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Questa lettera è stata scritta presumibilmente il 16 o 17 settembre e i riferimenti temporali interni vanno collocati in quel periodo:i processi del tribunale di Temuco, di cui si rende conto, sono due: quello per l’uccisione della coppia LuchsingerMackay (bruciati con la loro abitazione), con quattro imputati compresa la machi Linconao e quello per l’incendio di una chiesa con altri quattro imputati.

Il processo è stato un problema che ci fa molto preoccupare, soprattutto per il risultato finale, soprattutto a causa della pressione esercitata dai media, dagli agricoltori e dal governo, quest’ultimo per volere dare un segnale di giustizia nei confronti dell’opinione pubblica. Questa situazione può condurre alla condanna senza avere prove convincenti.
Siamo consapevoli che stiamo affrontando un processo politico e non un processo giudiziario, in cui
si mira a criminalizzare la causa mapuche e portarla sulla strada della violenza e del terrorismo, per giustificare la repressione, la persecuzione poliziesca e giudiziaria e mantenere la militarizzazione del territorio mapuche.

Nel trascorso sviluppo del processo, nella città di Temuco, ogni giorno comunità mapuche si riuniscono davanti al tribunale per dare sostegno ai nostri fratelli, poiché l’ingresso in aula è molto limitato, riservato solo ai parenti più diretti, quindi tutti gli altri restano fuori. Dobbiamo sottolineare la solidarietà degli studenti universitari e delle scuole superiori che accompagnano sempre il processo. Alle comunità mapuche non hanno permesso di essere presenti. A questo va aggiunta la mobilitazione nelle loro comunità, come l’occupazione del territorio di coloni e di imprese forestali, sbarramento di strade, occupazione di enti pubblici come CONADI (Istituto nazionale per lo sviluppo indigeno, ndr) a Temuco e Santiago.
A questo si aggiunge uno sciopero della fame che quattro mapuche stanno effettuando nel carcere di Temuco, da più di 100 giorni. La loro richiesta riguarda la non applicazione della legge antiterrorismo nei loro confronti. Essi sono accusati di bruciare chiese nei territori di comunità mapuche. La situazione sanitaria è molto grave, sono molto deboli.

A questo proposito si sono espresse molte organizzazioni mapuche e non mapuche. Due settimane fa fu occupata la cattedrale di Temuco. Gli occupanti furono sfrattati e messi a disposizione del tribunale. Per più di una settimana giovani studenti e comunità mapuche si sono stabiliti di fronte alla prigione di Temuco, per sostenere lo sciopero della fame. Lì ci siamo fermati giorno e notte a suonare strumenti musicali tradizionali per dare forza ai nostri fratelli imprigionati.
Dobbiamo sottolineare che i nostri fratelli imprigionati sono molto forti e decisi, convinti che prevarrà la loro forza e la loro convinzione a mostrare che non han preso parte ad un evento così grave. Durante il processo nella sua dichiarazione
la machi Francisca Linconao ha detto ai giudici che conosceva la famiglia Luchsinger Mackay da molto tempo, che sua sorella lavorava nella casa padronale e che ebbero sempre un buon rapporto di vicinato. Anche quando è stata consacrata come machi, essi han partecipato alla sua cerimonia. Ha anche detto al tribunale che dio la incaricò di fare il bene e guarire la gente e non ucciderla. Parole della machi.

Oggi si è conclusa la presentazione delle prove dell’accusa. La verità è che non ha dimostrato nulla di concreto. Mercoledì 20 settembre inizia la presentazione di prove da parte della difesa, c’è molta convinzione che ora si cominci a mostrare la verità di questo terribile crimine che si pretende scaricare sul popolo mapuche.
Abbiamo quattro persone Mapuche che sono accusate di aver bruciato una chiesa nella città di Padre Las Casas. Hanno passato più di 110 giorni in sciopero della fame e sicuramente andranno avanti.
Stanno chiedendo al governo che non si applichi la legge anti-terrorismo. A tutt’oggi il governo mantiene la misura, che non viene ritirata. È per questo motivo che Benito Trangol ha deciso di iniziare lo sciopero della fame totale, che certamente complica molto la sua salute. Dobbiamo segnalare che a lui oggi si sono aggiunte allo sciopero della fame altre quattro persone accusate di aver ucciso Luchsinger Mackay. In totale abbiamo 13 persone che sono in sciopero della fame, tutte detenute nelle prigioni delle città di Lebu, Temuco, Valdivia.

Denunciamo la persecuzione della polizia nei confronti di leader mapuche che sono stati arrestati in questo fine settimana. Otto persone sono state brutalmente picchiate e arrestate con l’accusa di aver bruciato più di un centinaio di camion. Si è fatto anche irruzione in molte comunità, sono entrati nelle case delle famiglie mapuche, hanno minacciato di morte coloro che sostengono gli scioperanti; agenti in borghese stanno entrando camuffati, presentandosi come funzionari del governo. Siccome i loro veicoli sono senza targa di identificazione, tutto ciò mette molta paura su come comportarsi con gli agenti di polizia in borghese. Le comunità mapuche stanno vivendo una repressione molto crudele. Questo momento può essere paragonato solo con ciò che si è vissuto durante la dittatura militare.
Alla fine della settimana scorsa, varie volte si sono avvicinati alla nostra casa sconosciuti che chiedevano di cose inesistenti e, dopo un dialogo con loro, ci siamo resi conto che erano della polizia e al vedersi scoperti se la sono rapidamente filata. Questo lo fanno per instillare la paura e il terrore nella nostra famiglia.

Solo un paio di mesi fa la presidente Bachelet aveva chiesto perdono al popolo mapuche per le atrocità commesse dallo Stato cileno verso il nostro popolo. Sembra un’ironia della sorte, perché ora in pratica ci stanno invadendo di nuovo con la polizia, armata fino ai denti, con procuratori e giudici che pretendono criminalizzarci per poter continuare a imprigionare molti leader. Sicuramente nei prossimi giorni ci saranno ulteriori arresti.
Nei prossimi giorni marceremo di nuovo nella città di Temuco, insieme con le famiglie dei prigionieri politici mapuche, esigendo dalle autorità che stabiliscano un dialogo con le famiglie dei detenuti e con i leader mapuche, per dare un esito politico e non giudiziario, esigendo
che la Presidente della Repubblica si assuma le sue responsabilità e non lasci nelle mani della polizia e dei giudici una questione politica storica che colpisce il nostro popolo da oltre 130 anni, da quando lo stato si è installato nel territorio mapuche.

Ci dispiace molto scrivere questo un po’ tardi, ma chiediamo la vostra comprensione, perché abbiamo avuto un sacco di lavoro per sostenere il processo, gli scioperanti e ora i leader che sono stati arrestati questo fine settimana. Qui le cose non stanno andando bene nelle nostre comunità, c’è un sacco di paura a uscire in strada, a sostenere le marce, perché ci sono molti interventi della polizia. Ci hanno appena avvisato che domani si avvia il processo contro i quattro mapuche che sono accusati, secondo la legge anti-terrorismo, dell’incendio di una chiesa. Questo implica che non è stata abbandonata l’applicazione della legge antiterrorista, quindi continuerà lo sciopero della fame. Ciò è molto spiacevole per il futuro e per la salute dei nostri fratelli che sono disposti a morire per questa ingiustizia.
Speriamo di continuare a scrivere in condizioni di libertà, ma sappiamo di essere ad un passo dal cadere nelle mani della polizia come tanti i nostri fratelli e di finir accusati di terrorismo e di altro, ma anche in questa situazione continueremo ancora a lavorare per la giustizia sociale del nostro popolo mapuche.

Un altro argomento da sottolineare è che i media hanno istituito un sistema di comunicazione che supporta i sindacati dei camionisti, appoggiati dalle imprese forestali per far pressione sul governo per ottenere sostegno all’estensione della repressione.

Non tutto ciò che abbiamo scritto è quello che accade oggi, ci sono molti altri problemi che stiamo vivendo.

Molti saluti a tutti i fratelli della Rete Radié Resch, specialmente ai fratelli di Brescia e attraverso loro a tutti gli amici e le amiche di tutta Italia.

Margot, José, Associazione Regionale Mapuche Folilko.

2 interviste ai giovani della brigata senza terra

  1. Non possiamo restare neutrali
  2. Semi di lotta contadina

NON POSSIAMO RESTARE NEUTRALI

Tre giovani nordestini del Movimento Senza Terra (in Italia con la Brigata Antonio Candido) ci spiegano il loro rapporto con la politica partitica, Lula e i governi a guida PT e raccontano anche come il MST stia producendo nuovi e più preparati dirigenti anche nella loro regione.

Andreza da Silva Alves 22 anni, Alagoas

Jeanderson De Sousa Santos, 30 anni, Bahia

Antonio Cidivan Veras de Sousa, 33 anni Ceará

Domanda: Di recente giovani brasiliani come voi – del PSOL (Partito socialismo e libertà) – vi hanno preso in giro in un incontro internazionale a Otranto, identificandovi con il PT, il partito di Lula? Vi sentite “Petisti”?

CIDIVAN – Molti confondono le cose, ci descrivono come un movimento legato organicamente al PT. Questo non è vero, il MST è un movimento sociale che lotta per la riforma agraria, ha appoggi dentro il partito dei lavoratori, ma siamo un’organizzazione senza vincoli con i partiti.

JEANDERSON – Occuparsi di politica è una necessità strutturale del movimento, non possiamo restare estranei alla lotta politica. Il PT ha appoggiato molte delle nostre rivendicazioni e per questo lo abbiamo sostenuto in diverse occasioni. E’ vero che i governi a guida PT non hanno fatto la riforma agraria, ma se compariamo questi governi con quelli precedenti, i governi di Lula e Dilma hanno contribuito a strutturare in modo migliore gli insediamenti, sulla linea della riforma agraria. Le nostre strutture sono migliorate molto in questi anni, rispetto alla situazione dei giovani, delle donne. Ci sono progetti a favore dell’agroecologia…cose che nei governi precedenti non esistevano. Noi non siamo partitici, ma non possiamo neanche restare neutrali, dobbiamo lottare per i progetti politici che condividiamo, come quelli del PT.

Domanda: quindi appoggerete Lula se sarà candidato?

CIDIVAN. Quando ci si riferisce alla figura di Lula come rappresentante politico della classe lavoratrice in Brasile, non posso non pensare a tutto quello che Lula ha fatto durante i suoi mandati rispetto all’inclusione sociale, alle cose positive che ha fatto, in particolare per la nostra regione del Nordest.

Domanda: Come era il nordest dei vostri genitori e nonni?

CIDIVAN. Raccontare la storia del nordest nel periodo dei nostri bisnonni, nonni e genitori suscita nei nostri familiari ricordi drammatici. Il paese era governato dall’élite brasiliana e le necessità della popolazione rispetto al cibo erano enormi. Si racconta nelle famiglie (per esempio me lo ha raccontato mia nonna) come si andava a cercare vari tipi di semi nella boscaglia per trovare qualcosa da mangiare. In questi periodi di estrema povertà, negli anni 60/70, la popolazione nordestina, la gente del nordest era costretta a bloccare camion e a saccheggiarli, non in modo violento, ma era l’unico modo per sopravvivere, o si faceva così o si moriva di fame. Venivano bloccate le strade e si prendevano dai camion gli alimenti. Era un periodo di fame terribile da noi. Ce ne sono ancora dei segni che fanno impressione. In luoghi dove ora sorgono nostri insediamenti, troviamo, magari in un punto più elevato, dei piccoli recinti di legno con all’interno delle piccole croci. Erano i luoghi dove si seppellivano, soprattutto i bambini, che morivano di fame, perché i genitori non avevano niente da dar loro da mangiare e non c’erano soldi per portarli nei cimiteri ufficiali. Questa storia del nordest è molto forte.

Domanda: Che cosa che è cambiato nelle vite dei nordestini dal 2002, Avete sempre votato Lula e Dilma perché vi hanno dato il programma “Borsafamiglia”?

JEANDERSON – Borsafamiglia è solo uno dei progetti sociali che sono stati avviati da Lula. Non è che solo i nordestini ne sono stati beneficiati. A San Paolo per esempio ci sono 5 milioni di famiglie che lo ricevono. Nel nordest ha una importanza particolare perché da noi le condizioni di sopravvivenza sono particolarmente difficili. Per esempio, in una regione in cui non piove per 5 anni e le famiglie devono pagare 150 reais al mese per una autobotte di acqua, la Borsa permette di comprare l’acqua e qualcosa da mangiare. Prima, nelle famiglie nordestine 2/3 persone dovevano andare via, emigrare, per esempio a San Paolo, per poter mandare i soldi agli altri della famiglia per comprare acqua e cibo. Oggi i nordestini non accettano più di essere schiavizzati, e riescono a ottenere condizioni migliori di vita restando nel nordest. Non sono costretti a emigrare per fame.

ANDREZA – Non abbiamo votato per Lula solo per la Borsa Famiglia, ma i governi a guida Pt hanno lanciato vari programmi importanti come per esempio “Luce per tutti”. Tantissime famiglie prima vivevano solo con delle lampade a kerosene, non avevano accesso all’energia elettrica, soprattutto nei posti più isolati..Mia madre per esempio non aveva il frigorifero, la carne mia nonna la seccava con il sale appendendola sul fuoco di legna.

JEANDERSON – il programma “Luce per tutti” ha portato una qualità di vita migliore per le nostre famiglie. Noi ragazzini, dovevamo fare i compiti a casa la sera (di giorno andavamo a scuola e lavoravamo nel campo) con queste lampade a kerosene che facevano molto fumo e irritavano gli occhi. Era difficile leggere e molti bambini erano costretti a mettere gli occhiali per i danni che subivano i loro occhi. Quel programma ha favorito lo studio e anche la possibilità di restare a vivere in campagna. Nei lotti del mio insediamento “PRADO”, nel sud dello stato di Bahia, l’elettricità è arrivata nel 2006. Qualcuno se l’era procurata prima pagandola da solo, la mensilità era molto alta (100/150 reais per famiglia). Oggi ne paghiamo 20 e abbiamo un ottimo livello di elettricità senza interruzioni. Quando è arrivata la luce nei nostri lotti, i bambini e tutti i giovani hanno fatto una grande festa fino alle 3 di notte, tutti per le strade scherzando, conversando, amoreggiando. Non erano abituati e con la luce in tutte le strade… beh avevano voglia di stare in giro tutti insieme.

ANDREZA- Un altro programma molto importante è stato “Acqua per tutti”. Varie famiglie che non erano in condizioni di costruirsi un deposito di acqua, sono state aiutate dal governo. Ci sono famiglie che hanno fino a tre cisterne di 16.000 o 32.000 litri e anche con la siccità possono collegarsi a un fiume vicino e riempire le cisterne. Prima era difficilissimo anche cucinare o farsi una doccia. Questo dava molto lavoro soprattutto alle donne che per lavare un piatto e dei vestiti dovevano uscire con un recipiente pieno di piatti per esempio e andare fino al fiume, era durissimo per le donne.

CIDIVAN – Soprattutto per noi del nordest, questo programma è stato fondamentale in aree rurali in cui la scarsità d’acqua è molto forte. E come diceva Andreza, chi soffre di più per la siccità e per dover andare a cercare l’acqua sono le donne che devono fare 2/3 chilometri e portarsi recipienti pesanti sulla testa. Questo programma ha portato un vero salto nella qualità della vita soprattutto per i più poveri. Anche l’ONU ha riconosciuto il grande valore di questo progetto.

JEANDERSON – Un altro programma è stato “Cammino per la scuola”. L’accesso alla scuola è molto difficile per le comunità rurali. La maggioranza delle comunità rurali hanno al loro interno i primi 4 anni di scuola (fundamental 1), ma dopo bisogna andare nelle città e spesso le condizioni sia delle strade che dei trasporti sono pessime. I ragazzini venivano trasportati con un camion, il pau de arara, si sedevano su delle panche, il camion era aperto. Io per esempio nel 2002 sono dovuto andare a stare un anno in città a casa di una zia, perché il governo municipale non aveva soldi per pagare il trasporto per andare a scuola. Per il governo municipale mandare a scuola i figli dei contadini non era una priorità. I governi a guida PT hanno dato vita a varie politiche pubbliche perché le comunità rurali avessero la possibilità di avere accesso all’educazione, compreso “Il cammino per la scuola” che garantisce il trasporto in buone condizioni, in piccoli autobus.

Poi c’è stato il Penai, per l’alimentazione scolastica, che ha permesso ai ragazzi di alimentarsi con i prodotti del lavoro dei loro genitori. I municipi, con una gara pubblica, comprano alimenti dalle comunità rurali della loro zona. Così i ragazzi hanno accesso a un’alimentazione sana e di buona qualità e non come prima quando alle gare erano ammessi i maggiori supermercati della città, gli stessi che finanziavano i candidati alle elezioni. Questo programma ha aiutato molto gli insediati, superando le difficoltà di commercializzazione.

Un altro programma importante è stato il Pronera, programma nazionale di educazione nella riforma agraria, per il quale i figli degli agricoltori insediati e anche i quilombolas e gli indigeni possono avere accesso all’Università. Il governo paga la struttura, i materiali di studio, i professori, i trasporti degli studenti, e si usa la metodologia dell’alternanza. Gli studenti passano tre mesi all’università e tre mesi nelle comunità, realizzando ciò che hanno imparato all’università.

Io sono uno di quelli che hanno utilizzato questo programma, ho fatto il corso di agronomia con il Pronera. Abbiamo fatto un esame di ammissione nel 2008 (vestibular) . C’erano 120 partecipanti. 50 studenti sono stati ammessi a frequentare il corso. Nei quattro anni di università ho potuto sperimentare l’importanza del Pronera per le comunità rurali, in genere escluse dalla società.

ANDREZA- Se una persona vuole studiare e non è inserito nel Pronera deve andar via dall’insediamento. Non in tutte le città ci sono università e anche lì dove ci sono è difficilissimo accedere a quelle pubbliche e, comunque, si devono pagare i trasporti, i materiali e molti delle comunità rurali non hanno le condizioni economiche per fare questo.

JEANDERSON – Oggi, per esempio, nella mia famiglia (siamo 8 fratelli e nostro padre è morto nel 2002), io ho fatto agronomia, un mio fratello sta facendo medicina in Venezuela, per un accordo tra i governi del PT e il governo del Venezuela. Nel mio insediamento ci sono altre 4 persone che frequentano corsi universitari, ma purtroppo oggi – dopo il golpe – sono già stati bloccati 42 corsi del Pronera in tutto il paese, perché ovviamente il governo di destra non riconosce l’importanza delle politiche di inclusione sociale.

E non abbiamo parlato di “Casa mia, vita mia”, il programma per favorire la costruzione di alloggi per i più poveri o della “Rinegoziazione dei debiti degli insediati”. Per esempio nel mio insediamento di Prado i debiti degli insediati sono stati ridotti dai governi petisti del 90/95%. E la piccola percentuale rimasta la dobbiamo pagare all’INCRA (istituto per la riforma agraria) e non più alle banche.

CIDIVAN – Dopo l’impeachment vari programmi di inclusione sociale sono stati eliminati, come il Prouni per esempio, a più di un milione di giovani sono state tolte le borse per l’università. Il programma delle Farmacie Popolari è stato bloccato. Erano farmacie in cui le medicine costavano la metà, per la popolazione più povera. E tanti altri programmi. La metà dei medici del programma “Più medici” (che aveva portato migliaia di medici, soprattutto cubani, nelle zone più sperdute del paese) è già rientrata a Cuba e in dicembre probabilmente il progetto verrà bloccato. il Pronera è senza risorse, il progetto delle merende scolastiche, che favoriva la vendita dei prodotti degli insediati, è stato dimezzato e a fine anno non ci saranno più risorse per questo…

Il programma di inclusione sociale costruito dal PT nei suoi 12 anni di governo, in un anno di governo della destra golpista è stato già eliminato o lo sarà a breve.

Domanda: ci sono alcune voci a sinistra che sostengono sia inutile occuparsi della politica a livello di partiti e elezioni e ritengono che i cambiamenti verranno solo dai gruppi di base, che ne pensate?

JEANDERSON – Il sistema politico in un paese purtroppo non può fare cambiamenti sostanziali. Ma siamo dentro questo sistema e sappiamo che, perché la parte più povera della società abbia accesso all’inclusione sociale, bisogna lavorare dentro questo sistema. I governi del PT sono stati gli unici che hanno guardato alla classe povera della società, sempre esclusa fino ad allora. Certo, il sistema politico attuale non è quello che ci salverà. Basta guardare al tema della riforma agraria. Lula, da candidato, diceva che avrebbe fatto la riforma agraria con un semplice tratto di penna. Ma poi lui ha dovuto allearsi con altri partiti. Lula non ha governato da solo, ci sono state molte interferenze di altri partiti, anche di destra, come quello che poi è stato protagonista del golpe. La destra non vuole l’inclusione della classe povera nel sistema politico, quindi, in questo sistema politico, una vera trasformazione della società non è possibile, ma il livello di vita della popolazione brasiliana negli anni dei governi a guida PT è migliorato molto, la qualità di vita è migliorata molto anche se non sono state fatte riforme risolutive. Senza questi governi non avremmo avuto accesso a queste politiche pubbliche, avremmo potuto organizzarci a livello di insediamento ma senza avere accesso alle politiche pubbliche, quindi non possiamo metterci in una posizione di neutralità, dobbiamo discutere di politica nei nostri insediamenti, chiarendo queste cose. La formazione politica è importante, spiegare le cose che ho detto sopra è fondamentale perché altrimenti prevale la sfiducia e se ne giovano personaggi pericolosi come per esempio un Bolsonaro. E invece di avere governi che potenziano l’agricoltura familiare avremo governi che la reprimono. Sì è importante l’organizzazione dal basso, ma riguarda comunque gruppi minoritari rispetto alla grande massa della popolazione.

Domanda: Siete tre giovani militanti/dirigenti nordestini. E’ finito il tempo in cui il MST mandava nel Nordest dirigenti del sud del paese?

CIDIVAN – Nel Ceará, il Movimento ha investito molto nel processo di formazione della militanza. Nel periodo in cui il Movimento si stava diffondendo in tutto il Brasile, sono venute molte persone dal sud e ci hanno dato un grande contributo. Oggi il movimento fa formazione a livello locale, non arrivano più compagni da altre regioni perché riusciamo a formare militanti che possono lavorare nelle loro realtà che già conoscono bene.

JEANDERSON – Anche a Bahia la gente del Sud ha avuto un ruolo fondamentale, per esempio nel 1987 quando hanno portato nella nostra regione la proposta di creare insediamenti. Ma, dopo alcuni anni, non c’è stata più la necessità di far arrivare militanti dal sud. Anche da noi funziona molto bene la formazione di nuovi quadri che è stata molto intensificata. Oggi non passa un mese senza che cominci un nuovo corso di formazione in una regione del nostro stato. Ogni giorno vengono formati militanti. Una grande capacità del movimento è proprio questa di riuscire a formare nuovi militanti in tutti gli stati. Per esempio, oggi, anche rispetto alla creazione di cooperative (una caratteristica del sud) ci sono processi di formazione nei vari stati. Grande autonomia in ogni stato.

ANDREZA – anche da noi c’è grande impegno nella formazione dei giovani, anche da noi ogni mese parte un corso, lavoriamo sempre sull’analisi politica. Oggi sono pochi i giovani che si interessano di politica e hanno una formazione. Noi stiamo lavorando molto con le persone delle città, con i giovani delle città. E da noi il ruolo delle donne è importante, ci sono più dirigenti donne che uomini in Alagoas.

CIDIVAN – Oggi, essendo cresciuto il numero dei militanti con questo grande lavoro sulla formazione, sono sempre meno i dirigenti ALGAROBA (è un albero grande e vecchio sotto il quale non cresce niente) con i quali si identificava in passato il MST di un certo stato, ora le direzioni sono molto più collettive. In Ceará c’è il corso prolungato di 3 mesi, per quelli che si avvicinano al movimento, seguito dal corso di base di due mesi, che è al livello di tutta la regione nordestina, poi c’è il corso per dirigenti, più intenso, di 3 mesi, nella scuola nazionale. Chi davvero possiede la mistica, lo spirito, la volontà di lottare per la riforma agraria e per il socialismo resta, altri magari si allontanano. Da noi si fa un corso prolungato tutti gli anni, ora per esempio a ottobre cominciamo un corso prolungato con 20 giovani di tutto il nostro stato per tre mesi di formazione, per conoscere a fondo il movimento.

ANDREZA – Una cosa importante dei nostri corsi è che quello che impariamo non lo teniamo per noi. Quando si torna nell’insediamento si condivide.

CIDIVAN – Durante il corso prolungato noi parliamo con i nostri giovani: siete disponibili a spostarvi, ad andare in un’altra regione? Se sono disponibili li mandiamo in un’altra regione, quindi non è più necessario che arrivi gente dal sud. Andiamo noi nelle zone del nostro stato in cui c’è mancanza di militanti o anche negli stati vicini come per esempio il Piaui che ha molto bisogno di militanti.

JEANDERSON- I giovani si coinvolgono perché creiamo continuamente nuovi accampamenti. Le occupazioni sono molto importanti per stimolare alla lotta. Sempre nuove famiglie si inseriscono nelle attività..

CIDIVAN – Credo che più del 90% dei militanti del movimento sono entrati attraverso le occupazioni, a partire da me stesso. I miei genitori hanno occupato la terra e io ero con loro e da quel momento in poi ho militato nel movimento. E la più grande concentrazione delle occupazioni avviene oggi nel nordest. I nostri accampamenti devono prepararsi a resistere per molto tempo. La riforma agraria popolare si fa nella resistenza e, anche se le baracche di plastica nera sono uno dei nostri simboli, è meglio fare, nelle nostre regioni, baracche di carnauba (una palma originaria del nordest del Brasile), per prepararci a resistere a lungo

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SEMI di LOTTA CONTADINA (Comune. Info 14 luglio) Interviata a Mauricio Boni

di Claudia Fanti

È davvero con grande interesse che la realtà contadina italiana guarda al Movimento dei Senza Terra, il più rappresentativo, autorevole e prestigioso movimento popolare del Brasile (se non dell’intera America Latina). E non poteva essere altrimenti, essendo la fama di cui gode il MST edificata sulla base di una lotta indomita e ininterrotta, fatta di epiche occupazioni di terra e di marce interminabili, di un’ostinata resistenza a persecuzioni, massacri e campagne di discredito, come pure alle durissime condizioni di vita negli accampamenti, dove si è costretti anche per diversi anni a sopportare sole, vento, pioggia, fame, intimidazioni sotto i teloni di plastica neri che ancora oggi costituiscono il noto paesaggio degli accampamenti del MST.

Non stupisce allora che, in occasione dell’arrivo in Italia di una brigata di nove militanti del Movimento dei Senza Terra, interessati a conoscere la realtà agricola, sociale e culturale del nostro Paese, siano stati in tanti – tra piccole aziende, famiglie contadine, comuni e consorzi, dal Trentino alla Sicilia – a rispondere all’appello, organizzando l’ospitalità dei senza terra e costruendo intorno a questa svariate iniziative sul territorio. Ed ecco allora che i nove militanti del MST provenienti da diversi Stati brasiliani, dal Ceará al Rio Grande do Sul, ciascuno con la sua storia e la sua formazione, ma tutti accomunati dall’impegno a favore della produzione agroecologica, hanno potuto realizzare, sotto il coordinamento dell’Associazione Amig@s Mst-Italia (l’associazione che sostiene il movimento da vent’anni; www.comitatomst.it), uno scambio fecondo con alcune delle più interessanti esperienze dell’agricoltura contadina italiana: ARI, l’Associazione Rurale Italiana che fa parte del Coordinamento Europeo della Via Campesina; la Campagna per l’agricoltura contadina, promossa da un’ampia rete di associazioni impegnate per il riconoscimento dell’agricoltura di piccola scala, a zero impatto ambientale, basata sul lavoro contadino e sull’economia familiare e orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta (affinché siano rimossi quegli impedimenti burocratici e quei pesi fiscali che ostacolano e minacciano l’esistenza stessa di tale agricoltura); la Rete Nazionale Fuori Mercato, interessata a uno sviluppo «progettato dal basso in base ai bisogni reali di comunità solidali e coese, nel rispetto della terra, degli esseri umani e dei viventi» (ne fanno parte, tra gli altri, la RiMaflow, fabbrica di Trezzano sul Naviglio recuperata e autogestita; Mondeggi Bene Comune–La Fattoria senza padroni; Sos Rosarno, un’associazione che riunisce piccoli contadini, pastori e produttori agrocaseari, braccianti migranti, disoccupati e attivisti, oltre che piccoli artigiani e operatori di turismo responsabile, per dare vita a un’economia locale solidale integrata nel segno della decrescita); Genuino Clandestino, un insieme di reti territoriali di contadini, artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città, persone e famiglie in lotta per l’audeterminazione e la sovranità alimentare, contro quell’insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha di fatto resi fuorilegge; WWOOF (World-Wide Opportunities on Organic Farms), movimento nato nel Regno Unito negli anni ’ 70 per mettere in contatto le fattorie biologiche con chi voglia, viaggiando, offrire il proprio aiuto in cambio di vitto e alloggio, allo scopo di sostenere, divulgare e condividere la quotidianità in campagna secondo i principi dell’agricoltura biologica.

Realtà, tutte queste, che, attraverso la “Brigata Antonio Candido”, hanno avuto modo di conoscere da vicino il MST, con la sua metodologia di lotta, la sua apertura ad alleanze sempre più ampie (con movimenti contadini nazionali e internazionali, con movimenti urbani, con i movimenti sociali del mondo intero) nel rifiuto di ogni forma di autoreferenzialità; la sua insistenza su una formazione politica permanente; il suo originale mix di chiarezza ideologica, rigore analitico e cura della dimensione simbolica; il suo rifiuto del leaderismo a favore di un processo decisionale realmente democratico; la sua difesa della propria autonomia senza però mai rinunciare al dialogo con le istituzioni.

Ed è approfittando di questa presenza che abbiamo voluto conversare con un rappresentante della brigata, Mauricio Boni, trent’anni, agronomo del Rio Grande del Sud, di origine italiana, il quale, dopo la laurea ottenuta nel 2010 in agronomia, ha deciso di entrare nel MST, partecipando per due anni a una brigata di solidarietà in Venezuela, ed è attualmente impegnato nell’assistenza tecnica agli insediamenti del movimento e all’interno della Bionatur (organizzazione del MST che si occupa della produzione di semi). Di seguito l’intervista.

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Con quali obiettivi è nata la Brigata Antonio Candido?

La brigata è nata dalla relazione che il Movimento dei Senza Terra ha stretto con i suoi amici in Italia. Il suo obiettivo è quello di portare nel vostro Paese la nostra esperienza organizzativa, la nostra metodologia, la nostra lotta – offrendo anche un quadro della realtà agraria brasiliana, del contesto in cui sta operando attualmente il MST – e di cercare di capire come la nostra più che trentennale esperienza possa risultare utile ai movimenti e alle organizzazioni contadine presenti in Italia, nel nome di quell’internazionalismo che rappresenta un principio fondamentale del MST fin dalla sua nascita. Si tratta di un elemento importante della nostra metodologia: diffondere in altri luoghi la lotta per la terra e lo stile di vita contadino e operare uno scambio reale, dando e ricevendo conoscenze, tanto dal punto di vista organizzativo quanto da quello più tecnico (rispetto, per esempio, a metodi e pratiche dell’agricoltura biologica), raccontando cosa avviene in Brasile e riportando in Brasile il modo di operare dei contadini italiani.

Come è stato scelto il nome della brigata?

Antonio Candido è stato uno dei principali intellettuali del Brasile, scomparso il 12 maggio scorso: poeta, saggista e critico letterario, sociologo e militante, sostenitore del Movimento dei Senza Terra. Fedeli alla consuetudine del MST di dare alle brigate internazionaliste e ai gruppi di studenti delle nostre scuole nomi di compagni che ci hanno lasciato, per rendere loro omaggio, abbiamo deciso di intitolare a lui la nostra brigata, volendo in questo modo ricordare il suo impegno, a partire dall’ambito accademico, in difesa dei movimenti sociali e del popolo brasiliano.

In base a quali criteri è stato formato il gruppo?

Il primo criterio è stato quello della scelta di militanti impegnati in qualche modo nel settore dell’agroecologia. Il secondo è stato quello della rappresentanza geografica, per fare in modo che partecipassero persone di Stati diversi del Paese. La nostra brigata è costituita da nove militanti di otto diversi Stati del Brasile, tutti dirigenti del MST all’interno dei singoli Stati o tecnici che lavorano con i contadini nell’agricoltura biologica.

In quali altri Paesi del mondo sono presenti brigate del Movimento?

In questo momento sono attive le brigate in Venezuela, a Cuba, in America Centrale, con sede in Guatemala, in Paraguay, in Cina, in Sudafrica, in Palestina. In Europa, solo la nostra qui in Italia. Perché qui possiamo contare su un comitato che ha venti anni di vita, dunque su una lunga e consolidata relazione. Inoltre, poiché qui ha già operato una brigata nel 2014/15 (la Brigata Egidio Brunetto/Antonio Gramsci, formata da nove militanti del MST, in Italia dal 30 ottobre 2014 al 27 settembre 2015), con buoni risultati, il MST ha ritenuto giusto inviarne una seconda. E questa seconda può preparare la strada per una brigata futura.

La vostra presenza ha attivato molte energie sul territorio, da nord a sud del Paese. Come ti è apparsa la realtà dei movimenti italiani?

In tutte le attività che stiamo portando avanti – incontri, conferenze, seminari – la risposta dei presenti è stata sempre molto positiva. Si sono mostrati tutti molto interessati a conoscere il MST e tutti hanno apprezzato la nostra metodologia. Lo scambio di conoscenze che si è registrato in queste attività è stato ottimo. Quello che noi vogliamo far passare come messaggio principale delle nostre attività è l’importanza dell’unione tra le diverse associazioni e organizzazioni contadine dell’Italia, perché la realtà che ci troviamo di fronte è quella di un gran numero di organizzazioni che tuttavia non riescono a unire le proprie forze per perseguire insieme obiettivi più grandi. Perché le organizzazioni tendono a dare più importanza a ciò che le separa che a ciò che le unisce, a quegli obiettivi comuni che potrebbero portarle a confluire in un movimento più ampio in grado di rivendicare con maggiore efficacia i diritti dei contadini e delle contadine. Il nostro invito è dunque quello a mettere un po’ da parte le differenze politiche e ideologiche per ottenere maggiori conquiste per tutto il movimento contadino.

L’intera storia del movimento è indubbiamente una grande fonte di ispirazione per i movimenti italiani. Ma c’è qualcosa della nostra realtà che ritieni possa tornare utile alla vostra lotta?

Vi sono due aspetti che mi sembrano importanti. Il primo è dato dall’ottimo rapporto che le organizzazioni contadine riescono a stabilire con i cittadini consumatori, dalle varie forme di acquisto solidale alla creazione di mercati in cui si pratica la vendita diretta. Anche in Brasile, negli ultimi anni, abbiamo lavorato in questa direzione, quella cioè di un consolidamento del rapporto con i consumatori, ma è ancora un processo in corso, un processo che intendiamo sviluppare. L’altro aspetto è quello legato all’esperienza, che per esempio ho visto realizzata a Capodarco, dell’agricoltura sociale. È un concetto che esiste anche in Brasile ma che qui è molto più presente. Si tratta di portare l’agroecologia in altri spazi, in spazi dove si promuove l’inclusione sociale attraverso la pratica dell’agricoltura e la convivenza nei campi. È una proposta molto buona, grazie a cui possiamo ampliare la nostra lotta coinvolgendo nuovi settori della società.

Quali sono invece i limiti più gravi che hai colto nella realtà dei movimenti italiani?

Il primo limite è quello della frammentazione esistente nel movimento contadino. Chi, per esempio, esprime un’ideologia tendenzialmente anarchica non accetta di convivere con gruppi di altre tendenze, chi ha seguito la strada della certificazione biologica non ha nulla a che vedere con chi, come Genuino Clandestino, porta avanti metodi di autocertificazione alternativi a quella ufficiale, basati sulla partecipazione attiva dei consumatori, considerati come co-produttori. E così via… Un altro limite riguarda la legislazione italiana, che nega all’agricoltura contadina diritti che sono invece garantiti in Brasile, conquiste che facilitano l’esistenza della piccola agricoltura biologica. Pensiamo alla certificazione partecipativa (realizzata dagli stessi contadini e distinta da quella gestita da terzi), che in Brasile è riconosciuta dalla legge, o alla possibilità, ottenuta in seguito a molte rivendicazioni e a molte lotte, di produrre e commercializzare semi locali. Abbiamo conosciuto un agricoltore in Veneto che produce semi tipici della regione, ma che può utilizzarli solo per uso personale, perché è vietato commercializzarli. Tutti gli anni riceve visite di controllo: se gli ispettori trovano una quantità di semi maggiore a quella prevista per l’uso personale, gli vengono sequestrati perché illegali. Un altro diritto garantito in Brasile e non qui in Italia ai piccoli agricoltori è quello all’assistenza tecnica, senza la quale è difficile avanzare su alcuni versanti, tanto più che la figura del tecnico serve anche come elemento di collegamento tra gli agricoltori. L’assenza di questi diritti limita notevolmente le possibilità della piccola agricoltura contadina, non solo biologica.

Quanto spazio occupa l’agricoltura biologica nella pratica del Movimento dei Senza Terra?

È un processo in corso: l’agricoltura biologica non è ancora maggioritaria all’interno del movimento, ma le cooperative del MST che producono biologico sono quelle più sviluppate. La maggior parte dei nostri contadini non usa veleni agricoli, ma non tutti sono completamente “biologici” secondo quanto prescrive la legge. Il settore agroecologico del MST è, tuttavia, molto forte in ogni Stato: esiste un dibattito all’interno di ogni insediamento e l’obiettivo della direzione nazionale è quello di ottenere un’adesione generalizzata al modello dell’agroecologia. Non a caso le cooperative del MST che riportano i maggiori successi sono quelle che producono biologico: riescono a vendere tutto quello che producono. In questa fase, poi, stiamo promuovendo lo sviluppo di mercati municipali di prodotti biologici, per mostrare alla società e anche alle nostre basi quanto il biologico rappresenti una strada praticabile. Purtroppo, soprattutto nel sud del Brasile, esiste una pressione molto forte del settore transgenico in aree di riforma agraria, al fine di indurre i nostri agricoltori a dedicarsi, per esempio, alla produzione di soia transgenica. Vi sono agricoltori che vivono condizioni molto difficili perché, circondati da aziende che coltivano ogm e fanno ricorso a un uso massiccio di veleni, anche irrorati da elicotteri, si trovano di fatto nell’impossibilità di praticare l’agricoltura biologica. Sono in trappola e non esistono leggi che li tutelino.

In Italia si registra una sensibilità crescente rispetto alla necessità di un’alimentazione sana e libera da veleni. È lo stesso anche in Brasile?

Sì, anno dopo anno, la popolazione sta diventando sempre più cosciente dell’importanza degli alimenti biologici. Solo per fare un esempio, a Porto Alegre, qualche anno fa, esistevano appena sette/otto mercati di prodotti biologici: oggi, all’interno del Comune, i mercati e i punti vendita sono diventati cinquantasei. Grazie alle pressioni dei consumatori, in pochi anni la situazione è molto cambiata. Il Brasile è il maggiore consumatore mondiale di veleni agricoli e le conseguenze sono molto evidenti, a cominciare dal livello di contaminazione dell’acqua. Nei municipi che fanno ampio ricorso ai pesticidi, gli studi hanno mostrato tracce di veleni nel latte materno e queste ricerche sono note ai cittadini. L’Anvisa (Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria) cura tutti gli anni un rapporto sugli indici di contaminazione dei prodotti di base che si consumano nel Paese e il livello risulta molto alto. La coscienza della necessità del biologico è dunque in crescita e l’obiettivo del MST è quello di ottenere un prezzo accessibile per i prodotti biologici, i quali devono essere destinati a tutta la popolazione e non solo a chi si può permettere di acquistarli.

Cosa significa per te passare questi mesi in Italia mentre il Brasile attraversa una delle peggiori crisi della sua storia?

È importante essere qui a parlare della situazione del Brasile perché molte delle informazioni che circolano in Europa non sono corrette. Abbiamo quindi la possibilità di far conoscere quello che sta vivendo realmente il popolo brasiliano. E quello che pensano i movimenti sociali di questa crisi e dei modi per uscirne. In Brasile si è consumato un colpo di Stato e, quindi, tutte le misure che sta adottando attualmente il governo sono illegittime. Questo governo non è stato eletto: si è insediato per decisione del Parlamento in seguito a un impeachment senza fondamento legale. E può contare appena sull’8 per cento di consenso da parte della popolazione. Per di più l’attuale presidente è stato ora formalmente accusato di corruzione da parte del Procuratore generale del Paese Rodrigo Janot. Viviamo una condizione di illegittimità e di corruzione dilagante, di attacchi frontali a tutti i diritti conquistati in anni di lotta per la democratizzazione del Brasile, dalla legislazione del lavoro a quella della previdenza, fino alla proposta, contro cui il MST si è sempre opposto, di assegnare titoli individuali di proprietà agli insediati, al posto della concessione d’uso attualmente in vigore, rendendo così possibile la commercializzazione di quelle terre. Quello che noi chiediamo è la rinuncia di Temer e il ricorso a elezioni dirette anticipate (rispetto alla data prevista del 2018), in maniera da restituire al popolo il diritto di scegliere da chi farsi governare.

La candidatura di Lula – su cui a sinistra si punta ancora, maggioritariamente, malgrado i limiti evidenziati dalla sua amministrazione – appare molto più incerta dopo la sua condanna in primo grado a nove anni e sei mesi (e all’interdizione dai pubblici uffici per diciannove anni) per corruzione in uno dei processi dell’inchiesta Lava Jato. Al di là dell’evidente accanimento del potere giudiziario nei suoi confronti (in molti parlano di un golpe della magistratura) e in attesa della sentenza d’appello, cos’è che può indurre i movimenti a pensare che un suo eventuale nuovo governo sarebbe maggiormente spostato a sinistra?

Il governo Lula aveva suscitato all’inizio grandi speranze nel nostro movimento. Con Lula sono stati realizzati molti passi avanti rispetto, per esempio, alle condizioni degli insediamenti, in direzione di un miglioramento della produzione, della commercializzazione, della cooperazione. Del resto, Lula ha combattuto con successo la fame in Brasile e questo è già un grandissimo risultato. Tuttavia, per essere eletto, Lula ha dovuto allearsi con diversi partiti e settori della società, compresi settori della destra e dell’agribusiness, i cui rappresentanti hanno trovato posto sia nei governi di Lula che in quelli di Dilma. È chiaro che, in questa situazione, la riforma agraria proposta dal MST non poteva essere realizzata. La nostra speranza è che, se Lula dovesse riconquistare il governo, tanto lui quanto il PT si ricordino bene di cosa ha voluto dire governare con la destra e delle conseguenze che ne sono derivate, a cominciare dal colpo di Stato. Basti pensare come il partito di Temer, il PMDB, sia stato il grande alleato del PT durante tutti i suoi governi. È per questo che noi speriamo che nasca un governo più a sinistra, più popolare. D’altro canto, noi, come militanti del MST (molti dei quali appoggiano Lula), abbiamo sempre mantenuto la nostra autonomia.

Un governo non potrà mai realizzare quella profonda trasformazione sociale che è al centro della nostra lotta, perché questa potrà venire solo dalla base, dal popolo brasiliano. Non è un capo del governo che farà la rivoluzione: questa avverrà solo nel lungo periodo e come frutto di molte lotte.

Gianfranco Rigoli, membro della nostra Rete, è già stato ospite ad Adjumako due anni fa, ed ora un piccolo gruppo della rete di Verona si accinge a partire con lui e Olivia per un viaggio di conoscenza e di amicizia. Per due settimane, dal 22 settembre al 6 ottobre, vedremo, conosceremo, incontreremo, ascolteremo, parteciperemo. Ecco il nostro programma:

Venerdì 22 settembre: partenza da Venezia alle 11.35 con scalo ad Amsterdam ed arrivo ad Accra intorno alle 20.

Sabato 23: visita della diga del Volta ad Akosombo. Fin dalla prima giornata incontreremo Emma e potremo chiederle tutte le informazioni che desideriamo sia sulla nostra operazione sia sulla situazione socio-sanitaria locale e nazionale.

Domenica 24: visita di Accra con una puntata, se riusciamo, alla tristemente nota discarica di Agbogbloshie.

Lunedì 25: visita del giardino botanico di Aburi.

Martedì 26: trasferimento a Takoradi (circa 4 ore). Lungo il tragitto visita di Cape Coast Castle ed Elmina Castle, luoghi significativi nella storia della deportazione degli schiavi. Ad Elmina visione verso sera della partenza delle barche per la pesca.

Mercoledì 27: visita del villaggio di Adjumako ed incontro con i responsabili della scuola.

Giovedì 28: visita delle località di Butre e Discove.

Venerdì 29: visita di Cape Three Points ed Axim Castle.

Sabato 30: incontro con i responsabili di un progetto sanitario nel territorio di Adjumako.

Domenica 1 ottobre: partecipazione alla messa nel villaggio di Egyam. Nel pomeriggio incontro con le ragazze della scuola di Adjumako e le loro famiglie, gli anziani ed il re del villaggio.

Lunedì 2: al mattino incontro con Gifty Kwofie, membro del parlamento nazionale, alla presenza del re del villaggio di Adjumako. Nel primo pomeriggio partenza per Kumasi.

Martedì 3: visita di Kumasi.

Mercoledì 4: rientro ad Accra. Incontro con Emma e saluti.

Giovedì 5: preparativi per la partenza alle 22 da Accra.

Venerdì 6: in tarda mattinata rientro all’aeroporto di Venezia.

Naturalmente al nostro ritorno vi racconteremo…

Carissimi,
finora non ho avuto la forza di ringraziare tutti voi che mi siete stati così vicino in questa momento tanto difficile per me e la mia famiglia, ma lo faccio oggi raccontandovi alcuni episodi che hanno accompagnato gli ultimi tempi della vita di Ettore.
Stamattina leggendo nel Vangelo di Luca (5,9) lo stupore che aveva invaso Pietro e tutti quelli che erano con lui di fronte all’abbondanza della loro pesca, mi sono detta che anch’io dovevo comunicarvi il mio stupore di fronte alle tante circostanze straordinarie, che si sono verificate nei suoi ultimi mesi e che nel loro ricordo mi hanno aiutato a dimenticare le fatiche e le asperità caratteriali di Ettore e a recuperare il vero Ettore che voi avete conosciuto.
Il primo fatto riguarda l’aiuto domestico. Come sapete Ettore aveva il Parkinson e un mieloma multiplo. Fino al mese di gennaio ho avuto una domestica ad ore straordinaria, Larissa, una romena. Lei continuava a dirmi che non potevo andare avanti soltanto con le sue poche ore perché Ettore andava cambiato e soprattutto la sera era molto faticoso per me farlo da sola; ma io ero affezionata a Larissa e non volevo mandarla via e sostituirla con una persona sconosciuta. Però a metà gennaio Larissa non è più venuta perché doveva assistere una sorella ammalata gravemente di un tumore al pancreas. Per qualche giorno sono andata avanti con una sostituta a ore, ma un sabato sera alla fine di gennaio ho detto al Signore, aiutami perché non ho più le forze per cambiare Ettore. Una mia cara vicina che mi porta sempre il giornale la domenica mattina, che era consapevole della mia situazione, mi ha detto alle dieci che io avrei dovuto prendere un filippino. A mezzogiorno sono venuti tanto Emilio che Lucia, che non vengono mai la domenica mattina. Lucia ha telefonato alla mamma filippina di un ex compagno di scuola di sua figlia Francesca; alla una durante il rito della chiesa evangelica di via del Babbuino è stata comunicata la mia richiesta.
Alle cinque si è presentato Francesco con la valigia. Dopo qualche mese mi ha detto che era venuto già con la valigia perché il Signore glielo aveva detto. Francesco, un uomo di cinquant’anni è molto religioso ed è stato straordinario con Ettore, senza di lui non avrei potuto assisterlo e tenerlo in casa fino alla fine. Francesco non ha voluto lasciarmi anche dopo la scomparsa di Ettore. La mattina fa un altro lavoro, sta con me il pomeriggio e la notte, inoltre guida l’automobile,e per me che ho sempre dovuto guidate la macchina mi pare che questo sia un dono straordinario.
Il secondo fatto che mi ha stupito è stato l’aiuto ricevuto dall’Antea, un hospice di eccellenza di Roma che ha assistito Ettore negli ultimi venti giorni . L’équipe dei medici e degli infermieri dell’Antea si reca a domicilio gratis tutti i giorni. Si può contattare l’équipe dalle otto di mattina fino alle otto di sera e la notte c’è una guardia notturna. Io che sono stata, purtroppo, con Ettore in tanti ospedali romani,sono stata strabiliata non solo dalla personale capacità di ogni membro, ma soprattutto dalla efficienza del loro coordinamento. L’unico difetto, riguardo all’Antea è che non è facile avere l’assistenza proprio quando se ne ha bisogno e in questo caso il mio stupore è nato anche dal fatto che Emilio cinque mesi prima che Ettore morisse mi ha detto di attivarmi per cercare un hospice che potesse fornire a casa la morfina in caso di bisogno. Sapevamo che in alcuni casi il mieloma multiplo dà terribili dolori ossei. Feci subito allora tutte le domande richiestemi dall’Antea di cui conoscevo l’esistenza perché ci lavorava un’amica.
Il medico venuto a vedere Ettore alla mia prima richiesta, la considerò fuori luogo, alzò le spalle come per dire “perché mi ha disturbato, il paziente non è terminale”. E invece qualche mese dopo quella richiesta fu provvidenziale, se non fossi stata già in lista non avrei avuto l’équipe. Con la loro esperienza nelle cure palliative tolgono al malato ogni sofferenza finale, non solo l’asfissia che temevo tanto per Ettore che aveva un enfisema cronico, ma persino il rantolo che fa molta impressione. Mi sono accorta che Ettore stava morendo quando ho osservato che aveva cambiato colore, era ocra come il Cristo del Mantegna, ma ciò mi ha dato il tempo di chiamare figli e nipoti che hanno assistito attorno al suo letto, in camera sua, al sottile affievolirsi del suo respiro mentre stava dormendo. Le due nipoti presenti, Francesca e Carlotta (figlia di Emilio) prima che si irrigidisse hanno voluto vestirlo. E in questa occasione abbiamo persino riso perché stavano mettendogli un vestito di Pietro che avevo messo nell’armadio di Ettore e e alle nove di sera non era distinguibile dagli altri vestiti. Pietro aveva dovuto ritornare a Cambridge a prendere Cecilia e le piccole gemelle di tre anni Elena e Greta, che dovevano traslocare dall’Inghilterra il 29 e mi aveva lasciato il suo vestito scuro sapendo che Ettore aveva pochi giorni di vita. Pietro è molto più grasso di di quello che era diventato Ettore alla fine e non avrebbe avuto un vestito per il funerale. Francesca con molto spirito ha detto “vestiamolo di celeste così, così non ci confondiamo” e ha scelto una cravatta di Ferragamo con gli angeli.
Come hanno visto Giorgio Gallo, Monica, Angelo e Pier che sono venuti dopo il coordinamento a salutare Ettore, (Monica e Pier hanno viaggiato tutta notte per questo), le mie nipoti grandi ( Marta, Carlotta, Francesca e Sofia dai 23 ai 18)sono state negli ultimi tempi della vita del nonno straordinarie. Ettore fino a due giorni prima della morte dopo la flebo mattutina, aveva nel pomeriggio qualche ora di lucidità. Lo portavamo in giardino, le mie nipotine lo accarezzavano e gli leggevano qualcosa.
A quelle piccole il nonno manca molto, Elena mi chiede sempre del nonno,”perché oggi non è qui con te?” , le abbiamo detto che è diventato una stella che ci manda la luce e una notte che le nuvole offuscavano le stelle ha detto “allora stasera il nonno non ci manda la luce”.Il fatto della luce le convince parzialmente, lo vorrebbero presente. L’assistenza delle nipoti ha molto rallegrato i suoi ultimi giorni ma lo ha anche rallegrato il poter salutare tanti divoi al telefono in quei momenti pomeridiani in cui era ancora lucido. Oltre alla vostre telefonate hanno scaldato il mio e il suo cuore le telefonate di monsignor Nogaro, di don Ciotti, di Alex Zannotelli, di Ferrò caporedattore di Jesus, di Giuseppe De Rita.
Vi racconto ora un altro fatto che mi ha riempito di stupore. Mio genero Stefano, marito di Lucia, è un architetto, che studia come sono orientate le chiese e le moschee del nostro paese, verso quale luogo sacro lontano. La sera del 27 giugno proprio mentre Ettore stava morendo ha fotografato insieme a Francesca il grande angelo con le ali spiegate posto sulla cupola di San Pietro e Paolo all’Eur che sta come prendendo il volo verso la Palestina. Solo una coincidenza ?
Non vi dico cosa hanno fatto Stefano ed Emilio per refrigerare la stanza dove avevamo messo Ettore perché Pietro potesse vederlo prima che fosse chiusa la bara. Hanno trasportato un enorme apparecchio che proprio perché troppo ingombrante veniva tenuto in cantina.
Come potete immaginare scrivere queste cose mi è costato ma so che avete voluto bene a Ettore e penso che possa farvi piacere sapere che la sua fine è stata un momento doloroso ma anche di commozione unitiva per tutta la sua grande famiglia, compresa la rete.
Un abbraccio Clotilde

Seminario nazionale e Coordinamento

Brescia 7 e 8 ottobre 2017

I due eventi si svolgeranno in momenti e luoghi diversi.

SABATO 7: Seminario nazionale

L’incontro si svolgerà presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 (ci accoglie il parroco don Fabio Corazzina). Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà.

Domenica 8: Coordinamento

Finito il Seminario, ci si trasferirà al Centro Pastorale Paolo VI, Via Gezio Calini 30, dove saremo ospitati dalla cena di sabato al pranzo di domenica, s’intende con pernottamento. Il Coordinamento si svolgerà dalle 9 alle 13.

Sono urgenti le prenotazioni poiché è tassativo dare conferma al Centro Paolo VI con un mese di anticipo del numero delle camere da occupare ed effettuare il versamento della relativa caparra.

Chi intende partecipare invii perciò entro e non oltre il 5 settembre la prenotazione a Gabriella e Piergiorgio:

Telefono: 030 2090539

Cellulare: 339 8154551

e-mail: pgtode@gmail.com

Indicare possibilmente con che mezzo si intende raggiungere Brescia e quando.

Seguiranno da parte nostra, dopo questo secondo avviso, tutte le indicazioni di dettaglio e in particolare sulle modalità di raggiungimento dei luoghi.

Un caro saluto

Gabriella e Piergiorgio Todeschini

Rete Radié Resch – Brescia

Via Valotti, 8

25133 Brescia

LA SOLIDARIETA’ NON E’ UN CRIMINE

La segreteria,  a nome della Rete Radiè Resch Nazionale tutta, vuole esprimere la piena stima, fiducia e vicinanza a Padre Zerai.

Chiamato a far testimonianza della sua esperienza ad un nostro Convegno Nazionale a Trevi nel 2015, la storia di Padre Mussie si è immediatamente incrociata con la nostra.

Il suo “Andare verso le periferie e schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, per guardare ai problemi con i loro occhi ” è scelta schierata, chiara ed inequivocabile.

Scelta che è anche alla base dei valori fondanti della Rete Radiè Resch.

Perciò non possiamo che esser pienamente solidali con Padre Mussie.
Senza se e senza ma.

Il lavoro svolto dalla Agenzia Habeshia ha salvato, in emergenza, tante vite umane ma al contempo, al fianco dei migranti e del popolo eritreo, ha svelato le cause che generano migrazione, denunciandole in tutte le sedi politiche possibili.

In questo ultimo periodo abbiamo assistito ad una sistematica campagna di criminalizzazione nei confronti della solidarietà non istituzionalizzata.
Segnale sinistro e pericoloso ……

La solidarietà non allineata genera testimoni e voci scomode.
Libere, difficili da inquadrare.
Quelle a cui la Rete, da sempre, ha cercato di dar voce.

Perciò, usando tutti gli strumenti a nostra disposizione, cercheremo di divulgare il più possibile sia il comunicato stampa di Padre Zerai ( che sottolinea in maniera chiara ed esaustiva quanto accaduto) sia l’attività di Habeshia che più di tante parole testimonia una solidarietà fatta di scelte e concretezza ( vedi scheda allegata )

Preghiamo tutti quanti condividano tale indignazione e impostazione di fare altrettanto attraverso i propri contatti ed i propri canali informativi .

Grazie Padre Mussie
La segreteria della Rete Radiè Resch

 

 

LA SOLIDARIETA’ NON E’ UN CRIMINE
di don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia

Comunicato stampa

Negli ultimi giorni, prendendo spunto dall’inchiesta aperta dalla Procura di Trapani su alcuni episodi di cui si sarebbero resi protagonisti membri della Ong tedesca Jugend Rettet, sono stato chiamato in causa da qualche testata giornalistica per episodi che, così come sono stati ricostruiti e raccontati, si rivelano a mio avviso vere e proprie calunnie e, per la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro.
Mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa serie di calunnie che mi sono state indirizzate. Per il momento posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti.
Confermo che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese. Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare. Tutte le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane, al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno esatta del natante. Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso.
Non si tratta dunque, come qualcuno ha scritto, di messaggi telefonici in rete “pro invasione” dei migranti – ammesso e non concesso che sia una invasione, ipotesi smentita dalle cifre stesse degli arrivi rispetto alla popolazione europea – ma di interventi rivolti a salvare vite umane. Interventi concepiti nel medesimo spirito, ad esempio, dell’operazione Mare Nostrum – varata nel novembre 2013 dal Governo italiano e purtroppo revocata dopo un anno – nella convinzione che se programmi del genere fossero in vigore ad opera delle istituzioni europee o magari dell’Onu, probabilmente non sarebbe stata necessaria la mobilitazione delle Ong e, più modestamente, quella di Habeshia, nel Mediterraneo. Fermo restando che il problema non si risolve con il soccorso in mare, per quanto tempestivo ed efficiente, ma, nel breve/medio periodo, con l’organizzazione di canali legali di immigrazione e con una riforma radicale del sistema europeo di accoglienza e, nel lungo periodo, con una stabilizzazione/pacificazione dei paesi travolti dalle situazioni di crisi estrema che costringono migliaia di persone a fuggire ogni mese.

Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia. Un regime – hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di inchiesta, nel 2015 e nel 2016 – che ha eletto a sistema il terrore, costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio oltre confine.

Alla luce di tutto questo, ritenendo molte notizie pubblicate sul mio conto assolutamente diffamatorie e denigratorie, ho dato incarico ai miei legali di tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habeshia, l’agenzia che ho fondato e con la quale collaborano persone assolutamente disinteressate e a titolo totalmente volontario.

don Mussie Zerai –  Presidente dell’Agenzia Habeshia

Il messaggio è rivolto a Giovanni Caruso, responsabile della redazione.. È
stato trovato in una busta contenente un numero speciale del giornale per
commemorare Pippo Fava
Un messaggio minaccioso inequivocabili scritto al computer in dialetto
siciliano su un foglio: “Ti tagliamo la testa”. La testa di chi? Di
Giovanni Caruso. Lo dice  la copia acclusa di un “Foglio” dei *Siciliani
Giovani*, uno speciale di quattro pagine realizzato in occasione della
manifestazione organizzata per commemorare il giornalista Pippo Fava. È
questo il contenuto della busta trovata nel pomeriggio del 19 luglio 2017
sotto la porta dell’associazione di volontariato GAPA, che ospita la
redazione di *Siciliani Giovani* a Catania.
La minaccia è rivolta in particolare a Giovanni Caruso, responsabile della
redazione. Di Caruso è stato ritagliato e cancellato il volto nella foto di
gruppo, scattata alla manifestazione per Pippo Fava, il giornalista ucciso
a Catania dalla mafia nel 1984, che compariva in prima pagina sul numero
del giornale ritrovato nella busta.Non lo considero un attacco a me, ma all’intera redazione che da due anni
scrive e denuncia quello che accade a Catania”, ha detto Caruso a *Ossigeno*.La mia preoccupazione sono i ragazzi che lavorano con noi, ma devo dire
che i ‘compagni siciliani’ mi hanno dimostrato la loro disponibilità a
creare una cintura di protezione”. L’episodio è stato denunciato alla
Polizia di Catania il giorno successivo, il 20 luglio.
A Giovanni Caruso e alla redazione dei “Siciliani giovani” va la
solidarietà di Ossigeno.Appare significativo – affermano in una nota congiunta Giuseppe Giulietti
e Raffaele Lorusso, rispettivamente presidente e segretario della
Federazione della Stampa, e Alberto Cicero, segretario dell’Assostampa
Sicilia – che il messaggio intimidatorio sia arrivato il 19 luglio, giorno
della strage di via D’Amelio, e che sia arrivato nella redazione di un
giornale che storicamente si ricollega all’esperienza de *I Siciliani* di
Pippo Fava ed è ospitata in un bene sequestrato alla mafia. I colleghi di
certo non si lasceranno intimidire”.
Caruso, il 14 luglio, in occasione della presentazione ufficiale del
giornale – in piazza Federico II a Catania – aveva parlato di beni
confiscati, annunciato la prossima apertura al pubblico di un bene
confiscato, assegnato ai *Siciliani*, e rivelato che l’ultimo numero del
giornale era stato distribuito in tutta Italia su Tir confiscati alla
mafia. La redazione dei *Siciliani Giovani* aveva portato in piazza, in
quell’occasione, lo speciale che è stato poi ritrovato nella busta.
Ossigeno si è già occupato di Caruso nel dicembre del 2013, dopo che – la
notte di San Silvestro – ignoti avevano sparato tre colpi di pistola contro
la porta della redazione de *I Cordai*, giornale del quartiere San
Cristoforo di Catania, del quale Caruso di occupa ancora oggi (leggi
<http://notiziario.ossigeno.info/2013/01/catania-san-cristoforo-allarme-da-i-cordai-sparano-alla-nostra-redazione-18425/> ).

Sempre più profughi condannati a morire nel deserto

 

di Emilio Drudi

Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.

Tratto da: Tempi Moderni

Pubblicato da Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo 21:51