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Discorso di padre Richard

Rompiamo il silenzio sull’Africa.

I veri problemi del continente africano e le cause dell’emigrazione.

Carissimi amici e amiche, fratelli e sorelle di Mogliano,

prima di tutto vorrei salutarvi con affetto e gratitudine per la vostra presenza in e ringraziare in particolare le amiche e gli amici organizzatori di questo momento di scambio e di condivisione sulla realtà africana.

Partendo dal titolo proposto dagli organizzatori, ho pensato di strutturare il mio intervento in quattro momenti importanti:

  1. Le osservazioni

  2. L’Africa vista da un Africano che vive nel suo cuore

  3. L’emigrazione e le sue cause

  4. Il grido dell’Africa

  1. Le osservazioni

  1. Il titolo del nostro incontro riprende il grido di indignazione lanciato da padre Alex Zanotelli conosciuto da molti per passione e interesse alla sorte del Continente dimenticato. Quella di padre Zanotelli è una protesta vigorosa contro il silenzio dei mass-media sulla sorte di tanti stati africani che vivono una situazione molto preoccupante: il Sud-Sudan, il Sudan, la Somalia, l’Eritrea, il Centro-Africa, il Ciad e il Mali, la Libia, la Repubblica Democratica delCongo, l’Etiopia, il Kenya, laNigeria e tanti altri colpiti da guerre e violenze di ogni tipo.

  1. L’Africa non è un paese, è un continente con 54 stati, una popolazione di circa 1.216.000.000 di abitanti. Questo significa che la realtà africana è molto complessa e plurale come lo è quella di tutti gli altri continenti. Ogni paese ha le sue realtà e ogni regione ha le sue problematiche. Tante persone che parlano dell’Africa, anche coloro che si ritengono specialisti dell’Africa, conoscono forse una città o due di uno dei 54 stati dell’Africa.

 

  1. L’Africa-inferno è una creazione dei mass-media dell’Occidente per sostenere l’ideologia della superiorità dei bianchi con il diritto sacrosanto di dominare e di colonizzare gli Africani inferiori e incapaci di autogestirsi. Così si è creato un modo di guardare e di trattare l’Africa con i suoi abitanti che condiziona molto gli Europei che vanno in Africa partendo con schemi da verificare. Purtroppo anche i missionari di cui molti hanno dato la vita per l’Africa, hanno venduto una immagine troppo negativa dell’Africa: l’Africa è il regno delle malattie (malaria, AIDS, Ebola,lebbra, febbre gialla…), il regno della fame e della miseria (bambini scheletrici e malnutriti, vecchi dimagriti quasi senza vestiti…)

Gli Africani non riescono a svilupparsi perché hanno sempre guerre tribali e inter-etniche e civili…. I Vescovi africani attraverso i vari incontri hanno denunciato questa ideologia che hanno chiamato “afro-pessimismo”.

  1. Quando noi Africani valutiamo l’esperienza della vita in Africa teniamo sempre conto della nostra storia: quattro secoli di schiavitù che hanno causato un’emigrazione forzata di milioni di forze vive dell’Africa, un secolo di colonizzazione e di predazione sistematica delle risorse dell’Africa e più di mezzo secolo di neo-colonizzazione con tutte le sue conseguenze drammatiche per la sopravvivenza degli Africani. Tutte queste pratiche, dal punto di vista antropologico, hanno sempre portato avanti la negazione dell’Africano in quanto essere umano con la stessa dignità e gli stessi diritti degli altri. Noi siamo portati a parlare dell’Occidente terrorista, predatore e ladrone. Questo giustifica la nostra diffidenza nei confronti di certe strutture come la NATO il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Internazionale del Commercio che consideriamo strutture generatrici di esclusione e di disumanizzazione.

Ma riconosciamo sempre che al di là delle strutture e delle istituzioni ci sono le persone che si danno da fare per condividere il destino dell’Africa. A livello delle coscienze individuali, ci sono tante persone che hanno dato tutto, anche la propria vita per mettere fine al processo disumanizzazione e di esclusione dell’Africa e per promuovere un cammino di amicizia, di fraternità e di condivisione senza pregiudizi con gli Africani. Tante suore missionarie, tanti sacerdoti, tanti volontari e impiegati delle Nazioni Unite hanno dato tutto per educare, per curare e per accompagnare gli Africani sul cammino della ricerca di un mondo più umano, di una vita più dignitosa. Ne saremo sempre consapevoli e pieni di gratitudine.

  1. Quando parliamo dell’emigrazione è sempre meglio tenere presente le ultime guerre che hanno generato tante sofferenze e ferito gravemente la coscienza collettiva dell’umanità:

  • La guerra in Iraq finita con l’assassinio di Saddam Hussein. L’intervento degli Americani con gli alleati per distruggere le armi chimiche dell’Iraq la cui esistenza non è mai stata verificata.

  • L’invasione dell’Afghanistan con la guerra contro i Talebani considerati come protettori di Ben Laden;

  • La guerra in Siria che continua a generare tante sofferenze e tanti flussi migratori;

  • La guerra in Libia: ci ricordiamo dell’intervento della NATO con la Francia in testa che ha portato all’assassinio di Gheddafi e che ha fatto scomparire completamente lo Stato libico.

  • Tutte queste guerre hanno generato i vari terrorismi che stanno insanguinando l’umanità in modo tragico e drammatico.

  1. L’Africa vista da un Africano

Per me l’Africa è un continente come tutti gli altri continenti con i suoi alti e i suoi bassi, con le sue povertà e le sue ricchezze.

L’Africa è il continente di cui la popolazione è la più giovane del pianeta.

L’Africa è il continente della famiglia. Oggi tanti Africani riescono a sopravvivere e ad affrontare le difficoltà di ogni genere grazie alle reti famigliari che sostengono una grande solidarietà: La famiglia rimane il punto fermo che permette a tutti di sfidare la precarietà e di andare avanti nonostante tutto.

L’Africa è il continente del calore umano, tutto viene gestito comunitariamente, le passioni forti della vita, la gioia, la tristezza, il dolore e la malattia … e per questo che i casi di depressione e di suicidio sono rarissimi o quasi inesistenti.

Quando guardo i miei giovani del Seminario e dell’Università provo la gioia immensa di stare con loro, di camminare con loro, di analizzare la situazione sociale, politica ed economica con loro. Qualche volta mi è capitato di fermare la lezione per chiedere a tutti gli altri giovani di applaudire uno di loro che usciva dal carcere arrestato a causa di una manifestazione pacifica. Mi sto rendendo sempre conto che stanno prendendo coscienza della necessità di prendere in mano il loro destino e il loro futuro. Sono entusiasti e pronti ad affrontare le forze della morte, le forze della repressione che lavorano per mantenere al potere governanti predatori e ladroni. Stanno vincendo la paura di dare la propria vita per il bene comune. I miei giovani sanno soffrire con dignità, sanno vivere del poco, qualche volta nella sobrietà assoluta. I miei giovani hanno una venerazione per gli anziani e gli chiamano tutti Papà, Mamma.

Con poco, anche con pochissimo i miei giovani sanno fare festa, cantare, ballare, hanno il ritmo nel sangue e così cantano e ballano nella gioia e nel dolore.

Gli anziani africani non hanno pensioni, ma rimangono generalmente inseriti nelle loro famiglie voluti bene e coccolati da figli e nipotini. Non lasciano eredità materiale ed economica agli eredi, ma vegliare sui genitori anziani rimane un dovere sacro,

L’Africa rimane oggi uno dei continenti dove il tasso di mortalità infantile è ancora molto alto per mancanza delle strutture mediche adatte. Si muore facilmente delle malattie come la malaria, il tifo che si potrebbe curare facilmente, l’Ebola è apparsa in certe zone dell’Africa ma si sta sempre cercando delle modalità per dominarla e affrontarla meglio e si può anche meravigliarsi per tante donne e tanti uomini medici e infermieri di ogni provenienza che si danno da fare per impedire una catastrofe umanitaria. Qualche volta c’è anche medici e infermiere che muoiono contagiati. L’AIDS si sta espandendo molto nelle zone di guerra dove tante donne e tante ragazze vengono violentate e contagiate da soldati che usano cinicamente il loro stato virale per seminare la morte e la desolazione.

Tanti paesi africani vivono nella guerra e questo crea instabilità politica e precarietà economica perché la guerra semina solo disastri, sofferenze, miseria e morte.

L’Africa è oggi il continente che possiede le risorse naturali e minerali più importanti del pianeta. In tanti paesi africani troviamo delle risorse importanti come il petrolio, il coltano, il cobalto, l’oro, il diamante, l’uranio, il basalto, il fosfato, il carbone, il legno… In Africa si trova la foresta equatoriale che insieme con l’Amazzonia sono state definite da Papa Francesco come i polmoni che permettono al mondo di continuare a respirare. Dal punto di vista delle risorse si può dire senza ferire la verità, che l’Africa è un continente molto ricco e anche il più ricco dei continenti, ma purtroppo la popolazione dell’Africa dal punto di vista economico e materiale rimane la popolazione più povera del mondo. E questo perché l’Occidente cristiano con le sue bombe e le sue armi lo considera più come riserva delle risorse e non come spazio abitato da donne e uomini con la stessa dignità e gli stessi diritti riconosciuti a tutti.

  1. L’emigrazione e le sue cause

Con il caso della nave Diciotti in cui alcuni Africani sono stati visti sequestrati dentro una nave per più di una settimana, il mondo intero si è reso conto che questi Africani vengono trattati come rifiuti dell’umanità, sarebbe stato meglio per loro morire nel mare e servire di cibo ai pesci.

Gli studiosi del fenomeno migratorio ci dicono che l’emigrazione è una delle forme naturali per ogni essere vivente di affrontare il pericolo di vita. Gli animali, gli uccelli, i pesci, gli insetti, anche gli esseri umani si comportano nello stesso modo quando la loro vita viene minacciata. Gli stessi studiosi della storia generale dell’umanità ci dicono che essa è costruita sui movimenti migratori dei popoli. I lettori della Bibbia sanno che da Abramo agli ultimi postoli, si incrociano storie di movimenti migratori e qui ritroviamo l’Africa non solo continente degli immigrati indesiderati, ma anche come continente protettore accogliente degli immigrati in pericolo di vita. Conosciamo tutti bene la storia di Giuseppe figlio di Giacobbe venduto dai propri fratelli e diventato capo della casa del Faraone in Egitto. Conosciamo anche la storia di Giuseppe e Maria con Gesù Bambino minacciato dal potente Erode e accolto in Africa. La stessa storia ci rivela che tanti degli abitanti attuali dello stato più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, sono immigrati e fra di loro c’è stato l’ultimo presidente Barak Obama figlio di un immigrato Africano. Non credo che abbia fatto una brutta figura perché suo padre veniva dall’Africa. Il Canada, l’Australia, il Sud-America chiamato AmericaLatina e l’Africa del Sud e tanti altri paesi dell’Africa Australe sono pieni di immigrati europei, quelli che hanno purtroppo colonizzato e anche sterminato sistematicamente i popoli indigeni. Altri emigrati europei si contano per milioni attorno all’esperienza drammatica delle due guerre del 1915-18 e del 1940-45. Tutti questi emigrati sono andati in ricerca del benessere, d una prospettiva di futuro, di lavoro e anche del cibo. All’interno del continente europeo stesso ci sono anche oggi flussi migratori dettati dalla ricerca dell’opportunità di lavoro e dello star meglio. Il mio caro amico don Olivo Bolzon della diocesi di Treviso mi raccontava spesso la sua esperienza degli italiani emigrati in Belgio, in Francia, in Germania, in Svizzera e in Inghilterra … Mi raccontava spesso le sue lotte per far rispettare degli immigrati di cui si occupa soprattutto nel mondo del lavoro.

Detto questo, possiamo precisare che le cause dell’emigrazione in Africa non sono diverse di quelle che hanno portato tanti altri popoli del mondo ad emigrare, tranne quella di invasione e di sfruttamento perché non hanno né i mezzi né le capacità per farlo.

Mi pare opportuno sottolineare che la gran parte dei flussi migratori africani è assorbita all’interno del continente stesso, ci sono centinaia di migliaia di immigrati in Kenya, in Uganda, in Angola, in Africa del Sud, in Malawi, in Nigeria, in Zambia in Tanzania … Questo significa che la paura dell’invasione degli Africani in Europa e in Italia è fondata su altri motivi, comunque tanti emigrati africani che riescono ad affrontare l’inferno attuale della Libia che era ieri un paese di emigrazione, prendono il coraggio di entrare nei barconi sono generalmente i disperati scappati di situazioni di guerra. Quando parliamo delle guerre in Africa i mass-media europei e tutti quelli controllati dagli Americani non dicono mai la verità. Parlano spesso delle guerre tribali, inter-etniche o civili. In molti casi dicono bugie perché le grandi guerre che hanno insanguinato l’Africa che la stanno insanguinando ancor oggi, sono guerre economiche per sfruttare e controllare senza regole le tante risorse naturali e minerali di cui l’Africa rigurgita. E conviene precisare che ogni guerra permette alle multinazionali europee e americane di aumentare la loro crescita economica e quella dei Paesi che forniscono le armi che uccidono in Africa. I Paesi aumentano anche il loro PIL. I luoghi di guerre sono gli unici spazi per il mercato delle armi, i fabbricanti e i venditori delle armi, fanno di tutto per mantenere tanti stati africani in stato di guerra. Tutte le armi che si usano nei campi di guerra africani, non è un segreto per nessuno, vengono dagli Stati Uniti, dalla Francia dalla Russia, dalla Cina, dalla Germania, dal Regno Unito, dall’Italia, dalla Svizzera per limitarci ai più grandi. E i vari gruppi armati che si affrontano in Africa hanno generalmente padroni che garantiscono armi e altri mezzi per fare la guerra e ricevono in cambio il controllo dello sfruttamento delle risorse del territorio conquistato da alleati.

Gli emigrati africani come gli altri già evocati sopra,sono in ricerca dello spazio dove i diritti umani sono rispettati, dove la dignità umana viene presa in considerazione, sono in comunque del benessere e dello star meglio.

Tanti altri scappano dalla crudeltà dei certi governanti dei Paesi africani che usano metodi repressivi e il terrore come modo di governare. In verità molti di loro funzionano come mercenari che hanno come missione non di promuovere il bene comune del Paese, ma piuttosto di facilitare la predazione a tutti i livelli. Fin che non danno fastidio allo sfruttamento e garantiscono gli interessi dei padroni, possono permettersi anche di cambiare costituzioni per mantenersi al potere. Qualcuno di loro usa sistematicamente le forze dell’ordine come forze di repressione e si permette di sparare sulla popolazione.

Occorre sottolineare che fra gli immigranti ce ne sono tanti che vengono rapiti dai trafficanti di esseri umani e dai terroristi attivi in zona, vengono buttati nelle navi e anche forzati ad affrontare il mare che purtroppo è diventato un cimitero spaventoso.

Tanti altri giovani africani arrivano in Europa o vanno in America in ricerca di rafforzamento delle loro capacità scientifiche e tecnologiche.

Detto questo mi pare importante rilevare che per un Africano cresciuto nelle condizioni normali, lasciare la sua terra e separarsi dalla famiglia rimane sempre un dolore e una sofferenza perché si sta meglio a casa propria.

  1. Il grido dell’Africa

  1. Il primo grido dell’Africa è la richiesta di verità:

Basta presentare l’Africa come un continente povero e miserabile, ma piuttosto come un continente impoverito e saccheggiato vittima dello sfruttamento e del saccheggio sistematico delle sue risorse naturali e minerali da secoli.

Basta dire che le guerre dell’Africa sono solo guerre tribali, inter-etniche o civili si deve avere il coraggio di identificarle come guerre economiche e strategiche orchestrate dai padroni del mondo per operare la predazione;

Basta presentare l’Africa come un inferno un regno della sofferenza e della miseria. Si vive in Africa, ci sono delle donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi, dei bambini pieni di vita che danno speranza per il futuro che combattono perché avvenga un mondo diverso più respirabile e più umano.

  1. L’Africa è un continente che chiede giustizia :

Basta con un ordine economico generatore di esclusione di popoli e di nazioni intere.

Basta con un commercio iniquo dove i potenti hanno il monopolio di fissare i prezzi di tutto: delle materie prime e dei prodotti finiti e anche di fissare unilateralmente i termini dello scambio; l’Africa ricorda che i mezzi di produzione e tutte le tecnologie che permettono di migliorare le condizioni di vita e di lavoro, appartengono al bene comune, sono di tutti e devono essere condivisi con tutti. La madre terra provvede per tutti e dà a tutti la possibilità di usufruire dei suoi prodotti e dei suoi beni.

Basta con un ordine economico prigioniero del liberalismo cieco che permette solo al 20% della popolazione mondiale di controllare e di sprecare l’80% delle risorse disponibili.

Sul piano politico gli Africani hanno bisogno di spazi di democrazia autentica che lascia ai popoli in mano la sovranità dei propri Paesi.

Basta con i governanti sotto pressione i presidenti nominati dai potenti che sono in verità i mercenari contro i propri popoli.

Basta con gli accordi economici segreti, con le misure di riaggiustamento strutturali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che impongono una crescita senza prevedere uno sociale.

  1. L’Africa è un continente che chiede la pace, ma non c’è pace senza giustizia e “non c’è giustizia senza verità”.

La pace di cui gli Africani hanno bisogno passa attraverso la fine di ogni forma di guerra perché, come notato sopra, la guerra genera solo disastri, violenze di ogni genere, violazioni dei diritti umani e sofferenze che colpiscono soprattutto i più deboli (i bambini, le donne e le persone anziane). La madre terra è arrabbiatissima perché ha bevuto troppo sangue delle sue figlie e dei suoi figli africani. Il caso della Repubblica Democratica del Congo è scioccante: durante gli ultimi venti anni la guerra del Congo che è stata chiamata la prima guerra mondiale africana, ha causato, secondo le statistiche di molte organizzazioni, più o meno dieci milioni di morti. Perché non ci sono guerre di distruzione delle masse senza il traffico delle armi che Giovanni Paolo II ha qualificato il traffico della morte. L’avvento della pace in Africa esige la fine del traffico delle armi.

Lo sviluppo e il secondo nome della pace, non c’è vera pace senza uno stato di sviluppo autentico universale e integrale, come ha ricordato Paolo VI nella Populorum Progressio. La pace richiede una giusta cooperazione fra i popoli diritti delle persone e dei popoli. La giusta cooperazione implica lo smantellamento di ogni forma di predazione e di sfruttamento creatori di esclusione.

La pace richiede l’avvento di uno stato di diritto con governanti responsabili e non corrotti, non ladri e terroristi, non schiavi delle multinazionali e degli altri stati predatori. La pace richiede una democrazia partecipativa che lascia ai popoli sovrani la libertà di scegliere i propri dirigenti e governanti.

Conclusione

Vorrei concludere questa comunicazione con una convinzione, credo che sia anche la vostra e quella di tutte le persone impegnate per la promozione dell’umano:

un mondo diverso più giusto, più pacifico, più solidale, più fraterno, più accogliente e più umano è possibile. E ciascuno di noi ne può diventare protagonista.

Il teologo latino-americano Leonardo Boff ci indica dei passi da seguire per costruirlo soprattutto nel contesto della globalizzazione:

– il primo passo è l’ospitalità che lui considera come un dovere e un diritto di tutti. Secondo lui l’ospitalità appartiene alla struttura fondamentale della persona umana. Siamo quello che siamo o viviamo perché siamo stati accolti da altri e dalla madre terra che non rifiuta nessuno. Rifiutare di accogliere gli altri e specialmente quelli che stanno in estrema necessità è disumano, chi lo fa si distrugge se stesso e ferisce gravemente l’umanità intera.

– il secondo passo è la convivialità che richiede rispetto e tolleranza

Chi accoglie l’altro si impegna a vivere sempre con gli altri, mai senza e contro gli altri. In questa dinamica le diversità e le differenze diventano una opportunità e un luogo di arricchimento reciproco. Si entra insieme in un cammino di crescita, in un appuntamento del dare e del ricevere e si lotta insieme contro gli schemi e i pregiudizi e si diventa più umani. Nella tolleranza e nel rispetto si costruisce un mondo multiculturale, multi razziale, multietnico sempre aperto allo scontro e alla riconciliazione.

– il terzo passo e la commensalità: il fatto di mangiare e di bere insieme nella pace. A questo livello tutti prendono l’impegno di lottare contro le ingiustizie e i meccanismi di esclusione e di disumanizzazione si lotta insieme contro ogni forma di predazione e di corruzione. Tutti si danno da fare per la promozione del bene comune e la protezione dei più deboli e dei più piccoli.

Ai tre passi proposti dal teologo latino-americano aggiungiamo la non violenza che non significa rassegnarsi o rifiuto di resistere, ma significa piuttosto resistere, difendersi e difendere gli altri con le uniche armi della giustizia e della verità. La non violenza impedisce di attentare all’integrità o alla vita dell’avversario. In un contesto di oppressione essa permette di smantellare l’oppressione senza odiare l’oppressore. A questo livello vorrei dirvi che ai miei ragazzi racconto spesso la storia e l’esperienza di Gandhi nella sua lotta contro l’impero britannico per la liberazione dell’India. Racconto soprattutto l’esperienza dell’afroamericano il pastore Martin Luther King che ha dato la sua vita per l’abolizione delle leggi discriminatorie e razziste nella costituzione degli Stati Uniti d’America. E l’accesso di Obama figlio di un emigrato di origine keniana cinquant’anni dopo l’uccisione di Martin Luther King rimane un gran segno e anche un motivo di speranza. Mi capita anche di raccontargli l’esempio di Nelson Mandela che dopo aver patito in prigione per 27 anni perché voleva un’Africa del Sud diversa senza razzismi e senza esclusione dei neri. Uscito dalla prigione ha dato la mano a Declerc e ha lavorato con lui come vice-presidente e insieme hanno promosso una vera riconciliazione fra i popoli e costruito una vera nazione arcobaleno.

Per finire, quando guardo il lavoro della chiesa in Congo, sempre più decisa di essere a fianco di un popolo che ha tanto sofferto, tanto pianto, che ha sepolto in venti anni più di dieci milioni di suoi figli e figlie, ma mai rassegnato, qualche volta nelle manifestazioni per strada per liberarsi dai governanti terroristi che sparano sulla popolazione. Quando guardo ciascuno di voi mi convinco sempre di più e posso gridare che un mondo più giusto, più pacifico, più fraterno, più solidale, più rispettoso della dignità umana, dei diritti dei popoli e delle libertà fondamentali, un mondo più umano è possibile. Vi ringrazio tutti.

Don Richard Kitengie Muembo

Mogliano Veneto, 26 settembre 2018.

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