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L’INFORMAZIONE AI TEMPI DEL WEB:

TRA LIBERAZIONE E CONTROLLO

Seminario nazionale della Rete Radié Resch

Sasso Marconi, Centro Congressi Ca’ Vecchia – 18/19 maggio 2019

SABATO 18 MAGGIO

ore 14.00 Presentazione del Seminario e dei Relatori

ore 14.15 Stefano Draghi, docente Information and Communication Tecnology, Università IULM – Milano: L’informazione ai tempi del web: Internet e i pericoli per la democrazia

ore 15.15 Alex Orlowski, esperto di comunicazione politica, fondatore di Water on Mars: La comunicazione politica nell’era dei social: il cuore oscuro della rete

ore 16.15 Dibattito

ore 16.45 Pausa

ore 17.15 Gruppi di lavoro 

ore 19.30 Cena

DOMENICA 19 MAGGIO

ore 9.00 Presentazione sintesi lavori di gruppo

ore 10.00 Giovanni Ziccardi, docente di Informatica Giuridica, Università di Milano: Informazione, hacking, protezione dati, alterazione degli equilibri politici: possibili modalità di difesa

ore 10.45 Dibattito

ore 11.15 Pausa

ore 11.45 Prosecuzione dibattito e prime conclusioni

ore 12.30 Conclusione lavori

Note organizzative:

I lavori del Seminario si svolgono all’Hotel Ca’ Vecchia di via Maranina 9, Sasso Marconi.

Circa metà dei partecipanti saranno alloggiati nello stesso hotel; gli altri in strutture ricettive dei dintorni (agriturismi e B&B). Il costo della pensione completa (cena del sabato, colazione e pranzo della domenica) in camera doppia è 60 euro a persona; in camera singola 75 euro a persona; in camera tripla 55 euro a persona. Il singolo pasto, per chi non pernotta in hotel, costa 16 euro. Nel parco dell’hotel c’è anche un’area camper.

Se però qualcuno vuole fare anche il pranzo di sabato 18, prima dell’inizio dei lavori, il costo aggiuntivo è di 16 euro. E’ opportuno precisare al momento della prenotazione se si desidera consumare entrambi i pranzi o solo quello del sabato o solo quello della domenica.

Per informazioni e prenotazioni: Maria Angela Abbadessa (ermarian@teletu.it)

Sasso Marconi si può raggiungere:

in auto: Autostrada del Sole (A1) uscita Sasso Marconi (per chi viene da Nord o da Est, l’uscita consigliata è la nuova “Sasso Marconi Nord”, però riservata solo a chi ha il Telepass)

In treno: dalla stazione di Bologna Centrale partono ogni ora treni per Sasso Marconi (durata del viaggio 25 minuti, costo del biglietto 2,20 euro).

Centrafrica:la nascita di ZOUKPANA

Giovedì 14 Marzo 2019,
sconsigliati dalla Farnesina iniziamo il viaggio verso Bangui RCA.
Obiettivo: rintracciare i “Giornalisti del periodico SE” , pubblicato a Ngaoundaye 30 anni fa, ed i figli di quelli di loro che sono mancati; testimoniare le loro esistenze di Persone che hanno amato e preso in mano il loro Paese.
Hanno vissuto e sono rimasti nella loro terra, hanno costituito la vera “società civile”.
Malattie e guerra hanno sconvolto ogni loro tentativo di “aiutarSi” a casa propria.

E poi un sogno molto ambizioso: attraverso i contatti con l’università provare a ricreare una “nuova redazione di SE” e dare vita ad una diffusione di articoli scritti da giovani studenti.

VENERDI’ 15 MARZO 2019.

Atterrati in perfetto orario dopo l’onore di viaggiare con la salma di un generale, dall’aeroporto abbiamo assistito al corteo funebre. Ministro compreso, quale? Governo appena nominato dopo gli accordi di Khartoum il 14 febbraio 2019. Sdoganato con sorrisi, uso della lingua Sango e strette di mano.
George ha litigato per noi con i taxisti: vero teatro di strada, noi in prima fila non paganti. Figlio del referente di una delle operazioni in RCA della Rete Radiè Resch, George dallo sguardo profondo, riservato ed intelligente sarà il nostro Virgilio. Con Hamilton in perenne sorpasso contro mano, raggiungiamo il Centro di Accoglienza dove alloggeremo. Voli di galline, sterzate di carretti, gimkane di mototaxi con 4 persone. Il corteo funebre brucia tempo, denaro e nervi al taxista. A noi qualche capello bianco in più. Le condizioni politiche impediscono la vita al quartiere ed il nostro lavoro necessità di una base protetta per poter intervistare le persone.
Svenuti con cocktail di birra e Malarone, reduci da una notte magica a Parigi “quartiere Costa d’Avorio”, ospiti di Adama, rifugiato ivoriano con documenti italiani che lavora nella capitale francese: cena in ristorante e notte in guest house parigina per commercianti ivoriani.

SABATO 17 MARZO 2019

Stamattina conquistata Bangui a piedi per 5km. Probabile insolazione.
Abbiamo partecipato al forzato “picchetto d’onore” del Presidente della Repubblica che transitava scortato da un imponente dispiego di uomini e mezzi; dal 2016 ha stretto accordi con USA, Cina, Unione Europea, Francia, Russia: tutti i partners sono rappresentati dai mezzi militari e da pannelli pubblicitari che campeggiano sulle strade.
Applaudita una coppia di sposi incontrata nel percorso, arriviamo a CEDIFOD bypassando forze dell’ordine presenti ad ogni incrocio. Incontro ufficiale con ONG e caffè a casa di Marc Karangaze, suo fondatore nel 1990. Rimangono ricordi confusi di quello che è stato “Tam tam senza frontiere” ed il grande movimento di collaborazione creato dal convegno tenutosi a Bangui nel 2006: 7 anni di crisi e di sfacelo da quando è iniziata la guerra nel 2013. Marc è provato nello spirito a tratti confuso, la sua vita privata ha conosciuto molti cambiamenti. Verrà a trovarci per un’intervista. Solo. Tornati dalla visita abbiamo individuato un piccolo Cafè di fiducia sulla strada che porta al Centro di Accoglienza con signora disponibile a preparare i pasti.
Quasi dimenticavamo di citare la colazione con un colonnello burundese della MINUSCA (i caschi blu in Centrafrica). Ex top gun ora di stanza a Bouar sulla strada verso il Cameroun. Tornerà sabato e speriamo di rivederlo. Sono solo le prime 24ore.

DOMENICA 18 MARZO 2019

Oggi abbiamo cucinato la pasta italiana di Libera Terra al campus universitario di Bangui previa spiegazione sull’origine del progetto in Italia. E fondamentale condividere che corruzione, giochi sporchi ad alto livello sono ovunque. Sugo cipolla pomodoro fresco olio italiano.
Campus tipicamente oxfordiano: fronte obitorio, niente gabinetti, niente docce, niente internet. Abbiamo visto tre portatili in tutto. Studenti ripassano su lavagne enormi, in stanze non arredate, muri forati da? Tracce di decenni di sporcizia e spazzatura che vola dappertutto. Sono belli, intelligenti, rabbiosi e provocatori. Grazie a Dio. Reggiamo il gioco e ci accettano. Su un muro di cinta c’è scritto Buffon. Chiediamo chi è e lo conoscono meglio di noi. Dal Campus passiamo alle facoltà. Si tengono corsi anche la domenica. Gli studenti si provocano, ora ridendo ora urlando. Ci accompagnano in tre: George, Nancy – la sua ragazza – e un loro amico. Offriamo una birra e proponiamo loro l’idea di essere intervistati ufficialmente. Nessuna pressione. Ci mettiamo nei loro panni e percepiamo quanto sia difficile potersi fidare. George è un ottimo mediatore.
Non riusciamo a non pensare al dispiego di auto, di forze, di soldi della scorta del presidente della Repubblica. Anche al Centro di Accoglienza sono parcheggiate automobili da 50mila euro in su, appartengono alle ONG della cooperazione. Manteniamo la postazione solo per il valore logistico, altrimenti sentiamo di essere completamente fuori luogo, nessuno riesce ad inquadrarci. Nemmeno noi stessi.
La siesta è interrotta dalla visita a sorpresa di Textin il figlio di Amos Misya (uno dei Giornalisti di SE che sono mancati), ci annuncia, tra l’altro, la presenza di sua sorella, studentessa universitaria di sociologia in capitale. Accetta di essere intervistato nei prossimi giorni.
Prenotata la cena dalla signora che vende caffè sulla strada.
Eravamo pronti a mangiare su una panca di legno, ci siamo invece ritrovati nel suo cortile con il tavolo perfettamente apparecchiato e la compagnia del marito. Come per incanto ci ha regalato un racconto approfondito della storia del Centrafrica e degli ultimi avvenimenti. Una famiglia di musulmani sfollati dal quartiere Miskine dopo che la loro casa era stata occupata dagli antiBalaka, una delle due fazioni della cosiddetta guerra civile su cosiddetta base religiosa. L’uomo, che si fa Imam per noi, ci dice che è stato Allah ad organizzare la serata.
E la prova è che scopriamo essere cresciuto a Ndele, al nord, con il suo e nostro amico Seleman Yakoub. Uno dei giornalisti di SE deceduti nel corso degli ultimi avvenimenti. E dalla voce di un amico riceviamo il racconto della sua morte da profugo fuggito in Tchiad .

LUNEDI’ 18 MARZO

Appena finita la cena con la famiglia con cui stiamo stringendo amicizie. Papà, mamma, bambino, di larghissime vedute, intelligenti, semplici e solari. Lei cucina per tutti, noi facciamo la spesa.
Stamattina nella sua casa al quartiere Gobongò abbiamo incontrato Celestin Dimanche (uno dei Giornalisti di SE che sono ancora con noi). È stato direttore dell’archivio di stato con tre presidenti, ha una bella casa dove ha cresciuto i suoi figli ed un numero imprecisato di orfani. Ha un pozzo d’acqua privato che mette a disposizione di tutti. Vive ascoltando la radio, emittenti internazionali e locali: “Federico, dimmi un po’, è vicino a voi che è crollato un grande ponte, vero?’”.
Così come per Borges, Celestin perdendo la vista ha aumentato la sua saggezza e la sua potenza, che mai si sono distaccate dall’umiltà e dalla riservatezza. Con un sorriso ci ha condotti attraverso la politica internazionale, gli aneddoti su Se, il suo dramma famigliare che la guerra ha segnato. Niente ha scalfito la sua dignità.
Verrà al Centro Accoglienza per l’intervista.
Fra le tante notizie, veniamo a sapere che il gruppo ribelle FDPC, guidato da Abdoulaye Miskine, sta bloccando all’altezza di Baboua la strada che collega Douala a Bangui, unico corridoio commerciale del paese. La motivazione sarebbe il disaccordo con i compromessi raggiunti durante l’accordo di pace sancito durante il mese di febbraio a Khartoum. Le conseguenze in capitale sono tremende: aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e l’assenza dei prodotti importati dal Camerun.
Dovete sapere che a causa di un guasto idraulico e un fischio fastidiosissimo, Caterina è stata costretta a rifugiarsi nella camera di Federico che ha due letti. Il tutto nottetempo e con il permesso di una suora. Ma la sentinella tutto questo non lo sapeva. Risultato: oggi pomeriggio Federico ha ricevuto la visita di una splendida ventenne centrafricana che lo ha approcciato in maniera inequivocabile. Abbiamo valutato l’episodio come un regalo della sentinella viste le condizioni disperate del giovane bianco. In ogni caso Caterina è tornata a dormire in camera sua. Come leggete siamo perfettamente inseriti.

 

 

MARTEDI 19 MARZO 2019

Abbiamo appena abbracciato a lungo Celestine Wiringana, unica giornalista femmina di SE che è arrivata a Bangui da Ngaoundaye con l’aiuto ed in compagnia della dr. Ione Bertocchi.
Identica alla fotografia, nonostante i trent’anni passati, in un completo elegantissimo di jeans. Siamo sbalorditi. Verrà a trovarci a breve.
Domani mattina conosceremo la studentessa di medicina che ha ricevuto la borsa di studio da un gruppo legato all’associazione Santa Caterina da Genova e questa sera, insieme a Ione, abbiamo parlato di Sara che sarà presto sua collega in Italia e fa parte del nostro collettivo SE.
Oggi sarebbe dovuta essere giornata di riposo. Stamattina siamo partiti alle 6 alla volta del fiume Oubangui percorrendo a piedi il cuore della città attraverso il “point 0”; calma, sorrisi, saluti in Sango ci hanno permesso di intrattenerci con soldati di varie e variopinte uniformi: quelli a guardia del fiume -esercito centrafricano formato dai Russi-, quelli sulla torretta del palazzo presidenziale -caschi blu del Ruanda-, i poliziotti che facevano una festa nella loro caserma, il capitano della MINUSCA mezzo ubriaco al ristorante. In ogni caso siamo sopravvissuti a potenziali arresti e tutti gli incontri si sono risolti in risate. Tutti avevamo voglia di giocare. Tutti stanchi della guerra?
Lungo il fiume abbiamo trovato riparo sotto la tettoia di frasche di un gruppo di ex pescatori che fumavano cannabis in attesa di essere presi a giornata per caricare la sabbia,a causa dell’avanzare della stessa non è praticamente più possibile pescare. Insieme alla carne, che veniva allevata dai pastori Bororo fuggiti nel conflitto, si perde un’altra risorsa alimentare.Caterina è stata universalmente riconosciuta come Mama Cati, amatissima moglie del sanguinario imperatore Bokassa, madre della Nazione. Una volta chiarito che non eravamo testimoni di Geova, probabilmente gli unici bianchi che girano a piedi, delusi dall’unica libreria di Bangui, carissima e poco fornita, abbiamo pensato di entrate in pasticceria ma la presenza di due bianchi disgustosi in divisa e delle signorine in attesa di “prendere servizio”ci ha scoraggiati. Abbiamo pranzato in mezzo alla strada gomito a gomito con il referente governativo degli imprenditori, impeccabile in giacca e cravatta, ubriaco marcio.
Un giovane squisito di nome Mandela ci ha accompagnati all’edicola dove abbiamo comprato 12 quotidiani per noi e lui ci ha onorato accettandone uno per se. “Che cosa puoi fare con i soldi, leggere è fare”. Degno del suo nome.

MERCOLEDI 20 MARZO 2019

La bella colazione in chiacchiere con Ione, che fa anche rima, è stata interrotta dalla tragica notizia dell’assassinio di un padre cappuccino centrafricano, per anni anima di radio SIRIRI, avvenuto in Ciad presso il confine. Scintilla di nuovi scontri?
La calma a Bangui resiste anche se si è alzata la tensione emotiva, soprattutto tra i bianchi, in particolare religiosi. Noi continuiamo a lavorare. Intanto raccogliamo tutte le informazioni possibili.
Piccolo comunicato con preghiera di divulgare:

“Domani la notizia dell’assassinio all’arma bianca di un padre cappuccino centrafricano probabilmente rimbalzerà su larga scala, contestualizzata in diverse maniere. Da parte nostra stiamo raccogliendo informazioni il più obiettive possibile. Vi chiediamo di mantenere l’attenzione su tutto ciò che continua ad avvenire nel Paese e che sta causando ben altre tragedie in modo diretto e indiretto. Negli ultimi mesi ci sono state tante morti, anche più brutali. E tutte le vittime erano essere umani. Sicuramente il Padre centrafricano assassinato, per come parlano di lui, non avrebbe desiderato l’attenzione sulla sua morte soltanto. Cerchiamo di rispettare la dignità di questo popolo: stiamo raccogliendo testimonianze di persone che si espongono con un coraggio stupefacente. Ve ne diremo al nostro ritorno. Con preghiera di diffusione. Caterina Perata e Federico Olivieri, da Bangui”

La giornata di oggi si è svolta interamente “a Ngaoundaye” la sede di SE. Questa mattina siamo stati avvolti e travolti dal fascino dirompente di Celestine, che ci ha dimostrato il segreto della sua eterna giovinezza con un birrone Mocaf alle 10 del mattino, dopo il quale siamo finiti nelle mani degli spiriti animisti del monte Pana. Celestine è una potenza energetica da cui è difficile separarsi. È stato un tuffo indietro di 30 anni attraverso volti ed accaduti. Ha tracciato con le parole il quadro geopolitico della guerriglia recente, strade aperte con il machete, piste di atterraggio nella savana, contadini colti dalle pallottole chini sui campi. E poi gli amici: vivo? Morto? Ucciso? AIDS?.
“Se noi tutti del giornale fossimo stati tutti lì, tutti insieme avremmo potuto parlare, fare qualcosa”.
Hai ragione Celestine perché eravamo musulmani, atei, animisti, cattolici, protestanti…
Il pomeriggio è continuato con i due figli di Amos: l’emozione di Dixie di fronte alla fotografia di suo padre, ci ha imposto di sospendere il lavoro. Caterina è uscita e Federico ha alleggerito con discorsi sull’università . Caterina si è arrampicata su un enorme albero genealogico Pana dal quale soltanto un antropologo poteva farla scendere. Intervento altamente professionale di Federico. L’ondata di vita, di forza, di rabbia e di determinazione è magica da cavalcare per chi come noi e loro si ostina a costruire. Non possiamo salutarvi che con un Na mbebela (dormite bene, in lingua Pana) .

GIOVEDI 21 MARZO 2019

Oggi abbiamo vissuto tra tre generazioni. Questa mattina Marc è venuto al Centre d’Accueil, solo, disponibile e completamente disteso. Un’altra persona rispetto a sabato. Una bella mattinata di formazione e approfondimento sui temi degli articoli di Se e sul quadro sociale dell’ambito rurale di allora.

Nel pomeriggio sono venuti a trovarci un studente universitario e due studentesse (sociologia, economia e medicina). Ci siamo intrattenuti semplicemente in chiacchiere, provando ad immaginare insieme un modo futuro di scambio di informazioni.
Questa sera la pioggia, il vento forte e i ricami di fulmini hanno chiuso una giornata che ha sintetizzato il pieno senso del lavoro. Fortunatamente stamattina Federico è scampato ad un arresto in città : forse il gendarme aveva solo voglia di divertirsi e Fede ha saputo stare al gioco.
Caterina si bea di questo bagno di gioventù, bellezza e forza. Abbiamo voglia di raccontare questa realtà e non la cronaca che troviamo sui giornali.
Sappiate che a Bangui girano voci su soldati licantropi capaci di mangiare le loro vittime durante la luna piena. Federico ha fotografato un pipistrello enorme morto. Prima di andare a dormire, in piena luna piena, ha fatto vedete la foto a Caterina commentandola: non ti sembra un lupo? Auspicio tranquillizzante. Buona notte.

VENERDI 22 MARZO 2019

Dopo tre giorni di reclusione nel salone del Centre d’Accueil dichiariamo che il grosso del nostro lavoro è finito. Stamattina abbiamo avuto la fortuna di intervistare insieme Celesten e Celestine, gli unici due giornalisti di SE reperibili. Il terzo, Celesten Bawa, è bloccato per un incidente. Hanno tracciato un toccante profilo di Yakoub Seleman mancato a causa della guerriglia nel 2014 e di cui non abbiamo potuto rintracciare i figli. Il pomeriggio abbiamo accolto i due figli di Amos. Questi giorni sono sempre costellati da microvisite di Pana, il popolo di Ngaoundaye. Ione ha attivato il tam tam.
La morte del sacerdote continua ad essere argomento bruciante di conversazione. Prende forma la versione di un assassinio mirato, compiuto da un musulmano di Bouar (città della vittima). Di fatto ci ha molto colpiti la totale omertà dei nostri amici musulmani da cui andiamo a cena. Chiaro segno che la questione è complicata e si complicherà creando ulteriore insicurezza. Alla luce di tutto questo, verso sera siamo usciti a fare una passeggiata e abbiamo assistito all’uscita dalla cattedrale dei ricchi di Bangui, che sono partiti sui loro SUV climatizzati. La notte a Bangui è seducente, le nostre difese culturali si stanno abbassando, tornare “al sicuro” è faticoso ma obbediamo.
Oggi intanto è stata confermata la struttura del nuovo governo. Il primo ministro Firmin Ngrébada ha confermato l’esecutivo: 39 ministri in tutto, 3 in più di quelli discussi mercoledì durante l’incontro avvenuto ad Addis Abeba tra i 14 gruppi ribelli e gli esponenti del governo centrafricano. La società civile è consegnata in mano a criminali stranieri.
Stiamo producendo tantissimo materiale, siamo carichi di emozioni, informazioni. Domani staccheremo la testa da questo spropositato bagno di realtà andando a trovare i nostri amici ex pescatori, i più poveri di Bangui. Sorprendentemente il fegato di Caterina regge alle abbuffate di frittelle e noccioline tostate. Per quanto riguarda Federico, ma ce l’ha un fegato? Buonanotte

SABATO 23 MARZO 2019

Giornata iniziata con passeggiata di km e km lungo il fiume alla volta della zona di s. Paul per contattare un gruppo di suore depositarie di una somma da destinare all’ONG CEDIFOD ed ai giovani di Bangui; ci è stata affidata da suor Mara, madre della congregazione di Sant’Eusebio con fiducia piena sull’utilizzo.
Il quartiere Ngalabadja è fiabesco, basse costruzioni lungo l’Oubangui, bar eleganti sulla spiaggia, mercatini lungo la strada, architettura ed urbanistica totalmente centrafricane prive di violenze coloniali. E l’inquietante struttura del carcere ad interrompere l’incantesimo, alto muro di cinta, filo spinato, l’insistente presenza militare all’esterno; ONU presente con un carro armato, un casco blu pakistano è letteralmente sostenuto da una garitta a forma di bozzolo metallico privato della quale stramazzerebbe, fatto completamente di droga.
L’ intermezzo lo conoscete ( furto del telefono di Federico con stile perfettamente napoletano).
Nel pomeriggio ci siamo riuniti con noi stessi per bilancio e programmazione.
Con l’ aiuto di George si fa largo l’ idea di partenza, accarezzata ma non sperata, di proporre ad un gruppo di studenti universitari la scrittura di articoli da inviare in Italia in modo da avere sempre notizie che partono da Bangui.
Durata un anno sperimentale con pagamento al ” pezzo”. Vedremo se creare un sito, un blog od un giornale on line.
Domani proviamo a definire.
Stasera temporale africano.
Bellissimo.
La potenza dei tropici.
L’ equatore incute rispetto.
Speriamo in una notte un po’ più fresca.

DOMENICA 24 MARZO 2019

Bisogna chiudere, definire, ottimizzare. Quando potremo tornare? Potremo?
Le video interviste ai Giornalisti ed ai loro figli sono state realizzate. Sarà necessario tempo per elaborarle ma siamo grati alla sorte per aver reso possibile tutto il lavoro di documentazione.
Ci sono richieste due missioni ardue per un antropologo ed una mezza storica: gestire soldi e prendere decisioni rapide. Il tutto affogato nella nebbia cognitiva calda ed appiccicosa dei tropici. Incontrare, intervistare, scovare, è stato faticoso ma possibile. “Concretizzare” in Sango non si traduce. Siamo bianchi e quindi ricchi. Ed è molto difficile dimostrare il contrario.
9 studenti universitari di 9 diverse facoltà sono disponibili ad aprire una collaborazione come “nuovi giornalisti di Se”. Stiamo valutando un compenso di circa 10 euro a pezzo. Con due pezzi al mese si pagano la stanza al campus. I giochi sono diventati duri e i duri iniziano a giocare: cerchiamo di “perdere” con il massimo onore possibile mantenendo integro il loro.
Dalla colazione con il colonnello MINUSCA siamo passati alla cena con una suora che accoglie e riabilita bambini soldato. Storie tremende che racconteremo solo a voce. La quantità di vissuti umani intensi che ci è piombata addosso probabilmente è fuori dalla nostra portata. Samuele avremo bisogno di Te! Alcuni dettagli: Caterina pretende di usare il computer toccando lo schermo e di bere l’aranciata con il tappo, Federico ha passato la notte a cucirsi tutte le tasche dei pantaloni per evitate di metterci il telefonino. La terza settimana del viaggio sarà meglio che veniamo a passarla a casa.

LUNEDI 25 MARZO 2019

IERI POMERIGGIO, DOMENICA

Loro sono davanti ad un computer. Siamo a  Bangui nell’ ufficio di Ione. Aria climatizzata che dà benessere nelle ore torride, i nostri corpi e spiriti iniziano a percepire nel concreto la condivisione della sofferenza assoluta.  Siamo a Bangui da 10 giorni, abbiamo trascorso una notte difficile intossicati dal cibo.
Lui ha il volto tirato ed un piccolo solco sulla fronte, pigia sulla tastiera concentrato, lei gli ha chiesto un lavoro.
Lei è seduta di fronte a me, mi ha consegnato la rendicontazione del progetto “Mama ti ngo” seguito dall’associazione “Savona nel cuore dell’Africa” ed ora spalanca gli occhi sempre più azzurri per concentrarsi sui miei racconti; le parlo delle novità sui sistemi di diagnostica medica, cos’altro posso offrirle?
Una scienziata di portata mondiale ed un giovane antropologo stanno cercando di modificare un file.
Li dividono 50 anni.
Un file.
La cartina del Centrafrica su cui sono mappati i Centri Sanitari sul territorio Centrafricano attivati e seguiti da lei a partire dalla formazione del personale all’acquisto pittura per l’ esterno della costruzione, dalla fornitura dei farmaci alla contabilità.
40 anni di smisurata pazienza, conoscenza e studio che le avrebbero permesso una carriera prestigiosa messe al servizio degli Ultimi.
Le devo gran parte degli strumenti che mi hanno permesso di entrare in relazione con questo Paese che amo da 30 anni. Nel tempo della grave malattia mi ha salvato la vita.
La sua umiltà unita all’ironia creano un humus in cui le persone si incontrano, diventano migliori.
Il suo distacco nelle relazioni personali è monacale, lei marxista.
Federico ed io siamo febbricitanti, pallidi, sconvolti, cerca per noi le medicine nel magazzino dell’ASSOMESCA, l’associazione di cui è presidente ed anima che si occupa di forniture farmacologiche.
“Scusate, devo farvele pagare”. Scusate?
A lui scende il sudore lungo la schiena e dalla fronte, fatica, resistiamo.
” Federico sei riuscito? Bravo! Adesso cancelliamo tutti i Centri Sanitari che da dopo la guerra del 2013 non ci sono più ”
Clic,clic,clic,clic,clic,clic,clic,clic…..
cate

 

MARTEDI 26 MARZO 2019

Stamattina seconda consultazione di Marc. Ha chiarito che in nome dell’amicizia lui non accetta soldi. Gli abbiamo detto che sono per CEDIFOD (la sua ONG). Lungimirante come sempre, anche se poco fresco sui fatti recenti. Avevamo la responsabilità di gestire una somma raccolta per lui, ed abbiamo scelto di lasciargliene un terzo per i bambini del quartiere. La restante, in accordo con i mandatari, finirà nelle borse di studio per i ragazzi che collaboreranno con noi. Siamo usciti, abbiamo rubato qualche foto, e finalmente un poliziotto centrafricano con il distintivo russo sulla spalla ci ha fatto attraversare la strada. Grande emozione! Siamo stati beneficiari diretti della generosità sovietica.
Nel pomeriggio siamo entrati nel vivo del lavoro con gli universitari che si svolgerà nei prossimi due giorni attraverso brevi video interviste. George è andato ben oltre le nostre aspettative, che erano già alte. Riferiscono che ci sono in corso manifestazioni di protesta da parte degli studenti laureati a Bangui il cui titolo è meno valutato di quello dei centrafricani laureati all’estero. Domani e dopo domani oltre lui incontreremo altri 5 ragazzi e 2 ragazze, il nono studente sarà Textin.
Ceniamo con Ione e una tavolata di operatori di grandi ONG internazionali che lavorano nella finanza, vittime della spietata ironia di lei. Per avere una bottiglietta di aranciata al Centre d’Accueil abbiamo registrato una media di cinque passaggi, di consegne e indicazioni tra tre suore e quattro collaboratori centrafricani. Ciononostante il tentativo spesso fallisce. Ci siamo ritirati in questa specie di studio di registrazione che consiste in un’aioletta sotto un grande mango. Abbandonata qualsiasi precauzione sui temi trattati, ammesso che all’aeroporto ci lascino partire con i nostri materiali

MERCOLEDI 27 MARZO 2019

Breve fuga in città per giornali e qualche acquisto.
In tarda mattinata ci raggiungono la figlia di Celestin, 18 anni, accompagnata da un’amica di 15, giocatrice di basket: 1,80 m. di altezza, 41 di scarpe. Dopo essersi sorbite una bella predica di Caterina sul ruolo della donna in Repubblica Centrafricana e nel mondo intero la più giovane, approfittando di una pausa provvidenziale, ha alzato la mano: “mamma caterina, per favore possiamo accendere la TV?” Fantastiche! Ci hanno trascinati in un mondo di disney channel, serie TV angolane e super eroi Ninja. Federico ha rafforzato le loro fantasie dichiarando di non avere figli. Mattinata conclusa con selfie dopo applicazione di rossetto alla coca cola. Fresca normalità. Una delle due è stata salvata dal padre dalle pallottole degli anti balaka, Celestin assieme alla sua vita ha salvato anche il suo spirito di leggerezza.
Pomeriggio senza respiro di video interviste agli studenti universitari .
Attivato il progetto borse di studio/giornalismo .
Si espongono con dichiarazioni da far tremare le ginocchia. Li proteggeremo.
Ancora una visita di Celestin accompagnato dal suo terzo figlio, arrivati dopo aver avuto un incidente in moto a causa dei mototaxisti che guidano sotto l’effetto di oppioidi sintetici. Un serio problema che causa quotidianamente vittime e feriti.
Eravamo già stupefatti della giornata quando appare di sorpresa la studentessa di medicina, portandoci in dono due bellissimi cestini artigianali, due disegni fatti da lei ed una lettera per Sara. Inchiodati sul divano dalla sua tenerezza.
Confrontandoci con le persone che troviamo a tavola, super pagate con progetti iperbolici ci rendiamo conto che il Centrafrica ci ha regalato un’altra strada.

GIOVEDI’ 28 MARZO.

Ancora interviste,agli studenti, brevi viste, saluti, ricordati, ricordami…
La sera George finisce la consegna di tutte le foto che ha scattato per noi a Bangui, la città che non si può immortalare.
(Gli universitari ci comunicheranno di volersi chiamare ZOUKPANA:il coperchio della pentola).
A sorpresa la visita dei nostri amici-dirimpettai-ristoratori. Varcano la soglia del salone “dei bianchi”, portano un dono. Belli, ben vestiti, una bibita, risate…ciao!
A presto, a domani, a sempre.

Per il collettivo “I giornalisti di SE”
Federico Oliveri e Caterina Perata

 

Venezuela: ancora un tentativo di golpe

Guaidó per ora non gode del sostegno della maggioranza della popolazione. Trump non esclude la possibilità di un intervento militare.

1 maggio 2019

David Lifodi

Siamo alle solite. Ancora una volta, su input della Casa Bianca, Guaidó cerca di forzare la mano per rovesciare il governo del Venezuela bolivariano con un colpo di stato. Il paese è di nuovo sull’orlo della guerra civile e l’informazione embedded la fa da padrone. Quello di Maduro è un “regime” a priori, pur essendo stato eletto democraticamente, quelle dell’opposizione sono proteste pacifiche e non un colpo di stato, come ha tentato di precisare più volte Guaidó, un presidente autoproclamatosi tale senza alcuna legittimazione elettorale forte, adesso, del sostegno di Leopoldo López, il picchiatore del partito fascista Voluntad Popular liberato da un gruppo di militari antigovernativi e incredibilmente descritto dalla stampa di tutto il mondo come un sincero democratico.Nonostante si parli di colpo di stato fallito in partenza, la situazione in realtà è più complessa. Pur se oscurate dai media, le manifestazioni di sostegno a Maduro, ma soprattutto a difesa del Venezuela dalle ingerenze straniere e della democrazia, devono comunque fare i conti con una nuova, per quanto ridotta, dissidenza delle Forze armate, con la ripresa delle guarimbas e con la chiamata alle armi di Guaidó, insieme alla diffusione di notizie false, come riporta Telesur  tramite la giornalista Madelin García, la quale ha informato che la base aerea di La Carlota, che tutti indicavano come già presa dall’ultradestra, in realtà non è stata conquistata, nonostante gli episodi di violenza di cui si sono resi protagonisti i gruppi più radicali dell’estremismo antibolivariano. A questo proposito, il presidente dell’Assemblea nazionale Diosdado Cabello ha sottolineato come un gruppo di militari sia stato inviato a La Carlota con l’inganno, senza che fosse detto loro che l’intento era quello di far partire da lì il colpo di stato.

L’autoproclamato presidente Guaidó, insieme al suo sodale López, ha invitato comunque la popolazione a partecipare all’Operazione Libertà, ma come ha scritto il sociologo venezuelano Álvaro Verzi Rangel, condirettore del Clae (Observatorio en Comunicación y Democracia y del Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico), nessuno parla di almeno 40.000 suoi concittadini morti in meno di due anni a seguito delle sanzioni illegali imposte dagli Stati uniti per rovesciare un governo democraticamente eletto. Un economista universalmente stimato e riconosciuto come Jeffrey Sachs ha definito le sanzioni come un atto volto a distruggere deliberatamente l’economia del Venezuela.

Quanto a Juan Guaidó, adesso acclamato da mezzo mondo come il liberatore del Venezuela dalla “dittatura”, giova ricordare che non era niente più che un dirigente di seconda fila di Voluntad Popular, almeno fin quando Trump non ha deciso di puntare su di lui per accelerare il colpo di stato puntando su un’ambigua emergenza umanitaria nel paese alla quale non hanno abboccato, tra gli altri, organismi di soccorso internazionale come la Croce rossa e la Mezzaluna rossa.

Solo pochi giorni fa, il 27 aprile, il Venezuela aveva deciso di uscire dall’Osa (Organizzazione degli stati americani) dopo che con 18 voti favorevoli e 14 astenuti o contrari era stato riconosciuto Gustavo Tarre Briceño, uomo di Guaidó, come rappresentante ufficiale del Venezuela in seno alla stessa organizzazione. Difficile capire che direzione prenderà adesso la crisi venezuelana, poiché Guaidó, non controlla una sola parte del territorio venezuelano, gran parte dei militari, per ora, sembra rimanere fedele a Maduro e il Gruppo di Lima, pur avverso a Maduro, sembra tentennare a proposito di una eventuale azione militare contro Caracas, anche se le condizioni per uno scenario simile a quello siriano potrebbero realizzarsi rapidamente.

Ancora è presto per dire se questo nuovo tentativo di colpo di stato è fallito, ma soprattutto preoccupa la strategia di destabilizzazione permanente che, a ondate, cerca di far capitolare il Venezuela bolivariano, nonostante finora Guaidó e López non abbiano ottenuto quel sostegno popolare che si aspettavano, con buona pace dei servizi televisivi che tendono a mostrare un paese pronto ad affidarsi a due liberatori diretti come burattini dagli Stati uniti e dalla Colombia.

Tuttavia una cosa è certa: la mobilitazione a cui incita Guaidó è tutt’altro che non violenta e sembra incredibile che la stampa abbia subito adottato la sua parola d’ordine, quella che definisce Maduro come “usurpatore”. Ancora una volta occorre ricordare che usurpatore è colui che si definisce, senza alcun processo elettorale, presidente del Venezuela: Juan Guaidó.

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it

TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI

SESSIONE SULLA VIOLAZIONE CON IMPUNITA’ DEI DIRITTI UMANI DEL POPOLO DEI MIGRANTI E RIFUGIATI (2017-2019)

L’AMBIENTE OSTILE” A PROCESSO:

LE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO DI MIGRANTI E RIFUGIATI IN GRAN BRETAGNA

Londra, 3 – 4 Novembre 2018

COMPOSIZIONE DELLA GIURIA

Presidente: PHILIPPE TEXIER (FRANCIA)

Vicepresidenti:

LUIZA ERUNDINA DE SOUSA (BRASILE)

JAVIER GIRALDO MORENO (COLOMBIA)

HELEN JARVIS (AUSTRALIA)

NELLO ROSSI (ITALIA)

Segretario Generale: GIANNI TOGNONI (ITALIA)

PRESENTAZIONE

del Segretario Generale del TPP Gianni Tognoni

Una nuova pubblicazione dall’interno dell’universo della migrazione, che sempre più rappresenta la profondità e l’estensione della crisi che la nostra ‘civiltà’ sta attraversando, negando dignità e vita di coloro che sono dichiarati ‘altri’, e perciò irrilevanti ed eliminabili.

Ancora una volta lo si fa con gli occhi e gli strumenti del Tribunale Permanente dei Popoli (PPT), riprendendo, nel suo momento conclusivo, il percorso aperto a Palermo (si veda il volume Violazione dei diritti delle persone migranti e rifugiate 2017-2018 – Sentenza – Palermo 18-20 dicembre 2017, Teka Edizioni, Lecco 2018).

In questa circostanza si mette in risalto soprattutto il lavoro di ricerca ed analisi che, in ogni procedura del TPP, porta all’atto di accusa. Al di là del suo contenuto informativo l’importanza di questo testo è duplice:

  1. Mette in evidenza un lavoro collettivo, che esprime una ricerca fatta nel quotidiano da un numero importante di gruppi, associazioni, cittadini che hanno pensato di tradurre in coscienza ed assunzione collettiva di responsabilità la loro esperienza quotidiana di solidarietà per dire che la rassegnazione non è possibile, ne’ il silenzio. È un atto preciso di resistenza. Il diritto/dovere di dire ‘no’. È condivisione di una realtà molto simile, nella diversità materiale dei dati, a quanto si fa da tante parti. La memoria si costruisce mentre si lotta: ed è importante sapere che, al di là dei ‘sondaggi’ più o meno affidabili, e della violenza sempre più volgare di chi pretende di usare la legalità per irridere alla realtà ed alla dignità inviolabile della vita, si è in tante/i a dire (riprendendo, tra le tante, la testimonianza recente di Camilleri) che quanto succede ‘non è in nostro nome’.

  2. Questa testimonianza di resistenza viene da un paese che è stato storicamente protagonista assoluto delle politiche di colonizzazione, e perciò delle radici lontane, ma non scomparse, delle diseguaglianze strutturali dei popoli che ora sono considerati invasori. La globalizzazione economica è, con nomi e strumenti diversi, una nuova e più profonda colonizzazione. I dati che si accumulano per documentare la concentrazione delle risorse nelle mani di pochi ce lo ripetono ogni giorno. Le implicazioni nella realtà di un paese così esemplare, documentate in questo atto di accusa, mettono perfettamente in evidenza quanto, al di là della violenza delle frontiere che producono, senza interruzione, morti, torturati, scomparsi, la vita quotidiana è colonizzata dalla violenza: nel lavoro schiavo, nell’educazione e nella sanità negate, in politiche di ‘sicurezza’ che privano di libertà e futuro. Sappiamo bene quanto la realtà inglese trova simmetrie nella realtà italiana ed europea.

Un atto di accusa mette sistematicamente a confronto ciò che succede con quanto una logica di democrazia prevede e dovrebbe garantire. Mira in questo senso a trasformare una ‘cronaca’, che frammenta l’attenzione e sembra suggerire l’impotenza di fronte ad una interpretazione arrogante del potere, in una coscienza capovolta della ‘narrazione ufficiale’ della migrazione. Protagonista di questa narrazione capovolta, a partire dalla vita reale di persone che cercano solo di rendere vivibile la loro esistenza, è la coscienza-denuncia della criminalità di un sistema che si rifugia nella marginalizzazione, e nella criminalizzazione, di coloro che dicono che la diseguaglianza, fino alle forme moderne della schiavitù, non può essere una risposta per un futuro.

Al centro di questo atto di accusa c’è una espressione molto importante per capire la strategia, molto inglese, ma non solo, di quanto oggi si persegue con le politiche che saranno anche protagoniste della prossima campagna per le elezioni europee. Ripresa dalle dichiarazioni ufficiali della primo ministro May, la politica raccomandata è quella di creare un ‘ambiente ostile’ per migranti e rifugiati. Nella sua apparente indefinitezza, si tratta (e ne sappiamo qualcosa in Italia: così come ne sentiamo echi tragici nelle posizioni di altri governi, da Trump in giù) della violenza più profonda: si propone di creare una ‘cultura’ del nemico’, così che diventino sempre meno necessarie misure specifiche.

È un discorso dell’odio, che renda tollerabile tutto. Con la insistenza ed il controllo dei mezzi di comunicazione (Twitter o simili) si rende impossibile la presa di parola, il confronto con le vite reali. È la proposta di una politica di guerra permanente: a bassa intensità, ma di tutti: in nome della sicurezza. Quanto succede in questi giorni in Italia con la distruzione anche delle esperienze più positive, assomiglia drammaticamente alle antiche epurazioni che hanno portato alla shoah, di cui si fa memoria come di un evento da non ripetere.

All’atto di accusa fa seguito il primo giudizio del TPP. Se fosse preso come un testo separato dal quotidiano della ‘resistenza collettiva’ sopra ricordata, non sarebbe che una dichiarazione tra le tante. Impotente, anche se necessaria. Se entra a far parte della coscienza di resistenza attiva, può diventare una delle forme di disobbedienza, culturale ed operativa, di cui si vedono sempre più sintomi e segni importanti, un contributo a capovolgere il discorso dell’odio, per ri-credere, ri-costruire un discorso di prossimità e cittadinanza inclusiva: una obbedienza profonda, di fatto è sostanziale, alla legittimità costituzionale, dovuta e prioritaria rispetto ad ogni pretesa di legalità di decreti che mirano a fare dell’ostilità una atmosfera da respirare.

Il richiamo alla ‘resistenza’ che ci viene dal documento che chiude questo piccolo dossier, adottato dalle amministrazioni locali di molti dei paesi dai quali i migranti dell’Africa sono costretti a fuggire in nome della vita, può essere un buon augurio, per un cammino che non è né facile né breve.

Certo necessario: per i migranti ed i rifugiati, non solo di Inghilterra,ma anche, e senza sconti, per le nostre democrazie.

AMBIENTE OSTILE A PROCESSO” Audizione a Londra – 3-4 Novembre 2018

Imputato è il governo britannico (a proprio titolo e in qualità di rappresentante dei governi dell’UE e del Nord globale).

  1. Preambolo

Questa sessione invita il Tribunale Permanente dei Popoli a valutare se le politiche dell’Unione europea e dei suoi Stati membri nel campo dell’immigrazione e dell’asilo, in particolare per quanto riguarda le popolazioni migranti e il mondo del lavoro, costituiscano gravi violazioni degli articoli sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli firmata ad Algeri il 4 luglio 1976, gravi violazioni dei diritti degli individui sanciti in particolare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e, nella loro totalità, un crimine contro l’umanità ai sensi dell’Art. 7 dello Statuto di Roma.

La presente accusa è formulata come parte di una serie di incriminazioni contro i governi del Nord globale nel quadro stabilito nell’audizione introduttiva di Barcellona nel luglio 2017. Queste accuse prese insieme indicano i modi in cui i governi del Nord globale e le istituzioni dell’UE hanno:

(a) creato condizioni che rendono la vita insostenibile per milioni nel Sud del mondo, causando così una migrazione forzata di massa;

(b) trattato coloro che migrano nel Nord globale come non-persone, negando loro i diritti spettanti a tutti gli esseri umani in virtù della loro comune umanità, compresi i diritti alla vita, alla dignità e alla libertà;

(c) creato zone che sono in pratica escluse dallo stato di diritto e dai diritti umani nel Nord globale.

I governi del Nord globale, insieme alle istituzioni finanziarie internazionali, perseguono politiche commerciali, di investimento, finanziarie, estere e di sviluppo che sostengono un sistema di sfruttamento globale che destabilizza i governi, provoca conflitti armati, degrada l’ambiente e impoverisce e immiserisce lavoratori e comunità nel Sud del mondo, costringendo così milioni a lasciare le loro case per cercare salvezza, sicurezza e mezzi di sussistenza altrove.

Allo stesso tempo, attraverso politiche di deregolamentazione, privatizzazione, ridimensionamento del welfare state e esternalizzazione delle funzioni governative, commercializzazione e flessibilità, la ristrutturazione del lavoro e dei rapporti di lavoro è stata attivata nel Nord globale, creando acuta insicurezza e precarietà, deprimendo salari reali e condizioni di lavoro per la maggior parte dei lavoratori.

Attraverso politiche del lavoro e delle migrazioni che consentono libertà di movimento per il capitale e per i cittadini del Nord globale, mentre negano tali libertà ai cittadini del Sud del mondo, i governi hanno permesso ai datori di lavoro di approfittare della vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati che tentano di entrare nel mercato del lavoro, creando una sottoclasse di immigrati e rifugiati, di lavoratori resi illegali, super-sfruttati e soggetti ad espulsione – un popolo senza diritti.

I migranti, persone costrette a spostarsi dal Sud al Nord globali per ragioni di guerra, conflitto, persecuzione, espropriazione e povertà, subiscono impunemente violazioni dei diritti quando raggiungono il Nord globale, indipendentemente dalla loro particolare nazionalità o etnia. In virtù della loro esperienza comune si può dire che costituiscono un “popolo” ai fini della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (la Dichiarazione di Algeri), che stabilisce che ogni popolo ha il diritto di esistere e che nessuno deve essere soggetto, a causa della sua identità nazionale o culturale, a … persecuzioni, deportazioni, espulsioni o condizioni di vita tali da compromettere l’identità o l’integrità delle persone che ne fanno parte.

I seguenti sotto-articoli dell’art. 7 dello Statuto di Roma (crimini contro l’umanità) sono rilevanti per le considerazioni del Tribunale: c) schiavitù; d) deportazione forzata o trasferimento della popolazione; e) imprigionamento e altre forme gravi di negazione della libertà personale in violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale; g) stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata … e altre forme di violenza sessuale di uguale gravità; h) persecuzione contro un gruppo o un collettivo che possiede la propria identità, ispirata da ragioni di natura politica, razziale, nazionale, etnica, culturale, religiosa o di genere; i) sparizioni forzate di persone; j) apartheid; k) altri atti inumani della stessa natura volti a causare intenzionalmente gravi sofferenze o gravi pregiudizi all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale.

Altri importanti strumenti sui diritti umani coinvolti nell’accusa includono: la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948); La Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (1966), la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966), la Convenzione per la repressione del traffico delle persone e lo sfruttamento della prostituzione di altri, il Protocollo che punisce la tratta di persone, in particolare donne e bambini; la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti; la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale; la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne; la Convenzione sui diritti dell’infanzia; la Carta dei diritti fondamentali dell’UE (2000); la Convenzione sull’immigrazione per l’occupazione dell’ILO (riveduta) (1949), che sono stati tutti ratificati dagli stati membri dell’UE.

In questo quadro, la presente accusa chiede al Tribunale Permanente dei Popoli di considerare le politiche economiche, di sicurezza, di migrazione e di lavoro dell’UE e dei suoi stati membri, che insieme escludono, emarginano e negano i diritti umani fondamentali ai migranti poveri e ai rifugiati sia alle frontiere che all’interno dell’Europa. Nel Regno Unito, queste politiche sono collettivamente note come “ambiente ostile”, politiche che hanno lo scopo dichiarato di rendere la vita impossibile a migranti e rifugiati che non hanno il permesso di vivere nel Regno Unito e che privano tali migranti dei diritti di alloggio, salute, mezzi di sostentamento e di un tenore di vita decoroso, libertà, libertà di riunione e associazione, vita familiare e privata, integrità fisica e morale, libertà da trattamenti inumani o degradanti e, in ultima analisi, del diritto alla dignità umana e alla vita. Al Tribunale verrà inoltre richiesto di esaminare l’infrastruttura legale alla base dell’ ‘”ambiente ostile”, in cui migranti e rifugiati, con o senza permesso di essere nel paese, sono in pratica privi di diritti, al massimo con privilegi che possono essere ritirati in qualsiasi momento.

Mentre le politiche di “ambiente ostile” hanno caratteristiche particolari per il Regno Unito, esistono disposizioni parallele in altri Stati membri dell’UE, che negano ai migranti privi di documenti l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’occupazione e al sostentamento. Tali politiche sono paradigmatiche del trattamento a livello di UE dei migranti e dei rifugiati poveri come indesiderabili e non meritevoli dei diritti umani. Questo disprezzo trova molteplici espressioni, dalla criminalizzazione del salvataggio nel Mediterraneo, al mantenimento di condizioni disumane e degradanti nei campi profughi da Moria in Grecia a Calais, in Francia. Si diffonde verso il basso dal governo e incoraggia la crescita di razzismo e violenze sempre più estreme contro l’immigrazione.

La nota seguente illustra alcune delle caratteristiche dell ‘”ambiente ostile” per i migranti sviluppato come politica nel Regno Unito dal 2012, con le loro radici storiche.

  1. Nota esplicativa: “l’ambiente ostile”

Nel 2012, la segretaria di stato per gli affari interni del Regno Unito, Theresa May, ha dichiarato che intendeva creare un “ambiente veramente ostile” per gli immigrati clandestini nel Regno Unito, in modo da far loro lasciare il paese. In seguito al suo annuncio, ha istituito un “Gruppo di lavoro sull’ambiente ostile” interministeriale (un titolo successivamente modificato, su richiesta dei partner della coalizione di governo, a “Gruppo interministeriale sull’accesso dei migranti alle prestazioni e ai servizi pubblici” ), incaricato di elaborare misure che rendano la vita il più difficile possibile ai migranti privi di documenti e alle loro famiglie nel Regno Unito. L’intenzione esplicita è quindi quella di usare l’estrema miseria e la mancanza di giustizia come arma per costringere i migranti a non avere il diritto di essere nel paese e a lasciarlo, a basso costo o senza costi per il Regno Unito.

Le politiche che questo gruppo ha ideato erano contenute negli Atti di immigrazione del 2014 e del 2016, nella legislazione secondaria, nei documenti di orientamento e nelle misure operative adottate dal Ministero dell’Interno e dalle agenzie partner. Essi comprendono:

(1) Alloggio: il diritto di affitto richiede ai proprietari di abitazioni private ​​di eseguire controlli di immigrazione sui futuri inquilini, sulle loro famiglie e su chiunque altro possa vivere con loro. I proprietari che affittano beni sono passibili di sanzioni e potenzialmente di imprigionamento se qualcuno che non ha il permesso di essere nel Regno Unito viene trovato a vivere come inquilino o pensionante nella loro proprietà. Il diritto di affitto è stato sperimentato nel 2014 ed è stato esteso in tutto il paese nel 2016, nonostante un sondaggio del Ministero dell’Interno (inedito) indicasse che non funzionava e stava portando a una maggiore discriminazione razziale nel mercato degli affitti abitativi, risultati confermati dalle organizzazioni della società civile e associazioni di proprietari di abitazioni (Consiglio congiunto per il benessere degli immigrati, 2015, 2017).

Coloro che non riescono a dimostrare la loro cittadinanza o il loro status nel Regno Unito, e non sono in grado di accedere a proprietà in affitto e sono finiti senza casa e per strada, includono un numero significativo di pensionati che hanno vissuto nel Regno Unito sin dalla prima infanzia (la “generazione Windrush”) .

Atti del parlamento nel 1996 e 1999 avevano escluso i richiedenti asilo, i migranti privi di documenti e gli immigrati con visto di lavoro temporaneo dalle soluzioni abitative per i senzatetto e dagli alloggi sociali (la Legge sull’immigrazione e l’asilo del 1999 ha creato un’agenzia separata per fornire ai richiedenti asilo indigenti un alloggio senza scelta fuori Londra e nel sud-est).

Le misure del “diritto di affittare” violano il diritto a un alloggio adeguato senza discriminazioni, che è riconosciuto nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (UDHR) (come parte integrante del diritto a un tenore di vita adeguato) e nell’art. 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR), ulteriormente ampliato dal Commento Generale n. 4 sull’adeguatezza abitativa da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali (1991). Nella misura in cui l’assenza di abitazione influisce negativamente sulla dignità umana e sull’integrità fisica e mentale, le misure violano anche l’Art. 1 UDHR, gli artt. 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e gli artt. 1 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (EUCFR).

(2) Assistenza sanitaria: L’obbligo per il personale ospedaliero del Servizio sanitario nazionale di verificare lo stato dell’immigrazione di tutti coloro che partecipano al trattamento non di emergenza e di chiedere in anticipo il pagamento completo a coloro che non sono in grado di dimostrare il proprio diritto al trattamento gratuito è stato attuato attraverso regolamenti che sono entrati in vigore nell’aprile 2017. A quelli incapaci di stabilire il proprio status legale nel Regno Unito e a quelli con lo status di visitatore viene addebitato il 150% del costo del trattamento. Il trattamento di emergenza non richiede un pagamento anticipato, ma ai pazienti vengono inviate le relative fatture in seguito.

I regolamenti seguivano le restrizioni sul trattamento ospedaliero gratuito nel 2015, da quando chi era nel Regno Unito come studente o con un visto di lavoro è stato obbligato a pagare una tassa sanitaria annuale (ora £ 400 per persona all’anno).

La conseguenza è stata che molte madri incinte non hanno partecipato al trattamento prenatale e sono stati causati danni permanenti ai loro bambini non ancora nati, a malati di cancro e ad altri in condizioni molto gravi che non potevano iniziare il trattamento per mancanza di fondi.

La legge sull’assistenza sanitaria e sociale del 2012 ha consentito al NHS di trasmettere i dettagli dei pazienti al Ministero dell’Interno per l’applicazione, e le disposizioni informali per tale condivisione dei dati sono state sostituite da un accordo formale (MoU) nel gennaio 2017. Dopo che gruppi di medici come la British Medical Association (BMA), organizzazioni di beneficenza mediche tra cui Doctors of the World, gruppi di pressione come Docs not Cops e membri del parlamento nel comitato selezionato sulla salute hanno invitato il governo a mettere fine all’accordo, che stava scoraggiando i malati e le donne incinte dal cercare aiuto medico, il governo ha annunciato una sospensione parziale del MoU nell’aprile 2018.

I Regolamenti del SSN prevedevano dal 1982 in poi, che i visitatori del Regno Unito non avessero diritto al trattamento ospedaliero non d’urgenza gratuito, sebbene il personale dell’NHS non fosse obbligato ad addebitare o eseguire controlli sullo status dell’immigrazione e la maggior parte non lo fece. L’assistenza sanitaria di base (presso gli ambulatori medici) rimane libera a tutti indipendentemente dallo status, poiché i tentativi del governo di estendere il regime di tariffazione all’assistenza primaria hanno incontrato una resistenza molto forte da parte del Servizio sanitario nazionale e degli operatori sanitari pubblici.

La negazione del trattamento ospedaliero gratuito a coloro che ne hanno bisogno, che non possono dimostrare il loro status di immigrazione o non hanno uno status sicuro e / o le misure che dissuadono le persone dal cercare cure mediche, violano il diritto al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale, che è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzione di razza, religione, credo politico o condizione sociale o economica. Si riflette nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946, nell’art. 25 UDHR e nell’ art. 12 ICESCR 1966. Inoltre viola il diritto all’integrità morale fisica e mentale riconosciuto nell’Art 8 ECHR e nell’Art 3 EUCFR.

(3) Criminalizzazione del lavoro: l’Atto sull’immigrazione del 2016 ha proseguito e perfezionato il processo di criminalizzazione del lavoro dei migranti avviato vent’anni prima, quando nel 1996 il divieto di lavoro per i richiedenti asilo e per coloro che non avevano il permesso di entrare nel paese ha iniziato ad essere imposto dalle sanzioni ai datori di lavoro che impiegavano coloro che non avevano l’autorizzazione a lavorare nel Regno Unito. Sebbene la legge fosse poco utilizzata, nel 2006 ha aperto la strada a sanzioni molto più rigide, con la creazione di un reato (al contrario di un regolamento) per l’impiego consapevole di lavoratori non autorizzati, e comportava una pena detentiva; aumento delle pene regolamentari; controlli documentali più rigorosi per i datori di lavoro per evitare sanzioni e un’attuazione intensiva attraverso incursioni su luoghi di lavoro prevalentemente di piccole dimensioni e di proprietà etnica. Nel 2016, la sanzione è stata raddoppiata a £ 20.000 per lavoratore, ed è stato creato un nuovo reato di lavoro illegale, che ha permesso di confiscare i salari dei lavoratori senza documenti.

Le opportunità di lavoro legale nel Regno Unito sono state strettamente adattate alle esigenze dell’economia dopo la ricostruzione post-seconda guerra mondiale. Dall’Atto sull’immigrazione del 1971 in avanti, i lavoratori non qualificati al di fuori dell’UE non sono stati ammessi, a parte gruppi come lavoratori agricoli stagionali e lavoratori domestici – lavoratori temporanei senza diritti di insediamento o unità familiare, controllati interamente dai loro datori di lavoro e non autorizzati a cambiare datore di lavoro. Ai richiedenti asilo non era permesso lavorare mentre aspettavano che i loro casi venissero definiti, un processo che potrebbe richiedere anni. I visti per lavoro sono stati in gran parte limitati a quelli con un alto livello di istruzione, qualifica e reddito (e dal 2009, nell’ambito del sistema basato sui punti, i punti sono assegnati anche per i giovani).

Nel 2010, i laureati non erano più autorizzati come in precedenza a rimanere nel Regno Unito per due anni per il lavoro post-studio. A partire dal 2016, anche le norme sull’immigrazione sono state modificate per eliminare il diritto di residenza per chi guadagna meno di £ 35.000 all’anno. Questa misura è stata introdotta per garantire che “solo i lavoratori più brillanti e migliori che rafforzano l’economia del Regno Unito” possano stabilirsi stabilmente nel Regno Unito; gli altri sono ora tenuti a lasciarlo dopo sei anni. La logica alla base dei cambiamenti delle regole è quindi spudoratamente neoliberista e nativista, trattando i lavoratori interessati come merci usa e getta.

Allo stesso tempo, mentre i cittadini dell’UE hanno il diritto di circolare liberamente per l’UE per lavoro, ai senzatetto cittadini europei provenienti dall’Europa orientale che dormono a Londra sono stati confiscati i documenti di identità, il che impedisce loro di ottenere un impiego, e si sono trovati detenuti ed espulsi per “abuso” dei diritti di libera circolazione.

Queste misure violano il diritto al lavoro riconosciuto universale dall’art 23 UDHR e sancito nell’art. 6 ICESCR e art. 15 (1) EUCFR.

Dovrebbero essere visti sullo sfondo in cui i governi e le istituzioni dell’UE e del Nord globale hanno abdicato agli obblighi derivanti dalla legislazione internazionale per proteggere i lavoratori e garantire condizioni di lavoro dignitose e una retribuzione equa, consentendo invece il consolidamento delle pratiche di sfruttamento e condizioni di lavoro oppressive nel settore pubblico e privato. Nel Regno Unito, il governo ha ripetutamente rifiutato aumenti salariali ai lavoratori del settore pubblico, consentendo nel contempo ai dirigenti di percepire stipendi oscenamente alti; rifiutato di adottare un vero salario di sussistenza; non è riuscito a far rispettare in modo sicuro il salario minimo e la protezione del lavoro; e ha incoraggiato o condonato l’uso da parte delle aziende di contratti a zero ore, la loro manipolazione dello status di “lavoratori autonomi”, il lavoro delle agenzie, l’indebolimento del diritto di organizzazione e altre azioni che negano diritti e tutele ai lavoratori e ai dipendenti.

Tali atti e omissioni violano il diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli tutelate dall’art. 23 UDHR e alla libertà, equità, sicurezza e sicurezza sul lavoro, in contrasto con le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). (1)

(4) Sicurezza sociale e supporto all’asilo: i migranti ammessi nel Regno Unito per visite, lavoro, studio o ricongiungimento familiare sono soggetti alla condizione di “non ricorso a fondi pubblici” che vieta l’accesso ai sussidi means-tested. Dal 1999, sono stati esclusi, dalle norme di sicurezza sociale, dall’accesso a tali benefici.

(1) Nella misura in cui le convenzioni dell’OIL sulla migrazione per l’occupazione e la Carta dell’UE dei diritti fondamentali delle condizioni di lavoro dignitose e sicure si applicano solo ai lavoratori legalmente riconosciuti sul territorio, gli stessi strumenti ingiustificatamente e indebitamente raddoppiano l’esclusione dei migranti privi di documenti da diritti riconosciuti come universali .

I richiedenti asilo hanno diritto a ricevere circa £ 37 a settimana (un importo che nel 2014 rappresentava circa il 50% del sostegno al reddito di base). Il livello di supporto si basava sull’ipotesi che il periodo di determinazione sarebbe stato di circa sei mesi, dal momento che era stato accettato che nessuno potesse vivere più a lungo contando su tale importo. Il periodo di determinazione dei diritti è spesso misurato in anni anziché in mesi, ma l’importo non è aumentato in linea con i costi della vita. Il sostegno è stato negato a richiedenti tardivi o diniegati nel 1996 e nuovamente dalla legislazione del 2002. Nel 2009 la negazione delle prestazioni di base e dell’alloggio è stata estesa alle famiglie con bambini che non hanno lasciato il Regno Unito quando richiesto. Coloro che hanno diritto al sostegno per l’asilo spesso devono aspettare diverse settimane o mesi per ottenerlo, molti sono lasciati senzatetto e completamente indigenti.

Nel 2007 la Commissione parlamentare mista per i diritti umani ha condannato il livello e le esclusioni dal sostegno in materia di asilo come “indigenza forzata”, che “in alcuni casi raggiunge la soglia di un trattamento inumano e degradante.” Ha concluso che “la politica deliberata di indigenza è al di sotto dei requisiti della legge comune di umanità e della legge internazionale sui diritti umani”. Un rapporto 2014 dell’IRIS, “Povertà tra rifugiati e richiedenti asilo nel Regno Unito. Una prova e un riesame della politica “ ha scoperto che la miseria era una politica deliberata, calcolata come deterrente per altri che considerino la possibilità di venire nel Regno Unito.

Misure che privano deliberatamente qualcuno dei mezzi di sussistenza violano l’Art. 9 e 11 dell’ICESCR (diritto alla sicurezza sociale e ad un adeguato tenore di vita) e possono anche costituire un trattamento inumano e degradante in contrasto con l’Art 5 UDHR, l’Art. 3 ECHR e l’Art. 4 EUCFR .

(5) Istruzione: nel giugno 2015 il Dipartimento per l’istruzione (DfE) ha stipulato un accordo con il Ministero dell’Interno per fornire informazioni dettagliate sugli alunni, ottenute attraverso il censimento scolastico, per consentire all’Home Office di rintracciare le famiglie che soggiornano illegalmente, ai fini della loro espulsione. L’accordo, i cui obiettivi includevano la creazione di un “ambiente ostile” nelle scuole, era segreto e venne alla luce solo a dicembre 2016, dopo che il DfE aggiunse al censimento le domande sulla nazionalità e il paese di nascita. Una proposta del segretario di Stato per gli Affari Interni di non consentire ai bambini di migranti con status irregolare di frequentare la scuola o di spingerli in fondo alla fila per i posti di scuola, è stata respinta dal governo. Una campagna pubblica del gruppo di attivisti Against Borders for Children, sostenuta da insegnanti e genitori, ha portato alla eliminazione delle domande relative alla nazionalità e al paese di nascita dal censimento scolastico nell’aprile 2018, ma l’accordo sulla condivisione dei dati rimane in vigore e gli attivisti ritengono che dissuada quelli con stato irregolare dall’inviare i loro bambini a scuola.

Nella misura in cui le misure sono calcolate per dissuadere i genitori dall’inviare i bambini a scuola, violano il diritto universale all’istruzione senza discriminazione, riconosciuto tra l’altro dall’articolo 26 UDHR, articolo 13 e 14 ICESCR, protocollo 1, articolo 2 della Convenzione europea Diritti umani, (CEDU), Art 14 EUCFR e Art 28 Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (UNCRC).

(6) Altre misure di condivisione dei dati: oltre alle misure sopra descritte in relazione al Servizio sanitario nazionale e alle scuole, l’Atto sull’immigrazione del 2016 ha imposto un obbligo generale agli enti pubblici e ad altri di condividere dati e documenti con l’ufficio per l’immigrazione. Inoltre, a partire dal gennaio 2018 le banche sono state obbligate a fare controlli trimestrali sui titolari di conti correnti e a chiudere i conti di coloro che sono stati sospettati dal Ministero dell’Interno di soggiorno illegale. Queste disposizioni sono state sospese nel maggio 2018. I poteri per condividere i dati e per richiedere la fornitura di informazioni al Ministero degli Interni da parte di altri dipartimenti e agenzie governative, tra cui Her Majesty’s Revenue and Customs, registri matrimoniali e autorità locali, sono state concesse dal 1999.

Dal 2009, università e colleges sono state obbligate a raccogliere e trasmettere all’Home Office i dati personali, la frequenza, i progressi e altre informazioni pertinenti sugli studenti non comunitari iscritti ai corsi, nonché a verificare i documenti di tutto il personale, compresi i docenti in visita. Il mancato monitoraggio degli studenti ha portato alla sospensione e in alcuni casi al ritiro della licenza per l’ammissione a studenti non comunitari.

Il Data Protection Act 2018 esenta i dati raccolti e condivisi ai fini del controllo dell’immigrazione dai diritti degli interessati di accedere ai dati detenuti su di essi, nella misura in cui la divulgazione può pregiudicare il controllo dell’immigrazione.

Queste misure interferiscono in modo sproporzionato con i diritti alla privacy (art. 8 CEDU) e sulla protezione dei dati (art. 8 EUCFR).

(7) Tasse commerciali: le tasse dell’Home Office per i visti e il loro rinnovo sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni, per riflettere “il valore del prodotto”, che rende le domande di regolamento, per la regolarizzazione o per la cittadinanza, proibitivamente costose. Una richiesta di status regolare per una donna sottoposta a violenza domestica da un coniuge costa £ 2.997; per un parente dipendente ora costa £ 3.250. I bambini nati nel Regno Unito, che hanno il diritto di registrarsi come cittadini britannici dopo dieci anni di residenza, sono tenuti a pagare una tassa di oltre £ 1.000, mentre quelli che arrivano nel Regno Unito da piccoli si troveranno a pagare, tra tasse e il supplemento sanitario, fino a £ 8.500 in dieci anni.

Nella misura in cui queste alte tasse impediscono ai migranti di regolarizzare il loro status, interferiscono con i diritti alla vita privata tutelati dall’art. 8 CEDU e art. 7 EUCFR.

L’effetto cumulativo delle misure di cui sopra, in particolare la negazione del diritto al lavoro legale, l’esclusione dei migranti da tutti i servizi di assistenza sociale e le tasse esorbitanti per le domande di immigrazione, è quello di spingere molti migranti verso il lavoro illegale, dove sono totalmente alla mercé dei datori di lavoro, soggetti ad abusi che vanno dalle molestie sessuali al mancato pagamento delle retribuzioni, e senza possibilità di ricorso legale a causa del loro status, con la violazione dei diritti di accesso alla giustizia e a un rimedio efficace per la violazione dei diritti (Art. 2 , 7 UDHR, art 6, 13 ECHR, art 47 EUCFR). I lavoratori non UE senza status regolare sono esclusi dall’accesso ai diritti sul posto di lavoro, al salario minimo e ad altre protezioni. Le donne, che costituiscono un’alta percentuale di questi lavoratori, sono esposte al rischio di sfruttamento sessuale e abuso oltre ad altre forme di sfruttamento, che colpiscono anche direttamente e indirettamente bambini e giovani.

(8) Vita familiare: le regole sull’immigrazione sono state modificate nel 2012 in modo che i migranti regolari provenienti da paesi extra UE che guadagnano meno di £ 18.600 non abbiano diritto al ricongiungimento con il loro coniuge o partner e devono guadagnare 22.400 sterline per portare anche un bambino, e ulteriori £ 2,400 per ogni bambino in più.

Il cambiamento delle regole non era necessario, dal momento che i migranti che cercavano il ricongiungimento familiare erano già tenuti a dimostrare di poter accogliere e sostenere altri membri senza ricorrere a fondi pubblici. Esso è progettato per garantire che le persone povere non possano avere una vita familiare nel Regno Unito.

Le misure di “prima l’ espulsione, l’appello dopo”, negli Atti di immigrazione del 2014 e del 2016, hanno permesso l’espulsione dal paese di migranti che si appellavano al fatto che essa avrebbe violato il loro diritto al rispetto della vita familiare, prima che l’appello fosse ascoltato.

Sono stati segnalati molti casi in cui bambini di appena sei mesi sono stati separati dai genitori detenuti. Bail for Immigration Detainees (BID) ha rappresentato 155 genitori separati dai loro figli per detenzione fino ad oggi, nel 2018.

Le misure interferiscono con il diritto al rispetto della vita familiare, protetto da molte dichiarazioni a favore dei diritti umani tra cui UNCRC e Art. 8 CEDU. L’interferenza con la vita familiare è consentita, nelle norme sui diritti umani, solo se è legittima e necessaria in una società democratica per la sicurezza pubblica, la prevenzione della criminalità, la protezione dei diritti degli altri ecc.

(9) Polizia e detenzione: nel 2012 è stata lanciata Nexus, un’operazione congiunta di controllo dell’immigrazione da parte della polizia che si è basata sull’intelligence della polizia piuttosto che sui risultati della colpevolezza, per identificare gli individui “ad alto rischio” per l’espulsione. L’anno seguente, il governo lanciò l’Operazione Vaken, un tentativo di intimidire i migranti privi di documenti affinchè lascino il paese, esponendo tabelloni su furgoni che giravano per le aree dei migranti dicendo loro “Vai a casa! O affronta l’arresto “, contemporaneamente a un’operazione aggressiva di controlli sull’immigrazione rivolta a giovani minorenni nelle stazioni della metropolitana di Londra.

L’applicazione divenne una priorità importante alla fine degli anni ’90 e negli anni 2000. I funzionari di polizia sono cresciuti da 120 nel 1993 a 7.500 nel 2009, quando hanno avuto luogo migliaia di incursioni aggressive in imprese di produzione etnica e abitazioni. Una famosa operazione del 2009, che illustra la relazione tra la mancanza di diritti sul luogo di lavoro e i diritti di residenza insicuri, ha comportato un’imboscata agli addetti alle pulizie presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) a Londra, che aveva appena ottenuto il London Living Wage (il salario minimo stabilito per la zona di Londra) dopo una dura campagna. Invitati ad una riunione mattutina, gli addetti alle pulizie si trovarono rinchiusi da funzionari dell’immigrazione che controllavano il loro diritto di lavorare nel Regno Unito e ne arrestarono diversi per l’espulsione. Nonostante le azioni di solidarietà degli studenti, in nove vennero espulsi. Tuttavia, gli addetti alle pulizie e i loro sostenitori hanno continuato la loro campagna per il giusto trattamento e nel 2017 hanno ottenuto il diritto di essere assunti direttamente dalla scuola, con parità di retribuzione e di condizioni con gli altri lavoratori della scuola.
Il Regno Unito è l’unico stato membro dell’UE in cui la detenzione amministrativa di migranti a tempo indefinito è legale secondo il diritto interno e molti detenuti immigrati sono stati rinchiusi per diversi anni. C’è stata una forte campagna, che ha coinvolto molti parlamentari, per un limite di detenzione di 28 giorni. In molte occasioni, i giudici hanno condannato la lunga detenzione di persone vulnerabili, e molte volte l’hanno dichiarata inumana e degradante. La detenzione a tempo indefinito causa malattie mentali e gravi disagi e ha portato a numerosi suicidi e episodi di autolesionismo.

Il Regno Unito fu uno dei primi a privatizzare la detenzione degli immigrati, con il centro di detenzione di Harmondsworth gestito da Securicor negli anni ’70. Sette degli otto centri di detenzione a lungo termine (ora denominati “Centri per la Rimozione dell’Immigrazione o IRC) sono gestiti privatamente. Sono esentati dalla legislazione sul salario minimo e nel 2018 i dirigenti hanno rifiutato di aumentare la retribuzione dei detenuti che svolgono lavori umili da £ 1 a £ 1,15 l’ora.

Queste misure violano il diritto alla libertà, proclamato dai giudici come un diritto fondamentale e un valore tipicamente britannico, e considerato fondamentale anche nella DUDU e nella CEDU; a condizioni di lavoro decenti (vedi sopra); e alla libertà da trattamenti inumani e degradanti.

(10) L’ambiente ostile alle frontiere: quando l’Europa ha chiuso i suoi confini ai migranti poveri e ai rifugiati, sono sorti campi informali ai colli di bottiglia ai confini, dove è stato fornito poco o nessun aiuto ufficiale; i volontari che cercano di fornire aiuto sono stati criminalizzati e sono state implementate dure misure di polizia, comprese percosse, attacchi con i cani, furto o distruzione di oggetti personali. A Calais, dove migranti e rifugiati che sperano di attraversare la Manica verso la Gran Bretagna stanno arrivando ​​dagli anni ’90, i loro accampamenti sono stati ripetutamente distrutti. Il grande campo conosciuto come “la giungla”, con chiesa, scuola e negozi improvvisati, è stato distrutto dalle ruspe nell’ottobre 2016 e la polizia spesso colpisce bambini addormentati con gas lacrimogeni, distrugge le tende e i sacchi a pelo e picchia i migranti più anziani, mentre il sindaco di Calais, cercando di evitare un altro accampamento “giungla”, ha vietato la distribuzione non autorizzata di cibo e acqua pulita, nonostante malattie che si sviluppano per mancanza di acqua pulita. (Il divieto è stato annullato da un tribunale che ha ordinato l’installazione di rubinetti dai quali attingere acqua potabile) . Il governo del Regno Unito contribuisce al costo della sorveglianza dei migranti a Calais.

Il duro trattamento di coloro che si trovano negli accampamenti e ai confini è inumano e degradante, e contrasta con l’art. 3 della CEDU, in cui la cui protezione è concepita come assoluta. Tale trattamento non può mai essere giustificato da alcun obiettivo politico.

3. Accuse specifiche contro il governo del Regno Unito (in proprio e in rappresentanza dell’UE e degli Stati membri e del Nord globale)

1. All’interno di una forza lavoro impoverita e resa insicura dalle politiche neoliberiste, i lavoratori migranti e rifugiati vengono super-sfruttati, emarginati e privati ​​dei diritti da misure legali e operative, tra cui:

i.Omissione (in comune con quasi tutto il Nord globale) della firma o della ratifica della Convenzione per i lavoratori migranti delle Nazioni Unite;

ii. Omissione (a differenza di molti altri stati nel Nord del mondo) della ratifica della Convenzione per i lavoratori domestici dell’OIL e soppressione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori domestici;

iii.Legislazione che impone sanzioni ai datori di lavoro che impiegano lavoratori privi di documenti, sostenute da raid violenti contro – in particolare – piccoli datori di lavoro delle minoranze etniche, che possono essere multati fino a £ 20.000 e persino imprigionati per aver impiegato un immigrato o rifugiato senza documenti;

iv. Creazione del reato di lavoro illegale, ai sensi dell’Immigration Act 2016, che consente la confisca delle retribuzioni dei lavoratori;

v. Negazione e / o limitazione dei diritti al lavoro per i richiedenti asilo;

vi. Mantenimento di un quadro giuridico che esclude i lavoratori privi di documenti dalla protezione contro gli abusi, incluso il mancato pagamento delle retribuzioni, il licenziamento ingiusto e la discriminazione di razza e sesso, che sono particolarmente diffusi nei settori dell’ospitalità, del tempo libero, dei servizi, dell’agricoltura e dell’edilizia; vii.Mancanza di sufficienti finanziamenti costanti per l’Autorità per i Gangmasters e gli Abusi sul Lavoro (GLAA), per far rispettare condizioni di lavoro dignitose;

viii.Rifiuto di fornire assistenza legale in casi connessi all’occupazione e rimozione di finanziamenti pubblici per consulenza e assistenza in questi casi;

ix.Rinuncia ad assicurare la completa separazione delle visite di controllo da parte di GLAA dal controllo dell’immigrazione;

x.Espulsione dei cittadini dell’Area Economica Europea (EAA) che sono indigenti e che non riescono a trovare lavoro;

xi. Esenzione dei ”Centri per la Rimozione dell’Immigrazione” dalla legislazione

sul salario minimo, che consente alle multinazionali della sicurezza di trarre profitto sia dai contratti di detenzione che dalla manodopera a basso costo dei detenuti.

2. Nel frattempo, le politiche del governo in materia di immigrazione e asilo hanno favorito il razzismo, l’islamofobia e il nativismo e hanno deliberatamente creato un “ambiente ostile” per i non cittadini che comporta (oltre alla criminalizzazione del lavoro) l’indigenza forzata, la negazione di diritti alla casa e al trattamento medico essenziale, la detenzione a tempo indefinito e l’espulsione. Queste politiche violano gli obblighi internazionali in materia di diritti umani alla vita, alla dignità, all’integrità fisica e psicologica, al rispetto della vita privata e familiare, alla libertà e alla protezione dal lavoro forzato e da trattamenti disumani e degradanti. Ciò è stato ottenuto attraverso:

i.Politiche sui visti più restrittive che limitano i diritti legali di ingresso e soggiorno nel Regno Unito per lavoro (per cittadini non-SEE o di paesi terzi) a un numero piccolo e in diminuzione di dipendenti altamente qualificati o aziendali, con tasse esorbitanti per emissione e rinnovo;

ii. Norme sull’immigrazione e politiche ministeriali che trattano i lavoratori domestici come proprietà dei loro datori di lavoro;

iii) Accoglienza forzata in alloggi – spesso squallide sistemazioni – di richiedenti asilo, che sono tenuti a vivere con un’indennità settimanale incredibilmente piccola;

iv.Legislazione che impone ai proprietari e agli agenti privati ​​di controllare lo stato dell’immigrazione prima di affittare l’alloggio;

v.Legislazione e politica che nega alla maggior parte dei richiedenti asilo rifiutati e di migranti privi di documenti, qualsiasi beneficio o sostegno, così come qualsiasi assistenza ospedaliera di emergenza dell’NHS;

vi.Il radicamento di opinioni razziali sui migranti nel sistema di controllo, al punto che le persone di colore residenti da decenni sono esposte al sospetto di non avere alcun diritto legale di risiedere, alla negazione di servizi essenziali e alla minaccia di espulsione forzata;

vii.La soppressione del patrocinio a spese dello Stato per i casi di immigrazione di non richiedenti asilo.

3. Il governo, con politiche che rendono impossibile vivere senza lavorare e contemporaneamente rendendo il lavoro illegale, costringe le persone vulnerabili ad accettare condizioni di super-sfruttamento e totale insicurezza come prezzo per rimanere nel paese e consente alle società private di trarre profitto da tale super-sfruttamento.

4. Inoltre, mentre la legge sulla libera circolazione dell’UE riconosce l’importanza dell’unità familiare per i cittadini SEE che si muovono per lavorare, le norme del ricongiungimento familiare del governo per i cittadini non SEE (siano essi ammessi come lavoratori o rifugiati) sono estremamente restrittive e portano a una separazione a lungo termine delle famiglie.

5. Queste politiche vanno anche a scapito dei diritti dei bambini, che sono esposti a rischi di sfruttamento e abuso quando tentano di emigrare autonomamente, o di privazioni e indigenza come conseguenza di politiche che negano il sostegno dei fondi pubblici a migranti familiari.

6. Allo stesso tempo, il governo, di per sé e in quanto Stato membro dell’UE, facilita la realizzazione di vasti profitti da parte delle società di sicurezza attraverso contratti per il regime di sicurezza delle frontiere, l’alloggio dei richiedenti asilo e per la detenzione e la espulsione di migranti, mentre trascura o condona la brutalità, il razzismo e altre violazioni dei diritti umani, reati, frodi e negligenze commessi da propri agenti contro migranti e rifugiati, ricompensandoli di fatto con la continuazione dell’assegnazione di tali contratti.

Domande per il Tribunale

Il Tribunale è invitato a considerare l’effetto cumulativo di tutte queste misure, politiche e operazioni prese insieme, nel creare e mantenere un popolo senza diritti all’interno dell’Europa e ai suoi confini.

  1. Nella misura in cui il Tribunale abbia accertato le violazioni di cui sopra, come si riferiscono al modello generale di violazioni riscontrato dal Tribunale nelle sue audizioni a Barcellona, ​​Palermo e Parigi?
  2. In che modo la creazione e il mantenimento di un popolo senza diritti si concilia con le pretese dell’Europa di essere una culla di diritti e valori umani universali e con gli strumenti dei diritti umani scritti, firmati e ratificati dagli Stati europei?
  3. In che modo la continua tolleranza della sofferenza dei condannati ad essere senza diritti influisce sullo stato di diritto?
  4. Dal momento che la protezione dei diritti umani fondamentali deve essere perseguita dallo stato sia a livello legislativo che giuridico, in che misura il trattamento dei migranti distrugge questo ponte tra il politico e il giuridico?
  5. In che misura i migranti possono essere soggetti sperimentali o cavie per una più ampia distruzione dei diritti dei popoli nell’ambito della globalizzazione?
  6. In che modo le politiche governative e le dichiarazioni ministeriali che trattano migranti poveri e rifugiati come “turisti della beneficenza”, “turisti della salute”, “uno sciame”, contribuiscono ad esacerbare il razzismo popolare e incoraggiano l’odio dei migranti e la violenza razziale?
  7. Il Tribunale ha trovato esempi di resistenza contro queste misure che possano fungere da modelli o indicatori per azioni future?

Elenco delle organizzazioni firmatarie

Co-convenors

Corporate Watch

Commission for Filipino Migrant Workers – Europe

Global Justice Now (GJN)

Institute of Race Relations (IRR)

Justice, Peace and Integrity of Creation Links Network

Lewisham Refugee Migrant Network (LRMN)

Migrants Rights Network

Monsoon Book Club

Racial Justice Network, Quakers, Friends House

RESPECT Network Europe

Statewatch

Transnational Institute (TNI)

Transnational Migrant Platform-Europe (TMP-E)

UNITE the Union

Waling-Waling (Supporting Migrant Workers Rights Campaign)

War on Want

ECVC/LVC Sindicato de Obreros del Campo-Sindicato Andaluz de Trabajadores – SOC-SAT Andalucia

ECVC/LVC Associazione Rurale Italiana ARI

LAB Trade Union Basque Country

COS-Trade Union Catalonia

Supporting organisations

Asylum Welcome (Oxford)

Bertrand Russell Peace Foundation

Birmingham & Coventry Branch of the National Union of Journalists (NUJ)

Brigidine Sisters

Campaign Against Criminalising Communities (CAMPACC)

Committee on the Administration of Justice (Belfast)

daikon* zone

Daughters of the Cross of Liege

Disabled People Against the Cuts

Doctors of the World UK

Doughty Street Chambers

Good Shepherd and OLC

Haringey Welcome

Holy Family of Bordeaux

Hotel Workers Branch LE/1393 – Unite the Union

INQUEST

Kanlungan Filipino Consortium

Kent Refugee Help

Latin American Women’s Rights Service (LAWRS)

Leicester Civil Rights Movement

Lifeline Options CIC

Marist Sisters

Migrant and Refugee Children’s Legal Unit (MiCLU )

Migrants Organise

Migrant Support’s

Min Quan Advocacy Group

SumofUs

Miscarriages of Justice UK (MOJUK)

Missionary Society of St Columban

No-Deportations – Residence Papers for All

Participation and the Practice of Rights (PPR)

Praxis

Restaurant/Bar Branch LE/1647 – Unite the Union

Reunite Families UK

Right2workuk ltd

Reunite Families UK

Sacred Heart of Jesus & Mary Sisters

Sisters of Christ

Sisters of St Joseph of Peace

Sisters of St Louis

SOAS Detainee Support

Society to the Sacred Heart and the Sisters of the Assumption

South Yorkshire Migration and Asylum Action Group

The Monitoring Group

UK Modern Slavery Research Consortium (CAJ)

UNISON

United Voices of the World

The Voice of Domestic Worker

Women in exile

Society to the Sacred Heart

Sisters of the Assumption


Nueva Imperial (Cile) – E’ determinato il popolo delle terra a far sì che il significato del proprio nome sia effettivo. Mapuche, in lingua mapudungun, significa infatti proprio questo: popolo della terra. Ma dall’arrivo dei conquistadores e con i vari governi cileni questa definizione è stata sempre meno veritiera. Tra i nove popoli indigeni riconosciuti in Cile, i mapuche sono i più numerosi (sono il 10 per cento della popolazione, quindi circa 1 milione di persone) e i più combattivi. Gli unici di cui i media parlano. Costantemente.

L’omicidio di Camilo Catrillanca ha riportato alla luce quella che potremmo definire la ‘questione mapuche’, una questione però da sempre esistente. Il giovane, ucciso dai carabineros mentre si trovava a lavoro in campagna, ha infatti scatenato una serie di proteste, manifestazioni in molte zone del Paese che ha rispolverato la propria simpatia e affiliazione con il popolo originario.

Effettivamente in Cile, da Nord a Sud, ma soprattutto nella capitale Santiago e nella vitale Valparaiso non è difficile incontrare murales dedicati alla popolazione mapuche, manifestazioni di sostegno, bandiere sventolanti nei negozi. La simpatia della popolazione, però, è inversamente proporzionale ai metodi delle forze dell’ordine che non perdono occasione per reprimere con la forza le manifestazioni. Repressione sperimentata in prima persona e che ha aperto gli occhi su una questione ancora aperta per il Cile.

Per questo abbiamo incontrato Josè Nain Perez e sua moglie Margot, due rappresentanti mapuche con una grande voglia di raccontare la propria storia, le proprie rivendicazioni come guardiani della terra. Marito e moglie, abitano con i due figli in una casa in legno nel comune di Nueva Imperial, dove hanno recentemente costruito anche una yurta tradizionale mapuche. Un luogo di ritrovo in cui cucinare insieme, cantare e ballare al ritmo del Kultrun e della Trutruca. Josè e Margot sono i rappresentanti dell’associazione regionale mapuche Folilko e Josè è consigliere comunale a Galvarino, il suo paese natale.

Il loro obiettivo è quello di essere mapuche, vivere in comunità e in simbiosi con la terra. “Lo stato cileno – dicono – ci reprime perché siamo gli unici a richiedere i nostri diritti, che lottiamo per riprenderci ciò che lo stato ci ha tolto”.  Come moltissimi mapuche anche Margot e Josè hanno una storia da raccontare riguardo alla violenza subita dalle forze dell’ordine. “Sono stata presa dalla polizia – racconta Margot – mentre stavo stampando volantini sulla nostra lotta per la ripresa della terra. Mi hanno picchiato così tanto che sono arrivata senza coscienza in ospedale”. Margot racconta la sua vicenda con le lacrime agli occhi ma sottolinea di essere stata fortunata: “Non mi hanno violentato”.

La stessa storia di Josè Nain è un manifesto della resistenza mapuche. Oggi è un consigliere del comune di Galvarino, suo paese di origine, ma nei primi anni Duemila è stato uno degli attivisti del movimento di riconquista della terra. Per questo è stato in carcere tre volte e uno dei promotori della marcia da Temuco a Santiago, che nel 1999 chiedeva il riconoscimento dei popoli indigeni. Partiti in 100 arrivarono nella capitale in 4mila.

Nel periodo iniziato alla fine del 2018 Josè vede una rinascita delle rivendicazioni mapuche. “Dopo la morte di Camilo – ci racconta – siamo stati chiamati alla ribellione e questa mobilitazione non si vedeva da tempo. Credo che questa guerra non si fermerà, sarà dolorosa ma necessaia per ottenere qualcosa. In questo modo è per noi difficile pensare al futuro dei nostri bambini. Dobbiamo chiedere osservatori internazionali per parlare con lo Stato punto per punto.”

Ad oggi nelle carceri cilene si contano 23 attivisti mapuche, mentre 15 sono i ricercati. Il metodo per arrivare ad ottenere diritti e riconoscimenti come popolo non è condiviso da tutti i mapuche, ma questo non sembra preoccupare Josè. “Non abbiamo mai avuto una forma piramidale che rappresentasse tutti, per questo gli apsgnoli ebbero problemi a sconfiggerci. se ci unioamo ci ammazzano tutti, tutte le comunità hanno loro leader e organizzazioni. In 30 anni lo stato non stato in grado di creare dialogo costruttivo”.

Ad oggi esiste una organizzazione di resistenza clandestina composta da giovani impegnata in atti dimostrativi contro la forestale, ma che da qualche tempo si sta organizzando per resistere con logica militare. L’oppressione della popolazione mapuche parte da lontano e si concretizza ancora oggi.  Per Pinochet la questione mapuche non esisteva, ma anche il ritorno alla democrazia non ha agevolato il loro riconoscimento.

La storia dei mapuche non si insegna a scuola e la lingua solo un’ora a settimana. La cultura mapuche si fonda molto sul concetto di solidarietà e collettività. “Per noi è fondamentale – ci spiega Margot – incontrarsi e aiutarsi,.Ci si incontra per fare tutto: lavori in casa, per cenare, per suonare al ritmo del Kultrun e della Trutruca, per condividere quello che si ha. Tutti i mapuche hanno un talento da scoprire. C’è chi è portato per il canto, per suonare, per la danza”.

“Per tutti questi motivi a chi ci dice di integrarci noi rispondiamo perché dovremmo? Siamo differenti in tutto, in cultura, per visione politica, nel modo di vivere”.

Come popolo della Terra, i mapuche lottano per preservare il proprio ambiente originario.  Josè e Margot coltivano il maqui, un frutto simile al mirtillo e con grandissime proprietà antiossidanti che viene utilizzato come rimedio per moltissime patologie, dalla febbre ai problemi cardiovascolari, ma possiedono anche piccoli appezzamenti di piante di lupino e alberi di nocciole che hanno in mente di vendere anche in Italia tramite progetti di commercio solidale.

Insieme ad altri nove mapuche è stata poi creata una cooperativa che produce una sorta di caffè d’orzo. Cooperativa che punta a preservare la terra con coltivazioni non invasive e realizzare un prodotto sano ed etico.

I cambiamenti provocati dagli interventi statali e, soprattutto dei privati, si stanno infatti manifestando in tutta la loro forza. Le imprese forestali hanno da tempo mutato la geografia del territorio, rendendo complicata la vita dei mapuche e in genere di chi vive lavorando la terra. Il disboscamento degli alberi originari è una pratica più che diffusa. La regione dell’Araucanía, dove vive la più grande comunità mapuche, è quasi interamente popolata da pini ed eucalipto, piante estranee al territorio, utilizzate per la produzione di cellulosa e di conseguenza di carta.

“Per il nostro territorio – spiega Josè Nain, un rappresentante della comunità mapuche di Nueva Imperial – sono le specie più dannose perché sono come delle spugne. Necessitano di un grande quantitativo di acqua e per questo prosciugano le nostre falde, oltre a danneggiare la biodiversità”.

I mapuche utilizzano le piante sia come fonte di nutrimento che come rimedio naturale per curarsi. “Tutta la vegetazione – spiega Margot Nain, mostrando la coltivazione della sua famiglia – ha per noi mapuche un significato, il territorio ci dà vita e forza. Per essere in armonia con il mondo, la terra deve stare bene. Il cileno non capisce che non si tratta del metro quadrato da coltivare che ti serve per vivere, ma dell’armonia del tutto. Armonia che lo stato ha tolto al nostro territorio da tempo”.

Un altro grave problema è quello idrico. Circa 120mila famiglie dell’Araucanía non dispongono di acqua potabile. Per questo lo Stato raziona la quantità fornendo circa 200 litri settimanali a ciascuna famiglia. Il cambiamento climatico, dovuto anche al disboscamento selvaggio, non risparmia la regione fino a pochi anni fa molto piovosa: le precipitazioni sono diminuite e le estati arrivano a 35 gradi.

“La nostra eredità del periodo di dittatura – continua Josè – è stata il saccheggio dei boschi da parte delle imprese forestali, quello idroelettrico e quello minerario”.

Ed effettivamente la legge 701 legata al tema forestale è una di quelle sopravvissute alla caduta di Pinochet. “Quando, dopo la fine della dittatura, abbiamo lottato per riprendere parte della nostra terra – spiegano Josè e Margot – abbiamo ottenuto pochissimo, mentre i coloni (le imprese forestali, ndr) moltissimo. Ad ogni colone sono stati assegnati 500 ettari di terra, alle famiglie cilene 60, mentre solo 6 a noi mapuche”. E questo rapporto impari tra lo stato e le imprese è ben visibile anche nella zona di Nuova Imperial, dove, le forze di polizia cilene sono quotidianamente impegnate a controllare che il disboscamento non venga ‘disturbato’ dalle comunità locali.

Un’altra preoccupazione ambientale per i mapuche è rappresentata dal progetto minerario a Est del comune di Melipeuco, nella regione dell’AraucaníaDal 2008 la società Minera Lonco sta effettuando studi di esplorazione geologica per determinare i gradi e la potenza metallifera sia dell’oro che del rame. Dal 2012 questi studi hanno confermato l’esistenza di ingenti depositi. Giacimenti così grandi da far sì che la stessa società consideri lo sviluppo della miniera come il loro più grande progetto. Per difendere il territorio composto da grandi foreste native, sorgenti d’acqua zone umide, aree selvagge protette e la riserva della biosfera molti mapuche si dicono pronti anche a sacrificare la propria vita.

In tutto questo c’è da aggiungere che il 2019 non ha portato buone nuove alla popolazione. Dai primi giorni dell’anno i mapuche stanno soffrendo di una fortissima siccità  con temperature molto alte che vanno oltre i 40 gradi. Questo ha provocato numerosi incendi che colpiscono la regione, ma principalmente le comunità mapuche dove si sono bruciate case, scuole. Negli incendi sono morte alcune persone e molti animali.

“Qui – spiegano Josè e Margot in un primo appello – si sono bruciati più di 3000 ettari di terreno, si sono perse le semine che erano pronte per dare i raccolti, si sono bruciati capannoni, magazzini e tutti i pascoli di pastorizia degli animali; attualmente abbiamo 120 famiglie colpite direttamente dagli incendi, a questo aggiungiamo che si sono bruciate le connessioni della rete idrica, non hanno nè acqua nè luce elettrica e la situazione è molto caotica”.

Il 9 e 10 marzo di nuovo il fuoco era presente nel comune di Galvarino, nelle Comunità mapuche Quetre, Qunahue, Pelantaro e Curileo – queste la parole di un secondo appello – Qui il fuoco ha raso al suolo tutto quel che c’era, case e tettoie e distrutto piccoli animali. È stato davvero un disastro”.

Per come la nostra terra è stata rovinata  e per quello che ancora hanno in mente di fare, lo Stato cileno ha verso di noi mapuche un enorme debito. Tutto quello che ci sembra concesso, infatti, è solo una minima parte del nostro diritto di popolo originario”.

di Alice Pistolesi  (https://www.atlanteguerre.it)

Facendo click con il mause sulla parola “VIDEO” sottostante potete vedere il video dell’appello di Margot e Relmu (compagna e figlia di Josè Nain),
sulla situazione nella regione dell’Aracucania e delle Comunità mapuche di Galvarino e Nueva Imperial, dopo i devastanti incendi.

Repubblica Centrafricana: padre Siciliano (cappuccino), “dolore per la morte del confratello Toussaint Zoumaldé”

“Abbiamo vissuto alcuni mesi insieme nella diocesi di Bouar, nello stesso convento, era un giovane sacerdote. Era così buono, non capisco perché sia stato ucciso”. È la reazione di padre Marco Siciliano alla notizia della morte del confratello cappuccino padre Toussaint Zoumaldé, classe 1971, originario della Repubblica Centrafricana, ucciso nella notte con arma bianca. La notizia dell’uccisione è stata ufficialmente diffusa dal superiore della Provincia dei padri cappuccini in Camerun e Repubblica Centrafricana. Padre Siciliano è rientrato solo alcuni giorni fa dalla Repubblica Centrafricana e trascorrerà un periodo di riposo nella Provincia originaria dei Frati minori cappuccini di Calabria. “Ricordo quando ho conosciuto padre Toussaint. Andava spesso in Ciad, altro Paese della nostra Provincia, per raccogliere provviste per la nostra gente – dichiara padre Siciliano, attualmente a Cosenza -. Questa notizia mi rattrista molto, era un sacerdote molto socievole, amava stare tra la gente”. “Due mesi fa – racconta ancora padre Siciliano – abbiamo celebrato il funerale del suo genitore – ed era venuti fedeli dalle zone circostanti. Lo conoscevano in tanti anche perché era un ottimo musicista. Purtroppo nella Repubblica Centrafricana il pericolo è dietro l’angolo a causa della guerra tra governativi e ribelli”.

da SIR Servizio Informazione Religiosa (www.agensir.it)

Catte è al Centro di Accoglienza di Bangui, nella capitale, dove la situazione, nonostante il casino generale, parrebbe relativamente tranquilla.
Si sentono spari ma la vita tutto sommato sembra riuscire a scorrere.
Siccome non è sicuro muoversi gli incontri preventivati si svolgono al Centro di Accoglienza.
Ciò per rassicurare tutti.

Venerdì 25 gennaio si è svolto all’Università Roma Tre un seminario di studi dal titolo “Ettore Masina (1928-2017), un cattolico ‘errante’”.

Alla giornata di studi ha portato il saluto della Rete Radiè Resch il nuovo portavoce nazionale, Fulvio Gardumi, il quale ha sottolineato che la Rete è molto interessata all’avvio di un percorso di approfondimento della figura e dell’opera del suo fondatore.

In occasione del seminario è stata anche annunciata l’istituzione, presso la Fondazione Basso, di un Fondo archivistico dedicato a Masina e alla Rete. Al Seminario era presente anche la famiglia Masina, con Clotilde Buraggi, i tre figli e i nipoti.

I lavori sono stati aperti da Matteo Mennini, Storico del Cristianesimo all’Università Roma Tre, autore di uno studio su Ettore Masina. Mennini ha illustrato le fonti e alcune ipotesi per una ricerca biografica più completa.

L’attività di Masina come giornalista, scrittore, politico e animatore di iniziative di solidarietà internazionale, è stata analizzata da alcune relazioni, a cominciare da quella di Giorgio Del Zanna dell’Università del Sacro Cuore di Milano, che ha tracciato un quadro del mondo cattolico milanese nel secondo dopoguerra. In particolare ha ricordato l’amicizia di Masina con l’allora arcivescovo di Milano card. Montini, poi diventato Papa Paolo VI.

La fondazione e la storia della Rete Radié Resch, definita una “anomalia resistente”, è stata al centro della relazione di Ercole Ongaro, dell’Istituto Lodigiano per la storia dell’età contemporanea. Ongaro è lo storico della Rete, alla quale ha già dedicato tre pubblicazioni: una nel 1994 in occasione del 30° di fondazione, una nel 2004 per il 40° e una nel 2014 per il 50°.

L’attività giornalistica di Ettore Masina, prima al “Giorno” come inviato speciale e informatore religioso, poi alla Rai, come conduttore del TG2 e di programmi di approfondimento, è stata analizzata da Federico Ruozzi dell’Università di Modena-Reggio Emilia nella sua relazione “Mass media e cattolici in Italia tra Vaticano II e anni Ottanta”.

Il particolare clima sociale ed ecclesiale che si era venuto a creare con il Concilio e che è proseguito con la stagione del Dopoconcilio è stato il tema dell’intervento di Giovanni Turbanti, della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.

Infine l’impegno di Masina per i popoli oppressi dell’America Latina attraverso il Tribunale Russell II è stato analizzato da Giancarlo Monina dell’Università Roma Tre e rappresentante della Fondazione Basso.

Era prevista anche una relazione sull’attività parlamentare di Masina, svolta dal 1983 al 1992 nella Sinistra Indipendente: avrebbe dovuto tenerla Giancarla Codrignani, anche lei più volte parlamentare e “collega” di Masina nella Commissione Esteri, ma per motivi di salute non ha potuto essere presente ed ha quindi inviato un testo da allegare agli atti.

Nel dibattito è intervenuto anche Raniero La Valle, anche lui giornalista cattolico e parlamentare della Sinistra Indipendente. Per La Valle, Masina era un grande giornalista “non solo perché raccontava le cose, ma perché raccontava sé stesso, mettendo in gioco sé stesso e la sua vita”. La Valle ha sottolineato il momento storico straordinario del Concilio, quando la Chiesa era “diventata notizia”. Fino a quel momento ciò che veniva discusso all’interno della Chiesa era rigorosamente segreto. L’arrivo a Roma di cardinali da tutto il mondo, con le loro istanze e richieste, di teologi d’avanguardia, portatori di nuove visioni come la teologia della liberazione o la “Chiesa dei Poveri”, la messa in discussione di dogmi ritenuti immutabili per secoli, sono tutti aspetti di un fenomeno nuovo, che il giornalismo di quegli anni ha colto al balzo per trasformare le vecchie cronache stantie, filtrate dai salotti vaticani, in notizie vive e attraenti per il grande pubblico. Quella interpretata da Masina in quel periodo “non era solo storia ecclesiale ma una nuova dinamica sociale della modernità”.

Clotilde Buraggi è intervenuta nel dibattito per ricordare la sua vita con Ettore Masina, un uomo che l’ha fatta aprire agli altri, ad altri mondi, e le ha fatto capire l’uguaglianza e la dignità di tutti gli uomini. Così, ha detto, abbiamo dato vita alla Rete Radié Resch, su suggerimento del prete operaio francese ed amico Paul Gauthier.

Al seminario erano presenti anche i figli e i nipoti di Ettore. Uno dei tre figli, Pietro, ha portato all’inizio dei lavori il saluto della famiglia Masina ed è intervenuto poi anche nel dibattito, ricordando, tra l’altro, come la scelta di Ettore di farsi da parte per “demasinizzare” la Rete, cioè per evitare che la Rete si identificasse con una persona, sia stata una scelta molto lungimirante, anche se sofferta. Pietro ha commentato che quella scelta si è dimostrata vincente, come dimostra la vitalità della Rete nei decenni successivi al “ritiro” del fondatore, con il passaggio da una guida centralizzata a una gestione partecipata.

Le conclusioni del seminario sono state affidate a Roberto Rusconi, dell’Università Roma Tre. “Ettore era un cristiano che faceva l’esame di coscienza davanti alla carta geografica”, ha detto Rusconi citando una definizione di Padre Ernesto Balducci. E l’apertura al mondo è stato uno dei caratteri più innovativi del giornalismo di Masina e del suo impegno internazionale. Un impegno e una visione da cui è nata la Rete Radié Resch, che ancora oggi è viva e attiva e cerca di attualizzare le intuizioni del suo fondatore.

Saluto del portavoce nazionale della Rete, Fulvio Gardumi

Porto a questo seminario di studi “Ettore Masina, un cattolico ‘errante’” il saluto della Rete Radié Resch, l’associazione di solidarietà internazionale che Ettore Masina fondò nel 1964 – 55 anni fa – e che rappresenta sicuramente una delle più solide concretizzazioni del pensiero e dell’azione di Masina. Una realtà che gli è sopravvissuta, che è tuttora viva e presente in una quarantina di città italiane, che ha contatti e relazioni con molte comunità e movimenti popolari nel Sud del Mondo e che cerca continuamente di attualizzare le intuizioni del fondatore.

La nascita della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, di cui parlerà nel corso del Seminario il prof. Ercole Ongaro, si inserisce in quel filone del dibattito conciliare che non è riuscito a concretizzarsi in un documento ufficiale, ma che ha influenzato profondamente la storia contemporanea: questo filone è conosciuto come “Chiesa dei poveri”.

La Rete Radié Resch è stata fin dall’inizio particolarmente interessata all’avvio di un percorso di studio e di approfondimento della figura e dell’opera di Ettore Masina, nella sua multiforme attività di giornalista, scrittore, politico e fondatore/animatore di iniziative di solidarietà internazionale: tutti aspetti di una personalità che nel titolo di questo seminario di studi viene presentata, come quella di un “cattolico errante” (riprendendo il titolo di un libro dello stesso Masina del 1997). La sua storia si intreccia con quella del Concilio e del Dopoconcilio, con la storia politica e sociale dell’Italia del Dopoguerra e, più in generale, con la Storia della seconda metà del Novecento.

La fondazione della Rete, di cui Masina è stato per decenni l’anima, è una testimonianza viva della lungimiranza del suo pensiero e della sua azione. Tanto più in tempi come quelli attuali, in cui i concetti stessi di solidarietà e di opzione preferenziale per i poveri della Terra, così centrali in Masina, sono messi pesantemente in discussione e addirittura additati come reati. Proprio l’anno scorso la Rete Radié Resch ha titolato il suo 27/o convegno nazionale “La solidarietà non è reato”, sottotitolo “ReSIstiamo umani”. Un titolo e un sottotitolo che si possono leggere come una sintesi del pensiero e della prassi di Ettore Masina e dell’eredità che lui ha lasciato alla Rete, la quale ancora oggi cerca di declinare concretamente e di adeguare al mutato contesto storico e politico i valori di solidarietà, umanità, resistenza, coscientizzazione, formazione, informazione e controinformazione. In altre parole, come recita il titolo dell’intervento di Ercole Ongaro previsto nella mattinata di oggi, la Rete fondata da Ettore Masina cerca anche oggi di vivere come una “anomalia resistente”.

A nome della Rete Radié Resch ringrazio quindi l’Università Roma Tre, in particolare il Dipartimento di Studi Umanistici, e la Fondazione Basso, che assieme alla Rete ha collaborato con questa Università alla promozione del Seminario odierno. La Fondazione Basso sta organizzando l’istituzione di un Fondo archivistico della Rete Radié Resch che confluirà nel Fondo archivistico Ettore Masina, con la donazione dei documenti di cui è stato ricercatore e collettore il prof. Ercole Ongaro – storico della Rete – accanto a quelle già raccolte dal dott. Matteo Mennini attraverso la famiglia Masina e altre persone che hanno interagito negli anni con Ettore Masina.

A tutte queste persone ed istituzioni va quindi il ringraziamento della Rete, con l’auspicio che il percorso per una ricerca biografica su Ettore Masina si sviluppi positivamente e contribuisca a mettere a fuoco un periodo storico e una temperie culturale e politica di cui Masina è stato un protagonista di primo piano.

La Rete “Radié Resch”: un’anomalia resistente di Ercole Ongaro

Lo storico francese Marc Bloch ha osservato che “un fenomeno storico non è mai compiutamente spiegato se si prescinde dallo studio del tempo in cui avviene”1. Tuttavia nessun evento e nessuna associazione sono figli unicamente del proprio tempo: ci vuole sempre qualcuno che sappia leggere i “segni del proprio tempo”, rispondere a una chiamata, decidere di dedicarsi a far nascere il nuovo, portare alla luce il non-ancora. Anche la Rete RR ne è una dimostrazione2: per capire la sua nascita e il suo sviluppo non si può prescindere dal tempo in cui avvenne a Roma l’incontro tra Ettore Masina3, giornalista del quotidiano “Il Giorno”, e padre Paul Gauthier4, prete operaio a Nazareth e in quel momento perito del Concilio Ecumenico Vaticano II5.

Era il tempo del Concilio, di Giovanni XXIII che voleva una Chiesa che si facesse conoscere “come la Chiesa di tutti, e particolarmente dei poveri”, che sollecitava i credenti a “considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui”6; era il tempo dell’apertura del dialogo tra Chiesa e mondo, tra cristiani e marxisti, tra cattolici e cristiani di altre confessioni religiose; era il tempo della Pacem in terrris, la prima enciclica rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, che invitava a saper leggere i “segni dei tempi” e dichiarava “irrazionale” la guerra; era il tempo delle lotte del movimento nonviolento di Martin Luther King per i diritti dei neri, del processo di decolonizzazione e di indipendenza dei popoli africani ancora sotto il giogo coloniale; era il tempo di una domanda sempre più forte di giustizia in masse di lavoratori e di poveri ai margini della storia.

L’incontro tra Masina e Gauthier avvenne il 4 dicembre 1963: si stava chiudendo la seconda sessione dell’assemblea ecumenica e veniva annunciato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa. A quell’incontro, avvenuto nella sala stampa vaticana, sarebbe seguito il decisivo incontro a Nazareth il 31 dicembre prima in un cantiere edile poi nella baracca di Paul: Gauthier e Masina, uno di fronte all’altro, capaci di scrutarsi nell’intimo, di condividere le proprie inquietudini, di immaginare un cammino comune per rispondere alla domanda di giustizia dei poveri.

Il rapporto tra Gauthier e Masina era un rapporto asimmetrico: per la differenza di età, per la storia che avevano alle spalle, per il ruolo che stavano svolgendo. Paul, dotato di una personalità carismatica, esercitava un forte fascino su chi lo avvicinava o lo ascoltava: da docente di teologia nel seminario di Digione a prete operaio a Nazareth, dove attorno a lui si era raccolto un gruppetto di uomini e donne – compagnons e compagnes – assetati di radicalità nell’attuare il Vangelo nella propria vita; come perito conciliare Paul stava svolgendo un imprevisto ruolo di coordinatore di un gruppo di vescovi che si erano autoconvocati fin dalle prime settimane del Concilio in risposta a un suo dossier, “Gesù, la Chiesa e i poveri”, da lui distribuito a decine di vescovi, che poneva l’urgenza che la Chiesa abbandonasse ogni segno di ricchezza per poter incontrare i lavoratori e i poveri7.

Ettore, più giovane di 14 anni, sposato con Clotilde e padre di due figli (poi divenuti tre), era un cattolico alla ricerca di un impegno coerente con la propria fede: la sua professione di “inviato speciale” di un grande quotidiano l’aveva messo sovente a contatto con l’umanità sofferente delle periferie urbane, umiliata da condizioni di vita e di lavoro precarie. Ma fu l’impatto con la sofferenza delle masse povere della Palestina a travolgere gli argini del suo stile di vita borghese: l’aver visto a Nazareth e Betlemme famiglie che vivevano in grotte, al freddo, come ai tempi di Cristo.

Ettore e sua moglie Clotilde decisero di accogliere l’invito di Gauthier a costituire una “rete di amici” che si autotassassero ogni mese per dare concretezza alla “condivisione con i fratelli bisognosi e lontani”8. Gli aiuti inviati a Nazareth sarebbero serviti a fornire prestiti per la costruzione di case per i lavoratori. Vi erano già due gruppi che da alcuni anni convogliavano somme di denaro a sostegno dell’attività di Gauthier e dei suoi compagnons: uno costituito da un parroco in Belgio, laltro costituito da un giornalista in Francia. Ma solo quello che stava sorgendo in Italia ad opera di Ettore e Clotilde Masina fu denominato “Rete”, che traduceva il termine francese “reseau”, utilizzato per indicare i gruppi di sostegno ai resistenti in lotta contro il nazismo. Un nome originale, anomalo in quegli anni, che sarebbe divenuto usatissimo soltanto alcuni decenni dopo.

I due gruppi di sostegno in Belgio e Francia si esaurirono presto, mentre si andava propagando la Rete italiana, intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una grotta mentre la sua famiglia era in attesa di abitare una casa – Masina, per costituire la Rete, aveva indirizzato un appello a tanti suoi amici: a Milano dove abitava con la famiglia, a Varese dove aveva vissuto l’adolescenza e la giovinezza, a Roma dove soggiornava per seguire lo svolgersi del Concilio e in altre città e paesi. Tra i destinatari dell’appello non c’erano soltanto persone con una fede religiosa, ma anche atei o agnostici, perché la sensibilità di rispondere alla domanda di giustizia dei poveri non ha connotazione religiosa. La Rete Radié Resch è stata quindi fin dalle origini composta da credenti e non credenti, uniti dalla consapevolezza che bisognava cessare ogni approccio assistenziale verso i poveri, interrogarsi sulle cause della povertà, sostenere il povero nella sua lotta per uscire dal degrado e dall’emarginazione.

Per unire e aggiornare i gruppi locali e i singoli aderenti senza gruppo, Masina prese a scrivere una lettera circolare con cadenza quasi mensile: un impegno che onorò per trent’anni, facendone uno strumento di educazione politica, di controinformazione, di lettura critica e profetica della realtà. E nell’ottobre 1965 invitò gli aderenti o simpatizzanti cui veniva indirizzata la circolare ad un convegno a Roma: fu il primo convegno nazionale della Rete Radié Resch, che avrebbe in seguito, dal 1976, preso una cadenza biennale. La relazione di Masina in apertura del convegno definì le prime caratteristiche della Rete: presenza di credenti e non credenti; adesione in base a una presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e alla volontà di avviare un cambiamento partendo dalle proprie scelte di vita; condivisione del proprio denaro con i poveri non saltuaria ma costante. L’intervento di Gauthier al convegno illuminò una questione decisiva:

Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. (…) Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri”9.

Un’eco di queste espressioni usate da Gauthier sarebbe risuonata qualche settimana dopo nel testo noto come “Il Patto delle catacombe”, dove una quarantina di vescovi si impegnava a “rinunciare per sempre all’apparenza e alla sostanza della ricchezza” e a chiedere agli organismi internazionali “l’adozione di strutture economiche e culturali che, anziché fabbricare nuove nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco, permettano alle masse povere di uscire dalla miseria”10.

Invece la doppia categoria del “là” e del “qui” coniata da Gauthier, il considerare sia i Paesi ricchi che i Paesi sottosviluppati come realtà interconnesse, entrambe bisognose di cambiamento, è stata un’acquisizione che ha orientato tutta la vita della Rete.

Masina sul finire dell’estate 1968, rileggendo il proprio itinerario spirituale e quello della Rete, non soltanto ribadiva che “un primo elementare impegno [era] quello di dividere i propri beni (non soltanto economici, ma anche culturali o di tempo) con i poveri”, ma anche che tra i poveri andavano privilegiati “quelli che non hanno alle spalle nessuna organizzazione sociale e, ancora, fra essi, quelli che prendono coscienza di una civiltà che li opprime e tentano di opporvisi”; e ciò implicava, da parte di noi occidentali che godevamo i frutti di quello sfruttamento, “una serie di coerenti rifiuti, di contestazioni del sistema, espresse nel colloquio con gli altri uomini e in atti concreti”11. Una tale consapevolezza si rivelava selettiva – faceva perdere aderenti alla Rete – ma era irrinunciabile. Accusata di essere una impostazione politica, e quindi guardata con sospetto, essa era la sola che, in un mondo diviso tra Est e Ovest in base a ideologie contrapposte, riusciva a far cogliere che la divisione più radicale era quella tra ricchi e poveri, tra oppressori e oppressi12.

La novità dei discorsi che circolavano nella Rete, riguardo il fenomeno della povertà e delle sue cause, risalta dal confronto con il dibattito interno a “Mani tese”, nata lo stesso anno della Rete, dove nel congresso del 1969 prevalse la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza dellarretratezza delle culture locali invece che delle politiche del colonialismo.

La Rete nel frattempo, al seguito dei compagnons di Gauthier, era approdata in America Latina, dove aveva iniziato operazioni di solidarietà con gruppi di operai e di contadini in Brasile e con chi sosteneva i prigionieri politici nei Paesi oppressi da dittature militari. In Medio Oriente e in America Latina il filo diretto era con gli oppressi che non desistevano nella lotta per la propria liberazione: i loro messaggi, ripresi e commentati nelle circolari di Masina, costituivano una inedita controinformazione, che ha inciso nella educazione politica degli aderenti e li ha mobilitati nelle campagne condotte in Italia in appoggio alla resistenza latinoamericana: l’esempio più evidente fu l’appoggio economico e organizzativo dato dalla Rete al Tribunale Russel II contro la repressione del regime militare brasiliano, promosso da Lelio Basso e Linda Bimbi13.

Masina seppe valorizzare la ricchezza di umanità, di dignità, di lotta, di coscienza politica che derivava dalla relazione con i prigionieri politici, con i gruppi di lotta operaia e contadina – tra questi il Movimento dei Sem Terra – e con le comunità ecclesiali di base dei Paesi latinoamericani. Minoranze che operavano non semplicemente per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per un radicale cambiamento del sistema di oppressione, ossia per la liberazione dallo sfruttamento.

Dopo 15 anni di vita della Rete, Masina riuscì a far partire un processo di condivisione delle decisioni interne all’associazione attraverso la struttura di un Coordinamento nazionale, cui partecipavano i rappresentanti delle reti locali. E dal 1982 cominciò a essere pubblicato il Notiziario della RRR, su iniziativa ed a cura della rete di Quarrata, in anni recenti trasformato in rivista trimestrale con il titolo “In dialogo”14. Oltre a condividere le notizie delle reti locali, il “Notiziario” è stato uno strumento di approfondimento e di interpretazione delle trasformazioni nei Paesi del Sud del mondo.

I convegni nazionali della Rete, con cadenza biennale, sono stati soprattutto un momento di ascolto delle testimonianze del Sud e delle analisi di esponenti della Teologia della Liberazione e di scrittori organici ai movimenti di lotta e di coscientizzazione (Leonardo e Waldemar Boff, Marcelo Barros, dom Tomás Balduino, Rigoberta Menchú, Arturo Paoli e tanti altri). La ricchezza delle esperienze dei testimoni si è intrecciata con la periodica riflessione sul tema della solidarietà, che costituisce la ragion d’essere della Rete. Su questo tema la lucidità di analisi di Linda Bimbi, “cuore pensante” della Fondazione “Basso”, ha costituito un apporto prezioso fin dal 1984. La sua lettura dell’esperienza della Rete ha rimarcato l’originalità della Rete nel panorama associativo della solidarietà. La solidarietà attuata dalla Rete si connotava, per la Bimbi, come “pratica tesa a favorire una progressiva presa di coscienza”, “un’operazione pedagogica di rieducazione permanente”, un cammino accanto ai nuovi soggetti di liberazione (contadini senza terra in lotta, minoranze sindacali, comunità ecclesiali di base, donne autorganizzate delle favelas)15.

Per conservare questa originalità Masina ha sempre contrastato l’ipotesi che la Rete si trasformasse in “organizzazione non governativa”: avrebbe significato cancellare la sua identità. Dare continuità alla Rete non doveva comportare dotarla di una sede, di personale e di strutture, di un fundraiser, bensì accrescere la capacità di coinvolgimento da persona a persona, di condivisione di responsabilità.

Nel 1992 Masina annunciò che, al compimento dei 30 anni della Rete (nel 1994), si sarebbe ritirato, perché la sua presenza non avrebbe consentito “la libera crescita, espansione e manifestazione dei carismi altrui”16. Il Coordinamento nazionale venne così assumendo un ruolo più forte di elaborazione e di indirizzo e al suo interno si costituì una segreteria operativa di tre persone.

La scelta di Masina, fortemente sostenuta da Clotilde, fu una scelta di coraggio e lungimiranza, che è stata compresa nella Rete soltanto anni dopo. La comprese invece subito Linda Bimbi, che esortò la Rete – nel momento del ritiro di Masina – a non cadere nella tentazione di istituzionalizzarsi, a mantenersi allo stadio di movimento, camminando con gli altri nell’ascolto dei più deboli:

Quando gli ispiratori scompaiono o si allontanano, è l’ora della fraternità contro la tentazione di istituzionalizzarsi. (…) L’istituzione (che pure ha i suoi ruoli) in definitiva spegne lo spirito. (…) La vostra grande fortuna durante questi decenni è stata di aver mantenuto sguardo e mani fuori dall’Europa, tra i popoli oppressi ma pieni di speranza. Avete attinto linfa vitale nei campi palestinesi, nelle prigioni brasiliane, nell’utopia sandinista. L’avete attinta anche, misticamente, dall’amicizia con i sofferenti di casa vostra. Questo convivere con l’alterità vi ha salvato dall’essere assimilati alla cultura dei vincitori, maturare nella coscienza e nella speranza”17.

La conduzione collegiale ha favorito la responsabilizzazione delle reti locali e ha operato con metodo partecipativo diretto: le decisioni sono prese con il metodo del consenso dal Coordinamento. Tutto questo è avvenuto in un tempo in cui la democrazia è spesso un rito formale.

La Rete ha vissuto la cesura dell’abbandono di Masina, del passaggio da una conduzione personale a una collegiale, conservando la sua specificità:

-è tuttora un gruppo senza strutture burocratiche, senza una sede, senza personale, con una organizzazione leggera su base volontaria;

-sceglie di praticare la solidarietà, attraverso un’autotassazione intesa come “restituzione” ai poveri, in sostegno a comunità o gruppi del Sud del mondo che lottano per un cambiamento dal basso delle comunità cui appartengono;

-sceglie di legarsi a gruppi di base, a gruppi di poveri di cui nessuno si occupa, accogliendo i loro “progetti” e cercando di costruire (tra loro e la rete locale referente) un rapporto di reciproca conoscenza;

-ritiene prioritaria una presa di coscienza personale dei meccanismi di ingiustizia che dominano i rapporti tra Nord e Sud del mondo e incoraggia a praticare stili di vita alternativi alla logica del profitto, della competitività, del consumismo;

-si propone all’esterno con iniziative (dibattiti, incontri con testimoni…) di controinformazione, ma la sua diffusione è soprattutto affidata al rapporto personale, da persona a persona.

La Rete Radié Resch continua a esistere e a resistere camminando nel solco tracciato da Masina e condiviso da Clotilde: il suo sostegno è rivolto a gruppi o comunità, la cui vita quotidiana è una resistenza: in Palestina, in America Latina e in Africa (dal 2000).

In uno scritto, inedito, datato 9 novembre 1993, Masina affermò:

Io vedo nella Rete RR un seme di politica e di cultura che deve svilupparsi come appello e prassi di una nuova resistenza. Circondati dalla dittatura della politica-spazzatura o, ben che vada, della politica-spettacolo, della politica-rabbia; aggrediti ogni ora dagli agenti della sfiducia e dell’egoismo, anche noi – in maniera ben diversa ma non del tutto dissimile da quella dei compagni brasiliani, cileni e uruguaiani di cui negli anni ’70 corremmo in sostegno – dobbiamo scoprire in noi stessi (e più nel nostro stare insieme) la bellezza di una lotta che si ribella agli istinti di morte che ci vengono suggeriti ed amplificati”.18

In questo pensiero di Masina leggiamo in filigrana la storia della Rete, le tensioni e la realtà greve del nostro oggi, ma anche la traccia del cammino futuro di questa “anomalia resistente”.

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1 M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi 1969, p. 48.

2 Sulla vicenda storica della Rete Radié Resch sono stati pubblicati i seguenti saggi: Carla Grandi, Radié Resch. Una storia di solidarietà, Borla, roma 1992, pp. 286; E. Ongaro, Nel vento della storia, 30 anni della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, Cittadella Editrice, Assisi 1994, pp. 238; Idem, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme. Lettere nella Rete Radié Resch, Rete Radié Resch di Quadrata 2004, pp. 407; Idem, Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014, Rete Radié Resch di Quadrata 2014, pp. 145.

3 Ettore Masina era nato a Breno (Brescia) il 4 settembre 1928; residente a Milano dai primi anni 50 fu giornalista prima su diversi periodici (tra cui Il Giorno) poi alla Rai, saggista e poeta. Fondò nel 1964, con la moglie Clotilde Buraggi, lassociazione di solidarietà internazionale Radié Resch, da lui coordinata fino al 1994. Dal 1983 al 1992 fu deputato alla Camera nel gruppo della Sinistra indipendente. Successivamente continuò la sua attività di saggista e collaboratore di riviste. Morì a Roma, dove risiedeva dal 1964, il 27 giugno 2017.

Su Ettore Masina si veda il profilo biografico e bibliografico, presente nel dossiersul sito internet della Rete Radié Resch: E. Ongaro, Ettore Masina. Un testimone coerente, luglio 2017, pp. 11.

4 Paul Gauthier era nato a La Flèche il 30 agosto 1914; divenuto sacerdote, dal 1947 fu docente di Teologia nel seminario di Digione. Nel 1957, lasciato linsegnamento, decise di trasferirsi in Palestina, a Nazareth, per fare loperaio in un cantiere edile, dove Gesù aveva vissuto lavorando come falegname. La sua testimonianza attrasse altri uomini e donne, di diverse nazionalità, desiderosi di vivere testimoniando il Vangelo: insieme costituirono unassociazione denominata Compagnons et compagnes de Jésus. Fu perito al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-65), dove funse da ispiratore e segretario di un gruppo di vescovi sensibili al tema della povertà della Chiesa e della relazione tra Chiesa e poveri. Con accanto Marie Thérèse Lacaze, sua compagna di vita, visse i drammi dei profughi palestinesi in Giordania e in Libano (1969-1975). Autore di testi sulla tematica del rapporto tra Chiesa e poveri, è ritenuto un precursore della Teologia della Liberazione. Ispiratore della associazione italiana di solidarietà internazionale Rete Radié Resch, ne ricevette il sostegno per i suoi progetti di testimonianza evangelica. Morì a Marsiglia il 25 dicembre 2002.

5 Era stato il vescovo di Akka, George Hakim, divenuto poi patriarca di Antiochia, di Gerusalemme e di tutto lOriente col nome di Maximos V, a scegliere p. Gauthier come collaboratore al Concilio in quanto esperto di problematiche relative al rapporto tra Chiesa e mondo operaio e tra Chiesa e poveri.

6 Giovanni XXIII, Nuntius radiophonicus, 11 settembre 1962.

7 Al riguardo si veda lapprofondito studio di M. Mennini, La Chiesa dei poveri. Dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco, Guerini e Associati 2016, pp. 251.

8 Lettera di P. Gauthier a E. Masina, Nazareth 17 febbraio 1964, in E. Ongaro, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme, cit., pp. 41-42.

9 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 43.

10 M. Mennini, Paul Gauthier e la povertà della chiesa durante il Vaticano II. La faticosa ricerca di un consenso, in Cristianesimo nella storia, n. 34, aprile 2003, pp. 357-388; Idem, Il Patto delle catacombe e leredità della Chiesa dei poveri, in Credere oggi, marzo 2013, pp. 1-8.

11 E. Ongaro, Nord e Sud, cit., p. 60.

12 Risuonava qui la lezione di don Lorenzo Milani, amico di Ettore e Clotilde Masina, nella lettera Ai cappellani militari toscani del 23 febbraio 1965: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dallaltro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri(Don Lorenzo Milani, Obiezione di coscienza, La Locusta, Vicenza 1965, p. 11).

13 Si veda il saggio di Simona Fraudatario, Le reti di solidarietà per il Tribunale Russell II negli archivi della Fondazione Lelio e Lisli Basso, in Giancarlo Monina, a cura di, Memorie di repressione, resistenza e solidarietà in Brasile e America Latina, Ediesse, Roma 2013, pp. 315-357 (in particolare paragrafo 3.3.3. La Rete Radié Resch e il Manifesto dei diecimila).

14 Un precedente strumento informativo e di autoriflessione interno alla Rete era stato il mensile Camminare, a cura della rete di Firenze, che proseguì per alcuni anni anche accanto al Notiziario.

15 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 162. Una parte dellintervento della Bimbi, in cui racconta il suo rapporto con la Rete, è stato pubblicato in: Linda Bimbi, Tanti piccoli fuochi inestinguibili. Scritti sullAmerica Latina e i diritti dei popoli, Nova Delphi Academia, Roma 2018, pp. 176-181.

16 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 222.

17 Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione, cit., p. 41.

18 E. Masina, Lettera, 9 novembre 1993. Il testo, pur non iniziando rivolgendosi agli amici della Rete, è comunque rivolto a essi, sia per il richiamo al sostegno dato ai militanti latinoamericani sia perché si conclude con il consueto congedo delle lettere circolari: Un saluto affettuoso e riconoscente dal vostro Ettore Masina.

Cosa sanno gli italiani del Treno Alta Velocità Torino-Lione? Ah no, scusate, del “treno trasporto ad alta intensità di merci” Torino–Lione?

Come, non lo sapevate che è questa in realtà la natura del progetto. L’alta velocità (di trasporto passeggeri) è servita a eccitare la fantasia di quegli italiani, tanti sia destra che a sinistra, ammaliati dal mito del Progresso e dello Sviluppo. Alta intensità di trasporto merci che richiede binari diversi, atti a sopportare grandi carichi, rispetto a quelli per l’alta velocità dei treni passeggeri. Due cose fra loro incompatibili sullo stesso binario.

Ho scritto “progetto” e non “realizzazione in corso”. Anche qui l’informazione corrente ha confuso le idee. Sospendere un “progetto” è ben diverso, dal punto di vista finanziario, che sospendere dei lavori in corso, specie se già avanzati. A parte una serie di lavori accessori, fra i quali il tunnel geognostico di Chiomonte (6 mt di diametro e 7 km di lunghezza; sul significato di questa parola oscura tornerò), nessuna opera di scavo del tunnel è stata fino ad oggi appaltata (sta per esserlo, però) e quindi in caso di cancellazione non c’è nessuna penale da pagare, a nessuno, né alle imprese, né alla controparte francese, solo 500 milioni di euri all’Unione Europea, nulla rispetto ai tanti miliardi per la realizzazione di un progetto inutile, che verrebbero gettati al vento (o meglio, in conti correnti bancari ben precisi).

Inutile trasportare le merci? Ma lo sviluppo, il PIL? Allora iniziamo a vedere meglio le cose.

L’idea di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione nacque all’inizio degli anni ’90 del secolo passato nei salotti di casa Agnelli, i grandi patron di Torino. Cioè quasi trent’anni or sono. Coi tempi che corrono 30 anni sono un’eternità. Si prevedeva un ingente aumento di traffico merci con la Francia per cui la linea ferroviaria esistente sarebbe stata presto saturata (ma nessuno ha mai visto le carte su cui era basata la previsione: solo discorsi, non studi circostanziati).

E in 30 anni succedono molte cose: il traffico merci totale con la Francia è rimasto praticamente costante, e quello sulla linea ferroviaria è diminuito, anche perché nel frattempo è stata costruita una nuova autostrada che percorre la Val di Susa, sfregiandola ulteriormente. Ma di questo parlerò nella seconda parte di questo excursus.

Il voto del Consiglio comunale di Torino che il 29 ottobre scorso ha bocciato il TAV Torino-Lione, decidendo il ritiro del Comune dall’Osservatorio ufficiale sul TAV, opera “non importante”, è stato il detonatore che ha innescato uno scontro politico di alto livello che, per essere ben compreso, è bene venga affrontato sapendo un po’ di cose che i media non raccontano (o raccontano male, salvo lodevoli eccezioni).

Dopo la manifestazione pubblica SI TAV del 10 novembre a Torino, città epicentro dello scontro, organizzata dalla locale Confindustria, alla quale si dice abbiano presenziato 25mila persone, ora scende in campo la Confindustria nazionale che ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria lunedì 3 dicembre in questa città alla presenza di tutti i presidenti delle associazioni e delle categorie che ne fanno parte.

Confindustria ha così deciso di schierare il suo ingente potenziale di fuoco contro la sindaca Appendino e sui suoi sostenitori e di conseguenza anche contro il Movimento 5 Stelle e lo stesso governo giallo-verde, sperando di ottenere la dissociazione della componente leghista da quella stellata per farlo quindi affondare. Questo perché la posta in gioco è altissima e non è limitata al famigerato TAV ma all’ideologia stessa delle Grandi Opere. E alla grossa “torta” di 280 miliardi che è in gioco nel complesso delle Grandi Opere previste, prima di sbloccare o rifinanziare le quali il governo ha meritoriamente costituito un comitato di esperti per valutare per ciascuna di esse il ropporto costi/benefici.

Non mi illudo che la Commissione possa lavorare senza forti ingerenze politiche. E comunque la relazione dei tecnici non sarà decisiva perché la decisione finale spetterà ai politici. E in realtà possono essere ragioni di forte valore sociale che in casi eccezionali possono mettere in secondo piano l’analisi costi/benefici. Ma questo, per essere giustificato, richiederebbe una classe politica lucida e preparata, cosa che non è evidente al momento.

Torniamo all’Assemblea di Confindustria. Il Sole – 24 Ore del 19 novembre scrive che questa È, infatti, il segnale della compattezza della confederazione e di tutto il mondo produttivo a difesa di un’opera, la Tav Torino-Lione, la cui utilità strategica non riguarda solo il Piemonte, ma il Paese intero.

Per l’ennesima volta le elite scambiano il tutto con la parte, la loro, che è l’unica a trarre vantaggio da questa opera innecessaria ed anzi deleteria finanziariamente e ambientalmente, come ormai è stato chiaramente dimostrato in varie sedi, tanto che il governo francese, pressato dal parere ripetutamente negativo dell’equivalente d’oltralpe della Corte dei Conti italiana, ha rinviato la costruzione della tratta francese agli anni ’30 del presente secolo. Cioè probabilmente mai. Ma su questo tornerò poi.

L’organo confindustriale prosegue: la prossima assemblea si collega idealmente, come ci fanno notare alcuni imprenditori, alla manifestazione torinese del 10 novembre, con i quasi 40mila (ma non erano 25mila?) cittadini in piazza a sostegno delle stesse ragioni. I due appuntamenti – al di là di qualsiasi coloritura politica […] esprimono chiaramente la reazione della società civile nei confronti di una certa politica all’insegna della “decrescita felice”.

Di nuovo, parlando di “reazione della società civile”, si confonde il tutto con la parte, perché il Consiglio comunale torinese che ha emesso il fatidico verdetto contro il TAV è quella che ha vinto le elezioni comunali, fino a prova contraria. Ma per le elite del potere fattico i rappresentanti eletti dal popolo rappresentano gli elettori quando decidono cose a loro gradite e rappresentano solo se stessi quando invece queste sono sgradite.

Il voto del 29 ottobre ha fatto venire allo scoperto il partito latente del PIL, come rileva il servizio di uno dei principali cronisti de Il Corriere della Sera, Dario Di Vico, nell’edizione del giorno successivo al voto, avente per titolo appunto Segnali dal partito del PIL. Stralciamo alcune frasi:<<… il partito del PIL si è fatto sentire in maniera compatta per contrastare decisioni prese dal governo o dalle amministrazioni comunali …… i presidenti di una dozzina di associazioni imprenditoriali da una parte e un presidio sindacale della Fim.Cisl dall’altra hanno marcato la loro presenza (…) e hanno mostrato come la pensino le imprese e il lavoro. …… Il partito del Pil comincia ad averne abbastanza>> (dopo il no del Consiglio alle Olimpiadi Invernali del 2024 e alla riunione a Torino del G8. Personalmente applaudo!).

“Partito del Pil”, quindi, contro partito della “decrescita felice”. Un nuovo partito politico, quello del PIL, o solo una coincidenza temporanea di interessi (alcuni veri, quelli dell’elite, e altri presunti erroneamente tali)? E chi lo compone? Ce lo dice un giornale più ‘sbarazzino’ rispetto ai due serissimi giornali prima citati, cioè Il Fatto Quotidiano che scrive: … si rivedono insieme Pd e centrodestra, associazioni imprenditoriali (soprattutto industriali, costruttori e artigiani) e sindacati dei lavoratori edili (Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil).

Ma, mi perdonino quelli de Il Fatto, c’è qualche dimenticanza ed una è particolarmente grave, la ‘ndrangheta, presente in tutte le Grandi Opere e specializzata in particolare nei movimenti di terra (e dalla tratta italiana del tunnel lungo complessivamente 57 km, di terra da trasportare ne uscirebbe tanta!). Essa è ben presente in zona grazie al lontano confinamento in Val di Susa di un suo affiliato (Rocco Lo Presti, 1963). Le cronache giudiziarie ci danno ampie notizie di questa oscura presenza in Val di Susa (oltre 50 morti di ‘ndrangheta nelle ultime decadi dello scorso secolo) e ci ricordano che quello di Bardonecchia è stato il primo consiglio comunale del centro-nord sciolto per ‘mafia’ (1995).

Come si vede, lo schieramento è complesso, e anche innaturale. E naturalmente comprende, come già detto, gli inconsapevoli ammiratori dell’equazione Grandi Opere = Progresso e Sviluppo. Ma mi fermo qui rimandando l’approfondimento del tema TAV Torino-Lione alla prossima seconda parte, importante perché se apparirà chiara la non strategicità dell’opera e se si evidenzieranno le diseconomie e il malaffare ad essa legate, può essere legittimo il dubbio che tutto il marchingegno disinformativo qui impiegato probabilmente è all’opera anche per glorificare alcune delle altre grandi opere oggi in ballo.

Qual è lo stato di salute della Grandi Opere nel mondo?

Prima di chiudere, un cenno allo stato di salute delle Grandi Opere nel mondo, perché è utile sapere che non è eccellente. Una sintesi non esaustiva è reperibile in un articolo a firma Ketty Schneider e chiosato da una valente scienziata italiana, Elena Camino, collaboratrice del Centro Studi Sereno Regis di Torino. Il titolo è: I progetti infrastrutturali di grandi dimensioni stanno fallendo a ritmi crescenti e lo potete trovare cliccando qui: serenoregis.org/…/i-progetti-infrastrutturali-di-grandi-dimensioni-stanno-fallendo-a-rit .

Apprendiamo così che negli ultimi 10 anni gigantesche Grandi Opere di varia natura e in vari paesi hanno fatto flop: o per le opposizioni delle popolazioni coinvolte, o per errore di progettazione ( ad es. errata valutazione dello stato del terreno o del riempimento dei detriti depositati nel caso di dighe, sottovalutazione di rischi di terremoti o alluvioni etc), abnorme lievitazione dei costi, superamento tecnologico nel corso dei lunghi anni spesi fra progettazione e realizzazione etc. E’ di ieri la notizia che il governo neoliberista canadese ha cancellato la realizzazione di un grande oleodotto data la strenua opposizione delle popolazioni dei territori attraversati. Le opere che hanno ‘floppato’ riguardano dighe, miniere a cielo aperto, oleodotti, gasdotti, deviazione di corsi d’acqua, autostrade, linee ferroviarie, aeroporti…….

Grandi Opere che falliscono sempre più spesso trascinano nel baratro anche i relativi costruttori. E’ accaduto per due dei più famosi costruttori di impianti nucleari, la Westhinghouse (USA) e la Toshiba (J), rimaste impigliate nel gorgo della lievitazione dei costi per rendere “più sicuri” gli impianti in costruzione, dopo lo sfortunato e tuttora irrisolto incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, le cui acque radioattive continuano a fuoriuscire allegramente nel Pacifico fino a giungere sulle coste statunitensi. E’ di queste settimane la richiesta di ammissione al concordato preventivo della Astaldi, la terza grande impresa italiana di costruzione di Grandi Opere, che però non ha dismesso la propria natura predatoria fino alla fine, complici altre consorelle. Da Il Fatto Quotidiano di oggi (24 nov., pag. 15): “Delitto perfetto. I bond emessi dal costruttore, che ha chiesto il concordato, erano destinati a grandi costruttori. Che però li hanno rivenduti per 250 milioni ai piccoli: ora perdono fino all’80%.

Ecco perché la prova di forza della Confindustria del prossimo 3 dicembre trascende il caso singolo del TAV in Val di Susa ed è in difesa, senza sé e senza ma, di un sistema gigantesco di interessi spesso illegittimi. Cancellare il TAV significa aprirvi, anche in Italia, una prima significativa crepa. Da che parte stare?

Il 3 dicembre i poteri forti riuniti nella Confindustria nazionale, spalleggiati da ben precise forze politiche e da quella parte di società civile purtroppo favorevole al partito del PIL, hanno messo in campo tutti i loro argomenti a favore del TAV.

“Sarà la marcia dei centomila” (P.Griseri – La Repubblica del 30.10)

L’8 dicembre saranno i NO TAV a portare in piazza i loro. Non sbagliamoci, non è uno scontro “localistico” bensì il confronto, indiretto, di due diverse concezioni della politica, due visioni della democrazia e della vita sociale. Le due immagini che seguono sono eloquenti: la gente da un lato, i salotti ovattati del potere dall’altro (un consiglio a Fassino: cambi il suo consulente di immagine su face book). In realtà quello qui illustrato è il salotto dei feudatari del vero potere, che ama meno mostrarsi in forme così banali e che a Torino ha un nome ben preciso, la sempre più cosmopolita famiglia (fu) Agnelli.

Sui motivi per cui la tratta Torino-Lione del Corridoio europeo n.5 non è sostenibile già abbiamo detto e comunque il documento che potete vedere sul documento è esemplare per sinteticità e chiarezza. Se la Francia non riprenderà il discorso fino al 2038 (dico duemilatrentotto!), perché affrettarsi tanto per scavare un tunnel che sboccherebbe nel nulla? L’unica opera accessoria ad oggi realizzata è la galleria geognosticoa di Chiomonte[1]), e i lavori di scavo del tunnel ferroviario non sono ancora stati appaltati. Del resto, come leggerete in fondo, quello che interessa ormai è scavare il tunnel, non il TAV.

La testimonianza di un cittadino della valle, che ho letto in questi giorni sul web, mi pare apportare nuovi elementi per una narrativa più aggiornata. Forse anche voi comprate sul web oggetti che vengono consegnati in 24 o 48 ore da trafelati conduttori di furgoni.

C’è anche un’altra questione, ancora sottovalutata nei suoi effetti dirompenti sul sistema trasportistico italiano, che dimostra come la Torino Lyon sia ormai fuori tempo massimo rispetto all’evoluzione del trasporto delle merci: le due statali valsusine, così come altre direttrici di traffico, sono sempre più percorse, sette giorni su sette, da decine di camioncini con targa polacca o rumena con una capacità di carico compresa tra i 15/18 quintali che guadagnano quote di traffico a danno dei TIR ed anche del trasporto ferroviario che, in Italia, manca di una logistica efficiente.[2] E’ un modello di trasporto, su scala internazionale, che risponde alle nuove e ormai consolidate esigenze produttive delle aziende, che hanno abolito o comunque ridotto il deposito nei magazzini e che hanno quindi necessità di un continuo e flessibile rifornimento ad hoc (che il trasporto ferroviario non può garantire) dei pezzi o materiali per le necessità produttive, e anche per il rifornimento delle attività commerciali di media o grande dimensione.

E c’è un altro motivo dietro l’irreversibile affermazione di questo modello di trasporto: i bassi costi per le retribuzioni degli autisti calcolate su parametri dei Paesi dell’Est, pernottamento degli stessi sul mezzo e pasti consumati lungo la strada, la non percorrenza delle autostrade a pagamento, la possibilità di circolare nei giorni festivi quando sono invece fermi i mezzi più pesanti, il non uso del cronotaghigrafo e quindi, a discapito della sicurezza, la possibilità di guidare anche 14/18 ore giornaliere.[3]

Ed ora inoltriamoci lungo le utopistiche vie del potere: il Corridoio ferroviario europeo n.5.

 

Il corridoio ferroviario europeo n.5

Un progetto ambizioso di trasporto merci e persone quello dell’Unione Europea denominato “corridoio ferroviario europeo n.5”: da Lisbona, in Portogallo, a Kiev, in Ucraina, lungo 3335 Km. Sulle ragioni di questo corridoio ferroviario, in un numero de Il Sole – 24 ore del 2007, certamente memorizzato da Fassino come vedremo, si legge:

Corridoio 5, arteria a rete multimodale, appartiene ad uno dei grandi assi ferroviari ed autostradali che l’Unione Europea si è impegnata a realizzare e collegherà Lisbona a Kiev, assegnando all’Italia un ruolo strategico rispetto al processo di integrazione verso quei Paesi che dal 1° maggio 2004 sono entrati a far parte dell’Unione Europea. […] Il “Corridoio 5”, partendo da Venezia (ma allora Lisbona, Lione e Torino? nds) raggiunge Trieste, prosegue per Lubiana, capitale della Slovenia, avanza fino a Budapest, per poi valicare il confine dell’Ucraina attraverso L’vov; l’ultima fermata rappresentata da Kiev. Il suo sviluppo è di 1.600 km (da Venezia o da Trieste?, ma è un dettaglio insignificante) […]. Il corridoio 5 porterà alla formazione di un vasto spazio economico di 500 milioni di persone. Inoltre, coi mercati dell’Est in piena espansione, gli scambi tra est e ovest acquisteranno pari se non superiore rilevanza rispetto a quelli nord-sud. Consapevole di ciò, l’Ue ha individuato nove corridoi stradali e ferroviari che protendono verso l’Est la rete transeuropea di trasporto. […] All’urgente necessità per l’Italia di un collegamento rapido, per merci e passeggeri, coi Paesi dell’Europa centro-orientale, risponde appunto il Corridoio 5, che partendo da Trieste arriva sino a Kiev in Ucraina.

Il percorso del corridoio 5 è un ibrido: certe tratte sono progettate per trasporto ad alta intensità di merci (ad es. la Lione-Torino), altre per alta velocità passeggeri. A parte che il giornalista non ha ben chiaro se il Corridoio 5 inizia a Lisbona, Venezia o Trieste, una prima cosa è certa da tempo: il Portogallo nel 2012 ha (ragionevolmente) rinunciato alla tratta sul suo territorio per motivi economici. Quindi la linea partirebbe dalla Spagna (Algeciras). Sorvoliamo sugli scandali per corruzione che si sono verificati in questo paese nella costruzione delle linee TAV e sui problemi, non risolti, dell’attraversamento dei Pirenei. Un’altra cosa è certa: anche la Slovenia ha rinunciato alla sua tratta. Anzi, per alcuni anni, aveva sospeso addirittura ogni transito ferroviario dall’Italia. Addio sbocco nel mercato favoloso dei paesi dell’Est!

In Italia, oltre il traforo, abbiamo altri due problemi, che sul piano progettuale non sono chiariti: l’attraversamento con gallerie sotterranee di Torino e di Vicenza, zone densamente abitate. Queste gallerie fra l’altro interferirebbero necessariamente con le falde acquifere: problema assai delicato. L’attraversamento appenninico fra Firenze e Bologna ha già fatto i suoi danni alle relative falde acquifere, portando un extralavoro ai tribunali, ed altrettanti ne minaccia il futuro attraversamento in sotterranea di Firenze. L’esperienza non insegna. Ma torniamo al Corridoio 5.

 

Binario morto” e “Dove sono le ragioni del sì”

Due solerti giornalisti, Andrea de Benedetti e Luca Rastello, nel marzo 2012 hanno deciso di percorrere in treno il tragitto da Lisbona a Kiev per vedere lo stato di avanzamento dei lavori. Ne è uscito un libro il cui titolo è significativo: Binario Morto. Un piacevole libro di avventure di viaggio oltre che una verifica sul campo. Un’altra lettura raccomandabile (facile e veloce, ed anche economica: 96 pagg. e 10 E ben spesi), ci informa in modo chiaro quale sia lo stato di asservimento e vacuità del giornalismo italiano ed anche della classe politica italiana. Il libro ha per titolo Dove sono le ragioni del sí. La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza. E’ il sobrio resoconto di Antonio G. Calafati, docente di Analisi delle politiche pubbliche (http://calafati,univpm.it), di un’esercitazione condotta coi suoi studenti universitari alla ricerca sui media delle “ragioni del sì”, esposte da grandi firme del giornalismo nostrano.

Dopo due mesi di lettura in aula dei tre “giornaloni” nostrani (“Il Corriere della Sera”, “La Repubblica” ,“La Stampa” ) la situazione è disarmante: sotto i titoli roboanti, introvabili le ragioni del sì!

Commenta Calafati:

«L’ho scritto, nel modo più semplice che ho potuto, anche per dare un sostegno morale a quei lettori che si sentono sopraffatti dall’autorevolezza dei giornalisti, da editoriali e corsivi ai quali non sanno dare un significato, che non capiscono, che cercano di capire. Spero di rincuorarli, mostrando che in molti casi non c’è nulla, proprio nulla da capire. […] … cercavamo delle ragioni razionali, dei ragionamenti con un contenuto empirico, ipotesi chiare e falsificabili, qualche dato per corroborarle. Abbiamo invece trovato i primi, abbozzati elementi di una “mistica” delle infrastrutture».

 

La resistenza di una valle contro il TAV

E’ riassumibile in poche parole: “Due statali, un’autostrada, una ferrovia, due elettrodotti: che cosa ci vogliamo ancora mettere?” risponde un valligiano al sociologo Marco Augé (Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella Val di Susa). “Di base si vuole salvaguardare il territorio, perché la valle è ormai considerata un tubo di passaggio” ribadisce un parroco. Un tubo di passaggio in una valle che in alcuni tratti è larga appena 2 km!

Da non dimenticare: nella roccia da scavare, come è stato appurato, ci sono asbesto (ovvero amianto: vi dice nulla la parola mesotelioma?), e uranio. Dal punto di vista tecnico nessun problema. Neppure da quello etico.

Questo brano del dialogo telefonico registrato fra due imprenditori impegnati nello scavo del Terzo valico sulla direttrice Torino-Genova è significativo sugli effetti dell’amianto:

Imprenditore A, riferendosi agli operai che lavorano ogni giorno nelle zone più esposte: «Il primo che si ammala è un casino».

Imprenditore B: «Tanto la malattia arriva fra trent’anni…»[4].

Scavare il tunnel ha come conseguenza, almeno per la parte italiana, un traffico attraverso alcuni paesi della valle per alcuni anni di centinaia di camion al giorno trasportanti la terra di scavo, che oltre a tracce di queste sostanze lasceranno sulle strade anche una scia delle pericolose polveri M 5 e M 25.

Ma che tipo di resistenza hanno manifestato i valligiani che, non tutti certo, sono contrari al TAV? La risposta è intrigante, degna appunto di una riflessione sociologica come quella di Augé. Una resistenza che, nonostante i resoconti dei media, è stata esemplare e raramente è trascesa in violenza. Violenza in risposta ad altra violenza. In ricordo di Genova (2001), dove i micidiali gas lacrimogeni mi eccitarono al punto che se avessi avuto un bastone fra le mani lo avrei usato senza autocontrollo, ho comprato in valle una maglietta con una scritta significativa: “Isolare i violenti! … ci abbiamo provato, abbiamo anche fatto delle barricate, ma loro hanno lacrimogeni, manganelli, idranti … Non è facile”.

Un inciso: la nuova legge sulla sicurezza, ora in discussione al Parlamento, se non subirà modifiche prevede nel caso di partecipazione a blocchi stradali fino a 12 anni di carcere … Inaccettabile! Sicurezza per chi?

Nella valle la cultura della resistenza ha una lunga storia alle spalle, che risale nei secoli. Di qui passarono gli ‘eretici’ valdesi fuggendo le persecuzioni, e di qui tornarono. Una cosa mi ha colpito il 25 aprile del 2013 ad Avigliana, dove assistevo alla locale celebrazione della Resistenza: non ebbi la sensazione di un rito formale bensì di un sentire tuttora vivo, forse rinnovato dalla lotta contro il TAV. Scrive Augé: “… la memoria collettiva della Resistenza, in Val di Susa trova un parziale ricambio generazionale, che ne tiene vivo il ricordo, perché funzionale al contesto del presente”.

Ma non solo, credo. C’è altro in valle, dove mi hanno parlato ad es. di Achille Croce, un valligiano innamorato dal pensiero di Gandhi, la cui azione ha lasciato tracce perduranti. Fu dovuto alla sua influenza quanto accaduto nelle Officine Moncenisio di Condove: <>. (Augé, pag. 26).

Una valle quindi ricca di fermenti culturali che aiutarono la resistenza NO TAV a evitare la fisionomia “localistica”, del tipo Nimby (“non nel mio cortile”), ma a trasformarsi in una seria riflessione sul modello di civiltà che ha una delle sue espressioni più significanti nelle Grandi Opere.

«Ciò che sta accadendo in Val di Susa va al di là della semplice opposizione al tunnel ferroviario. Da un lato colpisce la notevole competenza su temi ambientali, acquisita e condivisa da gran parte degli abitanti della valle e in particolare della bassa valle. Competenza dovuta appunto non solo a manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto a assemblee e conferenze tematiche e a informazioni ottenute dalla rete». (pag.208).

Un esempio che ha trovato un riflesso in varie resistenze più recenti in altre zone d’Italia: No Tap in Salento, No Muos in Sicilia. No Triv in Basilicata e altre ancora, accompagnate tutte, in modo più o meno elaborato, da molti Sì alternativi.

Usciamo dalla Valle e scendiamo a Torino.

 

Un oltraggio al futuro di Torino ?

«Un oltraggio al futuro di Torino, delle imprese, dei lavoratori. È un colpo basso per il territorio e per le sue speranze di ripresa. È la dimostrazione della ottusità di chi sta governando questa città e questo Paese. Non possiamo stare a guardare la distruzione del nostro futuro e ogni iniziativa sarà messa in campo per impedirlo».(dal blog di Piero Fassino)

La oltraggiante principale è ovviamente la sindaca Appendino, autrice di ben tre NO: alle Olimpiadi del 2024, al G 8, al TAV.

Vediamo meglio. E’ ben noto come il duo Ellkan (Agnelli)/Marchionne abbia trasferito all’estero la capitale della Fiat, oggi FCA. Riprendiamo dal puntuale documento citato sopra che ci ha informato dei camioncini con targa esteuropea in valle:

all’oggi dove la FIAT non ha più il centro produttivo a Torino ma negli USA, le autovetture sono principalmente costruite all’estero, FCA paga le tasse in Inghilterra ed ha la sede legale in Olanda e il nuovo manager Manley concluderà, con minori problemi d’immagine di Marchionne, l’operazione di rendere sempre più periferico il comparto auto italiano a cui, malgrado i forti utili (divisi tra gli azionisti) rimangono da anni e in particolare a Mirafiori cassa integrazione (a carico dell’INPS), contratti di solidarietà e nessun concreto progetto produttivo.

E’ degli scorsi giorni la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi per 6,2 miliardi di euro e già si parla di cessione anche della COMAU, la fabbrica di robotica industriale, centrale per le catene automatizzate di produzione. Un impero in smobilitazione dunque.

Di questo si tace e si urlano invece i 3 NO dell’Appendino che “hanno oltraggiato Torino!”. Vediamoli da vicino:

– primo NO a Torino come sede delle olimpiadi del 2026. Molte le città che stanno rifiutando di ospitare le Olimpiadi: Amburgo, Boston, Toronto, Budapest …. Ci sarà un perché? L’immane debito che si lasciano dietro, con i consuntivi tripli, quadrupli o più rispetto ai preventivi. Torino è la città col più alto debito pro-capite (3.500 E), al quale pare abbiano contribuito le olimpiadi invernali del 2006. Debiti che sono pubblici, mentre i guadagni (hotel, ristoranti etc) sono privati.

– Secondo NO (veniale) a Torino come sede del G 8 2017 in città (dirottato a Venaria). Sabato e domenica prossimi ci sarà il G 20 a Buenos Aires: trasferiti nella capitale 20mila poliziotti … e la ministra degli interni ha raccomandato agli abitanti di passare il week-end fuori città. Ricordate Genova 2001?

– Terzo NO : al tunnel e al TAV

Termino il riferimento ai personaggi della vicenda con il tris d’assi del mazzo PD Fassino-Chiamparino-Bresso, che negli anni passati si era alternato al vertice di amministrazione comunale e regionale. Fassino aveva fatto suo il sogno dell’Oriente:

«La comunicazione con l’est europeo è strategica e Trieste è la porta di ingresso in Oriente […] L’Europa dell’est sarà il nostro Eldorado, e un sistema di trasporti verso quell’area è indispensabile […] L’alternativa sarebbe quella di chiudere la vocazione industriale di Torino in una logica industriale senza sbocchi».

Un malevolo sito riporta scrupolosamente tutte le previsioni sbagliate di questo che è stato anche segretario nazionale del suo partito. Non infierisco.

A cancellare la vocazione industriale della città però ci aveva già pensato Marchionne buonanima, fra una partita di scopone e l’altra con Chiamparino (riferisco soltanto) il quale, dimentico di appartenere al partito che aveva ignorato il risultato del referendum nazionale sull’acqua, ora reclama a gran voce il referendum sul TAV. Per chi vuol sapere di più sulle parole a ruota libera del tris d’assi rimando al libro già citato di Calafati.

Un’ultima nota su Paolo Foietta, commissario straordinario per la TAV, il quale sparge disinformazione a piene mani. Leggo su Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre:

«I costi di uno stop per il paese saranno di oltre 4 miliardi contro i 2,9 previsti per realizzare l’opera».

I 4 sarebbero per le penali, invece inesistenti. E i costi preventivati per l’opera, solo 2,9? Strano il silenzio della commissione anti- fakenews che si diceva operante presso la Presidenza del Consiglio?

Evidentemente Foietta sta parlando del solo scavo del tunnel. E barando sui numeri.

Per i costi dell’intera opera, le cifre sono veramente ballerine. Fra i vari conteggi, per chiarezza complessiva dell’esposizione, faccio riferimento all’intervista fatta da Chiara Carovani per Altraeconomia all’ing Alberto Poggio:

CC – Oltre al tunnel esplorativo che cosa abbiamo della tratta dopo 27 anni di progetti e oltre 1 miliardo euro già speso?

AP – Nemmeno un metro. Dovrebbe essere lunga 270 chilometri da Torino a Lione, e costituita da tre tronconi: la sezione italiana, quella transfrontaliera e quella francese. […] Se, come sembra dagli ultimi orientamenti politici, le tratte nazionali non saranno realizzate, il tunnel sarà collegato alle ferrovie già esistenti. Pertanto sarebbe un’opera sostanzialmente inutile perché non si avrebbe incremento della capacità di trasporto lungo il percorso ferroviario Torino Lione, che rimarrebbe pari a quelle delle linee attuali.

CC Come sono ripartite le spese?

AP Dunque, quelle previste ammontano a 8,6 miliardi per il Tunnel di Base, più le tratte nazionali che possiamo stimare a 4,4 per l’Italia, più 2 miliardi, causati da una variazione al progetto che ha fatto ricadere sulla tratta nazionale italiana un pezzo di quella frontaliera. La Corte dei Conti francese ha stimato, nel 2012, un costo totale dell’opera pari a 26,1 miliardi di euro, quindi con una spesa per la Francia di 11 miliardi. Ma è importante dire che dei 57,5 chilometri solo 12,5 sono in Italia e il resto ricade sul territorio francese, ma le spese sono ripartite al 58% all’Italia e 42% alla Francia. Perché nei primi accordi nel 2004 la Francia si lasciò convincere solo a fronte della promessa italiana di sostenere la quota maggiore delle spese.

CC L’Europa come partecipa?

AP La partecipazione definitiva alle spese da parte dell’Europa non è ancora stata deliberata. Sarà oggetto di discussione dopo il 2020 e potrà arrivare al massimo a coprire il 40% sul costo del solo Tunnel di Base, meno del 13% sull’intera Torino-Lione. […]

Un’avvertenza. Anni addietro un amico, responsabile progetti di una grande industria chimica italiana, mi disse fra il serio e il faceto: quando l’opera che mi danno da valutare è particolarmente complessa e la realizzazione è lunga nel tempo, per sicurezza io moltiplico i dati presentatimi per π (pi greco=3,14).

ALDO ZANCHETTA – SOLLEVAZIONE (La crisi, il conflitto, l’alternativa)


NOTE
[1] Il tunnel geognostico di Chiomonte, lungo 7 km, è oggi ultimato. Esso è servito per conoscere la struttura del Moncenisio nel cui ventre dovrebbe essere scavata la nuova galleria di passaggio del TAV (che, ripetiamo, TAV non è) Torino-Lione. Esso servirebbe anche come accesso al cantiere del tunnel di base e, successivamente, come condotto di ventilazione, manutenzione e via di sicurezza. L’investimento è du 173 milioni di euro. Sull’affidamento dei lavori di scavo sembra ci sia stata qualche manfrina. I lavori hanno avuto come capofila la Cooperativa Muratori e Cementieri di Ravenna, di cui all’epoca era presidente Pierluigi Bersani (riferisco, non affermo).
[2] Per inciso, l’argomentazione, a prima vista razionale, che la nuova ferrovia avrebbe ridotto il traffico merci su TIR nella valle, si è dimostrata errata. Infatti sulla attuale linea viaggiano carri attrezzati per ricevere i TIR, ma come già detto, essa è largamente sotto-utilizzata anche dai TIR, per motivi che sarebbe lungo esporre qui.
[3] https://emergenzacultura.org/…/giovanni-vighetti-tav-quello-che-i-media-non-dicono
[4] Inchiesta Terzo valico, intercettazione choc: “C’è l’amianto? Tanto la malattia arriva fra trent’anni – chocwww.lastampa.it/2017/…/inchiesta-terzo-valico-intercettazione-choc

Salete Ferro, brasiliana del Sud, vive ormai da più di 18 anni nello Stato di Roraima, situato nell’estremo Nord del Brasile dove, insieme con donne migranti, ha dato vita a Rorainopolis, un municipio di 40.000 abitanti posto sulla strada che collega Manaus a Boa Vista, a un progetto di produzione di sapone, costituitosi in Cooperativa nel 2014.

Questo progetto è di estrema importanza sociale perché, oltre a generare reddito, recupera le antiche tradizioni culturali e valorizza l’immenso patrimonio di biodiversità dell’Amazzonia, nel rispetto dell’ambiente. Oltre a lei tre donne della Cooperativa presentano il loro grado di soddisfazione per far parte di un progetto che genera reddito per le loro famiglie, che prevede momenti di formazione anche tecnica e rafforza la loro autostima. E, infine, il sapone prodotto è di qualità, come il sapone di andiroba (frutto dell’omonima pianta dell’ Amazzonia). Guarda il:

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