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Circolare nazionale Maggio 2013

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2013

A cura della Rete di Padova

Carissime e carissimi,

Quando ci è stato affidato il compito di scrivere la circolare nazionale, subito ci è venuto in mente che in aprile, il 24 aprile di tre anni fa, è stata uccisa Dadoue. Abbiamo pensato che DOVEVAMO RICORDARLA, dovevamo cioè mantenere vivo tra noi quel che lei ci ha aiutato a capire con la sua vita e con la sua morte.

Cosa avremmo potuto dire alla Rete per rendere vivo il messaggio di Dadoue anche per chi non ha avuto – come noi – il privilegio di una profonda conoscenza? E ancora: cosa può dire oggi la vita e la morte di Dadoue a noi che viviamo in un paese così lontano, in tutti i sensi, da Haiti?

E due temi ci sono subito parsi importanti.

Il primo è la SCUOLA, l’EDUCAZIONE, la FORMAZIONE: per Dadoue la priorità assoluta. E per questo negli anni ’80 si inventa una scuola sulla montagna dei contadini senza terra, senza avere niente, nemmeno un luogo per ospitarla, utilizzando quello che c’era sul posto: sassi, pezzetti di legno, cenere, calce; ma con poche idee chiare: “Il principale scopo è quello di formare i ragazzi affinché non emigrino e si organizzino, invece di andare come dei pazzi ad ammassarsi nella miseria delle città e nei quartieri marginali (lavorare come facchini come bestie o diventare delinquenti). Nella zona invece potranno cambiare la cultura, fondare delle cooperative, fare artigianato, diventare falegnami e muratori, fare cucito e cucina. Ragazze e ragazzi potranno qui ricevere una formazione dopo la scuola elementare. Non costerà molto caro e permetterà di spendere meno quando si avrà bisogno di un lavoro artigianale. Così si lotterà contro l’ingiustizia sociale… I contadini sapranno leggere e difendere i loro diritti. La nostra scuola esiste soprattutto per far parlare coloro che non possono parlare, per coloro che non possono rivendicare i loro diritti”.

E diventa una scuola che non discrimina nessuno: “Le bambine diventano più numerose dei bambini. Una volta le donne sulla montagna erano analfabete, ma ora sanno scrivere, leggere, possono votare, guadagnare del denaro; ci sono donne che lavorano come animatrici rurali. Una volta non si mandavano le bambine a scuola mentre ora, se possono, i genitori mandano le ragazze anche a continuare gli studi dopo la scuola primaria. La scuola è fondamentale anche per il riconoscimento dei diritti delle donne… Una scuola che è aperta a tutti aldilà di ogni differenza di genere, religione, idee politiche”.

Alla fine del 2009 Dadoue ci invia delle foto, sono i volti sereni degli alunni e delle alunne della scuola di Dofiné: ci invita a guardarli per capire il cambiamento portato dal vivere insieme nella scuola.

Il secondo tema è la SOLIDARIETA’. Stanno compiendosi i 50 anni della Rete e c’è l’esigenza di interrogarci su cosa significhi per noi oggi essere solidali.

C’è una frase che ricorre nelle lettere di Dadoue: mentre ci ringrazia per l’aiuto economico che offriamo e ci spiega cosa questo aiuto rende possibile realizzare, tiene a sottolineare il carattere particolare della relazione che si è stabilita tra noi, una relazione diversa da quella con altre realtà che aiutano FDDPA (la sigla della federazione dei contadini haitiani, ndr), ma che si comportano “come ricchi verso i poveri”, invece, quando la Rete stabilisce una relazione con FDDPA, “è una relazione tra persone umane, con rispetto…., FDDPA trova altri partner che vogliono aiutarci o fare solidarietà, ma è una relazione inumana, ricco-povero, che spesso ci ferisce e aumenta l’aggressività tra di noi”.

“Il panorama degli aiuti internazionali – scriveva Fabiano dopo il suo ritorno da Haiti in giugno del 2011 – assomiglia molto a un aiuto di emergenza e si parla poco di sviluppo e di capacità di autogestione.
 Di autogestione ne parlano solo gli haitiani, la parte haitiana organizzata in tante iniziative, quella parte che è stata emarginata nella gestione degli aiuti dell’ «affare terremoto». Per gli amici haitiani, che la Rete frequenta da sempre, questa ingerenza straniera è utile ma anche dannosa, perchè non costruisce dal basso, si fida solo di se stessa e rischia di indebolire la dignità di chi riceve questi aiuti. La Rete, che non ha questa fisionomia di organizzazione di sviluppo, non si fida di se stessa e non promuove l’aiuto tout court. Lo possiamo dire perchè qui siamo presenti da molto tempo accompagnando processi possibili, e tra i nostri amici – quelli che oggi si impegnano con grande militanza a portare avanti ciò che Dadoue ha incredibilmente costruito in circa 30 anni di ininterrotta attività tra la sua gente – oggi è chiara la visione di un popolo che deve ogni giorno alzarsi e lottare, senza tentennare, e che un giorno dovrà anche fare a meno dei nostri contributi economici.

Come dice Jean: «Dobbiamo vedere il giorno in cui potremo arrangiarci, essere autosufficienti, non essere costretti a consumare un cibo importato, non possiamo sempre dipendere da fuori». Come Rete siamo dei «privilegiati» rispetto ad altre organizzazioni, perchè non mettiamo mano a programmi e progetti, a questo ci pensano i nostri amici; a noi invece il compito di accompagnare le scelte e i pensieri loro, collaborare magari con altre forme come il dialogo, la vicinanza, il suggerimento, l’opinione.”

Viviamo giorni difficili, amari nel nostro paese, sperimentiamo quotidianamente la difficoltà di cambiare, di partecipare, di fare politica nel senso che diceva don Milani – affrontare insieme e insieme cercare soluzioni ai problemi comuni -, e assistiamo invece ai traffici dell’altra politica, quella della conservazione del potere, dei giochi sulla pelle delle persone, dell’incapacità o della non volontà di ascoltare le persone; ma verifichiamo anche la fatica di tutti noi di assumerci le responsabilità di cercare vie nuove.

Dadoue ha continuato a sognare, a immaginare un futuro diverso, a vivere per attuarlo quando c’era la dittatura, quando i sogni del cambiamento politico sono naufragati nella corruzione e nella sete di potere, quando i caschi blu invece di stabilizzare il paese, si comportavano e si comportano da occupanti, quando uragani e terremoti hanno squassato il paese, quando la violenza dei potenti uccideva i contadini, gli rubava la terra, li imprigionava e li torturava se cercavano di ribellarsi; e si potrebbe continuare. Dadoue viveva già il cambiamento che sognava nelle relazioni che intrecciava con le persone che incontrava, gli ultimi, gli impoveriti, i senza niente: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia.”

Questa è l’eredità che ci ha lasciato: continuare qui, nel nostro paese, a sognare, a immaginare il futuro, a vivere il cambiamento, a farlo insieme, quando c’è la crisi, quando i politici sono sempre più lontani dalla realtà, spesso corrotti e interessati solo al loro potere, quando aumentano l’impoverimento e la disuguaglianza sociale, cresce l’arretramento culturale e sociale, ma noi fatichiamo ad organizzarci, a fare rete, a passare dalla denuncia all’azione collettiva, alla costruzione di alternative che permettano di intravedere possibili cambiamenti.

Offriamo alla riflessione di noi tutte e tutti le parole che chiudono il testamento di Dadoue, scritto nell’aprile di tre anni fa: “Non perdete tempo in cose non essenziali, aiutate quelli che sono più deboli. State lontani dalle persone che si vantano, che dicono di avere tutto, che pensano di essere meglio degli altri, non perdete tempo ad ascoltarle; le persone che hanno bisogno di aiuto sono quelle che fanno crescere la famiglia di FDDPA, sono queste persone, le persone che soffrono, quelle che rimetteranno in piedi questa società che non funziona per farla diventare una società normale in cui la vita di ogni persona sia rispettata.

Lo sfruttamento che i poveri subiscono è molto forte; c’è una forte opposizione ad ogni cambiamento. Bisogna lottare molto per cambiare la situazione, dobbiamo diventate più forti, moltiplicare le nostre forze. Dobbiamo riflettere, dobbiamo lavorare molto: siamo noi che soffriamo e siamo noi che dobbiamo trovare i rimedi efficaci contro questo veleno violento. Non è un gioco, è un impegno serio. Le persone che ci hanno messo in questa situazione, che hanno messo il popolo in ginocchio, si sono prese del tempo per riflettere, per stabilire questo sistema. Anche noi dobbiamo prendere del tempo per riflettere e per rovesciare questo sistema. Quelle persone hanno elaborato segretamente le loro strategie, anche noi non dobbiamo rivelare i nostri piani: bisogna fare attenzione, essere molto vigilanti.

Mi ha sempre rattristato vedere i contadini che soffrono non prendere sul serio la situazione, la sofferenza che vivono; è come se accettassero la miseria che vivono senza ribellarsi. Donne, mettetevi in cammino, uomini, mettetevi in cammino, per lottare per cambiare la situazione in cui vivete  e poter vivere una vita in dignità come tutti. Se non si lavora insieme mano nella mano non ci riusciremo: non bisogna dividersi, essere egoisti, pigri. Solo formando una collana di unione, riusciremo a costruire un paese dove ci sarà abbondanza.”

Marianita e Fabiano

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