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Circolare nazionale Febbraio 2013

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2013

A cura della Rete di Savona

Mai come in questo periodo mi è successo di ricordare l’importanza delle parole di Paul Gauthier:

“Ciò che è importante è che mentre noi là (a Nazareth) viviamo fra gli operai, voi, qui, agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri.” Credo che oggi queste parole ci interroghino in particolare su due aspetti:

1. Quale impegno mettiamo nel denunciare e modificare le nostre pratiche economiche e sociali che

hanno impoverito il Sud del mondo, ma che oggi impoveriscono anche noi?

2. Quanto ci confrontiamo con il Sud del mondo per trovare risposte di concreta solidarietà alla povertà che c’è da loro, ma che cresce a ritmi incalzanti ormai anche qui in Italia?

Certamente c’è ancora una grande differenza tra l’Italia e i paesi dove abbiamo le nostre operazioni, ma le dinamiche economiche (finanziarizzazione globale dell’economia) e sociali (lavoro precario e incremento della distanza tra i pochi ricchi e i poveri in crescita) sono ormai molto simili. Per quanto riguarda il primo aspetto non mi dilungo più di tanto. Sappiamo bene dove ci ha portato la finanza speculativa e tutti abbiamo informazioni sufficienti per capire cosa bisognerebbe fare per cambiare questa situazione. Abbiamo un sacco di informazioni a proposito. Certamente guidare il cambiamento non è semplice. Cominciamo però a chiederci come noi impieghiamo i nostri risparmi. Sono per caso una linfa per la speculazione? Sono utilizzati per offrire opportunità a chi non ha accesso al normale circuito del credito? Penso non solo a Banca Etica, ma anche a tutta l’attività della Microfinanza italiana, delle società cooperative MAG, della JAK Bank che sta nascendo anche nel nostro paese (www.jakitalia.it), ecc. Una seconda considerazione su questo primo punto riguarda le aree da tenere sotto controllo. C’è molta attenzione alle spese militari e al commercio internazionale di armi. Un tema cui dovremmo prestare più attenzione è quello dell’acquisto dei terreni agricoli in Africa (equivalenti già oggi alla superficie della Germania e dell’Italia) e nell’America Centrale e Meridionale. Sul “land grabbing” sappiamo che sono coinvolte la Cina, le grandi multinazionali occidentali dell’agroalimentare e alcuni grandi gruppi finanziari. Ma anche l’Italia brilla in questa nuova forma di colonialismo. Leggete sul sito di Re:Common (www.recommon.org) il documento di 37 pagine con numeri e nomi (!) di chi in Italia è coinvolto in questo business; agghiacciante. Cosa si può fare? Il tema su cui penso dovremmo invece riflettere e cambiare di più riguarda il secondo aspetto. Come pensiamo di poter offrire solidarietà al Sud del mondo quando la solidarietà concreta “vissuta” in Italia è così carente? Gli immigrati che vengono in Italia sono stupiti dalla mancanza di condivisione dei beni, dall’accumulo

individuale che guida i nostri comportamenti, dall’emarginazione degli anziani; in poche parole da come viviamo. Tiziano Terzani in una corrispondenza dall’Afghanistan del 2001 raccontava di un negoziante di tappeti che, avendo già venduto abbastanza, mandava i clienti al negozio vicino perché anche lì c’era una famiglia che doveva vivere. Già nel 2000 Serge Latouche nel suo libro “la fine del sogno occidentale” aveva analizzato con lucidità le conseguenze del nostro modello di vita; e la prima cosa che disse all’inizio della sua conferenza a Bangui nel gennaio 2006 fu “noi bianchi siamo qui per imparare da voi africani”. I centrafricani invitati a casa mia nel marzo 2007 mi avevano chiesto “come mai non ci sono a cena anche i tuoi vicini di casa?”. Ugo Mattei nel convegno del 2012 ci ha ricordato la “disgrazia” di aver esportato in tutto il mondo il concetto di proprietà privata, derivato dal nostro diritto romano, che sta affossando la concezione di proprietà collettiva tipico delle culture africane e latino americane. Chiediamoci cosa ne stiamo facendo della cultura diversa dalla nostra, cosa stiamo distruggendo con l’imposizione (violenta) di una visione occidentale come unico modello sociale, economico e politico; dove l’economia si è appropriata il diritto di dare significato alla realtà sociale ed umana. A me pare che dobbiamo innanzitutto essere più credibili nei nostri comportamenti, lasciando lo spazio per farci “invadere” dalle persone che incontriamo nei nostri progetti. Dobbiamo stimolare nei nostri ambienti una maggiore cultura della solidarietà, da contrapporre all’individualismo che ci caratterizza. Allora anche in Italia “essere povero” dovrebbe voler dire “non avere relazioni” e non “avere pochi soldi”. A tutti noi l’impegno di ripensare il nostro stile di vita, e con gioia camminare insieme a tutti coloro che credono siano possibili rapporti diversi tra le persone. Grazie per la strada percorsa insieme in tutti questi anni!

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