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Convegno nazionale 2010

Riccardo Petrella (*)

La pedagogia della cittadinanza
Convegno Nazionale, Rimini 14 maggio 2010

La società capitalista mondiale, in piena crisi strutturale, ha soprattutto spoliato ogni forma di cittadinanza.
La libertà tanto proclamata in quanto principio fondatore della società è unicamente quella dei più potenti.

La giustizia non fa parte del bagaglio genetico della società capitalista, all’origine v’è il principio d’ineguaglianza fondata sul merito.
II diritto di proprietà privata è considerato il principale diritto umano “naturale”, gli altri diritti essendo di  seconda e terza categoria.
Affinché si possa superare la società capitalista mondiale e costruire un mondo fondato su una pratica reale della cittadinanza, la priorità deve essere data non tanto all’educare i giovani ed i bambini ma gli adulti. Siamo noi adulti che dobbiamo imparare  e/o rieducarci ad imparare il rispetto dei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, fraternità, democrazia, responsabilità affermati in tantissime “Dichiarazioni” e “Carte costituzionali” a livello delle città, delle nazioni, dell’umanità.
Si pensi a quanto proclamato nei famosi
Obiettivi dello Sviluppo per il Millennio approvati dai dirigenti di tutti gli Stati del mondo nel settembre 2000 a New York al  vertice mondiale delle Nazioni Unite sul Terzo Millennium! 

In teoria, siamo tutti d’accordo per affermare che la vita è una forma meravigliosa di ricchezza indefinibile e che ogni essere umano ha il diritto ad una vita degna di questo nome.
Da decenni abbiamo dichiarato la lotta alla povertà assoluta (che significa privazione del diritto alla vita per miliardi di persone); ci diciamo scandalizzati per l’esistenza delle baraccopoli dove sono “rigettati” attualmente più di un miliardo di esseri “viventi”; ci siamo impegnati a garantire l’accesso all’acqua potabile per tutti, l’accesso al cibo, alla salute, ad un lavoro umanizzante…
Da decenni abbiamo promesso sicurezza, pace, sviluppo sostenibile, la riconciliazione degli umani con la natura. E da alcuni anni, non facciamo che parlare di cittadinanza attiva, di democrazia partecipata……

In realtà, nulla di quanto sopra è stato realizzato, né i gruppi dominanti sembrano intenzionati a prendere le misure appropriate e necessarie per orientare l’evoluzione ed il cambiamento del mondo attuale verso gli obiettivi affermati.
Succede il contrario. Certo, in maniera ed intensità diverse da paesi e paesi, da settore a settore.
V’è anche da aggiungere che, spesso e volentieri, i mezzi d’informazione e di comunicazione dei gruppi al potere  tentano di sminuire ed/od occultare la gravità ed il carattere strutturale delle situazioni di crisi, di ingiustizia, di disagio. Cosi succede che gli adulti hanno l’illusione che tutto sommato il loro paese non va cosi male, e che ad ogni modo non va male come gli altri paesi! Il caso italiano è, al riguardo, un esempio classico.  

I processi di indebolimento e di distruzione della cittadinanza sono diventati predominanti a partire dalla metà degli anni ’70 quando i principi della società capitalista mondiale si sono imposti in seno ai gruppi dirigenti dei paesi occidentali in maniera netta, senza rivali e senza correzioni, conducendo rapidamente allo smantellamento dell’architettura politica, sociale ed economica che aveva dato forma e forza allo Stato del welfare.
Lo Stato del welfare è stato un
patto sociale nazionale, realizzato in modi e gradi diversi a seconda dei paesi, sulla produzione e distribuzione della ricchezza collettiva (beni e servisi comuni essenziali ed indispensabili alla vita ed al vivere insieme,  come strumenti di  concretizzazione dei diritti di cittadinanza per tutti).

A partire dagli anni ’70, le nostre società  hanno deciso di attribuire “valore” unicamente a cio’ che contribuisce a creare ricchezza monetaria per il capitale finanziario, industriale e commerciale privato.
Su questa base, la spesa pubblica – considerata nello Stato del welfare come il motore  del buon funzionamento dell’eco-nomia (
oikos nomos = le regole della casa) – è diventata invece una forma mal vista di utilizzo delle risorse della “Nazione” perché essa non crea ricchezza per il capitale privato.
Un insegnate elementare, per esempio, essendo pagato con il denaro pubblico che è alimentato dalle tasse, è considerato come un costo per il capitale privato (per l’appunto, le tasse) e non una fonte di ricchezza. Quindi, è un costo da ridurre. Per questa ragione,  l’insegnante è pagato poco rispetto ai mestieri detti “produttivi”. Lo stesso vale per un pensionato ammalato in ospedali pubblici, oppure per la creazione di un asilo infantile….
L’insistenza messa in questi ultimi mesi sulla “necessità” di ridurre la spesa pubblica (si dice per far fronte all’ennesima crisi finanziaria ed economica del capitalismo mondiale), non è altro che uno degli ultimi atti forti, violenti, portati alla sopravvivenza di quei pochi elementi dello Stato del welfare che erano ancora ad oggi rimasti in piedi dopo l’opera di smantellamento condotta negli ultimi  trenta anni. 

La mercificazione della vita.
In effetti,  con lo smantellamento graduale dello Stato del welfare, abbiamo sostituito il sistema di sicurezza sociale per tutti  con il sistema di “assicurazione” sociale privata, reintroducendo forme di “assistenza sociale” nei confronti dei  “perdenti”, degli esclusi, degli impoveriti.
Abbiamo altresi cambiato la natura dei beni e dei servizi considerati fino a non molto tempo fa come dei beni comuni e servizi pubblici.


I beni comuni sono diventati beni economici aperti al mercato (cioè, merci) ed i servizi sono stati affidati al governo delle imprese private, sovente quotate in Borsa anche se con capitali pubblici.
Nulla è sfuggito ai processi di mercificazione e di privatizzazione della vita: l’aria , l’acqua, la terra, il suolo urbano, il vento, il sole, i microorganismi,  i geni umani, la conoscenza, i trams, i treni, i traghetti, l’energia, la salute, l’educazione, i cimiteri, la gestione delle multe amministrative municipali, i simboli, l’infocomunicazione… qualsiasi forma di vita, materiale ed immateriale, è diventata merce. Il mondo è merce.

Questa concezione è stata affermata in maniera quanto mai esplicita da uno dei portavoci della Commissione europea, Joe Hennon, il quale ha dichiarato il 18 maggio scorso, in occasione della presentazione del secondo rapporto della Commissione europea sullo stato delle risorse idriche dell’Unione europea “We consider water to be a commodity like anything else”. (Consideriamo l’acqua una merce come ogni altra cosa).
Il punto saliente di questa affermazione, oltre alla conferma, grave, che per la Commissione Europea l’acqua deve essere considerata una merce, è sostenere che “ogni altra cosa”, cioè tutto, è merce.
C’è da sperare che la Commissione apporterà il più presto possibile una smentita chiara di tale affermazione. E’ molto probabile, invece, che non lo farà perché la concezione culturale e politica del mondo oggi espressa dalla Commissione europea è una concezione che riduce ogni forma di vita a merce.
Il fondamentalismo capitalista di mercato non è più un privilegio d’Oltre Atlantico, di Wall Street. Si è anche annidato nei palazzi europei di Bruxelles,  nelle nostre case.
Per noi adulti, seguaci fedeli della Teologia Universale Capitalista,
il pianeta Terra è diventato  un insieme di risorse merci, un “capitale naturale” da sfruttare (consumare) al servizio dell’obiettivo della crescita continua della ricchezza individuale e del benessere economico, e cio’ in maniera eco-efficiente (dove per “eco-efficienza” si deve intendere, secondo l’opinione prevalente,  la maniera di generare sempre più ricchezza per il capitale privato con minore impatto sull’ambiente naturale e sull’equità).

Cio’ spiega perché in questi ultimi tre decenni è stato impossibile racimolare i 180 miliardi di $ all’anno a livello mondiale necessari per permettere a tutti gli abitanti della Terra di avere accesso all’acqua potabile ed ai servizi sanitari, conformemente agli impegni solenni presi dai gruppi sociali dominanti, non solo dei paesi del ‘Nord’.
Ci sono volute invece poche settimane per trovare nel 2007-2008 12.000 miliardi di $ per rimpinguare le casse delle banche e di altri istituti di credito privati per coprire i debiti dei capitali privati, responsabili della  predazione economica e sociale della vita sul Pianeta Terra, e che sono alla base del fallimento attuale del capitalismo finanziario mondiale.
Noi adulti abbiamo dimostrato che per noi si puo’ continuare, tranquillamente,  a mantenere miliardi di esseri umani nella povertà assoluta e nell’esclusione dalla vita, ma si deve salvare, a qualunque costo, la sopravvivenza del capitale privato. 

Dopo aver dichiarato l’acqua “merce”  – un principio affermato, per la prima volta a livello internazionale intergovernativo, nella risoluzione finale della conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua di Dublino nel 1992 -,  abbiamo creato, a partire dal 1997,  “il mercato dell’aria” (con il mercato delle emissioni di gas a effetto serra); abbiamo legalizzato la brevettabilità del vivente, in particolare dei geni umani (1994 dal Congresso degli Stati Uniti, 1998 dal Parlmaento europeo), abbiamo dichiarato la Banca Centrale Europea organo politicamente indipendente da ogni altro potere pubblico; abbiamo monetizzato le foreste (Joannesbourg, 2002); abbiamo autorizzato, vuoi favorito, con meccanismi finanziari internazionali pubblici e privati, la crescente vendita massiccia delle terre africane; abbiamo fatto fallire la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambio climatico di Copenhagen (2009) perché, tra l’altro,  gli USA e l’UE hanno rifiutato di riformare i regimi dei brevetti industriali e del diritto di proprietà intellettuale; non abbiamo introdotto nessuna reale modifica del sistema finanziario produttore della grande crisi del 2007-2008 (gli hedge funds continuano a dominare il mondo, cosi come accade per le società di notazione, le società di revisione dei conti, il mercato delle divise); continuiamo a spendere 520 miliardi di $ all’anno in spese pubblicitarie e 1.850 miliardi annui in spese militari per poi affermare, in coro, che occorre diminuire la spesa pubblica sociale perché sarebbe creatrice di crisi economica…
Nel frattempo, il numero di 
poveri assoluti (meno di 2$ al giorno) è salito a 3 miliardi, quello dei “senzalavoro” cronici a più di 2 miliardi, e l’impronta ambientale sulle risorse rinnovabili del Pianeta continua a crescere…!

Educare i giovani, i bambini, è fondamentale. Educare gli adulti è ancor più strategicamente decisivo se non si vuole rinviare al 2030 od al  2040 l’inizio di un eventuale cambiamento strutturale del corso della storia.

Creare le speranze. Rieduchiamoci all’immunologia cittadina.

Nel campo delle dinamiche evolutive delle società umane, la speranza non esiste da sola. Non sta in aria in attesa di essere afferrata dagli umani. La speranza è nella storia, quella che noi costruiamo. Essa è una costruzione sociale, collettiva.
La speranza si crea.

Non è facile concepire e realizzare una pedagogia della cittadinanza per gli adulti, al servizio di un nuovo patto sociale, questa volta mondiale. Anche perché gli adulti da educare sono per l’appunto i soggetti di  potere e di dominio attuali. E’, pero’, possibile identificare alcune piste di ricerca e di apprendimento in vista della definizione e realizzazione degli obiettivi del nuovo patto sociale mondiale.

La prima pista riguarda la (ri)affermazione del valore in sé, incondizionato, della vita. Demonetizzare la vita è un elemento pregiudiziale al percorso di educazione della cittadinanza.
In termini di progetto pedagogico, due principi sono di natura costitutente: la “sacralità” e  la “gratuità” (dono) della vita.
La sacralità evoca anche il principio di alterità.
Non v’è vita senza alterità, diversità, cioè senza il riconoscimento dell’altro (quel che non è come “me” o come “noi”) come base necesaria ed indispensabile della mia/nostra propria esistenza.
In questo senso,
la gratuità non significa assenza di costi ma assenza di pagamento supposto corrispondere ad un’utilità e, soprattutto, presa a caric da parte della collettività  dei costi relativi alla concretizzaiozne dei diritti umani per tutti.
Per esempio, l’accesso all’acqua per la vita è gratuito non perché non vi siano i costi di captaggio, produzione, potabilizzazione, ecc. ecc. dell’acqua, ma perché detti costi sono presi a carico direttamente dalla collettività, via la fiscalità generale e specifica,  sulla base del riconoscimento che l’accesso all’acqua è una ricchezza (dono) collettivo. L’acqua, come fonte di vita, è ricchezza comune per tutti, di cui tutti siamo responsabili (sacralità).
Per lottare efficacemente contro la privatizzazione dei beni e servizi comuni, occorre partire dalla de-mercificazione della vita.
Concretamente, questo significa dichiarare illegale l’impoverimento generalizzato, cioè mettere fuorilegge quei principi e quei meccanismi che generano l’esclusione di miliardi di esseri umani dal diritto alla vita creando la povertà assoluta e la povertà estrema.
I principi ed i mezzi che la collettività deve darsi, gli strumenti sufficienti e giusti per la presa a carico dei costi di cittadini sono noti. In tantissimi casi, sono dei veri e propri atti di spoliazaione, di predazione, di violenza.
Solo l’ipocrisia dei potenti ed il tradimento dei rappresentanti eletti del popolo possono  mantenere in vita i processi d’impoverimento. Non si nasce poveri, lo si diventa.

La seconda pista, giustamente, concerne il riapprendimento dell’importanza e centralità dei beni comuni e dei servizi pubblici per il vivere insieme, la giustizia e la responsabilità condivisa.
Non v’è società senza beni comuni.
Se i membri di una “comunità umana” non condividono nessun “bene” materiale ed immateriale, non possono avere una identità comune, quindi una storia, una memoria, un divenire comune, fondati su progetti di realizzzaione comune.
Così,
non v’è giustizia sociale senza beni comuni. Non v’è solidarietà (dal latino “in solido” che significa responsabilità condivisa) senza beni comuni.
Mantenere il principio dell’appropriazione privata dei beni essenziali ed insostituibili per la vita e per il vivere insieme, cosi come il principio della privatizzazione del governo collettivo di tali beni, è contrario al principio della vita e della società.
Liberare la vita sociale dalle logiche di mercato e dalla competitivà per la sopravvivenza è un principio fondatore sano e improcrastinabile.
Anche se oggi è in crisi strutturale, il capitalismo di mercato mondiale perdurerà fintantoché gli adulti considereranno che il mercato e la competizione per la sopravvivenza rappresentano delle realtà “naturali” imprescindibili (cui sarebbero opposti, altrettanto su basi “naturali” ed imprescindibili,  lo Stato e la solidarietà).
Il mercato è una forma di eco-nomia valida, se regolata, per quanto riguarda i beni ed i servizi che non sono determinanti per i diritti di cittadinanza. Esso non puo’ in alcun caso pretendere di essere
la “regola della casa” .
In Italia, fra tante nefastezze operate negli ultimi anni, il successo strepitoso, quasi insperato, della raccolta delle firme per l’indizione di un referendum abrogativo di tre disposizioni legislative che hanno condotto alla privatizzazione totale dei servizi idrici, è un segno forte delle reali possibilità di liberare i diritti di cittadinanza e la vita dalla subordinazione al mercato. 

La terza pista di una possibile ri-invezione dell’immunologia cittadina, riguarda la promozione di un sistema locale e mondiale di finanza pubblica. Oggi, è raro trovare istituti di credito (banche, assicurazioni…) operanti nei settori dei beni e servizi determinanti per i diritti di cittadinanza che siano pubblici, con capitali di proprietà pubblica e che non obbediscano a logiche private di rendimento.
Forse certe forme di microcredito e di finanza etica rispondono ancora a tali requisiti.
Dobbiamo educarci – ed educare i giovani – a capire che in assenza di una finanza pubblica (e quindi di un solido sistema fiscale locale e mondiale  ispirato al principio di de-monetizzazione della vita e di salvaguardia e sviluppo dei beni comuni e non solo delle “risorse naturali”), destinata a finanziare gli investimenti per la creazione, il mantenimento e lo sviluppo di infrastrutture, beni e servizi per definizione  di rilevanza pubblica e di ricchezza collettiva, non v’è diritto reale di cittadinanza per tutti.
Per questo motivo il capitale privato non ama la finanza pubblica, alimentata dalla fiscalità e che persegue finalità pubbliche.
Ri-pubblicizzare la finanza relativa ai beni e servizi propri al campo dei diritti di cittadinanza non significa, sempre e necessariamente, ri-statalizzare.
Lo sconquasso della ricchezza collettiva operata dalla privatizzazione della finanza ha peraltro inciso negativamente sul ruolo stesso della finanza pubblica  E’ assolutamednte necessario disarmare la finanza attuale liberandola dall’irrazionalità e l’instabilità della finanza privata mondializzata.
A tal fine, noi europei dobbiamo abbandonare il principio dell’indipendezna politica della Banca Centrale Europea e riaffermare il primato del politico.
Di un politico responsabile nei confronti dei cittadini, trasparente, partecipato. Sarebbe, infatti,  inutile sostituire una oligarchia “assoluta” di banchieri-politici privati con una oligarchia “assoluta” di banchieri-politici pubblici.

Infine, quarta pista da seguire: educare alla capacità utopica. Una società di adulti che ha perso la capacità di sognare un altro divenire, un’altra storia, e che, per conseguenza, educa le nuove generazioni a credere che non v’è alternativa al “sistema” attuale, è una società che ha rinunciato a pensare il suo divenire, o che ha accettato che altri pensino e costruiscano il suo divenire.
V’è, a questo riguardo, un vasto campo aperto all’innovazione culturale (politica, economica, sociale) rappresentato dall’educazione alla mondialità della condizione umana.
Il welfare è stato il “patto sociale nazionale” fondato sulla sicurezza, la sovranità e la democrazia delle comunità dette nazionali. Il XXI° secolo ha il compito storico di concepire e promuovere un “nuovo patto sociale a livello dell’umanita”, della società mondiale.
Una  classe oligarchica mondiale, nata nel corso degli ultimi quaranta anni, è pronta ad imporre il “suo” patto mondiale, fondato sulla mercificazione di ogni forma di vita e sulla privatizzazione del potere politico.
Una cultura della cittadinanza è agli antipodi di tale “patto”. L’alternativa è possibile. Questo è il senso della capacità utopica. Le prime tre piste suggerite rappresentano i possibili percorsi di costruzione di una nuova storia fondata sul patto sociale mondiale.   

(*) Professore di ecologia umana,Accademia di Architettura, USI, Mendrisio (CH)
petrellariccardo@skynet.be

 

Francesco Gesualdi
Dalla crescita al benvivere
programma per un’economia della sazietà

Per molti anni abbiamo creduto che fosse possibile risolvere la piaga dell’ingiustizia mondiale portando tutti gli abitanti del pianeta al nostro stesso tenore di vita. Ma alcuni segnali ci stanno ricordando che si tratta di un sogno impossibile.
Il pianeta Terra non tiene il passo con i nostri ritmi di consumo perfino nell’ambito dei prodotti rinnovabili: consumiamo pesce ad una velocità superiore del 30% alla capacità di rigenerazione dei mari, tagliamo più foreste di quante ne ripiantiamo, consumiamo più prodotti agricoli di quanti ne raccogliamo.
Gli inglesi lo hanno battezzato overshoot day, il giorno del sorpasso, nel 2009 è caduto il 25 settembre. Quel giorno la nostra voracità ha superato la capacità di rigenerazione della Terra.
Finiti i frutti, abbiamo chiuso l’anno a spese del “capitale naturale”: invece che vitelli abbiamo cominciato ad abbattere mucche, invece che pesci figli, abbiamo mangiato pesci madre, invece che raccolti agricoli, abbiamo consumato i semi.
Di questo passo fra il 2030 e il 2040 avremo bisogno di due pianeti solo per le risorse rinnovabili.

Non se la passa bene il cibo e non se la passa bene il petrolio ormai entrato nella sua fase discendente. Per non parlare dell’acqua diventata risorsa scarsa in molte aree del globo.
Stessa situazione disastrosa sul lato dei rifiuti: le discariche ormai stracolme, stiamo moltiplichiamo gli inceneritori nel tentativo disperato di sbarazzarci dei nostri avanzi, non curanti dei danni alla salute che ci riservano.
Intanto l’anidride carbonica continua ad accumularsi nella stratosfera peggiorando di giorno in giorno lo stato del clima.

È stato calcolato che se volessimo estendere a tutto il mondo il tenore di vita degli americani ci vorrebbero cinque pianeti: uno come campi, uno come oceani, uno come miniere, uno come foreste, uno come discarica di rifiuti.
Noi non abbiamo quattro pianeti di scorta, con questo unico pianeta dobbiamo raggiungere due obiettivi fondamentali: dobbiamo lasciare ai nostri figli una Terra vivibile e dobbiamo consentire agli impoveriti di uscire rapidamente dalla loro povertà.
Noi siamo sovrappeso, ci farebbe bene dimagrire, ma loro non hanno ancora raggiunto il peso forma; per vivere dignitosamente hanno bisogno di mangiare di più, vestirsi di più, curarsi di più, studiare di più, viaggiare di più. E lo potranno fare solo se noi, i grassoni, accettiamo di sottoporci a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse, per gli spazi ambientali già compromessi.
La morale della favola è che non si può più parlare di giustizia senza tenere conto della sostenibilità; l’unico modo per coniugare equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano alla sobrietà, ad uno stile di vita personale e collettivo, più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali.

La sobrietà ci fa paura, ma non significa ritorno alla candela o alla morte per tetano. Sobrietà non va confusa con miseria, come consumismo non va confuso con benessere.
In sintesi la sobrietà si può definire come il tentativo di soddisfare i nostri bisogni cercando di usare meno risorse possibile e di produrre meno rifiuti possibile.
Un obiettivo che si raggiunge più sul piano dell’essere che dell’avere. Uno stile di vita che sa distinguere tra bisogni reali e quelli imposti, che si organizza a livello collettivo per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni umani con il minor dispendio di energia, che dà alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali, sociali.

Nella vita di tutti i giorni, la sobrietà passa attraverso piccole scelte fra cui: meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno merendine confezionate più dolcetti fatti in casa, meno cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno prodotti confezionati più prodotti sfusi, meno recipienti a perdere più prodotti alla spina, meno prodotti usa e getta più riciclaggio.

Molti abitanti dei paesi ricchi stanno sperimentando la sobrietà e stanno constatando che non solo è possibile, ma addirittura conveniente.
Non tanto per il portafogli, quanto per la qualità della vita.
Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea che il benessere si misura con le quantità di cose che gettiamo nel carrello della spesa, ma questo non è benessere è benavere.
E’ un’idea di benessere che concepisce la persona umana come un bidone aspiratutto, un tubo digerente con la bocca sempre ben spalancata per inghiottire tutto ciò che la pubblicità propone e uno sfintere anale sempre ben aperto per espellere una montagna di rifiuti.
Un canale di collegamento fra il supermercato e la fogna, a ciò ci riduce il consumismo.
E’ arrivato il tempo di ribellarci a questa concezione della persona  affermando che oltre che corpo, siamo anche dimensione affettiva, dimensione spirituale, dimensione intellettuale, dimensione sociale.
Il vero benessere è quella situazione in cui tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica.
Ed è bene insistere sul concetto di armonia perché se perseguiamo una sola di questa entriamo in rotta di collisione con tutte le altre.
Noi lo constatiamo tutti i giorni su noi stessi: per comprare molto, abbiamo bisogno di molti soldi, per guadagnare molti soldi passiamo molto tempo al lavoro. Ci si affanna, si corre, si maledice il tempo che scappa. Otto ore di lavoro non bastano più, è necessario fare lo straordinario. Le ore passate fuori casa crescono, non c’è più tempo per noi, per il rapporto di coppia, per la cura dei figli, per la vita sociale. Bisogna andare di fretta. Compaiono le insonnie, le nevrosi, le crisi di coppia, i disagi tenuti a bada con le sostanze. Il 39% degli europei dichiara di sentirsi stressato. Cresce la microcriminalità dei giovani abbandonati a se stessi, cresce la solitudine dei bambini che si gettano nelle braccia della televisione.

Quando le parole sono logore vanno cambiate.
Ed ecco il benvivere, un termine coniato dagli indios dell’America Latina, che sta a indicare una situazione di armonia con se stessi, con gli altri, con la natura.
Un obiettivo che non dipende tanto dalla disponibilità di risorse, quanto dalle formule organizzative dell’abitare, del lavorare, del fare comunità, del prendersi cura dell’ambiente.
Per benvivere in città serve verde, centri storici chiusi al traffico, piste ciclabili, trasporti pubblici adeguati, piccoli negozi diffusi, punti di aggregazione.
Per beneabitare servono piccoli condomini con spazi e servizi comuni che favoriscono l’incontro.
Per benlavorare servono piccole attività diffuse sul territorio per evitare il pendolarismo e favorire la partecipazione.
Per benrelazionarsi servono tempi di lavoro ridotti, pause televisive, tranquillità economica, per favorire il dialogo e la distensione familiare.
Tutto ciò non richiede barili di petrolio, ma scelte politiche.

 Benché la sobrietà orientata al benvivere abbia evidenti vantaggi, molti ne hanno paura per le ricadute sociali: se consumiamo di meno come la mettiamo con i posti di lavoro? E se produciamo di meno chi fornirà allo stato i soldi per i servizi pubblici?

Nella nostra testa abbiamo ben chiaro che se vogliamo creare posti di lavoro dobbiamo consumare di più, tant’è in periodo di crisi tutti ci dicono che la soluzione è il consumo. In nome dell’occupazione, il consumo ha assunto un valore sociale, anche i più convinti sostenitori della sobrietà non sanno che fare: consumare di meno per il bene del pianeta o consumare di più per il bene dell’occupazione? Questo è il dilemma.

Stesso ragionamento per i servizi pubblici. Sappiamo che la capacità della macchina pubblica di fornirci servizi dipende dalla sue entrate fiscali, ma le tasse non vuole pagarle nessuno. Le pagano malvolentieri i poveri e ancor meno i ricchi. Tuttavia vorremmo tutti una buona sanità, una buona scuola, treni puntuali e puliti, processi veloci, una burocrazia efficiente. Poche tasse e molti servizi, ecco ciò che vorremmo, la classica botte piena e la moglie ubriaca.

I politici lo sanno e il coniglio che tutti i governi tirano fuori dal cilindro si chiama crescita. È una questione di numeri. Se applichiamo un’aliquota del 10% su una ricchezza di 1.000, si incassa 100, se applichiamo la stessa aliquota ad una ricchezza di 10.000, si incassa 1.000. La stessa aliquota riesce a generare un gettito più alto nella misura in cui cresce la torta su cui effettuare il prelievo. Di qui la conclusione di tutti i governi, sia quelli di destra che di sinistra: “Volete molti servizi e basse aliquote fiscali? Allora facciamo crescere l’economia”.

Finché c’erano i margini di crescita, il discorso non faceva una grinza, ma come organizzarci oggi che non possiamo più crescere e anzi dobbiamo ridurre?

Occupazione e gettito fiscale sono la dimostrazione che questione ambientale e questione sociale sono due temi indissolubili; se affrontiamo l’uno senza preoccuparci dell’altro, rischiamo di costruire una società verde e pulita, ma al tempo stesso più ingiusta. E sicuramente sarà ingiusta se lasciamo che il problema della scarsità venga risolto dal mercato secondo i suoi meccanismi.

Il mercato ci è stato presentato come un sistema che distribuisce ricchezza, in realtà è un sistema per razionare.
Il mercato va fiero della sua capacità di razionare le risorse scarse, peccato che lo faccia in maniera classista basandosi unicamente sul censo.
Il meccanismo di razionamento del mercato è l’aumento dei prezzi: non dà a chi ha bisogno, dà a chi ha soldi da spendere. Il giorno che la benzina dovesse costare 20 euro a litro se ne consumerà molto di meno, alle pompe di benzina non ci sarà più la coda, si fermeranno poche auto, ma tutte di grande cilindrata. Poi sfrecceranno a 300 all’ora nelle autostrade ormai vuote. E gli altri? Andranno semplicemente a piedi, come succede nelle grandi metropoli del Sud del mondo.

Il grande nodo che dobbiamo affrontare non è come salvare il pianeta. La sfida è come salvare il pianeta e garantire a tutti una vita dignitosa.
Equilibrio ambientale ed equilibrio sociale, ecco il grande obiettivo perseguito da sempre dall’umanità, forse oggi possiamo raggiungerlo perché abbiamo la tecnologia per farlo. Ma la tecnologia da sola non basta, ci serve anche una nuova ingegneria economica.

Il compito è arduo, la nostra mente trasuda di cultura mercantile, abbiamo difficoltà ad immaginare altre forme organizzative all’infuori del mercato, ma possiamo farcela se ci ispiriamo ad altri valori.

Ad esempio è  tempo di affermare che l’obiettivo non è il lavoro, ma le sicurezze, che non si ottengono solo tramite il salario, ma anche tramite il fai da te e  l’economia pubblica. Soprattutto l’economia pubblica che in una società civile deve occuparsi di diritti: acqua, energia, alloggio, trasporti, sanità, istruzione. Bisogni fondamentali che in un contesto di scarsità debbono avere la priorità.
Per questo dobbiamo smetterla di concentrarci sul mercato e dobbiamo focalizzarci sull’economia pubblica cominciando a chiederci come possiamo mantenerla sempre in buona salute senza costringere l’economia generale a crescere.
Questa è la vera sfida.

Oggi l’economia pubblica è legata a doppio filo all’economia privata perché si basa sul gettito fiscale: se l’economia privata cresce, incassa molto e può fornire molti servizi, se l’economia privata si contrae anche l’economia pubblica va in crisi e fornisce meno servizi proprio quando dovrebbe garantirne di più.
Il solo modo per uscire da questo circolo vizioso si chiama autonomia: l’economia pubblica non più concepita come una struttura di spesa che trae linfa dall’economia privata, ma come una forza produttiva che genera ricchezza in maniera autonoma.
Un obiettivo che si può raggiungere facendo funzionare l’economia pubblica non con la  tassazione del reddito, ma con la tassazione del tempo: tutti chiamati a passare parte del nostro tempo in un servizio pubblico perché il lavoro è la risorsa più abbondante che abbiamo ed è la fonte originaria di ogni ricchezza.
Il nuovo patto che potremmo immaginare fra cittadini e collettività potrebbe essere del seguente tenore: tutti gli abili al lavoro mettono a disposizione del pubblico parte del loro tempo e in cambio ricevono, dalla culla alla tomba, servizi gratuiti e un reddito d’esistenza per i bisogni materiali di base.
Il che non significa abolizione totale del sistema fiscale, ma radicale cambiamento di scopo: non più fonte di finanziamento dell’economia pubblica, ma strumento per indirizzare il mercato: una leva per spingere consumatori e imprese verso scelte di maggior rispetto ambientale e sociale.

Fantapolitica? Forse. Ma una cosa è certa: il deterioramento ambientale sta correndo più veloce di quanto immaginiamo, il tempo delle vacche magrissime potrebbe arrivare quando meno ce lo aspettiamo. E allora saranno giorni duri se non avremo progettato come organizzare un’altra economia capace di garantire a tutti i bisogni fondamentali pur disponendo di meno. Solo rimettendo la testa su un progetto alternativo  potremo evitare il ritorno delle barbarie dove pochi forti condurranno una vita da nababbi mentre la massa morrà di stenti.

 

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