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Situazione in Armenia, ultimi aggiornamenti.

L’Armenia sta attraversando un periodo durissimo, affrontando una diffusione significativa del virus. Durante il picco il 35% dei test risultavano positivi, ora il 15-18%. I morti sono 788 ad oggi. In una situazione di parziale blocco dal mondo esterno, con la disoccupazione in crescita, gravi disagi economico-sociali, il 12 luglio l’Azerbaigian, violando il cessate il fuoco, colpì alcune postazioni dei nostri soldati a Tavush sul confine, in seguito attaccando anche dei villaggi limitrofi e causando molti danni alle abitazioni civili e alla fabbrica di mascherine, aperta recentemente per colmare il bisogno di tale oggetto indispensabile. Gli armeni hanno risposto adeguatamente. Ci sono morti e feriti da tutte e due le parti. In particolare dalla parte armena ci sono quattro vittime. Per approfondire queste tematiche invito a leggere i seguenti articoli che spiegano dettagliatamente la situazione.

http://www.karabakh.it/ecco-perche-gli-azeri-hanno-attaccato-larmenia-e-non-lartsakh/?fbclid=IwAR1tq7iA1IPRbETBRiMpoa2m8JSyLr1n5zd5vx24ps8uE9PPACPC9mxluls

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/13/armenia-azerbaigian-scontri-al-confine/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/28/scontri-larmenia-azerbaigian-annuncia-manovre-congiunte-la-turchia/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/19/tensioni-armenia-azerbaigian-minaccia-petrolio-gas-europa/

In seguito agli attacchi, in alcune città del mondo ma soprattutto a Mosca, sono state messe in atto provocazioni per causare disordini e atti di violenza. Dai mercati gestiti dagli azeri sono stati esclusi i prodotti armeni in particolare i tir con le albicocche non sono stati ammessi. In alcune parti della città gruppi di persone di nazionalità azera riunite hanno attaccato degli armeni che si trovavano da soli in macchina o per strada. Grazie agli interventi della polizia molte di queste persone sono state arrestate. Ci sono stati anche casi singoli da parte degli armeni in risposta a tali azioni. Ma le comunità della diaspora locali hanno cercato di non lasciarsi andare alle provocazioni mantenendo la calma. Mentre accadeva tutto ciò la Turchia ha espresso solidarietà e sostegno all’Azerbaigian. Il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov esprimeva la propria preoccupazione riguardo la violazione del cessate il fuoco. Intanto dalla parte armena sono stati ipotizzati gli attacchi alla diga di Mingechevir in Azerbaigian, a cui il Ministro della difesa di Baku ha risposto facendo volare minacce di attacco alla centrale atomica Metsamor vicino a Yerevan, facendo una mega figuraccia di fronte al mondo intero.

All’inizio di agosto grande quantità di armamenti e soldati si sono mossi dalla Turchia nei territori di Nakhigevan (territorio che come all’epoca anche Nagorno Karabakh è stato annesso alla nuova Repubblica sovietica di Azerbaijan, oggi purtroppo completamente svuotato dalle componenti Armeni, vedi l’articolo : https://www.theguardian.com/artanddesign/2019/mar/01/monumental-loss-azerbaijan-cultural-genocide-khachkars ) e in altre regioni di Azerbaigian per una esercitazione congiunta con i militari azeri. Questi spostamenti destano preoccupazione e fanno pensare che la Turchia voglia dettare le proprie regole del gioco anche nel Sud del Caucaso, territorio dove la Russia ha maggiore influenza.

Su Internet si trovano molti articoli scritti dagli azeri o sotto loro dettatura dove ci sono molte notizie imprecise e false. Invito ad avere attenzione e discernimento nell’analizzare le notizie diffuse dagli azeri o dai loro amici (anche italiani). Spesso troverete scritto che Nagorno Karabakh è parte integrale della repubblica di Azerbaigian. Ma ciò è proprio il fulcro della questione. Quindi quando uno lo scrive volontariamente o no, già prende parte nel conflitto. Sul tavolo sono messi il diritto di autodeterminazione di un popolo attraverso un referendum e l’integrità dell’Azerbaigian, paese che prima del 1918 non esisteva e dopo la caduta dell’Unione Sovietica è nuovamente costituito come indipendente così come Nagorno Karabakh a sua volta ha dichiarato di essere. La Reppublica di Arzakh (come adesso si chiama quel territorio) si è autoproclamata tale e non ha alcuna intenzione di rientrare nei vecchi confini sovietici. Ciò anche con tutta la buona volontà, è impossibile da realizzare perché tra i due popoli c’è una inimicizia coltivata da secoli e rafforzata negli ultimi tempi. Nei giorni più caldi dell’ultimo conflitto migliaia di persone sono uscite per strada a Baku chiedendo al presidente Aliev di cominciare una vera e propria guerra contro gli armeni per riprendere quel pezzo di terra abitato dagli armeni e vendicare le loro perdite. Questo la dice lunga sugli umori e il livello culturale vigente in quella società. Il sogno turco- azero (eredi delle politiche panturchiste dell’inizio del’ 900) sarebbe di impadronirsi di tutto quel territorio armeno che attualmente li separa, e avere un lungo confine tra di loro per rafforzare la loro posizione nel Caucaso e nel Medio Oriente, essendo già molto influenti per la forza militare e la presenza del gas e del gasdotto che arriva anche in Italia. (l’Azerbaigian attualmente è il maggior fornitore di gas che arriva in Italia).

L’Articolo preso dal sito www.karabakh.it

ECCO PERCHÉ GLI AZERI HANNO ATTACCATO L’ARMENIA E NON L’ARTSAKH

Sulle ragioni per cui il 12 luglio le forze armate dell’Azerbaigian hanno attaccato le postazioni difensive dell’Armenia all’altezza della regione di Tavush si è scritto molto.

I problemi interni di Aliyev e il suo desiderio di forzare nell’angolo delle trattative il governo armeno sono tra le principali cause dell’improvviso aumento della tensione lungo la frontiera.

Aggiungiamo pure il desiderio di strappare al nemico qualche postazione in altura e migliorare così la posizione di Baku lungo la linea di contatto.

Ma per quale motivo l’Azerbaigian non ha tentato un’incursione lungo la linea dell’Artsakh arrivando a sfidare il diritto internazionale per attaccare uno Stato pienamente riconosciuto dall’ONU?

Una spiegazione l’hanno data alcuni esperti militari, ma anche lo stesso premier armeno Pashinyan, nei giorni scorsi.

Come scrivemmo a suo tempo, una delle conseguenze della breve ma intensa “guerra dei quattro giorni” del 2016 fu la presa di coscienza da parte delle forze armene di difesa riguardo alla necessità di meglio fortificare la linea di contatto e soprattutto dotarla di un sistema di video sorveglianza anche a raggi infrarossi per la visione notturna.

In cambio di qualche km quadrato conquistato a prezzo di centinaia di vite umane, Aliyev ha di fatto fortificato il nemico migliorando la sua prontezza al combattimento.

Va inoltre considerato che la video sorveglianza lungo la linea di contatto non ha solo una funzione preventiva per l’individuazione di tentativi di penetrazione nemica nel territorio del Nagorno Karabakh (Artsakh); essa, infatti, svolge parimenti la funzione di testimonianza documentale delle (gravi) violazioni del cessate-il-fuoco. Insomma, con la prima linea monitorata dalle telecamere agli azeri non riesce più il giochino di accusare gli armeni come tentarono (invano) di fare quattro anni fa. Alla fine, quella sanguinosa incursione nel territorio armeno (conclusasi con la conquista della collinetta di Leletepe a sud e qualche km quadrato a poca distanza di Talish nella sezione nord-orientale) ha provocato il miglioramento del sistema difensivo armeno sia in termini cronologici di allerta sia nella ulteriore fortificazione della linea di contatto.

Non è un caso che da almeno un anno le violazioni sulla stessa sono quasi scomparse: qualche colpo sparato giusto per non allentare troppo la tensione, qualche scaramuccia a bassa intensità come ben dimostrano le statistiche fornite dai rispettivi ministeri della Difesa.

E non è neppure un caso che il nuovo presidente dell’Artsakh Harutyunyan abbia compiuto diverse visite alle postazioni difensive nelle prime settimane di mandato e dieci giorni fa abbia deciso passare la notte con i militari di guardia sulla sommità del monte Gomshasar (3724 metri) da dove si gode una magnifica vista sulla piana del Karabakh e sulla città azera di Ganja …

Dunque, gli azeri hanno deciso – in aggiunta ad altre valutazioni politiche – di non arrischiare uno scontro frontale sulla linea di contatto con l’Artsakh ma di spingere la provocazione qualche centinaio di chilometri più a nord lungo la frontiera armena all’altezza di Tavush.

Ma anche in questo caso, nonostante i sistemi di osservazione non siano forse così accurati come quelli dell’Artsakh, le truppe speciali azere hanno rimediato una cocente sconfitta lasciando sul campo almeno una dozzina di uomini (fra i quali un generale e un colonnello), perdendo quattordici costosi droni e probabilmente cedendo anche una o due postazioni difensive in altura.

Insomma, l’effetto sorpresa, all’ora del pranzo della domenica, è venuto meno.

Casa della Solidarietà-Rete Radiè Resch di Quarrata – Comune di Quarrata – LIBERA
ti invitano a partecipare alla
27a MARCIA per la GIUSTIZIA
SABATO 5 SETTEMBRE 2020
ritrovo in piazza Risorgimento a Quarrata alle ore 20,30
In accordo con il Comune di Quarrata, comunichiamo che la consueta Marcia per la Giustizia, la 27a, si farà sabato 5 settembre con modalità diverse causa il Covid-19, non partiremo più da Agliana ma ci ritroveremo a QUARRATA (Pistoia) in piazza Risorgimento per le 20.30, dove, gli invitati terranno le loro riflessioni su:
“Al tempo del COVID-19, è urgente un governo mondiale per l’inclusione”
saranno presenti:
Antonietta POTENTE, teologa; Gherardo COLOMBO, ex-magistrato, don Luigi CIOTTI, fondatore Gruppo Abele e Libera; Mohamed BA, senegalese, attore e scrittore.
Attendiamo la risposta di Aboubakar SOUMAHORO, sindacalista.
Lettera Luglio-Agosto 2020 
Carissima, carissimo,
non possiamo dimenticare le inquietanti colonne notturne di camion militari che portavano via le bare delle vittime di Coronavirus, immagini che hanno scavato la nostra anima. Voglio ricordarne altre due, potenti, perchè da esse può scaturire una riscossa etica e civile dell’intero Paese.
L’immagine di papa Francesco, che il 27 marzo percorre a piedi la gradinata del sagrato della basilica di San Pietro per implorare Dio di non abbandonarci in balia della tempesta; e quella del presidente Mattarella che il 25 aprile sale solitario i gradini dell’Altare della Patria per l’omaggio al “Milite ignoto” e per celebrare il 75° anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista e dal feroce regime fascista.
In quelle due piazze vuote si avverte la presenza densissima di donne e uomini che, senza lasciarsi abbattere dall’angoscia e  dal dolore, si sono contagiati reciprocamente da sentimenti di fiducia e di speranza.
Niente sarà come prima. Quante volte abbiamo ascoltato questa massima in queste settimane, obbligati dal virus a comportamenti inediti. Ma davvero sarà come prima? La pandemia ci renderà migliori? O ci scopriremo sciaguratamente più cattivi? Non vogliamo dividerci in fazioni contrapposte tra apocalittici e integrati…
Quello che possiamo dire, e vale davvero per tutti, è che sarà molto difficile cancellare dai nostri occhi quelle immagini che ci hanno attraversato, anch’esse contagiandoci e, lo vogliamo sperare, rendendo più comunità, più collettività.
Un Giubileo dell’umanità potrebbe essere il modo adeguato di imparare da quello che stiamo patendo. Rinnovare quei vincoli tra persone con la Creazione, senza i quali saremo inevitabilmente perduti.
La pandemia che stiamo affrontando ci ha colti in maniera imprevista e dirompente. Non eravamo preparati, non solo dal punto di vista della gestione pubblica ma anche a livello psicologico. Il Coronavirus ci ha ricordato quanto l’uomo, nonostante tutti i progressi, rimanga un essere vivente fragile come gli altri.
Ora più che mai, infatti, è importante trovare il giusto equilibrio tra creare e mantenere gli spazi di libertà personale, e cooperare per il raggiungimento di obiettivi comuni. E’ fuori dubbio che si tratta di una situazione di crisi: ma non per questo non si può coglierne un lato positivo, farne un’esperienza costruttiva, per ritornare nel mondo con una maggiore consapevolezza di noi stessi e con una comprensione più chiara del valore della tolleranza, del rispetto, della solidarietà gli uni nei confronti degli altri.
Ricominciare! Sembra una parola d’ordine. Ma da dove ricominciamo? E come?
La quarantena è alle nostre spalle, o quasi, ma nulla sembra superato… o almeno non con quella tranquillizzante sensazione di soluzione trovata in tutti gli ambiti che forse qualcuno tra noi sperava. Però ricominciare si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, al nostro futuro, ma anche al mondo che ci ruota intorno.
Ricominciare si può, perché la resilienza è una forza innata di cui tutta la natura è capace da sempre, dalla prima comparsa sulla Terra. Siamo capaci di mutare, anche radicalmente, adattandoci alle nuove condizioni di esistenza. Certamente pur riportando ferite profonde, ce la faremo anche questa volta.
La svolta però sta nel come ricominceremo. Se sceglieremo cioè di trattare questo momento storico come uno dei tanti passaggi della nostra vita, fatto di traslochi, spostamenti, chiusure in un posto ed aperture in un altro, lasciando tutto esattamente uguale in noi, attorno a noi, nelle nostre aspettative, nello stile della nostra esistenza. Oppure se sceglieremo di ripartire con un’altra marcia, un altro passo, un altro stile, altre priorità.
Nostro malgrado abbiamo dovuto concedere al Covid-19 tanti nostri fratelli e sorelle in umanità. Ora con un deciso atto di responsabilità interumana perché non gli concediamo di tirare fuori da noi anche un diverso, un meglio, un di più?
Nessuno ne è escluso. Basta che qualcuno abbia il coraggio di crederci e di sperare. Oggi di fronte ad una intera umanità chiamata a ricostruirsi, a ripartire, di fronte ad una società civile chiamata a scoprire una nuova relazionalità dopo mesi di distanze fisiche e a volte psicologiche, la storia di Waldemar Boff, nostro referente del progetto sociale Agua Doce nella Baixada Fluminense nella periferia malfamata di Rio de Janeiro-Brasile e dei suoi collaboratori, mi è sembrato uno scrigno che doveva essere aperto per tutti. Loro non sono supereroi, nessuno dedicherà loro un film. Sono persone come noi nate in un’altra parte del globo. Waldemar, un uomo che  per tutta la vita ha dato priorità alle urgenze… a un certo punto ha deciso di dedicare tempo alle cose importanti. Quelle  cose che fanno la differenza, che formano le comunità, che ridonano la speranza agli anziani (attraverso il progetto Nonna Angelina), il gusto della fraternità alle persone sole, che insegnano la condivisione e la determinazione ai bambini (attraverso il progetto dell’asilo M. Carrara), che fanno sentire gli adulti costruttori di futuro (attraverso il progetto di alfabetizzazione ambientale).
Il merito di Waldemar e dei suoi “fratelli” sta nella caparbietà di aver fatto sognare attorno a sé un’intera comunità nel tempo del Coronavirus. Questo è l’unico vero segreto che fa si che i sogni divengano realtà. La vita vince sempre sulla morte, nonostante la povertà e la sofferenza. Possa ognuno di noi dirlo a voce alta, scoprendo i nuovi germogli che dal ricominciare a vivere autenticamente nasceranno attorno a noi.

Remocontro 15 Luglio 2020

Inflazione, scontro politico e virus. Scandali e sanzioni a chi fa affari con la Siria. Il Paese resta al buio per il sistema elettrico nazionale in rovina. Carburante avariato venduto dall’Algeria ma raffinato ad Augusta

Il buio oltre la crisi

«Un’altra crisi nella crisi, racconta Pasquale Porciello sul Manifesto- e il Libano rimane al buio». L’impatto sociale è stato devastante. «Una per tutte, l’ospedale Rafiq Hariri, tra i pochissimi attrezzati per fronteggiare il covid, ha dovuto chiudere due delle sei sale operatorie per la mancanza di elettricità». Si muove di virus e di inedia, con molto parte della popolazione, profughi siriani in primis, ormai alla fame. Un popolo piegato da inflazione, covid, crisi politica, alimentare ed energetica. «Le attività commerciali costrette a chiudere ormai non si contano. La tensione sociale, la rabbia, la disperazione sono fuori controllo e il buio nel quale il Libano è sprofondato va ben oltre la mancanza di elettricità».

Elettricità scandalo che ci tocca in casa

Politica di mediazioni tra clan etnici, religiosi e di malaffare, ruberie come regola. Ora, con l’inflazione dell’80% della lira libanese nei confronti del dollaro, la situazione è divenuta insostenibile. Petrolio, America e Italia. Il problema elettricità sarebbe legato all’arrivo di carburante avariato fornito dalla compagnia algerina Sonatrach con cui il governo libanese ha un contratto dal 2005 in scadenza quest’anno. I giudici Nicolas Mansour e Ghada Aoun hanno nelle scorse settimane spiccato decine di mandati di arresto per politici e industriali libanesi con accuse di corruzione, tangenti e irregolarità varie. Arrestato anche il rappresentante in Libano per la Sonatrach.

Algeria con raffineria ad Augusta

La compagnia petrolifera statale algerina non è nuova a scandali giudiziari, e chi fa affari con lei o rischia o intasca. «Nel 2013 fu al centro di un processo per corruzione con Eni e nel 2018 ha destato sospetti agli occhi di analisti internazionali l’acquisto della raffineria di Augusta, in Sicilia, in condizioni di degrado e non redditizia, da cui sarebbe arrivato il carico in questione». Ma è solo Algeria e un po’ Augusta, Sicilia, Italia? «Il Libano versa quasi 2 miliardi di dollari ogni anno a Edl, ‘Elettricità del Libano’, che ha i più alti costi di produzione al mondo, su un bilancio statale libanese che nell’ultimo anno è stato di 4.3 miliardi.

Corruzione, nepotismo e ‘Cesar act Usa’

Azienda pubblica a partecipazione privata e simbolo di corruzione e nepotismo, Edl non garantisce però la copertura del fabbisogno giornaliero.  Ed ecco una miriade di generatori diesel privati che vende elettricità a prezzi altissimi. Servizio scadente e una doppia bolletta. Poi la democrazia occidentale. Il Caesar Act degli Stati uniti del 17 giugno che stabilisce sanzioni a chiunque faccia affari con la Siria di Bashar, ha dato l’ennesimo colpo al settore, visto che il Libano importa il 10% dell’energia dalla Siria del sempre cattivissimo Assad.

Scene di guerra civile 1975-90

Nei giorni scorsi fuori la sede della azienda elettrica dello scandalo, i manifestanti hanno evocato scene della guerra civile, 1975-90, quando l’uso delle candele era all’ordine del giorno. E Pasquale Porciello cita Traboulsi, professore associato di storia e politica all’Università americana di Beirut. «Impressionanti le similitudini in materia economica e di politiche sociali tra gli anni precedenti la guerra civile e gli ultimi anni, a cui si sommano l’assenza oggi di rappresentanze sindacali, lo smembramento del settore pubblico e l’inasprimento delle lacerazioni sociali dovute alle politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni, le quali hanno privilegiato i settori edile e terziario, riducendo il Libano – tra i paesi più fertili dell’area – a importare l’80% del fabbisogno alimentare nazionale».

E la tensione sociale, la rabbia, la disperazione -abbiamo già detto prima- sono fuori controllo e il buio nel quale il Libano è sprofondato va ben oltre la mancanza di elettricità.

Disastro economico, scontro tra potenze regionali e il tentativo degli Stati Uniti di estromettere Hezbollah, alleato di Siria e Iran, dal governo libanese

Michele Giorgio cita invece Nizar Hassan, giovane economista, è uno degli esponenti più noti del campo progressista delle proteste popolari contro corruzione e carovita. «I suoi podcast raccontano il disastro libanese e ciò che desidera una popolazione disperata che per 1/3 vive sotto la soglia di povertà». Il Fondo monetario internazionale e un finanziamento da 10 miliardi di dollari. Tutta la politica a litigare, «Ma alla fine della giornata tutti i libanesi guardano a cosa hanno potuto mettere a tavola». Posta in gioco, futuro economico e allineamento politico del Paese. Forze filo-Usa del fronte ‘14 marzo’ e quelle del fronte ‘8 Marzo’ che fanno capo al movimento sciita Hezbollah alleato di Siria e Iran.

Partita strategica sulla pelle del Libano

«Sullo sfondo è in corso una partita politica e strategica decisiva. Lo sanno bene gli israeliani, spettatori molto interessati e sostenitori delle sanzioni economiche di Donald Trump per strangolare l’Iran, la Siria di Bashar Assad e Hezbollah, la Mezzaluna sciita nemica di Usa, Israele e Arabia saudita. «Trump ha deciso di neutralizzare Hezbollah anche a costo di distruggere Libano», ha scritto su Haaretz l’analista israeliano Zvi Barel.  E in una intervista con la televisione saudita Al-Hadath, l’ambasciatrice Usa in Libano, Dorothy Shea, ha accusato Hezbollah di destabilizzare il paese e di mettere a repentaglio la sua ripresa economica.

«Washington sosterrà qualsiasi governo riformista non controllato da Hezbollah», dichiara l’ambasciatrice.

14 luglio 2020

Alessandro Marescotti

Polveri ILVA entrano in casa e i bambini del quartiere Tamburi di Taranto sono i più a rischio.

Arriva un po’ di fresco in casa dei tarantini, adesso il vento viene da nord. Ma l’aria fresca è inquinata. A nord di Taranto è infatti posizionata l’ILVA. E quando il vento viene da nord non è cosa buona. Per essere aria pulita il vento deve venire da sud, aria calda, caldissima.

Guardate qui cosa accade adesso che il vento viene dall’ILVA. Una polvere sottile e quasi invisibile si insinua nelle case.

La gente apre le finestre, e arriva l’aria dell’ILVA, direttamente in casa. Per sentire un po’ di fresco. Fresco in cambio di inquinamento.

Ma ci sono anche mamme che si si riparano per quello che è possibile, per opporre un po’ di resistenza all’inquinamento.

Mi ha scritto una di queste mamme. E mi ha mandato due foto. I piedini della bambina di cui si parla nell’articolo. Polveri ILVA entrano in casa e i bambini sono i più a rischio.

Quello che vedete è il piedino della sua bimba di quattro anni del quartiere Tamburi. La mamma ha lavato la casa domenica alle 22.30 e ieri alle 13.30 – con il vento che proviene dalla zona ILVA – le polveri sono di nuovo entrate in casa. In casa c’è anche una bambina di sei mesi, e gattonando si è sporcata non solo i piedi ma anche la faccia. La mamma mi ha scritto: “La mia piccola stava leccando per terra, appena l’ho vista e l’ho subito lavata da cima a fondo. Aveva la faccia impolverata, era un pezzo di nero”.

E ha precisato: “Tutto questo con tapparelle quasi abbassate e ante a ribalta”.

Chi non è di Taranto difficilmente può capire cosa significa regolare la propria vita in base al vento.

E così oggi tutti sono felici perché il vento viene da nord e la temperatura è scesa, le case si sono raffrescate, e allo stesso tempo siamo arrabbiati perché le finestre aperte saranno pagate a caro prezzo: inquinamento in casa. La tentazione è quella di tenere aperte le finestre. Ma si sa che il vento da nord porta in casa le polveri sottili dell’ILVA. E tutto questo nonostante i parchi minerali siano stati coperti. La polverosità generale dell’ILVA e i parchi secondari scoperti, oltre ai nastri trasportatori ancora in parte scoperti, è alla base di un fenomeno di inquinameno che non si è ancora interrotto. A farne le spese sono in primo luogo i bambini.

Ma i piedini di quella bambina stanno lanciando un messaggio di pietà sui social, con tantissime condivisioni.

Enzo mi scrive dopo aver visto i piedini della bambina: “Quando ero piccolo negli anni ’60 era già la norma, mi ricordo che anch’io avevo i piedi neri se giravo scalzo in casa e la sensazione strana del minerale sulla pelle, che è diversa da quella della polvere normale. Nel ’73 mi mandarono a Firenze a fare le prove allergiche perché avevo sempre la bronchite asmatica e venne fuori che ero ‘allergico alla polvere’…”

Un anonimo mi scrive: “Un ingegnere che lavorava in Ilva a Taranto (neo assunto nel 2006) lavorava in ufficio con la mascherina 3M semifacciale coi filtri, non la semplice mascherina. Era su un impianto di riciclaggio polveri inerti acciaieria, coke, afo. Si fece murare le finestre dell’ufficio perche diceva che entrava la polvere anche a finestre chiuse. Ogni giorno, anche dopo le pulizie di routine giornaliere, puliva la sua scrivania, ma puntualmente la polvere si depositava ugualmente. Morale della favola? Si è licenziato”.

Quello che tuttavia è più preoccupante è la polvere che non si vede, e a Taranto non è diminuita nonostante la copertura dei parchi minerali. Lo dicono le centraline Ilva che abbiamo consultato con scrupolo.E adesso?

Tremilacinquecento tarantini hanno firmato una lettera al presidente del Consiglio Conte che comincia così: “Egregio Presidente Giuseppe Conte, adesso dovrebbe bastare, non crede?”. L’ha firmata anche Piero Pelù, cofondatore del gruppo musicale Litfiba. A promuovere la lettera sono i Genitori Tarantini.

Continua la resistenza. Una resistenza basata sulla cittadinanza attiva, sulla gentilezza e sulla nonviolenza.

Perché Taranto è un laboratorio della strategia nonviolenta. Un esempio di conflitto gestito in modo gandhiano.

Taranto è laboratorio della cittadinanza scientifica. Gli occhi puntati sulle centraline.

Taranto è laboratorio della perseveranza. Tredici anni di lotte che hanno portato a un processo, a procedure di infrazione europee e a una condanna della CEDU contro lo Stato Italiano.

Ma non basta. La partita a scacchi non è né vinta né persa: è aperta.

Si è da poco costituito un Comitato Cittadino che sui valori della nonviolenza ha incardinato la sua ragione di resistenza morale.

Domani PeaceLink terrà un seminario online perché la cittadinanza attiva divenga, nella scuola, non solo una materia di studio ma una competenza strategica, per Taranto e per tutti quei territori che vogliono difendersi e rinascere. Perché i cittadini possono vincere, devono vincere.

Perché era nero o perché umano. Forse le due cose messe assieme, con una vistosa prevalenza della prima, vista la reazione in America e altrove all’efferata uccisione per soffocamento di George Floyd a Minneapolis. Il movimento Black Lives Matter, la vita dei neri importa, ha ‘contaminato’ buona parte del mondo suscitando reazioni, interrogativi e accuse sul ruolo delle polizie e, più ancora, sul latente razzismo che non finisce di minare l’umana avventura.

Le reazioni al Covid, alle politiche neoliberali fasciste di Donald Trump, l’impatto dei mezzi di comunicazione, il ruolo degli Stati Uniti e non ultima l’indignazione del ‘morto di troppo’ hanno creato un clima sociale che l’abbattimento di statue sospette esprime a meraviglia. D’altra parte, qualcuno scrisse che, al momento di abbattere le statue, è sempre meglio lasciare intatto il piedistallo, servirà per il prossimo idolo. Le manifestazioni sono spuntate un po’ dovunque e financo in Africa qualcosa, con qualche ritardo, si è mosso. Nulla di particolarmente eclatante ma almeno sufficiente a farla uscire dalla clandestinità nella quale si trova in queste circostanze. Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il forum dei già capi di stato, il Ghana, il Kenia, l’Africa del Sud, la Tunisia, il Senegal e poi artisti e calciatori di fama che hanno patito cori razzisti negli stadi d’Europa. Ma forse ha ragione Alpha Blondy, cantante avoriano che ormai da anni usa il reggae di Bob Marley per esprimere il suo pensiero.

“Insisto, persisto e affermo/ I nemici dell’Africa sono gli Africani“. ‘Gli imbecilli’ è il titolo dell’estratto dalla canzone citata e inserita in un album uscito con preveggenza nel lontano 1997. Blondy, nel testo, fa allusione alle varie crisi che hanno scosso il continente in quel periodo. Il primo e grande nemico dell’Africa è la dimenticanza o la censura delle sofferenze del popolo. È di questi giorni il Rapporto sulle ‘crisi dimenticate’ del mondo pubblicato dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati. Nello stilare la ‘classifica’, il rapporto prende in considerazione tre elementi: la mancanza di volontà politica, quella di attenzione dei media e la mancanza di aiuto economico. Il documento analizza solo le crisi che hanno provocato oltre 200 mila sfollati o rifugiati. Dalle 41 crisi prese in esame, risulta che tra le prime dieci figurano ben nove Paesi africani. Troviamo al primo posto il Camerun, segue la Repubblica Democratica del Congo, poi il Burkina Faso, il Burundi, il Mali, il Sud Sudan, la Nigeria, la Repubblica Centrafricana e il nuovo arrivato Niger.

Unico Paese incluso non africano tra i primi dieci è il Venezuela, mentre di altri Paesi non si hanno statistiche affidabili o sono palesemente occultate. Queste crisi sono prima create e poi in fretta dimenticate, dagli africani e poi dal resto del mondo. E non sarà il pan-umanitarismo che rappresenterà la salvezza da queste crisi, volute, subite, provocate, facilitate, finanziate e infine cancellate. Proprio quest’ultimo, il pan-umanitarismo, potrebbe rappresentare l’altro nemico occulto dell’Africa. C’è chi vive e prospera di crisi e nelle crisi, e che, direttamente o meno, rischia di perpetuare le cause e le conseguenze delle crisi stesse. Si sviluppano competenze di crisi umanitarie e si cerca di ‘vendere’ al meglio il prodotto in questione nella spietata concorrenza tra Organizzazioni Umanitarie. Per poter funzionare, questo tipo di sistema, abbisogna dell’osservanza di alcune condizioni. Una di queste è la riduzione delle persone a vittime più o meno inermi del loro destino e dunque incapaci di intendere e volere ciò che costituisce il loro bene. La seguente e logica operazione consisterà dunque nel fornire progetti e strumenti per realizzare ciò che si crede possa risolvere il problema prima creato e poi coltivato dalla crisi stessa.

I fabbricanti di armi, i venditori di schiavi, i posti di polizia, le dogane corrotte tra una frontiera e l’altra, le elezioni ‘tropicalizzate’, l’incetta delle materie prime, la vendita delle terre, lo sfruttamento dei bambini, le catene migratorie di prostituzione, il commercio di cocaina e falsi medicinali, i mandati presidenziali a durata indefinita e le Commissioni Elettorali Nazionali Indipendenti che fanno eco al potere non potrebbero perpetuarsi senza la complicità degli africani stessi e dei politici presi in ostaggio dai soldi, dal potere e dal prestigio. Certo l’Oriente e l’Occidente sono tutto meno che innocenti e queste operazioni probabilmente non potrebbero avere un buon esisto senza il loro avallo. Tutto vero, ma questo non toglie e semmai accusa chi avrebbe dovuto fare sue le parole di un certo Diallo Telli, ucciso da un dittatore di nome Sekou Touré, che disse: “…Noi siamo i popoli che più abbiamo sofferto l’ingiustizia nella storia ed è per questo motivo che non abbiamo il diritto né politicamente, né moralmente, di infliggere ingiustizie agli uomini”. Pochi oggi, qui come altrove, avrebbero il coraggio di concepire e esprimere pubblicamente queste parole di altissimo valore etico. Un Continente che tradisce e spinge i suoi figli a fuggirlo rinnega il proprio passato.

Ancora lo stesso Blondy, nel seguito della canzone citata sottolinea: “Ci sono i diamanti a cielo aperto/ c’è l’oro a cielo aperto/ la bauxite a cielo aperto/ l’uranio a cielo aperto/ ma i cervelli sono sepolti a cielo aperto…” Non dovrebbe andare lontano chi vorrebbe identificare e nominare i nemici: per buona parte si trovano qui, nel Continente africano, e se proprio vogliamo parlare di razzismo allora cominciamo con fare pulizia e verità qui a casa nostra. Nel Maghreb, e non è un mistero per nessuno, sono proprio gli africani (del nord e quindi di carnagione più chiara) che insultano e rendono spesso schiavi i ‘neri’ dell’Africa sub sahariana.Quanto è accaduto e sta accadendo in Libia e in Algeria, con campi di detenzione e tortura e, nel caso dell’Algeria, di espulsioni di migranti, con il furto del frutto di lavoro di anni, poi buttati e abbandonati nel deserto, donne e bambini compresi. Il tutto nel silenzio assordante dei dirigenti africani, gli stessi che poi commentano con amarezza l’uccisione per asfissia di un fratello nero, americano e soprattutto lontano agli occhi e dal cuore e che si incontrano almeno due volte l’anno ad Addis Abeba, nella sede dell’Unione.

I nemici  più pericolosi dell’Africa sono, nondimeno, i mercanti di Dio, un Dio contraffatto da ideologie che arrivano al Continente con le cannoniere e gli accordi commerciali. Trovano in fretta acquirenti per rovesciare sulle spiagge e i deserti le scorie e gli scarti della loro civiltà fatta di cose da vendere in continuazione. Cercano spazi per fare fosse, comuni o private, per poi nascondervi quanto altrove non troverebbe mai posto.Usano il dio denaro come paravento, comprano e fanno comprare, vendono illusioni, miraggi, utopie consumate dall’uso e promettono un paradiso da centro commerciale, plasmano immaginari e accartocciano i sogni per buttarli al macero. Anch’essi trovano complici  e trasformano la saggezza di un tempo in un’inutile cantilena di pescatori  che hanno dimenticato l’arte della pesca. Fanno delle mercanzie l’unico orizzonte degno per un Mercato Unico, Libero e Globale di rapina dei poveri.

Perché neri o perché poveri, forse è bene non sbagliarsi nell’identificare il nemico. Il torto principale dei migranti che sbarcano (o prima annegano nel mare), o arrivano in aereo o per impervie strade, non sono anzitutto il colore della pelle, la forma degli occhi o la lingua e gli usi differenti, ma è la povertà che disturba. E lo stesso si riproduce in questa parte del mondo: si è se si HA…Chi non HA non è nessuno. Poco importa il colore dell’abito indossato per l’occasione. Pure l’Africa di adesso, neocolonizzata a suo piacimento e finchè le conviene, discrimina i poveracci, i democratici, i diritti umani, i giornalisti, gli artisti e i giudici che fanno il loro mestiere. L’Africa abbisogna, e allo stesso tempo teme, la verità di sé e del suo destino. Magari, come tutti del resto, ha bisogno di amici veri e sinceri. Non molti ma esistono ancora oggi.

Gli amici dell’Africa tacciono, fanno silenzio e buttano via il tempo che avevano prima di arrivare. Gli amici dell’Africa non vengono per aiutare quanto per essere aiutati a declinare altrimenti la vita. Gli amici dell’Africa sono coloro che si lasciano contagiare dal sapore del vento e hanno intuito quanto la sabbia sia importante per interpretare la storia umana. Non hanno ricette, progetti, strategie, fondi di primo intervento, consigli da dare, foto da prendere o giudizi da imporre. Gli amici dell’Africa sanno bene che alla fine sono gli analfabeti che scriveranno, nella polvere, le parole che più contano. Gli amici dell’Africa vivono nell’attesa che proprio loro, i bambini, senza saperlo, salvino il mondo.

Mauro Armanino da Comune-info.net

Nicaragua e Covid-19

Assistenza sanitaria decentrata, gratuita e universale

9 aprile 2020 – Giorgio Trucchi – da Peacelink

Erano i primi mesi del 1991. Mi trovavo nuovamente in Nicaragua, questa volta per scrivere la mia tesi sulla riforma psichiatrica promossa dalla rivoluzione sandinista dopo il triunfo (1979). Daniel Ortega aveva perso le elezioni e da quasi un anno governava Violeta Barrios de Chamorro. I risultati erano già visibili.

Il Servizio sanitario nazionale, fondato negli anni 80 sul concetto di assistenza sanitaria gratuita, decentrata e universale, che coinvolgeva migliaia di promotori della salute per garantire i servizi essenziali in tutto il territorio nazionale, era stato velocemente smantellato dalla ventata neoliberista del “meno Stato, più mercato”.

Il nuovo governo, pieno di vecchi filibustieri fuggiti a Miami con la caduta di Somoza ed ex contrarrevolucionarios ritornati dopo la sconfitta sandinista, oltre a fare man bassa di aziende statali, privatizzare a destra e a manca, licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici e sospendere qualsiasi finanziamento a cooperative e organizzazioni contadine, si accanì in modo particolare contro sanità e istruzione pubblica. Chi ha un po’ di memoria non può non ricordare i roghi dei libri di testo che per anni erano stati usati per l’alfabetizzazione e l’insegnamento pubblico.

Nel giro di pochi mesi s’introdusse il concetto di “autonomia scolastica”, un termine apparentemente innocuo per descrivere l’inizio del processo di privatizzazione della scuola. A livello sanitario veniva velocemente definanziata l’assistenza pubblica, per offrirla poi su un piatto d’argento al settore privato.

Gli ospedali vennero abbandonati a loro stessi, cliniche e ambulatori chiusi un po’ ovunque, scomparvero anche i promotori della salute. Ci fu però una vera e propria esplosione delle farmacie come effetto della fine dell’embargo decretato dagli Stati Uniti. Peccato che la maggior parte della popolazione dovesse poi fare i salti mortali o indebitarsi fino al collo per comprare le medicine di cui aveva bisogno.

In un libro, mai pubblicato, che stavo scrivendo sull’esperienza fatta nel Messico pre-zapatista e in America Centrale agli inizi degli anni 90, ricordo un’intervista fatta a un medico chirurgo nicaraguense in cui raccontava il dramma di dovere operare tutti i giorni in condizioni inaccettabili. Ricordo che gli si inumidivano gli occhi quando ricordava pazienti deceduti a causa della mancanza di strumenti chirurgici, cannule, ossigeno, anestesia e perfino del filo da sutura.

Ricordo anche quando, verso la fine degli anni 90, gli ospedali pubblici erano divisi in due parti ben definite: la parte pubblica, con ambienti fatiscenti, file interminabili e coi famigliari dei malati che uscivano disperati con in mano una ricetta, e correvano a impegnare un anello o da qualche amico o parente a chiedere un prestito per comprare ciò che il dottore aveva chiesto. Poi c’era la parte privata, dove gli stessi medici ti invitavano ad andare quando vedevano che eri una persona con “capacità economiche”. Lì non c’erano file, il personale sanitario era molto gentile e i medici avevano tutto l’occorrente per curarti. Bastava pagare e il gioco era fatto.

Covid-19 e prevenzione

A partire dal 2007, con la vittoria elettorale del Fronte sandinista, le cose sono cambiate. O meglio, si è ripreso il filo di un discorso bruscamente interrotto con le elezioni del 1990.

In un recente articolo[1], Stephen Sefton, curatore della pagina web Tortilla con Sal, ricorda come negli ultimi 13 anni il sistema sanitario nicaraguense abbia riabbracciato lo spirito e i valori di un tempo. Un modello di assistenza pubblica che ha come capisaldi la prevenzione, il decentramento, la gratuità e l’universalità. Inoltre, la fitta rete di ospedali, cliniche e ambulatori è supportata nuovamente da decine di migliaia di promotori della salute, che operano come volontari in tutto il territorio nazionale.

L’arrivo della pandemia di Covid-19 non ha quindi trovato il Nicaragua impreparato. Abituato a mantenersi in allerta preventiva per potere rispondere in modo adeguato agli effetti dei cambiamenti climatici, disastri naturali ed epidemie, non ultime quelle di dengue, chikungunya, zika e H1N1, solo per nominarne alcune, il governo del Nicaragua aveva già predisposto azioni per far fronte alla pandemia. 

Fino ad ora i casi accertati di coronavirus sono sei, dei quali una persona è deceduta e due sono guarite. Una decina sono i casi in osservazione, per ora tutti negativi al tampone.

Il governo sandinista ha quindi scelto una strada diversa da quella della maggior parte dei paesi del mondo. Invece di decretare la quarantena, il distanziamento sociale, la chiusura delle frontiere, delle scuole e delle attività produttive “non essenziali” e proibire la partecipazione della popolazione ad eventi di massa, il Nicaragua, seguendo i protocolli pertinenti per le diverse fasi della pandemia, ha deciso di dare priorità a un’altra prevenzione, rafforzando i controlli alle frontiere e investendo su una struttura sanitaria decentrata e comunitaria, già solida e operante su tutto il territorio nazionale.

A questo proposito, il gionalista Jorge Capelán ha scritto recentemente[2] che dal 2007 ad oggi sono stati costruiti 18 ospedali e si prevede la costruzione di altri 13 nel breve e medio periodo, tra cui quelli regionali di Puerto Cabezas (Bilwi) in piena Mosquitia e di León nell’occidente del paese. Incontabili poi le cliniche e gli ambulatori costruiti o riammodernati in questi anni in tutto il Nicaragua.

In questi giorni, più di 250 mila promotori della salute vanno di casa in casa per spiegare alla gente quali siano le misure preventive da adottare contro il coronavirus, come riconoscere i primi sintomi e come avvisare immediatamente le strutture decentrate per l’eventuale ricovero. In meno di un mese sono già state visitate quasi 1,3 milioni di famiglie, cioè più di 6 milioni di persone. Inoltre, chiunque entri in Nicaragua proveniente da paesi in cui si è diffuso il virus del Covid-19 viene inviato a una auto quarantena vigilata.

Per il momento le autorità hanno predisposto 19 ospedali e quasi 40 mila operatori sanitari sono stati formati su come affrontare il virus, sull’identificazione di casi sospetti, sulle misure di protezione, sull’applicazione di cure mediche e sul trasferimento sicuro dei pazienti. Poche notizie si hanno invece sulla quantità di tamponi fatti e sugli autorespiratori a disposizione nel paese.

Pochi giorni fa, il Banco centroamericano d’integrazione economica (Bcie) ha consegnato alle autorità sanitarie 26mila test veloci Covid-19, una donazione che permetterà di rafforzare ulteriormente l’apparato preventivo. Il Nicaragua inoltre possiede l’unico impianto pubblico in America Centrale che produce vaccini. Si tratta di una joint-venture tra il governo del Nicaragua e la Federazione Russa, dove si produrrà il farmaco antivirale cubano Interferone Alfa-2-B per il trattamento di pazienti con Coronavirus.

A livello internazionale, infine, il Nicaragua si è coordinato con i meccanismi del Sistema d’integrazione centroamericano (SICA) e con i governi che ne fanno parte. Soprattutto con i confinanti Honduras e Costa Rica si è sviluppata una comunicazione costante e si stanno coordinando azioni di controllo delle frontiere.

Un modello diverso

Lo scorso 7 aprile, le misure adottate dal Nicaragua sono state considerate “inadeguate” dalla direttrice dell’Organizzazione panamericana della salute (Ops). Carissa Etienne si è detta preoccupata per  “la mancanza di isolamento e di distanziamento sociale, la convocazione a manifestazioni pubbliche, la tracciabilità dei contatti e la notificazione dei casi”. Una reazione sicuramente da non sottovalutare, anche se il governo nicaraguense ha per il momento dalla sua la cifra più bassa di contagiati tra tutti i paesi dell’America Centrale.

Secondo il biologo cellulare ed ex rappresentante della Ops in Venezuela e Antille Olandesi, Jorge J. Jenkins Molieri, i pochi casi registrati fino a ora in Nicaragua sarebbero dovuti a vari fattori, come ad esempio le insufficienti prove di laboratorio, l’individuazione per il momento di casi lievi, lo scarso afflusso dopo la crisi del 2018 di turisti provenienti dalle regioni maggiormente contagiate come Europa e Stati Uniti. Azzarda anche ipotesi legate al fatto che la popolazione è molto giovane – settore che resiste meglio al contagio di Covid19 – e che gli ultrasessantenni rappresentano solo il 5% della popolazione, che la densità di popolazione è la più bassa di tutta l’America Centrale e la popolazione rurale è il 40% del totale, e che il fattore climatico (si è in estate e con temperature molto alte) stia frenando l’espansione del virus.

Difficile quindi dire ora cosa succederà. Nessuno può escludere – nemmeno il governo lo fa – che in futuro si entri in nuova fase del contagio e che siano necessarie misure molto più restrittive, come consigliano i protocolli della Ops/Oms. Certo è che in mezzo a tante incertezze sarebbe sempre auspicabile fare prevalere il principio di precauzione.

Sta di fatto che il Nicaragua decidendo di imboccare una strada diversa non ha voluto sottovalutare la portata del pericolo, ma ha dovuto e voluto (altri paesi non l’hanno fatto) affrontare l’emergenza senza abbandonare al loro destino tutte quelle persone e famiglie – e sono tante – che sono il pilastro dell’economia nicaraguense. Le micro, piccole e medie imprese rappresentano circa l’87% del tessuto aziendale nazionale e creano più del 70% dei posti di lavoro. Sono circa 300 mila e operano in vari settori, in particolare quello agricolo. Il 58% di queste aziende sono condotte da donne (fonte Conimipyme). Contribuiscono per quasi il 70% al Pil e rappresentano il 60% delle esportazioni. Se a questo aggiungiamo le migliaia di persone che ancora vivono di lavori informali e precari, è facile capire allora il perchè della scelta del governo nicaraguense di cercare una strada alternativa a quella del lockdown.

Opposizione e sciacallaggio

A chi invece non interessa capire è l’opposizione politica e sociale, ampiamente sostenuta e foraggiata dal gran capitale nazionale, dalla gerarchia cattolica, dall’amministrazione statunitense e dai governi satellite di Washington.

Come già avvenuto durante il tentativo fallito di colpo di stato del 2018, l’opposizione ha lanciato una implacabile campagna di disinformazione su media affini e social. Una valanga di fake news riprese e poi divulgate dalle principali agenzie internazionali, con l’obiettivo di creare timore nella popolazione attraverso discorsi catastrofici, accusando il governo d’irresponsabilità, incapacità e faciloneria, per poi capitalizzare politicamente il malcontento.

Non dimentichiamo che in Nicaragua siamo in un anno preelettorale. Vedendo quanto accaduto lo scorso anno in Bolivia e l’uso sempre più scellerato del lawfare e di organismi multilaterali come l’Osa (Organizzazione degli stati americani) contro governi e dirigenti che non si piegano agli interessi di Washington, è evidente che il governo sandinista sia preoccupato.

L’informazione spazzatura è servita per fare circolare false testimonianze di falsi contagiati sull’esistenza di centinaia di casi di coronavirus presuntamente nascosti dal governo. Accuse mai provate, che calano però in settori della popolazione nonostante siano sistematicamente smontate dai dati ufficiali delle ultime tre settimane. Qui si evidenzia una diminuzione delle infezioni respiratorie acute (meno 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), delle polmoniti (meno 10%) e della mortalità dovuta a queste stesse malattie (meno 35%), che è passata dai 107 decessi dello scorso anno ai 70 al giorno d’oggi.

La teoria cospirativa, che tanto piace alle opposizioni, non regge nemmeno all’impatto con ospedali, cliniche ed ambulatori, dove si registra un numero normale di visite, di accessi ai pronto soccorso, nonché di ingressi in terapia intensiva.

Principali ispiratori dello sciacallaggio mediatico sono poi – e questa è forse la cosa più vergognosa – quelle stesse persone, partiti, organizzazioni e movimenti responsabili dello smantellamento dello stato sociale negli anni 90. Quelle stesse persone che hanno privatizzato la sanità e distrutto il sistema sanitario nazionale e che ora si ergono a paladini della buona sanità e dei diritti dei cittadini. Altri sono i loro alleati politici, mossi da odi profondi contro l’attuale dirigenza sandinista, insignificanti politicamente e con una quasi inesistente capacità di convocatoria e di mobilitazione popolare. Sono i settori più radicali del fallito golpe, che godono di sostegno internazionale e di sostanziosi finanziamenti di agenzie statunitensi ed europee.

Falsità a parte, le prossime settimane saranno fondamentali per capire l’evoluzione che avrà il contagio e la capacità del governo nicaraguense per affrontarlo.

 Note

[1] http://www.tortillaconsal.com/tortilla/node/8955

[2] https://managuaconamor.blogspot.com/2020/04/nicaragua-y-la-covid-19-el-secreto.html

RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA

Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.

Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.

È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.

Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!

Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.

Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.

Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.

Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.

Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?

Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?

E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.

Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.

Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.

Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.

Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.

Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.

Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.

E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.

Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.

Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.

Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.

Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.

 

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

(Mt 25,1-13)

 

Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.

Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.

Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

Oltre 25.000 le persone morte nel mondo a causa del coronavirus, la maggior parte in Europa. I casi globali di Covid-19 sono 553.244 in 176 Paesi e regioni. In Africa c’è un’evoluzione drammatica del numero dei Paesi e anche del numero dei contagiati è l’allarme lanciato dalla direttrice regionale dell’Oms per l’Africa, Matshidiso Rebecca Moeti.

Si sa, la percezione del rischio è inversamente proporzionale alla distanza dal rischio stesso. Un bambino che muore sotto casa suscita più emozione degli appelli dell’Unicef per la mortalità infantile nel mondo. Ci siamo preoccupati del coronavirus quanto più dalla Cina si avvicinava all’Europa ed entrava nel salotto di casa. Logico che ancora non ci si preoccupi e nemmeno si rifletta sull’eventualità che l’epidemia raggiunga l’Africa. Eppure le conseguenze, come è facile immaginare, potrebbero essere catastrofiche, non solo per l’Africa stessa. Attualmente, i contagiati (in una quarantina di Stati) sono poche centinaia con punta massima in Egitto (327 contagiati) e la stima è dello 0,11 per cento della popolazione mondiale. Si potrebbe concludere che il destino (o il buon Dio) stia risparmiando un Continente già afflitto da tremende epidemie, carestie e conflitti. Basti menzionare i 400 Mila morti all’anno per malaria, i milioni di sieropositivi da HIV, la recente invasione di locuste che ha devastato intere regioni dell’Africa orientale.

Oppure si potrebbero azzardare ipotesi, peraltro non suffragate da riscontri scientifici. La prima è che le temperature africane siano più alte e non favoriscano la diffusione del virus. La seconda è che la popolazione africana è molto giovane, mentre si sa che il virus è più aggressivo e mortale per la popolazione anziana. In apparenza, il Cov19 non conosce confini, fasce di età, classi sociali e gruppi etnici, ma è un fatto che – per ragioni tutte da approfondire scientificamente – abbia colpito con maggiore virulenza aree fortemente urbanizzate, territori pesantemente inquinati come la Lombardia e – per quanto riguarda l’Italia – la popolazione più anziana e autoctona. La terza ipotesi è che la popolazione africana, in particolare l’Africa sub sahariana, abbia sviluppato maggiori anticorpi.

Al di là di riscontri scientifici, queste sarebbero ipotesi confortanti per l’Africa, anche perché, in caso contrario, la solidarietà internazionale sarebbe comunque condizionata (e probabilmente ridotta) dalla mole gigantesca di risorse destinate alla ripresa dei Paesi più sviluppati: ricchi si, ma messi in ginocchio dall’epidemia.

Ci sono purtroppo ipotesi più allarmanti. La prima è che il virus possa diffondersi nel medio periodo e che oggi sia soltanto rallentato dalla riduzione dei viaggi e dalla chiusura delle frontiere. La presenza e il pendolarismo di funzionari e lavoratori cinesi – la nuova colonizzazione del Continente – sono oggi fortemente ridotti. La seconda è che il virus sia già in circolazione ma non sia “contabilizzato”, sia perché molti africani potrebbero essere asintomatici, sia perchè le infrastrutture sanitarie di quasi tutti i Paesi africani non consentirebbero efficaci controlli.

E’ un dato di fatto che il 70 per cento del miliardo e duecento milioni di africani vivono in giganteschi agglomerati urbani con densità e condizioni di vita che escluderebbero forme di contenimento in caso di esplosione dell’epidemia.

Le condizioni sanitarie, il numero di posti letto, di unità specialistiche e di medici, variano da Paese a Paese, ma non raggiungono in nessun caso standard europei. Basta riflettere sulle attuali pesanti difficoltà dell’Italia, un Paese che conta un numero di medici ogni diecimila abitanti venti volte superiore alla Nigeria. Nella gerarchie dei Paesi più vulnerabili, gli ultimi 22 posti nel mondo spettano a Paesi africani.

Non possiamo sapere oggi quale delle ipotesi sia più realistica. Di sicuro, le conseguenze economiche dell’epidemia nei Paesi più sviluppati si sono già fatte sentire sul Continente africano. Crollo del prezzo del petrolio, calo degli investimenti cinesi e contrazione dell’interscambio hanno già fatto dimezzare per l’anno in corso le stime di crescita. Per l’Africa – scrive il Sole24ore – il Fondo Monetario ha stanziato un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di dollari. Briciole, se si considerano i “bazooka” di centinaia di miliardi di euro che stanno per piovere sui Paesi europei.

Da Remocontro.it

Martedì, 31 Marzo 2020

Nello Yemen, martoriato da cinque anni di guerra sanguinosa, preoccupa una “possibile diffusione del coronavirus” che avrebbe “un effetto devastante” sul Paese e sulla popolazione civile. Lo sottolinea ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), il quale sottolinea che nell’area “mancano le strutture sanitarie per affrontare un’emergenza come quella provocata dalla pandemia di Covid-19”. In un contesto, peraltro, “in cui non sono si vedono ancora prospettive di pace”.

Per quanto riguarda l’emergenza coronavirus, sottolinea mons. Hinder che già ne sperimenta gli effetti negli Emirati e in Oman, “è pur vero che la popolazione nello Yemen è relativamente giovane e potrebbe correre qualche rischio in meno rispetto all’Europa, che ha un’età media più elevata”. Il problema “è che non ci sono strutture in grado di contrastare gli effetti del virus”. La speranza, afferma il prelato, “è che l’epidemia possa dare maggiore flessibilità nei confronti della guerra. È difficile avere notizie affidabili e verificabili dal Paese e al momento non si vedono soluzioni di pace all’orizzonte”. In questo contesto l’epidemia “potrebbe creare una situazione nuova, offrire alle diverse parti una scusa per ritirarsi e avviare un percorso di collaborazione”.

La nazione araba, da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, con circa 24 milioni di yemeniti (l’80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria.

Oltre all’emergenza coronavirus, a preoccupare è anche la salute della popolazione, in particolare dei più giovani colpiti anche a livello psicologico dal conflitto. Come emerge da uno studio pubblicato oggi da Save the Children, cinque anni di guerra hanno avuto un “impatto devastante” sulla salute mentale della popolazione e molti minori si trovano sulla soglia della depressione. Oltre la metà dei 1250 giovani fra i 13 e i 17 anni hanno dichiarato di sentirsi “molto tristi e depressi” e più di uno su 10 afferma che questo sentimento è “permanente”.

Nell’indagine, che ha riguardato le province meridionali di Aden, Lahi e Taëz, circa un giovane su cinque ha dichiarato di avvertire sempre “paura e tristezza”. Nel complesso, il 52% degli interpellati dicono di non sentirsi al sicuro se si separano dai loro genitori e il 56% quando camminano da soli all’esterno. I bambini sono poi “terrorizzati” e “hanno paura a giocare all’aperto”. A questo, avvertono gli esperti, si somma il pericolo “devastante, almeno a livello potenziale” di una epidemia di nuovo coronavirus nel Paese arabo e per questo sarebbe essenziale “mettere fine al conflitto”.

Le difficoltà del sistema sanitario sono confermate anche dagli attivisti di Medici senza frontiere (Msf), che denunciano fra il 2018 e il 2020 almeno 40 attacchi o episodi di violenza contro l’ospedale di Al-Thawra a Taiz. “La nostra opera umanitaria – sottolinea Corinne Benazech, responsabile delle operazioni Msf nel Paese – è minacciato da ripetute violazioni commesse dalle diverse parti in lotta”. “Ogni giorno – conclude – gli operatori sanitari prendono decisioni coraggiose nel continuare a fornire cure mediche a dispetto dei rischi, a beneficio dei pazienti”.

Da: Asianews.it