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Ebrei contro l’occupazione. La corsa, così concepita, asseconda l’esigenza israeliana di presentare una facciata ripulita da violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali. In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione

Nel prossimo maggio lo Stato d’Israele compirà 70 anni. Se per molti ebrei la memoria del maggio ‘48 sarà quella di una rinascita portentosa dopo la Shoà e un’oppressione subita per molti secoli, i palestinesi vivranno lo stesso passaggio storico ricordando con ira e umiliazione la Nakba, la “catastrofe”: famiglie disperse, esistenze spezzate, proprietà perdute, il tragico inizio dell’esodo di una popolazione civile di oltre settecentomila persone.

Molto problematica è in particolare oggi la situazione di Gerusalemme, città che Israele, dopo averne annesso la parte orientale, celebra come “capitale unita, eterna e indivisibile”. Tale statuto, oltre a non essere riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi mondiali, secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziati fra le parti in causa. Gerusalemme Est resta quindi, secondo le norme internazionali, una città occupata con i suoi 230.000 ebrei che vi abitano in aperta violazione delle suddette norme.

A rafforzare la pretesa del governo israeliano su Gerusalemme e a infliggere l’ennesima pugnalata al già moribondo processo di pace è calata nel dicembre 2017, come un colpo di maglio, l’iniziativa di Donald Trump di riconoscere ufficialmente la città quale capitale dello Stato d’Israele: una decisione che ne trascura completamente la complessità simbolica, ne ignora la natura molteplice e la condizione giuridica, obliterando l’esistenza dei suoi residenti arabi palestinesi (quasi 350.000, tre quarti dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, privi del diritto di acquistare terreni, costruire o ingrandire le proprie abitazioni – da cui spesso, anzi, vengono scacciati – e di prendere parte alle elezioni in Israele).

L’amministrazione americana ha già annunciato che trasferirà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme proprio in coincidenza con il 70° “Giorno dell’indipendenza”, una “scelta che” ha commentato il primo ministro Netanyahu lo “trasformerà… in una celebrazione ancora più significativa”.

Ma un’altra iniziativa concorrerà, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, a rendere memorabile la ricorrenza: la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme. A pretesto e giustificazione di questa scelta, la volontà di onorare la memoria di Gino Bartali che ha trovato un posto nel “Giardino dei giusti” di Yad Vashem, nel 2013, grazie alla sua opera di salvataggio – peraltro non così ben documentata – di alcuni ebrei fra il ’43 e il ’44.

È invece indubbio il finanziamento che riceverà la RCS insieme alla sua “Gazzetta dello Sport” grazie a tale operazione: 12 milioni di euro, più altri 4 offerti agli organizzatori dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, presidente onorario del Comitato Grande Partenza Israele che afferma (da “Nena News”, 20 novembre 2017): “Questa storica Grande Partenza della 101esima edizione del Giro ci permetterà di presentare il nostro paese a oltre cento milioni di spettatori tra quelli collegati via televisione e presenti lungo le strade”.

E gli fa eco Yariv Levin, ministro del Turismo israeliano: “Come parte di una rivoluzione nel marketing, che vede Israele quale destinazione turistica e per il tempo libero, stiamo portando il Giro d’Italia nel nostro paese”.

Se ne può quindi dedurre che il Giro d’Italia così concepito assecondi l’esigenza israeliana di presentare al pubblico, nazionale e internazionale, una facciata ripulita dalle immagini di violazioni e violenze coniugandola con la ricerca di RCS Sport di capitali e di una visibilità che immetta decisamente anche il ciclismo nel sistema di affari in cui il profitto detta le scelte e le agende dello sport.

A proposito di agende, in quella della prevista kermesse gerosolimitana figura, dal 13 al 15 maggio, la “Marcia delle nazioni: dall’Olocausto alla nuova vita”. Stando al testo del programma, si prevede che si raccolgano a Gerusalemme migliaia di cristiani provenienti da tutti i paesi per prendere parte a un convegno speciale. “Insieme con israeliani di ogni segmento della società, le masse dei credenti in Cristo marceranno dalla Knesset al Monte Zion e recheranno onore ai sopravvissuti dell’Olocausto, dimostrando pubblicamente che le nazioni si ergono a fianco d’Israele per dire ‘No!’ all’antisemitismo.”

Infine, ciliegina sulla torta, è del 16 marzo la notizia che la Commissione giustizia della Knesset sottoporrà, nelle prossime settimane, al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democratico” dal suo statuto e facendo in tal modo, finalmente, “chiarezza” sulla propria natura: sempre, è ovvio, per festeggiare il 70° anniversario.

Tale passaggio sancirà, ancora definitivamente, l’esclusione dai diritti dei non ebrei residenti in Israele e faciliterà alle istituzioni preposte il compito di sbarazzarsi innanzitutto dei palestinesi ma anche degli immigrati non graditi.

Legittimando e rendendo irreversibile l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, l’intera operazione intorno al 70° anniversario della nascita d’Israele viola la legge internazionale e affossa forse definitivamente il processo di pace.

In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione. Ci rivolgiamo quindi a coloro che hanno ancora a cuore tali valori perché respingano un’operazione così dannosa per gli ebrei e tanta parte di umanità, chiedendo a ciascuno, con un atto di responsabilità personale, di sottoscrivere la nostra denuncia.

*** Bruno Segre, Susanna Sinigaglia, Stefano Sarfati, Anna Farkas, Carla Ortona, Stefania Sinigaglia, Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Joan Haim, Miriam Marino, Paola Canarutto, Sergio Sinigaglia, Marco Ramazzotti, Fabrizio Albert, Marina Ascoli, Guido Ortona, Giovanni Levi, Simona Sermoneta, Shmuel Gertel, Giorgio Segrè, Bruno Osimo, Ester Fano, Renata Sarfati, Irene Albert, Paolo Amati, Dino Levi, Barbara Agostini, Ferruccio Osimo, Lavinia Osimo, Antoine Dubois, Daniel Magrizos, Marina Morpurgo

Per adesioni: brunosegre@tiscali.it

Giro ciclistico d’Italia 2018 in Israele
Sulla Gazzetta dello Sport del 18/9/2017 è scritto:
“Segnatevi questa data: il 4 maggio 2018. Per la prima volta nella storia, un giro partirà
fuori dai confini del Vecchio Contenente”.
Maggio per i palestinesi, è il mese delle memorie: memoria di massacri, di distruzioni, di
espulsione, negazioni d’appartenenza e spogliazione storica e culturale. Ai palestinesi è stato
detto: su questa terra nascerà uno Stato di zecca chiamato “Israele”.
Ma l’album della storia di Israele manca di immagini:
Immagini di deportazione ed espropriazione.
Immagini di case vuote ed immagini di immigrati ebrei, che le abitano.
Immagini di villaggi seppelliti nelle visceri della terra.
Immagini di palestinesi considerati totalmente “Assenti”.
Il giro ciclistico d’Italia in Israele è dedicato alla memoria di Gino Bartali, uomo nobile e
giusto “tra le Nazioni”. Con la sua bicicletta ha percorso strade e risalito monti, portando
documenti a rischio della propria vita, per salvare i perseguitati dai nazisti, proprio quando
in quegli anni, gli eventi erano orrendamente noti e risaputi da molti Occidentali che
giravano la faccia dall’altra parte.  (leggi tutto)

“Vogliamo la resa piena e incondizionata” del partito Repubblicano al governo. Non usa mezzi termini il leader delle proteste Nikol Pashinyan durante il discorso alla folla riunita in piazza della Repubblica a Yerevan, la capitale dell’Armenia. Dopo dieci giorni di manifestazioni pacifiche e dopo le dimissioni del premier Serzh Sargsyan, accusato di aver trasformato il Paese in uno stato autoritario, gli oppositori chiedono le dimissioni in blocco del governo. E la nomina di un “candidato del popolo“. Respinta invece l’offerta di andare subito al voto: “Vogliono le elezioni anticipate mentre un rappresentante del partito Repubblicano resta in carica come primo ministro ad interim“, ha denunciato Pashinyan su Facebook. “Ma sappiamo quale sarà il risultato di una tale elezione”. Il leader della fazione di opposizione Elk ha incontrato gli ambasciatori dei paesi membri dell’Ue e ha annunciato che presto vedrà i rappresentanti di Russia e Stati Uniti.

Chi è Serzh Sargsyan – La scintilla che ha acceso il movimento rivoluzionario in Armenia è stata la nomina a premier, il 17 aprile, di Serzh Sargsyan, considerato vicino a Vladimir Putin. Una mossa giudicata autoritaria dall’opposizione, perché l’uomo ha già ricoperto per due volte la carica di presidente (la prima nel 2008 e la seconda nel 2013). Per aggirare il limite costituzionale dei due mandati, Sargsyan ha promosso nel 2015 un referendum per trasformare il paese in una repubblica parlamentare dando maggiori poteri alla figura del primo ministro. Poi è arrivata la nomina proprio per quel ruolo che aveva contribuito a rafforzare. Tutto ciò nonostante avesse assicurato di voler rendere più democratico il sistema politico dell’Armenia e l’annuncio che non si sarebbe più ricandidato.

La “rivoluzione di velluto” – Dieci giorni fa Pashinyan aveva promesso che presto il “regime” di Sargsyan sarebbe crollato. Ma senza spargimenti di sangue. A quel punto è iniziata la “rivoluzione di velluto“, con una serie di manifestazioni non violente in tutto il Paese. Giorno e notte le strade di Yerevan sono state bloccate dagli oppositori. La polizia ha fermato centinaia di persone che hanno aderito alle proteste. Persino diversi agenti delle forze dell’ordine e dell’esercito sono scesi in piazza per far sentire la propria voce, come ha rivendicato lo stesso Pashinyan. Ma domenica 22 aprile la situazione sembrava sul punto di esplodere: dopo un acceso botta e risposta televisivo fra i due antagonisti, il premier ha chiesto e ottenuto il fermo per Pashinyan e per altri due leader dell’opposizione, Ararat Mirzoyan e Sasun Mikaelyan.

Le dimissioni del premier – La svolta è arrivata con la visita in carcere del numero due del partito Repubblicano, Karen Karapetyan, che ha parlato direttamente con Pashinyan. Subito dopo, gli eventi hanno subito un’accelerazione. I fermi non sono stati convalidati, Sargsyan ha dato le dimissioni e Karapetyan è stato nominato primo ministro ad interim. “Eseguo il vostro volere, auguro la pace al nostro Paese”, ha detto Sargsyan rivolgendosi ai manifestanti di Yerevan, dando l’annuncio del suo ritiro. Una decisione inaspettata, ma necessaria per evitare una escalation delle violenze.

Le reazioni internazionali – Dopo le dimissioni di Sargsyan, dalla Russia sono arrivate parole di elogio per la “grandezza dimostrata dal popolo armeno”, come ha dichiarato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri. Il Paese mediorientale è un’ex repubblica sovietica ed è decisivo per l’equilibrio della Regione. Il Cremlino finora ha cercato di non intervenire negli scontri nel Paese, definendoli un “affare interno”. Ma non è sfuggito l’avvertimento del capo della commissione Esteri della Duma, Leonid Slutsky: “L’Armenia resterà comunque un alleato strategico della Russia”. Sulla vicenda sono intervenuti anche gli ambasciatori dei paesi Ue, che hanno incontrato Pashinyan per ascoltare le sue posizioni, e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il quale ha incoraggiato “tutti gli attori a continuare ad esercitare moderazione e dare priorità al dialogo”.

Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2018

Sette punti. Un’agenda strutturale sui migranti, ispirata agli appelli di papa Francesco, che va dalla riforma della legge sulla cittadinanza e all’introduzione di nuove modalità d’ingresso in Italia, fino alla regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”, all’abrogazione del reato di clandestinità, passando per l’ampliamento della rete Sprar, la valorizzazione e la diffusione delle buone pratiche unite all’effettiva partecipazione alla vita democratica dei migranti.

È un appello alle forze politiche, quello di diciannove enti e associazioni cattolici che hanno elaborato un documento da sottoporre ai candidati delle prossime elezioni. Un piano di azioni precise sottoscritto finora da Acli, Agenzia Scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo (Ascs onlus), Associazione Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica, Centro Astalli, Centro missionario francescano onlus (Ordine dei Frati minori conventuali), Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), Comboniani, Comunità Sant’Egidio, Conferenza Istituti missionari italiani, Fcei (Federazione chiese evangeliche italiane), Federazione Salesiani per il sociale, Fondazione Casa della carità, Fondazione Somaschi, Gioventù operaia cristiana (Gioc), Istituto Sturzo, Movimento dei Focolari Italia, Paxchristi, Uisg (Unione internazionale delle Superiori generali) che da oggi potrà essere fatto proprio anche da tutti coloro che vogliono affrontare il tema delle migrazioni in un’ottica complessiva.

Punto primo: riformare la legge sulla cittadinanza. «Non possiamo più stare zitti», esordisce il presidente della Fondazione Casa della carità don Virgilio Colmegna presentando la prima necessità messa in agenda. In Italia stiamo portando «avanti scelte coraggiose sulle migrazioni, frutto della fecondità del Vangelo – sottolinea – buone prassi di partecipazione e inclusione, tanta produzione di sapienza che si scontra con l’arretratezza burocratica che sta dietro la domanda di umanità». Per questo non è più rinviabile, secondo il cartello di associazioni cattoliche, un provvedimento che «sani queste contraddizioni». In Italia, infatti, ci sono «900mila ragazzi nati da genitori stranieri e cresciuti nel nostro Paese, italiani di fatto ma non di diritto, che vivono una cittadinanza dimezzata», gli fa eco Antonio Russo, responsabile welfare delle Acli, per cui si tratta di «una riforma urgente, una riforma di civiltà».

 

Altro nodo cruciale è quello degli ingressi in Italia, con l’introduzione di nuove modalità che non li costringano a chiedere l’asilo. Andare oltre, per la responsabile immigrazione di Sant’Egidio Daniela Pompei che ricorda l’esperienza positiva dei corridoi umanitari attivati insieme alla Cei e alla Fcei, significa «una rapida riattivazione dei canali ordinari d’ingresso che ormai da anni sono pressoché chiusi», a cominciare da un immediato ritorno del decreto flussi, per arrivare fino a proposte più ampie come «il permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e la reintroduzione del sistema dello sponsor».

Terzo punto, la regolarizzazione di quegli stranieri che dimostrano di avere un comprovato percorso d’integrazione. Così, citando le esperienze in corso in Germania e in Spagna, «si riconoscerebbe sia l’impegno dei migranti che di chi ha predisposto per loro un percorso d’inclusione », sottolinea la referente immigrazione del Movimento dei Focolari Flavia Cerino, per cui è importante formare questi giovani anche nelle professioni che mancano nel nostro mondo del lavoro.

Nulla sarebbe possibile tuttavia – questo il quarto punto – senza l’abrogazione del reato di clandestinità che ha dimostrato di essere «ingiusto, inefficace e controproducente ».

L’accoglienza di qualità invece – dicono le 19 realtà – presuppone l’ampliamento della rete Sprar con l’obiettivo – ricorda padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, affrontando il quinto punto del documento – «di riunificare nello Sprar l’intero sistema creando un unico percorso di accoglienza integrata e diffusa» ponendolo sotto «l’effettivo controllo pubblico». Un sistema che va ampliato, perché è un modello di «responsabilizzazione della società».

Le buone pratiche diffuse sul territorio, che si propone di raccontare in un osservatorio e replicare il più possibile, hanno dimostrato che un’altra faccia dell’accoglienza è possibile. Lo ricordano don Claudio Gnesotto, presidente Ascs onlus, e don Giovanni d’Andrea, presidente Salesiani per il sociale, citando il caso degli oratori diventati momenti d’inclusione per i minori non accompagnati, come pure il servizio civile nazionale oppure l’esperienza della Casa Scalabrini 634.

Ultima, ma non per importanza, la necessità di un’effettiva partecipazione alla vita democratica per i migranti, prevedendo l’elettorato attivo e passivo alle amministrative per i lungo-soggiornanti. Il modo in cui affrontiamo il fenomeno migratorio, è quindi la conclusione del presidente di Azione Cattolica Matteo Truffelli, «ci dice che tipo di società vogliamo essere: con lo sguardo indietro, chiusa e paurosa, destinata ad essere travolta dalla storia, oppure con lo sguardo dritto ai problemi, trasformandoli in risorse e opportunità ». L’agenda verrà presentata ai politici il 20 febbraio a Milano e il 26 febbraio a Catania. Tra i primi ad aver sposato i sette punti la deputata Milena Santerini, per cui «in tempo di muri, queste associazioni costruiscono ponti verso i migranti».

Avvenire 9 febbraio 2018

Sotto richiesta di diffusione dalla Rappresentanza  Internazionale del Movimento delle donne curde e da UIKI-Onlus condividiamo la chiamata rivolta anche a organizzazioni femministe, collettivi e associazioni di donne, giuriste, avvocate, accademiche, giornaliste per la partecipazione il 15 e 16 Marzo 2018 alla importante Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli,  a Parigi. 

L’iniziativa, preceduta e seguita da due conferenze stampa internazionali, durerà due giorni. E’ prevista la partecipazione di molte personalità del mondo accademico di fama mondiale. La sezione avrà le traduzioni in inglese, francese, italiano, turco e curdo.

L’importanza delle sentenze, con la discussione del Caso di Parigi e dell’omicidio politico delle tre attiviste curde Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez, vede come fondamentale la presenza e partecipazione di attiviste, giornaliste, accademiche, giuriste, filosofe del diritto. Il verdetto emesso dal Tribunale dei Popoli potrebbe portare ad un esito storico da rimandare alla giurisdizione sovranazionale.

All’interno della due giorni è attesa la creazione di un Osservatorio Internazionale per la continuazione dei lavori. Qui accademiche e intellettuali potranno essere coinvolte nei lavori di fondazione.

L’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici (IADL), l’Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia ed i Diritti Umani nel Mondo (ELDH), l’organizzazione MAF-DAD stanziata in Germania composta da Avvocati tedeschi e curdi, e l’Istituto Curdo di Bruxelles, sono gli organizzatori del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP).

Il programma delle giornate

Introduzione. Storia del conflitto: con testimoni d’eccezione. Sotto il profilo dei diritti culturali, dei diritti delle donne dei diritti politici e delle risorse economiche.

Sessione II. Terrorismo di Stato: sentenza di attestazione di crimini di guerra: l’analisi della situazione interna alla Turchia per i coprifuochi di Cizre, Diyarbakir, Sirnax, la violenza contro le donne e  riferimenti all’invasione esterna in corso nello scenario geopolitico siriano.

Sessione III: Il caso di Parigi: l’assassinio di Sakine Cansiz, Fidan Dogan  e Leyla Saylemez. Testimonianze. Prove, fatti, evidenze.

il programma sopra sinteticamente delineato, è disponibile intero in lingua inglese qui

Rilevanza dell’adesione e contatti

La partecipazione è importante, anche alla luce dei massacri che l’esercito turco sta commettendo nella regione di Afrin in Siria. È possibile partecipare tramite la registrazione della presenza al Tribunale. Le conferme sono da inviare entro il 27 Febbraio.

Per ulteriori informazioni di contatto: 

uikionlus@gmail.com

RELAZIONE MISSIONE A BRUXELLES
Inizio ringraziando i miei genitori perché senza di loro non avrei avuto la possibilità di
fare questa entusiasmante esperienza, ma li ringrazio soprattutto per la sensibilità
che mi hanno trasmesso, facendomi crescere in un ambiente aperto al diverso, dove
il diverso non è temuto anzi cercato, dove l’attenzione per i più deboli è costante. Non
farò un diario di viaggio, non racconterò cosa abbiamo fatto visto e osservato giorno
per giorno, vi parlerò piuttosto delle mie sensazioni, impressioni ed emozioni di questi
tre giorni di missione a Bruxelles. Sono stati tre giorni intensi, abbiamo dormito molto
poco e assorbito moltissime informazioni. Siamo stati ospiti dell’onorevole Cécile
Kyenge, persona squisita molto disponibile e attenta a captare le considerazioni e i
commenti di tutti. Il gruppo di italiani da Lei invitati si è rivelato molto eterogeneo ed
è stata la cosa più bella: ci siamo trovati a discutere, parlare, scambiarci opinioni
consigli e punti di vista tra perfetti sconosciuti. Sebbene ci fosse chi apparteneva al
settore pubblico, chi al privato e chi al no-profit è stato una contaminazione tranquilla
e molto positiva, come se ci conoscessimo da tempo. Si è creata fin da subito una
sintonia che ha permesso l’accrescimento reciproco apportando conoscenze
tecniche, ideologiche, comportamentali, tutto ciò accomunato da un grande,
grandissimo filo conduttore il Continente Nero.
In un primo momento ci è stato illustrato il nuovo strumento a sostegno degli
imprenditori, essenzialmente rivolto al settore privato quindi, che investiranno in
Africa. Dopo la puntuale spiegazione su metodi, vantaggi e prospettive di questa
innovazione, il dibattito si è focalizzato sul dubbio sollevato essenzialmente dai
rappresentanti di ONG e piccole associazioni: la paura che incentivando questo tipo
di sviluppo locale si possa provocare una nuova colonizzazione fatta di soprusi,
sfruttamenti e ingiustizie. Sarà necessario quindi mettere ben in chiaro che oltre
all’investimento in strutture, macchinari e opere civili, gli imprenditori dovranno dare
prova di impattare positivamente anche nella società, nella crescita personale degli
Africani, nello sviluppo di un’economia sostenibile fatta di collaborazione,
cooperazione, dialogo e non di decisioni impartite unilateralmente, frutto di decisioni
volte unicamente alla massimizzazione del profitto.
In un secondo momento il nostro piccolo gruppo della circoscrizione italiana nord est
si è unito a centinaia di altre persone provenienti da tutto il mondo: abbiamo assistito
a dei discorsi introduttivi del presidente dell’EU Tajani e di alti rappresentati di stati
Africani ed Europei: tutti insieme per costruire un nuovo modo di creare partnership
tra EU e Africa, scambi volti alla crescita reciproca. Si sono susseguite molte
conferenze dove tutti hanno sostenuto la tesi che la forza innovatrice deve partire dalle
persone del luogo, le quali poi possono e devono essere aiutate da istituzioni
europee ovviamente scongiurando una seconda colonizzazione anzi con l’obiettivo
principe di sostenere la crescita di tutte le persone locali. Mi ha particolarmente
colpito il discorso fatto da una ragazza giovane, credo avesse poco più di vent’anni,
durante il quale ha espresso un concetto semplice ma allo stesso tempo significativo.
Si parlava di erasmus, di dare la possibilità a giovani africani di venire in Europa a
formarsi, di apprendere quanto più possibile e poi tornare nei loro paesi. Lei ha
affermato invece, andando controcorrente, che non le importa di andare via dal suo
Paese, Lei vuole avere l’opportunità di studiare, raggiungere un alto livello di
formazione nel suo Stato natale: non vuole essere un unico incubatore di conoscenze,
vorrebbe invece che tanti avessero la possibilità di accrescere i propri bagagli culturali
riuscendo così a stimolare i dialoghi, dibattiti ed aumentare in modo generalizzato il
livello di “upper alfabetizzation” della popolazione intera.
Non voglio dilungarmi troppo, concludo dicendo che entrare nei palazzi dell’Unione,
stare a fianco a fianco con deputati, collaboratori e lavoratori che si dedicano così
intensamente e con dedizione a ideare e mettere poi in atto delle politiche, in questo
caso a sostegno dell’Africa, mi fa riflettere sul sentimento anti europeo che sta
prendendo piede anche in Italia. Io credo che l’EU non sia un’unione ancora matura,
ma che sta già facendo molto in diversi fronti. Sono convinta che la strada sia quella
di concedere sempre più campo d’azione all’Unione, anche se questo può
rappresentare una limitazione alla sovranità degli stati nazionali perché solo insieme
si possono ottenere delle vittorie che singolarmente sarebbero impensabili.
Laura Corletto