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Gli italiani sono convinti che i profughi ci costino più che in qualsiasi altro paese. Invece già nel 2016 la comunità internazionale stava investendo oltre 28 miliardi di dollari (qui uno studio sui costi delle migrazioni). Più o meno la stessa cifra che viene destinata per la lotta all’Aids o alla tubercolosi. Ma, quei 28 miliardi sono solo una risposta alle emergenze, non sono stati investiti per rispondere alle cause profonde delle migrazioni o per l’integrazione dei migranti accolti. L’84% di quella cifra è spesa nei paesi “shock absorbers”: Pakistan, Uganda, Turchia, Libano, Giordania, dove il primo impatto migratorio è uno tsunami.

Nel corso degli ultimi 12 mesi gli sbarchi di migranti in Italia si sono ridotti di oltre l’80%. A quanto ammontano i risparmi di spesa pubblica generati dal calo degli sbarchi? Quanti di questi risparmi si potrebbero investire in politiche per l’integrazione degli stranieri in Italia? Malgrado il calo, infatti, permane la sfida di integrare le oltre 180.000 persone che hanno ricevuto una protezione internazionale tra il 2011 e oggi. A queste domande e considerazioni dà una risposta uno studio dell’Ispi (Matteo Villa, Valeria Emmi e Elena Corradi i ricercatori) in collaborazione con il Cesvi che viene presentato stasera a Milano.

Se il trend rimarrà invariato, a fine 2018 saranno arrivati in Italia 100.000 migranti in meno dell’anno scorso. Con un risparmio sui costi sanitari e dell’accoglienza che si aggira attorno al miliardo di euro, una cifra che – a regime – sfiorerà i due miliardi di risparmio sul bilancio dello Stato dal 2019 in avanti. È la prima stima dell’effetto economico del calo degli sbarchi calcola lo studio, che mira a quantificare i costi e i benefici di un processo d’integrazione dei migranti presenti in Italia che potrebbe finanziarsi con i risparmi generati dal calo degli sbarchi dell’ultimo anno.

Il risparmio viene calcolato sul periodo medio di permanenza dei migranti a carico dello Stato italiano, circa 12 mesi, ad un costo che viene stimato di 13.000 euro procapite. Ma la tesi dello studio è che se questi risparmi fossero reinvestiti in una maggiore spesa per l’integrazione lo Stato se ne gioverebbe. Una simulazione dell’impatto sulle finanze pubbliche di un raddoppio nella spesa per l’integrazione nell’Unione europea, calcola che il Pil della Ue sarebbe superiore di un valore compreso tra lo 0,6 e l’1,5 per cento rispetto ad ora.

Secondo lo studio Ispi-Cesvi una maggiore spesa per l’integrazione porterebbe, a medio termine, ad una diminuzione dei sussidi e della criminalità e ad un aumento di Pil, tasse pagate dai migranti in favore del paese e una maggiore coesione sociale.

Da Vita.it (21 settembre 2018)

VIAGGIO AD HAITI 2018 DI ELVIO, FRANCESCO, MARIANITA

DI NUOVO AD HAITI

Di nuovo ad Haiti, con Francesco e con Elvio.

Di seguito troverete il programma del nostro soggiorno e le informazioni sulla situazione del paese e delle attività di FDDPA; qui quel che mi è rimasto negli occhi, nel cuore, nei pensieri.

Il programma preparato da Jean (il nostro referente ad Haiti) è ricco e impegnativo, accanto alle visite a tutte le realtà dove FDDPA (Forza per la Difesa dei Diritti dei Contadini Haitiani) è presente, sono previsti incontri ed escursioni che ci permetteranno di fare nuove esperienze e conoscere meglio questo paese pieno di problemi, ma ancora capace di stupire per la sua bellezza.

C’è il traffico tremendo della capitale dove si può restare intrappolati ore e ore nel traffico a causa di terribili bouchon (tappi, imbottigliamenti) tra i mefitici gas di scarico di antichi veicoli ancora circolanti e gli slogan di manifestanti che occupano per protesta le strade; ma c’è anche Jacmel, città dove c’è cura per mantenere gli edifici coloniali che hanno resistito al terremoto, dove murales, mosaici, monumenti raccontano la storia e la cultura di questo paese; c’è Môle Saint Nicolas, città sorta dove sbarcò Cristoforo Colombo che conserva le tracce di quell’epoca, dalle vie ordinate e pulite e una spiaggia bellissima che si affaccia sul Canale dei venti che la separa da Cuba, ma quasi fuori dal mondo a causa delle strade pessime che impediscono a molti di raggiungerla.

Ci sono le strade che conducono alle comunità sulle montagne. La lunga strada per il Nord-ovest attraversa le risaie della pianura dell’Artibonite, le distese incolte della “savan desolé”, per salire poi costeggiando il mare e aprirsi su sequenze di monti lontani, percorrere piste che attraversano distese deserte, affacciarsi sulle saline e infine salire nel verde tra le pietre, il fango e i corsi d’acqua da guadare. La strada per Fondol, prima pianeggiante, su cui si affacciano tante piccole case, ombreggiata da manghi e alberi del pane, si inerpica poi su una montagna sempre più brulla aprendo visioni sulla pianura e sul mare lontano che fanno dimenticare la povertà sempre in agguato. La strada disastrata che porta a Katien sale faticosamente svelando in tutta la sua vastità la pianura fertile irrigata dal fiume Artibonite e le catene montuose che la circondano; la strada impraticabile che abbiamo percorso a piedi verso Dofiné, è una pietraia che sale e scende per terminare nella piccola oasi verde dove tutto il lavoro di Dadoue Printemps è iniziato.

Dofiné merita un discorso a parte, qui, in questo luogo così isolato e così difficilmente raggiungibile, più che ovunque resta vivo il messaggio di Dadoue e vive restano le sue pratiche di relazione, di animazione, di vivere insieme. I canti, le danze delle alunne e gli alunni della scuola e delle ragazze e dei ragazzi di JAFDDPA (Jeunesse FDDPA) animano la grande festa che riunisce tutta la comunità come avveniva quando Dadoue era qui, e nei canti – accompagnati dai tamburi, dai bambou e le tchatcha (lunghe trombe e maracas) – resiste la cultura locale: su questi antichi ritmi africani che animano la notte danzano giovani e vecchi, donne e uomini, bambine e bambini.

Incontri vecchi e nuovi: un quasi medico, Ronny, che due volte alla settimana parte volontariamente dalla capitale per curare le persone nei centri di salute di Malingue e Fondol; una giovane infermiera appena diplomata, Minerva (cresciuta nella casa di Dadoue), che lavora quasi gratis come Elicia, sua madre, che da anni sale sulla montagna per tenere aperto il centro di salute; Jumel (anche lui cresciuto nella casa di Dadoue), ora coordinatore della campagna per l’igiene e la salute, che è contento del suo lavoro, di questa esperienza che sta vivendo e che lo fa sentire utile nell’aiutare le comunità a proteggersi dalle malattie, a vivere meglio.

E tanti peyzan (contadini) di FDDPA, che sono anche soci della Cassa popolare e della Banca sementi: Jonas di Fondol che dice con forza che bisogna essere creativi, offrire ai contadini nuove conoscenze, nuove esperienze, come l’apicoltura, la coltivazione del crescione e della moringa; il problema – afferma – è la mancanza di conoscenze per poter sfruttare le risorse che ci sono e non essere costretti ad andarsene; Benis di Fondol che ci tiene a dire che le persone della Rete non sono stranieri, ma amici, membri della famiglia e a ricordare Dadoue che ha aperto il cammino, ha costruito il ponte tra i contadini e la Rete, ha tracciato la strada “per noi e per voi”, e questa amicizia va tenuta viva. E tutti quelli di cui non ricordo il nome che credono nell’importanza di andare avanti perché sognano un mondo diverso.

E tanti insegnanti, dalla vita dura e dai salari bassi, che lavorano con impegno, sensibilità, professionalità. Venans, direttore della scuola di Dofiné, ricorda che questa di Dofiné è la prima scuola della zona: se oggi ci sono persone che sanno leggere e scrivere e se alcuni alunni di ieri sono gli insegnanti di oggi lo si deve a questa scuola, e infatti Dieusseul, del comitato direttivo della scuola, insegnante e responsabile del gruppo giovani, aggiunge: “Faccio parte della prima generazione formata da questa scuola, e vi ringrazio per la solidarietà e l’amore della Rete per gli oppressi e gli svantaggiati”; e il giovane nuovo direttore della scuola di Dofiné, che affronta con coraggio i problemi non indifferenti di una piccola scuola con tanti, troppi alunni, ma crede nel suo lavoro e non si arrende. E anche la direttrice della scuola professionale di Souprann, nel Nord Ovest, che vive in una casetta accanto alla scuola, crede nel suo lavoro e non si arrende, ha deciso di non andarsene anche se avrebbe potuto trovare altrove situazioni migliori. Insegnanti che lavorano insieme al di là di storie e credenze differenti, c’è chi è cattolico, chi è protestante e magari anche pastore, chi è vuduista e magari anche houngan, sacerdote vudù.

E ci sono i bambini che affollano le scuole della montagna, ordinati nelle loro divise colorate; i piccoli delle sezioni “Gianna bambini” che cantano guidati dalle loro maestre allegre e vivaci, “non restate a casa, venite a scuola a imparare tante belle cose”, che immergono le loro mani nel colore per poi stamparle su fogli bianchi; tutti, grandi e piccoli, che ci accolgono con canti di benvenuto e ci chiedono come stiamo, come ci chiamiamo, ma poi seguono silenziosi e attenti le lezioni degli insegnanti. Continuare a studiare è un privilegio – dicono le ragazze e i ragazzi che vanno alle scuole superiori – e noi vogliamo andare avanti.

E ci sono le donne della cooperativa di Fondol che lottano per migliorare le loro durissime condizioni di vita e camminano sulla montagna a vendere le loro mercanzie, si riuniscono per discutere i loro problemi e progettare nuove iniziative come un corso di sartoria e un corso di alfabetizzazione per quante di loro non hanno potuto andare a scuola, e cantano i loro canti che raccontano la realtà ma anche i sogni. Anche le donne di Fanm kenbe fem (donne restiamo salde) l’8 marzo cantano accompagnate dal tamburo di Erese su un prato in riva al mare all’ombra di un grande albero.

Facciamo anche nuovi incontri. Daphne, una makusi, cioè una mambo che è anche medsin fey (sacerdotessa vudù e esperta della medicina naturale), studiosa della cultura haitiana, che ora si fa chiamare Zana e evita di parlare in francese; a Jacmel Cayes, un bel villaggio sul mare, ha un suo atelier sotto una grande capanna dove accoglie gruppi che lavorano con lei nel recupero della cultura e della identità haitiana. Madam Wilande, lontana parente di Jean, che a Jean Rabel – città sul mare nel Nord-ovest dove Jean è nato – ci mette a disposizione quel poco che ha, la sua piccola casa, il suo cibo, l’acqua per lavarci, i letti della sua famiglia per dormire, silenziosa e sorridente si prende cura di noi. Incontriamo gli insegnanti e gli alunni della scuola nazionale di musica di Pandiassou nel Plateau Central, un luogo incantato dove in ampie aule o nel cortile ombreggiato si suonano tutti gli strumenti in un’atmosfera libera e gioiosa, uno di quei miracoli di Haiti che appaiono dove mai te lo aspetteresti. E visitiamo anche la scuola di agricoltura, sempre a Pandiassou, un’oasi di efficienza, organizzazione, capacità didattica. Certo alle spalle di queste esperienze ci sono amicizie potenti dei Piccoli Fratelli che le hanno ideate (l’ex presidente Preval e – si dice – anche il finanziere Soros) e vorresti che per tutti ci fossero le stesse opportunità… Opportunità che non hanno le scuole di FDDPA e nemmeno la piccola scuola che Chrislè, un giovane di Cabaret che ha frequentato i seminari per la salute di FDDPA, ha messo in piedi per i bambini di strada e i restavek (bambini impiegati in lavori domestici senza salario, quasi schiavi) e che porta avanti con l’aiuto della moglie e di due amici, tutti volontari; ha creato anche uno sportello dove ci si possa rivolgere e denunciare i maltrattamenti che subiscono i bambini e per questo è minacciato di morte.

La nostra casa a Haiti è Kay Dadou a Dubuisson, frazione di Cabaret, la casa di Dadoue che ci ha accolto come sempre con il calore del suo affetto. La famiglia è aumentata: guidati dall’affetto disponibile e attento di Jean e Martine, sua moglie, qui vivono – oltre ai loro bambini, Eminalo e Anne Martine, che crescono sereni e allegri – Jumel, Johnny, Nicholas, Jessika, erano i bambini di Dadoue, ora studiano e lavorano, poi sono arrivati Jakner, Maxiana, Duinide, figli di membri di FDDPA della montagna, che studiano anch’essi, e tre sorelle la cui madre lavora e non può seguirle, Kettia, Indiana, Lancia. È una casa aperta, viva: spesso arriva Balansè, collaboratore di FDDPA, sempre impegnato politicamente tra la capitale e l’Artibonite, si ferma a discutere con Jean e Martine i problemi da affrontare, passa la notte e poi riparte; arriva Christmene a dare una mano, anche lei cresciuta nella casa di Dadoue e ora madre di due bambine; vengono Elou, che ora studia alla Fondazione Montesinos, e David, che si è sposato e vive del suo lavoro di artigiano, a salutare i loro compagni con cui hanno vissuto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. E non manca mai Sandro, vicino di casa, uomo tutto fare disponibile per ogni lavoro. Periodicamente arriva Willot, che vive negli Stati Uniti, ma con la mente e il cuore ad Haiti dove cerca, con un gruppo di giovani con cui è in contatto tramite WhatsApp, di stimolare nuove pratiche per l’agricoltura e la difesa dell’ambiente.

Ma una parola, un pensiero particolare di riconoscenza e rispetto vanno a Jean e Martine che con semplicità, umiltà e determinazione continuano a portare avanti l’impegno, che è davvero grande, che si sono assunti dopo la morte di Dadoue: Jean che si occupa di tutto, dalle scuole alla manutenzione della camionetta, dai centri di salute alla pompa per l’acqua e le batterie per i pannelli solari, tiene i contatti con tutte le comunità che visita periodicamente, segue le ragazze e i ragazzi della casa, e legge, s’informa, partecipa alla vita politica del suo paese e vuole sapere cosa succede in Italia e nel mondo; Martine che s’inventa di tutto, frequenta la scuola per analista, segue il funzionamento dei centri di salute, si occupa della formazione per le maestre dell’asilo, fa animazione nelle classi e inventa canti per i bambini ma anche per la cooperativa delle donne di cui è la coordinatrice e l’animatrice, e provvede alla vita della casa coordinando il lavoro condiviso tra tutti gli abitanti.

E i giorni, che mi parevano tanti, volano e arriva l’ultima sera. Nel cortile di Kay Dadou c’è tutta la famiglia, sono venute anche Elicia e Christmene con le bambine; sono arrivati dalle comunità della montagna, Dieusseul da Dofiné, Josirat da Katien, Jonas e Benis da Fondol, Aristide da Beden. Ci hanno portato dei doni, per me una cesta di paglia come quelle che usano le donne contadine, per Elvio e Francesco dei tascapani di fibre intrecciate che i contadini usano quando vanno nei campi. Ci lasciano il loro messaggio per chi è in Italia: continuiamo a camminare insieme.

Io posso dire solo GRAZIE e ribadire che solidarietà è accompagnarli nella lotta per il cambiamento “tet ansamm” (uniti insieme) come ci ha insegnato Dadoue nel suo testamento: lavorare insieme mano nella mano, formando una collana di unità.

PROGRAMMA DEL NOSTRO SOGGIORNO

Domenica 25/2: arrivo a Port-au-Prince, trasferimento a Dubuisson (casa di Dadoue), cena di benvenuto.

Lunedì 26/2: tempo d’incontro: informazioni generali su situazione del paese e delle attività di FDDPA;

tempo di relax: escursione alla Côte des Arkadins.

Martedì 27/2: visita a Fondol: scuole, cooperativa delle donne, centro di salute, esperienza pilota del crescione, vivaio della moringa; incontro con insegnanti e comitato FDDPA.

Mercoledì 28/2: visita a Port-au-Prince; serata di commiato da suor Gabriella.

Giovedì 1/3: trasferimento in Artibonite; visita a Katien: scuole, incontro con insegnanti e membri della Cassa Popolare e Banca sementi. Trasferimento a piedi a Dofiné.

Venerdì 2/3: visita alla scuola di Dofinè; festa con la comunità; incontro con gli insegnanti, comitato FDDPA, gruppo giovani, borsisti; ritorno a Dubuisson.

Sabato 3/3: giornata di riposo.

Domenica 4/3: visita alla Fondazione Montesinos per bambini di strada o con problemi familiari a Titayen.

Lunedì 5/3: partenza per Jacmel, incontro con una sacerdotessa vudù studiosa della cultura haitiana; visita alla città.

Martedì 6/3: visita alla scuola bilingue gestita da amici di Jean; visita al laboratorio culturale di cultura haitiana a Jacmel Cayes, pranzo haitiano; ritorno a Dubuisson.

Mercoledì 7/3: visita al centro di salute di Malingue.

Giovedì 8/3: giornata delle donne con il gruppo Fanm kembe Fem a Plage Rouge.

Venerdì 9/3: visita all’associazione degli apicoltori dell’Arcahaie; visita alla scuola di Eminalo e Anne Martine, figli di Jean e Martine.

Sabato 10/3: visita a un centro di artigianato a Port-au-Prince; accoglienza di Willot all’aeroporto.

Domenica 11/3: festa della chiesa internazionale di Haiti a Saint Marc.

Lunedì 12/3: partenza per il Nord Ovest, arrivo a Souprann.

Martedì 13/3: festa con la comunità; incontro con direttrice, insegnanti e studentesse della scuola professionale.

Mercoledì 14/3: visita a Môle Saint Nicolas, trasferimento a Jean Rabel, incontro con il gruppo di Willot per la coltivazione della moringa.

Giovedì 15/3: visita a Saint Louis du Nord; viaggio di ritorno a Dubuisson.

Venerdì 16/3: incontro di valutazione con Jean e Martine.

Sabato 17/3: trasferimento nel Plateau Central. Arrivo e sistemazione a Pandiassau; visita ai laghi artificiali.

Domenica 18/3: visita alla scuola musicale e alla scuola agricola di Pandiassau; visita a Hinche e alle cascate di Bassin Zim. Ritorno a Dubuisson.

Lunedì 19.3: incontro con il coordinatore delle attività per la campagna di igiene; visita alla scuola per bambini di strada e restavek (bambini impiegati in lavori domestici) a Cabaret; festa di commiato.

Martedì 20.3: partenza da Port-au-Prince per l’Italia.

SITUAZIONE DEL PAESE

Attualmente è al potere un regime di destra, un governo di ricchi che hanno corrotto distribuendo denaro per arrivare e restare al potere. Qualche esempio: durante la campagna elettorale Food for the Poor (organizzazione ecumenica cristiana senza scopo di lucro che fornisce cibo, medicine e altri servizi ai poveri dell’America Latina e dei Caraibi), ha donato una nave piena di riso al candidato alla presidenza Jovenel Moïse per gli abitanti del sud distrutto dall’uragano Matthew; Moïse ha distribuito il riso presentandosi come il padre della patria; un altro imprenditore, che ha il monopolio della produzione di lamiere per la copertura degli edifici, gli ha messo a disposizione una quantità di lamiere da distribuire; una ditta che vende acqua potabile ha messo il ritratto di Moïse sulle confezioni di acqua. Diventato presidente, Moïse ha aumentato tutte le tasse colpendo soprattutto le classi più povere, ha triplicato il costo del passaporto e della patente. Gli introiti delle tasse servono esclusivamente al mantenimento del governo, della presidenza e del parlamento.

Non si investe niente per l’istruzione: l’80% delle scuole è privato e spesso sono scuole care.

All’aumento delle tasse si aggiunge l’aumento del costo della vita. Le masse sono sempre più impoverite mentre i ricchi sono sempre più ricchi.

Il governo lancia progetti di facciata per gettare polvere negli occhi come ad esempio la “carovana del cambiamento”: progetti senza fattibilità e senza competenza destinati al fallimento.

Pochi i media rimasti liberi, la maggior parte è corrotta dal governo che paga i proprietari e i giornalisti.

La corruzione resta il principale problema del paese, nelle elezioni si comprano i voti approfittando della povertà della popolazione. Grande l’astensione. Molti giudici sono corrotti e molti politici anche ad alti livelli sono coinvolti nello scandalo del Petrocaribe (l’alleanza tra il Venezuela e altri paesi caraibici per la compravendita di greggio a condizioni di pagamento preferenziali) i cui fondi sono stati dilapidati.

Un altro fenomeno grave – l’abbandono della montagna, l’esodo rurale verso la città a lavorare come facchini o verso la Repubblica Domenicana per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero o nell’edilizia – non è certo nuovo, ma ora si assiste a un’imponente ondata migratoria verso il Brasile, l’Argentina, il Cile, addirittura Taiwan; in particolare si parte per il Cile, 100.000 partenze nel 2017 e – fino a pochi giorni fa – da 300 a 500 persone in partenza ogni giorno con voli diretti Port-au-Prince – Santiago; con il nuovo governo cileno di destra però i voli sono stati per il momento sospesi (prima bastava avere il passaporto senza necessità di visto). Partono persone di tutte le classi sociali con conseguente grave impoverimento per il paese. Anche sulla montagna l’esodo è consistente e FDDPA ne risente, spesso diventa difficile fare un kumbit (modo tradizionale di lavoro collettivo), inoltre persone che sono state formate e su cui si era investito (insegnanti, un cassiere, un fornaio…) sono partite ed ora bisogna trovarne delle altre e formarle.

ATTIVITà DI FDDPA

Jean, direttore esecutivo, non vuole essere considerato il sostituto di Dadoue, si considera un accompagnatore, uno che lavora insieme con i contadini, ma non risolve i problemi. Lo incoraggia la fiducia nei suoi confronti, visita periodicamente le comunità ed è accolto calorosamente. Non vuole essere paternalista, l’intenzione è di responsabilizzare i contadini e di aiutarli a prendere le decisioni.

In ogni comunità c’è un comitato che discute i problemi e cerca le soluzioni, inoltre c’è un comitato di supporto di cui fanno parte Martine, che si occupa di animazione, cooperativa donne, centro salute, Willot che segue lo sviluppo agricolo e procura anche sementi, Balansé, che si occupa di formazione dei giovani e degli insegnanti e segue la Fondazione Dadoue, Padre Frantz per le relazioni con altre realtà.

A Dofiné si sta preparando il terreno per la costruzione di un edificio per le assemblee e gli incontri, edificio che potrebbe anche essere utilizzato per ospitare attività scolastiche visto il cattivo stato delle aule più vecchie. Il materiale è già stato acquistato, ora il problema è trasportarlo. Infatti la situazione stradale sulla Catena dei Matheux nel versante Artibonite è particolarmente grave: la strada che va a Katien è in pessime condizioni in seguito alle abbondanti piogge che si sono verificate anche nella stagione secca. In particolare è impossibile percorrere in auto il tratto che da Katien va a Dofiné che quindi deve essere affrontato a piedi o con muli o asini. Questo ha conseguenze pesanti sul trasporto di materiali da costruzione, carburante o bombole di gas che diventa molto difficile se non impossibile; si sta pensando a dei kumbit notturni per cercare di sistemare la strada. La situazione è migliore per Fondol, mentre anche le strade del Nord Ovest sono in condizioni molto precarie.

Infine va sottolineato che, nonostante per FDDPA l’obiettivo rimanga quello di raggiungere un’autonomia finanziaria, la situazione resta ancora molto precaria data la totale assenza delle autorità a livello sia nazionale che locale nell’assicurare i servizi di base alla popolazione. Oltre ai contributi della Rete Radié Resch e del gruppo “Operazione Mato Grosso” di Chiarano, FDDPA ha ricevuto dei contributi dalle infermiere tedesche che hanno lavorato con Dadoue, questo ha permesso di finanziare i campi estivi per i ragazzi a Fondol. Altre piccole donazioni sporadiche hanno permesso l’acquisto di medicinali. FDDPA chiede alla popolazione di contribuire al funzionamento delle scuole e dei centri di salute e può contare sul volontariato di molti suoi membri, a partire da Jean e Martine, tuttavia senza il contributo della Rete “le scuole sarebbero morte” e molte altre iniziative sarebbero in difficoltà.

ISTRUZIONE – EDUCAZIONE

In tutte le scuole – dell’infanzia ed elementari a Fondol, Katien e Dofiné – si è assistito ad un aumento considerevole di alunni dovuto al fallimento del programma statale PSUGO, in teoria programma di scolarizzazione universale gratuita e obbligatoria, in pratica una manovra demagogica che prometteva finanziamenti a chiunque aprisse nuove scuole; in realtà o i finanziamenti non sono arrivati o, se arrivati, le scuole così create, una volta intascati i fondi, hanno chiuso. Di conseguenza molte famiglie hanno ripreso a rivolgersi alle scuole di FDDPA (200 gli alunni a Fondol e Katien, 155 a Dofiné, 24 gli insegnanti).

La situazione è particolarmente difficile a Fondol dove la direzione è stata costretta a collocare alcune classi nei locali del centro di salute, inoltre sarebbe necessario assumere altri insegnanti per sdoppiare classi troppo numerose. Questo si verifica soprattutto nella scuola per l’infanzia “Gianna bambini” e nella prima elementare. Si sta ampliando un’aula, ma sarebbe necessario costruirne un’altra. La comunità partecipa ai lavori di costruzione e alla raccolta di alcuni materiali (pietre, sabbia), ma alcuni materiali (cemento, ferro, lamiere) vanno acquistati e i costi per il trasporto sono molto alti. Questa scuola è l’unica della zona e accoglie bambini che vengono da tutta la montagna intorno. Per FDDPA è impensabile rifiutare di iscrivere a scuola dei bambini, sarebbe come rinnegare l’insegnamento e la pratica di Dadoue.

Nonostante tutte le difficoltà, i risultati conseguiti dalle scuole sono buoni: gli alunni infatti alla fine delle elementari devono sostenere un esame presso le scuole statali in città e, nonostante siano molti i pregiudizi nei confronti dei figli dei contadini che vengono dalla montagna, gli esiti dell’esame sono molto positivi.

Gli insegnanti si dichiarano soddisfatti della formazione che ricevono, l’equipe formativa è molto buona, inoltre hanno molto apprezzato il fatto che ora sia retribuito anche il periodo delle vacanze. E’ vero che i salari sono ancora bassi, ma ci sono delle agevolazioni, ad esempio non pagano il contributo per i loro figli che frequentano la scuola, inoltre la formazione – a differenza che nelle scuole pubbliche e private – è gratuita e con trasporto e vitto pagato.

Un problema irrisolto resta quello delle mense scolastiche: non è più possibile distribuire una merenda di pane e miele perché è diminuita in tutto il paese la produzione di miele, inoltre a Fondol il panificio di FDDPA non funziona più per la partenza del fornaio per il Cile. Anche l’aumento del costo dei trasporti ha influito negativamente. Ci si è rivolti a Food For The Poor, alla Caritas e ad altre istanze locali per ottenere degli aiuti e si è in attesa di risposte. Esiste un programma nazionale del PAM (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) per le mense scolastiche ma sostiene soltanto le scuole statali e le scuole cattoliche.

Continua l’attività del gruppo giovani e della scuola agro-ecologica; dal 2016 al gruppo di Katien si è aggiunto il gruppo di Dofiné, fondato da Dieusseul che è il loro accompagnatore. Ci dicono che il loro obiettivo è organizzare i giovani ed acquisire formazione; sono in maggioranza studenti consapevoli di essere il futuro di FDDPA. Si riuniscono una volta al mese, vorrebbero essere seguiti da un formatore; purtroppo la collaborazione con la Brigade Dessaline (la brigata internazionale di contadini organizzata da Via Campesina che opera da anni nel paese) si è molto indebolita a causa della riduzione dei suoi membri, pochi, con pochi mezzi e sottoposti a rotazione ogni 3 mesi. I ragazzi vorrebbero avere un pezzo di terra per creare un piccolo bosco da offrire come modello ai contadini della zona. Ogni tre mesi c’è un incontro più strutturato dove si alternano momenti di approfondimento a momenti di intrattenimento. Tra Katien e Dofiné i giovani coinvolti sono circa 150, di età compresa tra i 15 e i 25 anni.

I ragazzi che usufruiscono delle borse di studio della Rete sono 21, sono consapevoli che devono impegnarsi visto che hanno il privilegio di poter studiare e il loro desiderio è di continuare a studiare.

Il “Progetto Gianna” – che riguarda la scuola professionale femminile “Giovanna Mocellin” di Souprann nel Nord Ovest e le sezioni di scuola dell’infanzia “Gianna bambini” a Fondol, Katien, Dofiné – continua il suo cammino realizzando il sogno di Gianna di favorire l’istruzione dei figli e delle figlie dei contadini. La scuola di Souprann, dove si insegna sartoria, ricamo e pasticceria, è l’unica scuola professionale della zona. Un problema evidenziato dalla direttrice e dall’insegnante è costituito dal fatto che, una volta diplomate, le ragazze non possiedono macchine da cucire per svolgere il loro lavoro; Jean ha sottolineato che FDDPA non è in grado di risolvere problemi individuali, può solo proporre soluzioni collettive, ad esempio formare una cooperativa che utilizzi i locali e le macchine da cucire della scuola nei giorni liberi o nei pomeriggi; la direttrice ha aggiunto che è importante – per evitare che le ragazze vadano a cercare lavoro altrove – mettere in comune idee e iniziative, creare modelli, produrre dolci e venderli in loco.

AGRICOLTURA

Il problema della sicurezza alimentare è fondamentale e l’esodo rurale ha origine proprio dalla difficoltà di nutrire le famiglie, per questo si cercano nuove vie. A Fondol si sta portando avanti un’esperienza nuova, la coltivazione del crescione lungo il fiume, iniziata con l’aiuto di Dieusseul (membro del comitato FDDPA di Dofiné dove questa coltura è praticata da tempo) e di sua moglie Eliphanne che hanno fatto incontri di formazione con i contadini. Il sogno è quello di far diventare Fondol come Dofiné. Il terreno in cui si coltiva il crescione è terra di nessuno e viene coltivata come terra comune evitando la parcellizzazione che in altre situazioni ha dato risultati negativi. Bisogna tener conto dei cambiamenti climatici: non è possibile iniziare la coltivazione del crescione prima di ottobre perché l’acqua dei corsi d’acqua è troppo calda.

Inoltre è stato realizzato un vivaio di moringa, pianta resistente che non ha bisogno di molta acqua, cresce in fretta, arricchisce il terreno, può costituire un alimento per gli animali e per gli esseri umani ed è ricca di vitamine. Willot sta lavorando molto per la diffusione di questa coltura. C’è il problema dell’allevamento libero delle capre che mette a rischio la riuscita dell’esperimento, ma si sta risolvendo facendo delle riunioni con i contadini, FDDPA e il kasek (autorità locale) che ha deciso anche di multare chi non terrà le capre in luoghi recintati. Johnny e Jakner, due ragazzi della casa di Dadoue, seguono queste esperienze e fanno incontri con i contadini promuovendo anche la coltivazione degli ortaggi. Johnny frequenta la scuola agricola di Pandiassou nel Plateau Central e Jakner la frequenterà nel prossimo anno scolastico; si tratta di una scuola di 2 anni, i ragazzi fanno 6 mesi a scuola – lavoro pratico nei campi al mattino e teoria in classe nel pomeriggio -, negli altri 6 mesi mettono in pratica quanto appreso nel territorio di provenienza. Abbiamo avuto l’opportunità di visitare la scuola insieme con Johnny e di parlare con un insegnante; è una scuola organizzata molto bene con ampi terreni coltivati dagli studenti senza uso di pesticidi o concimi chimici.

Sia a Fondol che a Katien viene sottolineata l’importanza della banca sementi, l’agricoltura infatti è l’unica fonte di reddito e la banca sementi costituisce un aiuto straordinario, “da respiro” ai contadini.

Anche le Casse popolari sono molto importanti per i contadini.

DONNE

La cooperativa delle donne di Fondol ha risentito dei danni provocati dall’uragano Matthew e alcune donne non sono più riuscite a partecipare, ora però c’è una ripresa: oltre alle donne del gruppo originario, si è formato un nuovo gruppo di donne che provengono da più lontano. La cooperativa è importante perché permette alle donne di restare nel paese e lottare.

Si pensa di sostenere la coltivazione del crescione: l’idea sarebbe di trasformare le donne che ancora vivono del lavoro di carbonaie in coltivatrici di crescione che poi venderebbero il crescione alle donne della cooperativa. Questo è ancora un sogno, ma senza sogni – dicono Martine e Jean – non si può vivere. La cooperativa segue anche la banca delle sementi e spera di aumentare il numero dei beneficiari.

Continua una volta al mese la distribuzione di generi di prima necessità che le donne vanno a vendere sulla montagna. La cooperativa incoraggia le donne ad acquistare anche sementi dalla banca.

C’è un progetto di alfabetizzazione delle donne e a breve inizierà anche un corso di sartoria.

SALUTE E IGIENE

Funzionano i due centri di salute di Fondol e Malingue (vicino a Dubuisson in riva al mare) con la collaborazione volontaria di Ronny, uno studente di medicina prossimo alla laurea, che svolge uno stage; altri studenti sono interessati a fare quest’esperienza; inoltre sono presenti Minerva, infermiera diplomata, e Elicia, ausiliaria, che però non ricevono un salario regolare ma un compenso settimanale in base a quanto si riesce a raccogliere dai contributi di quanti frequentano i centri di salute, anche se non tutti sono in grado di pagare i piccoli contributi richiesti. Il centro di Fondol purtroppo attualmente è in parte occupato da alcune classi della scuola vista l’insufficienza di spazi dovuta all’aumento della popolazione scolastica. Il centro di Malingue è stato riorganizzato distribuendo gli spazi in modo più razionale, è stata predisposta anche una stanza di osservazione e accoglienza per donne incinte in previsione del ritorno di una dottoressa – volontaria – attualmente a casa in maternità. Una nota positiva è data dalla scomparsa sulla montagna dei casi di colera, mentre purtroppo ovunque si riscontra un aumento dei casi di malaria.

Il problema di fondo rimane l’assenza dello stato: il governo non si fa carico della salute della popolazione in tutto il paese, ma nella montagna la situazione è più grave per l’isolamento e la lontananza dagli ospedali.

Si sta attuando nelle comunità quanto appreso nei seminari per la salute gestiti da Popoli in Arte, un’associazione italiana che si occupa di educazione e formazione seguendo il metodo Freire; ora si cerca di passare dalla teoria alla pratica, ogni comunità secondo le proprie forze e le proprie modalità. Il coordinatore del lavoro nelle comunità (Fondol, Katien, Dofiné, Dubuisson) è Jumel (è stato un ragazzo della casa di Dadoue) che rappresenta il legame tra FDDPA e le comunità. Jumel visita ogni comunità due volte al mese; in ogni comunità c’è un responsabile e in ogni scuola un insegnante che si occupa dell’educazione alla salute. Si è cominciato a produrre il cloro, insegnando il procedimento anche nelle scuole. La situazione in pianura è diversa rispetto alla montagna: in pianura c’è elettricità, è più facile procurarsi i materiali per produrre il cloro; sulla montagna bisogna che ci sia un comitato che si fa carico della produzione; il cloro poi viene distribuito mediante dei flaconcini contagocce con il dosaggio da usare per potabilizzare l’acqua; sono stati preparati dei volantini sull’importanza dell’acqua potabile che vengono distribuiti tra la popolazione e nelle scuole. Non è tutto facile, bisogna superare la diffidenza delle persone verso le novità e la loro riluttanza a collaborare, ma bisogna cominciare con chi è disponibile perché sono i fatti che poi parlano e sono più convincenti delle parole.

E’ stato affrontato anche il problema della mancanza di latrine, cominciando a discuterne in comunità che non ne hanno mai avute. Jumel ha fatto degli incontri per sentire cosa pensano le persone, come pensano di affrontare la situazione. Hanno partecipato altre persone che avevano seguito i seminari per la salute. Questo lavoro è iniziato a Dubuisson in una frazione tra i bananeti e a Fondol, Fon Tomas e Ti Salé sulla catena dei Matheux. Le persone si sono dette d’accordo sulla necessità di dotarsi di una latrina comune e hanno iniziato insieme il lavoro di scavo. Una volta terminato lo scavo per una latrina a 4 posti, bisogna chiuderla in una piccola costruzione che va coperta. Questo comporta dei costi per acquistare i materiali e qui nascono le difficoltà e alcuni si ritirano. A questo punto FDDPA interviene offrendo un contributo ma chiedendo che le persone partecipino alle spese e così i lavori procedono. A Katien un partecipante al seminario per la salute ha organizzato il lavoro in modo diverso, è stato effettuato lo scavo, A Katien un partecipante al seminario per la salute ha organizzato il lavoro in modo diverso, è stato effettuato lo scavo, e contemporaneamente si sono cercati fondi coinvolgendo oltre a FDDPA, un ospedale vicino ed amici. Una volta realizzate le latrine, va creato un comitato che individui dei responsabili per controllare la pulizia e la manutenzione, ogni famiglia deve occuparsene, ci dev’essere una cura collettiva

L’essenziale – afferma Jumel – è cominciare: gli incontri sono molti partecipati. Se si vede qualcosa di realizzato, si crea un esempio; se c’è qualcuno che comincia si motivano anche gli altri.

Si è pensato di organizzare nelle scuole delle giornate per la pulizia del territorio, inoltre si sono realizzati dei cartelli con dei disegni per invitare i bambini a usare le latrine.

Ti pa ti pa nap rive, era scritto su una carriola spinta da un contadino: a piccoli passi arriveremo.

Marianita, 8 aprile 2018

Costruiamo Insieme una nuova Umanità

C’è bisogno di più umanità, l’obiettivo del diritto alla vita va perseguito, aprire il cuore e la mente,

prendere coscienza, portare aiuti ai bambini nel mondo, ammalati, che muoiono di fame e di sete.

C’è bisogno di più umanità, costruire ponti verso l’altro, aprire le frontiere, porte e porti,

mettersi al servizio di chi è in grave difficoltà nel mare, salvarli ci rende migliori, più umani e più forti.

C’è bisogno di più umanità, con umiltà praticare buone azioni, concrete e con generosità,

superare l’egoismo, per portare aiuti ai poveri, ai senza tetto, con una vera solidarietà.

C’è bisogno di più umanità, verso gli ammalati, sia garantito il diritto alla salute, ai vecchi e bambini con amore e semplicità,

prendersi cura e portare, un sorriso, una carezza e l’ascolto, donerà loro tanta serenità.

C’è bisogno di più umanità, aprirsi al mondo e avere una visione positiva nei confronti degli immigrati,

sono una risorsa sana, culturale e sociale per la società, per la famiglia umana e per noi tutti.

C’è bisogno di più umanità, saper dire no alla costruzione di armi e svuotare gli arsenali,

per riempire i granai, avere la pace sulla nostra madre terra e da mangiare per tutti.

C’è bisogno di più umanità, rispetto tra persone, ascoltare e ascoltarsi nella verità,

costruire buone idee, proposte e condividerle, per contribuire a migliorare la società e l’umanità.

C’è bisogno di più umanità, amare e amarsi tra persone, voler bene alla vita e a tutta l’umanità,

dialogare, collaborare, salvaguardando sempre la dignità di ogni persona, con pura onestà e sincerità.

C’è bisogno di più umanità, di uguaglianza per tutti i cittadini del mondo, di giustizia democrazia e di libertà,

in questa nostra bella e grande famiglia umana, ci sia unità, fratellanza, pace e serenità per tutti.

    antonio

 

Costruiamo insieme una nuova umanità di Moahmed BA

Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie, basate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica, religiosa o di genere.

Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di conservare i propri privilegi, sfruttano la forza di lavoro fisica ed intellettuale di migranti. A questo scopo, tali sistemi utilizzano le esorbitanti prerogative consentite dal potere arbitrario dello Stato-Nazione e dal sistema mondiale di dominazione ereditato dalla colonizzazione e dalla deportazione. Questo sistema è nel medesimo caduco, obsoleto e causa di crimini contro l’umanità. Per questo deve essere abolito.

Le politiche attuate dal sistema degli Stati-Nazione inducono a pensare che le migrazioni siano un problema ed una minaccia mentre costituiscono un fenomeno storico naturale, complesso certo ma che lungi dall’essere una calamità per i paesi di residenza, costituisce un contributo economico, sociale e culturale d’inestimabile valore.

L’immaginario collettivo ha bisogno di riconoscere nel migrante il lupo fautore di caos, instabilità ed insicurezza. Probabilmente questo giustifica che sia privati dei diritti civili basilari riconosciuti sul piano internazionale, meglio che rimanga imbavagliato ed apparire solo per colorare le pagine di cronaca nera.

Questo perverso e controproducente sistema non darà mai al cittadino gli strumenti giusti per stare nel mondo ma lo costringe a starne accanto. Cambiare questa prospettiva diventa necessario per una nuova rilettura del nostro metodo di gestione delle migrazioni, niente affatto impermeabile alle contaminazioni.

EUROPEO                                             AFRICANO

  • Lingua                                            Dialetto
  • Espatriato                                     Immigrato
  • Monumento antico                     Arte primitiva
  • Cervello in fuga                             Immigrato economico
  • Religione                                       Superstizione
  • Nazionalismi                                 Guerre tribali
  • Separatismi                                    Tensioni interetniche
  • Naturopatia                                   Stregoneria
  • Psicoterapeuta                             Ciarlatano

10-    Esploratori                                 Invasori

E’ tempo di cambiare, mutare ed accrescere la nostra prospettiva. Le parole sono il ponte, il nostro pensiero e coloro che guardiamo.

Occorre una nuova umanità capace di guardare e parlare all’umano che c’è in ciascuno di noi.

Ebrei contro l’occupazione. La corsa, così concepita, asseconda l’esigenza israeliana di presentare una facciata ripulita da violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali. In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione

Nel prossimo maggio lo Stato d’Israele compirà 70 anni. Se per molti ebrei la memoria del maggio ‘48 sarà quella di una rinascita portentosa dopo la Shoà e un’oppressione subita per molti secoli, i palestinesi vivranno lo stesso passaggio storico ricordando con ira e umiliazione la Nakba, la “catastrofe”: famiglie disperse, esistenze spezzate, proprietà perdute, il tragico inizio dell’esodo di una popolazione civile di oltre settecentomila persone.

Molto problematica è in particolare oggi la situazione di Gerusalemme, città che Israele, dopo averne annesso la parte orientale, celebra come “capitale unita, eterna e indivisibile”. Tale statuto, oltre a non essere riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali, secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziati fra le parti in causa. Gerusalemme Est resta quindi, secondo le norme internazionali, una città occupata con i suoi 230.000 ebrei che vi abitano in aperta violazione delle suddette norme.

A rafforzare la pretesa del governo israeliano su Gerusalemme e a infliggere l’ennesima pugnalata al già moribondo processo di pace è calata nel dicembre 2017, come un colpo di maglio, l’iniziativa di Donald Trump di riconoscere ufficialmente la città quale capitale dello Stato d’Israele: una decisione che ne trascura completamente la complessità simbolica, ne ignora la natura molteplice e la condizione giuridica, obliterando l’esistenza dei suoi residenti arabi palestinesi (quasi 350.000, tre quarti dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, privi del diritto di acquistare terreni, costruire o ingrandire le proprie abitazioni – da cui spesso, anzi, vengono scacciati – e di prendere parte alle elezioni in Israele).

L’amministrazione americana ha già annunciato che trasferirà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme proprio in coincidenza con il 70° “Giorno dell’indipendenza”, una “scelta che” ha commentato il primo ministro Netanyahu lo “trasformerà… in una celebrazione ancora più significativa”.

Ma un’altra iniziativa concorrerà, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, a rendere memorabile la ricorrenza: la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme. A pretesto e giustificazione di questa scelta, la volontà di onorare la memoria di Gino Bartali che ha trovato un posto nel “Giardino dei giusti” di Yad Vashem, nel 2013, grazie alla sua opera di salvataggio – peraltro non così ben documentata – di alcuni ebrei fra il ’43 e il ’44.

È invece indubbio il finanziamento che riceverà la RCS insieme alla sua “Gazzetta dello Sport” grazie a tale operazione: 12 milioni di euro, più altri 4 offerti agli organizzatori dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele che afferma (da “Nena News”, 20 novembre 2017): “Questa storica Grande Partenza della 101esima edizione del Giro ci permetterà di presentare il nostro paese a oltre cento milioni di spettatori tra quelli collegati via televisione e presenti lungo le strade”.

E gli fa eco Yariv Levin, ministro del Turismo israeliano: “Come parte di una rivoluzione nel marketing, che vede Israele quale destinazione turistica e per il tempo libero, stiamo portando il Giro d’Italia nel nostro paese”.

Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport.

A proposito di agende, in quella della prevista kermesse gerosolimitana figura, dal 13 al 15 maggio, la “Marcia delle nazioni: dall’Olocausto alla nuova vita”. Stando al testo del programma, si prevede che si raccolgano a Gerusalemme migliaia di cristiani provenienti da tutti i paesi per prendere parte a un convegno speciale. “Insieme con israeliani di ogni segmento della società, le masse dei credenti in Cristo marceranno dalla Knesset al Monte Zion e recheranno onore ai sopravvissuti dell’Olocausto, dimostrando pubblicamente che le nazioni si ergono a fianco d’Israele per dire ‘No!’ all’antisemitismo.”

Infine, ciliegina sulla torta, è del 16 marzo la notizia che la Commissione giustizia della Knesset sottoporrà, nelle prossime settimane, al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democratico” dal suo statuto e facendo in tal modo, finalmente, “chiarezza” sulla propria natura: sempre, è ovvio, per festeggiare il 70° anniversario.

Tale passaggio sancirà, ancora definitivamente, l’esclusione dai diritti dei non ebrei residenti in Israele e faciliterà alle istituzioni preposte il compito di sbarazzarsi innanzitutto dei palestinesi ma anche degli immigrati non graditi.

Legittimando e rendendo irreversibile l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, l’intera operazione intorno al 70° anniversario della nascita d’Israele viola la legge internazionale e affossa forse definitivamente il processo di pace.

In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione. Ci rivolgiamo quindi a coloro che hanno ancora a cuore tali valori perché respingano un’operazione così dannosa per gli ebrei e tanta parte di umanità, chiedendo a ciascuno, con un atto di responsabilità personale, di sottoscrivere la nostra denuncia.

*** Bruno Segre, Susanna Sinigaglia, Stefano Sarfati, Anna Farkas, Carla Ortona, Stefania Sinigaglia, Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Joan Haim, Miriam Marino, Paola Canarutto, Sergio Sinigaglia, Marco Ramazzotti, Fabrizio Albert, Marina Ascoli, Guido Ortona, Giovanni Levi, Simona Sermoneta, Shmuel Gertel, Giorgio Segrè, Bruno Osimo, Ester Fano, Renata Sarfati, Irene Albert, Paolo Amati, Dino Levi, Barbara Agostini, Ferruccio Osimo, Lavinia Osimo, Antoine Dubois, Daniel Magrizos, Marina Morpurgo

Per adesioni: brunosegre@tiscali.it

Giro ciclistico d’Italia 2018 in Israele
Sulla Gazzetta dello Sport del 18/9/2017 è scritto:
“Segnatevi questa data: il 4 maggio 2018. Per la prima volta nella storia, un giro partirà
fuori dai confini del Vecchio Contenente”.
Maggio per i palestinesi, è il mese delle memorie: memoria di massacri, di distruzioni, di
espulsione, negazioni d’appartenenza e spogliazione storica e culturale. Ai palestinesi è stato
detto: su questa terra nascerà uno Stato di zecca chiamato “Israele”.
Ma l’album della storia di Israele manca di immagini:
Immagini di deportazione ed espropriazione.
Immagini di case vuote ed immagini di immigrati ebrei, che le abitano.
Immagini di villaggi seppelliti nelle visceri della terra.
Immagini di palestinesi considerati totalmente “Assenti”.
Il giro ciclistico d’Italia in Israele è dedicato alla memoria di Gino Bartali, uomo nobile e
giusto “tra le Nazioni”. Con la sua bicicletta ha percorso strade e risalito monti, portando
documenti a rischio della propria vita, per salvare i perseguitati dai nazisti, proprio quando
in quegli anni, gli eventi erano orrendamente noti e risaputi da molti Occidentali che
giravano la faccia dall’altra parte.  (leggi tutto)

“Vogliamo la resa piena e incondizionata” del partito Repubblicano al governo. Non usa mezzi termini il leader delle proteste Nikol Pashinyan durante il discorso alla folla riunita in piazza della Repubblica a Yerevan, la capitale dell’Armenia. Dopo dieci giorni di manifestazioni pacifiche e dopo le dimissioni del premier Serzh Sargsyan, accusato di aver trasformato il Paese in uno stato autoritario, gli oppositori chiedono le dimissioni in blocco del governo. E la nomina di un “candidato del popolo“. Respinta invece l’offerta di andare subito al voto: “Vogliono le elezioni anticipate mentre un rappresentante del partito Repubblicano resta in carica come primo ministro ad interim“, ha denunciato Pashinyan su Facebook. “Ma sappiamo quale sarà il risultato di una tale elezione”. Il leader della fazione di opposizione Elk ha incontrato gli ambasciatori dei paesi membri dell’Ue e ha annunciato che presto vedrà i rappresentanti di Russia e Stati Uniti.

Chi è Serzh Sargsyan – La scintilla che ha acceso il movimento rivoluzionario in Armenia è stata la nomina a premier, il 17 aprile, di Serzh Sargsyan, considerato vicino a Vladimir Putin. Una mossa giudicata autoritaria dall’opposizione, perché l’uomo ha già ricoperto per due volte la carica di presidente (la prima nel 2008 e la seconda nel 2013). Per aggirare il limite costituzionale dei due mandati, Sargsyan ha promosso nel 2015 un referendum per trasformare il paese in una repubblica parlamentare dando maggiori poteri alla figura del primo ministro. Poi è arrivata la nomina proprio per quel ruolo che aveva contribuito a rafforzare. Tutto ciò nonostante avesse assicurato di voler rendere più democratico il sistema politico dell’Armenia e l’annuncio che non si sarebbe più ricandidato.

La “rivoluzione di velluto” – Dieci giorni fa Pashinyan aveva promesso che presto il “regime” di Sargsyan sarebbe crollato. Ma senza spargimenti di sangue. A quel punto è iniziata la “rivoluzione di velluto“, con una serie di manifestazioni non violente in tutto il Paese. Giorno e notte le strade di Yerevan sono state bloccate dagli oppositori. La polizia ha fermato centinaia di persone che hanno aderito alle proteste. Persino diversi agenti delle forze dell’ordine e dell’esercito sono scesi in piazza per far sentire la propria voce, come ha rivendicato lo stesso Pashinyan. Ma domenica 22 aprile la situazione sembrava sul punto di esplodere: dopo un acceso botta e risposta televisivo fra i due antagonisti, il premier ha chiesto e ottenuto il fermo per Pashinyan e per altri due leader dell’opposizione, Ararat Mirzoyan e Sasun Mikaelyan.

Le dimissioni del premier – La svolta è arrivata con la visita in carcere del numero due del partito Repubblicano, Karen Karapetyan, che ha parlato direttamente con Pashinyan. Subito dopo, gli eventi hanno subito un’accelerazione. I fermi non sono stati convalidati, Sargsyan ha dato le dimissioni e Karapetyan è stato nominato primo ministro ad interim. “Eseguo il vostro volere, auguro la pace al nostro Paese”, ha detto Sargsyan rivolgendosi ai manifestanti di Yerevan, dando l’annuncio del suo ritiro. Una decisione inaspettata, ma necessaria per evitare una escalation delle violenze.

Le reazioni internazionali – Dopo le dimissioni di Sargsyan, dalla Russia sono arrivate parole di elogio per la “grandezza dimostrata dal popolo armeno”, come ha dichiarato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri. Il Paese mediorientale è un’ex repubblica sovietica ed è decisivo per l’equilibrio della Regione. Il Cremlino finora ha cercato di non intervenire negli scontri nel Paese, definendoli un “affare interno”. Ma non è sfuggito l’avvertimento del capo della commissione Esteri della Duma, Leonid Slutsky: “L’Armenia resterà comunque un alleato strategico della Russia”. Sulla vicenda sono intervenuti anche gli ambasciatori dei paesi Ue, che hanno incontrato Pashinyan per ascoltare le sue posizioni, e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il quale ha incoraggiato “tutti gli attori a continuare ad esercitare moderazione e dare priorità al dialogo”.

Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2018

Sette punti. Un’agenda strutturale sui migranti, ispirata agli appelli di papa Francesco, che va dalla riforma della legge sulla cittadinanza e all’introduzione di nuove modalità d’ingresso in Italia, fino alla regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”, all’abrogazione del reato di clandestinità, passando per l’ampliamento della rete Sprar, la valorizzazione e la diffusione delle buone pratiche unite all’effettiva partecipazione alla vita democratica dei migranti.

È un appello alle forze politiche, quello di diciannove enti e associazioni cattolici che hanno elaborato un documento da sottoporre ai candidati delle prossime elezioni. Un piano di azioni precise sottoscritto finora da Acli, Agenzia Scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo (Ascs onlus), Associazione Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica, Centro Astalli, Centro missionario francescano onlus (Ordine dei Frati minori conventuali), Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), Comboniani, Comunità Sant’Egidio, Conferenza Istituti missionari italiani, Fcei (Federazione chiese evangeliche italiane), Federazione Salesiani per il sociale, Fondazione Casa della carità, Fondazione Somaschi, Gioventù operaia cristiana (Gioc), Istituto Sturzo, Movimento dei Focolari Italia, Paxchristi, Uisg (Unione internazionale delle Superiori generali) che da oggi potrà essere fatto proprio anche da tutti coloro che vogliono affrontare il tema delle migrazioni in un’ottica complessiva.

Punto primo: riformare la legge sulla cittadinanza. «Non possiamo più stare zitti», esordisce il presidente della Fondazione Casa della carità don Virgilio Colmegna presentando la prima necessità messa in agenda. In Italia stiamo portando «avanti scelte coraggiose sulle migrazioni, frutto della fecondità del Vangelo – sottolinea – buone prassi di partecipazione e inclusione, tanta produzione di sapienza che si scontra con l’arretratezza burocratica che sta dietro la domanda di umanità». Per questo non è più rinviabile, secondo il cartello di associazioni cattoliche, un provvedimento che «sani queste contraddizioni». In Italia, infatti, ci sono «900mila ragazzi nati da genitori stranieri e cresciuti nel nostro Paese, italiani di fatto ma non di diritto, che vivono una cittadinanza dimezzata», gli fa eco Antonio Russo, responsabile welfare delle Acli, per cui si tratta di «una riforma urgente, una riforma di civiltà».

 

Altro nodo cruciale è quello degli ingressi in Italia, con l’introduzione di nuove modalità che non li costringano a chiedere l’asilo. Andare oltre, per la responsabile immigrazione di Sant’Egidio Daniela Pompei che ricorda l’esperienza positiva dei corridoi umanitari attivati insieme alla Cei e alla Fcei, significa «una rapida riattivazione dei canali ordinari d’ingresso che ormai da anni sono pressoché chiusi», a cominciare da un immediato ritorno del decreto flussi, per arrivare fino a proposte più ampie come «il permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e la reintroduzione del sistema dello sponsor».

Terzo punto, la regolarizzazione di quegli stranieri che dimostrano di avere un comprovato percorso d’integrazione. Così, citando le esperienze in corso in Germania e in Spagna, «si riconoscerebbe sia l’impegno dei migranti che di chi ha predisposto per loro un percorso d’inclusione », sottolinea la referente immigrazione del Movimento dei Focolari Flavia Cerino, per cui è importante formare questi giovani anche nelle professioni che mancano nel nostro mondo del lavoro.

Nulla sarebbe possibile tuttavia – questo il quarto punto – senza l’abrogazione del reato di clandestinità che ha dimostrato di essere «ingiusto, inefficace e controproducente ».

L’accoglienza di qualità invece – dicono le 19 realtà – presuppone l’ampliamento della rete Sprar con l’obiettivo – ricorda padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, affrontando il quinto punto del documento – «di riunificare nello Sprar l’intero sistema creando un unico percorso di accoglienza integrata e diffusa» ponendolo sotto «l’effettivo controllo pubblico». Un sistema che va ampliato, perché è un modello di «responsabilizzazione della società».

Le buone pratiche diffuse sul territorio, che si propone di raccontare in un osservatorio e replicare il più possibile, hanno dimostrato che un’altra faccia dell’accoglienza è possibile. Lo ricordano don Claudio Gnesotto, presidente Ascs onlus, e don Giovanni d’Andrea, presidente Salesiani per il sociale, citando il caso degli oratori diventati momenti d’inclusione per i minori non accompagnati, come pure il servizio civile nazionale oppure l’esperienza della Casa Scalabrini 634.

Ultima, ma non per importanza, la necessità di un’effettiva partecipazione alla vita democratica per i migranti, prevedendo l’elettorato attivo e passivo alle amministrative per i lungo-soggiornanti. Il modo in cui affrontiamo il fenomeno migratorio, è quindi la conclusione del presidente di Azione Cattolica Matteo Truffelli, «ci dice che tipo di società vogliamo essere: con lo sguardo indietro, chiusa e paurosa, destinata ad essere travolta dalla storia, oppure con lo sguardo dritto ai problemi, trasformandoli in risorse e opportunità ». L’agenda verrà presentata ai politici il 20 febbraio a Milano e il 26 febbraio a Catania. Tra i primi ad aver sposato i sette punti la deputata Milena Santerini, per cui «in tempo di muri, queste associazioni costruiscono ponti verso i migranti».

Avvenire 9 febbraio 2018

Sotto richiesta di diffusione dalla Rappresentanza  Internazionale del Movimento delle donne curde e da UIKI-Onlus condividiamo la chiamata rivolta anche a organizzazioni femministe, collettivi e associazioni di donne, giuriste, avvocate, accademiche, giornaliste per la partecipazione il 15 e 16 Marzo 2018 alla importante Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli,  a Parigi. 

L’iniziativa, preceduta e seguita da due conferenze stampa internazionali, durerà due giorni. E’ prevista la partecipazione di molte personalità del mondo accademico di fama mondiale. La sezione avrà le traduzioni in inglese, francese, italiano, turco e curdo.

L’importanza delle sentenze, con la discussione del Caso di Parigi e dell’omicidio politico delle tre attiviste curde Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez, vede come fondamentale la presenza e partecipazione di attiviste, giornaliste, accademiche, giuriste, filosofe del diritto. Il verdetto emesso dal Tribunale dei Popoli potrebbe portare ad un esito storico da rimandare alla giurisdizione sovranazionale.

All’interno della due giorni è attesa la creazione di un Osservatorio Internazionale per la continuazione dei lavori. Qui accademiche e intellettuali potranno essere coinvolte nei lavori di fondazione.

L’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici (IADL), l’Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia ed i Diritti Umani nel Mondo (ELDH), l’organizzazione MAF-DAD stanziata in Germania composta da Avvocati tedeschi e curdi, e l’Istituto Curdo di Bruxelles, sono gli organizzatori del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP).

Il programma delle giornate

Introduzione. Storia del conflitto: con testimoni d’eccezione. Sotto il profilo dei diritti culturali, dei diritti delle donne dei diritti politici e delle risorse economiche.

Sessione II. Terrorismo di Stato: sentenza di attestazione di crimini di guerra: l’analisi della situazione interna alla Turchia per i coprifuochi di Cizre, Diyarbakir, Sirnax, la violenza contro le donne e  riferimenti all’invasione esterna in corso nello scenario geopolitico siriano.

Sessione III: Il caso di Parigi: l’assassinio di Sakine Cansiz, Fidan Dogan  e Leyla Saylemez. Testimonianze. Prove, fatti, evidenze.

il programma sopra sinteticamente delineato, è disponibile intero in lingua inglese qui

Rilevanza dell’adesione e contatti

La partecipazione è importante, anche alla luce dei massacri che l’esercito turco sta commettendo nella regione di Afrin in Siria. È possibile partecipare tramite la registrazione della presenza al Tribunale. Le conferme sono da inviare entro il 27 Febbraio.

Per ulteriori informazioni di contatto: 

uikionlus@gmail.com

RELAZIONE MISSIONE A BRUXELLES
Inizio ringraziando i miei genitori perché senza di loro non avrei avuto la possibilità di
fare questa entusiasmante esperienza, ma li ringrazio soprattutto per la sensibilità
che mi hanno trasmesso, facendomi crescere in un ambiente aperto al diverso, dove
il diverso non è temuto anzi cercato, dove l’attenzione per i più deboli è costante. Non
farò un diario di viaggio, non racconterò cosa abbiamo fatto visto e osservato giorno
per giorno, vi parlerò piuttosto delle mie sensazioni, impressioni ed emozioni di questi
tre giorni di missione a Bruxelles. Sono stati tre giorni intensi, abbiamo dormito molto
poco e assorbito moltissime informazioni. Siamo stati ospiti dell’onorevole Cécile
Kyenge, persona squisita molto disponibile e attenta a captare le considerazioni e i
commenti di tutti. Il gruppo di italiani da Lei invitati si è rivelato molto eterogeneo ed
è stata la cosa più bella: ci siamo trovati a discutere, parlare, scambiarci opinioni
consigli e punti di vista tra perfetti sconosciuti. Sebbene ci fosse chi apparteneva al
settore pubblico, chi al privato e chi al no-profit è stato una contaminazione tranquilla
e molto positiva, come se ci conoscessimo da tempo. Si è creata fin da subito una
sintonia che ha permesso l’accrescimento reciproco apportando conoscenze
tecniche, ideologiche, comportamentali, tutto ciò accomunato da un grande,
grandissimo filo conduttore il Continente Nero.
In un primo momento ci è stato illustrato il nuovo strumento a sostegno degli
imprenditori, essenzialmente rivolto al settore privato quindi, che investiranno in
Africa. Dopo la puntuale spiegazione su metodi, vantaggi e prospettive di questa
innovazione, il dibattito si è focalizzato sul dubbio sollevato essenzialmente dai
rappresentanti di ONG e piccole associazioni: la paura che incentivando questo tipo
di sviluppo locale si possa provocare una nuova colonizzazione fatta di soprusi,
sfruttamenti e ingiustizie. Sarà necessario quindi mettere ben in chiaro che oltre
all’investimento in strutture, macchinari e opere civili, gli imprenditori dovranno dare
prova di impattare positivamente anche nella società, nella crescita personale degli
Africani, nello sviluppo di un’economia sostenibile fatta di collaborazione,
cooperazione, dialogo e non di decisioni impartite unilateralmente, frutto di decisioni
volte unicamente alla massimizzazione del profitto.
In un secondo momento il nostro piccolo gruppo della circoscrizione italiana nord est
si è unito a centinaia di altre persone provenienti da tutto il mondo: abbiamo assistito
a dei discorsi introduttivi del presidente dell’EU Tajani e di alti rappresentati di stati
Africani ed Europei: tutti insieme per costruire un nuovo modo di creare partnership
tra EU e Africa, scambi volti alla crescita reciproca. Si sono susseguite molte
conferenze dove tutti hanno sostenuto la tesi che la forza innovatrice deve partire dalle
persone del luogo, le quali poi possono e devono essere aiutate da istituzioni
europee ovviamente scongiurando una seconda colonizzazione anzi con l’obiettivo
principe di sostenere la crescita di tutte le persone locali. Mi ha particolarmente
colpito il discorso fatto da una ragazza giovane, credo avesse poco più di vent’anni,
durante il quale ha espresso un concetto semplice ma allo stesso tempo significativo.
Si parlava di erasmus, di dare la possibilità a giovani africani di venire in Europa a
formarsi, di apprendere quanto più possibile e poi tornare nei loro paesi. Lei ha
affermato invece, andando controcorrente, che non le importa di andare via dal suo
Paese, Lei vuole avere l’opportunità di studiare, raggiungere un alto livello di
formazione nel suo Stato natale: non vuole essere un unico incubatore di conoscenze,
vorrebbe invece che tanti avessero la possibilità di accrescere i propri bagagli culturali
riuscendo così a stimolare i dialoghi, dibattiti ed aumentare in modo generalizzato il
livello di “upper alfabetizzation” della popolazione intera.
Non voglio dilungarmi troppo, concludo dicendo che entrare nei palazzi dell’Unione,
stare a fianco a fianco con deputati, collaboratori e lavoratori che si dedicano così
intensamente e con dedizione a ideare e mettere poi in atto delle politiche, in questo
caso a sostegno dell’Africa, mi fa riflettere sul sentimento anti europeo che sta
prendendo piede anche in Italia. Io credo che l’EU non sia un’unione ancora matura,
ma che sta già facendo molto in diversi fronti. Sono convinta che la strada sia quella
di concedere sempre più campo d’azione all’Unione, anche se questo può
rappresentare una limitazione alla sovranità degli stati nazionali perché solo insieme
si possono ottenere delle vittorie che singolarmente sarebbero impensabili.
Laura Corletto

tribunale permanente dei popoli

SESSIONE SUI DIRITTI DELLE PERSONE MIGRANTI E RIFUGIATE (2017-2018)

Udienza di Palermo, 18-20 dicembre 2017

E-mail:ppt@permanentpeoplestribunal.org
www.permanentpeoplestribunal.org

Giuria

Carlos Martín Beristáin (Spagna)
Luciana Castellina (Italia)
Donatella Di Cesare (Italia).

Franco Ippolito (Italia)
Francesco Martone (Italia)
Luis Moita (Portogallo)
Philippe Texier (Francia)

ACCUSA

La circostanza che le violazioni dei diritti fondamentali di singole persone costrette a lasciare il proprio paese siano diventate tanto frequenti e prive di una qualsiasi sanzione giuridica, tale che ne possa impedire la reiterazione, hanno permesso di individuare un «popolo migrante».

Un «popolo» dotato di una sua specifica connotazione, come è emerso da numerose testimonianze e da rapporti concordanti, come quelli delle Nazioni Unite, di MEDU e di Amnesty International, esaminati nel corso della recente sessione di Palermo del Tribunale Permanente dei popoli.

Questo Tribunale può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo. I materiali probatori raccolti, la ricostruzione dei fatti e la qualificazione delle responsabilità possano avere però un riscontro anche nelle sedi giudiziarie ordinarie, fino ai gradi più alti della giurisdizione internazionale, nel rispetto dei principi e delle garanzie dello stato di diritto.

Il diffuso populismo giudiziario, emerso nelle indagini contro le Ong, e la timidezza dei giudici costituzionali nell’affrontare le questioni di compatibilità delle normative e delle prassi in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare, come nel caso dei cd. “respingimenti differiti” disposti dai questori in assenza di un effettivo controllo giurisdizionale, costringono a riflettere sulla reale portata dei diritti fondamentali riconosciuti alla persona migrante, ed in qualche modo anche sugli spazi di agibilità democratica che rimane a chi opera quotidianamente nel campo della solidarietà, oggetto di vere e proprie campagne di criminalizzazione.

Quando sarà pubblicata l’imponente mole di testimonianze e rapporti raccolti durante la sessione del Tribunale permanente dei Popoli di Palermo , si potrà verificare sino in fondo la complicità del governo italiano e degli stati europei nei crimini contro l’umanità commessi in Libia e nelle acque internazionali ai danni dei migranti. Non soltanto una responsabilità per omissione, ma una responsabilità ancora più grave per avere deliberato accordi ed interventi, ed adottato misure operative, nella piena consapevolezza delle conseguenze che si sarebbero scaricate sulle persone bloccate in mare, riportate a terra dalla Guardia costiera libica ed intrappolate a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici.

Dai lavori del Tribunale dei Popoli è emerso come la distinzione in Libia tra centri governativi e centri informali non regga più, e come anche nei centri visitati, magari una volta al mese, da funzionari ONU, anche lì, non appena finiscono le visite, riprendono gli abusi e le richieste estorsive. Come è emerso anche quanto sia precaria ed esposta ai trafficanti la sorte di quella esigua minoranza di persone che ricevono dall’UNHCR la certificazione di rifugiato, ma non godono in Libia un alcuno status legale, considerati sempre come migranti “illegali”.

La questione della giurisdizione in acque internazionali appare profondamente mutata dopo la recente dichiarazione delle autorità libiche di Tripoli che rinunciano alla istituzione di una zona SAR libica richiesta all’IMO (Organizzazione internazionale marittima) nei mesi successivi alle intese del 2 febbraio scorso tra Italia e Tripoli, ma mai accolta per assenza di requisiti. Oltre ad essere significativa per gli sviluppi futuri, quanto dichiarato adesso dall’IMO e dal governo libico confermano uno scenario che era stato identificato dalle denunce degli operatori umanitari, ma che il governo italiano aveva pervicacemente negato. Non esisteva, non è mai esistita una zona SAR libica, e dunque le autorità italiane hanno concluso accordi ed attuato prassi operative con uno stato che al di là delle proprie acque territoriali (12 miglia dalla costa) non poteva garantire alcun intervento di ricerca e soccorso in conformità alle norme imposte dalle Convenzioni internazionali.

I comandi di “stand by”  impartiti dal Comando centrale della Guardia costiera (MRCC) alle navi umanitarie che potrebbero intervenire con immediatezza in acque internazionali, e la “chiamata” alle autorità libiche, designate in un secondo momento come “Autorità Sar responsabile”, implicano scelte che corrispondono negli effetti ad un vero e proprio respingimento collettivo, attuato dalle autorità italiane in concorso con gli assetti europei presenti in acque internazionali.

Occorre sospendere gli accordi con il governo di Tripoli, e con gli altri governi che non rispettano i diritti umani. Vanno riaperti canali sicuri e regolari in Europa per rifugiati e migranti, anche attraverso il reinsediamento, l’asilo umanitario e i visti umanitari, il ricongiungimento familiare, la mobilità dei lavoratori per livelli di competenza e visti di studio; il diritto di richiedere asilo in qualsiasi circostanza, anche nei centri Hotspot, deve essere assicurato.

Occorre garantire che le politiche e le prassi di controllo delle frontiere dell’UE proteggano le persone e i loro diritti, e non abbiano lo scopo esclusivo, peraltro del tutto vano, di fermare i movimenti migratori. Saranno questi gli impegni per i quali continueranno a battersi nei prossimi mesi le centinaia di associazioni che hanno chiesto la sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli.

Fulvio Vassallo Paleologo

* Adif ( Associazione Diritti e frontiere)
Esponente della Requisitoria finale nella sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCEDIMENTO

I. Origini di questa Sessione
Tutta la lunga e intensa storia del Tribunale Permanente dei Popoli (www.permanentpeoplestribunal.org) – finalizzata, dalla sua fondazione nel 1979 a Bologna, a essere strumento al servizio dei popoli, per il riconoscimento, la restituzione, l’affermazione dei diritti e la denuncia delle loro negazioni, violazioni e mancanza di protezione da parte delle giurisdizioni delle istituzioni nazionali e internazionali – costituisce il retroterra di questa Sessione i cui obiettivi e la cui metodologia di lavoro coincidono in modo esemplare, e drammaticamente attuale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Algeri,1976), che rappresenta lo statuto sostanziale e la stessa legittimazione del TPP:
– essere tribuna di visibilità, presa di parola, restituzione della piena dignità di soggetti di diritto alle vittime di violazioni;
– partecipare, con gli strumenti del diritto, alle lotte per la ricerca e l’affermazione, concreta e di principio, dell’autodeterminazione nell’accesso e nell’esercizio dei diritti fondamentali previsti nel diritto internazionale;
– identificare e denunciare i vuoti del diritto esistente e delle sue derive storiche e istituzionali, nei valori di riferimento e nelle pratiche, in vista di una sua riformulazione, prioritaria e urgente, per essere garante di vita e dignità per individui e popoli emarginati e relegati alla condizione di espulsi, vittime nelle realtà nazionali e globali controllate da poteri forti, capaci di sottrarre la legalità a qualsiasi controllo di legittimità sostanziale e gli esercizi del potere a qualsiasi giurisdizione che abbia come riferimento il rispetto sostanziale dei diritti umani.

Il lungo e articolato atto di accusa presentato da più di 100 associazioni e organizzazioni internazionali nella richiesta di Sessione recepita dal TPP nella Sessione inaugurale di Barcellona il 7-8 luglio 2017, fotografa efficacemente la trasformazione tragica di uno dei diritti fondanti della democrazia e della convivenza civile, il migrare, in un delitto che esprime in maniera emblematica la fase politica, giuridica e culturale che vive l’Europa: il capovolgimento delle gerarchie, valoriali e operative, che con accelerazioni progressive negli ultimi anni, ha visto la marginalizzazione delle categorie costitutive del diritto costituzionale e internazionale, in nome di politiche securitarie dominate e dipendenti da interessi economici e finanziari, con produzione di scenari generalizzati di emergenza e di guerra, al di là di quelli delle guerre armate.

In questo quadro globale, i “migranti”, nelle più diverse regioni e per le più diverse cause, non sono più una realtà sporadica, frammentata, senza identità o definibile secondo luna o laltra categoria amministrativa: possono essere solo definiti come un vero e proprio popolo, trasversale e trasversalmente portatore di un’identità, che non può essere descritta o attribuita, al negativo, come assenza di appartenenza ad uno Stato, ma esige il riconoscimento di un diritto positivo, fondato sulla sussistenza di una realtà nuova, espressione, apparentemente provocatoria, ma ineludibile, di una civiltà di diritto a misura della realtà di oggi e del futuro.
La rilevanza specifica di questa Sessione è ulteriormente rappresentata dal fatto che le domande poste dal popolo dei migranti, con la tragicità cronica dei morti e delle negazioni di dignità, sono formulate alle frontiere e nel cuore stesso di quell’Europa che di dichiara da sempre culla e garante dei diritti umani.
Da tutto ciò deriva l’urgenza di una tribuna per il popolo dei migranti, che formula, per un verso, 
una domanda di identità non semplicemente umanitaria, ma di cittadinanza piena, e per altri verso, costituisce un interpello di verifica per la stessa Unione europea e per i suoi Paesi membri, a cominciare dall’Italia della loro capacità di democrazia legittima, in quanto concretamente garante universale dei diritti umani.

II. Quadro operativo della Sessione

Secondo il programma definito a Barcellona, il percorso del TPP si articola in una serie di hearings, tra loro complementari, che esplorano in modo specifico, ma con criteri comparabili, il quadro delle violazioni dei diritti umani e dei popoli che si verificano nelle diverse aree del complesso quadro geopolitico e istituzionale delle migrazioni, per documentarne esistenza, gravità, responsabilità e per identificare piattaforme e percorsi di resistenza e di innovazione nella definizione di risposte giuridicamente, socialmente, culturalmente necessarie e praticabili.
Come previsto dal suo Statuto, il TPP ha convocato la Sessione di Palermo sulla base di una richiesta di una straordinaria molteplicità di espressioni della società civile, attive in modo autonomo nel campo delle migrazioni in Italia. A partire dalla realtà di Palermo (con funzioni di coordinamento operativo, insieme con la segreteria del TPP) e delle altre espressioni siciliane più coinvolte nella
frontiera” meridionale, sono ben 95 le organizzazioni nazionali che si sono rivolte al TPP.
L’atto di accusa è stato notificato, secondo le modalità e i tempi previsti nello Statuto del TPP, alle competenti autorità dell’UE e del Governo Italiano (al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno), con l’invito a partecipare alle udienze pubbliche del TPP, esercitando, nelle modalità da essi scelte, il diritto di difesa .
Le udienze pubbliche del TPP, si sono svolte secondo il programma. Secondo statuto, in assenza dei rappresentanti dell’UE e della Repubblica italiana le posizioni istituzionali rispettive, sono state documentate attraverso una ricognizione accurata dei documenti ufficiali, fino ai più recenti del mese di novembre, e messe a disposizione della Giuria al termine delle sedute pubbliche.

La sessione del TPP di Palermo è stata resa possibile grazie ad una serie molto diffusa di donazioni dalle organizzazioni che hanno sottoscritto la richiesta al TPP (con un particolare contributo da parte della Rete Radie’Resch, e di un collettivo Donne per I Diritti di Lecco), la ospitalità del Centro Diaconale “La Noce”, Istituto Valdese, e del Plesso Didattico Bernardo Albanese, e soprattutto grazie il lavoro di volontarie/i, che lungo settimane hanno garantito tempo e disponibilità. La parte fattuale sarà oggetto della redazione definitiva.

MOTIVAZIONE DELLA DECISIONE

III. Dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate, emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio, dalle condizioni nei luoghi d’origine, al viaggio, alla permanenza nei campi prima di cadere nelle mani di trafficanti, poi nel corso della traversata in mare. Chi viene respinto entra nell’inferno dei campi di detenzione legali o informali. Chi eventualmente arriva sul territorio italiano, termina in un hotspot, dove le sue possibilità di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato sono affidate al caso o alla fortuna.
Da quanto esposto in precedenza risulta evidente come la responsabilità sia frantumata. Di questa frantumazione si fa spesso un profitto intenzionale. Diventa perciò difficile indicare con precisione chi è il colpevole, chi deve rispondere. L’opinione pubblica ne viene disorientata. La concatenazione, la sequela, è talmente lunga, complicata, occulta, che quasi sempre si perde il nesso. Questo non permette di risalire a chi ha le maggiori responsabilità e spinge invece a fermarsi agli aguzzini più manifesti e ovvi, ad esempio le guardie libiche, ai “trafficanti” o agli “scafisti”, figure di quella zona grigia di cui spesso, loro malgrado, fanno parte gli stessi migranti. Le testimonianze sugli “scafisti forzati” sono state particolarmente significative. I cittadini dei paesi europei si sentono perciò del tutto sollevati da ogni responsabilità. Per un perverso meccanismo, oramai frequente, vengono rovesciati i ruoli della vittima e del persecutore. Il migrante viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati. La migrazione viene infatti vista come una devianza. Colpevoli sono eventualmente gli aguzzini libici, egiziani, tunisini, ecc. La colpa, però, si arresta ai confini africani o alle acque internazionali. Quasi a ribadire che sono loro i soli colpevoli. Al di là di quei confini sembra che nessuno sia colpevole. Tanto meno i governi dei paesi europei e dell’UE. Lasciar morire in mare, nei campi di internamento, lasciar compiere ogni sorta di violenza, è colpa.
Decisivo in tale contesto il ruolo dei media. Sebbene molti abbiano contribuito a informare correttamente, a portare alla luce violenze e soprusi, tuttavia nel discorso politico-mediatico il migrante è stato rappresentato come un “clandestino”, pericoloso, un invasore, un potenziale terrorista. Spesso svuotate del loro contenuto, le parole sono state piegate a designare il contrario.
L’ospitalità” sembra conservare ormai un senso solo nella morale privata o nella fede religiosa.
Sottratto il suo valore politico, è diventata sintomo di sprovveduto buonismo, mentre la “politica dell’accoglienza” è stata piegata a designare l’opposto, cioè una politica dell’esclusione e del respingimento, una gestione poliziesca dei flussi migratori, un controllo delle frontiere. Se l’altro è contagio, infezione, contaminazione, la paura è il vincolo che regge la comunità, l’accoglienza è impossibile.
E’ giunto il momento di invertire la rotta, e rivendicare il diritto di migrare “ius migrandi” ed il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali.

 

IV. Per il diritto di migrare, per un diritto all’accoglienza

L’Unione europea e gli Stati membri forniscono continue giustificazioni al rimprovero d’ipocrisia e d’incoerenza mosso all’Occidente quando, da un lato, proclamano l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti fondamentali e, dall’altro, adottano politiche che tali diritti ignorano o calpestano.

Per il Sud del mondo (e dovremmo abituarci a guardarci anche con gli occhi dei migranti, che si mettono in viaggio verso  l’Europa) è intollerabile che il potere politico ed economico europeo dimentichi di avere brutalmente utilizzato la grande  ostruzione del diritto delle genti (Francisco de Vitoria, Alberico Gentili) – nella quale un posto di assoluto rilievo era conferito allo ius migrandi, allo ius commercii e allo ius communicationis degli europei – per legittimare la Conquista delle Americhe e il genocidio degli indios. Oggi si ribaltano i principi allora affermati e, contro i migranti provenienti dall’America latina, dall’Africa e dall’Asia, si riscopre il pensiero di Bartolomeo de Las Casas che nei Tesori del Perù – proprio opponendosi a Vitoria al fine di contrastare la legittimità della Conquista e del genocidio – scriveva che “ogni popolo o nazione o il re che la rappresenta può, per diritto naturale, interdire agli stranieri di qualunque nazione l’accesso al suo territorio ove ritenga che questo rappresenti un pericolo per la patria”.
Al di là dello stretto problema giuridico sull’esistenza o meno di simmetria tra diritto di emigrare e diritto di immigrare, non si può ignorare l’ipocrisia di affermare il diritto a lasciare il paese di origine e contestualmente negare quello di essere accolto dai paesi di destinazione, finendo con il condannare il migrante a un paradossale destino di permanente odissea per le acque del globo. Né, sul piano etico e politico, si può dimenticare che quelli di espatrio, di circolazione e di soggiorno, dopo essere stati per secoli riconosciuti come diritti naturali, sono stati proclamati nella seconda metà del Novecento come diritti umani fondamentali nelle Carte nazionali e nei Trattati internazionali.
Se “ogni individuo è libero di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio” (art. 12.2 Patto int.le diritti civili), se il diritto al lavoro “implica il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita” (art. 6.1 Patto int.le diritti economici e sociali), come si può ritenere giustificata la chiusura delle frontiere, che contraddice clamorosamente il diritto, inalienabile, di lasciare il proprio paese per libera scelta o, a maggior ragione, per necessità di sopravvivenza al fine di procurarsi una possibilità di vita? Nessuna politica di chiusura da parte dell’Europa, la cui opulenza (come quella di tutto l’Occidente sviluppato) si è costruita con un sistema economico predatorio delle risorse del Sud del mondo, può considerarsi legittima né politicamente ed eticamente giustificabile sino a quando l’Unione europea non s’impegnerà nella realizzazione di un altro modello economico mondiale che consenta uno sviluppo dei paesi da cui oggi, per necessità, i migranti fuggono, consapevolmente accettando il rischio di morire affogati nel Mediterraneo rispetto alla certezza di morire affamati nella propria terra.
L’esigenza, spesso forzata, di migrare va riconosciuta come un diritto inalienabile cui deve corrispondere una adeguata accoglienza. Il cinismo securitario e lo sciovinismo del benessere, il sovranismo oltranzista alimentano la xenofobia populista e finiscono per minare dal fondo la democrazia. Non è oramai possibile una cittadinanza murata, immobile e chiusa entro le frontiere. È tempo di aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione.
Reclamare la libertà di movimento in una forma astratta vuol dire non solo ridurre la migrazione, alla pedestre piattezza della circolazione, ma anche trascurare completamente il tema decisivo dell’accoglienza. Basterebbe allora eliminare le barriere in modo che ognuno sia libero di muoversi in un pianeta inteso come un agevole spazio di scambio, un immenso mercato di scelte e opportunità accessibili a tutti. Chi ha subìto le sevizie della guerra, chi ha sopportato la fame, la miseria, non chiede di circolare liberamente dove che sia; spera piuttosto, al termine del suo cammino, di giungere là dove il mondo possa di nuovo essere comune. Non pretende di unirsi alla comunità dei cittadini del mondo, ma si aspetta di poter coabitare con altri. Un altro modo di intendere la comunità è possibile. Migrare è un atto politico e esistenziale. Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dalla opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Ma non c’è diritto di migrare senza l’ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice diritto di visita, bensì come diritto di residenza.

VI. Crisi dei migranti o crisi dell’Europa?

La gestione delle migrazioni appare essere paradigmatica della più generale tendenza in atto verso una modifica sostanziale del modello di democrazia vigente in occidente, fondato sulla divisione dei poteri e il controllo parlamentare degli esecutivi. Perché è sopratutto in questo campo che si è consolidata la pratica di decisioni assunte da una molteplicità di organismi che non rispondono a nessuno pur essendo il loro operato di rilevantissima importanza, perché implica diritti umani imprescindibili, trattati internazionali, interventi militari che possono produrre conflitti bellici di larga portata.
Il deterioramento del sistema democratico garantito dalle Costituzioni del secondo dopoguerra è processo avviato ormai da parecchi decenni, da quando ebbe inizio, nel 1973, la prima lunga crisi postbellica che portò alla fine della convertibilità del dollaro in oro e alla modifica degli equilibri che erano stati fissati con gli accordi di Bretton Woods. Proprio le insorgenti difficoltà del sistema, e i mutamenti indotti dalla sempre più accentuata e de-regolarizzata globalizzazione che ne seguì, portarono ad affermare esplicitamente la necessità di decisioni più rapide ed efficienti, sottratte alle lentezze proprie delle democrazie parlamentari (Vedi il Manifesto della Trilateral Commission, fondata a Tokio nello stesso anno). Di qui la cessione sempre crescente di decisioni pur di grande rilievo a organismi esecutivi, ad esperti formalmente “neutri”, sottratte alla politica, vale a dire al dibattito e al controllo democratico parlamentare che dovrebbe presidiare ogni scelta dei governi.
Via via sempre più sostituiti da quella che con termine oramai diffuso viene chiamata “governance”, che è quella che designa la gestione di banche o imprese private, diversissima dal termine governo, che fonda la legittimità dei suoi atti sulla sovranità popolare di cui è l’espressione. Il conflitto fra i diritti umani universali e la spartizione del mondo in Stati-nazione segna la nostra epoca. A dettare legge è ancora il principio di sovranità dello Stato che fa della nazione la norma e della migrazione la devianza e l’irregolarità. I diritti del migrante, a cominciare dalla sua libertà di muoversi, urtano contro la sovranità statale che si esercita sulla nazione e sul dominio territoriale. Perciò il migrante viene rappresentato come un intruso, un fuorilegge, un illegale; con il suo migrare sfida la sovranità, infrange il nesso, molto discutibile, fra nazione suolo e monopolio del potere statale. Pur di riaffermare la propria sovranità lo Stato lo ferma alla frontiera ed è per questo disposto a violare i diritti umani. Luogo eminente del fronteggiarsi e dello scontro, la frontiera diventa non solo lo scoglio contro cui naufragano tante vite, ma anche l’ostacolo eretto contro ogni diritto di migrare.
Questa contraddizione è tanto più stridente nel caso delle democrazie sorte storicamente proclamando i Diritti dell’uomo e del cittadino. Le migrazioni portano alla luce un dilemma costitutivo che incrina al fondo le democrazie liberali: quello tra la sovranità statale e l’adesione ai diritti umani. Nei lacci di questo doppio vincolo si dibatte oggi la democrazia. Non è difficile intuire perché, in tale contesto, l’ospitalità venga snaturata e diventi anzi ostilità. I diritti umani degli stranieri vengono sospesi dalla contabilità amministrativa della “governance”, mentre sono sostenuti con forza soltanto i pur sacrosanti diritti dei cittadini. Non per caso nel dibattito pubblico gli interrogativi intorno alla cosiddetta “crisi migratoria” ruotano solo intorno ai modi di governare e regolare i “flussi”.
La riprova dell’esclusivo fine di blocco delle migrazioni è data dalla assenza di previsioni o predisposizione di canali di ingresso legali e sicuri, pur nella consapevolezza, come risulta da tutte le agenzie internazionali, che le migrazioni costituiscono fenomeni strutturali che non si possono governare con muri materiali o giuridici.
Se lo stravolgimento strisciante del nostro modello di democrazia è pericoloso in generale, tanto più lo è se applicato al problema delle migrazioni, un fenomeno irreversibile in un mondo dove capitali, merci e informazioni circolano sempre più celermente e liberamente ed è impensabile che solo gli esseri umani non possano. Un processo destinato a mutare nel profondo le nostre società sempre più multietniche e per questo obbligate a rivedere lo stesso tradizionale concetto di cittadinanza.

 

VII. Reati penali e crimini di sistema

Per i fatti emersi nell’istruttoria compiuta dal Tribunale, possono profilarsi diversi livelli di responsabilità: innanzitutto quella dell’Unione europea e/o dello Stato italiano e poi quella di determinati esponenti istituzionali che hanno siglato accordi con fazioni libiche che hanno commesso e continuano a commettere atroci delitti nei confronti dei migranti (nei campi di detenzione e nelle fasi di trasporto in mare).
Tali responsabilità vanno distinte a seconda che riguardino complicità per le torture in Libia e i respingimenti verso la Libia ovvero le migliaia di migranti morti e scomparsi negli ultimi anni nel Mediterraneo.
Per le prime sono più agevolmente individuabili condotte dello Stato e degli individui di cooperazione consapevole nei crimini commessi in Libia (rappresentate quanto meno dalle forniture di risorse economiche e materiali). Sui profili di responsabilità dello Stato italiano per complicità è recentemente intervenuto il report di Amnesty International del dicembre 2017, che motiva le ragioni per cui può affermarsi, alla luce dei principi del diritto internazionale consuetudinario, che sussiste una responsabilità dello Stato a titolo di concorso nei crimini commessi dalle forze militari libiche a cui l’Italia presta assistenza finanziaria e strumentale.
Né vi sono ostacoli tecnici insormontabili (in termini di causalità e di consapevolezza e, fatta salva, ovviamente, l’individuazione di fatti precisi integranti fattispecie penali, sul piano interno costituenti reati ministeriali, ex art. 96 Cost.) per delineare una responsabilità penale concorsuale dei vertici istituzionali che hanno realizzato politiche da cui sono derivate gravi violazioni del diritto alla vita e all’incolumità dei migranti: il dopoguerra è stato segnato proprio dal riconoscimento che degli omicidi e delle torture compiute in contesti bellici devono rispondere non solo gli Stati, ma le persone che ne sono responsabili, anche ai più alti livelli istituzionali. Molto più complesso e tecnicamente arduo è incasellare nel diritto penale esistente il crimine di “lasciar morire in mare”, in cui la condotta illecita dei vertici istituzionali non consiste nell’avere tenuto delle condotte positive, ma in condotte omissive in presenza di un preciso dovere giuridico, nell’aver omesso di attivarsi in modo adeguato davanti a conseguenze tragiche che erano perfettamente prevedibili ed evitabili.
Si tratta di complesse questioni e problemi che eventualmente affronteranno i competenti titolari dell’azione penale, a livello nazionale o internazionale. Per quanto interessa la nostra odierna competenza, in assenza di un univoco consenso sulla definizione di popolo, si rileva che i diritti dei popoli (per come indicati nella Carta di Algeri, che costituisce la base normativa di questo Tribunale) e attraverso tali diritti i popoli stessi, sono identificati essenzialmente dalle violazioni e dalle aggressioni, che derivano non soltanto da azioni ed omissioni imputabili a ben determinati soggetti, ma anche più in generale alla perdita di senso della politica a vantaggio del mercato, alla crescita abnorme delle disuguaglianze, all’esclusiva considerazione dei profitti con abbandono e compressione dei diritti umani, civili e sociali delle persone; dalle guerre e dai massacri subiti nell’incapacità inerte degli organismi internazionali; dalle devastazioni ambientali, di cui subiscono gli effetti soprattutto i popoli più poveri, provocate da uno sviluppo industriale privo di limiti e controlli; dalle atrocità e dalle tragedie, per tornare alla questioni di cui ci stiamo occupando, che si consumano quotidianamente nel Mediterraneo e attorno al Mediterraneo in danno dei migranti costretti a lasciare i loro paesi per guerra, fame e invivibilità ambientale.
Si tratta di evidenti violazioni di diritti fondamentali, che non sempre sono qualificabili in una fattispecie di diritto penale né sempre imputabili, come le fattispecie penali richiedono, a soggetti determinati. Si tratta di aggressioni per le quali non è agevole configurare tutti i requisiti garantisti del diritto penale: dal principio della responsabilità personale al principio di determinatezza dei fatti punibili. Esse, per gli effetti devastanti sui diritti fondamentali di un numero indefinito di persone e di intere collettività costituiscono indubitabilmente crimini, che si possono definire “di sistema” perché costituiscono gli esiti violenti di meccanismi prodotti dal dominio del sistema economico e politico.
Su questi crimini di sistema si concentra l’attenzione del Tribunale Permanente dei Popoli, che è appunto un tribunale d’opinione, la cui funzione principale è mobilitare l’opinione pubblica contro le violazioni massicce dei diritti dei popoli facendo assumere consapevolezza del loro carattere criminale.
Il TPP non è infatti tenuto, come lo sono invece i tribunali penali nazionali e internazionali, a delimitare il proprio ambito di indagine e giudizio solo in relazione al diritto penale sancito a livello nazionale e internazionale, ma può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo.
Anche per le leggi e le normative secondarie, che in Italia, come in molti altri paesi dell’UE, sono state adottate contro l’immigrazione, pur non essendo possibile configurare nella loro approvazione un reato penale, esse ben possono e devono essere indicate come responsabili del massacro prodotto dalle chiusure e dai respingimenti alle frontiere degli immigrati.
La definizione di  ‘crimine di sistema’ riguarda soprattutto la responsabilità dell’UE  nell’attivare una politica globale di lotta contro l’immigrazione clandestina e comportamenti omissivi di controllo delle frontiere, con l’obiettivo di mantenere i migranti il più possibile lontano dalle frontiere europee.
Questa politica ha provocato, direttamente e indirettamente, morti senza numero di migranti  che tentavano di entrare per vie irregolari nell’UE, al fine di sfuggire alla repressione, alla guerra o alla miseria, ovvero per tentare di esercitare il loro diritto ad una vita degna. È  la stessa politica che ha condannato alla tortura coloro che venivano intercettati, per mare o per terra, e quindi imprigionati e sottoposti a violenze e violazioni di ogni tipo, diventate tristemente ‘normali’ nel loro essere degradanti o inumane.

La imputazione del concetto di crimine di sistema all’UE non dispensa certo tuttavia dal considerare la responsabilità di ciascuno degli Stati europei, sia per  non aver rispettato gli obblighi di soccorso, sia per essere stati direttamente complici di comportamenti di tortura, maltrattamenti, rischi gravi di morte, anche attraverso un aumento  di questi crimini con le politiche di chiusura delle frontiere. Si deve dunque riconoscere ed affermare, una duplice responsabilità: dellUnione europea e di ciascuno degli Stati.

DISPOSITIVO

Più specificamente, il Tribunale Permanente dei Popoli, riunito nella sessione di Palermo dal 18 al 20 dicembre 2017 – considerati i molteplici elementi di prova testimoniale emersi e i documenti acquisiti, valutati gli atti ufficiali italiani e dell’Unione Europea, preso atto delle dichiarazioni rese dai vertici del Governo in replica o risposta ai rilievi formulati in più sedi, anche da parte di esponenti delle Nazioni Unite – valuta che:
– le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di
assistenza in mare;
– la decisione di arretrare le unità navali di Frontex e di Eunavfor Med ha contribuito all’estensione degli interventi della Guardia costiera libica in acque internazionali, che bloccano i migranti in viaggio verso l’Europa, compromettendone la loro vita e incolumità, li riportano nei centri libici, ove sono fatti oggetto di pratiche di estorsione economica, torture e trattamenti inumani e degradanti;
– le attività svolte in territorio libico e in acque libiche e internazionali dalle forze di polizia e militari libiche, nonché dalle molteplici milizie tribali e dalla c.d. “guardia costiera libica”, a seguito del Memorandum del 2 febbraio 2017 Italia-Libia, configurano – nelle loro oggettive conseguenze di morte, deportazione, sparizione delle persone, imprigionamento arbitrario, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, e in generale persecuzione contro il popolo dei migranti – un crimine contro l’umanità;
– la condotta dell’Italia e dei suoi rappresentanti, come prevista e attuata dal predetto Memorandum, integra concorso nelle azioni delle forze libiche ai danni dei migranti, in mare come sul territorio della Libia;
– a seguito degli accordi con la guardia costiera libica e nell’attività di coordinamento delle varie condotte, gli episodi di aggressione denunciati dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, sono ascrivibili anche alla responsabilità del governo italiano, eventualmente in concorso con le agenzie europee operanti nello stesso contesto;
– l’allontanamento forzato delle navi delle ONG dal Mediterraneo, indotto anche dal “codice di condotta” imposto dal governo italiano, ha indebolito significativamente le azioni di ricerca e soccorso dei migranti in mare e ha contribuito ad aumentare quindi il numero delle vittime.

RACCOMANDAZIONI
IL TRIBUNALE:

  •  Chiede una moratoria urgente dell’attuazione di tutti quegli accordi che similarmente allaccordo UE-Turchia, ed il Processo di Karthoum sono caratterizzati da assenza di controllo pubblico e dalla corresponsabilità nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti.

  • Invita il Parlamento Italiano ed il Parlamento Europeo a convocare urgentemente Commissioni d’inchiesta  o indagine  sulle politiche migratorie, gli accordi ed il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili.

  • Ritiene responsabilità specifica dei comunicatori e dei mass media di assicurare una corretta informazione sulle questioni migratorie, riconoscendo il popolo  migrante non come una minaccia ma come titolare di diritti umani fondamentali.

Il Tribunale fa proprie e rilancia le proposte elaborate dalla relatrice speciale ONU sulle sparizioni forzate nel suo ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nelle rotte migratorie (2017)  nonché le richieste e raccomandazioni fatte da varie organizzazioni non governative, quali quelle contenute nell’ultimo rapporto di Amnesty International (dicembre 2017) sulla situazione in Libia.

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Il Tribunale sottolinea in chiusura come questudienza e tutta la sessione non sarebbero state possibili senza limpegno ed il contributo attivo delle organizzazioni, associazioni e collettivi che in Sicilia, Italia ed in Europa sono attive nella solidarietà, accoglienza, soccorso ai migranti e rifugiati, ed a quelle che si adoperano per la tutela dei loro diritti fondamentali. E che per questo sono attaccate, criminalizzate, delegittimate. Sono loro, assieme al popolo migrante, la linfa vitale del nostro lavoro. A loro la nostra riconoscenza e sostegno.