Jakner la frequenterà nel prossimo anno scolastico; si tratta di una scuola di 2 anni, i ragazzi fanno 6 mesi a scuola – lavoro pratico nei campi al mattino e teoria in classe nel pomeriggio -, negli altri 6 mesi mettono in pratica quanto appreso nel territorio di provenienza. Abbiamo avuto l’opportunità di visitare la scuola insieme con Johnny e di parlare con un insegnante; è una scuola organizzata molto bene con ampi terreni coltivati dagli studenti senza uso di pesticidi o concimi chimici.

Sia a Fondol che a Katien viene sottolineata l’importanza della banca sementi, l’agricoltura infatti è l’unica fonte di reddito e la banca sementi costituisce un aiuto straordinario, “da respiro” ai contadini.

Anche le Casse popolari sono molto importanti per i contadini.

DONNE

La cooperativa delle donne di Fondol ha risentito dei danni provocati dall’uragano Matthew e alcune donne non sono più riuscite a partecipare, ora però c’è una ripresa: oltre alle donne del gruppo originario, si è formato un nuovo gruppo di donne che provengono da più lontano. La cooperativa è importante perché permette alle donne di restare nel paese e lottare.

Si pensa di sostenere la coltivazione del crescione: l’idea sarebbe di trasformare le donne che ancora vivono del lavoro di carbonaie in coltivatrici di crescione che poi venderebbero il crescione alle donne della cooperativa. Questo è ancora un sogno, ma senza sogni – dicono Martine e Jean – non si può vivere. La cooperativa segue anche la banca delle sementi e spera di aumentare il numero dei beneficiari.

Continua una volta al mese la distribuzione di generi di prima necessità che le donne vanno a vendere sulla montagna. La cooperativa incoraggia le donne ad acquistare anche sementi dalla banca.

C’è un progetto di alfabetizzazione delle donne e a breve inizierà anche un corso di sartoria.

SALUTE E IGIENE

Funzionano i due centri di salute di Fondol e Malingue (vicino a Dubuisson in riva al mare) con la collaborazione volontaria di Ronny, uno studente di medicina prossimo alla laurea, che svolge uno stage; altri studenti sono interessati a fare quest’esperienza; inoltre sono presenti Minerva, infermiera diplomata, e Elicia, ausiliaria, che però non ricevono un salario regolare ma un compenso settimanale in base a quanto si riesce a raccogliere dai contributi di quanti frequentano i centri di salute, anche se non tutti sono in grado di pagare i piccoli contributi richiesti. Il centro di Fondol purtroppo attualmente è in parte occupato da alcune classi della scuola vista l’insufficienza di spazi dovuta all’aumento della popolazione scolastica. Il centro di Malingue è stato riorganizzato distribuendo gli spazi in modo più razionale, è stata predisposta anche una stanza di osservazione e accoglienza per donne incinte in previsione del ritorno di una dottoressa – volontaria – attualmente a casa in maternità. Una nota positiva è data dalla scomparsa sulla montagna dei casi di colera, mentre purtroppo ovunque si riscontra un aumento dei casi di malaria.

Il problema di fondo rimane l’assenza dello stato: il governo non si fa carico della salute della popolazione in tutto il paese, ma nella montagna la situazione è più grave per l’isolamento e la lontananza dagli ospedali.

Si sta attuando nelle comunità quanto appreso nei seminari per la salute gestiti da Popoli in Arte, un’associazione italiana che si occupa di educazione e formazione seguendo il metodo Freire; ora si cerca di passare dalla teoria alla pratica, ogni comunità secondo le proprie forze e le proprie modalità. Il coordinatore del lavoro nelle comunità (Fondol, Katien, Dofiné, Dubuisson) è Jumel (è stato un ragazzo della casa di Dadoue) che rappresenta il legame tra FDDPA e le comunità. Jumel visita ogni comunità due volte al mese; in ogni comunità c’è un responsabile e in ogni scuola un insegnante che si occupa dell’educazione alla salute. Si è cominciato a produrre il cloro, insegnando il procedimento anche nelle scuole. La situazione in pianura è diversa rispetto alla montagna: in pianura c’è elettricità, è più facile procurarsi i materiali per produrre il cloro; sulla montagna bisogna che ci sia un comitato che si fa carico della produzione; il cloro poi viene distribuito mediante dei flaconcini contagocce con il dosaggio da usare per potabilizzare l’acqua; sono stati preparati dei volantini sull’importanza dell’acqua potabile che vengono distribuiti tra la popolazione e nelle scuole. Non è tutto facile, bisogna superare la diffidenza delle persone verso le novità e la loro riluttanza a collaborare, ma bisogna cominciare con chi è disponibile perché sono i fatti che poi parlano e sono più convincenti delle parole.

E’ stato affrontato anche il problema della mancanza di latrine, cominciando a discuterne in comunità che non ne hanno mai avute. Jumel ha fatto degli incontri per sentire cosa pensano le persone, come pensano di affrontare la situazione. Hanno partecipato altre persone che avevano seguito i seminari per la salute. Questo lavoro è iniziato a Dubuisson in una frazione tra i bananeti e a Fondol, Fon Tomas e Ti Salé sulla catena dei Matheux. Le persone si sono dette d’accordo sulla necessità di dotarsi di una latrina comune e hanno iniziato insieme il lavoro di scavo. Una volta terminato lo scavo per una latrina a 4 posti, bisogna chiuderla in una piccola costruzione che va coperta. Questo comporta dei costi per acquistare i materiali e qui nascono le difficoltà e alcuni si ritirano. A questo punto FDDPA interviene offrendo un contributo ma chiedendo che le persone partecipino alle spese e così i lavori procedono. A Katien un partecipante al seminario per la salute ha organizzato il lavoro in modo diverso, è stato effettuato lo scavo, A Katien un partecipante al seminario per la salute ha organizzato il lavoro in modo diverso, è stato effettuato lo scavo, e contemporaneamente si sono cercati fondi coinvolgendo oltre a FDDPA, un ospedale vicino ed amici. Una volta realizzate le latrine, va creato un comitato che individui dei responsabili per controllare la pulizia e la manutenzione, ogni famiglia deve occuparsene, ci dev’essere una cura collettiva

L’essenziale – afferma Jumel – è cominciare: gli incontri sono molti partecipati. Se si vede qualcosa di realizzato, si crea un esempio; se c’è qualcuno che comincia si motivano anche gli altri.

Si è pensato di organizzare nelle scuole delle giornate per la pulizia del territorio, inoltre si sono realizzati dei cartelli con dei disegni per invitare i bambini a usare le latrine.

Ti pa ti pa nap rive, era scritto su una carriola spinta da un contadino: a piccoli passi arriveremo.

Marianita, 8 aprile 2018

Costruiamo Insieme una nuova Umanità

C’è bisogno di più umanità, l’obiettivo del diritto alla vita va perseguito, aprire il cuore e la mente,

prendere coscienza, portare aiuti ai bambini nel mondo, ammalati, che muoiono di fame e di sete.

C’è bisogno di più umanità, costruire ponti verso l’altro, aprire le frontiere, porte e porti,

mettersi al servizio di chi è in grave difficoltà nel mare, salvarli ci rende migliori, più umani e più forti.

C’è bisogno di più umanità, con umiltà praticare buone azioni, concrete e con generosità,

superare l’egoismo, per portare aiuti ai poveri, ai senza tetto, con una vera solidarietà.

C’è bisogno di più umanità, verso gli ammalati, sia garantito il diritto alla salute, ai vecchi e bambini con amore e semplicità,

prendersi cura e portare, un sorriso, una carezza e l’ascolto, donerà loro tanta serenità.

C’è bisogno di più umanità, aprirsi al mondo e avere una visione positiva nei confronti degli immigrati,

sono una risorsa sana, culturale e sociale per la società, per la famiglia umana e per noi tutti.

C’è bisogno di più umanità, saper dire no alla costruzione di armi e svuotare gli arsenali,

per riempire i granai, avere la pace sulla nostra madre terra e da mangiare per tutti.

C’è bisogno di più umanità, rispetto tra persone, ascoltare e ascoltarsi nella verità,

costruire buone idee, proposte e condividerle, per contribuire a migliorare la società e l’umanità.

C’è bisogno di più umanità, amare e amarsi tra persone, voler bene alla vita e a tutta l’umanità,

dialogare, collaborare, salvaguardando sempre la dignità di ogni persona, con pura onestà e sincerità.

C’è bisogno di più umanità, di uguaglianza per tutti i cittadini del mondo, di giustizia democrazia e di libertà,

in questa nostra bella e grande famiglia umana, ci sia unità, fratellanza, pace e serenità per tutti.

    antonio

 

Costruiamo insieme una nuova umanità di Moahmed BA

Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie, basate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica, religiosa o di genere.

Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di conservare i propri privilegi, sfruttano la forza di lavoro fisica ed intellettuale di migranti. A questo scopo, tali sistemi utilizzano le esorbitanti prerogative consentite dal potere arbitrario dello Stato-Nazione e dal sistema mondiale di dominazione ereditato dalla colonizzazione e dalla deportazione. Questo sistema è nel medesimo caduco, obsoleto e causa di crimini contro l’umanità. Per questo deve essere abolito.

Le politiche attuate dal sistema degli Stati-Nazione inducono a pensare che le migrazioni siano un problema ed una minaccia mentre costituiscono un fenomeno storico naturale, complesso certo ma che lungi dall’essere una calamità per i paesi di residenza, costituisce un contributo economico, sociale e culturale d’inestimabile valore.

L’immaginario collettivo ha bisogno di riconoscere nel migrante il lupo fautore di caos, instabilità ed insicurezza. Probabilmente questo giustifica che sia privati dei diritti civili basilari riconosciuti sul piano internazionale, meglio che rimanga imbavagliato ed apparire solo per colorare le pagine di cronaca nera.

Questo perverso e controproducente sistema non darà mai al cittadino gli strumenti giusti per stare nel mondo ma lo costringe a starne accanto. Cambiare questa prospettiva diventa necessario per una nuova rilettura del nostro metodo di gestione delle migrazioni, niente affatto impermeabile alle contaminazioni.

EUROPEO                                             AFRICANO

  • Lingua                                            Dialetto
  • Espatriato                                     Immigrato
  • Monumento antico                     Arte primitiva
  • Cervello in fuga                             Immigrato economico
  • Religione                                       Superstizione
  • Nazionalismi                                 Guerre tribali
  • Separatismi                                    Tensioni interetniche
  • Naturopatia                                   Stregoneria
  • Psicoterapeuta                             Ciarlatano

10-    Esploratori                                 Invasori

E’ tempo di cambiare, mutare ed accrescere la nostra prospettiva. Le parole sono il ponte, il nostro pensiero e coloro che guardiamo.

Occorre una nuova umanità capace di guardare e parlare all’umano che c’è in ciascuno di noi.

Ebrei contro l’occupazione. La corsa, così concepita, asseconda l’esigenza israeliana di presentare una facciata ripulita da violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali. In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione

Nel prossimo maggio lo Stato d’Israele compirà 70 anni. Se per molti ebrei la memoria del maggio ‘48 sarà quella di una rinascita portentosa dopo la Shoà e un’oppressione subita per molti secoli, i palestinesi vivranno lo stesso passaggio storico ricordando con ira e umiliazione la Nakba, la “catastrofe”: famiglie disperse, esistenze spezzate, proprietà perdute, il tragico inizio dell’esodo di una popolazione civile di oltre settecentomila persone.

Molto problematica è in particolare oggi la situazione di Gerusalemme, città che Israele, dopo averne annesso la parte orientale, celebra come “capitale unita, eterna e indivisibile”. Tale statuto, oltre a non essere riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali, secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziati fra le parti in causa. Gerusalemme Est resta quindi, secondo le norme internazionali, una città occupata con i suoi 230.000 ebrei che vi abitano in aperta violazione delle suddette norme.

A rafforzare la pretesa del governo israeliano su Gerusalemme e a infliggere l’ennesima pugnalata al già moribondo processo di pace è calata nel dicembre 2017, come un colpo di maglio, l’iniziativa di Donald Trump di riconoscere ufficialmente la città quale capitale dello Stato d’Israele: una decisione che ne trascura completamente la complessità simbolica, ne ignora la natura molteplice e la condizione giuridica, obliterando l’esistenza dei suoi residenti arabi palestinesi (quasi 350.000, tre quarti dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, privi del diritto di acquistare terreni, costruire o ingrandire le proprie abitazioni – da cui spesso, anzi, vengono scacciati – e di prendere parte alle elezioni in Israele).

L’amministrazione americana ha già annunciato che trasferirà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme proprio in coincidenza con il 70° “Giorno dell’indipendenza”, una “scelta che” ha commentato il primo ministro Netanyahu lo “trasformerà… in una celebrazione ancora più significativa”.

Ma un’altra iniziativa concorrerà, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, a rendere memorabile la ricorrenza: la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme. A pretesto e giustificazione di questa scelta, la volontà di onorare la memoria di Gino Bartali che ha trovato un posto nel “Giardino dei giusti” di Yad Vashem, nel 2013, grazie alla sua opera di salvataggio – peraltro non così ben documentata – di alcuni ebrei fra il ’43 e il ’44.

È invece indubbio il finanziamento che riceverà la RCS insieme alla sua “Gazzetta dello Sport” grazie a tale operazione: 12 milioni di euro, più altri 4 offerti agli organizzatori dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele che afferma (da “Nena News”, 20 novembre 2017): “Questa storica Grande Partenza della 101esima edizione del Giro ci permetterà di presentare il nostro paese a oltre cento milioni di spettatori tra quelli collegati via televisione e presenti lungo le strade”.

E gli fa eco Yariv Levin, ministro del Turismo israeliano: “Come parte di una rivoluzione nel marketing, che vede Israele quale destinazione turistica e per il tempo libero, stiamo portando il Giro d’Italia nel nostro paese”.

Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport.

A proposito di agende, in quella della prevista kermesse gerosolimitana figura, dal 13 al 15 maggio, la “Marcia delle nazioni: dall’Olocausto alla nuova vita”. Stando al testo del programma, si prevede che si raccolgano a Gerusalemme migliaia di cristiani provenienti da tutti i paesi per prendere parte a un convegno speciale. “Insieme con israeliani di ogni segmento della società, le masse dei credenti in Cristo marceranno dalla Knesset al Monte Zion e recheranno onore ai sopravvissuti dell’Olocausto, dimostrando pubblicamente che le nazioni si ergono a fianco d’Israele per dire ‘No!’ all’antisemitismo.”

Infine, ciliegina sulla torta, è del 16 marzo la notizia che la Commissione giustizia della Knesset sottoporrà, nelle prossime settimane, al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democratico” dal suo statuto e facendo in tal modo, finalmente, “chiarezza” sulla propria natura: sempre, è ovvio, per festeggiare il 70° anniversario.

Tale passaggio sancirà, ancora definitivamente, l’esclusione dai diritti dei non ebrei residenti in Israele e faciliterà alle istituzioni preposte il compito di sbarazzarsi innanzitutto dei palestinesi ma anche degli immigrati non graditi.

Legittimando e rendendo irreversibile l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, l’intera operazione intorno al 70° anniversario della nascita d’Israele viola la legge internazionale e affossa forse definitivamente il processo di pace.

In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione. Ci rivolgiamo quindi a coloro che hanno ancora a cuore tali valori perché respingano un’operazione così dannosa per gli ebrei e tanta parte di umanità, chiedendo a ciascuno, con un atto di responsabilità personale, di sottoscrivere la nostra denuncia.

*** Bruno Segre, Susanna Sinigaglia, Stefano Sarfati, Anna Farkas, Carla Ortona, Stefania Sinigaglia, Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Joan Haim, Miriam Marino, Paola Canarutto, Sergio Sinigaglia, Marco Ramazzotti, Fabrizio Albert, Marina Ascoli, Guido Ortona, Giovanni Levi, Simona Sermoneta, Shmuel Gertel, Giorgio Segrè, Bruno Osimo, Ester Fano, Renata Sarfati, Irene Albert, Paolo Amati, Dino Levi, Barbara Agostini, Ferruccio Osimo, Lavinia Osimo, Antoine Dubois, Daniel Magrizos, Marina Morpurgo

Per adesioni: brunosegre@tiscali.it