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2 interviste ai giovani della brigata senza terra

  1. Non possiamo restare neutrali
  2. Semi di lotta contadina

NON POSSIAMO RESTARE NEUTRALI

Tre giovani nordestini del Movimento Senza Terra (in Italia con la Brigata Antonio Candido) ci spiegano il loro rapporto con la politica partitica, Lula e i governi a guida PT e raccontano anche come il MST stia producendo nuovi e più preparati dirigenti anche nella loro regione.

Andreza da Silva Alves 22 anni, Alagoas

Jeanderson De Sousa Santos, 30 anni, Bahia

Antonio Cidivan Veras de Sousa, 33 anni Ceará

Domanda: Di recente giovani brasiliani come voi – del PSOL (Partito socialismo e libertà) – vi hanno preso in giro in un incontro internazionale a Otranto, identificandovi con il PT, il partito di Lula? Vi sentite “Petisti”?

CIDIVAN – Molti confondono le cose, ci descrivono come un movimento legato organicamente al PT. Questo non è vero, il MST è un movimento sociale che lotta per la riforma agraria, ha appoggi dentro il partito dei lavoratori, ma siamo un’organizzazione senza vincoli con i partiti.

JEANDERSON – Occuparsi di politica è una necessità strutturale del movimento, non possiamo restare estranei alla lotta politica. Il PT ha appoggiato molte delle nostre rivendicazioni e per questo lo abbiamo sostenuto in diverse occasioni. E’ vero che i governi a guida PT non hanno fatto la riforma agraria, ma se compariamo questi governi con quelli precedenti, i governi di Lula e Dilma hanno contribuito a strutturare in modo migliore gli insediamenti, sulla linea della riforma agraria. Le nostre strutture sono migliorate molto in questi anni, rispetto alla situazione dei giovani, delle donne. Ci sono progetti a favore dell’agroecologia…cose che nei governi precedenti non esistevano. Noi non siamo partitici, ma non possiamo neanche restare neutrali, dobbiamo lottare per i progetti politici che condividiamo, come quelli del PT.

Domanda: quindi appoggerete Lula se sarà candidato?

CIDIVAN. Quando ci si riferisce alla figura di Lula come rappresentante politico della classe lavoratrice in Brasile, non posso non pensare a tutto quello che Lula ha fatto durante i suoi mandati rispetto all’inclusione sociale, alle cose positive che ha fatto, in particolare per la nostra regione del Nordest.

Domanda: Come era il nordest dei vostri genitori e nonni?

CIDIVAN. Raccontare la storia del nordest nel periodo dei nostri bisnonni, nonni e genitori suscita nei nostri familiari ricordi drammatici. Il paese era governato dall’élite brasiliana e le necessità della popolazione rispetto al cibo erano enormi. Si racconta nelle famiglie (per esempio me lo ha raccontato mia nonna) come si andava a cercare vari tipi di semi nella boscaglia per trovare qualcosa da mangiare. In questi periodi di estrema povertà, negli anni 60/70, la popolazione nordestina, la gente del nordest era costretta a bloccare camion e a saccheggiarli, non in modo violento, ma era l’unico modo per sopravvivere, o si faceva così o si moriva di fame. Venivano bloccate le strade e si prendevano dai camion gli alimenti. Era un periodo di fame terribile da noi. Ce ne sono ancora dei segni che fanno impressione. In luoghi dove ora sorgono nostri insediamenti, troviamo, magari in un punto più elevato, dei piccoli recinti di legno con all’interno delle piccole croci. Erano i luoghi dove si seppellivano, soprattutto i bambini, che morivano di fame, perché i genitori non avevano niente da dar loro da mangiare e non c’erano soldi per portarli nei cimiteri ufficiali. Questa storia del nordest è molto forte.

Domanda: Che cosa che è cambiato nelle vite dei nordestini dal 2002, Avete sempre votato Lula e Dilma perché vi hanno dato il programma “Borsafamiglia”?

JEANDERSON – Borsafamiglia è solo uno dei progetti sociali che sono stati avviati da Lula. Non è che solo i nordestini ne sono stati beneficiati. A San Paolo per esempio ci sono 5 milioni di famiglie che lo ricevono. Nel nordest ha una importanza particolare perché da noi le condizioni di sopravvivenza sono particolarmente difficili. Per esempio, in una regione in cui non piove per 5 anni e le famiglie devono pagare 150 reais al mese per una autobotte di acqua, la Borsa permette di comprare l’acqua e qualcosa da mangiare. Prima, nelle famiglie nordestine 2/3 persone dovevano andare via, emigrare, per esempio a San Paolo, per poter mandare i soldi agli altri della famiglia per comprare acqua e cibo. Oggi i nordestini non accettano più di essere schiavizzati, e riescono a ottenere condizioni migliori di vita restando nel nordest. Non sono costretti a emigrare per fame.

ANDREZA – Non abbiamo votato per Lula solo per la Borsa Famiglia, ma i governi a guida Pt hanno lanciato vari programmi importanti come per esempio “Luce per tutti”. Tantissime famiglie prima vivevano solo con delle lampade a kerosene, non avevano accesso all’energia elettrica, soprattutto nei posti più isolati..Mia madre per esempio non aveva il frigorifero, la carne mia nonna la seccava con il sale appendendola sul fuoco di legna.

JEANDERSON – il programma “Luce per tutti” ha portato una qualità di vita migliore per le nostre famiglie. Noi ragazzini, dovevamo fare i compiti a casa la sera (di giorno andavamo a scuola e lavoravamo nel campo) con queste lampade a kerosene che facevano molto fumo e irritavano gli occhi. Era difficile leggere e molti bambini erano costretti a mettere gli occhiali per i danni che subivano i loro occhi. Quel programma ha favorito lo studio e anche la possibilità di restare a vivere in campagna. Nei lotti del mio insediamento “PRADO”, nel sud dello stato di Bahia, l’elettricità è arrivata nel 2006. Qualcuno se l’era procurata prima pagandola da solo, la mensilità era molto alta (100/150 reais per famiglia). Oggi ne paghiamo 20 e abbiamo un ottimo livello di elettricità senza interruzioni. Quando è arrivata la luce nei nostri lotti, i bambini e tutti i giovani hanno fatto una grande festa fino alle 3 di notte, tutti per le strade scherzando, conversando, amoreggiando. Non erano abituati e con la luce in tutte le strade… beh avevano voglia di stare in giro tutti insieme.

ANDREZA- Un altro programma molto importante è stato “Acqua per tutti”. Varie famiglie che non erano in condizioni di costruirsi un deposito di acqua, sono state aiutate dal governo. Ci sono famiglie che hanno fino a tre cisterne di 16.000 o 32.000 litri e anche con la siccità possono collegarsi a un fiume vicino e riempire le cisterne. Prima era difficilissimo anche cucinare o farsi una doccia. Questo dava molto lavoro soprattutto alle donne che per lavare un piatto e dei vestiti dovevano uscire con un recipiente pieno di piatti per esempio e andare fino al fiume, era durissimo per le donne.

CIDIVAN – Soprattutto per noi del nordest, questo programma è stato fondamentale in aree rurali in cui la scarsità d’acqua è molto forte. E come diceva Andreza, chi soffre di più per la siccità e per dover andare a cercare l’acqua sono le donne che devono fare 2/3 chilometri e portarsi recipienti pesanti sulla testa. Questo programma ha portato un vero salto nella qualità della vita soprattutto per i più poveri. Anche l’ONU ha riconosciuto il grande valore di questo progetto.

JEANDERSON – Un altro programma è stato “Cammino per la scuola”. L’accesso alla scuola è molto difficile per le comunità rurali. La maggioranza delle comunità rurali hanno al loro interno i primi 4 anni di scuola (fundamental 1), ma dopo bisogna andare nelle città e spesso le condizioni sia delle strade che dei trasporti sono pessime. I ragazzini venivano trasportati con un camion, il pau de arara, si sedevano su delle panche, il camion era aperto. Io per esempio nel 2002 sono dovuto andare a stare un anno in città a casa di una zia, perché il governo municipale non aveva soldi per pagare il trasporto per andare a scuola. Per il governo municipale mandare a scuola i figli dei contadini non era una priorità. I governi a guida PT hanno dato vita a varie politiche pubbliche perché le comunità rurali avessero la possibilità di avere accesso all’educazione, compreso “Il cammino per la scuola” che garantisce il trasporto in buone condizioni, in piccoli autobus.

Poi c’è stato il Penai, per l’alimentazione scolastica, che ha permesso ai ragazzi di alimentarsi con i prodotti del lavoro dei loro genitori. I municipi, con una gara pubblica, comprano alimenti dalle comunità rurali della loro zona. Così i ragazzi hanno accesso a un’alimentazione sana e di buona qualità e non come prima quando alle gare erano ammessi i maggiori supermercati della città, gli stessi che finanziavano i candidati alle elezioni. Questo programma ha aiutato molto gli insediati, superando le difficoltà di commercializzazione.

Un altro programma importante è stato il Pronera, programma nazionale di educazione nella riforma agraria, per il quale i figli degli agricoltori insediati e anche i quilombolas e gli indigeni possono avere accesso all’Università. Il governo paga la struttura, i materiali di studio, i professori, i trasporti degli studenti, e si usa la metodologia dell’alternanza. Gli studenti passano tre mesi all’università e tre mesi nelle comunità, realizzando ciò che hanno imparato all’università.

Io sono uno di quelli che hanno utilizzato questo programma, ho fatto il corso di agronomia con il Pronera. Abbiamo fatto un esame di ammissione nel 2008 (vestibular) . C’erano 120 partecipanti. 50 studenti sono stati ammessi a frequentare il corso. Nei quattro anni di università ho potuto sperimentare l’importanza del Pronera per le comunità rurali, in genere escluse dalla società.

ANDREZA- Se una persona vuole studiare e non è inserito nel Pronera deve andar via dall’insediamento. Non in tutte le città ci sono università e anche lì dove ci sono è difficilissimo accedere a quelle pubbliche e, comunque, si devono pagare i trasporti, i materiali e molti delle comunità rurali non hanno le condizioni economiche per fare questo.

JEANDERSON – Oggi, per esempio, nella mia famiglia (siamo 8 fratelli e nostro padre è morto nel 2002), io ho fatto agronomia, un mio fratello sta facendo medicina in Venezuela, per un accordo tra i governi del PT e il governo del Venezuela. Nel mio insediamento ci sono altre 4 persone che frequentano corsi universitari, ma purtroppo oggi – dopo il golpe – sono già stati bloccati 42 corsi del Pronera in tutto il paese, perché ovviamente il governo di destra non riconosce l’importanza delle politiche di inclusione sociale.

E non abbiamo parlato di “Casa mia, vita mia”, il programma per favorire la costruzione di alloggi per i più poveri o della “Rinegoziazione dei debiti degli insediati”. Per esempio nel mio insediamento di Prado i debiti degli insediati sono stati ridotti dai governi petisti del 90/95%. E la piccola percentuale rimasta la dobbiamo pagare all’INCRA (istituto per la riforma agraria) e non più alle banche.

CIDIVAN – Dopo l’impeachment vari programmi di inclusione sociale sono stati eliminati, come il Prouni per esempio, a più di un milione di giovani sono state tolte le borse per l’università. Il programma delle Farmacie Popolari è stato bloccato. Erano farmacie in cui le medicine costavano la metà, per la popolazione più povera. E tanti altri programmi. La metà dei medici del programma “Più medici” (che aveva portato migliaia di medici, soprattutto cubani, nelle zone più sperdute del paese) è già rientrata a Cuba e in dicembre probabilmente il progetto verrà bloccato. il Pronera è senza risorse, il progetto delle merende scolastiche, che favoriva la vendita dei prodotti degli insediati, è stato dimezzato e a fine anno non ci saranno più risorse per questo…

Il programma di inclusione sociale costruito dal PT nei suoi 12 anni di governo, in un anno di governo della destra golpista è stato già eliminato o lo sarà a breve.

Domanda: ci sono alcune voci a sinistra che sostengono sia inutile occuparsi della politica a livello di partiti e elezioni e ritengono che i cambiamenti verranno solo dai gruppi di base, che ne pensate?

JEANDERSON – Il sistema politico in un paese purtroppo non può fare cambiamenti sostanziali. Ma siamo dentro questo sistema e sappiamo che, perché la parte più povera della società abbia accesso all’inclusione sociale, bisogna lavorare dentro questo sistema. I governi del PT sono stati gli unici che hanno guardato alla classe povera della società, sempre esclusa fino ad allora. Certo, il sistema politico attuale non è quello che ci salverà. Basta guardare al tema della riforma agraria. Lula, da candidato, diceva che avrebbe fatto la riforma agraria con un semplice tratto di penna. Ma poi lui ha dovuto allearsi con altri partiti. Lula non ha governato da solo, ci sono state molte interferenze di altri partiti, anche di destra, come quello che poi è stato protagonista del golpe. La destra non vuole l’inclusione della classe povera nel sistema politico, quindi, in questo sistema politico, una vera trasformazione della società non è possibile, ma il livello di vita della popolazione brasiliana negli anni dei governi a guida PT è migliorato molto, la qualità di vita è migliorata molto anche se non sono state fatte riforme risolutive. Senza questi governi non avremmo avuto accesso a queste politiche pubbliche, avremmo potuto organizzarci a livello di insediamento ma senza avere accesso alle politiche pubbliche, quindi non possiamo metterci in una posizione di neutralità, dobbiamo discutere di politica nei nostri insediamenti, chiarendo queste cose. La formazione politica è importante, spiegare le cose che ho detto sopra è fondamentale perché altrimenti prevale la sfiducia e se ne giovano personaggi pericolosi come per esempio un Bolsonaro. E invece di avere governi che potenziano l’agricoltura familiare avremo governi che la reprimono. Sì è importante l’organizzazione dal basso, ma riguarda comunque gruppi minoritari rispetto alla grande massa della popolazione.

Domanda: Siete tre giovani militanti/dirigenti nordestini. E’ finito il tempo in cui il MST mandava nel Nordest dirigenti del sud del paese?

CIDIVAN – Nel Ceará, il Movimento ha investito molto nel processo di formazione della militanza. Nel periodo in cui il Movimento si stava diffondendo in tutto il Brasile, sono venute molte persone dal sud e ci hanno dato un grande contributo. Oggi il movimento fa formazione a livello locale, non arrivano più compagni da altre regioni perché riusciamo a formare militanti che possono lavorare nelle loro realtà che già conoscono bene.

JEANDERSON – Anche a Bahia la gente del Sud ha avuto un ruolo fondamentale, per esempio nel 1987 quando hanno portato nella nostra regione la proposta di creare insediamenti. Ma, dopo alcuni anni, non c’è stata più la necessità di far arrivare militanti dal sud. Anche da noi funziona molto bene la formazione di nuovi quadri che è stata molto intensificata. Oggi non passa un mese senza che cominci un nuovo corso di formazione in una regione del nostro stato. Ogni giorno vengono formati militanti. Una grande capacità del movimento è proprio questa di riuscire a formare nuovi militanti in tutti gli stati. Per esempio, oggi, anche rispetto alla creazione di cooperative (una caratteristica del sud) ci sono processi di formazione nei vari stati. Grande autonomia in ogni stato.

ANDREZA – anche da noi c’è grande impegno nella formazione dei giovani, anche da noi ogni mese parte un corso, lavoriamo sempre sull’analisi politica. Oggi sono pochi i giovani che si interessano di politica e hanno una formazione. Noi stiamo lavorando molto con le persone delle città, con i giovani delle città. E da noi il ruolo delle donne è importante, ci sono più dirigenti donne che uomini in Alagoas.

CIDIVAN – Oggi, essendo cresciuto il numero dei militanti con questo grande lavoro sulla formazione, sono sempre meno i dirigenti ALGAROBA (è un albero grande e vecchio sotto il quale non cresce niente) con i quali si identificava in passato il MST di un certo stato, ora le direzioni sono molto più collettive. In Ceará c’è il corso prolungato di 3 mesi, per quelli che si avvicinano al movimento, seguito dal corso di base di due mesi, che è al livello di tutta la regione nordestina, poi c’è il corso per dirigenti, più intenso, di 3 mesi, nella scuola nazionale. Chi davvero possiede la mistica, lo spirito, la volontà di lottare per la riforma agraria e per il socialismo resta, altri magari si allontanano. Da noi si fa un corso prolungato tutti gli anni, ora per esempio a ottobre cominciamo un corso prolungato con 20 giovani di tutto il nostro stato per tre mesi di formazione, per conoscere a fondo il movimento.

ANDREZA – Una cosa importante dei nostri corsi è che quello che impariamo non lo teniamo per noi. Quando si torna nell’insediamento si condivide.

CIDIVAN – Durante il corso prolungato noi parliamo con i nostri giovani: siete disponibili a spostarvi, ad andare in un’altra regione? Se sono disponibili li mandiamo in un’altra regione, quindi non è più necessario che arrivi gente dal sud. Andiamo noi nelle zone del nostro stato in cui c’è mancanza di militanti o anche negli stati vicini come per esempio il Piaui che ha molto bisogno di militanti.

JEANDERSON- I giovani si coinvolgono perché creiamo continuamente nuovi accampamenti. Le occupazioni sono molto importanti per stimolare alla lotta. Sempre nuove famiglie si inseriscono nelle attività..

CIDIVAN – Credo che più del 90% dei militanti del movimento sono entrati attraverso le occupazioni, a partire da me stesso. I miei genitori hanno occupato la terra e io ero con loro e da quel momento in poi ho militato nel movimento. E la più grande concentrazione delle occupazioni avviene oggi nel nordest. I nostri accampamenti devono prepararsi a resistere per molto tempo. La riforma agraria popolare si fa nella resistenza e, anche se le baracche di plastica nera sono uno dei nostri simboli, è meglio fare, nelle nostre regioni, baracche di carnauba (una palma originaria del nordest del Brasile), per prepararci a resistere a lungo

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SEMI di LOTTA CONTADINA (Comune. Info 14 luglio) Interviata a Mauricio Boni

di Claudia Fanti

È davvero con grande interesse che la realtà contadina italiana guarda al Movimento dei Senza Terra, il più rappresentativo, autorevole e prestigioso movimento popolare del Brasile (se non dell’intera America Latina). E non poteva essere altrimenti, essendo la fama di cui gode il MST edificata sulla base di una lotta indomita e ininterrotta, fatta di epiche occupazioni di terra e di marce interminabili, di un’ostinata resistenza a persecuzioni, massacri e campagne di discredito, come pure alle durissime condizioni di vita negli accampamenti, dove si è costretti anche per diversi anni a sopportare sole, vento, pioggia, fame, intimidazioni sotto i teloni di plastica neri che ancora oggi costituiscono il noto paesaggio degli accampamenti del MST.

Non stupisce allora che, in occasione dell’arrivo in Italia di una brigata di nove militanti del Movimento dei Senza Terra, interessati a conoscere la realtà agricola, sociale e culturale del nostro Paese, siano stati in tanti – tra piccole aziende, famiglie contadine, comuni e consorzi, dal Trentino alla Sicilia – a rispondere all’appello, organizzando l’ospitalità dei senza terra e costruendo intorno a questa svariate iniziative sul territorio. Ed ecco allora che i nove militanti del MST provenienti da diversi Stati brasiliani, dal Ceará al Rio Grande do Sul, ciascuno con la sua storia e la sua formazione, ma tutti accomunati dall’impegno a favore della produzione agroecologica, hanno potuto realizzare, sotto il coordinamento dell’Associazione Amig@s Mst-Italia (l’associazione che sostiene il movimento da vent’anni; www.comitatomst.it), uno scambio fecondo con alcune delle più interessanti esperienze dell’agricoltura contadina italiana: ARI, l’Associazione Rurale Italiana che fa parte del Coordinamento Europeo della Via Campesina; la Campagna per l’agricoltura contadina, promossa da un’ampia rete di associazioni impegnate per il riconoscimento dell’agricoltura di piccola scala, a zero impatto ambientale, basata sul lavoro contadino e sull’economia familiare e orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta (affinché siano rimossi quegli impedimenti burocratici e quei pesi fiscali che ostacolano e minacciano l’esistenza stessa di tale agricoltura); la Rete Nazionale Fuori Mercato, interessata a uno sviluppo «progettato dal basso in base ai bisogni reali di comunità solidali e coese, nel rispetto della terra, degli esseri umani e dei viventi» (ne fanno parte, tra gli altri, la RiMaflow, fabbrica di Trezzano sul Naviglio recuperata e autogestita; Mondeggi Bene Comune–La Fattoria senza padroni; Sos Rosarno, un’associazione che riunisce piccoli contadini, pastori e produttori agrocaseari, braccianti migranti, disoccupati e attivisti, oltre che piccoli artigiani e operatori di turismo responsabile, per dare vita a un’economia locale solidale integrata nel segno della decrescita); Genuino Clandestino, un insieme di reti territoriali di contadini, artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città, persone e famiglie in lotta per l’audeterminazione e la sovranità alimentare, contro quell’insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha di fatto resi fuorilegge; WWOOF (World-Wide Opportunities on Organic Farms), movimento nato nel Regno Unito negli anni ’ 70 per mettere in contatto le fattorie biologiche con chi voglia, viaggiando, offrire il proprio aiuto in cambio di vitto e alloggio, allo scopo di sostenere, divulgare e condividere la quotidianità in campagna secondo i principi dell’agricoltura biologica.

Realtà, tutte queste, che, attraverso la “Brigata Antonio Candido”, hanno avuto modo di conoscere da vicino il MST, con la sua metodologia di lotta, la sua apertura ad alleanze sempre più ampie (con movimenti contadini nazionali e internazionali, con movimenti urbani, con i movimenti sociali del mondo intero) nel rifiuto di ogni forma di autoreferenzialità; la sua insistenza su una formazione politica permanente; il suo originale mix di chiarezza ideologica, rigore analitico e cura della dimensione simbolica; il suo rifiuto del leaderismo a favore di un processo decisionale realmente democratico; la sua difesa della propria autonomia senza però mai rinunciare al dialogo con le istituzioni.

Ed è approfittando di questa presenza che abbiamo voluto conversare con un rappresentante della brigata, Mauricio Boni, trent’anni, agronomo del Rio Grande del Sud, di origine italiana, il quale, dopo la laurea ottenuta nel 2010 in agronomia, ha deciso di entrare nel MST, partecipando per due anni a una brigata di solidarietà in Venezuela, ed è attualmente impegnato nell’assistenza tecnica agli insediamenti del movimento e all’interno della Bionatur (organizzazione del MST che si occupa della produzione di semi). Di seguito l’intervista.

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Con quali obiettivi è nata la Brigata Antonio Candido?

La brigata è nata dalla relazione che il Movimento dei Senza Terra ha stretto con i suoi amici in Italia. Il suo obiettivo è quello di portare nel vostro Paese la nostra esperienza organizzativa, la nostra metodologia, la nostra lotta – offrendo anche un quadro della realtà agraria brasiliana, del contesto in cui sta operando attualmente il MST – e di cercare di capire come la nostra più che trentennale esperienza possa risultare utile ai movimenti e alle organizzazioni contadine presenti in Italia, nel nome di quell’internazionalismo che rappresenta un principio fondamentale del MST fin dalla sua nascita. Si tratta di un elemento importante della nostra metodologia: diffondere in altri luoghi la lotta per la terra e lo stile di vita contadino e operare uno scambio reale, dando e ricevendo conoscenze, tanto dal punto di vista organizzativo quanto da quello più tecnico (rispetto, per esempio, a metodi e pratiche dell’agricoltura biologica), raccontando cosa avviene in Brasile e riportando in Brasile il modo di operare dei contadini italiani.

Come è stato scelto il nome della brigata?

Antonio Candido è stato uno dei principali intellettuali del Brasile, scomparso il 12 maggio scorso: poeta, saggista e critico letterario, sociologo e militante, sostenitore del Movimento dei Senza Terra. Fedeli alla consuetudine del MST di dare alle brigate internazionaliste e ai gruppi di studenti delle nostre scuole nomi di compagni che ci hanno lasciato, per rendere loro omaggio, abbiamo deciso di intitolare a lui la nostra brigata, volendo in questo modo ricordare il suo impegno, a partire dall’ambito accademico, in difesa dei movimenti sociali e del popolo brasiliano.

In base a quali criteri è stato formato il gruppo?

Il primo criterio è stato quello della scelta di militanti impegnati in qualche modo nel settore dell’agroecologia. Il secondo è stato quello della rappresentanza geografica, per fare in modo che partecipassero persone di Stati diversi del Paese. La nostra brigata è costituita da nove militanti di otto diversi Stati del Brasile, tutti dirigenti del MST all’interno dei singoli Stati o tecnici che lavorano con i contadini nell’agricoltura biologica.

In quali altri Paesi del mondo sono presenti brigate del Movimento?

In questo momento sono attive le brigate in Venezuela, a Cuba, in America Centrale, con sede in Guatemala, in Paraguay, in Cina, in Sudafrica, in Palestina. In Europa, solo la nostra qui in Italia. Perché qui possiamo contare su un comitato che ha venti anni di vita, dunque su una lunga e consolidata relazione. Inoltre, poiché qui ha già operato una brigata nel 2014/15 (la Brigata Egidio Brunetto/Antonio Gramsci, formata da nove militanti del MST, in Italia dal 30 ottobre 2014 al 27 settembre 2015), con buoni risultati, il MST ha ritenuto giusto inviarne una seconda. E questa seconda può preparare la strada per una brigata futura.

La vostra presenza ha attivato molte energie sul territorio, da nord a sud del Paese. Come ti è apparsa la realtà dei movimenti italiani?

In tutte le attività che stiamo portando avanti – incontri, conferenze, seminari – la risposta dei presenti è stata sempre molto positiva. Si sono mostrati tutti molto interessati a conoscere il MST e tutti hanno apprezzato la nostra metodologia. Lo scambio di conoscenze che si è registrato in queste attività è stato ottimo. Quello che noi vogliamo far passare come messaggio principale delle nostre attività è l’importanza dell’unione tra le diverse associazioni e organizzazioni contadine dell’Italia, perché la realtà che ci troviamo di fronte è quella di un gran numero di organizzazioni che tuttavia non riescono a unire le proprie forze per perseguire insieme obiettivi più grandi. Perché le organizzazioni tendono a dare più importanza a ciò che le separa che a ciò che le unisce, a quegli obiettivi comuni che potrebbero portarle a confluire in un movimento più ampio in grado di rivendicare con maggiore efficacia i diritti dei contadini e delle contadine. Il nostro invito è dunque quello a mettere un po’ da parte le differenze politiche e ideologiche per ottenere maggiori conquiste per tutto il movimento contadino.

L’intera storia del movimento è indubbiamente una grande fonte di ispirazione per i movimenti italiani. Ma c’è qualcosa della nostra realtà che ritieni possa tornare utile alla vostra lotta?

Vi sono due aspetti che mi sembrano importanti. Il primo è dato dall’ottimo rapporto che le organizzazioni contadine riescono a stabilire con i cittadini consumatori, dalle varie forme di acquisto solidale alla creazione di mercati in cui si pratica la vendita diretta. Anche in Brasile, negli ultimi anni, abbiamo lavorato in questa direzione, quella cioè di un consolidamento del rapporto con i consumatori, ma è ancora un processo in corso, un processo che intendiamo sviluppare. L’altro aspetto è quello legato all’esperienza, che per esempio ho visto realizzata a Capodarco, dell’agricoltura sociale. È un concetto che esiste anche in Brasile ma che qui è molto più presente. Si tratta di portare l’agroecologia in altri spazi, in spazi dove si promuove l’inclusione sociale attraverso la pratica dell’agricoltura e la convivenza nei campi. È una proposta molto buona, grazie a cui possiamo ampliare la nostra lotta coinvolgendo nuovi settori della società.

Quali sono invece i limiti più gravi che hai colto nella realtà dei movimenti italiani?

Il primo limite è quello della frammentazione esistente nel movimento contadino. Chi, per esempio, esprime un’ideologia tendenzialmente anarchica non accetta di convivere con gruppi di altre tendenze, chi ha seguito la strada della certificazione biologica non ha nulla a che vedere con chi, come Genuino Clandestino, porta avanti metodi di autocertificazione alternativi a quella ufficiale, basati sulla partecipazione attiva dei consumatori, considerati come co-produttori. E così via… Un altro limite riguarda la legislazione italiana, che nega all’agricoltura contadina diritti che sono invece garantiti in Brasile, conquiste che facilitano l’esistenza della piccola agricoltura biologica. Pensiamo alla certificazione partecipativa (realizzata dagli stessi contadini e distinta da quella gestita da terzi), che in Brasile è riconosciuta dalla legge, o alla possibilità, ottenuta in seguito a molte rivendicazioni e a molte lotte, di produrre e commercializzare semi locali. Abbiamo conosciuto un agricoltore in Veneto che produce semi tipici della regione, ma che può utilizzarli solo per uso personale, perché è vietato commercializzarli. Tutti gli anni riceve visite di controllo: se gli ispettori trovano una quantità di semi maggiore a quella prevista per l’uso personale, gli vengono sequestrati perché illegali. Un altro diritto garantito in Brasile e non qui in Italia ai piccoli agricoltori è quello all’assistenza tecnica, senza la quale è difficile avanzare su alcuni versanti, tanto più che la figura del tecnico serve anche come elemento di collegamento tra gli agricoltori. L’assenza di questi diritti limita notevolmente le possibilità della piccola agricoltura contadina, non solo biologica.

Quanto spazio occupa l’agricoltura biologica nella pratica del Movimento dei Senza Terra?

È un processo in corso: l’agricoltura biologica non è ancora maggioritaria all’interno del movimento, ma le cooperative del MST che producono biologico sono quelle più sviluppate. La maggior parte dei nostri contadini non usa veleni agricoli, ma non tutti sono completamente “biologici” secondo quanto prescrive la legge. Il settore agroecologico del MST è, tuttavia, molto forte in ogni Stato: esiste un dibattito all’interno di ogni insediamento e l’obiettivo della direzione nazionale è quello di ottenere un’adesione generalizzata al modello dell’agroecologia. Non a caso le cooperative del MST che riportano i maggiori successi sono quelle che producono biologico: riescono a vendere tutto quello che producono. In questa fase, poi, stiamo promuovendo lo sviluppo di mercati municipali di prodotti biologici, per mostrare alla società e anche alle nostre basi quanto il biologico rappresenti una strada praticabile. Purtroppo, soprattutto nel sud del Brasile, esiste una pressione molto forte del settore transgenico in aree di riforma agraria, al fine di indurre i nostri agricoltori a dedicarsi, per esempio, alla produzione di soia transgenica. Vi sono agricoltori che vivono condizioni molto difficili perché, circondati da aziende che coltivano ogm e fanno ricorso a un uso massiccio di veleni, anche irrorati da elicotteri, si trovano di fatto nell’impossibilità di praticare l’agricoltura biologica. Sono in trappola e non esistono leggi che li tutelino.

In Italia si registra una sensibilità crescente rispetto alla necessità di un’alimentazione sana e libera da veleni. È lo stesso anche in Brasile?

Sì, anno dopo anno, la popolazione sta diventando sempre più cosciente dell’importanza degli alimenti biologici. Solo per fare un esempio, a Porto Alegre, qualche anno fa, esistevano appena sette/otto mercati di prodotti biologici: oggi, all’interno del Comune, i mercati e i punti vendita sono diventati cinquantasei. Grazie alle pressioni dei consumatori, in pochi anni la situazione è molto cambiata. Il Brasile è il maggiore consumatore mondiale di veleni agricoli e le conseguenze sono molto evidenti, a cominciare dal livello di contaminazione dell’acqua. Nei municipi che fanno ampio ricorso ai pesticidi, gli studi hanno mostrato tracce di veleni nel latte materno e queste ricerche sono note ai cittadini. L’Anvisa (Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria) cura tutti gli anni un rapporto sugli indici di contaminazione dei prodotti di base che si consumano nel Paese e il livello risulta molto alto. La coscienza della necessità del biologico è dunque in crescita e l’obiettivo del MST è quello di ottenere un prezzo accessibile per i prodotti biologici, i quali devono essere destinati a tutta la popolazione e non solo a chi si può permettere di acquistarli.

Cosa significa per te passare questi mesi in Italia mentre il Brasile attraversa una delle peggiori crisi della sua storia?

È importante essere qui a parlare della situazione del Brasile perché molte delle informazioni che circolano in Europa non sono corrette. Abbiamo quindi la possibilità di far conoscere quello che sta vivendo realmente il popolo brasiliano. E quello che pensano i movimenti sociali di questa crisi e dei modi per uscirne. In Brasile si è consumato un colpo di Stato e, quindi, tutte le misure che sta adottando attualmente il governo sono illegittime. Questo governo non è stato eletto: si è insediato per decisione del Parlamento in seguito a un impeachment senza fondamento legale. E può contare appena sull’8 per cento di consenso da parte della popolazione. Per di più l’attuale presidente è stato ora formalmente accusato di corruzione da parte del Procuratore generale del Paese Rodrigo Janot. Viviamo una condizione di illegittimità e di corruzione dilagante, di attacchi frontali a tutti i diritti conquistati in anni di lotta per la democratizzazione del Brasile, dalla legislazione del lavoro a quella della previdenza, fino alla proposta, contro cui il MST si è sempre opposto, di assegnare titoli individuali di proprietà agli insediati, al posto della concessione d’uso attualmente in vigore, rendendo così possibile la commercializzazione di quelle terre. Quello che noi chiediamo è la rinuncia di Temer e il ricorso a elezioni dirette anticipate (rispetto alla data prevista del 2018), in maniera da restituire al popolo il diritto di scegliere da chi farsi governare.

La candidatura di Lula – su cui a sinistra si punta ancora, maggioritariamente, malgrado i limiti evidenziati dalla sua amministrazione – appare molto più incerta dopo la sua condanna in primo grado a nove anni e sei mesi (e all’interdizione dai pubblici uffici per diciannove anni) per corruzione in uno dei processi dell’inchiesta Lava Jato. Al di là dell’evidente accanimento del potere giudiziario nei suoi confronti (in molti parlano di un golpe della magistratura) e in attesa della sentenza d’appello, cos’è che può indurre i movimenti a pensare che un suo eventuale nuovo governo sarebbe maggiormente spostato a sinistra?

Il governo Lula aveva suscitato all’inizio grandi speranze nel nostro movimento. Con Lula sono stati realizzati molti passi avanti rispetto, per esempio, alle condizioni degli insediamenti, in direzione di un miglioramento della produzione, della commercializzazione, della cooperazione. Del resto, Lula ha combattuto con successo la fame in Brasile e questo è già un grandissimo risultato. Tuttavia, per essere eletto, Lula ha dovuto allearsi con diversi partiti e settori della società, compresi settori della destra e dell’agribusiness, i cui rappresentanti hanno trovato posto sia nei governi di Lula che in quelli di Dilma. È chiaro che, in questa situazione, la riforma agraria proposta dal MST non poteva essere realizzata. La nostra speranza è che, se Lula dovesse riconquistare il governo, tanto lui quanto il PT si ricordino bene di cosa ha voluto dire governare con la destra e delle conseguenze che ne sono derivate, a cominciare dal colpo di Stato. Basti pensare come il partito di Temer, il PMDB, sia stato il grande alleato del PT durante tutti i suoi governi. È per questo che noi speriamo che nasca un governo più a sinistra, più popolare. D’altro canto, noi, come militanti del MST (molti dei quali appoggiano Lula), abbiamo sempre mantenuto la nostra autonomia.

Un governo non potrà mai realizzare quella profonda trasformazione sociale che è al centro della nostra lotta, perché questa potrà venire solo dalla base, dal popolo brasiliano. Non è un capo del governo che farà la rivoluzione: questa avverrà solo nel lungo periodo e come frutto di molte lotte.

Carissimi,
finora non ho avuto la forza di ringraziare tutti voi che mi siete stati così vicino in questa momento tanto difficile per me e la mia famiglia, ma lo faccio oggi raccontandovi alcuni episodi che hanno accompagnato gli ultimi tempi della vita di Ettore.
Stamattina leggendo nel Vangelo di Luca (5,9) lo stupore che aveva invaso Pietro e tutti quelli che erano con lui di fronte all’abbondanza della loro pesca, mi sono detta che anch’io dovevo comunicarvi il mio stupore di fronte alle tante circostanze straordinarie, che si sono verificate nei suoi ultimi mesi e che nel loro ricordo mi hanno aiutato a dimenticare le fatiche e le asperità caratteriali di Ettore e a recuperare il vero Ettore che voi avete conosciuto.
Il primo fatto riguarda l’aiuto domestico. Come sapete Ettore aveva il Parkinson e un mieloma multiplo. Fino al mese di gennaio ho avuto una domestica ad ore straordinaria, Larissa, una romena. Lei continuava a dirmi che non potevo andare avanti soltanto con le sue poche ore perché Ettore andava cambiato e soprattutto la sera era molto faticoso per me farlo da sola; ma io ero affezionata a Larissa e non volevo mandarla via e sostituirla con una persona sconosciuta. Però a metà gennaio Larissa non è più venuta perché doveva assistere una sorella ammalata gravemente di un tumore al pancreas. Per qualche giorno sono andata avanti con una sostituta a ore, ma un sabato sera alla fine di gennaio ho detto al Signore, aiutami perché non ho più le forze per cambiare Ettore. Una mia cara vicina che mi porta sempre il giornale la domenica mattina, che era consapevole della mia situazione, mi ha detto alle dieci che io avrei dovuto prendere un filippino. A mezzogiorno sono venuti tanto Emilio che Lucia, che non vengono mai la domenica mattina. Lucia ha telefonato alla mamma filippina di un ex compagno di scuola di sua figlia Francesca; alla una durante il rito della chiesa evangelica di via del Babbuino è stata comunicata la mia richiesta.
Alle cinque si è presentato Francesco con la valigia. Dopo qualche mese mi ha detto che era venuto già con la valigia perché il Signore glielo aveva detto. Francesco, un uomo di cinquant’anni è molto religioso ed è stato straordinario con Ettore, senza di lui non avrei potuto assisterlo e tenerlo in casa fino alla fine. Francesco non ha voluto lasciarmi anche dopo la scomparsa di Ettore. La mattina fa un altro lavoro, sta con me il pomeriggio e la notte, inoltre guida l’automobile,e per me che ho sempre dovuto guidate la macchina mi pare che questo sia un dono straordinario.
Il secondo fatto che mi ha stupito è stato l’aiuto ricevuto dall’Antea, un hospice di eccellenza di Roma che ha assistito Ettore negli ultimi venti giorni . L’équipe dei medici e degli infermieri dell’Antea si reca a domicilio gratis tutti i giorni. Si può contattare l’équipe dalle otto di mattina fino alle otto di sera e la notte c’è una guardia notturna. Io che sono stata, purtroppo, con Ettore in tanti ospedali romani,sono stata strabiliata non solo dalla personale capacità di ogni membro, ma soprattutto dalla efficienza del loro coordinamento. L’unico difetto, riguardo all’Antea è che non è facile avere l’assistenza proprio quando se ne ha bisogno e in questo caso il mio stupore è nato anche dal fatto che Emilio cinque mesi prima che Ettore morisse mi ha detto di attivarmi per cercare un hospice che potesse fornire a casa la morfina in caso di bisogno. Sapevamo che in alcuni casi il mieloma multiplo dà terribili dolori ossei. Feci subito allora tutte le domande richiestemi dall’Antea di cui conoscevo l’esistenza perché ci lavorava un’amica.
Il medico venuto a vedere Ettore alla mia prima richiesta, la considerò fuori luogo, alzò le spalle come per dire “perché mi ha disturbato, il paziente non è terminale”. E invece qualche mese dopo quella richiesta fu provvidenziale, se non fossi stata già in lista non avrei avuto l’équipe. Con la loro esperienza nelle cure palliative tolgono al malato ogni sofferenza finale, non solo l’asfissia che temevo tanto per Ettore che aveva un enfisema cronico, ma persino il rantolo che fa molta impressione. Mi sono accorta che Ettore stava morendo quando ho osservato che aveva cambiato colore, era ocra come il Cristo del Mantegna, ma ciò mi ha dato il tempo di chiamare figli e nipoti che hanno assistito attorno al suo letto, in camera sua, al sottile affievolirsi del suo respiro mentre stava dormendo. Le due nipoti presenti, Francesca e Carlotta (figlia di Emilio) prima che si irrigidisse hanno voluto vestirlo. E in questa occasione abbiamo persino riso perché stavano mettendogli un vestito di Pietro che avevo messo nell’armadio di Ettore e e alle nove di sera non era distinguibile dagli altri vestiti. Pietro aveva dovuto ritornare a Cambridge a prendere Cecilia e le piccole gemelle di tre anni Elena e Greta, che dovevano traslocare dall’Inghilterra il 29 e mi aveva lasciato il suo vestito scuro sapendo che Ettore aveva pochi giorni di vita. Pietro è molto più grasso di di quello che era diventato Ettore alla fine e non avrebbe avuto un vestito per il funerale. Francesca con molto spirito ha detto “vestiamolo di celeste così, così non ci confondiamo” e ha scelto una cravatta di Ferragamo con gli angeli.
Come hanno visto Giorgio Gallo, Monica, Angelo e Pier che sono venuti dopo il coordinamento a salutare Ettore, (Monica e Pier hanno viaggiato tutta notte per questo), le mie nipoti grandi ( Marta, Carlotta, Francesca e Sofia dai 23 ai 18)sono state negli ultimi tempi della vita del nonno straordinarie. Ettore fino a due giorni prima della morte dopo la flebo mattutina, aveva nel pomeriggio qualche ora di lucidità. Lo portavamo in giardino, le mie nipotine lo accarezzavano e gli leggevano qualcosa.
A quelle piccole il nonno manca molto, Elena mi chiede sempre del nonno,”perché oggi non è qui con te?” , le abbiamo detto che è diventato una stella che ci manda la luce e una notte che le nuvole offuscavano le stelle ha detto “allora stasera il nonno non ci manda la luce”.Il fatto della luce le convince parzialmente, lo vorrebbero presente. L’assistenza delle nipoti ha molto rallegrato i suoi ultimi giorni ma lo ha anche rallegrato il poter salutare tanti divoi al telefono in quei momenti pomeridiani in cui era ancora lucido. Oltre alla vostre telefonate hanno scaldato il mio e il suo cuore le telefonate di monsignor Nogaro, di don Ciotti, di Alex Zannotelli, di Ferrò caporedattore di Jesus, di Giuseppe De Rita.
Vi racconto ora un altro fatto che mi ha riempito di stupore. Mio genero Stefano, marito di Lucia, è un architetto, che studia come sono orientate le chiese e le moschee del nostro paese, verso quale luogo sacro lontano. La sera del 27 giugno proprio mentre Ettore stava morendo ha fotografato insieme a Francesca il grande angelo con le ali spiegate posto sulla cupola di San Pietro e Paolo all’Eur che sta come prendendo il volo verso la Palestina. Solo una coincidenza ?
Non vi dico cosa hanno fatto Stefano ed Emilio per refrigerare la stanza dove avevamo messo Ettore perché Pietro potesse vederlo prima che fosse chiusa la bara. Hanno trasportato un enorme apparecchio che proprio perché troppo ingombrante veniva tenuto in cantina.
Come potete immaginare scrivere queste cose mi è costato ma so che avete voluto bene a Ettore e penso che possa farvi piacere sapere che la sua fine è stata un momento doloroso ma anche di commozione unitiva per tutta la sua grande famiglia, compresa la rete.
Un abbraccio Clotilde

LA SOLIDARIETA’ NON E’ UN CRIMINE

La segreteria,  a nome della Rete Radiè Resch Nazionale tutta, vuole esprimere la piena stima, fiducia e vicinanza a Padre Zerai.

Chiamato a far testimonianza della sua esperienza ad un nostro Convegno Nazionale a Trevi nel 2015, la storia di Padre Mussie si è immediatamente incrociata con la nostra.

Il suo “Andare verso le periferie e schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, per guardare ai problemi con i loro occhi ” è scelta schierata, chiara ed inequivocabile.

Scelta che è anche alla base dei valori fondanti della Rete Radiè Resch.

Perciò non possiamo che esser pienamente solidali con Padre Mussie.
Senza se e senza ma.

Il lavoro svolto dalla Agenzia Habeshia ha salvato, in emergenza, tante vite umane ma al contempo, al fianco dei migranti e del popolo eritreo, ha svelato le cause che generano migrazione, denunciandole in tutte le sedi politiche possibili.

In questo ultimo periodo abbiamo assistito ad una sistematica campagna di criminalizzazione nei confronti della solidarietà non istituzionalizzata.
Segnale sinistro e pericoloso ……

La solidarietà non allineata genera testimoni e voci scomode.
Libere, difficili da inquadrare.
Quelle a cui la Rete, da sempre, ha cercato di dar voce.

Perciò, usando tutti gli strumenti a nostra disposizione, cercheremo di divulgare il più possibile sia il comunicato stampa di Padre Zerai ( che sottolinea in maniera chiara ed esaustiva quanto accaduto) sia l’attività di Habeshia che più di tante parole testimonia una solidarietà fatta di scelte e concretezza ( vedi scheda allegata )

Preghiamo tutti quanti condividano tale indignazione e impostazione di fare altrettanto attraverso i propri contatti ed i propri canali informativi .

Grazie Padre Mussie
La segreteria della Rete Radiè Resch

 

 

LA SOLIDARIETA’ NON E’ UN CRIMINE
di don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia

Comunicato stampa

Negli ultimi giorni, prendendo spunto dall’inchiesta aperta dalla Procura di Trapani su alcuni episodi di cui si sarebbero resi protagonisti membri della Ong tedesca Jugend Rettet, sono stato chiamato in causa da qualche testata giornalistica per episodi che, così come sono stati ricostruiti e raccontati, si rivelano a mio avviso vere e proprie calunnie e, per la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro.
Mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa serie di calunnie che mi sono state indirizzate. Per il momento posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti.
Confermo che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese. Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare. Tutte le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane, al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno esatta del natante. Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso.
Non si tratta dunque, come qualcuno ha scritto, di messaggi telefonici in rete “pro invasione” dei migranti – ammesso e non concesso che sia una invasione, ipotesi smentita dalle cifre stesse degli arrivi rispetto alla popolazione europea – ma di interventi rivolti a salvare vite umane. Interventi concepiti nel medesimo spirito, ad esempio, dell’operazione Mare Nostrum – varata nel novembre 2013 dal Governo italiano e purtroppo revocata dopo un anno – nella convinzione che se programmi del genere fossero in vigore ad opera delle istituzioni europee o magari dell’Onu, probabilmente non sarebbe stata necessaria la mobilitazione delle Ong e, più modestamente, quella di Habeshia, nel Mediterraneo. Fermo restando che il problema non si risolve con il soccorso in mare, per quanto tempestivo ed efficiente, ma, nel breve/medio periodo, con l’organizzazione di canali legali di immigrazione e con una riforma radicale del sistema europeo di accoglienza e, nel lungo periodo, con una stabilizzazione/pacificazione dei paesi travolti dalle situazioni di crisi estrema che costringono migliaia di persone a fuggire ogni mese.

Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia. Un regime – hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di inchiesta, nel 2015 e nel 2016 – che ha eletto a sistema il terrore, costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio oltre confine.

Alla luce di tutto questo, ritenendo molte notizie pubblicate sul mio conto assolutamente diffamatorie e denigratorie, ho dato incarico ai miei legali di tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habeshia, l’agenzia che ho fondato e con la quale collaborano persone assolutamente disinteressate e a titolo totalmente volontario.

don Mussie Zerai –  Presidente dell’Agenzia Habeshia

Il messaggio è rivolto a Giovanni Caruso, responsabile della redazione.. È
stato trovato in una busta contenente un numero speciale del giornale per
commemorare Pippo Fava
 
Un messaggio minaccioso inequivocabili scritto al computer in dialetto
siciliano su un foglio: “Ti tagliamo la testa”. La testa di chi? Di
Giovanni Caruso. Lo dice  la copia acclusa di un “Foglio” dei *Siciliani
Giovani*, uno speciale di quattro pagine realizzato in occasione della
manifestazione organizzata per commemorare il giornalista Pippo Fava. È
questo il contenuto della busta trovata nel pomeriggio del 19 luglio 2017
sotto la porta dell’associazione di volontariato GAPA, che ospita la
redazione di *Siciliani Giovani* a Catania.
 
La minaccia è rivolta in particolare a Giovanni Caruso, responsabile della
redazione. Di Caruso è stato ritagliato e cancellato il volto nella foto di
gruppo, scattata alla manifestazione per Pippo Fava, il giornalista ucciso
a Catania dalla mafia nel 1984, che compariva in prima pagina sul numero
del giornale ritrovato nella busta.Non lo considero un attacco a me, ma all’intera redazione che da due anni
scrive e denuncia quello che accade a Catania”, ha detto Caruso a *Ossigeno*.La mia preoccupazione sono i ragazzi che lavorano con noi, ma devo dire
che i ‘compagni siciliani’ mi hanno dimostrato la loro disponibilità a
creare una cintura di protezione”. L’episodio è stato denunciato alla
Polizia di Catania il giorno successivo, il 20 luglio.
 
A Giovanni Caruso e alla redazione dei “Siciliani giovani” va la
solidarietà di Ossigeno.Appare significativo – affermano in una nota congiunta Giuseppe Giulietti
e Raffaele Lorusso, rispettivamente presidente e segretario della
Federazione della Stampa, e Alberto Cicero, segretario dell’Assostampa
Sicilia – che il messaggio intimidatorio sia arrivato il 19 luglio, giorno
della strage di via D’Amelio, e che sia arrivato nella redazione di un
giornale che storicamente si ricollega all’esperienza de *I Siciliani* di
Pippo Fava ed è ospitata in un bene sequestrato alla mafia. I colleghi di
certo non si lasceranno intimidire”.
 
Caruso, il 14 luglio, in occasione della presentazione ufficiale del
giornale – in piazza Federico II a Catania – aveva parlato di beni
confiscati, annunciato la prossima apertura al pubblico di un bene
confiscato, assegnato ai *Siciliani*, e rivelato che l’ultimo numero del
giornale era stato distribuito in tutta Italia su Tir confiscati alla
mafia. La redazione dei *Siciliani Giovani* aveva portato in piazza, in
quell’occasione, lo speciale che è stato poi ritrovato nella busta.
 
Ossigeno si è già occupato di Caruso nel dicembre del 2013, dopo che – la
notte di San Silvestro – ignoti avevano sparato tre colpi di pistola contro
la porta della redazione de *I Cordai*, giornale del quartiere San
Cristoforo di Catania, del quale Caruso di occupa ancora oggi (leggi
<http://notiziario.ossigeno.info/2013/01/catania-san-cristoforo-allarme-da-i-cordai-sparano-alla-nostra-redazione-18425/> ).

Sempre più profughi condannati a morire nel deserto

 

di Emilio Drudi

Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.

Tratto da: Tempi Moderni

Pubblicato da Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo 21:51 

 

APPELLO AI GIORNALISTI/E

ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),

ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da 30 anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, con uno dei regimi più oppressivi al mondo e centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica, dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. E’ inaccettabile il silenzio su 30 milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti coi governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa 50 milioni di profughi climatici dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa. Alex Zanotelli Napoli, 17 luglio 2017

ANSA

Addio ad Ettore Masina, una vita nel segno dell’impegno

L’amicizia con Paolo VI, gli anni in Rai, l’impegno in politica con il Pci

(ANSA) – ROMA, 28 GIU – E’ morto  a Roma il giornalista, scrittore e politico Ettore Masina, 88 anni, amico di Paolo VI e fondatore, con Paul Gauthier, della “Rete Radié Resch” di solidarietà internazionale. Nato a Breno in Val Camonica nel settembre 1928, inizialmente inviato e vaticanista de Il Giorno, Masina viveva dal 1964 nella capitale, dove era arrivato per seguire le cronache vaticane dopo l’elezione a papa di Montini che lui aveva conosciuto come arcivescovo di Milano. E proprio con un viaggio in Palestina al seguito di Paolo VI aveva conosciuto Gauthier, il sacerdote francese con il quale fondò poi, occupandosene a lungo, la rete di solidarietà intitolata ad una bimba palestinese morta di stenti e attiva anche in sudamerica. In Rai dal 1969 e dal 1976 conduttore del Tg2, lavorò con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nell’83 il salto in politica, eletto parlamentare nelle fila della Sinistra indipendente e poi con il Pci per più mandati fino al ’92, svolgendo tra gli altri il ruolo di segretario della Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Dopo lo scioglimento del Pci è stato membro della direzione del Pds. Chiusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprese l’attività giornalistica e di scrittura, sempre nel segno dell’impegno osservatore attento e profondo di temi politici ed ecclesiali. Fecondo autore di saggi religiosi ( “Il vangelo secondo gli anonimi”, “Il Dio in ginocchio”, “Il Califfo ci manda a dire”) e di tante belle biografie (Tra queste, più volte ristampata, la storia dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, “L’arcivescovo deve morire”, ma anche “Diario di un cattolico errante. 1992-1997 In viaggio fra santi, burocrati e guerriglieri”, e “L’Airone di Orbetello. Storia e storie di un cattocomunista”) è stato apprezzato scrittore di romanzi e racconti, tra cui Il Vincere, pubblicato nel 1994. Lascia la moglie Clotilde Buraggi, i tre figli Emilio, Lucia e Pietro, e sei nipoti molto amate. I funerali venerdì alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.(ANSA).

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Il Fatto Quotidiano

Addio a Ettore Masina, una vita fra il giornalismo e l’impegno sociale

di F. Q.

Il giornalista Ettore Masina è morto martedì 27 giugno all’età di88 anni. Quasi quindici anni in Rai, esperto vaticanista, parlamentare in commissione per il diritti umani e filantropo: con padre Paul Gauthier è stato il fondatore della rete di solidarietà internazionale “Radié Resch“.

Nato a Breno, in Val Camonica, nel settembre 1928, nel 1952 lascia gli studi di Medicina per dedicarsi al giornalismo, inizialmente come inviato e vaticanista per Il Giorno. Nel 1964 si trasferisce a Roma, per seguire le cronache vaticane dopo l’elezione di Montini come Paolo VI, che lui aveva conosciuto nell’arcidiocesi di Milano. Durante un viaggio in Palestina al seguito del Papa conosce Gauthier, il sacerdote francese con cui fonda la rete di solidarietà Radiè Resch, chiamata come una bambina palestinese morta di polmonite.

La sua carriera giornalistica prosegue in Rai: nel 1976 diventa conduttore del Tg2, lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nel 1983 decide di dedicarsi alla politica: viene eletto deputato nelle fila della Sinistra Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, per più mandati fino al 1992. Come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo scioglimento del Pci, è stato membro della direzione del Pds.

Negli anni ’90 Masina riprende l’attività di scrittura, dedicandosi principalmente a temi politici ed ecclesiali. Nel 1994 pubblica Il Vincere, romanzo storico ambientato nell’Italia fascista. Autore di saggi religiosi come “Il vangelo secondo gli anonimi”, “Il Dio in ginocchio”, “Il Califfo ci manda a dire”. Nella sua produzione letteraria anche diverse biografie, come la storia dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero.

Ettore Masina lascia la moglie Clotilde Buraggi, i figli Emilio, Lucia e Pietro, e sei nipoti. I funerali sono previsti per venerdì 30 giugno nella chiesa di San Frumenzio a Roma.

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L’ANTIDIPLOMATICO

Ricordo di Ettore Masina, amico e sostenitore del popolo palestinese.

di Patrizia Cecconi

Dopo Stefano Rodotà, nobile difensore dei principi costituzionali adottati e indicati come “via maestra”, ieri ci ha lasciato anche Ettore Masina, fondatore di RETE RADIE’ RESH. Con lui il popolo palestinese perde un grande amico.

Aveva quasi novant’anni ed era sposato con Clotilde, della quale diceva sempre di essere profondamente innamorato. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Masina iniziò a 24 anni a fare il giornalista per il quotidiano milanese “Il Giorno” e fu incaricato di seguire  il Concilio Vaticano II realizzando delle cronache così apprezzate da farlo conoscere e chiamare alla Rai. Ma lui, il vaticanista de “Il Giorno” era  un “fastidioso catto-comunista”, così fastidioso che due dei direttori del TG con cui lavorò lo detestarono stroncandogli la carriera per le sue posizioni di parte. Questo Masina lo diceva a voce alta ed andava fiero di essere di parte, cioè, come diceva lui stesso “dalla parte dei poveri e dalla parte degli onesti e tanto comunista che cattolico convinto”.

Il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che aveva scelto di risiedere in Palestina, lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse vivere sotto il tallone israeliano. Masina non  sapeva molto di Palestina, e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI che, detto per inciso, fu il primo papa ad andare in Palestina e a NON pronunciare mai la parola Israele, non per caso ma per precisa scelta. Scelse anche di entrare da Amman invece che da Tel Aviv e questo, nel linguaggio della diplomazia, rappresentava una dura condanna allo stato di Israele.

Del resto Paolo VI fu anche colui che riuscì a far liberare dalle galere israeliane monsignor Capucci, altro grande vecchio che ci ha lasciato a gennaio. 

Il viaggio in Palestina lo sconvolse, fu lì che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e questo segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite per la mancanza di un tetto per ripararsi dal freddo. Chi conosce la Palestina in inverno sa cosa significa quel freddo terribile anche dentro le mura di una casa ed è facile immaginare cosa possano significare quei terribili tre mesi invernali tra gli stracci e i cartoni!

La piccola Radié Resh ormai, quando lui la conobbe, aveva la febbre altissima e delirava.

Nel delirio immaginava di pulire i vetri della nuova casa che le istituzioni internazionali le avevano promesso. Sognava una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina mentre raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in Palestina  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i parlamentari, compresi i meno simpatizzanti per i palestinesi, erano rimasti così scossi da ritenere opportuno, all’unanimità, convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma si sa, quando si parla di Palestina non c’è aspetto umanitario che non abbia connotazione politica, ed è normale che sia così. E questo lo sa bene anche Israele e lo sanno bene i suoi sostenitori .

Masina proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono la metà, ma neanche un quarto, e neanche un ottavo: non se  ne presentò nemmeno uno! La longa manus israeliana sapeva bene come muoversi: davanti al crimine che non sarebbe cessato in quanto seguiva una precisa strategia, era meglio il silenzio, poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Questo successe allora. Questo ancora succede.

Masina, uomo mite per eccellenza, era molto duro su questo fatto e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Pensò allora che si dovesse creare un’organizzazione libera che potesse portare la voce dell’oppresso a far conoscere la realtà, ché tanto i media avrebbero seguitato a portare la voce dell’oppressore. Così fondò, insieme a sua moglie e al prete operaio Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina che morì sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze alla moglie, ai figli, ai suoi amatissimi nipoti e a tutta quella parte di mondo rimasta orfana di un uomo che aveva saputo coniugare comunismo e cristianesimo, impegno politico e sensibilità umana e che forse non troverà facilmente degni successori.

Patrizia Cecconi
Milano 28 giugno 2017
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VARESE NEWS

ROMA

L’ultimo dono di Ettore Masina

I funerali si sono svolti nella parrocchia San Frumenzio ai Prati. Tanti parenti, amici e conoscenti si sono stretti alla moglie e ai tre figli

Qualche volta Ettore ha preferito i suoi ideali ai suoi figli, a sua moglie.Io però ho avuto il privilegio di stare vicino a questo uomo così pieno di speranza e di fede. Lui voleva e credeva che il mondo cambiasse, che fosse fatto di persone con pari opportunità”.

È Clotilde, la ragazza che a 19 anni ha iniziato a frequentare il giovane giornalista Ettore Masina per sposarlo poco dopo, a chiudere le testimonianze alla fine del funerale.

La chiesa di San Frumenzio ai Prati si è riempita di familiari, amici e conoscenti, ben prima che iniziasse la celebrazione eucaristica. Nei banchi in prima fila, stretti vicini alla loro mamma,i figli Emilio, Lucia e Pietro. Subito dietro a loro i nipoti di ogni età fino alle più piccole gemelline di tre anni. Loro hanno portato la vitalità che caratterizza l’infanzia, ma che era anche un tratto tipico del loro nonno sempre attivo in tante direzioni. Un uomo che ha amato la vita e le persone che incontrava.

La vita di Ettore Masina si era intrecciata con la Lombardia e Varese. La sorella Marisa (scomparsa nel 2015) sposò Luigi Campiotti: proprio dal Varesotto sono arrivate a Roma tre delle quattro sorelle Campiotti, Marta, Maria e Veronica: mancava solo Chiara, ma erano presenti suo marito e sua figlia, tutti vicini a Giacomo.

Sull’altare otto sacerdoti per una cerimonia semplice, come richiesto dalla famiglia. È il Vangelo di Matteo, al capitolo XXV, dove si parla del giorno del giudizio, il centro delle riflessioni. Masina amava quel passaggio della sacra scrittura.

Quello è stato sempre il punto di riferimento della sua vita. Un’attenzione agli ultimi, ai più deboli. Un cammino fatto con loro e non per loro. Da qui si capisce la scelta di fondare la Rete Radiè Resch nel 1964, rientrando da un viaggio in Palestina al seguito di Papa Paolo VI. L’incontro con Paul Gauthier, dopo aver visto i bambini che vivevano nelle grotte come si racconta della nascita di Gesù, lo avrebbe profondamente cambiato non solo nel suo lavoro di giornalista, seguendo con sempre maggiore attenzione il Concilio Vaticano Secondo, ma in modo più profondo dando vita a un’esperienza che coinvolse migliaia di persone disponibili a condividere un percorso di solidarietà con le persone più povere”.

I figli hanno portato testimonianze diverse del loro papà, della sua tenerezza, dell’ironia e del profondo affetto. “Della morte, scherzando in un momento di lucidità che nell’ultimo anno purtroppo lo aveva abbandonato, ci ha detto che gli pareva un passo non necessario”.

Intorno a Ettore Masina ci sono state sempre tante persone e anche nel momento più duro, più delicato, è stato assistito con profondo affetto e anche i professionisti si sono legati a lui e alla famiglia.

La ricchezza e la varietà degli interventi ha permesso a tutti i presenti di ricordare quante esperienze diverse abbia vissuto Masina. Dal giornalismo alla politica, dalla solidarietà alla scrittura. È stato un vero testimone di un’epoca. Un Cristiano tutto di un pezzo come ha ben scritto Carlo Galeotti . “La migliore biografia di monsignor Romero è la sua perché “L’arcivescovo deve morire” non fa calcoli, non ci sono sconti o compromessi. Tutti quelli che vogliono conoscere la storia del Salvador devono leggerlo”.

Masina è stato anche un profondo Cristiano attento alla dimensione ecumenica. “Papà nell’ultimo periodo – ha raccontato il primogenito Emilio – soffriva il non poter scrivere. Come ogni scrittore però coltivava il sogno di portare a compimento un racconto per farne un romanzo. Così mi raccontava i pensieri che lo animavano per farne un nuovo libro. L’ultimo riguardava un gruppo di angeli che si erano ritrovati disoccupati a causa della perdita della speranza da parte degli uomini. Mi chiedeva come si potesse proseguire una storia così. Ecco io credo che ora sta a noi continuare a testimoniare le cose per cui si è tanto battuto”.

Nel corso della sua carriera Masina ha incontrato il mondo intero. Qualche volta non trovava la giusta attenzione proprio come scrittore e ben lo testimonia uno scritto che gli aveva dedicato il suo grande amico Davide Maria Turoldo. “Di Ettore Masina si dovrebbe parlare di più per il suo modo di parteciparci la realtà che vive. Anche come poeta: almeno parlare di quel suo particolare stile di comunicare che è fatto di gridi a voce trattenuta, e di silenzi; di aggressioni e di dolcezza; e di tenerezze che si aprono all’improvviso come fiori anche fuori stagione. Perché il giardino è sempre coltivato e custodito, sempre sarchiato con amore. E questo giardino è l’anima del mio amico, dove nessun sentimento manca, neppure quello dell’umorismo su di sé; umorismo che è sempre segno di intelligenza specie quando è intorno a se stessi”.

In diversi passaggi della propria vita e della propria produzione scritta Ettore ha guardato con serenità al tema della morte. Sua nipote per salutarlo ha scelto una poesia pubblicata nel suo ultimo lavoro pubblicato, Il bufalo e il bambino, Giuliano Ladolfi editore.  Una scelta che il suo nonno Ettore avrebbe apprezzato. Magari l’avrebbe rimproverata per qualcosa, “perché diciamolo pure -racconta un suo amico – lui aveva un caratteraccio”, però poi l’avrebbe stretta a se dimostrandole con il sorriso contagioso, quanto fosse felice che gli piacesse la sua ironia e quanto fosse cresciuta e bella.

Ettore Masina era rigoroso, ma al tempo stesso passionale e grande amante dei giochi con le parole. La sua testimonianza resterà per sempre anche grazie alla maestria del saperle trattare.

di Marco Giovannelli

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ALTO ADIGE

Il mondo cattolico piange la scomparsa di Ettore Masina

BOLZANO. Anche in Alto Adige il mondo cattolico piange la scomparsa di Ettore Masina. Scrive Francesco Comina: «È in un formidabile incrocio fra profezia e testimonianza che Ettore Masina ha fatto tutto quello che ha fatto: il giornalista, lo scrittore, il fondatore di un movimento di solidarietà internazionale (Rete Radié Resch), il politico (deputato alla Camera per due legislature), il conferenziere, il romanziere, il poeta, il marito, il padre di famiglia e il nonno. La sua penna annotava la storia. Riusciva ad entrarci dalle zone più esposte, scandagliando la terra più profonda dove vagano, come in un labirinto di spettri, gli anonimi che non contano, i respinti, i sospinti, i dannati. Fu con papa Giovanni che i problemi assoluti della politica e della fede cominciarono a diventare materia di dibattito culturale e di rinnovamento ecclesiale. Fu uno dei primi in Italiam insieme a Paolo Giuntella e a Pietro Scoppola, a capire l’ importanza di una tale testimonianza. Scrisse un testo commovente che contribuì alla diffusione della figura di Mayr-Nusser a livello italiano: “Una testimonianza – scrisse – da proporre ai giovani delle scuole medie e superiori che sono sono stufi di lezioni «buonistiche» non sostenute da testimonianze coraggiose. Da porre al centro di dibattiti culturali e religiosi, molti dei quali, oggi, sembrano troppo spesso ridotti a chiacchiericci campanilistici. Una testimonianza da contrapporre al revisionismo storico di marca cattolica o (molto peggio!) cattolicheggiante: Un santo finalmente finalmente, non tratto a forza dai secoli scorsi ma raccolto dalla storia di molti di noi”».

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ll Manifesto

L’ultimo addio a Ettore Masina

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PUBBLICATO29.6.2017, 22:32

È morto mercoledì sera a 88 anni il giornalista e scrittore Ettore Masina. Era stato a lungo inviato de Il Giorno e poi del Tg2. Durante il Concilio e il post-Concilio ha partecipato al dibattito della Chiesa coinvolgendosi sulle sorti del Terzo mondo in rivolta. Dopo aver seguito Paolo VI nello storico viaggio in Terra Santa, sconvolto dalla miseria dei palestinesi e incoraggiato dal sacerdote francese Paul Gauthier, nel 1964 fondò e coordinò per 30 anni, l’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch (dal nome di una bimba palestinese di Nazareth morta di polmonite).

Dal 1983 al 1992 è stato deputato per la Sinistra Indipendente. Fu anche eletto all’unanimità presidente della Commissione Diritti Umani. Con il suo impegno, fortemente terzomondista, ha guidato delegazioni italiane nei campi profughi palestinesi e in diversi Paesi africani; è stato osservatore nelle elezioni cilene del 1989. Poi presidente dell’Associazione Italia-Vietnam (quando tutti si sono dimenticati del Vietnam), collaborando in quel periodo anche con il manifesto, e dell’Associazione Italia-Sudafrica.

Ha pubblicato decine di saggi, romanzi, biografie, tra cui quella di padre Oscar Romero. E tre volumi autobiografici (Diario di un cattolico errante, Gamberetti, 1997; Il prevalente passato, Rubbettino, 2000; L’airone di Orbetello, Storia e storie di un cattocomunista, Rubbettino, 2005).

Nel ’98 gli è stato attribuita dall’Archivio Disarmo la «Colomba d’oro per la pace».

Alla moglie Clotilde Buraggi e ai i tre figli Emilio, Lucia e Pietro l’abbraccio de il manifesto.

L’ultimo saluto oggi (venerdì 30), alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.

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MOSAICO DI PACE

In ricordo di Ettore Masina

29 giugno 2017 – La redazione

Mentre andiamo in stampa con il numero di luglio di Mosaico di pace, nel quale ospitiamo una profonda riflessione di Domenico Gallo in ricordo del “grande giurista da parte dell’umanità”, Stefano Rodotà, abbiamo appreso della morte di un altro grande maestro per tutti noi: Ettore Masina.Preghiamo per lui e vogliamo ricordarlo ripubblicando un suo articolo scritto per Mosaico di pace nel numero di marzo 2005, riservandoci di raccontare la sua grande umanità e il suo pensiero nel numero di settembre di Mosaico di pace.

La redazione

 

Mosaico di pace/marzo 2005

La differenza fondamentale

Si identificò con i poveri. Fino a chiamarli per nome. Fino a condividere le loro ingiustizie. Mons. Romero fu ammazzato per questa scelta. Breve storia di una Chiesa incarnata. Come poche altre.

Ettore Masina

 

Se rivisito i miei ricordi più emozionanti, subito torno a un pomeriggio di sole a San Salvador. È il 4 febbraio 1992. Accanto alla cattedrale, la grande Piazza Civica, luogo, sino all’altro giorno, di orrendi massacri, oggi è piena di gente che sorride. Stamattina è stato firmato l’armistizio fra governo e guerriglia. Dopo tanti anni di guerra civile (e 75 mila morti in un Paese di 5 milioni di abitanti, grande come la Toscana) le famiglie lacerate da un conflitto che sembrava insanabile vanno ricomponendosi, le divise mimetiche dei soldati e i fazzoletti rossi dei guerriglieri punteggiano la folla, gli sguardi non sono più di odio. Al tramonto, un’orchestrina comincia a suonare, coppie di giovani e meno giovani si allacciano nel ballo. Su un fianco della cattedrale è stata appesa una gigantografia dell’arcivescovo Romero, assassinato dodici anni prima, il 24 marzo 1980. Molti, anche fra i ballerini, guardano quell’immagine, sorridendo; qualcuno, passandole accanto, si fa il segno della croce. Sulla gigantografia, una scritta: “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”. È il compimento di una profezia, lui lo aveva detto: “Se mi uccidono, risorgerò nel popolo”.

 

I poveri e i martiri

Ho pubblicato da più di dieci anni L’arcivescovo deve morire: Monsignor Romero e il suo popolo, un lavoro che talvolta mi obbligava a mettermi in ginocchio per la luminosità della fede che dovevo descrivere, e poi ho continuato a raccogliere con amore documenti e testimonianze sulla vicenda; ma quelle parole sulla gigantografia mi sembrano il documento che meglio racchiude in sé una semplice ma straordinaria verità. I poveri non dimenticano i loro martiri. E Romero fu soprattutto “loro”, dei poveri.

Questa unione dei vescovi con poveri che Dio gli ha affidato rimane spesso un’ideale quasi irraggiungibile. Il passato che grava sulle spalle della Chiesa (e che neppure il Concilio è riuscito a rimuovere completamente) ha reso difficile questa possibilità: è difficile per un teologo parlare la stessa lingua degli analfabeti, è difficile per un povero entrare in un palazzo vescovile e superare gli sbarramenti dei segretari; e poi, dopo i concordati, le “autorità” profane finiscono per cooptare i vescovi e lo stesso fanno i ricchi, magari proponendosi come benefattori. Dopo la sua conversione ai poveri Romero fece del suo pulpito un luogo sacro in cui venivano proclamate ogni domenica le storie e i nomi dei poveri, vittime della violenza dei potenti.

 

Alle radici della conversione

Che vuol dire “conversione ai poveri”?

Perché dire che Romero fu convertito dai poveri? Perché egli cominciò a leggere sine glossa, cioè senza mediazioni e senza attenuazioni, il Vangelo di Marco (XXV, 31-46) in cui Gesù annunzia la propria identificazione con i poveri (“Quello che avete fatto loro è a me che lo avete fatto”) e ammonisce che la condizione dei poveri è testimonianza, o meno, della nostra fedeltà a Lui. Ed essere fedeli a Lui significa non andare spavaldamente incontro a grandi pericoli, che sarebbe sciocco, ma neppure cedere alla prudenza mondana. Come fu convertito Romero, in questo senso? Era già un sacerdote molto pio, ma dominato da molte paure per se stesso e per la Chiesa. Diventato arcivescovo di San Salvador, una sera, venti giorni dopo il suo ingresso nella diocesi, riceve una chiamata: i fascisti al servizio dei grandi fazenderos gli hanno ucciso un prete, un gesuita di nome Rutilio Grande, che annunziava con forza il Vangelo di giustizia. Lo hanno ammazzato con due campesinos, un vecchio e un ragazzo, quasi emblemi di tre generazioni. Romero accorre nella chiesetta di campagna in cui sono stati portati i tre cadaveri. La folla trabocca dal tempio, ci sono contadini giunti da tutti i villaggi vicini. Ha scritto poi un testimone, padre Jon Sobrino: “Quel vescovo, di cui sapevo appena che era stato molto conservatore e psicologicamente debole, adesso sentiva che quelle centinaia di campesinos, inermi davanti alla repressione – quella che già subivano e quella che prevedevano – gli stavano chiedendo che li difendesse. E la risposta di Romero fu quella di diventare il loro difensore, essere la voce dei senza voce”. Da allora l’arcivescovo vedrà assassinare, spesso dopo orribili torture, sacerdoti, catechisti, suore, cari amici. Sarà tentato dalla paura, umiliato e offeso da chi avrebbe dovuto essergli vicino, calunniato a Roma, presentato come un candido sciocco “strumentalizzato dai comunisti”, accusato di complicità con la guerriglia, isolato da tanti “cristiani d’ordine e di buonsenso”. Risponderà: “La Chiesa, popolo di Dio nella storia, non si installa in alcun sistema sociale, in nessuna organizzazione politica, in nessun partito. La Chiesa non si lascia incasellare da nessuna di queste forze perché essa è l’eterna pellegrina della storia (…). I cristiani devono lavorare anche nei progetti della storia, ma non devono mai essere giocattoli nelle mani dei potenti.

 

Non vi è lecito

A 59 anni, l’età in cui normalmente negli uomini cominciano a indurirsi le vene e le idee, Romero riceve dai poveri la forza dell’inermità e della speranza. È stato definito uno “zelante pastore” ed è così: in buona parte della sua vita pastorale somiglia a certi vescovi delle “zone bianche” italiane, quelle in cui il benessere è legato alla tradizione cattolica: presiede novene, va a inaugurare corsi di cucito, assiste a rappresentazioni teatrali di bambini, ma si muove su scarpe le cui suole sono bagnate di sangue. Dovunque c’è un assassinio o addirittura un eccidio, Romero arriva a ricomporre corpi spezzati, consolare famiglie, additare responsabilità; e la domenica, in cattedrale denunzia soprusi, e grida ai governanti e ai ricchi che li esprimono un “Non ti è lecito” che ha risonanze profetiche. Condanna le violenze, tutte le violenze, ma non tace che quella dei militari e degli squadroni della morte è intenzionalmente diretta anche verso persone del tutto inermi. Arriva il momento in cui vede con certezza che lo uccideranno. Racconta nella sua ultima omelia: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo il grido del popolo, il dolore per così grandi delitti, l’ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento”. Una folla enorme lo ascolta e molte radio lo trasmettono. È il 23 marzo 1980 e l’arcivescovo, questa volta non eleva la sua voce soltanto contro il governo militare, si rivolge direttamente ai soldati: “Fratelli, siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: ‘Non uccidere’. Nessun soldato è tenuto a obbedire a un ordine che è contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno deve adempierla. È tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può tacere davanti a tanto orrore (…). In nome di Dio, allora, di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione”. Il giorno dopo, mentre celebra la messa nella piccola chiesa di un ospedale, un sicario dell’estrema destra gli spacca il cuore con un colpo di fucile.

 

La santità di monsignore

Sono passati 25 anni e l’arcivescovo non è stato dichiarato santo, cosa che risulta incomprensibile a chi abbia indagato con amoroso rispetto la sua vita e le ragioni del suo martirio. Nel Salvador la speranza di vita è assai bassa e la maggior parte dei contemporanei di monsignor Romero se n’è andata.

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VITA TRENTINA

Giornalismo in lutto per la morte di Ettore Masina

Vaticanista e fondatore dell’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch. Il ritratto di Ettore Masina nelle parole di Fulvio Gardumi

Il mondo del giornalismo piange la scomparsa di Ettore Masina, giornalista, scrittore e politico italiano, deceduto martedì a Roma all’età di 88 anni. Nato nel 1928, è stato uno dei vaticanisti più conosciuti. Masina ha fondato La Rete, associazione di solidarietà internazionale attiva in numerose città italiane, tra cui anche Trento e Rovereto.

“Grande personalità del mondo giornalistico e del cattolicesimo democratico italiano”. Il ritratto di Ettore Masina nel servizio del giornalista Fulvio Gardumi. (ascolta qui sotto)

Fondò la Rete Radié Resch

ADDIO A ETTORE MASINA,

GIORNALISTA DALLA PARTE

DEGLI OPPRESSI

E’ morto martedì sera a Roma il giornalista, scrittore e politico italiano Ettore Masina. Aveva 88 anni, essendo nato a Breno, in Valcamonica, nel 1928. La sua attività di giornalista era cominciata al “Giorno”, per il quale ha seguito i lavori del Concilio Vaticano II, diventando uno dei “vaticanisti” più conosciuti ed attenti. Masina lavorò poi alla Rai, come conduttore del TG2 e curatore di rubriche molto seguite. Fu amico personale di Paolo VI, che aveva conosciuto come vescovo di Milano. E proprio seguendo come inviato il primo viaggio all’estero di Paolo VI, in Terra Santa nel 1964, conobbe il prete operaio francese Paul Gauthier, che lavorava a Nazareth con i suoi “Compagni di Gesù Carpentiere” nella costruzione di case a riscatto per i palestinesi più poveri, che vivevano ancora in grotte come quella in cui era nato Gesù duemila anni prima.

Quell’incontro segnò una svolta nella vita di Masina. Si sentì interpellato da Gauthier, che all’epoca guidava un movimento di padri conciliari denominato “Chiesa dei Poveri”, e decise, su suo suggerimento, di fondare una rete di solidarietà basata sull’autotassazione, come segno di restituzione ai poveri di quanto il Nord del mondo rapisce al Sud. La Rete fu intitolata a una bambina palestinese, Radié Resch, morta di polmonite in una grotta in cui la sua famiglia viveva, in attesa di ottenere una casa costruita da Gauthier con i finanziamenti della Rete. Nell’agonia Radié – nome che in arabo significa ‘grazie a Dio’ – aveva continuato a ripetere “Io laverò i vetri della nostra casa”. Perciò Gauthier aveva commentato: “Radié è andata in una città migliore e di lassù ci aiuterà a lavare gli occhi di chi non vede la necessità di dividere i suoi beni con i poveri”.

In seguito Gauthier si trasferì in Brasile e da allora la Rete allargò la sua attività anche all’America Latina, che dagli anni ’60 in poi fu insanguinata da spaventose dittature. La Rete, presente tuttora in numerose città italiane, è attiva anche a Trento e Rovereto.

Masina ebbe anche un impegno diretto in politica: eletto nel 1983 come parlamentare della Sinistra Indipendente, fu rieletto nel 1988 e rimase in Parlamento fino al 1992. Numerosi anche i libri scritti da Masina. Tra i più noti la biografia del vescovo martire Oscar Romero, pubblicata dalla casa editrice trentina Il Margine. Anche il recente libro di Francesco Comina dedicato a Josef Mayr-Nusser ha una pregnante prefazione di Ettore Masina.

Fulvio Gardumi

Vita Trentina, 2 luglio 2017

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ECONOMIA ITALIANA

È morto Ettore Masina: giornalista, parlamentare, scrittore, ma soprattutto un grande testimone del Novecento

La sua attività intellettuale ha sempre corso in parallelo con l’impegno civile. Il ricordo di Marco Giovannelli


29/06/2017

Si è spento un grande uomo. Tra poco Ettore Masina avrebbe compiuto 89 anni. Giornalista, parlamentare, scrittore, ma soprattutto un grande testimone del Novecento. La sua attività intellettuale ha sempre corso in parallelo con l’impegno civile. Masina è stato promotore di molte iniziative di solidarietà internazionale volte a realizzare progetti concreti.
Come quello che nel 1964 aveva firmato con il prete francese Paul Gauthier, che viveva in Palestina dove, come carpentiere, aveva avviato una singolare esperienza di solidarietà con i poveri, scegliendo dapprima 
Nazaret e poi allargando la presenza della sua comunità di religiosi e operai anche all’America Latina. Da quella esperienza nacque la Rete Radié Resch.
Cattolico praticante, è stato a lungo uno dei vaticanisti più accreditati. La sua attività professionale lo aveva però portato presto in contatto con i più poveri, con gli ultimi, i perseguitati. Era così passato dallo scrivere il suo primo libro nel 1972, 
Il Vangelo secondo gli anonimi, a L’arcivescovo deve morire, la biografia più letta su Monsignor Romero ucciso a San Salvador dagli squadroni della morte mentre celebrava messa nel 1980.
Nato a Breno, in Valcamonica, il 4 settembre del 1928, si trasferì a Varese iniziando presto la carriera giornalistica a 
Il Giorno.
Ettore Masina è morto nella sua abitazione a Roma. Da tempo era malato, ma aveva affrontato la sua condizione con grande serenità assistito dai suo cari. A Varese ha ancora molti affetti, come il fratello Ernesto, per tanti anni dirigente e anche lui scrittore, suo cognato (la sorella Marisa è scomparsa da poco) e numerosi nipoti.
A questo punto riprendiamo la bella biografia pubblicata su Wikipedia. Chi l’ha scritta ha conosciuto una parte importante della vita pubblica di Ettore Masina.
Seguendo la professione del padre, la sua famiglia si trasferisce in diverse città, stabilendosi poi a Varese. Masina inizia l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver lasciato gli studi di medicina; lavora a 
Il Giorno, come inviato speciale e informatore religioso. Si trasferisce nel 1964 a Roma, da dove allora risiede; come vaticanista, segue il Concilio Vaticano II pubblicando delle cronache rimaste celebri, che gli procurano una grande notorietà nell’ambiente dell’informazione. Sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, si trasferisce nel 1969 alla RAI; il suo rapporto, non solo professionale, con Paolo VI è un segnale della professionalità che Masina ha acquisito nell’informazione religiosa.
Proseguiva intanto l’attività giornalistica, che aveva assunto sempre più un taglio “impegnato”; nel 1976 iniziò a condurre il TG2, e condivise il lavoro con alcuni celebri giornalisti come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Venne comunque osteggiato per il suo impegno dichiaratamente “di parte”.
Nel 1983 lasciò l’attività giornalistica per quella politica. Fu eletto deputato nella Sinistra Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, per più mandati fino al 1992; come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo scioglimento del PCI, è stato membro della direzione del PDS.
Dopo la chiusura della sua attività politica, sarebbe proseguita la sua opera di giornalista (
Segno del MondoJesusLatinoamerica etc.), attento osservatore di temi politici ed ecclesiali, e fecondo animatore di dibattiti culturali in giro per l’Italia.

(riproduzione riservata)

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LA STAMPA

L’addio del vaticanista Masina

Dal Giorno alla Rai. Le cronache dal Concilio. Ma anche quella Rete di solidarietà fondata con Paul Gauthier, dopo il viaggio al seguito di Paolo VI in Terrasanta

MARCO RONCALLI

ROMA

Assistito dall’affetto della sua famiglia, Ettore Masina si è spento ieri- 28 giugno – a Roma, a pochi mesi dagli 89 anni che avrebbe compiuto il prossimo 4 settembre. Giornalista vaticanista di lungo corso, parlamentare, Masina è stato anche impegnato – per decenni – in programmi di solidarietà e di difesa dei diritti in diversi paesi del mondo. Era nato a Breno, provincia di Brescia, in Val Camonica, nel 1928, ma seguendo i trasferimenti del padre per lavoro, aveva abitato successivamente in diverse città: da Bengasi a Varese, da Brescia a Milano. Aveva iniziato l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver abbandonato la facoltà di medicina.  

È Italo Pietra, direttore del Giorno (dal 1960 al 1972), a mandarlo a Roma nel ’64 a seguire come vaticanista i lavori del Concilio: l’eredità giovannea raccolta da Paolo VI. E le cronache che ne fa Masina (noto a Giovanni Battista Montini che quand’era arcivescovo di Milano l’aveva più volte consultato) gli procurano notorietà: a tutti gli effetti è il primo vaticanista del quotidiano dell’Eni che, dopo la svolta del Vaticano II, capisce l’ importanza dell’informazione religiosa, e vuole dilatarla.  

Non solo. La casa di Masina nella Capitale, ben presto diventa un luogo di incontri informali fra vescovi, giornalisti, teologi, in particolare provenienti dall’America Latina, ma non solo. Masina segue Paolo VI (del quale secondo Le Monde è «il giornalista più vicino al pensiero se non alla persona»), anche nel famoso viaggio in Terrasanta, e al suo rientro, dopo aver conosciuto il prete-operaio francese Paul Gauthier (carpentiere a Nazareth tra i poveri) fonda con lui «Rete Radié Resch» (intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una baracca). È l’inizio di una lunga avventura costellata di aspirazioni ideali, ma pure di concrete iniziative, di aiuti ai più bisognosi nelle periferie del mondo, che trova forte sostegno anche da parte della moglie di Masina, Clotilde. È il momento in cui a Masina si fissano in mente parole dette una volta da Paolo VI: «Vi sono tempi in cui l’unico vero realismo è quello delle utopie».  

In seguito lascia Il Giorno (dove il suo posto viene preso da Giancarlo Zizola) e, sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, passa alla Rai. È il ’69. Vi lavorerà sino all’ ’83 con l’etichetta di «cattocomunista», anche accanto a Peppino Fiori e Andrea Barbato.  

Poi eccolo compiere il salto diretto in politica, venendo eletto parlamentare per più mandati nella Sinistra indipendente e nella X legislatura assumendo la carica di presidente del comitato permanente per i diritti umani. Conclusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprende ad animare dibattiti culturali in giro per l’Italia, a parlare del «suo» terzo mondo, di umanità oppressa dall’ingiustizia e dalla miseria.  

Spesso intransigente, garbato, ma con toni durissimi (che non rinunciano per esempio ad attaccare il presidente della Repubblica Ciampi per un premio ad Oriana Fallaci, ritirato da monsignor Rino Fisichella), Masina non ha mai rallentato, sinché gli è stato possibile, il suo confronto costante con l’attualità. Lo ha fatto attraverso conferenze ovunque: scuole e parrocchie, sedi di associazioni e circoli culturali. 

Lo ha fatto con articoli (negli ultimi tempi con una rubrica su Jesus) e libri di diverso registro su temi ecclesiali e politici (e ricorrendo a metafore).  

Abbracciando con uno sguardo la sua produzione complessiva si nota che è stato autore di saggi di carattere religioso («Il vangelo secondo gli anonimi» edito da Cittadella nel ’72; «Il Dio in ginocchio» e «Il Califfo ci manda a dire» con i tipi di Rusconi, apparsi nell’ 82 e nell’83) e di biografie (e qui va almeno ricordata quella dedicata a Oscar Romero con il titolo «L’arcivescovo deve morire», pubblicata nel 1995 dal Gruppo Abele di Torino).  

Ma Masina ha scritto parecchio anche di sé e delle sue vicende: per esempio nel «Diario di un cattolico errante. 1992-1997 – In viaggio fra santi, burocrati e guerriglieri» (Gamberetti 1997) e nelle pagine dell’«Airone di Orbetello. Storia e storie di un cattocomunista» (Rubbettino 2005) dove ancora riflette sulla difficoltà di essere cattolici e al contempo comunisti nella società odierna. Ed ha firmato diversi documentari d’autore (consiglio di rivedere i diciotto minuti titolati «L’anno della riconciliazione – Anno Santo 1975»). Ricordo poi che, dopo averlo conosciuto sul campo per aver realizzato con lui un lavoro su Giovanni XXIII dal titolo «Cari figlioli» per San Paolo Film (quando mi erano già noti importanti lavori da lui curati come il «Diario del Concilio» di Henri Fesquet uscito da Mursia nel 1967), più volte ho reincontrato il Masina romanziere sia a Roma, sia nella redazione della San Paolo a Cinisello Balsamo – alle porte di Milano – quando lavorava sulle ultime bozze di titoli – poi di successo – come «Il Vincere» (1994), «Il Volo del Passero» (1997); «I gabbiani di Fringen» (1999): tutti con le edizioni allora dirette dal sacerdote paolino don Antonio Tarzia e dove Masina aveva come interlocutore l’editor per la narrativa Marco Beck giunto da Mondadori. In precedenza nel ’94 aveva già superato brillantemente prove con «Comprare un santo» per i tipi di Camunia (ambientato tra la sua provincia bresciana e la Roma del ’700), e ancor prima con «Il ferro e il miele» uscito da Rusconi nel 1983.  

Testimone di momenti cruciali della storia del nostro ’900 (e non solo) Masina ha tenuto a lungo una sua «Lettera» periodica, lì sovente esprimendo la sua visione critica, talora sferzante, sui fatti più salienti. Una visione comunicata spesso, sulla carta come nei colloqui diretti, con uno stile – è stato scritto «fatto di gridi a voce trattenuta, e di silenzi, di aggressioni: e di dolcezza, e di tenerezze…». Era un po’ tutto questo nel suo modo di scrivere e di agire. Domani 30 giugno alle 12 i funerali nella chiesa romana di San Frumenzio, ai Prati. 

Pubblicato il 29/06/2017

Ultima modifica il 29/06/2017 alle ore 14:20

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TUSCIAWEB

Cultura – E’ morto Ettore Masina, giornalista, politico e scrittore

Un borghese è passato per la cruna di un ago…

di Carlo Galeotti

Viterbo – Un borghese è passato per la cruna di un ago…. E’ morto Ettore Masina un giornalista, ma soprattutto un cristiano. Un cristiano tenace e testardo. Sì avete capito bene: un cristiano. Uno dei pochissimi che mi è capitato di incontrare.

Martedì se ne andato a 89 anni un cristiano che, nel segno del Vangelo di Cristo, s’era schierato dalla parte dei poveri. Dei poveri di tutto il Mondo.

Ho incontrato Ettore, grazie a un altro giornalista viterbese Marco Giovannelli, che ieri mattina mi ha dato la notizia. “E’ morto Ettore”, mi ha scritto. E in un istante la fase più bella e densa della mia vita è tornata con immagini, sapori, suoni, odori…

L’incontro con Ettore, eravamo poco più che liceali, ci mise in contatto con i poveri del Mondo. Erano tempi di potenti ideologie che davano senso alla vita. Già con un prete – contadino, don Franco Magalotti, facevamo attività di liberazione. L’impegno era per i portatori di handicap.

Ettore aprì i nostri occhi al Mondo. Vaticanista, aveva seguito il concilio Vaticano II e soprattutto il viaggio di Paolo VI in Palestina. Un viaggio che svelò al borghese cristiano, Ettore Masina, che, nella terra del Cristo, ancora si moriva nella grotte.

In Palestina c’era un prete del concilio Paul Gauthier. Un prete muratore che costruiva case per i palestinesi. Ettore gli chiese cosa potevamo fare noi in Italia per quei poveri. Paul Gauthier, con la concretezza dei preti, quando sono preti, gli disse più o meno: “Autotassatevi mensilmente, con questi soldi costruiremo le case per i palestinesi. Poi le affitteremo e con il ricavato costruiremo altre case”. Tornato in Italia, Ettore mise in piedi una organizzazione: la Rete Radié Resch, dal nome di una bimba morta in una grotta in Palestina. Chi aderiva si autotassava mensilmente. Prima furono finanziate le case dei Palestinesi, poi ilFrente sandinista de liberación nacional, il Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional in Salvador, i prigionieri politici in Uruguay, i compagni brasiliani, cileni…

E poi ci fu l’incontro con la teologia della liberazione. I fratelli Boff, Gutierrez, Helder Camara, Frei Betto, Cardenal, Oscar Romero… Ma anche figure meno conosciute e forse più carismatiche.

A Ettore debbo l’incontro con un intero universo umano e intellettuale. Dobbiamo una esperienza di vita infinitamente grande e densa di significati. L’incontro con la rivoluzione sandinista. Con Bernardino Formiconi, sacerdote in quel tempo rappresentate del Fronte Sandinista in Italia, protagonista, con la sua parrocchia a Managua, della sollevazione popolare contro il dittatore Somoza. Insieme a don Franco, Bernardino, un angelo in terra, officiò anche il mio matrimonio. Erano tempi in cui il privato esisteva poco. E si intrecciava con la politica in modo indissolubile. Un modo che oggi non riusciamo più neppure a spiegare ai nostri figli.

Ettore era questo, per noi, ma era anche molto altro. In un Italia di “cioccolatai”, l’espressione era spesso usata da Ettore, lui era un borghese che io pensavo tagliato con la roncola. E sì perché Ettore aveva un carattere a tratti tagliente. Duro. D’altra parte non si nasce in Valcamonica per caso. Ricordo l’impressione che mi fecero le sue certezze. A me, che venivo da un quartiere popolare e che, se guardavo indietro nella mia famiglia, trovavo gente straordinaria ma al massimo con la terza elementare, Ettore mi sembrò subito di un’altra razza. Un borghese per di più con tutte le verità di un cristiano. Un altro mondo. Anche sul piano intellettuale e caratteriale.

Ecco, in un’Italia di cioccolatai, è esistito un uomo come Ettore. Impressionante per rigore intellettuale, per coerenza, per forza nell’azione politica e sociale. Beh per uno come me, era incredibile un personaggio di questo tipo. Un personaggio che ha segnato la mia vita e quella di molti miei amici. A iniziare da Marco Giovannelli e tanti altri con cui ho condiviso vita, scelte politiche e religiose.

Ettore era però soprattutto un professionista della parola. Scritta e parlata. I suoi libri e suoi articoli ci hanno insegnato a scrivere. Confesso, ora te lo posso dire caro Ettore, qualche forma retorica te l’ho rubata. Ho clonato delle forme sintattiche.

Ettore dette vita in Rai a trasmissioni come Gulliver. Fatta di parola e immagini.

Venne anche a sostenere la mia candidatura, da indipendente di sinistra, a consigliere comunale a Viterbo. Non chiedetemi che anno era. So che c’era ancora il Pci.

Ebbene Ettore, grande oratore oserei dire, fatte le debite proporzioni, alla Martin Luther King, interviene a un incontro e, con una professionalità incredibile, nel suo discorso ogni tanto sottolineava: “Come ha detto Galeotti…”. Insomma, se uno fa un lavoro, lo deve fare seriamente. Se si sostiene un candidato con un discorso, così si fa.

Ettore mi permise anche, grazie alla Rete Radié Resch, di fare un’altra cosa importante. In quel tempo lavoravo a Varese, partii per Rimini, dove c’era l’incontro nazionale della Rete. Il tutto per intervistare un piccolo uomo brasiliano che era un gigante: Frei Betto. Uno dei più grandi intellettuali del Brasile era infatti ospite della Rete.

Ecco ora mi sembra, caro Ettore, di averti detto cose che nel corso di questa vita infernale non ho avuto il tempo di dirti a voce. Prendilo come un grazie un po’ articolato.

E sappi che sei sempre nella mia mente quando dico Vangelo. Quando dico speranza…

Carlo Galeotti

I funerali di Masina si svolgeranno nella chiesa di San Frumenzio nel quartiere di Prati a Roma venerdì alle 12.

Chi era Ettore Masina

Seguendo la professione del padre, la sua famiglia si trasferisce in diverse città, stabilendosi poi a Varese. Masina inizia l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver lasciato gli studi di medicina; lavora al Giorno, come inviato speciale e informatore religioso. Si trasferisce nel 1964 a Roma, da dove allora risiede; come “vaticanista”, segue il Concilio Vaticano II pubblicando delle cronache rimaste celebri, che gli procurano una grande notorietà nell’ambiente dell’informazione. Sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, si trasferisce nel 1969 alla Rai; il suo rapporto, non solo professionale, con Paolo VI è un segnale della professionalità che Masina ha acquisito nell’informazione religiosa.

Conosce nel 1964 il prete francese Paul Gauthier; questi viveva in Palestina, ove, come carpentiere, aveva avviato una singolare esperienza di solidarietà con i poveri, scegliendo dapprima Nazaret, e poi allargando la presenza della sua comunità di religiosi e operai anche all’America Latina.

Il viaggio con Paolo VI in Israele aveva fatto conoscere a Masina l’ambiente di cui Gauthier gli parlava, invitandolo nello stesso tempo a cambiare la sua prospettiva di vita e di impegno come credente. Assieme fondano l’associazione di solidarietà internazionale “Rete Radiè Resch”, prendendo il nome di una bambina palestinese morta di stenti nella sua abitazione fatiscente, mentre attendeva una nuova casa. La rete, strutturata in gruppi locali autonomi, lo vede coordinatore fino al 1994; in questo periodo diventa un’esperienza unica di cooperazione e di solidarietà, ma anche di sensibilizzazione sociale ed ecclesiale sulle povertà e i poveri del mondo.

Proseguiva intanto l’attività giornalistica, che aveva assunto sempre più un taglio “impegnato”; nel 1976 iniziò a condurre il Tg2, e condivide il lavoro con alcuni celebri giornalisti come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Viene comunque osteggiato per il suo impegno dichiaratamente “di parte”.

Nel 1983 lasciò l’attività giornalistica per quella politica. Fu eletto deputato nella Sinistra indipendente nelle liste del Partito comunista italiano, per più mandati fino al 1992; come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo sciogliemento del Pci, è stato membro della direzione del Pds.

Dopo la chiusura della sua attività politica, prosegue la sua opera di giornalista (Segno del Mondo, Jesus, Latinoamerica, etc.), attento osservatore di temi politici ed ecclesiali, e fecondo animatore di dibattiti culturali in giro per l’Italia; è anche un apprezzato scrittore.

Tiene contatto con la rete di amici e associazioni che ha costruito in questi anni mediante una “Lettera” periodica, in cui esprime la sua visione critica e nello stesso tempo credente sui fatti più salienti della vita italiana e internazionale.

29 giugno, 2017

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Giornalisti d’Italia

Grande amico di Paolo VI, aveva 88 anni. È stato vaticanista e conduttore del Tg2

Oggi i funerali del giornalista Ettore Masina

Scritto da Redazione il 30/06/2017 in Brutte notizieLazioRaiStampa cattolicaTelevisione |   0 commenti

Ettore Masina

ROMA – Saranno celebrati oggi, venerdì 30 giugno, a Roma, i funerali del giornalista Ettore Masina, 88 anni, apprezzato vaticanista della Rai, soprattutto al seguito di Paolo VI.
Nato a Breno della Val Camonica (Brescia) il 4 settembre 1928, era giornalista professionista iscritto all’Ordine del Lazio dal 20 agosto 1954.
Viveva a Roma dal 1964, dove si era trasferito dopo l’elezione a papa del suo amico Giovanni Battista Montini, che aveva conosciuto come arcivescovo di Milano.
In occasione di un viaggio papale in Palestina, Masina aveva conosciuto  il sacerdote francese Paul Gauthier, con il quale aveva fondato la “Rete Radié Resch”. Rete di solidarietàinternazionale intitolata ad una bambina palestinese morta di stenti.
In Rai dal 1969 e dal 1976, è stato conduttore del Tg2 lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nel 1983 il salto in politica, eletto parlamentare nelle fila della Sinistra indipendente e poi con il Pci per più mandati fino al 1992, svolgendo tra gli altri il ruolo di segretario della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Dopo lo scioglimento del Pci è stato membro della direzione del Pds.
Chiusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprese l’attività giornalistica e di scrittura, sempre nel segno dell’impegno osservatore attento e profondo di temi politici ed ecclesiali. Fecondo autore di saggi religiosi e di tante biografie, è stato apprezzato scrittore di romanzi e racconti, tra cui Il Vincere, pubblicato nel 1994.
Ettore Masina lascia la moglie Clotilde Buraggi, figli Emilio, Lucia e Pietro e sei nipoti. I funerali saranno celebrati oggi, alle ore 12, nella chiesa di San Frumenzio a Roma. (giornalistitalia.it)

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L’Adige, 29 giugno 2017

Giornalista, scrittore e politico. Illuminanti le sue cronache del Concilio. Fondò Rete Radié Resch

GLI ULTIMI PIANGONO ETTORE MASINA

di Fulvio Gardumi

E’ morto martedì sera a Roma Ettore Masina, giornalista, scrittore e politico italiano. Avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 4 settembre. Nato a Breno, in Valcamonica, ha trascorso gran parte della vita a Roma, dove ha lavorato come inviato speciale del “Giorno” e poi della Rai. In quella veste aveva compiuto numerosi viaggi in varie parti del mondo, coinvolte in guerre e rivoluzioni, avendo come colleghi alcuni dei più bei nomi del giornalismo e della letteratura italiana, da Eugenio Montale a Dino Buzzati, da Giorgio Bocca a Camilla Cederna, solo per citare i più noti. Per il “Giorno” Masina aveva seguito da vicino i lavori del Concilio Vaticano II, pubblicando delle cronache che fecero storia e diventando ben presto uno dei più grandi esperti di dinamiche ecclesiali. La sua amicizia personale con Paolo VI derivava dalla comune provenienza bresciana, ma si rafforzò proprio negli anni del Concilio. Nel 1964, seguendo da inviato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa (il primo viaggio all’estero di un Papa nell’età moderna), Masina conobbe a Nazareth un prete operaio francese, Paul Gauthier, che con alcuni confratelli aveva fondato la Compagnia di Gesù Carpentiere e stava costruendo delle case per i palestinesi più poveri. Per Masina quello era stato il primo impatto con la povertà di massa del Sud della Terra e fu uno choc che gli cambiò la vita. Gauthier, che all’epoca animava un gruppo di padri conciliari provenienti da tutto il mondo, riuniti sotto il nome di “Chiesa dei Poveri”, suggerì a Masina di creare una rete di amici che, autotassandosi come segno di restituzione di quanto il Nord rapina al Sud del mondo, inviasse le somme raccolte a famiglie palestinesi indigenti, che vivevano in grotte, permettendo loro di accedere alla cooperativa per la casa. Nacque così la Rete di solidarietà che Masina propose di chiamare col nome di una bambina di Nazareth, Radié Resch, che era morta di polmonite in un tugurio, in attesa che alla sua famiglia fosse assegnato una casa vera. La Rete fondata da Masina, presente in molte città italiane, tra cui anche Trento e Rovereto, si occupò da allora anche di altri oppressi della Terra, a cominciare da quelli dell’America Latina, continente che in quegli anni era insanguinato da orrende dittature.

Nel 1983 Masina entrò in politica, venendo eletto per più legislature come parlamentare della Sinistra Indipendente. Intensa è stata anche la sua attività di scrittore. Tra i suoi libri più noti una biografia del vescovo salvadoregno Oscar Romero, la cui versione più aggiornata è stata pubblicata qualche anno fa dalla casa editrice trentina Il Margine.

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UNIMONDO.ORG

Si è spento Ettore Masina, un altro vuoto incolmabile

Società civile

Venerdì, 30 Giugno 2017

Ettore Masina – Foto:Varesenews.it

Ettore Masina, giornalista, uomo politico e scrittore, fondatore di Rete Radié Resh, la rete di solidarietà attiva con il popolo palestinese ma anche con popoli dell’Africa e dell’America Latina, ci ha lasciati.  Il popolo palestinese perde un grande amico e il mondo, tutto, perde l’uomo che ha mostrato con coerenza e coraggio la possibilità di fondere comunismo e cristianesimo, impegno politico e sociale, puntando sempre sul rispetto dei diritti umani e della propria dignità professionale. Aveva quasi novant’anni ed ancora, all’occasione, diceva di essere profondamente innamorato di sua moglie, Clotilde. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Ettore Masina lasciò gli studi di medicina e iniziò molto giovane a lavorare per “Il Giorno” che lo incaricò di seguire  il Concilio Vaticano II. Furono i suoi ottimi reportages come vaticanista a farlo assumere in Rai come consulente religioso. Ma Masina era anche  un caparbio “catto-comunista” che per le sue posizioni  essere stato seriamente ostacolato da due dei tre direttori del TG con cui lavorò tanto da averne la carriera stroncata. Ma di questo Masina ne parlava con una certa fierezza: essere ostacolato per le sue posizioni politiche “di parte”, gli permetteva di affermare che in realtà  lui di parte lo era, in quanto stava dalla parte degli oppressi ed era convintamente tanto comunista che cattolico.

Il suo viaggio in Palestina nel 1964 diede una svolta alla sua vita. In Palestina viveva il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse calarsi in mezzo alla povertà in cui viveva il popolo palestinese.  Masina non  sapeva molto della situazione e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI il quale, peraltro, fu il primo papa a visitare la Palestina scegliendo di non  pronunciare mai la parola Israele. Paolo VI decise anche di entrare da Amman piuttosto che da Tel Aviv e questo, nella simbologia diplomatica, rappresentava una chiara condanna verso lo Stato di Israele.

Fu in quell’occasione che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e ciò segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite perché non aveva più un tetto sotto cui ripararsi né cibi e cure adeguate per superare la malattia. Chi conosce la Palestina nei mesi invernali sa cosa significhi quel gelo terribile anche dentro le mura di una casa, figurarsi tra i cartoni e le lamiere di un tugurio come quello in cui morirono (e ancora ogni anno muoiono) di stenti, di malattie e di assideramento tanti palestinesi rimasti senza la protezione di una casa degna di questo nome. Quando Masina la incontrò, la piccola Radié Resh ormai era all’ultimo stadio della sua malattia e, nel delirio dovuto alla febbre altissima, immaginava di essere nella nuova casa promessa dalle istituzioni internazionali e di pulirne i vetri. Il suo ultimo sogno era una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina quando raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in “Terra santa”  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i delegati, di qualunque partito, tornarono talmente scossi da quanto avevano visto da ritenere opportuno convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma quando si parla di Palestina anche l’aspetto umanitario assume una connotazione politica, e questo lo sapeva e tuttora lo sa molto bene anche Israele, così come lo sanno i suoi sostenitori. Masina, quindi, proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono né un quarto, né un decimo. Non si presentò nessuno! La longa manus israeliana aveva fatto le sue mosse: davanti al crimine che era semplicemente parte di una precisa strategia, era meglio il silenzio mediatico Poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato e in qualche anno il progetto israeliano si sarebbe compiuto con la “comprensione” e il consenso della stessa opinione pubblica internazionale “ben diretta”.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Avrebbero svolto il loro compito di “opinion maker” in senso proprio, come previsto dalla “hasbara”. Questo successe allora. Questo ancora succede. Masina, uomo mite per eccellenza ed aperto al dialogo per formazione e convinzione, aveva delle posizioni molto dure su questo argomento e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista serio e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Quando raccontava di questa esperienza aggiungeva di aver ben pensato, nel lontano 1964, quando decise di fondare un’organizzazione libera che potesse dar voce alle ragioni degli oppressi affinché si conoscesse la verità, tanto i media  mainstream avrebbero seguitato a dar voce alla narrazione della parte dominante, ovvero dell’oppressore.

Fu così che decise di costituire, con sua moglie e Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina morta  sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze a sua moglie, a tutta la sua famiglia e a quella parte di mondo rimasta orfana di un “catto-comunista” coraggioso e sensibile che lascia un ricordo tanto profondo quanto lo è il vuoto dovuto alla sua scomparsa.

IERI FU ASSASSINATO LUIS MARILEO, MA LA PALLOTTOLA CHE LO UCCISE FU SPARATA MOLTO TEMPO FA

La prima volta che arrestarono Luis Marileo, studiava ancora nel Liceo Tecnico Professionale di Pailahueque, oggi trasformato in base della polizia. Correva l’anno 2010 e Luis, ancora minorenne, era accusato sulla base della Legge contro il terrorismo. Mentre trascorreva cinque mesi nel Centro Penitenziario di Chol Chol, scriveva: “denuncio la violazione dei nostri diritti, come ragazzi e giovani, da parte dello Stato Cileno e del Sistema Giudiziario, che ci privano della nostra libertà di studiare, di stare con le nostre famiglie, vittime per anni di assedio da parte di questo Stato, che ha già incarcerato i nostri parenti, maltrattato le nostre madri, sorelle e fratelli minori”. Prima di compiere diciotto anni, Luis era già stato vittima di molte violenze.

Stando in carcere, assieme ad altri giovani Mapuche, Luis iniziò uno sciopero della fame, chiedendo che il Sename [Servizio Nazionale per i Minori] facesse il proprio lavoro. Vale a dire che, di fronte della sottoposizione a giudizio di un minorenne, l’istituzione manifestasse interesse ad accelerare i processi e che, inoltre, intervenisse per proteggere l’incolumità dei giovani Mapuche incarcerati, tutte le volte che il trattamento di polizia fosse stato violento. Luis, dopo 41 giorni di sciopero della fame, sospese la protesta, a fronte dell’impegno del Sename di intervenire sul caso.

Quel primo arresto, privò Luis della libertà per quasi un anno, anche se il processo non terminò prima del 2014. In quella occasione, era accusato di Associazione Terroristica, per il caso chiamato “Peaje Quino”, dal quale fu completamente assolto. Di più: in quella occasione, i nove Mapuche tra cui Luis, che dovettero passare mesi o anni in custodia cautelare e arresti domiciliari, risultarono vittime di una montatura, che terminò portando alla luce la partecipazione di agenti dei Carabineros negli attentati, con lo scopo di incolpare dirigenti Mapuche.

Questo primo processo, che Luis Marileo dovette affrontare essendo, quando tutto cominciò, ancora minorenne, dà conto del rapporto che le istituzioni statali hanno stabilito con i bambini ed i giovani Mapuche. Lo Stato arriva nelle comunità quasi solo come repressione e condanna. Senza andare lontano, il Liceo dove Luis studiava, oggi è stato trasformato in una grande base della polizia, da dove si coordina la militarizzazione del territorio Mapuche. Lo Stato ha preferito investire in repressione e controllo politico, invece di fare progressi nel riconoscimento dei diritti collettivi, sociali e politici.

Ieri Luis Marileo fu assassinato, ma la pallottola che lo uccise fu sparata molto tempo fa, fu sparata nel momento in cui i governi della Concertacion [Concertacion de Partidos por la Democracia: coalizione di centro-sinistra](oggi Nuova Maggioranza) e della Destra, optarono per la criminalizzazione del movimento, decisero di segnare con il fuoco le vite dei bambini e dei giovani della comunità. La violenza dello Stato fu un elemento permanente nella vita di Luis. Di sicuro, la sua vita si collega anche con le storie di discriminazione e maltrattamenti che la società Mapuche ha dovuto sopportare dall’occupazione [da parte dello Stato Cileno], a partire dalla metà del diciannovesimo secolo.

Ancora, non è possibile leggere la vita e la morte di Luis, solo sulla base di ciò che la stampa ha definito come “i suoi precedenti penali”. Sicuramente se ne parlerà molto sulla stampa, durante questa settimana, altrettanto sicuro che il tema entrerà nella compagna elettorale, però la situazione sarà sempre molto più complessa e dolorosa. Per ora, ci resta solo la tristezza e la memoria.

Claudio Alvarado Lincopi

 

La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

di Rashid Khalidi
The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.
Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.
Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.
Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.
Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.
Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.
La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”
Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.
Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.
La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.
Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.
Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”
Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.
Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.
Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

Traduzione di Donato Cioli
A cura di Assopace Palestina