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Circolare nazionale Marzo 2012

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi, si dibatte fin troppo di crisi economica, sacrifici necessari, diseguaglianze in aumento e così via, anche da parte di competenti improvvisati, i più categorici nelle loro asserzioni risolutive. Francamente siamo stanchi di tante prediche che lasciano il tempo che trovano, inascoltate perché spesso poco fondate o interessate, e subito criticate da altri soloni non più credibili dei primi.

Dal momento che sicuramente la crisi è globale e riguarda tutti i continenti, nessuno può dire fondatamente come se  ne uscirà. Sappiamo però che le cause vanno cercate nella globalizzazione, nella spietatezza dei mercati, nel prevalere degli interessi finanziari e nella sottomissione della politica a questi, nel ritenere il lavoro non più un valore ma un noioso ingrediente del tutto. A questo ci ha condotto il liberismo sfrenato affermatosi negli ultimi decenni; per cui, forse a ragione, si comincia a parlare di crisi del capitalismo e perfino del suo fallimento.

Qui mi fermo per non incorrere io stesso nel pericolo di pontificare senza averne titolo alcuno (e di annoiare). Ma la premessa è utile per venire a parlare del nostro paese, delle sue condizioni e di ciò che si può sperare per mitigare gli effetti nefasti della crisi.

Ci stiamo convincendo che il governo Monti, senza dubbio più presentabile del precedente – e più concreto nel suo agire di tutti gli esecutivi della seconda repubblica – si muove pur sempre nel solco abituale: quello liberista, obbediente al capitale e fondato sullo sviluppo cioè sul mito (feticcio?) della crescita, da perseguire a tutti i costi, non badando alle sofferenze degli ultimi nella scala sociale, i lavoratori dipendenti e i giovani che aspirano a un lavoro. E’ quello che ci si poteva aspettare da persone provenienti dal mondo delle banche, dei grandi istituti finanziari, dell’imprenditoria, della sfera accademica più paludata (e qualcuno pure con evidenti conflitti di interesse e simpatie a destra).

Il fatto, accertato ormai e reso noto con difficoltà di comunicazione da scienziati coscienziosi, che le risorse della Terra sono limitate e che già si profilano scenari inquietanti sull’esaurimento delle materie prime, sull’impoverimento del suolo, sul riscaldamento globale ecc., questo allarme, suffragato da elementi inoppugnabili, viene tuttora trascurato e anche denegato dalle classi dirigenti, che dovrebbero invece responsabilmente prenderlo in seria considerazione e iniziare a pensare a una radicale inversione di tendenza, vale a dire alla possibile decrescita, i cui modi vanno studiati col concorso dei veri competenti e dei cittadini consapevoli disposti ai sacrifici (questi sì, ragionevoli) per raggiungere l’obiettivo.

In Italia siamo più indietro di altri paesi in questa presa di coscienza. Governanti, imprenditori e finanzieri, per non parlare dei media, sono ben lontani dal farsene una ragione; è vero, la crisi incombe e adesso occorre tappare i buchi e fare presto, ma un futuro preoccupante è alle porte e non si può attendere indefinitamente prima di studiare come si possa imboccare la nuova strada. C’è di peggio: a volte chi osa parlare di decrescita viene quasi deriso. E’ capitato poco tempo fa nel corso della trasmissione “L’infedele” su La 7, a un professore di economia dell’università statale di Milano, che aveva parlato appunto della decrescita con argomenti a mio parere molto seri. Il direttore del Corriere della Sera, intervenuto subito dopo, ha sibilato con sarcasmo che gli studenti di quel professore erano da compiangere.

Per cambiare indirizzo serve naturalmente un cambio di mentalità e poiché è arduo aspettarselo dall’attuale classe dirigente e in particolare dai politici – con pochissime eccezioni – essendo la “casta” nel suo insieme irrimediabilmente perduta, bisogna affidarsi a quei giovani, tanti giovani che hanno dato vita , o si accingono a farlo, ai movimenti dal basso impegnati nella ricerca di una alternativa credibile per la trasformazione in primo luogo del modo di fa politica e,via via, della società nel suo complesso, tenendo sempre fermi i principi  di giustizia e moralità.

Dobbiamo sempre ribadire che ritenere la politica “una cosa sporca” da lasciare ai politici di professione è completamente sbagliato; dobbiamo opporci a questa borghese, comoda sentenza diffusa in ogni tempo e ancor più oggi. La politica in sé non è cosa riprovevole, visto che è “la scienza e arte di governare” e ha quindi per scopo la “conduzione della cosa pubblica”, compito importante e meritevole da affidare a persone oneste, capaci, non attaccate al potere. Le forme della nuova politica sono da studiare e tutte da scoprire; non si può escludere che perfino la forma- -partito si possa riabilitare dopo attenta revisione. Certo, non possiamo tornare agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella nella Firenze del Duecento, in base ai quali ogni due mesi il consiglio comunale veniva rinnovato con libere elezioni, così da evitare clientelismo e corruzione (del resto la novità ebbe vita breve: i magnati ripresero il sopravvento, affossarono gli ordinamenti e costrinsero alla fuga il loro ideatore). Ma i giovani e i meno giovani che li affiancano nella ricerca del nuovo vanno incoraggiati perché è su di loro che basiamo le nostre aspettative e diciamo pure i nostri sogni.

Invece il potere li osteggia, molto probabilmente li teme, avvertendo in modo ancora confuso che si sta avvicinando il momento di una nuova “rivoluzione” sui generis di cui sono state poste le premesse al Forum di Napoli di fine gennaio sui “Beni comuni”. Con la partecipazione di sindaci e di molti giovani si è dato vita a un movimento somma di tutti i movimenti: acqua, democrazia, No Tav ecc. Dei beni comuni si parla da tempo, ma come tutte le proposte dal forte sapore di novità il discorso restava limitato a pochi fino a ieri, mentre i suoi contorni apparivano indefiniti, tanto da essere visto dagli scettici e dagli impazienti come impossibile da realizzare nella situazione attuale.

A Napoli i convenuti sono invece andati a verificare se il “bene comune si può interpretare con la trasposizione in chiave strategica della decrescita felice”. Parole di Sergio Caserta su il Manifesto del 9/2/2012; e così prosegue: “non è nel consumo fine a se stesso, quindi nello spreco di risorse, che si può ottenere la buona qualità della vita dei cittadini, la difesa dell’occupazione e dei diritti, tutto ciò si ottiene nell’assoluto primato del bene comune come interesse generale, di tutti e non per questo di nessuno”.

A queste proposte per ora solo abbozzate e di cui peraltro si è molto discusso con la decisione di riprendere il dibattito nel prossimo futuro, ha fatto riscontro il silenzio quasi assoluto della grande stampa e degli altri media.

Secondo il sindaco di Napoli, De Magistris, il movimento “fa paura a un arroccamento dei poteri che attuano le politiche liberiste di Berlusconi e resistono alle istanze di cambiamento della società” rappresentato da questo multiforme e ampio movimento (la citazione è da un articolo di Sandra Amurri su il Fatto Quotidiano del 31/1/2012).

Ecco la paura che agita chi detiene il potere in Italia. Il silenzio è segno di paura. Lo ribadisce il prof. Alberto Lucarelli, docente di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e assessore alla Partecipazione al comune di Napoli (cito ancora dall’articolo del Fatto): “Si vuole neutralizzare un movimento che per la prima volta mette assieme più dimensioni: ambientale, culturale, amministrativa, sociale e di denuncia. Che scova tutte le furbizie di questo governo”.

“L’utopia dei deboli è la paura dei forti” è la frase di Ezio Tarantelli, docente di economia alla Sapienza di Roma assassinato dalle Brigate Rosse nel 1985, posta sulla stele all’interno della facoltà di economia donata dalla FIM-CISL; frase che ricorda l’impegno da lui profuso a favore del movimento sindacale e che, secondo il nostro grande amico Fausto Vicarelli, collega di Tarantelli, anch’egli purtroppo scomparso in un incidente l’anno dopo, coglie in pieno “il senso della sua fervida dedizione allo studio e il suo appassionato impegno civile” (Fausto Vicarelli, La questione economica nella società italiana, Il Mulino 1987).

Benché formulata in altra epoca e in un altro contesto, la frase di Tarantelli può simboleggiare quel che avviene oggi con l’apparire dei movimenti e i timori che suscita. L’augurio è di poter procedere oltre l’utopia per arrivare ad approdi certi.

Siamo alla vigilia del Nostro Convegno nazionale a Rimini dove il tema-guida (scelta felice) sarà quello del “bene comune” unito a “movimenti” e “politica”. Un opportuno approfondimento dei temi del momento. Speriamo perciò tutti insieme che il convegno registri un successo significativo e una partecipazione imponente.

Un saluto fraterno e un arrivederci a Rimini.

Mauro Gentilini

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