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Costruiamo Insieme una nuova Umanità

C’è bisogno di più umanità, l’obiettivo del diritto alla vita va perseguito, aprire il cuore e la mente,

prendere coscienza, portare aiuti ai bambini nel mondo, ammalati, che muoiono di fame e di sete.

C’è bisogno di più umanità, costruire ponti verso l’altro, aprire le frontiere, porte e porti,

mettersi al servizio di chi è in grave difficoltà nel mare, salvarli ci rende migliori, più umani e più forti.

C’è bisogno di più umanità, con umiltà praticare buone azioni, concrete e con generosità,

superare l’egoismo, per portare aiuti ai poveri, ai senza tetto, con una vera solidarietà.

C’è bisogno di più umanità, verso gli ammalati, sia garantito il diritto alla salute, ai vecchi e bambini con amore e semplicità,

prendersi cura e portare, un sorriso, una carezza e l’ascolto, donerà loro tanta serenità.

C’è bisogno di più umanità, aprirsi al mondo e avere una visione positiva nei confronti degli immigrati,

sono una risorsa sana, culturale e sociale per la società, per la famiglia umana e per noi tutti.

C’è bisogno di più umanità, saper dire no alla costruzione di armi e svuotare gli arsenali,

per riempire i granai, avere la pace sulla nostra madre terra e da mangiare per tutti.

C’è bisogno di più umanità, rispetto tra persone, ascoltare e ascoltarsi nella verità,

costruire buone idee, proposte e condividerle, per contribuire a migliorare la società e l’umanità.

C’è bisogno di più umanità, amare e amarsi tra persone, voler bene alla vita e a tutta l’umanità,

dialogare, collaborare, salvaguardando sempre la dignità di ogni persona, con pura onestà e sincerità.

C’è bisogno di più umanità, di uguaglianza per tutti i cittadini del mondo, di giustizia democrazia e di libertà,

in questa nostra bella e grande famiglia umana, ci sia unità, fratellanza, pace e serenità per tutti.

    antonio

 

Costruiamo insieme una nuova umanità di Moahmed BA

Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie, basate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica, religiosa o di genere.

Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di conservare i propri privilegi, sfruttano la forza di lavoro fisica ed intellettuale di migranti. A questo scopo, tali sistemi utilizzano le esorbitanti prerogative consentite dal potere arbitrario dello Stato-Nazione e dal sistema mondiale di dominazione ereditato dalla colonizzazione e dalla deportazione. Questo sistema è nel medesimo caduco, obsoleto e causa di crimini contro l’umanità. Per questo deve essere abolito.

Le politiche attuate dal sistema degli Stati-Nazione inducono a pensare che le migrazioni siano un problema ed una minaccia mentre costituiscono un fenomeno storico naturale, complesso certo ma che lungi dall’essere una calamità per i paesi di residenza, costituisce un contributo economico, sociale e culturale d’inestimabile valore.

L’immaginario collettivo ha bisogno di riconoscere nel migrante il lupo fautore di caos, instabilità ed insicurezza. Probabilmente questo giustifica che sia privati dei diritti civili basilari riconosciuti sul piano internazionale, meglio che rimanga imbavagliato ed apparire solo per colorare le pagine di cronaca nera.

Questo perverso e controproducente sistema non darà mai al cittadino gli strumenti giusti per stare nel mondo ma lo costringe a starne accanto. Cambiare questa prospettiva diventa necessario per una nuova rilettura del nostro metodo di gestione delle migrazioni, niente affatto impermeabile alle contaminazioni.

EUROPEO                                             AFRICANO

  • Lingua                                            Dialetto
  • Espatriato                                     Immigrato
  • Monumento antico                     Arte primitiva
  • Cervello in fuga                             Immigrato economico
  • Religione                                       Superstizione
  • Nazionalismi                                 Guerre tribali
  • Separatismi                                    Tensioni interetniche
  • Naturopatia                                   Stregoneria
  • Psicoterapeuta                             Ciarlatano

10-    Esploratori                                 Invasori

E’ tempo di cambiare, mutare ed accrescere la nostra prospettiva. Le parole sono il ponte, il nostro pensiero e coloro che guardiamo.

Occorre una nuova umanità capace di guardare e parlare all’umano che c’è in ciascuno di noi.

Ebrei contro l’occupazione. La corsa, così concepita, asseconda l’esigenza israeliana di presentare una facciata ripulita da violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali. In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione

Nel prossimo maggio lo Stato d’Israele compirà 70 anni. Se per molti ebrei la memoria del maggio ‘48 sarà quella di una rinascita portentosa dopo la Shoà e un’oppressione subita per molti secoli, i palestinesi vivranno lo stesso passaggio storico ricordando con ira e umiliazione la Nakba, la “catastrofe”: famiglie disperse, esistenze spezzate, proprietà perdute, il tragico inizio dell’esodo di una popolazione civile di oltre settecentomila persone.

Molto problematica è in particolare oggi la situazione di Gerusalemme, città che Israele, dopo averne annesso la parte orientale, celebra come “capitale unita, eterna e indivisibile”. Tale statuto, oltre a non essere riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali, secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziati fra le parti in causa. Gerusalemme Est resta quindi, secondo le norme internazionali, una città occupata con i suoi 230.000 ebrei che vi abitano in aperta violazione delle suddette norme.

A rafforzare la pretesa del governo israeliano su Gerusalemme e a infliggere l’ennesima pugnalata al già moribondo processo di pace è calata nel dicembre 2017, come un colpo di maglio, l’iniziativa di Donald Trump di riconoscere ufficialmente la città quale capitale dello Stato d’Israele: una decisione che ne trascura completamente la complessità simbolica, ne ignora la natura molteplice e la condizione giuridica, obliterando l’esistenza dei suoi residenti arabi palestinesi (quasi 350.000, tre quarti dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, privi del diritto di acquistare terreni, costruire o ingrandire le proprie abitazioni – da cui spesso, anzi, vengono scacciati – e di prendere parte alle elezioni in Israele).

L’amministrazione americana ha già annunciato che trasferirà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme proprio in coincidenza con il 70° “Giorno dell’indipendenza”, una “scelta che” ha commentato il primo ministro Netanyahu lo “trasformerà… in una celebrazione ancora più significativa”.

Ma un’altra iniziativa concorrerà, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, a rendere memorabile la ricorrenza: la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme. A pretesto e giustificazione di questa scelta, la volontà di onorare la memoria di Gino Bartali che ha trovato un posto nel “Giardino dei giusti” di Yad Vashem, nel 2013, grazie alla sua opera di salvataggio – peraltro non così ben documentata – di alcuni ebrei fra il ’43 e il ’44.

È invece indubbio il finanziamento che riceverà la RCS insieme alla sua “Gazzetta dello Sport” grazie a tale operazione: 12 milioni di euro, più altri 4 offerti agli organizzatori dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele che afferma (da “Nena News”, 20 novembre 2017): “Questa storica Grande Partenza della 101esima edizione del Giro ci permetterà di presentare il nostro paese a oltre cento milioni di spettatori tra quelli collegati via televisione e presenti lungo le strade”.

E gli fa eco Yariv Levin, ministro del Turismo israeliano: “Come parte di una rivoluzione nel marketing, che vede Israele quale destinazione turistica e per il tempo libero, stiamo portando il Giro d’Italia nel nostro paese”.

Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport.

A proposito di agende, in quella della prevista kermesse gerosolimitana figura, dal 13 al 15 maggio, la “Marcia delle nazioni: dall’Olocausto alla nuova vita”. Stando al testo del programma, si prevede che si raccolgano a Gerusalemme migliaia di cristiani provenienti da tutti i paesi per prendere parte a un convegno speciale. “Insieme con israeliani di ogni segmento della società, le masse dei credenti in Cristo marceranno dalla Knesset al Monte Zion e recheranno onore ai sopravvissuti dell’Olocausto, dimostrando pubblicamente che le nazioni si ergono a fianco d’Israele per dire ‘No!’ all’antisemitismo.”

Infine, ciliegina sulla torta, è del 16 marzo la notizia che la Commissione giustizia della Knesset sottoporrà, nelle prossime settimane, al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democratico” dal suo statuto e facendo in tal modo, finalmente, “chiarezza” sulla propria natura: sempre, è ovvio, per festeggiare il 70° anniversario.

Tale passaggio sancirà, ancora definitivamente, l’esclusione dai diritti dei non ebrei residenti in Israele e faciliterà alle istituzioni preposte il compito di sbarazzarsi innanzitutto dei palestinesi ma anche degli immigrati non graditi.

Legittimando e rendendo irreversibile l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, l’intera operazione intorno al 70° anniversario della nascita d’Israele viola la legge internazionale e affossa forse definitivamente il processo di pace.

In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione. Ci rivolgiamo quindi a coloro che hanno ancora a cuore tali valori perché respingano un’operazione così dannosa per gli ebrei e tanta parte di umanità, chiedendo a ciascuno, con un atto di responsabilità personale, di sottoscrivere la nostra denuncia.

*** Bruno Segre, Susanna Sinigaglia, Stefano Sarfati, Anna Farkas, Carla Ortona, Stefania Sinigaglia, Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Joan Haim, Miriam Marino, Paola Canarutto, Sergio Sinigaglia, Marco Ramazzotti, Fabrizio Albert, Marina Ascoli, Guido Ortona, Giovanni Levi, Simona Sermoneta, Shmuel Gertel, Giorgio Segrè, Bruno Osimo, Ester Fano, Renata Sarfati, Irene Albert, Paolo Amati, Dino Levi, Barbara Agostini, Ferruccio Osimo, Lavinia Osimo, Antoine Dubois, Daniel Magrizos, Marina Morpurgo

Per adesioni: brunosegre@tiscali.it

Giro ciclistico d’Italia 2018 in Israele
Sulla Gazzetta dello Sport del 18/9/2017 è scritto:
“Segnatevi questa data: il 4 maggio 2018. Per la prima volta nella storia, un giro partirà
fuori dai confini del Vecchio Contenente”.
Maggio per i palestinesi, è il mese delle memorie: memoria di massacri, di distruzioni, di
espulsione, negazioni d’appartenenza e spogliazione storica e culturale. Ai palestinesi è stato
detto: su questa terra nascerà uno Stato di zecca chiamato “Israele”.
Ma l’album della storia di Israele manca di immagini:
Immagini di deportazione ed espropriazione.
Immagini di case vuote ed immagini di immigrati ebrei, che le abitano.
Immagini di villaggi seppelliti nelle visceri della terra.
Immagini di palestinesi considerati totalmente “Assenti”.
Il giro ciclistico d’Italia in Israele è dedicato alla memoria di Gino Bartali, uomo nobile e
giusto “tra le Nazioni”. Con la sua bicicletta ha percorso strade e risalito monti, portando
documenti a rischio della propria vita, per salvare i perseguitati dai nazisti, proprio quando
in quegli anni, gli eventi erano orrendamente noti e risaputi da molti Occidentali che
giravano la faccia dall’altra parte.  (leggi tutto)

“Vogliamo la resa piena e incondizionata” del partito Repubblicano al governo. Non usa mezzi termini il leader delle proteste Nikol Pashinyan durante il discorso alla folla riunita in piazza della Repubblica a Yerevan, la capitale dell’Armenia. Dopo dieci giorni di manifestazioni pacifiche e dopo le dimissioni del premier Serzh Sargsyan, accusato di aver trasformato il Paese in uno stato autoritario, gli oppositori chiedono le dimissioni in blocco del governo. E la nomina di un “candidato del popolo“. Respinta invece l’offerta di andare subito al voto: “Vogliono le elezioni anticipate mentre un rappresentante del partito Repubblicano resta in carica come primo ministro ad interim“, ha denunciato Pashinyan su Facebook. “Ma sappiamo quale sarà il risultato di una tale elezione”. Il leader della fazione di opposizione Elk ha incontrato gli ambasciatori dei paesi membri dell’Ue e ha annunciato che presto vedrà i rappresentanti di Russia e Stati Uniti.

Chi è Serzh Sargsyan – La scintilla che ha acceso il movimento rivoluzionario in Armenia è stata la nomina a premier, il 17 aprile, di Serzh Sargsyan, considerato vicino a Vladimir Putin. Una mossa giudicata autoritaria dall’opposizione, perché l’uomo ha già ricoperto per due volte la carica di presidente (la prima nel 2008 e la seconda nel 2013). Per aggirare il limite costituzionale dei due mandati, Sargsyan ha promosso nel 2015 un referendum per trasformare il paese in una repubblica parlamentare dando maggiori poteri alla figura del primo ministro. Poi è arrivata la nomina proprio per quel ruolo che aveva contribuito a rafforzare. Tutto ciò nonostante avesse assicurato di voler rendere più democratico il sistema politico dell’Armenia e l’annuncio che non si sarebbe più ricandidato.

La “rivoluzione di velluto” – Dieci giorni fa Pashinyan aveva promesso che presto il “regime” di Sargsyan sarebbe crollato. Ma senza spargimenti di sangue. A quel punto è iniziata la “rivoluzione di velluto“, con una serie di manifestazioni non violente in tutto il Paese. Giorno e notte le strade di Yerevan sono state bloccate dagli oppositori. La polizia ha fermato centinaia di persone che hanno aderito alle proteste. Persino diversi agenti delle forze dell’ordine e dell’esercito sono scesi in piazza per far sentire la propria voce, come ha rivendicato lo stesso Pashinyan. Ma domenica 22 aprile la situazione sembrava sul punto di esplodere: dopo un acceso botta e risposta televisivo fra i due antagonisti, il premier ha chiesto e ottenuto il fermo per Pashinyan e per altri due leader dell’opposizione, Ararat Mirzoyan e Sasun Mikaelyan.

Le dimissioni del premier – La svolta è arrivata con la visita in carcere del numero due del partito Repubblicano, Karen Karapetyan, che ha parlato direttamente con Pashinyan. Subito dopo, gli eventi hanno subito un’accelerazione. I fermi non sono stati convalidati, Sargsyan ha dato le dimissioni e Karapetyan è stato nominato primo ministro ad interim. “Eseguo il vostro volere, auguro la pace al nostro Paese”, ha detto Sargsyan rivolgendosi ai manifestanti di Yerevan, dando l’annuncio del suo ritiro. Una decisione inaspettata, ma necessaria per evitare una escalation delle violenze.

Le reazioni internazionali – Dopo le dimissioni di Sargsyan, dalla Russia sono arrivate parole di elogio per la “grandezza dimostrata dal popolo armeno”, come ha dichiarato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri. Il Paese mediorientale è un’ex repubblica sovietica ed è decisivo per l’equilibrio della Regione. Il Cremlino finora ha cercato di non intervenire negli scontri nel Paese, definendoli un “affare interno”. Ma non è sfuggito l’avvertimento del capo della commissione Esteri della Duma, Leonid Slutsky: “L’Armenia resterà comunque un alleato strategico della Russia”. Sulla vicenda sono intervenuti anche gli ambasciatori dei paesi Ue, che hanno incontrato Pashinyan per ascoltare le sue posizioni, e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il quale ha incoraggiato “tutti gli attori a continuare ad esercitare moderazione e dare priorità al dialogo”.

Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2018

Sette punti. Un’agenda strutturale sui migranti, ispirata agli appelli di papa Francesco, che va dalla riforma della legge sulla cittadinanza e all’introduzione di nuove modalità d’ingresso in Italia, fino alla regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”, all’abrogazione del reato di clandestinità, passando per l’ampliamento della rete Sprar, la valorizzazione e la diffusione delle buone pratiche unite all’effettiva partecipazione alla vita democratica dei migranti.

È un appello alle forze politiche, quello di diciannove enti e associazioni cattolici che hanno elaborato un documento da sottoporre ai candidati delle prossime elezioni. Un piano di azioni precise sottoscritto finora da Acli, Agenzia Scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo (Ascs onlus), Associazione Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica, Centro Astalli, Centro missionario francescano onlus (Ordine dei Frati minori conventuali), Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), Comboniani, Comunità Sant’Egidio, Conferenza Istituti missionari italiani, Fcei (Federazione chiese evangeliche italiane), Federazione Salesiani per il sociale, Fondazione Casa della carità, Fondazione Somaschi, Gioventù operaia cristiana (Gioc), Istituto Sturzo, Movimento dei Focolari Italia, Paxchristi, Uisg (Unione internazionale delle Superiori generali) che da oggi potrà essere fatto proprio anche da tutti coloro che vogliono affrontare il tema delle migrazioni in un’ottica complessiva.

Punto primo: riformare la legge sulla cittadinanza. «Non possiamo più stare zitti», esordisce il presidente della Fondazione Casa della carità don Virgilio Colmegna presentando la prima necessità messa in agenda. In Italia stiamo portando «avanti scelte coraggiose sulle migrazioni, frutto della fecondità del Vangelo – sottolinea – buone prassi di partecipazione e inclusione, tanta produzione di sapienza che si scontra con l’arretratezza burocratica che sta dietro la domanda di umanità». Per questo non è più rinviabile, secondo il cartello di associazioni cattoliche, un provvedimento che «sani queste contraddizioni». In Italia, infatti, ci sono «900mila ragazzi nati da genitori stranieri e cresciuti nel nostro Paese, italiani di fatto ma non di diritto, che vivono una cittadinanza dimezzata», gli fa eco Antonio Russo, responsabile welfare delle Acli, per cui si tratta di «una riforma urgente, una riforma di civiltà».

 

Altro nodo cruciale è quello degli ingressi in Italia, con l’introduzione di nuove modalità che non li costringano a chiedere l’asilo. Andare oltre, per la responsabile immigrazione di Sant’Egidio Daniela Pompei che ricorda l’esperienza positiva dei corridoi umanitari attivati insieme alla Cei e alla Fcei, significa «una rapida riattivazione dei canali ordinari d’ingresso che ormai da anni sono pressoché chiusi», a cominciare da un immediato ritorno del decreto flussi, per arrivare fino a proposte più ampie come «il permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e la reintroduzione del sistema dello sponsor».

Terzo punto, la regolarizzazione di quegli stranieri che dimostrano di avere un comprovato percorso d’integrazione. Così, citando le esperienze in corso in Germania e in Spagna, «si riconoscerebbe sia l’impegno dei migranti che di chi ha predisposto per loro un percorso d’inclusione », sottolinea la referente immigrazione del Movimento dei Focolari Flavia Cerino, per cui è importante formare questi giovani anche nelle professioni che mancano nel nostro mondo del lavoro.

Nulla sarebbe possibile tuttavia – questo il quarto punto – senza l’abrogazione del reato di clandestinità che ha dimostrato di essere «ingiusto, inefficace e controproducente ».

L’accoglienza di qualità invece – dicono le 19 realtà – presuppone l’ampliamento della rete Sprar con l’obiettivo – ricorda padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, affrontando il quinto punto del documento – «di riunificare nello Sprar l’intero sistema creando un unico percorso di accoglienza integrata e diffusa» ponendolo sotto «l’effettivo controllo pubblico». Un sistema che va ampliato, perché è un modello di «responsabilizzazione della società».

Le buone pratiche diffuse sul territorio, che si propone di raccontare in un osservatorio e replicare il più possibile, hanno dimostrato che un’altra faccia dell’accoglienza è possibile. Lo ricordano don Claudio Gnesotto, presidente Ascs onlus, e don Giovanni d’Andrea, presidente Salesiani per il sociale, citando il caso degli oratori diventati momenti d’inclusione per i minori non accompagnati, come pure il servizio civile nazionale oppure l’esperienza della Casa Scalabrini 634.

Ultima, ma non per importanza, la necessità di un’effettiva partecipazione alla vita democratica per i migranti, prevedendo l’elettorato attivo e passivo alle amministrative per i lungo-soggiornanti. Il modo in cui affrontiamo il fenomeno migratorio, è quindi la conclusione del presidente di Azione Cattolica Matteo Truffelli, «ci dice che tipo di società vogliamo essere: con lo sguardo indietro, chiusa e paurosa, destinata ad essere travolta dalla storia, oppure con lo sguardo dritto ai problemi, trasformandoli in risorse e opportunità ». L’agenda verrà presentata ai politici il 20 febbraio a Milano e il 26 febbraio a Catania. Tra i primi ad aver sposato i sette punti la deputata Milena Santerini, per cui «in tempo di muri, queste associazioni costruiscono ponti verso i migranti».

Avvenire 9 febbraio 2018

Sotto richiesta di diffusione dalla Rappresentanza  Internazionale del Movimento delle donne curde e da UIKI-Onlus condividiamo la chiamata rivolta anche a organizzazioni femministe, collettivi e associazioni di donne, giuriste, avvocate, accademiche, giornaliste per la partecipazione il 15 e 16 Marzo 2018 alla importante Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli,  a Parigi. 

L’iniziativa, preceduta e seguita da due conferenze stampa internazionali, durerà due giorni. E’ prevista la partecipazione di molte personalità del mondo accademico di fama mondiale. La sezione avrà le traduzioni in inglese, francese, italiano, turco e curdo.

L’importanza delle sentenze, con la discussione del Caso di Parigi e dell’omicidio politico delle tre attiviste curde Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez, vede come fondamentale la presenza e partecipazione di attiviste, giornaliste, accademiche, giuriste, filosofe del diritto. Il verdetto emesso dal Tribunale dei Popoli potrebbe portare ad un esito storico da rimandare alla giurisdizione sovranazionale.

All’interno della due giorni è attesa la creazione di un Osservatorio Internazionale per la continuazione dei lavori. Qui accademiche e intellettuali potranno essere coinvolte nei lavori di fondazione.

L’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici (IADL), l’Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia ed i Diritti Umani nel Mondo (ELDH), l’organizzazione MAF-DAD stanziata in Germania composta da Avvocati tedeschi e curdi, e l’Istituto Curdo di Bruxelles, sono gli organizzatori del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP).

Il programma delle giornate

Introduzione. Storia del conflitto: con testimoni d’eccezione. Sotto il profilo dei diritti culturali, dei diritti delle donne dei diritti politici e delle risorse economiche.

Sessione II. Terrorismo di Stato: sentenza di attestazione di crimini di guerra: l’analisi della situazione interna alla Turchia per i coprifuochi di Cizre, Diyarbakir, Sirnax, la violenza contro le donne e  riferimenti all’invasione esterna in corso nello scenario geopolitico siriano.

Sessione III: Il caso di Parigi: l’assassinio di Sakine Cansiz, Fidan Dogan  e Leyla Saylemez. Testimonianze. Prove, fatti, evidenze.

il programma sopra sinteticamente delineato, è disponibile intero in lingua inglese qui

Rilevanza dell’adesione e contatti

La partecipazione è importante, anche alla luce dei massacri che l’esercito turco sta commettendo nella regione di Afrin in Siria. È possibile partecipare tramite la registrazione della presenza al Tribunale. Le conferme sono da inviare entro il 27 Febbraio.

Per ulteriori informazioni di contatto: 

uikionlus@gmail.com

RELAZIONE MISSIONE A BRUXELLES
Inizio ringraziando i miei genitori perché senza di loro non avrei avuto la possibilità di
fare questa entusiasmante esperienza, ma li ringrazio soprattutto per la sensibilità
che mi hanno trasmesso, facendomi crescere in un ambiente aperto al diverso, dove
il diverso non è temuto anzi cercato, dove l’attenzione per i più deboli è costante. Non
farò un diario di viaggio, non racconterò cosa abbiamo fatto visto e osservato giorno
per giorno, vi parlerò piuttosto delle mie sensazioni, impressioni ed emozioni di questi
tre giorni di missione a Bruxelles. Sono stati tre giorni intensi, abbiamo dormito molto
poco e assorbito moltissime informazioni. Siamo stati ospiti dell’onorevole Cécile
Kyenge, persona squisita molto disponibile e attenta a captare le considerazioni e i
commenti di tutti. Il gruppo di italiani da Lei invitati si è rivelato molto eterogeneo ed
è stata la cosa più bella: ci siamo trovati a discutere, parlare, scambiarci opinioni
consigli e punti di vista tra perfetti sconosciuti. Sebbene ci fosse chi apparteneva al
settore pubblico, chi al privato e chi al no-profit è stato una contaminazione tranquilla
e molto positiva, come se ci conoscessimo da tempo. Si è creata fin da subito una
sintonia che ha permesso l’accrescimento reciproco apportando conoscenze
tecniche, ideologiche, comportamentali, tutto ciò accomunato da un grande,
grandissimo filo conduttore il Continente Nero.
In un primo momento ci è stato illustrato il nuovo strumento a sostegno degli
imprenditori, essenzialmente rivolto al settore privato quindi, che investiranno in
Africa. Dopo la puntuale spiegazione su metodi, vantaggi e prospettive di questa
innovazione, il dibattito si è focalizzato sul dubbio sollevato essenzialmente dai
rappresentanti di ONG e piccole associazioni: la paura che incentivando questo tipo
di sviluppo locale si possa provocare una nuova colonizzazione fatta di soprusi,
sfruttamenti e ingiustizie. Sarà necessario quindi mettere ben in chiaro che oltre
all’investimento in strutture, macchinari e opere civili, gli imprenditori dovranno dare
prova di impattare positivamente anche nella società, nella crescita personale degli
Africani, nello sviluppo di un’economia sostenibile fatta di collaborazione,
cooperazione, dialogo e non di decisioni impartite unilateralmente, frutto di decisioni
volte unicamente alla massimizzazione del profitto.
In un secondo momento il nostro piccolo gruppo della circoscrizione italiana nord est
si è unito a centinaia di altre persone provenienti da tutto il mondo: abbiamo assistito
a dei discorsi introduttivi del presidente dell’EU Tajani e di alti rappresentati di stati
Africani ed Europei: tutti insieme per costruire un nuovo modo di creare partnership
tra EU e Africa, scambi volti alla crescita reciproca. Si sono susseguite molte
conferenze dove tutti hanno sostenuto la tesi che la forza innovatrice deve partire dalle
persone del luogo, le quali poi possono e devono essere aiutate da istituzioni
europee ovviamente scongiurando una seconda colonizzazione anzi con l’obiettivo
principe di sostenere la crescita di tutte le persone locali. Mi ha particolarmente
colpito il discorso fatto da una ragazza giovane, credo avesse poco più di vent’anni,
durante il quale ha espresso un concetto semplice ma allo stesso tempo significativo.
Si parlava di erasmus, di dare la possibilità a giovani africani di venire in Europa a
formarsi, di apprendere quanto più possibile e poi tornare nei loro paesi. Lei ha
affermato invece, andando controcorrente, che non le importa di andare via dal suo
Paese, Lei vuole avere l’opportunità di studiare, raggiungere un alto livello di
formazione nel suo Stato natale: non vuole essere un unico incubatore di conoscenze,
vorrebbe invece che tanti avessero la possibilità di accrescere i propri bagagli culturali
riuscendo così a stimolare i dialoghi, dibattiti ed aumentare in modo generalizzato il
livello di “upper alfabetizzation” della popolazione intera.
Non voglio dilungarmi troppo, concludo dicendo che entrare nei palazzi dell’Unione,
stare a fianco a fianco con deputati, collaboratori e lavoratori che si dedicano così
intensamente e con dedizione a ideare e mettere poi in atto delle politiche, in questo
caso a sostegno dell’Africa, mi fa riflettere sul sentimento anti europeo che sta
prendendo piede anche in Italia. Io credo che l’EU non sia un’unione ancora matura,
ma che sta già facendo molto in diversi fronti. Sono convinta che la strada sia quella
di concedere sempre più campo d’azione all’Unione, anche se questo può
rappresentare una limitazione alla sovranità degli stati nazionali perché solo insieme
si possono ottenere delle vittorie che singolarmente sarebbero impensabili.
Laura Corletto

tribunale permanente dei popoli

SESSIONE SUI DIRITTI DELLE PERSONE MIGRANTI E RIFUGIATE (2017-2018)

Udienza di Palermo, 18-20 dicembre 2017

E-mail:ppt@permanentpeoplestribunal.org
www.permanentpeoplestribunal.org

Giuria

Carlos Martín Beristáin (Spagna)
Luciana Castellina (Italia)
Donatella Di Cesare (Italia).

Franco Ippolito (Italia)
Francesco Martone (Italia)
Luis Moita (Portogallo)
Philippe Texier (Francia)

ACCUSA

La circostanza che le violazioni dei diritti fondamentali di singole persone costrette a lasciare il proprio paese siano diventate tanto frequenti e prive di una qualsiasi sanzione giuridica, tale che ne possa impedire la reiterazione, hanno permesso di individuare un «popolo migrante».

Un «popolo» dotato di una sua specifica connotazione, come è emerso da numerose testimonianze e da rapporti concordanti, come quelli delle Nazioni Unite, di MEDU e di Amnesty International, esaminati nel corso della recente sessione di Palermo del Tribunale Permanente dei popoli.

Questo Tribunale può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo. I materiali probatori raccolti, la ricostruzione dei fatti e la qualificazione delle responsabilità possano avere però un riscontro anche nelle sedi giudiziarie ordinarie, fino ai gradi più alti della giurisdizione internazionale, nel rispetto dei principi e delle garanzie dello stato di diritto.

Il diffuso populismo giudiziario, emerso nelle indagini contro le Ong, e la timidezza dei giudici costituzionali nell’affrontare le questioni di compatibilità delle normative e delle prassi in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare, come nel caso dei cd. “respingimenti differiti” disposti dai questori in assenza di un effettivo controllo giurisdizionale, costringono a riflettere sulla reale portata dei diritti fondamentali riconosciuti alla persona migrante, ed in qualche modo anche sugli spazi di agibilità democratica che rimane a chi opera quotidianamente nel campo della solidarietà, oggetto di vere e proprie campagne di criminalizzazione.

Quando sarà pubblicata l’imponente mole di testimonianze e rapporti raccolti durante la sessione del Tribunale permanente dei Popoli di Palermo , si potrà verificare sino in fondo la complicità del governo italiano e degli stati europei nei crimini contro l’umanità commessi in Libia e nelle acque internazionali ai danni dei migranti. Non soltanto una responsabilità per omissione, ma una responsabilità ancora più grave per avere deliberato accordi ed interventi, ed adottato misure operative, nella piena consapevolezza delle conseguenze che si sarebbero scaricate sulle persone bloccate in mare, riportate a terra dalla Guardia costiera libica ed intrappolate a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici.

Dai lavori del Tribunale dei Popoli è emerso come la distinzione in Libia tra centri governativi e centri informali non regga più, e come anche nei centri visitati, magari una volta al mese, da funzionari ONU, anche lì, non appena finiscono le visite, riprendono gli abusi e le richieste estorsive. Come è emerso anche quanto sia precaria ed esposta ai trafficanti la sorte di quella esigua minoranza di persone che ricevono dall’UNHCR la certificazione di rifugiato, ma non godono in Libia un alcuno status legale, considerati sempre come migranti “illegali”.

La questione della giurisdizione in acque internazionali appare profondamente mutata dopo la recente dichiarazione delle autorità libiche di Tripoli che rinunciano alla istituzione di una zona SAR libica richiesta all’IMO (Organizzazione internazionale marittima) nei mesi successivi alle intese del 2 febbraio scorso tra Italia e Tripoli, ma mai accolta per assenza di requisiti. Oltre ad essere significativa per gli sviluppi futuri, quanto dichiarato adesso dall’IMO e dal governo libico confermano uno scenario che era stato identificato dalle denunce degli operatori umanitari, ma che il governo italiano aveva pervicacemente negato. Non esisteva, non è mai esistita una zona SAR libica, e dunque le autorità italiane hanno concluso accordi ed attuato prassi operative con uno stato che al di là delle proprie acque territoriali (12 miglia dalla costa) non poteva garantire alcun intervento di ricerca e soccorso in conformità alle norme imposte dalle Convenzioni internazionali.

I comandi di “stand by”  impartiti dal Comando centrale della Guardia costiera (MRCC) alle navi umanitarie che potrebbero intervenire con immediatezza in acque internazionali, e la “chiamata” alle autorità libiche, designate in un secondo momento come “Autorità Sar responsabile”, implicano scelte che corrispondono negli effetti ad un vero e proprio respingimento collettivo, attuato dalle autorità italiane in concorso con gli assetti europei presenti in acque internazionali.

Occorre sospendere gli accordi con il governo di Tripoli, e con gli altri governi che non rispettano i diritti umani. Vanno riaperti canali sicuri e regolari in Europa per rifugiati e migranti, anche attraverso il reinsediamento, l’asilo umanitario e i visti umanitari, il ricongiungimento familiare, la mobilità dei lavoratori per livelli di competenza e visti di studio; il diritto di richiedere asilo in qualsiasi circostanza, anche nei centri Hotspot, deve essere assicurato.

Occorre garantire che le politiche e le prassi di controllo delle frontiere dell’UE proteggano le persone e i loro diritti, e non abbiano lo scopo esclusivo, peraltro del tutto vano, di fermare i movimenti migratori. Saranno questi gli impegni per i quali continueranno a battersi nei prossimi mesi le centinaia di associazioni che hanno chiesto la sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli.

Fulvio Vassallo Paleologo

* Adif ( Associazione Diritti e frontiere)
Esponente della Requisitoria finale nella sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCEDIMENTO

I. Origini di questa Sessione
Tutta la lunga e intensa storia del Tribunale Permanente dei Popoli (www.permanentpeoplestribunal.org) – finalizzata, dalla sua fondazione nel 1979 a Bologna, a essere strumento al servizio dei popoli, per il riconoscimento, la restituzione, l’affermazione dei diritti e la denuncia delle loro negazioni, violazioni e mancanza di protezione da parte delle giurisdizioni delle istituzioni nazionali e internazionali – costituisce il retroterra di questa Sessione i cui obiettivi e la cui metodologia di lavoro coincidono in modo esemplare, e drammaticamente attuale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Algeri,1976), che rappresenta lo statuto sostanziale e la stessa legittimazione del TPP:
– essere tribuna di visibilità, presa di parola, restituzione della piena dignità di soggetti di diritto alle vittime di violazioni;
– partecipare, con gli strumenti del diritto, alle lotte per la ricerca e l’affermazione, concreta e di principio, dell’autodeterminazione nell’accesso e nell’esercizio dei diritti fondamentali previsti nel diritto internazionale;
– identificare e denunciare i vuoti del diritto esistente e delle sue derive storiche e istituzionali, nei valori di riferimento e nelle pratiche, in vista di una sua riformulazione, prioritaria e urgente, per essere garante di vita e dignità per individui e popoli emarginati e relegati alla condizione di espulsi, vittime nelle realtà nazionali e globali controllate da poteri forti, capaci di sottrarre la legalità a qualsiasi controllo di legittimità sostanziale e gli esercizi del potere a qualsiasi giurisdizione che abbia come riferimento il rispetto sostanziale dei diritti umani.

Il lungo e articolato atto di accusa presentato da più di 100 associazioni e organizzazioni internazionali nella richiesta di Sessione recepita dal TPP nella Sessione inaugurale di Barcellona il 7-8 luglio 2017, fotografa efficacemente la trasformazione tragica di uno dei diritti fondanti della democrazia e della convivenza civile, il migrare, in un delitto che esprime in maniera emblematica la fase politica, giuridica e culturale che vive l’Europa: il capovolgimento delle gerarchie, valoriali e operative, che con accelerazioni progressive negli ultimi anni, ha visto la marginalizzazione delle categorie costitutive del diritto costituzionale e internazionale, in nome di politiche securitarie dominate e dipendenti da interessi economici e finanziari, con produzione di scenari generalizzati di emergenza e di guerra, al di là di quelli delle guerre armate.

In questo quadro globale, i “migranti”, nelle più diverse regioni e per le più diverse cause, non sono più una realtà sporadica, frammentata, senza identità o definibile secondo luna o laltra categoria amministrativa: possono essere solo definiti come un vero e proprio popolo, trasversale e trasversalmente portatore di un’identità, che non può essere descritta o attribuita, al negativo, come assenza di appartenenza ad uno Stato, ma esige il riconoscimento di un diritto positivo, fondato sulla sussistenza di una realtà nuova, espressione, apparentemente provocatoria, ma ineludibile, di una civiltà di diritto a misura della realtà di oggi e del futuro.
La rilevanza specifica di questa Sessione è ulteriormente rappresentata dal fatto che le domande poste dal popolo dei migranti, con la tragicità cronica dei morti e delle negazioni di dignità, sono formulate alle frontiere e nel cuore stesso di quell’Europa che di dichiara da sempre culla e garante dei diritti umani.
Da tutto ciò deriva l’urgenza di una tribuna per il popolo dei migranti, che formula, per un verso, 
una domanda di identità non semplicemente umanitaria, ma di cittadinanza piena, e per altri verso, costituisce un interpello di verifica per la stessa Unione europea e per i suoi Paesi membri, a cominciare dall’Italia della loro capacità di democrazia legittima, in quanto concretamente garante universale dei diritti umani.

II. Quadro operativo della Sessione

Secondo il programma definito a Barcellona, il percorso del TPP si articola in una serie di hearings, tra loro complementari, che esplorano in modo specifico, ma con criteri comparabili, il quadro delle violazioni dei diritti umani e dei popoli che si verificano nelle diverse aree del complesso quadro geopolitico e istituzionale delle migrazioni, per documentarne esistenza, gravità, responsabilità e per identificare piattaforme e percorsi di resistenza e di innovazione nella definizione di risposte giuridicamente, socialmente, culturalmente necessarie e praticabili.
Come previsto dal suo Statuto, il TPP ha convocato la Sessione di Palermo sulla base di una richiesta di una straordinaria molteplicità di espressioni della società civile, attive in modo autonomo nel campo delle migrazioni in Italia. A partire dalla realtà di Palermo (con funzioni di coordinamento operativo, insieme con la segreteria del TPP) e delle altre espressioni siciliane più coinvolte nella
frontiera” meridionale, sono ben 95 le organizzazioni nazionali che si sono rivolte al TPP.
L’atto di accusa è stato notificato, secondo le modalità e i tempi previsti nello Statuto del TPP, alle competenti autorità dell’UE e del Governo Italiano (al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno), con l’invito a partecipare alle udienze pubbliche del TPP, esercitando, nelle modalità da essi scelte, il diritto di difesa .
Le udienze pubbliche del TPP, si sono svolte secondo il programma. Secondo statuto, in assenza dei rappresentanti dell’UE e della Repubblica italiana le posizioni istituzionali rispettive, sono state documentate attraverso una ricognizione accurata dei documenti ufficiali, fino ai più recenti del mese di novembre, e messe a disposizione della Giuria al termine delle sedute pubbliche.

La sessione del TPP di Palermo è stata resa possibile grazie ad una serie molto diffusa di donazioni dalle organizzazioni che hanno sottoscritto la richiesta al TPP (con un particolare contributo da parte della Rete Radie’Resch, e di un collettivo Donne per I Diritti di Lecco), la ospitalità del Centro Diaconale “La Noce”, Istituto Valdese, e del Plesso Didattico Bernardo Albanese, e soprattutto grazie il lavoro di volontarie/i, che lungo settimane hanno garantito tempo e disponibilità. La parte fattuale sarà oggetto della redazione definitiva.

MOTIVAZIONE DELLA DECISIONE

III. Dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate, emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio, dalle condizioni nei luoghi d’origine, al viaggio, alla permanenza nei campi prima di cadere nelle mani di trafficanti, poi nel corso della traversata in mare. Chi viene respinto entra nell’inferno dei campi di detenzione legali o informali. Chi eventualmente arriva sul territorio italiano, termina in un hotspot, dove le sue possibilità di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato sono affidate al caso o alla fortuna.
Da quanto esposto in precedenza risulta evidente come la responsabilità sia frantumata. Di questa frantumazione si fa spesso un profitto intenzionale. Diventa perciò difficile indicare con precisione chi è il colpevole, chi deve rispondere. L’opinione pubblica ne viene disorientata. La concatenazione, la sequela, è talmente lunga, complicata, occulta, che quasi sempre si perde il nesso. Questo non permette di risalire a chi ha le maggiori responsabilità e spinge invece a fermarsi agli aguzzini più manifesti e ovvi, ad esempio le guardie libiche, ai “trafficanti” o agli “scafisti”, figure di quella zona grigia di cui spesso, loro malgrado, fanno parte gli stessi migranti. Le testimonianze sugli “scafisti forzati” sono state particolarmente significative. I cittadini dei paesi europei si sentono perciò del tutto sollevati da ogni responsabilità. Per un perverso meccanismo, oramai frequente, vengono rovesciati i ruoli della vittima e del persecutore. Il migrante viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati. La migrazione viene infatti vista come una devianza. Colpevoli sono eventualmente gli aguzzini libici, egiziani, tunisini, ecc. La colpa, però, si arresta ai confini africani o alle acque internazionali. Quasi a ribadire che sono loro i soli colpevoli. Al di là di quei confini sembra che nessuno sia colpevole. Tanto meno i governi dei paesi europei e dell’UE. Lasciar morire in mare, nei campi di internamento, lasciar compiere ogni sorta di violenza, è colpa.
Decisivo in tale contesto il ruolo dei media. Sebbene molti abbiano contribuito a informare correttamente, a portare alla luce violenze e soprusi, tuttavia nel discorso politico-mediatico il migrante è stato rappresentato come un “clandestino”, pericoloso, un invasore, un potenziale terrorista. Spesso svuotate del loro contenuto, le parole sono state piegate a designare il contrario.
L’ospitalità” sembra conservare ormai un senso solo nella morale privata o nella fede religiosa.
Sottratto il suo valore politico, è diventata sintomo di sprovveduto buonismo, mentre la “politica dell’accoglienza” è stata piegata a designare l’opposto, cioè una politica dell’esclusione e del respingimento, una gestione poliziesca dei flussi migratori, un controllo delle frontiere. Se l’altro è contagio, infezione, contaminazione, la paura è il vincolo che regge la comunità, l’accoglienza è impossibile.
E’ giunto il momento di invertire la rotta, e rivendicare il diritto di migrare “ius migrandi” ed il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali.

 

IV. Per il diritto di migrare, per un diritto all’accoglienza

L’Unione europea e gli Stati membri forniscono continue giustificazioni al rimprovero d’ipocrisia e d’incoerenza mosso all’Occidente quando, da un lato, proclamano l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti fondamentali e, dall’altro, adottano politiche che tali diritti ignorano o calpestano.

Per il Sud del mondo (e dovremmo abituarci a guardarci anche con gli occhi dei migranti, che si mettono in viaggio verso  l’Europa) è intollerabile che il potere politico ed economico europeo dimentichi di avere brutalmente utilizzato la grande  ostruzione del diritto delle genti (Francisco de Vitoria, Alberico Gentili) – nella quale un posto di assoluto rilievo era conferito allo ius migrandi, allo ius commercii e allo ius communicationis degli europei – per legittimare la Conquista delle Americhe e il genocidio degli indios. Oggi si ribaltano i principi allora affermati e, contro i migranti provenienti dall’America latina, dall’Africa e dall’Asia, si riscopre il pensiero di Bartolomeo de Las Casas che nei Tesori del Perù – proprio opponendosi a Vitoria al fine di contrastare la legittimità della Conquista e del genocidio – scriveva che “ogni popolo o nazione o il re che la rappresenta può, per diritto naturale, interdire agli stranieri di qualunque nazione l’accesso al suo territorio ove ritenga che questo rappresenti un pericolo per la patria”.
Al di là dello stretto problema giuridico sull’esistenza o meno di simmetria tra diritto di emigrare e diritto di immigrare, non si può ignorare l’ipocrisia di affermare il diritto a lasciare il paese di origine e contestualmente negare quello di essere accolto dai paesi di destinazione, finendo con il condannare il migrante a un paradossale destino di permanente odissea per le acque del globo. Né, sul piano etico e politico, si può dimenticare che quelli di espatrio, di circolazione e di soggiorno, dopo essere stati per secoli riconosciuti come diritti naturali, sono stati proclamati nella seconda metà del Novecento come diritti umani fondamentali nelle Carte nazionali e nei Trattati internazionali.
Se “ogni individuo è libero di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio” (art. 12.2 Patto int.le diritti civili), se il diritto al lavoro “implica il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita” (art. 6.1 Patto int.le diritti economici e sociali), come si può ritenere giustificata la chiusura delle frontiere, che contraddice clamorosamente il diritto, inalienabile, di lasciare il proprio paese per libera scelta o, a maggior ragione, per necessità di sopravvivenza al fine di procurarsi una possibilità di vita? Nessuna politica di chiusura da parte dell’Europa, la cui opulenza (come quella di tutto l’Occidente sviluppato) si è costruita con un sistema economico predatorio delle risorse del Sud del mondo, può considerarsi legittima né politicamente ed eticamente giustificabile sino a quando l’Unione europea non s’impegnerà nella realizzazione di un altro modello economico mondiale che consenta uno sviluppo dei paesi da cui oggi, per necessità, i migranti fuggono, consapevolmente accettando il rischio di morire affogati nel Mediterraneo rispetto alla certezza di morire affamati nella propria terra.
L’esigenza, spesso forzata, di migrare va riconosciuta come un diritto inalienabile cui deve corrispondere una adeguata accoglienza. Il cinismo securitario e lo sciovinismo del benessere, il sovranismo oltranzista alimentano la xenofobia populista e finiscono per minare dal fondo la democrazia. Non è oramai possibile una cittadinanza murata, immobile e chiusa entro le frontiere. È tempo di aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione.
Reclamare la libertà di movimento in una forma astratta vuol dire non solo ridurre la migrazione, alla pedestre piattezza della circolazione, ma anche trascurare completamente il tema decisivo dell’accoglienza. Basterebbe allora eliminare le barriere in modo che ognuno sia libero di muoversi in un pianeta inteso come un agevole spazio di scambio, un immenso mercato di scelte e opportunità accessibili a tutti. Chi ha subìto le sevizie della guerra, chi ha sopportato la fame, la miseria, non chiede di circolare liberamente dove che sia; spera piuttosto, al termine del suo cammino, di giungere là dove il mondo possa di nuovo essere comune. Non pretende di unirsi alla comunità dei cittadini del mondo, ma si aspetta di poter coabitare con altri. Un altro modo di intendere la comunità è possibile. Migrare è un atto politico e esistenziale. Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dalla opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Ma non c’è diritto di migrare senza l’ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice diritto di visita, bensì come diritto di residenza.

VI. Crisi dei migranti o crisi dell’Europa?

La gestione delle migrazioni appare essere paradigmatica della più generale tendenza in atto verso una modifica sostanziale del modello di democrazia vigente in occidente, fondato sulla divisione dei poteri e il controllo parlamentare degli esecutivi. Perché è sopratutto in questo campo che si è consolidata la pratica di decisioni assunte da una molteplicità di organismi che non rispondono a nessuno pur essendo il loro operato di rilevantissima importanza, perché implica diritti umani imprescindibili, trattati internazionali, interventi militari che possono produrre conflitti bellici di larga portata.
Il deterioramento del sistema democratico garantito dalle Costituzioni del secondo dopoguerra è processo avviato ormai da parecchi decenni, da quando ebbe inizio, nel 1973, la prima lunga crisi postbellica che portò alla fine della convertibilità del dollaro in oro e alla modifica degli equilibri che erano stati fissati con gli accordi di Bretton Woods. Proprio le insorgenti difficoltà del sistema, e i mutamenti indotti dalla sempre più accentuata e de-regolarizzata globalizzazione che ne seguì, portarono ad affermare esplicitamente la necessità di decisioni più rapide ed efficienti, sottratte alle lentezze proprie delle democrazie parlamentari (Vedi il Manifesto della Trilateral Commission, fondata a Tokio nello stesso anno). Di qui la cessione sempre crescente di decisioni pur di grande rilievo a organismi esecutivi, ad esperti formalmente “neutri”, sottratte alla politica, vale a dire al dibattito e al controllo democratico parlamentare che dovrebbe presidiare ogni scelta dei governi.
Via via sempre più sostituiti da quella che con termine oramai diffuso viene chiamata “governance”, che è quella che designa la gestione di banche o imprese private, diversissima dal termine governo, che fonda la legittimità dei suoi atti sulla sovranità popolare di cui è l’espressione. Il conflitto fra i diritti umani universali e la spartizione del mondo in Stati-nazione segna la nostra epoca. A dettare legge è ancora il principio di sovranità dello Stato che fa della nazione la norma e della migrazione la devianza e l’irregolarità. I diritti del migrante, a cominciare dalla sua libertà di muoversi, urtano contro la sovranità statale che si esercita sulla nazione e sul dominio territoriale. Perciò il migrante viene rappresentato come un intruso, un fuorilegge, un illegale; con il suo migrare sfida la sovranità, infrange il nesso, molto discutibile, fra nazione suolo e monopolio del potere statale. Pur di riaffermare la propria sovranità lo Stato lo ferma alla frontiera ed è per questo disposto a violare i diritti umani. Luogo eminente del fronteggiarsi e dello scontro, la frontiera diventa non solo lo scoglio contro cui naufragano tante vite, ma anche l’ostacolo eretto contro ogni diritto di migrare.
Questa contraddizione è tanto più stridente nel caso delle democrazie sorte storicamente proclamando i Diritti dell’uomo e del cittadino. Le migrazioni portano alla luce un dilemma costitutivo che incrina al fondo le democrazie liberali: quello tra la sovranità statale e l’adesione ai diritti umani. Nei lacci di questo doppio vincolo si dibatte oggi la democrazia. Non è difficile intuire perché, in tale contesto, l’ospitalità venga snaturata e diventi anzi ostilità. I diritti umani degli stranieri vengono sospesi dalla contabilità amministrativa della “governance”, mentre sono sostenuti con forza soltanto i pur sacrosanti diritti dei cittadini. Non per caso nel dibattito pubblico gli interrogativi intorno alla cosiddetta “crisi migratoria” ruotano solo intorno ai modi di governare e regolare i “flussi”.
La riprova dell’esclusivo fine di blocco delle migrazioni è data dalla assenza di previsioni o predisposizione di canali di ingresso legali e sicuri, pur nella consapevolezza, come risulta da tutte le agenzie internazionali, che le migrazioni costituiscono fenomeni strutturali che non si possono governare con muri materiali o giuridici.
Se lo stravolgimento strisciante del nostro modello di democrazia è pericoloso in generale, tanto più lo è se applicato al problema delle migrazioni, un fenomeno irreversibile in un mondo dove capitali, merci e informazioni circolano sempre più celermente e liberamente ed è impensabile che solo gli esseri umani non possano. Un processo destinato a mutare nel profondo le nostre società sempre più multietniche e per questo obbligate a rivedere lo stesso tradizionale concetto di cittadinanza.

 

VII. Reati penali e crimini di sistema

Per i fatti emersi nell’istruttoria compiuta dal Tribunale, possono profilarsi diversi livelli di responsabilità: innanzitutto quella dell’Unione europea e/o dello Stato italiano e poi quella di determinati esponenti istituzionali che hanno siglato accordi con fazioni libiche che hanno commesso e continuano a commettere atroci delitti nei confronti dei migranti (nei campi di detenzione e nelle fasi di trasporto in mare).
Tali responsabilità vanno distinte a seconda che riguardino complicità per le torture in Libia e i respingimenti verso la Libia ovvero le migliaia di migranti morti e scomparsi negli ultimi anni nel Mediterraneo.
Per le prime sono più agevolmente individuabili condotte dello Stato e degli individui di cooperazione consapevole nei crimini commessi in Libia (rappresentate quanto meno dalle forniture di risorse economiche e materiali). Sui profili di responsabilità dello Stato italiano per complicità è recentemente intervenuto il report di Amnesty International del dicembre 2017, che motiva le ragioni per cui può affermarsi, alla luce dei principi del diritto internazionale consuetudinario, che sussiste una responsabilità dello Stato a titolo di concorso nei crimini commessi dalle forze militari libiche a cui l’Italia presta assistenza finanziaria e strumentale.
Né vi sono ostacoli tecnici insormontabili (in termini di causalità e di consapevolezza e, fatta salva, ovviamente, l’individuazione di fatti precisi integranti fattispecie penali, sul piano interno costituenti reati ministeriali, ex art. 96 Cost.) per delineare una responsabilità penale concorsuale dei vertici istituzionali che hanno realizzato politiche da cui sono derivate gravi violazioni del diritto alla vita e all’incolumità dei migranti: il dopoguerra è stato segnato proprio dal riconoscimento che degli omicidi e delle torture compiute in contesti bellici devono rispondere non solo gli Stati, ma le persone che ne sono responsabili, anche ai più alti livelli istituzionali. Molto più complesso e tecnicamente arduo è incasellare nel diritto penale esistente il crimine di “lasciar morire in mare”, in cui la condotta illecita dei vertici istituzionali non consiste nell’avere tenuto delle condotte positive, ma in condotte omissive in presenza di un preciso dovere giuridico, nell’aver omesso di attivarsi in modo adeguato davanti a conseguenze tragiche che erano perfettamente prevedibili ed evitabili.
Si tratta di complesse questioni e problemi che eventualmente affronteranno i competenti titolari dell’azione penale, a livello nazionale o internazionale. Per quanto interessa la nostra odierna competenza, in assenza di un univoco consenso sulla definizione di popolo, si rileva che i diritti dei popoli (per come indicati nella Carta di Algeri, che costituisce la base normativa di questo Tribunale) e attraverso tali diritti i popoli stessi, sono identificati essenzialmente dalle violazioni e dalle aggressioni, che derivano non soltanto da azioni ed omissioni imputabili a ben determinati soggetti, ma anche più in generale alla perdita di senso della politica a vantaggio del mercato, alla crescita abnorme delle disuguaglianze, all’esclusiva considerazione dei profitti con abbandono e compressione dei diritti umani, civili e sociali delle persone; dalle guerre e dai massacri subiti nell’incapacità inerte degli organismi internazionali; dalle devastazioni ambientali, di cui subiscono gli effetti soprattutto i popoli più poveri, provocate da uno sviluppo industriale privo di limiti e controlli; dalle atrocità e dalle tragedie, per tornare alla questioni di cui ci stiamo occupando, che si consumano quotidianamente nel Mediterraneo e attorno al Mediterraneo in danno dei migranti costretti a lasciare i loro paesi per guerra, fame e invivibilità ambientale.
Si tratta di evidenti violazioni di diritti fondamentali, che non sempre sono qualificabili in una fattispecie di diritto penale né sempre imputabili, come le fattispecie penali richiedono, a soggetti determinati. Si tratta di aggressioni per le quali non è agevole configurare tutti i requisiti garantisti del diritto penale: dal principio della responsabilità personale al principio di determinatezza dei fatti punibili. Esse, per gli effetti devastanti sui diritti fondamentali di un numero indefinito di persone e di intere collettività costituiscono indubitabilmente crimini, che si possono definire “di sistema” perché costituiscono gli esiti violenti di meccanismi prodotti dal dominio del sistema economico e politico.
Su questi crimini di sistema si concentra l’attenzione del Tribunale Permanente dei Popoli, che è appunto un tribunale d’opinione, la cui funzione principale è mobilitare l’opinione pubblica contro le violazioni massicce dei diritti dei popoli facendo assumere consapevolezza del loro carattere criminale.
Il TPP non è infatti tenuto, come lo sono invece i tribunali penali nazionali e internazionali, a delimitare il proprio ambito di indagine e giudizio solo in relazione al diritto penale sancito a livello nazionale e internazionale, ma può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo.
Anche per le leggi e le normative secondarie, che in Italia, come in molti altri paesi dell’UE, sono state adottate contro l’immigrazione, pur non essendo possibile configurare nella loro approvazione un reato penale, esse ben possono e devono essere indicate come responsabili del massacro prodotto dalle chiusure e dai respingimenti alle frontiere degli immigrati.
La definizione di  ‘crimine di sistema’ riguarda soprattutto la responsabilità dell’UE  nell’attivare una politica globale di lotta contro l’immigrazione clandestina e comportamenti omissivi di controllo delle frontiere, con l’obiettivo di mantenere i migranti il più possibile lontano dalle frontiere europee.
Questa politica ha provocato, direttamente e indirettamente, morti senza numero di migranti  che tentavano di entrare per vie irregolari nell’UE, al fine di sfuggire alla repressione, alla guerra o alla miseria, ovvero per tentare di esercitare il loro diritto ad una vita degna. È  la stessa politica che ha condannato alla tortura coloro che venivano intercettati, per mare o per terra, e quindi imprigionati e sottoposti a violenze e violazioni di ogni tipo, diventate tristemente ‘normali’ nel loro essere degradanti o inumane.

La imputazione del concetto di crimine di sistema all’UE non dispensa certo tuttavia dal considerare la responsabilità di ciascuno degli Stati europei, sia per  non aver rispettato gli obblighi di soccorso, sia per essere stati direttamente complici di comportamenti di tortura, maltrattamenti, rischi gravi di morte, anche attraverso un aumento  di questi crimini con le politiche di chiusura delle frontiere. Si deve dunque riconoscere ed affermare, una duplice responsabilità: dellUnione europea e di ciascuno degli Stati.

DISPOSITIVO

Più specificamente, il Tribunale Permanente dei Popoli, riunito nella sessione di Palermo dal 18 al 20 dicembre 2017 – considerati i molteplici elementi di prova testimoniale emersi e i documenti acquisiti, valutati gli atti ufficiali italiani e dell’Unione Europea, preso atto delle dichiarazioni rese dai vertici del Governo in replica o risposta ai rilievi formulati in più sedi, anche da parte di esponenti delle Nazioni Unite – valuta che:
– le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di
assistenza in mare;
– la decisione di arretrare le unità navali di Frontex e di Eunavfor Med ha contribuito all’estensione degli interventi della Guardia costiera libica in acque internazionali, che bloccano i migranti in viaggio verso l’Europa, compromettendone la loro vita e incolumità, li riportano nei centri libici, ove sono fatti oggetto di pratiche di estorsione economica, torture e trattamenti inumani e degradanti;
– le attività svolte in territorio libico e in acque libiche e internazionali dalle forze di polizia e militari libiche, nonché dalle molteplici milizie tribali e dalla c.d. “guardia costiera libica”, a seguito del Memorandum del 2 febbraio 2017 Italia-Libia, configurano – nelle loro oggettive conseguenze di morte, deportazione, sparizione delle persone, imprigionamento arbitrario, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, e in generale persecuzione contro il popolo dei migranti – un crimine contro l’umanità;
– la condotta dell’Italia e dei suoi rappresentanti, come prevista e attuata dal predetto Memorandum, integra concorso nelle azioni delle forze libiche ai danni dei migranti, in mare come sul territorio della Libia;
– a seguito degli accordi con la guardia costiera libica e nell’attività di coordinamento delle varie condotte, gli episodi di aggressione denunciati dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, sono ascrivibili anche alla responsabilità del governo italiano, eventualmente in concorso con le agenzie europee operanti nello stesso contesto;
– l’allontanamento forzato delle navi delle ONG dal Mediterraneo, indotto anche dal “codice di condotta” imposto dal governo italiano, ha indebolito significativamente le azioni di ricerca e soccorso dei migranti in mare e ha contribuito ad aumentare quindi il numero delle vittime.

RACCOMANDAZIONI
IL TRIBUNALE:

  •  Chiede una moratoria urgente dell’attuazione di tutti quegli accordi che similarmente allaccordo UE-Turchia, ed il Processo di Karthoum sono caratterizzati da assenza di controllo pubblico e dalla corresponsabilità nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti.

  • Invita il Parlamento Italiano ed il Parlamento Europeo a convocare urgentemente Commissioni d’inchiesta  o indagine  sulle politiche migratorie, gli accordi ed il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili.

  • Ritiene responsabilità specifica dei comunicatori e dei mass media di assicurare una corretta informazione sulle questioni migratorie, riconoscendo il popolo  migrante non come una minaccia ma come titolare di diritti umani fondamentali.

Il Tribunale fa proprie e rilancia le proposte elaborate dalla relatrice speciale ONU sulle sparizioni forzate nel suo ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nelle rotte migratorie (2017)  nonché le richieste e raccomandazioni fatte da varie organizzazioni non governative, quali quelle contenute nell’ultimo rapporto di Amnesty International (dicembre 2017) sulla situazione in Libia.

***

Il Tribunale sottolinea in chiusura come questudienza e tutta la sessione non sarebbero state possibili senza limpegno ed il contributo attivo delle organizzazioni, associazioni e collettivi che in Sicilia, Italia ed in Europa sono attive nella solidarietà, accoglienza, soccorso ai migranti e rifugiati, ed a quelle che si adoperano per la tutela dei loro diritti fondamentali. E che per questo sono attaccate, criminalizzate, delegittimate. Sono loro, assieme al popolo migrante, la linfa vitale del nostro lavoro. A loro la nostra riconoscenza e sostegno.

Ardea 15 dicembre 2017

Trentennale della permanenza di Paul Gauthier e Marie Lacaze a S.Lorenzo

Sono pochi mesi che Ettore mi ha lasciato e io

sto facendo il difficile lavoro dell’elaborazione del lutto.

E’ solo se lo si vive che si comprende che cosa questo significhi. Quando si è stati in intimità con qualcuno come ho fatto io nei miei 61 anni di matrimonio, più 3 di fidanzamento, si vede una persona molto da vicino, ma forse questo rapporto nel quotidiano, dettato anche dalle esigenze del quotidiano, fa perdere una prospettiva di maggiore distanza, necessaria per ricordare un uomo nella sua vera statura.

Quando Gesù arriva nella casa dei suoi amici a Betania , Marta gli dice “ Signore non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciato sola a servire?” (Luca 10, 40) Anch’io mi sento come Marta, che deve ancora imparare da Maria a valutare le cose che hanno un vero valore nella vita e che lo hanno avuto nella vita di Ettore, osservandole da un punto di vista più distaccato.

Del resto abbiamo degli esempi illustri negli Apostoli, che solo dopo la Pentecoste hanno veramente capito chi era il loro Maestro.

Con questo spirito di umiltà, di una persona che solo ora comincia a rendersi conto dell’onore che ha avuto ad avere Ettore per marito, voglio balbettare qualcosa da testimone e non da storica sul rapporto Ettore -Paul Gauthier.

Vorrei cominciare precisando come Ettore ha conosciuto Gauthier: non è vero che lo abbia conosciuto in Palestina, nel suo viaggio con Paolo VI, come è stato scritto. Ettore era stato mandato a Roma da Milano da Italo Pietra, il direttore de Il Giorno, per seguire il Concilio nel 1963. Avendo letto un articolo di Paul nella rivista Les Informations Catholiques Internationales sulla Chiesa dei poveri, trovò una sintonia con Paul,che lo spinse a cercare Paul che frequentava la sala stampa vaticana. Solo dopo lo rivide in Palestina, fu colpito dalle sofferenze dei Palestinesi nella terra di Gesù, dai bambini che vivevano ancora al freddo nelle grotte (era inverno, c’era la neve ) e tornato a Milano mandò dei soldi a Paul che li rifiutò, dicendo che lui non accettava le offerte una tantum, che i poveri vanno aiutati ogni giorno, che era necessaria una autotassazione mensile. Che in Francia era nata una rete di solidarietà che Ettore avrebbe potuto imitare, (rete che però finì presto ), e così ebbe inizio la rete italiana.

Ed è grazie al lavoro faticoso, tenace, fatto rubando lo spazio al riposo serale o domenicale, che Ettore ha fondato e portato avanti per trent’anni la rete Radié Resch italiana, che ha aiutato tante persone nel mondo, comprese Paul e Marie Thèrése. Ma queste cose voi le sapete.

Quello che invece vorrei cercare di dire, stando nel tema della giornata, è l’impatto che Paul ebbe nella nostra vita.

Quando si parla del passato a persone che vivono nel presente, la cosa più difficile da comunicare è che certe idee, certe conoscenze del mondo, che oggi sono state pensate, anche se non sempre accettate, in tempi passati magari non remoti, non erano state ancora elaborate.

Parlo dell’impatto che Paul ebbe su di me, non su Ettore, non mi sento autorizzata a parlare in nome suo in questo caso. Io appartenevo a una famiglia dell’elite milanese, avevo studiato al Parini, ero una buona cattolica, eppure avevo una mentalità piccola, ( non dico borghese perché la mia non era una famiglia borghese), una mentalità ristretta, legata ai canoni educativi della mia classe sociale e del mio paese. Eppure discendevo da una famiglia antifascista, avevo conosciuto padre Davide Turoldo da bambina e Lorenzo Milani era un amico dei miei fratelli. Avevo avuto un padre estremamente colto, onesto, politicamente aperto.( Lo può testimoniare don Giovanni Cereti che è qui presente, infatti mio padre e il padre di don Giovanni, a Genova erano avvocati colleghi di studio).

Quando, arrivata anch’io a Roma nel 1964, conobbi Paul Gauthier e Marie Therèse mi sentì squarciata da un fulmine. Per la prima volta (fatta eccezione per i pochi missionari non ascoltati), qualcuno ci parlava di un mondo extra europeo, allora sconosciuto, di cui la televisione, ancora agli inizi non parlava, un mondo che era alla fonte delle ricchezze dell’Occidente e che l’Occidente sfruttava. Ci parlava di Palestinesi discriminati in Israele perché musulmani, di terre rapinate agli antichi proprietari, di materie prime sottopagate, di acqua deviata per le case dei ricchi Israeliani, di guerre per il petrolio, di case distrutte al minimo sospetto di opposizione, della striscia di Gaza ridotta a un lager, degli Americani che impedivano gli accordi di Pace, tra due popoli geneticamente fratelli, perché consideravano Israele la loro testa idi ponte in Medio Oriente. (Questo accadeva 53 anni fa !)

Apro un’altra parentesi. (Oggi grazie alla criminale decisione di Trump di fare Gerusalemme capitale di Israele pare che le cose non solo non siano cambiate ma che siano peggiorate. Io però sono ottimista sul progredire della storia, infatti molte volte nella mia vita ho assistito a sorprendenti cambiamenti nel suo corso. Quando ero bambina c’era la convinzione e il terrore che Hitler avesse fabbricato la bomba atomica).

Torno al mio ricordo del passato negli anni del Concilio.

I racconti delle esperienze di Paul e Marie Therese mi fecero stare molto male, come se qualcuno mi avesse scaricato addosso dei terribili peccati che fino ad allora non mi ero resa conto di avere commesso, peccati che erano talmente gravi da schiacciarmi e che al tempo stesso non potevo riparare. Volevo scappare lasciare i bambini, tutto, andare in Africa, fuggire dal mio mondo tanto malvagio. Furono mesi difficili e dolorosi. Solo in un secondo momento capì che le radici strutturali di tante miserie erano situate proprio là dove io vivevo, e che forse stando proprio nel luogo dove avevano origine le dinamiche politiche e finanziarie, che avevano creato tanta povertà nel mondo, avrei potuto dare qualche piccolo apporto per modificarle. Non da sola ma con l’aiuto di Ettore, e di altre persone, avrei potuto contribuire a fare prendere ad altri la consapevolezza che Paul ci stava dolorosamente aiutando a sviluppare. Mi rendevo conto allora e oggi ne sono sempre convinta che era vero che la carità verso i poveri non era sufficiente, bisognava cambiare le strutture, che però la pietas verso chi soffre, la misericordia come la chiama papa Francesco, non doveva essere cancellata, anche se fossimo riusciti a rendere la nostra società più giusta e in un giusto rapporto con il mondo, che oggi si dice globalizzato. (E Paul a questo proposito ci esortava a occuparci di popoli lontani ma anche sempre di un povero vicino a noi).

(Parlando del mio rapporto con Paul e Marie Thérèse vorrei ricordare che nel 1964 , mentre aspettavo Pietro, il mio terzo figlio, ho tradotto per Vallecchi il primo libro di Paul Gauthier, “La Chiesa dei poveri e il Concilio” (1965), titolo originale (Consolez mon peuple) e più avanti il secondo libro di Paul

Vangelo di giustizia”(1968), titolo originale (L’Evangile de Justice).

Ho parlato di me, ma penso che se anche Ettore era un giornalista con maggiori conoscenze di me del pianeta, il suo travaglio deve essere stato simile al mio.

Però devo anche dire che se Paul è stato importante per Ettore, Ettore è stato importante per Paul.

Ettore quando ha cercato Paul era già una persona coscientizzata e sensibile nei confronti delle miserie del mondo. Catalogando i nostri libri ho trovato che già nel1953 (l’anno in cui ci siamo conosciuti in un gruppo della Corrente di Dossetti), Ettore chiedeva alla rivista Prospetti, approfondimenti sulle minoranze etniche negli Stati Uniti.

Ettore che veniva da una famiglia di militari aveva letto molto, per cercare valori diversi da quelli che c’erano nella sua famiglia: la difesa dei confini della patria, il valore militare. Infatti era un pacifista assoluto. Aveva letto Maritain, Mounier, Simone Weil, Charles de Foucauld, Marx, Gramsci, Gobetti ecc.

Ettore ripeteva sempre, a chi si lamentava dicendo che i veri testimoni non esistevano più, che però esistevano i loro libri e che i libri si potevano leggere e che questo era un dovere soprattutto per i giovani se non si voleva che gli errori passati si ripetessero. (Aggiungo io :pensiamo a Mussolini e a Hitler che volevano invadere la Russia senza avere letto Guerra e Pace di Tolstoi!)

Anche se Ettore come giornalista conosceva per averle lette, certamente più di me, certi problemi fu sicuramente scosso da Paul, da una persona che ne parlava avendo vissuto molte atrocità sulla propria carne. E la prova nasce dal fatto che conoscenza di Paul non solo cambiò la sua vita ma lo portò fondare la rete .

Inoltre Ettore fu uno dei primi giornalisti italiani a indagare questi temi prima sulla carta stampata e poi in televisione. Qualche non rara volta redarguito dai suoi

capi che nelle pubbliche cerimonie facevano la comunione con molta devozione.

Torno al passato remoto.

Ettore ancora molto giovane aveva fatto parte della San Vincenzo di Varese e dell’Azione Cattolica.

Appena diventato giornalista si era occupato di una baraccopoli della periferia milanese chiamata Porto di mare in cui mancavano la fogna e la luce elettrica, e probabilmente contribuì al fatto che il cardinale Montini si recasse in quel luogo a celebrare il Natale.

Ettore aveva avuto grandi sofferenze da bambino, fisiche e psichiche, e da adolescente aveva sofferto per suo padre, colonnello dei carabinieri, che appena dopo la liberazione era stato ingiustamente imprigionato e invece di indurirsi aveva sviluppato una identificazione con i sofferenti, con i torturati e spese la sua vita per alleviare i loro dolori. Ettore aveva una grandissima e silenziosa capacità di osservazione che lo rendeva capace di leggere in anticipo i minimi segni dei tempi, di prevedere eventi che si sarebbero sviluppati in modo macroscopico più avanti.

Ettore inoltre aveva il dono di una fedeltà tenace ai propri ideali. Se Ettore riteneva giusta una idea e conforme al Vangelo la portava avanti e la difendeva, anche al costo di pagare un prezzo alto , come è avvenuto per il blocco della sua carriera in Rai.

(Qualche volta era difficile stargli vicino per questo, i suoi figli hanno pagato anche loro la sua incorruttibilità, non solo dal punto di vista economico ma anche perchè non ha mai usato la sua posizione e le sue conoscenze per favorirli nel lavoro. Però sono bravi figli che hanno assimilato l’eredità paterna, che se la stanno cavando benissimo anche se con fatica e hanno scelto e continuano a fare bellissimi lavori).

Ettore iI suoi ideali li portava avanti e spesso non erano condivisi e capiti, anche in ambiti ecclesiali vicini, perché i tempi non erano ancora maturi per accoglierli e questo per lui era molto doloroso, erano ideali infatti, che parlavano di una speranza che si sarebbe realizzata ma forse più avanti nel tempo.

Domenica scorsa Moni Ovadia nella bella trasmissione Uomini e profeti, curata da Gabriella Caramore, che in quella puntata si occupava del mito greco, ha citato un verso del grande poeta Ghiannis Ritsos e ho pensato ascoltandolo che le sue parole si addicevano anche a Ettore “Dove qualcuno resiste senza la speranza, là inizia la storia dell’uomo”.

Ettore ha incontrato Paul e Paul ha incontrato Ettore.

Per quel che riguarda il giro d’Italia e il BDS, temiamo che le firme online servano sempre meno e che creino nei firmatari la tranquilla coscienza di avere fatto tutto ciò che si poteva fare, senza porsi altri obbiettivi.

     Abbiamo pensato allora la breve lettera in oggetto, dove una singola persona abbia il coraggio di esporsi un attimo, metta nome cognome e indirizzo, investa 95 centesimi di francobollo, scelga a caso uno dei tre destinatari (hanno la stessa sede legale-amministrativa) e spedisca, dopo avere completato la lettera stessa con luogo-data-firma leggibile-indirizzo completo.

     Come vedete, volutamente non si parla di associazioni, ma la lettera si presenta come scelta individuale. Potrà quindi essere modificata e personalizzata, come uno meglio crede. Non solo, l’invio della lettera non preclude alcuna partecipazione a qualsiasi altra iniziativa pertinente.

     Prevediamo fasi successive:

  • la prima è appunto l’invio della lettera a uno o più destinatari.

  • Il secondo step consiste nello scrivere a uno o più degli sponsor indicati, manifestando la nostra protesta e la decisione di boicottarli (non acquistare più nulla da loro).

  • Il terzo step sarò quello di vedere se, con altre associazioni, nel prossimo maggio (in occasione delle tappe del giro) riusciremo a dare visibilità a una protesta nonviolenta che sia impegno di solidarietà per la realtà palestinese.

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Urbano Cairo, presidente di RCS Media group

Mauro Vegni, Direttore del Giro d’Italia

Gazzetta dello Sport

via Angelo Rizzoli, 8 20132 Milano

Egregi signori,

avete deciso che il prossimo Giro d’Italia cominci nello stato di Israele.

Anche alla luce delle recenti decisioni del governo Trump, questa ci sembra una scelta inammissibile.

Infatti, così facendo, voi apertamente appoggiate uno stato che pratica l’apartheid, e sostenete le politiche discriminatorie dell’attuale governo.

Sapete certamente che l’ONU e il Tribunale Internazionale dell’Aja hanno più volte decretato risoluzioni contro il governo israeliano, per non avere rispettato i diritti umani dei Palestinesi.

La disponibilità delle risorse idriche è tutta orientata ai cittadini israeliani non arabi. Anche il muro di separazione, eretto per centinaia di chilometri, ha sottratto sorgenti e pozzi ai palestinesi a favore degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati (insediamenti che sono condannati dal diritto internazionale).

Ovunque ai Palestinesi viene limitato il diritto alla salute, il diritto allo studio, il diritto alla libera circolazione che impedisce perfino di raggiungere il proprio campo per coltivarlo.

Nei Territori Occupati e in Gerusalemme Est, appositi regolamenti edilizi negano ai palestinesi qualsiasi diritto a costruire abitazioni, mentre facilitano sempre l’edificabilità da parte di israeliani non arabi.

Io non intendo avallare, neppure indirettamente, le politiche del governo israeliano e non voglio avere alcuna complicità nell’apartheid.

Mi impegno quindi formalmente a boicottare la Gazzetta dello Sport, il Corriere della Sera e tutta la stampa di RCS media group, così come i canali televisivi La 7 e La 7d e ogni altra rete tv, a voi legata, che trasmetta cronache e notizie sul Giro d’Italia.

Mi impegno inoltre a boicottare tutti gli sponsor ufficiali del Giro d’Italia 2018 (come pubblicati sul vostro sito) a cominciare da: ENEL, Mediolanum, Segafredo Zanetti, Eurospin, Namedsport, Casa.it.

Mi impegno, infine, a fare attiva opera di informazione presso tutte le persone che conosco, perché possano scegliere di comportarsi in modo analogo.

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Caro Padre Francesco,

facciamo parte della Rete Radié Resch, un’associazione di solidarietà internazionale, nata nel 1964. Quell’anno, per la prima volta, Paolo VI fece un viaggio apostolico in Terra Santa e, tra i vaticanisti accreditati, c’era anche il giornalista Ettore Masina.

A Nazareth viveva a quel tempo Paul Gauthier, prete operaio francese che Masina aveva conosciuto a Roma, dove Gauthier era giunto come consulente al Concilio Vaticano II.

Le condizioni di vita dei Palestinesi, le umiliazioni e le discriminazioni a cui erano sottoposti colpirono e commossero Masina, che chiese come avrebbe potuto aiutare concretamente quelle persone. Gauthier disse subito che un’offerta occasionale di denaro era inutile. Ai poveri serviva giustizia, dignità, casa, lavoro. Da questo incontro e da queste considerazioni nacque la nostra Rete, prendendo il nome da una bambina palestinese, morta di broncopolmonite in quei giorni, figlia di una coppia scacciata dal suo villaggio durante la guerra del 1948.

Il nostro impegno è quindi aiutare i più poveri, appoggiando piccoli progetti di liberazione, di promozione della dignità umana e di sostegno ai diritti civili in Medio Oriente, in America Latina e in Africa. Soprattutto denunciamo i meccanismi che creano sempre nuovi poveri, i silenzi e la colpevole disinformazione che favoriscono la pigrizia o la complicità di tanta parte del mondo benestante.

Noi ricordiamo, nel maggio 2014, la Sua visita ufficiale in Palestina e la Sua attenzione, per non offendere il popolo palestinese umiliato, di iniziare la sua visita nel Paese, entrando da Amman e non da Tel Aviv.

Ora, a fine ottobre, la stampa ha riportato che Lei è stato ufficialmente invitato dal governo israeliano alla partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme Est.

Le scriviamo per pregarLa di rifiutare fermamente e, se possibile, pubblicamente un invito di questo tipo: sarebbe solo “propaganda” per un governo che impone l’apartheid a milioni di persone, e che persegue una politica di grave violenza discriminatoria nei confronti dei Palestinesi.

La negazione dei diritti umani al popolo palestinese da parte del governo israeliano Le è ben nota. Dalla constatazione di questa drammatica situazione nasce il nostro appello.

La preghiamo: non avalli questo regime, non si lasci strumentalizzare, quasi si rendesse complice, benché involontario, di un governo che non rispetta i diritti dei popoli in quella terra e alimenta condizioni di conflitti e odio.

Grazie comunque per averci letto e ascoltato.

Verona, 19 novembre 2017