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Il messaggio è rivolto a Giovanni Caruso, responsabile della redazione.. È
stato trovato in una busta contenente un numero speciale del giornale per
commemorare Pippo Fava
 
Un messaggio minaccioso inequivocabili scritto al computer in dialetto
siciliano su un foglio: “Ti tagliamo la testa”. La testa di chi? Di
Giovanni Caruso. Lo dice  la copia acclusa di un “Foglio” dei *Siciliani
Giovani*, uno speciale di quattro pagine realizzato in occasione della
manifestazione organizzata per commemorare il giornalista Pippo Fava. È
questo il contenuto della busta trovata nel pomeriggio del 19 luglio 2017
sotto la porta dell’associazione di volontariato GAPA, che ospita la
redazione di *Siciliani Giovani* a Catania.
 
La minaccia è rivolta in particolare a Giovanni Caruso, responsabile della
redazione. Di Caruso è stato ritagliato e cancellato il volto nella foto di
gruppo, scattata alla manifestazione per Pippo Fava, il giornalista ucciso
a Catania dalla mafia nel 1984, che compariva in prima pagina sul numero
del giornale ritrovato nella busta.Non lo considero un attacco a me, ma all’intera redazione che da due anni
scrive e denuncia quello che accade a Catania”, ha detto Caruso a *Ossigeno*.La mia preoccupazione sono i ragazzi che lavorano con noi, ma devo dire
che i ‘compagni siciliani’ mi hanno dimostrato la loro disponibilità a
creare una cintura di protezione”. L’episodio è stato denunciato alla
Polizia di Catania il giorno successivo, il 20 luglio.
 
A Giovanni Caruso e alla redazione dei “Siciliani giovani” va la
solidarietà di Ossigeno.Appare significativo – affermano in una nota congiunta Giuseppe Giulietti
e Raffaele Lorusso, rispettivamente presidente e segretario della
Federazione della Stampa, e Alberto Cicero, segretario dell’Assostampa
Sicilia – che il messaggio intimidatorio sia arrivato il 19 luglio, giorno
della strage di via D’Amelio, e che sia arrivato nella redazione di un
giornale che storicamente si ricollega all’esperienza de *I Siciliani* di
Pippo Fava ed è ospitata in un bene sequestrato alla mafia. I colleghi di
certo non si lasceranno intimidire”.
 
Caruso, il 14 luglio, in occasione della presentazione ufficiale del
giornale – in piazza Federico II a Catania – aveva parlato di beni
confiscati, annunciato la prossima apertura al pubblico di un bene
confiscato, assegnato ai *Siciliani*, e rivelato che l’ultimo numero del
giornale era stato distribuito in tutta Italia su Tir confiscati alla
mafia. La redazione dei *Siciliani Giovani* aveva portato in piazza, in
quell’occasione, lo speciale che è stato poi ritrovato nella busta.
 
Ossigeno si è già occupato di Caruso nel dicembre del 2013, dopo che – la
notte di San Silvestro – ignoti avevano sparato tre colpi di pistola contro
la porta della redazione de *I Cordai*, giornale del quartiere San
Cristoforo di Catania, del quale Caruso di occupa ancora oggi (leggi
<http://notiziario.ossigeno.info/2013/01/catania-san-cristoforo-allarme-da-i-cordai-sparano-alla-nostra-redazione-18425/> ).

Sempre più profughi condannati a morire nel deserto

 

di Emilio Drudi

Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.

Tratto da: Tempi Moderni

Pubblicato da Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo 21:51 

 

APPELLO AI GIORNALISTI/E

ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),

ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da 30 anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, con uno dei regimi più oppressivi al mondo e centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica, dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. E’ inaccettabile il silenzio su 30 milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti coi governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa 50 milioni di profughi climatici dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa. Alex Zanotelli Napoli, 17 luglio 2017