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RELAZIONE MISSIONE A BRUXELLES
Inizio ringraziando i miei genitori perché senza di loro non avrei avuto la possibilità di
fare questa entusiasmante esperienza, ma li ringrazio soprattutto per la sensibilità
che mi hanno trasmesso, facendomi crescere in un ambiente aperto al diverso, dove
il diverso non è temuto anzi cercato, dove l’attenzione per i più deboli è costante. Non
farò un diario di viaggio, non racconterò cosa abbiamo fatto visto e osservato giorno
per giorno, vi parlerò piuttosto delle mie sensazioni, impressioni ed emozioni di questi
tre giorni di missione a Bruxelles. Sono stati tre giorni intensi, abbiamo dormito molto
poco e assorbito moltissime informazioni. Siamo stati ospiti dell’onorevole Cécile
Kyenge, persona squisita molto disponibile e attenta a captare le considerazioni e i
commenti di tutti. Il gruppo di italiani da Lei invitati si è rivelato molto eterogeneo ed
è stata la cosa più bella: ci siamo trovati a discutere, parlare, scambiarci opinioni
consigli e punti di vista tra perfetti sconosciuti. Sebbene ci fosse chi apparteneva al
settore pubblico, chi al privato e chi al no-profit è stato una contaminazione tranquilla
e molto positiva, come se ci conoscessimo da tempo. Si è creata fin da subito una
sintonia che ha permesso l’accrescimento reciproco apportando conoscenze
tecniche, ideologiche, comportamentali, tutto ciò accomunato da un grande,
grandissimo filo conduttore il Continente Nero.
In un primo momento ci è stato illustrato il nuovo strumento a sostegno degli
imprenditori, essenzialmente rivolto al settore privato quindi, che investiranno in
Africa. Dopo la puntuale spiegazione su metodi, vantaggi e prospettive di questa
innovazione, il dibattito si è focalizzato sul dubbio sollevato essenzialmente dai
rappresentanti di ONG e piccole associazioni: la paura che incentivando questo tipo
di sviluppo locale si possa provocare una nuova colonizzazione fatta di soprusi,
sfruttamenti e ingiustizie. Sarà necessario quindi mettere ben in chiaro che oltre
all’investimento in strutture, macchinari e opere civili, gli imprenditori dovranno dare
prova di impattare positivamente anche nella società, nella crescita personale degli
Africani, nello sviluppo di un’economia sostenibile fatta di collaborazione,
cooperazione, dialogo e non di decisioni impartite unilateralmente, frutto di decisioni
volte unicamente alla massimizzazione del profitto.
In un secondo momento il nostro piccolo gruppo della circoscrizione italiana nord est
si è unito a centinaia di altre persone provenienti da tutto il mondo: abbiamo assistito
a dei discorsi introduttivi del presidente dell’EU Tajani e di alti rappresentati di stati
Africani ed Europei: tutti insieme per costruire un nuovo modo di creare partnership
tra EU e Africa, scambi volti alla crescita reciproca. Si sono susseguite molte
conferenze dove tutti hanno sostenuto la tesi che la forza innovatrice deve partire dalle
persone del luogo, le quali poi possono e devono essere aiutate da istituzioni
europee ovviamente scongiurando una seconda colonizzazione anzi con l’obiettivo
principe di sostenere la crescita di tutte le persone locali. Mi ha particolarmente
colpito il discorso fatto da una ragazza giovane, credo avesse poco più di vent’anni,
durante il quale ha espresso un concetto semplice ma allo stesso tempo significativo.
Si parlava di erasmus, di dare la possibilità a giovani africani di venire in Europa a
formarsi, di apprendere quanto più possibile e poi tornare nei loro paesi. Lei ha
affermato invece, andando controcorrente, che non le importa di andare via dal suo
Paese, Lei vuole avere l’opportunità di studiare, raggiungere un alto livello di
formazione nel suo Stato natale: non vuole essere un unico incubatore di conoscenze,
vorrebbe invece che tanti avessero la possibilità di accrescere i propri bagagli culturali
riuscendo così a stimolare i dialoghi, dibattiti ed aumentare in modo generalizzato il
livello di “upper alfabetizzation” della popolazione intera.
Non voglio dilungarmi troppo, concludo dicendo che entrare nei palazzi dell’Unione,
stare a fianco a fianco con deputati, collaboratori e lavoratori che si dedicano così
intensamente e con dedizione a ideare e mettere poi in atto delle politiche, in questo
caso a sostegno dell’Africa, mi fa riflettere sul sentimento anti europeo che sta
prendendo piede anche in Italia. Io credo che l’EU non sia un’unione ancora matura,
ma che sta già facendo molto in diversi fronti. Sono convinta che la strada sia quella
di concedere sempre più campo d’azione all’Unione, anche se questo può
rappresentare una limitazione alla sovranità degli stati nazionali perché solo insieme
si possono ottenere delle vittorie che singolarmente sarebbero impensabili.
Laura Corletto

tribunale permanente dei popoli

SESSIONE SUI DIRITTI DELLE PERSONE MIGRANTI E RIFUGIATE (2017-2018)

Udienza di Palermo, 18-20 dicembre 2017

E-mail:ppt@permanentpeoplestribunal.org
www.permanentpeoplestribunal.org

Giuria

Carlos Martín Beristáin (Spagna)
Luciana Castellina (Italia)
Donatella Di Cesare (Italia).

Franco Ippolito (Italia)
Francesco Martone (Italia)
Luis Moita (Portogallo)
Philippe Texier (Francia)

ACCUSA

La circostanza che le violazioni dei diritti fondamentali di singole persone costrette a lasciare il proprio paese siano diventate tanto frequenti e prive di una qualsiasi sanzione giuridica, tale che ne possa impedire la reiterazione, hanno permesso di individuare un «popolo migrante».

Un «popolo» dotato di una sua specifica connotazione, come è emerso da numerose testimonianze e da rapporti concordanti, come quelli delle Nazioni Unite, di MEDU e di Amnesty International, esaminati nel corso della recente sessione di Palermo del Tribunale Permanente dei popoli.

Questo Tribunale può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo. I materiali probatori raccolti, la ricostruzione dei fatti e la qualificazione delle responsabilità possano avere però un riscontro anche nelle sedi giudiziarie ordinarie, fino ai gradi più alti della giurisdizione internazionale, nel rispetto dei principi e delle garanzie dello stato di diritto.

Il diffuso populismo giudiziario, emerso nelle indagini contro le Ong, e la timidezza dei giudici costituzionali nell’affrontare le questioni di compatibilità delle normative e delle prassi in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare, come nel caso dei cd. “respingimenti differiti” disposti dai questori in assenza di un effettivo controllo giurisdizionale, costringono a riflettere sulla reale portata dei diritti fondamentali riconosciuti alla persona migrante, ed in qualche modo anche sugli spazi di agibilità democratica che rimane a chi opera quotidianamente nel campo della solidarietà, oggetto di vere e proprie campagne di criminalizzazione.

Quando sarà pubblicata l’imponente mole di testimonianze e rapporti raccolti durante la sessione del Tribunale permanente dei Popoli di Palermo , si potrà verificare sino in fondo la complicità del governo italiano e degli stati europei nei crimini contro l’umanità commessi in Libia e nelle acque internazionali ai danni dei migranti. Non soltanto una responsabilità per omissione, ma una responsabilità ancora più grave per avere deliberato accordi ed interventi, ed adottato misure operative, nella piena consapevolezza delle conseguenze che si sarebbero scaricate sulle persone bloccate in mare, riportate a terra dalla Guardia costiera libica ed intrappolate a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici.

Dai lavori del Tribunale dei Popoli è emerso come la distinzione in Libia tra centri governativi e centri informali non regga più, e come anche nei centri visitati, magari una volta al mese, da funzionari ONU, anche lì, non appena finiscono le visite, riprendono gli abusi e le richieste estorsive. Come è emerso anche quanto sia precaria ed esposta ai trafficanti la sorte di quella esigua minoranza di persone che ricevono dall’UNHCR la certificazione di rifugiato, ma non godono in Libia un alcuno status legale, considerati sempre come migranti “illegali”.

La questione della giurisdizione in acque internazionali appare profondamente mutata dopo la recente dichiarazione delle autorità libiche di Tripoli che rinunciano alla istituzione di una zona SAR libica richiesta all’IMO (Organizzazione internazionale marittima) nei mesi successivi alle intese del 2 febbraio scorso tra Italia e Tripoli, ma mai accolta per assenza di requisiti. Oltre ad essere significativa per gli sviluppi futuri, quanto dichiarato adesso dall’IMO e dal governo libico confermano uno scenario che era stato identificato dalle denunce degli operatori umanitari, ma che il governo italiano aveva pervicacemente negato. Non esisteva, non è mai esistita una zona SAR libica, e dunque le autorità italiane hanno concluso accordi ed attuato prassi operative con uno stato che al di là delle proprie acque territoriali (12 miglia dalla costa) non poteva garantire alcun intervento di ricerca e soccorso in conformità alle norme imposte dalle Convenzioni internazionali.

I comandi di “stand by”  impartiti dal Comando centrale della Guardia costiera (MRCC) alle navi umanitarie che potrebbero intervenire con immediatezza in acque internazionali, e la “chiamata” alle autorità libiche, designate in un secondo momento come “Autorità Sar responsabile”, implicano scelte che corrispondono negli effetti ad un vero e proprio respingimento collettivo, attuato dalle autorità italiane in concorso con gli assetti europei presenti in acque internazionali.

Occorre sospendere gli accordi con il governo di Tripoli, e con gli altri governi che non rispettano i diritti umani. Vanno riaperti canali sicuri e regolari in Europa per rifugiati e migranti, anche attraverso il reinsediamento, l’asilo umanitario e i visti umanitari, il ricongiungimento familiare, la mobilità dei lavoratori per livelli di competenza e visti di studio; il diritto di richiedere asilo in qualsiasi circostanza, anche nei centri Hotspot, deve essere assicurato.

Occorre garantire che le politiche e le prassi di controllo delle frontiere dell’UE proteggano le persone e i loro diritti, e non abbiano lo scopo esclusivo, peraltro del tutto vano, di fermare i movimenti migratori. Saranno questi gli impegni per i quali continueranno a battersi nei prossimi mesi le centinaia di associazioni che hanno chiesto la sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli.

Fulvio Vassallo Paleologo

* Adif ( Associazione Diritti e frontiere)
Esponente della Requisitoria finale nella sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCEDIMENTO

I. Origini di questa Sessione
Tutta la lunga e intensa storia del Tribunale Permanente dei Popoli (www.permanentpeoplestribunal.org) – finalizzata, dalla sua fondazione nel 1979 a Bologna, a essere strumento al servizio dei popoli, per il riconoscimento, la restituzione, l’affermazione dei diritti e la denuncia delle loro negazioni, violazioni e mancanza di protezione da parte delle giurisdizioni delle istituzioni nazionali e internazionali – costituisce il retroterra di questa Sessione i cui obiettivi e la cui metodologia di lavoro coincidono in modo esemplare, e drammaticamente attuale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Algeri,1976), che rappresenta lo statuto sostanziale e la stessa legittimazione del TPP:
– essere tribuna di visibilità, presa di parola, restituzione della piena dignità di soggetti di diritto alle vittime di violazioni;
– partecipare, con gli strumenti del diritto, alle lotte per la ricerca e l’affermazione, concreta e di principio, dell’autodeterminazione nell’accesso e nell’esercizio dei diritti fondamentali previsti nel diritto internazionale;
– identificare e denunciare i vuoti del diritto esistente e delle sue derive storiche e istituzionali, nei valori di riferimento e nelle pratiche, in vista di una sua riformulazione, prioritaria e urgente, per essere garante di vita e dignità per individui e popoli emarginati e relegati alla condizione di espulsi, vittime nelle realtà nazionali e globali controllate da poteri forti, capaci di sottrarre la legalità a qualsiasi controllo di legittimità sostanziale e gli esercizi del potere a qualsiasi giurisdizione che abbia come riferimento il rispetto sostanziale dei diritti umani.

Il lungo e articolato atto di accusa presentato da più di 100 associazioni e organizzazioni internazionali nella richiesta di Sessione recepita dal TPP nella Sessione inaugurale di Barcellona il 7-8 luglio 2017, fotografa efficacemente la trasformazione tragica di uno dei diritti fondanti della democrazia e della convivenza civile, il migrare, in un delitto che esprime in maniera emblematica la fase politica, giuridica e culturale che vive l’Europa: il capovolgimento delle gerarchie, valoriali e operative, che con accelerazioni progressive negli ultimi anni, ha visto la marginalizzazione delle categorie costitutive del diritto costituzionale e internazionale, in nome di politiche securitarie dominate e dipendenti da interessi economici e finanziari, con produzione di scenari generalizzati di emergenza e di guerra, al di là di quelli delle guerre armate.

In questo quadro globale, i “migranti”, nelle più diverse regioni e per le più diverse cause, non sono più una realtà sporadica, frammentata, senza identità o definibile secondo luna o laltra categoria amministrativa: possono essere solo definiti come un vero e proprio popolo, trasversale e trasversalmente portatore di un’identità, che non può essere descritta o attribuita, al negativo, come assenza di appartenenza ad uno Stato, ma esige il riconoscimento di un diritto positivo, fondato sulla sussistenza di una realtà nuova, espressione, apparentemente provocatoria, ma ineludibile, di una civiltà di diritto a misura della realtà di oggi e del futuro.
La rilevanza specifica di questa Sessione è ulteriormente rappresentata dal fatto che le domande poste dal popolo dei migranti, con la tragicità cronica dei morti e delle negazioni di dignità, sono formulate alle frontiere e nel cuore stesso di quell’Europa che di dichiara da sempre culla e garante dei diritti umani.
Da tutto ciò deriva l’urgenza di una tribuna per il popolo dei migranti, che formula, per un verso, 
una domanda di identità non semplicemente umanitaria, ma di cittadinanza piena, e per altri verso, costituisce un interpello di verifica per la stessa Unione europea e per i suoi Paesi membri, a cominciare dall’Italia della loro capacità di democrazia legittima, in quanto concretamente garante universale dei diritti umani.

II. Quadro operativo della Sessione

Secondo il programma definito a Barcellona, il percorso del TPP si articola in una serie di hearings, tra loro complementari, che esplorano in modo specifico, ma con criteri comparabili, il quadro delle violazioni dei diritti umani e dei popoli che si verificano nelle diverse aree del complesso quadro geopolitico e istituzionale delle migrazioni, per documentarne esistenza, gravità, responsabilità e per identificare piattaforme e percorsi di resistenza e di innovazione nella definizione di risposte giuridicamente, socialmente, culturalmente necessarie e praticabili.
Come previsto dal suo Statuto, il TPP ha convocato la Sessione di Palermo sulla base di una richiesta di una straordinaria molteplicità di espressioni della società civile, attive in modo autonomo nel campo delle migrazioni in Italia. A partire dalla realtà di Palermo (con funzioni di coordinamento operativo, insieme con la segreteria del TPP) e delle altre espressioni siciliane più coinvolte nella
frontiera” meridionale, sono ben 95 le organizzazioni nazionali che si sono rivolte al TPP.
L’atto di accusa è stato notificato, secondo le modalità e i tempi previsti nello Statuto del TPP, alle competenti autorità dell’UE e del Governo Italiano (al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno), con l’invito a partecipare alle udienze pubbliche del TPP, esercitando, nelle modalità da essi scelte, il diritto di difesa .
Le udienze pubbliche del TPP, si sono svolte secondo il programma. Secondo statuto, in assenza dei rappresentanti dell’UE e della Repubblica italiana le posizioni istituzionali rispettive, sono state documentate attraverso una ricognizione accurata dei documenti ufficiali, fino ai più recenti del mese di novembre, e messe a disposizione della Giuria al termine delle sedute pubbliche.

La sessione del TPP di Palermo è stata resa possibile grazie ad una serie molto diffusa di donazioni dalle organizzazioni che hanno sottoscritto la richiesta al TPP (con un particolare contributo da parte della Rete Radie’Resch, e di un collettivo Donne per I Diritti di Lecco), la ospitalità del Centro Diaconale “La Noce”, Istituto Valdese, e del Plesso Didattico Bernardo Albanese, e soprattutto grazie il lavoro di volontarie/i, che lungo settimane hanno garantito tempo e disponibilità. La parte fattuale sarà oggetto della redazione definitiva.

MOTIVAZIONE DELLA DECISIONE

III. Dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate, emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio, dalle condizioni nei luoghi d’origine, al viaggio, alla permanenza nei campi prima di cadere nelle mani di trafficanti, poi nel corso della traversata in mare. Chi viene respinto entra nell’inferno dei campi di detenzione legali o informali. Chi eventualmente arriva sul territorio italiano, termina in un hotspot, dove le sue possibilità di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato sono affidate al caso o alla fortuna.
Da quanto esposto in precedenza risulta evidente come la responsabilità sia frantumata. Di questa frantumazione si fa spesso un profitto intenzionale. Diventa perciò difficile indicare con precisione chi è il colpevole, chi deve rispondere. L’opinione pubblica ne viene disorientata. La concatenazione, la sequela, è talmente lunga, complicata, occulta, che quasi sempre si perde il nesso. Questo non permette di risalire a chi ha le maggiori responsabilità e spinge invece a fermarsi agli aguzzini più manifesti e ovvi, ad esempio le guardie libiche, ai “trafficanti” o agli “scafisti”, figure di quella zona grigia di cui spesso, loro malgrado, fanno parte gli stessi migranti. Le testimonianze sugli “scafisti forzati” sono state particolarmente significative. I cittadini dei paesi europei si sentono perciò del tutto sollevati da ogni responsabilità. Per un perverso meccanismo, oramai frequente, vengono rovesciati i ruoli della vittima e del persecutore. Il migrante viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati. La migrazione viene infatti vista come una devianza. Colpevoli sono eventualmente gli aguzzini libici, egiziani, tunisini, ecc. La colpa, però, si arresta ai confini africani o alle acque internazionali. Quasi a ribadire che sono loro i soli colpevoli. Al di là di quei confini sembra che nessuno sia colpevole. Tanto meno i governi dei paesi europei e dell’UE. Lasciar morire in mare, nei campi di internamento, lasciar compiere ogni sorta di violenza, è colpa.
Decisivo in tale contesto il ruolo dei media. Sebbene molti abbiano contribuito a informare correttamente, a portare alla luce violenze e soprusi, tuttavia nel discorso politico-mediatico il migrante è stato rappresentato come un “clandestino”, pericoloso, un invasore, un potenziale terrorista. Spesso svuotate del loro contenuto, le parole sono state piegate a designare il contrario.
L’ospitalità” sembra conservare ormai un senso solo nella morale privata o nella fede religiosa.
Sottratto il suo valore politico, è diventata sintomo di sprovveduto buonismo, mentre la “politica dell’accoglienza” è stata piegata a designare l’opposto, cioè una politica dell’esclusione e del respingimento, una gestione poliziesca dei flussi migratori, un controllo delle frontiere. Se l’altro è contagio, infezione, contaminazione, la paura è il vincolo che regge la comunità, l’accoglienza è impossibile.
E’ giunto il momento di invertire la rotta, e rivendicare il diritto di migrare “ius migrandi” ed il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali.

 

IV. Per il diritto di migrare, per un diritto all’accoglienza

L’Unione europea e gli Stati membri forniscono continue giustificazioni al rimprovero d’ipocrisia e d’incoerenza mosso all’Occidente quando, da un lato, proclamano l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti fondamentali e, dall’altro, adottano politiche che tali diritti ignorano o calpestano.

Per il Sud del mondo (e dovremmo abituarci a guardarci anche con gli occhi dei migranti, che si mettono in viaggio verso  l’Europa) è intollerabile che il potere politico ed economico europeo dimentichi di avere brutalmente utilizzato la grande  ostruzione del diritto delle genti (Francisco de Vitoria, Alberico Gentili) – nella quale un posto di assoluto rilievo era conferito allo ius migrandi, allo ius commercii e allo ius communicationis degli europei – per legittimare la Conquista delle Americhe e il genocidio degli indios. Oggi si ribaltano i principi allora affermati e, contro i migranti provenienti dall’America latina, dall’Africa e dall’Asia, si riscopre il pensiero di Bartolomeo de Las Casas che nei Tesori del Perù – proprio opponendosi a Vitoria al fine di contrastare la legittimità della Conquista e del genocidio – scriveva che “ogni popolo o nazione o il re che la rappresenta può, per diritto naturale, interdire agli stranieri di qualunque nazione l’accesso al suo territorio ove ritenga che questo rappresenti un pericolo per la patria”.
Al di là dello stretto problema giuridico sull’esistenza o meno di simmetria tra diritto di emigrare e diritto di immigrare, non si può ignorare l’ipocrisia di affermare il diritto a lasciare il paese di origine e contestualmente negare quello di essere accolto dai paesi di destinazione, finendo con il condannare il migrante a un paradossale destino di permanente odissea per le acque del globo. Né, sul piano etico e politico, si può dimenticare che quelli di espatrio, di circolazione e di soggiorno, dopo essere stati per secoli riconosciuti come diritti naturali, sono stati proclamati nella seconda metà del Novecento come diritti umani fondamentali nelle Carte nazionali e nei Trattati internazionali.
Se “ogni individuo è libero di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio” (art. 12.2 Patto int.le diritti civili), se il diritto al lavoro “implica il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita” (art. 6.1 Patto int.le diritti economici e sociali), come si può ritenere giustificata la chiusura delle frontiere, che contraddice clamorosamente il diritto, inalienabile, di lasciare il proprio paese per libera scelta o, a maggior ragione, per necessità di sopravvivenza al fine di procurarsi una possibilità di vita? Nessuna politica di chiusura da parte dell’Europa, la cui opulenza (come quella di tutto l’Occidente sviluppato) si è costruita con un sistema economico predatorio delle risorse del Sud del mondo, può considerarsi legittima né politicamente ed eticamente giustificabile sino a quando l’Unione europea non s’impegnerà nella realizzazione di un altro modello economico mondiale che consenta uno sviluppo dei paesi da cui oggi, per necessità, i migranti fuggono, consapevolmente accettando il rischio di morire affogati nel Mediterraneo rispetto alla certezza di morire affamati nella propria terra.
L’esigenza, spesso forzata, di migrare va riconosciuta come un diritto inalienabile cui deve corrispondere una adeguata accoglienza. Il cinismo securitario e lo sciovinismo del benessere, il sovranismo oltranzista alimentano la xenofobia populista e finiscono per minare dal fondo la democrazia. Non è oramai possibile una cittadinanza murata, immobile e chiusa entro le frontiere. È tempo di aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione.
Reclamare la libertà di movimento in una forma astratta vuol dire non solo ridurre la migrazione, alla pedestre piattezza della circolazione, ma anche trascurare completamente il tema decisivo dell’accoglienza. Basterebbe allora eliminare le barriere in modo che ognuno sia libero di muoversi in un pianeta inteso come un agevole spazio di scambio, un immenso mercato di scelte e opportunità accessibili a tutti. Chi ha subìto le sevizie della guerra, chi ha sopportato la fame, la miseria, non chiede di circolare liberamente dove che sia; spera piuttosto, al termine del suo cammino, di giungere là dove il mondo possa di nuovo essere comune. Non pretende di unirsi alla comunità dei cittadini del mondo, ma si aspetta di poter coabitare con altri. Un altro modo di intendere la comunità è possibile. Migrare è un atto politico e esistenziale. Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dalla opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Ma non c’è diritto di migrare senza l’ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice diritto di visita, bensì come diritto di residenza.

VI. Crisi dei migranti o crisi dell’Europa?

La gestione delle migrazioni appare essere paradigmatica della più generale tendenza in atto verso una modifica sostanziale del modello di democrazia vigente in occidente, fondato sulla divisione dei poteri e il controllo parlamentare degli esecutivi. Perché è sopratutto in questo campo che si è consolidata la pratica di decisioni assunte da una molteplicità di organismi che non rispondono a nessuno pur essendo il loro operato di rilevantissima importanza, perché implica diritti umani imprescindibili, trattati internazionali, interventi militari che possono produrre conflitti bellici di larga portata.
Il deterioramento del sistema democratico garantito dalle Costituzioni del secondo dopoguerra è processo avviato ormai da parecchi decenni, da quando ebbe inizio, nel 1973, la prima lunga crisi postbellica che portò alla fine della convertibilità del dollaro in oro e alla modifica degli equilibri che erano stati fissati con gli accordi di Bretton Woods. Proprio le insorgenti difficoltà del sistema, e i mutamenti indotti dalla sempre più accentuata e de-regolarizzata globalizzazione che ne seguì, portarono ad affermare esplicitamente la necessità di decisioni più rapide ed efficienti, sottratte alle lentezze proprie delle democrazie parlamentari (Vedi il Manifesto della Trilateral Commission, fondata a Tokio nello stesso anno). Di qui la cessione sempre crescente di decisioni pur di grande rilievo a organismi esecutivi, ad esperti formalmente “neutri”, sottratte alla politica, vale a dire al dibattito e al controllo democratico parlamentare che dovrebbe presidiare ogni scelta dei governi.
Via via sempre più sostituiti da quella che con termine oramai diffuso viene chiamata “governance”, che è quella che designa la gestione di banche o imprese private, diversissima dal termine governo, che fonda la legittimità dei suoi atti sulla sovranità popolare di cui è l’espressione. Il conflitto fra i diritti umani universali e la spartizione del mondo in Stati-nazione segna la nostra epoca. A dettare legge è ancora il principio di sovranità dello Stato che fa della nazione la norma e della migrazione la devianza e l’irregolarità. I diritti del migrante, a cominciare dalla sua libertà di muoversi, urtano contro la sovranità statale che si esercita sulla nazione e sul dominio territoriale. Perciò il migrante viene rappresentato come un intruso, un fuorilegge, un illegale; con il suo migrare sfida la sovranità, infrange il nesso, molto discutibile, fra nazione suolo e monopolio del potere statale. Pur di riaffermare la propria sovranità lo Stato lo ferma alla frontiera ed è per questo disposto a violare i diritti umani. Luogo eminente del fronteggiarsi e dello scontro, la frontiera diventa non solo lo scoglio contro cui naufragano tante vite, ma anche l’ostacolo eretto contro ogni diritto di migrare.
Questa contraddizione è tanto più stridente nel caso delle democrazie sorte storicamente proclamando i Diritti dell’uomo e del cittadino. Le migrazioni portano alla luce un dilemma costitutivo che incrina al fondo le democrazie liberali: quello tra la sovranità statale e l’adesione ai diritti umani. Nei lacci di questo doppio vincolo si dibatte oggi la democrazia. Non è difficile intuire perché, in tale contesto, l’ospitalità venga snaturata e diventi anzi ostilità. I diritti umani degli stranieri vengono sospesi dalla contabilità amministrativa della “governance”, mentre sono sostenuti con forza soltanto i pur sacrosanti diritti dei cittadini. Non per caso nel dibattito pubblico gli interrogativi intorno alla cosiddetta “crisi migratoria” ruotano solo intorno ai modi di governare e regolare i “flussi”.
La riprova dell’esclusivo fine di blocco delle migrazioni è data dalla assenza di previsioni o predisposizione di canali di ingresso legali e sicuri, pur nella consapevolezza, come risulta da tutte le agenzie internazionali, che le migrazioni costituiscono fenomeni strutturali che non si possono governare con muri materiali o giuridici.
Se lo stravolgimento strisciante del nostro modello di democrazia è pericoloso in generale, tanto più lo è se applicato al problema delle migrazioni, un fenomeno irreversibile in un mondo dove capitali, merci e informazioni circolano sempre più celermente e liberamente ed è impensabile che solo gli esseri umani non possano. Un processo destinato a mutare nel profondo le nostre società sempre più multietniche e per questo obbligate a rivedere lo stesso tradizionale concetto di cittadinanza.

 

VII. Reati penali e crimini di sistema

Per i fatti emersi nell’istruttoria compiuta dal Tribunale, possono profilarsi diversi livelli di responsabilità: innanzitutto quella dell’Unione europea e/o dello Stato italiano e poi quella di determinati esponenti istituzionali che hanno siglato accordi con fazioni libiche che hanno commesso e continuano a commettere atroci delitti nei confronti dei migranti (nei campi di detenzione e nelle fasi di trasporto in mare).
Tali responsabilità vanno distinte a seconda che riguardino complicità per le torture in Libia e i respingimenti verso la Libia ovvero le migliaia di migranti morti e scomparsi negli ultimi anni nel Mediterraneo.
Per le prime sono più agevolmente individuabili condotte dello Stato e degli individui di cooperazione consapevole nei crimini commessi in Libia (rappresentate quanto meno dalle forniture di risorse economiche e materiali). Sui profili di responsabilità dello Stato italiano per complicità è recentemente intervenuto il report di Amnesty International del dicembre 2017, che motiva le ragioni per cui può affermarsi, alla luce dei principi del diritto internazionale consuetudinario, che sussiste una responsabilità dello Stato a titolo di concorso nei crimini commessi dalle forze militari libiche a cui l’Italia presta assistenza finanziaria e strumentale.
Né vi sono ostacoli tecnici insormontabili (in termini di causalità e di consapevolezza e, fatta salva, ovviamente, l’individuazione di fatti precisi integranti fattispecie penali, sul piano interno costituenti reati ministeriali, ex art. 96 Cost.) per delineare una responsabilità penale concorsuale dei vertici istituzionali che hanno realizzato politiche da cui sono derivate gravi violazioni del diritto alla vita e all’incolumità dei migranti: il dopoguerra è stato segnato proprio dal riconoscimento che degli omicidi e delle torture compiute in contesti bellici devono rispondere non solo gli Stati, ma le persone che ne sono responsabili, anche ai più alti livelli istituzionali. Molto più complesso e tecnicamente arduo è incasellare nel diritto penale esistente il crimine di “lasciar morire in mare”, in cui la condotta illecita dei vertici istituzionali non consiste nell’avere tenuto delle condotte positive, ma in condotte omissive in presenza di un preciso dovere giuridico, nell’aver omesso di attivarsi in modo adeguato davanti a conseguenze tragiche che erano perfettamente prevedibili ed evitabili.
Si tratta di complesse questioni e problemi che eventualmente affronteranno i competenti titolari dell’azione penale, a livello nazionale o internazionale. Per quanto interessa la nostra odierna competenza, in assenza di un univoco consenso sulla definizione di popolo, si rileva che i diritti dei popoli (per come indicati nella Carta di Algeri, che costituisce la base normativa di questo Tribunale) e attraverso tali diritti i popoli stessi, sono identificati essenzialmente dalle violazioni e dalle aggressioni, che derivano non soltanto da azioni ed omissioni imputabili a ben determinati soggetti, ma anche più in generale alla perdita di senso della politica a vantaggio del mercato, alla crescita abnorme delle disuguaglianze, all’esclusiva considerazione dei profitti con abbandono e compressione dei diritti umani, civili e sociali delle persone; dalle guerre e dai massacri subiti nell’incapacità inerte degli organismi internazionali; dalle devastazioni ambientali, di cui subiscono gli effetti soprattutto i popoli più poveri, provocate da uno sviluppo industriale privo di limiti e controlli; dalle atrocità e dalle tragedie, per tornare alla questioni di cui ci stiamo occupando, che si consumano quotidianamente nel Mediterraneo e attorno al Mediterraneo in danno dei migranti costretti a lasciare i loro paesi per guerra, fame e invivibilità ambientale.
Si tratta di evidenti violazioni di diritti fondamentali, che non sempre sono qualificabili in una fattispecie di diritto penale né sempre imputabili, come le fattispecie penali richiedono, a soggetti determinati. Si tratta di aggressioni per le quali non è agevole configurare tutti i requisiti garantisti del diritto penale: dal principio della responsabilità personale al principio di determinatezza dei fatti punibili. Esse, per gli effetti devastanti sui diritti fondamentali di un numero indefinito di persone e di intere collettività costituiscono indubitabilmente crimini, che si possono definire “di sistema” perché costituiscono gli esiti violenti di meccanismi prodotti dal dominio del sistema economico e politico.
Su questi crimini di sistema si concentra l’attenzione del Tribunale Permanente dei Popoli, che è appunto un tribunale d’opinione, la cui funzione principale è mobilitare l’opinione pubblica contro le violazioni massicce dei diritti dei popoli facendo assumere consapevolezza del loro carattere criminale.
Il TPP non è infatti tenuto, come lo sono invece i tribunali penali nazionali e internazionali, a delimitare il proprio ambito di indagine e giudizio solo in relazione al diritto penale sancito a livello nazionale e internazionale, ma può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo.
Anche per le leggi e le normative secondarie, che in Italia, come in molti altri paesi dell’UE, sono state adottate contro l’immigrazione, pur non essendo possibile configurare nella loro approvazione un reato penale, esse ben possono e devono essere indicate come responsabili del massacro prodotto dalle chiusure e dai respingimenti alle frontiere degli immigrati.
La definizione di  ‘crimine di sistema’ riguarda soprattutto la responsabilità dell’UE  nell’attivare una politica globale di lotta contro l’immigrazione clandestina e comportamenti omissivi di controllo delle frontiere, con l’obiettivo di mantenere i migranti il più possibile lontano dalle frontiere europee.
Questa politica ha provocato, direttamente e indirettamente, morti senza numero di migranti  che tentavano di entrare per vie irregolari nell’UE, al fine di sfuggire alla repressione, alla guerra o alla miseria, ovvero per tentare di esercitare il loro diritto ad una vita degna. È  la stessa politica che ha condannato alla tortura coloro che venivano intercettati, per mare o per terra, e quindi imprigionati e sottoposti a violenze e violazioni di ogni tipo, diventate tristemente ‘normali’ nel loro essere degradanti o inumane.

La imputazione del concetto di crimine di sistema all’UE non dispensa certo tuttavia dal considerare la responsabilità di ciascuno degli Stati europei, sia per  non aver rispettato gli obblighi di soccorso, sia per essere stati direttamente complici di comportamenti di tortura, maltrattamenti, rischi gravi di morte, anche attraverso un aumento  di questi crimini con le politiche di chiusura delle frontiere. Si deve dunque riconoscere ed affermare, una duplice responsabilità: dellUnione europea e di ciascuno degli Stati.

DISPOSITIVO

Più specificamente, il Tribunale Permanente dei Popoli, riunito nella sessione di Palermo dal 18 al 20 dicembre 2017 – considerati i molteplici elementi di prova testimoniale emersi e i documenti acquisiti, valutati gli atti ufficiali italiani e dell’Unione Europea, preso atto delle dichiarazioni rese dai vertici del Governo in replica o risposta ai rilievi formulati in più sedi, anche da parte di esponenti delle Nazioni Unite – valuta che:
– le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di
assistenza in mare;
– la decisione di arretrare le unità navali di Frontex e di Eunavfor Med ha contribuito all’estensione degli interventi della Guardia costiera libica in acque internazionali, che bloccano i migranti in viaggio verso l’Europa, compromettendone la loro vita e incolumità, li riportano nei centri libici, ove sono fatti oggetto di pratiche di estorsione economica, torture e trattamenti inumani e degradanti;
– le attività svolte in territorio libico e in acque libiche e internazionali dalle forze di polizia e militari libiche, nonché dalle molteplici milizie tribali e dalla c.d. “guardia costiera libica”, a seguito del Memorandum del 2 febbraio 2017 Italia-Libia, configurano – nelle loro oggettive conseguenze di morte, deportazione, sparizione delle persone, imprigionamento arbitrario, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, e in generale persecuzione contro il popolo dei migranti – un crimine contro l’umanità;
– la condotta dell’Italia e dei suoi rappresentanti, come prevista e attuata dal predetto Memorandum, integra concorso nelle azioni delle forze libiche ai danni dei migranti, in mare come sul territorio della Libia;
– a seguito degli accordi con la guardia costiera libica e nell’attività di coordinamento delle varie condotte, gli episodi di aggressione denunciati dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, sono ascrivibili anche alla responsabilità del governo italiano, eventualmente in concorso con le agenzie europee operanti nello stesso contesto;
– l’allontanamento forzato delle navi delle ONG dal Mediterraneo, indotto anche dal “codice di condotta” imposto dal governo italiano, ha indebolito significativamente le azioni di ricerca e soccorso dei migranti in mare e ha contribuito ad aumentare quindi il numero delle vittime.

RACCOMANDAZIONI
IL TRIBUNALE:

  •  Chiede una moratoria urgente dell’attuazione di tutti quegli accordi che similarmente allaccordo UE-Turchia, ed il Processo di Karthoum sono caratterizzati da assenza di controllo pubblico e dalla corresponsabilità nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti.

  • Invita il Parlamento Italiano ed il Parlamento Europeo a convocare urgentemente Commissioni d’inchiesta  o indagine  sulle politiche migratorie, gli accordi ed il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili.

  • Ritiene responsabilità specifica dei comunicatori e dei mass media di assicurare una corretta informazione sulle questioni migratorie, riconoscendo il popolo  migrante non come una minaccia ma come titolare di diritti umani fondamentali.

Il Tribunale fa proprie e rilancia le proposte elaborate dalla relatrice speciale ONU sulle sparizioni forzate nel suo ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nelle rotte migratorie (2017)  nonché le richieste e raccomandazioni fatte da varie organizzazioni non governative, quali quelle contenute nell’ultimo rapporto di Amnesty International (dicembre 2017) sulla situazione in Libia.

***

Il Tribunale sottolinea in chiusura come questudienza e tutta la sessione non sarebbero state possibili senza limpegno ed il contributo attivo delle organizzazioni, associazioni e collettivi che in Sicilia, Italia ed in Europa sono attive nella solidarietà, accoglienza, soccorso ai migranti e rifugiati, ed a quelle che si adoperano per la tutela dei loro diritti fondamentali. E che per questo sono attaccate, criminalizzate, delegittimate. Sono loro, assieme al popolo migrante, la linfa vitale del nostro lavoro. A loro la nostra riconoscenza e sostegno.

Ardea 15 dicembre 2017

Trentennale della permanenza di Paul Gauthier e Marie Lacaze a S.Lorenzo

Sono pochi mesi che Ettore mi ha lasciato e io

sto facendo il difficile lavoro dell’elaborazione del lutto.

E’ solo se lo si vive che si comprende che cosa questo significhi. Quando si è stati in intimità con qualcuno come ho fatto io nei miei 61 anni di matrimonio, più 3 di fidanzamento, si vede una persona molto da vicino, ma forse questo rapporto nel quotidiano, dettato anche dalle esigenze del quotidiano, fa perdere una prospettiva di maggiore distanza, necessaria per ricordare un uomo nella sua vera statura.

Quando Gesù arriva nella casa dei suoi amici a Betania , Marta gli dice “ Signore non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciato sola a servire?” (Luca 10, 40) Anch’io mi sento come Marta, che deve ancora imparare da Maria a valutare le cose che hanno un vero valore nella vita e che lo hanno avuto nella vita di Ettore, osservandole da un punto di vista più distaccato.

Del resto abbiamo degli esempi illustri negli Apostoli, che solo dopo la Pentecoste hanno veramente capito chi era il loro Maestro.

Con questo spirito di umiltà, di una persona che solo ora comincia a rendersi conto dell’onore che ha avuto ad avere Ettore per marito, voglio balbettare qualcosa da testimone e non da storica sul rapporto Ettore -Paul Gauthier.

Vorrei cominciare precisando come Ettore ha conosciuto Gauthier: non è vero che lo abbia conosciuto in Palestina, nel suo viaggio con Paolo VI, come è stato scritto. Ettore era stato mandato a Roma da Milano da Italo Pietra, il direttore de Il Giorno, per seguire il Concilio nel 1963. Avendo letto un articolo di Paul nella rivista Les Informations Catholiques Internationales sulla Chiesa dei poveri, trovò una sintonia con Paul,che lo spinse a cercare Paul che frequentava la sala stampa vaticana. Solo dopo lo rivide in Palestina, fu colpito dalle sofferenze dei Palestinesi nella terra di Gesù, dai bambini che vivevano ancora al freddo nelle grotte (era inverno, c’era la neve ) e tornato a Milano mandò dei soldi a Paul che li rifiutò, dicendo che lui non accettava le offerte una tantum, che i poveri vanno aiutati ogni giorno, che era necessaria una autotassazione mensile. Che in Francia era nata una rete di solidarietà che Ettore avrebbe potuto imitare, (rete che però finì presto ), e così ebbe inizio la rete italiana.

Ed è grazie al lavoro faticoso, tenace, fatto rubando lo spazio al riposo serale o domenicale, che Ettore ha fondato e portato avanti per trent’anni la rete Radié Resch italiana, che ha aiutato tante persone nel mondo, comprese Paul e Marie Thèrése. Ma queste cose voi le sapete.

Quello che invece vorrei cercare di dire, stando nel tema della giornata, è l’impatto che Paul ebbe nella nostra vita.

Quando si parla del passato a persone che vivono nel presente, la cosa più difficile da comunicare è che certe idee, certe conoscenze del mondo, che oggi sono state pensate, anche se non sempre accettate, in tempi passati magari non remoti, non erano state ancora elaborate.

Parlo dell’impatto che Paul ebbe su di me, non su Ettore, non mi sento autorizzata a parlare in nome suo in questo caso. Io appartenevo a una famiglia dell’elite milanese, avevo studiato al Parini, ero una buona cattolica, eppure avevo una mentalità piccola, ( non dico borghese perché la mia non era una famiglia borghese), una mentalità ristretta, legata ai canoni educativi della mia classe sociale e del mio paese. Eppure discendevo da una famiglia antifascista, avevo conosciuto padre Davide Turoldo da bambina e Lorenzo Milani era un amico dei miei fratelli. Avevo avuto un padre estremamente colto, onesto, politicamente aperto.( Lo può testimoniare don Giovanni Cereti che è qui presente, infatti mio padre e il padre di don Giovanni, a Genova erano avvocati colleghi di studio).

Quando, arrivata anch’io a Roma nel 1964, conobbi Paul Gauthier e Marie Therèse mi sentì squarciata da un fulmine. Per la prima volta (fatta eccezione per i pochi missionari non ascoltati), qualcuno ci parlava di un mondo extra europeo, allora sconosciuto, di cui la televisione, ancora agli inizi non parlava, un mondo che era alla fonte delle ricchezze dell’Occidente e che l’Occidente sfruttava. Ci parlava di Palestinesi discriminati in Israele perché musulmani, di terre rapinate agli antichi proprietari, di materie prime sottopagate, di acqua deviata per le case dei ricchi Israeliani, di guerre per il petrolio, di case distrutte al minimo sospetto di opposizione, della striscia di Gaza ridotta a un lager, degli Americani che impedivano gli accordi di Pace, tra due popoli geneticamente fratelli, perché consideravano Israele la loro testa idi ponte in Medio Oriente. (Questo accadeva 53 anni fa !)

Apro un’altra parentesi. (Oggi grazie alla criminale decisione di Trump di fare Gerusalemme capitale di Israele pare che le cose non solo non siano cambiate ma che siano peggiorate. Io però sono ottimista sul progredire della storia, infatti molte volte nella mia vita ho assistito a sorprendenti cambiamenti nel suo corso. Quando ero bambina c’era la convinzione e il terrore che Hitler avesse fabbricato la bomba atomica).

Torno al mio ricordo del passato negli anni del Concilio.

I racconti delle esperienze di Paul e Marie Therese mi fecero stare molto male, come se qualcuno mi avesse scaricato addosso dei terribili peccati che fino ad allora non mi ero resa conto di avere commesso, peccati che erano talmente gravi da schiacciarmi e che al tempo stesso non potevo riparare. Volevo scappare lasciare i bambini, tutto, andare in Africa, fuggire dal mio mondo tanto malvagio. Furono mesi difficili e dolorosi. Solo in un secondo momento capì che le radici strutturali di tante miserie erano situate proprio là dove io vivevo, e che forse stando proprio nel luogo dove avevano origine le dinamiche politiche e finanziarie, che avevano creato tanta povertà nel mondo, avrei potuto dare qualche piccolo apporto per modificarle. Non da sola ma con l’aiuto di Ettore, e di altre persone, avrei potuto contribuire a fare prendere ad altri la consapevolezza che Paul ci stava dolorosamente aiutando a sviluppare. Mi rendevo conto allora e oggi ne sono sempre convinta che era vero che la carità verso i poveri non era sufficiente, bisognava cambiare le strutture, che però la pietas verso chi soffre, la misericordia come la chiama papa Francesco, non doveva essere cancellata, anche se fossimo riusciti a rendere la nostra società più giusta e in un giusto rapporto con il mondo, che oggi si dice globalizzato. (E Paul a questo proposito ci esortava a occuparci di popoli lontani ma anche sempre di un povero vicino a noi).

(Parlando del mio rapporto con Paul e Marie Thérèse vorrei ricordare che nel 1964 , mentre aspettavo Pietro, il mio terzo figlio, ho tradotto per Vallecchi il primo libro di Paul Gauthier, “La Chiesa dei poveri e il Concilio” (1965), titolo originale (Consolez mon peuple) e più avanti il secondo libro di Paul

Vangelo di giustizia”(1968), titolo originale (L’Evangile de Justice).

Ho parlato di me, ma penso che se anche Ettore era un giornalista con maggiori conoscenze di me del pianeta, il suo travaglio deve essere stato simile al mio.

Però devo anche dire che se Paul è stato importante per Ettore, Ettore è stato importante per Paul.

Ettore quando ha cercato Paul era già una persona coscientizzata e sensibile nei confronti delle miserie del mondo. Catalogando i nostri libri ho trovato che già nel1953 (l’anno in cui ci siamo conosciuti in un gruppo della Corrente di Dossetti), Ettore chiedeva alla rivista Prospetti, approfondimenti sulle minoranze etniche negli Stati Uniti.

Ettore che veniva da una famiglia di militari aveva letto molto, per cercare valori diversi da quelli che c’erano nella sua famiglia: la difesa dei confini della patria, il valore militare. Infatti era un pacifista assoluto. Aveva letto Maritain, Mounier, Simone Weil, Charles de Foucauld, Marx, Gramsci, Gobetti ecc.

Ettore ripeteva sempre, a chi si lamentava dicendo che i veri testimoni non esistevano più, che però esistevano i loro libri e che i libri si potevano leggere e che questo era un dovere soprattutto per i giovani se non si voleva che gli errori passati si ripetessero. (Aggiungo io :pensiamo a Mussolini e a Hitler che volevano invadere la Russia senza avere letto Guerra e Pace di Tolstoi!)

Anche se Ettore come giornalista conosceva per averle lette, certamente più di me, certi problemi fu sicuramente scosso da Paul, da una persona che ne parlava avendo vissuto molte atrocità sulla propria carne. E la prova nasce dal fatto che conoscenza di Paul non solo cambiò la sua vita ma lo portò fondare la rete .

Inoltre Ettore fu uno dei primi giornalisti italiani a indagare questi temi prima sulla carta stampata e poi in televisione. Qualche non rara volta redarguito dai suoi

capi che nelle pubbliche cerimonie facevano la comunione con molta devozione.

Torno al passato remoto.

Ettore ancora molto giovane aveva fatto parte della San Vincenzo di Varese e dell’Azione Cattolica.

Appena diventato giornalista si era occupato di una baraccopoli della periferia milanese chiamata Porto di mare in cui mancavano la fogna e la luce elettrica, e probabilmente contribuì al fatto che il cardinale Montini si recasse in quel luogo a celebrare il Natale.

Ettore aveva avuto grandi sofferenze da bambino, fisiche e psichiche, e da adolescente aveva sofferto per suo padre, colonnello dei carabinieri, che appena dopo la liberazione era stato ingiustamente imprigionato e invece di indurirsi aveva sviluppato una identificazione con i sofferenti, con i torturati e spese la sua vita per alleviare i loro dolori. Ettore aveva una grandissima e silenziosa capacità di osservazione che lo rendeva capace di leggere in anticipo i minimi segni dei tempi, di prevedere eventi che si sarebbero sviluppati in modo macroscopico più avanti.

Ettore inoltre aveva il dono di una fedeltà tenace ai propri ideali. Se Ettore riteneva giusta una idea e conforme al Vangelo la portava avanti e la difendeva, anche al costo di pagare un prezzo alto , come è avvenuto per il blocco della sua carriera in Rai.

(Qualche volta era difficile stargli vicino per questo, i suoi figli hanno pagato anche loro la sua incorruttibilità, non solo dal punto di vista economico ma anche perchè non ha mai usato la sua posizione e le sue conoscenze per favorirli nel lavoro. Però sono bravi figli che hanno assimilato l’eredità paterna, che se la stanno cavando benissimo anche se con fatica e hanno scelto e continuano a fare bellissimi lavori).

Ettore iI suoi ideali li portava avanti e spesso non erano condivisi e capiti, anche in ambiti ecclesiali vicini, perché i tempi non erano ancora maturi per accoglierli e questo per lui era molto doloroso, erano ideali infatti, che parlavano di una speranza che si sarebbe realizzata ma forse più avanti nel tempo.

Domenica scorsa Moni Ovadia nella bella trasmissione Uomini e profeti, curata da Gabriella Caramore, che in quella puntata si occupava del mito greco, ha citato un verso del grande poeta Ghiannis Ritsos e ho pensato ascoltandolo che le sue parole si addicevano anche a Ettore “Dove qualcuno resiste senza la speranza, là inizia la storia dell’uomo”.

Ettore ha incontrato Paul e Paul ha incontrato Ettore.

Per quel che riguarda il giro d’Italia e il BDS, temiamo che le firme online servano sempre meno e che creino nei firmatari la tranquilla coscienza di avere fatto tutto ciò che si poteva fare, senza porsi altri obbiettivi.

     Abbiamo pensato allora la breve lettera in oggetto, dove una singola persona abbia il coraggio di esporsi un attimo, metta nome cognome e indirizzo, investa 95 centesimi di francobollo, scelga a caso uno dei tre destinatari (hanno la stessa sede legale-amministrativa) e spedisca, dopo avere completato la lettera stessa con luogo-data-firma leggibile-indirizzo completo.

     Come vedete, volutamente non si parla di associazioni, ma la lettera si presenta come scelta individuale. Potrà quindi essere modificata e personalizzata, come uno meglio crede. Non solo, l’invio della lettera non preclude alcuna partecipazione a qualsiasi altra iniziativa pertinente.

     Prevediamo fasi successive:

  • la prima è appunto l’invio della lettera a uno o più destinatari.

  • Il secondo step consiste nello scrivere a uno o più degli sponsor indicati, manifestando la nostra protesta e la decisione di boicottarli (non acquistare più nulla da loro).

  • Il terzo step sarò quello di vedere se, con altre associazioni, nel prossimo maggio (in occasione delle tappe del giro) riusciremo a dare visibilità a una protesta nonviolenta che sia impegno di solidarietà per la realtà palestinese.

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Urbano Cairo, presidente di RCS Media group

Mauro Vegni, Direttore del Giro d’Italia

Gazzetta dello Sport

via Angelo Rizzoli, 8 20132 Milano

Egregi signori,

avete deciso che il prossimo Giro d’Italia cominci nello stato di Israele.

Anche alla luce delle recenti decisioni del governo Trump, questa ci sembra una scelta inammissibile.

Infatti, così facendo, voi apertamente appoggiate uno stato che pratica l’apartheid, e sostenete le politiche discriminatorie dell’attuale governo.

Sapete certamente che l’ONU e il Tribunale Internazionale dell’Aja hanno più volte decretato risoluzioni contro il governo israeliano, per non avere rispettato i diritti umani dei Palestinesi.

La disponibilità delle risorse idriche è tutta orientata ai cittadini israeliani non arabi. Anche il muro di separazione, eretto per centinaia di chilometri, ha sottratto sorgenti e pozzi ai palestinesi a favore degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati (insediamenti che sono condannati dal diritto internazionale).

Ovunque ai Palestinesi viene limitato il diritto alla salute, il diritto allo studio, il diritto alla libera circolazione che impedisce perfino di raggiungere il proprio campo per coltivarlo.

Nei Territori Occupati e in Gerusalemme Est, appositi regolamenti edilizi negano ai palestinesi qualsiasi diritto a costruire abitazioni, mentre facilitano sempre l’edificabilità da parte di israeliani non arabi.

Io non intendo avallare, neppure indirettamente, le politiche del governo israeliano e non voglio avere alcuna complicità nell’apartheid.

Mi impegno quindi formalmente a boicottare la Gazzetta dello Sport, il Corriere della Sera e tutta la stampa di RCS media group, così come i canali televisivi La 7 e La 7d e ogni altra rete tv, a voi legata, che trasmetta cronache e notizie sul Giro d’Italia.

Mi impegno inoltre a boicottare tutti gli sponsor ufficiali del Giro d’Italia 2018 (come pubblicati sul vostro sito) a cominciare da: ENEL, Mediolanum, Segafredo Zanetti, Eurospin, Namedsport, Casa.it.

Mi impegno, infine, a fare attiva opera di informazione presso tutte le persone che conosco, perché possano scegliere di comportarsi in modo analogo.

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Caro Padre Francesco,

facciamo parte della Rete Radié Resch, un’associazione di solidarietà internazionale, nata nel 1964. Quell’anno, per la prima volta, Paolo VI fece un viaggio apostolico in Terra Santa e, tra i vaticanisti accreditati, c’era anche il giornalista Ettore Masina.

A Nazareth viveva a quel tempo Paul Gauthier, prete operaio francese che Masina aveva conosciuto a Roma, dove Gauthier era giunto come consulente al Concilio Vaticano II.

Le condizioni di vita dei Palestinesi, le umiliazioni e le discriminazioni a cui erano sottoposti colpirono e commossero Masina, che chiese come avrebbe potuto aiutare concretamente quelle persone. Gauthier disse subito che un’offerta occasionale di denaro era inutile. Ai poveri serviva giustizia, dignità, casa, lavoro. Da questo incontro e da queste considerazioni nacque la nostra Rete, prendendo il nome da una bambina palestinese, morta di broncopolmonite in quei giorni, figlia di una coppia scacciata dal suo villaggio durante la guerra del 1948.

Il nostro impegno è quindi aiutare i più poveri, appoggiando piccoli progetti di liberazione, di promozione della dignità umana e di sostegno ai diritti civili in Medio Oriente, in America Latina e in Africa. Soprattutto denunciamo i meccanismi che creano sempre nuovi poveri, i silenzi e la colpevole disinformazione che favoriscono la pigrizia o la complicità di tanta parte del mondo benestante.

Noi ricordiamo, nel maggio 2014, la Sua visita ufficiale in Palestina e la Sua attenzione, per non offendere il popolo palestinese umiliato, di iniziare la sua visita nel Paese, entrando da Amman e non da Tel Aviv.

Ora, a fine ottobre, la stampa ha riportato che Lei è stato ufficialmente invitato dal governo israeliano alla partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme Est.

Le scriviamo per pregarLa di rifiutare fermamente e, se possibile, pubblicamente un invito di questo tipo: sarebbe solo “propaganda” per un governo che impone l’apartheid a milioni di persone, e che persegue una politica di grave violenza discriminatoria nei confronti dei Palestinesi.

La negazione dei diritti umani al popolo palestinese da parte del governo israeliano Le è ben nota. Dalla constatazione di questa drammatica situazione nasce il nostro appello.

La preghiamo: non avalli questo regime, non si lasci strumentalizzare, quasi si rendesse complice, benché involontario, di un governo che non rispetta i diritti dei popoli in quella terra e alimenta condizioni di conflitti e odio.

Grazie comunque per averci letto e ascoltato.

Verona, 19 novembre 2017

Premessa: questi appunti di viaggio sono la traccia degli incontri e delle esperienze piu significativi, scritti per non dimenticare,perché velocemente i luoghi e i nomi svaniscono lasciando traccia delle emozioni e delle relazioni create; scritti per condividere con i figli e gli amici le tappe e alcune riflessioni, anche a chi non conosce i progetti e la rete , quindi senza dar nulla per scontato e in modo semplice, divulgativo…

Certo inviarli alla Rete richiederebbe puntualizzazioni, rimandi, precisazioni..leggetelo con semplicità e annotatevi eventuali domande e chiarimenti… due delle tre esperienze a sfondo “sociale” sono nate e cresciute tramite Rete Radie Resch : Yantem con Arturo Paoli,e Aguadoce con Waldemar.. accennare alla Rete equivale ad aprire le porte di orizzonti nuovi, richiamare esperienze e relazioni fondanti e arricchenti; condividere una visione antropologica legata alle persone, ai territori, alla loro storia ed evoluzione. Sentirsi sulla stessa linea e capirsi quasi senza spiegarsi è davvero rassicurante e motivante , ci fa sentire intimamente vicini alle sorti di tutto il pianeta…

Anche l’esperienza con Padre Clovis…a salvador Bahia ,sostenuta economicamente dal movimento “noi siamo chiesa”, è stata davvero significativa e molto vicina allo spirito della Rete .

Purtroppo abbiamo respirato lo smarrimento, la preoccupazione..la disperazione di una situazione politica pesante, repressiva di piccoli passi acquisiti e tradotti in politiche sociali inclusive, in 6 mesi triplicati i meninos da rua a Salvador e Rio , bolse familie e di studio annullate, farmaci di prima necessità gratuiti tolti rimessi a prezzo intero e cosi via….tutti, ma proprio tutti parlano di Temer e delle nuove politiche vigenti come una retromarcia pesantissima e incontrollata…Abbiamo in ogni caso sperimentato la capacita di dar voce e speranza alle comunità e di resilienza per continuare ad operare e a promuovere coscienza critica senza mollare mai!

buona lettura !

1-23 agosto 2017

VIAGGIO VACANZA IN BRASILE

Coppie: Emanuela e Giovanni Gaiera; Elisabetta e Renato Borgatti ; Alessandra e Chicco Tramezzani

Partiti da malpensa il 1 agosto alle 11 ..00 circa arrivati a Lisbona quasi in orario.

Poi siamo scesi e risaliti 3 volte dall’aereo per Salvador per guasti tecnici non ben precisati..alla una di notte ci fanno pernottare in un bell ‘albergo vicino all’aereoporto e da qui ripartitemo nel primo pomeriggio del giorno seguente…( 2 agosto)un giorno completamente perso a Salvador Bahia. All’aereoporto aspetteremo un padre, Clovis, che nessuno conosceva personalmente, ma che Giovanni aveva contattato tramite amici e conoscenze. Capiamo subito che è una figura molto particolare, ma vi racconteremo poi. Dormiremo dalle suore francescane di Salvador e il giorno successivo 3 agosto visiteremo il centro storico..il “pelorinho” vicino al porto, rappresenta la storia di Bahia…un palo al centro della piazza dove venivano legati gli schiavi, recuperati dall’africa occ e imbarcati sulle famose “tumbeiros” in situazioni agghiaccianti-..qui sbarcavano e i superstiti che venivano venduti ai fazenderos del posto per le piantagioni di cacao, caffe e cotone.

Io, a Capo Verde, sull’isola di Praia avevo visitato il luogo di partenza…(Cidade Velha) il palo dove gli schiavi venivano incatenati e poi imbarcati per le Americhe!!!!.

Casette colorate, strutture coloniali ben conservate, molte chiese…visiteremo quella di san Francesco con quintal di splendide azulejos raffiguranti tutta la storia di Gesu, e una chiesa barocca, straricca di ornamenti d’oro…da farci immaginare il potere della Chiesa al tempo della colonizzazione. Viette lastricate in pietra; sali e scendi molto caratteristici..la casa della fondazione di Jorge Amado, scrittore brasiliano tra i piu noti e piu prolifico nei romanzi scritti del 900.-durante la vacanza ci siamo divisi alcuni suoi romanzi. Io ho scelto “Gabriella, garofani e cannella”….uno splendido spaccato del Brasile inizio 900, ambientato tra Ilheus e Bahia, nelle piantagioni di cacao e sulle citta portuali ,promesse di traffici commerciali e ricchezze; …fazeinderos in cerca di fortuna,incroci di amori, culture, interessi e poteri ..una narrazione che tratteggia protagonisti diversi e intricati (colonnelli, pistoleri, prostitute e truffatori..), disegnando una società in mutamento continuo, alla ricerca di nuove identità e riferimenti.. Bahia e il Brasile vive anche oggi la ricchezza di origini e identità diverse in un caleidoscopio delle mille identità.

Nella piazza adiacente vediamo la facciata della facolta’ di medicina, che ora ospita un museo sulla storia di Bahia afro-brasiliana :e l’intreccio di culture e costumi , di due mondi cosi lontani e cosi vicini se non fossero stati messi in contatto da un altro mondo , il nostro, con le modalità che ben conosciamo. Comunque non abbiamo avuto il tempo di visitarlo.( il giorno di ritardo ha compromesso la visita piu approfondita di bahia). Il pomeriggio abbiamo l’ appuntamento con padre CLOVIS…una persona straordinaria..invisibile tanto è magro e dimesso ma con uno spirito e una volontà incredibile. Ha vissuto 10 anni in una favelas di Rio (Rossinha) e poi il vescovo l ha spostato qui perché nessuno voleva venirci. Era un quartiere di palafitte “alogados”..malsano e poverissimo. Hanno bonificato la zona portando terra e pietre per costruire delle case (in realtà sono ammassi di mattoni e ferro e tutto di più…ma sulla terra ferma) e in 38 anni con l’ aiuto estemporaneo di amici e volontari ha costruito un centro parrocchiale molto semplice ma ricco di servizi e dignitoso. Pulito e ordinato. C è la creche con lo stesso stile di aguadoce ma anche gli stessi problemi. Insegnanti pagate pochissimo e senza garanzia di durata economica ma con tanta energia positiva. C è un centro sanitario dove operano volontariamente medici e specialisti nel dopo lavoro. Servizio pediatrico. Salute di base.ostamatologico. ginecologico…un farmacista fitoterapico ha iniziato produzione medicinali con le erbe…e funziona benissimo. Poi servizi per la persona: massaggi reiki yoga pilates ginnastica capoeira…a turno condividono lo spazio…tutto gratuito per la gente del quartiere e con l aiuto della…provvidenza…lo stato e la chiesa non danno nulla,…….ma la comunità offre volontariamente competenze e tempo…e i risultati sono di una comunità grande responsabile attiva e collaborativa.  Questa sera… una messa di…due ore…durante la quale ci ha chiamato più volte e all’ altare per farci gli auguri dell l’anniversario di matrimonio e tutta la comunità ha cantato per noi …che imbarazzo,,,!!

Poi il gruppo della capoeira si è fermato per farci una dimostrazione delle loro danze e ci ha coinvolti nel ballo…vi lascio immaginare il mio imbranamento …chicco si è lanciato ha dato il meglio per il nostro gruppo…!!!

Domani andremo al mare al Morro di Sao Paolo….e quando rientriamo andremo a cena da questo padre…siamo davvero molto curiosi…lui si nutre di 1,5 LT di succo di mela o uva al giorno e non mangia altro!,, cosa ci offrirà? 

Dopo 4 giorni straordinari di natura, spiagge deserte, pesce e musica…

Eccomi a riprendere il filo con il punto interrogativo per la serata con cena .Padre Clovis ci lascia dalle suore e i mitici taxisti verranno a prenderci dopo un’ora circa per portarci a cena da lui. Ci fanno fare un lungo giro in mezzo alla favela squinternata per strade e viottoli impossibili, per case fatiscenti e ammassate le une alle altre ,sigillate da fili spinati, inferriate di ferro …e animate da una popolazione vivace, numerosa che sbuca ad ogni angolo e riempie di colore e musica ogni pezzettino..Scorre vicino un grande canale che si butta sulla baia..è sera..attorno alla baia colline illuminate dalle abitazioni..sembra un presepe..come apriamo le portiere dell’auto la poesia si dissolve: il canale e la baia sono una fogna a cielo aperto..maleodorante..va da sé..ma questo è il quartiere “alagados”. Arriviamo infine alla casa di padre clovis..un porticina di ferro che ci introduce ad un corridoio molto stretto ricavato da due case adiacenti ..percorriamo il corridoio stretto e buio e troviamo la casa di Clovis: due stanze piccole con un odore di muffa che riempie le narici e toglie il respiro…fino a quando ci si abitua !30 mq di mattoni e tegole a vista, piastrellate da cima a fondo dall’amico Robinson come regalo a clovis, mentre era in Italia per un viaggio alcuni anni fa. Piastrelle che rendono piu lavabile e meno polverosa la stanza..ma che impediscono ad un muro in zona umidissima di poter respirare…un tavolino con noccioline e noci brasiliane e uno spumante per dare il via alla serata…P.Clovis inizia e non smette di parlare ( ci racconterà la singolare storia del quartiere, la lotta e la resistenza a mantenere la popolazione nello stesso,i contrasti con la Chiesa ufficiale e l’ordine dei gesuiti che avrebbero obbligato Clovis a lasciare la favela e ad assumere un ruolo piu prestigioso nella formazione nei seminari; la sua scelta di non abbandonare gli alagados disobbedendo all’ordine , le manifestazioni degli alagados per impedire lo spostamento di Clovis e per scarcerarlo ( fu imprigionato per aver manifestato con gli alagados contro le posizioni governative per lo smembramento del quartiere) ..arrivano i vicini e alcuni amici e si siederanno all’esterno o in piedi perche l’appartamento è già pieno con la nostra presenza..alle 23 P.clovis si ricorda che ci ha invitati a cenare e ci offre il cibo preparato dalla vicina con amore, cura e generosità..tutto ottimo e abbondante..…e si conclude con il dolce ..una scatola quadrata che Clovis custodiva gelosamente dal pomeriggio ,racchiudeva una torta al cioccolato con targa di zucchero sulla quale il pasticcere ha impresso tutti i nostri nomi e anniversari di matrimonio!!! Davvero grandiosa ! stupefatti dalla sorpresa, canti e spumante…ci siamo salutati dopo la mezzanotte..

Inutile dire che P.Clovis non ha assaggiato nulla, solo un sorso di spumante per il brindisi.!

Il mattino dopo salutiamo le suore e ci imbarchiamo per Iguacu, con il dolce ricordo della serata

!(Alessandra)

10-13 agosto. Da Salvador a Rio de Janeiro soggiornando tre giorni a Foz do Iguacu

La cronaca:

Giorno 10: lasciate le Suore, accompagnati all’aeroporto da un inseparabile Clovis (con le due guardie del corpo Robson e socio), ci imbarchiamo per Foz do Iguacu (Iguassu o Iguazu a seconda l’idioma del luogo) in perfetto orario. Due voli, con scalo intermedio a San Paolo, ci portano, puntuali e congelati, alla meta. Giunti alla posada siamo travolti da un’aria condizionata artica e accolti dal sorriso cordiale di Marcelo, il nostro amico,consigliato da Teodolide di Yanten. Ci propone un programma molto fitto: subito serata in una churrascheria con ottimo rapporto qualità/prezzo; giorno 11 visita alle cascate lato argentino con avventura in battello per i più temerari; giorno 12 partenza ore 8.00 per parco degli uccelli (Parque das Aves) quindi visita alle cascate lato brasiliano. Segue trasferimento a Medianeiras per incontrare Teolilde e le donne del progetto Yanten. Comida serale a casa di lei e lui (Antonio il marito). Il giorno 13 partenza per l’aeroporto per volare a Rio. Approvato il programma ci si ritira nelle gelide stanze (solo Giovanni ed Emanuela hanno l’aria condizionata fuori uso).

Giorno 11: ore 8.00 colazione, peggio di Jose’ al Morro meglio delle Suore di Salvador. Ore 9.00 partenza per il lato argentino delle cascate (la sequenza “argentina –brasile” si rivelerà azzeccatissima). Alla dogana nessun controllo, Marcel ritira i nostri passaporti mentre noi attendiamo placidi in pulmino e torna con timbri e pratiche sbrigate. Come sempre : basta pagare (e quello non manca mai).

Visita alle cascate spettacolare. Sensazione di potenza (della natura) e fragilità (dell’uomo). Il programma ha previsto nell’ordine: Gola del Diavolo; percorso superiore e percorso inferiore (sia con trenino che con abbondanti camminate). Dopo la pausa pranzo le scarse segnalazioni e l’intreccio dei diversi percorsi, ci fanno perdere l’orientamento alla ricerca del polo di attracco dove i più audaci (Sandra, Chicco e Giovanni) devono prendere il gommone per la risalita lungo (praticamente sotto) le cascate. Arriviamo appena in tempo, indossati i giubbotti di salvataggio si parte. Esperienza elettrizzante anche per chi osserva e fotografa dalla riva. Rientro nella foresta con camion (per gli “inzuppati”) o a piedi (per i “guardoni”). Cena, modesta, al ristoro convenzionato della posada. Giovanni e Chicco però nelle fumose scorribande notturne scoprono una cherveseria degna di nota (e di assaggi).

Giorno 12: colazione all’alba perché’ alle 8.00 si parte per il Parque das Aves dove osserviamo una varietà incredibile di volatili. Meno significativa la rappresentanza di scimmie, serpenti (uno stanco boa) e rettili (caimani e tartarughe). Ciò che colpisce è la pulizia degli ambienti, l’organizzazione degli spazi e la gentilezza del personale. Unica nota stonata (e non solo in senso canoro) la presenza di tre “indios Guaranì“ impegnati in un canto (lamento?) che accompagnerà i sonni e i sogni (incubi?) di un Chicco letteralmente scioccato dall’incontro.

Segue visita al lato brasiliano delle cascate. Circondate da un parco immenso (circa 30 minuti di bus panoramico per attraversarlo) dove si potrebbero incontrare anche i giaguari, le cascate si presentano al visitatore “dal basso”. Meno emozionanti e più razionali di quelle argentine nel senso che non le vivi dal di dentro male gusti nella globalità cogliendone la topografia generale. Nota di colore l’assalto da parte di insaziabili procioni al povero Chicco : il più ardito gli sale letteralmente sulle spalle, apre lo zaino e sfila il sacchetto con i panini. Ci si domanda perché’ i procioni abbiano scelto, tra tanti, proprio lui il Chicco per il loro assalto; forse l’hanno giudicato, dall’aspetto, un buongustaio!

Lasciate le cascate la giornata non ha soste perché’ si deve andare a Medianeiras (più di un’ora di viaggio col fidato pulmino) ad incontrare Teolilde e le altre donne del progetto Yanten. L’accoglienza è molto calda, estremamente famigliare come se ci fossimo conosciuti da sempre e non solo da poco più di un mese tramite alcune mail. L’approccio, molto molto cordiale, in alcuni passaggi raggiunge aspetti quasi naif. I contenuti del loro lavoro però sono molto seri. Una attività fitoterapica che si snoda su due fronti: una produzione quasi industriale (convenzionata, con controlli di qualità e certificazione delle autorità competenti locali) ed una più popolare che ha il triplice obiettivo di far conoscere le proprietà delle erbe facilmente reperibili nel territorio, saperle preparare in modo da esaltarne le proprietà terapeutiche e saperle scegliere in modo appropriato e specifico rispetto ai disturbi da curare. Questo lavoro di “educazione ecologica popolare” si inserisce in un più ampio obiettivo di promozione culturale e politica delle donne. Yanten, nata da una iniziativa di Arturo Paoli, appartiene alla rete “Radie Resh” e mantiene stretti rapporti anche con altri gruppi del territorio: uno per minori di cui il Presidente è qui presente in qualità di tesoriere di Yanten , o di promozione politica femminile la cui fondatrice è tra le fondatrici di Yanten. Non mancano durante le riunioni assembleari periodiche, momenti di spiritualità che accompagnano e si intrecciano con quelli di formazione alla fitoterapia. La giornata si conclude per noi piacevolmente a casa di Teolilde non prima però di essere passati a vedere i campi dove le erbe e le piante medicamentose vengono cresciute e raccolte (campi nei quali veniamo letteralmente divorati dagli insetti con esiti nefasti sulla nostra cute per giorni a venire).

A casa ci accoglie Antonio, il marito di Teolide, che ci ha cucinato una picanha molto gustosa cotta su di un forno di sua costruzione, accompagnata da verdure del proprio orto. Conoscere Antonio, ascoltare i suoi aneddoti (suoi ferrovieri “mustacchiosi” ), vedere la casa e condividere spezzoni della loro storia e vita famigliare, ci consente di chiudere il cerchio e comprendere meglio anche l’accoglienza riservataci all’arrivo. Il rientro alla posada avviene di notte. Il sonno è fresco grazie ad un violento acquazzone che mitiga le lamentele di Giovanni per l’aria condizionante della camera sempre non funzionante nonostante gli interventi tecnici promessi.

Giorno 13 si parte per l’aeroporto sotto un diluvio. E mentre carichiamo le valige al riparo di un ombrellone da bar rimediato al momento, non possiamo non pensare alla buona sorte che ci sta accompagnando consentendoci di godere, con le condizioni climatiche ideali, spettacoli naturali che altrimenti difficilmente avremmo potuto apprezzare. (Renato)

14 -15 agosto Rio attendo il pezzo relativo alla visita di Rio e all’ospitalità presso la casa di Macondo ( a cura di Giovanni)

Puntuale come un orologio svizzero il 15 agosto alle ore 9 Waldemar verra’a prenderci a Macondo con un pulmino per portarci..nel suo regno…lasciamo faticosamente una Rio trafficata e lenta e iniziamo a salire lungo la strada dell’imperatore..costruita a fine 800..lastricata in pietre , si snoda attraverso una fitta foresta interrotta da edifici, fabbriche aperte il secolo scorso da europei o americani facoltosi e imprenditivi….molte ora chiuse per la situazione critica che il brasile sta attraversando o perchè il mercato si e’spostato o la rendita non era piu vantaggiosa….un territorio ricco, produttivo…in mano ad altri….tanto da nominare un quartiere “brasiliano” perchè minoritaria la popolazione locale.

Prima tappa alla BAIXADA : casa della farinha..creata da aguadoce ( Rete Radie Resch) e gestita completamente da brasiliani, volontari o con ajudo de custo..come dicono qui..cioè un salario ultraminimo che copre le spese di sopravvivenza.

Maria, l’infermiera fitoterapica d’eccellenza; origine , forza, energie dei suoi discendenti africani..si è formata,e d aggiornata in diversi parti del Brasile( Yantem compreso) ..produce medicinali fitoterapici, cura la gente piu povera , forma ed educa la popolazione alla prevenzione e cura, utilizzando erbe locali e saperi antichi…un ‘energia , una vitalogia che avrà modo di esplicitare anche cantando per il compleanno di Odette, un’anziana volontaria che ci spiegherà il suo impegno a ricostruire anagraficamente la storia di tanti abitanti senza nome, senza un registro, un documento che attesti le generalità…Questo iter , faticoso, lento e ostacolato da burocrazie e spostamenti a volta lunghi ed impervi…, servirà al riconoscimento anagrafico e giuridico di molti anziani e alla possibilità per loro di accedere a qualche sussidio statale e sanitario e di godere di diritti civili come votare… Questo ha un valore immenso per ogni persona che , anche in tarda età, si accorge di esistere ufficialmente per lo stato e di poter ottenere qualche minimo contributo alla sussistenza.

Asilo intitolato a Michele Carrarra, ( sostenuto dalla rete di Nembro) passato tristemente allo stato per mancanza di fondi e ora gestito alla bene e meglio con utilizzo a fini non propriamente educativi….; purtroppo aguadoce non ha piu’ voce in capitolo a riguardo, sebbene cerchi di sorvegliare a distanza e indirettamente per verificare se il servizio educativo ai bambini è garantito.

Saliamo verso Sertao de carangola, progetto di resistenza, o meglio resilienza popolare .La favela è ubicata nella vallata e recintata con muro di cemento e filo spinato per separare la parte alta, residenziale e ricca, di ville piscine e condomini. Il muro segna una separazione netta, una protezione dal degrado fisico e sociale, un distintivo di classe. Il progetto attraverso gli educatori popolari e Leila in particolare, ha creato uno spazio aperto a tutti e tutti i giorni senza distinzione…nel quale chiunque approdi, per caso o per scelta, trovi persone attente e disponibili, tranquille e disposte a raccogliere malassere, aggressività, rabbia…condizioni inevitabili per chi vive quotidianamente l’emarginazione e ritrovi spunti di riflessione, strumenti didattici per approcciare lo studio, la musica, l’arte in varie forme,….uno spazio per buttar fuori e recuperare stimoli ad essere meglio, a crescere , a svagarsi, a stare insieme in una relazione gratuita e feconda. Cosi i ragazzini ci hanno “assalito” con le loro opere, marionette, cesti, quadri ..e i ragazzi piu’ grandi hanno raccontato il loro approccio al centro e il loro riscatto in termini di autonomia , di consapevolezza e di autostima….prerequisiti indispensabili per pensare ad un futuro propositivo.

Di fianco si trova il centro di alfabetizzazione ecologica e il progetto di purificazione delle acque .

Dalle acque di scarico (fogne..) attraverso vasche, piante acquatiche e decantazioni graduali..l’acqua si purifica e lascia nei fondali un fango fertile adatto a concimare il terreno e fuoriesce un acqua via via piu pulita ..fino ad essere quasi cristallina…con controlli scientifici effettuati il recupero è del 98%.Non ancora per bere ma per lavarsi, per irrigare e per cucinare…Grande soddisfazione per il risultato e per la preziosità di un bene comune ridato alla comunità…peccato che questo risultato da fastidio alla politica locale e viene interrotto il progetto: l’acqua pulita finisce nel torrente ( abbassando di molto l’inquinamento delle acque) e la gente è costretta a rifornirsi dell’acqua portata in modo poco regolare nelle cisterne, clorata e disinfettata da provocare diarrea e mal di pancia….La politica e il potere preferiscono mantenere sottocontrollo e dipendente la popolazione e continuare a garantirsi i privilegi…cosi la parte ricca avrà acqua e piscine a volontà e la parte povera deve aspettare la cisterna e tenersi il mal di pancia!

Tutto questo raccontato dalla gente del posto, con la frustrazione perenne di aver tentato e raggiunto un gradino di civiltà e dignità ed abbassare ancora una volta il capo.

Saliamo a Petropolis, dove dormiremo fino al mattino seguente in una posada con le camere intitolate a duchi, duchesse e nobili..

Il giorno dopo 16 agosto ritorneremo in Baixada a visitare due asili dismessi..uno dei quali è Shangri-là che abbiamo sostenuto per 15 anni….belle strutture ( progettati da Regina,moglie di waldemar)..pensate con intelligenza, praticità e create per progetti educativi importanti; ispirati a Stainer, Montessori; Freire..e adattati alle esigenze locali… ora chiusi per insufficienza di fondi . Le trattative perché il Municipio locale li assuma e li gestisca sono lunghe, faticose e dal risultato molto incerto…l’utenza è troppo marginale da potersi convertire in voti o favori elettorali…i poveri non hanno nessun peso…sono solo un costo…ed educarli ad un riscatto culturale e sociale è troppo pericoloso! Cosi Waldemar dovra firmare la cessione di un asilo con un affitto che aguadoce non percepirà..ma che i politici chiederanno al comune per poter usare i soldi per i propri interessi!!!

Assistiamo ad incontro con il prefetto…tocchiamo con mano l’energia e la diplomazia popolare degli educatori ( Alessandra, referente di shangri-là, in primis), la lotta paziente e ostinata, ma anche la disillusione a promesse formali e vuote..o Forse avremo portato un po’ di fortuna e questo incontro con il prefetto avrà un esito più favorevole?

Sono compromessi terribili..come potete immaginare..ma Waldemar a questo punto insiste sul servizio educativo da garantire ai bambini..ormai ,dice con grande amarezza e sofferenza, chiediamo che i bambini possano ritornare e basta !

Slalom nei labirinti delle favelas senza via e numeri civici..diventa difficoltoso anche per Waldemar..si è perso via un attimo e non trova facilmente i riferimenti per ritrovare la strada…

Ultima tappa Surui, il centro di aguadoce..gli educatori popolari si ritrovano per verificare le attività, mettere in comune difficoltà e idee, progettare la settimana successiva…anche qui troviamo persone splendide e motivate, luoghi puliti e rigeneranti..la casa della delicatezza fondata per offrire uno spazio bello, curato ..per sperimentare il bello e la cura, attraverso l’arte e le relazioni…

Ogni centro, dislocato da ore di strada faticosa e impervia, costituisce un motore, un’energia positiva messa in atto per contagiare e creare consapevolezza e voglia di cambiamento…tesori di partecipazione popolare,. di gestione dal basso,di collaborazione e sostegno ..per un attimo mettono in secondo piano la situazione di povertà e ingiustizia…ed esaltano il potere dell’amore e del servizio per il popolo.

Serata in una birreria e ristorante tedesco , notte e al mattino l’ultimo dono prezioso del viaggio.

Da marzo a luglio ho mandato qualche mail a Leonardo Boff per chiedere di incontrarlo..ma senza nessun esito e Waldemar mi ha fatto capire che suo fratello è sempre molto richiesto e impegnato e non vuole interferire con la sua agenda. Non osavo insistere ulteriormente..Giovanni..un po cocciuto, per la verità, mi ha chiesto di ritentare un ultima volta. Ho scritto una mail un po secca ma efficace..dicendo che eravamo a Petropolis e che desideravamo vederlo tra la sera del 16 e la mattina del 17. Si è arreso e ci ha aperto le porte di casa sua , la mente e il cuore per una chiacchierata di due ore su fronti cosi diversi, vicini e lontanì, ecclesiali ed ecologici, antropologici e teologici..una meraviglia….

Una casa con un giardino meraviglioso e una biblioteca da paura…libri in tripla fila, per terra e su ogni cmq, un finestrone affacciato ad una foresta incombente..forse riuscirebbe a ispirare anche il cervello piu ottuso! Un luogo da paradiso e una mente affascinante, una cultura rara e raffinata, un atteggiamento consapevole ma non rassegnato alla possibilità di cambiare qualcosa..Ci troviamo a una svolta critica del Pianeta; l’umanità deve scegliere il suo futuro; o creiamo un’alleanza globale per proteggere e salvare la Terra,prendendoci cura gli uni degli altri,oppure rischiamo la distruzione totale, di ogni forma di vita. Le religioni devono alimentare la spiritualità, la dimensione profonda dell’umanità. Dobbiamo recuperare la sacralità dell’universo e delle sue leggi..la pachamama dei popoli delle origini, il sentire di appartenere alla Terra e al suo destino.La terra come un bene comune da tutelare , preservare e nutrire. La comunità umana per sopravvivere deve superare l’accumulo e lo sfruttamento; deve cercare qualcosa che vada oltre l’immanente e che dia valore alla vita e alla speranza, restituire dignita’ ad ogni essere vivente. L’uomo è divorato da due tipi di fame: quella di pane e quella di spiritualità; la prima è saziabile, la seconda no. E’ fatta di valori impalpabili e immateriali come l’empatia ,la comunione, la solidarietà, l’amore , …Praticando questi valori troviamo il senso alla vita . Le diverse religioni devono assolutamente trovare un piano comune per promuovere e difendere la vita in tutte le sue forme, alimentando cio’ che ci unisce e che genera vita, isolando ogni strumentalizzazione e fanatismo alimentati per seminare paura e odio, divisione e morte.. Utilizziamo questo periodo delicato e critico come crisi purificatrice capace di fare un salto in avanti , con una prospettiva generativa, capace di utopia e di speranza; elementi distintivi dell’essere umano...

Il papa l’ha chiamato e cercato piu volte per utilizzare i suoi studi nella redazione dell’enciclica Laudato Sii e ha affermato he la Chiesa troverà il modo di riparare all’ingiusto castigo che gli ha inflitto nel metterlo a tacere. Un segnale forte…speriamo abbia un esito positivo. (Alessandra)

La penna a …chicco

A me rimane da raccontare forse la giornata meno bella dal punto di vista climatico umorale e fisico ma una delle piu interessanti per l incontro con Leonardo Boff.

Un viaggio da Petroplis sotto una piogerellina sulla strada vecchia strada imperiale immersa nella nebbia ed in una magnifica magnifica natura.

Dell’ incontro che dire , interessante per la piacevole accoglienza le interessanti chiacchere sul futuro della nostra terra e non solo , per il carisma ed il fascino e la forza delle idee e parole poi impresse nei suoi scritti.

Ci ha regalato un libro ciascuno con dedica, caffe’ e cachaca e siamo ripartiti per Rio de Janeiro

Arrivati a Rio con molto ritardo per il traffico intenso e per la pioggia battente…giro panoramico…museo de amanhana, piazza della candelaria ( dove la polizia nel 1993 ammazzò 13 bambini che dormivano per terra!!)porto, lasciamo i Gaiera che prendono un taxi per l’ aereoporto , teatro municipale vie del centro storico, convento di frati e chiesa di san Francesco e San Antonio..dove in serata avremmo partecipato alla messa e quartiere di santa Teresa…

Regina , poi ci accompagna in quella che sara’ la nostra dimora, nel quartiere di santa Teresa presso il vecchio collegio delle suore da Lei frequentato in giovine eta’.

Dal suo racconto sicuramente emotivo e legato ai ricordi le aspettative sono alte.

Arriviamo e ,sara’ l ‘effetto della prostatite , la stanchezza , il tempo uggioso , la struttura immensa e vecchia e una sensazione di TERRORE mi attraversa da capo a piedi.

Mi ritrovo nella scena del film SHINY con. JACK NICHOLSON grandi spazi vuoti e vecchi ecc. ecc . guardo RENATO spaventato e prendiamo l ‘ascensore chiudo le porte premo parte e si FERMA ..il mio disagio aumenta ho voglia di scappare.. arriviamo alle camere soli in questi immensi corridoi mi rimane la maniglia in mano….me ne vado e ritorno di corsa alla reception

Voglio uscire, sento rumoreggiare come fossero fuochi d ‘artificio.. esco guardo in alto nulla i rumori arrivano dal basso …SPARANO SPARANO COLPI DI PISTOLA E MITRAGLIA. Ma dove sono????

Nelle favelas è frequente sentire sparatorie, ci dicono…ma essere lì vicini è veramente inquietante !

Telefono in un momento di sconforto al Giovanni..mai piu’ dalle suore.!!! ( il giorno seguente scopriremo di aver pagato il doppio di ogni altra posada in Brasile !!!)

Finalmente i compagni di viaggio mi tranquillizzano; la prostatite dopo tutti i medicamenti mi lascia un po in pace ed usciamo a cena nel centro di RIO ; la serata finisce piacevolmente.

La mattina seguente di pieno sole e’ un’altra storia e tutto mi sembra diverso e piacevole , visitiamo il quartiere e poi ripartiamo per l aeroporto . prossima destinazione Praia de Forte posto incantevole per riposare e gustare gli ultimi gg. di vacanza.

Ringrazio tutti della piacevole compagnia per una bellissima vacanza dal punto di vista umano per tutte le splendide persone che abbiamo conosciuto ( gia ‘ citate ) dal punto di vista naturalistico per i posti visitati e per tutti i contrasti e gli stimoli che sempre di piu mi convincono che sono nato nella parte fortunata del mondo. (Chicco)

18 agosto:Partiamo per Salvador ..ultimo volo interno..troviamo padre Clovis ad accoglierci con il fidato taxista Robinson che ci accompagnerà a Praia do Forte..un’ora di macchina ,usciti da Salvador inizia la spiaggio dei cocchi..infinite palme e spiaggie ,puntellate da paesi balneari..noi arriveremo in serata alla Posada Brasil., molto semplice e modesta, pulita, vicino al mare e alla chiesetta bianca e azzurra..ottima accoglienza e disponibilità, ricche colazioni..il tutto per 25 euro a testa (notte e colazione). Camminiamo a lungo perlustrando le spiaggie deserte e infinite, le basse maree ci lasciano vedere dei pesciolini gialli e neri, altri blu cina, altri ancora neri..ricci, polipi e qualche conchiglia…l’alta marea ci obbliga a risalire su alcuni sentieri e strade paralleli perche il mare in poche ore sommerge anche 500 mt di spiaggia finissima..bagni, corsette, giro al castello e al parco naturale adiacente, sole a volontà…l’adrenalina del fine viaggio scende ..ci lascia un po piu pensierosi e silenziosi, elaborando pensieri e progetti per ciascuno diversi …

Domenica 20 messa animata e vivace..musica e canti a volontà, poi il giro del centro Tamar, per la salvaguardia delle tartarughe marine..presenti su queste coste. Il centro è stato ampiamente documentato da foto..invece come regalo dell’ultimo bagno….un bel tartarugone con un carapace di almeno 1mt scuro scuro(..non mi ricordo il nome preciso)nuotava di fianco a noi..ha sollevato il testone fuori dall’acqua e si è abissato in un baleno!

Abbiamo cenato sempre a base di pesce..cucinato in vari modi e a prezzi davvero modesti, qualche acquisto nei negozietti e bancarelle e il 22 si riparte per salvador…dove prima di imbarcarci troveremo?…Padre Clovis e Robinson…non riescono proprio a separarsi…ci offrono delle meringhette di tapioca..e ci diamo appuntamento ad ottobre..quando Clovis verrà in Italia…davvero un personaggio molto particolare, un po inquietante per il suo aspetto scheletrico e la lentezza nel parlare..sempre molto concentrato e preciso.

Ha spostato una riunione in parrocchia per venire a salutarci ed ha perso tutto il pomeriggio perché hanno trovato molto traffico e anche molta polizia per una sparatoria di periferia…..Mah!!

Viaggio di ritorno molto regolare, tempi rispettati ed Elisabetta riuscirà a prendere tutte le coincidenze che la porteranno al mare , a Cesenatico..dalla nuora in dolce attesa!

Un viaggio ricco, incontri importanti e stimolanti, realtà complesse e molto fragili..un Brasile in ginocchio con quest’ultimissimo governo, povertà in grave aumento e di conseguenza marginalità, criminalità..ma anche volonta politica di resilienza, di far fronte insieme ai problemi e di aiutarsi in comunità disagiate e povere , voglia di aggregazione e di vita, di non abbassare la testa, anche se i giochi sono sempre già fatti, la politica terribilmente corrotta , i timidi ma significativi passi, nei precedenti governi di Lula e Dilma, per affrontare politiche sociali ai favori dei ceti piu poveri…( bolsa familia per redditi bassi, farmaci essenziali gratuiti per le fasce piu basse, borse di studio per gli studenti, piccoli contributi alimentari per gli asili di comunità..) sono state bruscamente annullate… facendo ripiombare nella miseria la popolazione indigente e triplicando in soli 6 mesi i meninos da rua a Salvador e Rio..

Una vacanza ricca di natura, potente ed esagerata nelle proporzioni e maestosità, di gente cordiale e allegra, di buon cibo e strutture turistiche ben organizzate ( i parchi delle cascate, gli accessi ai musei…), di progetti comunitari interessanti e preziosi…( la ricerca delle medicine fitoterapiche a Yantem, Centro Alagados di Padre Clovis,e Petropolis…il riciclo delle acque, la cura delle persone non solo a livello medico ma anche spirituale, sportivo, di svago ) Grande responsabilità civile per mantenere e organizzare servizi quasi unicamente basati sul volontariato, democrazia dal basso per contrastare le politiche corrotte e far emergere un economia del dono, dello scambio ( come Latousche insegnava) , in un reciproco impegno a garantire i servizi e le attivita’ laiche o parrocchiali..Servizi educativi nati per aiutare le famiglie e le nuove generazioni a una consapevolezza delle proprie radici, storia per educare all’autostima e alla promozione di nuovi orizzonti..educare il pensiero e la coscienza critica per essere attivi nella società e contrastare queste politiche conservative ed escludenti.

Educare le persone e le “comunita’’ ad organizzarsi, in modo pacifico, possibilmente ,ad allearsi per sopravvivere e per contagiare energie positive e lottare per cambiare qualcosa, per unirsi ad altri fili sottili, invisibili…e chissà se si riuscirà a cambiare qualcosa!Lontani o vicini è importante rimanere vigili, umani, attenti a non accontentarsi delle notizie dei media, a far circolare ed alimentare le informazioni “criptate”per promuovere consapevolezza e ciascuno come può , generare contatti, relazioni, sensibilità, vita per tutti! (Alessandra)

BREVE COMMENTO di Renato in CONCLUSIONE.

Vacanza anche questa volta molto bella e ben equilibrata. siamo riusciti a godere di momenti di relax alternati ad esperienze che ci hanno avvicinato alla realtà, talvolta molto dura e cruda, di questa terra e della gente che ci vive.

E’ stata una vacanza spettacolare per i luoghi visitati, per gli animali che abbiamo avuto modo di vedere da vicino, per i sapori e il per il cibo che abbiamo gustato. Ma è stata anche una vacanza particolarmente significativa per le persone che abbiamo avuto occasione di incontrare: padre Clovis, Teolilde e Antonio, Waldemar e Regina, Leonardo, hanno arricchito e stimolato il nostro animo. Forse ci hanno lasciato più domande che risposte ma questo è in linea con “l’animo inquieto” che, seppure in modi diversi, alberga in ognuno dei componenti del gruppo più inclini a raspare che a lisciare la vita.

Personalmente ringrazio Chicco e Sandra per il lavoro di preparazione al viaggio al quale io ho ben poco contribuito; i contatti trovati, la scelta dei luoghi, le tariffe sempre modeste ,degne di operatori turistici professionali.

Infine una citazione speciale per come Chicco ha guidato il clima: lui si attribuisce abilità soprannaturali, per me è culo ma il risultato è quello che conta. E non ci possiamo proprio lamentare.

Resta solo una domanda: quale la prossima meta?

Questa lettera è stata scritta presumibilmente il 16 o 17 settembre e i riferimenti temporali interni vanno collocati in quel periodo:i processi del tribunale di Temuco, di cui si rende conto, sono due: quello per l’uccisione della coppia LuchsingerMackay (bruciati con la loro abitazione), con quattro imputati compresa la machi Linconao e quello per l’incendio di una chiesa con altri quattro imputati.

Il processo è stato un problema che ci fa molto preoccupare, soprattutto per il risultato finale, soprattutto a causa della pressione esercitata dai media, dagli agricoltori e dal governo, quest’ultimo per volere dare un segnale di giustizia nei confronti dell’opinione pubblica. Questa situazione può condurre alla condanna senza avere prove convincenti.
Siamo consapevoli che stiamo affrontando un processo politico e non un processo giudiziario, in cui
si mira a criminalizzare la causa mapuche e portarla sulla strada della violenza e del terrorismo, per giustificare la repressione, la persecuzione poliziesca e giudiziaria e mantenere la militarizzazione del territorio mapuche.

Nel trascorso sviluppo del processo, nella città di Temuco, ogni giorno comunità mapuche si riuniscono davanti al tribunale per dare sostegno ai nostri fratelli, poiché l’ingresso in aula è molto limitato, riservato solo ai parenti più diretti, quindi tutti gli altri restano fuori. Dobbiamo sottolineare la solidarietà degli studenti universitari e delle scuole superiori che accompagnano sempre il processo. Alle comunità mapuche non hanno permesso di essere presenti. A questo va aggiunta la mobilitazione nelle loro comunità, come l’occupazione del territorio di coloni e di imprese forestali, sbarramento di strade, occupazione di enti pubblici come CONADI (Istituto nazionale per lo sviluppo indigeno, ndr) a Temuco e Santiago.
A questo si aggiunge uno sciopero della fame che quattro mapuche stanno effettuando nel carcere di Temuco, da più di 100 giorni. La loro richiesta riguarda la non applicazione della legge antiterrorismo nei loro confronti. Essi sono accusati di bruciare chiese nei territori di comunità mapuche. La situazione sanitaria è molto grave, sono molto deboli.

A questo proposito si sono espresse molte organizzazioni mapuche e non mapuche. Due settimane fa fu occupata la cattedrale di Temuco. Gli occupanti furono sfrattati e messi a disposizione del tribunale. Per più di una settimana giovani studenti e comunità mapuche si sono stabiliti di fronte alla prigione di Temuco, per sostenere lo sciopero della fame. Lì ci siamo fermati giorno e notte a suonare strumenti musicali tradizionali per dare forza ai nostri fratelli imprigionati.
Dobbiamo sottolineare che i nostri fratelli imprigionati sono molto forti e decisi, convinti che prevarrà la loro forza e la loro convinzione a mostrare che non han preso parte ad un evento così grave. Durante il processo nella sua dichiarazione
la machi Francisca Linconao ha detto ai giudici che conosceva la famiglia Luchsinger Mackay da molto tempo, che sua sorella lavorava nella casa padronale e che ebbero sempre un buon rapporto di vicinato. Anche quando è stata consacrata come machi, essi han partecipato alla sua cerimonia. Ha anche detto al tribunale che dio la incaricò di fare il bene e guarire la gente e non ucciderla. Parole della machi.

Oggi si è conclusa la presentazione delle prove dell’accusa. La verità è che non ha dimostrato nulla di concreto. Mercoledì 20 settembre inizia la presentazione di prove da parte della difesa, c’è molta convinzione che ora si cominci a mostrare la verità di questo terribile crimine che si pretende scaricare sul popolo mapuche.
Abbiamo quattro persone Mapuche che sono accusate di aver bruciato una chiesa nella città di Padre Las Casas. Hanno passato più di 110 giorni in sciopero della fame e sicuramente andranno avanti.
Stanno chiedendo al governo che non si applichi la legge anti-terrorismo. A tutt’oggi il governo mantiene la misura, che non viene ritirata. È per questo motivo che Benito Trangol ha deciso di iniziare lo sciopero della fame totale, che certamente complica molto la sua salute. Dobbiamo segnalare che a lui oggi si sono aggiunte allo sciopero della fame altre quattro persone accusate di aver ucciso Luchsinger Mackay. In totale abbiamo 13 persone che sono in sciopero della fame, tutte detenute nelle prigioni delle città di Lebu, Temuco, Valdivia.

Denunciamo la persecuzione della polizia nei confronti di leader mapuche che sono stati arrestati in questo fine settimana. Otto persone sono state brutalmente picchiate e arrestate con l’accusa di aver bruciato più di un centinaio di camion. Si è fatto anche irruzione in molte comunità, sono entrati nelle case delle famiglie mapuche, hanno minacciato di morte coloro che sostengono gli scioperanti; agenti in borghese stanno entrando camuffati, presentandosi come funzionari del governo. Siccome i loro veicoli sono senza targa di identificazione, tutto ciò mette molta paura su come comportarsi con gli agenti di polizia in borghese. Le comunità mapuche stanno vivendo una repressione molto crudele. Questo momento può essere paragonato solo con ciò che si è vissuto durante la dittatura militare.
Alla fine della settimana scorsa, varie volte si sono avvicinati alla nostra casa sconosciuti che chiedevano di cose inesistenti e, dopo un dialogo con loro, ci siamo resi conto che erano della polizia e al vedersi scoperti se la sono rapidamente filata. Questo lo fanno per instillare la paura e il terrore nella nostra famiglia.

Solo un paio di mesi fa la presidente Bachelet aveva chiesto perdono al popolo mapuche per le atrocità commesse dallo Stato cileno verso il nostro popolo. Sembra un’ironia della sorte, perché ora in pratica ci stanno invadendo di nuovo con la polizia, armata fino ai denti, con procuratori e giudici che pretendono criminalizzarci per poter continuare a imprigionare molti leader. Sicuramente nei prossimi giorni ci saranno ulteriori arresti.
Nei prossimi giorni marceremo di nuovo nella città di Temuco, insieme con le famiglie dei prigionieri politici mapuche, esigendo dalle autorità che stabiliscano un dialogo con le famiglie dei detenuti e con i leader mapuche, per dare un esito politico e non giudiziario, esigendo
che la Presidente della Repubblica si assuma le sue responsabilità e non lasci nelle mani della polizia e dei giudici una questione politica storica che colpisce il nostro popolo da oltre 130 anni, da quando lo stato si è installato nel territorio mapuche.

Ci dispiace molto scrivere questo un po’ tardi, ma chiediamo la vostra comprensione, perché abbiamo avuto un sacco di lavoro per sostenere il processo, gli scioperanti e ora i leader che sono stati arrestati questo fine settimana. Qui le cose non stanno andando bene nelle nostre comunità, c’è un sacco di paura a uscire in strada, a sostenere le marce, perché ci sono molti interventi della polizia. Ci hanno appena avvisato che domani si avvia il processo contro i quattro mapuche che sono accusati, secondo la legge anti-terrorismo, dell’incendio di una chiesa. Questo implica che non è stata abbandonata l’applicazione della legge antiterrorista, quindi continuerà lo sciopero della fame. Ciò è molto spiacevole per il futuro e per la salute dei nostri fratelli che sono disposti a morire per questa ingiustizia.
Speriamo di continuare a scrivere in condizioni di libertà, ma sappiamo di essere ad un passo dal cadere nelle mani della polizia come tanti i nostri fratelli e di finir accusati di terrorismo e di altro, ma anche in questa situazione continueremo ancora a lavorare per la giustizia sociale del nostro popolo mapuche.

Un altro argomento da sottolineare è che i media hanno istituito un sistema di comunicazione che supporta i sindacati dei camionisti, appoggiati dalle imprese forestali per far pressione sul governo per ottenere sostegno all’estensione della repressione.

Non tutto ciò che abbiamo scritto è quello che accade oggi, ci sono molti altri problemi che stiamo vivendo.

Molti saluti a tutti i fratelli della Rete Radié Resch, specialmente ai fratelli di Brescia e attraverso loro a tutti gli amici e le amiche di tutta Italia.

Margot, José, Associazione Regionale Mapuche Folilko.