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ANSA

Addio ad Ettore Masina, una vita nel segno dell’impegno

L’amicizia con Paolo VI, gli anni in Rai, l’impegno in politica con il Pci

(ANSA) – ROMA, 28 GIU – E’ morto  a Roma il giornalista, scrittore e politico Ettore Masina, 88 anni, amico di Paolo VI e fondatore, con Paul Gauthier, della “Rete Radié Resch” di solidarietà internazionale. Nato a Breno in Val Camonica nel settembre 1928, inizialmente inviato e vaticanista de Il Giorno, Masina viveva dal 1964 nella capitale, dove era arrivato per seguire le cronache vaticane dopo l’elezione a papa di Montini che lui aveva conosciuto come arcivescovo di Milano. E proprio con un viaggio in Palestina al seguito di Paolo VI aveva conosciuto Gauthier, il sacerdote francese con il quale fondò poi, occupandosene a lungo, la rete di solidarietà intitolata ad una bimba palestinese morta di stenti e attiva anche in sudamerica. In Rai dal 1969 e dal 1976 conduttore del Tg2, lavorò con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nell’83 il salto in politica, eletto parlamentare nelle fila della Sinistra indipendente e poi con il Pci per più mandati fino al ’92, svolgendo tra gli altri il ruolo di segretario della Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Dopo lo scioglimento del Pci è stato membro della direzione del Pds. Chiusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprese l’attività giornalistica e di scrittura, sempre nel segno dell’impegno osservatore attento e profondo di temi politici ed ecclesiali. Fecondo autore di saggi religiosi ( “Il vangelo secondo gli anonimi”, “Il Dio in ginocchio”, “Il Califfo ci manda a dire”) e di tante belle biografie (Tra queste, più volte ristampata, la storia dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, “L’arcivescovo deve morire”, ma anche “Diario di un cattolico errante. 1992-1997 In viaggio fra santi, burocrati e guerriglieri”, e “L’Airone di Orbetello. Storia e storie di un cattocomunista”) è stato apprezzato scrittore di romanzi e racconti, tra cui Il Vincere, pubblicato nel 1994. Lascia la moglie Clotilde Buraggi, i tre figli Emilio, Lucia e Pietro, e sei nipoti molto amate. I funerali venerdì alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.(ANSA).

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Il Fatto Quotidiano

Addio a Ettore Masina, una vita fra il giornalismo e l’impegno sociale

di F. Q.

Il giornalista Ettore Masina è morto martedì 27 giugno all’età di88 anni. Quasi quindici anni in Rai, esperto vaticanista, parlamentare in commissione per il diritti umani e filantropo: con padre Paul Gauthier è stato il fondatore della rete di solidarietà internazionale “Radié Resch“.

Nato a Breno, in Val Camonica, nel settembre 1928, nel 1952 lascia gli studi di Medicina per dedicarsi al giornalismo, inizialmente come inviato e vaticanista per Il Giorno. Nel 1964 si trasferisce a Roma, per seguire le cronache vaticane dopo l’elezione di Montini come Paolo VI, che lui aveva conosciuto nell’arcidiocesi di Milano. Durante un viaggio in Palestina al seguito del Papa conosce Gauthier, il sacerdote francese con cui fonda la rete di solidarietà Radiè Resch, chiamata come una bambina palestinese morta di polmonite.

La sua carriera giornalistica prosegue in Rai: nel 1976 diventa conduttore del Tg2, lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nel 1983 decide di dedicarsi alla politica: viene eletto deputato nelle fila della Sinistra Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, per più mandati fino al 1992. Come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo scioglimento del Pci, è stato membro della direzione del Pds.

Negli anni ’90 Masina riprende l’attività di scrittura, dedicandosi principalmente a temi politici ed ecclesiali. Nel 1994 pubblica Il Vincere, romanzo storico ambientato nell’Italia fascista. Autore di saggi religiosi come “Il vangelo secondo gli anonimi”, “Il Dio in ginocchio”, “Il Califfo ci manda a dire”. Nella sua produzione letteraria anche diverse biografie, come la storia dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero.

Ettore Masina lascia la moglie Clotilde Buraggi, i figli Emilio, Lucia e Pietro, e sei nipoti. I funerali sono previsti per venerdì 30 giugno nella chiesa di San Frumenzio a Roma.

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L’ANTIDIPLOMATICO

Ricordo di Ettore Masina, amico e sostenitore del popolo palestinese.

di Patrizia Cecconi

Dopo Stefano Rodotà, nobile difensore dei principi costituzionali adottati e indicati come “via maestra”, ieri ci ha lasciato anche Ettore Masina, fondatore di RETE RADIE’ RESH. Con lui il popolo palestinese perde un grande amico.

Aveva quasi novant’anni ed era sposato con Clotilde, della quale diceva sempre di essere profondamente innamorato. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Masina iniziò a 24 anni a fare il giornalista per il quotidiano milanese “Il Giorno” e fu incaricato di seguire  il Concilio Vaticano II realizzando delle cronache così apprezzate da farlo conoscere e chiamare alla Rai. Ma lui, il vaticanista de “Il Giorno” era  un “fastidioso catto-comunista”, così fastidioso che due dei direttori del TG con cui lavorò lo detestarono stroncandogli la carriera per le sue posizioni di parte. Questo Masina lo diceva a voce alta ed andava fiero di essere di parte, cioè, come diceva lui stesso “dalla parte dei poveri e dalla parte degli onesti e tanto comunista che cattolico convinto”.

Il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che aveva scelto di risiedere in Palestina, lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse vivere sotto il tallone israeliano. Masina non  sapeva molto di Palestina, e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI che, detto per inciso, fu il primo papa ad andare in Palestina e a NON pronunciare mai la parola Israele, non per caso ma per precisa scelta. Scelse anche di entrare da Amman invece che da Tel Aviv e questo, nel linguaggio della diplomazia, rappresentava una dura condanna allo stato di Israele.

Del resto Paolo VI fu anche colui che riuscì a far liberare dalle galere israeliane monsignor Capucci, altro grande vecchio che ci ha lasciato a gennaio. 

Il viaggio in Palestina lo sconvolse, fu lì che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e questo segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite per la mancanza di un tetto per ripararsi dal freddo. Chi conosce la Palestina in inverno sa cosa significa quel freddo terribile anche dentro le mura di una casa ed è facile immaginare cosa possano significare quei terribili tre mesi invernali tra gli stracci e i cartoni!

La piccola Radié Resh ormai, quando lui la conobbe, aveva la febbre altissima e delirava.

Nel delirio immaginava di pulire i vetri della nuova casa che le istituzioni internazionali le avevano promesso. Sognava una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina mentre raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in Palestina  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i parlamentari, compresi i meno simpatizzanti per i palestinesi, erano rimasti così scossi da ritenere opportuno, all’unanimità, convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma si sa, quando si parla di Palestina non c’è aspetto umanitario che non abbia connotazione politica, ed è normale che sia così. E questo lo sa bene anche Israele e lo sanno bene i suoi sostenitori .

Masina proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono la metà, ma neanche un quarto, e neanche un ottavo: non se  ne presentò nemmeno uno! La longa manus israeliana sapeva bene come muoversi: davanti al crimine che non sarebbe cessato in quanto seguiva una precisa strategia, era meglio il silenzio, poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Questo successe allora. Questo ancora succede.

Masina, uomo mite per eccellenza, era molto duro su questo fatto e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Pensò allora che si dovesse creare un’organizzazione libera che potesse portare la voce dell’oppresso a far conoscere la realtà, ché tanto i media avrebbero seguitato a portare la voce dell’oppressore. Così fondò, insieme a sua moglie e al prete operaio Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina che morì sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze alla moglie, ai figli, ai suoi amatissimi nipoti e a tutta quella parte di mondo rimasta orfana di un uomo che aveva saputo coniugare comunismo e cristianesimo, impegno politico e sensibilità umana e che forse non troverà facilmente degni successori.

Patrizia Cecconi
Milano 28 giugno 2017
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VARESE NEWS

ROMA

L’ultimo dono di Ettore Masina

I funerali si sono svolti nella parrocchia San Frumenzio ai Prati. Tanti parenti, amici e conoscenti si sono stretti alla moglie e ai tre figli

Qualche volta Ettore ha preferito i suoi ideali ai suoi figli, a sua moglie.Io però ho avuto il privilegio di stare vicino a questo uomo così pieno di speranza e di fede. Lui voleva e credeva che il mondo cambiasse, che fosse fatto di persone con pari opportunità”.

È Clotilde, la ragazza che a 19 anni ha iniziato a frequentare il giovane giornalista Ettore Masina per sposarlo poco dopo, a chiudere le testimonianze alla fine del funerale.

La chiesa di San Frumenzio ai Prati si è riempita di familiari, amici e conoscenti, ben prima che iniziasse la celebrazione eucaristica. Nei banchi in prima fila, stretti vicini alla loro mamma,i figli Emilio, Lucia e Pietro. Subito dietro a loro i nipoti di ogni età fino alle più piccole gemelline di tre anni. Loro hanno portato la vitalità che caratterizza l’infanzia, ma che era anche un tratto tipico del loro nonno sempre attivo in tante direzioni. Un uomo che ha amato la vita e le persone che incontrava.

La vita di Ettore Masina si era intrecciata con la Lombardia e Varese. La sorella Marisa (scomparsa nel 2015) sposò Luigi Campiotti: proprio dal Varesotto sono arrivate a Roma tre delle quattro sorelle Campiotti, Marta, Maria e Veronica: mancava solo Chiara, ma erano presenti suo marito e sua figlia, tutti vicini a Giacomo.

Sull’altare otto sacerdoti per una cerimonia semplice, come richiesto dalla famiglia. È il Vangelo di Matteo, al capitolo XXV, dove si parla del giorno del giudizio, il centro delle riflessioni. Masina amava quel passaggio della sacra scrittura.

Quello è stato sempre il punto di riferimento della sua vita. Un’attenzione agli ultimi, ai più deboli. Un cammino fatto con loro e non per loro. Da qui si capisce la scelta di fondare la Rete Radiè Resch nel 1964, rientrando da un viaggio in Palestina al seguito di Papa Paolo VI. L’incontro con Paul Gauthier, dopo aver visto i bambini che vivevano nelle grotte come si racconta della nascita di Gesù, lo avrebbe profondamente cambiato non solo nel suo lavoro di giornalista, seguendo con sempre maggiore attenzione il Concilio Vaticano Secondo, ma in modo più profondo dando vita a un’esperienza che coinvolse migliaia di persone disponibili a condividere un percorso di solidarietà con le persone più povere”.

I figli hanno portato testimonianze diverse del loro papà, della sua tenerezza, dell’ironia e del profondo affetto. “Della morte, scherzando in un momento di lucidità che nell’ultimo anno purtroppo lo aveva abbandonato, ci ha detto che gli pareva un passo non necessario”.

Intorno a Ettore Masina ci sono state sempre tante persone e anche nel momento più duro, più delicato, è stato assistito con profondo affetto e anche i professionisti si sono legati a lui e alla famiglia.

La ricchezza e la varietà degli interventi ha permesso a tutti i presenti di ricordare quante esperienze diverse abbia vissuto Masina. Dal giornalismo alla politica, dalla solidarietà alla scrittura. È stato un vero testimone di un’epoca. Un Cristiano tutto di un pezzo come ha ben scritto Carlo Galeotti . “La migliore biografia di monsignor Romero è la sua perché “L’arcivescovo deve morire” non fa calcoli, non ci sono sconti o compromessi. Tutti quelli che vogliono conoscere la storia del Salvador devono leggerlo”.

Masina è stato anche un profondo Cristiano attento alla dimensione ecumenica. “Papà nell’ultimo periodo – ha raccontato il primogenito Emilio – soffriva il non poter scrivere. Come ogni scrittore però coltivava il sogno di portare a compimento un racconto per farne un romanzo. Così mi raccontava i pensieri che lo animavano per farne un nuovo libro. L’ultimo riguardava un gruppo di angeli che si erano ritrovati disoccupati a causa della perdita della speranza da parte degli uomini. Mi chiedeva come si potesse proseguire una storia così. Ecco io credo che ora sta a noi continuare a testimoniare le cose per cui si è tanto battuto”.

Nel corso della sua carriera Masina ha incontrato il mondo intero. Qualche volta non trovava la giusta attenzione proprio come scrittore e ben lo testimonia uno scritto che gli aveva dedicato il suo grande amico Davide Maria Turoldo. “Di Ettore Masina si dovrebbe parlare di più per il suo modo di parteciparci la realtà che vive. Anche come poeta: almeno parlare di quel suo particolare stile di comunicare che è fatto di gridi a voce trattenuta, e di silenzi; di aggressioni e di dolcezza; e di tenerezze che si aprono all’improvviso come fiori anche fuori stagione. Perché il giardino è sempre coltivato e custodito, sempre sarchiato con amore. E questo giardino è l’anima del mio amico, dove nessun sentimento manca, neppure quello dell’umorismo su di sé; umorismo che è sempre segno di intelligenza specie quando è intorno a se stessi”.

In diversi passaggi della propria vita e della propria produzione scritta Ettore ha guardato con serenità al tema della morte. Sua nipote per salutarlo ha scelto una poesia pubblicata nel suo ultimo lavoro pubblicato, Il bufalo e il bambino, Giuliano Ladolfi editore.  Una scelta che il suo nonno Ettore avrebbe apprezzato. Magari l’avrebbe rimproverata per qualcosa, “perché diciamolo pure -racconta un suo amico – lui aveva un caratteraccio”, però poi l’avrebbe stretta a se dimostrandole con il sorriso contagioso, quanto fosse felice che gli piacesse la sua ironia e quanto fosse cresciuta e bella.

Ettore Masina era rigoroso, ma al tempo stesso passionale e grande amante dei giochi con le parole. La sua testimonianza resterà per sempre anche grazie alla maestria del saperle trattare.

di Marco Giovannelli

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ALTO ADIGE

Il mondo cattolico piange la scomparsa di Ettore Masina

BOLZANO. Anche in Alto Adige il mondo cattolico piange la scomparsa di Ettore Masina. Scrive Francesco Comina: «È in un formidabile incrocio fra profezia e testimonianza che Ettore Masina ha fatto tutto quello che ha fatto: il giornalista, lo scrittore, il fondatore di un movimento di solidarietà internazionale (Rete Radié Resch), il politico (deputato alla Camera per due legislature), il conferenziere, il romanziere, il poeta, il marito, il padre di famiglia e il nonno. La sua penna annotava la storia. Riusciva ad entrarci dalle zone più esposte, scandagliando la terra più profonda dove vagano, come in un labirinto di spettri, gli anonimi che non contano, i respinti, i sospinti, i dannati. Fu con papa Giovanni che i problemi assoluti della politica e della fede cominciarono a diventare materia di dibattito culturale e di rinnovamento ecclesiale. Fu uno dei primi in Italiam insieme a Paolo Giuntella e a Pietro Scoppola, a capire l’ importanza di una tale testimonianza. Scrisse un testo commovente che contribuì alla diffusione della figura di Mayr-Nusser a livello italiano: “Una testimonianza – scrisse – da proporre ai giovani delle scuole medie e superiori che sono sono stufi di lezioni «buonistiche» non sostenute da testimonianze coraggiose. Da porre al centro di dibattiti culturali e religiosi, molti dei quali, oggi, sembrano troppo spesso ridotti a chiacchiericci campanilistici. Una testimonianza da contrapporre al revisionismo storico di marca cattolica o (molto peggio!) cattolicheggiante: Un santo finalmente finalmente, non tratto a forza dai secoli scorsi ma raccolto dalla storia di molti di noi”».

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ll Manifesto

L’ultimo addio a Ettore Masina

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PUBBLICATO29.6.2017, 22:32

È morto mercoledì sera a 88 anni il giornalista e scrittore Ettore Masina. Era stato a lungo inviato de Il Giorno e poi del Tg2. Durante il Concilio e il post-Concilio ha partecipato al dibattito della Chiesa coinvolgendosi sulle sorti del Terzo mondo in rivolta. Dopo aver seguito Paolo VI nello storico viaggio in Terra Santa, sconvolto dalla miseria dei palestinesi e incoraggiato dal sacerdote francese Paul Gauthier, nel 1964 fondò e coordinò per 30 anni, l’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch (dal nome di una bimba palestinese di Nazareth morta di polmonite).

Dal 1983 al 1992 è stato deputato per la Sinistra Indipendente. Fu anche eletto all’unanimità presidente della Commissione Diritti Umani. Con il suo impegno, fortemente terzomondista, ha guidato delegazioni italiane nei campi profughi palestinesi e in diversi Paesi africani; è stato osservatore nelle elezioni cilene del 1989. Poi presidente dell’Associazione Italia-Vietnam (quando tutti si sono dimenticati del Vietnam), collaborando in quel periodo anche con il manifesto, e dell’Associazione Italia-Sudafrica.

Ha pubblicato decine di saggi, romanzi, biografie, tra cui quella di padre Oscar Romero. E tre volumi autobiografici (Diario di un cattolico errante, Gamberetti, 1997; Il prevalente passato, Rubbettino, 2000; L’airone di Orbetello, Storia e storie di un cattocomunista, Rubbettino, 2005).

Nel ’98 gli è stato attribuita dall’Archivio Disarmo la «Colomba d’oro per la pace».

Alla moglie Clotilde Buraggi e ai i tre figli Emilio, Lucia e Pietro l’abbraccio de il manifesto.

L’ultimo saluto oggi (venerdì 30), alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.

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MOSAICO DI PACE

In ricordo di Ettore Masina

29 giugno 2017 – La redazione

Mentre andiamo in stampa con il numero di luglio di Mosaico di pace, nel quale ospitiamo una profonda riflessione di Domenico Gallo in ricordo del “grande giurista da parte dell’umanità”, Stefano Rodotà, abbiamo appreso della morte di un altro grande maestro per tutti noi: Ettore Masina.Preghiamo per lui e vogliamo ricordarlo ripubblicando un suo articolo scritto per Mosaico di pace nel numero di marzo 2005, riservandoci di raccontare la sua grande umanità e il suo pensiero nel numero di settembre di Mosaico di pace.

La redazione

 

Mosaico di pace/marzo 2005

La differenza fondamentale

Si identificò con i poveri. Fino a chiamarli per nome. Fino a condividere le loro ingiustizie. Mons. Romero fu ammazzato per questa scelta. Breve storia di una Chiesa incarnata. Come poche altre.

Ettore Masina

 

Se rivisito i miei ricordi più emozionanti, subito torno a un pomeriggio di sole a San Salvador. È il 4 febbraio 1992. Accanto alla cattedrale, la grande Piazza Civica, luogo, sino all’altro giorno, di orrendi massacri, oggi è piena di gente che sorride. Stamattina è stato firmato l’armistizio fra governo e guerriglia. Dopo tanti anni di guerra civile (e 75 mila morti in un Paese di 5 milioni di abitanti, grande come la Toscana) le famiglie lacerate da un conflitto che sembrava insanabile vanno ricomponendosi, le divise mimetiche dei soldati e i fazzoletti rossi dei guerriglieri punteggiano la folla, gli sguardi non sono più di odio. Al tramonto, un’orchestrina comincia a suonare, coppie di giovani e meno giovani si allacciano nel ballo. Su un fianco della cattedrale è stata appesa una gigantografia dell’arcivescovo Romero, assassinato dodici anni prima, il 24 marzo 1980. Molti, anche fra i ballerini, guardano quell’immagine, sorridendo; qualcuno, passandole accanto, si fa il segno della croce. Sulla gigantografia, una scritta: “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”. È il compimento di una profezia, lui lo aveva detto: “Se mi uccidono, risorgerò nel popolo”.

 

I poveri e i martiri

Ho pubblicato da più di dieci anni L’arcivescovo deve morire: Monsignor Romero e il suo popolo, un lavoro che talvolta mi obbligava a mettermi in ginocchio per la luminosità della fede che dovevo descrivere, e poi ho continuato a raccogliere con amore documenti e testimonianze sulla vicenda; ma quelle parole sulla gigantografia mi sembrano il documento che meglio racchiude in sé una semplice ma straordinaria verità. I poveri non dimenticano i loro martiri. E Romero fu soprattutto “loro”, dei poveri.

Questa unione dei vescovi con poveri che Dio gli ha affidato rimane spesso un’ideale quasi irraggiungibile. Il passato che grava sulle spalle della Chiesa (e che neppure il Concilio è riuscito a rimuovere completamente) ha reso difficile questa possibilità: è difficile per un teologo parlare la stessa lingua degli analfabeti, è difficile per un povero entrare in un palazzo vescovile e superare gli sbarramenti dei segretari; e poi, dopo i concordati, le “autorità” profane finiscono per cooptare i vescovi e lo stesso fanno i ricchi, magari proponendosi come benefattori. Dopo la sua conversione ai poveri Romero fece del suo pulpito un luogo sacro in cui venivano proclamate ogni domenica le storie e i nomi dei poveri, vittime della violenza dei potenti.

 

Alle radici della conversione

Che vuol dire “conversione ai poveri”?

Perché dire che Romero fu convertito dai poveri? Perché egli cominciò a leggere sine glossa, cioè senza mediazioni e senza attenuazioni, il Vangelo di Marco (XXV, 31-46) in cui Gesù annunzia la propria identificazione con i poveri (“Quello che avete fatto loro è a me che lo avete fatto”) e ammonisce che la condizione dei poveri è testimonianza, o meno, della nostra fedeltà a Lui. Ed essere fedeli a Lui significa non andare spavaldamente incontro a grandi pericoli, che sarebbe sciocco, ma neppure cedere alla prudenza mondana. Come fu convertito Romero, in questo senso? Era già un sacerdote molto pio, ma dominato da molte paure per se stesso e per la Chiesa. Diventato arcivescovo di San Salvador, una sera, venti giorni dopo il suo ingresso nella diocesi, riceve una chiamata: i fascisti al servizio dei grandi fazenderos gli hanno ucciso un prete, un gesuita di nome Rutilio Grande, che annunziava con forza il Vangelo di giustizia. Lo hanno ammazzato con due campesinos, un vecchio e un ragazzo, quasi emblemi di tre generazioni. Romero accorre nella chiesetta di campagna in cui sono stati portati i tre cadaveri. La folla trabocca dal tempio, ci sono contadini giunti da tutti i villaggi vicini. Ha scritto poi un testimone, padre Jon Sobrino: “Quel vescovo, di cui sapevo appena che era stato molto conservatore e psicologicamente debole, adesso sentiva che quelle centinaia di campesinos, inermi davanti alla repressione – quella che già subivano e quella che prevedevano – gli stavano chiedendo che li difendesse. E la risposta di Romero fu quella di diventare il loro difensore, essere la voce dei senza voce”. Da allora l’arcivescovo vedrà assassinare, spesso dopo orribili torture, sacerdoti, catechisti, suore, cari amici. Sarà tentato dalla paura, umiliato e offeso da chi avrebbe dovuto essergli vicino, calunniato a Roma, presentato come un candido sciocco “strumentalizzato dai comunisti”, accusato di complicità con la guerriglia, isolato da tanti “cristiani d’ordine e di buonsenso”. Risponderà: “La Chiesa, popolo di Dio nella storia, non si installa in alcun sistema sociale, in nessuna organizzazione politica, in nessun partito. La Chiesa non si lascia incasellare da nessuna di queste forze perché essa è l’eterna pellegrina della storia (…). I cristiani devono lavorare anche nei progetti della storia, ma non devono mai essere giocattoli nelle mani dei potenti.

 

Non vi è lecito

A 59 anni, l’età in cui normalmente negli uomini cominciano a indurirsi le vene e le idee, Romero riceve dai poveri la forza dell’inermità e della speranza. È stato definito uno “zelante pastore” ed è così: in buona parte della sua vita pastorale somiglia a certi vescovi delle “zone bianche” italiane, quelle in cui il benessere è legato alla tradizione cattolica: presiede novene, va a inaugurare corsi di cucito, assiste a rappresentazioni teatrali di bambini, ma si muove su scarpe le cui suole sono bagnate di sangue. Dovunque c’è un assassinio o addirittura un eccidio, Romero arriva a ricomporre corpi spezzati, consolare famiglie, additare responsabilità; e la domenica, in cattedrale denunzia soprusi, e grida ai governanti e ai ricchi che li esprimono un “Non ti è lecito” che ha risonanze profetiche. Condanna le violenze, tutte le violenze, ma non tace che quella dei militari e degli squadroni della morte è intenzionalmente diretta anche verso persone del tutto inermi. Arriva il momento in cui vede con certezza che lo uccideranno. Racconta nella sua ultima omelia: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo il grido del popolo, il dolore per così grandi delitti, l’ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento”. Una folla enorme lo ascolta e molte radio lo trasmettono. È il 23 marzo 1980 e l’arcivescovo, questa volta non eleva la sua voce soltanto contro il governo militare, si rivolge direttamente ai soldati: “Fratelli, siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: ‘Non uccidere’. Nessun soldato è tenuto a obbedire a un ordine che è contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno deve adempierla. È tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può tacere davanti a tanto orrore (…). In nome di Dio, allora, di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione”. Il giorno dopo, mentre celebra la messa nella piccola chiesa di un ospedale, un sicario dell’estrema destra gli spacca il cuore con un colpo di fucile.

 

La santità di monsignore

Sono passati 25 anni e l’arcivescovo non è stato dichiarato santo, cosa che risulta incomprensibile a chi abbia indagato con amoroso rispetto la sua vita e le ragioni del suo martirio. Nel Salvador la speranza di vita è assai bassa e la maggior parte dei contemporanei di monsignor Romero se n’è andata.

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VITA TRENTINA

Giornalismo in lutto per la morte di Ettore Masina

Vaticanista e fondatore dell’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch. Il ritratto di Ettore Masina nelle parole di Fulvio Gardumi

Il mondo del giornalismo piange la scomparsa di Ettore Masina, giornalista, scrittore e politico italiano, deceduto martedì a Roma all’età di 88 anni. Nato nel 1928, è stato uno dei vaticanisti più conosciuti. Masina ha fondato La Rete, associazione di solidarietà internazionale attiva in numerose città italiane, tra cui anche Trento e Rovereto.

“Grande personalità del mondo giornalistico e del cattolicesimo democratico italiano”. Il ritratto di Ettore Masina nel servizio del giornalista Fulvio Gardumi. (ascolta qui sotto)

Fondò la Rete Radié Resch

ADDIO A ETTORE MASINA,

GIORNALISTA DALLA PARTE

DEGLI OPPRESSI

E’ morto martedì sera a Roma il giornalista, scrittore e politico italiano Ettore Masina. Aveva 88 anni, essendo nato a Breno, in Valcamonica, nel 1928. La sua attività di giornalista era cominciata al “Giorno”, per il quale ha seguito i lavori del Concilio Vaticano II, diventando uno dei “vaticanisti” più conosciuti ed attenti. Masina lavorò poi alla Rai, come conduttore del TG2 e curatore di rubriche molto seguite. Fu amico personale di Paolo VI, che aveva conosciuto come vescovo di Milano. E proprio seguendo come inviato il primo viaggio all’estero di Paolo VI, in Terra Santa nel 1964, conobbe il prete operaio francese Paul Gauthier, che lavorava a Nazareth con i suoi “Compagni di Gesù Carpentiere” nella costruzione di case a riscatto per i palestinesi più poveri, che vivevano ancora in grotte come quella in cui era nato Gesù duemila anni prima.

Quell’incontro segnò una svolta nella vita di Masina. Si sentì interpellato da Gauthier, che all’epoca guidava un movimento di padri conciliari denominato “Chiesa dei Poveri”, e decise, su suo suggerimento, di fondare una rete di solidarietà basata sull’autotassazione, come segno di restituzione ai poveri di quanto il Nord del mondo rapisce al Sud. La Rete fu intitolata a una bambina palestinese, Radié Resch, morta di polmonite in una grotta in cui la sua famiglia viveva, in attesa di ottenere una casa costruita da Gauthier con i finanziamenti della Rete. Nell’agonia Radié – nome che in arabo significa ‘grazie a Dio’ – aveva continuato a ripetere “Io laverò i vetri della nostra casa”. Perciò Gauthier aveva commentato: “Radié è andata in una città migliore e di lassù ci aiuterà a lavare gli occhi di chi non vede la necessità di dividere i suoi beni con i poveri”.

In seguito Gauthier si trasferì in Brasile e da allora la Rete allargò la sua attività anche all’America Latina, che dagli anni ’60 in poi fu insanguinata da spaventose dittature. La Rete, presente tuttora in numerose città italiane, è attiva anche a Trento e Rovereto.

Masina ebbe anche un impegno diretto in politica: eletto nel 1983 come parlamentare della Sinistra Indipendente, fu rieletto nel 1988 e rimase in Parlamento fino al 1992. Numerosi anche i libri scritti da Masina. Tra i più noti la biografia del vescovo martire Oscar Romero, pubblicata dalla casa editrice trentina Il Margine. Anche il recente libro di Francesco Comina dedicato a Josef Mayr-Nusser ha una pregnante prefazione di Ettore Masina.

Fulvio Gardumi

Vita Trentina, 2 luglio 2017

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ECONOMIA ITALIANA

È morto Ettore Masina: giornalista, parlamentare, scrittore, ma soprattutto un grande testimone del Novecento

La sua attività intellettuale ha sempre corso in parallelo con l’impegno civile. Il ricordo di Marco Giovannelli


29/06/2017

Si è spento un grande uomo. Tra poco Ettore Masina avrebbe compiuto 89 anni. Giornalista, parlamentare, scrittore, ma soprattutto un grande testimone del Novecento. La sua attività intellettuale ha sempre corso in parallelo con l’impegno civile. Masina è stato promotore di molte iniziative di solidarietà internazionale volte a realizzare progetti concreti.
Come quello che nel 1964 aveva firmato con il prete francese Paul Gauthier, che viveva in Palestina dove, come carpentiere, aveva avviato una singolare esperienza di solidarietà con i poveri, scegliendo dapprima 
Nazaret e poi allargando la presenza della sua comunità di religiosi e operai anche all’America Latina. Da quella esperienza nacque la Rete Radié Resch.
Cattolico praticante, è stato a lungo uno dei vaticanisti più accreditati. La sua attività professionale lo aveva però portato presto in contatto con i più poveri, con gli ultimi, i perseguitati. Era così passato dallo scrivere il suo primo libro nel 1972, 
Il Vangelo secondo gli anonimi, a L’arcivescovo deve morire, la biografia più letta su Monsignor Romero ucciso a San Salvador dagli squadroni della morte mentre celebrava messa nel 1980.
Nato a Breno, in Valcamonica, il 4 settembre del 1928, si trasferì a Varese iniziando presto la carriera giornalistica a 
Il Giorno.
Ettore Masina è morto nella sua abitazione a Roma. Da tempo era malato, ma aveva affrontato la sua condizione con grande serenità assistito dai suo cari. A Varese ha ancora molti affetti, come il fratello Ernesto, per tanti anni dirigente e anche lui scrittore, suo cognato (la sorella Marisa è scomparsa da poco) e numerosi nipoti.
A questo punto riprendiamo la bella biografia pubblicata su Wikipedia. Chi l’ha scritta ha conosciuto una parte importante della vita pubblica di Ettore Masina.
Seguendo la professione del padre, la sua famiglia si trasferisce in diverse città, stabilendosi poi a Varese. Masina inizia l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver lasciato gli studi di medicina; lavora a 
Il Giorno, come inviato speciale e informatore religioso. Si trasferisce nel 1964 a Roma, da dove allora risiede; come vaticanista, segue il Concilio Vaticano II pubblicando delle cronache rimaste celebri, che gli procurano una grande notorietà nell’ambiente dell’informazione. Sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, si trasferisce nel 1969 alla RAI; il suo rapporto, non solo professionale, con Paolo VI è un segnale della professionalità che Masina ha acquisito nell’informazione religiosa.
Proseguiva intanto l’attività giornalistica, che aveva assunto sempre più un taglio “impegnato”; nel 1976 iniziò a condurre il TG2, e condivise il lavoro con alcuni celebri giornalisti come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Venne comunque osteggiato per il suo impegno dichiaratamente “di parte”.
Nel 1983 lasciò l’attività giornalistica per quella politica. Fu eletto deputato nella Sinistra Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, per più mandati fino al 1992; come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo scioglimento del PCI, è stato membro della direzione del PDS.
Dopo la chiusura della sua attività politica, sarebbe proseguita la sua opera di giornalista (
Segno del MondoJesusLatinoamerica etc.), attento osservatore di temi politici ed ecclesiali, e fecondo animatore di dibattiti culturali in giro per l’Italia.

(riproduzione riservata)

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LA STAMPA

L’addio del vaticanista Masina

Dal Giorno alla Rai. Le cronache dal Concilio. Ma anche quella Rete di solidarietà fondata con Paul Gauthier, dopo il viaggio al seguito di Paolo VI in Terrasanta

MARCO RONCALLI

ROMA

Assistito dall’affetto della sua famiglia, Ettore Masina si è spento ieri- 28 giugno – a Roma, a pochi mesi dagli 89 anni che avrebbe compiuto il prossimo 4 settembre. Giornalista vaticanista di lungo corso, parlamentare, Masina è stato anche impegnato – per decenni – in programmi di solidarietà e di difesa dei diritti in diversi paesi del mondo. Era nato a Breno, provincia di Brescia, in Val Camonica, nel 1928, ma seguendo i trasferimenti del padre per lavoro, aveva abitato successivamente in diverse città: da Bengasi a Varese, da Brescia a Milano. Aveva iniziato l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver abbandonato la facoltà di medicina.  

È Italo Pietra, direttore del Giorno (dal 1960 al 1972), a mandarlo a Roma nel ’64 a seguire come vaticanista i lavori del Concilio: l’eredità giovannea raccolta da Paolo VI. E le cronache che ne fa Masina (noto a Giovanni Battista Montini che quand’era arcivescovo di Milano l’aveva più volte consultato) gli procurano notorietà: a tutti gli effetti è il primo vaticanista del quotidiano dell’Eni che, dopo la svolta del Vaticano II, capisce l’ importanza dell’informazione religiosa, e vuole dilatarla.  

Non solo. La casa di Masina nella Capitale, ben presto diventa un luogo di incontri informali fra vescovi, giornalisti, teologi, in particolare provenienti dall’America Latina, ma non solo. Masina segue Paolo VI (del quale secondo Le Monde è «il giornalista più vicino al pensiero se non alla persona»), anche nel famoso viaggio in Terrasanta, e al suo rientro, dopo aver conosciuto il prete-operaio francese Paul Gauthier (carpentiere a Nazareth tra i poveri) fonda con lui «Rete Radié Resch» (intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una baracca). È l’inizio di una lunga avventura costellata di aspirazioni ideali, ma pure di concrete iniziative, di aiuti ai più bisognosi nelle periferie del mondo, che trova forte sostegno anche da parte della moglie di Masina, Clotilde. È il momento in cui a Masina si fissano in mente parole dette una volta da Paolo VI: «Vi sono tempi in cui l’unico vero realismo è quello delle utopie».  

In seguito lascia Il Giorno (dove il suo posto viene preso da Giancarlo Zizola) e, sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, passa alla Rai. È il ’69. Vi lavorerà sino all’ ’83 con l’etichetta di «cattocomunista», anche accanto a Peppino Fiori e Andrea Barbato.  

Poi eccolo compiere il salto diretto in politica, venendo eletto parlamentare per più mandati nella Sinistra indipendente e nella X legislatura assumendo la carica di presidente del comitato permanente per i diritti umani. Conclusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprende ad animare dibattiti culturali in giro per l’Italia, a parlare del «suo» terzo mondo, di umanità oppressa dall’ingiustizia e dalla miseria.  

Spesso intransigente, garbato, ma con toni durissimi (che non rinunciano per esempio ad attaccare il presidente della Repubblica Ciampi per un premio ad Oriana Fallaci, ritirato da monsignor Rino Fisichella), Masina non ha mai rallentato, sinché gli è stato possibile, il suo confronto costante con l’attualità. Lo ha fatto attraverso conferenze ovunque: scuole e parrocchie, sedi di associazioni e circoli culturali. 

Lo ha fatto con articoli (negli ultimi tempi con una rubrica su Jesus) e libri di diverso registro su temi ecclesiali e politici (e ricorrendo a metafore).  

Abbracciando con uno sguardo la sua produzione complessiva si nota che è stato autore di saggi di carattere religioso («Il vangelo secondo gli anonimi» edito da Cittadella nel ’72; «Il Dio in ginocchio» e «Il Califfo ci manda a dire» con i tipi di Rusconi, apparsi nell’ 82 e nell’83) e di biografie (e qui va almeno ricordata quella dedicata a Oscar Romero con il titolo «L’arcivescovo deve morire», pubblicata nel 1995 dal Gruppo Abele di Torino).  

Ma Masina ha scritto parecchio anche di sé e delle sue vicende: per esempio nel «Diario di un cattolico errante. 1992-1997 – In viaggio fra santi, burocrati e guerriglieri» (Gamberetti 1997) e nelle pagine dell’«Airone di Orbetello. Storia e storie di un cattocomunista» (Rubbettino 2005) dove ancora riflette sulla difficoltà di essere cattolici e al contempo comunisti nella società odierna. Ed ha firmato diversi documentari d’autore (consiglio di rivedere i diciotto minuti titolati «L’anno della riconciliazione – Anno Santo 1975»). Ricordo poi che, dopo averlo conosciuto sul campo per aver realizzato con lui un lavoro su Giovanni XXIII dal titolo «Cari figlioli» per San Paolo Film (quando mi erano già noti importanti lavori da lui curati come il «Diario del Concilio» di Henri Fesquet uscito da Mursia nel 1967), più volte ho reincontrato il Masina romanziere sia a Roma, sia nella redazione della San Paolo a Cinisello Balsamo – alle porte di Milano – quando lavorava sulle ultime bozze di titoli – poi di successo – come «Il Vincere» (1994), «Il Volo del Passero» (1997); «I gabbiani di Fringen» (1999): tutti con le edizioni allora dirette dal sacerdote paolino don Antonio Tarzia e dove Masina aveva come interlocutore l’editor per la narrativa Marco Beck giunto da Mondadori. In precedenza nel ’94 aveva già superato brillantemente prove con «Comprare un santo» per i tipi di Camunia (ambientato tra la sua provincia bresciana e la Roma del ’700), e ancor prima con «Il ferro e il miele» uscito da Rusconi nel 1983.  

Testimone di momenti cruciali della storia del nostro ’900 (e non solo) Masina ha tenuto a lungo una sua «Lettera» periodica, lì sovente esprimendo la sua visione critica, talora sferzante, sui fatti più salienti. Una visione comunicata spesso, sulla carta come nei colloqui diretti, con uno stile – è stato scritto «fatto di gridi a voce trattenuta, e di silenzi, di aggressioni: e di dolcezza, e di tenerezze…». Era un po’ tutto questo nel suo modo di scrivere e di agire. Domani 30 giugno alle 12 i funerali nella chiesa romana di San Frumenzio, ai Prati. 

Pubblicato il 29/06/2017

Ultima modifica il 29/06/2017 alle ore 14:20

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TUSCIAWEB

Cultura – E’ morto Ettore Masina, giornalista, politico e scrittore

Un borghese è passato per la cruna di un ago…

di Carlo Galeotti

Viterbo – Un borghese è passato per la cruna di un ago…. E’ morto Ettore Masina un giornalista, ma soprattutto un cristiano. Un cristiano tenace e testardo. Sì avete capito bene: un cristiano. Uno dei pochissimi che mi è capitato di incontrare.

Martedì se ne andato a 89 anni un cristiano che, nel segno del Vangelo di Cristo, s’era schierato dalla parte dei poveri. Dei poveri di tutto il Mondo.

Ho incontrato Ettore, grazie a un altro giornalista viterbese Marco Giovannelli, che ieri mattina mi ha dato la notizia. “E’ morto Ettore”, mi ha scritto. E in un istante la fase più bella e densa della mia vita è tornata con immagini, sapori, suoni, odori…

L’incontro con Ettore, eravamo poco più che liceali, ci mise in contatto con i poveri del Mondo. Erano tempi di potenti ideologie che davano senso alla vita. Già con un prete – contadino, don Franco Magalotti, facevamo attività di liberazione. L’impegno era per i portatori di handicap.

Ettore aprì i nostri occhi al Mondo. Vaticanista, aveva seguito il concilio Vaticano II e soprattutto il viaggio di Paolo VI in Palestina. Un viaggio che svelò al borghese cristiano, Ettore Masina, che, nella terra del Cristo, ancora si moriva nella grotte.

In Palestina c’era un prete del concilio Paul Gauthier. Un prete muratore che costruiva case per i palestinesi. Ettore gli chiese cosa potevamo fare noi in Italia per quei poveri. Paul Gauthier, con la concretezza dei preti, quando sono preti, gli disse più o meno: “Autotassatevi mensilmente, con questi soldi costruiremo le case per i palestinesi. Poi le affitteremo e con il ricavato costruiremo altre case”. Tornato in Italia, Ettore mise in piedi una organizzazione: la Rete Radié Resch, dal nome di una bimba morta in una grotta in Palestina. Chi aderiva si autotassava mensilmente. Prima furono finanziate le case dei Palestinesi, poi ilFrente sandinista de liberación nacional, il Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional in Salvador, i prigionieri politici in Uruguay, i compagni brasiliani, cileni…

E poi ci fu l’incontro con la teologia della liberazione. I fratelli Boff, Gutierrez, Helder Camara, Frei Betto, Cardenal, Oscar Romero… Ma anche figure meno conosciute e forse più carismatiche.

A Ettore debbo l’incontro con un intero universo umano e intellettuale. Dobbiamo una esperienza di vita infinitamente grande e densa di significati. L’incontro con la rivoluzione sandinista. Con Bernardino Formiconi, sacerdote in quel tempo rappresentate del Fronte Sandinista in Italia, protagonista, con la sua parrocchia a Managua, della sollevazione popolare contro il dittatore Somoza. Insieme a don Franco, Bernardino, un angelo in terra, officiò anche il mio matrimonio. Erano tempi in cui il privato esisteva poco. E si intrecciava con la politica in modo indissolubile. Un modo che oggi non riusciamo più neppure a spiegare ai nostri figli.

Ettore era questo, per noi, ma era anche molto altro. In un Italia di “cioccolatai”, l’espressione era spesso usata da Ettore, lui era un borghese che io pensavo tagliato con la roncola. E sì perché Ettore aveva un carattere a tratti tagliente. Duro. D’altra parte non si nasce in Valcamonica per caso. Ricordo l’impressione che mi fecero le sue certezze. A me, che venivo da un quartiere popolare e che, se guardavo indietro nella mia famiglia, trovavo gente straordinaria ma al massimo con la terza elementare, Ettore mi sembrò subito di un’altra razza. Un borghese per di più con tutte le verità di un cristiano. Un altro mondo. Anche sul piano intellettuale e caratteriale.

Ecco, in un’Italia di cioccolatai, è esistito un uomo come Ettore. Impressionante per rigore intellettuale, per coerenza, per forza nell’azione politica e sociale. Beh per uno come me, era incredibile un personaggio di questo tipo. Un personaggio che ha segnato la mia vita e quella di molti miei amici. A iniziare da Marco Giovannelli e tanti altri con cui ho condiviso vita, scelte politiche e religiose.

Ettore era però soprattutto un professionista della parola. Scritta e parlata. I suoi libri e suoi articoli ci hanno insegnato a scrivere. Confesso, ora te lo posso dire caro Ettore, qualche forma retorica te l’ho rubata. Ho clonato delle forme sintattiche.

Ettore dette vita in Rai a trasmissioni come Gulliver. Fatta di parola e immagini.

Venne anche a sostenere la mia candidatura, da indipendente di sinistra, a consigliere comunale a Viterbo. Non chiedetemi che anno era. So che c’era ancora il Pci.

Ebbene Ettore, grande oratore oserei dire, fatte le debite proporzioni, alla Martin Luther King, interviene a un incontro e, con una professionalità incredibile, nel suo discorso ogni tanto sottolineava: “Come ha detto Galeotti…”. Insomma, se uno fa un lavoro, lo deve fare seriamente. Se si sostiene un candidato con un discorso, così si fa.

Ettore mi permise anche, grazie alla Rete Radié Resch, di fare un’altra cosa importante. In quel tempo lavoravo a Varese, partii per Rimini, dove c’era l’incontro nazionale della Rete. Il tutto per intervistare un piccolo uomo brasiliano che era un gigante: Frei Betto. Uno dei più grandi intellettuali del Brasile era infatti ospite della Rete.

Ecco ora mi sembra, caro Ettore, di averti detto cose che nel corso di questa vita infernale non ho avuto il tempo di dirti a voce. Prendilo come un grazie un po’ articolato.

E sappi che sei sempre nella mia mente quando dico Vangelo. Quando dico speranza…

Carlo Galeotti

I funerali di Masina si svolgeranno nella chiesa di San Frumenzio nel quartiere di Prati a Roma venerdì alle 12.

Chi era Ettore Masina

Seguendo la professione del padre, la sua famiglia si trasferisce in diverse città, stabilendosi poi a Varese. Masina inizia l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver lasciato gli studi di medicina; lavora al Giorno, come inviato speciale e informatore religioso. Si trasferisce nel 1964 a Roma, da dove allora risiede; come “vaticanista”, segue il Concilio Vaticano II pubblicando delle cronache rimaste celebri, che gli procurano una grande notorietà nell’ambiente dell’informazione. Sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, si trasferisce nel 1969 alla Rai; il suo rapporto, non solo professionale, con Paolo VI è un segnale della professionalità che Masina ha acquisito nell’informazione religiosa.

Conosce nel 1964 il prete francese Paul Gauthier; questi viveva in Palestina, ove, come carpentiere, aveva avviato una singolare esperienza di solidarietà con i poveri, scegliendo dapprima Nazaret, e poi allargando la presenza della sua comunità di religiosi e operai anche all’America Latina.

Il viaggio con Paolo VI in Israele aveva fatto conoscere a Masina l’ambiente di cui Gauthier gli parlava, invitandolo nello stesso tempo a cambiare la sua prospettiva di vita e di impegno come credente. Assieme fondano l’associazione di solidarietà internazionale “Rete Radiè Resch”, prendendo il nome di una bambina palestinese morta di stenti nella sua abitazione fatiscente, mentre attendeva una nuova casa. La rete, strutturata in gruppi locali autonomi, lo vede coordinatore fino al 1994; in questo periodo diventa un’esperienza unica di cooperazione e di solidarietà, ma anche di sensibilizzazione sociale ed ecclesiale sulle povertà e i poveri del mondo.

Proseguiva intanto l’attività giornalistica, che aveva assunto sempre più un taglio “impegnato”; nel 1976 iniziò a condurre il Tg2, e condivide il lavoro con alcuni celebri giornalisti come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Viene comunque osteggiato per il suo impegno dichiaratamente “di parte”.

Nel 1983 lasciò l’attività giornalistica per quella politica. Fu eletto deputato nella Sinistra indipendente nelle liste del Partito comunista italiano, per più mandati fino al 1992; come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo sciogliemento del Pci, è stato membro della direzione del Pds.

Dopo la chiusura della sua attività politica, prosegue la sua opera di giornalista (Segno del Mondo, Jesus, Latinoamerica, etc.), attento osservatore di temi politici ed ecclesiali, e fecondo animatore di dibattiti culturali in giro per l’Italia; è anche un apprezzato scrittore.

Tiene contatto con la rete di amici e associazioni che ha costruito in questi anni mediante una “Lettera” periodica, in cui esprime la sua visione critica e nello stesso tempo credente sui fatti più salienti della vita italiana e internazionale.

29 giugno, 2017

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Giornalisti d’Italia

Grande amico di Paolo VI, aveva 88 anni. È stato vaticanista e conduttore del Tg2

Oggi i funerali del giornalista Ettore Masina

Scritto da Redazione il 30/06/2017 in Brutte notizieLazioRaiStampa cattolicaTelevisione |   0 commenti

Ettore Masina

ROMA – Saranno celebrati oggi, venerdì 30 giugno, a Roma, i funerali del giornalista Ettore Masina, 88 anni, apprezzato vaticanista della Rai, soprattutto al seguito di Paolo VI.
Nato a Breno della Val Camonica (Brescia) il 4 settembre 1928, era giornalista professionista iscritto all’Ordine del Lazio dal 20 agosto 1954.
Viveva a Roma dal 1964, dove si era trasferito dopo l’elezione a papa del suo amico Giovanni Battista Montini, che aveva conosciuto come arcivescovo di Milano.
In occasione di un viaggio papale in Palestina, Masina aveva conosciuto  il sacerdote francese Paul Gauthier, con il quale aveva fondato la “Rete Radié Resch”. Rete di solidarietàinternazionale intitolata ad una bambina palestinese morta di stenti.
In Rai dal 1969 e dal 1976, è stato conduttore del Tg2 lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nel 1983 il salto in politica, eletto parlamentare nelle fila della Sinistra indipendente e poi con il Pci per più mandati fino al 1992, svolgendo tra gli altri il ruolo di segretario della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Dopo lo scioglimento del Pci è stato membro della direzione del Pds.
Chiusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprese l’attività giornalistica e di scrittura, sempre nel segno dell’impegno osservatore attento e profondo di temi politici ed ecclesiali. Fecondo autore di saggi religiosi e di tante biografie, è stato apprezzato scrittore di romanzi e racconti, tra cui Il Vincere, pubblicato nel 1994.
Ettore Masina lascia la moglie Clotilde Buraggi, figli Emilio, Lucia e Pietro e sei nipoti. I funerali saranno celebrati oggi, alle ore 12, nella chiesa di San Frumenzio a Roma. (giornalistitalia.it)

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L’Adige, 29 giugno 2017

Giornalista, scrittore e politico. Illuminanti le sue cronache del Concilio. Fondò Rete Radié Resch

GLI ULTIMI PIANGONO ETTORE MASINA

di Fulvio Gardumi

E’ morto martedì sera a Roma Ettore Masina, giornalista, scrittore e politico italiano. Avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 4 settembre. Nato a Breno, in Valcamonica, ha trascorso gran parte della vita a Roma, dove ha lavorato come inviato speciale del “Giorno” e poi della Rai. In quella veste aveva compiuto numerosi viaggi in varie parti del mondo, coinvolte in guerre e rivoluzioni, avendo come colleghi alcuni dei più bei nomi del giornalismo e della letteratura italiana, da Eugenio Montale a Dino Buzzati, da Giorgio Bocca a Camilla Cederna, solo per citare i più noti. Per il “Giorno” Masina aveva seguito da vicino i lavori del Concilio Vaticano II, pubblicando delle cronache che fecero storia e diventando ben presto uno dei più grandi esperti di dinamiche ecclesiali. La sua amicizia personale con Paolo VI derivava dalla comune provenienza bresciana, ma si rafforzò proprio negli anni del Concilio. Nel 1964, seguendo da inviato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa (il primo viaggio all’estero di un Papa nell’età moderna), Masina conobbe a Nazareth un prete operaio francese, Paul Gauthier, che con alcuni confratelli aveva fondato la Compagnia di Gesù Carpentiere e stava costruendo delle case per i palestinesi più poveri. Per Masina quello era stato il primo impatto con la povertà di massa del Sud della Terra e fu uno choc che gli cambiò la vita. Gauthier, che all’epoca animava un gruppo di padri conciliari provenienti da tutto il mondo, riuniti sotto il nome di “Chiesa dei Poveri”, suggerì a Masina di creare una rete di amici che, autotassandosi come segno di restituzione di quanto il Nord rapina al Sud del mondo, inviasse le somme raccolte a famiglie palestinesi indigenti, che vivevano in grotte, permettendo loro di accedere alla cooperativa per la casa. Nacque così la Rete di solidarietà che Masina propose di chiamare col nome di una bambina di Nazareth, Radié Resch, che era morta di polmonite in un tugurio, in attesa che alla sua famiglia fosse assegnato una casa vera. La Rete fondata da Masina, presente in molte città italiane, tra cui anche Trento e Rovereto, si occupò da allora anche di altri oppressi della Terra, a cominciare da quelli dell’America Latina, continente che in quegli anni era insanguinato da orrende dittature.

Nel 1983 Masina entrò in politica, venendo eletto per più legislature come parlamentare della Sinistra Indipendente. Intensa è stata anche la sua attività di scrittore. Tra i suoi libri più noti una biografia del vescovo salvadoregno Oscar Romero, la cui versione più aggiornata è stata pubblicata qualche anno fa dalla casa editrice trentina Il Margine.

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UNIMONDO.ORG

Si è spento Ettore Masina, un altro vuoto incolmabile

Società civile

Venerdì, 30 Giugno 2017

Ettore Masina – Foto:Varesenews.it

Ettore Masina, giornalista, uomo politico e scrittore, fondatore di Rete Radié Resh, la rete di solidarietà attiva con il popolo palestinese ma anche con popoli dell’Africa e dell’America Latina, ci ha lasciati.  Il popolo palestinese perde un grande amico e il mondo, tutto, perde l’uomo che ha mostrato con coerenza e coraggio la possibilità di fondere comunismo e cristianesimo, impegno politico e sociale, puntando sempre sul rispetto dei diritti umani e della propria dignità professionale. Aveva quasi novant’anni ed ancora, all’occasione, diceva di essere profondamente innamorato di sua moglie, Clotilde. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Ettore Masina lasciò gli studi di medicina e iniziò molto giovane a lavorare per “Il Giorno” che lo incaricò di seguire  il Concilio Vaticano II. Furono i suoi ottimi reportages come vaticanista a farlo assumere in Rai come consulente religioso. Ma Masina era anche  un caparbio “catto-comunista” che per le sue posizioni  essere stato seriamente ostacolato da due dei tre direttori del TG con cui lavorò tanto da averne la carriera stroncata. Ma di questo Masina ne parlava con una certa fierezza: essere ostacolato per le sue posizioni politiche “di parte”, gli permetteva di affermare che in realtà  lui di parte lo era, in quanto stava dalla parte degli oppressi ed era convintamente tanto comunista che cattolico.

Il suo viaggio in Palestina nel 1964 diede una svolta alla sua vita. In Palestina viveva il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse calarsi in mezzo alla povertà in cui viveva il popolo palestinese.  Masina non  sapeva molto della situazione e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI il quale, peraltro, fu il primo papa a visitare la Palestina scegliendo di non  pronunciare mai la parola Israele. Paolo VI decise anche di entrare da Amman piuttosto che da Tel Aviv e questo, nella simbologia diplomatica, rappresentava una chiara condanna verso lo Stato di Israele.

Fu in quell’occasione che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e ciò segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite perché non aveva più un tetto sotto cui ripararsi né cibi e cure adeguate per superare la malattia. Chi conosce la Palestina nei mesi invernali sa cosa significhi quel gelo terribile anche dentro le mura di una casa, figurarsi tra i cartoni e le lamiere di un tugurio come quello in cui morirono (e ancora ogni anno muoiono) di stenti, di malattie e di assideramento tanti palestinesi rimasti senza la protezione di una casa degna di questo nome. Quando Masina la incontrò, la piccola Radié Resh ormai era all’ultimo stadio della sua malattia e, nel delirio dovuto alla febbre altissima, immaginava di essere nella nuova casa promessa dalle istituzioni internazionali e di pulirne i vetri. Il suo ultimo sogno era una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina quando raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in “Terra santa”  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i delegati, di qualunque partito, tornarono talmente scossi da quanto avevano visto da ritenere opportuno convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma quando si parla di Palestina anche l’aspetto umanitario assume una connotazione politica, e questo lo sapeva e tuttora lo sa molto bene anche Israele, così come lo sanno i suoi sostenitori. Masina, quindi, proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono né un quarto, né un decimo. Non si presentò nessuno! La longa manus israeliana aveva fatto le sue mosse: davanti al crimine che era semplicemente parte di una precisa strategia, era meglio il silenzio mediatico Poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato e in qualche anno il progetto israeliano si sarebbe compiuto con la “comprensione” e il consenso della stessa opinione pubblica internazionale “ben diretta”.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Avrebbero svolto il loro compito di “opinion maker” in senso proprio, come previsto dalla “hasbara”. Questo successe allora. Questo ancora succede. Masina, uomo mite per eccellenza ed aperto al dialogo per formazione e convinzione, aveva delle posizioni molto dure su questo argomento e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista serio e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Quando raccontava di questa esperienza aggiungeva di aver ben pensato, nel lontano 1964, quando decise di fondare un’organizzazione libera che potesse dar voce alle ragioni degli oppressi affinché si conoscesse la verità, tanto i media  mainstream avrebbero seguitato a dar voce alla narrazione della parte dominante, ovvero dell’oppressore.

Fu così che decise di costituire, con sua moglie e Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina morta  sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze a sua moglie, a tutta la sua famiglia e a quella parte di mondo rimasta orfana di un “catto-comunista” coraggioso e sensibile che lascia un ricordo tanto profondo quanto lo è il vuoto dovuto alla sua scomparsa.

IERI FU ASSASSINATO LUIS MARILEO, MA LA PALLOTTOLA CHE LO UCCISE FU SPARATA MOLTO TEMPO FA

La prima volta che arrestarono Luis Marileo, studiava ancora nel Liceo Tecnico Professionale di Pailahueque, oggi trasformato in base della polizia. Correva l’anno 2010 e Luis, ancora minorenne, era accusato sulla base della Legge contro il terrorismo. Mentre trascorreva cinque mesi nel Centro Penitenziario di Chol Chol, scriveva: “denuncio la violazione dei nostri diritti, come ragazzi e giovani, da parte dello Stato Cileno e del Sistema Giudiziario, che ci privano della nostra libertà di studiare, di stare con le nostre famiglie, vittime per anni di assedio da parte di questo Stato, che ha già incarcerato i nostri parenti, maltrattato le nostre madri, sorelle e fratelli minori”. Prima di compiere diciotto anni, Luis era già stato vittima di molte violenze.

Stando in carcere, assieme ad altri giovani Mapuche, Luis iniziò uno sciopero della fame, chiedendo che il Sename [Servizio Nazionale per i Minori] facesse il proprio lavoro. Vale a dire che, di fronte della sottoposizione a giudizio di un minorenne, l’istituzione manifestasse interesse ad accelerare i processi e che, inoltre, intervenisse per proteggere l’incolumità dei giovani Mapuche incarcerati, tutte le volte che il trattamento di polizia fosse stato violento. Luis, dopo 41 giorni di sciopero della fame, sospese la protesta, a fronte dell’impegno del Sename di intervenire sul caso.

Quel primo arresto, privò Luis della libertà per quasi un anno, anche se il processo non terminò prima del 2014. In quella occasione, era accusato di Associazione Terroristica, per il caso chiamato “Peaje Quino”, dal quale fu completamente assolto. Di più: in quella occasione, i nove Mapuche tra cui Luis, che dovettero passare mesi o anni in custodia cautelare e arresti domiciliari, risultarono vittime di una montatura, che terminò portando alla luce la partecipazione di agenti dei Carabineros negli attentati, con lo scopo di incolpare dirigenti Mapuche.

Questo primo processo, che Luis Marileo dovette affrontare essendo, quando tutto cominciò, ancora minorenne, dà conto del rapporto che le istituzioni statali hanno stabilito con i bambini ed i giovani Mapuche. Lo Stato arriva nelle comunità quasi solo come repressione e condanna. Senza andare lontano, il Liceo dove Luis studiava, oggi è stato trasformato in una grande base della polizia, da dove si coordina la militarizzazione del territorio Mapuche. Lo Stato ha preferito investire in repressione e controllo politico, invece di fare progressi nel riconoscimento dei diritti collettivi, sociali e politici.

Ieri Luis Marileo fu assassinato, ma la pallottola che lo uccise fu sparata molto tempo fa, fu sparata nel momento in cui i governi della Concertacion [Concertacion de Partidos por la Democracia: coalizione di centro-sinistra](oggi Nuova Maggioranza) e della Destra, optarono per la criminalizzazione del movimento, decisero di segnare con il fuoco le vite dei bambini e dei giovani della comunità. La violenza dello Stato fu un elemento permanente nella vita di Luis. Di sicuro, la sua vita si collega anche con le storie di discriminazione e maltrattamenti che la società Mapuche ha dovuto sopportare dall’occupazione [da parte dello Stato Cileno], a partire dalla metà del diciannovesimo secolo.

Ancora, non è possibile leggere la vita e la morte di Luis, solo sulla base di ciò che la stampa ha definito come “i suoi precedenti penali”. Sicuramente se ne parlerà molto sulla stampa, durante questa settimana, altrettanto sicuro che il tema entrerà nella compagna elettorale, però la situazione sarà sempre molto più complessa e dolorosa. Per ora, ci resta solo la tristezza e la memoria.

Claudio Alvarado Lincopi

 

La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

di Rashid Khalidi
The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.
Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.
Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.
Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.
Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.
Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.
La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”
Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.
Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.
La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.
Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.
Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”
Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.
Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.
Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

Traduzione di Donato Cioli
A cura di Assopace Palestina

Caro Toni e amici della rete di Udine,

sono passati quasi tre mesi da quando sono stato colpito da embolia polmonare, nella città di Aracaju dove mi trovavo con Macione per un’attività di formazione di leader popolari (Programma Germinar). Attualmente sto abbastanza bene, non avendo nessuna conseguenza; devo solo prendere un farmaco per evitare la formazione di possibili trombi (Xarelto, prodotto dalla Bayer, quella che ha comprato la Monsanto!!!), e secondo il nostro medico fitoterapico, inghiottire uno spicchio di aglio ogni giorno.

Penso che siate informati di quello che sta succedendo in Brasile. Il modello neoliberale ha trovato spazio per imporre le sue leggi; il gigante Brasile deve ritornare ad essere colonia e servire al grande capitale e, se le forme di schiavitù con la frusta e le catene sono passate di moda, ci sono altre forme di sfruttamento per piegare la schiena di un popolo intero.

Se il PT e Lula non sono riusciti o non hanno riconosciuto come prioritario il cambiamento strutturale della politica e dell’economia in quasi 12 anni di governo, é nostro dovere riprendere con forza le bandiere di lotta che affrontano le strutture del capitale che creano oligarchie e concentrano ricchezze di tutto un popolo. L´altra economia che crediamo possibile non è morta e le organizzazioni popolari, anche se sono state scosse da questa ondata di manifestazioni della destra corrotta, sono pronte a scendere in piazza di nuovo, ad annullare la narrazione neoliberale, che vuole far credere che il mondo é fatto come loro vogliono, con ricchi da una parte e miserabili dall´altra, con una classe media che crede che un giorno fará parte del top della piramide sociale ma che non ci arriverà mai.

Una delle iniziative della nostra cooperativa Grauna ( cooperativa che abbiamo formato ancora due anni fa, mi pare che te ne avevo parlato) e che è già attiva, é la costituzione qui a Gravatá di un Forum per riunire le associazioni che lavorano con la popolazione in vari settori. Questo Forum ha il compito di stabilire strategie per influire nella amministrazione municipale a favore della popolazione di periferia e degli agricoltori della zona rurale. Quello che sentiamo pure come necessario é una coscientizzazione volta all’elezione di politici che si sono impegnati con le attività delle organizzazioni. È un ritorno alle origini, ma ora, dopo tutti questi anni, abbiamo l’esperienza di conquiste, di errori, di mediazioni, di buone pratiche.

Come puoi immaginare l’Associazione Ama Terra é quella che ci prende più tempo. Siamo in rete con altre cinque associazioni che coltivano biologico e poco a poco stiamo costruendo forme nuove di commercializzazione, inserendo un dialogo con i consumatori, creando così una economia circolare…. molte idee stanno nascendo.

Il programma Germinar di cui Macione é responsabile qui nel Nordest, prosegue con due gruppi e garantisce la formazione di una cinquantina di leader comunitari. Questa attività é come la tessitura o la semina di un grano che può cambiare il modo di essere in gruppo o di condurre una azione comunitaria.

La cupola geodesica qui nel Sitio Felice sta ospitando gruppi di studio e incontri con agricoltori. Sono molto contento per questo.

Caro Toni, puoi stare tranquillo: sto evitando al massimo periodi lunghi in piedi. Uso pure calze elastiche quando sto fuori tutto il giorno e devo guidare la macchina. Macione mi sta sempre accanto.

Una cosa volevo anche dirti. Nella settimana in cui ho avuto la trombosi, mio cognato Camillo é morto. Mia sorella lo ha trovato morto sul letto la mattina. Avrei voluto starle vicino, ma purtroppo siamo lontani fisicamente. Chissà, un giorno prima della fine dell´anno la incontrerò….. se sarà possibile.

Allora continuiamo a scambiare notizie e sentirci sempre vicini.

Macione ti manda un grande abbraccio così pure a Maria Grazia e a tutti gli amici, a cui puoi passare le notizie.

Ciao Giovanni.

NB.: rinnovo la mia gratitudine alla Rete per avermi fornito i soldi che mi sono serviti per pagare le spese dell´ospedale. Stiamo recuperando la somma poco a poco con il lavoro di Macione, che, mediante un contratto con l´Istituto Moura, utilizza con i ragazzi delle scuole medie di Belo Jardim lo stesso metodo del programma Germinar.

 

Buongiorno a tutte e a tutti,

Dalla nostra ultima mail, la repressione della solidarietà ha continuato a intensificarsi attraverso condanne morali e politiche, ma anche legali. La mobilitazione è sempre in corso, e sempre più necessaria adesso che la lotta dei cittadini solidali non è più nei radar dei media.

L’équipe di Universitaires solidaires continua la sua azione. Ecco i nostri prossimi appuntamenti:

Il 6 giugno a Marsiglia (Aix-Marseille Université, Saint-Charales, Amphithéâtre Lavoisier) si terrà una giornata di studi sul “reato di solidarietà”. Questa giornata è stata pensata per rispondere all’urgenza di informarsi, formarsi e incontrarsi, in un contesto di recrudescenza della repressione contro cittadini, collettivi e associazioni solidali. Si impone infatti la necessità di rileggere nella loro dimensione storica, geografica e giuridica i fenomeni migratori e il trattamento di cui fanno oggetto, con l’obiettivo di aprire un dialogo su queste tematiche che sono al centro del dibattito pubblico. Grazie agli interventi di ricercatori, esperti e di membri di reti associative e militanti, la giornata si articola in tre momenti: l’analisi del contesto storico, geografico e giuridico ; una formazione sui diritti delle persone migranti e delle persone solidali ; il contatto tra diversi attori che già agiscono sul territorio.

Questa giornata si vuole in continuità con la mobilitazione locale e nazionale contro la criminalizzazione della solidarietà (per quanto riguarda la dimensione nazionale francese, potete riferirvi alla rete Délinquants Solidaires che riunisce più di 400 organizzazioni), nell’ottica di sensibilizzare e informare a 15 giorni dai prossimi processi in appello.

Il 19 e il 26 giugno sono infatti le date dei processi in appello rispettivamente di Cédric Herrou et di Pierre-Alain Mannoni. Entrambi si terranno a Aix-en-Provence. Un appello alla mobilitazione è lanciato.

Potete informarvi sui processi in corso nelle Alpi-Marittime (regione di Nizza) sul sito dei Citoyens solidaires 06.

Il 5 giugno a Imperia si tiene invece il processo di 31 cittadini italiani solidali a Imperia. Potete trovare l’appello alla mobilitazione qui.

Per quanto riguarda l’Italia, in occasione della conferenza annuale di Escapes (Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate), un workshop sarà consacrato al tema della criminalizzazione della solidarietà il 9 giugno a Parma.

Solidarity Watch, piattaforma nazionale consacrata alla solidarietà e al “delitto di solidarietà” in Europa attualmente alla quale stiamo lavorando, interverrà sia alla giornata del 6 giugno a Marsiglia, sia al workshop del 9 giugno a Parma. 

Continueremo ad aggiornarvi sulle prossime mobilitazioni e sulle mobilitazioni in corso contro la criminalizzazione della solidarietà. Restiamo a vostra disposizione per scambiare informazioni su casi di criminalizzazione, sulle prossime mobilitazioni, e per eventuali collaborazioni.

Restiamo mobilitati e solidali!

A presto,

Le iniziatrici di Universitaires solidaires

Sarah Sajn, CHERPA, Sciences Po Aix

Morgane Dujmovic, TELEMME, AMU-CNRS

Chiara Pettenella, CHERPA, Sciences Po Aix

Elen Le Chêne, CHERPA, Sciences Po Aix

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WORKSHOP DEL 9 GIUGNO DI PARMA

Delitti di Solidarietà. Criminalizzazione delle reti di supporto a migranti e rifugiati

Facilitatori

Elena Fontanari, Escapes, Università di Milano

Martina Tazzioli, Swansea University

Lancio del tema

Giulia Scalettaris, EHESS

Negli anni 2014 e 2015 i riflettori dei media hanno reso visibili i transiti di migranti, richiedenti

asilo e rifugiati che entrando in Europa attraverso le porte-sud – Italia e Grecia – decidevano di

proseguire il loro percorso migratorio verso altri paesi del nord Europa, violando così gli accordi di

Schengen e il Regolamento Dublino. Tali transiti dei rifugiati sono stati supportati da associazioni,

singoli cittadini, attivisti, che localmente si sono attivati in azioni di supporto e logistica al transito,

così come di soccorso umanitario, in risposta ad una quasi totale assenza da parte delle istituzioni

e autorità locali preposte. Fornire cibo, riparo per la notte, coperte contro il freddo, informazioni

sulla richiesta d’asilo, ma anche occupare luoghi abbandonati per scopi abitativi, sono solo alcune

delle diverse pratiche di solidarietà che si sono moltiplicate localmente ai confini dell’Europa e nei

luoghi di transito interni allo spazio Schengen, come ad esempio Ventimiglia, Trieste, Calais,

Como, l’isola di Lesbo, la val Roia in Francia.

Il 2016 è stato segnato dalla risposta istituzionale a quel fenomeno che dopo l’estate del 2015 è

stato definito e costruito come “crisi dei rifugiati”. Gli accordi bilaterali come quello EU-Turchia, la

messa in atto dell’ hotspot approach, e i rinnovati controlli tra le frontiere interne degli stati membri

dell’Unione Europea, sono stati alcuni segnali di risposta delle istituzioni europee e dei governi

nazionali con l’obbiettivo di riorganizzare il sistema di controllo e gestione delle migrazioni in

Europa. Al fianco di queste politiche di rafforzamento dei confini esterni e interni dell’Unione

Europea, si aggiunge un progressivo processo di criminalizzazione della figura del “rifugiato” che

viene associato progressivamente alla figura del terrorista, soprattutto a seguito anche dei diversi

attacchi di Parigi e Bruxelles, ma anche Nizza, Berlino, Londra, e Stoccolma.

In questo clima di rinnovato controllo statale sui movimenti migratori verso e dentro l’Europa, le

reti di supporto e le azioni volontarie di solidarietà sono state considerate d’intralcio ai nuovi

meccanismi di gestione delle mobilità migranti, e dunque si è dato avvio a diffusi processi di

criminalizzazione del supporto al transito e delle azioni di aiuto umanitario e solidale. Le pratiche e

reti di solidarietà da tollerate perché colmavano le lacune istituzionali – negli anni precedenti –

diventano oggi l’oggetto di un processo di criminalizzazione che considera il rifugiato – e chi lo

supporta – pericoloso e indesiderabile. Famosi sono gli esempi dei processi penali fatti

all’agricoltore Cedric Herrou, abitante della Val Roia in Francia che ha ospitato diversi migranti in

transito, e al ricercatore universitario Pierre-Allain Mannoni, che ha dato un passaggio in macchina

a tre giovani donne eritree. In Italia i casi più noti sono stati i fogli di via dati a 15 attivisti nella città

di Como a seguito di una manifestazione di protesta, le indagini e l’apertura di un procedimento

penale nei confronti di 7 volontari/e ed ex-volontari/e della Onlus “Ospiti in Arrivo” di Udine, e fogli

di via ad attivisti della rete “no border” emessi dalla Questura di Imperia con il divieto di mettere

piede a Ventimiglia e nelle zone circostanti.

La criminalizzazione di queste diverse pratiche di solidarietà e supporto ai migranti e rifugiati si

basa su una direttiva europea del 2002, la “Facilitation Direttive”, che afferma il principio di

violazione della legge nel momento in cui si aiuta un migrante ad entrare in Europa o a muoversi

liberamente nel territorio europeo. Il problema di questa direttiva è l’ambiguità che crea nel

costringere gli stati membri a prevedere sanzioni di tipo penale per una vasta gamma di

comportamenti che vanno dalle azioni di smuggling vere e proprie a quelle di assistenza

umanitaria e supporto. Non tracciando una linea netta che distingue gli smugglers dagli operatori

umanitari e/o cittadini solidali, si forma così una zona grigia di ambiguità legislativa e incertezza giuridica

in cui umanitario e securitario si incontrano, fondono e confondono, lasciando così ampio

spazio alla discrezionalità dell’applicazione delle leggi e delle conseguenti sanzioni penali. In Italia,

la fusione e l’intreccio tra pratiche umanitarie e securitarie viene inoltre sancita da alcuni

emendamenti dei Decreti Minniti, che trasformano di fatto la figura dell’operatore sociale in

controllore” sociale – oltre a svuotare e comprimere ulteriormente il diritto d’asilo eliminando un

grado di giudizio al ricorso contro i dinieghi.

Queste contraddizioni e trasformazioni che stanno velocemente trasformando gli spazi di

migrazione e conflitto che viviamo ogni giorno nei territori, saranno alcuni dei temi che discuteremo

in questo workshop, con l’obbiettivo non solo di capire cosa sta succedendo ma anche di provare a

pensare a delle modalità di reazione collettiva difronte a questi veloci processi di criminalizzazione

e restrizione dei diritti.

Parteciperanno alla discussione:

– ASGI Roma: Lucia Gennari (consulenza legale per See Watch)

– Collettivo Como Senza Frontiere (in attesa di conferma)

– Luca Giliberti e Luca Queirolo Palmas (Università di Genova)

– Osservatorio Solidarity Watch (Giulia Scalettaris e Chiara Pettenella)

– Centro sociale TPO Bologna (Neva Chocchi)

– Welcome to Europe (Davide Carnemolla)

– Msf Italia (Bianca Benvenuti)

– Borderline Sicilia (Lucia Borghi)

– Antenne Migranti (Michela Semprebon)

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Presentazione del progetto.

Solidarity Watch (osservatorio della solidarietà) è un osservatorio europeo che si propone di raccogliere e di condividere materiale giuridico e documentario sulla questione dei “delitti di solidarietà”. Sono in aumento in diversi paesi europei i casi di criminalizzazione di cittadini che esprimono con gesti concreti la loro solidarietà ai migranti.

I nostri obiettivi sono:

  • documentare il fenomeno raccogliendo informazioni affidabili
  • produrre materiale analitico, frutto di una riflessione rigorosa, su questo fenomeno inquietante per il futuro delle società europee
  • mettere questo materiale a disposizione di associazioni, cittadini, giuristi, giornalisti, ricercatori, amministrazioni pubbliche, …

Attualmente siamo in grado di coprire l’Italia, la Francia e i Balcani. Ma la piattaforma ha vocazione ad estendersi agli altri paesi europei.

La piattaforma funzionerà grazie a:

  • una rete di associazioni reputate per il loro lavoro e sensibili alla questione del “delitto di solidarietà”
  • un sito internet multilingue che accentra informazioni e fonti aggiornate sui casi, gli aspetti giuridici, le iniziative e gli studi in corso
  • un gruppo di analisi che produrrà un rapporto semestrale sull’evoluzione del fenomeno. Il primo rapporto è previsto per settembre 2017.

Le nostre preoccupazioni comuni sono emerse nel 2016, seguendo i casi di cittadini implicati in procedure giudiziarie per aver aiutato dei migranti “in situazione irregolare” alla frontiera franco-italiana e alla frontiera italo-slovena. Vari tipi di mobilitazione sono emersi a livello locale e nazionale. Per quanto ci riguarda, ci unisce l’idea della necessità di una forma di attivismo che si ponga come obiettivo il monitoraggio dei casi di “delitto di solidarietà” e la produzione e diffusione di documenti analitici che possano attraversare le frontiere europee attraverso la nostra piattaforma.

Previsione di budget per il periodo febbraio-giugno 2017

creazione e sviluppo del sito Solidarity Watch – 1 000 €
assistenza tecnica febbraio-giugno 2017 – 1 000 €
totale – 2 000 €

Le promotrici del progetto

Siamo cinque giovani ricercatrici italiane e francesi in scienze politiche e geografia. Lavoriamo tutte in Francia. Le nostre ricerche portano su tematiche direttamente legate all’immigrazione e/o all’Europa.

Giulia Scalettaris @ giulia.scalettaris@gmail.com
Morgane Dujmovic @ dujmovic.morgane@gmail.com
Elen Le Chêne @ elen_lechene@hotmail.fr
Chiara Pettenella @ chiara.pettenella@gmail.com
Sarah Sajn @ sarahsajn@hotmail.com

di Emilio Drudi

Respingimenti più rapidi e facili nei confronti dei migranti, grazie alla cancellazione di un grado di giudizio nelle “cause” sui ricorsi per le richieste di asilo negate e le espulsioni; quadruplicazione del numero dei Cie, portati da 4/5 a 18, uno per regione, per un totale di 1.800 posti; più fondi per attuare i rimpatri forzati. Con il via libera arrivato dalla Camera, dopo quello del Senato, il decreto Minniti è operativo: ci si avvia velocemente a quella moltiplicazione degli allontanamenti coatti dei cosiddetti “stranieri irregolari” annunciata quattro mesi fa, forti anche degli accordi raggiunti con una serie di Paesi disponibili a “riprenderli” in Africa, anche a prescindere dalla loro nazionalità.
E’ un ulteriore passo verso l’attuazione completa del Processo di Khartoum, l’accordo fortemente voluto dall’Italia e firmato a Roma il 28 novembre 2014 tra l’Unione Europea e dieci Governi del versante orientale dell’Africa, con l’obiettivo – rafforzato dai successivi trattati di Malta (novembre 2015), che prevedono anche i rimpatri forzati dalla Ue – di esternalizzare il più a sud possibile i confini della Fortezza Europa, dandone in gestione la sorveglianza agli Stati africani contraenti, in cambio di milioni di euro, mascherati da “contributi allo sviluppo”. Un ulteriore passo in avanti, cioè, verso la realizzazione di quella barriera dove saranno altri a fare il lavoro sporco di bloccare i profughi e i migranti al posto dell’Italia e dell’Europa, ignorandone la volontà, la libertà, i diritti, la sorte stessa che li aspetta. E senza preoccuparsi dei metodi usati per tenerli al di là di quel muro.
Già, i metodi e il rispetto dei diritti. Un primo esempio concreto degli effetti del Processo di Khartoum sulla sorte dei profughi è arrivato dal Sudan, uno degli Stati cardine dell’accordo, dove negli ultimi mesi almeno 1.500 eritrei sono stati bloccati e buttati in galera, in attesa di essere rimpatriati: riconsegnati, cioè, alla dittatura dalla quale sono fuggiti, senza considerare che ad Asmara li aspetta una galera ancora più dura, per espatrio clandestino o, peggio, come disertori, essendo quasi tutti in età di leva, in base al servizio militare a vita instaurato dal regime. Ed è solo l’inizio. Una dimostrazione più ampia di quello che accadrà quando il programma funzionerà “a pieno regime”, la dà, giorno per giorno, il Processo di Rabat, l’accordo raggiunto dall’Unione Europea con 28 Stati del versante occidentale dell’Africa e di cui il Processo di Khartoum è per molti versi una “filiazione”. Firmato nel 2006, dopo un periodo di “rodaggio”, il piano Rabat è ormai diventato una barriera efficacissima, come dimostra il numero di migranti che riescono a sbarcare in Spagna dal Marocco: l’anno scorso appena 9.000 contro i 181.400 arrivati in Italia e i quasi 182 mila della Grecia. Peccato che questo blocco – come denunciano da tempo numerose Ong – sia “costruito” sulla pelle e sui diritti di profughi e migranti, in una spirale di violenza, soprusi, torture, dove la polizia e le milizie incaricate di vigilare sui confini sembrano avere in pratica mano libera, senza che nessuno ne chieda conto.
L’ultimo dossier è stato pubblicato in questi giorni, proprio mentre il decreto Minniti veniva approvato. Ne è autore Alarm Phone e si basa, in sostanza, sul monitoraggio di episodi accaduti in Marocco e in Algeria dal mese di dicembre 2016 alla fine di marzo 2017. A scorrerne le pagine, ne emerge una escalation di repressione, retate, arresti, deportazioni di massa. E non mancano le vittime: vite spezzate di giovani colpevoli di aver inseguito un sogno di libertà.
Deportazioni di massa. I raid della polizia e le deportazioni si sono moltiplicati in particolare tra la fine di novembre 2016 e il mese di febbraio 2017. Solo a Ziralda, nella provincia di Algeri, sono stati arrestati più di 1.500 migranti. Numerosi altri arresti sono segnalati in Marocco. Chi incappa nelle retate non ha scampo: tra le persone che operatori di Alarm Phone sono riusciti a contattare dopo l’espulsione forzata dall’Algeria, ad esempio, alcuni avevano un regolare permesso di soggiorno. Parecchi sono minorenni e due di questi, anzi, erano ospiti di un centro di protezione. Ma non c’è stato nulla da fare: per tutti i fermati è scattata l’espulsione. Una evidente espulsione di massa, decisa ed effettuata a prescindere dai diritti dei profughi e dalle convenzioni internazionali, simile a quelle per cui alcuni paesi europei, Italia inclusa, sono stati sanzionati in passato. Ma in questo caso, appunto, formalmente l’Europa non c’entra: il “lavoro” sono stati altri a svolgerlo.
In Marocco un’ondata massiccia di arresti si è avuta tra il 19 e il 21 febbraio, dopo due tentativi di superare in gruppo le barriere di filo spinato che blindano la linea di confine dell’enclave spagnola di Ceuta. Secondo notizie giunte alla Ong da collaboratori di Tangeri, più di cento fermati, inclusi alcuni feriti, in meno di 48 ore, ma potrebbero essere anche di più. In ogni caso, i cento e passa segnalati da Tangeri si trovano ancora in carcere: processati per direttissima, sono stati condannati a pene variabili tra i 3 e i 6 mesi e trasferiti nella prigione di Tetouan. “Ma nel processo – contesta Alarm Phone nel suo dossier – non sono state garantite le procedure legali. Gli accusati non hanno avuto alcuna possibilità di difendersi. Alcuni non hanno potuto leggere né i verbali di arresto della polizia né altri documenti. Non si è provveduto a tradurre le carte dall’arabo nella lingua degli imputati. E’ inaccettabile il modo in cui si è arrivati alla condanna. Per di più i prigionieri hanno denunciato condizioni di detenzione discriminatorie, senza la possibilità di ricevere visite e di incontrare le organizzazioni umanitarie…”.
Luoghi e metodi di deportazione. Le deportazioni – contesta Alarm Phone – vengono effettuate “in condizioni disumane”, con violenze e soprusi. Molti migranti hanno anche lamentato che al momento del fermo si sono visti sequestrare dalla polizia tutti gli effetti personali (cellulari, denaro, bagagli), che nessuno, nella maggior parte dei casi, ha poi restituito. Non solo: una volta al di là del confine, tanti sono stati abbandonati senza che avessero “nemmeno il minimo necessario per sopravvivere, a cominciare dall’acqua e dal cibo”, poiché pure le piccole riserve alimentari che avevano sono state sequestrate al momento del fermo o della distruzione dei campi improvvisati nei quali, per lo più, i profughi sono stati sorpresi. Quanto ai luoghi di destinazione dei trasferimenti forzati, dall’Algeria “i migranti vengono deportati verso sud, nel Sahara, al confine con il Niger e il Mali”. E’ qui che sarebbero finiti quasi tutti i 1.500 arrestati a Ziralda. “In Marocco, invece – prosegue il rapporto – le deportazioni sono indirizzate verso il confine con l’Algeria, nella regione di Oujda (all’estremità orientale: ndr) oppure verso il Sud del Paese”. Molti di quelli fermati mentre tentavano di entrare nel territorio spagnolo di Ceuta, dopo essere stati provvisoriamente condotti a Tangeri o a Castellejo dalle milizie ausiliarie marocchine, sono stati trasferiti verso i centri di detenzione di Fes, Tiznit e Kenitra, nel centro o nel sud del paese, in attesa dell’espulsione. Sempre con metodi a dir poco bruschi. “Alcune persone contattate dopo le retate hanno raccontato le violenze che hanno dovuto subire. Violenze confermate dalle organizzazioni algerine per i diritti umani che si sono occupate del caso”, rileva Alarm Phone, che poi aggiunge: “Più di venti organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali hanno denunciato pubblicamente questo tipo di operazioni”.
Alarm Phone ha seguito in particolare la vicenda di due gruppi di subsahariani: il primo di 47 e il secondo di 5 persone, raccogliendone le testimonianze. Entrambi i gruppi, condotti di forza al di là della frontiera del Marocco, hanno raccontato di essere rimasti abbandonati a se stessi, nella “terra di nessuno” tra il posto di confine algerino e quello marocchino, per una decina di giorni, senz’acqua e senza cibo. Sarebbero sopravvissuti, a quanto pare, soltanto grazie all’aiuto di alcuni volontari. Il loro racconto, specifica la Ong, è stato confermato da una serie di video e fotografie. Un trattamento inumano che non è stato risparmiato neppure a una donna disabile. Sono tante, del resto, le testimonianze drammatiche raccolte. Mouhamadou, 24 anni, originario della Costa d’Avorio, ha denunciato di essere stato picchiato e addirittura frustato, tanto da aver perso, per le violenze subite, l’uso parziale della mano sinistra. Esseline, una ragazza ventiseienne del Camerun, scacciata dalle guardie di frontiera algerine nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza, dice di aver perso il bambino a causa delle sofferenze e delle fatiche patite. Cedric, appena sedicenne, anche lui proveniente dal Camerun, è stato costretto a rimanere prigioniero in una baracca militare per tre giorni, dopo che gli erano stati confiscati il bagaglio e tutti gli effetti personali.
Almeno 3 morti. Nel dossier vengono segnalati, infine, almeno tre morti, vittime della ormai totale militarizzazione del confine tra Marocco e Algeria. Lungo la linea di frontiera le autorità algerine hanno scavato una trincea larga 3 metri e profonda dai 3 ai 4 metri. Sul lato opposto il Marocco ha costruito un alto muro di recinzione, senza alcun varco. E’ qui – denuncia Alarm Phone – che tra il dicembre 2016 e il febbraio 2017 ci sono stati tre morti, oltre a diversi feriti, generalmente per fratture agli arti: persone precipitate in fondo a questa trincea anti-migranti. Più volte le guardie di frontiera sparano in aria per spaventare i profughi e costringerli ad allontanarsi dalla linea di confine. E’ presumibile, secondo la ricostruzione della Ong, che sia accaduto proprio questo: nella concitazione della fuga alcuni devono essere caduti nel grosso fossato mentre tentavano di saltarlo, rimanendo uccisi o feriti.
Al momento della firma del Processo di Khartoum, così come dei trattati di Malta o, appena due mesi fa, in occasione del memorandum con la Libia, il Governo italiano e l’Unione Europea si sono affrettati a dichiarare che gli Stati ai quali è affidata la vigilanza sui confini “esternalizzati” della Fortezza Europa, sono e saranno chiamati a garantire la sicurezza, trattamenti umani, condizioni di vita dignitose, il rispetto dei diritti dei migranti bloccati e respinti. “E’ un impegno assoluto, improrogabile”, hanno assicurato. Lo avevano detto anche al momento della firma del Processo di Rabat.

Tratto da: Diritti e Frontiere

Abbiamo ricevuto questo manifesto con il quale i nostri fratelli brasiliani, con i quali da anni siamo legati, a suo tempo attraverso i progetti ed ora dalla condivisione degli ideali, ricordano il sacrificio di Virgilio, un sindacalista brasiliano che è stato ucciso per la sua attività a favore degli ultimi e ha dato il nome ad una delle nostre operazioni.

Rete di Mogliano