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Circolare nazionale Dicembre 2013

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2013

A cura della Rete di Noto, Avola Pozzallo…

La Rete, associazione laica, è da sempre comunque molto attenta all’universo religioso, non foss’altro che per il fatto che la Religione, insieme alla Politica, sono due elementi fondamentali di accelerazione o freno della storia e dei suoi cambiamenti. Nell’ambito della religione cattolica si può dire che da anni ormai era autunno, se non inverno, dopo la primavera conciliare di Giovanni XXIII, che sicuramente tentò di dare una spinta, anzi una svolta, ad una struttura adagiata ed arroccata su un passato legato teologicamente ed operativamente al Concilio di Trento. Il lungo “dominio” di Giovanni Paolo II, che ha sempre avuto dietro l’ombra teologica e il “braccio armato” di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede-ex Sant’Uffizio, ha probabilmente fatto scivolare non solo la Chiesa, ma la stessa fede cristiana verso un appiattimento o addirittura, come più d’uno sostiene, uno snaturamento dell’originalità della stessa, ridotta al mero verticalismo del rapporto uomo/Dio, che ben si è coniugato con l’individualismo di base della società liberista. In parole semplici: “mi” salvo (=vado in Paradiso) soprattutto se mi relaziono al Dio dei cieli; e la relazione di amore al prossimo è diventata “opera di carità”, beneficenza, elemosina. Molte di queste sono state anche organizzate in strutture cattoliche: scuole cattoliche, ospedali cattolici, banche cattoliche (…fino allo IOR) e per di più con la pretesa, al “caro prezzo” di alleanze politiche, di essere sovvenzionate ed equiparate a quelle statali. Le trionfalistiche folle oceaniche dei pellegrinaggi, delle Giornate Mondiali della Gioventù, dei Congressi Eucaristici di cui si nutriva l’ecclesiologia di Giovanni Paolo II, hanno trasmesso l’idea che la sostanza  della Fede  fosse quella  esteriore e devozionista e che la Chiesa vera fosse quella dei grandi numeri, delle megacelebrazioni, sì da diventare talmente “forte” da  tentare di imporre all’intera società civile, diventata nostra, le nostre regole morali sul divorzio, sull’aborto ecc. (…salvo poi ad essere smentiti dai referendum…ma pazienza!…riproveremo). Illuminante, a tal proposito, l’intervista di Fazio al cardinal Ruini a “Che tempo che fa” del 1° Ottobre 2012. Tutto questo superficializzando quello che da molti credenti è ritenuto  il rivoluzionario messaggio altruista originario di Gesù, conformandolo alla società dell’immagine e del potere. Insomma, per essere dei buoni cristiani bastava (e per molti versi basta tutt’oggi) andare a Messa la domenica, accostarsi ai Sacramenti, osservare un po’ i comandamenti (…ma non troppo, tanto la confessione pulisce tutto e tutti), non fare del male e fare semmai qualche “opera di misericordia” o di bene. La scelta dei poveri e della povertà era concepita come prerogativa della vocazione estrema ed estremista di qualcuno, non di rado poco ben visto dalla Chiesa istituzionale. In una visione globale non si può comunque non riconoscere anche alla Chiesa-istituzione nel corso dei secoli, ma soprattutto ad un’immensa massa di credenti in tutto il mondo, l’importante funzione di aver “spinto”, a volte accelerandola, la Storia nella direzione nella quale noi tutti della Rete ci riconosciamo: quella della giustizia egualitaria, quella – diremmo laicamente – di almeno due delle “pretese” della Rivoluzione illuminista: “liberté” ed “egalité”, sulle quali siamo comunque invero ancora piuttosto indietro, viste le enormi disparità, che sembrano addirittura aumentare, tra ricchi e poveri nel mondo. L’era della “fraternité” sembra ancora di là da venire – e qui la religione cristiana e le religioni tutte avrebbero molto da dire e da fare, in termini di “acceleratori”, ma non si può approfondirlo in questa sede -. Quello che si può dire è che in questo scenario, forse nel momento in cui la Chiesa Cattolica istituzionale sembra toccare il fondo di credibilità (ripetiamo senza nulla togliere al merito e dall’azione di tutti i credenti impegnati sempre e ovunque per la “liberazione” dell’uomo e della donna da ogni peso e schiavitù), …dagli scandali della pedofilia ormai non più soffocabili, a quelli economici dello IOR, alla resa-ritiro, peraltro nuovo e coraggioso, dell’ultimo Papa dogmatico della storia … in questo scenario irrompe la figura di Papa Francesco. Che si impegna da subito in un’opera titanica, che non è più semplicemente quella di tamponare gli scandali, ma – a quanto sembra – quella di intraprendere davvero un percorso di riforma della Chiesa. Dal punto di vista teologico rimette al centro la coscienza, aprendo ampi spazi sia al dialogo con i non credenti (di cui alcuni sembrano peraltro annaspare essi stessi nelle esasperate logiche di un individualismo diventato irrimediabilmente egoista – vedasi intervista di Scalfari al Papa -) sia alla comprensione-tolleranza del peccatore (anche “pubblico”, qual era, ad esempio,obiettivamente considerato il divorziato). Dal punto di vista interno alla Chiesa, senza – saggiamente – voler da subito operare una rivoluzione copernicana, tenta quanto meno di rimettere un po’ di ordine nella gestione dei poteri interni  (ad esempio quello economico), spostandosi anche fisicamente dalla curia romana. E rispunta finalmente, dopo mille anni, la parola “collegialità”, che potrebbe essere la parola chiave del futuro della Chiesa cattolica. Mentre inizia, con la “gestione” della sua stessa persona, una eccezionale opera di semplificazione, in questo caso si potrebbe ben dire rivoluzionaria, liberandosi innanzitutto esteriormente di quasi tutti i paludati orpelli dei Papi precedenti e semplificando la relazione del Papa col mondo e con gli altri, portandola ad una genuina immediatezza, la quale, ovviamente, non può che lasciare tutti stupefatti. Nel suo agire non sembra esserci niente di finto, di mediato da tradizioni e cerimoniosità, dando il senso di una personale, formidabile coerenza cristiana, che sembra tendere a “spogliare” anche la Chiesa, per riportarla in linea col suo messaggio evangelico originario.

La semplificazione, sul modello di San Francesco (nome piuttosto impegnativo), sembra infatti arrivare ad aperture nuove verso la “Chiesa povera” e verso quella“dei poveri”. Che sono cose ben diverse. Una Chiesa povera è quella capace di spogliarsi delle sue ricchezze e dei suoi beni materiali… Molte delle chiese di frontiera, specie missionarie, sono chiese povere, quasi per necessità e condizione, più che per scelta, essendo prive di mezzi e di beni, costrette a vivere di stenti o di assistenza da parte delle chiese più ricche. Ma quante di esse siano Chiesa dei poveri non è dato di sapere. La Chiesa dei poveri è quella che non solo si fa povera, ma si schiera coi poveri, che fa una reale scelta di campo, di condivisione, in direzione della liberazione da qualsiasi forma di schiavitù, materiale, fisica o interiore, e quindi anche politica. La Chiesa dei Don Milani, per intendersi (peraltro Don Milani si fece povero, pur essendo di famiglia benestante), che non solo  cercò di dare ai poveri  i mezzi per liberarsi dalla povertà materiale, ma insegnò loro ad agire nel sociale (ad esempio impegnandosi nel sindacato, senza comunque accontentarsi neanche di quello) per scoprire ciò che genera la povertà e operare sulle radici della stessa.

Tornando dunque al Papa Francesco e alla sua svolta di coerenza e autenticità,  la domanda, paradossale (ma non troppo), che – da Rete – poniamo alla riflessione comune è dunque questa: si potrebbero mai risolvere davvero, anche con gli eventuali ingenti proventi delle vendite dei beni patrimoniali e artistici  della Chiesa (cosa che non avverrà), il problema della povertà nel mondo, o della schiavitù dei popoli o delle guerre? Potrebbe, questa gigantesca elemosina, risollevare le sorti dei poveri della terra? …E’ ovvio che neanche la più colossale quantità di denaro potrebbe mai farlo in maniera stabile… Perché in realtà non si scalfirebbero ancora i meccanismi che generano la povertà stessa. La Chiesa ha da sempre predicato l’assioma che, per cambiare il mondo, bisogna che si convertano, che cambino le persone. Ebbene neanche questo può essere vero (e men che mai è realista)… Quand’anche, per assurdo, tutti i credenti si facessero coerentemente evangelicamente economicamente poveri, il mondo potrebbe anche non cambiare. Poiché ”il nostro pane quotidiano” (cioè le risorse da condividere) è rimasto e rimane fermo, impigliato nelle Banche, nelle Società Finanziarie, nelle multinazionali, nelle Società Anonime (come venivano una volta chiamate le S.p.A.), governate appunto da meccanismi finanziari automatici, presieduti dallo logica del profitto fine a sé stesso, dove le “persone” che le guidano (i CEO, i C.d.A. ecc.) non possono assolutamente mutarne il meccanismo. Se solo ci provassero sarebbero immediatamente rimossi e subito sostituiti con altri, fedeli al meccanismo stesso.

Cambiare i grandi meccanismi iniqui è certamente la cosa più difficile: ci proviamo – e ci dobbiamo provare – “dal basso”, visto che politica e religioni sembrano sordi e ciechi, con i piccoli sistemi e le iniziative più varie, dal commercio equosolidale ai nostri progetti di Rete; ma una potenza e un’autorevolezza morale come quelli di un Papa “coerente”, che ne prendesse coscienza  e cominciasse a denunziare (“la denunzia è già annunzio salvifico”, ebbe a dire a suo tempo il Cardinale di Torino Ballestrero!) la nefandezza e la perversione degli stessi, darebbe una grande spinta, quell’accelerazione appunto di cui la religione può farsi portatrice. Purtroppo non è facile che accada e le accuse al capitalismo ingiusto ed edonista dei Papi precedenti (peraltro spesso tradite da accordi politici per la protezione e sovvenzione di strutture cattoliche, come quelle coi governi di Berlusconi, appena “sfiorato” dalle accuse di immoralità sessuali), sono state connotate da una tiepidezza così blanda da sembrare complicità. Oltretutto confermata dall’appoggio alle iniziative elemosiniere (il Banco Alimentare ad esempio) di organizzazioni come Comunione e Liberazione e l’Opus Dei, che nei confronti del capitalismo sono tutt’altro che critiche.

In realtà all’interno di una Chiesa tuttora bloccata, dove il pietismo e il  devozionismo (di cui Radio Maria è uno degli esempi più illustri) sembrano essere diventati l’essenza stessa della fede cristiana, pare che vi sia ancora poco spazio per quella “intelligente lucidità”, da sempre patrimonio della Rete Radiè Resch (possiamo permetterci questo piccolo vanto…), che, secondo una logica semplicemente umana di giustizia egualitaria, definisce “restituzione”quello che per altri continua ad essere beneficenza ed elemosina, forse senza neanche aver esplorato abbastanza quell’”Inno alla Carità”di Paolo di Tarso, che così recita: “quand’anche distribuissi tutte le mie sostanze…se non ho la carità niente mi giova”… A quando dunque l’era della Carità e/cioè della fraternité…della condivisione dei beni della terra?  …Intanto buon lavoro, Papa Francesco!

 

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14-01 Rete di Roma -
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