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RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA

Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.

Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.

È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.

Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!

Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.

Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.

Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.

Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.

Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?

Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?

E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.

Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.

Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.

Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.

Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.

Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.

Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.

E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.

Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.

Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.

Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.

Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.

 

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

(Mt 25,1-13)

 

Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.

Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.

Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

Oltre 25.000 le persone morte nel mondo a causa del coronavirus, la maggior parte in Europa. I casi globali di Covid-19 sono 553.244 in 176 Paesi e regioni. In Africa c’è un’evoluzione drammatica del numero dei Paesi e anche del numero dei contagiati è l’allarme lanciato dalla direttrice regionale dell’Oms per l’Africa, Matshidiso Rebecca Moeti.

Si sa, la percezione del rischio è inversamente proporzionale alla distanza dal rischio stesso. Un bambino che muore sotto casa suscita più emozione degli appelli dell’Unicef per la mortalità infantile nel mondo. Ci siamo preoccupati del coronavirus quanto più dalla Cina si avvicinava all’Europa ed entrava nel salotto di casa. Logico che ancora non ci si preoccupi e nemmeno si rifletta sull’eventualità che l’epidemia raggiunga l’Africa. Eppure le conseguenze, come è facile immaginare, potrebbero essere catastrofiche, non solo per l’Africa stessa. Attualmente, i contagiati (in una quarantina di Stati) sono poche centinaia con punta massima in Egitto (327 contagiati) e la stima è dello 0,11 per cento della popolazione mondiale. Si potrebbe concludere che il destino (o il buon Dio) stia risparmiando un Continente già afflitto da tremende epidemie, carestie e conflitti. Basti menzionare i 400 Mila morti all’anno per malaria, i milioni di sieropositivi da HIV, la recente invasione di locuste che ha devastato intere regioni dell’Africa orientale.

Oppure si potrebbero azzardare ipotesi, peraltro non suffragate da riscontri scientifici. La prima è che le temperature africane siano più alte e non favoriscano la diffusione del virus. La seconda è che la popolazione africana è molto giovane, mentre si sa che il virus è più aggressivo e mortale per la popolazione anziana. In apparenza, il Cov19 non conosce confini, fasce di età, classi sociali e gruppi etnici, ma è un fatto che – per ragioni tutte da approfondire scientificamente – abbia colpito con maggiore virulenza aree fortemente urbanizzate, territori pesantemente inquinati come la Lombardia e – per quanto riguarda l’Italia – la popolazione più anziana e autoctona. La terza ipotesi è che la popolazione africana, in particolare l’Africa sub sahariana, abbia sviluppato maggiori anticorpi.

Al di là di riscontri scientifici, queste sarebbero ipotesi confortanti per l’Africa, anche perché, in caso contrario, la solidarietà internazionale sarebbe comunque condizionata (e probabilmente ridotta) dalla mole gigantesca di risorse destinate alla ripresa dei Paesi più sviluppati: ricchi si, ma messi in ginocchio dall’epidemia.

Ci sono purtroppo ipotesi più allarmanti. La prima è che il virus possa diffondersi nel medio periodo e che oggi sia soltanto rallentato dalla riduzione dei viaggi e dalla chiusura delle frontiere. La presenza e il pendolarismo di funzionari e lavoratori cinesi – la nuova colonizzazione del Continente – sono oggi fortemente ridotti. La seconda è che il virus sia già in circolazione ma non sia “contabilizzato”, sia perché molti africani potrebbero essere asintomatici, sia perchè le infrastrutture sanitarie di quasi tutti i Paesi africani non consentirebbero efficaci controlli.

E’ un dato di fatto che il 70 per cento del miliardo e duecento milioni di africani vivono in giganteschi agglomerati urbani con densità e condizioni di vita che escluderebbero forme di contenimento in caso di esplosione dell’epidemia.

Le condizioni sanitarie, il numero di posti letto, di unità specialistiche e di medici, variano da Paese a Paese, ma non raggiungono in nessun caso standard europei. Basta riflettere sulle attuali pesanti difficoltà dell’Italia, un Paese che conta un numero di medici ogni diecimila abitanti venti volte superiore alla Nigeria. Nella gerarchie dei Paesi più vulnerabili, gli ultimi 22 posti nel mondo spettano a Paesi africani.

Non possiamo sapere oggi quale delle ipotesi sia più realistica. Di sicuro, le conseguenze economiche dell’epidemia nei Paesi più sviluppati si sono già fatte sentire sul Continente africano. Crollo del prezzo del petrolio, calo degli investimenti cinesi e contrazione dell’interscambio hanno già fatto dimezzare per l’anno in corso le stime di crescita. Per l’Africa – scrive il Sole24ore – il Fondo Monetario ha stanziato un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di dollari. Briciole, se si considerano i “bazooka” di centinaia di miliardi di euro che stanno per piovere sui Paesi europei.

Da Remocontro.it

Martedì, 31 Marzo 2020

Nello Yemen, martoriato da cinque anni di guerra sanguinosa, preoccupa una “possibile diffusione del coronavirus” che avrebbe “un effetto devastante” sul Paese e sulla popolazione civile. Lo sottolinea ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), il quale sottolinea che nell’area “mancano le strutture sanitarie per affrontare un’emergenza come quella provocata dalla pandemia di Covid-19”. In un contesto, peraltro, “in cui non sono si vedono ancora prospettive di pace”.

Per quanto riguarda l’emergenza coronavirus, sottolinea mons. Hinder che già ne sperimenta gli effetti negli Emirati e in Oman, “è pur vero che la popolazione nello Yemen è relativamente giovane e potrebbe correre qualche rischio in meno rispetto all’Europa, che ha un’età media più elevata”. Il problema “è che non ci sono strutture in grado di contrastare gli effetti del virus”. La speranza, afferma il prelato, “è che l’epidemia possa dare maggiore flessibilità nei confronti della guerra. È difficile avere notizie affidabili e verificabili dal Paese e al momento non si vedono soluzioni di pace all’orizzonte”. In questo contesto l’epidemia “potrebbe creare una situazione nuova, offrire alle diverse parti una scusa per ritirarsi e avviare un percorso di collaborazione”.

La nazione araba, da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, con circa 24 milioni di yemeniti (l’80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria.

Oltre all’emergenza coronavirus, a preoccupare è anche la salute della popolazione, in particolare dei più giovani colpiti anche a livello psicologico dal conflitto. Come emerge da uno studio pubblicato oggi da Save the Children, cinque anni di guerra hanno avuto un “impatto devastante” sulla salute mentale della popolazione e molti minori si trovano sulla soglia della depressione. Oltre la metà dei 1250 giovani fra i 13 e i 17 anni hanno dichiarato di sentirsi “molto tristi e depressi” e più di uno su 10 afferma che questo sentimento è “permanente”.

Nell’indagine, che ha riguardato le province meridionali di Aden, Lahi e Taëz, circa un giovane su cinque ha dichiarato di avvertire sempre “paura e tristezza”. Nel complesso, il 52% degli interpellati dicono di non sentirsi al sicuro se si separano dai loro genitori e il 56% quando camminano da soli all’esterno. I bambini sono poi “terrorizzati” e “hanno paura a giocare all’aperto”. A questo, avvertono gli esperti, si somma il pericolo “devastante, almeno a livello potenziale” di una epidemia di nuovo coronavirus nel Paese arabo e per questo sarebbe essenziale “mettere fine al conflitto”.

Le difficoltà del sistema sanitario sono confermate anche dagli attivisti di Medici senza frontiere (Msf), che denunciano fra il 2018 e il 2020 almeno 40 attacchi o episodi di violenza contro l’ospedale di Al-Thawra a Taiz. “La nostra opera umanitaria – sottolinea Corinne Benazech, responsabile delle operazioni Msf nel Paese – è minacciato da ripetute violazioni commesse dalle diverse parti in lotta”. “Ogni giorno – conclude – gli operatori sanitari prendono decisioni coraggiose nel continuare a fornire cure mediche a dispetto dei rischi, a beneficio dei pazienti”.

Da: Asianews.it

A tutte/i le/i compagne/i di strada della Rete Radié Resch.

Anzitutto, e con tutta la sincerità ed il rimorso, una richiesta di perdono: ho visto solo dopo tanti promemoria di Liviana la data dell’ultima nota che avevo inviato: sono passati ben 18 mesi! Non ho almeno il rimorso di essere stato troppo inoperoso. Con tutte le solite limitazioni dovute alla complessità dei problemi, e all’intrecciarsi di impegni, il “racconto” di quanto abbiamo fatto (…il plurale è il riflesso dell’essere un gruppetto piccolo piccolo, che però vede sempre Simona Fraudatario come la persona chiave) ci sembra coerente con gli impegni presi, e speriamo corrisponda a vostre attese. Disponibili sempre ad aggiungere ed esplicitare le cose che possano risultare poco chiare o incomplete.

1 – Si e’ concluso il percorso di sentenze ed attività collegate dedicate al “popolo dei migranti”, con due eventi significativi:

1.1 – una Sessione nel novembre 2018 a Londra , che ha posto in evidenza le caratteristiche particolari della repressione del popolo migrante, anche dopo anni di permanenza nel paese, in un quadro politico e culturale (purtroppo non limitato alla situazione inglese) che mira, al di là di situazioni di lavoro-schiavo, alla creazione-imposizione di unambiente strutturalmente ostile’, di una violenza nel quotidiano della vita, che non si traduce in crimini formali, ma che e’ il modo più efficace per cancellare il senso e le tracce della dignità e della prossimità della vita.

Il testo dell’atto di accusa (nella versione italiana preparata da amiche di Lecco) e’ molto consigliato, perché didattico e riassuntivo anche per la situazione degli altri paesi europei.

1.2 – la presentazione dei risultati e delle raccomandazioni del TPP al Parlamento Europeo, nell’Aprile del 2019, che ha visto la partecipazione (nella fase preparatoria, che mirava a rafforzare la rete che si era via via costruita lungo le Sessioni nei diversi paesi) di più di 600 organizzazioni della società civile. Il testo (molto sintetico, ma essenziale) può essere accessibile sul sito del Tribunale. A partire da questo testo, attraverso un altro periodo di incontri, si è arrivati nella giornata del 18 dicembre 2019 ad una serie di manifestazioni nelle varie capitali europee (oltre che a Bruxelles) per risottolineare la priorità del problema migranti alla nuova Commissione Europea.

2Sempre nel campo della migrazione, il 2019 ha visto una serie di attività (in Tunisia ed in Marocco) per verificare contenuti e fattibilità di una Sessione del TPP dedicata ad una valutazione critica, e ad un primo coordinamento (non certo facile, per le ovvie ragioni politiche dell’area del Maghreb) degli organismi non governativi attivi nel campo dei diritti umani. Una decisione positiva per la realizzazione della Sessione (già prevista per il Settembre 2019) è stata raggiunta solo nel dicembre, e fissata per la fine marzo 2020.

3– Un impegno che meriterebbe una conoscenza più diretta (magari con un incontro per le persone interessate) è quello che ha visto la sua fase conclusiva in questo periodo (Dicembre 2018 per la fine delle sedute pubbliche; ottobre-novembre 2019 per le fasi di presentazione-diffusione dei risultati nei Paesi interessati SADC, Southern African Developing Countries).

Le comunità soprattutto femminili, che hanno rappresentato i diritti dei territori e delle popolazioni espropriate dai capitali multinazionali, soprattutto delle industrie estrattive, sono state una vera scuola di resistenza e di organizzazione.

E’ interessante ricordare che proprio a partire dal loro impegno, i materiali del TPP che qualificavano la natura criminale delle attività economiche di appropriazione e di sfruttamento dei terreni ‘ancestrali’, sono alla base di una decisione della Corte Suprema del Sud Africa contro le multinazionali interessate. Anche questo materiale, purtroppo per ora solo in lingua inglese, è evidentemente disponibile sul sito del TPP.

4- Uno dei prodotti dell’attività del TPP, più interessanti e pertinenti per il sempre più urgente ruolo delle crisi ambientali, e’ stata la conclusione e circolazione a livello internazionale (sia in ambiente accademico, ma soprattutto tra i movimenti attivi sul terreno) di un lungo lavoro di ricerca (a partire dalle testimonianze dei gruppi umani vittime delle industrie estrattive) sulle violazioni dei diritti umani e dei popoli da parte della tecnologia del fracking. I paesi interessati sono stati soprattutto gli Stati Uniti (che hanno fatto di questa tecnologia uno degli strumenti per garantirsi autonomia in campo energetico, nel totale disprezzo dei diritti di popolazioni locali e dell’ambiente), America Latina, Australia.

Il lungo lavoro prodotto in forma di ADVISORY OPINION (AO) si presta ad un utilizzo molto efficace non solo a livello giudiziario, o di formazione accademica, ma anche nei rapporti tra i gruppi, spesso molto frammentati che lavorano in campo ambientale.

5– L’attenzione del TPP ai temi tragicamente più classici in termini di crimini contro l’umanità ed il genocidio si è tradotta:

5.1 nell’ accompagnamento (con incontri pubblici di informazione ed il contatto permanente con gruppi a livello internazionale) del caso del genocidio del popolo Rohingya, che era stato oggetto di una sentenza già nel 2017, ed è stato progressivamente riconosciuto come tale solo due anni dopo, prima in forma di ipotesi, ed ora come tema generale di competenza della Corte Penale Internazionale.

Il caso di questo popolo-minoranza e del ruolo della comunità internazionale nel garantire impunità ad un crimine dichiarato nel diritto internazionale come un ‘evento-che-non-può-più-accadere’, è una situazione tragicamente esemplare dell’ impunità anche dei crimini più intollerabili, quando sono in gioco, direttamente o meno, i rapporti di potere e le sfere di influenza della cosiddetta comunità degli Stati (prevalentemente, ma non solo , di quelli che controllano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).

E’ chiaro che con il ripetersi di casi come questo (anni fa il TPP aveva documentato la stessa situazione per un altro popolo, quello dei Tamil) la credibilità del diritto internazionale come garante dei diritti fondamentali non può che essere considerata come una finzione, utile solo per illudere sull’esistenza di un ordine ‘dalla parte dei popoli’.

Anche su questo, vista la dominanza inglese della letteratura disponibile, ed il sostanziale silenzio della stampa italiana ‘più qualificata’, può essere utile un incontro per/con gli interessati?

5.2 – L’accettazione, dopo trattative ed indagini conoscitive molto attente per la criticità del tema, di una richiesta di una Sessione del TPP da parte del popolo degli Uighur, in una regione (critica per le risorse minerarie, le comunicazioni internazionali, gli aspetti militari) della Cina da sempre abitata da questa popolazione di antica religione islamica. La negazione della identità nazionale (religione, lingua, scuole) ha già comportato la reclusione in veri e propri campi di concentramento/rieducazione di più di un milione di persone, con implicazioni drammatiche per i diritti ad un’autodeterminazione della vita, sia a livello collettivo politico, che individuale.

Al momento attuale (anche per gli ultimissimi sviluppi della situazione sanitaria con tutte le sue implicazioni soprattutto a livello politico e di rapporti tra Stati ) è prevista una Sessione del TPP per il giugno 2020.

6 – Una sessione di grande interesse ed importanza è in preparazione (con viaggi, gruppi di lavoro comunitario) su una regione del Brasile denominata Cerrado. Questa regione, molto meno conosciuta dell’Amazzonia a livello internazionale, ha un’importanza strategica che si può considerare complementare sia dal punto di vista delle implicazioni ambientali, che per le politiche di sfruttamento da parte delle multinazionali, brasiliane, come Vale, e straniere, attive nel campo minerario e dell’agribusiness. Abitata da 25 milioni di persone, con una maggioranza di popolazioni originarie, la regione si estende trasversalmente per 9 stati del Paese, e, per la prima volta, ha visto il coordinamento di movimenti attivi nel difendere i diritti fondamentali, integrando in modo originale l’attenzione agli aspetti relativi alle violazioni dei diritti ambientali e dei diritti umani.

Contenuti e modalità organizzative dovranno essere resi pubblici soltanto in Aprile (anche per ragioni di sicurezza), in vista di Sessioni pubbliche all’inizio di settembre 2020.

Ringrazio, con Simona Fraudatario, dell’attenzione (…speriamo non sia stata troppo difficile!) e della pazienza. Impegnandoci per una prosecuzione più tempestiva, e ringraziando della possibilità di fruire del vostro supporto.

Gianni Tognoni

Sabato 25 gennaio 2020
giornata di mobilitazione internazionale per la pace
Spegniamo la guerra, accendiamo la Pace!
contro le guerre e le dittature
a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti

La Rete Radiè Resch ha aderito a questa iniziativa

E’ l’ultima opera di Banksy dal titolo “ La cicatrice di Betlemme
Una natività modificata posta davanti a quello che è il Muro per antonomasia.
In alto. La stella cometa è il buco di una granata.
In basso. Immagini e scritte inneggiano a pace, amore e libertà.
E Dio si incarna. In questo refluo di Storia. In quel frammento delle nostre personali storie.

F35: il voltafaccia dei Cinque Stelle e del PD

Giulio Marcon

20 Novembre 2019 | Sezione: Comunicati, Editoriale, Politica

Il programma F35 non si sospende e non si taglia. È un voltafaccia inaccettabile da parte di PD e M5S, oltre ad essere una scelta drammaticamente sbagliata: quei dieci miliardi di euro servirebbero per lavoro, scuola, sanità. Non per i cacciabombardieri.

Ieri la Camera dei Deputati ha approvato una mozione sugli F35 della maggioranza di governo (in prima fila PD e Cinque Stelle, ma anche IV e LeU) che dà il via libera alla continuazione della produzione e acquisto dei cacciabombardieri. Nella mozione parlamentare il verbo “valutare“ si spreca, come anche la necessità di valorizzare l’industria aerospaziale e la cooperazione internazionale militare. C’è poi la necessità di fare attenzione “al contenimento della spesa”, invito che non si nega a nessun provvedimento.

La sostanza è questa: si va avanti, il programma F35 non si sospende e non si taglia.

Quello del Movimento 5 Stelle e del PD è un tradimento del movimento per la pace e di chi marcia da Perugia ad Assisi; è una sconfessione di quanto affermato dai due partiti fino a poco tempo fa.

È un clamoroso voltafaccia del Movimento 5 Stelle che in modo anche roboante nella scorsa legislatura aveva detto un fortissimo no agli F35. E ora si limita a “valutare” e a verificare il programma dei cacciabombardieri. Ed è  un voltafaccia del PD che nella scorsa legislatura aveva votato la mozione Scanu (un suo deputato) per il dimezzamento della spesa degli F35: il deputato del PD Pagani (capogruppo in commissione difesa) ha giudicato sbagliata quella mozione (che nel 2014 lui stesso però aveva votato) del suo gruppo politico e ha valutato nel dibattito generale l’intenzione “lodevole” (sic) della mozione della Lega. Fantastico.

Di Maio ha fatto un profluvio di dichiarazione contro gli F35 e ha più volte ribadito la sua contrarietà.

Zingaretti aveva affermato che gli F35 sono “una scelta non condivisibile” e si era fatto fotografare con il cartello “Stop F35”.

Tutto questo è ora carta straccia. Per noi si tratta di un voltafaccia inaccettabile, oltre ad essere una scelta drammaticamente sbagliata: si buttano nei prossimi anni più di dieci miliardi per dei cacciabombardieri utili solo a fare la guerra, quando avremmo avuto bisogno di quei soldi per il lavoro, la scuola, la sanità.

È una scelta che noi contestiamo e che contesteremo anche nei prossimi mesi: non ci fermeremo con la mobilitazione delle nostre associazioni, ci faremo sentire. È una fortissima delusione: la politica che doveva rappresentare il cambiamento, continua invece come tutti gli altri. Comprando aerei da guerra.

da Sbilanciamoci.it