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Salete Ferro, brasiliana del Sud, vive ormai da più di 18 anni nello Stato di Roraima, situato nell’estremo Nord del Brasile dove, insieme con donne migranti, ha dato vita a Rorainopolis, un municipio di 40.000 abitanti posto sulla strada che collega Manaus a Boa Vista, a un progetto di produzione di sapone, costituitosi in Cooperativa nel 2014.

Questo progetto è di estrema importanza sociale perché, oltre a generare reddito, recupera le antiche tradizioni culturali e valorizza l’immenso patrimonio di biodiversità dell’Amazzonia, nel rispetto dell’ambiente. Oltre a lei tre donne della Cooperativa presentano il loro grado di soddisfazione per far parte di un progetto che genera reddito per le loro famiglie, che prevede momenti di formazione anche tecnica e rafforza la loro autostima. E, infine, il sapone prodotto è di qualità, come il sapone di andiroba (frutto dell’omonima pianta dell’ Amazzonia). Guarda il:

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MESSAGGIO DELL’ASSEMBLEA PLENARIA STRAORDINARIA DEL CENCO

DAL 20 AL 22 NOVEMBRE 2018

ELEZIONI CREDIBILI PER UNA REALE ALTERNANZA DEMOCRATICA

Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi”. (Lc 19:42)

1.Un mese prima delle elezioni, noi cardinali, Arcivescovi e Vescovi, membri della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), ci siamo riuniti in via straordinaria in assemblea plenaria a Kinshasa dal 20-22 Novembre 2018 per gli una valutazione del processo elettorale .

2.Fedeli alla nostra missione profetica, noi, come Pastori e Congolesi, vogliamo dare il nostro contributo allo svolgimento di elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche.

3.Popolo congolese, abbiamo camminato insieme dall’accordo di Capodanno del 2016 per organizzare elezioni libere che aiuteranno il nostro paese a uscire dalla crisi. Valutiamo insieme questo processo elettorale. Dove siamo? Cosa dobbiamo fare per realizzare una reale alternanza democratica per il nostro paese?

RISULTATI

4.Prendiamo atto della crescente determinazione del governo e della CENI a tenere le elezioni il 23 dicembre 2018, in conformità con il calendario elettorale. Nonostante le divergenze di opinione su alcuni punti importanti del processo, tutti i partiti e i gruppi politici sembrano determinati a recarsi alle urne.

5.Mentre la campagna elettorale è iniziata, persiste la mancanza di consenso, compreso l’uso o meno della macchina per il voto e l’affidabilità della scheda elettorale. Inoltre, altri compatrioti dubitano ancora della possibilità di organizzare delle buone elezione nella data indicata.

6.L’accordo di capodanno ha posto fine alla distensione del clima politico sul quale siamo spesso tornati. Come potete vedere, finora alcuni oppositori politici sono ancora in prigione o in esilio.

7.La libertà di manifestazione non è ancora un risultato per tutti. La recente violenta repressione della dimostrazione degli studenti dell’Università di Kinshasa che ha causato tre morti è un esempio di ciò. Va anche sottolineato che l’accesso ai media pubblici non è equo.

8.Osserviamo anche che, contrariamente alle disposizioni di legge, gli agenti territoriali e amministrativi, dai ministri ai capi dei villaggi, sono costretti a battersi per una singola tendenza politica; e i mezzi dello stato sono requisiti e resi disponibili per un’unica piattaforma politica. Questo consacra l’ineguaglianza di opportunità, il che è inaccettabile nella competizione democratica (vedi Legge sulle elezioni, Articolo 36).

9.In diverse occasioni abbiamo chiesto di garantire la sicurezza in certe regioni determinate e ben definite afflitte da violenze ricorrenti, tra cui Kivu settentrionale e meridionale, Ituri e Tanganica. Purtroppo, i massacri continuano a Djugu (Ituri), come nella Città e del Territorio di Beni, dove ora ci sono almeno 2.000 morti e molti sfollati dall’ottobre 2013. L’insicurezza persiste in queste aree, nonostante l’arsenale militare schierato. Questa insicurezza, apparentemente pianificata, proietta sul nostro paese lo spettro della balcanizzazione.

10.A questo si aggiunge, da un lato, l’epidemia di Ebola nel territorio già danneggiato Beni e dall’altro, l’arrivo massiccio di nostri connazionali espulsi violentemente da Angola a dispetto del diritto internazionale , nelle province di Congo Central, Kasai, Kasai Central, Kwango e Lualaba.

11.Popolo congolese, ti consideriamo testimone. Questo tavolo ci consente di andare alle elezioni senza che i risultati vengano contestati? L’attuale clima socio-politico potrebbe condurci a “elezioni inclusive in cui tutte le parti interessate godono di pari opportunità e i cui risultati sono in realtà espressione della volontà della gente”? In queste condizioni, il nostro paese vivrà un’alternanza democratica che garantirà la legittimità di coloro che saranno chiamati a governarci? Pensiamo che non tutto sia ancora perduto, se abbiamo uno spirito patriottico e una volontà politica.

L’ALTERNANZA CHE VOGLIAMO

12.Ragazze e figli della Repubblica Democratica del Congo, le elezioni non sono un fine a se stesse. Saranno utili solo se siamo consapevoli di ciò che deve essere cambiato per l’avvento di un Congo più bello di prima. Ciò che è in gioco oggi è l’unità del nostro paese, l’integrità del nostro territorio nazionale, la giustizia, la pace e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

13.Come abbiamo sottolineato nel nostro messaggio del giugno 2017, il Paese sta andando molto male. La posizione congolese: “La corruzione, l’evasione fiscale, l’appropriazione indebita di fondi pubblici hanno raggiunto proporzioni preoccupanti a tutti i livelli. Un gruppo di compatrioti, chiaramente abusando del loro potere, ottiene enormi benefici economici a scapito del benessere collettivo “. La situazione socio-economica è peggiorata.

14.Sarete d’accordo con noi sul fatto che solo attraverso elezioni trasparenti saremo in grado di scegliere leader responsabili che possano garantire un nuovo modo di governare il nostro paese e aiutarci a costruire lo stato di diritto.

15.È in vista di questa alternanza che noi, i vostri Pastori, formuliamo le seguenti raccomandazioni per migliorare le condizioni delle elezioni che ci aspettiamo il 23 dicembre 2018.

RACCOMANDAZIONI

PER LE PERSONE CONGOLESI

16.Ricordiamoci che abbiamo pagato un prezzo pesante durante questo processo elettorale. Possa lo spargimento di sangue dei nostri compatrioti essere un fermento per un’alternanza salutare nel nostro paese. Dobbiamo onorare la loro memoria.

17.Questo è il momento di esercitare il nostro diritto di sovranità primaria per una nuova leadership in grado di porre al centro delle sue preoccupazioni il benessere del popolo congolese. È giunto il momento per un voto responsabile, cioè per scegliere uomini e donne che vogliono difendere il nostro paese; promuovere il bene comune; garantire le libertà fondamentali; per difendere i diritti umani. Abbiamo bisogno di leader che rispettino la legge fondamentale e la parola data; persone oneste e di buon carattere che non si appropriano delle risorse del paese. Fate attenzione ai corrotti e ai corruttori (confronta Salmo 94,20)

18.Vi mettiamo in guardia contro gli abili oratori e i venditori di illusioni che fanno promesse seducenti che non possono mantenere. Fate attenzione soprattutto a coloro che distribuiscono denaro e altri molteplici doni per acquistare i vostri voti.

19.CENCO non supporta alcun candidato, non ha un preferito da proporre. Libero da ogni vincolo, nell’anima e nella coscienza, che ognuno dia la sua voce alla persona ritenuta affidabile per il benessere di tutti. Rimanete vigili per non farvi rubare il nostro voto. Non cedete al tribalismo, al regionalismo, al favoritismo, a qualsiasi forma di clientelismo. Evitate la violenza per risolvere possibili dispute elettorali (vedi Mt 5,9). Il nostro paese ha sofferto più che mai di violenze di ogni tipo, ha bisogno di una pace duratura per la sua ricostruzione.

20.Se comprendiamo da dove viene la pace (vedi Lc 19,42), allora affrontiamo responsabilmente questo incontro della nostra storia.

21.A voi studenti e giovani compatrioti, la Nazione ha bisogno del vostro entusiasmo e del vostro coinvolgimento. Non siete solo il futuro del paese, siete presente. Un futuro brillante per la Repubblica Democratica del Congo non accadrà senza di voi (vedi 1Tm 4, 12).

 

ALLA CENI

22.Poiché è responsabile dell’organizzazione delle elezioni, le chiediamo di non stancarsi di lavorare per cercare il consenso sui punti di differenza; cercare di convincere piuttosto che vincere.

23.Riteniamo che sia ancora possibile trovare un consenso sull’uso o meno della macchina per il voto. Se l’uso di questa macchina è inevitabile, chiediamo alla CENI di rassicurare il popolo congolese che la macchina sarà utilizzata esclusivamente per l’identificazione dei candidati e la stampa di schede elettorali; per eseguire solo il conteggio manuale dei voti e per pubblicare i processi verbali in tutte le stazioni di spoglio e di conteggio nello stesso giorno. Altrimenti, screditerebbe i risultati dei sondaggi.

24.Per la credibilità delle elezioni, le spetta il compito di facilitare l’accreditamento e l’opera di testimoni, giornalisti e osservatori nazionali e internazionali nei seggi elettorali e centri di spoglio. Questo potrebbe aggiudicarsi la fiducia degli elettori e dei candidati.

AL GOVERNO

25.Non ci stancheremo di chiedere il completamento delle misure di contenimento politico come previsto nell’Accordo di Capodanno.

26.Per le elezioni pacifiche, spetta a quest’ultimo rafforzare ulteriormente il Kivu settentrionale e meridionale, l’Ituri, il Tanganyika e tutte le aree in cui infuriano i gruppi armati affinché la popolazione possa partecipare alle elezioni in pace.

27.Chiediamo di non utilizzare gli agenti e i mezzi dello Stato per la campagna di un candidato, un partito o una piattaforma politica.

28.È imperativo garantire la libertà di espressione e revocare il divieto di manifestazioni pubbliche. Questo è un fattore importante Per la credibilità delle elezioni.

29.Chiediamo la cura dignitosa ed efficace degli espulsi dall’Angola, dagli sfollati interni e dalle vittime dell’epidemia di Ebola, assicurando che la loro presenza non abbia un impatto negativo sulle urne.

 

AI CORPI GIUDIZIARI

30.Poiché hanno la nobile funzione di risolvere le controversie elettorali, chiediamo che considerino i migliori interessi della nazione e si lascino guidare unicamente dalla verità oggettiva e dalla fedeltà alle norme.

AI PARTITI E GRUPPI POLITICI

31.Li esortiamo a dimostrare un senso di responsabilità facilitando il consenso su punti di differenza; prendere sul serio la registrazione, la formazione e la cura dei testimoni.

32. Raccomandiamo di andare oltre lo spirito del posizionamento personale e privilegiando i migliori interessi della nazione e vietando l’incitamento alla violenza.

AI CANDIDATI

33.Raccomandiamo di condurre la campagna elettorale secondo le regole stabilite, in particolare quella degli oppositori politici che non devono essere considerati nemici, ma piuttosto compatrioti; convincere gli elettori della rilevanza dei programmi politici e non dei doni (vedi Ap 11: 18).

ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

34.Chiediamo di accompagnarci in questo processo dando priorità agli interessi del popolo congolese e prendendo in considerazione solo quei risultati che sono in linea con la verità delle urne.

CONCLUSIONE

35.Abbiamo un appuntamento con la storia. Le elezioni che ci riguardano oggi sono il nostro diritto e il nostro dovere che non possono essere confiscati dagli attori politici. L’impegno di tutta la nazione ha un ruolo decisivo in un processo elettorale. Far capire a tutti che solo la mobilitazione generale dell’intero popolo può portare il paese a elezioni credibili e trasparenti. Dobbiamo fare del nostro meglio per evitare una parodia di elezioni i cui risultati non sarebbero accettati e che, inoltre, farebbero precipitare il nostro paese nella violenza.

36.Invitiamo i fedeli cristiani e tutte le persone di buona volontà ad intensificare la preghiera per l’unità e la pace nel nostro paese. La preghiera di San Francesco d’Assisi, al termine di ogni celebrazione o incontro di preghiera, è fortemente raccomandata per ottenere la pace.

37. Per intercessione della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Congo, possa il Signore, il Re dell’universo, “darci la lungimiranza di ciò che dobbiamo fare e la forza di farlo” per un’alternanza democratica e pacifica nel nostro paese.

 

Fatto a Kinshasa, il 22 novembre 2018.

 

Rompiamo il silenzio sull’Africa.

I veri problemi del continente africano e le cause dell’emigrazione.

Carissimi amici e amiche, fratelli e sorelle di Mogliano,

prima di tutto vorrei salutarvi con affetto e gratitudine per la vostra presenza in e ringraziare in particolare le amiche e gli amici organizzatori di questo momento di scambio e di condivisione sulla realtà africana.

Partendo dal titolo proposto dagli organizzatori, ho pensato di strutturare il mio intervento in quattro momenti importanti:

  1. Le osservazioni

  2. L’Africa vista da un Africano che vive nel suo cuore

  3. L’emigrazione e le sue cause

  4. Il grido dell’Africa

  1. Le osservazioni

  1. Il titolo del nostro incontro riprende il grido di indignazione lanciato da padre Alex Zanotelli conosciuto da molti per passione e interesse alla sorte del Continente dimenticato. Quella di padre Zanotelli è una protesta vigorosa contro il silenzio dei mass-media sulla sorte di tanti stati africani che vivono una situazione molto preoccupante: il Sud-Sudan, il Sudan, la Somalia, l’Eritrea, il Centro-Africa, il Ciad e il Mali, la Libia, la Repubblica Democratica delCongo, l’Etiopia, il Kenya, laNigeria e tanti altri colpiti da guerre e violenze di ogni tipo.

  1. L’Africa non è un paese, è un continente con 54 stati, una popolazione di circa 1.216.000.000 di abitanti. Questo significa che la realtà africana è molto complessa e plurale come lo è quella di tutti gli altri continenti. Ogni paese ha le sue realtà e ogni regione ha le sue problematiche. Tante persone che parlano dell’Africa, anche coloro che si ritengono specialisti dell’Africa, conoscono forse una città o due di uno dei 54 stati dell’Africa.

 

  1. L’Africa-inferno è una creazione dei mass-media dell’Occidente per sostenere l’ideologia della superiorità dei bianchi con il diritto sacrosanto di dominare e di colonizzare gli Africani inferiori e incapaci di autogestirsi. Così si è creato un modo di guardare e di trattare l’Africa con i suoi abitanti che condiziona molto gli Europei che vanno in Africa partendo con schemi da verificare. Purtroppo anche i missionari di cui molti hanno dato la vita per l’Africa, hanno venduto una immagine troppo negativa dell’Africa: l’Africa è il regno delle malattie (malaria, AIDS, Ebola,lebbra, febbre gialla…), il regno della fame e della miseria (bambini scheletrici e malnutriti, vecchi dimagriti quasi senza vestiti…)

Gli Africani non riescono a svilupparsi perché hanno sempre guerre tribali e inter-etniche e civili…. I Vescovi africani attraverso i vari incontri hanno denunciato questa ideologia che hanno chiamato “afro-pessimismo”.

  1. Quando noi Africani valutiamo l’esperienza della vita in Africa teniamo sempre conto della nostra storia: quattro secoli di schiavitù che hanno causato un’emigrazione forzata di milioni di forze vive dell’Africa, un secolo di colonizzazione e di predazione sistematica delle risorse dell’Africa e più di mezzo secolo di neo-colonizzazione con tutte le sue conseguenze drammatiche per la sopravvivenza degli Africani. Tutte queste pratiche, dal punto di vista antropologico, hanno sempre portato avanti la negazione dell’Africano in quanto essere umano con la stessa dignità e gli stessi diritti degli altri. Noi siamo portati a parlare dell’Occidente terrorista, predatore e ladrone. Questo giustifica la nostra diffidenza nei confronti di certe strutture come la NATO il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Internazionale del Commercio che consideriamo strutture generatrici di esclusione e di disumanizzazione.

Ma riconosciamo sempre che al di là delle strutture e delle istituzioni ci sono le persone che si danno da fare per condividere il destino dell’Africa. A livello delle coscienze individuali, ci sono tante persone che hanno dato tutto, anche la propria vita per mettere fine al processo disumanizzazione e di esclusione dell’Africa e per promuovere un cammino di amicizia, di fraternità e di condivisione senza pregiudizi con gli Africani. Tante suore missionarie, tanti sacerdoti, tanti volontari e impiegati delle Nazioni Unite hanno dato tutto per educare, per curare e per accompagnare gli Africani sul cammino della ricerca di un mondo più umano, di una vita più dignitosa. Ne saremo sempre consapevoli e pieni di gratitudine.

  1. Quando parliamo dell’emigrazione è sempre meglio tenere presente le ultime guerre che hanno generato tante sofferenze e ferito gravemente la coscienza collettiva dell’umanità:

  • La guerra in Iraq finita con l’assassinio di Saddam Hussein. L’intervento degli Americani con gli alleati per distruggere le armi chimiche dell’Iraq la cui esistenza non è mai stata verificata.

  • L’invasione dell’Afghanistan con la guerra contro i Talebani considerati come protettori di Ben Laden;

  • La guerra in Siria che continua a generare tante sofferenze e tanti flussi migratori;

  • La guerra in Libia: ci ricordiamo dell’intervento della NATO con la Francia in testa che ha portato all’assassinio di Gheddafi e che ha fatto scomparire completamente lo Stato libico.

  • Tutte queste guerre hanno generato i vari terrorismi che stanno insanguinando l’umanità in modo tragico e drammatico.

  1. L’Africa vista da un Africano

Per me l’Africa è un continente come tutti gli altri continenti con i suoi alti e i suoi bassi, con le sue povertà e le sue ricchezze.

L’Africa è il continente di cui la popolazione è la più giovane del pianeta.

L’Africa è il continente della famiglia. Oggi tanti Africani riescono a sopravvivere e ad affrontare le difficoltà di ogni genere grazie alle reti famigliari che sostengono una grande solidarietà: La famiglia rimane il punto fermo che permette a tutti di sfidare la precarietà e di andare avanti nonostante tutto.

L’Africa è il continente del calore umano, tutto viene gestito comunitariamente, le passioni forti della vita, la gioia, la tristezza, il dolore e la malattia … e per questo che i casi di depressione e di suicidio sono rarissimi o quasi inesistenti.

Quando guardo i miei giovani del Seminario e dell’Università provo la gioia immensa di stare con loro, di camminare con loro, di analizzare la situazione sociale, politica ed economica con loro. Qualche volta mi è capitato di fermare la lezione per chiedere a tutti gli altri giovani di applaudire uno di loro che usciva dal carcere arrestato a causa di una manifestazione pacifica. Mi sto rendendo sempre conto che stanno prendendo coscienza della necessità di prendere in mano il loro destino e il loro futuro. Sono entusiasti e pronti ad affrontare le forze della morte, le forze della repressione che lavorano per mantenere al potere governanti predatori e ladroni. Stanno vincendo la paura di dare la propria vita per il bene comune. I miei giovani sanno soffrire con dignità, sanno vivere del poco, qualche volta nella sobrietà assoluta. I miei giovani hanno una venerazione per gli anziani e gli chiamano tutti Papà, Mamma.

Con poco, anche con pochissimo i miei giovani sanno fare festa, cantare, ballare, hanno il ritmo nel sangue e così cantano e ballano nella gioia e nel dolore.

Gli anziani africani non hanno pensioni, ma rimangono generalmente inseriti nelle loro famiglie voluti bene e coccolati da figli e nipotini. Non lasciano eredità materiale ed economica agli eredi, ma vegliare sui genitori anziani rimane un dovere sacro,

L’Africa rimane oggi uno dei continenti dove il tasso di mortalità infantile è ancora molto alto per mancanza delle strutture mediche adatte. Si muore facilmente delle malattie come la malaria, il tifo che si potrebbe curare facilmente, l’Ebola è apparsa in certe zone dell’Africa ma si sta sempre cercando delle modalità per dominarla e affrontarla meglio e si può anche meravigliarsi per tante donne e tanti uomini medici e infermieri di ogni provenienza che si danno da fare per impedire una catastrofe umanitaria. Qualche volta c’è anche medici e infermiere che muoiono contagiati. L’AIDS si sta espandendo molto nelle zone di guerra dove tante donne e tante ragazze vengono violentate e contagiate da soldati che usano cinicamente il loro stato virale per seminare la morte e la desolazione.

Tanti paesi africani vivono nella guerra e questo crea instabilità politica e precarietà economica perché la guerra semina solo disastri, sofferenze, miseria e morte.

L’Africa è oggi il continente che possiede le risorse naturali e minerali più importanti del pianeta. In tanti paesi africani troviamo delle risorse importanti come il petrolio, il coltano, il cobalto, l’oro, il diamante, l’uranio, il basalto, il fosfato, il carbone, il legno… In Africa si trova la foresta equatoriale che insieme con l’Amazzonia sono state definite da Papa Francesco come i polmoni che permettono al mondo di continuare a respirare. Dal punto di vista delle risorse si può dire senza ferire la verità, che l’Africa è un continente molto ricco e anche il più ricco dei continenti, ma purtroppo la popolazione dell’Africa dal punto di vista economico e materiale rimane la popolazione più povera del mondo. E questo perché l’Occidente cristiano con le sue bombe e le sue armi lo considera più come riserva delle risorse e non come spazio abitato da donne e uomini con la stessa dignità e gli stessi diritti riconosciuti a tutti.

  1. L’emigrazione e le sue cause

Con il caso della nave Diciotti in cui alcuni Africani sono stati visti sequestrati dentro una nave per più di una settimana, il mondo intero si è reso conto che questi Africani vengono trattati come rifiuti dell’umanità, sarebbe stato meglio per loro morire nel mare e servire di cibo ai pesci.

Gli studiosi del fenomeno migratorio ci dicono che l’emigrazione è una delle forme naturali per ogni essere vivente di affrontare il pericolo di vita. Gli animali, gli uccelli, i pesci, gli insetti, anche gli esseri umani si comportano nello stesso modo quando la loro vita viene minacciata. Gli stessi studiosi della storia generale dell’umanità ci dicono che essa è costruita sui movimenti migratori dei popoli. I lettori della Bibbia sanno che da Abramo agli ultimi postoli, si incrociano storie di movimenti migratori e qui ritroviamo l’Africa non solo continente degli immigrati indesiderati, ma anche come continente protettore accogliente degli immigrati in pericolo di vita. Conosciamo tutti bene la storia di Giuseppe figlio di Giacobbe venduto dai propri fratelli e diventato capo della casa del Faraone in Egitto. Conosciamo anche la storia di Giuseppe e Maria con Gesù Bambino minacciato dal potente Erode e accolto in Africa. La stessa storia ci rivela che tanti degli abitanti attuali dello stato più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, sono immigrati e fra di loro c’è stato l’ultimo presidente Barak Obama figlio di un immigrato Africano. Non credo che abbia fatto una brutta figura perché suo padre veniva dall’Africa. Il Canada, l’Australia, il Sud-America chiamato AmericaLatina e l’Africa del Sud e tanti altri paesi dell’Africa Australe sono pieni di immigrati europei, quelli che hanno purtroppo colonizzato e anche sterminato sistematicamente i popoli indigeni. Altri emigrati europei si contano per milioni attorno all’esperienza drammatica delle due guerre del 1915-18 e del 1940-45. Tutti questi emigrati sono andati in ricerca del benessere, d una prospettiva di futuro, di lavoro e anche del cibo. All’interno del continente europeo stesso ci sono anche oggi flussi migratori dettati dalla ricerca dell’opportunità di lavoro e dello star meglio. Il mio caro amico don Olivo Bolzon della diocesi di Treviso mi raccontava spesso la sua esperienza degli italiani emigrati in Belgio, in Francia, in Germania, in Svizzera e in Inghilterra … Mi raccontava spesso le sue lotte per far rispettare degli immigrati di cui si occupa soprattutto nel mondo del lavoro.

Detto questo, possiamo precisare che le cause dell’emigrazione in Africa non sono diverse di quelle che hanno portato tanti altri popoli del mondo ad emigrare, tranne quella di invasione e di sfruttamento perché non hanno né i mezzi né le capacità per farlo.

Mi pare opportuno sottolineare che la gran parte dei flussi migratori africani è assorbita all’interno del continente stesso, ci sono centinaia di migliaia di immigrati in Kenya, in Uganda, in Angola, in Africa del Sud, in Malawi, in Nigeria, in Zambia in Tanzania … Questo significa che la paura dell’invasione degli Africani in Europa e in Italia è fondata su altri motivi, comunque tanti emigrati africani che riescono ad affrontare l’inferno attuale della Libia che era ieri un paese di emigrazione, prendono il coraggio di entrare nei barconi sono generalmente i disperati scappati di situazioni di guerra. Quando parliamo delle guerre in Africa i mass-media europei e tutti quelli controllati dagli Americani non dicono mai la verità. Parlano spesso delle guerre tribali, inter-etniche o civili. In molti casi dicono bugie perché le grandi guerre che hanno insanguinato l’Africa che la stanno insanguinando ancor oggi, sono guerre economiche per sfruttare e controllare senza regole le tante risorse naturali e minerali di cui l’Africa rigurgita. E conviene precisare che ogni guerra permette alle multinazionali europee e americane di aumentare la loro crescita economica e quella dei Paesi che forniscono le armi che uccidono in Africa. I Paesi aumentano anche il loro PIL. I luoghi di guerre sono gli unici spazi per il mercato delle armi, i fabbricanti e i venditori delle armi, fanno di tutto per mantenere tanti stati africani in stato di guerra. Tutte le armi che si usano nei campi di guerra africani, non è un segreto per nessuno, vengono dagli Stati Uniti, dalla Francia dalla Russia, dalla Cina, dalla Germania, dal Regno Unito, dall’Italia, dalla Svizzera per limitarci ai più grandi. E i vari gruppi armati che si affrontano in Africa hanno generalmente padroni che garantiscono armi e altri mezzi per fare la guerra e ricevono in cambio il controllo dello sfruttamento delle risorse del territorio conquistato da alleati.

Gli emigrati africani come gli altri già evocati sopra,sono in ricerca dello spazio dove i diritti umani sono rispettati, dove la dignità umana viene presa in considerazione, sono in comunque del benessere e dello star meglio.

Tanti altri scappano dalla crudeltà dei certi governanti dei Paesi africani che usano metodi repressivi e il terrore come modo di governare. In verità molti di loro funzionano come mercenari che hanno come missione non di promuovere il bene comune del Paese, ma piuttosto di facilitare la predazione a tutti i livelli. Fin che non danno fastidio allo sfruttamento e garantiscono gli interessi dei padroni, possono permettersi anche di cambiare costituzioni per mantenersi al potere. Qualcuno di loro usa sistematicamente le forze dell’ordine come forze di repressione e si permette di sparare sulla popolazione.

Occorre sottolineare che fra gli immigranti ce ne sono tanti che vengono rapiti dai trafficanti di esseri umani e dai terroristi attivi in zona, vengono buttati nelle navi e anche forzati ad affrontare il mare che purtroppo è diventato un cimitero spaventoso.

Tanti altri giovani africani arrivano in Europa o vanno in America in ricerca di rafforzamento delle loro capacità scientifiche e tecnologiche.

Detto questo mi pare importante rilevare che per un Africano cresciuto nelle condizioni normali, lasciare la sua terra e separarsi dalla famiglia rimane sempre un dolore e una sofferenza perché si sta meglio a casa propria.

  1. Il grido dell’Africa

  1. Il primo grido dell’Africa è la richiesta di verità:

Basta presentare l’Africa come un continente povero e miserabile, ma piuttosto come un continente impoverito e saccheggiato vittima dello sfruttamento e del saccheggio sistematico delle sue risorse naturali e minerali da secoli.

Basta dire che le guerre dell’Africa sono solo guerre tribali, inter-etniche o civili si deve avere il coraggio di identificarle come guerre economiche e strategiche orchestrate dai padroni del mondo per operare la predazione;

Basta presentare l’Africa come un inferno un regno della sofferenza e della miseria. Si vive in Africa, ci sono delle donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi, dei bambini pieni di vita che danno speranza per il futuro che combattono perché avvenga un mondo diverso più respirabile e più umano.

  1. L’Africa è un continente che chiede giustizia :

Basta con un ordine economico generatore di esclusione di popoli e di nazioni intere.

Basta con un commercio iniquo dove i potenti hanno il monopolio di fissare i prezzi di tutto: delle materie prime e dei prodotti finiti e anche di fissare unilateralmente i termini dello scambio; l’Africa ricorda che i mezzi di produzione e tutte le tecnologie che permettono di migliorare le condizioni di vita e di lavoro, appartengono al bene comune, sono di tutti e devono essere condivisi con tutti. La madre terra provvede per tutti e dà a tutti la possibilità di usufruire dei suoi prodotti e dei suoi beni.

Basta con un ordine economico prigioniero del liberalismo cieco che permette solo al 20% della popolazione mondiale di controllare e di sprecare l’80% delle risorse disponibili.

Sul piano politico gli Africani hanno bisogno di spazi di democrazia autentica che lascia ai popoli in mano la sovranità dei propri Paesi.

Basta con i governanti sotto pressione i presidenti nominati dai potenti che sono in verità i mercenari contro i propri popoli.

Basta con gli accordi economici segreti, con le misure di riaggiustamento strutturali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che impongono una crescita senza prevedere uno sociale.

  1. L’Africa è un continente che chiede la pace, ma non c’è pace senza giustizia e “non c’è giustizia senza verità”.

La pace di cui gli Africani hanno bisogno passa attraverso la fine di ogni forma di guerra perché, come notato sopra, la guerra genera solo disastri, violenze di ogni genere, violazioni dei diritti umani e sofferenze che colpiscono soprattutto i più deboli (i bambini, le donne e le persone anziane). La madre terra è arrabbiatissima perché ha bevuto troppo sangue delle sue figlie e dei suoi figli africani. Il caso della Repubblica Democratica del Congo è scioccante: durante gli ultimi venti anni la guerra del Congo che è stata chiamata la prima guerra mondiale africana, ha causato, secondo le statistiche di molte organizzazioni, più o meno dieci milioni di morti. Perché non ci sono guerre di distruzione delle masse senza il traffico delle armi che Giovanni Paolo II ha qualificato il traffico della morte. L’avvento della pace in Africa esige la fine del traffico delle armi.

Lo sviluppo e il secondo nome della pace, non c’è vera pace senza uno stato di sviluppo autentico universale e integrale, come ha ricordato Paolo VI nella Populorum Progressio. La pace richiede una giusta cooperazione fra i popoli diritti delle persone e dei popoli. La giusta cooperazione implica lo smantellamento di ogni forma di predazione e di sfruttamento creatori di esclusione.

La pace richiede l’avvento di uno stato di diritto con governanti responsabili e non corrotti, non ladri e terroristi, non schiavi delle multinazionali e degli altri stati predatori. La pace richiede una democrazia partecipativa che lascia ai popoli sovrani la libertà di scegliere i propri dirigenti e governanti.

Conclusione

Vorrei concludere questa comunicazione con una convinzione, credo che sia anche la vostra e quella di tutte le persone impegnate per la promozione dell’umano:

un mondo diverso più giusto, più pacifico, più solidale, più fraterno, più accogliente e più umano è possibile. E ciascuno di noi ne può diventare protagonista.

Il teologo latino-americano Leonardo Boff ci indica dei passi da seguire per costruirlo soprattutto nel contesto della globalizzazione:

– il primo passo è l’ospitalità che lui considera come un dovere e un diritto di tutti. Secondo lui l’ospitalità appartiene alla struttura fondamentale della persona umana. Siamo quello che siamo o viviamo perché siamo stati accolti da altri e dalla madre terra che non rifiuta nessuno. Rifiutare di accogliere gli altri e specialmente quelli che stanno in estrema necessità è disumano, chi lo fa si distrugge se stesso e ferisce gravemente l’umanità intera.

– il secondo passo è la convivialità che richiede rispetto e tolleranza

Chi accoglie l’altro si impegna a vivere sempre con gli altri, mai senza e contro gli altri. In questa dinamica le diversità e le differenze diventano una opportunità e un luogo di arricchimento reciproco. Si entra insieme in un cammino di crescita, in un appuntamento del dare e del ricevere e si lotta insieme contro gli schemi e i pregiudizi e si diventa più umani. Nella tolleranza e nel rispetto si costruisce un mondo multiculturale, multi razziale, multietnico sempre aperto allo scontro e alla riconciliazione.

– il terzo passo e la commensalità: il fatto di mangiare e di bere insieme nella pace. A questo livello tutti prendono l’impegno di lottare contro le ingiustizie e i meccanismi di esclusione e di disumanizzazione si lotta insieme contro ogni forma di predazione e di corruzione. Tutti si danno da fare per la promozione del bene comune e la protezione dei più deboli e dei più piccoli.

Ai tre passi proposti dal teologo latino-americano aggiungiamo la non violenza che non significa rassegnarsi o rifiuto di resistere, ma significa piuttosto resistere, difendersi e difendere gli altri con le uniche armi della giustizia e della verità. La non violenza impedisce di attentare all’integrità o alla vita dell’avversario. In un contesto di oppressione essa permette di smantellare l’oppressione senza odiare l’oppressore. A questo livello vorrei dirvi che ai miei ragazzi racconto spesso la storia e l’esperienza di Gandhi nella sua lotta contro l’impero britannico per la liberazione dell’India. Racconto soprattutto l’esperienza dell’afroamericano il pastore Martin Luther King che ha dato la sua vita per l’abolizione delle leggi discriminatorie e razziste nella costituzione degli Stati Uniti d’America. E l’accesso di Obama figlio di un emigrato di origine keniana cinquant’anni dopo l’uccisione di Martin Luther King rimane un gran segno e anche un motivo di speranza. Mi capita anche di raccontargli l’esempio di Nelson Mandela che dopo aver patito in prigione per 27 anni perché voleva un’Africa del Sud diversa senza razzismi e senza esclusione dei neri. Uscito dalla prigione ha dato la mano a Declerc e ha lavorato con lui come vice-presidente e insieme hanno promosso una vera riconciliazione fra i popoli e costruito una vera nazione arcobaleno.

Per finire, quando guardo il lavoro della chiesa in Congo, sempre più decisa di essere a fianco di un popolo che ha tanto sofferto, tanto pianto, che ha sepolto in venti anni più di dieci milioni di suoi figli e figlie, ma mai rassegnato, qualche volta nelle manifestazioni per strada per liberarsi dai governanti terroristi che sparano sulla popolazione. Quando guardo ciascuno di voi mi convinco sempre di più e posso gridare che un mondo più giusto, più pacifico, più fraterno, più solidale, più rispettoso della dignità umana, dei diritti dei popoli e delle libertà fondamentali, un mondo più umano è possibile. Vi ringrazio tutti.

Don Richard Kitengie Muembo

Mogliano Veneto, 26 settembre 2018.

José Nain ha fatto questo video espressamente per la rete e per noi perché si faccia conoscere il più possibile. È del grandissimo corteo di mapuche che hanno partecipato in massa alle cerimonie mapuche in mapudungun per la morte del giovane mapuche Camilo Catrillanca assassinato dal commando giungla dei carabinieri cileni. Nonostante abbiano cercato di fare sparire prove e infangare la memoria del giovane Camilo, nessuna prova è stata supportata dal commando. Assassinato senza nessun motivo e con motivazioni inesistenti quali 3 auto rubate. 500 effettivi con drony e anche militari israeliani non sono riusciti a trovarle. Non c’è stata nessuna denuncia di auto rubate

Il palo a forma di mazza da golf, è personale, tutti i maschi se lo fanno, anche i bambini ne possono fare uno e lo cambieranno mano a mano che cresceranno. Viene usato per il loro gioco ancestrale del palin e durante le cerimonie sia di gioia che di dolore come nel caso dell’assasinio del giovane Camilo Catrillanca  iniziate subito dopo il fatto fino all’accompagnamento e durante  la sepoltura. Le foglie che molte donne mapuche scuotono o innalzano, appartengono al loro albero sacro: il canelo con il quale si adorna anche il rehue, il loro altare che presiede tutte le cerimonie e dove solo i mapuche vi possono partecipare. (ricevuto da Fernanda)

Video

Mediterranea è una piattaforma di realtà della società civile arrivata nel Mediterraneo centrale dopo che le ONG, criminalizzate dalla retorica politica senza che mai nessuna inchiesta abbia portato a una sentenza di condanna, sono in gran parte state costrette ad abbandonarlo.

Mediterranea ha molte similitudini con le ONG che hanno operato nel Mediterraneo negli ultimi anni, a partire dall’essenziale funzione di testimonianza, documentazione e denuncia di ciò che accade in quelle acque, e che oggi nessuno è più messo nelle condizioni di svolgere.

Al tempo stesso, Mediterranea è qualcosa di diverso: un’ “azione non governativa” portata avanti dal lavoro congiunto di organizzazioni di natura eterogenea e di singole persone, aperta a tutte le voci che da mondi differenti, laici e religiosi, sociali e culturali, sindacali e politici, sentono il bisogno di condividere gli stessi obiettivi di questo progetto, volto a ridare speranza, a ricostruire umanità, a difendere il diritto e i diritti.

Quella di Mediterranea è un’azione di disobbedienza morale ma di obbedienza civile. Disobbedisce al discorso pubblico nazionalista e xenofobo e al divieto, di fatto, di testimoniare quello che succede nel Mediterraneo; obbedisce, invece, alle norme costituzionali e internazionali, da quelle del mare al diritto dei diritti umani, comprese l’obbligatorietà del salvataggio di chi si trova in condizioni di pericolo e la sua conduzione in un porto sicuro se si dovessero verificare le condizioni.

A partire da un nucleo promotore di cui fanno parte associazioni come l’ARCI e Ya Basta Bologna, ONG come Sea-Watch, il magazine on line I Diavoli, imprese sociali come Moltivolti di Palermo, vogliamo costruire, dal centro del Mediterraneo, un nuovo spazio possibile: aperto, solidale e fondato sul rispetto della vita umana.

Il lavoro dei promotori è stato solo il primo passo: tanti incontri e confronti sul progetto sono in corso con realtà del mondo cattolico, dell’associazionismo laico e del volontariato, con rappresentanti degli spazi sociali, con parlamentari nazionali ed europei, con sindaci di importanti città in Italia e in Europa.

Mediterranea ha deciso di mettere in mare una nave battente bandiera italiana, attrezzata perché possa svolgere un’azione di monitoraggio e di eventuale soccorso, nella consapevolezza che oggi più che mai salvare una vita in pericolo significa salvare noi stessi.

L’obiettivo principale è essere dove bisogna essere, testimoniare e denunciare ciò che accade e, se necessario, soccorrere chiunque rischi di morire nel Mediterraneo Centrale, come impongono tutte le norme vigenti.

Mediterranea lavora anche a terra, attraverso la costruzione di una rete territoriale di supporto.

Una vera “piattaforma” di connessione sociale tra realtà esistenti e singoli che vogliono partecipare a questa impresa.

A Mediterranea si può aderire in qualsiasi momento, ognuno dei suoi sostenitori diventa automaticamente un promotore dell’iniziativa.

La rete delle città rifugio, o città dell’accoglienza, è un interlocutore naturale del progetto. Le città europee ed italiane che hanno sviluppato buone pratiche di accoglienza e che si battono per impedire che la chiusura dei loro porti diventi la causa di una strage continua sono la risposta più efficace, razionale ed importante alle politiche irrazionali e spesso illegali dell’Italia e dell’Europa in materia di diritto di asilo, rispetto dei diritti umani, obbligo di salvataggio e soccorso delle persone che rischiano la propria vita.

Mediterranea cura rapporti di collaborazione preziosa con le principali ONG che svolgono attività di Search and Rescue nel Mar Mediterraneo, avvalendosi in particolare della collaborazione di Sea-Watch e Proactiva Open Arms.

Mediterranea è un progetto possibile anche grazie a Banca Etica, che ha concesso il prestito per poter avviare la missione. Banca Etica supporta inoltre le attività di crowdfunding e ha svolto attività di tutoraggio per gli aspetti economici dell’intera operazione.


Brasile all’estrema destra, una vendetta di classe

Rachele Gonnelli

Da Sbilanciamoci.it – 29 ottobre 2018 -| Sezione: Mondo, primo piano

Il Brasile, sesta economia al mondo, in mano a un presidente come Bolsonaro, sodale di Bannon. La classe media l’ha scelto per paura di perdere i “lussi”. E i ricchi per privatizzare terre e servizi.

Il Brasile, la sesta economia del mondo, ha votato e nel secondo turno delle presidenziali di domenica 28 ottobre non ha invertito la rotta che sembra portarlo – e di corsa – verso una democrazia censuaria nel migliore dei casi.

I rischi per la tenuta stessa democrazia, una conquista che risale solo al 1985, rischi insiti nella vittoria dalla peggiore destra del continente incarnata nel capitano Jair Bolsonaro del Partito social liberal – neo liberale, amico di Steve Bannon, nostalgico della dittatura, ostile alle minoranze e in particolare agli indios e a tutte le tematiche ambientali –  non sono riusciti a modificare le intenzioni di voto già registrate dai sondaggi Datafolha.

Lo scarto con il candidato presidente del Pt Fernando Haddad si conferma molto ampio, dal 55,13 di Bolsonaro al 44, 87 per cento di Haddad. Il Pt riesce a conquistare solo quattro governatorati concentrati nel Nord-est del Paese, una zona più povera e tradizionale roccaforte di Pt.

La campagna elettorale si è svolta soprattutto sui social sul modello già sperimentato negli Stati Uniti da Bannon per l’elezione di Donald Trump. Ma comunque la stampa mainstream non ha negato appoggi a Bolsonaro e alla sua retorica “del cambiamento” rispetto al quindicennio di “petismo”, cioè del governo Pt di Luiz Inacio Lula da Silva prima e di Dilma Rousseff dopo. Così proprio il Paese-guida della rinascita dell’America Latina oggi si presenta con il taglio più netto rispetto al recente passato di democrazia sociale.

Non è senza forza che le élite proprietarie sono riuscite a travolgere la sinistra al governo: la magistratura ha operato forzature denunciate anche da organizzazioni internazionali delle procedure legali per mettere Lula e Dilma fuori gioco, uno in galera e l’altra senza possibilità di fare politica dopo la procedura di impeachment che l’ha estromessa dal potere.

La campagna elettorale di Bolsonaro è stata giocata sulla “sicurezza” – in un Paese dove la violenza è diffusa e si verificano circa 70 mila omicidi ogni anno – e sulla “corruzione”, anch’essa assai diffusa. Si dice che siano state messe in campo le tre B: “biblia, boi, bala” intendendo con questi tre termini gli evangelici – il 30% della popolazione e l’elettorato più retrogrado anche sul piano dei diritti civili -, l’agrobusiness di un Paese che è il primo produttore al mondo di carni e il secondo di soia – e i militari e l’industria bellica.

Il vice di Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, accusato di essere stato tra i militari torturatori negli anni della dittatura, ha annunciato a scrutinio ancora in corso quale sarà la prima misura che metterà in atto: confermare la riforma pensionistica voluta da Michel Temer – l’ex vice di Dilma Roussef che l’ha sostituita nel lungo periodo transitorio verso le elezioni – e quindi aumentare i “benefici” dei militari.

A proposito di benefici e beneficiati, a vedere quelli delle politiche inclusive del quindicennio passato e gli spostamenti dei flussi elettorali già al primo turno, è proprio una revanche di classe quella che sembra essere uscita dalle urne brasiliane. A dirlo è l’analisi del centro internazionale di studi sulle diseguaglianze, il World Inequality Database. Anche se serviranno ancora altri strumenti analitici per interpretare lo spostamento dei quasi 10 milioni di voti pari allo scarto tra Bolsonaro e Haddad, quando solo pochi mesi fa le intenzioni di voto sembravano ancora preferire un possibile candidato Lula rispetto agli altri in campo.

Nel rapporto “Il Brasile diviso: ritorno alla polarizzazione crescente delle diseguaglianze” si nota come dal 2002 il 50% dei brasiliani più poveri sono stati più inclini a votare il Pt rispetto al 10% più ricco. Nel periodo di crescita economica trainata dall’export e dai prezzi alti dei prodotti petroliferi, i redditi dei “decili inferiori” sono aumentati due volte più velocemente della media nazionale. Quindi secondo il laboratorio internazionale di ricerche statistiche, sociologiche e politiche basato sulla scuola di economia di Parigi (Wid) non è tanto la “corruzione” e la “sicurezza” ad aver spostato i voti della classe media, quanto la paura di perdere, con la nuova crisi economica degli ultimi tre anni, potere di acquisto e lussi.

In effetti, si dice, il reddito medio pro capite è aumentato del 18% tra il 2002 e il 2014 ma a ben vedere ne hanno beneficiato soprattutto i più poveri, attraverso programmi tipo Bolsa Familia (il tasso di povertà si è ridotto dal 30 al 15% della popolazione) e i più ricchi. Il conflitto strisciante, che ha portato ora alla vittoria dell’estrema destra in un Paese di 147 milioni di elettori, ha quindi riguardato essenzialmente l’impiego delle risorse federali – gli investimenti durante il Milagrinho, il piccolo miracolo economico del 2006, sono stati ingenti, soprattutto in infrastrutture e servizi scolastici e sanitari – e più in generale le politiche pubbliche. Le classi medie urbane con tassi di scolarizzazione medio-alti hanno finito per cambiare schieramento, preoccupate – come si vede dal sondaggio sulle tematiche elettorali – dai servizi sanitari, dalla scuola e dalla creazione di posti di lavoro. E anche dall’inflazione che a partire dal 2013, in virtù dell’aumento dei salari minimi e dall’attivazione di una contrattazione nazionale volute dai governi Pt, hanno aumentato il costo del lavoro, incluso quello domestico.

In ogni caso Haddad ha avuto troppo poco tempo dopo l’esclusione definitiva della candidatura di Lula, ancora in carcere, e troppo poco carisma per mobilitare gli elettori rimasti disorientati e incerti, molti delusi dalle corruttele scoperte nell’apparato del Pt dall’inchiesta Lava Jato. Lo dimostra il grande numero di schede nulle o bianche (addirittura 11 milioni in tutti il Paese) che vanno a sommarsi ai 30 milioni di astenti.

A leggere la ricerca del Wid un “errore” del Pt potrebbe essere stato quello di aver evitato una seria riforma fiscale durante gli anni della prosperità, lasciando invece correre i mercati finanziari e il credito al consumo. Oppure si può dire che la lotta alla povertà sia stato il cruccio fondamentale del Pt al governo, mentre il resto della struttura sociale è rimasto sostanzialmente invariato: un Paese dove le storture sono eclatanti, dove ci sono 12 gruppi patrimoniali a detenere la maggior parte dei capitali e oltre 2.000 imprese e dove il 45% delle terre coltivabili è in mano all’1% dei grandi proprietari latifondisti che producono l’80 per cento del raccolto. Così anche le terre che Lula aveva dato in esclusiva ai popoli indios ora fanno gola alle compagnie dell’agrobusiness (intanto il Brasile con Temer si è tolto dalla Cop21) e ai loro partner internazionali.

Oltre alla partecipazione al Convegno di Trevi José Nain ha visitato 7 reti locali in ciascuna delle quali ha avuto l’occasione di esplorare possibilità di attività che prescindono da un diretto finanziamento della rete o che riguardano progetti autonomi già in corso di realizzazione in Cile (come il vino e la borsa di studio).

Attività svolte in Italia dal 12 aprile al 3 maggio 2018

con la Rete Radié Resch e l’Associazione Regionale Mapuche FOLILKO

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Referenti in Italia: Gabriella e Piergiorgio della Rete RR di Brescia

  1. Partecipazione al Convegno nazionale di Trevi dal 13 al 15 aprile.

  1. SALERNO

Incontro con la Rete di Salerno. L’argomento trattato era la situazione storica e politica della richiesta di restituzione delle terre mapuche. L’incontro si è svolto in uno spazio sociale di Salerno, con la partecipazione di circa 30 persone, principalmente giovani.

Come conclusione possiamo sottolineare che c’erano giovani che hanno espresso interesse a viaggiare per conoscere le comunità mapuche, per questo si metteranno in contatto con la nostra organizzazione per il coordinamento.

Visita a una cooperativa di nocciole. Con Giovanni, nella valle di Giffoni, il motivo è stato quello di informarsi sulla sgusciatrice di nocciole.

L’accordo con Giovanni e il presidente della cooperativa delle nocciole, è quello di esplorare la reale possibilità di trovare una macchina per i Mapuche che ora hanno coltivazioni di nocciole.

Questa è considerata una possibilità futura, dato che nei prossimi anni ci sarà una produzione significativa da parte dei produttori mapuche.

  1. UDINE

A Udine ho soggiornato a casa di Francesco e Cristina. Lì abbiamo realizzato un incontro per discutere della borsa di studio universitaria. L’evento ha visto la partecipazione di amici della Rete di Udine e di alcuni amici che fanno parte della rete di sostegno per la borsa di studio.

In tale incontro abbiamo affrontato ampiamente la situazione di Millalef nel corso dell’anno in cui non ha superato gli esami e sulle difficoltà incontrate per quanto riguarda il suo adattamento alla lontananza da casa, essendo l’Università distante più di 500 km. Per di più il suo piano di studi prevedeva l’inglese, che complicò il suo rendimento accademico, con i risultati noti a tutti.

Noi come organizzazione abbiamo reso esplicito il nostro punto di vista e in una certa misura assumiamo la responsabilità di quello che è successo. Abbiamo stabilito che sia da lasciare alla esclusiva discrezionalità di quanti cooperano alla borsa di studio se ritengono opportuno continuare a sostenere Millalef, dal momento che si è ritirato dall’Università di Talca e si è iscritto all’Università della Frontiera di Temuco per effettuare un corso legato all’agricoltura con orientamento alla produzione biologica.

Folilko ha ritenuto che questo corso di studi soddisfa anche le nostre aspettative ed è anche più ampio rispetto ai fini produttivi della Comunità. Ecco perché apprezziamo molto la decisione di Millalef di continuare a studiare e riuscire a portare avanti il compito.

Il giorno successivo si è tenuto l’incontro pubblico con la Rete, coloro che cooperano alla borsa di studio e gli altri interessati a conoscere la situazione del popolo mapuche. Hanno partecipato 20 persone molto interessate a conoscere aspetti della cultura mapuche e la situazione Mapuche nei confronti con le aziende forestali e la questione dei diritti d’acqua.

Conclusioni: Per quanto riguarda la borsa di studio, è stato deciso che io, arrivando in Cile, avrei stabilito un incontro tra Folilko e Millalef per trasmettere i dettagli dell’incontro e i punti di vista che sono emersi lì.

Si è convenuto che dopo la riunione a Temuco si sarebbe inviato una lettera congiunta da parte di Folilko e Millalef per chiarire come sarà la forma della relazione e della comunicazione tra i cooperanti alla borsa di studio e Folilko, mettendo a conoscenza Milllalef ogni volta che si tratta di questioni inerenti la borsa di studio.

Infine abbiamo risolto la questione della borsa di studio. Udine ha deciso di sostenere la borsa di studio e il denaro è stato inviato il 4 maggio. Fino al momento di scrivere non abbiamo ricevuto alcun avviso da parte della banca, ma speriamo che arrivi presto.

  1. CELLE LIGURE

In questo soggiorno ancora una volta devo ringraziare per l’ospitalità e l’affetto gli amici di Celle. Ci sono stati incontri dedicati a coloro che, guidati da Pier, erano molto interessati a conoscere i progressi che sono stati fatti nella wallmapuche (Territorio Mapuche) dopo il loro viaggio.

Abbiamo tenuto un grande incontro con le Reti di Varazze e Varese e altri amici, che sono venuti nelle nostre terre. Si è parlato della possibilità di continuare a inviare aiuti alle comunità, come vestiti e scarpe. Questa volta hanno ideato di raccogliere diversi tipi di oggetti e strumenti a noi utili da spedire in un container. Su questo si è impegnato Marco Zamberlan.

  1. BRESCIA

Incontro presso Il Centro parrocchiale di santa Maria in Silva (Don Fabio). Hanno preso parte 25 persone. La serata è stata condotta dai nostri referenti della Rete Piergiorgio e Gabriella. Devo sottolineare la presentazione della situazione del popolo mapuche parlando di molteplici argomenti. Si è detto della cultura, di lotta per la terra, dell’effetto dannoso causato dalle imprese forestali sull’inquinamento delle nostre terre e la responsabilità che hanno nella siccità che le colpisce.

Un altro incontro si è tenuto alla Cascina Maggia in collaborazione con il Laboratorio culturale “Mario Lussignoli” sul tema del diritto all’acqua come bene comune. (Vedi a fondo pagina)  Hanno preso parte 20 persone. In questo incontro è stata messa in risalto l’importanza dell’acqua a tutti i livelli e, in particolare, il diritto inalienabile e imprescrittibile che i popoli indigeni hanno su questo bene comune. È stato un dibattito interessante. Personalmente ritengo che la Rete Radié Resch dovrebbe incoraggiare e promuovere in futuro un grande evento di respiro internazionale per affrontare la “siccità con una visione globale”, considerando le implicazioni negative del fatto che le multinazionali trattano i diritti di acqua come un bene di mercato, e non come un bene comune.

Gran parte della povertà e della miseria che esiste nel mondo è generata dalla scarsità di acqua che provoca mancanza di cibo e lavoro per la popolazione e che ha anche come conseguenza la dolorosa migrazione dei popoli.

  1. TREVISO

Si è tenuto un incontro pubblico nella biblioteca di Lancenigo a cui hanno partecipato 35 persone che hanno seguito con molto interesse il tema dei Mapuche. L’attività è stata coordinata da Fernanda Bredariol che ringrazio per l’impegno che ha sempre mostrato nel riunire le persone per informarle sulla situazione dei Mapuche in Cile.

  1. VENEZIA

Incontro con la Fondazione “La laguna nel bicchiere” che sviluppa le attività di recupero della coltivazione della vite in modo tradizionale nella parte del cimitero dove i frati custodivano alcuni tipi di vite ecologica che fino ad oggi erano tenuti in vita.

In questo luogo siamo stati in grado di trovare persone che svolgono attività con le scuole in cui trasmettono e insegnano ai bambini il processo di conservazione delle viti e la successiva vinificazione. Questa Fondazione lavora fondamentalmente per conservare le conoscenze in funzione di nuovi progetti. Per noi, come organizzazione Mapuche, è fondamentale prendere e mantenere i contatti con questa Fondazione ed esplorare un lavoro comune in futuro.

Accordi:

Inviare una presentazione dell’Associazione regionale mapuche Folilko alla Fondazione La Laguna nel bicchiere, per vedere la possibilità di generare uno scambio con i Mapuche che possono conoscere l’esperienza della Fondazione nella conservazione della vite e il processo di vinificazione finale.

Il contatto con Venezia avverrà attraverso Jorge Centurión, al fine di facilitare la traduzione della documentazione.

Nel pomeriggio ho partecipato ad un dialogo pubblico fuori da un teatro occupato da un gruppo di Venezia che si oppone alla possibilità che questo teatro sia venduto dal comune ad un privato per farne un ristorante/caffetteria. Lì ho condiviso l’esperienza della lotta della comunità e l’occupazione del teatro come spazio culturale per i veneziani.

  1. CASTELFRANCO VENETO

Un incontro a casa dei genitori di Dario con Anna* e con la rete di Castelfranco è stato molto interessante perché è la prima volta che siamo invitati a discutere della situazione mapuche in Cile e Argentina. All’incontro hanno partecipato 25 persone della Rete.

*Dario e Anna hanno visitato la comunità Mapuche ospiti della famiglia di José e Margot.

CONCLUSIONI:

In primo luogo grazie alla Rete Radié Resch di Brescia per il suo sostegno, l’ospitalità e la comprensione del lavoro che svolgiamo come organizzazione mapuche. È un grande onore per noi continuare a partecipare ai vostri eventi per far conoscere la nostra lotta. Grazie anche per l’accompagnamento dei diversi progetti che abbiamo sviluppato con Folilko, finanziati dalla Rete Radié Resch. L’ultimo è il progetto relativo al trattamento delle nocciole attraverso l’acquisto di una macchina per la sgusciatura e di un sigillatore sotto vuoto, installato in una struttura costruita per un’attività comunitaria.

Grazie per il lavoro svolto da Piergiorgio e Gabriella di Brescia per il programma delle visite alle Reti locali. In ciascun luogo ho sempre trovato grande interesse a conoscere la situazione mapuche e manifestazioni di solidarietà. Questo ci motiva a continuare a lavorare per il nostro popolo e le sue comunità.

La nostra organizzazione è molto lieta di lavorare con il nostro riferimento a Brescia. Percepiamo il loro impegno per la nostra gente, la loro motivazione fa sì che il nostro ritorno sia carico di buona energia e voglia di continuare a combattere, nonostante la difficile situazione delle nostre comunità in Cile.

Esprimiamo il nostro impegno per il lavoro serio e responsabile con la vostra organizzazione per continuare a diffondere la nostra causa in Italia. Spesso la comunicazione con voi è complessa, ma l’intensità del nostro lavoro con le comunità mapuche è permanente.

Infine ringrazio la segretaria della Rete per aver sostenuto il mio viaggio in Italia, per lo spazio che ho avuto a Trevi nel condividere i pensieri e il lavoro della nostra organizzazione. Ringrazio tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo alla preparazione degli incontri nelle loro città.

Abbiamo posto grandi speranze che si possa continuare a lavorare insieme e che la vita ci dia l’opportunità di incontrarci di nuovo per continuare ad aprire la via della speranza, della giustizia e della solidarietà con i nostri popoli fratelli che oggi soffrono l’oltraggio dei loro diritti di vivere in pace e armonia.

Grazie mille (chaltu may) a presto (peukallal).

Marrichiweu (dieci volte continueremo a combattere)

Josè Nain Perez

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Jose Nain Perez.

Coordinatore Associazione regionale mapuche Folilko.

(Laboratorio culturale “Mario Lussignoli” – Brescia)

Sabato 28 aprile 2018

L’acqua: un Diritto Collettivo inalienabile e imprescrittibile dell’Umanità

e la sua privatizzazione per pochi nel mondo.

Nel mondo, oggi, ci sono molte questioni che vengono discusse, come la globalizzazione economica, il riscaldamento globale, l’effetto serra, l’inquinamento del mare, e altri aspetti che coprono a loro volta l’agenda dei governi. Tra le molte questioni di grande importanza in tutto il mondo, occupa uno spazio la preoccupazione per la crisi idrica che oggi colpisce l’umanità. Ci troviamo in un mondo sostenuto e controllato da strumenti legali che concedono potere e proprietà a un piccolo numero di imprese multinazionali che detengono pertanto il controllo delle acque del pianeta.

Nella misura in cui il mondo perde la bussola e entra in una crisi molto profonda, i Popoli Indigeni sono i più sensibili alle misure prese in questo ambito, che in molti casi sono irreversibili. Dopo più di cinquecento anni dall’arrivo del colonizzatore nelle nostre terre (America), ci siamo resi conto del danno causato, dove hanno eliminato con il fuoco e il sangue le nostre culture millenarie. Noi popolazioni indigene, non solo siamo stati i protettori della biodiversità, ma anche i preservatori di questo bene comune di cui siamo parte sotto tutti gli aspetti.

Nell’ambito di un’economia aperta ai mercati globali, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali che si attua nel paese, gran parte delle terre e dei territori di proprietà legale o ancestrale del popolo mapuche, delle regioni di Araucanía, Los Lagos e Los Ríos, sono state seriamente minacciate dall’espansione di progetti legati all’uso dell’acqua come mezzo principale. Ad esempio quelli dell’industria forestale, con una costante espansione delle specie esotiche di pino e monoculture di eucalipto per la produzione di cellulosa, senza pagare le tasse nelle regioni interessate dalle loro attività.

Il territorio mapuche o Wall Mapuche, che comprendeva dalla città di Santiago del Cile e Buenos Aires al sud, e dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, era un territorio molto vario e molto ricco di biodiversità, ecosistemi, zone umide. Con la formazione dello stato cileno e argentino, a poco a poco questa ricchezza è andata perduta. Con l’arrivo delle compagnie forestali e l’impianto della monocoltura di pini ed eucalipti, le fonti d’acqua lentamente scomparvero, cominciarono a sparire i fiumi, le sorgenti, le piante medicinali, e con questo la conoscenza tradizionale mapuche. Come conseguenza il nostro territorio è diventato un semi-deserto, senza biodiversità e senza fonti d’acqua, che ha generato molta povertà, non solo economica. Si è prodotta anche una sistematica stagnazione dello sviluppo delle pratiche culturali associate alla visione del mondo e alla biodiversità.

Le imprese forestali e minerarie sono le cause principali della scomparsa delle risorse idriche. Esse hanno causato il deterioramento dell’ambiente con l’eliminazione totale della foresta nativa originaria del sud del Cile, e con essa la perdita degli ecosistemi, che rendevano possibile la conservazione delle fonti di ricchezza naturale, l’abbondanza di acqua e la diversità delle foreste che per le nostre comunità si traducono in una fonte di cibo e medicina tradizionale mapuche. Nel caso delle compagnie minerarie, hanno registrato i diritti sull’acqua sotto il loro dominio, escludendo le comunità Aymara e Quechua.

Le imprese idroelettriche, sotto la copertura della costruzione di mega centrali, come Ralco e Pangue, sul fiume Bio-Bio – il cui attuale proprietario è l’ENEL di origine italiana – hanno colpito sei comunità di Pewenches, che sono state spostate forzatamente dalle loro terre e dai loro luoghi sacri i quali furono sommersi da più di 200 metri di acqua (tra cui quattro cimiteri e quattro centri cerimoniali). Ora queste stesse compagnie si stanno dedicando a costruire massicciamente centrali di transito, presumibilmente più amichevoli con l’ambiente. Stanno proliferando nella pre-cordigliera e nella regione dell’Araucanía. Abbiamo anche l’industria del salmone con piscicoltura di produzione e di ovulazione per l’allevamento industriale del salmone che genera una grande contaminazione delle stesse acque che le comunità mapuche spesso consumano.

Nel caso del diritto all’acqua, il decreto con forza di legge n. 1122 del 1981, nonché il regolamento costituzionale nell’articolo 19 n. 24 ultimo paragrafo della costituzione politica del 1980, riconosce il diritto di proprietà dei privati su di essa. Si tratta di un regolamento che, dopo decenni di applicazione, ha portato alla privatizzazione di buona parte delle acque di superficie del paese e si concentra nelle mani di pochissimi miliardari che hanno privato le comunità dei loro diritti all’acqua.

La legge indigena 19.253, relativa alla promozione, alla protezione e allo sviluppo delle popolazioni indigene del Cile, rimane in vigore nonostante non corrisponda allo standard del diritto internazionale sui diritti delle popolazioni indigene su terre, territori, risorse naturali, come l’acqua e le risorse del sottosuolo e in termini di partecipazione e autodeterminazione. Per quanto riguarda la legge 20.249, su “spazi marittimi e costieri delle popolazioni indigene” la sua attuazione è ancora minima poiché perdura la mancanza di protezione contro l’uso industriale di tali spazi da parte delle imprese di pesca a danno delle comunità Mapuche Lakenches (costa del Pacifico).

L’attuazione della Convenzione OIL 196 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ratificata nel 2008, è stata molto inadeguata. In particolaresi è rivelata inefficace per ciò che ha a che fare con la consultazione indigena, a fronte di misure amministrative, relative a progetti di investimento che riguardano le popolazioni indigene, e in particolare quelli relativi principalmente alle acque indigene. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene del 2007, approvata con il voto dello Stato cileno, che sancisce il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia dei nostri popoli, nonché il loro diritto a un previo consenso libero e informato di fronte a fatti come i progetti di sfruttamento delle risorse naturali nei territori indigeni, ha avuto poca o nessuna applicazione nel paese.

Il diritto all’autodeterminazione, è parte intrinseca del legame che le popolazioni indigene, e in particolare il Popolo Mapuche, hanno con la terra, con gli elementi che compongono il cosmo, e questo si traduce in ultima analisi nella nostra filosofia di vita che assomiglia ad un sistema religioso, legato alle forze della terra, come ad esempio i vulcani, le montagne, i fiumi, i laghi e il mare, tra gli altri. In queste aree troviamo la spiegazione della vita e del ruolo assunto dalle comunità mapuche nella difesa della nostra Wallmapuche (Territorio mapuche).

In Cile, per quanto riguarda il quadro normativo attuale, proponiamo di definire le funzioni prioritarie dell’acqua oggi riconosciute: il consumo umano e i servizi igienico-sanitari per la sussistenza e un migliore utilizzo per la conservazione eco-sistemica. Proponiamo inoltre che si riconosca la priorità dell’uso dell’acqua per il consumo umano, di sussistenza e dei servizi igienico-sanitari, sia ai fini di ottenere la concessione del diritto di approvvigionamento, sia di limitare l’esercizio del diritto ad altri usi che non può essere concesso ora e che è più consigliabile rinviare al futuro che permetterà di effettuare una migliore distribuzione e conservazione.

Non c’è dubbio che la funzione ecosistemica non è stata riconosciuta dal Cile come una priorità. Si sono solo concessi poteri all’autorità per garantire l’armonia e l’equilibrio tra la funzione di conservazione eco-sistemica e la funzione produttiva che compete all’acqua. Occorre notare che si omette il riconoscimento degli usi culturali e sociali dell’acqua, lasciando fuori dalla scala delle priorità i diritti ancestrali di proprietà dell’acqua dei popoli indigeni e, in generale, gli usi tradizionali che obbediscono ai modelli culturali.

Anzitutto la protezione legale delle acque indigene è un imperativo per lo stato, in riferimento al riconoscimento dei territori indigeni. In questo caso lo Stato garantirà l’integrità di terra e acqua e proteggerà le acque esistenti a beneficio delle comunità indigene, secondo le leggi e i trattati internazionali ratificati dal Cile e che sono in vigore. Tuttavia, queste misure devono essere anche adeguate al Codice dell’acqua che in fin dei conti su questo diritto lascia fuori le comunità mapuche. In pratica queste misure sarà difficile che garantiscano il diritto alle comunità mapuche se non viene modificato il Codice dell’acqua,.

Per quanto riguarda la discussione in atto, può essere presa come un passo avanti nel campo del riconoscimento delle acque indigene, la proposta che non esclude i territori indigeni dal regime di privatizzazione dei diritti idrici già stabiliti nell’attuale codice delle acque. Viene però mantenuto il meccanismo di regolarizzazione delle acque tradizionali indigene, stabilito nell’articolo 2 transitorio del codice dell’acqua del 1981, mediante il quale le comunità indigene e i loro membri non hanno la possibilità di regolarizzare o ottenere i diritti di approvvigionamento delle acque che hanno utilizzato in modo tranquillo e ininterrotto per più di cinque anni. Questo fatto spesso genera l’approvvigionamento da parte di imprese che registrano sotto il loro dominio legale quell’acqua che è di uso ancestrale delle comunità Mapuche.

In sintesi, possiamo dire ad alta voce che, fintanto che non vi è alcun cambiamento nei paradigmi e nella visione dello stato cileno sull’importanza della conservazione della biodiversità, compreso il Popolo mapuche, come soggetto di diritti, e si ottenga il riconoscimento del diritto alla libera determinazione e le aziende forestali inizino il loro ritiro dal territorio Mapuche, persisterà sempre la povertà, la mancanza di acqua e la perdita degli ultimi ecosistemi che rendono possibile la nostra sopravvivenza economica, sociale e culturale come popolo mapuche.

Carissima Liviana e amici della Rete Radié Resch,

eccomi finalmente a mantenere la promessa di aggiornarvi su quanto si sta facendo da parte del Tribunale Permanente dei Popoli, avendo come linea di fondo lo scenario globale e i diversi contesti della migrazione. In questo senso le attività che qui di seguito ricordo sono tra loro strettamente complementari. Tutte sono documentate nei loro elementi essenziali sul sito del TPP, ed i materiali, che eventualmente più interessano, possono essere richiesti e forniti in forma cartacea.

Penso che una delle cose potenzialmente più utili sia la pubblicazione degli atti della Sessione di Palermo, che sembra ormai lontana nel tempo, ma che di fatto ha tutte le intuizioni di lettura, previsione, indicazioni di azione che ogni giorno sono richieste per vivere qualcosa che fa parte del quotidiano. Il materiale è molto ben utilizzabile per le scuole ed a livello dei rapporti con le amministrazioni locali, nel caso di voler promuovere attività di responsabilizzazione.

I mesi della primavera hanno avuto come snodo centrale di attività una sessione particolarmente originale, svolta con il supporto di una piattaforma informatica, che ha permesso di lavorare in tempo reale per quattro giorni su una richiesta di intervento e supporto da parte di una rete internazionale molto estesa (dagli USA, al Canada, all’Australia, Argentina, Messico, Europa) di comunità locali, movimenti, gruppi accademici, esperti, per confrontare le strategie chiamate ‘non-convenzionali’ per la produzione di energia (il fracking è divenuto il caso-testimone) con i ‘diritti di scelta e di vita’ delle comunità, che vengono negati/manipolati/ignorati nella più totale assenza/tolleranza del diritto internazionale e delle garanzie obbligatorie di protezione di umani e natura.

Si sta ora procedendo, coordinando un gruppo internazionale di giudici/esperti, a preparare una Advisory Opinion, cha sarà di grande aiuto, sia per le informazioni tecniche, che soprattutto per favorire il collegamento e la reciproca collaborazione tra realtà estremamente disperse.

La fine di maggio ha avuto due momenti molto importanti per il lavoro del Tribunale sulle politiche della dittatura turca nei confronti della popolazione curda. Non c’è evidentemente bisogno di sottolineare le condizioni di repressione senza limiti di Erdogan e nello stesso tempo il silenzio assordante degli Stati europei, che cancellano dalle loro agende perfino l’abc del rispetto dei diritti fondamentali, pur di mantenere la Turchia nel ruolo di controllore delle migrazioni e della sicurezza armata della NATO, con finanziamenti che non debbono neppure essere rendicontati.

Per presentare e mettere in prospettiva le conclusioni del Tribunale sono state realizzate, in stretta collaborazione con i molti gruppi di migranti e rifugiati, due presentazioni, al Parlamento Europeo e al parlamento inglese, per fare tutta la pressione possibile almeno per rendere visibili questi popoli non solo né principalmente come vittime, ma come soggetti legittimi di diritti che possono avere speranza solo se entrano nell’agenda anche delle nostre, purtroppo sempre più precarie, democrazie.

Il cammino specifico del programma sulle migrazioni é ripreso, ad un anno dalla sua apertura a Barcellona, con una sessione (la quarta ormai), mirando a coprire la gamma delle tante realtà e a dare ai movimenti il senso, lo stile, la coscienza di essere ‘rete’. La focalizzazione della Sessione, di nuovo a Barcellona, é stata sulle donne, come persone e come genere, nella migrazione. Il testo conclusivo, redatto da una giuria internazionale tutta al femminile merita senz’altro una lettura attenta. L’obiettivo condiviso è quello di fare di questa tappa un nucleo aggregativo esteso, soprattutto con il supporto del piccolo gruppo italiano e del più forte gruppo spagnolo che erano presenti.

Un primo proseguimento del cammino, che mira ad esplorare tutto il mosaico delle condizioni di violenza e negazione dei diritti, é ora in fase di avanzata preparazione in vista di un evento in Inghilterra, per l’inizio di novembre, con prospettive innovative di analisi e mobilitazione da parte di molti gruppi attivi sui diritti di ‘accoglienza’. Si sa bene che dietro la gentilezza del termine accoglienza si nasconde uno di quei ‘territori di non diritto’, dove tutto può succedere nell’impunità e nel silenzio dell’opinione pubblica.

L’agosto non è stato di grandi vacanze. In un corso tenutosi con la partecipazione di gruppi di 14 paesi (soprattutto donne responsabili di comunità di cui si stanno appropriando le multinazionali delle miniere e dell’agricoltura, con conseguente espulsione violenta degli abitanti,) si sono messe le basi per la prossima importante Sessione, di nuovo in Africa, che conclude un lavoro triennale di coinvolgimento comunitario, producendo uno sguardo importante sulle cause interne della migrazione africana, e si spera possa aprire una fase ulteriore nella quale le popolazioni africane avranno un ruolo centrale.

Posso solo concludere ringraziando ancora tanto, ma proprio tanto, quello che riuscite a fare per questi nostri tentativi di essere presenti”, con radici precise nella realtà e nella speranza-lotta delle persone e dei popoli.

Al di là di contributi economici, che confidiamo possano continuare, quello che ci piacerebbe molto ancor più potenziare, nel nostro rapporto, sono modalità di scambio di esperienze e riflessioni che sono vitali per rispondere più efficacemente alle minacce di un degrado della nostra per quanto imperfetta democrazia, in un mondo globale fatto di cose, interessi, guerre.

Con un augurio ed un abbraccio che vi chiedo di estendere anche a nome di Simona e di quante/i condividono questi cammini

Gianni Tognoni, 29/9/2018

Un documentario censurato rivela la campagna segreta su Facebook di “The Israel Project”
Tratto da: Agenzia stampa Infopal – www.infopal.it

Di Ali Abunimah e Asa Winstanley. The Electronic Intifada. Da Zeitun.info.“The Israel Project” [Progetto Israele], un importante gruppo di sostegno con base a Washington, sta portando avanti una campagna segreta per influenzare [gli utenti di] Facebook.
Ciò viene svelato in “The Lobby – USA”, un documentario in incognito di Al Jazeera che non è mai stato mandato in onda a causa della censura da parte del Qatar in seguito a pressioni di organizzazioni filo-israeliane. Il video di cui sopra, esclusivo per The Electronic Intifada, mostra i brani più recenti estratti dal documentario.
Le prime immagini filtrate pubblicate da The Electronic Intifada e da Grayzone Project [sito statunitense di notizie in rete, ndt] hanno già rivelato subdole tattiche di gruppi anti-palestinesi pianificate e messe in pratica con la complicità del governo israeliano.
Nei nuovi video si sente David Hazony, il direttore esecutivo di “The Israel Project”, dire al giornalista infiltrato di Al Jazeera: “Ci sono anche cose che facciamo e che sono assolutamente lontano dai riflettori. Lavoriamo insieme a un sacco di altre organizzazioni”.
“Produciamo contenuti che poi loro pubblicano a loro nome“, aggiunge Hazony.
Gran parte dell’operazione consiste nella creazione di una rete di “comunità” di Facebook centrate sulla storia, sull’ambiente, su questioni internazionali e femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con il sostegno a Israele, ma sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi a favore di Israele.
“Una cosa riservata”.
In una conversazione, anch’essa rivelata dagli estratti trapelati del video, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per “The Israel Project”, racconta al giornalista di Al Jazeera in incognito la logica e l’estensione dell’operazione segreta su Facebook.
Il reporter in incognito, noto come “Tony”, si presentava come tirocinante presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme un sacco di media filo-israeliani attraverso vari canali sociali che non sono di ‘The Israel Project’, afferma Schachtel. “Così abbiamo molti progetti paralleli con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”.
“Per questo è una cosa riservata”, aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono associati a ‘The Israel Project’”.
Tony chiede se l’idea di “tutto quanto il materiale non [relativo a] Israele ha lo scopo di consentire che il materiale su Israele passi meglio”.
“Vogliamo proprio mimetizzarlo in ogni cosa”, spiega Schachtel.
Una di queste pagine Facebook, “Cup of Jane”, [Un po’ di Jane] ha quasi mezzo milione di persone che la seguono.
La pagina di “Chi siamo” di “Cup of Jane” la descrive come relativa a “zucchero, spezie e tutto quello che è buono”. Ma non c’è nessuna informazione sul fatto che sia una pagina gestita con il proposito di promuovere Israele.
La pagina di “Chi siamo” identifica “Cup of Jane” come “una comunità creata dal progetto per i media del futuro di TIP a Washington”.
Non c’è peraltro nessuna menzione diretta ed esplicita di Israele o indicazione che “TIP” sta per “The Israel Project”.
“The Electronic Intifada” è al corrente del fatto che persino questa vaga ammissione di chi ci sia dietro la pagina è stata aggiunta solo dopo che “The Israel Project” ha saputo dell’esistenza del documentario segreto di Al Jazeera e presumibilmente ha previsto di essere stato scoperto.
“The Israel Project” ha anche aggiunto un’ammissione sul suo sito in rete che gestisce le pagine di Facebook. Tuttavia il suo sito web non è collegato alle sue pagine di Facebook.
Non ci sono prove nell’Archivio Internet che la pagina esistesse prima del maggio 2017 – mesi dopo che la copertura di “Tony” era stata scoperta.
Secondo Schachtel “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.
“Abbiamo una squadra di circa 13 persone. Stiamo lavorando su molti video,” dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti sono solo su argomenti casuali e poi circa il 25% di questi saranno di provenienza israeliana o ebraica centrati su Israele o sugli ebrei.”
Nel documentario Al Jazeera afferma di “aver contattato tutti quelli coinvolti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni o degli individui a favore di Israele che lavorano per loro ha risposto alle nostre accuse.”
Falsi progressisti.
“Cup of Jane” cerca di dimostrarsi progressista postando foto e citazioni di icone femminili nere come Maya Angelou [poetessa, attrice e ballerina afro-americana, ndt] e Ida B. Wells [intellettuale afroamericana morta nel 1931, ndt], che la pagina celebra in occasione del suo compleanno come una “pensatrice, scrittrice e attivista rivoluzionaria”.
Ci sono anche post sull’ambientalista all’avanguardia Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai suoi compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro nella scuola superiore di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018.
Intrecciati a un flusso di fesserie in odore di progressismo ci sono attacchi contro veri movimenti progressisti, come la “Chicago’s Dyke March” [annuale sfilata del movimento LGBT, ndt], i cui organizzatori hanno affrontato una campagna di calunnie della lobby israeliana dopo aver chiesto a provocatori filo-israeliani di lasciare la loro marcia nel 2017.
E un post dell’ottobre 2016, subito dopo che era stata lanciata la pagina di “Cup of Jane”, ha cercato di dipingere il militarismo di Israele come attraente e a favore dell’emancipazione delle donne.
“L’aviazione israeliana ha dipinto di rosa aerei da guerra a sostegno del “Breast Cancer Awareness Month” [Mese per la Sensibilizzazione sul Cancro al Seno]. Non è fantastico?” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da guerra israeliano. “Questo è forte. Le donne, in ogni caso, hanno bisogno di un’aviazione tutta per loro,” aggiunge “Cup of Jane, insieme a una faccina sorridente.
Altre pagine identificate dal documentario censurato di Al Jazeera come gestite da “The Israel Project” includono Soul Mama, History Bites [Bocconi di Storia], We Have Only One Earth [Abbiamo solo una Terra] e This Explains That [Ciò spiega che]. Alcune hanno centinaia di migliaia di follower.
“History Bites” non rivela la propria affiliazione a “The Israel Project”, neppure con la vaga formula utilizzata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.
“History Bites” si definisce semplicemente come [una pagina] che diffonde “ la bellezza della storia in bocconcini masticabili!”
Questa pagina ha ri-postato i post di “Cup of Jane” che presentano come un’eroina femminista Golda Meir, la donna primo ministro israeliano che ha messo in atto politiche razziste e violente contro i nativi palestinesi e vedeva una minaccia esiziale nelle donne palestinesi che partorivano.
Un video del 2016 su “This Explains That” diffonde false affermazioni israeliane secondo cui l’agenzia dell’ONU per la cultura, l’UNESCO, “ha cancellato” la devozione di ebrei e cristiani per i luoghi sacri di Gerusalemme.
Lo scorso dicembre “History Bites” ha ri-postato il video in cui si afferma che “sembra appoggiare l’odierna dichiarazione del presidente Trump secondo cui Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele.” Il video ha avuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.
Un altro video postato da “History Bites” cerca di giustificare l’attacco a sorpresa israeliano del giugno 1967 contro l’Egitto, che ha dato inizio alla guerra in cui Israele ha occupato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai egiziana e le Alture del Golan siriane.
Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme est come se la città fosse stata “riunificata” e “liberata”.
Il marchio tossico di Israele.
Il ricorso di “The Israel Project” a una proverbiale cucchiaiata di zucchero per cercare di far passare più facilmente i messaggi filo-israeliani è un riconoscimento di quanto possa essere difficile far accettare uno Stato di apartheid. Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio Israele è sempre più tossico, per cui non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere qualcosa di contemporaneo che sia solo molto innocuo, divertente e allora ogni tanto ci puoi infilare qualcosa su Israele”.
I tentativi di “The Israel Project” di cooptare persone con una sensibilità progressista al servizio di Israele, benché le sue politiche siano di estrema destra, rientra in una più complessiva strategia di Israele, che intende dividere la sinistra e indebolire la solidarietà con la Palestina.
Diretto da Josh Block, un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex- principale stratega presso il centro di potere della lobby israeliana “AIPAC” [American Israel Public Affairs Committee, Comitato per le Questioni Pubbliche Americano-Israeliane, ndt], uno dei principali obiettivi di “The Israel Project” era sabotare l’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran.
La campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook è evidentemente manipolatoria, ma è ancora più cinica dato che il suo ideatore è Gary Rosen.
Per anni Rosen ha diretto un account twitter violentemente omofobico e islamofobo chiamato “@ArikSharon” – il nickname dell’ex-primo ministro israeliano Ariel Sharon, che è stato responsabile dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila quello stesso anno.
Nelle trascrizioni di una registrazione fatta dal giornalista in incognito di Al Jazeera visionate da “The Electronic Intifada”, Rosen ammette di utilizzare @ArikSharon come un “account segreto”.
Rosen è stato impiegato presso l’agenzia pubblicitaria internazionale “Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 si è unito a “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.
Dopo essere stato denunciato nel 2013 da uno degli autori di questo articolo come la persona che gestiva l’account, Rosen ha cancellato dal collegamento twitter @ArikSharon molti dei tweet più aggressivi.
Ma mentre utilizza pagine Facebook sotto copertura nel tentativo di normalizzare l’appoggio a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua ad utilizzare l’account twitter @ArikSharon per diffondere messaggi di destra filoisraeliani.
Annunci pubblicitari anonimi smascherati.
Questo non è l’unico tentativo segreto della lobby israeliana per utilizzare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.
Un reportage di “The Forward” [uno dei principali giornali della comunità ebraica USA, ndt] e “ProPublica” [rivista d’inchiesta USA, ndt] rivela che “Israel on Campus Coalition” [Coalizione per Israele nei campus] ha condotto campagne pubblicitarie anonime su Facebook per calunniare Remi Kanazi, un poeta palestinese- americano, prima delle sue esibizioni in campus USA.
“The Electronic Intifada” è stato il primo a informare sulle rivelazioni del documentario di Al Jazeera in merito a come i tentativi della “Israel on Campus Coalition” di calunniare e perseguitare gli attivisti solidali con la Palestina siano in coordinamento segreto con il governo israeliano.
Un portavoce di Facebook ha detto a “The Forward” e “ProPublica” che gli annunci di “Israel on Campus Coalition” che prendono di mira Kanazi “violano la nostra politica contro le false dichiarazioni e sono stati rimossi.”
Nel 2012 “The Electronic Intifada” ha denunciato un piano dell’unione nazionale degli studenti di Israele, sostenuto dal governo, per pagare studenti che diffondano propaganda filo-israeliana su Facebook. Tuttavia gli attuali tentativi segreti guidati da “The Israel Project” sembrano essere molto più sofisticati.
Dalle elezioni presidenziali USA del 2016 Facebook è stato accusato di consentire che la sua piattaforma venga utilizzata per la propaganda di manipolazione sponsorizzata dalla Russia intesa ad influenzare la politica e l’opinione pubblica.
Nonostante il clamore propagandistico, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o non dimostrate.
Ciononostante, Facebook si è associato con l’”Atlantic Council” [Consiglio Atlantico, ndt] in apparenza nel tentativo di reprimere “i falsi account” e la “disinformazione”.
L’”Atlantic Council” è un centro di ricerca di Washington che è stato fondato dalla NATO, dall’esercito USA, dai governi brutalmente repressivi di Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, da governi dell’Unione Europea e dal gotha delle società di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri che speculano sulle guerre.
Come apparente risultato di questa collaborazione, un certo numero di account dei media sociali totalmente innocui con pochi o nessun follower sono stati recentemente rimossi.
Più preoccupante è il fatto che pagine gestite da agenzie di informazione di sinistra che si occupavano di Paesi presi di mira dal governo USA, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se in seguito sono state ripristinate. Ora, con solide prove della campagna ben finanziata e con vasta influenza di “The Israel Project” su Facebook, rimane da vedere se il gigante delle reti sociali agirà per garantire che utenti inconsapevoli siano informati che quello a cui sono stati esposti è propaganda intenzionata a promuovere e dare un’immagine positiva dello Stato di Israele.
In risposta alla richiesta di fare un commento, un portavoce di Facebook ha detto a The Electronic Intifada che l’impresa avrebbe esaminato la questione.
Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi